LE MANI SULLA SCUOLA
(Pubblicato sul n° 6 di Insegnare del giugno 2004)
Roberto Renzetti
“Le scuole saranno più efficienti se saranno sottoposte alle leggi del mercato capitalistico e, come tutte le aziende, entreranno in concorrenza le une con le altre per attirare i loro clienti: gli studenti. A questo scopo serve un sistema statale di buoni scuola emessi all’ordine dei genitori di un figlio in età scolare, buoni che potranno essere spesi in una scuola a scelta delle famiglie degli studenti, anche private e/o confessionali”(1955).
Milton Friedman (nobel per l'Economia 1976)
Milton and Rose D. Friedman Foundation for Educational Choice
http://www.friedmanfoundation.org/
Per capire di cosa si tratta occorre risalire a conferenze internazionali, ad
accordi presi in passato, a tutta una serie di documenti in gran parte
sconosciuti ai non addetti ai lavori o che non era utile diffondere ...
E' utile ricordare che dai primi anni '90 l'economia e la finanza
hanno aumentato considerevolmente il loro peso nella direzione politica del
mondo occidentale. La politica in senso stretto ha sempre meno margini di
mediazione. E' quindi dalle scelte di economisti, imprenditori, finanzieri e
manager che occorre partire per capire cosa si progetta per questo secolo. Intanto una indagine OCSE
(1998) stima in 2000 miliardi di dollari l’investimento per la scuola nel
mondo (per la sanità, 3500) ed in 1000 miliardi negli Stati membri (circa: 4
milioni di insegnanti, 80 milioni di studenti, 315 mila istituti e 5 mila
università). (1) Un vero gigantesco affare.
La società 20:80 (2)
Al Fairmont Hotel di San Francisco, nel settembre 1995, si riunirono 500
persone, l'élite del mondo, il braintrust globale (Bush senior, M.
Thatcher, G. Schultz, T. Turner, G. Rifkin, D. Packard, J. Gage, Z.
Brzezinski, ...), sotto l'egida della Fondazione Gorbaciov, per "decidere
delle prospettive del mondo nel nuovo millennio che porta ad una nuova
civiltà". Tutti furono d'accordo nel prefigurare un
modello di società in cui solo il 20% dei cittadini del mondo
sarebbero stati necessari per mandarlo avanti. Il rimanente 80% sarebbe stata
da considerarsi massa eccedente (sic!). Si passava quindi dalle pur
nere prospettive degli anni Ottanta, la società in cui 1/3 dei cittadini del
mondo avrebbe avuto accesso al benessere, ad una società 1/5 con molta massa
eccedente. Si prospettavano riforme selvagge ben anticipate da John Gage,
dirigente di Sun Microsystem, "assumiamo i nostri operai con il
computer, lavorano con il computer e li cacciamo con il computer!" e,
naturalmente, progettando una società senza classe media, ci si poneva il
problema di come farla accettare alla massa eccedente. Fu Zbigniew
Brzezinski che fornì una prima soluzione: tittytainment, una parola
coniata a proposito che sta per tits = tetta (nel senso di
dispensatrice di latte) e entertainment = gioco, il panem
et circenses della Roma imperiale. Ed a quelli che obiettavano che il
circo sarebbe stato insufficiente per chi chiedeva autostima, il moderatore,
R. Roy, rispondeva che volontariato, associazioni sportive, ... "potrebbero
essere valorizzate con una modesta retribuzione per promuovere l'autostima di
milioni di cittadini". I numeri della massa eccedente,
continuava Roy, non dovrebbero preoccupare perché, a breve, vi sarà nei
Paesi Occidentali, una nuova richiesta di lavori precedentemente rifiutati:
pulizia strade, collaborazioni domestiche, ... Intanto occorre iniziare a
colpevolizzare questa massa: non si lavora abbastanza, si guadagna troppo, la
produttività è bassa, le pensioni vengono erogate troppo presto, sono troppo
elevate, si è malati per troppo tempo, troppo assenteismo, la maternità,
viviamo al di sopra delle nostre possibilità, servono sacrifici, troppe
vacanze, le società asiatiche della rinuncia devono essere prese ad esempio
... (***).
Naturalmente in questo scenario la scuola diventa funzionale a quanto si va
delineando. La
scuola così come è, tutti concordano, costa troppo ed è una spesa superflua
per i fini che si vogliono conseguire. Occorre pensare una scuola che costi
molto meno e che prepari dei cittadini a livello di buoni consumatori in
questa società tecnologica. Occorre che i cittadini conoscano, ad esempio:
digitale, DVD, Laser, Hi Tech, PC, Internet, Provider, CD, masterizzatore,
...; non è invece in alcun modo necessario che conoscano i meccanismi
scientifico tecnologici che sono dietro questi nomi. Per intenderci: occorre
che i cittadini abbiano la preparazione tecnologica sufficiente per essere
consumatori ma non tale da essere creatori di scienza e tecnologia. Questo
almeno a livello di impegno di scuola pubblica, di quella che è pagata dalla
fiscalità generale. Vi è naturalmente necessità di cittadini preparati a
livelli superiori, ma è del tutto inutile e soprattutto è un vero spreco di
risorse pensare di formare tutti in modo che possano pensare all’accesso a
queste superiori specializzazioni. Chi serve per tali fini verrà
preparato in scuole speciali. La selezione per accedere a queste scuole la
faranno: le stesse scuole private e le imprese. Non ha senso continuare a
dissipare denaro nell'istruzione pubblica. Il mercato è buono e gli
interventi dello Stato sono cattivi: derergulation anziché controllo
statale, liberalizzazione di commercio e capitali, privatizzazione di ogni
cosa abbia il sapore del pubblico (Friedman). Questo è il sunto della parte
che adombra la scuola nella tre giorni di stringenti dibattiti della
Fondazione Gorbaciov. Si invoca in ogni settore, ed anche per la scuola, il
modello americano. ERT: Tavola Rotonda Europea degli
industriali (3) L’Europa
delle imprese, dovendo recuperare molto rispetto agli USA, era da tempo in
fibrillazione. Già nel 1989 l’European
Round Table of Industrialist, l'ERT (4), potente lobby di
industriali europei, che ha grande influenza ed entratura presso la UE, aveva
pubblicato un rapporto dal titolo: "Istruzione e competenza in Europa"
in cui si sosteneva che
"l'istruzione e la formazione (...) sono (...) investimenti
strategici vitali per la competitività europea e per
il futuro successo dell'impresa"e che "l'insegnamento
e la formazione [sono purtroppo] sempre considerati dai governi e dagli
organi decisionali come un affare interno (...). L'industria ha soltanto una
modestissima influenza sui programmi didattici che devono essere rinnovati
insieme ai sistemi d’insegnamento". Si aggiungeva poi che gli
insegnanti "hanno una comprensione insufficiente dell'ambiente
economico, degli affari, della nozione di profitto ... e non capiscono i
bisogni dell'industria".
