L'idea
ossessiva di Bush su Bagdad si basa su molte ragioni. In altri articoli che ho
scritto per YellowTimes.org, feci allusione non tanto alle ovvietà delle
ragioni addotte contro l'Iraq, bensì alla guerra di Bush contro l'Europa. Io
credo che questa sia la ragione principale della fissazione con l'Iarq.
Quando un paese va in guerra, si preparano piani su chi sarà vittorioso e su
chi perderà; nessuno scatena una guerra sperando di essere sconfitto, però non
sempre l'obiettivo manifesto dell'aggressione é l'obiettivo vero della guerra.
A volte non si tratta di quel che speri di ottenere con la guerra, bensì di
quello che gli altri perderanno; e non deve per forza essere un tuo nemico
dichiarato quello che ti aspetti che soffrirà le conseguenze maggiori della
guerra.
In questo caso, Bush spera che la vittima sia l'economia europea, che é robusta
e probabilmente sarà ancor più forte in un futuro vicino. L'ingresso della
Gran Bretagna nell'Unione Europea é inevitabile; la Scandinavia lo fará in
tempi ravvicinati. A maggio del 2004, entreranno dieci nuovi paesi e questo fará
aumentare il PIL dell'UE a circa 9,6 trilioni di dollari e 280 milioni di
persone, di fronte ai 10,5 trilioni di dollari e 280 milioni di persone degli
USA. Questo, per i nord-americani, é un formidabile blocco concorrente; ma la
situazione é molto più complessa di quel che indicano queste cifre. E molto
dipende dalla piega che prenderanno gli avvenimenti in Iraq.
Come tanti altri, ho scritto che questa guerra che é alle porte si combatterà
per il petrolio. Sicuramente vi sono altre ragioni, però il petrolio é la
causa scatenante. Ma non per le ragioni che comunemente si adducono.
Non é per le enormi riserve ancora vergini che si ritiene esistano in Iraq, che
non sarebbero state sfruttate a causa delle sue antiquate tecnologie; non é per
le brame del governo USA di mettere le zanne su questo petrolio. E' piuttosto
per le zanne che i nord-americani vogliono mantenere lontano da lì.
La causa di tutto questo non é l'11 di settembre, né l'improvvisa
illuminazione che Saddam continuava ad essere un tipo ripugnante, né il cambio
di governo negli Stati Uniti. Quel che ha accelerato le cose é stata la
decisione presa dall'Iraq il 6 di novembre del 2000: sostituire il dollaro con
l'euro nel suo commercio petrolifero. Allora, questo cambio sembrò uno stupido
capriccio, perché l'Iraq stava perdendo una gran quantità di utili a causa di
una dichiarazione politica di principio.
Però prese questa decisione, e il deprezzamento continuo del dollaro nei
confronti dell'euro, sta a significare che l'Iraq fece un buon affare cambiando
riserve monetarie e divise per il commercio del proprio petrolio. Da quel
momento, l'euro si é rivalutato del 17% sul dollaro, cosa che si deve applicare
pure ai 10 bilioni di dollari del fondo di riserva dell'ONU "petrolio per
cibo".
Sorge una domanda che, probabilmente, si é posto anche Bush: che succederebbe
se l'OPEC passasse all'euro?
Alla fine della seconda guerra mondiale, nella conferenza di Bretton Woods venne
firmato un accordo che fissava il valore dell'oro a 35 dollari l'oncia e con
questo divenne lo standard internazionale con il quale si misuravano le monete.
Però nel 1971, Nixon cancellò tutto questo, e il dollaro divenne lo strumento
monetario principale, e solo gli USA possono produrlo. Il dollaro oggi é una
moneta priva di copertura, sopravalutato, nonostante il record del deficit di
bilancio e lo status di paese più indebitato del mondo. Il 4 di aprile del
2002, il debito era di 6021 trilioni di dollari a fronte di un PIL di 9 trilioni
di dollari.
Il commercio internazionale é diventato un meccanismo grazie al quale gli USA
producono dollari e il resto del mondo produce quel che i dollari possono
comprare. Le nazioni non commerciano più per ottenere "vantaggi
comparativi", ma solo per ramazzare dollari da destinare al pagamento del
debito estero, che é fissato in dollari. E per accumulare dollari nelle riserve
monetarie con la finalità di preservare il valore delle monete nazionali. Le
banche centrali delle nazioni, per prevenire attacchi speculativi alle proprie
monete, sono costrette a comprare o trattenere dollari, in una misura
equivalente all'ammontare del proprio circolante.
Tutto ciò crea il meccanismo del dollaro forte che, a sua volta, obbliga le
banche centrali ad immagazzinare dollari, cosa che rende ancor più forte il
dollaro. Questo fenomeno é conosciuto come "egemonia del dollaro" e
fa sì che le merci strategiche -soprattutto il petrolio- siano quotate in
dollari. Tutti accettano i dollari perché con essi si può comprare il
petrolio.
