FISICA/MENTE

 

 

CARLO BERNARDINI SU ALCUNE QUESTIONI RELATIVE A SCIENZA E SCUOLA

Roberto Renzetti

 

Carlo Bernardini è uno scienziato che coniuga brillantemente cultura, impegno e disponibilità. E’ noto per i suoi molteplici impegni nella vita civile e sociale e, particolarmente,  per la pace ed il disarmo e per la scuola. Il suo nome, oltre che a innumerevoli contributi teorici, è legato all’”invenzione” ed alla realizzazione della capostipite di quelle macchine che hanno fatto, nel mondo, la storia della fisica delle alte energie, l’Anello Di Accumulazione (ADA). Sono particolarmente grato al mio professore (e maestro di molte cose) per avermi dedicato del tempo per rispondere ad alcune domande vertenti sui temi che abbiamo sollevato nell’articolo “Scienza e Scuola”, che Insegnare ha pubblicato sul numero 4 dell’aprile 2004.

Roberto Renzetti - Carlo, tu sei noto per avere sostenuto sempre e coerentemente la scelta nucleare. Che ne   pensi di ciò che è accaduto a Three Mile Island ed a Chernobyl? I reattori nucleari possono sfuggire al controllo per cause impreviste?

Carlo Bernardini - A Three Mile Island i controlli funzionarono: dalla ciminiera uscì un solo Curie di gas attivi; forse bisogna spiegare che un Curie è pochissimo, specie diffuso. Il sito fu distrutto dalla fusione del nocciolo, ma un po’ di terreno inquinato ma ben isolato non è poi una tragedia. Comunque, niente vittime, se non quelle delle nevrosi diffuse a mezzo stampa. Non così Chernobyl: i reattori RBMK, proibiti in Occidente, sono termicamente instabili. Inutilmente mi sbracciai per dimostrare che tra un RBMK e un LWR (acqua leggera) c’è un abisso e Chernobyl non può succedere con un LWR. E’ assai facile farlo capire, ma nessuno ascolta. La paura premia politicamente chi la diffonde. Che fare?

RR. – Che vuol dire nessuno ascolta? Che non ti danno l’opportunità di parlare?

CB. – Si, un poco questo. L’opinione pubblica non recepisce mai spiegazioni riguardanti tecnologie. Ci vorrebbe del tempo per dare tali spiegazioni e questo tempo non ti viene mai fornito dai mezzi di comunicazione. Sono più semplici (e più irrazionali) gli slogan.

RR. - Ma tu hai avuto modo di raccontare queste cose da qualche parte?

CB. – Certo! Ho mandato, ad esempio, a Repubblica un articolo dal titolo, più o meno, “I rischi che si corrono su un traghetto e quelli che si corrono su di un sommergibile” e l’Antonio Cederna, a quell’epoca, mi disse che ero uno che voleva reintrodurre i dinosauri negli impianti che producono energia e che gli impianti tradizionali era molto più collaudati. Come spiegavo a coloro che sostenevano queste posizioni, la differenza tra reattori che hanno il refrigerante  che fa anche da moderatore e quelli che hanno il fluido refrigerante (acqua) distinto dal moderatore (grafite)? Nel secondo caso se si perde il refrigerante è un bel problema, come ha dimostrato Chernobyl, nel primo questi problemi non sono così drammatici e incontrollabili....

RR. - Mi pare che tu stia alludendo alla asimmetria tra l’informazione che viene data dagli scienziati, rispetto a quella che proviene da giornalisti, da spettacolarizzatori, da opportunisti?

CB. -  Sicuramente questa asimmetria vi è stata. E questo è un caso in cui comunque la carta stampata perde rispetto alla televisione. Essa è inadatta a fare informazione su questi problemi. Viceversa il mezzo televisivo è estremamente più efficace, ... direi l’ultima possibilità che resta. Se il mezzo audiovisivo viene concesso a persone che hanno una buona formazione scientifica e si dà loro il tempo di illustrare con esempi, con delle figure, con dei filmati, .... dove risiede il problema, allora la cosa funziona. Ma se il tutto è retto da criteri giornalistici è anche possibile fare un film dell’orrore sui reattori nucleari privilegiando questo aspetto rispetto ad ogni spiegazione che affronti il problema, ad esempio, in termini di rischi-benefici, eccetera. Se addirittura si vuole produrre lo “spettacolo” di dare in contemporanea un Amaldi ed un Mattioli, per Amaldi finisce male nonostante sia stato il nostro più grande competente sulle questioni del nucleare. Chiaro?

RR. – Chiarissimo! ....

