Il manifesto, 03 Giugno 2001
Corridoi
di guerra
Petrolio e gas: L'approvvigionamento
energetico dell'occidente è stato
alle origini delle guerre balcaniche. La regia è statunitense
MICHEL COLLON*
Gli arsenali di Stranamore
L'ATOMICA
INTELLIGENTE
Angelo Baracca
1.La presenza in
Iraq di armi di distruzione di massa e l'eventualità incombente
che Saddam Hussein ne sviluppi quantità ed efficienza fino a
costituire una minaccia irreparabile per la nazione e i valori
americani – che sono per definizione gli stessi
dell'Occidente: «libertà, democrazia, libera impresa» –, un
ostacolo mortale per «la nuova era di sviluppo globale
garantito dal libero mercato e dalla libertà dei commerci», è
– come è noto – l'argomento principe, ossessivamente
ripetuto, che l'Amministrazione Bush (e, con poche e parziali
eccezioni, la corte numerosa di governi capeggiata dal laburista
Blair) ha messo alla base del programma di aggressione contro
l'Iraq e della vera e propria eversione del diritto
internazionale e della stessa Carta dell'Onu, perfezionata nella
sua forma più solenne nella recente National Security Strategy
of U.S. presentata il 17 settembre al Congresso 1.
Del molto controvertibile fondamento di questa motivazione
soprattutto dopo le devastazioni di Desert Storm, anni di
ispezioni Onu e gli effetti dei continui raid aerei; della
responsabilità degli Usa (e di molti dei loro principali
alleati) nella fornitura all'Iraq di Saddam di materiali e know
how per i suoi tentativi di programmi nucleari bellici negli
anni precedenti la prima Guerra del Golfo 2 e per la costruzione
di armi chimiche e biologiche; del progetto di egemonia mondiale
e di controllo delle risorse energetiche planetarie 3 che
motivano molto più verosimilmente il progettato intervento
armato in Iraq, si scrive da parte di fonti numerose e non
sospette e si discute apertamente anche in circoli molto
ufficiali degli stessi Usa. In questo articolo mi sembra utile
concentrare l'attenzione piuttosto su una serie di dati noti in
ambienti ristretti (o accuratamente minimizzati o taciuti) e di
considerazioni che – rovesciando il senso pressoché
plebiscitario della lettura corrente dei fatti da parte della
maggioranza dei media – portano a ristabilire un quadro
attendibile delle dimensioni e delle fonti dei rischi che
minacciano il mondo.
2. È purtroppo vero che il rischio di una guerra nucleare e di
uso di armi di sterminio, chimiche e batteriologiche, è
effettivamente oggi più concreto che in tutti i decenni della
Guerra Fredda, ma esso non viene né da Saddam, né dai paesi
dell'`asse del male' (i quali non si vede perché dovrebbero –
qualora potessero – sferrare un attacco che certamente
porterebbe alla loro cancellazione dalla carta geografica,
destino che i progetti americani e dei loro alleati israeliani
sembrano preparare all'Iraq). È invece proprio da Washington
che viene il pericolo di una catastrofe planetaria innescata da
un `attacco preventivo'. Lo prevede esplicitamente la Nuclear
Posture Review trapelata a gennaio, e sono in corso di
attuazione concrete misure militari per renderlo possibile.
Abbandonando il principio del `contenimento' e della
`deterrenza', enunciato da Truman 50 anni fa, la `dottrina Bush',
sancisce il diritto dell'unica superpotenza di intervenire
militarmente a proprio insindacabile giudizio, ovunque, quando
lo ritenga opportuno, e con qualunque mezzo. Il più tragico dei
paradossi vedrebbe gli Stati Uniti sferrare un attacco nucleare
per... prevenire l'improbabile eventualità che altri lancino
armi di sterminio. D'altra parte, già nel 2000, Mosca ha varato
una nuova Dottrina militare che, rovesciando la tradizionale
opzione sovietica del no first use, consente una risposta
nucleare anche a un attacco convenzionale che colga il paese in
condizioni critiche4.
I progetti in corso, come vedremo, tendono tra l'altro a
cancellare la distinzione tra guerra nucleare e guerra
convenzionale, abbassando minacciosamente la soglia della prima.
Il concetto stesso di `distruzioni di massa' nelle operazioni
militari deve essere notevolmente esteso: infatti, la guerra
nucleare (o almeno radioattiva) è già in corso con l'uso
massiccio dei proiettili a uranio impoverito. Sembra chiaro che
gli Stati Uniti hanno fatto uso di aggressivi chimici nella
Guerra del Golfo 5 (dopo il Vietnam); infine i bombardamenti di
impianti chimici civili, come è accaduto a Pancevo e Novi Sad
in Serbia, producono effetti non molto diversi da quelli
prodotti dall'uso massiccio di aggressivi chimici, colpendo
indiscriminatamente la popolazione civile e le generazioni
future.
3. Occorre in primo luogo fare chiarezza – contro una battente
campagna mediatica minimizzatrice – sulla consistenza e le
prospettive degli arsenali, e sui programmi nucleari.
È vero che i trattati Start stavano conducendo alla riduzione
quantitativa degli arsenali strategici russo e americano a circa
un decimo (5.000-6.000 testate per parte) delle decine di
migliaia che, ai tempi della Guerra Fredda, sostenevano la
strategia della deterrenza e della mutua distruzione assicurata.
Lo Start-2 avrebbe condotto a una ulteriore riduzione a
3.000-3.500 testate per parte nel 2007, se Mosca non lo avesse
disdetto in risposta alla denuncia unilaterale da parte di
Washington del trattato Abm (Anti-Ballistic Missile). Nel giugno
scorso venne dato con grande battage mediatico l'annuncio
dell'accordo Bush-Putin sulla riduzione del numero delle testate
strategiche a 1.700-2.200 per parte. Si evitava di dire che lo
`storico accordo' non era un trattato e che non prevedeva la
distruzione delle testate rimosse. Sicché gli Usa
conserverebbero alla fine 4600 testate (installate o
immagazzinate), senza contare un numero imprecisato – tra
4.000 e 10.000 – di testate tattiche, per le quali non vige
attualmente nessun trattato. Nell'Amministrazione circolavano
proposte per ridurre le testate strategiche a non più di 1500
(ma, ovviamente, anche pressioni opposte); mentre Mosca sa bene
che in futuro non potrà mantenere più di 1.000-1.500 testate
operative.
