Propongo
qui alcuni interventi sulla Riforma dei cicli di Berlinguer e sulla filosofia da
essa sottesa, espressa molto bene dai due esemplificativi interventi, già
riportati, di Maragliano e Vertecchi. Al di là delle lobbies di pedagoghi,
docimologi, psicologi, ... che con questa riforma hanno creato posti di lavoro
per gli studenti di Scienza della Comunicazione e cattedre per i furbastri delle
lobbies suddette, vi sono anche molte persone pensanti che contro questa Riforma
hanno portato argomenti di estremo interesse, alcuni dei quali ripropongo di
seguito. Occorre osservare, con Lucio Russo, che la nostra Costituzione
salvaguarda molti nostri diritti, compreso il DIRITTO ALL'IGNORANZA. La Riforma
Berlinguer aiuta alla conquista di questo diritto tutti i cittadini italiani che
si avvicineranno alla scuola. Quei
professori guardiani del "faro" Dal rettore dell'Università di Siena
riceviamo e volentieri pubblichiamo Riportiamo un vecchio scritto di Luigi Berlinguer, apparso
sulla Repubblica del 28 settembre 1988, ai tempi in cui era rettore
dell'università di Siena e intellettuale di spicco dell'area del PCI. CHE
cosa sta succedendo invece? Qualche mese fa, in margine all'agitazione degli
insegnanti della scuola secondaria per ottenere un adeguato riconoscimento
retributivo, si è scatenato un vero e proprio linciaggio della categoria,
additata al generale ludibrio solo perché non più rassegnata a tollerare
stipendi vergognosi. Si è persino pensato di caricare sul paese intero
un'imposta ad hoc per pagare gli aumenti retributivi agli insegnanti, rei in tal
modo di aggravare con la loro ingordigia il carico fiscale degli italiani. E poi
si è detto che si vuole spedire un po' di professori a fare i bagnini o i
guardiani dei fari. IN
campo scolastico, va ricordato che il nostro livello è complessivamente sulla
media europea. Non mancano tuttavia varie urgenze ormai improcrastinabili, tra
le quali segnalerei due carenze a mio avviso di particolare rilievo:
l'educazione scientifica e le lingue straniere. Credo che su questi due fronti
ci si dovrebbe impegnare con particolare decisione e tempestività, specie in
vista del traguardo europeo, per superare un difetto tradizionale della nostra
scuola. Le nostre istituzioni educative sono gravemente carenti di cultura e
pratica sperimentale e con esse di attrezzature, laboratori, di sostegno
tecnico, capaci di diffondere adeguatamente la conoscenza scientifica e quella
strumentale delle lingue straniere moderne, in un'azione che non si limiti
all'insegnamento tradizionale e scolastico, ma coinvolga gli studenti con
adeguate metodologie sperimentali e di diretto apprendimento. http://www.ecn.org/filirossi/pierro.html
Scuola:
riflessioni impopolari su una riforma (liberal) popolare Vecchio articolo uscito nella primavera dello
scorso anno, reperito all'indirizzo web http://www.csdim.unical.it/ospiti/oralocale/pierr.htm. http://www.ecn.org/filirossi/meloni.html
Autonomia
scolastica: partecipazione democratica o dirigismo autoritario? (Per
un approfondimento della questione consulta il decreto
interministeriale di gestione amministrativo-contabile delle istituzioni
scolastiche. N. d. R.) Tratto dagli atti del convegno "Il limite dell'utile", organizzato da Gilda il 23 e 24
febbraio 2001 a Padova. di Massimo Bontempelli Questo significato oggettivo dell'autonomia scolastica, mai enunciato
esplicitamente dai riformatori, e forse neanche chiaramente presente alle loro
menti, ma comunque implicito nel disposto di legge e nella prassi
amministrativa, è niente altro che la disarticolazione del sistema nazionale
dell'istruzione pubblica: ogni singolo istituto scolastico, cioè, è chiamato a
produrre, come risposta alle esigenze del suo specifico ambito territoriale e
del suo specifico bacino di" utenza" (si noti il vocabolario sempre
mercantile dei riformatori), la sua specifica "offerta formativa". Soltanto la perdita di ogni concetto reale del rapporto tra educazione e
società, e di ogni memoria storica, impedisce oggi di comprendere quale
catastrofe di civiltà si realizzi con questa innovazione. Che il processo
educativo consista nella trasmissione da una generazione all'altra di quei
valori conoscitivi ed etici che rappresentano il fondo di civiltà di una società,
ne assicurano la coesione e vi promuovono lo spirito di cittadinanza e che
quindi esso non possa svolgersi, in una società moderna, se non entro un
sistema pubblico e nazionale di scuole, è un'acquisizione diffusasi in Europa a
partire dalla rivoluzione francese. Fu nei grandi dibattiti sull'educazione del
cittadino che si tennero nella Convenzione nazionale del 1792-95 che emerse il
concetto moderno e democratico di educazione. Nel nostro paese la scuola
pubblica fu istituita, non per caso, nel regno d'Italia creato all'inizio
dell'Ottocento da Napoleone (ben prima, quindi, del regno unitario nato nel
1861). Paradisi e Moscati, che ne avevano elaborato il progetto fin dal 1802,
avevano lucidamente spiegato come in una società divenuta moderna gli obiettivi
culturali di tutte le istituzioni educative non potessero essere definiti che a
livello di Stato centrale, come il reclutamento degli insegnanti dovesse essere
pubblico e concorsuale, sulla base delle loro conoscenze accertabili e non delle
loro opinioni private, e come dovesse essere bandita dalla scuola ogni forma di
gestione affaristica, localista e anche semplicemente privata. L'autonomia scolastica predisposta dalla riforma ci fa retrocedere a prima di
questo inizio della moderna civiltà educativa, a prima delle conquiste
spirituali della rivoluzione francese, a prima della grande cultura borghese.
Essa si basa infatti sul presupposto che non esistano contenuti culturali
nazionali la cui trasmissione da una generazione all'altra sia educativamente
imprescindibile, e che singoli gruppi locali di eterogenea composizione possano
elaborare altrettanti coerenti profili educativi quante sono le scuole. Se ci fermassimo, però, a queste considerazioni, saremmo portati a ritenere
che la cosiddetta autonomia scolastica non esprima altro che il vuoto mentale
dei suoi promotori. Questo però non è vero. L'autonomia, come ho detto, ha un
suo significato e tale significato è il perno strategico di una
disarticolazione del sistema nazionale dell'istruzione pubblica che risponde a
corposi interessi e precise tendenze della società. Non che i promotori della riforma abbiano un qualsiasi spessore culturale:
Berlinguer crede alla sua stessa propaganda, un po' come Mussolini, quando si
convinse di essere il grande stratega di un esercito possente, e che ha come
immagine di se stesso quella del terzo riformatore organico della scuola
italiana dopo Casati e Gentile, rimanendo completamente cieco di fronte al
degrado che le sue innovazioni concretamente producono nelle scuole e al fatto
che, a differenza di Casati e di Gentile, non ha riorganizzato l'educazione
attorno ad alcun asse culturale. I pedagogisti di cui si serve per promuovere
una nuova didattica nella scuola sono una corporazione di ignoranti che parlano
di problemi educativi carichi di implicazioni filosofiche e storiche pur essendo
orecchianti di storia e del tutto analfabeti di filosofia, e che si sono
inventati la loro disciplina, cioè un tessuto di verbalismi farraginosi e vuoti
presentato pomposamente e in modo ridicolo come nuovo sapere, essenzialmente per
coprire la mancanza di qualsiasi conoscenza disciplinare specifica. Il vuoto mentale di tutti costoro si è reso però funzionale ad una
costellazione di interessi e progetti sociali che aveva bisogno proprio di ciò
che la loro mente vuota ha partorito, ossia, appunto, l'autonomia scolastica.
Essi , infatti, non essendo in grado di riformare sul serio il sistema nazionale
dell'istruzione pubblica, individuandone reali obiettivi educativi, definendone
precisi assi culturali, specificandone i saperi minimi essenziali per la
trasmissione di una capacità di lettura del mondo, di una mentalità
scientifica e di una cultura della cittadinanza, lo hanno frammentato in tanti
centri di istruzione separati, e quindi anche se non formalmente privati, quanti
sono gli istituti scolastici. Non essendo in grado di pensare in termini di
contenuti culturali, hanno lasciato campo libero ad un vuoto didatticismo, che,
incapace di confrontarsi con il valore qualitativo delle conoscenze, si risolve
in una tecnica di misurazione quantitativa di abilità meccaniche. Non essendo
in grado di ricostruire il ruolo della scuola come istituzione rispetto ai
giovani, che li socializzi attraverso l'acquisizione di conoscenze e
l'identificazione con modelli assiologici, la incoraggiano ad essere luogo di
socializzazione attraverso l'intrattenimento, e ne concepiscono la vitalità
come capacità di assorbire e restituire ai giovani ciò che è loro più
contemporaneo e più prossimo. L'autonomia scolastica, svincolando le scuole da
ogni obbligo di trasmissione di contenuti nazionalmente definiti, e i titoli di
studio (di cui sarà prossimamente abolito il valore legale) da ogni
corrispondenza a profili culturali determinati (sostituiti, in prospettiva, da
certificazioni individuali di abilità specifiche) rende possibile tutto questo.
Ma tutto questo non è solo frutto di stupidità politica, bensì risponde alle
esigenze del totalitarismo di un'economia desocializzata ed autoreferenziale, di
cui la stupidità politica ed il vuoto culturale sono gli strumenti. L'economia totalitaria contemporanea esige infatti che sia prodotto soltanto
ciò la cui produzione passi attraverso una convenienza aziendale, e che la
spesa pubblica sia interamente devoluta alla promozione delle convenienze
aziendali. Entro la prospettiva di questa economia postfordista, postkeynesiana
e neoliberista, le spese statali per la scuola sono puramente dissipative nella
misura in cui finanziano la trasmissione di profili culturali nazionali e non di
particolari abilità individuali sulla cui base le aziende possano decidere le
assunzioni, e nella misura in cui il loro impiego non faccia dello spazio
scolastico un nuovo mercato per le industrie. Le scuole, quindi, devono
insegnare attraverso i computer e attraverso altri strumenti che offre il
mercato (la pressione ossessiva per la valutazione attraverso test ha come
termine finale la computerizzazione), mentre deve risultare svalutata l'oralità
dialogica, che non dà profitto economico a nessuno. Scuole e insegnanti devono
operare nella competizione, in modo che si estingua la cultura disinteressata,
inutile per gli affari, e si pensi in termini di abilità strumentali e di
immagine. Non vi deve essere una selezione in base ai livelli di cultura e
dunque va bene che tutti siano promossi anche senza aver acquisito cultura dalla
scuola, perché in questo modo sarà il mercato, e saranno i poteri e le
relazioni delle famiglie, dopo la scuola, a decidere la collocazione sociale
degli individui. Nella scuola tutto deve essere attualità e sollecitazione
mentale piacevole, senza fatica e organicità di studio, perché ne escano
giovani senza spirito critico e quindi ben orientati al consumo. L'autonomia scolastica garantisce tutto questo, perché, separando le scuole
da contenuti culturali nazionalmente obbliganti, le mette in reciproca
competizione per accaparrarsi utenza, quindi sul terreno dell'immagine e del
consumo e le svuota di sapere disinteressato, quello cioè indispensabile allo
spirito critico, all'atteggiamento scientifico ed alla cultura della
cittadinanza. Essa è dunque il perno strategico della sottomissione della
scuola (come già di altre istituzioni non economiche) agli imperativi
dell'economia, dunque della sua fine come scuola. Vi inviterei a riflettere, quindi, cari amici della GILDA, su una questione
cruciale: è possibile che la difesa della professionalità docente, che voi
meritoriamente assumete, sia efficace senza collocarla in un orizzonte di
comprensione della distruttività sociale e culturale dell'attuale sistema di
vita, dominato in maniera totalitaria da un'economia interamente mercantilizzata,
tecnicizzata ed autoreferenzializzata? Molti di voi, credo, pensano di sì,
pensano cioè che la professionalità docente possa venire difesa su un terreno
soltanto sindacale, magari corporativo, e su un terreno culturale, che riguardi
però esclusivamente la scuola e la scienza. Io, invece, penso con fermissima
convinzione di no. Penso, cioè, e mi sono qui sforzato di mostrarlo attraverso
una riflessione sull'autonomia scolastica come perno della riforma
berlingueriana, che la causa prima dell'erosione progressiva della memoria
storica e dell'autonomia della cultura, e di conseguenza delle innovazioni
distruttive degli ultimi anni, stia in quel sistema di relazioni della nostra
società che può essere definito come totalitarismo neoliberista. La difesa
della professionalità docente esige quindi da tutti noi un salto di qualità
mentale, che collochi il presidio della civiltà educativa oggi minacciata in un
più ampio fronte sociale e culturale antiliberista. http://www.rivistaindipendenza.org/Teoria%20nazionalitaria/quale_futuro_per_la_scuola_italiana.htm QUALE FUTURO PER LA
SCUOLA ITALIANA intervista a cura di Francesco Labonia e Nello de Bellis da "Liberazione",
