ENRICO FERMI
E LA RINASCITA
DELLA FISICA IN ITALIA
Roberto Renzetti
(Con due estese note sul brevetto
dei neutroni lenti e su Bruno Pontecorvo di
Simone Turchetti)
PREMESSA
È ormai noto che dal momento della distruzione della fisica italiana operata
dalla Chiesa di Roma a partire dalla condanna di Galileo nel 1633, il baricentro
della ricerca scientifica, prima solidamente situato in Italia, si sposta nel
Nord Europa. Qualche allievo di Galileo produrrà ancora qualcosa (es.
Torricelli), ma piano piano tutto si spegnerà. Resteranno: la ricerca in
matematica (non ha mai fatto paura a nessuno, è un 'gioco' che risponde solo a
se stesso, una invenzione della mente che non deve avere nulla a che fare con il
mondo reale); le ricerche in botanica ed in geologia (classificare e descrivere
sono anch'esse operazioni inoffensive). Naturalmente nei circa 300 anni che
separano quell'evento disastroso dal secolo XX, vi sono stati bravi ricercatori.
Scienziati di fama (come Mossotti, Bartoli, Amici, Nobili, ...)e alcuni di
grande fama (Volta, Avogadro, Cannizzaro). Ma l'aspetto deprimente è stata
l'impossibilità di ricostruire una scuola di fisica, un insieme di persone
connesse in un contesto in cui le conoscenze si costruissero, consolidasserro,
tramandassero in un ambiente che ne garantisse continuità. In altre occasioni
ho avuto modo di dire che, se da una parte basta poco a distruggere una Scuola,
la sua costruzione può richiedere anche centinaia d'anni. Ed in questa ottica,
con tutta l'enfasi necessaria, occorre guardare all'insieme di concause che
hanno permesso la rinascita di una Scuola di fisica in Italia nel primo quarto
del XX secolo, Scuola che non è stata un fuoco di paglia e che, a 75 anni di
distanza, possiamo guardare come forte, consolidata, in grado di produrre dei
Nobel e di proiettarci ai vertici della ricerca mondiale. Tutto questo inizia da
Fermi che nasceva, appunto 100 anni fa.
Queste note vogliono rendere omaggio a questo grande italiano che, come Galileo,
è diventato patrimonio dell'umanità e che a noi italiani ha reso un servizio
immenso.
Per capire, almeno nei suoi tratti fondamentali, il "fenomeno" Fermi e
la sua Scuola, occorre capire cosa accadeva nel mondo della fisica verso la fine
del secolo XIX ed all'alba del XX. Farò quindi un breve sunto per punti delle
ricerche che, soprattutto in Europa (gli Stati Uniti non avevano alcun peso
scientifico all'epoca), si portavano avanti. Tenterò poi, sempre per punti, la
ricostruzione dell'ambiente socio - politico - scientifico italiano, al fine di
cogliere gli elementi di novità. Seguirà una biografia scientifica di Fermi
che tenterà di cogliere gli aspetti salienti del suo lavoro e della sua capacità
organizzativa. Finirò con una bibliografia che riporterà i testi in cui gli
argomenti da me solo accennati sono trattati in modo completo ed approfondito.
LA FISICA SUL FINIRE DEL XIX ED AGLI INIZI
DEL XX SECOLO
In estrema sintesi la situazione della fisica si presentava nei seguenti
termini. Innanzitutto vi erano tre Paesi che avevano in mano gran parte della
ricerca di punta. La Gran Bretagna era certamente la prima potenza scientifica
per la quantità e la qualità dei lavori prodotti. La Germania veniva emergendo
possente a partire dal momento della sua unità (1870) sostenuta anche da una
importantissima eredità degli stati preunitari (anche se brevissimamente,
occorre dire che fu la politica scolastica che da una parte permise alla
Germania di crescere a fronte del declino sempre maggiore della Gran Bretagna:
nel primo Paese la scuola divenne pubblica e sostenuta da una importantissima
politica di borse di studio, mentre nel secondo era, come è ancora, affidata a
College in gran parte privati che selezionano a priori in base al censo). La
Francia, che pure aveva rappresentato dei momenti fondamentali nella ricerca
(soprattutto durante e dopo la Rivoluzione che aveva dato vita a quelle Scuole
Politecniche che ancora oggi sono un vanto per quel Paese), andava perdendo
palesemente terreno. A questi Paesi ne vanno aggiunti altri. L'Austria-Ungheria
aveva costruito una fecondissima scuola di fisica. L'Olanda, la Svezia, la
Danimarca avevano sempre tenuto alto il livello della loro ricerca. Anche la
Russia aveva una importante tradizione iniziata dalla illuminata Caterina.
Mancavano e mancano certamente all'appello Spagna e Portogallo, i due Paesi in
cui l'oppressione della Chiesa di Roma fu più forte (ma su questo tornerò
quando parlerò dell'Italia).
La ricerca abbarcava tutti i più svariati campi, ma era centrata in
problematiche che avevano portato a maturazione questioni cruciali.
L'elettromagnetismo (si vedano gli articoli su Faraday, Maxwell ed Hertz) era ad
un punto fondamentale di maturazione. Tra l'altro l'ottica, che sembrava un
capitolo chiuso su se stesso, ritrovò nuovo impulso dalla teoria di Maxwell
(luce come fenomeno elettromagnetico). Particolarmente era restato aperto il
problema che lo stesso Maxwell aveva individuato nella sua lettera a Todd
pubblicata postuma: la necessità di evidenziare la presenza del supposto etere
che doveva, nella teoria, essere "sostegno" delle onde
elettromagnetiche; ciò sarebbe dovuto avvenire mediante esperienze che
misurassero la velocità della luce su un tragitto andata e ritorno sulla Terra
(in un caso il moto si sarebbe sommato a quello dell'etere, nell'altro
sottratto, con il risultato che la velocità in oggetto avrebbe dovuto dare
risultati diversi, di pochissimo, ma diversi). Su questa importante branca della
fisica certamente i più grandi contributi venivano dalla Gran Bretagna e dalla
Germania (anche l'Olanda si era innestata con i lavori di Lorentz, l'Austria-Ungheria
con Doppler e Mach, la Francia con Poincaré). Sul finire del secolo XIX fa
anche la sua comparsa la fisica degli USA (precedentemente rappresentata dai
soli lavori di Franklin ed Henry). Il guardiamarina Michelson si recò a
studiare a Berlino e lì realizzò l'esperienza auspicata da Maxwell: non si
trovò la differenza prevista nella velocità della luce. Prima di lasciare gli
USA un brevissimo cenno alle problematiche di questo Paese. Un gigante privo di
mano d'opera. I problemi più urgenti erano di tipo tecnologico e su questo
essenzialmente si lavorò: meccanizzazione del lavoro nei campi e nelle
fabbriche. Questo portò a tecnologie avanzate in campo agricolo, nelle macchine
utensili, nelle comunicazioni, nei trasporti che saranno poi alla base della
forte crescita di quel Paese (uno dei tecnici più noti che merita di essere
ricordato è Edison). L'Europa viveva problemi opposti: molte braccia e poco
lavoro.
Naturalmente non mi dimentico di Guglielmo Marconi in Italia. Il problema è che
il nostro non è uno scienziato ma un validissimo tecnico ed eccellente
empirico. In nessuna storia della fisica è riportato il suo contributo ed egli
stesso non ha lasciato nessuno scritto teorico in cui si capisse da dove partiva
per fare le sue ricerche; restano solo i suoi discorsi in cerimonie ufficiali
come "scienziato" del regime. Un vero scienziato che in Italia si
occupò di elettromagnetismo, con un qualche successo e sulla scia dei lavori di
Hertz, fu il bolognese Augusto Righi.
Altri studi avanzati ed alla frontiera erano quelli in termodinamica. Anche qui
la Gran Bretagna (Joule, Maxwell, Andrews, Dewar,...), insieme alla Germania (Mayer,
Clausius, Wien, Planck, ...) ed all'Austria-Ungheria (Stefan, Boltzmann) erano i
Paesi più avanzati (agli inizi del XX secolo si inseriranno i fondamentali
contributi di termodinamica statistica dello statunitense Gibbs). Un problema
che qui stava creando scompiglio era l'intersezione di queste ricerche con
quelle di spettroscopia atomica iniziate verso la metà del XIX secolo dal
tedesco Kirchhoff. Nessuna teoria veniva a capo dei dati sperimentali relativi
al "corpo nero" (vedi articolo su Planck) oltre a non riuscire a
comprendere il come si generassero le linee spettrali.
Sul finire del secolo insieme a queste "due nubi oscure" (esistenza
dell'etere e risultato "negativo" dell'esperienza di Michelson;
incapacità di spiegare il corpo nero) vi era un altro problema sperimentale
alla ricerca di una spiegazione teorica: l'"effetto fotoelettrico",
scoperto da Hertz come disturbo sperimentale ma ancora sfuggente ad ogni
spiegazione. Inoltre, in Gran Bretagna, J.J. Thomson aveva "scoperto"
l'elettrone (1897) e ne aveva misurate carica e massa (è la prima particella
che compare nel mondo della fisica). In Francia H. Becquerel aveva casualmente
scoperto la radioattività (1896): un pezzo di minerale (sali di uranio) che gli
era stato portato in regalo da un amico di ritorno dall'Africa, aveva la
proprietà di impressionare lastre fotografiche. Sempre in Francia, Pierre e
Maria Curie (di origine polacca) scoprono altri elementi radioattivi come il
torio, il polonio, il radio (1898). Ancora in Francia P. Villard scopre la
radiazione gamma (1900) dopo che Rutherford in Gran Bretagna aveva scoperto
(1899) i raggi alfa e beta. In Germania, Roentgen aveva scoperto strane
radiazioni (le X) provenienti da un tubo a vuoto in particolari condizioni.
In ognuno dei Paesi di cui abbiamo parlato si era all'interno di queste
problematiche con scuole di pensiero e di ricerca avanzatissime. Vediamo qualche
risultato che viene fuori dalle problematiche che abbiamo evidenziato.
Nel 1900 Planck fa una ipotesi che sconvolge l'intero modo di concepire
l'energia in fisica: essa è quantizzata, si distribuisce per quantità discrete
e non in modo continuo (vedi il lavoro su Planck). La scoperta (che poi si
presenta al suo primo apparire come un artificio matematico) farà discutere,
anche in modo accanito, ma con quel modo di interpretare le cose si
raccoglieranno subito successi in vari altri campi della fisica (essenzialmente
atomica).
Nel 1905 Einstein pubblica tre suoi famosi lavori che daranno una spallata a
molte delle concezioni del secolo che si era appena chiuso. Intanto, con l'uso
dei "quanti" di Planck, fornisce una semplice spiegazione dell'effetto
fotoelettrico. Fornisce poi la spiegazione di un altro fenomeno che circa 50
anni prima aveva scoperto il medico britannico Brown, il moto browniano, e che
fino ad allora non era mai stato capito risultando di grave impaccio ad uno dei
principi più importanti della termodinamica (dal disordine si crea ordine! È
una violazione del 2º principio che Einstein spiega mediante la 'teoria delle
fluttuazioni'). Infine si sbarazza dell'etere con "un colpo di penna".
Ha il coraggio di rivedere i principi fondamentali della fisica che si erano
affermati da Galileo e Newton. La meccanica, che nessuno avrebbe osato toccare,
viene rivista nei suoi concetti fondamentali: simultaneità, spazio, tempo,
lunghezze, ... È la nascita della impropriamente chiamata "Teoria della
relatività" che proprio per questo nome darà adito alle speculazioni di
ignoranti vari, soprattutto tra i bigotti cattolici che allegramente
confonderanno relatività con relativismo (la cosa poi faceva il gioco di chi
poteva parlare della fisica "ebrea" da opporre al sano ed
incorruttibile pensiero - sic! - cristiano). In realtà il lavoro di Einstein ha
per titolo "L'elettrodinamica dei corpi in movimento" ed è un lavoro
che, come osservò Planck, non ricerca ciò che nel mondo fisico varia, ma ciò
che in esso resta invariante (come ad esempio la velocità della luce).