Ma il punto veramente decisivo è un altro: gli Usa stanno
rinnovando radicalmente il proprio arsenale strategico con
testate nucleari nuove, più efficaci e pericolose. Nel folle
bilancio militare del Pentagono 6 di più di 400 miliardi di $ (mld
$), la spesa per le armi nucleari ha superato abbondantemente la
spesa annuale media dei decenni della Guerra Fredda (3,7 mld $).
Sono infatti in corso mega-progetti per simulare i test nucleari
e progettare nuove testate. Un progetto del costo complessivo di
almeno 67 mld $ in 15 anni (4,5 mld $ all'anno: quasi il triplo
del `Progetto Manhattan' 7, o del `Progetto Apollo') prevede la
realizzazione di fantascientifici super-computer per la
simulazione dei test: che per un computer ordinario
richiederebbe 6,6 milioni di ore di calcolo. Il pretesto
ufficiale è la verifica dell'operatività e della sicurezza
dell'arsenale attuale, ma per tale scopo non è necessaria
questa dimensione di risorse. Lo scorso anno l'Ibm ha realizzato
per il governo il super-computer ASCI White (Advanced Strategic
Computation Initiative) – 1000 volte più potente del suo
predecessore Deep Blue che nel 1997 sconfisse il campione
mondiale di scacchi Gary Kasparov – che è composto di 8192
microprocessori, pesa come 17 grossi elefanti, assorbe per il
raffreddamento acqua quanto ne servirebbe per 765 abitazioni, ed
esegue 12,3 trilioni di operazioni al secondo: ma la simulazione
di un'esplosione nucleare, prevista per il 2005, richiede
l'esecuzione di 100 trilioni di operazioni al secondo.
Anche la Gran Bretagna sta lanciando un progetto analogo da 2
mld di sterline (= 3 mld $), per realizzare mini-testate
tattiche da utilizzare preventivamente contro Stati non-nucleari
o gruppi terroristici: un progetto che asseconda perfettamente
la decisione di Bush del marzo scorso di realizzare nuove
testate Low Yeld capaci di penetrare attraverso 300 metri di
granito prima di esplodere e di distruggere bersagli nucleari
profondi (precedentemente la legge proibiva ai laboratori
nucleari militari di studiare testate di potenza inferiore ai 5
kilotoni).
Un altro progetto di Washington, la National Ignition Facility,
sfonderà certamente il costo previsto di 1,2 mld $ per simulare
nel 2003 (ma subirà ritardi) con 192 laser il calore generato
da un'esplosione termonucleare. L'amministrazione ha poi avviato
la progettazione di un impianto, che costerà da 2 a 4 mld $,
per produrre detonatori al plutonio.
Andrebbe ricordato ai fautori nostrani di una ripresa del
nucleare `civile' che esso si sostiene solo se si affianca a un
sostanzioso programma militare: come mostrano la quasi
bancarotta della società privata British Energy, che gestisce
la metà delle centrali inglesi e i ripetuti scandali per
l'incuria e per gli incidenti, regolarmente occultati del
colosso elettrico giapponese.
4. In secondo luogo, aumentano le pressioni anche per la ripresa
effettiva dei test nucleari sotterranei, ovviamente sempre a
discrezione di Washington: che ormai – dopo la bocciatura del
1999, attribuita alla maggioranza repubblicana contro
l'amministrazione Clinton – ha deciso di non ratificare mai il
Comprehensive Test Ban Treaty (Ctbt). Del resto si tenga
presente che i contestati test nucleari di Chirac del 1995 nel
Pacifico furono condotti anche per conto degli Stati Uniti (con
i quali era stato stipulato un accordo segreto per lo scambio di
dati) per sperimentare una testata a potenza variabile: così
come i test indiani e pakistani del 1998 sperimentarono testate
per conto rispettivamente di Israele e dell'Iran 8. Test
effettivi potrebbero essere necessari per realizzare le testate
Low Yeld.
Intanto Washington, Mosca, Pechino e Parigi conducono test
nucleari sotterranei sub-critici (in cui cioè non si innesca
effettivamente la reazione a catena): gli Usa ne hanno eseguito
a oggi 18 in Nevada, a Los Alamos e al Livermore Laboratory,
mentre il programma segreto Appaloosa prevede simulazioni a
scala naturale di esplosioni nucleari in superficie usando
plutonio-242 come surrogato del plutonio militare.
Preoccupata dal progetto dello scudo anti-missili, la Cina sta
sviluppando indubbiamente programmi nucleari militari e
missilistici: dietro la cattura nell'aprile 2001 dell'aereo spia
americano EP-3E vi era la sorveglianza da parte degli Usa dei
preparativi di un test cinese sub-critico nel poligono di Lop
Noor, che poi venne effettuato. Alcuni anni fa Pechino comprò
da Mosca i dispositivi di contenimento che si utilizzano per
mascherare gli effetti sismici di un test. In Russia molti
scienziati sono frustrati dal rispetto da parte di Mosca del
bando dei test nucleari, proprio mentre Washington decide di non
ratificare il Ctbt e rinnova il proprio arsenale; la percentuale
del budget destinato allo sviluppo delle forze nucleari
strategiche passerà dal 18 al 23-25%. Nel giugno scorso il
ministro della Difesa, pur negando di volere riprendere i test,
ha informato della decisione di mantenere le condizioni
operative e di sviluppare le infrastrutture del poligono
nucleare di Novaya Zemlya (destinato peraltro anche a deposito
di scorie nucleari). Israele ha appena dotato di nuovi missili
Cruise con testata nucleare (com'era ampiamente previsto) tre
sommergibili convenzionali della classe Dolphin acquistati dalla
Germania, aumentando così notevolmente il proprio potenziale
offensivo. C'è da chiedersi con quale faccia le potenze
nucleari potranno presentarsi alla scadenza del rinnovo del
Trattato di Non-Proliferazione nel 2005, di fronte ai paesi non
nucleari che nel 2000 accettarono il rinnovo con la clausola
dell'impegno alla progressiva eliminazioni delle armi e del
rischio nucleari.
