Riporto un editoriale di un
fogliaccio spacciato della sinistra riformista. Si chiama “Il Riformista” e
fa capo a D’Alema ed Amato.
Ricordo solo che il nefasto D’Alema,
ora sodale con la Moratti, è stato il responsabile primo della distruzione
clientelare delle Scuole Italiane all’Estero con l’articolo 9 della Legge
147/2000.
Il
Riformista
EDITORIALE dell’ 8 Marzo 2004
La
liberté e l’égalité di Letizia Moratti
La Moratti non è la Falcucci, però riceve il trattamento
standard: in Italia goliardia e politica garantiscono a ogni ministro della
pubblica istruzione la trasformazione in una hate-figure, da disprezzare
pubblicamente durante la stagione autunno-inverno del movimento, in quanto
affossatore della scuola pubblica italiana, che invece andrebbe salvata perché
come è noto tutto il mondo ce l’invidia. Al netto della demagogia (per
informazioni sugli slogan più fasulli rivolgersi agli uffici della Cgil), la
Moratti e chi le si oppone hanno invece entrambi un merito storico: quello di
aver acceso finalmente una discussione pubblica sulla scuola. Prima o poi doveva
accadere. Il grande compromesso all’italiana, che aveva consentito di far
convivere dentro lo scheletro di una scuola originariamente gentiliana ma
sostanzialmente concordataria, fascismo e liberalismo, clericalismo e stato
etico, hegelismo e comunismo, e da ultimo perfino sessantottismo e ingraismo, ha
ridotto le prestazioni dei nostri studenti a livelli che non reggono più alcuna
competizione internazionale. Anche per la scuola, come per il debito pubblico e
la corruzione politica, la caduta del muro di Berlino ha dunque suonato la
campana. Ci siamo arrivati tardi, ma la scelta è ristretta a due modelli:
quello francese, in cui lo stato eroga l’istruzione, trasmette il sapere
repubblicano da una generazione all’altra, centralizza e uniforma perfino
l’architettura degli edifici scolastici, e – dunque – proibisce velo,
croci e kippà; e quello anglosassone, nel quale lo stato fornisce strumenti e
fissa regole a progetti pedagogici in concorrenza tra di loro, laici e
confessionali, statali e non statali (il caso limite è Berkeley e Stanford,
un’università pubblica e una privata a poche miglia l’una dall’altra che
competono fino all’ultimo professore e all’ultima pubblicazione). La riforma
Berlinguer sceglieva il primo modello, aggiornandolo ai tempi; la riforma
Moratti sceglie il secondo. E, per quanto il dibattito su quale modello sia
migliore è del tutto legittimo (meglio di un liceo francese non c’è nulla,
meglio di un college americano nemmeno), anche noi preferiamo il secondo.
L’inclinazione della sinistra classica per il sistema statalista non ha però
solo motivazioni ideologiche, o di difesa corporativa del vasto ceto scolastico
(che pure c’è: siamo il paese col maggior numero di insegnanti e di bidelli
per studente, senza apparenti benefici). Dietro si agita qualcosa di più
complesso e nobile: un’idea dell’uguaglianza, contro la quale la polemica
deve farsi accorta e rispettosa. Tale idea postula che più è uniforme
l’istruzione impartita, più le differenze di classe e familiari degli
studenti si ridurranno, annullando così il gap iniziale tra chi nasce con la
camicia e chi no. Questa idea ha un difetto pratico: tende a impedire
l’emergere delle eccellenze. Ma soprattutto non sembra essere la soluzione più
funzionale e moderna al problema dell’uguaglianza.
In una società senza tv, senza internet, senza cd e dvd, in una società dove
c’era ancora la fame in Puglia e la malaria nel Lazio, la scuola poteva
assolvere a una funzione di riequilibrio sociale e culturale, un po’ come la
leva. Ma oggi i nostri figli frequentano classi dove tutti i compagni hanno più
o meno gli stessi stili di vita, lo stesso reddito, indossano le stesse scarpe e
cantano le stesse canzoni (in inglese). Fornire a questi ragazzi uniformi un
insegnamento uniforme, radicalizza l’unica diseguaglianza che ancora c’è
tra loro: quella innata del talento, dell’indole, dell’attitudine. La scuola
italiana non la cura, né se ne cura. Talenti e percorsi individuali o sono
coltivati per fortuna (un buon maestro), o per censo (estati all’estero), o
finiscono persi. Oggi sarebbe più egualitario dare a ogni studente italiano un
istitutore privato che dare a tutti lo stesso insegnante pubblico. Il problema
della sinistra moderna è capire che, più di un secolo dopo la sua nascita, la
via all’uguaglianza passa attraverso la libertà. Esiste, sì, una cosa
chiamata società; ma è fatta di individui. Più differenza oggi è più
uguaglianza. Lette così, certe polemiche sul tempo pieno assumono un’altra
luce: che male c’è se diventa più un doposcuola facoltativo che un
prolungamento dell’orario scolastico, fatto di scelte della famiglia e del
ragazzo? In prospettiva, una scuola siffatta avrebbe bisogno di meno piante
organiche, e questo spiega la resistenza sindacale. Potrebbe risultare troppo
debole nel fronteggiare i rischi del multiculturalismo. Potrebbe chiedere alle
famiglie più di quando esse siano disposte a dare. Potrebbe anche non
funzionare. Però di questo si tratta. Se la Moratti ci mette tutti di fronte a
temi di questa portata, vuol dire che è un buon ministro.
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