Tra il 1906 ed il 1909 il britannico Rutherford prova che i raggi alfa sono
particelle cariche positivamente. Nel 1909 sempre Rutherford, con Geiger e
Mardsen, scoprono il nucleo atomico e nel 1911 Rutherford fornisce un primo
modello atomico (sarà lo stesso Rutherford, nel 1913, ad ipotizzare che il
nucleo è costituito da protoni, particelle dotate di carica positiva). Nel 1913
il danese Bohr, utilizzando di nuovo i quanti di Planck, fornisce un nuovo
modello atomico che (con gli aggiustamenti del tedesco Sommerfeld -1916 - )
spiegherà brillantemente gli spettri atomici ed aprirà la strada allo studio
della fisica atomica superando molti dei problemi che il precedente modello
poneva. Intanto, tra il 1910 ed il 1913, i britannici J.J. Thomson e F.W. Aston
scoprono l'isotopia (anche se non sanno fornirne una spiegazione che non potrà
venire fino a quando, nel 1932, il britannico James Chadwick non scoprirà
l'esistenza del neutrone).
LA SITUAZIONE ITALIANA
Nella premessa ho già accennato allo stato di abbandono della ricerca fisica
italiana, ricerca che era praticamente finita con chi l'aveva iniziata: Galileo.
Le note vicende della sua condanna allontanarono dall'Italia la ricerca e, salvo
qualche caso sporadico, essa è stata quasi del tutto assente fino a che, con i
bersaglieri a Porta Pia, non si è rinchiusa la Chiesa dentro le mura leonine.
Proprio la liberazione di Roma ed il disastro lì trovato nell'insegnamento
della fisica presso l'Università la Sapienza, può far rendere conto dello
stato in cui ci trovavamo.
Nel 1816 il cardinale Consalvi affidava all'abate Scarpellini la cattedra di
"fisica sacra" al fine di rimettere a posto le conoscenze
"segnatamente nel tempo presente, in cui si abbusa dei progressi delle
scienze naturali, o delle nuove cognizioni, per introdurre degli errori a danno
della religione cattolica". C'è dietro la paura della Rivoluzione francese
e l'esempio negativo dell'Encyclopédie che aveva permesso la diffusione di un
sapere scientifico di massa, diffusione con la quale si poteva trasmettere
l'idea di progresso sociale, culturale e politico aborrito dalla Chiesa.
Nel 1824, Leone XII in "Quod divina sapientia" affermò la volontà di
sottoporre ogni organismo educativo ad un ferreo controllo al fine di difendere
la religione cattolica.
Nel 1837, il matematico S. Proja, nel "Giornale accademico di scienze,
lettere ed arti" (nº 74, pagg. 106-110), così descrive la cattedra di
Fisica sacra di Scarpellini alla Sapienza di Roma:
"In un ramo della pubblica
istruzione, che ha per oggetto l'applicazione delle scienze naturali alla
considerazione di Dio, non può immaginarsi sistema né più ordinato né più
sublime di quello, che la stessa divina sapienza ne tratteggiò laonde con
saggio divisamento dal primo libro della Genesi desunse la nostra cattedra
l'ordine e la distribuzione delle materie, nonché l'appellazione di FISICA
MOSAICA, FISICA SACRA, COSMOLOGIA TEOLOGICA. Pertanto in sei grandi trattati se
ne divise l'ampio argomento, essendoché in sei giorni divise Mosè l'opera
divina della creazione, ed a ciascun trattato serve di tema ciò che creò Iddio
nella corrispondente giornata. Quindi è che il I si occupa della creazione del
mondo, o piuttosto della creazione delle sostanze elementari; il II del
firmamento, o sia dell'aria, e della divisione delle acque sopra la Terra divisa
in continenti e mari; il III della produzione dei vegetabili; il IV dei corpi
celesti, e de' loro uffici; il V della produzione dei pesci e dei volatili; il
VI finalmente della produzione degli altri animali e della formazione dell'uomo
... ".
La cattedra di Scarpellini durò fino al 1840, ma il suo spirito restò. Esso
andava sotto il nome di "concordismo", il mettere sempre d'accordo
Bibbia con fatti scientifici. E così le scienze erano insegnate in modo
aristotelico, con inutili e superficiali classificazioni. Anche quei pochi
scienziati (astronomi gesuiti) che tentarono ricerche (Secchi, Pianciani, De
Vecchi) dovettero abbandonare Roma nel 1848, a seguito dell'allontanamento della
Compagnia di Gesù, per recarsi in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Allo
stesso modo l'altro scienziato in tonaca, Schiapparelli, non ebbe vita facile. E
poco prima che i bersaglieri entrassero in Roma, anche il darwinismo veniva a
dare altri colpi al concordismo.
In questo disastro, tanto minore quanto più ci si allontanava da Roma, c'era
una parte di ricerca che vedeva l'insieme degli stati preunitari al livello
delle ricerche di punta in altri Paesi. Si tratta della matematica e questo
fatto è di grande rilievo per ciò che servirà da sostegno agli sviluppi della
fisica. Basta ricordare qualche nome di giganti italiani in questo campo:
Lagrange, Peano, Cremona, Dini, Vailati, Ruffini, Ricci Curbastro, Levi Civita,
Volterra, Ugo Amaldi, Enriques, Castelnuovo, Severi. La nostra matematica
presentava comunque lacune in alcuni settori che poi si riveleranno strategici:
l'algebra astratta (che sarà introdotta in Italia intorno al 1955 da Lucio
Lombardo Radice) e la logica.
Tanto per completare il quadro con i fisici che l'Italia nel suo insieme poteva
vantare, si può vedere l'ampia rassegna che in epoca di retorica fascista fu
fatta dal fisico G. Polvani (si veda: "Un secolo di progresso scientifico
italiano", SIPS, 1939, Vol. I).
Con l'Unità d'Italia si trattò di rimettere insieme varie tradizioni di Stati
preunitari, di costruire una scuola pubblica che avesse caratteristiche
unitarie, si tentò di eliminare la pletora di università che erano nate per
dar lustro e cattedre ma che non producevano nulla. Il Ministro della Pubblica
Istruzione di uno dei primi governi unitari, il fisico Matteucci (l'altro fisico
alla Pubblica Istruzione sarà Orso Mario Corbino, di cui parleremo), ebbe a
dire che in Italia è più facile spostare la capitale che non chiudere una
università. Il suo piano di razionalizzazione ebbe però almeno un successo: la
creazione (da fondamenta antiquate) di una Scuola di elevatissimo prestigio, la
Scuola Normale Superiore di Pisa.
Con una economia non certamente florida, con una politica di tipo coloniale del
Nord Ovest industrializzato rispetto al Sud agricolo, fu assai difficile
riuscire a trarre le fila di un discorso che avesse una qualche premessa comune.
Tra l'altro si affossarono esperienze culturali importanti come ad esempio
quella di Napoli che, da fiorente capitale, anche culturale, fu degradata a
provincia. Comunque si riuscì piano piano a scolarizzare una grande percentuale
di italiani. Questa scolarizzazione fu pubblica ed aveva come obiettivo
l'uniformità dei programmi di studio proprio al fine di fare l'unità a partire
dai cittadini.
In questo clima si innestano le vicende di Enrico Fermi che nasce nel 1901, a 30
anni dall'Unità d'Italia, una generazione dopo tale Unità e che inizierà a
produrre intorno al primo quarto di secolo, due generazioni dopo l'Unità,
quando ci si apprestava a rimettere in gioco la Chiesa con il Concordato (1929).
CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
Se gli anni che vanno dal 1925 al 1940 furono per moltissimi versi
insoddisfacenti per lo stato della ricerca in Italia, come si spiega che proprio
in quegli anni sia maturato il più esaltante dei nostri successi, cioè le
ricerche di Fermi e del suo gruppo ?
I motivi si possono brevemente rintracciare nelle considerazioni seguenti (che
saranno riviste nei dettagli più oltre):
- intanto si incontrarono e lavorarono
proficuamente insieme delle persone di grande talento;
- la protezione politica e scientifica di una
personalità come quella di Orso Mario Corbino;
- l'apertura di Corbino, Fermi e gli altri a
quanto di più nuovo si faceva nel campo della fisica;
- il vivere della fisica un poco al margine
degli immediati eventi politici (ed anche in momenti bellici in cui forse si
sarebbe potuto richiedere un aiuto ai nostri scienziati atomici,
indipendentemente dalla loro disponibilità a farlo, nessuno pensò mai alla
cosa);
- la retorica fascista che assegnò fondi a
Roma (il "destino imperiale") più che ad altre università;
- la nuova legislazione universitaria che
permise maggiore agilità nelle "assunzioni" e, anche se in piccola
parte, l'attività del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR);
- la felice intersezione tra fisici teorici e
sperimentali.
Ma, nonostante ciò, occorre sottolineare che gli eventi furono favoriti dal
fatto che ci si avvicinò ad un ramo della fisica (essenzialmente quella
nucleare) che era alla sua "prima infanzia". Ciò vuol dire che gli
investimenti necessari erano relativamente piccoli (l'intero gruppo dispose per
quattro anni di lavoro di un finanziamento di un milione e mezzo dell'epoca).
Quando la fisica nucleare si fece "adolescente" i finanziamenti
divennero ridicoli e la Scuola di Roma decadde rapidamente tanto che, si può
dire che, anche se fosse rimasto in Italia, Fermi non avrebbe mai potuto
realizzare la "pila atomica". A riprova di ciò (mancanza di
finanziamenti per la ricerca, male tuttora cronico in Italia) si deve osservare
che in tutti gli altri campi della fisica, già "adulti" e quindi
bisognosi di maggiori investimenti, come alte pressioni, basse temperature,
grandi tensioni, intensi campi magnetici, ... , la ricerca italiana brillò per
la sua assenza.
ENRICO FERMI: PRIMI DATI BIOGRAFICI
Enrico Fermi nacque a Roma, in via Gaeta 19, il 29 settembre 1901 da Alberto ed
Ida De Gattis. Aveva una sorella, Maria, nata nel 1899 ed un fratello, Giulio,
nato nel 1900. Suo padre era un piccolo borghese, un funzionario delle ferrovie
dello Stato. Il piccolo fu affidato ad una balia e stette in campagna fino
all'età di due anni e mezzo. Sua madre era maestra.
Iniziò regolarmente le elementari a sei anni in una scuola completamente laica.
Non ebbe mai insegnamenti religiosi e per tutta la vita restò completamente
agnostico. Il primo ricordo "scientifico" del giovane Enrico risale ai
suoi 10 anni. Gli amici di suo padre, ingegneri, parlavano spesso in sua
presenza. Ed una volta egli sentì dell'equazione di una circonferenza. Stette a
ripensare a questa cosa per molto tempo.
A dieci anni entrò al ginnasio "Umberto" (l'attuale Pilo Albertelli,
a Santa Maria Maggiore). Fece regolari studi classici avendo una intensa
amicizia soprattutto con il fratello il quale però morì di una infezione ai 15
anni. Il colpo per Enrico fu durissimo palliato solo dall'amicizia che iniziò
ad instaurare con un compagno di scuola del fratello, Enrico Persico. Secondo un
ricordo di Persico, Fermi acquistò in una bancarella di Campo de' Fiori un
libro di fisica in latino in due volumi del 1840. Aveva allora 14 anni. In
quella stessa epoca si affezionò molto ad un amico del padre, l'ingegnere
Adolfo Amidei. Questi fu persona che assecondò le curiosità scientifiche di
Fermi. Rispondeva sempre amabilmente e lo faceva tanto più volentieri quanto più
vedeva che il giovane seguiva con competenza e con domande che suscitavano anche
il suo interesse. Fu Amidei che guidò Fermi nelle sue prime letture
scientifiche. Allo stesso tempo iniziò a realizzare piccoli esperimenti
scientifici che gli insegnarono l'uso delle mani nella feconda dialettica mani -
cervello. Dapprima con suo fratello, quindi con Persico. L'interesse per la
fisica divenne piano piano preminente ed il giovane Fermi approfondiva le sue
conoscenze presso la Biblioteca Vittorio Emanuele a partire dai suoi 16 anni
(comunicava a Persico che si stava preparando per entrare alla Scuola Normale di
Pisa).