Roma, 5 giugno 2002: Eppure nel
suo libro Berlinguer enuncia principi di grande rilievo pedagogico. Dice, ad
esempio, che «il successo di tutti i bambini è il vero successo della scuola»,
la quale perciò deve essere "senza bocciature"; che, mentre «oggi la
scuola è quasi esclusivamente l'aula», occorrono «attività integrative
collegate al curricolo»; che occorre intervenire sul curricolo o i
"saperi" per superare la frattura tra scuola culturale e scuola
professionale, coniugando "il conoscere e l'operare"; che col riordino
dei cicli, ridotti da tre a due, occorre superare anche «la cesura traumatica
tra elementare e media»; che per garantire l'attiva partecipazione di docenti e
studenti occorre dare alle scuole più autonomia, ecc. Bene:
peccato soltanto che Berlinguer vanti la novità di ogni sua proposta,
occultando i precedenti storici, di cui pur si è giovato. Questi da lui
proclamati sono più o meno i principi di tutta la pedagogia moderna: e già col
disegno di legge comunista Donini-Luporini del 1959, sulla scuola unica
obbligatoria dai 6 ai 14 anni avevamo proposto di abolire le bocciature, e anche
la Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di don Lorenzo
Milani del 1968, elencava tra le proposte di riforma: «Primo: non bocciare». E
per la scuola secondaria già la nostra proposta di legge Raicich del 1972
proponeva «un processo formativo unitario superando ogni margine di opposizione
tra scuola di cultura e scuola di professione»; e potrei continuare. Ma per
Berlinguer è tutto suo, tutto nuovo. Pazienza! Anche se è un po' troppo
sentirlo lamentare che «il rapporto scuola-lavoro era una specie di tabù,
avversato dalla sinistra per paura del capitalismo. C'era un'idea antica del
lavoro come estraneo alla realizzazione della persona». Incredibile: la
secolare elaborazione della tradizione socialista, in particolare di Marx e di
Gramsci, su una scuola unica di lavoro intellettuale e manuale per formare un
uomo completo, "onnilaterale", e la nostra riflessione di decenni e le
nostre proposte di legge su questo tema, tutto questo per il post-comunista
Berlinguer non è mai esistito? Ma lui dov'era? Non c'è da stupirsi se perfino
nel presentare se stesso, mentre si dichiara "parlamentare dal 1994 per i
Democratici di sinistra", Berlinguer pudicamente occulta la sua lunga vita
di parlamentare per il Pci e la sua iniziale adesione a "il manifesto"
e la collaborazione con la Rossanda e Cini alla stesura, nel 1970, di un
coraggioso opuscolo sulla riforma della scuola. Ma il peggio
è che queste iniziative, piene di buone intenzioni e cattive attuazioni, sono
inserite nel progetto, clerical-liberale, di un "sistema nazionale
integrato" tra scuola pubblica e scuola privata, dove ogni valore ideale
della tradizione risorgimentale, volta a promuovere la formazione di una
coscienza nazionale moderna, anziché essere corretto e sviluppato, come si
doveva, in senso democratico e scientifico, viene rinnegato. Non per niente
Berlinguer occulta le origini di questa sua dubbia ispirazione: il
"Documento dei 31", del 13 luglio 1994, autodefinito "pidiessino,
popolare e confindustriale" (cioè clerical-liberale accettato dai
post-comunisti), che proponeva la "idea nuova" di un «sistema
formativo pubblico, nazionale ed unitario, del quale partecipano scuole statali
e non statali». L'ispirazione della riforma è tutta lì, in questo vecchio
programma della Dc giulivamente accolto dai dirigenti del Pds contro le
resistenze della loro base. Miracoli del nuovo centralismo democratico,
inaugurato da Occhetto e perfezionato da D'Alema: due persone cui Berlinguer non
lesina elogi, parlando della «grande rivoluzione di Occhetto» e della
"delega implicita" ricevuta dal governo D'Alema, col quale si è avuto
«l'anno d'oro» delle riforme. Ogni riforma
di Berlinguer mira a creare questo sistema integrato, destinato a sboccare in
quella «straordinaria novità che è nel riconoscimento concreto del principio
di parità tra scuole statali e non statali», coi relativi finanziamenti. E'
lui stesso, non io, a presentare tutte le sue leggi come grimaldelli per
veicolare nei nuovi ordinamenti questa "svolta" della parità:
soprattutto la legge sull'autonomia, «base dell'intero progetto formativo» e
«anello da cui partire»: «Porre la parità nel contesto dell'autonomia e anzi
in dipendenza da essa... Nel quadro dell'autonomia sembra logico riaffrontare in
termini nuovi la stessa distinzione concettuale tra pubblico e privato», ecc. Bella cosa
l'autonomia! Se non fosse che di essa fa parte una questiuncula dall'apparenza
innocua, anzi bonaria: il riconoscimento alle scuole della «opportunità di
essere coerenti coi propri principi». Tradotto in italiano, questo è il
permesso di ignorare il principio costituzionale della libertà d'insegnamento,
per restare scuole ideologiche, nella fattispecie cattoliche. Non sono io a
dirlo, ma è il Codice di diritto canonico, a prescrivere che la scuola
cattolica «deve fondarsi sui principi della dottrina cattolica», che i vescovi
«hanno il dovere e il diritto di vigilare, che... siano osservati fedelmente i
principi della dottrina cattolica» e che, di conseguenza, «siano nominati
docenti i quali... eccellano per integrità di dottrina e per probità di vita,
e che, mancando tali requisiti..., siano rimossi dall'incarico» (Can. 803, 804,
810). Ecco allora che la «coerenza coi propri principi» significa dipendenza
dal Codice di diritto canonico e autonomia dalla Costituzione: sul territorio
italiano. Spogliata da
ogni "ideologismo" e portata sul piano giuridico e politico, la
questione si può esprimere così: può uno Stato sovrano dichiarare che sul
proprio territorio la scuola di un altro potere, "indipendente e
sovrano" (Costituzione, art. 7,1), è "pari" alla propria scuola?
Può farlo, quando le due scuole sono così diverse che, mentre quella statale
è fondata sulla libertà d'insegnamento (art. 33,1), l'altra è fondata su una
canonica "dottrina"? Può farlo quando l'altro potere usa appellarsi
all'infausto Concordato per impedire allo Stato ogni libertà di legiferare,
come ad esempio sulla collocazione dell'ora facoltativa di religione fuori
dell'orario curricolare obbligatorio, come invece aveva saputo legiferare l'Italietta
liberale a opera del ministro cattolico Emanuele Orlando? Può consentire che
quel potere violi i diritti costituzionali dei cittadini, come quando licenzia
in tronco i suoi insegnanti, negando loro ogni garanzia sindacale, perché
"non conformi" alla sua dottrina? Può, insomma, accettare che sul suo
territorio vigano, a pari titolo, due legislazioni opposte? La sovranità dello
Stato, la territorialità delle leggi, l'eguaglianza dei cittadini, le libertà
personali, sono questioni ideologiche? In realtà
sono concretissime questioni ideali, di fronte alle quali si potrebbe perfino
trascurare la questione bassamente materiale dei finanziamenti, che intanto
scorrono allegramente per infiniti canali, alle scuole "private", cioè
"dipendenti dall'autorità ecclesiastica". Berlinguer, che aveva
scritto di suo pugno sulla relazione della Commissione da lui nominata: «Tenere
separati parità e finanziamenti», li ha poi messi insieme, con un altro
grimaldello giuridico: la legge sul diritto allo studio, dove, per correggere se
stesso, ha corretto la Costituzione. Sentitelo: la sua riforma, spiega,
conteneva «un'importante novità: il diritto allo studio, per tutti... a
prescindere dalla scuola frequentata» (p. 155-156). Una novità davvero
importante, "a prescindere" dal rispetto per la Costituzione, che non
"prescinde" da alcunché, e ha in mente solo gli alunni delle scuole
statali. Ma a Berlinguer questa prima correzione non bastava: per giustificare i
finanziamenti, e allora il diritto allo studio ha candidamente aggiunto
dell'altro: «E lo abbiamo coniugato con una norma negletta... il quarto comma
dell'art. 33; dove si afferma che si deve dare un trattamento equipollente agli
studenti della scuola statale e non statale». Ancora un
piccolo grimaldello giuridico, un falso smaccato, la cancellazione di una
paroletta da niente: la Costituzione, parla non di "trattamento"
pensando ai soldi, ma di "trattamento scolastico" pensando alla
validità degli studi. Insomma,
Berlinguer ha messo insieme - pardon! - ha "coniugato" due commi della
Costituzione che proprio non hanno niente a che fare coi finanziamenti alle
scuole private, per violare il comma "senza oneri per lo Stato" che
esplicitamente li vieta. Crede davvero che i costituenti scrivessero un comma
per cancellarne un altro? Ma lui tutto questo lo fa per «assicurare laicità,
libertà e pluralismo nella scuola tutta, privata e pubblica»: come se nella
scuola pubblica già non ci fossero, e come se la "dottrina" imposta e
l'arbitrio nel licenziare fossero manifestazioni di laicità e libertà. Per
giustificarlo dichiara che nelle loro scuole «i cattolici hanno introdotto la
distinzione tra istruzione e catechesi». Davvero? E la "dottrina"
imposta dal Codice di diritto canonico? Se vuole una scuola laica e libera, è
la scuola statale, dove tra l'altro opera liberamente una maggioranza di
cattolici, liberissimi di esserlo. Ma contro
noi suoi oppositori Berlinguer rispolvera l'accusa di ideologismo, già
ricantata per decenni dagli Intini e dai Ronchey. Nelle centosettantacinque
pagine del suo libretto si leggono, per chi ha la pazienza di leggerli, almeno
trenta ritornelli sul presunto ideologismo, in media uno ogni sei pagine: «La
sinistra conservatrice e ideologica... La sinistra e i "laici"
rifugiati nell'ideologismo... Coloro che nella sinistra si sono sfibrati in un
lungo impegno ideologico... L'avversione ideologica preconcetta» e via
ideologizzando. Ora, a prescindere dal fatto che, se una parte rappresenta
un'ideologia, è probabile che l'altra parte ne rappresenti un'altra, c'è da
chiedersi se solo di ideologia si tratti e, semmai, di quale. Dice
Berlinguer: «L'Italia ha bisogno del contributo dei cattolici per battere il
clericalismo e l'integralismo» (p. 158). D'accordo: quando scrissi su
"Riforma della scuola" (la sola stampa di partito su cui avrei potuto
farlo) il primo articolo di un comunista contro il concordato, mi trovai
pressato da credenti di varie fedi perché dessi vita a un movimento
anticoncordatario, quello che poi fondammo con Piero Bellini, Eugenio Garin,
Filippo Gentiloni, Franco Giampiccoli e Cesare Luporini, col nome di "Carta
'89". Ebbene, i più attivi in questo movimento sono i credenti di varie
fedi, cristiane e non, in particolare cattolici del dissenso o cristiani di
base: ma nessuno tra i cattolici ufficiali, nessuno dei "popolari".
Anzi, tra i cattolici è toccato proprio a questi riproporre i vecchi temi del
Sillabo del 1864 del beato Pio IX su la limitazione dell'impegno statale,
l'ingerenza della Chiesa nelle scuole statali, l'obbligo dei cattolici di
frequentare scuole cattoliche, più le richieste di don Sturzo del 1919, più le
concessioni del Concordato fascista del 1929, più i programmi dc del 1943-44,
più la quarantennale amministrazione dc dell'istruzione, più le nuove
concessioni del Concordato craxiano del 1984, più le sue tendenziose
applicazioni alla Falcucci et similes, più i finanziamenti, sottaciuti in tutti
questi documenti, ma insistentemente richiesti da Wojtyla. Mario
Alighiero Manacorda http://www.gramscitorino.it/saggio_rincorrere.doc Rincorrere
o resistere? Sulla crisi della scuola e gli usi della storia
di Fabio Fiore I. L’ipotesi di queste pagine è che l’insegnamento della storia soffra
in modo particolare la crisi della scuola; che il dibattito sulla sua stessa
crisi ruoti intorno a questioni e secondo linee di divergenza del tutto
analoghe; che su molti punti la storia in quanto disciplina sia chiamata in
causa con una forza difficilmente riscontrabile per altre discipline. Presa più alla lontana, la cosa potrebbe anche essere formulata in
questi termini: perché un non specialista
(lo storico) dovrebbe prendersi a cuore la ‘materia scolastica’? Perché una
crisi come quella odierna (prodotta dai discorsi sulla scuola e forse anche
sulla storia)[v], che coinvolge aspetti
delicati della cultura di una società come il rapporto tra le generazioni, la
trasmissione di memoria e di sapere, la formazione di ciò che per convenzione
chiamiamo ‘identità collettiva’, una crisi insomma ‘educativa’,
rappresenta un’occasione: come
osservava Hannah Arendt in un densissimo scritto degli anni ‘50, la crisi fa
cadere le facciate e cancella i pregiudizi, consentendo di esplorare e
investigare il nocciolo della materia finalmente messo a nudo, di illuminare i contorni di quella medaglia di cui si
è parlato. I pregiudizi scompaiono perché “si sono perdute le risposte sulle
quali si usava far affidamento senza neppure più aver presente che si trattava
di risposte a certe domande”[vi]:
perdute le risposte, siamo costretti a tornare alle domande. In questa prospettiva, non è per cercare risposte che guardiamo ai
dibattiti sulla scuola e sulla storia, per stabilire se siano vecchie o nuove,
ma per prendere contatto diretto con la nostra realtà e nel contempo distanza
da noi stessi; per distinguere ciò che ci aiuta a vivere l’esperienza della
crisi da ciò che ci distoglie[vii].
