RICORDO DI LUCIO LOMBARDO
RADICE
La Rivista del manifesto 35
gennaio 2003
A vent'anni dalla scomparsa
IL TIPO LOMBARDO RADICE
Carlo Bernardini
Cogliere
la personalità di Lucio quand'era fra noi, vent'anni fa, era già difficile:
come fare una fotografia a uno che non stava mai fermo. Adesso, con i tempi che
corrono, è diventato quasi impossibile. Bisognerebbe dare corpo con esempi noti
a un personaggio non semplicemente ricco di interessi culturali, bensì a un
personaggio addirittura intellettualmente ingordo, sempre pronto a gettarsi
nella mischia di uno scontro dialettico. Dov'è, oggi, un personaggio così? Ci
sono intellettuali violenti, opportunisti, sopraffattori ma nessuno unisce come
univa Lucio, disponibilità e passione, riflessività e impulsi. Non si sarebbe
lasciato scappare un problema come il più scaltro dei mercanti non si sarebbe
lasciato scappare un affare, non avrebbe mancato di informarsi minuziosamente su
una vicenda politica o di costume per poi offrire la sua opinione al pubblico.
Era ben consapevole del suo particolarissimo 'presenzialismo' (mi pare che oggi
si dica così): ne rideva di gusto, come quando diceva "Sono vanesio, ma
non riesco a trovarci niente di male". Oppure, ancora più divertito:
"Fabiola mi ha detto: ma è proprio necessario scrivere? Sai che forse ha
ragione?". Gli dicevamo: 'onnigrafo' e lui ci era grato, perché
'tuttologo' gli sarebbe suonato insulto.
Non c'era angolo dello scibile di cui non desiderasse sapere. Dalla matematica
al mondo cattolico, dalla scuola alla fantascienza, dai diritti umani ai giochi
per bambini. Passare le ore con lui era come girare rapidamente un
caleidoscopio. Si prestava a fare da 'macchina dei responsi' con i giovani, con
le classi: "Fatemi domande" era il suo esordio con gli interlocutori.
Come ha ricordato Mario Alighiero Manacorda, una volta Lucio andò in una scuola
elementare, mi pare a Pelago, vicino Firenze, dove aveva chiesto ai bambini di
'immaginarselo' prima di incontrarlo: e quelli, giù con il ritratto di un
ottantenne che parlava difficile e solenne, con la certezza di essere destinati
a un incontro noioso. Ma poi, un bambino scrisse che "invece era vispo come
un capretto" e di questo ritratto Lucio gli fu grato per sempre.
Non posso fare a meno di mescolare le mie impressioni e i miei pregiudizi al
ricordo di 'Lucio com'era': mi lascio andare a queste divagazioni pensando che
è quello che avrei fatto con lui, anche se oggi mi mancherà il suo feedback,
la sua reazione sempre utile e istruttiva. Il ricordo di 'Lucio com'era' è oggi
per me quasi penoso: da una parte, penso a come avrebbe sofferto per lo stato in
cui questo paese si è ridotto, dall'altra, mi manca come avrebbe reagito. Non
si può dimenticare che l'aggettivo più calzante, per Lucio, è 'ottimista': di
lui, una volta ha scritto Emilio Garroni che "non aveva alcun assillante
senso di morte"; ma è evidente che qui la parola 'morte' trascende il
corpo e la sua fine biologica e va a toccare eventi inauditi come la
cancellazione della memoria, la soffocazione di un'arte o di una scienza, la
perdita di una libertà. Quando il matematico José Louis Massera subì le
vessazioni di una dittatura sudamericana (Uruguay, circa 1975), Lucio mise in
moto la macchina della solidarietà con una irruenza che non ammetteva indugi; e
lo stesso fece per il matematico Anatolji Sharanski le cui opinioni venivano
represse dai sovietici. I libri di Lucio analizzavano spesso questi casi di
"possibile morte spirituale" a seguito di persecuzioni: se di
matematici si trattava, eravamo noi colleghi a essere sollecitati per primi; se
di altri esponenti della cultura, era all'opinione pubblica che rivolgeva i suoi
libri. Analizzava senza perifrasi il comportamento del potere e ne faceva
denuncia circostanziata. Ma non era mai disponibile a uscire dai sentieri della
dialettica democratica, sicché i suoi interventi nelle aule dense di giovani
arrabbiati come quelli degli anni '60 non erano mai condiscendenti verso
l'estremismo e il terrorismo. Lucio aveva un preciso senso delle conquiste
civili e non aveva certo timore di alienarsi le simpatie giovanili dichiarando
incivile l'assassinio di Moro o i proclami dei terroristi di quell'epoca.