Il 14 novembre 1918 sostenne l'esame di ammissione a quella Scuola
prestigiosissima. Il tema era "Caratteri distintivi dei suoni". Fermi
lo risolse con una tale maestria, utilizzando una matematica avanzata (equazione
differenziale della corda vibrante con sviluppi in serie di Fourier), che
l'esaminatore volle conoscerlo ed incitarlo a proseguire negli studi di fisica.
Si iscrisse alla Scuola Normale nell'autunno del 1918 e per 4 anni lasciò Roma
tornandovi solo per le vacanze. A Pisa Fermi diventò amico di Franco Rasetti,
studente di fisica all'Università e non alla Normale. Già alla fine del primo
anno aveva conoscenze approfondite della matematica più avanzata (meccanica
analitica di Hamilton e Jacobi) e di ognuna delle opere più attuali di fisica (Bohr,
Planck, Einstein, Sommerfeld, Rutherford, Boltzmann, Lorentz, ...). Nel 1920
tenne una conferenza ai suoi professori sulla teoria dei quanti. Evidentemente
le sue conoscenze linguistiche erano importanti, a parte il latino ed il greco
del ginnasio-liceo, conosceva il tedesco e quindi studiò inglese e francese. Si
laureò il 7 luglio del 1922. Era uno dei pochissimi che in Italia avesse
conoscenze di frontiera nel campo della fisica.
Tornato in famiglia, Fermi iniziò a cercare un lavoro che egli si auspicava
fosse presso l'Università. Era già noto nell'ambito ristretto dei fisici e dei
matematici come una delle persone più promettenti in circolazione. Fu ricevuto
da eminenti matematici e fisici. Ma la strada per chi volesse far carriera
all'Università era burocratica, lenta, piena di aspettative senza certezze.
Rarissimo che qualcuno accedesse ad una cattedra intorno ai 30 anni. Occorrevano
vari anni da borsista, poi un poco di assistente volontario, poi la libera
docenza, poi, ... Infine un qualche bando per un concorso a cattedre.
Tra le persone che Fermi conobbe vi era colui che era ritenuto il più grande
fisico italiano dell'epoca, Orso Mario Corbino, professore di fisica
sperimentale e direttore dell'Istituto di Fisica dell'Università, già senatore
del regno per meriti scientifici, ministro della Pubblica Istruzione nel 1921 e
ministro dell'Economia Nazionale nel 1923, nel 1º Governo Mussolini (pur non
essendo e non essendo mai divenuto fascista). Il 28 ottobre del 22, giorno della
Marcia su Roma, Fermi era a colloquio con Corbino che gli manifestava
preoccupazione per il clima di violenza che stava instaurandosi in Italia. Fermi
condivideva questi giudizi ed espresse il desiderio di andarsene dall'Italia. Il
30 ottobre una commissione presieduta da Corbino, gli assegnò, all'unanimità,
una borsa di studio per recarsi all'estero a perfezionare i suoi studi. Fermi si
recò a Gottinga nell'Istituto di Max Born. In questo paradiso della fisica
conobbe e lavorò con coloro che poi diventeranno i massimi fisici del secolo:
Heisenberg, Jordan, Franck, Sommerfeld, Pauli. I risultati di questa permanenza
non furono all'altezza delle aspettative. Fermi non riuscì ad integrarsi anche
perché Born non capì il valore di questo giovane borsista. Solo
successivamente Fermi divenne amico di Heisenberg e Pauli.
Tornato a Roma, Corbino gli fece ottenere l'incarico di professore di matematica
per chimici (a.a. 1923 - 1924). Nel 1924 morì la madre di Fermi e la cosa lo
scosse molto. Un lavoro che Fermi aveva fatto a Gottinga aveva risvegliato
l'interesse di un grande fisico, protettore di giovani talenti, l'olandese di
Leida, Paul Ehrenfest. Questi pregò il suo connazionale Uhlenbeck (noto per
aver scoperto insieme a Goudsmit lo spin dell'elettrone), che si trovava a Roma,
di prendere contatto con Fermi. La cosa fu fatta e da lì iniziò una amicizia
che durò tutta la vita. Poco dopo, su raccomandazione di Volterra, Fermi
ottenne una nuova borsa di studio per recarsi a studiare a Leida con Ehrenfest.
Qui si trovò benissimo. Ritrovò Uhlenbeck e conobbe Goudsmit. Ma soprattutto
il capo del gruppo, Ehrenfest, gli mostrava fiducia e lo incoraggiava
continuamente. Naturalmente durante queste vicende di vita i suoi studi andavano
avanti ed egli veniva pubblicando dei lavori di grande importanza e maturando le
sue idee per il primo lavoro che presto lo avrebbe reso noto al mondo intero.
Al ritorno da Leida si presentò il solito problema del lavoro. Fermi e Rasetti
ottennero un posto da assistente del prof. e sen. Garbasso (più dedito alla
politica che alla ricerca) a Firenze, mentre Persico lo ottenne da Corbino a
Roma. I soldi erano pochi, le attività e la strumentazione di quell'Istituto
piuttosto antiquate, ma il tempo per la ricerca molto.
Arriviamo all'estate del 1925, alle vacanze di Fermi sulle Dolomiti con molti
dei più noti matematici italiani e con il figlio 17enne di Ugo Amaldi, Edoardo,
che si accompagnava sempre alle passeggiate che Fermi ed il fisico olandese
Kronig facevano. Ma Fermi aveva una grande premura di risolvere il problema
della sua carriera. Il concorso che più si sarebbe prestato alle sue competenze
sarebbe stato quello per la cattedra di fisica - matematica. Una ne era stata
bandita a Cagliari. Fermi risultò nella terna ma la commissione che non sapeva
nulla della "nuova" fisica gli preferì l'elettrotecnico Giorgi (noto
per il sistema omonimo di unità di misura). Il risultato del concorso, un
grosso smacco per Fermi, arrivò in simultanea (febbraio 1926) con la
pubblicazione del lavoro che rese famoso Fermi nel mondo. Si trattava della nota
"statistica di Fermi per un gas di elettroni o di particelle con spin
semintero" pubblicata sulla più prestigiosa rivista di fisica del mondo,
la "Zeitschrift für Physik". Sull'onda della fama mondiale che
acquistò Fermi, Corbino mosse tutte le sue pedine scientifiche e politiche
perché venisse istituita a Roma la 1ª cattedra di fisica teorica italiana. Il
concorso fu bandito nell'autunno del 1926.
Proprio in quel periodo uscirono i lavori dell'austriaco Schrödinger sulla
meccanica ondulatoria che aprirono a Fermi un mondo di comprensione e di
applicazione. In verità egli non aveva ben digerito la meccanica delle matrici
di Heisenberg e di Dirac. Non conosceva i lavori di De Broglie sulle onde
materiali. Questo lavoro lo spinse a nuovi sforzi di applicazione in campi
fecondi che gli si aprivano davanti. Per un certo tempo rimase con un qualche
dubbio sul significato da dare alla funzione d'onda. Pur avendo letto i lavori
di Born non era rimasto soddisfatto dall'interpretazione che quest'ultimo ne
dava.
Il 7 novembre del 1926 si ebbe il risultato della cattedra di Roma. Fermi risultò
primo, Persico secondo e Pontremoli terzo. Fermi a Roma, Persico a Firenze e
Pontremoli a Milano. Si coronava così il sogno di Fermi, a Roma, vicino al
padre ed alla sorella, cattedratico di Fisica teorica a 25 anni, il più giovane
cattedratico d'Italia.
NECESSITÀ DI COLLABORATORI
A questo punto emerge un problema che era già ben chiaro nella mente di Corbino
e che con Fermi si propongono di risolvere. In giro per i Paesi scientificamente
più avanzati vi sono possenti scuole di fisica con schiere di menti di primo
livello che lavorano con abbondanti finanziamenti. Occorre anche in Italia
mettere su uno o più gruppi di ricerca e tentare di ottenere dei fondi. Sul
secondo problema non si riuscirà mai (ancora oggi) a cavare un ragno dal buco:
la retorica fascista (ma oggi come la chiameremmo?) che si riempiva la bocca del
popolo di poeti, santi, navigatori e scienziati non tirava fuori i soldi che
sarebbero stati necessari alle teoricamente (dal punto di vista fisico)
possibili grandi imprese. Sul primo problema, limitatamente alle disponibilità
economiche ed alla possibilità di trattenere alcune menti nel nostro Paese ed
evitare la storica emorragia di cervelli, alcuni importanti risultati si
riuscirono ad ottenere. Ma su questa fuga di cervelli mi concedo una breve
digressione. Essa continua inesorabile ancora oggi con classi politiche che si
alternano ma che caparbiamente mostrano completa ignoranza, non tanto della
scienza come fatto culturale e civile - fatto che già onorerebbe chiunque -
quanto, della ricerca come fattore di progresso economico ed industriale nei
settori di punta. Ciò che non riescono a capire i nostri politici, che si
concedono citazioni - anche sbagliate - in latino, è che la ricerca richiede
del tempo perché divenga applicativa; se ci si aspettano dei risultati
immediati si sbaglia clamorosamente e ci si riduce a diventare colonie di Paesi
più lungimiranti che, tra l'altro, sfruttano i cervelli che sono stati
preparati in Italia, per poi rivenderci a caro prezzo i brevetti conseguiti dai
nostri ricercatori in quei Paesi. Francamente non so proprio come e se sarà mai
possibile rimuovere una tale situazione che, oggi, è ancora più appesantita da
una Chiesa che si mette di traverso in ogni questione relativa a ricerche di
punta, Chiesa che per fini di basso scambio ha grande udienza presso i nostri
politici.
Ma torniamo al come Corbino e Fermi riuscirono a portare nel mondo della fisica
un gruppo eccezionalmente dotato di giovani.
Da dove cominciare a cercare ?
Naturalmente presso i primi anni di studio in qualche facoltà scientifica con
studi impegnativi e che, almeno all'inizio, fossero simili a quelli che si
sarebbero dovuti affrontare in un corso di laurea in fisica. Solo il biennio di
Ingegneria rispondeva a tali caratteristiche, e fu lì che Fermi e Corbino
indirizzarono le loro attenzioni . L'Istituto di fisica, all'epoca, aveva 12
studenti sui 4 anni di corso e, a giudizio di Fermi, nessuno aveva le
caratteristiche che egli richiedeva. Corbino insegnava però fisica agli
ingegneri ed era in grado di segnalare ragazzi giovani, aperti ed eventualmente
atti agli scopi di Fermi. Certo che si andava a proporre una specie di favola:
un indirizzo universitario privo di un qualunque ipotetico sbocco se non tutto
interno alla stessa università che, comunque, avrebbe potuto assorbire solo
pochissime persone. Dall'altra parte vi era la solida ingegneria che invece
apriva a moltissimi sbocchi
professionali.
Fermi iniziò a fare conferenze
dirette a tali studenti. Scrisse articoli divulgativi sulle prospettive aperte
dalla nuova fisica, scrisse il primo libro in italiano su tutto quanto di nuovo
si stava realizzando ("Introduzione alla Fisica Atomica", Zanichelli
1928). Insieme a Corbino riuscì a far venire a Roma l' "altra metà"
di Fermi, un fisico che si sapesse muovere in ambito sperimentale con la stessa
disinvoltura con cui Fermi lo faceva in ambito teorico (pur restando comunque un
ottimo fisico sperimentale). Franco Rasetti, l'amico che Fermi aveva conosciuto
bene a Pisa, era la persona adatta e fu chiamata da Firenze nel 1927. Una breve
digressione sul fatto che viene chiamato un "amico" di Fermi,
soprattutto al senso che oggi si dà a questa parola. L'interesse principale di
Fermi (ed in questo senso posso dire che lo stesso modo di pensare è rimasto
vivo nell'Istituto di fisica di Roma almeno fino a quando Edoardo Amaldi ha
operato in esso - 1989 -) era il successo di una impresa. Anche dal punto di
vista della sua persona egli non aveva effettivo potere. Era solo il suo
prestigio, che comunque sarebbe restato un fuoco di paglia se non si fosse
sostanziato in risposte alle aspettative, che gli permetteva di indicare delle
persone adatte a degli scopi. Se queste persone non avessero risposto agli
intenti, il primo che avrebbe pagato sarebbe stato proprio lui. Il problema era
di costruire un gruppo di persone riconosciute abili agli scopi richiesti dal
capo del gruppo che, in ogni caso, se ne assumeva ogni responsabilità. È
inutile che spieghi come oggi il concetto di amico abbia assunto un altro
significato proprio perché questa amicizia non viene poi assunta in termini di
responsabilità personale e chi, alla fine, pagherà gli eventuali insuccessi
dell' "amico", sarà la collettività.