In breve, e come si usa dire, non si tratta che di prime riflessioni. II. Composto da sociologi della comunicazione, psicologi, pedagogisti,
linguisti, dagli stessi esperti che hanno progettato la riforma della scuola
italiana, il partito della rincorsa si
costituisce intorno a una diagnosi comune: un secolo di media vecchi e nuovi ha
decisamente spostato sull’immagine e su nuove forme di oralità il baricentro
della cultura odierna mettendo alle corde quelle istituzioni che, come la
scuola, sono fondate sulla lettura e sul libro. In questo contesto, la scuola si
scopre all’improvviso in ritardo, scavalcata da ogni lato, coinvolta in una
guerra con il mondo circostante che la vede perdente. Ed è costretta a una
scelta: o riproporre ostinatamente il vecchio modello tradizionale a una società
che non c’è più, condannandosi di fatto a “spacciare una moneta culturale
‘fuori corso’: scarsamente spendibile nella vita sociale e civile”[viii];
oppure ammettere francamente la sconfitta “che i processi formativi dei media
spettacolari hanno inferto alla nostra pratica, alla nostra idea di scuola”,
riconoscere finalmente la “pochezza degli strumenti” con cui continuiamo
ancora a illuderci di poter recuperare il terreno perduto[ix].
E’ chiaro che per il partito della rincorsa non vi è scelta: è la scuola a
doversi adeguare alla società non la società alla scuola, a dover tentare la
propria rieducazione dentro e non
fuori la “città educante”[x]. Gran parte delle argomentazioni che uniscono il partito della rincorsa
sono rinvenibili in un recente libro di Raffaele Simone[xi].
La rivoluzione telematica modifica profondamente i nostri modi di acquisire e
trasmettere informazioni. Aumentano enormemente le cose che veniamo a sapere non
per averle lette ma per averle viste; il libro non è più l’unico e forse
neppure il principale strumento del sapere ma viene sostituito o dai nuovi media
(internet), o dai vecchi media rivoluzionati dall’informatica (televisione e
telefono). Dietro questi fenomeni, vi è per Simone un mutamento nelle gerarchie
degli schemi percettivi, a cui corrisponde un mutamento conseguente delle forme
dell’intelligenza: rafforzando l’ascolto e la visione simultanea delle cose
e riducendo nel contempo il ruolo della visione sequenziale, i nuovi media
rafforzano un nuovo tipo di intelligenza (spaziale, non lineare, non
alfabetizzata: in una parola: audiovisiva),
a scapito di quella legata al libro (lineare, astratta, alfabetizzata). La
conseguenza è duplice: i nuovi media modificano i modi di formazione e
circolazione della conoscenza, rendendola sempre più veloce e complessa; i
nuovi media sono più accetti o più fruiti dai giovani, che su di essi foggiano
abitudini percettive e stili di pensiero[xii]. Entrambi questi processi spiazzano la scuola: da un lato, essa si vede
deprivata degli antichi legami con la conoscenza raffinata degli esperti, e
sembra ormai incapace di star dietro al processo di espansione continua e veloce
della conoscenza (è cognitivamente
lenta) e all’ininterrotta istituzione di relazioni tra le sue parti attraverso
banche dati e repertori (è metodologicamente
lenta); in una posizione sempre più marginale rispetto ai luoghi in cui il
sapere si forma e si trasmette, la scuola è ormai più il luogo in cui le
conoscenze “si sedentarizzano, stagionano e diventano statiche”, il rifugio
in cui proteggersi dalla conoscenza[xiii].
Dall’altro, essa è diventata profondamente estranea alla cultura giovanile,
in notevole ritardo rispetto a essa[xiv].
Questa posizione è ripresa da un articolo di Roberto Maragliano in cui si
sottolinea l’estraneità della lingua-madre della scuola alla lingua giovanile
(più legata alla simultaneità dei media e pertanto
più avanzata), con la speranza che nella nuova scuola le due lingue possano
confrontarsi e almeno in parte rovesciare le gerarchie tradizionali[xv]. A partire da analisi come queste, il partito della rincorsa ricava una
serie di opzioni normative: contro il
vecchio modello di scuola e per un nuovo ‘paradigma formativo’. Il primo imperativo è emancipare la scuola dalla sua impostazione veteroumanistica: monologica, autoritaria, unidirezionale, rivolta a una società
essenzialmente analfabeta, la cultura dei pochi e per i pochi, la cultura
elitaria della pagina scritta[xvi].
Per il partito della rincorsa, il dominio schiacciante del modello umanistico è
alla base dei pregiudizi che affliggono la scuola e ne ostacolano la riforma:
della censura scolastica dei media, male assoluto da mantenere all’esterno o
da introdurre tutt’al più per prenderne le distanze, che le ha impedito di
comprendere i modelli educativi e valoriali provenienti dai media, di cogliere
“i segni della mutazione senza bollarli come degenerazione”; e che ora
condanna la scuola e i suoi attori non solo a non vedere altro che “caos,
trivialità, crisi dei valori, consumismo”, ma anche e soprattutto a
soccombere alla “cieca potenza” di uno sviluppo tecnologico che avrebbe
dovuto invece assecondare e governare[xvii].
Ed è il pregiudizio umanistico a imporle la dissociazione moralistica di
piacere e studio, a ingessarla in un’etica dello sforzo, della fatica e
dell’impegno destinata invariabilmente a infrangersi su oggetti tecnologici in
cui aspetti cognitivi, simbolici, affettivi, ludici tendono a fondersi[xviii]. Quale modello culturale il partito della rincorsa propone alla scuola?
Simone su questo punto è molto parco: si limita a chiedersi se i segnali che ci
provengono dalla cultura giovanile “non siano indizi di un nuovo standard” e
se “non occorra fare ogni sforzo per riflettere su questo standard e magari
incorporarlo nelle nostre istituzioni”[xix].
Molto più corposa è invece la proposta che viene dai pedagogisti. Essi
propongono innanzittutto una scuola veramente aperta a tutti (antielitaria),
disposta a riconoscere “l’ambiente originario e privilegiato dentro al quale
l’individuo (soprattutto se giovane) contratta e costruisce il suo sapere e
definisce la sua identità”[xx],
a farne una sorta di “aula decentrata”, un “primo alfabetiere empirico”[xxi].
Una scuola che non si spaventi di fronte ai sapere pregressi dei suoi allievi,
che non tema la disinvoltura con cui i giovani si muovono in un mondo dei media
a loro “sconosciuto e talvolta sentito come infido”, ma che anzi usa tutto
ciò come una leva pedagogica; in breve, una scuola che abbia ormai
interiorizzato la “rivoluzione culturale” operata dai media e dai nuovi
alfabeti e che abbia imparato di conseguenza a valorizzare non se stessa ma il
sapere mondano dei giovani, “quantomai fluido, magmatico, analogico”. In secondo luogo, una scuola antiautoritaria,
basata su una pluralità di codici e di linguaggi (manuale, gestuale, orale,
iconico, scritto), che non cessi di leggere e scrivere ma non ceda al ricatto
della lettura: che punti a integrare la logica dei saperi tradizionali con le
‘nuove logiche reticolari’ del mondo audiovisivo, ridimensionando il potere
formale e astratto dell’alfabetismo. Da questa pedagogia postscritturale i
pedagogisti della rincorsa si aspettano molto: l’idea di fondo è che soltanto
modellando il rapporto pedagogico sui mass media e integrandolo con i
‘vecchi’ saperi scritturali ridefiniti ad
hoc sia possibile gettare ponti comunicativi tra noi e gli allievi[xxii]
e offrire un salvagente a un’infanzia pericolosamente esposta al “quotidiano
diluvio della cultura mercificata e consumistica dei mezzi di comunicazione di
massa”[xxiii].
La nuova pedagogia sembra dunque promettere apertamente una via di uscita dalla
società di massa, purché si sia disposti a entrare in un rapporto di scambio
reale con gli allievi (ludico, affettivo, cognitivamente aperto e pluralistico),
imparando prima di tutto a valorizzare la parte bambina che è in noi[xxiv]. I pedagogisti, infine, nel nome della “flessibilità della vita”,
propongono una scuola non solo attiva,
in grado di trasformare il rapporto con i media in un’occasione per fare, ma
anche divertente, capace cioè di
essere: “leggera, coinvolgente, piacevole, alimentata da saperi reticolari,
deaccademizzati, proiettati nel mondo”, in cui, a differenza del passato,
informazione e intrattenimento siano trattati con pari rilievo e dignità”,
una scuola, come si esprime Maragliano, dell’edutainment[xxv]. III. Molto più eterogeneo per provenienze e competenze disciplinari (si va
dai politologi ai fisici), il partito della resistenza si definisce per la sua
volontà di difendere una certa idea di scuola tanto dalla presunta rivoluzione
culturale operata dai mass media, quanto dall’impostazione della riforma del
sistema scolastico italiano, quella che Lucio Russo chiama la “linea
Maragliano-Berlinguer”, vista dai resistenti come un’opera di puro e
semplice smantellamento. Iniziamo
dalla diagnosi sullo stato di salute della scuola. E’ innegabile che per i
resistenti essa rappresenti un malato grave. Giulio Ferroni parla ad esempio di
un “indeterminato senso di catastrofe che grava sulla scuola”[xxvi].
Giovanni Sartori del profondo degrado in cui è caduta una scuola letteralmente
in balia di una cattiva pedagogia e totalmente prona nei riguardi di una società
sempre meno capace di pensare, ma aggiunge di non aver perso la speranza “in
una scuola atta a contrastare quel post-pensiero che sta invece aiutando”[xxvii].
Russo fa una ricostruzione storica penetrante della scolarizzazione di massa in
Italia per concludere che, via via che si massifica diventando obbligatoria, la
scuola smarrisce progressivamente la sua vocazione (‘formare cervelli’) e si
trasforma in un generico luogo di socializzazione, gli insegnamenti tendono a
risolversi in descrizioni di fatti e in elenchi di prescrizioni, di istruzioni
per l’uso molto più adatte a un pubblico di consumatori che non di cittadini
colti[xxviii].
Le ragioni di questo degrado sottolineate dai resistenti sono molte
(l’inflazione delle credenziali educative, la scolarizzazione di massa, la
rarefazione delle conoscenze indotta dal sistema scientifico internazionale, i
processi di globalizzazione economica). Qui ci soffermeremo sulle ragioni
specificamente culturali, legate in particolare alla problematica dei media.
Sotto questo profilo, il partito della resistenza si impegna a smontare punto
per punto gli argomenti dei pedagogisti della rincorsa, in particolare per
quanto riguarda: il rapporto immagine-pensiero astratto; il pedagogismo
riformista; la cultura umanistica e il modello di scuola a cui far riferimento
normativo. Il partito della resistenza si oppone innanzitutto alla tendenza dei
media a imporre il primato dell’immagine rovesciando così i rapporti
gerarchici propri del sapere. Se ciò si realizzasse compiutamente,
costituirebbe per Sartori una perdita obiettiva, una forma pericolosa di atrofia
culturale, capace di minare le stesse basi culturali su cui si fondano le
democrazie occidentali: l’impoverimento del capire e la regressione dell’homo
sapiens a homo
videns o insipiens (che è poi l’equivalente del ferrarottiano homo
sentiens)[xxix].
In particolare, per Sartori la televisione non è uno strumento di comunicazione
tra altri, ma un vero e proprio “medium
antropogenetico”, un’educatrice con una sua specifica paideia, capace di creare un nuovo anthropos: il ‘videobambino’. La responsabilità degli adulti è
pesante: abbandonato alle cure amorevoli di questa prima scuola (quella
“divertente che precede quella noiosa”), deprivato progressivamente della
possibilità di avere esperienze di vero
apprendimento da una scuola che, anziché contrastare, asseconda la videopaideia
riempiendo le aule di televisori e word
processor, il bambino, “questa spugna che assorbe e registra in modo
indiscriminato”, pare condannato a crescere solo sul piano biologico e ad
atrofizzarsi su quello culturale. E’ insomma successo che mentre eravamo
occupati a stabilire chi dovesse controllare i media, non ci si è accorti che
è “lo strumento in sé e per sé a esserci scappato di mano”. In questo
senso, l’idea di pescare dall’humus
mediatica in cui il bambino è da sempre immerso per rincorrerne i vissuti in
realtà non è altro che la rinuncia degli adulti all’esercizio della loro
funzione educativa[xxx]. Per Russo l’affermarsi di una didattica audiovisiva a tutti i livelli
del sistema educativo non fa che esprimere una generale tendenza alla
deconcettualizzazione, a diluire il sapere (videate, didascalie), a sostituire
la connessione logica con le figure (mappe concettuali) a rovesciare il rapporto
gerarchico tra parole e immagini, con un effetto generale di svuotamento
dell’istruzione. Non è affatto detto che l’immagine sia più democratica,
anzi: se non è inserita in un contesto formativo intellettualmente rigoroso,
la sostituzione di testi scritti con figure genera forme di comunicazione
unidirezionale, acritiche, puramente passive[xxxi]. Ciò non significa che
le immagini e le tecniche multimediali non possano essere utilmente impiegate
nell’insegnamento, purché nel quadro di rigorosi strumenti e gerarchie
concettuali e non come un sostituto funzionale, come un’alternativa
deconcettualizzata. Sull’idea di svecchiare l’istruzione con l’inserimento
massiccio di computer nella scuola, la posizione di Russo è netta: o si tratta
di una cosa seria, e allora richiede un addestramento specifico, limitato per
forza di cose all’apprendimento di programmi semplici, utili sia per lo
sviluppo di capacità logiche, sia come strumenti per raggiungere vari obiettivi
scientifici[xxxii]. Oppure si tratta
semplicemente di imparare a usare la macchina e allora tutta la faccenda del
computer a scuola si risolve e deve risolversi in una semplice banalità. Tutti questi motivi vengono ripresi da Giulio Ferroni nel quadro di una
disamina critica del ‘pedagogismo progressista’, dei cui slogan egli ci
invita a diffidare. Chiusa nel proprio punto di vista e in un linguaggio da
iniziati, l’ortodossia pedagogica dominante tende a interpretare
proiettivamente la realtà come una fonte di risorse cognitive e a
sopravvalutare il suo potere di intervento, la sua capacità di tradursi in
immediata esperienza vitale, in gratificante acquisizione di sapere, in un
rapporto trasparente tra le generazioni. Caldeggiando il docente a far proprio
il punto di vista del discente al solo scopo del “benessere dell’allievo”,
essa non fa altro che superfetare quel
che in realtà accade quasi sempre, scadendo inevitabilmente “nella mera
affettività, nella rinuncia a ogni distanza, nel deprezzamento dei contenuti
dell’insegnamento”[xxxiii].
