Le due teorie che abbiamo appena finito di discutere sono, come si
ricorderà, delle teorie approssimate. Nel metodo O.M. gli elettroni hanno
completa libertà di muoversi all'interno dell'orbitale molecolare e ciò vuol
dire che ciascun elettrone non sente la presenza degli altri elettroni,
con la conseguenza che viene completamente trascurata ogni correlazione tra gli
elettroni ed in particolare la loro repulsione dovuta a forze
coulombiane. Operando
in questo modo nella costruzione della funzione d'onda viene ad essere dato un
ugual peso ai termini ionici e a quelli covalenti. Nel metodo L.V. viene
invece esaltata la correlazione tra gli elettroni e conseguentemente risultano
trascurati i termini ionici (la repulsione coulombiana tra gli elettroni fa si
che la probabilità che due elettroni, ad esempio nella molecola H2.,
si trovino contemporaneamente vicini
ad uno dei due nuclei è praticamente nulla) rispetto a quelli covalenti.
Ambedue i metodi danno delle descrizioni qualitative importanti.
Essi lasciane a desiderare dal punto di vista quantitativo anche se forniscono
valori che sono comunque in buon accordo con i dati che si ricavano dalle misure
sperimentali. Ma ciò che è più interessante è che i
risultati cui conducono le due teorie sono in accordo tra di loro (almeno
nella maggior parte dei casi). Inoltre si è mostrato che se nella teoria
O.M. si toglie un poco di peso ai termini ionici e nella teoria L.V.
si fornisce un poco di peso agli stessi termini, le due teorie tendono
a diventare equivalenti. Per far ciò occorre lavorare con funzioni d'onda più
complicate (con un maggior numero di termini) abbandonando il metodo delle
combinazioni lineari insieme all'accattivante rappresentazione
figurata (o modellistica) del legame chimico.
Ricordato che per la trattazione di problemi complessi, relativi
in particolare a molecole poliatomiche, da un certo punto in poi non vi sono
più distinzioni tra le due teorie, occorre dire che nessuna conclusione
ricavata mediante una teoria è ritenuta buona se non è confermata anche
dall'altra teoria.
2
- Legame metallico
Andando a guardare la tavola periodica degli elementi, si scopre
che la gran parte di essi sono metalli.(1)
Questi, da un punto di vista
macroscopico e quando sono puri (cioè formati da una sola specie di atomi),
godono di peculiari proprietà tra le quali:
1)
buona conducibilità elettrica e termica;
2)
elevata densità (ad eccezione dei metalli leggeri e di quelli alcalini);
3)
elevati punti di fusione e di ebollizione;
4)
molto riflettenti;
5)
duttilità e malleabilità;
6)
struttura cristallina.
Soffermiamoci un istante su quest'ultima proprietà.
Tra le sostanze solide che ci circondano si può iniziare a fare
una prima classificazione in sostanze solide cristalline e sostanze solide
amorfe (ad esempio: cera e vetro). Di queste ultime non ci occuperemo
anche perché ancora oggi vi sono buoni argomenti per non considerarle come
sostanze solide ma piuttosto liquide ad elevata densità.
I solidi cristallini o, in breve, i cristalli sono costituiti da
aggregati di atomi o di molecole organizzati tridimensionalmente in strutture
ordinate formate dalla ripetizione periodica, sempre tridimensionale,
di una particolare struttura base o unitaria. Una classificazione di tutte
le possibili stutture unitarie o reticoli cristallini fu realizzata da
Bravais nel 1848.(2) Egli
individuò 14 reticoli a ciascuno dei quali associò un nome (si veda la figura
54). Ogni cristallo è quindi formato
da una delle strutture elementari mostrate in figura (nelle quali i punti
rappresentano i singoli atomi degli elementi costituenti il reticolo) ripetuta
periodicamente un numero enorme di volte.