Con Rasetti vi era un nucleo
iniziale molto forte con alle spalle il prestigio ed il potere di Corbino (ma
anche con invidie ed inimicizie da parte di Antonino lo Surdo, professore di
Fisica Superiore, che ritenendo di essere lui il depositario della "nuova
fisica" pur essendo restato a testi semiclassici ed ignorando la fisica
quantistica, si era opposto all'assunzione di Fermi, arrivando a posizioni
ostili nei riguardi di Corbino). Rasetti si stabilì a Roma e Corbino riuscì a
creare per lui la cattedra di Spettroscopia (1931). Fu proprio Rasetti a
convincere Emilio Segrè a passare da ingegneria a fisica, nello stesso anno
(1927) in cui Corbino convinse Amaldi allo stesso passo (all'epoca Amaldi aveva
19 anni). Sempre nel 1927 fu Segrè a convincere il suo amico Ettore Majorana
(aveva 21 anni) a seguirlo da Ingegneria a Fisica. Abbiamo già il primo nucleo
di quella che sarà conosciuta come la "Scuola di Roma". Naturalmente
si tratta di giovani, certamente studiosi valenti, ma anche pieni di voglia di
divertirsi (a parte Majorana che non partecipò mai alla vita del gruppo,
frequentando poco l'Istituto e mantenendosi in disparte). Si erano dati dei
nomignoli che rispondevano ai caratteri e/o ai compiti di ciascuno:
Corbino
era il Padreterno
Fermi
era il Papa
Rasetti
era il Cardinal Vicario
Segrè era il Prefetto alle Biblioteche
Amaldi era il Fanciulletto
Majorana era il Grande Inquisitore
Trabacchi (che incontreremo tra un poco) era la Divina Provvidenza.
Il
gruppo gioca e si diverte in festicciole organizzate in casa ora dell'uno ora
dell'altro. Amaldi si vestiva da Greta Garbo; in casa della giovane Laura Capon
(futura signora Fermi) i ragazzi di Via Panisperna (dal nome della strada in cui
aveva sede l'Istituto di Fisica) venivano chiamati logaritmi; Amaldi, Fermi e
Rasetti erano usi "torturare" le ragazze, Laura e Ginestra (futura
signora Amaldi), con domande di fisica strane ed "impossibili"; ma lo
stesso Amaldi, il piccolo della comitiva, era "torturato" da Segrè e
Rasetti allo stesso modo.
Ma il lavoro procede intenso per
molte ore al giorno.
Nel
1927 Fermi pubblicò un altro lavoro di grande importanza, "Un metodo
statistico per la determinazione di alcune proprietà dell'atomo". Si
tratta di un modello di atomo che permette calcoli in modo agile. Questo modello
atomico è oggi noto sotto il nome di Thomas - Fermi. Intanto l'intero gruppo
che, ricordiamolo, era formato in gran parte da studenti, lavorava
essenzialmente su problemi di spettroscopia atomica e molecolare.
Nel
1928 si incorporò al gruppo Giovanni Gentile junior (figlio del famoso filosofo
Giovanni Gentile) appena laureatosi alla Normale di Pisa. Nello stesso anno si
laureò Segrè. In quello stesso anno Fermi si sposò con Laura Capon.
Nel
1929, lo stesso giorno, si laurearono Amaldi e Majorana.
Altri
fisici che successivamente si incorporarono furono: Wich, Fubini, Fano,
Pincherle, Pontecorvo (che avrà un ruolo importante nel gruppo e nel quale si
inserirà nell'estate del 1934), Racah, ... Anche Salvador Luria, futuro Nobel
per la medicina, studiò fisica alla scuola di Fermi. I fisici ora citati
provenivano da varie parti d'Italia. Questo fatto significava che Fermi era
ormai noto ed aveva raggiunto lo scopo di interessare alla fisica giovani
validissimi di tutta Italia.
Ma
non solo Roma ebbe una Scuola di Fisica. Da Roma, come un'operazione di
apostolato (per mantenere una terminologia che gli stessi fisici romani avevano
utilizzato), si diffusero per l'Italia vari apostoli della "nuova
fisica" e costruirono Scuole di grande prestigio in altre città italiane.
Altre Scuole nacquero per iniziativa di influenti fisici - politici, come il già
citato sen. Garbasso a Firenze. Egli già disponeva di Persico (che nel 1930 si
sposterà a Torino) e chiamò Bruno Rossi da Bologna mettendo su una Scuola che
annoverò personaggi come Occhialini, Gilberto Bernardini, Racah, Daria
Bocciarelli (che poi diventerà una stretta collaboratrice di Amaldi a Roma),
Righini, Lorenzo Emo. Ma Rossi darà vita anche alla Scuola di Padova dove lavorò
anche Ettore Pancini. Naturalmente qui si potrebbero seguire altre importanti
vicende per la vita scientifica del nostro Paese ma restiamo a questi cenni per
tornare alla Scuola di Roma da cui iniziò l'intera reazione a catena.
Nel
1929 ci si rese conto che, mentre la parte teorica procedeva bene, la parte
sperimentale lasciava a desiderare. Era urgente apprendere tecniche, conoscere
nuovi strumenti e per far ciò c'era una sola possibilità: recarsi nei
prestigiosi laboratori funzionanti europei (e non solo, anche gli USA iniziavano
ad apparire) con borse di studio. Rasetti si recò prima a Pasadena (California)
a lavorare nei laboratori di Millikan quindi a Berlino a lavorare nei laboratori
di Lise Meitner; Segrè andò ad Amsterdam a lavorare con Zeeman e quindi ad
Amburgo con Stern; Amaldi a Lipsia con Debye. Intanto nel 1929 Fermi venne
nominato Accademico d'Italia ma per la sua "allergia" alla politica
non riuscì a trarne vantaggio (quando andava a sciare in Val Gardena
l'albergatore gli chiedeva se era parente di "Sua Eccellenza" Fermi ed
egli rispondeva che si trattava di un lontano cugino; al che l'albergatore
rispondeva che lo sapeva poiché Sua Eccellenza ogni volta che si recava da
quelle parti si recava nel suo albergo. Solo una volta, ricorda sua moglie
Laura, in un blocco di traffico a Roma, riuscì a passare facendo valere il suo
titolo con un poliziotto).
Nel
1930 lo stesso Fermi si recò negli USA per tenere lezioni in varie università.
Rimase profondamente colpito dalla mole di attrezzature presenti in quei
laboratori.
All'inizio
degli anni '30 molti fisici tedeschi iniziarono a passare per Roma perché
preoccupati dalla minacciosa situazione politica tedesca. Tra di essi ricordo
Bethe, Bloch, Peierls, London, Goudsmit, Teller (dall'Ungheria), ... A parte il
fatto che il Fascismo non era visto da loro come il Nazismo, è di interesse
notare che la Scuola di Roma iniziò a funzionare come richiamo internazionale.
Se solo si fosse potuto disporre di una lungimirante politica di
"accoglienza", avremmo potuto disporre di una concentrazione
impressionante di cervelli (questa operazione, certamente con ben altri mezzi,
fu fatta dagli USA). A lato delle tragiche vicende politiche che già indicavano
chiaramente, in Germania, una scellerata campagna antisemita, la venuta di
scienziati così famosi permise lo scambio fecondissimo di opinioni
scientifiche.
Il
corso degli avvenimenti scientifici, le visite all'estero, gli scambi di
opinione con eminenti scienziati stranieri fecero capire che ormai gli studi
spettroscopici potevano dirsi esauriti e comunque non più fecondi. Una serie di
indizi faceva intendere che la strada da seguire era quella del NUCLEO ATOMICO.
Per la Scuola di Roma, priva di fondi e strumentazione, si trattò di una
faticosa riconversione. Ma la "macchina" mostrò allora di essere a
regime, di essere in grado di operare il grande salto e mettersi ad operare da
subito a pieno ritmo.
UN
NUOVO INDIRIZZO DI RICERCA
Siamo al 1932. Ricapitoliamo in
modo estremamente succinto le conoscenze che si avevano sul nucleo atomico.
Il nucleo di un atomo è costituito
da particelle cariche positivamente, i protoni e da particelle neutre, i
neutroni. Si conoscono svariati elementi che presentano il fenomeno della
radioattività naturale. DAL NUCLEO vengono emesse radiazioni di tre tipi:
-
le alfa, costituite da due protoni e due neutroni legati insieme (sono
radiazioni dotate di carica positiva, con grande massa e poca energia cinetica,
penetrano quindi pochissimo in un bersaglio e risentono dell'azione di campi
elettrici e magnetici);
-
le beta, costituite da elettroni (sono radiazioni dotate di carica negativa,
hanno piccolissima massa ed elevata energia cinetica, penetrano quindi
abbastanza in un bersaglio e risentono dell'azione di campi elettrici e
magnetici). L'esistenza di tali radiazioni sarà un gigantesco rompicapo. Nel
nucleo vi dovrebbero essere anche degli elettroni? La cosa che sembrava
sperimentalmente evidente, era negata da studi teorici;
-
le gamma, costituite di sola energia (sono radiazioni prive di carica, prive di
massa ed enorme energia cinetica, penetrano quindi attraverso spessori elevati
di svariate sostanze e non risentono di campi elettrici e magnetici );
-
si inizia ad intuire la presenza di radiazioni neutroniche (radiazioni prive di
carica, abbastanza penetranti per la loro elevata energia cinetica e soprattutto
perché non risentono dell'azione di campi elettrici e magnetici); tali
radiazioni, individuate per la prima volta da Frédéric Joliot ed Irene Curie
(in Francia), risultavano addirittura più penetranti dei raggi gamma. Fu
Chadwick, come già accennato, a comprendere che si trattava di particelle prive
di carica, con massa circa uguale a quella del protone e con grande potere
penetrante poiché non "fermate" o rallentate dalla repulsione
coulombiana dei nuclei dei materiali con cui interagiscono.
Si sa che di un dato elemento
chimico ne esistono vari tipi. Un dato elemento è determinato dal numero dei
protoni che ha nel nucleo. Ebbene, dato un certo numero di protoni (che, ripeto,
definiscono univocamente l'elemento e le sue proprietà chimiche), ad essi si
possono associare dei neutroni in numero differente costituendo differenti
ISOTOPI dello stesso elemento (ad esempio l'idrogeno. Esso è costituito in
natura da un solo protone nel nucleo. Vi è poi il deuterio che è l'idrogeno
con un neutrone aggiuntosi al protone nel nucleo. Vi è infine il trizio che è
l'idrogeno con due neutroni aggiuntisi al protone nel nucleo. E così per tutti
gli elementi). In natura vi sono svariati isotopi di svariati elementi, alcuni
dei quali sono stabili (non radioattivi) ed altri instabili (la radioattività
naturale).
Altra
scoperta di rilievo è quella dello statunitense Anderson che, nel 1932,
evidenziò l'esistenza del positone, di una particella cioè identica
all'elettrone, solo con carica opposta (la cosa, oggi nota come
"antimateria", era stata prevista dal fisico britannico Dirac nel
1928).
Dal
punto di vista teorico e, purtroppo aneddotico, Majorana aveva intuito
l'esistenza dei neutroni nei nuclei. Nonostante l'esistenza di Fermi e
collaboratori, Majorana si rifiutò di pubblicare il suo lavoro perché lo
riteneva incompleto. La cosa irritò
molto il gruppo che AVEVA BISOGNO di risultati con visibilità internazionale.
