FISICA/MENTE

 

GLI IRRIDUCIBILI CONTINUANO LA DEMOLIZIONE DELLA SCUOLA

Roberto Renzetti

Ottobre 2004

           

            La speranza che nell'ambito dell'opposizione vi sia una rivisitazione critica e sostanziale delle riforme scolastiche che hanno preso le mosse da Bassanini e Berlinguer va affievolendosi ogni giorno di più. A questa speranza delusa e prostrata si sostituisce una indignazione sempre maggiore. Si sta giocando una partita epocale e c'è chi non lo capisce non per posizioni culturali o ideologiche ma per pura e semplice ignoranza delle implicazioni e della complessità del problema principale con tutte le ricadute.

            In questi giorni sono accadute in successione delle cose che meritano attenzione perché sembrano preludere ad un definitivo non ritorno e ad un accordo della supposta opposizione con la maggioranza di governo proprio sui temi della scuola. Certo le cose non sono così chiare per osservatori superficiali, nel senso di non professionisti. Ma cercherò di mostrare che gli intrecci di interessi e di azioni sono ormai tanti e tante che la preoccupazione di cui prima ha ogni ragione.

TULLIO DE MAURO DICE LA SUA            

            Nella sua recente fatica editoriale, La cultura degli italiani (a cura di F. Erbani per i tipi della Laterza), De Mauro, l'ultimo ministro dell'ultima pubblica istruzione del precedente governo afferma delle cose di interesse. L'intero libro ci racconta del mondo culturale italiano con accenti veramente preoccupati, con puntate in vari aspetti del problema e con un capitolo dedicato a scuola ed università. Ho già detto altrove che pensavo De Mauro come un parafulmine abbastanza innocente sulle pochezze dell'Ulivo, mi sono quindi sorpreso (e per questo sono stato redarguito) nel leggere le dichiarazioni di De Mauro di pieno sostegno alle riforme Bassanini - Berlinguer con punte offensive e liquidatorie verso i critici di tali riforme. Tutto ciò merita una risposta che non può prescindere dalla revisione dell'opera di De Mauro al Ministero e, più in generale, dell'operato del medesimo nell'ambito del problema scuola anche in ambiti diversi della pubblica istruzione

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Tullio De Mauro

           

            De Mauro inizia con il sostenere delle cose che ci trovano tutti d'accordo: innalzamento dell'obbligo scolastico, scuola dell'infanzia dilatata per minimo due ma anche tre anni, revisione della scuola media, educazione degli adulti. Dietro queste enunciazioni vi sono però valutazioni che iniziano a fare intravedere disaccordo: non è vero che la sinistra abbia puntato alla scuola dell'infanzia sulla strada aperta dalla Falcucci e tanto meno è vero che la nostra idea di scuola, soprattutto di quella dell'infanzia sia di derivazione tatcheriana. Io non so da dove De Mauro prenda questi riferimenti non motivati ma vorrei ricordare una esperienza  che nacque su ispirazione tatcheriana, la scuola dell'infanzia in Spagna. Basti solo dare il nome dell'istituzione che era guarderia e che ora, fortunatamente, è diventato parvulario (anche se l'altro resta con grande irritazione dei più avveduti pedagoghi). Dico questo solo per dire che non si possono confondere le intenzioni senza analizzarne le motivazioni: non è lo stesso avere una scuola per bambini che avere un luogo dove si depositano bambini per permettere ai genitori di andare al lavoro. Sull'innalzamento non capisco perché non si prende a riferimento la Germania con l'obbligo da sempre fino ai 19 anni e perché si difende l'approccio timoroso di Berlinguer e maggioranza che andavano su proposte di obbligo fino a 15 anni (rimandando al non detto l'ulteriore innalzamento). Manca una analisi più approfondita dei vari fenomeni in gioco ed in particolare non si dice nulla sul veto cattolico all'estensione della scuola dell'infanzia per motivi legati al grosso affare che quest'ultima rappresenta per vari ordini confessionali.         
            Ma proseguiamo. De Mauro dice che le mosse per una riforma della scuola erano prese da varie indagini conoscitive portate avanti da Benedetto Vertecchi ed in parte dall'Istat.

Benedetto Vertecchi

 La situazione era brutta, vi era da affrontare un grande analfabetismo di ritorno. E De Mauro dice questo come persona che ha sperimentato alcune cose di pregio in una scuola elementare di Scandicci (insieme a Carlo Bernardini) e che, a parte la sua diretta esperienza universitaria non ha fatto altro sul fronte dell'insegnamento quotidiano. Noi che lavoravamo principalmente nella scuola secondaria eravamo in grado di vedere la decadenza che si accelerava giorno dopo giorno. Si ricordi questo perché De Mauro accusa i critici di Berlinguer e suoi di non conoscere la realtà della scuola. Ma non basta: noi abbiamo gridato per anni ma, anche dalla Falcucci, siamo stati messi a tacere. In particolare Malfatti chiuse d'autorità le uniche importanti sperimentazioni che si portavano avanti in Italia negli anni '70, in ossequio alla Signora Eleonora Moro (Presidente dell'Opera Montessori) che non apprezzava (un giorno racconterò anche le vicende del Liceo Unitario Sperimentale di Via Livenza, poi Panzini, poi della Bufalotta - nomi che cambiavano ad ogni sfratto che subivamo - e del Liceo di Via Manin). Capisco bene per altra esperienza che gli unici riferimenti di quelli come De Mauro sono colleghi, altri docenti universitari e, assicuro, che da la messa insieme di tante menti non riesce mai ad uscire nulla di pratico, solo eccellenti progetti teorici. E, in accordo con ciò, chi si trovava sul campo non era ascoltato e la scuola è diventata disastrata solo quando se ne è accorta una mente dell'università.         

