Riflessioni di Mario Alighiero Manacorda, storico dell'educazione, sulla riforma scolastica.
Una scuola anticostituzionale
Ovvero come il progetto Berlinguer ha spianato la strada al piano
Berlusconi-Moratti
Ma quale riforma?
Per la sua ispirazione la riforma Berlinguer era parte integrante di tutta
la politica, così squallidamente conclusa, del centro-sinistra e in
particolare dei dirigenti diessini: un'affannosa rincorsa dietro agli
obiettivi della destra, nazionale e internazionale, quasi a voler dimostrare
di essere altrettanto bravi a perseguirli: modernizzazione,
liberalizzazione, destatalizzazione, privatizzazione, decentramento,
autonomia. Col bel risultato di aver aperto la strada a una più smaccata
modernizzazione, liberalizzazione ecc. ecc. per la destra oggi al governo.
Eppure nel suo libro Berlinguer enuncia principi di grande rilievo
pedagogico. Dice, ad esempio, che «il successo di tutti i bambini è il
vero successo della scuola», la quale perciò deve essere "senza
bocciature"; che, mentre «oggi la scuola è quasi esclusivamente
l'aula», occorrono «attività integrative collegate al curricolo»; che
occorre intervenire sul curricolo o i "saperi" per superare la
frattura tra scuola culturale e scuola professionale, coniugando "il
conoscere e l'operare"; che col riordino dei cicli, ridotti da tre a
due, occorre superare anche «la cesura traumatica tra elementare e media»;
che per garantire l'attiva partecipazione di docenti e studenti occorre dare
alle scuole più autonomia, ecc.
Bene: peccato soltanto che Berlinguer vanti la novità di ogni sua proposta,
occultando i precedenti storici, di cui pur si è giovato. Questi da lui
proclamati sono più o meno i principi di tutta la pedagogia moderna: e già
col disegno di legge comunista Donini-Luporini del 1959, sulla scuola unica
obbligatoria dai 6 ai 14 anni avevamo proposto di abolire le bocciature, e
anche la Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di don Lorenzo
Milani del 1968, elencava tra le proposte di riforma: «Primo: non
bocciare». E per la scuola secondaria già la nostra proposta di legge
Raicich del 1972 proponeva «un processo formativo unitario superando ogni
margine di opposizione tra scuola di cultura e scuola di professione»; e
potrei continuare. Ma per Berlinguer è tutto suo, tutto nuovo. Pazienza!
Anche se è un po' troppo sentirlo lamentare che «il rapporto scuola-lavoro
era una specie di tabù, avversato dalla sinistra per paura del capitalismo.
C'era un'idea antica del lavoro come estraneo alla realizzazione della
persona». Incredibile: la secolare elaborazione della tradizione
socialista, in particolare di Marx e di Gramsci, su una scuola unica di
lavoro intellettuale e manuale per formare un uomo completo,
"onnilaterale", e la nostra riflessione di decenni e le nostre
proposte di legge su questo tema, tutto questo per il post-comunista
Berlinguer non è mai esistito? Ma lui dov'era? Non c'è da stupirsi se
perfino nel presentare se stesso, mentre si dichiara "parlamentare dal
1994 per i Democratici di sinistra", Berlinguer pudicamente occulta la
sua lunga vita di parlamentare per il Pci e la sua iniziale adesione a
"il manifesto" e la collaborazione con la Rossanda e Cini alla
stesura, nel 1970, di un coraggioso opuscolo sulla riforma della scuola.
Moderna ma incolta
Già, pazienza! Ma su questi temi, e su altri, l'esigenza dichiarata
potrebbe essere in parte comune al vecchio Pci e al nuovo ministro diessino,
se non fosse che, al di là delle ingannevoli parole, le divergenze sono
profonde. In tutto il suo progetto c'è una rincorsa a una modernizzazione
senza cultura, a una professionalizzazione localistica subalterna alle
immediate esigenze produttive, a una liberalizzazione generatrice di
squilibri, a una falsa licealizzazione di tutti gli istituti secondari con
rinuncia a ogni rigoroso apprendimento in nome degli inevitabili
"alleggerimenti", della facilitazione e del computer. Tutte cose
che sono la degenerazione di ipotesi buone, per fare della scuola, come
chiediamo da un pezzo, il "luogo degli adolescenti". Ma così il
suo non è un progetto di innalzamento del livello culturale di tutta la
popolazione in una scuola insieme rigorosa e "divertente": è una
rinuncia al rigore necessario per fare, come diceva Gramsci, di ogni
cucciolo d'uomo un contemporaneo della sua epoca: è un progetto di rinuncia
all'impegno della scuola in questa direzione.