(Da
Dekker)
Riguardo poi alle energie di legame(3) misurabili in diversi
cristalli è possibile fare un'ulteriore classificazione empirica dei cristalli
medesimi come mostrato in Tavola 8.
|
Tipo di cristallo
|
Esempi
|
Proprietà
|
|
CRISTALLI A LEGAME
IONICO
|
- Na Cl
- KF
- LiF
|
Alta energia di legame; bassa conducibilità a basse
temperature; conducibilità ionica ad alte temperature; alto punto di
fusione; isolanti; duri e fragili.
|
|
CRISTALLI A LEGAME
COVALENTE (o DI VALENZA)
|
- Diamante
- SiC
|
Alta energia di legame; grande durezza; cattiva conducibilità
elettrica e termica; punto di fusione elevato; alcuni sono
semiconduttori. |
|
CRISTALLI MOLECOLARI
(o A LEGAME DI VAN DER WAALS)
|
- A
-CH4
- molti cristalli
organici
|
Bassa energia di legame; bassi punti di ebollizione e di fusione;
molto compressibili; teneri; cattiva conducibilità elettrica. |
|
CRISTALLI A LEGAME IDROGENO
|
- HF
- Ghiaccio
|
Bassa energia di legame; tendenza a formare gruppi di molte molecole
(polimerizzazione). |
|
METALLI
|
- Cu
- Fe
- Na
- Ag
|
Media energia di legame; spesso malleabili; differenti punti di
fusione; buoni conduttori di elettricità e di calore. |
TAVOLA
8
Oltre
a quelli elencati nella Tavola, che possono essere considerati dei
casi limite, vi sono svariatissimi casi intermedi dovuti alla combinazione di
differenti tipi di legame. Ci si potrà subito rendere conto, proprio
da una attenta osservazione della Tavola 8, che i primi quattro tipi di
cristalli sono degli aggregati di atomi o molecole tenuti insieme da legami che
abbiamo ampiamente discusso nelle pagine precedenti (in particolare un cristallo
ionico o un cristallo covalente può essere pensato come
una molecola gigante).
Sono proprio i metalli (che cristallizzano principalmente nel sistema esagonale
8, cubico a corpo centrato 13 e cubico a
facce centrate 14) che non sono invece immediatamente riconducibili a quanto
fino ad ora abbiamo studiato. Alcune delle proprietà dei metalli ci
fanno certamente capire che in essi vi debbono essere degli elettroni liberi di
spostarsi e dotati di grande mobilità e ciò ci porta all'ulteriore conclusione
che abbiamo a che fare con legami che debbono essere completamente delocalizzati
(poiché siamo in presenza di un gran numero di
elettroni tra di loro vicini). E' un legame con una natura differente
da quelli studiati e per ciò stesso assume il nome di legame metallico.
E poiché l'aspetto che certamente caratterizza meglio i metalli è la
loro buona conducibilità elettrica, i primi approcci alla comprensione
della loro struttura vennero proprio da ricercatori che lavoravano
essenzialmente nel campo dei fenomeni elettrici.
Tralasciando i primi tentativi di spiegare la conducibilità dei
fili metalliici, dovuti a Fechner (1845) e Weber (1846), bisogna arrivare
agli inizi del nostro secolo per avere delle teorie basate su dei fatti
sperimentali relativi alla costituzione della materia (ricordiamo che nel
1897 J.J. Thomson aveva scoperto l'elettrone e ne aveva misurato il
rapporto tra carica e massa e che negli anni immediatamente successivi, con il
contributo di altri innumerevoli sperimentatori, si erano riusciti a confermare
e migliorare i primi risultati di J.J. Thomson, oltreché ad arrivare alla
misura separata della carica e della massa dell'elettrone).
Al fisico tedesco P. Drude(4) si
deve la prima teoria della costituzione dei metalli per rendere conto del
fenomeno della conduzione (1900).
