QUANTO CI COSTA IL VATICANO?
L'otto per mille al vaticano
565 miliardi per mantenere e assicurare gli stipendi ai
40.000 preti italiani;
10 miliardi per un fondo
domestiche, vista la quasi scomparsa delle perpetue;
390 miliardi alle
diocesi per l'edilizia, per i monasteri di clausura,
per le facoltà di teologia e altri enti del
genere;
190 miliardi al restauro
dei beni culturali ecclesiastici e a iniziative nel
campo delle catechesi;
10 miliardi a un fondo
per la cultura;
30 miliardi per case
canoniche delle parrocchie del sud;
280 miliardi alle spese
di carità, ma di questi 140 saranno dirottati per
opere (?) nel terzo mondo.
Un esempio di opere nel terzo mondo sono anche i 40.000
dollari donati dal Vaticano alla Croazia durante la
guerra con la Bosnia.
Come è a tutti evidente solo una minima parte
dell'otto per mille va in opere di carità, che
oltretutto non sono verificabili da nessuno, come
conferma l'art.44 del titolo 2 sempre del Protocollo
Addizionale: si stabilisce che la CEI trasmetta
annualmente all'Autorità Statale un rendiconto
relativo all'effettiva utilizzazione delle somme
ricevute a vario titolo direttamente dai cittadini o
dallo Stato". Su tali rendiconti, però, non sono
previsti né controlli né verifiche.
Prima lo Stato stipendiava direttamente i preti, ora,
con la nuova intesa, il finanziamento va direttamente
ai vescovi, aumentando notevolmente l'autorità nei
loro confronti. Di diversa natura sono i contributi che
vanno a sostenere opere e associazioni cattoliche nel
contesto del finanziamento di attività sociali,
assistenziali, scolastiche, editoriali di vario genere:
sono finanziamenti in gran
parte assicurati dalle Regioni, dai Comuni e ancora
dallo Stato.
La verità è che tra una cosa e l'altra lo Stato
Italiano sta concentrando un'enorme quantità di denaro
nelle casse di uno stato straniero non democratico e
non controllabile. C'è da osservare infine che nella
pubblicità svolta attraverso radio, televisioni
pubbliche e private, giornali, opuscoli e perfino le
comunicazioni bancarie ai clienti e con l'aiuto
massiccio delle aziende a partecipazione statale come
la SIP prima, la Telecom adesso, la CEI afferma di non
ricevere più contributi diretti dallo Stato, in
seguito ad una scelta di libertà e di povertà
evangelica. Niente di più falso.
La legge parla esplicitamente di somme ricevute
"direttamente" dallo Stato, come del resto i
fatti confermano. Il regime di privilegio si evidenzia
anche perché a fare propaganda è sostanzialmente solo
la gerarchia cattolica, lo Stato non entra praticamente
in competizione e le altre confessioni non hanno la
forza per garantirsi una vera campagna di spot.
La Chiesa con i suoi enormi patrimoni ha da tempo
capito che la forza del cristianesimo sta nel potere
che si mantiene con il possesso e il continuo accumulo
di ricchezze, catturando e azzannando i beni della
terra. Attilio Nicora detto "Monsignor otto per
mille" e ora vescovo di Verona è un esempio
attuale della febbrile penetrazione della Chiesa nel
mondo della finanza.
A lui, per aver ideato la truffa dell'otto per mille,
il Vaticano sta riservando una luminosa carriera
(prossimo arcivescovo di Milano?); intanto a Verona,
attraverso l'opera sua, è sorto un grosso Pool di
Banche cattoliche, una sorta di IOR, che per importanza
è il terzo polo in Italia. Il Pool unisce infatti la
Cariverona, l'Unicredito a cui fanno capo la Cassamarca
di Treviso, la Cassa di Risparmio di Trieste, la Cassa
di Risparmio di Gorizia, quella di Udine e Pordenone,
la Banca di Trento e Bolzano (già della
Curia Trentina). E' in patto con l'Ambro-Veneto e con
la Cassa di Risparmio di Torino e Genova, ed ha
comprato quote della Popolare di Verona (la Popolare
con quei soldi ha pagato il Banco dei Santi che ora fa
parte della Popolare, il cui presidente Zanotto, come i
suoi dirigenti, è sempre dell'Opus Dei).
Alla Chiesa adesso non interessano più i partiti di
riferimento: il gregge è ormai politicamente disperso.
Alla Santa Chiesa interessano ora più che altro le
BANCHE. Il grande polo bancario padano dovrebbe essere
di 43 mila miliardi di raccolta, 26 mila miliardi di
impieghi, 7 mila miliardi di patrimonio con 800
sportelli. Tutto sotto l'egida della Chiesa Cattolica e
la protezione dello Spirito Santo. E' sotto gli occhi
di tutti l'immagine di un cristianesimo aziendale, di
possesso e di rapina, visto che i loro immensi
patrimoni immobiliari e le loro ricchezze in genere non
pagano una lira di tasse. La degenerazione capitalista
tanto denunciata da Wojtyla è solo ipocrisia.