            Non fornisco risposte ma osservo, a proposito del disastro culturale italiano, che vi sono dati a monte della scuola e tali dati, non opportunamente aggregati con gli altri, vengono forniti dallo stesso De Mauro. Quando in Italia non si leggono libri, quando un solo quotidiano arriva solo al 20% della popolazione (qui occorrerebbe calcolare i quotidiani sportivi e toglierli dal computo per la loro valenza neppure neutra ma decisamente negativa), quando queste famiglie sono quelle in cui si forma un bambino, poi adolescente, poi adulto, quando il riferimento principale, contrariamente ad ogni altro Paese europeo è il gigantismo e la distrofia televisiva, allora non si può presumere di risolvere le cose all'interno della scuola! Ma poi ci si rende conto che l'Italia è il Paese con il più basso numero di occupati in sintonia con la preparazione iniziale che, in altre parole, è un Paese di sottooccupati ? Che il lavoro intellettuale è completamente non valutato se non deriso? Un ingegnere del vecchio ordinamento (pre Berlinguer e Zecchino) dopo otto anni in media di studio massacrante all'università è ancora assunto alla FIAT a 750 euro netti al mese ? Che dalle parti nostre i geometri fanno gli ingegneri edili ? Che occorre nascondere la propria laurea per farsi assumere ? Che paga i suoi insegnanti come gli ingegneri della Fiat per lungo tempo ? Allora, quale dovrebbe essere la molla di un ragazzo oggi che lo spinga allo studio serio, faticoso, impegnato ? Lo fanno solo alcuni eroi provenienti comunque da famiglie che sono in grado di convincerli della bontà della scelta, nonostante tutto. E se non si ritiene quanto detto convincente, si giri il discorso e si vada a vedere quali sono i modelli proposti ossessivamente (lascio perdere perché credo che chi ha la forza di leggere in questo sito, le cose le sappia).

DE MAURO DICE SCIOCCHEZZE

            Ma qui arriviamo alle prime sciocchezze che De Mauro introduce forse in buonafede ma certamente dalla parte di chi ignora l'ABC della scuola e, perché no, della docimologia elementare. Secondo De Mauro uno dei pregi degli interventi di Berlinguer sarebbe la riforma degli esami di maturità (ora di Stato). Un ulteriore intervento su tali esami è poi venuto dalla lanzichenecca Moratti che avrebbe svuotato la precedente

Letizia Moratti in un gesto qualificante

modifica. In cosa differivano gli esami pre Berlinguer da quelli post Berlinguer ? Intanto la Commissione d'esame che prima era composta da commissari esterni con un solo commissario interno alla scuola ora risultava composta da tre commissari ed un presidente esterni e tre commissari interni. Vi è un evidente cattolico senso di protezione materna in questa estensione degli amici interni. Altra giustificazione, che non sia elucubrazione pedagogica, non esiste. Ma veniamo al nocciolo delle novità berlingueriane. L'esame dal 1970, dice De Mauro, era diventato una burla. Assolutamente d'accordo, dico io! Ma solo uno sprovveduto può sostenere che l'esame diventa più serio con tre membri interni e con le continue circolari che arrivavano alle commissioni poco prima della data degli esami che pregavano le medesime commissioni di essere tolleranti e comprensive. Se il Ministero rendesse pubbliche tutte queste circolari scopriremmo una galleria pietistica degna di Lourdes, Loreto e Fatima. Ma poi quali sono stati i cambiamenti di sostanza ? La prova di italiano che va scelta tra diverse opzioni, la prova di matematica che subisce una integrazione con domande per i poveri scaturite dalla mente fervida dei nostri docimologi, altrimenti e giustamente disoccupati. E fin qui nulla di sensazionale, direi maquillage e basta. La vera novità è il vergognoso percorso. Chi non lo conosce ne stia alla larga è la peggiore creazione dei nostri pedagogisti che per questo solo meriterebbero di essere messi alla gogna per l'eternità. All'interno di tale percorso vi sono i crediti accumulati dallo studente, invenzione copiata dai Paesi anglosassoni che è seconda per intelligenza solo ai percorsi. Finiti gli scritti lo studente viene agli orali con un percorso che egli ha scelto in accordo con uno o più insegnanti della scuola. Naturalmente si sceglie un titolo ed intorno ad esso dovrebbero ruotare tutte le discipline di esame. Io, inutile fisico e matematico, non ho mai avuto il piacere di percorsi che includessero le mie discipline. Esse erano sempre una aggiunta posticcia, una specie di baffi finti. Ma in questa recita da oratorio o da filodrammatica di valli del Nord, lo spirito mammistico la fa da padrone. I poveri fanciulli non devono essere mai interrotti, sono fragili. Raccontano quattro sciocchezze (nella generalità dei casi) ed hanno superato l'esame di Stato. Anche qui ho (insieme ad altri) urlato contro questo gettare alle ortiche le intelligenze di intere generazioni. Ma Berlinguer e poi De Mauro ... non hanno mai risposto per quella cosa che anticipavo: non si sprecano lor signori con gente non al loro livello. I crediti poi ... Così li racconta De Mauro:

"Berlingur ha introdotto il principio che a determinare la maturità di un ragazzo dovessero concorrere tutto il lavoro svolto negli anni precedenti, non solo nell'ultimo, e quelli che si chiamano crediti extrascolastici, vale adire una serie di attività certificate - un corso di lingua per esempio - che il ragazzo abbia svolto e che i docenti accettino".

Io, da misero professionista che ha fatto i suoi esami prima del 1970, vorrei ricordare a De Mauro che anche allora era indispensabile un preciso riferimento agli anni precedenti. Infatti, a partire dalla riforma Medici, ogni studente che andasse agli esami di Stato doveva portare riferimenti agli anni precedenti come programma d'esame! Io che facevo il classico, oltre ai programmi dell'ultimo anno dovevo portare 1500 versi di latino e 1500 di greco dei due anni precedenti, 10 canti della divina commedia, poesie e prose, matematica, fisica, .... e perfino educazione fisica (noi facevamo il saggio ginnico!). Ora, che il nostro esame fosse da crisi di nervi è indubbio. Ma da qui a farlo diventare un barzelletta ce ne passa! Ho assistito - liceo scientifico - a crediti del passato che erano un corso di nuoto, un corso di equitazione, un corso di chitarra, un corso di erboristeria. Ma, anche nella peregrina ipotesi di una qualche attinenza curricolare, qualche solerte pedagogo mi deve spiegare perché se si studia una cosa occorre tergiversare con altre? E, più pertinente, perché un ragazzo/a che ha fatto cose molto più serie, come ad esempio la conoscenza carnale, non debba veder riconosciute le proprie abilità. Non scherzo. Quando si va sulla strada del riconoscimento mi si spieghi perché in scuole confessionali non si debbano riconoscere i primi venerdì del mese o qualche pellegrinaggio. In genere il nostro è il Paese del non detto, del qui lo dico e qui lo nego, del possibile, degli avvocaticchi, delle cose mai chiare, del noi sempre in difetto e dell'autorità che chiude un occhio. Un Paese dove famiglia e mafia la fanno da padrone. E' proprio il Paese del diritto che si reclama di quel Paese in cui le norme siano chiare e codificatissime. Ecco, aiutato anche dal suo essere siciliano, De Mauro rivendica e ripropone per la scuola cose balorde, mai misurabili in modo oggettivo. Inoltre, che senso ha intervenire sull'esame senza modificare i corsi di studio ? Questa pratica che risale appunto al 1970 è vergognosamente populista e fa a pugni con qualunque trattato di docimologia serio (alla Gattullo).

