FISICA/MENTE

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Sezione politica scolastica

VARATA LA RIFORMA DELLA SCUOLA USA 

Tutti pazzi per i test

Sommario: Dopo sei mesi di duri negoziati con l'opposizione, il presidente Bush ha dato via libera all'Education Bill, una serie di norme con le quali cercherà di rimediare allo sfascio della scuola statunitense. Perno della riforma, l'introduzione di test annuali di valutazione, dal terzo fino all'ottavo grado scolastico

GIUSEPPE TABASSO

Dopo circa sei mesi di duri negoziati parlamentari con l'opposizione, è finalmente passato l'Education Bill, cioè la riforma del sistema scolastico americano. Per Bush è un evento "storico", mentre tre degli architetti della legge, i senatori democratici Mary Landrieu, Joe Lieberman e Evan Bayh, lo hanno definito addirittura "rivoluzionario". L'Education Bill ha un nome enfatico - No Child Left Behind (Nessun allievo lasciato indietro) - ed è considerato il più importante atto di legislazione federale in materia, dopo l'Elementary and Secondary Education Act che Lyndon Johnson fece approvare dal Congresso nel 1965. Ora, dopo un secolo di fallimenti, George W. Bush ci riprova per rimediare allo sfascio della scuola statunitense. In effetti, fin da quando divenne governatore del Texas nel 1995, Bush ha sempre avuto toni alti sulla necessità di riformare il sistema e ora, da presidente, ne ha fatto, insieme al taglio delle tasse, le due stelle polari della sua amministrazione. Sempre che il budget federale, in rosso almeno fino al 2004, gli consentirà di seguirle entrambe: cioè di tagliare le tasse e riformare la scuola.

 Snodo principale della riforma è l'introduzione di test annuali di valutazione, dal terzo fino all'ottavo grado scolastico. Dai risultati dei test emergerà un quadro informativo in base al quale si concederanno sovvenzioni ai distretti scolastici con la più alta percentuale di popolazione a basso reddito. Se però gli studenti non riescono a migliorare la loro performance, le scuole dovranno ridisegnare i curricoli e prepararli a superare i test. La chiave del successo della riforma sta dunque nei test. Che potrebbe rivelarsi una specie di puzzle per la difficoltà nel renderli il meno ingannevoli possibile e nell'adattarne i livelli alle varie situazioni.

     Di qui una serie di interrogativi su come si regoleranno le scuole in difficoltà e in cerca di soldi. Utilizzeranno test predisposti da istituzioni esterne o studieranno moduli di routine? Ridurranno (o addirittura elimineranno) materie, come la storia o l'arte, non soggette al test? E il superamento del test non potrebbe rivelarsi illusorio, cioè frutto non di un genuino apprendimento ma di uno specifico allenamento al quiz? E infine: non si sta enfatizzando troppo il valore dei test?  Le risposte dipenderanno da due fattori non contemplati però dalla legge di riforma: la qualità dei test e ciò che precisamente s'intende per superamento della prova da parte dello studente. I singoli Stati dovranno cioè stabilire cosa s'intende per "profitto".

     E c'è poi un grosso problema economico: i buoni test - quelli che verificano un serio apprendimento e non la sgobbata last-minute - hanno un prezzo. E sono cari. Nel Michigan, nel Maryland e in pochi altri Stati che li hanno già utilizzati, sono costati 25 dollari ad allievo. Tradotto in cifre, significa che l'applicazione della riforma, in tutti e 50 gli Stati con test high-quality, costerebbe 7 miliardi di dollari. Per il 2002 la legge ne prevede solo 370 milioni. Tuttavia i genitori di ragazzi iscritti in scuole dove persiste una bassa qualità, ottengono il diritto di trasferire i figli in scuole migliori e a ricevere aiuti integrativi per i doposcuola. Dal canto loro gli Stati dovranno attivare programmi di spesa sia per l'istruzione primaria dedicata ad allievi sotto standard e sia per valutare la preparazione degli insegnanti (che la rivista Time definisce con una punta di sarcasmo "a revolutionary idea").

     La riforma ha avuto un cammino molto accidentato al Congresso. Infatti, mentre i Repubblicani erano contrari a conferire potere federale in materia scolastica, i Democratici osteggiavano qualsiasi passaggio della legge che esaltasse troppo la competitività. A loro volta i parlamentari di colore o di origine latino-americana temevano che i test penalizzassero, invece di aiutarle, le scuole dei quartieri più poveri e a rischio. In effetti la riforma nasce con eccessive attese da una parte e premature condanne dall'altra; solo dopo una prima fase di rodaggio se ne potrà trarre un giudizio meditato.

     Dal punto di vista politico, tuttavia, Bush ha raggiunto ciò che voleva. Infatti, con una legge che prevede una spesa federale senza precedenti per i meno fortunati, ha provato d'essere un conservatore "compassionevole", di pasta diversa da quelli che volevano radere al suolo il Dipartimento dell'Educazione. (Per giunta ha instaurato un rapporto bipartisan rendendosi amico Ted Kennedy, presidente della commissione istruzione del Senato). In questo modo può rispondere sul fronte delle due critiche più ricorrenti che gli vengono rivolte: quella d'essersi spinto troppo a destra con un taglio delle tasse che beneficia più i ricchi che la gente comune, e quella d'essere, come suo padre, coinvolto nella politica estera più che in quella interna. Come dire che il "No Child Left Behind Act" riequilibra la polemica sul taglio delle tasse. Una vera manna per aprirsi la strada verso la rielezione ad un secondo mandato. 



 

 

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