Dal 1945, la forza del dollaro consiste nell'essere la divisa internazionale per
gli interscambi petroliferi globali (petro-dollari). Gli USA stampano centinaia
di migliaia di miliardi di dollari senza nessun tipo di copertura:
"petro-dollari" che sono usati dalle nazioni per pagare la fattura
degli energetici agli esportatori dell'OPEC. Ad eccezione dell'Iraq e,
parzialmente, del Venezuela.
Questi petro-dollari sono poi riciclati nuovamente dall'OPEC negli USA, sotto
forma di lettere del tesoro o altri titoli con denominazione in dollari: azioni,
beni immobiliari ecc. Il riciclaggio dei petro-dollari rappresenta il beneficio
che, dal 1973, gli USA ricevono dai paesi produttori di petrolio per
"tollerare" l'esistenza dell'OPEC.
Le riserve di dollari debbono essere investite nel mercato nord-americano, cosa
che, a sua volta, produce utili per l'economia USA. L'anno scorso, nonostante un
mercato in netto ribasso, l'ammontare delle riserve USA é cresciuto del 25%.
L'eccedente nei conti dei capitali finanzia il deficit commerciale.
Dato che gli USA creano "petro-dollari", loro controllano il flusso
del petrolio. Siccome il petrolio si paga in dollari e questa é l'unica moneta
accettata in questi scambi, si arriva alla conclusione che gli USA possiedono il
petrolio del mondo gratis.
Di nuovo: che succederebbe se l'OPEC decidesse di seguire l'esempio dell'Iraq e
cominciasse a vendere il petrolio in euro? Una esplosione economica. Le nazioni
importatrici di petrolio dovrebbe mettere in uscita i dollari dalle rispettive
riserve delle banche centrali, e rimpiazzarli con gli euro. Il valore del
dollaro precipiterebbe, e le conseguenze sarebbero quelle di un qualsiasi
collasso di una moneta: inflazione alle stelle (vedi Argentina), i fondi
stranieri in fuga dal mercato dei valori nord-americano e ritiro dei fondi dalle
banche come nel 1930 ecc.
Tutto questo non avverrebbe solo negli USA. Il Giappone ne uscirebbe severamente
castigato, data la sua totale dipendenza dal petrolio straniero e l'incredibile
sudditanza al dollaro. Se crollasse l'economia giapponese, crollerebbero quelle
di molti paesi -non escluso gli USA- in un effetto domino.
Questi sarebbero gli effetti potenziali di un "improvviso" passaggio
all'euro. Un cambio più graduale sarebbe più gestibile, ma altererebbe
ugualmente l'equilibrio finanziario e politico del mondo. Vista la vastità del
mercato europeo, la sua popolazione e la sua necessità di petrolio (ne importa
più degli USA), l'euro potrebbe rapidamente diventare -di fatto- la moneta
standard per il mondo.
Esistono buone ragioni perché l'OPEC -come gruppo-segua l'esempio dell'Iraq e
adotti l'euro. Non vi é dubbio (dopo tanti anni di umiliazioni subite dagli
USA) che potrebbero approfittare delle circostanze per emettere una
dichiarazione politica di principi. Ma esistono anche solide ragioni economiche.
Il poderoso dollaro ha regnato incontrastato dal 1945 e negli ultimi anni ha
guadagnato ancor più terreno con il dominio economico USA. Alla fine degli anni
‘90, più dei quattro quinti delle transazioni monetarie e la metà delle
esportazioni mondiali, sono avvenute in dollari. L'obiettivo della guerra di
Bush contro l'Iraq, naturalmente, é assicurarsi il controllo di quei giacimenti
e porli sotto il segno del dollaro; successivamente passerà ad incrementare
esponenzialmente la produzione e forzare i prezzi al ribasso. Alla fin fine,
l'obiettivo di Bush é scongiurare con minacce di ricorrere alle vie di fatto,
che qualsiasi paese produttore passi all'euro.
A lungo termine, il vero obiettivo non é Saddam, é l'euro e l'Europa. Gli USA
non se ne staranno con le mani in mano ad assistere allo spettacolo di questi
"ultimi arrivati" degli europei che tengono in pugno le redini del
loro destino. E men che mai, che assumano il controllo della finanza
internazionale. Naturalmente, tutto dipende dal folle piano di Bush e,
soprattutto, che non scateni la terza guerra mondiale.
Sull'imperialismo, l'uranio, la Nato, la Palestina e altro ancora
di Fulvio Grimaldi
Petrolio e guerra dietro il crack della Enron
di Stefano Mannucci
(Il Tempo del 29/01/2002)
Enron-petrolio,
il binomio che fa tremare la Casa Bianca
di Giuseppe De Bellis
31/01/2002
Affari, politica, assetto internazionale, accordi
commerciali: ecco il quadro che unisce il fallimento della corporation
finanziatrice della campagna elettorale di George W. Bush e il conflitto afghano.