Secondo Drude i metalli si possono considerare formati da ioni positivi
(si ricordi che il nucleo atomico sarà scoperto da Rutherford nel 1911, a
seguito dell'esperienza di Geiger e Mardsen del 1909) immersi in un gas
di elettroni (figura 55) e ciò vuol dire che un metallo è come una scatola
nella quale vi è un gas di elettroni che sono liberamente in moto
(di elettroni liberi ve ne sono in numero dell'ordine di grandezza del numero di
atomi costituenti il metallo, e cioè circa 1023
per cm3). Sarebbero questi elettroni, in un modo non meglio
precisato (una specie di colla universale, buona cioè per tutti gli atomi degli
elementi metallici),
a tener uniti gli ioni così da formare il metallo. La

Figura
55
trattazione
di
Drude si basava sullo studio delle velocità medie degli elettroni all'interno
di questa scatola, con alcune ipotesi relative al rallentamento che essi
subivano quando urtavano contro il reticolo cristallino.
Queste ultime ipotesi erano necessarie per rendere conto della legge di
Ohm (1827) che prevede il passaggio di una corrente stazionaria; senza
l'ipotesi di interazione degli elettroni con il reticolo si dovrebbe ammettere
una corrente che cresce indefinitamente nel tempo, a causa del fatto
che un elettrone sottoposto all'azione di un campo elettrico esterno dovrebbe
accelerare e quindi aumentare la sua velocità nel tempo.
Una trattazione più completa ed esauriente di questo modello fu
realizzata da H.A. Lorentz, tra il 1904 ed il 1905, il quale introdusse, nella
trattazione
del moto degli elettroni, la statistica sviluppata negli anni precedenti da
Maxwell e Boltzmann per la trattazione dei gas oltre ad un modello semplificato
per descrivere gli urti tra gli elettroni ed il reticolo cristallino.
La teoria di Drude e Lorentz spiegava abbastanza bene la conducibilità
elettrica e termica come dovute, appunto, agli elettroni liberi
che si spostano nel metallo mediante un'azione applicata dall'esterno (una
differenza di potenziale o di temperatura). Inoltre l'elaborazione teorica,
almeno quella di Drude,
risultava in perfetto accordo con una legge, ricavata empiricamente nel
1853 da Wiedemann e Franz, secondo la quale, per una data temperatura, il
rapporto tra conducibilità termica ed elettrica è proporzionale alla
temperatura assoluta T, e la costante di proporzionalità è approssimativamente
la stessa per tutti i metalli. Infine un accordo qualitativo la si
aveva nella spiegazione dell'effetto Seebeck (l822), dell'effetto Peltier
(1834) e dell'effetto termoionico (scoperto da Du Fay nel 1733).(5) Era
un
gran successo anche se svariati fatti sperimentali mostravano un disaccordo
con la teoria: la trattazione di Lorentz, contrariamente a quella di Drude,
non era in accordo con la legge di Wiedemann e Franz; non c'era accordo
con
la legge di Dulong e Petit (1820) sui calori specifici dei metalli;(6)
l'andamento della resistività
elettrica risultava dipendente dalla radice
quadrata della temperatura assoluta, mentre sperimentalmente quell'andamento
risultava lineare; infine non rende conto della differenza tra conduttori ed
isolanti (perché alcune sostanze hanno degli elettroni liberi ed
altre no ?) e non spiega come mai la forte correste che può condurre un metallo
diminuisce al crescere della temperatura mentre la debole corrente condotta da
un isolante aumenta con la temperatura.