Un'ulteriore fonte di tensione e di pericolo è costituito dal
fatto che Washington perpetua l'atteggiamento della Guerra
Fredda mantenendo più di 2000 testate strategiche costantemente
in stato di allerta, pronte a partire in caso di allarme (Launch
on Warning) su bersagli strategici in Russia (quasi 500 puntate
sulla sola area di Mosca). Questo atteggiamento costringe la
Russia e la Cina a fare altrettanto, mantenendo una tensione
permanente e aumentando il rischio di una ritorsione nucleare
per errore. Non solo l'arsenale strategico di Mosca è
decrepito, ma anche l'intero sistema di allarme, radar e
satelliti: dei 43 satelliti militari alcuni non rispondono più,
altri sono al termine della vita operativa, rendendo l'intero
sistema `cieco' per una parte del giorno. I rischi che
provengono dalla Russia originano più dalla sua debolezza che
dalla sua forza.
5. In questo quadro le conseguenze della realizzazione dello
scudo anti-missili saranno molto pesanti. Quando si parla (e non
spesso) di questo scudo, i mezzi di `disinformazione' nostrani
riportano i successi o gli insuccessi dei test della sola
National Missile Defense (Nmd), composta di un sistema radar di
allarme, basato largamente in Europa, e di missili basati a
terra che devono intercettare le testate in arrivo, distinguerle
dalle false testate e da altre esche, e distruggerle mediante
killing Vehicles a impatto diretto. In realtà il sistema che
gli Usa stanno sviluppando è enormemente più complesso e
ambizioso (oltre che costoso): si tratta infatti di una difesa a
più strati (Layered Missile Defense) composta di una
molteplicità di sistemi anti-missile, per distruggere le
testate attaccanti in più modi, i quali riprendono molti
aspetti del progetto reaganiano delle `Guerre Stellari', e
comportano una diretta militarizzazione dello spazio.
È forse opportuno ricordare brevemente che il volo di un
missile balistico viene suddiviso in tre fasi: la fase di spinta
(boost) – in cui i motori sono accesi –, la fase di volo
inerziale fuori dagli strati densi dell'atmosfera, e la fase di
rientro nell'atmosfera: durante la boost phase il missile
sarebbe più facilmente intercettabile, ma i tempi sono
brevissimi e occorrerebbe un sistema di allarme a ridosso del
paese attaccante. Inoltre, i possibili attacchi non comprendono
solo i missili intercontinentali, ma le testate destinate al
campo di battaglia, i missili Cruise, ecc. Tutto questo non
tiene, ovviamente, conto che lo scudo non serve a nulla per
difendersi da attacchi terroristici, non meno micidiali,
condotti in altri modi.
I militari americani lavorano su non meno di 20 programmi di
difesa missilistica: la Nmd è solo uno di almeno otto programmi
principali che si stanno sperimentando 9. L'occhio vitale del
sistema è costituito dal System-Low-the Missile-Warning e dai
satelliti a raggi infrarossi per inseguire la traiettoria. La
Marina ha due progetti: il Navy Area Theater Ballistic Missile
Defense, e il Navy Theater Wide. Anche l'Esercito ha due
progetti: il Thaad (Theater High Altitude Area Defense: un
sistema basato a terra, che dovrebbe proteggere le truppe
dislocate oltremare da missili di teatro), e il sistema Patriot
Pac-3. Vi sono poi due progetti di laser dell'Aviazione: l'Airborne
Laser (portato da un Boeing 747-400, dovrebbe distruggere i
missili durante la salita, a una distanza di non più di 400 km)
e lo Space Based Laser (basato invece nello spazio). I costi
complessivi (probabilmente sottostimati, in particolare per le
spese durante il ciclo di vita dei sistemi, valutato in circa 20
anni) superano – come mostra la Tab. 1 – la cifra
astronomica di 115 mld $.
La Ballistic Missile Defense Organization (Bmdo) prevede la
ricerca simultanea nelle varie aree. L'Amministrazione spinge
per accelerare i progetti, in modo che alcuni possano divenire
operativi prima della fine del mandato di Bush (2004), chiedendo
al Congresso finanziamenti addizionali. I progetti sono soggetti
a continua evoluzione. Il programma di difesa tattica della
Marina Navy Area ha incontrato difficoltà tecniche e se ne
prevede lo spiegamento con forte ritardo rispetto alla data
prevista del dicembre 2003. La Thaad è prevista per il 2007, ma
potrebbe venire anticipata di un anno o due 10. L'Airborne Laser
è previsto per il 2008, ma potrebbe essere anticipato (notizie
recenti riportano però che dovrà essere riprogettato, perché
risulta troppo pesante). 5 o 10 intercettori della Nmd
potrebbero essere dispiegati nel 2004 (sebbene fonti del
Dipartimento di Stato denuncino ritardi), alcuni sistemi basati
in mare potrebbero essere operativi nel 2005. La sperimentazione
dello Space Based Laser è prevista nel 2012 e dovrebbe costare
4 mld $.
I progetti non finiscono qui. Ve ne sono infatti altri
dell'Esercito: il Tactical High Energy Laser, la protezione
mobile per le truppe Medium Extended Air Defense; poi ancora due
programmi sviluppati per Israele: il programma Arrow di difesa
di teatro (testato nelle manovre militari congiunte
Usa-Israele-Turchia del 17 giugno 2001), e il laser anti-razzo.
Bisogna aggiungere inoltre il sistema di satelliti di allarme
Sbirs-High (solo per ricerca e sviluppo si prevedono 8,2 mld $,
più 2,4 mld $ di supporto), la rete della Marina di gestione
del campo Cooperative Engagement Capability, e diversi altri
progetti collaterali. Se questi sono i progetti di difesa dai
missili balistici, i militari denunciano la mancanza di difese
dai missili Cruise (che, dicono, in futuro incorporeranno
capacità stealth): ma si stanno sperimentando sistemi a questo
scopo.