Fu Heisenberg che nello stesso anno pubblicò un lavoro che teorizzava un nucleo
costituito da neutroni e protoni (Heisenberg era amico di Majorana, l'unico
amico che si era fatto durante la sua permanenza a Lipsia in Germania, amico che
lo convinse a pubblicare il suo lavoro con un anno di ritardo, appunto nel
1933).
Nel
panorama di una fisica tutta da costruire, già si imponevano tre grosse
questioni:
-
come può un nucleo atomico emettere elettroni ?
-
perché il bilancio energetico delle reazioni nucleari non torna, ogni volta che
viene emessa radiazione beta (gli elettroni di cui prima) sembra che
dell'energia svanisca ?
-
come è possibile tenere insieme in un nucleo due protoni, cioè due particelle
cariche dello stesso segno che, secondo la legge di Coulomb, dovrebbero
respingersi schizzando via come proiettili supersonici?
Le forze che entrano in gioco per
tenere unito un nucleo furono battezzate da Heisenberg - Majorana come
"forze di scambio". Una loro trattazione completa fu fornita dal
giapponese Yukawa nel 1935 con l'introduzione di ipotetiche nuove particelle
chiamate da Yukawa "mesoni" (ciò che sta in mezzo) o "colla
nucleare". Secondo la teoria di Yukawa i protoni si legano ai protoni, i
protoni ai neutroni, i neutroni ai neutroni scambiandosi delle particelle molto
appetibili, i mesoni. ê un poco lo stesso meccanismo che lega insieme due cani
dello stesso sesso che si evitano accuratamente, salvo quando incontrano un
succoso osso che li vede disperatamente uniti per la bocca attraverso il
medesimo osso. Il mesone è una particella succosa. Ed io ho più volte
sostenuto che le teorie possono essere le più fantasiose. Il fatto
straordinario, fermo restando che uno trova ciò che vuole trovare, è che poi
l'esperienza dia ragione a tali teorie: il mesone ( o pione) è stato trovato
sperimentalmente nelle sue tre versioni previste da Yukawa (mesone positivo,
mesone negativo, mesone neutro). Queste particelle furono scoperte nei raggi
cosmici nel 1947 da Lattes, Occhialini (ambedue italiani) e Powell
(statunitense) negli USA. Per tale scoperta Powell ebbe il Nobel nel 1950, agli
altri due niente: non si dà un Nobel ad un Paese ex fascista ed alleato del
Nazismo (l'Italia ha pagato fino al 1984 questa situazione politica con, ad
esempio, Conversi e svariati altri. Stesso trattamento è stato riservato alla
fisica sovietica).
Restavano i primi due problemi che
erano interconnessi.
Nel 1933 Pauli ipotizza che, a lato
dell'elettrone, il nucleo emetta anche un'altra particella non ancora rilevata
(tale particella fu battezzata da Fermi: neutrino; doveva essere priva di carica
e con una massa, nel caso fosse esistita, infinitesima). È il "mito"
della conservazione dell'energia: piuttosto che rinunciare a questa certezza, i
fisici preferirebbero il martirio. Quali erano le caratteristiche di tale
particella? Esattamente quelle che mancavano perché tornasse la conservazione,
o meglio, le conservazioni (oltre all'energia, c'è la carica, la parità, la
simmetria, ...). Anche qui, il fatto straordinario è che
questa particella, il neutrino, fu scoperta nel 1956 da Raines e Cowan
(USA).
Nel 1934 fu Fermi ad entrare in
argomento con un lavoro ancora storico e pietra miliare di ogni ricerca fisica:
"Tentativo di teoria di emissione dei raggi beta", pubblicato in
tedesco da "Zeitschrift für Physik" ed in italiano su la
"Ricerca Scientifica" (è da notare che la prestigiosa rivista inglese
Nature gli rifiutò la pubblicazione in quanto il lavoro era ritenuto
"troppo astratto"). Si tratta di quella che oggi è nota come
"interazione debole" o come "interazione universale di
Fermi". Nel lavoro viene spiegato il fenomeno dell'emissione degli
elettroni da parte di un nucleo con il decadimento di neutroni in protoni,
elettroni e neutrini. In particolari condizioni un neutrone presente nel nucleo
decade (o si disintegra) originando un protone, un elettrone ed un neutrino
(oggi sappiamo che si tratta di un antineutrino). La reazione di decadimento
conserva tutto ciò che la fisica nota prevede (essenzialmente: energia, carica
e massa). Questo risultato di Fermi, a giudizio di tutti gli storici, sarebbe
bastato a passarlo definitivamente alla storia della fisica insieme all'altro,
già menzionato, della statistica di un gas di elettroni.
Questa scoperta di Fermi inizia a
far luce su alcune trasmutazioni nucleari già evidenziate ma, evidentemente,
non capite dal britannico Blackett nel 1923.
I problemi sono i seguenti: che
accade del nucleo di un atomo quando perde "un elettrone"? e
cosa accade quando perde una particella alfa (cioè due protoni + due
neutroni)? Le questioni relative alle radiazioni gamma e neutroniche si porranno
in seguito e saranno in gran parte risolti dalla soluzione ai due problemi
posti.
La perdita di un elettrone da parte
di un nucleo corrisponde ad un suo neutrone che è diventato un protone (con,
appunto, l'espulsione dell'elettrone). Il numero dei protoni dell'atomo cresce
di una unità. L'elemento chimico cambia natura (trasmuta) e si sale di un posto
nella tavola periodica degli elementi.
L'espulsione di una particella alfa
comporta, da parte di un nucleo, la perdita di due protoni. La conseguenza è
che si scende di due posti nella tavola periodica e, anche qui, l'elemento
chimico è un altro. Il sogno degli alchimisti è diventato realtà! I nuovi
stregoni hanno realizzato il sogno di tramutare il piombo in oro 2500 anni dopo
Aristotele! La cosa è sperimentalmente realizzabile. Peccato che il costo
dell'oro così ottenuto sia di gran lunga più elevato di quello che si può
acquistare in qualunque mercato!
DUE
PAROLE SULLA CONSERVAZIONE DELLA MASSA-ENERGIA: EINSTEIN
Nel novembre del 1905, in due
pagine, Einstein completò con alcune conseguenze, il suo lavoro del marzo sull'ellettrodinamica
dei corpi in movimento (relatività). Il lavoro trattava dell' "inerzia
dell'energia". Come conseguenza della ridiscussione dei concetti
fondamentali della meccanica (spazio, tempo, velocità, simultaneità, costanza
della velocità della luce nel vuoto, suo essere considerata una velocità
limite, 2º principio della dinamica non più in termini di massa per
accelerazione ma in quelli di variazione di quantità di moto, ... ) Einstein
aveva trovato che anche la massa, fino ad allora
(e dai tempi di Lavoisier - 1789 - ) considerata come invariante, era
soggetta a dei cambiamenti radicali. In pratica, poiché la velocità della luce
era ammessa come velocità limite e quindi era impensabile il suo superamento,
un corpo non può accelerare all'infinito; da un certo punto in poi gli effetti
della forza, non potendo più agire su variazioni di velocità devono
intervenire su variazioni di massa. Quanto detto significa che la massa e
l'energia sono esattamente la stessa cosa. La massa, detto in modo brutale, è
energia condensata. Ad ogni sparizione di una
PICCOLA quantità di massa corrisponde la comparsa di una ENORME quantità di
energia e viceversa. Il che vuol dire che da questo momento (1905) non ha più
senso parlare della conservazione della massa come di un qualcosa separato dalla
conservazione dell'energia. Ora si parla solo della conservazione della
massa-energia. È la famosa relazione di Einstein che fa bella mostra di sé
anche sulle magliette sportive. È la relazione che solo 30 anni dopo la sua
scoperta teorica inizia a fare la sua prepotente comparsa nel mondo della fisica
sperimentale.
Cosa c'entra una tale reazione con
le forze che tengono legate le particelle in un nucleo ? Se si fanno i conti si
scopre una cosa di grande interesse. La massa di ogni particella costituente il
nucleo, misurata al di fuori del nucleo stesso, ha un determinato valore.
Sembrerebbe che, per avere la massa di un nucleo occorre fare la semplice somma
delle particelle che lo compongono. Ebbene, le cose non stanno così! La massa
di un nucleo legato è sempre inferiore alla massa delle particelle che lo
compongono. La parte di massa che è "scomparsa" è andata a
costituire l'energia di legame del nucleo. È possibile verificare ciò rompendo
un nucleo (di un elemento pesante): in corrispondenza alla rottura, questo
elemento emette una enorme quantità di energia corrispondente esattamente a
quella che è necessaria per tenerlo legato.
IL
GRUPPO DI ROMA ALLE PRESE CON LA FISICA NUCLEARE
Nel 1934 F. Joliot e I. Curie
scoprirono la radioattività artificiale: "bombardando" con
neutroni (il termine che può sembrare forte è la traduzione a livello atomico
di ciò che la nato ha fatto su Belgrado, si tratta di disporre di neutroni
da inviare contro un dato materiale) degli isotopi esistenti e stabili in
natura, si ottengono degli isotopi instabili dello stesso elemento che, dopo
l'emissione di uno o più tipi di radiazione ed un certo tempo, che varia da
elemento ad elemento (vita media), ritornano spontaneamente ad essere isotopi
stabili.
Nello stesso anno inizia a Roma una
grande e metodica serie di ricerche che hanno il fine di bombardare tutti gli
elementi della tavola periodica e di studiare gli isotopi degli elementi che si
ottengono dopo la reazione nucleare. Tra i fisici del gruppo non vi era chi
avesse importanti conoscenze di chimica. Per questo fu associato al gruppo
stesso il chimico Oscar D'Agostino. Era lui che, dopo ogni esperimento di
bombardamento, doveva studiare le proprietà chimiche dei prodotti di reazione
e, alla fine, dire quali elementi si erano ottenuti.
La cosa non era così semplice.
Anche oggi, ad esempio, se si chiedesse ad una persona di raccogliere un
campione dei 92 elementi della tavola periodica, avrebbe delle difficoltà.
All'epoca le cose erano più complicate ed allo scopo venne addetto Segrè. Egli
aveva trovato un negozio di prodotti chimici in Via delle Botteghe Oscure, il
cui proprietario, il Sig. Troccoli, gli procurava via via ciò di cui il gruppo
aveva bisogno, anche perché aveva delle scorte invendute e perse nella parte più
alta degli scaffali. Il sig. Troccoli era uso accompagnare le consegne a Segrè
con pittoresche frasi in latino, del tipo: "Rubidium caesiumque tibi
donabo gratis et amore Dei".
Alle ricerche sperimentali furono
impegnati direttamente Fermi, Amaldi, Pontecorvo, Rasetti e Segrè. I lavori
erano progettati in modo scrupolosissimo. Intanto era curata la geometria dei
sistemi. Dei cilindri cavi, sempre della stessa dimensione, venivano riempiti
della sostanza da irradiare. Quindi la sorgente di neutroni veniva posta ad una
distanza determinata per uno stesso tempo. Alla fine entrava in scena D'Agostino
per studiare i prodotti della reazione.
Ma dove "si procuravano"
i neutroni i nostri ricercatori? Qui entra in scena la mancanza di soldi e la
Divina Provvidenza cui abbiamo accennato. Intanto non vi erano soldi per
acquistare del materiale radioattivo che, come si può ben capire, era
indispensabile. Quindi si dava il caso che l'edificio di Via Panisperna che
ospitava l'Istituto di Fisica ospitasse anche l'Istituto Superiore di Sanità
(in pratica, pur non essendovi barriere materiali, metà edificio era per la
Fisica e l'altra metà per la Sanità: i due Istituti erano divisi da un
lungo corridoio). Inoltre l'Istituto di Sanità era in possesso di un
grammo di radio gelosamente custodito in una cassaforte ma, allo stesso tempo,
l'Istituto era diretto da un amico di Corbino e Fermi, il già citato Trabacchi
(la Divina Provvidenza, con chiaro significato del termine). Ma quel radio non
si poteva spostare da lì, la burocrazia è un mostro del giurassico. Però era
possibile aprire la cassaforte ed avvicinarsi ad esso. Tanto bastava. I nostri
fisici sapevano che del berillio contenuto in una provetta, se esposto alle
"emanazioni" del radio (il gas radon) diventava una sorgente di
neutroni con cui, successivamente, bombardare i materiali in studio trovati da
Segrè. E qui viene la parte atletica dell'impresa. Poiché i neutroni vengono
emessi dal berillio irradiato solo per tempi molto brevi, occorreva: aprire la
cassaforte che si trovava nell'edificio dal lato opposto del laboratorio di
fisica, procedere all'irradiazione della provetta di berillio, quindi CORRERE
disperatamente verso il laboratorio di fisica per poter bombardare con i
neutroni ottenuti la sostanza in studio (furono Fermi ed Amaldi a fare da
staffette, perché migliori velocisti). E così molte volte al giorno per molti
giorni.