Prima di andare a vedere da dove sorgevano le difficoltà chiediamoci che
senso ha pensare ad un metallo come ad un insieme di ioni positivi immersi in un
gas di elettroni. Viene subito in mente che tutto ciò sembra
in contrasto con quanto sappiamo dall'elettrostatica; da una parte
gli elettroni, essendo tutti carichi dello stesso segno, dovrebbero respingersi
tra loro e dall'altra dovrebbero essere attratti verso gli ioni positivi in modo
da neutralizzarne la carica. Ma per capire questo fatto, insieme alle difficoltà
incontrate dalla teoria di Drude e Lorentz, occorrerà aspettare i primi
sviluppi della meccanica quantistica: il modello
atomico di Bohr (1913), il principio di Pauli (1925) e la statistica di
Fermi-Dirac (1926). Voler trattare infatti gli elettroni in un metallo come un
gas e quindi applicarvi la statistica dei gas, sviluppata da Maxwell e
Boltzmann, porta ad una serie di incongruenze rispetto a quanto abbiamo
fino ad ora studiato. Le particelle di un gas di atomi non sono soggette
al principio di Pauli contrariamente a quanto avviene per gli elettroni;
abbassando la temperatura di un gas, facendola tendere allo zero assoluto,
dovrebbe teoricamente annullarsi l'energia interna U del gas (si ricordi
che U = 3/2 KT), con K = costante di Boltzrmann e T = temperatura assoluta)
e conseguentemente le velocità medie degli atomi fino ad arrivare alla
situazione che vede tutti gli atomi su un unico livello energetico cui
corrisponde una stessa velocità, che tende a zero. Ben diversa è la situazione
per un gas di elettroni per il principio di Pauli, poiché su
ogni livello energetico possono trovarsi al massimo due elettroni, allo
zero assoluto, quando tutti gli elettroni sono al loro livelle energetico più
basso, si avrà una serie di livelli energetici, a partire da uno
che si troverà più in basso fino ad arrivare al più elevato, ciascuno
dei quali conterrà due elettroni. Il livello energetico più alto occupato da
elettroni allo zero assoluto è chiamato livello di Fermi e ad esso
corrisponde l'energia EF
di Fermi. Questa energia è di svariati elettronvolt e ciò vuol dire
che, allo zero assoluto, gli elettroni che si trovano su questo livello hanno
energie considerevoli.
Confrontando questo risultato con quanto detto prima a proposito
del gas di atomi, si vede subito che nel caso si trattino gli elettroni
come un gas di atomi (e quindi con la statistica di Maxwell-Boltzmann)
si arriverebbe ad una conclusione completamente differente: allo zero
assoluto questi elettroni avrebbero tutti energia zero. Per rendere conto
dellenorme differenza che si ha con la trattazione quantistica di Fermi,
basti pensare che gli elettroni classici per acquistare l'energia che li
porti dal livello E = 0 al livello EF
di Fermi avrebbero bisogno di una
temperatura di circa 10.000 °K.
La statistica di Fermi permette inoltre di calcolarsi l'energia
cinetica media ( Ēc)
degli elettroni allo zero
assoluto, fornendo per essa
il valore:
Ēc
= 3/5 EF
Quando si passa infine a temperatura diverse dallo zero assoluto (ad esempio: a
temperatura ambiente, che corrisponde a circa 300 °K) solo relativamente pochi
elettroni acquistano energie superiori a quella di Fermi.
E' un panorama completamente differente da quello classico che
fu utilizzato da Sommerfeld, Houston, Eckart, Frenkel e Block a partire
dal 1926, per sviluppare la moderna teoria elettronica dei metalli su basi
quanto-meccaniche. In particolare, Sommerfeld riprese (1926) la teoria
degli elettroni liberi nella trattazione di Lorentz e ad essa applicò la
statistica di Fermi-Dirac; la teoria di Sommerfeld è conosciuta come
teoria dell'elettrone libero. Fu Block invece che nel 1928 dette il via
alla teoria nota come teoria delle bande di energia, la quale, per la sua
maggiore potenzialità esplicativa (spiega, al contrario dell'altra, la
differenza esistente tra conduttori, semiconduttori ed isolanti) e predittiva,
è quella che è maggiormente utilizzata.
Non entreremo però
ora sulla strada della spiegazione di queste
due teorie della conducibilità elettrica(7) cercheremo invece di
capire
un poco meglio il tipo
di legame chimico esistente tra i singoli atomi
costituenti un metallo rifacendoci a dei concetti di meccanica quantistica
già ampiamente introdotti.