CB. – E dirò di più .... Noi non abbiamo mai avuto spazio anche in tempi recenti. Ad esempio, quando è successa la cosa di Scanzano Jonico, la Sogin riuscì ad ottenere un’ora di trasmissione su RAI 2, in una fascia oraria di grande ascolto (pomeriggio di domenica) per parlare del problema della localizzazione delle scorie. Mi chiesero di spiegare cosa è la radioattività, cosa sono le scorie e tutte queste cose .... Ecco, su un’ora di trasmissione io avrò parlato 2 o 3 minuti per dare solo delle informazioni elementari di base; il giornalista si è mangiato almeno 45 minuti per mostrare paesaggi, centrali, storia di Chernobyl (che non c’entrava nulla); e poi la chiosa fu di Realacci ed ambientalisti vari a cui andò tutto il tempo restante per valutazioni politiche e per dire che si erano salvati da quella jattura delle scorie ....

RR. - So, so ....Conosco i mostri che ho contribuito a creare ...

CB. - ....e poi, ... scusa, c’è il cosiddetto terrorismo dei numeri che io sto tentando di contrastare.     Ad esempio, quando dicono 100.000 metri cubi, alla gran parte dei non addetti ai lavori fa un’impressione diversa rispetto a quella che fa a noi, abituati con i numeri. Il volume di 100.000 metri cubi non è una cosa infinita, è un palazzotto di 60 per 60 metri di superficie ed alto 30 metri. Eppure dire 100.000 fa altra impressione ...E quindi l’argomento semplicissimo del rapporto in peso un milione ad uno del combustibile tradizionale rispetto a quello nucleare, che è riferibile anche alle scorie, ovviamente, è completamente trascurato.  Insomma molto cattivo buon senso che fa pensare, ad esempio, che se una scoria è volatile, come ad esempio i fumi dalle ciminiere di centrali a petrolio o a carbone, ... se ne va via, ... si disperde,... Si, si, poi si fa pure il calcolo del CO2 ,...ma vi sono sempre molti passaggi per cui alla fine tutto si riduce a “fumi”.

RR. – Invece, per la radioattività?

CB. - ... eh, con la radioattività è come se uscissero delle pallottole. Se ti prende una pallottola è dura!

RR. -  La vicenda nucleare è emblematica di quanto i cittadini sanno sulla scienza. Più in generale cosa pensi del fatto che molti portino questi esempi - radioattività, disastri, bomba -  per denigrare tout-court l’insieme della ricerca scientifica?

CB. - Che qualcuno pensi che nei problemi del rapporto con il reale ci siano modi di ragionare superiori a quello scientifico mi sembra una forma grave di integralismo. Specie se poi giustifica l’uso dei falsi, delle bugie. La paura della scienza appartiene ad una ideologia, a quella di persone incapaci di una struttura razionale del pensiero, che hanno avuto qualche trauma famigliare o scolastico nell’apprendimento. E’ una ideologia che nasce in chi ha avuto processi di apprendimento che lo hanno allontanato dall’apprezzare la godibilità del pensiero razionale. Vi è quindi una responsabilità molto forte di famiglia e scuola. Lo si vede dai luoghi comuni, “io la matematica non l’ho mai capita”, ... queste cose qui. Cose volgarissime ma che hanno come conseguenza che la gente non arriva a capire che il solo modo che noi abbiamo di risolvere problemi è per via razionale, scientifica Non abbiamo altri modi. Perché possiamo magari dire le preghiere, sperare nella fortuna, ... ma l’importante è capire che queste alternative al pensiero razionale non servono a risolvere problemi. Epperò vi sono dei forti tabù perché non si può quasi dire in pubblico e particolarmente nelle scuole che contare sulla fortuna, sulla Provvidenza per risolvere problemi non porta da nessuna parte. A questo punto si può osservare che l’oggetto del pensiero può anche essere una cosa perversa (posso pensare razionalmente a come far fuori il mio vicino di casa) ma non si può condannare il metodo per un uso sbagliato di esso. Bisognerebbe essere capaci di separare l’etica in etica dell’obiettivo ed etica del metodo. La seconda non può subire le condanne che spettano alla prima. Si occupino di questo filosofi, giuristi, studiosi, ... e la finiscano con “la colpa è della scienza!”. Purtroppo occorre dire che vi sono molti nostri colleghi che si lasciano un poco troppo andare su questa strada perché passano per competenti di pensiero scientifico che poi però usano per fini politici.

RR. - Puoi portare degli argomenti a sostegno di una scienza che sembra sempre più distante dalle necessità della gente e che sembra addirittura essere diventata una minaccia in vari campi ?