Di qui, la completa subordinazione della scuola alla “immediata soddisfazione,
alla gioia festosa dello starci dentro”; di qui il rifiuto di saperi astratti
e complicati, dei contenuti e delle nozioni,
l’insistenza sui metodi e sulle abilità di accesso al sapere; di qui
il correre dietro a “tutto ciò che ha il sentore dell’ultima novità”,
che rende la scuola subalterna ai modelli della comunicazione di massa[xxxiv]. Infine: quale modello di scuola propone il partito della resistenza? Una
scuola di tipo tradizionale in cui si vada per imparare cose tradizionali:
capace di mantenere una certa discontinuità tra scuola e vita, un certo margine
di distanza e di non adattamento al mondo come condizione per crescere, di porsi
in una relazione di tensione creativa e non confusiva con l’esterno (Ferroni);
una scuola di alto livello, che offra ancora a chi lo richieda[xxxv]
un sapere di tipo generale, fondato sul binomio concreto-astratto, improntato
alla ragione laica, sperimentale e umanistica della tradizione occidentale
moderna (Russo); una scuola capace di integrare formazione scientifica e
umanistica e che non consideri la cultura di massa come un feticcio (Sartori);
una scuola-contropotere, volta a proteggere le identità, controllando il flusso
caotico delle informazioni (Postman)[xxxvi];
una “cittadella della restaurazione” con compiti di compensazione e di
ricostruzione del senso (Bevilacqua)[xxxvii].
In breve: una scuola dal profilo forte ma parziale, diametralmente opposta alla
scuola “debole, evanescente, postmoderna” ma paradossalmente totalizzante
del partito della rincorsa[xxxviii]. IV. All’interno del gran polverone che agita la scuola, la storia
e il suo insegnamento sembrano recitare una parte di assoluto rilievo. Tra le
discipline che vi si praticano, vuoi per il suo notevole significato sociale,
vuoi per la sua onnipresenza in ogni ordine di scuola, la storia è senz’altro
quella più discussa e sotto esame, oggetto di contesa, in un perenne occhio del
ciclone. Non è forse un caso che la riforma Berliguer si inauguri
‘ufficialmente’ con il decreto del ‘96 sulla revisione della
periodizzazione dei programmi di storia e sull’introduzione dello studio del
Novecento negli ultimi anni dei cicli scolari. Per porre mano a dei curricoli più
rispondenti alla cultura del presente, per spostare la massa di insegnanti verso
forme di trasmissione pedagogica meno ritrite (contenuti fissi, lezione,
interrogazione) e più adeguate agli “standard europei” (centralità
dell’allievo, rispetto dei suoi stili cognitivi, riduzione drastica dei
contenuti, didattiche coinvolgenti) si decideva di partire dalla storia
contemporanea, rendendone obbligatorio lo studio[xxxix].
Per quanto calato dall’alto come “un ukase”[xl]
anziché da procedure di concertazione (la via ad esempio francese)[xli],
scritto in perfetto ‘burocratese’, il decreto ebbe subito dalla sua
un’opinione pubblica assai più benevola di quella che nell’86 bocciò
un’analoga iniziativa dell’allora ministro Falcucci, aprendo di fatto la
strada agli interventi successivi di riforma, sino all’attuale riordino dei
cicli scolastici. In questo contesto, più che esaminare nei dettagli il
dibattito che ne è seguito[xlii],
desidero isolare alcune questioni che quel dibattito suggerisce: qual è il
significato della storia e del suo insegnamento per la crisi della scuola? E per
il progetto della sua revisione? E’ davvero cruciale come sembra (si inizia
pur sempre di lì) oppure no? E se sì per quali ragioni, secondo quali nessi?
Per fattori che pertengono esclusivamente a come
la storia viene insegnata o anche per ragioni interne, legate alla disciplina? Inoltre: quale immagine hanno gli
storici della cultura del presente? Sono anch’essi così sensibili agli
effetti che una cultura permeata da vecchi e nuovi media ha sulla loro
disciplina e sui suoi usi? E come reagiscono al tentativo di orientare in
qualche modo su questa i contenuti e le forme del suo insegnamento: tendono
anch’essi a dividersi in due partiti contrapposti o secondo linee di
divergenza più articolate? Qual è la posta in gioco implicita nei loro
interventi sulla scuola? La speranza è di ottenere così una prospettiva più
solida da cui valutare il dissidio tra il partito della rincorsa e il partito
della resistenza. Tra cultura del presente, crisi della scuola e ‘stato’
della storia e del suo uso scolastico vi sono sicuramente dei nessi. Proviamo a
metterne a fuoco alcuni. Vi è innanzitutto la situazione paradossale in cui sembrano
trovarsi gli storici, riassunta da Yerushalmi nell’elegante formula:
“atrofia della memoria, ipertrofia della storia”[xliii].
Essi sarebbero cioè, da una parte, di fronte a un generale rifiuto della storia
o a un deficit di senso storico, in particolare da parte dei giovani,
apparentemente appiattiti sul presente e incapaci di concepire il passato se non
come ripetizione, il futuro se non come catastrofe[xliv];
dall’altra, al centro di un proliferare tumultuoso e strabordante di
informazioni storiche tanto sul lato della domanda quanto su quello
dell’offerta. Sul versante del suo uso scolastico, a una presenza quasi
ingombrante e a una pressione tale per cui all’insegnamento della storia si può
praticamente chiedere tutto
(dall’educazione civica a quella privata, insomma: la ‘trasmissione di
valori’) fa riscontro scarso appeal
e apparente indifferenza nonché progressiva rarefazione delle conoscenze e
ignoranza dei principi basilari della storia contemporanea proprio da parte dei
giovani che escono dalle scuole, e su cui persino i media dedicano una saltuaria
attenzione[xlv].
E’ forse da diagnosi come questa che si fa strada l’idea di “didattiche
coinvolgenti” e di ridurre drasticamente, se non le pretese, quantomeno i
contenuti dell’insegnamento della storia. Vi è poi il riconoscimento diffuso del potere che avrebbero i
media nel determinare il nostro rapporto con la storia e più in generale il
nostro senso storico. I media incidono innanzitutto sulla nostra percezione del tempo
storico. Inserendosi in una tradizione che attribuisce ai media una generale
funzione destoricizzante, il potere di
rattrappire la nostra percezione del tempo congelandola nel presente[xlvi],
Piero Bevilacqua ne sottolinea ad esempio la strutturale ambiguità. Da un lato,
infatti, la moltiplicazione mediatica, in particolare televisiva,
dell’informazione storica si presenta come un potente supporto alla diffusione
della storia scritta sui libri. Dall’altro, la propensione a spettacolarizzare
i processi storici e a trasformarli in eventi mediatici (le news)
finisce per atrofizzare piuttosto che accrescere la nostra capacità di memoria,
dissolvendo ogni quadro stabile di riferimento Di qui, “la cancellazione del
senso del passato e l’affermarsi totalizzante del presente. Una dimensione
temporale che alla mente dei contemporanei non provvisti di altre fonti di
conoscenza appare come un caotico, ingovernabile, disperante esplodere di
accadimenti”[xlvii]. I media hanno inoltre la capacità di modificare le strutture
fondamentali e le gerarchie interne della disciplina. Innondandoci di narrazioni
sin dall’infanzia (cartoni animati, film, talk show, quiz, telenovelle), “in un ininterrotto consumo di
immaginario”[xlviii], abituandoci a
costruire la nostra immagine del mondo attraverso la “sovrimpressione di
molteplici schemi di produzione e di ricostruzione degli eventi”, i media
incidono profondamente oltreché sul nostro modo di percepire il tempo anche sul
nostro modo di raccontarci nel tempo [xlix]. Di qui, la crisi delle
gerarchie discorsive consolidate: il discorso storiografico, legato per
tradizione a una logica sequenziale e a un tempo di tipo lineare, vede
incrinarsi il suo primato ed è costretto a cedere il passo a ‘storie’ più
vicine alla narratività e alla fluidità temporale proprie dei media[l].
Anche il sempre più pervasivo uso storiografico di computer e reti telematiche
sembra incidere profondamente sul nostro senso
della storia, modificando forme di conservazione e di reperimento del
sapere, strutture della comunità scientifica, regole della comunicazione
interna, le forme e i modi della divulgazione e l’organizzazione stessa del
discorso scientifico: in breve fa segnare un generale passaggio da
“convenzioni di tipo lineare ed esplicitamente gerarchico” a “convenzioni
di tipo reticolare, dichiaratamente orizzontali (il che non esclude affatto
naturalmente l’esistenza di gerarchie nascoste”)[li]. Ed è infine sul terreno dell’uso pubblico della storia che
l’impatto dei media si fa valere con particolare virulenza. Si moltiplicano
indefinitamente le forme del suo consumo (aziendale, turistico, museale, di
intrattenimento televisivo), si affacciano nuovi soggetti di ‘storia
ufficiale’ (nuovi stati, grandi aziende, nuovi movimenti)[lii].
Non solo. Con l’emissione incessante di informazione storica (sui giornali,
nei programmi televisivi, in opere cinematografiche), i media entrano in diretta
concorrenza con i ‘vecchi costruttori’ del senso comune (stato, partiti,
chiesa), scardinando dalle sue sedi tradizionali l’uso pubblico della storia[liii].
Inoltre, il frammentarsi dei soggetti legittimati a produrre discorsi storici e
la porosità stessa del sistema favoriscono ogni tipo di manipolazione e
distorsione, trasformando l’uso pubblico della storia in una “vasta terra di
nessuno”[liv]:
la storia si fa strumento di lotta politica quotidiana per un ceto politico che
ne usa come “bacino di pesca di esempi più o meno casuali, utili alla
polemica dell’ultima ora” e il cui obiettivo prioritario “non è più un
popolo da educare ma un audience da
raggiungere”[lv]. E’ questo complesso di fattori a rendere così delicato il
rapporto tra la storia e il suo uso scolastico. Il che è difficile da
comprendere se non si sottolinea quella tutta particolare “interdipendenza”
che lega la comunità degli storici di professione al “pubblico generale degli
uomini di cultura”[lvi],
rendendola sensibile alle vicende dei suoi usi più di qualunque altra comunità
scientifica. Detto in modo assai rapido, lo storico mal tollera una troppo
rigida distinzione tra quanto circola al suo interno e quel che passa
all’esterno. Di qui, ad esempio, la pretesa che “i paradigmi della didattica
vadano definiti e modificati insieme a quelli della ricerca storica, in modo
congruente rispetto a essi”, pretesa che difficilmente, poniamo, un biologo
porrebbe in questi termini. Di qui la preoccupazione per l’involucro di
indifferenza in cui sembra soffocare la storia, l’impegno a sfruttare tutte le
opportunità per ripristinare quel “gusto della storia” identificato come un
“fattore insostituibile di civiltà”, preoccupazione che difficilmente
verrebbe così avvertita da un fisico[lvii].
Di qui, l’interesse sociale degli storici al suo uso scolastico in quanto
luogo ‘istituzionale’ della transizione da un uso privato a un uso pubblico
della storia, e dunque condizione di possibilità non soltanto della tenuta
pubblica della storiografia, ma anche di un senso comune storiografico critico, non troppo manipolato o distorto, per quanto è possibile
‘sano’. Se oggi questo rapporto sembra farsi più fragile, se l’uso
pubblico della storia sembra attraversato da turbolenze di ogni tipo, se il
sapere storico sembra farsi più incerto nei suoi fondamenti e più opaco nei
suoi effetti sociali, secondo molti è perché la storia sta attraversando una
formidabile crisi di trasformazione[lviii].
O più semplicemente: l’analisi di questi problemi deve tener conto del fatto
che “è di nuovo cambiata la storia e (per certi versi) anche la
storiografia”[lix].