Il progetto di difesa antimissili comporta molte gravi
conseguenze. In primo luogo, oltre all'uscita di Mosca dallo
Start-2 (che consentirebbe tra l'altro la scappatoia di
reinstallare testate multiple sui missili balistici), questo
progetto sta già inducendo una proliferazione nucleare e
missilistica: poiché infatti nessuna difesa di questo tipo può
dare la completa sicurezza di distruggere le testate attaccanti,
la contromisura più efficace di altri paesi consiste
nell'attrezzarsi per saturarla, aumentando il numero di missili
e di testate di un attacco. Sia Mosca che Pechino, oltre a
sviluppare varie contromisure (false testate, esche, ecc.),
testano nuovi missili balistici che possano ingannare le difese
antimissili (veicoli di rientro manovrabili, ecc.).
Molteplici inconvenienti vengono denunciati anche all'interno
degli Stati Uniti. Lo scienziato del Mit Ted Postol critica lo
scudo antimissili ed è in accesa contrapposizione con
l'Amministrazione: in un'intervista al «manifesto» (11.9.2001)
evocava il pericolo che le testate colpite nella fase di spinta
potrebbero cadere in Europa, in Canada o nell'America Centrale.
Sul prestigioso «Bulletin of the Atomic Scientist» di
settembre 2002, Geoffrey Forden denuncia il rischio che
l'intercettazione di una testata con un laser potrebbe essere
non meno disastrosa, con la differenza che le vittime sarebbero
diverse da quelle previste se il missile andasse a bersaglio.
6. Il rischio principale risiede nel pericolosissimo carattere
offensivo che assumerà l'intero sistema. Una delle paranoie
americane consiste nel timore che la supremazia nello spazio sia
destinata a essere compromessa nel prossimo futuro e che questo
metta a rischio la propria sicurezza. Le proposte strategiche
per il futuro (Joint Vision 2010, SpaceCom 2020) vagheggiano di
riconquistare l'egemonia nello spazio – che, secondo queste
analisi, sarebbe compromessa – con un «dominio completo» del
campo di battaglia, basato su un sistema digitale composto di
satelliti di spionaggio, allarme e comando-controllo, difese
missilistiche, piattaforme spaziali dotate di armi ad alta
tecnologia e precisione, in modo da poter colpire qualsiasi
punto del pianeta in pochi minuti (contro i 20-30 impiegati dai
missili balistici). Nell'estate scorsa, nella Conferenza per il
disarmo che si trascina stancamente a Ginevra, gli Stati Uniti
hanno seccamente rifiutato la proposta avanzata dalla Russia e
dalla Cina di discutere un nuovo trattato che limiti la
militarizzazione dello spazio.
La `difesa' anti-missili sarà affiancata da tali sistemi d'arma
offensivi, con una pericolosissima escalation nella
militarizzazione dello spazio. Washington sta studiando un
`bombardiere spaziale', cioè un `veicolo sub-orbitale' lanciato
da un aereo, a velocità 15 volte superiore a quella degli
attuali bombardieri, capace di distruggere da un'altezza di 60
miglia bersagli dall'altra parte del pianeta in 30 minuti: si
tratterebbe di una ulteriore escalation, di un nuovo genere di
guerra stratosferica! Nei prossimi conflitti è previsto l'uso
massiccio di aerei e altri veicoli senza pilota (unmanned),
sperimentati con successo nei Balcani.
Questa paranoia alimenta una spirale inarrestabile. Le nuove
armi convenzionali compromettono qualsiasi stabilità
strategica: la sola scelta che rimane agli altri paesi è
cercare di riequilibrare la situazione puntando su armi di
distruzione di massa a tecnologia meno avanzata, potenziando il
deterrente nucleare, prevedendo la possibilità del ricorso a
qualsiasi mezzo militare, dalle armi chimiche e batteriologiche,
alla guerra ecologica, alla guerriglia e al terrorismo.
Si profilano però altri allarmanti scenari della guerra
tecnologica. Gli Usa hanno allo studio addirittura metodi per
modificare le condizioni atmosferiche per fini bellici. Mentre
sono già stati collaudati nelle ultime guerre metodi di `cyber
war', con i quali disturbare la rete di comando-controllo
dell'esercito nemico, azzerare i computer della difesa aerea
integrata, inserire messaggi ingannevoli (nella guerra dei
Balcani, per indurre i comandi jugoslavi a comunicare mediante
telefoni cellulari, che possono essere facilmente intercettati,
è forse stata disturbata anche la rete telefonica). Secondo gli
esperti si possono inserire dati falsi nei computer nemici,
cancellarne la memoria, inserire virus, perfino modificare gli
stessi sistemi d'arma del nemico (ad esempio, riprogrammare un
missile Cruise nemico in modo che esso inverta la traiettoria e
ritorni sulla nave, o l'aereo, che lo ha lanciato), o riprodurre
la voce di un presidente o comandante comunicando comandi
suicidi alle truppe. Si pensa che 23 paesi possiedano capacità
in questo campo e sono stati riportati attacchi di hackers alle
reti informatiche di vari paesi, anche se ovviamente non è
facile distinguere attacchi isolati da quelli organizzati da
paesi nemici.
Il Pentagono, che chiama questo settore Information Warfare,
aveva creato un centro e un comando militari, SpaceCom (Air
Force Space Command), per gestire le forze di cyber-war, un
Battaglione Spaziale, un Mobile Technology Team, un Laboratorio
di Difesa Spaziale, col compito di coordinare sia la difesa
della rete informatica militare da minacce esterne, sia le
azioni offensive. Ma recentemente è stata annunciata
l'unificazione dei comandi SpaceCom e StartCom, responsabile
delle forze nucleari strategiche, come passo inequivocabile per
prepararsi a sferrare l'`attacco preventivo'.
7. La situazione non è certo migliore per quanto riguarda le
altre armi di distruzione di massa, chimiche e batteriologiche.
Queste ultime costituiscono probabilmente il pericolo maggiore:
tecniche di ingegneria genetica ormai standardizzate, sviluppate
in particolare dalle multinazionali dell'alimentazione per
produrre organismi geneticamente modificati, consentono ormai
anche a un gruppo terroristico in un laboratorio relativamente
modesto di modificare il codice genetico di microrganismi
normalmente ospiti innocui del corpo umano o di piante
alimentari, in modo che essi producano tossine letali o nocive
(gli Stati Uniti hanno condotto ripetuti attacchi a Cuba,
danneggiando l'agricoltura e l'allevamento).