            Alla domanda che Erbani gli fa sullo scivolone di Berlinguer relativo al concorsone, De Mauro se la dà a gambe levate (vedi: http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-421.htm ). Non dice nulla, neanche sul coinvolgimento diretto della CGIL Scuola che piazza il concorsone nel contratto, oltre al fatto che qualche criterio per distinguere le carriere occorre (ma di soldi non parla!). Loro (De Mauro e Confindustria) stanno lavorando, come lo stesso De Mauro ricorda, per trovare una soluzione al problema. Il fatto che De Mauro lavori per Confindustria (Ass. Treellle, http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-465.htm ; http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-466.htm ; http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-467.htm ) non dovrebbe turbare se non per il fatto che lo faceva anche quando era ministro della Pubblica Istruzione. Che si vuole? Questo è un Paese maledetto e disgraziato: anche le menti più aperte e rispettabili hanno la rogna stratificata e non se ne accorgono. Ma qui vi è un sottile imbroglio. Si coinvolge Bernardini in una cosa che certamente non lo riguarda poiché, per combinazione e per lavoro decennale a fianco a Bernardini, so bene come egli la pensasse. Dice De Mauro:

"Fu Carlo Bernardini (il riferimento è agli anni '80, n.d.r.) che prese il coraggio a due mani e scrisse un articolo sostenendo che uno dei guai del nostro sistema scolastico era la mancanza di una prospettiva di carriera per i professori, i quali, una volta che hanno vinto il concorso, là restano con scatti di anzianità assolutamente modesti. Lui aggiungeva che sarebbe stato sensato introdurre dei meccanismi di accertamento della qualità, dell'esperienza, dei buoni risultati, che sarebbero valsi in generale, anche come verifica del lavoro svolto, per consentire appunto questi avanzamenti di carriera. Incontrammo reazioni violente".

            C'è solo da chiedersi: perché anche un De Mauro deve ricorrere al sottile imbroglio ? Provo a spiegare. Tutto ciò che diceva Bernardini io lo condivido in pieno. Queste cose nascevano da discussioni che si susseguivano nell'Istituto di Fisica di Roma a partire dai primi anni '70. Si parlava, come del resto dice De Mauro, di meriti oggettivi degli insegnanti e non di un concorsone con crocette sulla domanda a scelta multipla "Quanti lati ha un triangolo ?" con possibili risposte: 2, 3, 4. Questo concorsone è la migliore esemplificazione dell'intersezione tra lo stupido ed il perverso incarnato dai moderni pedagogisti, anima più nera di Berlinguer. Ma di questo De Mauro  parla poco riuscendo nel ruolo di bravo imbonitore. Tra l'altro è interessante  la lettura del brano in oggetto perché De Mauro parla dei quiz come di qualcosa di bizzarro affermando che chi li ha proposti sono forse stai i sindacati in accordo con qualche ufficio del ministero. Ed io, l'anima nera CGIL Scuola, che non avevo pensato alla CGIL !!! Aggiungo che la carriera in quanto tale lascia indifferenti gli insegnanti i quali sono diventati ultravenali e vogliono sentir parlare di soldi dato che la femminilizzazione della scuola di cui parla De Mauro nasce proprio dal mestiere di insegnante come secondo lavoro pagato da pezzenti. Insomma anche De Mauro è apprendista stregone e non sa di cosa parla. Solo che lo dice meglio degli altri ...  Ma si vuole o no tenere conto della somma che fa il totale e trarne le conclusioni ? Neanche per idea; il massimo che viene fuori che lor signori, in Confindustria, stanno elaborando ...
            Ed arriviamo alla domanda di Erbani sulla solitudine di Berlinguer. De Mauro ci informa che i sindacati lo sganciarono (sono poco stupito, per un distacco fanno cose orrende, figurarsi! http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-432.htm ) ed anche i DS (sono anche qui poco stupito, non sapendo di cosa si parlava i DS lasciano perdere, come oggi che delegano tutto al supremo condensato dell'ignoranza della scuola, tal Ranieri).

            Continua ancora De Mauro sul vespaio di critiche che si riversò sui provvedimenti ministeriali, ingenerosi secondo De Mauro soprattutto perché la gran parte di essi proveniva da sinistra. Dice due cose a questo proposito De Mauro che offendono, innanzitutto, la sua intelligenza. Le critiche non venivano solo da chi faceva riferimento al classico offeso dalle riforme medesime. Tra l'altro non tiene minimamente conto di suoi critici che non provengono dal suo mondo universitario: Bontempelli, Pacchiano, Ferroni, ... Semplicemente non esiste alcuna critica che non sia al suo livello (vedi: http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-78.htm ). Ma qui non dico altro che questo: si dica cosa si è fatto per le scuole professionali ? Si dica se si è tolta dalla gestione clientelare salesiana e sindacale ? Non si faccia solo riferimento agli oltre duecento indirizzi di tecnico industriale che diventano una ventina di indirizzi di tipo liceale (così mostrando che i vezzi liceali stanno altrove e non nei critici). Si parli del professionale! Eppure no, il liceale De Mauro non dice nulla, tanto sono forti gli interessi economici che girano intorno a tali scuole. Anzi, l'ex ministro qualcosa dice: gli piacciono molto le scuole salesiane. Ed aggiunge, relativamente ad un grande ed importante critico della scuola di Berlinguer, Lucio Russo:

"Russo è uno dei tanti miei colleghi universitari che credono di poter parlare di scuola sulla base di un sentito dire, senza assumere le doverose informazioni".