E nel 1992 la
UE, con il trattato di Maastricht, inizia ad avere competenze in
materia d'Istruzione. Nel 1993, il Libro Bianco della UE (5) apre
all'industria ("apertura dell'educazione al mondo del lavoro")
proponendo incentivi fiscali e legali al fine di far investire la stessa
nell'Istruzione. La supposta sfida viene raccolta, in un gioco delle parti,
dall'ERT che nel 1995 (6) spinge gli industriali a "moltiplicare
i partenariati tra scuole ed imprese" e sollecita il mondo politico
in tal senso. L'ERT insiste nel denunciare che "nella gran parte
d'Europa le scuole [sono] integrate in sistemi pubblici centralizzati,
gestiti da una burocrazia che rallenta la loro evoluzione o le rende
impermeabili alle domande di cambiamento provenienti dall'esterno". E
passa ad avanzare i suoi intendimenti: “la responsabilità della
formazione deve, in definitiva, essere assunta dall’industria.
Sembra che nel mondo della scuola non si percepisca chiaramente quale
sia il profilo dei collaboratori di cui l’industria ha bisogno. L’istruzione
deve essere considerata come un servizio reso al mondo economico.
I governi nazionali dovrebbero vedere l’istruzione come un
processo esteso dalla culla fino alla tomba. Istruzione significa apprendere,
non ricevere un insegnamento [ERT, 1995]". "Non abbiamo tempo
da perdere. (...) Ci appelliamo ai governi perché diano all’educazione un’alta
priorità, perché invitino l’industria al tavolo di discussione sulle
materie educative, e perché rivoluzionino i metodi d’insegnamento con la
tecnologia [ERT, 1997 (7)]”.
La cosa viene immediatamente ripresa, dal
Libro Bianco della UE 1995 (8) in cui si fa esplicito riferimento
all'ERT: "Il rapporto della Tavola Rotonda Europea degli industriali
ha insistito sulla necessità di una formazione continua polivalente (...)
incitando ad imparare ad imparare nel corso di tutta la vita [long life
learning] ...[e quindi] una iniziazione generalizzata alle
tecnologie dell'informazione è diventata una necessità".
Ad evitare facili illusioni era l'OCSE
che, nel 1996 (9) , facendo riferimento ad una tavola rotonda
svoltasi negli USA (Filadelfia) nel febbraio dello stesso anno, spiegava
che "l'apprendimento a vita non può fondarsi sulla presenza
permanente di insegnanti ma deve essere assicurato da 'prestatori di servizi
educativi' (...). La tecnologia crea un mercato mondiale nel settore della
formazione" e, mediante TV ed Internet, si possono produrre programmi
da una parte e proporli in tutto il mondo (educazione a distanza o e-learning:
si sente qui la presenza nell’ERT di vari colossi informatici europei,
Philips, Siemens, Ericsson, Bertelsmann, ...). Ad evitare possibili obiezioni
su programmi didattici che travalichino le frontiere interferendo sui sistemi
scolastici nazionali , la Commissione UE si preoccupa di affermare che
l'insegnamento privato a distanza costituisce un servizio e come tale rientra
nell'articolo 59 del Trattato CEE (10) ; sarà la UE a rilasciare
una Tessera personale delle competenze [il portfolio, ndr], per
scavalcare i titoli di studio dei singoli Paesi. In ogni caso la stessa
OCSE avvertiva che era necessario "un maggiore impegno da parte
degli studenti nel finanziamento di gran parte dei costi della propria
istruzione" (11). Gli insegnanti residuali (sic!),
che occorrerà portarsi dietro fino alla loro estinzione, si occuperanno della
popolazione non redditizia. Ed ecco che si può intravedere la stessa
conclusione alla quale erano arrivati a San Francisco: anche qui si scoprono masse
eccedenti. Ed un plauso a questo Libro Bianco viene dagli USA. M. Murphy,
della Northern Illinois University, osserva che "la decisione politica
di incoraggiare l'apprendistato a vita è destinata a fornire alle grandi
imprese europee l'infrastruttura educativa essenziale al mantenimento dei loro
tassi di profitto" (12). Viene infatti a realizzarsi uno
degli scenari che la stessa Commissione Europea aveva delineato tra il 1990 (13)
ed il 1991 (14): un grande mercato degli strumenti didattici
offerti sul mercato dell'insegnamento permanente secondo le ordinarie leggi
della domanda e dell'offerta. In tale mercato i corsi sono i prodotti e
gli studenti sono i clienti. "Un'università aperta, si
dice, è un'impresa industriale e l'insegnamento superiore a distanza è
una nuova industria. Quest'impresa deve vendere i suoi prodotti sul
mercato dell'insegnamento permanente". Rapporto UNESCO 1996 (Commissione J.
Delors)(15)
e Libro Bianco UE 1996 (E. Cresson)(16)
In tempi rapidissimi i desiderata del mondo dell'impresa e della finanza
trovano accoglienza in un lavoro dell'UNESCO del 1996. Una Commissione
presieduta da Jacques Delors, che ha appena lasciato la Presidenza della UE,
stila un rapporto che getta le basi per la scuola europea del futuro immediato
(ricordo che le prime intenzioni puntavano ad una scuola nuova per il nuovo
millennio). Anche la UE, crea una Commissione, presieduta da Edith Cresson,
nientemeno che un ex Primo Ministro francese, che lavora nel senso delle
richieste avanzate dall'ERT. Le analisi di Delors partivano dal
cambiamento di un mondo, di un modo di essere, dal passaggio dall'ingombrante
cartaceo ai computer, con le illusioni tipiche create nei neofiti e le
certezze di chi fa affari. Si ripeteva quanto accaduto all'inizio del
Novecento, il passaggio dall'operaio con mestiere complessivo allo
specializzato ad una dimensione del fordismo. Ora la catena di montaggio, le
grandi concentrazioni operaie, il modo di produzione che abbiamo conosciuto
cede il passo ad altro che non conosciamo. Delors prende atto di un mondo
non più descrivibile in termini di sviluppo lineare e di continua
accumulazione; in cui la rottura dei rapporti tra mondo produttivo ed ambiente
e l'enorme conflittualità tra mercati, che si è creata con l'esclusione di
gran parte dell’umanità, ha visto un continuo crescere di tensioni e di
guerre.