Mario Patuzzo
Tratto da Kontrocultura
La sorpresa dell'otto per mille
opere di bene, ma non solo
di Giancarlo Mola e Mario Reggio da "La Repubblica" del 27 maggio 2003
ROMA
- Questa realtà va tenuta ben presente, perché solo così possiamo capire il
movente di quell'assurdità per cui lo Stato trasforma se stesso in elemosiniere
e assegna a se stesso una parte delle tasse, che ha riscosso dai suoi
contribuenti, per destinarla a «scopi d'interesse sociale o di carattere
umanitario» come si legge all'art.47
(comma 2) della L. 225/1985.
È per assegnare alla Chiesa cattolica una sovvenzione sicura, mascherata da
libera scelta dei contribuenti, che lo Stato ha dovuto assumere la parte di
pseudoconcorrente della Chiesa. Il fatto che, in seguito, siano state ammesse a
beneficiare dell'OPM anche altre Confessioni religiose si deve, come mi fa
notare il direttore di “Riforma”, il settimanale delle Chiese evangeliche
battiste, metodiste e valdesi, a un emendamento proposto dai Radicali - e
accolto dalle Camere - in sede di discussione della L. 222/1985.
Parlavo di assurdità di uno Stato che si trasforma in elemosiniere. Infatti,
che cosa ci starebbe a fare lo Stato se non proprio per affrontare tutti i
problemi che sorgono quotidianamente a livello nazionale e internazionale, e fra
i quali, certo, si annoverano a buon diritto, la fame nel mondo, le calamità
naturali, l'assistenza ai rifugiati e la conservazione dei beni culturali - i
quattro settori, cioè, in cui è utilizzabile l'OPM che lo Stato assegna a se
stesso?
Questo dubbio deve forse avere sfiorato anche le menti di chi preparò la
bozza della legge, se con l'art.
48 si circoscrisse l'utilizzazione dell'OPM statale a «interventi
straordinari», concetto ribadito nel DPR
76/98, all'art.2 (c.6), dove si precisa che questi interventi «sono
considerati straordinari (...) quando esulano effettivamente dall'attività di
ordinaria e corrente cura degli interessi coinvolti e non sono per tale ragione
compresi nella programmazione e nella relativa destinazione delle risorse
finanziarie». Ma viene subito da notare che, così facendo, si è caduti in
un'altra assurdità. Infatti, che cosa può mai esserci di straordinario in quei
quattro settori, quando la fame nel mondo è endemica, le calamità naturali
all'ordine del giorno, l'assistenza ai rifugiati un'urgenza quotidiana, la
conservazione dei beni culturali un'ordinaria necessità?
Credo che, se ci si volesse attenere rigorosamente a queste indicazioni,
paradossalmente, non si dovrebbe mai assegnare niente a nessuno, tanta è l'ordinarietà
di tutti questi problemi.
Le informazioni essenziali sul periodo 1991-1997 sono inserite in un puntuale
articolo apparso su "Riforma"
del 23/3/2001.
Qui preferisco soffermarmi sul periodo dal 1998 in poi, le cui fonti sono le
seguenti:
Un esempio: nel 1998, i contribuenti sono stati circa 25 milioni e
mezzo; hanno espresso la destinazione OPM poco meno di 10 milioni, cioè
il 38,93%. La preferenza allo Stato l'ha data il 13,36 di questi 10
milioni, che, però, rispetto al totale, rappresentano solo il 5,03%.
Per il meccanismo vigente, allo Stato è andato il 13,36% di tutto l'OPM,
e inoltre dovrebbe essersi assegnato anche la percentuale delle quote
non espresse lasciatagli da Valdesi e ADI (per il 1998 un +1,83%).
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze (ex Tesoro) stanzia
quindi un importo iniziale su un capitolo di spesa dello stato di
previsione.
Per lo meno dal 1993 è invalso l'uso di destinare una parte
cospicua dell'OPM con DD.LL. Questa prassi continua anche adesso che
è in vigore il DPR 76/98, che stabilisce un preciso iter per la
ripartizione OPM, in cui non si fa menzione della possibilità di
usare i decreti-legge. Anzi. Sulle singole iniziative sono richieste
preventive valutazioni da parte delle amministrazioni competenti e del
Ministero dell'Economia e Finanze, e sullo schema del DPCM sono
richiesti i pareri delle Commissioni parlamentari, anche se non in
forma vincolante.
Nella TABELLA
A si vede la formazione della quota OPM, la destinazione con DD.LL
e la somma che resta per la ripartizione effettuata con DPCM, ai sensi
dell'art.5 del DPR 76/98. Va tenuto presente che, nella cronologia dei
passaggi, la spesa per DD.LL. avviene sulla cifra del bilancio
preventivo, prima, quindi, dell’assestamento definitivo, cosa che
nella tabella non emerge, allo scopo di facilitare il confronto
diretto fra le percentuali delle spese fatte coi DD.LL. e quella della
cifra finale a disposizione del DPCM.