Una storia che ha tutto l’aspetto di un intrigo. E che affonda le sue radici
nel 1994.
Il progetto. La Unocal corporation, una delle tre più importanti compagnie al
mondo nel campo dello sfruttamento delle risorse energetiche, comincia a
lavorare all’idea di costruire un oleodotto che attraversi l’Asia centrale.
Vengono individuate tre possibili soluzioni. La prima è quella di dirigersi
verso est, direzione Cina. Significherebbe costruire un serpente d’acciaio
lungo quasi 5.000 chilometri. Un impresa impossibile, anche per la difficoltà
Usa di giungere a un accordo con Pechino. Un'altra strada è quella che va a
sud: parte dal Caspio e giunge nell’Oceano Indiano. L’inghippo di questa
opzione è il passaggio dall’Iran, paese decisamente precluso alle compagnie
americane. L’unica via praticabile, allora, è quella che passa attraverso
l’Afghanistan. Il paese è da poco uscito dalla guerra civile che ha portato
al potere i Talebani.
I rapporti Usa-Talebani. Per costruire la via del petrolio è necessario
scendere a patti con i nuovi padroni dell’Afghanistan. Dirlo oggi sembra
assurdo. E invece, in quel periodo i rapporti tra gli Usa e il regime di Kabul
erano tutt’altro che critici. Anzi: nel 1995 gli Stati Uniti si dichiara
pronti a raggiungere l’accordo. L’intesa arriva due anni dopo. A ottobre
1997 si costituisce il consorzio Cent-Gas. Ne fanno parte, oltre alla Unocal,
altri sei giganti del petrolio, tra cui la saudita Delta oil. Il progetto
prevede il canale sotterraneo di 1040 miglia, capace di trasportare un milione
di barili di greggio al giorno. Il costo è stimato intorno ai 2,5 miliardi di
dollari. Tra Usa e talebani fila tutto liscio: la Unocal apre un ufficio a
Kandahar, quartier generale del regime integralista islamico.
A modificare la situazione è l’ospitalità che, nel frattempo, Kabul offre a
Osama Bin Laden, il terrorista acerrimo nemico degli Stati Uniti. Da quel
momento il governo americano taglia i ponti con il potere afghano.
Contemporaneamente, nel paese asiatico non cessano i conflitti interni.
Il 12 febbraio 1998 John Maresca, vice presidente della Unocal corporation si
presenta al congresso degli Stati Uniti. «Finché a Kabul non ci sarà un
governo che gode del riconoscimento americano, della fiducia degli investitori e
della nostra compagnia, l’oleodotto non si può fare», dichiara. «Dovete
garantire la pace nella regione, la vostra assistenza è fondamentale per la
riuscita dell’affare».
E gli Usa fanno la voce grossa. L’ex ministro
degli esteri del Pakistan Naif Naik, in un’intervista televisiva trasmessa in
Francia, racconta i particolari della riunione del "Gruppo" a Berlino,
tra il 17 e il 20 luglio scorso. In quest’occasione l’ambasciatore
statunitense Thomas Simons avrebbe detto, riferendosi all’Afghanistan, che il
governo di Kabul deve aprire ad altre forze politiche. E’ la condizione per
arrivare al riconoscimento della comunità internazionale, agli aiuti e alla
ripresa del progetto dell’oleodotto.
L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene il 2 agosto. Cristina
Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato incontra, a
Islamabad, l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente
la proposta americana.
Poco più di un mese dopo (39 giorni), l’attacco alle torri gemelle. Il
sospettato numero uno è Bin Laden. Con lui, nel mirino degli Usa, il governo
che lo ospita: i Talebani.
Il ruolo della Enron. Lo scandalo Enron sembra totalmente estraneo alla
questione petrolio-Afghanistan. E invece non è così. Gli uomini della
corporation fallita sono stati i primi a lavorare attivamente al progetto della
via del greggio: nella fase di preparazione del piano, alla Enron è stata
affidato il compito di realizzare lo studio di fattibilità del progetto.
Non solo. Il presunto coinvolgimento della Casa Bianca nella bancarotta della
corporation richiama inevitabilmente il petrolio. Non è un mistero che il
presidente George W. Bush, il vice Dick Cheney, il segretario per la sicurezza
Condoleeza Rice hanno tutti a che fare con l’oro nero. Prima di diventare
governatore del Texas Bush aveva fatto affari con gli impianti di estrazione,
seguendo la strada del padre George. Cheney è stato per diversi anni il
presidente e azionista della società energetica Oil Suppli Company. La Rice,
prima di entrare nello staff presidenziale, era dirigente della Chevron, una
delle maggiori compagnie petrolifere mondiali. Il rischio per
l’amministrazione americana è che il crack della Enron porti a scavare sempre
più a fondo negli interessi dei vertici di Washington. E quando si va in
profondità non si sa cosa si può trovare. A volte anche il petrolio.