Le risposte a queste problematiche sono molto articolate ma si possono
riassumere in quattro grandi finalità per la scuola: imparare a
conoscere, imparare a vivere insieme, imparare ad essere, imparare a fare.
Sulle prime due c'è poco da dire, ma sulle altre è necessaria una qualche
specificazione. L'imparare ad essere punta verso il riconoscere che
l'essere umano è fatto oltre che di corpo, anche di spirito. Scrive Delors:
"Il mondo, spesso senza accorgersene, ha un desiderio ardente, spesso
inespresso, di un ideale e di valori che noi chiameremo 'morali'. E'
quindi nobile compito dell'educazione incoraggiare tutti e ciascuno, agendo in
armonia con le loro tradizioni e convinzioni e mostrando pieno rispetto per il
pluralismo, innalzare le menti e gli spiriti fino al piano dell'universale e,
in certa misura, al superamento di se stessi. Non è esagerato, da parte della
Commissione, affermare che da questo dipende la sopravvivenza dell'umanità".
Per quel che riguarda invece l'imparare a fare si ritorna con i piedi
sulla Terra e si dice: "nell'industria, specialmente per gli
operatori di macchine e per tecnici, la supremazia dell'elemento cognitivo e
di quello informativo, come fattori nei sistemi di produzione, sta rendendo
superata l'idea di abilità professionale e mettendo in primo piano quella di
competenza personale [qui si adombrano i 'percorsi individuali' e le
abilità del telelavoro, ndr] ... Tale competenza "è un misto,
specifico per ciascun individuo, di abilità nel senso stretto del termine,
acquisita attraverso la formazione tecnica e professionale, di comportamento
sociale, di un'attitudine al lavoro di gruppo e d'iniziativa e disponibilità
ad affrontare rischi [la 'mobilità', della quale Delors si era occupato
in un Libro Bianco della UE del 1993, ndr]". E, nonostante tante buone
intenzioni, la parte essenziale è
quella che conclude il Rapporto medesimo: Il sistema scolastico deve possedere
"maggiore diversità curricolare e costruire passaggi tra i vari
sistemi di istruzione, o tra la vita lavorativa ed ulteriori corsi di
formazione. Una tale flessibilità contribuirebbe anche a ridurre il fenomeno
della mortalità scolastica ed il terribile spreco di potenziale umano che ne
risulta".
Su linee più decisamente imprenditoriali si muove il Libro Bianco della UE
(Cresson) del 1996. Partendo dal riconoscimento di una società in rapido
cambiamento (mondializzazione, informazione, scienza e tecnica, impresa, ... )
si afferma che la scuola si deve adeguare. In particolare la crescita
dell'informazione a livello mondiale potrebbe essere di aiuto al sistema
formativo. Ma per far questo l'Europa deve avere come priorità l'investire in
software multimediale, data la frammentazione del mercato multimediale
europeo, al fine di sfruttare tutte le potenzialità dell'educazione
permanente attraverso la TV e, quando si saranno diffusi i computer,
attraverso internet. Ma una 'scuola' di questo tipo non può più certificare
le conoscenze attraverso un diploma che è sempre più obsoleto. E' quindi
auspicabile quella "Tessera personale delle competenze" di cui
prima, da spendere nella UE. Gli obiettivi principali che il sistema educativo
deve conseguire sono: 1) l'avvicinamento della scuola all'impresa con
l'educazione alla flessibilità ed alla mobilità; 2) il trattare allo stesso
modo gli investimenti in affari e quelli in formazione; 3) la lotta
all'emarginazione ed all'abbandono scolastico, che possono avere successo con
l'introduzione di ogni tecnica multimediale e con i suggerimenti della
Commissione: "sviluppare la concertazione ed il partenariato con il
settore economico; si può ad esempio immaginare che ogni impresa sponsorizzi
una scuola ... Le famiglie sarebbero anch'esse coinvolte direttamente ...";
4) la conoscenza di tre lingue comunitarie; 5) l'auspicio che i Paesi della UE
adottino "disposizioni a favore delle imprese che attribuiscono
particolare attenzione alla formazione". A questo occorre aggiungere quanto
sostenuto dal Memorandum della UE del maggio
2002. Esistono tre tipi di educazione: “quella formale che
fornisce diplomi alla fine di un ciclo di studi; quella non formale fuori
dagli istituti d’istruzione che non porta a diplomi; quella informale che è
un corollario della vita quotidiana”.
Questa disquisizione è fatta per sostenere che occorre puntare sull’educazione
informale, riserva considerevole di sapere e possibile sorgente d’innovazione
per metodi e contenuti. Ma dove si può
educare informalmente? Lo dice la stessa UE: "Per avvicinare l'offerta di formazione al
livello locale bisognerà anche riorganizzare e ridistribuire le risorse
esistenti al fine di creare dei centri appropriati di acquisizione delle
conoscenze nei luoghi della vita quotidiana in cui si riuniscono i cittadini,
non solo gli istituti scolastici, ma anche i centri municipali, i centri
commerciali, le biblioteche i musei, i luoghi di culto, i parchi e le piazze
pubbliche, le stazioni ferroviarie e autostradali, i centri medici e i luoghi
di svago, le mense dei luoghi di lavoro". Chissà cosa avranno in
mente !