Ma il peggio è che queste iniziative, piene di buone intenzioni e cattive
attuazioni, sono inserite nel progetto, clerical-liberale, di un
"sistema nazionale integrato" tra scuola pubblica e scuola
privata, dove ogni valore ideale della tradizione risorgimentale, volta a
promuovere la formazione di una coscienza nazionale moderna, anziché essere
corretto e sviluppato, come si doveva, in senso democratico e scientifico,
viene rinnegato. Non per niente Berlinguer occulta le origini di questa sua
dubbia ispirazione: il "Documento dei 31", del 13 luglio 1994,
autodefinito "pidiessino, popolare e confindustriale" (cioè
clerical-liberale accettato dai post-comunisti), che proponeva la "idea
nuova" di un «sistema formativo pubblico, nazionale ed unitario, del
quale partecipano scuole statali e non statali». L'ispirazione della
riforma è tutta lì, in questo vecchio programma della Dc giulivamente
accolto dai dirigenti del Pds contro le resistenze della loro base. Miracoli
del nuovo centralismo democratico, inaugurato da Occhetto e perfezionato da
D'Alema: due persone cui Berlinguer non lesina elogi, parlando della
«grande rivoluzione di Occhetto» e della "delega implicita"
ricevuta dal governo D'Alema, col quale si è avuto «l'anno d'oro» delle
riforme.
Ogni riforma di Berlinguer mira a creare questo sistema integrato, destinato
a sboccare in quella «straordinaria novità che è nel riconoscimento
concreto del principio di parità tra scuole statali e non statali», coi
relativi finanziamenti. E' lui stesso, non io, a presentare tutte le sue
leggi come grimaldelli per veicolare nei nuovi ordinamenti questa
"svolta" della parità: soprattutto la legge sull'autonomia,
«base dell'intero progetto formativo» e «anello da cui partire»: «Porre
la parità nel contesto dell'autonomia e anzi in dipendenza da essa... Nel
quadro dell'autonomia sembra logico riaffrontare in termini nuovi la stessa
distinzione concettuale tra pubblico e privato», ecc.
Bella autonomia!
Bella cosa l'autonomia! Se non fosse che di essa fa parte una questiuncula
dall'apparenza innocua, anzi bonaria: il riconoscimento alle scuole della
«opportunità di essere coerenti coi propri principi». Tradotto in
italiano, questo è il permesso di ignorare il principio costituzionale
della libertà d'insegnamento, per restare scuole ideologiche, nella
fattispecie cattoliche. Non sono io a dirlo, ma è il Codice di diritto
canonico, a prescrivere che la scuola cattolica «deve fondarsi sui principi
della dottrina cattolica», che i vescovi «hanno il dovere e il diritto di
vigilare, che... siano osservati fedelmente i principi della dottrina
cattolica» e che, di conseguenza, «siano nominati docenti i quali...
eccellano per integrità di dottrina e per probità di vita, e che, mancando
tali requisiti..., siano rimossi dall'incarico» (Can. 803, 804, 810). Ecco
allora che la «coerenza coi propri principi» significa dipendenza dal
Codice di diritto canonico e autonomia dalla Costituzione: sul territorio
italiano.
Spogliata da ogni "ideologismo" e portata sul piano giuridico e
politico, la questione si può esprimere così: può uno Stato sovrano
dichiarare che sul proprio territorio la scuola di un altro potere,
"indipendente e sovrano" (Costituzione, art. 7,1), è
"pari" alla propria scuola? Può farlo, quando le due scuole sono
così diverse che, mentre quella statale è fondata sulla libertà
d'insegnamento (art. 33,1), l'altra è fondata su una canonica
"dottrina"? Può farlo quando l'altro potere usa appellarsi
all'infausto Concordato per impedire allo Stato ogni libertà di legiferare,
come ad esempio sulla collocazione dell'ora facoltativa di religione fuori
dell'orario curricolare obbligatorio, come invece aveva saputo legiferare
l'Italietta liberale a opera del ministro cattolico Emanuele Orlando? Può
consentire che quel potere violi i diritti costituzionali dei cittadini,
come quando licenzia in tronco i suoi insegnanti, negando loro ogni garanzia
sindacale, perché "non conformi" alla sua dottrina? Può,
insomma, accettare che sul suo territorio vigano, a pari titolo, due
legislazioni opposte? La sovranità dello Stato, la territorialità delle
leggi, l'eguaglianza dei cittadini, le libertà personali, sono questioni
ideologiche?
In realtà sono concretissime questioni ideali, di fronte alle quali si
potrebbe perfino trascurare la questione bassamente materiale dei
finanziamenti, che intanto scorrono allegramente per infiniti canali, alle
scuole "private", cioè "dipendenti dall'autorità
ecclesiastica". Berlinguer, che aveva scritto di suo pugno sulla
relazione della Commissione da lui nominata: «Tenere separati parità e
finanziamenti», li ha poi messi insieme, con un altro grimaldello
giuridico: la legge sul diritto allo studio, dove, per correggere se stesso,
ha corretto la Costituzione. Sentitelo: la sua riforma, spiega, conteneva
«un'importante novità: il diritto allo studio, per tutti... a prescindere
dalla scuola frequentata» (p. 155-156). Una novità davvero importante,
"a prescindere" dal rispetto per la Costituzione, che non
"prescinde" da alcunché, e ha in mente solo gli alunni delle
scuole statali. Ma a Berlinguer questa prima correzione non bastava: per
giustificare i finanziamenti, e allora il diritto allo studio ha
candidamente aggiunto dell'altro: «E lo abbiamo coniugato con una norma
negletta... il quarto comma dell'art. 33; dove si afferma che si deve dare
un trattamento equipollente agli studenti della scuola statale e non
statale».