MR.
Wolfowitz, I suppose…
DI GEORG hUYGENS
I “falchi” dell’Amministrazione americana, ovvero le menti e le personalità che incarnano il partito della guerra negli Stati Uniti.
“Wolfowitz, uno studioso, è il teorico che predica la fede nella superiorità etica e nel destino imperiale dell’America, da lui considerata l’erede dell’antica Roma; Libby, un abile avvocato, è lo stratega che programma le battaglie al Congresso e per la conquista dell’opinione pubblica…Libby fu lo studente preferito di Wolfowitz, allora professore di scienze politiche all’università di Yale, che nel 1980 lo portò con sé al Dipartimento di Stato sotto il presidente Ronald Reagan”Ennio Caretto, I 4 falchi della Casa Bianca, in Sette, settimanale del Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, pp.112-115
1.
Chi è Paul Wolfowitz? 57
anni[1][1],
di origini ebraiche, Vice
Segretario di Stato alla difesa,
laureato in matematica nel 1965 alla Cornell University,
ha conseguito il dottorato in scienze politiche all’Università
di Chicago nel 1972.
Negli ultimi sette anni, Rettore e Professore di Relazioni
Internazionali alla Scuola Paul H. Nitze di Studi Internazionali
avanzati (acronimo inglese: SAIS). La scuola è considerata una
delle migliori del mondo, con 750 studenti e sedi a Washington,
Nachino e Bologna[2][2].
- due anni come capo dello Staff di Pianificazione politica del Dipartimento di Stato (1981-1982)
- tre anni ( 1977-1980) come Vicesegretario di Stato aggiunto alla Difesa, con competenza sui Programmi regionali, incarico durante il quale ha contribuito a creare quello che successivamente è divenuto il Comando generale delle Forze Armate. Avviò anche il sistema logistico navale di pre-schieramento, che si è trasformato successivamente nella spina dorsale dello spiegamento iniziale delle forze Usa per l’operazione Desert Shield
- nel 1975, è uno degli amministratori del gruppo di pressione CPD (Committee on the Present Danger), una creazione della CIA, diretta all’epoca da Bush senior, e porta avanti una campagna contro il pericolo sovietico. Il capo del CPD è il generale Lyman L.Lemnitzer, già capo dello stato maggiore interforze ai tempi della crisi di Cuba, e ideatore dell’operazione di provocazione Northwoods (Boschi del Nord) contro i cubani, includente anche l’abbattimento da parte di un “aereo cubano” di un volo charter civile statunitense[4][4]
- quattro anni (1973-77) nell’Agenzia per il Controllo degli Armamenti e per il Disarmo, occupandosi di molti argomenti relativi alla non proliferazione nucleare
- nel 1966-67 ha lavorato come dirigente al Bureau of Budget.
Wolfowitz ha insegnato a Yale fra il 1970 e il 1973, e alla Johns Hopkins nel 1981. Nel 1993 è stato George Kennan Professor di Strategia della Sicurezza Nazionale al National War College. Numerosi i suoi scritti sulle prestigiose riviste Foreign Affairs e National Interest.
E’membro del Rockefeller Council on Foreign Relations (CFR), del Gruppo Strategico dell’Aspen Institute, ha partecipato al Bilderberg meeting 2000 in Belgio, e nello stesso anno era membro della Commissione Trilaterale Rockefeller.
Su www.amazon.com sono reperibili le seguenti opere di Wolfowitz:
1)
Asian
Democracy and American Intrests
(sic), scaricabile a pagamento, 1995
2)
Trilateral
Forum on North Pacific Security,
June 1-3, 1995
3)
Managing
the International System over the Next Ten Years,
1995, Trilateral Commission (60 pg).
2. Risulta inoltre che[5][5] :
<< Paul Wolfowitz ha fatto parte del gruppo di lavoro del “Project for the New American Century (PNAC)” , uno dei numerosi think-tank della destra statunitense. Il documento, intitolato Rebuilding America's Defences: Strategies, Forces And Resources for a New Century, è stato scritto nel settembre del 2000 - quando Bush non era ancora presidente. Il testo fu redatto per un gruppo specifico di persone, che oggi ricoprono incarichi non indifferenti: Dick Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti; Donald Rumsfeld, attuale segretario alla difesa; Paul Wolfowitz, attuale vicesegretario alla difesa; Jeb Bush, fratello del presidente; e Lewis Libby, capo dello staff di Cheney.