            Credo di aver mostrato in quanto fino ho fin qui detto che gli universitari sono autoreferenti e che lo stesso De Mauro non conosce la scuola di cui parla. Ma la parte fondamentale dell'intera questione scuola resta nell'intervento di De Mauro in ombra. Egli rivendica la cosa come grande rivoluzione ma, a mio giudizio, è proprio da qui che nasce il disastro. L'autonomia (vedi: http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-81.htmhttp://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-164.htm; http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-429.htm;. Questo maledetto e bugiardo oggetto del contendere. Si vanta di averla portata avanti De Mauro. Ma di cosa si tratti non dice. Non può dire perché è la stessa cosa che fanno simultaneamente nell'associazione Trellle di Confindustria e nelle scuole private confessionali. E qui veniamo all'equivoco che sta ammazzando la nostra scuola. Da una parte essa deve permettere ad ogni alunno la scelta di percorsi individuali fino al dissolvimento del curriculum tradizionale. All'americana: quest'anno l'opzione è tra geometria ed algebra. Ma non ha senso, io debbo fare ambedue. No, o ... o. E l'anno dopo o geometria o algebra. Ma come, come è possibile ora riprendere algebra o geometria? E' così! Ed infatti, solo i nostri politici che brillano per conoscenza di osterie in quel del Chianti, possono immaginare che sia una evoluzione questa opzionalità smodata che ha portato la scuola USA a livelli infimi sui mercati mondiali. Ma noi rincorriamo il peggio ed accettiamo ogni peggio che venga dagli USA, soprattutto se siamo ex comunisti, con molta coscienza sporca credendo di lavorare per il prossimo ma sapendo di lavorare solo per il nostro potere personale.

            Berlinguer ha anche operato per una università liceale, con le nostre eminenti eccellenze ricordo del tempo che fu. Insomma la madre di tutti i lanzichenecchi con una figlia che ha ormai surclassato il padre con in più il dono della menzogna a ripetizione. Ma lasciamo Moratti ai suoi Muccioli, qui parliamo di cose serie non tragiche. Più volte avevo denunciato la sperequazione tra Italia e resto d'Europa a proposito di equipollenze di titoli accademici. I nostri politici, generalmente con livelli di ignoranza inversamente proporzionali alla loro importanza come stabilito da W. Reich, non hanno mai saputo in cosa consiste l'università. Uno come Buttiglione, ad esempio, è spacciato come professore. Da qui si potrà comprendere tutto il resto. Quelli che hanno le loro maturità classiche, i Rutelli, i D'Alema, i Ferrara parlano, consigliano ma su cosa non si sa bene. Sono ignorantelli anche se, occorre avvertire, nessuno richiede le lauree per i politici ma almeno modestia e non millanteria (vero dottor Ferrara ?). Quando sono questi che ci dicono come riformare l'università, un brivido mi corre lungo la schiena. Io, da inguaribile ottimista, insisto con il dire ciò che dicevo dal 1980. Solo da noi esistevano la fine degli esami d'università che, se non avevano il loro esito in una tesi, non servivano a nulla. Altrove, alla fine degli esami universitari, si era licenziati (titolo di primo livello universitario). Se uno poi voleva faceva la tesi ed otteneva il titolo superiore, quello di dottore (titolo di secondo livello). Una riforma a costo zero che (tra l'altro avrebbe avuto due benefici: non rendeva asfittica la ricerca di una tesi; avrebbe per messo a molti di inserirsi nel mercato del lavoro non necessitando della tesi) sarebbe bastato avere dei politici solo un poco alfabetizzati per realizzare senza sconvolgere la struttura esistente peggiorandola e, appunto, licealizzandola. Ora si ha a che fare con premesse roboanti ("managerialità, autonomia, privatizzazione, valutazione, ...") e con conclusioni demoralizzanti che vedono il nostro sapere barattato con una incerta incultura di luoghi comuni aziendali (fallimentari ?) e commerciali, con un nozionismo superficiale ed inutile, con un fiume di parole vuote a fronte dell'assenza di contenuti e di ricerca (si veda: a cura di Gian Luigi Beccaria, Tre più due uguale a zero, Garzanti  2004). Intanto, proprio per mostrare l'analfabetismo politico di certi saggi, la Corte dei Conti ha bocciato il decreto legislativo 509, quello che varava la laurea triennale. Secondo la Corte è illegittimo il titolo di dottore al laureato triennale.

            E' ora di concludere con De Mauro con le ultime perle, quelle relative al finanziamento della scuola confessionale (http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-434.htm). Dopo aver affermato che loro intenzione non era il finanziamento delle scuole private, De Mauro afferma che i salesiani hanno buone scuole ... e per questo hanno pensato di immettere in ruolo i professori di religione ...

IL PLAUSO DI BERLINGUER

            Avevo letto il libro di De Mauro e la cosa sarebbe passata abbastanza, almeno non fino al punto di sollevare una questione, quando è uscito un articolo sull'Unità di Luigi Berlinguer. La cosa anche qui avrebbe poca rilevanza perché il personaggio è ora promosso alla Corte Costituzionale e, per fortuna, dovrebbe essere sparito dall'orizzonte scuola. Invece le cose che scrive Berlinguer ci aprono a sinergie tutt'ora in vigore e fortemente in marcia per affermare questa scuola lanzichenecca, privatistica e dequalificata (http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-424.htm; http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-395.htm ).