Il disarmo chimico e batteriologico è regolato da due distinte
Convenzioni, la cui operatività attuale risulta però assai
limitata. La responsabilità di questa situazione risale in
larga misura agli Stati Uniti, i quali, mentre accusano i paesi
dell'`asse del male' di sviluppare, detenere e progettare di
utilizzare questi aggressivi, ostacolano o rifiutano in pratica
le verifiche e le ispezioni, per proteggere i segreti
industriali delle loro industrie chimiche e batteriologiche.
La Convenzione sulle armi chimiche, del 1997, è stata
ratificata da 120 paesi, ma gli Stati Uniti si trovano in stato
di violazione, poiché non hanno emanato la legislazione
applicativa e il regolamento per le ispezioni; di conseguenza
anche la Germania e il Giappone stanno ostacolando le verifiche.
Difficilmente potrà essere rispettata la data del 2012
stabilita per l'eliminazione di questi aggressivi. Gli Stati
Uniti dovrebbero aver distrutto circa un quarto (7000
tonnellate) del loro arsenale, mentre alla Russia mancano i
fondi necessari per distruggere le 40.000 tonnellate del proprio
arsenale (stoccato in 7 siti, cui gli esperti stranieri hanno
accesso): recentemente Mosca ha addirittura minacciato di uscire
dalla Convenzione sulle armi chimiche se non le verrà concessa
una dilazione dei termini che questa prevede per l'eliminazione
del proprio arsenale 11. Abbiamo ricordato che è molto
probabile che Washington abbia fatto uso di aggressivi chimici
nella Guerra del Golfo. Con l'arroganza imperiale che ormai li
contraddistingue nei confronti di quasi tutti gli strumenti del
diritto internazionale, poi, nell'aprile scorso hanno preteso il
licenziamento del diplomatico brasiliano Bustani da direttore
generale dell'Organizzazione per la proibizione della armi
chimiche, a causa delle sue iniziative non concordate con
Washington, tra le quali i suoi sforzi per persuadere l'Iraq ad
aderire all'Organizzazione: il 26 luglio è avvenuta la nomina
al suo posto del diplomatico argentino Pfirter, evidentemente più
controllabile.
Ancora più grave è la situazione per la Convenzione sulle armi
batteriologiche, che risale al 1972 e bandisce lo sviluppo, lo
stoccaggio e la produzione di aggressivi batteriologici: sebbene
sia stata ratificata da 144 paesi (comprese tutte le principali
potenze militari), essa non contiene nessun meccanismo per le
verifiche. Ma qui l'arroganza di Washington ha toccato uno dei
punti più grotteschi. Mentre mostra i muscoli e inflessibilità
per le verifiche in territorio iracheno, un anno fa ha
seccamente rifiutato l'accordo faticosamente raggiunto a Ginevra
dopo sette anni di trattative per arrivare a una bozza di
Protocollo per le ispezioni, poiché «metterebbe a rischio la
sicurezza nazionale e informazioni confidenziali», impegnandosi
a ritornare al tavolo delle trattative con nuove proposte:
l'appuntamento era fissato per novembre 2002, ma
l'Amministrazione Bush ha comunicato ai suoi alleati che intende
rinviare ulteriormente le discussioni fino alla prossima
scadenza di revisione nel 2006 12. Recentemente è stata
rivelata l'esistenza nel deserto del Nevada di un laboratorio
segreto in cui, utilizzando le scoperte di ingegneria genetica,
si producono agenti biologici letali: il pretesto è di
effettuare simulazioni per ridurre la minaccia di questi agenti,
ma è evidente che la loro produzione viola comunque la
Convenzione del 1972. Del resto, anche la vicenda delle lettere
all'antrace dopo l'11 settembre ha condotto ad una pista
americana. L'arsenale russo di aggressivi batteriologici rimane
invece l'area ancora più segreta: vi sono ancora tre centri di
ricerca militari in cui gli osservatori stranieri non hanno mai
messo piede; il governo sostiene di avere distrutto l'intero
arsenale, ma i militari sospettano che esistano ancora
consistenti colture.
La situazione è effettivamente gravissima e allarmante: la
minaccia sembra addirittura superiore a quella che il mondo
conobbe durante la crisi dei missili a Cuba, della quale cade
ora l'anniversario. Ma la responsabilità del pericolo attuale
ricade quasi interamente sulla iperpotenza imperiale che, a
differenza del 1962, non trova una adeguata opposizione ai suoi
piani egemonici: di fronte a questo rischio enorme, gravissima
è la responsabilità degli altri governi, che rimangono
subalterni o complici. Soprattutto colpisce la miopia dei
governi dell'Unione europea, i quali non riescono neppure ad
assumere una posizione chiara per arrestare la politica
criminale di Sharon. Perfino Enrico Mattei aveva capito che
verso i paesi arabi occorre una politica autonoma: per questo fu
assassinato.
note:
1 Leggine ora la traduzione italiana integrale in
«Liberazione», 13 ottobre 2002.
2 Che dietro il progetto nucleare di Saddam –
bloccato nell'81 dal bombardamento israeliano di Tamouz e poi
definitvamente disintegrato durante la prima Guerra del golfo
– vi fosse, insieme a quello fondamentale della Francia, il
ruolo degli Stati Uniti è confermato dal fatto che, appena
dieci mesi prima dello scatenamento di Desert Storm,
all'aeroporto di Londra furono intercettati 41 detonatori
nucleari di costruzione statunitense destinati a Saddam. Ma sul
ruolo di Washington nella proliferazione nucleare è d'obbligo
rinviare a un saggio di eccezionale interesse di Dominique
Lorentz, Affaires Nucléaires (Paris, Les Arènes, 2001), che
riscrive la storia dell'ultimo mezzo secolo in tema di
proliferazione nucleare (cfr. anche due recensioni sul fascicolo
di ottobre 2002 di «Guerre e Pace», e sul fascicolo di
maggio-agosto di «Giano»). Documenti ufficiali dell'Onu e il
Comprehensive Test Ban Treaty riconoscono esplicitamente che ben
44 paesi «dispongono delle capacità tecniche per sviluppare un
armamento atomico» («Le Monde», 15.10.99; almeno i 35 paesi
riportati in corsivo hanno avuto la tecnologia, direttamente o
indirettamente, da Washington: Algeria, Argentina, Australia,
Austria, Bangladesh, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile,
Cina, Colombia, Corea del Nord, Corea del Sud, Egitto,
Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Giappone, India,
Indonesia, Iran, Israele, Italia, Messico, Norvegia, Olanda,
Pakistan, Peru, Polonia, Repubblica del Congo, Romania, Russia,
Slovacchia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Turchia,
Ucraina, Ungheria, Vietnam).