Già alla fine degli anni Cinquanta, un vecchio conservatore, il presidente Eisenhower, metteva in guardia contro la struttura mostruosa che cominciava a dominare il suo paese: una coalizione sempre più stretta tra immense imprese legate alle commesse militari, uno Stato che aveva come funzione principale la conduzione della guerra e una sterminata catena di laboratori dove scienziati, sociologi, tecnici di ogni sorta lavoravano anno dopo anno per affinare gli strumenti del dominio, a prescindere completamente dalla pur vivace società civile del paese. Il testo, circa 90 pagine[6][6], è un esempio, nemmeno tanto insolito, di ciò che si produce in questi laboratori. Questa simbiosi, in nome della "guerra duratura", tra alcune gigantesche corporations, lo Stato e la ricerca sembra una riedizione di un aspetto fondamentale del nazionalsocialismo dell'epoca dei Krupp e di Peenemünde. Il parallelo è ovviamente tecnico e non demonizzante: è inutile elencare le profonde differenze tra il sistema statunitense e quello della Germania degli anni Trenta[7][7]. Ma è inevitabile che una struttura di questo tipo porti non solo a uno stato di Enduring War, ma anche - come è successo con il Patriot Act - all'abolizione di alcuni elementi fondamentali di democrazia.
La
sede del "progetto per un nuovo secolo americano"
coincide con quella di un giornale di proprietà del miliardario
dei media, Murdoch, cosa che può indurre a utili riflessioni sulla
libertà di stampa. Il direttore del PNAC, William Kristol, è il figlio
di Irving Kristol, il principale ideologo della nuova destra americana,
che è riuscito a prendere in mano le redini di alcune ricchissime
fondazioni americane, tra cui spicca la Olin Foundation, creata
dalla principale impresa di armi da fuoco degli Stati Uniti. Queste
fondazioni hanno versato milioni di dollari per trasformare anche la
produzione di idee in un annesso dell'industria bellica. Grazie a Irving
Kristol, ad esempio, Samuel Huntington ha potuto incassare finora ben cinque
milioni di dollari da varie fondazioni come premio per aver creato
la famosa nozione di "scontro di civiltà". Che prima ancora
di essere un libro è uno slogan, ormai noto anche ai meno colti.
Il progetto, finalizzato al dominio globale statunitense, rivela
che il Presidente Bush e il suo governo avevano pianificato un attacco
premeditato contro l'Iraq per imporvi un "cambio di regime"
addirittura prima del suo ingresso alla presidenza nel gennaio del 2001.
Il progetto - scoperto dallo scozzese Sunday Herald, e reso noto
il 15 settembre 2002 dal giornalista Neil Mackay - per la creazione di
una "Pax Americana globale" è stato redatto per Dick Cheney
(attualmente vicepresidente), Donald Rumsfeld (segretario alla difesa),
Paul Wolfowitz (il vice di Rumsfeld), il fratello minore di George W.
Bush, Jeb, e per Lewis Libby (il capo dello staff di Cheney). Il
documento, dal titolo "Rebuilding America's Defences: Strategies,
Forces And Resources For A New Century" ("ricostruire le
difese dell'America: strategie, forze e risorse per un nuovo
secolo") ha vari contenuti di assoluta attualità. Il piano mostra
che il governo Bush intendeva assumere il controllo militare del Golfo a
prescindere dal fatto che Saddam Hussein fosse o no al potere. Il testo
dice: 'gli Stati Uniti hanno cercato da decenni di svolgere un ruolo più
stabile nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto
irrisolto con l'Iraq fornisce una giustificazione immediata, l'esigenza
di avere una sostanziosa presenza delle forze americane nel Golfo va
oltre la questione del regime di Saddam Hussein.'
Il documento del PNAC presenta 'un progetto per conservare la preminenza
globale degli Stati Uniti, impedendo il sorgere di ogni grande potenza
rivale, e modellando l'ordine della sicurezza internazionale in modo da
allinearlo ai principi e agli interessi americani'.
Questa 'grande strategia americana' deve essere indirizzata 'il più
lontano possibile verso il futuro', dice il rapporto. Che invita poi gli
Stati Uniti a 'combattere e vincere in maniera decisiva in teatri di
guerra molteplici e contemporanei', come una 'missione cruciale' [core
mission].
Il rapporto descrive le forze armate statunitensi all'estero come la
'cavalleria lungo la nuova frontiera americana'. Il progetto del PNAC
dichiara inoltre il proprio sostegno a un documento scritto in
precedenza da Wolfowitz e Libby, in cui si affermava che gli Stati Uniti
dovrebbero 'dissuadere le nazioni industriali avanzate dallo sfidare la
nostra egemonia (leadership) o anche dall'aspirare a svolgere un ruolo
regionale o globale maggiore'[8][8].