E’ cambiata la storia: il Novecento si conclude, più che con il venir meno,
con lo spodestamento dei macrosoggetti (“Dio, provvidenza, stato-nazione,
popolo, classe”) dal loro tradizionale monopolio “della condizione sensata
degli eventi”. Di qui il lento affievolirsi della credenza “in un corso
unitario e progressivo della storia”[lx]:
la storia (specie quella contemporanea) sembra perdere il suo senso o averne
tanti da non potersi più raccapezzare. Ed è cambiata la storiografia: si
moltiplicano profili disciplinari e prospettive di ricerca (dalla world
history alle storie locali, dalle storie di genere alle microstorie), forme
di scrittura e di episteme, in nome di “un’idea di storia diversa, più
aperta e policentrica” (Soldani). E’ a partire di qui che si può provare a ordinare il
dibattito sull’insegnamento della storia (non solo ma soprattutto)
contemporanea secondo lo schema rincorsa/resistenza: è dalla posizione che si
assume sulla ‘crisi della storia’ (del concetto, del sapere) che dipende
infatti il giudizio sulla ‘crisi della scuola’ (dell’insegnamento). Chi
inclina alla resistenza tenderà a interpretare la crisi della storia come una catastrofe,
come un rischio di regresso culturale; a vedere nel declino di modelli
identitari collettivi forti e nell’invasione delle “tecnologie della
comunicazione” le cause principali della crisi dell’insegnamento della
storia; e a negare o quantomeno a problematizzare fortemente l’insegnabilità
stessa della storia contemporanea[lxi].
E tenderà talora ad assumere toni quasi apocalittici, nel denunciare ad esempio
il carattere patogeno e antistorico di molti aspetti della cultura odierna
(dall’economicismo imperante al nichilismo di massa); nel considerare il
declino di quel “formidabile contenitore di memorie collettive” che è lo
stato-nazione come un vero “scacco per la storia”[lxii];
nell’interpretare la crisi della storia come sospensione della ragione storica
tout court riconducendovi parecchi dei
mali che affliggono il presente: il diffondersi di irrazionalismi di ogni tipo,
il degrado dell’uso pubblico della storia, la trasformazione della storia in notizia,
la saturazione della memoria, l’interruzione dei contatti fra le generazioni,
una scuola debole e corriva[lxiii]. Chi inclina alla rincorsa tenderà invece a interpretare la
crisi della storia come una sfida, sì
rischiosa ma anche ricca di opportunità, e lo studio del Novecento come
un’occasione da non perdere; a considerare un mero luogo comune l’assunto per cui la storia sarebbe “in uno stato
di crisi profonda” e “l’amnesia storica generalizzata [...] un elemento
drammatico della nostra epoca e un dato di fatto irreversibile”[lxiv];
a individuare le cause principali della crisi dell’insegnamento della storia
non nel declino delle identità collettive e nel dominio incontrastato dei
media, ma nel fatto che “la storia e il suo insegnamento così come lo abbiamo
conosciuto fino ad oggi vanno cambiati”. E che sono ancora troppi gli storici
e gli insegnanti disposti a credere che “il passato può essere studiato e
insegnato solo nel modo in cui è stato studiato e insegnato finora”[lxv],
a pensare, per dirla nei termini di Bodei, che la crisi abbia colpito la
memoria storica, e non soltanto una
memoria storica, uno specifico insieme
di criteri di selezione significativa
dei processi storici[lxvi]. Entrambe le posizioni, specie nei gradi estremi, comportano un
loro specifico rischio. La resistenza rischia di murarsi in una posizione di
mera autodifesa e di sprezzante rifiuto del presente, nella nostalgia di
un’idea forte, prescrittiva, scientista della storia [lxvii],
oggi francamente improponibile alla crescente molteplicità di forme,
prospettive e soggetti del discorso storico. E di isolarne l’insegnamento dal
più ampio ‘sistema sociale della storia’, impedendogli di rispondere a
domande comunque diffuse, di prendere contatto con le proprie radici, di
affrontare su uno stesso terreno la concorrenza agguerrita di numerose fonti
alternative di informazione storica. La rincorsa rischia di spezzare
definitivamente i tenui legami che legano ancora ricerca e didattica, di vederle
procedere parallelamente su binari indipendenti, di farsì che a una storia
ormai priva di qualunque paradigma unitario e di ogni velleità educativa
corrisponda un insegnamento senza contenuti, ossessivamente concentrato sulle
questioni di metodo, sulle tecnologie della didattica, all’affannosa ricerca
di comunicare con un’attualità a cui non ha propriamente nulla da dire. Già
solo l’enfasi con cui moltissimi specialisti di didattica della storia
accolgono la semplice introduzione di nuove tecnologie informatiche[lxviii]
e di nuovi strumenti didattici (il modulo, il laboratorio e così via), peraltro
in un lessico rigidamente ‘didatticistico’[lxix],
e le enormi aspettative che sembrano annettervi giustificano timori di questo
tipo. V. Con ciò siamo dunque risospinti, ancora una volta, allo stesso dilemma:
in che modo sottrarsi all’alternativa, per la verità, un po’ paralizzante,
tra rincorsa e resistenza, tra entusiasmo e rifiuto aprioristici della novità,
tra una didattica senza conoscenza e una conoscenza senza comunicazione, tra
spontaneismo tecnologico e scientismo umanistico, tra spirito di finezza e
spirito di geometria[lxx],
senza tuttavia limitarsi ad accomodare, ad aggiustare, a temporeggiare in attesa
degli eventi? Non potendo tacere su ciò come pure desidererebbe chi scrive (si
faccia pure avanti chi ha soluzioni ad hoc), ci limiteremo ad alcune sommarie considerazioni conclusive. Innanzitutto, alla luce di quanto detto si riesce forse a capire meglio
il disagio degli insegnanti di storia di fronte a formule come “i nuclei
fondanti”, “le conoscenze minime”, e all’onnicomprensività delle
pretese didattiche (dalla world history
all’educazione civica e morale passando per la storia europea, nazionale,
locale, ambientale ecc.). Tali formule dicono poco, è vero, ma la domanda è:
cosa potrebbero mai dire? Se, con il modificarsi della storia,
la definizione dei criteri di selezione è quel compito continuo, sempre
desto, intersoggettivo, che non si finisce mai di espletare, quell’attività
da Penelope di cui parla Bodei, quale documento ufficiale
potrebbe mai racchiuderlo? L’irritazione degli insegnanti non nasconde forse
la nostalgia di criteri forti, inconcussi, prestabiliti? In realtà lo stato di
indeterminazione è più tollerabile se si sottolineano due possibili
caratteristiche di quella pratica che è insegnare storia: 1. un’impresa artigianale,
che procede per continui aggiustamenti, in base allo ‘stato dei lavori’ e
alle vicende varie dei partecipanti, in breve alla storia stessa di quella specifica relazione di gruppo che è una
classe; 2. un continuo costruire discorsi
che riposano su scelte argomentate, affrontandone il rischio e l’onere di
fronte a se stessi, ai colleghi, agli allievi, all’interno del proprio
istituto, nei vari luoghi formali o informali in cui capita di discuterne: in
breve, [occorre] rendersi conto di far parte di un un sistema sociale della
storia mobile, opaco, ma anche aperto e possibile. D’altra parte, il nostro
mestiere non è da tempo, nascostamente, proprio
questo? Oggi lo è forse anche alla
luce del sole[lxxi]. Sotto questo profilo,
ha perfettamente ragione Pietro Scoppola nel sottolineare la necessità di
coinvolgere gli insegnanti “nel dibattito che si è aperto sul ‘900”[lxxii],
cosa che invece il Ministro non ha ritenuto di dover fare. In secondo luogo, la
possibilità di scegliere presuppone la capacità di farlo (cioè libertà e
preparazione culturale). Alcuni aspetti della riforma sembrano invece
sottostimare e l’una e l’altra: l’idea che l’insegnante sia un mero
specialista di progettazione educativa, mastery
learning, prove oggettive di valutazione[lxxiii],
più che una persona colta, con una preparazione accademica e di ricerca,
potrebbe finire per togliere all’insegnante non solo la fonte principale della
sua credibilità (saper fare, saperne di più) ma soprattutto per ridurne il
lavoro a prestazione standardizzata, trasmissione di un corpo preselezionato di
conoscenze e addestramento all’uso di tecniche[lxxiv]. In terzo luogo, non è affatto detto che incentrare l’intervento
educativo sul suo vissuto culturale apra automaticamente le porte
dell’universo giovanile. Potrebbe al contrario esasperare anziché ricomporre
la frattura dei rapporti ‘normali’ tra giovani e adulti, con un duplice
effetto di chiusura: dell’adulto quasi disarmato e con ben poco da offrire;
del giovane che senza più chiavi di accesso al mondo degli adulti si vede
abbandonato alla tirannia del gruppo dei pari (“più dispotica di quella di
uno solo”)[lxxv]. In quarto luogo, l’unico vero valore che deve trasmettere
l’insegnamento in generale è la capacità di organizzare informazioni in modo
pertinente e sensato, “secondo un ordine ragionato di priorità”[lxxvi];
e quello della storia in particolare l’acquisizione degli “strumenti
concettuali e cognitivi per capire come e perché si formulano le domande e come
si danno, o si possono dare, le risposte secondo le regole del metodo storico”[lxxvii],
del resto in coerenza con le attitudini riflessive e autoriflessive sollecitate
da una modernità sempre più esigente[lxxviii].
Il raggiungimento dell’obiettivo diventa però improbabile se non è sostenuto
da un’attenzione concreta alla dimensione relazionale e alle varie
interferenze e distorsioni che incidono pesantemente sulla comunicazione
scolastica quotidiana[lxxix].
La propensione di molti resistenti a percepire la gioventù come una grandezza
impenetrabile ed estranea, quasi barbarica, non agevola certo in questo senso. Non è detto, infine, che la storia, o meglio, la lettura di testi di
storia, non possa risultare piacevole.
Secondo Borne la ricetta potrebbe essere una giusta miscela tra componenti
analitiche e narrative nella scelta dei materiali storiografici. Il che mi
sembra ragionevole, purché si sia altrettanto disposti a tollerare talune brevi
pause di noia, forse inevitabili e secondo alcuni addirittura indispensabili tra
i banchi di una scuola[lxxx].
Fabio Fiore* *Insegnante
di storia e filosofia in un liceo classico di Torino Torino,
27 ottobre 2000 [versione
definitiva per il numero di gennaio di “Passato e Presente”] [i]
Un esempio per tutti, A. Abruzzese, I
linguaggi: immagine, scrittura e voce, in B. Vertecchi, Una
scuola per tutta la vita, La Nuova Italia, Firenze 1991, pp. 112:
“il potere della scuola è entrato in crisi a causa del potere dei
media di massa. E’ ormai un luogo comune eppure il discorso non può
che partire da questa consapevolezza”. [ii]
La questione della cultura dentro e intorno alla scuola, del cui
dibattito si rende conto qui, è la punta estrema di un iceberg di
problemi tradizionalmente gigantesco: sugli aspetti complessivi della
crisi dei sistemi scolastici nelle società occidentali, fondamentale
è N. Bottani, Professoressa
addio, Il Mulino, Bologna 1994. [iii]
S. Fiori, Questa è un’altra
storia, in “La Repubblica”, 5 giugno 2000. [iv]
N. Gallerano, Storia e uso
pubblico della storia, in N. Gallerano, L’uso pubblico della storia, F. Angeli, Milano 1995, pp. 17-32. [v]
Per quanto riguarda la nozione storica e teorica di crisi, sul suo
nesso con il concetto di critica
(discorsiva) e sul suo profondo legame con la modernità, cfr. R.
Koselleck, Critica e crisi.