Il
metodo seguito era quello indicato più su: tra i prodotti della reazione di un
dato elemento bombardato si cercavano isotopi di elementi o situati un posto
successivo nella tavola periodica (nel caso in cui, bombardati da neutroni,
avessero emesso radiazione beta) o elementi situati due posti più indietro
nella stessa tavola periodica (se l'elemento in considerazione avesse emesso
radiazione alfa). Arrivati all'ultimo elemento bombardato, l'uranio, poiché non
vi erano elementi che rispondessero alle caratteristiche chimiche di ciò che si
trovava due posti prima nella tavola periodica e poiché non vi era nulla dopo,
Fermi, CON MOLTI DUBBI, pensò di aver creato due nuovi elementi il 93 ed il 94
che, proprio perché eventualmente situati al di là dell'uranio, furono detti
transuranici. Tutto era da verificare ma la cosa arrivò alle orecchie di
Corbino al quale interessavano dei successi SUBITO. Comunicò la cosa ad un
convegno ufficiale dell'Accademia dei Lincei, nonostante la contrarietà di
Fermi e del gruppo, e battezzò i due elementi "ausonio" (l'attuale
"nettunio") ed "esperio" (l'attuale "plutonio").
Fermi perse addirittura il sonno per questa avventatezza. Andò a parlare con
Corbino ed insieme stilarono un comunicato stampa che tentò di palliare le cose
dicendo che quanto annunciato era tutto da verificare.
Cosa
era accaduto nelle reazioni nucleari con l'uranio ? Le cose non erano per nulla
chiare perché si sovrapponevano svariati fenomeni:
-
gli elementi radioattivi prodottisi nel bersaglio erano più di due;
-
certamente l'uranio (l'isotopo 238) aveva dato origine a qualche transuranico ma
era impossibile ricavarne proprietà chimiche che non si potevano conoscere;
-
contemporaneamente l'uranio (l'isotopo 235, presente in percentuale dello 0,7%
nel 238) aveva visto i suoi nuclei spezzarsi in due
(o anche tre) pezzi più piccoli (nuclei di altri elementi, anch'essi
radioattivi). Si era insomma prodotta la prima FISSIONE NUCLEARE ma Fermi e
collaboratori non lo capirono (Amaldi successivamente parlò di "errore
storico" del gruppo). Una tale non comprensione derivava dal fatto che il
metodo seguito fino ad allora faceva cercare proprietà di elementi chimici
"vicini" nella tavola periodica a quello bombardato. A nessuno venne
in mente di cercare proprietà chimiche di elementi "lontani".
"Spaccandosi" un nucleo di uranio con 92 protoni, circa la metà di
essi costituiscono un pezzo mentre la rimanente quantità di protoni costituisce
l'altro pezzo. Occorreva cercare dalle parti del rodio, del palladio,
dell'argento, ..., insomma verso la metà della tavola periodica degli elementi:
si sarebbero trovati isotopi di quegli elementi sovraccarichi di neutroni
(l'uranio 235 ha 235 - 92 = 143 neutroni che prevedibilmente si suddividono più
o meno al 50% per ogni prodotto di fissione) e pertanto fortemente radioattivi
(la radioattività di un isotopo è tanto maggiore quanto più il numero dei
neutroni sopravanza quello dei protoni nel nucleo dell'elemento).
La cosa era stata capita dalla
chimica tedesca Ida Noddack che scrisse un articolo e ne inviò
copia a Fermi e collaboratori i quali, però, non vi fecero caso.
Ulteriori chiarimenti ed esperienze
fondamentali vennero dai tedeschi Hahn e Strassman, dagli austriaci Lise Meitner
e Otto Frish, dai francesi F. Joliot e I. Curie (tra il 34 ed il 39, momento in
cui cadrà il silenzio su tali ricerche per la guerra che Hitler aveva
scatenato).
Nell'ambito delle ricerche sul
bombardamento dei vari elementi chimici un'altra scoperta fondamentale fu fatta
dal gruppo Fermi. Si tratta della scoperta delle proprietà dei neutroni lenti.
Tale scoperta è alla base del
funzionamento di ogni centrale nucleare e Corbino,
circondato dal totale disinteresse del gruppo, la fece brevettare presso un
notaio in Roma (brevetto nº 324458). Successivamente (1953), dopo varie vicende
legali che vedevano gli USA non riconoscere un tale brevetto, a ciascun
componente del gruppo fu data una cifra ridicola, pari a 24.000 dollari a testa(*).
Ma vediamo di cosa si tratta.
I
NEUTRONI LENTI
Gli esperimenti di bombardamento
con neutroni dei vari elementi avvenivano nel laboratorio a cui abbiamo già
accennato. Il lavoro era abbastanza ripetitivo e non tutti erano sempre presenti
ad ogni fase delle successive sperimentazioni. Tutti i risultati raccolti fino
all'estate del 1934 erano piuttosto grossolani. Tra i vari isotopi prodotti
mediante il bombardamento con neutroni dei vari elementi chimici si era
costruita una grossolana scala che prevedeva una "attività" forte,
media, debole. Occorreva essere più precisi e fu così che si iniziò
nell'autunno del 1934 una nuova serie di ricerche per fornire una scala di
"attività" (oggi diremmo di sezione d'urto") più precisa. Il
compito di realizzare tali misure fu affidato ad Amaldi ed all'appena arrivato
giovane Pontecorvo.
Intanto occorreva costruire delle
situazioni sperimentali che avessero potuto permettere la riproducibilità dei
risultati ottenuti. Anche qui la geometria, la massa, i tempi, le distanze,
giocavano un ruolo fondamentale. Come riferimento per le misure venne preso
l'argento per il quale si disponeva di risultati molto attendibili Ma,
nonostante l'estrema cura con cui ogni esperienza era progettata vi era un
qualcosa di straordinario che si presentava in corrispondenza di fattori
apparentemente insignificanti. La radioattività del materiale bombardato
aumentava vertiginosamente o diminuiva vistosamente se solo l'esperienza si
faceva, rispettivamente, su un tavolo di legno o su un tavolo di marmo! Cosa
succedeva? Tutto il gruppo fu allertato e tutti iniziarono a tentare di capire
il fenomeno. Qual è la differenza principale tra un calcare (il marmo) ed il
legno ? La presenza di idrogeno nel secondo. Poteva essere l'idrogeno che aveva
un qualche effetto sui neutroni che andavano a bombardare il bersaglio ?
Occorreva verificare tale ipotesi. Occorreva interporre un qualche materiale
contenente idrogeno tra la sorgente di neutroni ed il bersaglio. Cosa contiene
idrogeno ? Certamente la paraffina, ma al momento non se ne disponeva, e poi
l'acqua. [Non sono molto certo della vicenda che segue, alcuni storici la
raccontano, Segrè, che pure era nel gruppo in quel momento, non ne fa proprio
cenno]. Nel giardino dell'Istituto vi era una fontana. Ci si recò subito lì.
Seduti sul bordo della vasca si immersero con somma cura gli strumenti in acqua
ed ... il fenomeno divenne evidentissimo: la radioattività indotta sul
bersaglio era cresciuta oltre quanto si potesse ragionevolmente immaginare. Ciò
mostrava che l'ipotesi era corretta: interponendo tra sorgente e bersaglio delle
sostanze idrogenate si ottiene un effetto moltiplicatore della radioattività
indotta. Gli esperimenti furono ripetuti in laboratorio interponendo paraffina
tra proiettili e bersaglio ed ancora si ottennero quegli stupefacenti risultati
(le esperienze con paraffina sono del 22 ottobre del 1934). La sera di quel
famoso 22 ottobre ci si riunì in casa Amaldi. Fermi praticamente dettava, Segrè
scriveva e Rasetti, Amaldi e Pontecorvo passeggiando facevano commenti e
correzioni ad alta voce. Fecero notte fonda e la domestica la mattina successiva
chiese alla signora Amaldi se, per caso, i professori si fossero ubriacati.
L'articolo che fu scritto, "Azione di sostanze idrogenate sulla
radioattività provocata da neutroni", fu immediatamente dato a la
"Ricerca Scientifica" per la sua pubblicazione. Restava da capire il
perché di un tale fenomeno. Fermi ed il suo gruppo lo fecero quasi subito per
mezzo della fisica quantistica. Cerchiamo di descrivere sommariamente le cose.
Un neutrone è un ottimo proiettile
perché riesce a penetrare le difese della materia con estrema facilità. Non
essendo dotato di carica non subisce repulsioni di sorta da parte del nucleo
atomico. Degli elettroni non si preoccupa: il rapporto di massa è di circa uno
a 2000 (un bottone di camicia ed una arancia), quindi eventuali elettroni lungo
la traiettoria vengono spazzati via. Se si usassero come proiettili gli
elettroni, a parte altri inconvenienti, non si avrebbe una massa sufficiente per
creare un qualche scompiglio nel nucleo. I protoni hanno una grande massa (circa
uguale a quella del protone) e vengono sempre prodotti con una grande energia
cinetica, e ciò vuol dire che sono
dotati di grande velocità (superiore ad un km al secondo) e perciò chiamati
"neutroni veloci". Arrivati su una sostanza entrano al suo interno.
Alcuni di essi passano tra nucleo e nucleo e non producono effetti. Altri vanno
su di un nucleo ed in qualche modo, data la loro elevata energia, riescono ad
attraversarlo senza provocare danni di un qualche tipo. Altri infine vanno a
finire su dei nuclei e, venendo da questi inglobati, originano l'isotopo
radioattivo. Solo pochi neutroni in definitiva arrivano in modo
"utile" al bersaglio.
L'effetto delle sostanze idrogenate
sui neutroni che le attraversano è di rallentarli in modo da ridurre la loro
velocità a meno di un km al secondo, quando le hanno oltrepassate. È a questo
punto che, rallentati, vanno sul bersaglio vero e proprio provocando effetti
molto maggiori. E la cosa fu correttamente spiegata dal gruppo Fermi: la
probabilità che un nucleo "catturi" un neutrone in arrivo è molto
maggiore se il neutrone ha poca energia, dello stesso ordine di grandezza
dell'energia propria di vibrazione del nucleo. Quando il neutrone è in
"risonanza" con il nucleo (la sua "frequenza" è la stessa
di quella con cui vibra il nucleo), avviene la cattura. Insomma un neutrone
rallentato non ce la fa ad attraversare un nucleo
che si trovasse sulla sua traiettoria, cresce quindi di molto il numero di atomi
dell'isotopo radioattivo che si genera dall'elemento di partenza (aumenta la
sezione d'urto e quest'ultimo concetto mostra
anche la possibilità di trasformare un problema di una data natura in problema
geometrico):
La
notizia di questo risultato si sparse immediatamente per il mondo scientifico
(fu lo stesso Rutherford che presentò la ricerca alla Royal Society di Londra)
che iniziò subito, sotto questa nuova prospettiva, una nuova e lunga serie di
esperimenti. Il gruppo di Roma, comunque, in 4 anni scoprì ben 50 isotopi
radioattivi.
Ma
siamo arrivati al 1935, inizio della fine della Scuola di Roma. Ciò che la
Chiesa aveva fatto nel 1633 lo stava per ripetere il Fascismo: la distruzione di
un gruppo, di una vera e propria Scuola che aveva ridato dignità alla ricerca
fisica italiana riportandola alla ribalta mondiale. Ma vediamo il susseguirsi
degli eventi.