Il rapporto del PNAC inoltre:
- descrive gli alleati chiave, tra cui il Regno Unito, come 'il mezzo più efficace per esercitare un'egemonia globale americana';
- afferma che le missioni militari per garantire la pace 'richiedono un'egemonia politica americana e non quella delle Nazioni Unite';
- rivela l'esistenza di preoccupazioni nell'amministrazione americana a proposito della possibilità che l'Europa possa diventare un rivale degli USA;
- dice che 'anche se Saddam dovesse uscire di scena', le basi nell'Arabia Saudita e nel Kuwait dovranno restare in maniera permanente - nonostante l'opposizione locale tra i regimi dei paesi del Golfo alla presenza di soldati americani - perché 'anche l'Iran potrà dimostrarsi una minaccia pari all'Iraq agli interessi statunitensi';
- mette la Cina sotto i riflettori per un 'cambio di regime', dicendo che 'è arrivata l'ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell'Asia sudorientale'. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui 'le forze americane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina';
- invita a creare le 'US Space Forces' ("forze spaziali statunitensi") per dominare lo spazio, e ad assumere il controllo totale del ciberspazio in modo da impedire che i 'nemici' usino internet contro gli Stati Uniti;
- anche se gli Stati Uniti minacciano la guerra contro l'Iraq per aver sviluppato armi di distruzione di massa, gli USA potrebbero prendere in considerazione, nei prossimi decenni, lo sviluppo di armi biologiche - che pure sono state messe al bando. Il testo dice: 'nuovi metodi di attacco - elettronici, 'non letali', biologici - diventeranno sempre più possibili. .. il combattimento si svolgerà in nuove dimensioni, nello spazio, nel ciberspazio, forse nel mondo dei microbi... forme avanzate di guerra biologica in grado di prendere di mira genotipi specifici potranno trasformare la guerra biologica dal mondo del terrorismo in un'arma politicamente utile';
- il testo prende di mira la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l'Iran come regimi pericolosi, e sostiene che la loro esistenza giustifica la creazione di un 'sistema mondiale di comando e di controllo'.
Tom Dalyell, deputato laburista britannico e una delle principali voci di ribellione contro la guerra all'Iraq, ha dichiarato: 'si tratta di immondizia proveniente da think tank di destra pieni di falchi-coniglio - gente che non ha mai visto gli orrori della guerra, ma è innamorata dell'idea della guerra. Gente come Cheney, che è riuscita a sfuggire al servizio militare ai tempi della guerra del Vietnam. Si tratta di un progetto per il dominio mondiale statunitense - un nuovo ordine mondiale creato da loro. Questi sono i processi mentali di americani fantasticanti, che desiderano controllare il mondo. Sono sconvolto dal fatto che un primo ministro laburista inglese vada a letto con una banda di gente di una tale bassezza morale.'>>
Al di là delle deprecazioni moralistiche di questo genere, peraltro molto anglosassoni, resta il fatto che l’ispirazione alla strategia imperiale romana, ricostruita ad usum delphini, è una vecchia tradizione prima britannica e quindi statunitense. Sul punto va ricordata almeno la notevole opera di Edward Luttwak The Grand Strategy of Roman Empire, The Johns Hopkins University Press, 1976, (trad. it. La Grande strategia dell’Impero Romano, Rizzoli, Milano 1981). Opera sicuramente ben nota a Wolfowitz, nella quale già si postulavano varie possibili fasi di evoluzione di un dominio imperiale neo-romano. Il problema è che Luttwak predilige il sistema degli Stati-clienti (i famosi proxies), con una dislocazione regionale di grossi nuclei di forze americane, pronte ad intervenire nel caso le forze dei clienti non fossero all’altezza della minaccia esterna, o i clienti stessi avessero problemi di ordine interno o di conflitti fra loro. Wolfowitz sta invece passando alla fase due del modello strategico delineato da Luttwak, quella dell’occupazione militare diretta e degli Stati-fantoccio. Immaginiamo che sia Luttwak che Wolfowitz stiano facendo, fra l’altro, gli scongiuri, visto che, secondo lo schema dello stesso Luttwak, la terza fase – che dovrebbe logicamente seguire – è già ampiamente il principio della decomposizione dell’impero.
3. Fanno riflettere queste altre interessanti informazioni su Paul Wolfowitz.[9][9]
Il nostro sarebbe vicino a Kissinger e Brzezinski e ad altre personalità conservatrici.
Wolfowitz è inoltre attivo nelle alte sfere dell'American Enterprise Institute, della New Atlantic Initiative, della Rand Corporation, dell'American-Israel Public Affairs Committee e del Washington Institute for Near East Policy. All’interno di quest’ultimo, è il principale responsabile di un rapporto sul Medio Oriente, redatto per l’attuale Amministrazione, il cui argomento centrale è la fine del processo di pace di Oslo e l’assunzione di un attitudine di confronto verso l’Iraq e la Siria.