Sulla patogenesi della società borghese (1959), Il Mulino,
Bologna 1972. [vi]
H. Arendt, La crisi
dell’istruzione, in H. Arendt, Tra
passato e futuro (1961), Garzanti, Milano 1991, a cura di A. Dal
Lago, pp. 228-255. Per Arendt il nocciolo della materia
istruzione/educazione sta “nelle nascite: gli esseri umani vengono
messi al mondo”, p. 229, e nello scambio
delle generazioni. [vii]
Ibidem; l’autrice aggiunge che, se si cerca di farvi fronte con
pregiudizi, rinunciando a “vivere quella esperienza della realtà”,
“la crisi si trasforma in catastrofe”. [viii]
F. Frabboni, Didattica generale.
Una nuova scienza dell’educazione, Bruno Mondadori, Milano 2000,
p. 25. [ix]
R. Maragliano, Tre ipertesti su multimedialità e formazione, Laterza, Roma-Bari
1998, p. VII. [x]
Ibidem, p. IX: “la scuola, non è più in armonia e talvolta nemmeno
in dialettica positiva con la realtà: la scadenza del nuovo millennio
ci obbliga a riconoscere che quella scuola è in conflitto, in
contrasto con questa città, è coinvolta in una guerra che la vede
perdente [...] Una città educante che reca dentro di sé una scuola
in crisi educante: riscolarizzare la scuola dentro la città educante:
l’appuntamento ci chiede di fare questo. Niente di più, ma anche
niente di meno”. [xi]
R. Simone, La Terza Fase. Le
forme di sapere che stiamo perdendo, Laterza, Bari-Roma 2000. [xii]
R. Simone, La Terza fase, op.
cit., pp. 67-70; queste argomentazioni si trovano già in R. Simone, Scambiarsi,
accrescere, ricordare conoscenze, in B. Vertecchi, a cura di, Una
scuola per tutta la vita, op. cit., pp. 219-227. [xiii]
Ibidem; queste argomentazioni si trovano già in R. Simone, Scambiarsi, accrescere, ricordare conoscenze, in B. Vertecchi, a
cura di, Una scuola per tutta la
vita, op. cit., pp. 219-227. [xiv]
In un intervento sugli indicatori di sofferenza della scuola contenuto
in T. De Mauro, a cura di, Idee per il governo. La scuola, Laterza, Bari-Roma 1995, Simone
suggerisce di “aprire la scuola alla cultura del mondo giovanile
come sinora non è stato fatto, se non in qualche tentativo
sperimentale”, interpretando le occupazioni giovanili come una
richiesta in tal senso. E aggiunge: “Ma la scuola non sembra
sensibile a questo tasto: lavora, si sa, per una sorta di eternità
fittizia (definita e descritta chissà da chi), detesta la modernità
e non si cura dei mutamenti di moda o di indirizzi, neppure se hanno
venti o trent’anni di storia alle spalle”, pp. 103 e sg. [xv]
R. Maragliano, Verso una scuola bilingue, in “Iter”, anno 2, n. 5,
settembre-dicembre 1999, pp. 56-60; cfr. anche R. Maragliano, Manuale
di didattica multimediale, Laterza, Bari-Roma 1994. [xvi]
Quella che F. Ferrarotti, La
perfezione del nulla. Premesse e problemi della rivoluzione digitale,
Laterza, Roma-Bari 1997, chiama, senza peraltro rimpiangere troppo, la
cultura del paralume,
p. 11. [xvii]
A. Abruzzese, I linguaggi:
immagine, scrittura e voce, in B. Vertecchi, Una
scuola per tutta la vita, op. cit., pp. 110. [xviii]
Essi sono “contemporaneamente oggetti che servono per il piacere,
protesi artificiali del corpo ed entità simboliche esterne a noi e
dotate di vita propria, A. Abruzzese, Incontro
all’universo dei media, in A. Sasso, a cura di, La cultura della scuola e la contemporaneità, La Nuova Italia,
Firenze 1996, p. 129; cfr. Idem, Sfigurare
il moderno, in A. Piromallo Gambardella, a cura di, I luoghi dell’apparenza, Unicopli, Milano 1993: “non si può
distinguere dalle forme del gioco, della produzione di fiction, l’informazione perché tutti questi ambiti o zone
appartengono a una stessa grande costellazione di pratiche
significanti e simboliche, grazie alle quali il soggetto ha modo di
formare se stesso”, p. 47. Cfr. anche R. Maragliano, O. Martini, S.
Penge, I media e la formazione, La Nuova Italia scientifica, Roma-Bari
1994, che paragona la formazione multimediale a una pasticceria, p. 13
e sg. [xix]
R. Simone, La terza fase,
op. cit., p. 140. [xx]
R. Maragliano, O. Martini, S. Penge,
I media e la formazione, op. cit., p. 14. [xxi]
F. Frabboni, Didattica generale,
op. cit., p. 74. [xxii]
Se ci ostiniamo col vecchio modello il baratro, ad es., tra leggere e
vedere la televisione
aumenta; se invece accettiamo di partire “dai mondo fluidi in cui
navigano i più giovani per arrivare a leggere - e insegnare a leggere
- anche il libro come universo aperto (agli altri libri ma anche ai
testi dell’immaginario visivo e sonoro)”, il baratro pian piano si
colma, ibidem. Sul problema del rapporto infanzia e TV nonché sulla
possibilità di integrare quest’ultima nella formazione e nella
didattica, vi sono degli studi molto interessanti, di cui purtroppo
non si può rendere conto qui: A. Bertolini-N. Martini, a cura di, I
figli della TV, La Nuova Italia, Firenze 1988; L. Caronia/V.
Gherardi, La pagina e lo
schermo. Libro e TV: antagonisti o alleati?, La Nuova Italia,
Firenze 1991. Si veda anche, R. Maragliano- E. Detti, a cura di, La
TV di testo. Pedagogia del piccolo schermo, Editori Riuniti, Roma
1992. [xxiii]
Frabboni, Didattica generale,
op. cit., p. 70. [xxiv]
Maragliano in Tre ipertesti su
multimedialità e formazione, op. cit., citando A. Carotenuto, La
strategia di Peter Pan, Bompiani, 1995, propone di “valorizzare
in noi la parte bambina”, p. 12; e più avanti, p. 29, afferma la
necessità di “rimbambinire [sic] la scuola col multimediale”. [xxv]
Ibidem, p. 31. [xxvi]
G. Ferroni, La scuola sospesa.
Istruzione, cultura e illusioni della riforma, Einaudi, Torino
1997. [xxvii]
G. Sartori, Homo videns.
Televisione e post-pensiero, Laterza, Roma-Bari 1998,
p. XVI. [xxviii]
L. Russo, Segmenti e bastoncini.
Dove sta andando la scuola, Feltrinelli, Milano 1998, pp. 14 e
sgg. [xxix]La
TV “fa regredire la democrazia indebolendone il supporto e cioè la
pubblica opinione”; di qui nasce il paradosso per cui la TV ha
“trasferito il potere di risolvere i problemi dalle élite alla
‘gente’ ma ha nello stesso tempo cancellato quel pensiero che
avrebbe potuto risolverli”, ibidem, p. 113. Per le conseguenze della
TV sulla democrazia, v. in particolare pp. 75 e sgg. [xxx]
“Dobbiamo reagire con la scuola e a scuola. L’andazzo è di
riempire le aule di televisori e word processors. Dovremo, invece,
vietarli (lasciandoli soltanto all’addestramento tecnico, come si
farebbe con un corso di dattilografia). A scuola i poveri bambini
devono essere ‘divertiti’. Così non si insegna nemmeno a
scrivere, e il leggere è quanto più possibile emarginato. E così la
scuola rafforza il video-bambino invece di contrastarlo”, ibidem, p.
[xxxi]
La tesi secondo cui il sapere per immagini sarebbe democratico, il
sapere per concetti elitista è per Sartori una “tesi truffaldina
perché rimpiazza un regresso qualitativo con un progresso solo
quantitativo che peraltro erode le stesse premesse del sapere”, Homo
videns, op. cit., p. 28. [xxxii]
Sarebbe per Russo importante che la scuola riuscisse a spiegare non
tanto come la macchina realmente funzioni (questo è piuttosto compito
dell’università) quanto “perché è possibile che funzioni, in
modo da arginare il diffondersi di concezioni magiche della
tecnologia”, ibidem, p. 48. [xxxiii]
G. Ferroni, La scuola sospesa,
op. cit., p. 83. [xxxiv]
Ibidem. [xxxv]
“La vera cultura può essere obbligatoria?”, Segmenti
e bastoncini, op. cit., p. 124. [xxxvi]
Molte delle riflessioni di Postman, che chiede ad esempio alla scuola
di “resistere con amore”, sono alla base degli argomenti della
resistenza: tra le sue opere, N. Postman, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati
Boringhieri, Torino 1993; Idem, Teaching
as a Conserving Activity, Dell, New York 1987; Idem, Ecologia
dei media. La scuola come contropotere, Armando, Roma ... Seguendo
un’indicazione di Sartori, il Postman del partito della rincorsa
potrebbe essere N. Negroponte, Being
Digital, Knopf, New York 1995, tr. it. Sperling
& Kupfer, Milano .... [xxxvii]
P. Bevilacqua, Sull’utilità della
storia per l’avvenire delle nostre scuole, Donzelli, Roma 1997,
p. 18. [xxxviii]
G. Ferroni, La scuola sospesa,
op. cit., p. 134. [xxxix]Cfr.
A. Brusa, La riforma dei
programmi e l’insegnamento della storia, in “I viaggi di
Erodoto”, 30, settembre-dicembre 1996, pp. 22-27 [xl]L’espressione
è di Paolo Pezzino, v. il dibattito a cura di S. Soldani su Un
secolo in un anno: il Novecento a scuola, in “Passato e
presente”, a XV (1997), n. 42. [xli]In
Francia la stesura dei nuovi programmi è stata affidata a due gruppi
coordinati ciascuno da un ispettore e da un docente universitario; uno
dei due gruppi ha già concluso il proprio lavoro dopo averlo
sottoposto agli insegnanti e modificato sulla scorta delle loro
osservazioni: su ciò, cfr. l’interessantissimo Où
en est l’einsegnement de l’histoire? Entretien avec Dominique
Borne, in “Le Débat”, n. 110, mai-août
2000, pp. 167-176; Borne è ispettore generale del ministero dell’Éducation
nationale francese. [xlii]
Eppure secondo alcuni non c’è stato in realtà alcun vero dibattito
ma solo un susseguirsi continuo di interventi sporadici, mentre in
altri paesi la questione avrebbe dato adito a vere e proprie
‘guerre’ culturali: v. P. Di Cori, Tante
storie diverse e alcuni obiettivi comuni, in “Italia
Contemporanea”, n..., 2000. [xliii]
Y.H. Yerushalmi, Riflessioni sull’oblio, in AA.VV., Usi dell’oblio, Pratiche, Parma 1990, pp. 9-26. [xliv]
L. Passerini, Problemi di
didattica della storia, in L. Passerini, Storia e soggettività. Le fonti orali, la memoria, La Nuova Italia,
Firenze 1988, pp. 67 e sgg. Cfr. anche E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995, secondo cui “la distruzione
del passato, o meglio, la distruzione dei meccanismi sociali che
connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni
precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani
degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla
fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel
quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in
cui essi vivono”, p. 14. [xlv]V.
ad esempio il caso della studentessa che non sapeva chi fosse Badoglio
ricordato e criticamente smontato da F. Traniello, Insegnamento
della storia e storia del Novecento, “Contemporanea”, a. I, n.
1, gennaio 1998, pp. 107-112. [xlvi]
P. Ortoleva, Storia e mass media,
in N. Gallerano, L’uso
pubblico della storia, op. cit., pp. 63 e sg., sottolinea come
tale tradizione si distingua al suo interno per la diversa
sottolineatura dei fattori causali decisivi: ora la moltiplicazione
dell’immagine che interromperebbe il continuum
storico congelandolo in istanti (Debray, Sontag); ora il medium stesso con la sua propensione a rappresentare una
“contemporaneità onnicomprensiva” (McLuhan); ora il sincronismo
dei programmi (“la visualizzazione totale”) che condurrebbe alla
disarticolazione dei tempi storici in un presente senza fine
(Calabrese, Jameson). [xlvii]
P. Bevilacqua, Sull’utilità della storia, op. cit., pp. 8-9. [xlviii]
R. Bodei, Se la storia ha un
senso, Moretti e Vitali, Bergamo 1997, p. 72 e sgg. [xlix]
Ibidem. [l]
G. De Luna, La ricerca e
l’insegnamento della storia nell’era della mondializzazione,
in a A. Sasso, a cura di, La
cultura della scuola e la contemporaneità, op. cit. pp. 87 e sgg. [li]P.
Ortoleva, Presi nella rete?
Circolazione del sapere storico e tecnologie informatiche, in S.
Soldani/L. Tomassini, a cura di, Storia
e computer. Alla ricerca del passato con l’informatica, Bruno
Mondadori, Milano, 1996, pp. 64-82, qui p. 66 che chiede in
conclusione agli storici se siano disposti a rinunciare a quei canoni
fondamentali della loro disciplina che sembrano minacciati
dall’espansione di ipertesti tendenzialmente anonimi, non
sequenziali, aperti, decentrati e conclude in modo aperto, invitando a
“chiedersi quali problemi ponga all’epistemologia della storia”,
p. 82. [lii]
P. Ortoleva, Storia e mass media,
in N. Gallerano, L’uso
pubblico della storia, op. cit.,
p. 73. [liii]
G. De Luna, La storia sempre
‘nuova’ dei quotidiani e la costruzione del senso comune, in
“Passato e presente”, a. XVI (1998), n. 44. [liv]
S. Romano, Gli usi della storia,
in “Il Mulino”, XLI (1992), 2, pp. 205-211. [lv]
N. Gallerano, Storia e uso
pubblico della storia, in N. Gallerano, L’uso pubblico della storia, op. cit., p. 32. [lvi]P.