Si nota che le spese fatte con DD.LL. assorbono sempre
un’altissima percentuale del gettito OPM, e inoltre vanno in gran
parte a finanziare la partecipazione militare italiana a missioni
internazionali di pace, destinazione molto dubbia quanto a legittimità
rispetto al DPR 76/98. Proprio a questo proposito, il sen. Alberto
Monticone, nella seduta della Commissione Pubblica Istruzione del
12/10/2000 faceva presente, peraltro invano, che «..la
partecipazione militare italiana a missioni internazionali di pace,
benché faccia senz’altro onore al nostro paese, potrebbe essere più
opportunamente finanziata a carico di altri capitoli del bilancio».
Nella TABELLA
B sono riportati gli estremi dei DD.LL. e delle leggi di
conversione con le cifre stanziate e le destinazioni di ciascun
intervento.
TABELLA B (in milioni di lire)
D.L.17/2/98, n.23 [L.8/4/98, n.94]
D.L.11/6/98 n.180 [L.3/8/98, n.267] Spese sanitarie indigenti
Rischi idrogeologici 5.000
100.000 D.L.21/4/99 n.110 [L.18/6/99, n.186]
D.L.13/5/99 n.132 [L.13/7/99, n.226] Assistenza ai rifugiati del Kosovo in Albania
Protezione civile 100.000
26.500 A questo proposito è giocoforza sottolineare che l'impossibilità
dichiarata dal Ministero Affari Esteri di valutare la validità degli
11 progetti relativi alla fame nel mondo presentati nel 2000 ha fatto
sì che quell'anno lo stanziamento per questa voce sia stato pari a
ZERO (la motivazione è riportata nella nota 1 della TABELLA C/2000).
Per restare a questa voce, va detto che essa non ha mai
rappresentato una spesa significativa rispetto alla somma ripartita
col DPCM, che è già, come si è visto, esigua rispetto al totale OPM.
Si va, infatti, dallo 0,44 del 1999 al'1,51 del 2001, e solo nel 1998
si arriva a un 11,69%.
Neppure l'assistenza ai rifugiati ha brillato granché, almeno fino
al momento in cui non è sceso in campo il Ministero dell'Interno con
un suo progetto-pilota che ha assorbito 26 miliardi fra il 2000 e il
2001 (24,17% nel 2000 e 9,08% nel 2001). La legittimità dello
stanziamento di 100 miliardi effettuato con il D.L. 110/99 a favore
dei rifugiati del Kosovo in Albania resta dubbia, perché il DPR 76/98
parla di rifugiati che siano nel nostro paese e non altrove.
La voce «conservazione dei beni culturali» (in cui rientrano
tanto i restauri di edifici, di opere d'arte o di documenti, quanto la
sistemazione di archivi e biblioteche) riporta in primo piano la
Chiesa cattolica, destinataria di interventi il cui costo, in
percentuale, arriva fino al 48,34% del 1998.
Una timida novità nel 2000: accanto alla Chiesa cattolica ha fatto
la sua comparsa l'assegnazione di uno smilzo 0,11% a favore della
Comunità ebraica, e, nel 2001 è stato devoluto un 1,20% anche ai
Valdesi, e un ulteriore 0,60% agli Ebrei.
Ciò non toglie, tuttavia, che l’uso dell’OPM dello Stato a
favore delle Confessioni religiose, che già usufruiscono di un loro
OPM, risulti quanto meno singolare, se non proprio irrispettoso, nei
confronti dei contribuenti che hanno scelto esplicitamente lo Stato al
posto, appunto, delle Confessioni religiose.
È vero che un altissimo numero di beni culturali in Italia è
legato alle Confessioni religiose, in particolare alla Chiesa di Roma,
ed è anche giusto che, in quanto testimonianza della nostra storia e
cultura, tutto ciò sia tutelato e conservato al meglio, ma a questo
proposito, mi sembra legittimo parafrasare l'osservazione del sen.
Monticone riportata poco fa: la conservazione di opere di matrice
religiosa, benché faccia certo onore al nostro paese, potrebbe essere
opportunamente finanziata a carico di altri capitoli di bilancio.
RIPARTIZIONE EFFETTUATA CON DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
DEI MINISTRI ANNO 1998 (in milioni di lire)
ANNO
1999 (in milioni di lire)
ANNO
2000 (in milioni di lire)
ANNO
2001 (in milioni di lire)
A partire dal DPCM 26/11/1999 viene dato conto di questa realtà,
rispecchiata nella TABELLA D con alcune avvertenze.
La situazione non cambiò molto con i Patti Lateranensi del 1929 che, mentre
con la Convenzione finanziaria risolsero definitivamente il contenzioso
economico tra l’Italia e la Santa Sede, con il Concordato mantenevano il
pagamento della congrua ai parroci in cura d’anime, non quindi a tutti
sacerdoti. Convenzionalmente considerata ancora come restituzione dei beni
ecclesiastici continuò ad essere rivalutata negli anni.
Il sistema è, invece, radicalmente mutato con l’Accordo del 1984 di
revisione del Concordato, voluto da Bettino Craxi, e con la legge 222/85 di
applicazione dell’intesa finanziaria in esso contenuta che configura un
sistema di finanziamento pubblico affidato alla gestione della Conferenza
episcopale italiana, Cei.