Durante la guerra del Golfo del 1991, Wolfowitz si trovava in Israele. E’ il mentore di Richard Perle dell’American Entreprise Institute, vecchio funzionario del pentagono dell’epoca Reagan-Bush senior, sempre favorevole alla politica di confronto. Negli ultimi anni, Wolfowitz ha diretto la House Policy Committee (HPC), gruppo di studio dei parlamentari repubblicani al Congresso, che ha steso il rapporto del « Cox Committee »[10][10] sulla minaccia cinese.
Wolfowitz è assurto a notorietà all’inizio degli anni 90 quando, già Vice Segretario alla Difesa, coordinò uno studio strategico del Pentagono, rimasto segreto fin quando il New York Times lo ha pubblicato l’8 marzo 1992. Alcuni particolari sono stati ripresi nello Strategic Alert del 12 e 19 marzo 1992. Secondo lo studio, a seguito della decomposizione dell’Unione Sovietica e della riunificazione tedesca, gli USA “debbono mantenere il meccanismo che permetta loro di dissuadere i concorrenti potenziali ad aspirare a un ruolo strategico regionale o globale più esteso. (...) La missione politica e militare dell’america per il dopo-Guerra Fredda consisterà nel fare in modo che nessuna superpotenza rivale possa emergere in Europa Occidentale, in Asia o nei territori dell’ex-Unione Sovietica « .
Notava all’epoca lo Strategic Alert : « La dottrina Wolfowitz è la componente militare-strategica di una trilogia politica comprendente la dottrina Thornburgh[11][11] nell’àmbito del diritto internazionale e la dottrina Webster[12][12] per quanto concerne le operazioni di intelligence. La prima afferma che la legge americana si pone al di sopra del diritto internazionale quando gli interessi vitali, o pretesi tali, degli USA sono in gioco. La seconda considera gli alleati politico-militari degli USA come concorrenti economici, e autorizza operazioni di intelligence contro il Giappone, la Germania e altri paesi industrializzati.»
4.
Poiché
un uomo si riconosce anche dai suoi amici, parlando di Wolfowitz non si
può trascurare il suo discepolo prediletto a Yale, I. Lewis Libby[13][13],
anch’egli di origini ebraiche, capo dello staff del vicepresidente,
Dick Cheney.
<<
Durante il suo webcast dell’ 11 settembre scorso, Lyndon LaRouche[14][14]
ha utilizzato l’immagine di un guanto israeliano indossato
dalla mano d’acciaio della corrente imperialista della classe
dirigente americana. A detta di LaRouche,
questa simbiosi fra utopisti angloamericani nella tradizione di
Bertrand Russell e discepoli idelogici di Vladimir Jabotinsky in
Israele, rappresentati da Ariel Sharon o Benjamin Netanyahou – spinge
per uno scontro di civiltà permanente che dovrebbe cominciare in Medio
Oriente.
La corrente in questione è una rete che ha infiltrato profondamente la burocrazia civile americana nell’entourage del ministro della Difesa Donald Rumsfeld, del vicepresidente Dick Cheney e del Dipartimento di Stato. Fra i mebri più influenti di questo circolo[15][15], si contano Paul Wolfowitz, Richard Perle, David Wurmser, Doug Feith et John Bolton. Gli stessi Rumsfeld Cheney incarnano personalmente questa idea imperialista.
Segnaliamo anche il ruolo di un certo Lewis Libby, capo di gabinetto di Cheney, nell’ufficio del quale ha messo in piedi una specie di “consiglio nazionale di sicurezza-ombra”. Diventato un protetto di Paul Wolfowitz nel 1973 all’università di Yale, Libby ha occupato successivamente diversi posti di assistente di Wolfowitz al Dipartimento di Stato e al Pentagono durante le amministrazioni Reagan e Bush senior. Ha anche strette relazioni con gli ambienti vicini a Sharon in Israele, compresa la rete di spionaggio di Pollard[16][16].
Nel periodo dal 1985 al 2000, mentre non era ancora al governo, Libby è stato l’avvocato personale di Marc Rich, un imbroglione latitante perché accusato nel 1983 dal ministero della Giustizia americano per evasione fiscale e attività commerciali con il nemico. Rich era scappato dagli USA e si era trasferito in un lussuoso rifugio a Zug, in Svizzera. Secondo fonti isaeliane, Rich sarebbe attualmente indagato per versamenti illeciti di contributi a favore di Sharon durante l’ultima campagna elettorale in Israele. E’ stato inoltre coinvolto in operazioni equivoche in Russia, in Europa dell’Est e in Africa.
Per impedire a Sharon di scatenare una terza guerra mondiale in Medio-Oriente, è urgente aprire un’inchiesta sull’insieme di questo apparato clandestino che ha legami con Pollard, « di denunciarlo e di cacciarlo dal governo, e subito !”, dice LaRouche.>>
Francamente, LaRouche avrebbe fatto bene a precisare che l’apparato non è affatto clandestino, ma al massimo semi-ufficiale. In secondo luogo, non è il circolo imperialista ad avere legami con Pollard. Semmai è Pollard ad essere uno dei tanti, ben introdotti e sguscianti faccendieri ad essere opportunamente utilizzato dal circolo di cui sopra.