Oggi, mi guardo intorno e vedo una grande desolazione. Non mi fanno impressione
le vicende delle borse dei valori monetizzabili, perché ormai sapevo che
sarebbero andati a finire così. Ma è il tracollo della borsa dei valori
'immateriali' che mi sconvolge e mi fa sentire la mancanza di Lucio. Per
esercizio, provo a chiedermi che cosa avrebbe fatto, anche se mi rendo conto di
doverlo estrapolare a un contesto inimmaginabile appena vent'anni fa.
Già, che cosa avrebbe fatto Lucio? Certamente, la sua penna (non oso dire il
suo computer) avrebbe galoppato come un cavallo infaticabile per pagine e pagine
di considerazioni sulla perdita di identità di una tradizione culturale.
Rivolte a chi? Infatti, questo è il punto. Ma Lucio avrebbe parlato soprattutto
e prima di tutto ai suoi, da 'compagno scomodo' come si era autodefinito
entrando nel comitato centrale del Pci. La sua scomodità consisteva poi nel
sottolineare e mettere in luce debolezze e insufficienze della grande politica
della sinistra: abbiamo fatto tutto ciò che si doveva perché il tema del
pacifismo qualificasse tutta la politica della sinistra? Abbiamo fatto le cose
giuste per la scuola pubblica? Abbiamo considerato con la dovuta attenzione e
con proposte praticabili il problema del lavoro giovanile? E così via: posso
solo dire che, se uno come me, insieme a molti altri, pensa che forse non tutto
il possibile è stato fatto per rendere l'innovazione sociale apprezzabile e ben
comprensibile, Lucio, al confronto sarebbe stato un fiume in piena di 'provocazioni',
un flagello.
Purtroppo, il 'tipo Lucio Lombardo Radice' non c'è. Lucio è morto perché non
si è risparmiato, come Enrico Berlinguer, come Luigi Petroselli: spiriti a lui
abbastanza congeniali. Non c'è tra i Democratici di sinistra, non c'è ancora
più a sinistra, non c'è nel sindacato, non c'è tra i liberali-socialisti
illuminati, non c'è tra i cattolici che lui rispettava, non c'è tra i nuovi
gruppi di intellettuali. Non c'è come tipo umano di questo mondo in cui i
valori materiali sono crollati visibilmente in basso, anche prevedibilmente
visto il loro carattere prevalentemente virtuale. Ma i valori 'immateriali'
sembrano addirittura scomparsi, annebbiati da apparenze, da finzioni
pubblicitarie, da negazioni spudorate della realtà etica, dalla cura del 'particulare',
come Lucio amava chiamarlo. Perciò, permettetemi di suggerire - e so che a
Lucio avrebbe fatto piacere - che dobbiamo fare in modo che ne nasca un altro,
per poterlo spalleggiare nella sua critica disinteressata. Non porterà via
posti e cariche a nessuno: se sarà proprio come Lucio, sarà solo una buona
coscienza incarnata. E anche se questo potrà apparire un'esigenza antiquata e
non tanto nello spirito (barbarico) dei tempi, non è poco.
* Il testo che pubblichiamo è la trascrizione dell'intervento pronunciato da
Carlo Bernardini al convegno che la Fondazione "Istituto Antonio
Gramsci" ha dedicato a Lucio Lombardo Radice: Lucio Lombardo Radice
'scienziato umanista'. Giornata di studi e testimonianze a vent'anni dalla
scomparsa, 28 novembre 2002, Roma, Museo di Roma in Trastevere. "La rivista
del manifesto" ringrazia Carlo Bernardini e la Fondazione "Antonio
Gramsci" per l'autorizzazione alla pubblicazione.
Torna alla pagina principale