Sembrerebbero
cose stravaganti. Evidentemente non lo sono se nel documento Bertagna, che è
la premessa alla Riforma Moratti, si legge: "In genere, si distingue tra sistema educativo
informale, non formale e formale. Il primo è rappresentato dalla vita sociale
ordinaria che non esprime programmatiche potenzialità formative, pur
determinandole di fatto, funzionalmente, in maniera anche irreversibile. Il
secondo riguarda quell'insieme di istituzioni che, pur non essendo strutturate
in maniera esplicita per promuovere, con gradualità e sistematicità,
processi educativi di istruzione e formazione, tuttavia esprime
intenzionalità in questa direzione in un territorio e lungo l'intero arco
della vita dei soggetti. L'ultimo si riferisce specificatamente al sistema
educativo di istruzione e di formazione istituito e strutturato dalla
Repubblica (Stato, regioni, Enti Locali) per i minori e per le giovani
generazioni. L'ipotesi di riforma che si presenta vuole essere attenta
all'integrazione tra questi diversi sistemi (...). L'attenzione si
sposta, dunque, dai luoghi di istruzione (scuola) e della formazione (centri,
agenzie, servizi, imprese) alla certificazione delle competenze finali che si
possono e si debbono maturare in un ambiente piuttosto che in un altro (...)
certificazione delle competenze che proprio per la sua natura rifugge da ogni
esclusività di percorso e, più che consentire, favorisce i passaggi tra un
indirizzo e l'altro del sistema educativo di istruzione e formazione (...) Le
tradizionali alternative tra scuola (statale) e centri della formazione
professionale (regionali o non statali), tra scuola e impresa, tra scuola ed
extra scuola perdono, perciò, la loro drammaticità (...) Si aprono, al
contrario, le prospettive di una solidarietà cooperativa tra tutte le
esperienze e i luoghi formativi nei quali si possono raggiungere livelli di
maturazione educativa, culturale e professionale, (...) indipendentemente dal
fatto che siano statali, regionali o di enti e privati (accreditati)".
E cose analoghe erano
anche nella Riforma Berlinguer, non a caso i due pedagoghi di punta lavorano
oggi insieme nel progetto “Buonsenso per la scuola” (16 bis) in
cui si riaffermano tutti i desiderata dell’impresa:
“Di fronte all’irrompere del computer e di internet sulla scena
dei processi di apprendimento qualcuno prevede un futuro in cui la
scuola sarà interamente soppiantata dalle nuove modalità di
auto-apprendimento in rete, un apprendimento non più insegnato ma semmai
tutorato e prevalentemente on line (...). In una logica di «integrazione» l’intreccio
e l’alternanza di esperienze di aula, di laboratorio e di vera e propria
attività lavorativa condotta in situazione di apprendistato o di tirocinio
diventano requisiti fondamentali del curricolo scolastico, come lo diventa lo
sforzo di non fermarsi alle conoscenze (...) Le scuole non statali devono
essere considerate come una risorsa per la riqualificazione e il rilancio dell’intero
sistema formativo pubblico (...) L’abolizione del valore legale del titolo
di studio (...) un sistema di valutazione reale dei processi e dei prodotti”.
Negli USA intanto ...
La situazione scolastica americana resta sempre il riferimento della
nostra impresa. E’ lì che sono già avanti nella destrutturazione della
scuola pubblica. E’ lì dove le eccellenze provengono da scuole private che
costano anche 40 mila dollari l’anno, a fronte di una scuola pubblica (che
serve 50 milioni di alunni) assolutamente dequalificata (insegnanti privi di
titoli specifici, mancanza di essi, classi superaffollate, mancanza di fondi,
diversità di curricoli da Stato a Stato, da scuola a scuola, discipline
assenti dai curricoli, disomogeneità nel richiedere un esame finale, meno del
3% degli alunni con una preparazione che permetta di accedere all’Università,
assenteismo, abbandoni, ...) ed individuata, senza soluzioni però, come
emergenza nazionale già da Clinton (17). Ma gli imprenditori
americani vogliono di più. Non
contenti degli “cheques education” [buoni scuola, ndr] che proprio da
quell’anno avevano iniziato a togliere fondi alla scuola pubblica per
indirizzarli alla privata, sulla spinta suggerita da Lehman Brothers (1996) di
iniziare ad investire nel settore molto promettente della scuola (oltre che
nella sanità), si riuniscono a Nashville (1997) (18) per delineare
una strategia di intervento che prevede intanto un “accordo sulle misure
suscettibili di rendere l’industria [sic] scolastica redditizia:
ridurre il numero degli insegnanti aumentando il numero degli alunni per
classe; ridurre la massa salariale degli insegnanti arruolando un maggior
numero di giovani e di non abilitati; ridurre o sopprimere gli organismi che
rilasciano diplomi di insegnamento ed affidare la valutazione delle competenze
degli insegnanti ai manager delle
scuole” [si sta dicendo che si può assumere personale insegnante
indipendentemente da una sua qualificazione oggettiva, ndr]. Si tratta solo di
rendere inoffensivi i sindacati degli insegnanti (AFT) e pare che ciò si
farà, visto il vento politico favorevole. Tutto questo viene giustificato con
la necessità di ridurre i costi della globalizzazione che imporrebbero
risparmi anche legati alla riduzione delle tasse [sic!]. Anche negli USA si
punta all’educazione mediante TV ed Internet ed in tal senso hanno esempi di
ottima resa economica. Emblematico è il caso della rete TV Channel One.
I fondi che lo Stato fornisce alle scuole USA sono del tutto
insufficienti. Occorre arrangiarsi, soprattutto se si vuole restare al passo
in infotecnologie. Circa 12 mila scuole per oltre 8 milioni di studenti tra
USA e Canada hanno stretto un accordo con Channel One secondo il quale la rete
Tv fornisce alla scuola materiale audiovisivo, televisori e video (solo per
opportune dimensioni, si ottiene anche il computer), in cambio la scuola si
impegna a far vedere agli studenti la programmazione quotidiana di 20 minuti,
dedicata alle scuole, di Channel One (reportage, sport, meteo e due minuti di
pubblicità). Questi 2 minuti sono ambitissimi dalle aziende che pagano 200
mila dollari ogni spot di 30 secondi (il doppio della media del costo di uno
spot). I danni di tutto questo non nascono certo da questa pubblicità che fa
vendere scarpe, hamburger e caramelle ma dal fatto che quella programmazione
ha assunto lo status di programma educativo moderno e disinvolto, da
contrapporre agli obsoleti libri degli insegnanti (19). Si immagini
ora quali paradisi si aprirebbero dalle parti nostre ...