CB. - Saremo molti sulla Terra, tra poco. La gente deve capire che per vivere in tanti ci vuole una razionalità che non è quella di tutti i giorni. Se la scienza è vista come una minaccia, vuol dire che dobbiamo fronteggiare per l’ennesima volta questo pregiudizio millenaristico.

RR. - Uno degli argomenti che vengono portati da certo ambientalismo riguarda il Principio di          Precauzione: se non si conoscono tutti gli effetti di una certa applicazione scientifica, è meglio aspettare con sperimentazioni accurate. Cosa pensi di questo?

 CB. - Il principio di precauzione è il più ridicolo dei nuovi luoghi comuni: “perché nulla accada, non bisogna fare nulla”. E’ l’unico determinismo realizzabile. Tutto il resto ha una probabilità di rischio, perfino salire o scendere le scale di casa. “Ma mi facci il piacere!” diceva Totò.

RR. - Tieni però anche conto del fatto che vi è precauzione e precauzione. Per intenderci un conto è quando si dice: “prendere questo farmaco ti mette a rischio” (qui siamo di fronte ad un rischio individuale che la persona può assumersi o no); un conto è dire che sperimentiamo gli OGM in ambienti non controllati (in questo caso, anche chi non è d’accordo, potrebbe trovarsi dentro una “sperimentazione” forzata dato il modo di propagazione dei semi.

CB. - Non parlo di attività irresponsabili: penso solo al caso che se una parte dell’umanità può essere salvata grazie agli OGM dobbiamo promuovere la ricerca sugli OGM, non proibirli. E alla svelta. Non essere d’accordo è legittimo ma non può bloccare tutto: io non sono d’accordo su tante cose (l’uso della nutella o delle merendine) ma al più direi “badate a ciò che fate”.

RR. – Ma se con le pratiche irresponsabili di alcune multinazionali vi fosse una prolifarazione OGM non voluta e non controllata?

CB. – Io ho l’impressione che non si sia ben capito cosa sono gli OGM. Intanto tutto è OGM su tempi lunghi, perché la modificazione genetica è un fenomeno naturale naturalmente lento. Insomma, tutto quello che consumiamo oggi è mooolto diverso da quello che consumavano 10000 anni fa. Molto diverso per i vari adattamenti e per i raggi cosmici e per .... Quindi non dovrebbe essere usata terroristicamente la parola Organismi Geneticamente Modificati che giustamente Enrico Bellone [direttore di Le Scienze”n.d.r.] ha parafrasato in Organismi Giornalisticamente Modificati. Anche se mi costa fatica dirlo, il Papa, che ha avuto spiegazioni esaurienti sull’argomento, ha detto che sarebbe un grave errore contro l’umanità proibire la ricerca sugli OGM.

RR. – Sulla libertà di ricerca non vi dovrebbero mai essere dubbi.

CB. - A mio parere si deve poter fare ogni ricerca possibile sugli OGM e che nessuno la debba proibire. Ma con questo dico anche che gli OGM non possono essere brevettati. Del resto questa mia posizione è di tanti anni fa, quando ero in Senato. Con Ossicini mi sono battuto  per la non brevettabilità delle molecole. Detto questo il vero problema è la disponibilità degli OGM ed il libro che tu hai citato nel tuo articolo “Scienza e Scuola”, quello di M. Perutz  [E’ necessaria la scienza? – Garzanti, 1989, n.d.r.], ne parla diffusamente nel primo capitolo. Nei Paesi africani, ad esempio, le multinazionali non hanno convenienza ad investire con OGM e lì il problema sarebbe risolutore, visto che gli aiuti in mais, grano, orzo immagazzinati in silos producono funghi contenenti aflatossina, il più tremendo cancerogeno per il fegato con percentuali 1 ad 1.

RR. – Scusa Carlo, ora passo ad altro e ritorno un poco indietro nel tempo approffitando della tua testimonianza diretta di uno dei periodi più neri della storia della ricerca in Italia: il 1963 ed il “caso Ippolito”. So bene che qui occorrerebbe molto spazio ma, in breve, quali credi siano stati gli interessi che hanno mosso quel violento ed irresponsabile attacco alla ricerca in Italia (al di là dei nomi noti: Saragat, Preti, …)?

CB. -  Ippolito era un paladino della nazionalizzazione; anch’io ho sempre pensato che i servizi di pubblico interesse non devono andare ai privati perché, anche se un ente nazionale non è certo una garanzia contro le disfunzioni, non può però essere promotore di ricatto sociale: Felice era un paladino del “pubblico”, formazione e ricerca, sanità, giustizia, gestione delle risorse; i privati lo hanno punito comprando i politici, con l’aiuto delle multinazionali. Ma a Ippolito è andata bene, solo galera, senza morire a Buscapé. Ne parlo con commozione perché penso che non c’è più traccia né degli Amaldi né degli Amici del Mondo.