In modo ancora
molto qualitativo si può dire che in un metallo
gli atomi risultano ben impacchettati tra di loro. Vi saranno dei nuclei
che avranno intorno a sé degli elettroni ben legati: questi nuclei ed
elettroni costituiranno gli ioni positivi che sono ai vertici dei reticoli
cristallini. Oltre agli elettroni legati si dovranno considerare anche
gli elettroni di valenza. Ora, ciascun elettrone di valenza si muoverà
nel campo prodotto da tutti gli ioni positivi ed in quello (medio) prodotto
da tutti gli altri elettroni di valenza (occorre considerare, in questo caso, il
campo medio perché gli elettroni di valenza sono in continuo
movimento rispetto a quello preso in considerazione). Poiché nei metalli
l'ultimo orbitale non è mai completo, si potrebbe pensare che si formi
un legame di tipo covalente tra un atomo ed un suo vicino. Vi sono però
pochi elettroni disponibili perché ciascun atomo possa legarsi con tutti
i suoi vicini (che sono o 8 o 12)(8)
in modo covalente. Ma questa idea non
è
del tutto da scartare anche se la covalenza è debole poiché le orbite
elettroniche di valenza di ciascun atomo risultano solo parzialmente
riempite di elettroni (a volte questi legami sono chiamati elettrondeficienti).
In ogni caso questa parziale covalenza è in parte responsabile
dell'abbassaaento dell'energia
degli elettroni che si trovano vicini a più nuclei
atomici. E si parla di parziale covalenza proprio perché, mentre nel
caso del vero e proprio legame covalente esso era localizzato e direzionale,
ora gli elettroni messi in comune appartengono a più atomi
contemporaneamente (e quindi a tutto il cristallo) con la conseguenza che il
legame
metallico risulta completamente delocalizzato e non direzionale.
Proviamo a vedere se riusciamo a capire meglio applicando, anche
qui, i metodi appena studiati del legane di valenza (L.V.) e dell'orbitale
molecolare (O.M.).
3 - La teoria L.V. per i metalli
Quanto dicevamo a conclusione del paragrafo precedente a proposito del
fatto che si hanno solo delle parziali covalenze nei metalli poiché,
in essi, ciascun atomo ne ha molti vicini a fronte di uno scarso numero di
elettroni, può permetterci di introdurre bene la teoria L.V. per i metalli
con il concetto di risonanza ad essa collegato.
Poiché vi sono molti possibili legami covalenti che si possono creare e,
di fatto, solo qualcuno può crearsi davvero, c'è l'eventualità di
considerare la risonanza tra una gran quantità di strutture. E' bene a questo
punto osservare che il forte legame covalente si instaura sempre (quando
è possibile) tra due atomi che sono tra di loro più vicini di tutti gli
altri. Sembrerebbe che in questo caso non vi possa essere un forte legame: in
realtà è proprio la risonanza tra molteplici strutture che va a fornire
l'energia di legame mancante ad una covalenza pura. In un cristallo di
sodio, ad esempio, ogni atomo ha un solo elettrone da mettere in comune con
un altro atomo e pertanto si dovranno prendere in considerazione tutte le
possibili strutture del tipo:
e così
proseguendo.
Ma, nonostante l'enorme numero di possibili strutture che si possono
costruire in questo modo, andandone a considerare la risonanza e facendosi i
conti, si trova che l'energia di legame è piccola rispetto a
quella misurata sperimentalmente. Pauling ha allora proposto (1948) di
considerare anche la risonanza tra altre strutture in cui due atomi risultano
ionizzati di segno opposto come, ad esempio:
e così
proseguendo.
Il contributo di questa ulteriore risonanza fornisce risultati
molto più vicini a quelli sperimentali. Si deve tener conto però che,
per ammettere queste ultime risonanze in cui due atomi risultano ionizzati,
occorre ipotizzare, per l'atomo che forma un legame in più, la disponibilità
di un orbitale in più. In questo modo il legame addizionale si
formerebbe attraverso ibridizzazione lineare sp.
Ma su questo modo di procedere non sono tutti d'accordo (Hume -Rothery,
1949) e recentemente (1957) sono stati sviluppati altri metodi
che trattano il legame
metallico in termini di orbitali ibridi aventi un
carattere direzionale (Altmann, Coulson, e Hume-Rothery). Ma su questo
non ci soffermeremo.
4
- La teoria O.M. per i metalli
Per quel che riguarda questo paragrafo si può vedere l'articolo n°
25 (La teoria dell'elettrone libero e la teoria delle bande di energia)
pubblicato in questa sezione.