Luigi Berlinguer

            Berlinguer, nell'articolo su l'Unità del 20 settembre 2004 (Un'altra strada)  invita a leggere il libro di De Mauro perché parla bene di lui ed afferma che ora basta con il passato, occorre guardare al futuro. E qual è questo futuro  ? Per la prima volta Berlinguer lo dice esplicitamente, "il futuro si chiama Europa, si chiama Lisbona 2000". Ciò vuol dire che Berlinguer si era mosso sulle indicazioni del Consiglio d'Europa che erano poi quelle della Tavola Roronda degli Industriali Europei (ERT) mutuate dagli industriali USA del diamo pane e circo ai disgraziati per accrescere i nostri profitti e rendere la scuola merce secondo i desiderata del WTO (sull'argomento ho sviluppato una ricerca piuttosto approfondita che si può trovare nel sito in http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-521.htm. In proposito, con maggior riguardo alla vergognosa telecrazia, si può anche vedere http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-91.htm ). Quindi Berlinguer non smentisce il suo frenetico neoliberismo che, anzi, riafferma con  forza in tutto l'articolo dandoci anche coordinate imprevedibili ai non addetti ai lavori. Al solito le parole roboanti sugli obiettivi: "gli obiettivi sono intanto tre: migliorare la qualità, agevolare l'accesso a tutti, aprirsi al mondo", alle quali con semplicità si può rispondere: Berlinguer avrebbe migliorato la qualità ? Berlinguer avrebbe agevolato l'accesso ? Berlinguer si sarebbe aperto al mondo ? Prove please, altrimenti silenzio ! Possibile che non si abbia vergogna alcuna ? Possibile che nessuno gli risponda sull'Unità o su qualche straccio di periodico ? IO qualcosa ho tentato ma quando ho trattato argomenti ostici (dolce metafora) mi sono visto chiudere in faccia ogni porta, soprattutto riformatrice (in queste pagine il lettore attento può aver intravisto le mie traiettorie e dove si sono troncate). L'astioso Berlinguer e nostalgico del prestigioso Gilda (il locale notturno di Roma, non il sindacato) ci dice che abbiamo sfide culturali importanti e che dobbiamo far fronte ad esse con i quiz ed i  concorsoni (questo l'ho inventato ma alla fine le cose di Berlinguer vanno a finire così). Il riformista che ha distrutto la scuola agli ordini di chi l'ha sempre odiata, per quella cosa che si chiama vorrei ma non posso, D'Alema ci dice che occorre scolarizzare più persone ed elevare l'obbligo scolastico. Nel far questo se la prende debolmente con la destra che, come tutti sanno è sempre stata un faro culturale per il Paese, ma con  gli illuminati del pensiero nostalgico nostrano di sinistra che continuano ad esortare tanti giovani a «fare i falegnami, che la cultura non è per loro…». Io sarei tra quelli ma il mio fine è altro, quello di riportare i Berlinguer a corsi serali di badilografia con otto ore di esercitazioni pratiche al giorno. Ma continua il nostro:

"C'è un rischio costante nell'allargamento a tutti dei benefici dell'istruzione ed è l'abbassamento della qualità e la mortificazione delle eccellenze. Ma non è un rischio ineluttabile. Guai a soggiacere e rassegnarsi di fronte all'apparentemente automatica antitesi qualità-equità o qualità-grandi numeri. Guai ad accettarla fatalisticamente perché l'antitesi si può spezzare. Anche in Europa c'è chi ci sta provando (in questi giorni Treellle ci ha offerto un confronto con l'eccellente sistema della Finlandia). L'importante è porsi correttamente l'obiettivo di coniugare insieme qualità ed equità, e sconfiggere i lamenti nostalgici di tanti nostri maitres à penser".

Interessantissimo scoprire che Berlinguer sa delle cose. Ma soprattutto della sua sinergia con De Mauro e con la Confindustria in Treellle. Ormai lo si dice che si lavora per chi ha altri interessi rispetto alla scuola pubblica. Senza vergogna .. e come sarebbe possibile in un Paese che ha Berlusconi come Presidente del Consiglio (grande elettore D'Alema) ? Ma poi è divertente il riferimento alla Finlandia, il Paese numero uno nella lista di quelli più scolarizzati, che dedicano più fondi alla ricerca, che hanno meno conflitti d'interessi, ... Dopo di noi c'è solo la Grecia ed il trend è iniziato con Berlinguer! Una noterella a margine. Vari ministri della (allora) pubblica istruzione hanno esordito con ... i miseri salari degli insegnanti. Ricordo Lombardi, De Mauro, Berlinguer. Non ne ricordo UNO che si sia fatto carico del problema da dopo la sua nomina a ministro. Ma poi di cosa parla il Berlinguer ? Quello che ha distratto i soldi dalla scuola pubblica per indirizzarli alla privata e principalmente alla confessionale ? La legge di parità (fatto osceno in Italia) è sua. Dove ha letto l'obbrobrio, a Lisbona ? Assicuro che non c'è perché i liberisti veri sono seri. Libera concorrenza ma senza concessioni pubbliche al privato (è una delle norme fondanti della UE che Monti ha fino ad ora sanzionato, o Berlinguer è schizofrenico o strabico ?). Andando oltre si affinano le cose che dice l'ex ministro:

"Occorre  motivare studenti e docenti. Offrendo ai primi innanzitutto un ampio spettro di tipologie educative, nei contenuti e nei metodi. Facendoli sentire a a casa, stimolandoli con il rigore e l'attrattività dell'esperienza di studio, dell'avventura intellettuale e professionale. Centralità dell'apprendimento e differenziazione fra istituti e, al loro interno, percorsi individualizzati per sollecitare attitudini e vocazioni, per gratificare i successi. Ieri abbiamo chiamato tutto questo con un vocabolo che non è piaciuto e che potremmo anche non riprendere. Ma, per intenderci, alludo all'autonomia, la più grande delle riforme fatte - anche se oggi un po' malconcia - che va difesa, sostenuta ed attuata soprattutto in sede curricolare, come Andrea Ranieri anche di recente ha ricordato su Italianieuropei".

Ricordo al marxista immaginario delle sciocchezze sostenute da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere (vol. III), sciocchezze alle quali io credo con devozione:

Oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola "disinteressata" (non immediatamente interessata) e "formativa" o di lasciarne solo un esemplare ridotto per una piccola élite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale e di diffondere sempre più le scuole professionali specializzate in cui il destino dell'allievo e la sua futura attività sono predeterminati.

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Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. … Occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato.”

E Berlinguer ci parla di attrattività, pensando evidentemente all'auditel consigliatogli dal suo profeta Maragliano che teorizza di fare a scuola tutto ciò che non sa di scuola (vedi http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-430.htm ) con buona pratica di videogiochi.

Roberto Maragliano (fa paura o no? dite la verità!)

 

Ed aggiunge, il Berlinguer,  che occorre pensare ai percorsi sempre più individualizzati pensando evidentemente alla fuga da quella fatica formativa di cui parlava Gramsci, e ad una fatica all'americana verso l'ignoranza. La cosa è ribadita con l'esaltazione della truffa autonomia, concetto di estrazione USA che ha manifestato tutte le sue potenzialità distruttive proprio con l'avvento di un altro governo che all'autonomia ha fatto fare ciò che voleva. Berlinguer fa poi precisi riferimenti ad ItalianiEuropei, quell'organizzazione politica reazionaria che fa capo a D'Alema e Amato e che ha come quotidiano Il Riformista che elogia Letizia Moratti (si veda http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-532.htm ). E parla di un tal Andrea Ranieri, un personaggio che conosce la scuola come io il punto Palestrina, un fervido reazionario che ha fatto alla sinistra  (e ne farà, statene certi !) il massimo di danni compatibili con le sue capacità intellettuali.