Non si tratta, infatti, di autofinanziamento, come si tentò di far credere
in un primo momento, ma di autentico finanziamento diretto da parte dello Stato
che copre non solo le spese del sostentamento dei parroci, come ai tempi della
congrua, ma l’intera attività della Chiesa cattolica.
Per di più su tale modello si sono definite le norme di finanziamento delle
altre confessioni religiose che hanno stipulato Intese con lo Stato italiano.
Esse, eccetto l’Unione delle Comunità ebraiche, dichiarano, però, di non
usare le somme ricevute dallo Stato per il mantenimento delle loro strutture, ma
solo per attività assistenziali e culturali in Italia all’estero.
La prima prevede la sottrazione dell’otto per mille del bilancio dello
Stato alla giurisdizione del Parlamento per affidarne la destinazione alle
scelte dei contribuenti, che quindi nulla pagano in più delle imposte dovute,
la seconda prevede che i contribuenti possano dedurre dal loro imponibile
fiscale un esborso diretto a favore di una confessione religiosa. Anche questo
grava, ugualmente, sul bilancio dello stato sotto forma di «lucro cessante».
In conformità a questa normativa ogni anno una percentuale pari all’otto
per mille del gettito complessivo dell’Irpef (non delle imposte di
ciascuno), va alla Chiesa cattolica sulla base delle scelte dei contribuenti.
Tale percentuale, in costante aumento per la diminuzione dell’evasione e per
l’aumento dell’inflazione, è accresciuta dalla successiva ripartizione
dell’ammontare annuo dell’otto per mille su cui non si sono esercitate
scelte e che è ridistribuito, in base a quella percentuale, tra gli enti
(Chiesa cattolica, Governo, e altre confessioni) che la legge prevede come
destinatari dell’otto per mille. Nel corso degli ultimi anni solo il 45% degli
aventi diritto hanno in media effettuato la scelta. Di questi circa il 75% ha
destinato l’otto per mille alla Chiesa cattolica, a cui viene attribuito,
grazie alla norma suddetta, la stessa percentuale della quota di quanti non
hanno scelto.
Nei primi quattro anni (1989-1993), dopo l’entrata in vigore della nuova
normativa, non essendo possibile calcolare l’entità delle scelte sono stati
erogati ogni anno 406 miliardi di acconto, pari all’ammontare annuo della
somma delle congrue alla firma dell’accordo, poi si sono avviati i versamenti
regolari delle quote di pertinenza attraverso un complesso sistema di acconti e
conguagli.
Per l’anno 1999 il finanziamento è stato pari a 1461 miliardi,
1.043 in acconto e 418 di conguaglio. Per il 2000 sono previsti 1.550
miliardi, 1.100 d’acconto e 450 di conguagli.
Dal 1989 sono stati erogati in tutto 9.408 miliardi, invece dei 4.060
se fosse restato in vigore il vecchio sistema, nel 2000 saranno 10.958
con la media annua di 1.000 miliardi.
Una seconda forma di finanziamento è costituita dal diritto, riconosciuto ai
contribuenti, alla deduzione fiscale per le somme, fino a due milioni,
erogate a favore della Chiesa cattolica o delle altre confessioni. Ne derivano
contributi che nel corso degli anni, per la prima, si sono aggirati tra i quaranta
e i quarantasei miliardi. Dal confronto tra il gettito delle due forme di
finanziamento si può dedurre che quando si tratta di un esborso diretto i
contribuenti sono meno generosi, non hanno mai superato il numero di 180.000 sui
venti e più milioni di contribuenti.
Nella dichiarazione dei redditi del 1999 sono stati sottoscritti 42
miliardi. È difficile calcolare il lucro cessante per lo Stato, ma si può
ipotizzare che si aggiri intorno ai 15 miliardi l’anno.
Gli insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche costano circa
mille miliardi l’anno. Nell’anno in corso sono a carico del bilancio della
Pubblica Istruzione precisamente 976 miliardi per circa 20.000
insegnanti: 1415 nelle materne, a coprire 33.969 ore, 7.996 nelle
elementari, a coprire 175.912 ore, e 10.486 insegnanti nelle medie
inferiori e superiori.
Essi, oltre a rappresentare un’ingombrante presenza confessionale nella
scuola pubblica, costituiscono anche una riserva di operatori pastorali a
disposizione delle diocesi. La pressoché piena discrezionalità delle curie
diocesane nelle nomine e nelle conferme in servizio, mentre offre facili
occasioni di favoritismi e di clientelismo, costituisce un forte strumento di
pressione.
Gli stipendi dei cappellani militari, che recentemente sono stati estesi alla
Polizia di Stato pur demilitarizzata, non raggiungono una cifra così elevata.
Difficile è il calcolo del loro ammontare perché nei bilanci dei ministeri
della Difesa e dell’Interno sono inseriti tra le voci concernenti le strutture
finalizzate al benessere dei militari. Lo stesso si può dire per i cappellani
delle carceri e degli ospedali.