3 Dopo che per decenni ci è stato detto che le
risorse petrolifere saranno sufficienti per decenni o secoli,
risulta invece ormai chiaro che nel giro di pochi anni si
raggiungerà il picco nel ritmo di estrazione del petrolio e del
gas naturale, cui seguirà una progressiva e inarrestabile
contrazione (ciò è dovuto al fatto che ben prima che un pozzo
si esaurisca si raggiunge un limite al quale per estrarre il
petrolio occorre più energia di quanta non ne contenga); mentre
la domanda di petrolio continua a lievitare. V. ad es. A. Di
Fazio, in Aa. Vv., Contro le Nuove Guerre (a cura di M.
Zucchetti), Odradek, 2000; e Ritt Goldstein, «il manifesto»,
10.10.2002.
4 Vale la pena di ricordare che Washington non ha
mai rinunciato all'opzione del first use dell'arma nucleare:
qualche anno fa ridicolizzò la timida proposta del ministro
degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, di rivederla («International
Herald Tribune», 24.11.1998).
5 Lo ha sostenuto Wouter Basson, l'eminenza grigia
che stava dietro il programma di guerra chimica del governo
dell'apartheid sudafricano, in una testimonianza all'Alta Corte
di Pretoria sulla distruzione di questo arsenale, sostenendo che
i filmati sulla resa delle truppe irachene mostravano
chiaramente nell'espressione dei soldati gli effetti di tali
aggressivi («India Times», 28.7.2001: ). Altri indizi dell'uso
di aggressivi chimici vennero portati già subito dopo la fine
della guerra.
6 Cfr. M.T. Klare, Supemazia militare permanente,
«la rivista del manifesto», settembre 2002, p. 49-52.
7 È il progetto che si concluse con la costruzione
delle bombe atomiche sganciate il 6 agosto 1945 su Hiroshima e
il 9 su Nagasaki.
8 Si veda il saggio citato in nota 2.
9 John M. Donnely, «Defence Week», 2.4.2001.
10 M. Selinger, «Aerospace Daily», 14.6.2001.
11 «Moscow Times», 8.10.200202, p.4.
12 Peter Slevin, U.S. abandons Germ Warfare Accord,
«Washington Post», 19.9.2002. Angelo Baracca (baracca@fi.infn.it)
insegna al Dipartimento di Fisica dell'Università di
Firenze.Questo articolo rielabora e aggiorna uno scritto dello
stesso autore apparso, con il titolo Torna l'incubo nucleare,nel
fascicolo di ottobre di «Guerre e Pace»
(http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/default.htm).
Il manifesto
Ataque a Sudan
(En
la fabrica sudanesa solo habia medicinas)
In Sudan una fabbrica di medicinali, tanto
collusa con il terrorismo
islamico da ricevere commesse persino dalle Nazioni
unite. In Afghanistan strutture per l'addestramento
militare costruite
con soldi americani durante la guerra contro
l'occupazione sovietica e una casa dove un tempo
abitava la "primula
rossa" Osama bin Laden, il saudita che in
queste ore
sta rubando a Saddam Hussein la palma di uomo più
cattivo della terra.
Una ventina i feriti nell'attacco contro l'impianto
alla
periferia di Khartoum, la capitale sudanese, mentre
i missili cruise
esplosi in Afghanistan nella regione di Khost e di
Islamabad avrebbero fatto
26 morti, tra cui cinque pachistani e 53 feriti. Questo è il
bilancio - per quanto riguarda la perdita di vite
umane non
certo definitivo - delle operazioni chirurgiche via
missile che gli Usa
hanno condotto a partire dalle loro navi da guerra
che
incrociavano nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.
"Abbiamo inflitto danni considerevoli ai
campi dei terroristi", ha
commentato il consigliere Usa per la sicurezza
nazionale
Sandy Berger, ma il "loro" uomo, bin
Laden è ancora vivo e vegeto e
minaccerebbe azioni di rappresaglia contro
obiettivo
americani, sostiene il direttore del giornale arabo
con sede a Londra
al-Quds al-Arabi, che dice di avere raggiunto per
telefono in Afghanistan un portavoce della
"primula rossa". Ancora ieri
bin Laden ha ribadito a un giornale pachistano di
essere
"totalmente estraneo" agli attentati di
due settimane fa che hanno
ucciso 257 persone nelle ambasciate americane di
Kenya
e Tanzania. Eppure i talebani erano pronti a
consegnare bin Laden agli
Stati uniti se questi "avessero dimostrato i
suoi
legami con il terrorismo", ha detto alla Cnn
il rappresentante dei
talebani a New York, Noorulla Zadran. Con le
incursioni
di giovedì "hanno dato un terribile esempio
al resto del mondo". Alcuni
giornalisti che sono riusciti a raggiungere la zona
dell'Afghanistan colpita dai missili hanno visto
crateri di circa dieci
metri di diametro. I cruise avrebbero distrutto,
tra gli
altri, il campo di Hakrat-ul-Mujaheddin, dove si
addestravano
guerriglieri musulmani del Kashmir. I talebani,
intanto hanno
scatenato la protesta dei lorosostenitori. Hanno
dichiarato uno sciopero
generale nella loro roccaforte, la città di Kanfahar,
dove la folla ha invaso le strade cantando slogan antiamericani. Alcune
migliaia di persone hanno saccheggiato a Jalalabad
la sede dell'Onu, il cui personale era già stato
evacuato.
Le reazioni
Dimostrazioni anche nella città pachistana di
confine di Peshawar, dove
la polizia ha sparato per disperdere tremila
profughi
afghani che manifestavano contro i raid. A Kabul,
ieri mattina, è stato
ferito, ma non in modo grave, il tenente colonnello
italiano Carmine Calò, impegnato nella missione
dell'Onu in Afghanistan,
colpito da un proiettile mentre attraversava la
città
su un auto delle Nazioni unite. L'episodio ha
convinto tutte le agenzie
dell'Onu e le Ong a evacuare il proprio personale
del
paese.