            Berlinguer conclude al solito di ogni ministro o ex imbroglione:

"Un ultimo obiettivo: i docenti. Che però non è l'ultimo, anzi, è il primo. Sono giunto troppo in fondo per parlarne adeguatamente e spero che ci si possa ritornare… "

al solito, cari amici e colleghi, di noi si parla dopo, dopo, ... non vi preoccupate tutti diventano cattolici e vi rimandano alla vita eterna.

ITALIANIEUROPEI E BUONSENSO

           

            Le cose dette da Berlinguer mi hanno fatto fare qualche ricerca e trovare le cose di cui dirò in: http://www.italianieuropei.it/rivista/documenti/dettaglio.asp?id_doc=268. Intanto si tratta di un documento del 16 ottobre 2003 (quando la scuola indiceva e disdiceva scioperi per bocca CGIL Scuola), redatto da quel Ranieri di cui prima (così ci ha informato Berlinguer), che fa il resoconto di una riunione informale fatta da ItalianiEuropei con la presenza di: Annamaria Ajello, Emanuele Barbieri, Giuseppe Bertagna, Luigi Bobba, Franca Bimbi, Vittorio Campione (della ex segreteria di Berlinguer), Daniele Checchi, Domenico Chiesa, Massimo D’Alema, Michele De Beni, Fiorella Farinelli, Claudio Gentili, Jacopo Greco, Roberto Maragliano, Mauro Palma, Roberto Persico, Mario Pirani, Andrea Ranieri, Bruno Roscani, Flaminia Saccà, Giorgio Sciotto, Albertina Soliani, Antonio Zucaro.  Fornisco le foto alcuni di questi personaggi:

Emanuele Barbieri, segretario della CGIL Scuola fino mal 1997 quando ha ceduto lo scettro non con un Congresso ma brevi manu ad Enrico Panini

Domenico Chiesa, il primo a sinistra, presidente del CIDI

Massimo D'Alema, il grande elettore di Berlusconi ed estimatore della Moratti

Andrea Ranieri, responabile DS di sapere, formazione, cultura

           

            Vediamo cosa dice il documento riassuntivo dei lavori. Dopo le solite chiacchierate inutili sui valori e gli obiettivi si arriva al nocciolo che è solo questo: occorre che destra e sinistra si mettano insieme per un processo condiviso sulla scuola. Per ulteriori approfondimenti si rimanda all'ineffabile progetto Buonsenso per la scuola (vedi, nel sito: http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-473.htm ). Sarà pure ineffabile ma io qualcosa dico lo stesso su questa vergogna che i sinistri aspiranti DC sostengono. Intanto vediamo quali sono i buonsensisti: Sergio Belardinelli, Luciano Benadusi, Giuseppe Bertagna, Luigi Bobba, Vittorio Campione, Lorenzo Caselli, Alessandro Cavalli, Nicola D'Amico, Fiorella Farinelli, Paolo Ferratini, Claudio Gagliardi, Claudio Gentili, Claudia Mancina, Roberto Maragliano, Franco Nembrini, Luisa Ribolzi, Silvano Tagliagambe, Elena Ugolini. E' d'interesse scoprire le punte di diamante pedagogiche di Berlinguer e di Moratti. Dopo aver contribuito alla distruzione della scuola lor signori invocano il buonsenso! Più in generale vi è un discorso circolare che parte da De Mauro attraverso la Confindustria. Passa da Berlinguer attraverso Confindustria, ItalianiEuropei, Ranieri, D'Alema. Arriva alla destinazione di accettare la scuola della Moratti che, i folli, si crede sia un tutt'uno con quella di Berlinguer. Io che sono un eretico dico che è proprio così. L'importante è che lo sappiano gli elettori.

            I buonsensisti che nascono da Vittorio Campione, sinistro della ex segreteria del ministro Berlinguer, e dalla sociologa di destra Luisa Ribolzi (1), teorizzano una collaborazione stretta perché il Paese non si può permettere riforme ad ogni cambio di governo. E perché, dico io, ad ogni cambio di governo vi sarebbero pedagogisti di una parte disoccupati, certamente un Maragliano o un Bertagna (2). Sta di fatto che ambedue gli schieramenti non presentano divisioni di fondo: ambedue si ispirano ad una scuola liberista con qualche accento confessionale in più per i morattiani. Sta di fatto che, tra l'appoggio incondizionato a questi personaggi da operetta da parte della Moratti, la scuola che passa non è quella progressista o comunque laica e pubblica ma quella che finanzia il privato, quella confessionale, quella che censura i testi scolastici, che non permette l'accesso al darwinismo, ... quella di una destra oscurantista e non certamente liberale. La CGIL Scuola non dice nulla in omaggio al sindacato pesce in barile, detto CISL, che cattolicheggia. Noi tutti quindi ci accingiamo a sostenere una coalizione di governo che non ci dice tutto su cosa farà della scuola (ipotesi migliore) o che sa già che con qualche aggiustamento manterrà questa scuola classista, dequalificata, per i ricchi (ipotesi più realista).

            Chiedo solo che ogni elettore di sinistra (anche se a tutt'oggi non so proprio dire cosa ciò significhi: Cacciari è di sinistra? e Fassino? Su D'Alema, Amato, Rutelli, ... sono tranquillo: con la sinistra non hanno nulla a che fare) chieda a chi vuole eleggere cosa pensa sulla scuola. Non si accettano se e ma. La domanda va fatta alla coalizione per sapere se votarla o no al maggioritario e va fatta ai singoli partiti per sapere se votarli o no nel proporzionale.

           

            Cosa richiedere ? Di fronte alla completa ignoranza del problema e di fronte a progetti fumosi ed a fregatura di un centrosinistra che ci presenta come massimo conoscitore dei problemi un cialtrone come Ranieri, noi preferiamo conservare (alla Cofferati) ciò che c'è. Non vogliamo in alcun modo trasformare l'istruzione in merce (perché questo vogliono fare lor signori e neppure nascostamente (i riferimenti di Berlinguer sono chiari).        
            La scuola è il fondamento non contrattabile di ogni società civile. Non cederemo mai ai progetti di cancellazione dei diritti acquisiti da parte di beceri novelli stregoni arrivati al potere per uno scherzo del caso (ilo massimo disordine in fisica, la selezione alla rovescia in antropologia). E questo non è un saggio con valenze culturali di qualche tipo ma la chiamata a difesa della scuola pubblica che gli irresponsabili stanno smantellando.