È anche difficile, se non impossibile, valutare le somme che lo Stato non
incassa per gli usi illegittimi delle forme di esenzione fiscale
garantite alle attività e alle strutture destinate al culto. Queste, equiparate
con la legge 121/85 alle attività culturali e assistenziali, godono di un
particolare regime fiscale, esenzione dall’IVA e dall’imposta sui terreni.
Va aggiunto il regime speciale di esenzione dall’Invim degli atti di
compra-vendita di immobili di proprietà ecclesiastica. È innegabile che in
questo regime sono facili le occasioni, che diventano tentazioni, di usare le
finalità di culto come copertura di attività lucrative, pur se a maggior
gloria di Dio. È facile che questo accada trattandosi di 16.500 istituti
religiosi, 27.000 parrocchie e 16.000 enti di varia natura. Meno facile che
siano indagati o perseguiti se si pensa alle difficoltà di far luce sulle
attività finanziarie del cardinale Giordano, pur inquisito per fatti accertati
di rilevanza penale, e se si ricorda l’omertà che ha coperto le vicende che
hanno accompagnato la truffa dello Ior.
Possiamo aggiungere all’elenco la parte dei finanziamenti alle scuole private
confessionali. Sono da respingere i tentativi di chiamarle «libere», perché
in verità esse sono ideologicamente «orientate», o di assimilarle a quelle
degli enti locali, non governative ma pur sempre pubbliche, perché la loro
gestione è totalmente privata. Tali finanziamenti sono stati erogati fin qui in
deroga alle leggi, mentre d’ora in avanti saranno legittimati, seppure in
forma ambigua, dalla legge sulla parità scolastica approvata recentemente dal
Parlamento. Si tratta della parte assolutamente maggioritaria dei 550 miliardi
in essa stanziati per le scuole private dell’infanzia e per le scuole
elementari. Per la media restano ancora fuori legge 10 miliardi pronti a
moltiplicarsi legittimamente non appena le scuole confessionali cominceranno a
chiedere e ad ottenere di diventare paritarie, cioè abilitate a svolgere «un
servizio pubblico», con buona pace dell’articolo 33 della Costituzione.
Meno rilevanti, pur se significativi, i contributi statali alle Università
confessionali cattoliche nel quadro di quelli attribuiti alle private.
A questo stesso capitolo vanno iscritti i contributi che le leggi regionali
hanno fin qui concesso, e che si apprestano a concedere, agli alunni delle
scuole private sotto forma di sostegno del diritto allo studio, in verità in
applicazione del principio di sussidiarietà. Preferiscono erogare risorse a
scuole confessionali, specie alle scuole per l’infanzia, piuttosto che
incrementare l’istituzione di scuole pubbliche. Il Friuli, l’Emilia Romagna
e la Lombardia sono all’avanguardia, ma, in diversa forma, anche le altre sono
avviate ad imitarle.
Analogamente possono essere considerati costi le sovvenzioni erogate alle
organizzazioni confessionali all’interno dei contributi che lo Stato sociale,
Governo ed Enti locali - tanto vituperato se eroga pensioni o sostegno alla
disoccupazione - distribuisce per promuovere cultura e qualità della vita.
Dall’uso degli obiettori di coscienza alle convenzioni, un incontrollato
flusso di risorse si trasforma in finanziamento pubblico di attività private
con buona pace dei principi liberisti e del carattere «volontario» di molte
delle organizzazioni assistenziali. A quelle confessionali cattoliche tocca una
grossa fetta della torta. Esse sono la punta di diamante del rivendicazionismo
che anima l’intero settore associativo.
Non per questo sono meno benemerite perché finanziate. Il loro impegno
interviene in settori che lo Stato non può raggiungere o costituisce una
supplenza in quelli in cui gli interventi pubblici, spesso malgestiti, sono poco
efficienti. Si può dire, quindi, che tale esborso di pubbliche risorse non è
del tutto a fondo perduto. Non si può neppure negare che i cappellani svolgano
un utile servizio nelle carceri e negli ospedali, un po’ meno nelle caserme.
Perfino 132 miliardi dello stesso otto per mille attribuito alla Chiesa
cattolica quest’anno sono destinati ad opere assistenziali in Italia.
Anche dell’eccezionale finanziamento erogato dallo Stato in occasione
del giubileo pari a 3.500 miliardi una parte è stata utilizzata per opere
pubbliche d’interesse generale, pur se la maggior parte è stata destinata al
rifacimento/ammodernamento di strutture ecclesiastiche. Ad essi si devono
aggiungere i costi a carico dei bilanci statale o locali, relativi al servizio
d’ordine, ai trasporti, al servizio pubblico radiotelevisivo, per consentire
lo svolgimento e la spettacolarizzazione delle manifestazioni liturgiche e delle
apparizioni papali. Solo alla fine dell’anno santo si potrà dire se hanno
costituito un investimento redditizio o un gratuito contributo a sostegno del
primato papale nella Chiesa cattolica.
Si può, infatti, rilevare che, ai costi economici del finanziamento
dell’apparato ecclesiastico cattolico, sono da aggiungere i riflessi negativi
che esso ha sul piano istituzionale e politico.