Può essere interessante notare che Libby, ufficiale di collegamento e uomo di struttura della cerchia in esame, è anche autore di un thriller: The Apprentice (L’apprendista), Graywolf, 1996. La storia è ambientata nel 1903 in Giappone, e ne emerge una straordinaria conoscenza di quel paese.
5. Per completezza, riportiamo di seguito l’elenco dei partecipanti allo PNAC, così come appare nell’ultima pagina dello studio citato REBUILDING AMERICA’S DEFENSES - Strategy, Forces and Resources For a New Century, A Report of The Project for The New American Century, September 2000:
<<PROJECT
PARTICIPANTS
Roger
Barnett
U.S.
Naval War College
Alvin
Bernstein
National
Defense University
Stephen
Cambone
National
Defense University
Eliot
Cohen
Nitze
School of Advanced International
Studies,
Johns Hopkins University
Devon
Gaffney Cross
Donors'
Forum for International Affairs
Thomas
Donnelly
Project
for the New American Century
David
Epstein
Office
of Secretary of Defense,
Net
Assessment
David
Fautua
Lt.
Col., U.S. Army
Dan
Goure
Center
for Strategic and International Studies
Donald
Kagan
Yale
University
Fred
Kagan
U.
S. Military Academy at West Point
Robert
Kagan
Carnegie
Endowment for International Peace
Robert
Killebrew
Col.,
USA (Ret.)
William
Kristol
The
Weekly Standard
Mark
Lagon
Senate
Foreign Relations Committee
James
Lasswell
GAMA
Corporation
I.
Lewis Libby
Dechert
Price & Rhoads
Robert
Martinage
Center
for Strategic and Budgetary
Assessment
Phil
Meilinger
U.S.
Naval War College
Mackubin
Owens
U.S.
Naval War College
Steve
Rosen
Harvard
University
Gary
Schmitt
Project
for the New American Century
The
RAND Corporation
Center
for Strategic and Budgetary
Assessment
Barry
Watts
Northrop
Grumman Corporation
Paul
Wolfowitz
Nitze
School of Advanced International
Studies,
Johns Hopkins University
Dov
Zakheim
System
Planning Corporation
The
above list of individuals participated in at least one project meeting
or contributed a paper for
discussion.
The report is a product solely of the Project for the New American
Century and does not necessarily represent the views of the project
participants or their affiliated institutions[17][17].>>
[1][1] Fonte: www.defenselink.mil (sito del Governo americano)
[2][2] Dal giugno 2002, per l’editoriale Olimpia, esce il mensile DOSSIER INTELLIGENCE. In esso si trova regolarmente la pubblicità della sede bolognese della SAIS. Direttore responsabile è Vittorio di Cesare. Del Comitato scientifico fa parte la SAIS di Bologna. Nel n.4, settembre 2002, si nota la pressoché totale scomparsa dei collaboratori angloamericani che costituivano l’ossatura dei primi 3 numeri, a favore di esperti italiani più giovani. Si tratta comunque di una pubblicazione discretamente seria e di tono moderato.
[3][3] Nel testo inglese: policy. Indica una sequenza, un corso d’azione, non un’ideologia.
[4][4] Fonte: Thierry Meissan, L’incredibile menzogna, Fandango libri, Roma 2002, pp. 100-101 (ed. originale francese L’incroyable imposture, Aucun Avion ne s’est écrasé sur le Pentagone!, Editions Carnet 2002)
[5][5] Fonte:www.kelebekler.com. Da questo punto, e fino alla fine delle virgolette, riproduciamo il testo con alcune piccole variazioni redazionali, per soli motivi di leggibilità. La riproduzione è autorizzata dai curatori del sito, a condizione che se ne citi la fonte, come ben volentieri facciamo
[6][6] scaricabile in formato PDF dal sito dello PNAC
[7][7] anche perché analoghe osservazioni reative allo stesso periodo si possono fare, carte alla mano, per i rapporti fra industria bellica e classi politiche delle democrazie occidentali, nessuna esclusa
[8][8] Vedi sotto
[9][9] Fonte www.solidariteetprogres.online.fr, 21 gennaio 2002.
[10][10] Cox Committee: istituito mel giugno 1997, presieduto dal senatore Cox, ha analizzato i rischi per la sicurezza nazionale degli USA legati al trasferimento di tecnologie in Cina eventualmente utilizzabili dalla PLA (Popular Liberation Army, Esercito Popolare di Liberazione, insomma l’esercito cinese)
[11][11] Thornborough, Richard: due volte governatore della Pennsylvania, procuratore generale degli Usa dal 1988 al 1991: ha più volte proposto, fra l