Nella regione soltanto il governo anti-talebano dell'Afghanistam
capeggiato da Rabbani e tuttora riconosciuto dall'Onu
ha
espresso il suo appoggio alla prova di forza Usa e
alla "nobile
battaglia" contro il terrorismo. Anche il
Pakistan, alleato
regionale dell'America, ha preso le distanze dai
raid. Il primo ministro
Nawaz Sharif ha espresso la sua indignazione per
telefono a Clinton, tanto più che per arrivare a
bersaglio, i missili
avrebbero sorvolato lo spazio aereo pachistano. E
manifestazioni antiamericane hanno attraversato
tutto il paese da
Islamabad a Karachi. Il governo aveva prima
annunciato e
poi smentito la notizia che uno dei missili fosse
caduto sul suo
territorio.
Reazioni feroci ai raid arrivano anche dal
Sudan, dove la precisione
balistica americana ha raggiunto un risultato a dir
poso
imbarazzante. Ad essere colpita è stata infatti la
fabbrica Al Shifa,
specializzata nella produzione di medicinali.
L'impianto
aveva un contratto con l'Onu per produrre medicine
destinate all'Iraq,
nell'ambito del piano "petrolio contro
cibo" realizzato
(parzialmente) dalle Nazioni unite per alleviare le
terribili
conseguenze per la popolazione irachena
dell'embargo
internazionale.
L'Onu ha confermato ieri che farmaci di
quell'impianto - antimalarici e
farmaci per bambini - per un valore di 200.000
dollari sono stati consegnati nel gennaio scorso
all'Iraq con tanto di
timbro Onu. Il governo sudanese - che accusa
l'America di avere sferrato l'attacco non da navi
al largo del Mar
Rosso, bensì da cinque cacciabombardieri penetrati
in
Sudan - ha deciso ieri di ritirare la propria
delegazione diplomatica
dagli Usa e di presentare un ricorso al Consiglio
di
sicurezza per chiedere che una commissione
d'inchiesta internazionale compi un sopralluogo a Khartoum e
accerti la reale natura della fabbrica colpita.
Per il momento, tuttavia, il COnsiglio di
sicurezza tace. Nessuno ha
sollevato la questione dei raid nella riunione a
porte
chiuse che si è svolta ieri, ha detto il
presidente di turno del
Consiglio, lo sloveno Danilo Turk. E il Segretario
generale
Annan ha rinnovato soltanto la sua
"preoccupazione" per i fatti di Sudan
e Afghanista, esprimendo la condanna per il
terrorismo in tutte le sue forme. Non tacciano
invece i paesi arabi.
"Profonda inquietudine per attacchi che
minacciano la
sicurezza e la stabilità del Medio oriente"
è stata espressa da Mohamed
Ismail, il responsabile per gli affari
internazionali
della Lega "Gli attacchi tipo Rambo
non risolveranno mai il problema del terrorismo internazionale -
ha dichiarato - e non sradicheranno mai le cause
della violenza.". A Tripoli, in Libia, il
colonnello Gheddafi ha
personalmente diretto una manifestazione di
protesta.
Come combattere il terrorismo (islamico?) ricorrendo al terrorismo
L incursione militare americana sul Sudan e
l'Afghanistan - che non è
stata la prima e, come ci dicono, "non sarà
l'ultima" -
suggerisce un paio di considerazioni.
1 - Gli Stati uniti d'America, in quanto potenza
leader del mondo, ed
espressione massima della democrazia, hanno il
diritto, oltre alla forza, di intervenire ovunque
siano "minacciati i
loro interessi", ovvero - più prosaicamente -
per
"rappresaglia" o per
"vendetta"?
Se hanno questo diritto, hanno fatto benissimo a
bombardare il Sudan e
l'Afghanistan l'altro ieri e domani chissà chi (i
bersagli non mancano). Come ha detto Clinton alla
nazione e poi
specificato il ministro della difesa Cohen,
"il messaggio è
chiaro: non c'è santuario per loro" (i
terroristi) e "non c'è limite
alla nostra determinazione a difendere i nostri
interessi, le
nostre idee contro
questi attacchi vigliacchi".
Il punto è che essendo gli Usa l'ormai unica e
incontrastata
super-potenza planetaria i loro
"interessi" e la loro "sicurezza
nazionale" tendono sempre più a coincidere
con i quattro angoli del
mondo (persino la derelitta Africa, e gli effetti
si
vedono).
Se si riconosce all'America il diritto alla
"rappresaglia" e alla
"vendetta" - sia pure in chiave
contro-terrorista (all'israeliana,
per intendersi) - allora i bombardamenti sul Sudan
e l'Afghanistan - e
gli altri che verranno - sono più che legittimi,
doverosi.
(Ma allora perché l'ambasciatore Usa all'Onu,
Richardson, ricorre al
pietoso espediente di scrivere al Consiglio di
sicurezza
per dire che la rete terrorista del temibile Osama
bin Laden "non ci ha
lasciato un'alternativa all'uso della forza" e
si appella
all'articolo
51 della carta delle Nazioni unite che sancisce il
diritto
all'autodifesa?.) E avrebbe anche ragione il
sottosegretario agli esteri
italiano Fassino che giudica la risposta
americana "prevedibile e
inevitabile" anziché protestare - o almeno
notare - per la
reiterata e teorizzata pratica terrorista nella
lotta al terrorismo
della prima potenza democratica del mondo.
Se al contrario non si riconosce agli Usa questo
diritto, bombardamenti
come quelli su Sudan e Afghanistan - stati
discutibili
e discussi ma pur sempre, in teoria, sovrani - non
possono essere
definiti alttrimenti che terrorismo. Del tutto
simile, se non
dal punto di vista tecnologico, a quello praticato
dai terroristi,
islamici o cristiani o ebrei, che hanno piazzato le
bombe a
Nairobi e
Dar es Salaam, e di cui dovrebbe occuparsi - come
ha detto il vecchio
Tony Benn alla Bbc richiamandosi alla
"politica delle
cannoniere" d'antan - il neonato (e forse già
morto) Tribunale penale
internazionale.