Come aggirare un comma
Ancora un piccolo grimaldello giuridico, un falso smaccato, la cancellazione
di una paroletta da niente: la Costituzione, parla non di
"trattamento" pensando ai soldi, ma di "trattamento
scolastico" pensando alla validità degli studi.
Insomma, Berlinguer ha messo insieme - pardon! - ha "coniugato"
due commi della Costituzione che proprio non hanno niente a che fare coi
finanziamenti alle scuole private, per violare il comma "senza oneri
per lo Stato" che esplicitamente li vieta. Crede davvero che i
costituenti scrivessero un comma per cancellarne un altro? Ma lui tutto
questo lo fa per «assicurare laicità, libertà e pluralismo nella scuola
tutta, privata e pubblica»: come se nella scuola pubblica già non ci
fossero, e come se la "dottrina" imposta e l'arbitrio nel
licenziare fossero manifestazioni di laicità e libertà. Per giustificarlo
dichiara che nelle loro scuole «i cattolici hanno introdotto la distinzione
tra istruzione e catechesi». Davvero? E la "dottrina" imposta dal
Codice di diritto canonico? Se vuole una scuola laica e libera, è la scuola
statale, dove tra l'altro opera liberamente una maggioranza di cattolici,
liberissimi di esserlo.
Contro Berlinguer, perché...
Ma contro noi suoi oppositori Berlinguer rispolvera l'accusa di ideologismo,
già ricantata per decenni dagli Intini e dai Ronchey. Nelle
centosettantacinque pagine del suo libretto si leggono, per chi ha la
pazienza di leggerli, almeno trenta ritornelli sul presunto ideologismo, in
media uno ogni sei pagine: «La sinistra conservatrice e ideologica... La
sinistra e i "laici" rifugiati nell'ideologismo... Coloro che
nella sinistra si sono sfibrati in un lungo impegno ideologico...
L'avversione ideologica preconcetta» e via ideologizzando. Ora, a
prescindere dal fatto che, se una parte rappresenta un'ideologia, è
probabile che l'altra parte ne rappresenti un'altra, c'è da chiedersi se
solo di ideologia si tratti e, semmai, di quale.
Dice Berlinguer: «L'Italia ha bisogno del contributo dei cattolici per
battere il clericalismo e l'integralismo» (p. 158). D'accordo: quando
scrissi su "Riforma della scuola" (la sola stampa di partito su
cui avrei potuto farlo) il primo articolo di un comunista contro il
concordato, mi trovai pressato da credenti di varie fedi perché dessi vita
a un movimento anticoncordatario, quello che poi fondammo con Piero Bellini,
Eugenio Garin, Filippo Gentiloni, Franco Giampiccoli e Cesare Luporini, col
nome di "Carta '89". Ebbene, i più attivi in questo movimento
sono i credenti di varie fedi, cristiane e non, in particolare cattolici del
dissenso o cristiani di base: ma nessuno tra i cattolici ufficiali, nessuno
dei "popolari". Anzi, tra i cattolici è toccato proprio a questi
riproporre i vecchi temi del Sillabo del 1864 del beato Pio IX su la
limitazione dell'impegno statale, l'ingerenza della Chiesa nelle scuole
statali, l'obbligo dei cattolici di frequentare scuole cattoliche, più le
richieste di don Sturzo del 1919, più le concessioni del Concordato
fascista del 1929, più i programmi dc del 1943-44, più la quarantennale
amministrazione dc dell'istruzione, più le nuove concessioni del Concordato
craxiano del 1984, più le sue tendenziose applicazioni alla Falcucci et
similes, più i finanziamenti, sottaciuti in tutti questi documenti, ma
insistentemente richiesti da Wojtyla.
E a queste tesi vaticane riproposte dai popolari (democratici in tutto ma
non in questo) ha aderito giulivo il Pds contro la volontà della sua base:
e Berlinguer le ha attuate.
P. S. Parrà ingeneroso oggi tanto mio accanimento (poco!) contro la riforma
Berlinguer, cosa ormai d'altri tempi. Non è così: Berlinguer dichiarava
che, se non l'avesse fatta lui, l'avrebbe fatta peggio la destra: in
realtà, facendo lui quello che nemmeno la Dc aveva osato fare, ha spianato
la strada alla prossima riforma Berlusconi-Moratti. Insomma: parlo a Luigi
perché Letizia intenda. E' importante che si sappia (che la Corte
costituzionale sappia) che i limiti dell'incostituzionalità sono già stati
superati e che non si può andare avanti su questa linea, ma solo tornare
indietro, alla Costituzione.
Mario Alighiero Manacorda
Roma, 5 giugno 2002
da "Liberazione"