Sull’onda
di esperienze come queste, che si vanno diffondendo soprattutto in USA ed
Australia, proprio questi due Paesi spingono da anni affinché la scuola
(oltre che la sanità e l’ambiente) entri tra le merci previste per
il libero scambio dal World Trade Organisation (WTO) e dal General Agreement
of Trade in Service (GATS). Ed
anche la Banca Mondiale chiedeva di sbrigarsi nell’integrare la scuola alle
strategie globali dei Paesi (20). In tal senso è attivissimo
Robert Zoellick, rappresentante dell’ U.S. Trade, l’Agenzia USA per il
Commercio Estero, che è in sintonia con
il Responsabile europeo per il commercio, Pascal Lamy. Questi tenne un
discorso all’International Council for International Business di New York
nel quale sostenne: “Se vogliamo migliorare il nostro accesso ai mercati
esteri (...) bisognerà acconsentire a dei sacrifici”e cioè cedere sui
pubblici servizi (tra cui la scuola) (21). Recentemente però, a
precise richieste, Lamy ha sempre fornito risposte che negavano l’inserimento
della scuola nell’elenco delle merci, anche se l’argomento è già
arrivato alla discussione (31 marzo 2003) in seno alla Commissione UE (era
segretamente all’ordine del giorno) ed è recentissimo l’argomento
capzioso che porterebbe al colpo definitivo sulla scuola pubblica: poiché
essa è un servizio per il quale i cittadini pagano allora, secondo le ferree
regole del WTO, non può ricevere aiuti dallo Stato. E’ elementare
comprendere che ciò significherebbe la fine della scuola pubblica. E,
sgomberato il campo da questo ultimo orpello (l’aggettivo pubblico),
si potrebbe dispiegare in ogni sua forma l’ingresso dei privati in una
entità ormai solo privata. Sta di fatto che la UE, nel vertice di Lisbona del
2000, ha deciso di occuparsi in prima persona delle scuole nazionali, con il
solito slogan di scuola per tutta la vita, affermando "La sorte
dell'insegnamento non è oggetto di un intendimento unanime. Deve anch'esso
essere oggetto di una privatizzazione? In quale misura? Secondo quali
modalità? Non si tratta pertanto di stabilire se la concorrenza tra gli
stabilimenti scolari sia auspicabile o pericolosa, ma di analizzare se essa è
concretamente realizzabile, sapendo che in certi paesi essa è stata
chiaramente inscritta nelle politiche educative. (...) I sistemi di
insegnamento primario e secondario inferiore sono organizzati secondo la
logica dell'economia di mercato? Concretamente, si tratta di esaminare se le
condizioni di messa in opera di una concorrenza perfetta tra stabilimenti
scolari sono presenti nei paesi toccati dallo studio". E in Italia ?
Non entrerò nei dettagli delle riforme che, a partire dal 1997, si
sono susseguite il ambito scolastico. Il mio scopo è solo quello di far
conoscere alcune importanti affermazioni che compaiono in alcune leggi,
affermazioni che, nella pratica, hanno cambiato alla radice la scuola
italiana. La
prima legge che interviene sulla scuola è quella che introduce l’Autonomia
scolastica (Legge Bassanini) (22) .
La parola autonomia è apparentemente affascinante ma, nel contesto
scuola, è ambigua ed assume significati preoccupanti in quanto propedeutici
alla paventata privatizzazione. Nella suddetta Legge è scritto che si deve estendere
il regime di diritto privato del rapporto di lavoro anche ai dirigenti
generali ed equiparati delle amministrazioni pubbliche. Nella scuola i
salari diventano variabili, si introducono criteri di flessibilità, sistemi
di valutazione legati all’elaborazione di specifici indicatori di
efficacia, efficienza ed economicità ed alla valutazione comparativa dei
costi, rendimenti e risultati. Solo se la valutazione della produttività
scolastica di cui sopra darà esito positivo le scuole avranno dei soldi,
non essendo mai ben chiarito cosa questi concetti provenienti dal mondo dell’impresa
c’entrino con il mondo della scuola. In modo più completo si definisce
anche l’autonomia organizzativa: essa è finalizzata alla realizzazione
della flessibilità, della diversificazione, dell’efficienza e dell’efficacia
del servizio scolastico, alla integrazione ed al miglior utilizzo delle
risorse e delle strutture, all’introduzione di tecnologie innovative ...
Per la sua completa realizzazione sarà possibile superare i vincoli
di unità oraria della lezione, dell’unitarietà della classe e delle
modalità di impiego e di organizzazione dei docenti, secondo finalità di
ottimizzazione delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche, materiali e
temporali. Per buon peso si iniziano a stabilire riduzioni consistenti di
docenti (circa 21mila nel 1998: si può intuire che, quando si vuole
privatizzare, occorre che l’impresa sia economicamente sana perché sia
appetibile) e, addirittura, si cambia il nome del Ministero della Pubblica
Istruzione (MPI) in Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della
Ricerca (MIUR). La sparizione di pubblico (Legge 300/99) come aggettivo
qualificante l’istruzione fa il paio con altri provvedimenti che vengono
presi in quegli anni: la parità scolastica tra scuola pubblica e privata
(Legge 62/00), il comitato per valutare il prodotto educativo
(Direttiva 307/97), l’introduzione di crediti e debiti (DM.
24/00), ... Anche qui, come a San Francisco, occorre inventare qualcosa che
faccia digerire il tutto. Il miracolo viene fatto dai pedagoghi (con psicologi
e docimologi) che iniziano con la loro opera di spostamento dell’asse della
scuola dai contenuti ai metodi che si avvitano su se stessi (una vera e
propria deriva). La Sintesi Maragliano (maggio 1997) che spinge su nuove
tecnologie è emblematica del clima: “Le nuove tecnologie dell'informazione hanno in questo
senso un valore paradigmatico, dal momento che coniugano in modo visibile la
componente materiale costituita dall'hardware, fondamentale per svolgere le
funzioni che loro competono, con la componente simbolica del software, che
determina le operazioni che vengono effettuate e dà loro senso.”
e nessuno spiega che non si studierà quell’hardware né tanto meno quel
software. Per la Sintesi occorre togliere alla scuola tutto quello che sa di
scuola e sostituirlo con giochi, con l’alleggerimento del carico culturale,
con strumenti multimediali, con divulgazioni, con testi essenziali, con il
sostituire la storia con la cronaca, andando sulla strada del saper fare e
con il coinvolgimento delle famiglie nel processo educativo. La Sintesi è
ancora più esplicita e dice con chiarezza ciò che si vuole: “far sì che la scuola metabolizzi progressivamente una nuova
cultura del lavoro significa investire su due fronti: l'orientamento e la
proposta formativa. Per il primo fronte, si tratta di introdurre nella
didattica alcuni contenuti innovativi propri di questo nuovo approccio: il
superamento della ‘cultura del posto’ a vantaggio di una nuova visione
delle opportunità e delle professioni; la cultura della flessibilità
attraverso la conoscenza delle nuove forme di organizzazione dei processi
lavorativi; le nuove forme del lavoro, da quello autonomo a quello
artigianale, a quello atipico; la preparazione all'autoimprenditorialità. Per
il secondo, considerata la maggiore velocità di trasformazione dei processi
strutturali rispetto a quelli culturali, il problema più urgente è di por
mano all'impianto metodologico della scuola: è in gioco non solo una
questione di contenuti, ma anche e soprattutto una questione di metodo di
studio e di impegno umano. Si tratta allora di utilizzare e valorizzare le
forme dell'apprendere proprie del mondo esterno alla scuola, sviluppando il
senso di responsabilità e di autonomia che richiede il lavoro, le capacità
etiche ed intellettuali di collaborazione con gli altri, la pianificazione per
la soluzione di problemi concreti e la realizzazione di progetti significativi
(competenze di tipo trasversale da promuovere nella scuola e nell'educazione
permanente). In questo quadro andrà particolarmente valorizzato il rapporto
costruttivo fra scuola, comunità locali, mondo produttivo.” Il mondo dell’impresa e la Confindustria
Anche in Italia l’Impresa vuole di più e lo chiede con un documento
del 1999 dal titolo accattivante
"Scuola libera!