In primo luogo c’è da rilevare che lo stesso meccanismo dell’otto per
mille inquina il sistema istituzionale esautorando il Parlamento dalla gestione
di una parte solo percentualmente determinata delle risorse ricavate dalle
imposte, che invece devono essere destinate in conformità a precise norme
legislative, affidandone la destinazione a singoli cittadini, per di più solo
se contribuenti e dichiaranti. È leso con ciò un principio fondamentale dello
stato democratico.
Per di più l’attribuzione alla Presidenza del Consiglio dei ministri della
gestione della quota spettante allo Stato crea ogni anno un fondo di circa 150
miliardi di cui essa può disporre a discrezione. Il Capo del governo deve,
infatti, solo indicare i criteri d’impiego in tempo utile perché il
Parlamento possa esprimere il suo parere, obbligatorio non vincolante. Per di più
non è svolta nessuna azione pubblicitaria per sollecitare i contribuenti,
opportunamente informati, ad orientare le loro scelte verso lo Stato. Molti
preferiscono astenersi nella scelta anche perché ignorano le norme, ribadite e
precisate nel recente DPR 76/98, che vincolano il governo a destinare queste
risorse, gestite fuori del bilancio ordinario, a precisi settori di impiego: la
fame nel mondo, le calamità interne, l’assistenza ai rifugiati, la
conservazione dei beni culturali.
In verità molti altri sono scoraggiati per l’uso distorto e discrezionale
che ne hanno fatto i Presidenti del Consiglio. In generale sono stati dispersi
in mille rivoli molti dei quali sono tornati a confluire verso strutture
ecclesiastiche o organizzazioni confessionali. Talvolta le loro finalità sono
state stravolte: Andreotti nel 1991 ha attinto al fondo per fronteggiare
l’emergenza dell’immigrazione albanese di massa, e D’Alema otto anni dopo
per finanziare la missione arcobaleno e la guerra «umanitaria» in Jugoslavia
Non meno negative sono le conseguenze che il finanziamento diretto dello
Stato comporta nei rapporti interni alla Chiesa cattolica intesa come Comunità
dei fedeli.
La Cei fissa annualmente l’ammontare lo stipendio mensile per tutti i
sacerdoti, circa quarantamila, e lo eroga per intero a quelli che non hanno
altre fonti di sostentamento. A quelli, che per la loro attività in strutture
ecclesiali, o extraecclesiali percepiscono emolumenti, viene concessa una
integrazione per raggiungere la quota fissata. Nessuna integrazione è dovuta a
quelli che la raggiungono con il loro lavoro. Nel 1999 solo 103 sono stati a
pieno carico, 36.509 hanno ricevuto un’integrazione, 3.200 sono stati
autosufficienti.
In tal modo per tutti i sacerdoti cattolici, anche per i parroci, si conferma
il ruolo di funzionari alle dipendenze della Cei dalla quale ricevono regolare
stipendio: il suo Istituto Centrale Sostentamento del Clero paga i loro
sostituti d’imposta. Con l’abolizione della congrua è venuta meno la pur
limitata autonomia formale goduta dai parroci che, ricevendola direttamente
dallo Stato, potevano esserne privati solo se formalmente destituiti
dall’autorità ecclesiastica attraverso una procedura molto garantista.
Si può quindi affermare che la gestione dell’apparato ecclesiastico
italiano si avvia ad diventare pienamente aziendalistica.
Questa concentrazione nelle mani della Cei dei poteri di gestione del
finanziamento non aumenta solo il controllo sul clero, ma fa della sua
Presidenza, del suo Presidente in particolare, un soggetto economico forte
all’interno della comunità ecclesiale capace di condizionare anche le attività
e gli orientamenti di gruppi e singoli per la discrezionalità di cui gode
nell’elargizione di contributi. Si deve, infatti, tenere conto che solo 1/3
del finanziamento ricevuto come percentuale, in aggiunta alle scarse risorse
ricavate dall’elargizione diretta, è impegnato per il sostentamento del
clero. Restano circa mille miliardi da destinare a sostenere la pastorale nelle
diocesi, ma anche le attività sociali, culturali e di comunicazione, locali e
nazionali, a tutto vantaggio di una gestione autoritaria della comunità
ecclesiale. La gerarchia cattolica, affrancata dalla necessità di essere
sostenuta economicamente dai fedeli, si costituisce come un soggetto
autoreferenziale e antidemocratico sulla scena politica italiana capace di
egemonia nella società, anche per l’acquiescenza nei suoi confronti delle
pubbliche autorità e di gran parte della classe dirigente.
Roma 5 giugno 2000
I numeri parlano chiaro e dicono che la Chiesa cattolica non ha rivali.
Quest'anno per la prima volta ha superato il miliardo di euro di incasso è ha
stabilito il record di preferenze: 87,17 per cento delle scelte contro l'86,58
del 2002 (anno nel quale lo Stato ha ottenuto l'11,04 per cento dei consensi e
gli altri le briciole rimanenti). «I cittadini - dice Paolo Moscarino,
direttore dell'ufficio promozione sostegno economico della Conferenza episcopale
italiana - hanno capito che non si tratta solo di una firma ma della
partecipazione consapevole alla missione della Chiesa».