E VENIAMO A COSA DICONO GLI ECONOMISTI

            Il gruppo di economisti che si raccoglie in www.lavoce.info dedicano le news del 12 ottobre proprio alla scuola, analizzando alcuni dati dal loro punto di vista. Il riferimento è il continuo lamento  di Berlinguer e De Mauro sul basso numero di studenti che in Italia arriva al diploma (75% contro una media europea del 90%) e sul basso numero di laureati sempre in riferimento alle medie europee. Sembrerebbe, secondo i nostri ex ministri che, di per sé, l'aumento di diplomati e laureati debba comportare un ingresso più semplice, più orientato e più qualificato nel mondo del lavoro. Questi signori usi alle cifre acritiche non hanno tenuto conto della realtà italiana e di quale, in definitiva, è la molla che porta ad un 30% di dispersione scolastica. Berlinguer e De Mauro individuavano le difficoltà tutte dentro il sistema scolastico. In realtà, come già denunciato da varie parti oltre che da me, tali difficoltà sono tutte esterne.

            Daniele Checchi e Tullio Jappelli, ne La laurea inutile, sostengono che: "Oltre un terzo dei laureati italiani dichiara di essere occupato in un lavoro per il quale la laurea non è necessaria ... la durata della transizione dalla scuola al lavoro è di undici anni, quattro anni più della media dei Paesi OCSE."  Da una estesa indagine dell'Unioncamere risulta poi che "A fronte di una domanda di 54mila laureati, il nostro sistema universitario ne "produce" 225mila, creando un potenziale di disoccupazione intellettuale pari a 171mila persone per anno ... Non stupisce  che in queste condizioni molti laureati accettino impieghi per cui non è necessaria la laurea e che si dichiarino insoddisfatti del lavoro che svolgono. Dal lato della domanda di lavoro da parte delle imprese, i dati segnalano che la struttura produttiva del paese è in gran parte arretrata. Fatti assai noti, e spesso ricordati sulla base delle cifre modeste impegnate per investimenti in ricerca e sviluppo. Le competenze qualificate sono dunque poco richieste dalle imprese: delle 673mila nuove assunzioni previste nel 2004, il 41 per cento prevede il livello della scuola dell’obbligo, il 21 per cento quello delle scuole professionali, il 29 per cento gli istituti tecnici e solo l’8 per cento la laurea".

            Giorgio Brunello ed Adriana Topo, in Apprendisti nel tempo, sostengono che: "In Italia si fa poca formazione. Secondo l’ultima indagine Eurostat, le imprese che hanno investito in formazione nel 1999 erano il 62 per cento nei quindici paesi della Comunità europea e il 24 per cento in Italia". Dal pacchetto Treu in poi (Biagi e la flessibilità del lavoro estremizzata) in Italia è iniziato uno sfruttamento selvaggio del lavoro scambiando i contratti di formazione lavoro come momenti formativi. Ma "più apprendistato non significa necessariamente più formazione. Da più parti si è osservato infatti come l’incremento dell’utilizzo dei contratti di apprendistato sia da attribuire principalmente alla possibilità di assumere personale a costo ridotto, godendo di forti sgravi contributivi, piuttosto che all’esigenza di fare effettivamente formazione. Pensiamo che ciò avvenga perché le regole nel nostro paese non forniscono alle parti incentivi adeguati a svolgere un investimento formativo di tipo sostanziale".

            Il riassunto del problema è che: "Nel rapporto tra sistema formativo e mercato del lavoro colpiscono sia lo squilibrio tra domanda e offerta, sia lo scostamento tra le competenze di chi cerca lavoro e quelle richieste dalle imprese.  Solo per l'8% dei nuovi assunti del 2004 sara' richiesta la laurea. E' l'universita' a produrre troppi laureati, o sono le imprese a chiederne troppo pochi? Probabilmente entrambe le cose. Quindi non basta cercare di razionalizzare l'offerta formativa come sta facendo il Governo. Meglio non imporre una scelta troppo precoce delle competenze, come avviene nella scuola secondaria prima e dopo la riforma Moratti. C'e' anche un problema di informazione e di trasparenza del mercato: spesso non mancano i lavori ma e' difficile trovare quelli "giusti”. E il collocamento continua a non funzionare.  Utile anche incoraggiare le imprese a svolgere formazione.  Molti i dubbi sulla nuova disciplina dell'apprendistato.  Permette di avere manodopera a basso costo e puo' scoraggiare le imprese che vogliono fare vera formazione".

            Poche considerazioni, da parte mia, su queste cose che mi sembrano molto chiare. Sottolineo il problema principale del Paese: l'arretratezza produttiva e culturale delle imprese. Da sempre cialtrone hanno, negli ultimi decenni, accentuato il loro voler guadagnare molto e subito senza preoccuparsi del futuro del Paese e degli occupati. Solo poche imprese si sono mosse a livello di eccellenza creando nicchie di ricerca e sviluppo, comunque troppo piccole. In questa situazione niente ricerca ma furbesco copiare in giro. Di conseguenza tutto è demandato allo Stato e quindi all'Università che però non ha più fondi. Il Paese decade mentre i nostri governanti neppure si rendono conto, non tanto del disastro in sé, quanto dell'irreversibilità di esso. D'altra parte c'è poco da pretendere da un potere in mano a chansonnier, valligiani, integralisti ed (ex ?) picchiatori. Manca una cultura di base che possa permettere il salto verso la comprensione integrata dei problemi. Per altri versi si aggiunge il problema della formazione scolastica. Sembra di capire che una rigida formazione non fa al caso di un mercato del lavoro estremamente flessibile. Occorrerebbe una scuola altrettanto flessibile. Con sommo dispiacere degli ex ministri occorre dire che le scuole professionali salesiane o no e gli istituti tecnici industriali, brillano per la loro rigidità. Una volta obsolete le abilità per cui i giovani sono stati preparati, da quella parte sembra impossibile riacquistare la flessibilità che pur si richiede. Ma la flessibilità che si richiede non è quella che si ottiene con piani di studio flessibili ma quella che si ottiene con studi molto seri che forniscono agilità mentale. Capisco che si parla di cose difficili ma con un piccolo sforzo anche gli ex ministri possono capire cosa dico.