Ortoleva, Presi nella rete?,
op. cit., p. 72. [lvii]V.
l’introduzione di S. Soldani a Un
secolo in un anno: il Novecento a scuola, op. cit., p. 17 e sg.;
cfr. anche G. Deiana, Undici tesi per ripensare l’insegnamento della storia, in “Il
Mulino”, n. 6 (1996), pp. 1170-1183. [lviii]
Cfr. per tutti, G. Noiriel, Sur la ‘crise’ de l’histoire, Belin, 1996; v. anche il
dibattito tra Noiriel e Chartier: Il
sapere storico è sull’orlo del baratro?, in “I viaggi di
Erodoto”, 35, settembre/ottobre 1998, pp. 14-23. [lix]
N. Gallerano, Storia e uso
pubblico della storia, op. cit., p. 26. [lx]
R. Bodei, Se la storia ha un senso, op. cit., p. 73. [lxi]Per
un esempio di fermo rifiuto, M. Firpo, Il
passato in retromarcia, e, almeno in parte, F. Perfetti,
Contemporanei, ma con giudizio, in “Il Sole-24 Ore”, 16 aprile
2000; problematizzante è invece A. De Bernardi, Il
novecento: riflessioni preliminari sulla sua insegnabilità, in
“I viaggi di Erodoto”, 31, gennaio-aprile 1997, pp. 34-41. [lxii]
P. Bevilacqua, Sull’utilità della storia, op. cit., p. 14: “oggi dunque la
storia sembra deperire insieme alle nazioni che ha contribuito a
costruire. Mancanza di fini da perseguire, svuotamento di senso
dell’agire sociale, affermarsi di poteri e logiche sovranazionali:
tutto sembra cooperare ad allentare i collanti che tenevano unite le
compagini nazionali .... il deperimento dei valori e delle stesse
utopie sociali ... finisce con l’affidare la coesione interna degli
stati alle coercizioni estrinseche del meccanismo economico, al
semplice funzionare dei ruoli in cui ogni individuo consuma tutto il
suo senso”. In questa direzione si muove sostanzialmente anche L.
Russo, Segmenti e bastoncini, op. cit., pp. 104 e sgg., quando interpreta
la riforma Berlinguer come una cancellazione dell’identità
culturale italiana. [lxiii]
G. Levi, Il passato remoto.
Sull’uso politico della storia, in “Nuvole”, a. X, n. 1,
maggio 2000, pp. 16-22, il quale sottolinea a sua volta lo stretto
nesso tra ‘crisi’ della scuola, declino dei modelli identitari
nazionali e degrado dell’uso pubblico della storia. [lxiv]P.
Di Cori, Insegnare di storia,
Trauben, Torino, 2000, pp. 29 e sgg. [lxv]D.
Parisi, Come si deve insegnare
(e fare) la storia?, in “Contemporanea”, a. I, n. 2, aprile
1998, pp. 362-375. In questo senso anche P. Di Cori, op. cit.: invece
di “lamentare la scomparsa di un’epoca in cui la storia
contava”, molti storici farebbero meglio a interrogarsi sulle
trasformazioni profonde capitate nel
frattempo alla loro disciplina: scoprirebbero, oltre a una diretta
responsabilità didattica
nell’apparente indifferenza dei giovani ai loro discorsi, che essa
conta quanto e forse più di prima. [lxvi]
R. Bodei, Se la storia ha un
senso, op. cit., p. 77. R. Bodei, Fine delle filosofie della storia, in N. Gallerano, L’uso
pubblico della storia, op. cit., pp. 33-41. [lxvii]
Per il dibattito storiografico italiano, l’autore esemplare di
questa posizione è J.
Habermas, L’uso pubblico della
storia, in G.E. Rusconi, a cura di, Germania:
un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca,
Einaudi, Torino 1987, pp. [lxviii]Cfr.
per tutti, A. Calvani, Nuove tecnologie per l’educazione storica, in S. Soldani/L.
Tomassini, a cura di, Storia e
computer, op. cit., pp. 278-294, che, con un richiamo esplicito a
Maragliano, esprime in modo efficace il punto di vista del partito
della rincorsa quando afferma che l’attuale “travaglio” della
scuola “spinge i tradizionalisti a lanciare tanto disperate quanto
sterili grida di allarme: si lascino fuori i media dalla scuola, a
scuola si usi il libro e così via. Ma anche gli ‘accomodanti’
(usiamo i nuovi media anche a scuola, ma con cautela) non hanno granché
da proporre, se non una tattica di sopravvivenza temporanea, senza una
prospettiva di lungo periodo. Il problema non si affronta cercando di
predisporsi a resistere a un assedio che comunque avrà termine, bensì
cogliendo la natura strutturale della presenza dei media cominciando
conseguentemente a pensare a sistemi formativi poggianti su nuove
basi”, p. 280. [lxix]Tali
accenti caratterizzano ad esempio molti degli interventi nel dibattito
su Insegnare il Novecento
pubblicato in “I viaggi di Erodoto”, n. 31, gennaio-aprile 1997,
pp. 33-66. Veramente afflitto da un uso eccessivo del
‘didattichese’ è il documento Insmli-Landis (www.novecento.org)
che ha scatenato le già citate reazioni di Firpo e Perfetti. [lxx]V.
il bel intervento di Claudio Magris nella discussione sui Contenuti
essenziali per la formazione di base, in “Annali della Pubblica
Istruzione”, XLIV, nn. 1-2, 1998, pp. 21 e sgg. [lxxi]
V. Où en est l’einsegnement
de l’histoire? Entretien avec Dominique Borne, in “Le Débat”,
n. 110, mai-août
2000, op. cit., pp. 167-176. [lxxii]P.
Scoppola, Per uno “storicismo
umanistico”, in “Contemporanea”, a. I, n. 1, gennaio 1998,
pp. 120-123. [lxxiii]
Per dirla ancora con Arendt: qualcuno che possiede un’abilitazione a
insegnare “non importa cosa”, ma “non la padronanza di qualche
specifica materia”, La crisi
dell’istruzione, op. cit., p. 238 e sgg. [lxxiv]
Il che significa, tra parentesi, esaltare il ruolo dei corsi di
scienza dell’educazione nella formazione dei docenti: insieme a
importanti questioni di posti e di prestigio accademico, questa è
stata la posta in gioco culturale
della recente polemica tra Tranfaglia (presidente della Commissione
Scuola-Università) e le scuole di specializzazione, cfr.
l’intervista di A. Casalegno a Tranfaglia, Insegnanti
si diventa in cinque anni, in “Il Sole-24 Ore” del 22 luglio
2000. Al momento, sembra aver prevalso la proposta Tranfaglia (laurea
breve + specializzazione accademica biennale + un anno di scienze
della formazione), che privilegia la ‘disciplina’ di riferimento,
sulla proposta degli specialisti della formazione (laurea breve + due
anni di scienza dell’educazione), che privilegia appunto
l’addestramento pedagogico. [lxxv]
H. Arendt, La crisi
dell’istruzione, op. cit. [lxxvi]
L’espressione è di F. Ferrarotti, La
perfezione del nulla, op. cit., p. 74. [lxxvii]F.
Traniello, Insegnamento della
storia e storia del Novecento, op. cit., p. 112. [lxxviii]
A. Giddens, Le conseguenze della
modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Il Mulino,
Bologna 1994, in particolare pp. 44 e sgg. [lxxix]
Cfr. al riguardo D. Bertocchi, Comunicazione,
in A. Sasso, a cura di, La
cultura della scuola e la contemporaneità, op. cit., pp. 59-73. [lxxx]Come
suggerisce solo in parte ironicamente Marco Belpoliti, La
noia, su “La Stampa” del 5 agosto 2000.
di Luigi Berlinguer, La Repubblica, 28 settembre 1988
Particolarmente interessanti e illuminanti appaiono i giudizi sferzanti che il
Berliguer di allora rivolge anticipatamente al Berliguer di oggi (o di ieri).
Egli infatti si può dire che condanni con asprezza tutta la sua futura politica
scolastica, in particolar modo l'aziendalismo (che il nostro ha sempre
sfacciatamente negato di aver introdotto) e la privatizzazione, le cui porte il
governo di centrosinistra ha abbondantemente spalancato con la
decentralizzazione di Bassanini, la legge di parità e recentemente l'avallo ai
buoni-scuola.
Ma l'ambiguità di Berliguer è già tutta presente in questo vecchio scritto,
aldilà di queste annotazioni critiche del secondo paragrafo. Soprattutto dove
anticipa qual è il soggetto maggiormente interessato e favorevole a un'opera
riformatrice del sistema scolastico italiano e che sarà il maggior partner del
governo in molti settori: la Confindustria. In questa ambiguità rientra anche
il richiamo alla crescita economica del paese e alla sua competitività che di
anticapitalista, come sarebbe lecito aspettarsi da un comunista, ha veramente
assai poco.
Un'ultima annotazione sulla retorica e antiquata immagine della cultura che il
futuro ministro della P.I. ha in mente: "solenne, rigorosa, severa".
Quanto di più moderno e appassionante ci possa essere per un ragazzo delle
nostre scuole, costretto troppo spesso a sopportare, date queste premesse, la
noia quotidiana della vita scolastica.
È stato un solenne messaggio di grande valore morale. Il rigore e la severità
degli studi hanno così parlato al paese, hanno ribadito la pregnanza civile e
la valenza economica dell'università per una società moderna, le sue esigenze
di libertà e di autonomia, l'imprescindibile necessità che uno stato che si
rispetti destini ad essa le risorse necessarie, anche ingenti, per tutelarne -
appunto - libertà ed autonomia.
Mi sono domandato se tutti gli ambienti politici hanno presente questa verità
divenuta ormai elementare: se si vuole crescere economicamente, oggi, bisogna
investire in ricerca e insegnamento, nell'università e nella scuola, che sono
ormai risorse primarie della società. Nel nostro governo mi pare che si
manifestino invece tendenze opposte. Singolare davvero, quando si osserva la
crescita di consapevolezza della Confindustria in proposito, più volte presente
nei discorsi dell'ing. Lombardi e dello stesso avv. Agnelli in questi giorni
proprio a Bologna. Al contrario, mi addolora profondamente constatare da tempo
la caduta di sensibilità del movimento sindacale ed il suo lungo silenzio su
questo tema.
Eppure è chiaro ai più che, per crescere, una società deve investire
nell'università e nella scuola; deve sostenere materialmente e moralmente i
loro operatori nello svolgimento del delicato compito di studiare ed insegnare.
L'attività educativa è praticamente impossibile senza vocazione e motivazione.
Non ci si può dedicare all'insegnamento con animo distratto o rassegnato, con
la sensazione di essere tollerati o - peggio - combattuti. È regola politica
elementare adottare tutte le misure possibili perché i docenti siano motivati
nel proprio lavoro formativo, nell'espletamento di questo servizio così
indispensabile al paese.
Di recente sono ripartite - con più virulenza che mai - le fantasie sulla
"privatizzazione", ammantate di modernismo e celate dietro un
inaccettabile disfattismo sul presunto sfascio della scuola pubblica. Si
confonde autonomia con privato, quasi che il concetto autonomia non fosse un
concetto anche e corposamente pubblicistico. Si rimette in discussione il patto
costituzionale che cattolici e laici democratici hanno stipulato per impegnarsi
nella qualificazione e nelle garanzie pluralistiche della scuola pubblica. Si
diffonde l'insana illusione che la salvezza educativa del paese sia nelle mani
dell'efficienza di novelli managers privati (che tutti sanno abilissimi
nell'attingere continuamente ai fondi dello Stato). Ora poi si racconta che le
università - sprecone e inconcludenti - devono procacciarsi da sé i mezzi per
lavorare, stravolgendo così una grande tradizione e valori radicati nella
storia d'Europa, che hanno fatto libera (e per questo grande) la nostra ricerca.
Reaganismo e confessionalismo d'accatto.
Sono solo alcuni esempi di una martellante campagna demolitrice che penetra
insidiosamente nell'opinione pubblica con esiti infausti, di cui mi domando
quanti suoi promotori siano consapevoli. Si provocano così sconforto e
demotivazione fra i docenti, e se ne piangeranno le conseguenze. Comprendo che
tutta questa bagarre fa parte di un gioco tattico di punzecchiamento fra i due
maggiori partners rivali di governo, ma non posso fare a meno di notare che
questo disinvolto strumentalismo rischia di sconvolgere i valori fondamentali
della moderna convivenza sociale e dello Stato. Intollerabile.
Il delicato equilibrio su cui si fonda la funzione educativa non può reggere
colpi d'ascia né diversivi così rozzi. Esso richiede al contrario che si ponga
mano ai molti ed urgenti interventi di cui ha da tempo bisogno. In campo
universitario la risposta più urgente è affidata anzitutto ad una rapida
definizione legislativa del quadro istituzionale-ministeriale, che sarebbe assai
negativo per l'università se tardasse ulteriormente nel suo cammino
parlamentare. Ma è affidata anche ad una ben più cospicua disponibilità di
risorse pubbliche, e insieme alla corretta disciplina dell'autonomia che
responsabilizzi gli amministratori circa i risultati conseguiti, soprattutto di
fronte all'opinione pubblica scientifica.
Ho fatto solo alcuni esempi di contenuto fra i tanti che si potrebbero fare, per
affacciare in concreto un terreno costruttivo di azione politica per la scuola,
senza diversivi e senza diffondere scoramento e demotivazione.
di Massimo Pierro, primavera 2000
Mentre sto scrivendo queste righe, il mio istituto, come tanti altri a Roma, è
teatro di una singolare occupazione: è stato infatti trasformato in dormitorio
per ospitare i partecipanti al giubileo dei giovani; liberate dal centralismo
ministeriale, le scuole sono ora assoggettate all'interventismo dell'ente
locale, a sua volta orientato da calcoli elettorali e da subalternità nei
confronti dei poteri forti (in questo caso il Vaticano). Nel mese di luglio si
è appreso che la Regione Piemonte ha istituito corsi (per ora facoltativi)
lingua piemontese, facendo selezionare all'uopo cento insegnanti dalla Consulta
per la Lenga Piemontèisa; mentre la Regione Lombardia ha deciso di finanziare
le scuole private con un buono scuola per le famiglie ricche. Il Parlamento ha
poi inserito in ruolo gli insegnanti di Religione, che saranno - come prima -
scelti dalla curia, ma sicuri d'ora in poi di un impiego statale, a spese dei
contribuenti, anche in caso di revoca.