2 - Si discute molto, adesso, se il
"Go!" dato da Clinton ai suoi Rambo
sia solo un tentativo di distogliere l'attenzione e
la
pressione dallo stucchevole affaire fra lui e
Monica, o se invece sia
indipendente dal sexgate. Probabilmente le due cose
vanno insieme e per quanto riguarda gli effetti la
differenza non è
molta. In un caso saremmo di fronte a un uso
spudoratamente cinico del potere, sulla base di
quello che in America
chiamano "around the flag rally effect",
l'effetto del
richiamo della bandiera che dimostra anche in
questo caso di funzionare
se è vero che i sondaggi dicono che l'80% degli
americani è d'accordo con i
bombardamenti. Nell'altro caso saremmo di fronte a
un uso politicamente
brutale, e ben noto, del potere. Che, in entrambi i
casi, non servirà a smantellare il terrorismo e
anzi, di certo, renderà
gli "interessi" americani nel mondo
sempre più appetibili.
Lettera del vescovo
della Florida al presidente Bush
Domenica, 29 dicembre2002
lei non ha raccontato al popolo americano la verità sul perché siamo
bersaglio del terrorismo quando ha spiegato perché avremmo bombardato l'Afganistan
e il Sudan. Lei ha detto che siamo bersaglio del terrorismo perché difendiamo
la democrazia, la libertà e i diritti umani nel mondo. Che assurdità, Signor
Presidente! Noi siamo bersaglio dei terroristi
perché, nella maggior parte del mondo, il nostro governo difende la dittatura,
la schiavitù e lo sfruttamento umano. Siamo bersaglio dei terroristi perché
siamo odiati. E siamo odiati perché il nostro governo ha fatto cose odiose.
In quanti paesi agenti del nostro governo hanno deposto dirigenti eletti dal
popolo, sostituendoli con militari-dittatori, marionette desiderose di vendere
il loro popolo a corporazioni americane multinazionali? Abbiamo fatto questo in
Iran quando i marines e la Cia deposero Mussadegh perché aveva intenzione di
nazionalizzare il petrolio. Lo sostituimmo con lo scià Reza Pahlevi e armammo,
allenammo e pagammo la sua odiata guardia nazionale Savak, che schiavizzò e
brutalizzò il popolo iraniano per proteggere l'interesse finanziario delle
nostre compagnie di petrolio. Dopo questo
sarà difficile immaginare che in Iran ci siano persone che ci odiano?
Abbiamo fatto questo in Cile. Abbiamo fatto questo in Vietnam. Più
recentemente, abbiamo tentato di farlo in Iraq. E, è chiaro, quante volte
abbiamo fatto questo in Nicaragua e nelle altre Repubbliche dell'America Latina?
Una volta dopo l'altra, abbiamo destituito dirigenti popolari che volevano che
le ricchezze della loro terra fossero divise tra il popolo che le ha prodotte.
Noi li abbiamo sostituiti con tiranni assassini che avrebbero venduto il proprio
popolo per ingrassare i loro conti correnti privati attraverso il pagamento di
abbondanti tangenti affinché la ricchezza della loro terra potesse essere presa
da imprese come la Sugar, United Fruits Company, Folgers e via dicendo.
Di Paese in Paese, il nostro governo ha ostruito la democrazia, soffocato la
libertà e calpestato i diritti umani. È per questo che siamo odiati in tutto
il mondo. Ed è per questo che siamo bersaglio dei terroristi.
Il popolo canadese gode di democrazia, di libertà e di diritti umani, così
come quello della Norvegia e Svezia. Lei ha sentito mai dire che un'ambasciata
canadese, svedese o norvegese siano state bombardate?
Noi non siamo odiati perché pratichiamo la democrazia, la libertà e i diritti
umani.
Noi siamo odiati perché il nostro governo nega queste cose ai popoli dei paesi
del terzo mondo, le cui risorse fanno gola alle nostre corporazioni
multinazionali.
Quest'odio che abbiamo seminato si ritorce contro di noi per spaventarci sotto
forma di terrorismo e, in futuro, terrorismo nucleare.
Una volta detta la verità sul perché dell'esistenza della minaccia e della sua
comprensione, la soluzione diventa ovvia.
Noi dobbiamo cambiare le nostre pratiche. Liberarci delle nostre armi
(unilateralmente, se necessario) migliorerà la nostra sicurezza.
Cambiare in modo drastico la nostra politica estera la renderà sicura.
Invece di mandare i nostri figli e figlie in giro per il mondo per uccidere
arabi in modo che possiamo avere il petrolio che esiste sotto la loro sabbia,
dovremmo mandarli a ricostruire le loro infrastrutture, fornire acqua pulita e
alimentare bambini affamati. Invece di continuare a uccidere migliaia di bambini
iracheni tutti i giorni con le nostre sanzioni economiche, dovremmo aiutare gli
iracheni a ricostruire le loro centrali elettriche, le stazioni di trattamento
delle acque, i loro ospedali e tutte le altre cose che abbiamo distrutto e
abbiamo impedito di ricostruire con le sanzioni economiche.
Invece di allenare terroristi e squadroni della morte, dovremmo chiudere la
nostra Scuola delle Americhe. Invece di sostenere la ribellione e la
destabilizzazione, l'assassinio e il terrore in giro per il mondo, dovremmo
abolire la Cia e dare il denaro speso da essa ad agenzie di assistenza.
Riassumendo, dovremmo essere buoni invece che cattivi.
Chi tenterebbe di trattenerci? Che ci odierebbe? Chi vorrebbe bombardarci?
Questa è la verità, signor Presidente. È questo che il popolo americano ha
bisogno di ascoltare.
mons. Bowman, vescovo della Florida
NON NEL
NOSTRO NOME
Appello degli intellettuali e degli artisti nordamericani contro la guerra
Risposte alla sinistra dei Cruise
Attraverso
la polemica nei confronti della sinistra moderata statunitense, l'autore propone
una serie di argomentazioni utili nella mobilitazione contro la guerra che si
prepara. Di Edward Herman. Da Znet-Italia.
Traduzione di Sergio De Simone. Gennaio 2003.
ELEMENTI PARALIZZANTI
1. Mani sporche
3. Due pesi, due misure
4. Il piano segreto
5. La corruzione dell'ONU
6. I costi della guerra
Il
"futuro prev
«L'uomo del futuro sarà colui
che avrà la memoria più lunga »
F. Nietzsche