LE
VICENDE DEL GRUPPO FERMI DAL 1935 AL 1938
È il 1935. Siamo alla vigilia
della guerra d'Etiopia ed all'intervento militare italiano nella Guerra Civile
Spagnola dalla parte del golpista Franco. Rasetti va negli USA, alla Columbia
University, e vi resta. Segrè vince una cattedra di fisica a Palermo e vi si
reca (in questa città scoprì il "tecnezio", primo elemento
artificiale che "mancava" nella tavola periodica). D'Agostino assunse
un impiego alla Sanità. L'anno successivo fu Pontecorvo che emigrò in Francia.
Scriveva Amaldi che "nel 1936 il clima si era fatto molto pesante".
Nel 1937 Amaldi vince la cattedra di fisica sperimentale a Cagliari. Ma proprio
in quell'anno muore Corbino ed Amaldi viene chiamato a Roma.. Anche
nell'Istituto di Fisica il clima si fa pesante. È il fascista Lo Surdo che
sostituisce Corbino alla direzione dell'Istituto e Lo Surdo, lo ricordo, era
vecchio nemico, oltreché di Corbino, anche di Fermi.
Tra il 1933 ed il 1937 si realizza
il tramonto scientifico della Germania. Quel Paese che era diventato il luogo
dove era concentrato il maggior numero di cervelli del mondo va
desertificandosi. Il Nazismo e le leggi razziali funzionanti da subito
allontanano gran parte dei fisici (e non solo). Tra i famosi restano solo
Heisenberg, Jordan, Hahn e Strassman. Anche la vecchia idea per i nostri fisici
di recarsi a studiare in Germania svanisce. Da questa epoca si iniziano a
guardare con interesse dapprima la Gran Bretagna e quindi gli USA. Fermi e
collaboratori iniziarono a pubblicare in inglese anziché in tedesco (solo
Majorana restò impressionato dalla propaganda nazista e scrisse in modo
favorevole del clima e dell'ordine che si respirava in Germania negli anni in
cui si era recato lì a lavorare con il suo amico Heisenberg).
Nel 1937 Majorana vince una
cattedra a Napoli. A Roma restano solo Fermi ed Amaldi.
Arriviamo al 1938, l'anno
scellerato. Inizia con la scomparsa di Majorana (sulla cosa si ampiamente
fantasticato e non mi soffermo qui su di essa: in bibliografia riporterò testi
che si occupano del caso). A seguito dell'annessione dell'Austria da parte della
Germania, Schrödinger viene a Roma e chiede a Fermi di trovargli rifugio in
Vaticano. Una telefonata informa la famiglia Fermi che ad Enrico è stato
conferito il premio Nobel per la fisica. Ma questa notizia si accavalla
all'altra: in Italia vengono promulgate le leggi razziali! Il nostro Paese che
è sempre stato alieno da questi fenomeni di razzismo e che, anzi, ha
rappresentato in passato un rifugio per ebrei perseguitati, ad esempio, dalla
Spagna cattolica, si trova ora con queste leggi infami. Gli ebrei debbono
lasciare il loro lavoro e su di loro si addensano le nubi annunciate da notizie
sconvolgenti provenienti dalla Germania. Fermi è colpito da tali leggi negli
affetti più cari: sua moglie Laura è ebrea. Senza farne parola con nessuno (ma
avendolo certamente capito la famiglia amica, gli Amaldi), Fermi si recò a
ritirare il Nobel per non ritornare in Italia: accettò una cattedra alla
Columbia University. Segrè, che si trovava negli USA per motivi di studio,
seppe di essere stato licenziato e non ritornò in Italia accettando una
cattedra a Berkeley (nel 1940 scoprirà l'elemento "astato"; nel 1955
scoprirà l'antiprotone e nel 1959 sarà Nobel per la fisica). Rasetti nel
frattempo si era recato in Canada, mentre Pontecorvo, dalla Francia, era passato
in URSS(**). Nel 1939 a Roma era restato il solo Amaldi (egli aveva provato a
chiedere una qualche sistemazione negli USA ma, da una parte, tutto era saturo
dalla gran mole di scienziati che si recavano in quel Paese e, dall'altra, la
moglie di Edoardo, Ginestra spingeva per restare in Italia e non abbandonare un
campo che in definitiva era stato arato e seminato così bene). Da questo punto
le strade di ognuno si dividono e solo casualmente qualcuna di esse si incrocerà
in imprese scientifico-militari negli USA. Ora io seguirò la strada di Fermi,
rimandando ad altro lavoro per seguire, da questo punto, le meritorie imprese di
Edoardo Amaldi.
Altri grandi italiani che
lasciarono l'Italia a seguito delle leggi razziali o anche solo perché
antifascisti, vanno almeno ricordati: i matematici Fano, Fubini e Beniamino
Segre, il fisico Leo Pincherle, la neurobiologa Rita Levi Montalcini (premio
Nobel nel 1986), il virologo Salvador E. Luria (premio Nobel nel 1969),
l'economista Modigliani (premio Nobel 1985), il musicista Toscanini, ... e
tanti, tanti altri.
Ci si rende conto del danno che ha
subito l'Italia?
FERMI
NEGLI USA: ALCUNI ELEMENTI DI FISICA DELLA REAZIONE A CATENA
Tra il 1938 ed il 1945 Fermi lavora
freneticamente negli USA con la amicizia, stima e collaborazione di svariati
scienziati europei profughi come lui: Szilard, von Neumann, Wigner e Teller,
ungheresi; Bohr, danese; Frisch, austriaco; ...
Nel 1939 Fermi ipotizzò la
possibilità di realizzare "la reazione a catena". Tento, anche qui
per sommi capi, una spiegazione del fenomeno.
L'uranio che si trova in natura è
in grandissima parte l'isotopo 238. Solo lo 0,7%
di
tale uranio è l'isotopo 235 (vi sono poi altri isotopi ma sono così rari che
tanto vale non tenerne conto). Disponendo di una sorgente di neutroni per
bombardare tale uranio ciò che accade è che qualche nucleo di uranio si spacca
in due pezzi ma la gran parte dei neutroni è assorbita dal resto dei nuclei
formando transuranici con tutto il processo che si ferma qui. Iniziamo con
l'osservare che dalla rottura di un nucleo di uranio si generano oltre ai due
pezzi principali di cui dicevo, anche 2 o 3 neutroni (in media 2,3). Questi
neutroni sono veloci e solo qualcuno di essi riesce a rompere qualche altro
nucleo. Per aumentare il numero dei nuclei di uranio che si rompono, con il
conseguente aumento del numero dei neutroni prodotti, occorre procedere in due
possibili modi. O si usa l'uranio naturale (il 238) e si rallentano tutti i
neutroni che attivano i processi di rottura utilizzando una sostanza idrogenata
efficientissima (come l'acqua pesante, che è la normale acqua in cui l'idrogeno
è sostituito dall'isotopo deuterio: su questa strada si è mosso il Canada)
oppure si deve disporre di più nuclei di
uranio "disposti" a farsi rompere. Il 238 non gode di una tale
proprietà, per rompersi necessita di neutroni lenti. Invece il 235 si rompe con
neutroni di qualsiasi energia (veloci o lenti che siano). Ma nell'uranio
naturale la percentuale di uranio 235 è piccolissima. Occorre allora
"arricchire" tale percentuale per portarla almeno al 3,5% (usi
pacifici, in centrali nucleari) o al 7% (usi militari, in bombe atomiche). I due
processi, la fabbricazione dell'acqua pesante o l'arricchimento della
percentuale di uranio 235 in 238 (più semplicemente (arricchimento) sono
processi sofisticatissimi richiedenti tecnologie avanzatissime ed in gran parte
segrete per motivi economico-industriali e, soprattutto, militari. La strada che
fu scelta dagli USA fu quella dell'arricchimento dell'uranio. Disponendo quindi
di uranio arricchito, bombardandolo con neutroni di qualunque energia (meglio
comunque se lenti), tali neutroni incontrano sempre un nucleo da rompere (quello
dell'uranio 235); da tale rottura fuoriescono i 2,3 neutroni che incontreranno
altri nuclei di uranio 235 da rompere in un processo che interessa
rapidissimamente l'intera massa dell'uranio a disposizione. A questo punto
occorre ricordare una cosa già detta quando ho parlato dell'equivalenza massa
energia, scoperta da Einstein. Ad ogni rottura di un nucleo di uranio
corrisponde l'emissione di una grande quantità di energia (la massa dei pezzi
separati è diversa da quella del nucleo originale, ed ad ogni variazione di
massa si accompagna una enorme emissione di energia). Se queste rotture si
producono con continuità si produce energia con continuità. Il modo di
raccoglierla è, in linea di principio, attraverso lo scambio del calore
prodotto con dell'acqua che produce vapore ad altissima pressione ed alta
temperatura, vapore che va su una turbina per ulteriori trasformazioni
energetiche. Nel caso di uso militare. I nuclei interessati al processo devono
essere di più e la massa deve essere adeguata in modo che il processo di
rottura sia così rapido da diventare immediatamente esplosivo. Naturalmente
quanto detto è estremamente semplificato. I processi ed i problemi a latere
sono enormi. Voglio indicarne uno solo. Mentre sta funzionando un reattore
producendo energia con le rotture dei nuclei dell'uranio 235, cosa accade
dell'uranio 238 ? Va via via diventando Nettunio che poi rapidamente diventa
Plutonio. Il Nettunio ha vita effimera e quindi non lo prendiamo in
considerazione. Ma il plutonio è un materiale prezioso per i suoi usi civili o
militari che siano. Il fatto è che è incrostato con quei pezzi di uranio 235
che si sono rotti ed ora sono solo scorie ad alta radioattività. Ma non si può
buttare il tutto (e dove poi?). Occorre recuperare il plutonio. Con nuovi
processi sofisticati (lavaggi con acidi, stoccaggi in apposite piscine, ...) si
separa il plutonio dalle scorie. Il plutonio è prezioso perché ha le stesse
proprietà nucleari dell'uranio 235: per rompere i suoi nuclei vanno bene
neutroni di qualunque energia. Quindi questo plutonio può essere usato
direttamente di nuovo in altri impianti nucleari, ma di altro tipo, più critici
(è la tecnologia francese dei reattori così detti "veloci") perché
operanti a più elevate temperature e pressioni e necessitando di raffreddamenti
importanti che non sono realizzabili con la normale acqua ma sono fattibili, ad
esempio, con sodio liquido. Per uso militare il plutonio è poi una vera
"gioia": con soli 5 kg di tale sostanza si può costruire una bomba
tipo Hiroshim
L'idea di Fermi era che dalla
rottura di un nucleo di uranio dovevano venir fuori anche dei neutroni .
Accadeva ciò ? E, se sì, con quale energia ? Tutto questo è vitale saperlo
per capire se una reazione a catena possa sostenersi. Se no, cosa fare per
arrivare al risultato che ci si propone? Che materiali usare per rallentare i
neutroni? Quali di essi hanno più efficienza? Come controllare il processo?
Come realizzare i contenitori? Che geometria utilizzare ? Quali materiali sono
più adatti a determinate temperature ? Insomma , data una idea per passare alla
sua realizzabilità si apre una montagna di problemi che non si risolvono solo
con carta e penna ma che richiedono uno sforzo pauroso di moltissimi cervelli,
una collaudatissima ed avanzatissima tecnologia, una quantità di denaro
impressionante. Ritorno qui a quel commento che facevo all'inizio: anche se
Fermi & C fossero restati in Italia, non avrebbero mai potuto realizzare una
impresa di questo tipo.
LA
GUERRA FINO A PEARL HARBOR
Si inserisce a questo punto la
vicenda della guerra che Hitler scatena proprio a partire dal 1939. Le ultime
comunicazioni scientifiche pubblicate (prima del silenzio bellico) parlavano di
due scienziati tedeschi, Hahn e Strassman, che avevano realizzato dei processi
di fissione nucleare. Hitler si andava impadronendo rapidamente di gran parte
dell'Europa. Cosa ne era delle ricerche nucleari in Germania? Solo degli
scienziati, tecnici ad alto livello dei problemi in gioco, potevano intravedere
cosa sarebbe potuto accadere con una tecnologia nucleare in mano a quel Paese.