La Cei ha illustrato nei giorni passati l'utilizzo della sua quota di otto per
mille, a tredici anni dall'introduzione. Analizzando le cifre si scopre così
che gli introiti, dal 1990 al 2003, si sono praticamente quintuplicati. Ma la
distribuzione nei tre compiti istituzionalmente fissati dalla legge non si è
mossa in modo omogeneo. È cresciuta notevolmente la voce «esigenze di culto e
pastorale», che va dalla catechesi nelle parrocchie all'edilizia di culto: il
fondo è passato da 38 a oltre 420 milioni di euro. Più modesto l'aumento delle
somme spese per gli interventi caritativi (da 27 a 185 milioni di euro) e di
quelle usate per il sostentamento del clero: (da 145 a 330 milioni di euro). «Sì,
solo il 18 per cento del totale finisce direttamente in progetti umanitari»,
spiega ancora Moscarino. «Attenti però a non fare semplificazioni: la carità
cammina sulle gambe degli uomini, che la Chiesa deve formare e sostenere, anche
economicamente».
Ma è il meccanismo di attribuzione a far discutere. Soprattutto per quel che
riguarda l'otto per mille di chi hanno scelto di non scegliere, lasciando in
bianco la casella della dichiarazione dei redditi. Si tratta della maggioranza
delle persone che pagano le tasse. In cifre: 22 milioni su 36 milioni di
contribuenti del '99 (che hanno determinato la spartizione dell'anno scorso).
Ebbene, il loro otto per mille è stato diviso tra tutti i pretendenti (salvo
quelli che, come i Valdesi, hanno espressamente rinunciato a questa seconda
divisione) in proporzione delle preferenze ottenute. In altre parole: l'87
per cento dell'otto per mille di chi non ha preso alcuna decisione è andato
comunque alla Chiesa cattolica, il dieci allo Stato. E così via. «Il
sistema non ci piace», dice Ignazio Barbuscia, tesoriere dell'unione delle
chiese avventiste del settimo giorno. «Avevamo proposto che quei soldi
andassero allo Stato, ma evidentemente hanno prevalso altre logiche».
Già,
lo Stato. Anche sulla gestione del suo otto per mille non mancano le polemiche. Nel
2001 i tre quarti dei cento milioni di euro di sua competenza sono stati
distolti, con un semplice decreto legge, dagli scopi prefissati. E sono stati
impiegati per finanziare la missione in Albania (con i risvolti militari che ne
conseguono). Nello stesso anno, appena 500 euro sono andati a progetti per
combattere la fame nel mondo. La denuncia arriva dai consumatori dell'Aduc,
che contro l'attuale sistema dell'otto per mille hanno lanciato una campagna che
va avanti da anni. «Non solo lo Stato costringe i cittadini a finanziare le
religioni altrui. Ma si rende protagonista di una vera beffa», spiega il
presidente Vincenzo Donvito. «Se si va a vedere infatti il dettaglio delle
spese dello Stato si scopre che, per esempio, nel 2002 un terzo dei cento
milioni di euro che i cittadini hanno dato allo Stato sono serviti per
ristrutturare beni culturali di proprietà, guarda caso, della Chiesa cattolica».
Otto per Mille dello Stato -Tra cifre che parlano...
(dall'originale, rubrica «La
pulce nell'orecchio» dell'1/4/2002 a cura di Annapaola Laldi, sul sito
dell'ADUC)
L'otto per mille (OPM) è il frutto del nuovo Concordato (1984) fra la
Repubblica italiana e la Santa Sede, e fu ideato dalla Commissione paritetica
chiamata a stilare la bozza della legge che doveva regolamentare le questioni
economiche e finanziarie fra i due Stati. L'unico scopo dell'OPM è quello di
garantire il finanziamento statale alla Chiesa cattolica come tale. A tanto non
si era spinto il Concordato del 1929 che, pur riconoscendo a questa
numerosissimi privilegi - che, peraltro, non sembrano venuti meno - non la
finanziava direttamente, ma si limitava a pagare lo stipendio (congrua) ai preti
titolari di una parrocchia.
DAL DPR 76/98 IN POI
Nell'utilizzazione dell'OPM statale vi è uno spartiacque rappresentato dal DPR
10/3/1998, n.76che detta regole e fissa scadenze per la ripartizione. Questo
decreto stabilisce anche i requisiti che devono avere i soggetti che desiderano
accedere alla ripartizione (è sempre escluso il fine di lucro), e, in
attuazione di tutto ciò è stata emanata dalla Presidenza del Consiglio la circolare
14/2/2001, n.1619.
COME SI FORMA L'OPM DELLO STATO...
È questo il meccanismo in base al quale CHI NON SCEGLIE, in realtà
SCEGLIE TUTTI (salvo, per ora Valdesi e ADI, che hanno rinunciato, a
favore dello Stato, alla quota non espressa che spetterebbe loro).