Appunti per la nascita di un movimento”
(23),
che ha come firmatari: Ferdinando Adornato,
Dario Antiseri, Antonio Augenti, Paolo Blasi, Carlo Bo, Dino Boffo, Pellegrino
Capaldo, Innocenzo Cipolletta, Emma Marcegaglia, Antonio Martino, Letizia
Moratti, Angelo Panebianco, Sergio Romano, Cesare Romiti, Giorgio Rumi, Paolo
Savona, Lorenzo Strik Lievers, Marco Tronchetti Provera, Stefano Versari,
Giorgio Vittadini, Sergio Zaninelli.
In tale documento si sostiene che la scuola non deve più essere un
monopolio dello Stato ma
una entità in cui gli istituti
siano indotti a una emulazione per proporre la migliore offerta formativa
possibile. Una nuova scuola italiana, libera, potrà affermarsi e realizzarsi
solo grazie al concorso di passioni, intelligenze e culture laiche e
cattoliche. Il documento
immagina “una
nuova scuola nella quale: 1) lo Stato finanzi ma non gestisca l'istruzione di tutti i cittadini;
2) si affermi una pluralità di offerte e istituti formativi, statali e
non, e una pluralità di opzioni possibili per il cittadino;
3) viga la pari dignità tra le diverse scuole e quindi l'assoluta
irrilevanza del fattore economico nella scelta da parte dei cittadini ;
4) si giunga all'abolizione del valore legale del titolo di
studio,necessaria conseguenza di tale nuovo assetto;
5) A tal fine lo Stato deve fissare quanto intende spendere annualmente
per la formazione di ciascun cittadino;
6) deve disporsi poi a riconoscere quella somma, diversificata a seconda
del grado di istruzione, alla famiglia di ciascun alunno, utilizzando appositi
bonus o altri analoghi strumenti;
7) si può infine prevedere che gli alunni iscritti a scuole non statali
gravino sulle casse dello Stato per un 10% in meno di quelli che scelgono la
scuola statale. C'è infatti da calcolare una serie di spese fisse che lo
Stato è comunque chiamato a sostenere, ad esempio nei piccoli centri a scarsa
popolazione scolastica e dove però l'istruzione va comunque garantita. C'è
per converso da pensare che altri sussidi, familiari, di enti privati e
imprese possano giungere alla scuola non statale.” Si devono prevedere dei
percorsi formativi individuali ed un rafforzamento della formazione
professionale per legare il mondo della scuola a quello dell’impresa.
Saranno i genitori a garantire le libertà di scelte educative. Dove trovare
le risorse? “L'impresa
deve trovare proficuo e vantaggioso investire nella scuola. Da
questo punto di vista gli Stati Uniti possono insegnarci qualcosa.
Particolarmente per le scuole professionali ..”. Ed anche qui si arriva ad una medesima conclusione con una
possibile aggravante: che si richiami il
Paese in cui ogni tecnica privatistica è stata utilizzata può essere
naturale, ma far finta di non sapere che proprio negli Usa si sta ripensando
tutto, compresi i buoni scuola, si sono avute clamorose bocciature di Bush in
Senato, sono state bocciate in vari Stati leggi per il finanziamento pubblico
di scuole private, ... beh, sembra davvero esagerato.
Ed anche Confindustria si mostra particolarmente attiva in prima
persona. Inizia con un documento del 1998 (mentre si sta varando la Riforma
Berlinguer), Verso la scuola del 2000 (24), nel quale si
denuncia e reclama tutto ciò che
abbiamo già incontrato: troppe nozioni, troppi insegnanti, troppe scuole,
costo esagerato [con confronti assolutamente disomogenei, ndr], ... comprese
le conclusioni dei rapporti Delors e Cresson.
Nessuna novità rispetto a quanto rivendicato dall’ERT e da altri
gruppi imprenditoriali di pressione. Al momento del varo della Riforma
Berlinguer la stessa Confindustria darà il suo parere molto favorevole. Certo
si poteva fare di più ... (25)
L’organizzazione degli imprenditori italiana si coordina anche con
altre 6 organizzazioni europee simili per varare un documento, Per una
scuola di qualità (Londra 2000) (26) che compendia tutto ciò
che l’impresa vuole dalla scuola: autonomia organizzativa, didattica e
gestionale [nella Riforma Berlinguer i pochi soldi arrivavano dal MIUR,
sostenere l’autonomia gestionale vuol dire sostenere la privatizzazione
della scuola pubblica, ndr]; standard nazionali di conoscenze e competenze; un
ente indipendente per la valutazione di ogni singola scuola e del complesso;
finanziamento pubblico guidato dalla domanda; competizione; tecnologie
informatiche e multimediali; saper
fare; flessibilità del lavoro docente; docenti estremamente preparati ed in
continua formazione; maggior ruolo per il dirigente; integrazione scuola
impresa con l’impresa che indirizza gli studenti, con stage aziendali e per
studenti e per insegnanti. Concludendo ...
Credo che siamo oggi ad un punto di possibile non ritorno. La scuola
pubblica, sommo bene da molte generazioni, quella che ha permesso l’emancipazione
di tutti e ciascuno di noi è oggi a rischio. Si sta smontando,
destrutturando, regionalizzando, ... per far scendere i prezzi ed immetterla
sul mercato. Occorre molta maggiore attenzione a questa vicenda da parte dei
cittadini tutti. Quando si
avanzasse ancora su questa strada sarà impossibile tornare indietro. E, in
quel momento, ogni recriminazione sarà vana. Non ci si accorge di come si sta
bene fino a che non si perde quel bene. E' interessante scoprire che De Mauro ha
scritto, due mesi dopo di me (in "La cultura degli italiani", Laterza,
settembre 2004), cose simili.