NOTE
(1)
Sono metalli gli elementi 3 e 4; 11,12 e 13; dal 19 al 31; dal 37 al 50;
dal
55 all'84; dall'87 al 103. Sono non metalli gli elementi 1 e 2; dal 5 al
10;
dal 14 al 18; il 35 e il 36; il 53e il 54; l'86. Hanno proprietà intermedie
gli elementi 32, 33 e 34; 51 e 52; 85.
(2)
Lo studio dei reticoli cristallini fu perfezionato, teoricamente e
sperimentalmente, con l'introduzione dei metodi sperimentali: di diffrazione dei
r
ag
gi X ad opera di M. von Laue (1912) e quindi di W.H. e W.L. Bragg (a parti
re
dal 1913); di diffrazione degli elettroni ad opera di Davisson e Germer (1927);
di diffrazione dei neutroni ad opera di Zinn e svariati altri (1946).
(3)
L'energia di legame in un cristallo è l'energia necessaria per separare
il solido in atomi, molecole o ioni.
(4)
II lavoro di Drude fa integrato dal contributo teorico di J.J. Thomson (1900),
che ammise gli elettroni come portatori della corrente, e da quello sperimen
tale di Riecke (1901), che mostrò quanto sostenuto da J.J. Thomson (un'es
perienza più probante in questo senso fu realizzata nel 1916 da Tolman e
Stewart).
(5)
Riferendoci alla figura ed in breve, l'effetto Seebeck consiste nella produzione
di una differenza di potenziale tra i punti
A e B, quando le saldature C e D di una catena
chiusa di conduttori di prima classe, sono
a temperature
differenti. Viceversa, l'effetto Peltier consiste nel fatto che la
saldatura di due metalli diversi che sia attraversata da una corrente elettrica
si riscalda o si raffredda, a
seconda del verso della corrente.
Si osservi che dall'accordo qualitativo della teoria
di Drude—Lorentz si passa a quello quantitativo attraverso la termodinamica.
L'effetto termoionico consiste invece nell'emissione di elettroni da
parte di metalli che siano opportunamente riscaldati. Questo effetto fu studiato
da Edison (1881), Fleming (tra il 1890 e il1896) e Richardson (1912).
(6)
La legge di Dulong e Petit afferma che all'aumentare della temperatura
assoluta dal valore zero, il calore specifico dei solidi aumenta rapidamente
fino a raggiungere un valore pressappoco costante che, per i metalli puri
ad elevate temperature, è circa 3R (con R = costante universale dei gas).
La trattazione teorica di Lorentz non era in accordo con questa legge, poiché
prevedeva sempre il valore 3R per il calore specifico di un solido,
anche a basse temperature (e la legge di Dulong e Petit è una legge empirica).
(7) Per una trattazione dell'argomento si
può vedere R. Renzetti: Un possibile approccio alla teoria dell'elettrone
libero ed alla teoria delle bande
- Periodico di Matematiche, n° 1,
gennaio-marzo 1981. Basti qui dire che la teoria dell'elettrone libero studia il
moto di un elettrone nel cristallo partendo dall'ipotesi che esso sia immerso in
un campo (prodotto dagli ioni e dagli altri elettroni) nullo e quindi in un
potenziale costante; la teoria delle bande studia invece il moto dell'elettrone
partendo dall'ipotesi che esso sia immerso in un campo e
quindi in un potenziale periodico (la periodicità è originata dalla
differenza di comportamento dell'elettrone quando si trova nelle vicinanze di
uno ione rispetto a quando si trova tra due ioni). In definitiva la teoria delle
bande è una trattazione più raffinata dello
stesso problema.
(8)
II fatto che, in un metallo, ciascun atomo ha un gran numero di atomi
che lo circondano, nel linguaggio della cristallografia (differente da
quello della chimica), si suole esprimere dicendo che un metallo ha un
elevato numero di coordinazione (per molti metalli, quelli che cristallizzano
nel sistema esagonale o nel sistema cubico a facce centrate,
questo numero è 12 per quelli che cristallizzano nel sistema cubico
a corpo centrato questo numero è 8).
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