...E COME VIENE SPESO
ANNO
1°
STANZIAMENTO MINISTERIALE
ASSESTAMENTO
DEL BILANCIO
OPM REALE
SPESE CON
DD.LL.
RIMANENZA PER
DPCM
1998
161.500 (cap. 6878)
+ 13.700
175.200
140.000
80%32.500
20%
1999
198.000 (cap. 6878)
+ 3.240
201.240
166.500
82,75%34.700
17,25%
2000
200.000 (cap.3870)
- 7.254,284
192.745,716
110.000
57,1%82.745,716
42,9%
2001
220.500 (cap. 3870)
- 4.021,292
216.478,708
150.250
69,46%66.228,708
30,54%
ANNO
DECRETI-LEGGE
E LEGGI
INTERVENTO
SPESA
TOTALE ANNO
1998
D.L.30/98, n.6
L.30/3/98, n.61]
Terremoto Umbria
e Marche
35.000
140.000
1999
D.L.28/1/ n.12
[L.29/3/99, n.77]
Invio 150
osservatori OCSE in Kosovo e 250 militari in
Macedonia
40.000
166.500
2000
D.L.7/1/00, n.1
[L.7/3/00, n.44]
Partecipazione
militare a missioni internazionali di pace
110.000
110.000
2001
D.L.29/12/00,
n.393 [L.28/2/02, n.27]
Partec. Militare
missioni intern. di pace e Forze di polizia ital,
in Albania
150.250
150.250
Fame nel
mondo
Calamità
naturali
Assistenza
rifugiati
Conservazione
beni culturali
Totali
Interventi
per Chiesa cattolica
Interventi
per opere civili
4.113
4.885
650
8.224
17.328
35.200
11.69%
13,85%
1,86%
23,27%
49,23%
100%
Fame nel
mondo
Calamità
naturali
Assistenza
rifugiati
Conservazione
beni culturali
Totali
Interventi
per Chiesa cattolica
Interventi
per opere civili
154,446
2.798
828,714
16.794,148
14.164,692
34.740
0,44%
8,1%
2,4%
48,34%
40,72%
100%
Fame
nel mondo1
Calamità
naturali
Assistenza
rifugiati2
Conservazione
beni culturali
Totali
Confessioni
religiose
Opere
civili
Cattolica3
Ebraica
00000
11.160
20.000
25.322
89
26.174,716
82.745,716
0%
13,49%
24,17%
30,63%
0,11%
31,6%
100%
NOTE:
Fame
nel mondo
Calamità
naturali
Assistenza
rifugiati1
Conservazione
beni culturali
Totali
Confessioni
religiose
Opere civili
Cattolica
Ebraica
Valdese
1.000
7.451
6.000
21.481,708
400
800
29.096
66.228,708
1,51%
11,26%
9,08%
32,43%
0,60%
1,20%
43,92%
100%
NOTE:
APPENDICE
L’art.4, comma 2, del DPR 76/98 prevede che sia possibile finanziare per un
nuovo progetto i soggetti che hanno già usufruito di un finanziamento, a patto
che presentino una nuova, documentata istanza.
Beneficiario
1995
1996
1997
1998
1999
2000
2001
Totale
200
410
140
750
23
82,046
105,046
450
200
600
250
420
670
1.200
750
1.950
400
550
950
900
400
1.300
200
200
400
1.000
800
1.223
3.023
900,603
700
1.600,603
320
830
1.150
329
300
629
100
524
624
540
560
1.100
828,714
800
700
2.328,714
500
100
300
450
1.350
200
300
400
900
200
190
390
300
300
1.300
1.900
2.000
1.000
900
1.000
4.900
228
115
343
500
900
1.400
300
100
600
1.000
800
160
960
20.000
6.000
26.000
1.200
1.080
3.080
NOTA BENE:
Quanto «costa» allo Stato il
finanziamento della Chiesa cattolica
di Marcello Vigli
Otto per mille e deduzione fiscale
La suddetta legge 222/85 configura due forme di finanziamento.
Finanziamento indiretto
Al finanziamento diretto alla Cei, si aggiungono altre forme di finanziamento
che, seppure indirette, costituiscono pur sempre un onere per le pubbliche
finanze in primo luogo gli stipendi dei ministri di culto (insegnanti di
religione cattolica nelle scuole e cappellani nelle caserme, nelle carceri e
negli ospedali) impegnati per motivi pastorali in strutture
pubbliche.
Costi «politici»
Questo articolato e complesso sistema di finanziamento non è paragonabile con
nessuno dei sistemi in vigore nei paesi europei siano i paesi scandinavi, i länder
luterani tedeschi o l’Inghilterra, dove la chiesa è di Stato, siano i paesi
cattolici come la Spagna, il Portogallo e il Belgio dove pure sono previste
forme di finanziamento diretto alla Chiesa cattolica. In nessuno di questi
ultimi, eccetto il Lussemburgo, si raggiungono forme così capillari di
integrazione, con gravi conseguenze sul piano istituzionale, e livelli così
elevati di deresponsabilizzazione dei fedeli nei confronti del mantenimento
della loro Chiesa.