Egli aveva certamente letto questo mio articolo su Insegnare, rivista
del CIDI. Riporto il brano in oggetto tratto dal libro dell'ex ministro: """R
C’è di peggio: ci sono persone di grande abilità e perfino intelligenza
che suggeriscono ai Berlusconi, alle Moratti e ai Bush junior che cosa
debbono fare. (1) Regards sur
l'éducation. Les indicateurs de l'Ocde, Paris 1997. (2) Hans Peter Martin, Harald
Schumann - Die Globalisierungsfalle. Der Angriff auf Demokratie und
Wohlstand - Reinbeck bei Hamburg 1998. In
italiano: La trappola della globalizzazione - Raetia, 1988. (3) L'Ert, fondata nel 1983 con il sostegno determinante dell'allora
Commissario Europeo all'Industria Etienne Davignon e dell'ex Ministro
francese François Xavier Ortoli, , riunisce i maggiori gruppi industriali e
finanziari europei, con interessi nei più diversi settori: Air Liquide, BP,
Bertelsmann, British Telecom, Cofide-Cir, Ericsson, Fiat, General Electric,
Lufthansa, Nestlé, Petrol Fina, Philips, Renault, Rhône-Poulenc, Siemens,
Société générale du Belgique, Suez- Lyonnais des eaux, Telefonica,
Volvo, ... con gli italiani Romiti, Tronchetti Provera, Marzotto, De
Benedetti, ...). Con la Presidenza della UE di Jacques Delors (dal 1985 al
1994) e successivamente con Santer, l'ERT si è consolidato come gruppo
privilegiato d'influenza, partecipando ad ogni incontro che progettasse il
futuro della UE. Le cose che
dirò in questo primo paragrafo prendono spunto da:
Gérard de
Selys - La scuola, grande affare del XXI secolo - Le Monde
Diplomatique, 16 giugno 1998.
N. Hirtt - All'ombra
della Tavola Rotonda degli industriali - Extrait de Cahiers d'Europe,
n° 3, inverno 2000 e, in italiano, http://www.edscuola.it/archivio/famiglie/poledue.html.
N. Hirtt - L'Europa,
la scuola, il profitto - http://users.skynet.be/apedù
e, in italiano, http://www.edscuola.it/archivio/ped/europa_scuola_profitto.htm
. (4) ERT, Education et compétence en Europe, Etude
de la Table Ronde Européenne sur l'Education et la Formation en Europe,
Bruxelles, Février 1989. (5) Commission of the
European Communities, White Paper on growth, competitiveness, and
employment - The challenges and ways forward into the 21st century, COM
(93) 700 final, Brussels, 5 December 1993 (chapitre 3, emploi). (6) ERT, Une éducation
européenne, Vers une société qui apprend. Un rapport de la Table Ronde
des Industriels européens, Bruxelles, Février 1995. (7) ERT, Investir dans la
connaissance. L'intégration de la technologie dans l'éducation européenne,
Bruxelles, Février 1997. (8) Commission des Communautés
Européennes, Livre Blanc sur l'Education et la formation. Enseigner et
apprendre; vers la société cognitive, 29 novembre 1995. (9) OCSE, Adult Learning
and Technology in Oecd Countries, Paris, 1996 (10) Commissione UE, L’insegnamento a distanza nel diritto
economico e nel diritto dei consumi sul mercato interno, Ufficio delle
pubblicazioni ufficiali delle Comunità Europee, Lussemburgo, 1996. (11) OCSE, Internationalisation
of Higher Education, Paris, 1996. (12) Mark Murphy, Capital,
class and adult education: the international political economy of lifelong
learning in the European Union, Northern Illinois University, USA, 1997 (13) L'educazione
e la formazione a distanza, Sec (90) 479, 7 marzo 1990. (15) J. Delors, L'Education
un trésor est caché dedans, Paris 1996. In
italiano: Nell'Educazione un tesoro. Rapporto all'UNESCO della
Commissione Internazionale sull'Educazione per il Ventunesimo Secolo -
Armando Editore, Roma 1997. (16) UE, Libro Bianco sull'istruzione e la formazione. Insegnare ed
apprendere: verso la società cognitiva. COM (95) 590 finale. (16 bis) Vedi anche il “Manifesto dei 500” su: http://manifesto500.altervista.org/
.
Sul progetto “Buonsenso” vedi http://www.edscuola.it/archivio/ped/buonsenso.htm. (17) E' estremamente utile, a questo punto, leggere il bel lavoro di
Chiara Nappi (Autonomia locale e scuole pubbliche - Sapere,
Ottobre 1999) dove si traccia un quadro di grande interesse della scuola
pubblica USA con la sua autonomia. Un resoconto dettagliato del
livello deplorevole della scuola negli USA si può trovare in: OCSE, Education
in a Glange: Oecd Indicators 1998, Paris 1998.
Una storia succinta e documentata della scuola USA fino al disastro
si trova al Cap. 8 di: C. Lash, La ribelline delle élite,
Feltrinelli, Milano 2001.
(18) Stati Uniti: l'impresa privata all'assalto della scuola,
Classe Struggle n° 26, gennaio-febbraio 2000. In questo articolo della
rivista USA, si possono trovare anche dei dati sulla scuola USA. (19) N. Klein, No
Logo, Cap. IV, Baldini & Castoldi, Milano 2001. (20) Banca Mondiale, L’educazione nel mondo che cambia,
1999. (21) Lamy
Adresses Need for New WTO Round, 8 maggio 2000. (22) La Legge 59/97, integrata successivamente con il D.P.R.
233/8 ed il D.I. 44/01. (23) http://www.agesc.it/Liberal.htm (24) Confindustria - Verso la scuola del 2000 - Documenti
Confindustria, 1998. (25) Confindustria - Legge quadro in materia di riordino dei cicli
dell'istruzione. Il parere di Confindustria - Documenti Confindustria,
1999. Si veda anche l’intervista di Attilio Oliva (responsabile
Confindustria per l’Educazione a R. Bassoli (Espresso, 17 febbraio 2000). (26) VOI (Austria), DA (Danimarca), MEDEF (Francia), BDA (Germania),
CONFINDUSTRIA (Italia), VNO-NCW (Paesi Bassi), CBI (Regno Unito) - Per
una scuola di qualità - Documenti Confindustria, 2000.