            Uno degli snodi  alla base della crisi profonda del nostro Paese era stato individuato con lucidità da Sergio Cofferati. E' impossibile una crescita basata sulla competitività in termini salariali con i Paesi emergenti. Occorre puntare alla qualità, alla ricerca ed ai prodotti con grande valore aggiunto. Cosa ha recepito la nostra industria ? Niente ed ora chiude trascinando con sé i risparmi ed il lavoro di migliaia di persone. Cosa ha recepito il mondo politico di attuale opposizione ? Niente, anzi ha esiliato Cofferati ad amministratore locale, per maggior gloria delle mezze calzette che fanno da presunti leader di quell'opposizione.

Roberto Renzetti


 

NOTE

 

 

(1) I due fondatori del Buonsenso descrivono così la loro impresa su Il Corriere della Sera:

 

Basta «noi» e «loro», i ragazzi hanno diritto a essere al primo posto

 

La prima proposta di una riforma globale dei cicli scolastici risale al 1996. In questi sei anni si contano sulle dita di una mano le occasioni in cui se ne è discusso pacatamente in termini di efficacia dei modelli pedagogici, utilità per il Paese o per le singole persone, tempi e modalità di attuazione, costi e benefici. Di fronte ad una trasformazione che — anche se pochi se ne sono accorti — tocca le vite dei cittadini in modo ben più profondo e duraturo di una riduzione delle tasse o del ponte sullo stretto di Messina è francamente troppo poco! Il comportamento prevalente è stato quello di chiedersi se la proposta venisse da uno dei «nostri» o dei «loro»: nel primo caso andava aprioristicamente bene, nel secondo era altrettanto aprioristicamente da condannare. Questo è certamente l'atteggiamento meno educativo che esista, e applicarlo al sistema formativo è il peggiore dei paradossi. E' quindi urgente trovare un accordo sul modo di trasformare una scuola sulla cui inadeguatezza tutti sono d'accordo. Ma non è possibile proporre solo provvedimenti «contro» effettuando riforme a colpi di maggioranza.

Nessuno ha detto con chiarezza che per riformare il sistema formativo saranno necessari tempi lunghi, certamente più lunghi di una legislatura, ed è quindi necessario trovare l'accordo delle forze politiche su alcuni punti di comune interesse del Paese e dei cittadini, da mantenere anche nel caso di un'alternanza politica perché, nel caso in cui la maggioranza cambiasse, almeno sui punti essenziali non si torni a cominciare tutto da capo. Abbiamo parlato di punti essenziali e del resto i progetti di questi anni (non parliamo più, per favore, di riforma Berlinguer o Moratti: la personalizzazione è diventata un pretesto per una lettura ideologica del cambiamento) li avevano correttamente individuati: la riqualificazione della formazione di base; la valorizzazione della formazione professionale a tutti i livelli; il riconoscimento alle scuole non statali che svolgono un ruolo pubblico di essere parte, con le statali, di un unico sistema scolastico nazionale; la riqualificazione degli insegnanti; il potenziamento di competenze come l'inglese e l'informatica.

Ma di accordo non si è mai parlato, e si fronteggiano l'incapacità della maggioranza a formulare proposte analitiche e a realizzarle, e l'incapacità speculare dell'opposizione a contrapporre proposte alternative, o quantomeno a supportare quelle proposte che essa stessa aveva formulato in precedenza. Se pensiamo ad esempio all'obiettivo di sviluppare l'integrazione fra istruzione generale e formazione professionale, con il passaggio dal solo obbligo scolastico all'obbligo formativo e il riconoscimento del più ampio concetto di «diritto all'istruzione», che sulla carta è un obiettivo comune della legge precedente come di quella in discussione, nessuno ha ragionato sulla base di dati certi, di sperimentazioni in atto, di collaborazione con gli enti locali e i soggetti economici, ma se ne è data una lettura ideologica.

Occorre realizzare un sistema formativo integrato, con l'obiettivo esplicito di formare cittadini in grado di inserirsi in modo attivo e flessibile in un mercato del lavoro che richiede più conoscenza, una maggiore capacità di imparare ad apprendere e soprattutto che si aggiungano massicce dosi di saper fare dove prevaleva il sapere (e viceversa). Un'impostazione realista, volta ad accogliere le proposte valide da qualsiasi parte vengano, suscita resistenze che non sono, stranamente, «di destra» o «di sinistra», ma si riconoscono innanzitutto in un sostanziale rifiuto dell'innovazione, nella fatica ad uscire da una logica centralistica, nella difficoltà a costruire una diversa organizzazione degli apprendimenti.

Non serve a nulla opporre una presunta «cultura utile» alla «cultura classica»: piuttosto, accanto alla doverosa trasmissione dei saperi consolidati dalla tradizione, la scuola deve saper offrire ai ragazzi delle esperienze significative, che rispondano alle loro domanda di senso e di costruzione dell'identità, stimolando il desiderio di apprendere ed organizzando il curricolo intorno a centri di interesse. La scuola autonoma è la risposta giusta a questa esigenza.

Infine la «questione insegnanti». Non si va da nessuna parte senza una consapevole partecipazione di chi nella scuola lavora tutti i giorni, cioè i dirigenti scolastici e gli insegnanti. E' necessario riqualificare la professione docente attraverso un serio programma di formazione iniziale e in servizio, un contratto di lavoro che consenta le diversificazioni di funzione e le progressioni di carriera, e premi il maggior impegno o i migliori risultati, e infine è indispensabile fare una programmazione delle entrate in servizio che tenga conto delle esigenze delle scuole e di quelle dei singoli docenti, consentendo vie d'uscita che valorizzino le competenze dei docenti anche in altri ambiti. Sull'educazione, si dice, ci giochiamo il futuro come singoli e come Paese: vorremmo davvero sbagliarci ed essere clamorosamente smentiti, ma temiamo che la scuola e la formazione non costituiscano una vera priorità, né per il governo, né per un'opinione pubblica preoccupata da altre e più clamorose emergenze.

Vittorio Campione
Luisa Ribolzi
21 ottobre 2002

(2) Articoli scritti a 4 mani dai nostri eroi, Bertagna e Maragliano, che descrivono molto bene la situazione si trovano in http://www.fisicamente.netSCUOLA/index-489.htm; http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-490.htm.


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