Poco
tempo dopo i risultati di Hahn e Strassmann, Lise Meitner e Otto Frisch,
scienziati ebrei profughi in Svezia e Danimarca, confermarono i risultati dei
due scienziati tedeschi. Frisch parlò subito della cosa a Bohr che stava per
recarsi negli USA. L'energia che si liberava era proprio quella prevista da
Einstein e la fissione poteva diventare micidiale se dalla rottura dei nuclei di
uranio si fossero liberati neutroni sufficienti (più di 2). Questa cosa fu
confermata dai lavori di Joliot e Curie. Nel 1939 Fermi e Szilard confermarono
la presenza dei neutroni nella fissione dell'uranio. Simultaneamente la stessa
cosa era verificata da Frisch a Copenaghen. Sempre nel 1939 fu Bohr che informò
gli scienziati americani di ciò che accadeva in Germania. Intanto, dalla
Francia, Joliot confermò che i neutroni che si liberavano dalla fissione erano
più che sufficienti per produrre altre fissioni.
Nel febbraio del 1939 Bohr e
Wheeler avevano verificato che solo l'uranio 235 si sarebbe fissionato
bombardandolo con neutroni. Ciò significava due cose: 1) una eventuale bomba
costruita con uranio 235 avrebbe avuto grosse probabilità di esplodere; 2) date
le difficoltà di separare l'uranio 235 (cosa che con due metodi diversi
riuscirono a fare i due fisici americani Lawrence ed Oppenheimer) solo un grosso
complesso industriale sarebbe riuscito nell'impresa.
L'insieme di queste notizie fece
crescere l'allarme tra gli scienziati, soprattutto profughi. Nell'aprile Fermi
parlò della cosa ai comandi della Marina USA, ma non accadde nulla. A lugli
Szilard e Wigner si recarono da Einstein (che dal 1933 lavorava a Princeton) per
chiedergli di usare la sua amicizia con la Regina Madre del Belgio affinché
fosse bloccato il commercio di uranio tra il Congo Belga e la Germania. In breve
tempo Szilard capì che era un'altra era la strada da seguire. Si recò di nuovo
da Einstein con Teller e questa volta gli chiese di scrivere una lettera
direttamente al Presidente Roosvelt. La lettera fu scritta il 2 agosto del 1939
quando già la Cecoslovacchia era caduta in mano nazista. Essa fu consegnata in
persona a Roosvelt dall'economista Sachs l'11 ottobre dl 1939,quando anche la
Polonia era stata occupata. Il
Presidente istituì un comitato consultivo per l'uranio; ancora nel marzo del
1940 tale comitato non aveva praticamente fatto nulla. Szilard e Sachs fecero di
nuovo pressione su Einstein perché scrivesse una seconda lettera, cosa che fece
il 7 marzo del 1940. Einstein fu invitato a far parte del comitato, ma rifiutò
sottolineando però la necessità di agire in fretta.
Nel maggio 1940 Hitler invase
Olanda e Belgio. Nel giugno vi fu la resa della Francia. Mentre la Gran Bretagna
resisteva, nel giugno del 1940 Hitler iniziò l'invasione dell'URSS.
In Gran Bretagna, agli inizi del
1940, Frisch e Peierls (profugo dalla Germania) calcolarono in circa il 7% la
percentuale di uranio 235 che sarebbe stata necessaria all'esplosione di un
ordigno nucleare. Essa era relativamente piccola e quindi si affrettarono ad
informare il governo britannico dei pericoli di realizzabilità di un ordigno da
parte tedesca. La Gran Bretagna ebbe una certa influenza sugli USA ed il 6
dicembre del 1941 si decise di impegnare ogni sforzo nella realizzazione di una
bomba che utilizzasse la fissione nucleare. Esattamente il giorno dopo il
Giappone attaccò la base americana di Pearl Harbor: anche gli USA furono
coinvolti direttamente nella guerra.
L'ACCELERAZIONE
DELLE VICENDE POLITICO-SCIENTIFICHE
Alla fine del 1941 non era stata
ancora separata né una quantità apprezzabile di uranio 235 né di plutonio. Si
conoscevano già bene le proprietà fondamentali delle sostanze che avrebbero
giocato un ruolo fondamentale. Si sapeva con una certa precisione quale sarebbe
dovuta essere la massa critica. Non era mai stata realizzata una reazione a
catena.
Nell'ambito di un primo approccio
al processo "bomba", il fisico statunitense A. Compton fu messo a capo
del progetto "reazione a catena". Nel gruppo di Compton c'era Fermi ed
il lavoro si svolgeva a Chicago.. È da notare che, dall'attacco giapponese a
Pearl Harbor, essendo il Giappone alleato dell'Italia, ogni italiano era
ritenuto negli USA un potenziale nemico. Furono costruiti dei campi di
concentramento (niente di drammatico!) in cui moltissimi italiani furono
raccolti. Il fatto che Fermi, come altri, fosse venuto negli USA per sua scelta,
per la indiscutibile non condivisione della politica del Fascismo, faceva di lui
un nemico-amico. A Berkeley, Lawrence tentava la separazione dell'uranio 235 con
metodi elettromagnetici. Sempre a Berkeley Oppenheimer (con Teller, Bethe,
Serber) tentava di progettare la "bomba" nell'ipotesi che si fossero
realizzati i materiali che sarebbero stati teoricamente indispensabili. Ancora a
Berkeley, Segrè (con Chamberlain e Wiegand) collaborava sia con Lawrence che
con Oppenheimer (siamo, a questo punto, nell'estate del 1942).
Il 17 settembre del 1942 nacque
ufficialmente il "PROGETTO MANHATTAN" e la sua direzione fu affidata
al generale Groves (con il generale Farrel ed il colonnello Nichols come
collaboratori). Groves riuscì a fondere interessi militari con necessità
scientifiche attraverso la "mediazione" e l'intervento della grande
industria. Gli impianti industriali iniziarono a fornire uranio arricchito e
grafite purissima (Dupont) per la costruzione del primo impianto (centrale)
nucleare del mondo: la "pila atomica". Essa fu realizzata nell'unico
grande ambiente disponibile, quello esistente sotto le gradinate dello stadio di
football di Chicago. Il capo del progetto era Fermi e la centrale funzionava con
uranio naturale, utilizzando come rallentatore di neutroni (moderatore) blocchi
di grafite purissima. Lo scopo della "pila" non era la produzione di
energia, ma la produzione di quel prodotto "secondario" che è il
Plutonio. Questo materiale sarebbe servito per la "bomba". Il giorno
della sua entrata in funzione fu il 2 dicembre del 1942.
Ciò che ormai si sapeva era che la
bomba sarebbe stata costituita da due pezzi di plutonio, ciascuno dei quali non
possedente la massa critica. Ad un dato istante i due pezzi venivano posti a
stretto contatto in modo che la massa diventasse critica producendo
l'esplosione. Ma, come realizzare il tutto? Come farlo in assoluta segretezza?
Nel luglio del 1943 si scelse un piccolo villaggio, Los Alamos, nel deserto del
Nuovo Messico per costruire gli impianti necessari alla realizzazione
dell'intero progetto. La direzione scientifica fu affidata ad Oppenheimer.
Il programma di Los Alamos, messo a
punto da Rabi, Allison, Lewis e Fermi richiedeva calcoli delle proprietà
esplosive dell'uranio 235, del plutonio, dell'idruro
di uranio, delle forme geometriche più efficaci per la massa critica e della
riflessione dei neutroni sulle pareti del contenitore per diverse combinazioni e
possibilità costruttive della bomba. Il lavoro fu subito suddiviso tra teorici
e sperimentali.
I fisici teorici dovevano
perfezionare la teoria della diffusione dei neutroni nella bomba per determinare
la distribuzione di energia dei neutroni di fissione e la dipendenza delle
sezioni d'urto da queste energie, tutto ciò al fine di studiare l'idrodinamica
dell'esplosione nucleare e gli effetti di grandi quantitativi di radiazioni
liberate oltre ad analizzare i problemi connessi con il tempo di assemblaggio
delle due masse subcritiche, la detonazione e la predetonazione.
I fisici sperimentali dovevano
osservare il numero medio di neutroni che si originavano dalla fissione
dell'uranio 235 e del plutonio, l'intervallo di energia dei neutroni, le sezioni
d'urto di fissione per l'uranio 235 ed il plutonio, la differenza di tempo tra
l'inizio della fissione e l'emissione di neutroni, la diffusione dei neutroni e
le sezioni d'urto di cattura. Per realizzare tutto ciò vennero realizzate in
tempi record delle macchine impressionanti (per l'epoca): quattro acceleratori
di particelle ed un reattore nucleare (del tipo ad acqua bollente) che lo stesso
Fermi mise a punto nel Canyon di Los Alamos nel 1943 (si noti che a Los Alamos
Fermi ritrovò Segrè e Bruno Rossi).
I programmi di chimica e
metallurgia erano focalizzati sulla purificazione dell'uranio 235 e del
plutonio, la preparazione di materiali per esperimenti nucleari, un
"iniziatore" neutronico per la bomba e la riduzione di uranio e
plutonio a metalli.
Fu una commissione, diretta da
Lewis, ad ampliare questo programma con l'introduzione di questioni di
artiglieria.
I laboratori erano suddivisi in
varie divisioni: fisica teorica, fisica sperimentale, chimica e metallurgia,
...., divisione F (nata nell'agosto del 1944, all'arrivo stabile di Fermi a Los
Alamos, giusto un mese dopo aver ottenuto la cittadinanza americana. Nonostante
tutto ciò che aveva fatto, di lui ancora non ci si fidava) che era
l'abbreviazione di divisione Fermi (con cui collaborava il matematico J. von
Neuman) il cui compito era di "consigliare tutti i bisognosi" (fino
all'agosto del 1944 Fermi aveva lavorato al progetto Manhattan ma non stabile a
Los Alamos, proprio per il suo ruolo di nemico-amico. I suoi lavori precedenti
erano stati realizzati a Chicago, Oak Ridge, Hanford). Si dovettero superare
enormi difficoltà sia scientifiche, sia teoriche che sperimentali, sia
tecnologiche ma, nel corso di due anni, nel luglio del 1945, tutto era pronto
per il grande esperimento.
È interessante un cenno allo
spirito burlesco che, nonostante la situazione, manteneva Fermi, irritato dalle
smanie antispionistiche che braccavano tutto e tutti. Più volte fu udito
affermare di aver ricevuto una busta con l'avvertenza di "Bruciare prima di
leggere" ed altre di aver raccontato di aver udito alcuni ufficiali
sostenere: "È stato un errore mettere tutti questi scienziati a conoscenza
della faccenda; se il generale Groves fosse l'unico a sapere della bomba
atomica, avremmo potuto essere più tranquilli". Usava poi scrivere al suo
giovane amico Feynman, che ricambiava, con falsi codici. La cosa mandava fuori
di senno il controspionaggio perché nessuno avrebbe potuto decifrare un codice
inesistente.
Nel frattempo ....
- Hitler era morto (aprile 1945);
- la Germania era occupata (maggio
1945);
- i supposti progressi tedeschi
sulla strada della "bomba" erano inesistenti (in un
laboratorio
scavato sotto una montagna fu trovato Heisenberg a lavorare in
modo
che, rispetto a quanto fino ad ora accennato, poteva ritenersi artigianale
(in
Germania sembra non si fosse data eccessiva importanza all'energia nucleare
preferendo
la strada della missilistica con ingenti finanziamenti per le V1 e V2
di
von Braun);
- il Giappone resisteva ma, a
partire dall'aprile, in Svizzera, rappresentanti
giapponesi
avevano iniziato sondaggi per conoscere
le condizioni USA per
la resa (in luglio lo stesso capo di stato maggiore, Mikado, tentò
l'inizio di
negoziati;
- l'URSS aveva vinto ed in
brevissimo tempo avrebbe potuto dilagare in tutta
Europa; nel frattempo stava attaccando il Giappone da Ovest nei territori
della