D. E che cosa suggeriscono?
R. Suggeriscono di smantellare l’apparato pubblico dell’istruzione e
della ricerca, ridurre l’istruzione da obbligo, garantito dalle leggi, a
un fatto privato, regolato da scelte delle famiglie, Milton Friedman, non l’ultimo
arrivato, Nobel per l’economia nel 1976, lo sostiene da mezzo secolo. È
restato a lungo isolato. Ma dagli anni Novanta ha trovato alleati nei gruppi
dirigenti dell’economia e, in parte, della politica di vari paesi. Ho
ricordato prima lo sforzo eroico di paesi in via di sviluppo per accrescere
i livelli di istruzione dei loro popoli. Ma la Banca mondiale e il Fondo
monetario internazionale contraddicono consapevolmente questi sforzi. Lo ha
denunziato Joseph Stiglitz. Una denunzia preziosa: Stiglitz ha avuto anche
lui il Nobel per l’economia nel 2001. In più dal 1997 è stato chief
economist e vicepresidente della Banca mondiale, finché nel 2002 non è
stato costretto ad andarsene per queste sue denunce.
D. Quali denunce?
R. Stiglitz dall’interno ha potuto documentare che la Banca mondiale
chiede ai paesi più poveri di bloccare i loro stanziamenti per l’istruzione
di base e per l’alfabe-tizzazione degli adulti se vogliono accedere ai
prestiti e al sostegno della Banca. Dollari contro dealfabetizzazione,
dollari contro ignoranza. Quest’idea piace a molti gruppi industriali e
finanziari, in Usa e anche in Europa, per fortuna non a tutti. L’idea che
l’istruzione garantita dallo Stato sia, come dice Friedman, una
«industria socialista» non convince interamente i potentati, anche se non
sanno liberarsi dal fascino dell’idea lanciata nel 1995 alla riunione
della Fondazione Gorbacev a New York, l’idea di una società dei, «cinque
quinti»: un quinto di ricchi e, se vogliono, colti, che si pagano le scuole
e università di alto livello, tre quinti di consumatori a basso reddito e
basso livello di istruzione, un quinto di barboni residuali, un profondo
sottosuolo nel quale i tre quinti possono essere ricacciati se non
rispettano le regole del gioco. A settembre 2003 si è svolto negli Usa un
altro seminario internazionale di cervelloni economico-finanziari. Era stata
invitata anche Emilia Ferreiro, grande esperta dei problemi di
alfabetizzazione primaria. Mesi dopo, in un altro (più modesto!) seminario
a Roma organizzato da Clotilde Pontecorvo, Emilia ha raccontato che nel
seminario dei cervelloni è stato rinnovato il pianto sugli insegnanti che
sono troppi e costano troppo ed è stato avanzato il programma di sostituire
agli insegnanti i computer e le tecnologie della comunicazione: insegniamo
ai ragazzini, alla massa dei ragazzini, via computer e telecomunicazioni,
quel che secondo costoro i computer possono insegnare e cacciamo via gli
insegnanti. Chi può e chi vuole di più, si scelga gli insegnanti e se li
paghi. Il resto, l’istruzione seria per tutti per costoro è
«socialismo» (negli Usa) o «comunismo» (per il nostro sempre sorridente,
Berlusconi). Non la Moratti, non Berlusconi: questa è la sfida che abbiamo
dinanzi, in Italia e nel mondo. E un pezzo importante della sfida è evitare
il luddismo e piegare l’uso delle tecnologie alle esigenze di una scuola
critica e democratica.
D. Può essere più chiaro?
R. La sfida è tra l’idea che un buon mondo sia il mondo dei cinque
quinti, straordinariamente simile al Brave New World di Aldous Huxley: sopra
gli Alpha Plus, colti, ricchi, forse capaci di autonomia, capaci di
controllo mondiale, e sotto via via tutte le altre caste, ben divise e ben
irreggimentate. Per costoro, proprio in uno dei simposi dei cervelloni
finanziari, Zbigniew Brzezinski ha inventato anche una parola e un concetto:
tittytainment, fusione di tits «tetta, mammella» e entertainment
«intrattenimento, divertimento»; in italiano si potrebbe dire forse
intettolimento. E ha spiegato: per tenere buono il popolo bue, bisogna
dargli una razione di benes-sere e molto divertimento. Guarda guarda: panem
et circenses, vecchia formula per rabbonire le plebi della Roma imperiale.
Lo dico perchè persone come Friedman presentano questa prospettiva come il
non plus ultra della modernità, rispetto all’arcaico ideale
«settecentesco», dice Friedman, della scuola pubblica obbligatoria per
tutte e tutti. Che l’ideale abbia profonde e più antiche radici
cristiane, dal plurilinguismo evangelico e da Lutero, dalle scuole di
gesuiti e salesiani a don Lorenzo Milani, Friedman non lo sa o finge di non
saperlo. Come nemico preferisce avere solo la cultura democratica
illuminista e, come lui direbbe, «socialista». Panem et circenses per
tutti e capacità di governo e intelligenza per pochi.
D. E l’alternativa?
R. E l’ alternativa è un mondo in cui tutte e tutti possano essere, a
turno, governanti e governati (ho letto da qualche parte questa formula, non
ricordo dove, ma mi pare felice), e quindi tutte e tutti abbiano una
sufficiente dote di competenze per muoversi interamente nello spazio delle
società e delle culture (alte e basse, tecniche e intellettuali) e per
capire la follia dello scannarsi a vicenda tra popoli, culture, credenze. E
anche Internet -a condizione di saperlo usare - può aiutare, e molto, su
questa strada. Sogno utopico? Io credo che siamo già in molti a sognarlo
nel mondo, dal Sud al Nord del mondo, nelle Americhe, in Africa, nella
eterogenea Eurasia. Del resto qualcosa del genere sognavano nel 1947 i
nostri padri costituenti, quando con l’ articolo 3 della Costituzione
prescrivevano come «compito della Repubblica» l’eguaglianza sostanziale
di tutte e tutti, il libero sviluppo di tutte le persone perchè tutti
potessero partecipare alla pari alla vita sociale e pubblica. Non siamo
pochi e non siamo soltanto sognatori. Forse tra noi ci conosciamo ancora
poco. Ma, insieme, il mondo che vorremmo potrebbe essere vicino, anche in
Italia."""
(14) Rapporto sull'insegnamento superiore aperto e a distanza nella
comunità europea, Sec(91), 388 finale, 24 maggio 1991.