RR. – Cambio ancora argomento, Carlo, ma non troppo. Che posto hanno e dovrebbero avere, secondo te, questi problemi nella scuola? Insomma la scuola deve “raccontarli” o far si che poi gli interessati, fatti capaci, se ne possano occupare avendo gli strumenti critici per farlo? Occorre riempire i ragazzi di nozioni oppure occorre aiutarli a costruirsi faticosamente il modo di conquistarle?

CB. – Ho un punto di vista non molto accreditato. Io penso vi sia un punto di grossa difficoltà  e sta nel fatto che il pensiero scientifico è costituito quasi di una sola caratteristica dominante: il superamento del senso comune. Tutta la storia del pensiero scientifico mostra che la scienza è stata costruita superando il senso comune. Posso dare in tal senso un’indicazione bibliografica straordinaria, quella di un biologo: François Jacob – Il gioco dei possibili – Mondadori, 1980. Jacob dice: il pensiero scientifico ha due qualità. La prima è che non si qualifica mai come vero ma come plausibile, la seconda è che non risolve tutti i problemi pur essendo generalizzabile. Uno inizia dai sassi che cadono, poi passa alla gravità della Luna ed arriva alla Cosmologia di Einstein. E’ una scala lunga e dura di superamento del senso comune. Il gusto del superamento del senso comune è quello che dovrebbe dare all’uomo il senso della potenza della sua testa, è l’inizio della godibilità dello stesso pensiero scientifico.

Tutto questo è nato molto faticosamente, è nato dalla filosofia greca, ... dobbiamo però essere coscienti che, se per caso muore, non è detto che rinasca. Perché gli uomini stanno proprio da tutt’altra parte, come diceva Jacob, nel pensiero mitologico. E perché? Perché si prendono per i fondelli da soli con il fatto che il pensiero mitologico risolve automaticamente tutto. Il pensiero mitologico prevede che alla domanda “perché questo è fatto così?” si risponda “perché Dio ha voluto così!” basta e qui è tutto finito, non c’è più niente da dire. Le nozioni sono accessorie in questo ragionamento perché possedere nozioni è come possedere il libretto d’istruzioni per l’uso di un qualunque apparecchio. Non sono le nozioni che riescono a fare né la godibilità né la profondità intellettuale. Certo che servono! E chi lo nega? Servono come serve quel libretto d’istruzioni. Ma non sono pensiero nel suo sviluppo intellettuale di maggior spessore. E’ il modo di pensare che fa da leva. Se uno ha quello può sollevare qualunque cosa di questo mondo.

RR. - Ma la scuola, più in generale, ti sembra sia in grado di tenere il passo con educazione e formazione avanzate, tali cioè da permettere a degli studenti che escono di affrontare gli studi universitari? In altre parole, oggi rispetto a venti anni fa, come trovi gli studenti che seguono il tuo corso?

CB. – Credo che gli studenti siano cambiati radicalmente. Sono impressionato dall’aumento del fenomeno. Provo a raccontarlo così: Uno studente bussa alla mia stanza e, mostrandomi un libro,  mi chiede: “Questo capitolo lo devo fare o no?”. Rispondo: “Ma tu ti sei fatta una idea? Che dici?”. Replica: “Che ne so!”.

Ecco, questi studenti sono aumentati di molto. Anche per un percorso intellettuale hanno bisogno del cane dei ciechi. Più in generale, al di là dei genietti generalmente autodidatti, io credo che l’insegnamento si debba occupare di quelli che hanno difficoltà. La scuola ha una funzione vitale perché aiuta  a far aumentare il numero delle persone che possono diventare autodidatte e quindi aver la possibilità di diventare pensanti. La scuola dovrebbe essere un argine alla degradazione che ci proviene da tanti altri ambiti sociali.

In questo aiutano i classici, sì, proprio i classici, tutti i classici di ogni tipo. Quando scrivemmo quel libretto sulle “due culture” con De Mauro eravamo d’accordo su un punto: il linguaggio nell’educazione deve avere un ruolo centrale. Il buon insegnante dovrebbe esprimere chiaramente concetti elaborati. E questa non è divulgazione.

RR. – Beh, naturalmente ci sarebbe da parlare per ore. Io mi fermo qui e ti ringrazio molto. A presto.

CB. - A presto.

 

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