Comprendo ora perché oltre il 68% dell'elettorato del Polo è d'accordo con le
riforme (ce ne informa la stessa indagine Istat prima citata): esse
costituiscono il quadro legislativo all'interno del quale potrà svilupparsi
agevolmente l'iniziativa di sostanziale privatizzazione della scuola pubblica,
patrocinata dai loro partiti di riferimento. Sotto le vesti seducenti di slogan
quali "una scuola a misura di studente", "libertà di scelta per
famiglie", ecc. ecc., è avvenuto in questi anni (incentivato da scelte
politiche e legislative) un significativo spostamento di accento nella
considerazione dell'istruzione da diritto costituzionalmente garantito e
tutelato, che obbliga la Repubblica ad istituire sul territorio nazionale scuole
statali di ogni ordine e grado (art. 33), e a rimuovere gli ostacoli che
limitano di fatto l'eguaglianza dei cittadini (art. 3), essa è divenuta una
merce, sul mercato a disposizione del cliente, che viene invitato a farsi la
scuola secondo i propri gusti del momento: anche il linguaggio si è modificato,
a sottolineare il cambiamento: gli istituti si mettono in concorrenza fra di
loro, gli studenti stipulano un contratto formativo con l'istituto cui si
iscrivono, le sufficienze sono diventate crediti, le insufficienze debiti, si
sono introdotti bonus, si recupera il debito, ogni scuola presenta il proprio
piano dell'offerta formativa: con felice espressione Claudio Magris (su "La
Repubblica del 18 febbraio) ha chiamato tutto questo l'aziendalismo universale.
Questa concezione mercantile orienta ormai sempre più famiglie, che il più
delle volte scelgono l'istituto per i propri figli facendo riferimento non al
livello dell'istruzione fornito (i cui dati sono pubblici, articolati nei
risultati delle prove finali e nella percentuale di dispersione), ma all'insieme
dei "ricchi premi e cotillons", che da alcuni anni, per evidenti
ragioni di sopravvivenza, gli istituti stessi mettono in opera (leggere,
credere, i vari "piani dell'offerta formativa"). La verità è che la
formazione è un valore soltanto per quelle famiglie che hanno già un livello
culturale medio-alto. altrove prevalgono logiche utilitaristiche e/o puramente
consumistiche: è quella che ho chiamato "la mentalità del cliente".
E' questo il risultato acquisito dalla "competitività" fra
istituzioni scolastiche, tra cui la popolazione si autoseleziona. Il meccanismo
automatico del mercato riproduce così, e anzi rafforza, le diseguaglianze
culturali e sociali di partenza. Rimango convinto, con Keynes, che la smithiana
"mano invisibile" è invisibile perché non c'è, e l'adozione di
criteri mercantili nel campo dell'istruzione (anche e soprattutto quando viene
socialmente condivisa, proprio da quelle frange della popolazione più bisognose
di una formazione culturale) comporti nel tempo un degrado dell'istruzione
stessa, divenuta nel frattempo una merce fra le altre.
La stessa autonomia delle istituzioni scolastiche si rivela strumento
ambivalente: se rettamente usata dai collegi dei docenti, può senza dubbio
prestarsi ad operare dei significativi miglioramenti nella qualità
dell'istruzione; ma può egualmente produrre disintegrazione e disuguaglianza,
laddove prevalgono logiche di subordinazione ad esigenze estranee alla
formazione stessa. Intanto per bocca di Montezemolo la Confindustria ha reso
noto agli insegnanti in una trasmissione RaiSat dedicata al nuovo esame di
stato, a cura del MPI che oggi ai giovani "flessibili" serve la magica
accoppiata inglese+computer, il resto è inutile vecchiume.
Il sostanziale abbandono dell'obiettivo di usare la leva scolastica per ridurre
le disuguaglianze, a favore di un adeguamento immediato alle esigenze del
mercato del lavoro, si accompagna alla subalternità ai veri e propri diktat che
sono venuti a più riprese dalla Curia vaticana, che, con spirito mercantile e
in unità d'intenti non casuale come le tesi più liberiste provenienti da
ambienti (conf)industriali, ha richiesto e ottenuto finanziamenti pubblici per
le scuole private. La legge di parità, votata il 3 marzo 2000 dal Parlamento,
mentre vuol adempiere all'obbligo costituzionale previsto dall'art. 33,
inserisce le scuole private paritarie nel "sistema nazionale
dell'istruzione", ed assegna loro una "funzione pubblica",
impossibile da assolvere, in quanto scuole di tendenza. Grazie a questa legge,
le Regioni soprattutto finanzieranno a piene mani le scuole private, religiose e
non, come ha già fatto la Regione Lombardia; ma nel riconoscimento della
cosiddetta "funzione pubblica" delle scuole private la regione
all'avanguardia si è da tempo dimostrata l'Emilia Romagna, che ha giocato
d'anticipo, costringendo in alcune zone i genitori a servirsi obbligatoriamente
di asili privati per i propri bambini, già negli scorsi anni scolastici.
Come si vede, anche l'obiettivo di una formazione omogenea sul territorio
nazionale viene sacrificato non solo a localismi e particolarismi, ma ad una
valorizzazione dell'educazione di tendenza (il cosiddetto progetto educativo
d'istituto, di cui parla l'art. 3 della legge), non si tratta qui per gli
istituti scolastici di attuare creativamente un progetto educativo nazionale,
per renderlo il più possibile adeguato alle esigenze del territorio, ma di
differenziare il progetto educativo stesso, in modo da adeguarlo alle cosiddette
richieste dell'utenza (sia essa un'industria o una comunità qualsiasi), di cui
è chiamato a rispecchiare e riprodurre ideologie e valori; il pluralismo
culturale che caratterizza ancora la scuola pubblica tende invece ad essere
considerato quasi un disvalore. Ne viene snaturata l'intera concezione
dell'istruzione pubblica, come prezzo necessario da pagare, per poter aggirare
la Costituzione e soddisfare le crescenti esigenze economiche del Vaticano E'
stato detto che con questa legge lo Stato mette il naso per la prima volta nel
fangoso arcipelago delle scuole private; è vero, ma con quali armi? La
differenziazione come valore, sancita dall'assegnazione della terza prova
scritta dell'esame di stato ai singoli istituti, costituisce un'eccellente
ciambella di salvataggio per gli esamifici; e il meccanismo di recupero del
debito consente di ricostruire i percorsi scolastici sì da trasformare in
studente modello qualsiasi citrullo con portafogli ben fornito. Se nonostante
tutto ciò le scuole non statali riescono a diplomare meno del 90% (sic!) dei
loro candidati questo la dice lunga sul livello d'istruzione da esse impartito.
Vengo ora a parlare dell'esame di stato, cronologicamente la prima delle riforme
dell'era Berlinguer: si è cominciato dalla coda, invece che dalla testa; ma di
ciò poco importa, perché il vecchio esame di maturità, la cui provvisorietà
era ormai antica di circa trenta anni, obiettivamente reclamava di essere
sostituito al più presto. Si è contato, da parte ministeriale, sull'effetto di
retroazione: l'obbligo da parte dei Consigli di classe di adeguarsi alla nuova
normativa avrebbe comportato e così è stato la necessità di ridefinire metodi
e contenuti dell'intero iter scolastico. In quest'opera di ridefinizione e di
ricostruzione si è però scelto, fra le tante alternative possibili, di
ispirarsi a tecniche di valutazione (fra cui i famigerati quiz) tipiche della
docimologia di origine anglosassone (quello che noi insegnanti usiamo chiamare
"il didattichese"), epistemologicamente peraltro alquanto ingenue
nella loro pretesa di "oggettività" e nell'effettiva capacità di
misurare "conoscenze, abilità e competenze" (ma cos'altro ha fatto
sinora un'intera generazione d'insegnanti? Ha scherzato?). Ci viene proposta
come modello la scuola di questi paesi, proprio nel momento in cui è chiaro la
loro prima di tutto il fallimento di quel sistema educativo (leggere l'ultimo
libro di Bruner, ma anche un conservatore come Huntington sostiene la necessità
di un profondo ripensamento, dai i disastrosi risultati conseguiti). Il
tentativo di sostituire il tecnicismo quantificatore di matrice positivistica al
vecchio "umanismo" di stampo idealistico non mi sembra capace di
portare ad effettive innovazioni; la dimensione ineliminabilmente soggettiva
della valutazione, ignorata e non più sottoposta ad autocontrollo deontologico,
produce soggettivismo della peggiore specie, nascosto dalla presunta
"oggettività" delle prove somministrate. Senza contare l'indifferenza
verso i contenuti formativi, spesso mostrata dagli ispettori ministeriali, nel
magnificare la "nuova" didattica. A questo proposito, la necessità di
sostenere una prova finale su tutte le discipline sta già comportando nei libri
di testo rinnovati una semplificazione spesso banalizzante, con frasi
precostituite per essere immediatamente riportate in ipertesti, a scapito della
problematicità intrinseca ad ogni disciplina. Ovviamente ogni testo è
accompagnato da un CD-rom, a comprovare la sicura "modernità" dei
contenuti.
Se l'intento voleva essere quello di portare ad una maggiore serietà nello
studio, occorrerà allora ripensare fini e metodi, proprio alla luce dei primi
risultati raggiunti. Il record di promossi (96,3 %) all'esame di stato in
quest'anno scolastico mi sembra sia dovuto più alla generosità dei meccanismi
di recupero del debito formativo e alla disparità delle terze prove che ad un
effettivo miglioramento nella qualità della preparazione. Ho lasciato per
ultima la riforma dei cicli: per ora c'è solo un contenitore da riempire di
contenuti culturali. Siamo in attesa dei risultati dei lavori della Commissione
insediata dal nuovo ministro De Mauro; è certo però che scomparirà un anno
nella formazione (7+5 invece che 8+5); sono sicuramente poco informato, ma mi
era sfuggito che in Italia ci fosse un eccesso di istruzione. Pare che il
sacrificio sia reso necessario dalla necessità d adeguarsi al resto
dell'Europa; non vedo però la ragione di seguire gli altri paesi in questo
campo, e non, per esempio, nell'aumento della spesa sociale, o negli stipendi
degli insegnanti. Comunque sia, mi sembra inevitabile che ad un anno di meno (di
scuola e di età) corrisponda un abbassamento nel livello d'istruzione media,
soprattutto a livello delle capacità critiche degli alunni.
Come si vede, la situazione è alquanto problematica, e non si presta a
trionfalismi; convengo che la scuola pubblica ha bisogno di profonde
innovazioni; ma dubito che quella intrapresa sia la strada più giusta: mi
sembra invece complessivamente segnata da subalternità a una logica
catto-liberista, a cui non si è saputo (o voluto) opporre un'idea forte e
alternativa a logiche di mercato.
L'esempio del Regolamento
contabile
di Vito Meloni, gennaio 2001
Il suo carattere, almeno sulla carta, meramente organizzativo, in qualche misura
potrebbe giustificare la mancanza di un dibattito su questi temi. In realtà,
dalla lettura delle varie bozze, sembra chiaro che intorno al Regolamento si sta
giocando una partita di ben più rilevante spessore che riguarda il ruolo degli
Organi Collegiali, sullo sfondo di un assetto più apertamente privatistico
dell'organizzazione scolastica.
Va detto subito che le procedure seguite ripropongono l'uso spregiudicato della
normativa secondaria per intervenire su questioni di grande delicatezza, al
riparo dagli impacci di una discussione trasparente nelle sedi parlamentari, che
ha avuto nell'ex ministro Berlinguer uno dei massimi interpreti. Inoltre, così
come era avvenuto per il Regolamento sull'Autonomia, è stata messa in pratica
una idea quanto mai perniciosa di democrazia diretta, aprendo una sorta di
sondaggio per via telematica, pomposamente definito consultazione delle scuole.
Per quanto riguarda i contenuti, la prima bozza, presentata nel mese di
febbraio, puntava apertamente alla concentrazione dei poteri nelle mani del
Dirigente Scolastico, con il Consiglio di Istituto privato di ogni competenza
decisionale e ridotto al ruolo di notaio delle decisioni del dirigente, la
Giunta Esecutiva addirittura cancellata! Per tentare di dare legittimità ad una
operazione così spregiudicata, il testo era accompagnato da un compiacente
parere del Consiglio di Stato che, in sostanza, giudicava il Testo Unico n.
297/94 superato di fatto dalle norme sulla dirigenza e non più applicabile. E'
stupefacente costatare come un organismo così autorevole non si sia accorto, si
fa per dire, che la legge Bassanini, che istituisce la dirigenza scolastica,
descrive i poteri del dirigente subordinandoli esplicitamente al "rispetto
delle competenze degli organi collegiali scolastici".
Del resto, si tratta sempre di quel Consiglio di Stato che, con la stessa logica
e con identiche motivazioni, pochi mesi dopo, avrebbe avallato la cancellazione,
addirittura con una circolare ministeriale, del potere del Collegio dei Docenti
di eleggere i collaboratori del capo di istituto.
Per fortuna, nonostante la limitata circolazione delle informazioni, le prese di
posizione di sindacati e associazioni professionali, cui si aggiunge un deciso
pronunciamento del CNPI, portano al ritiro di quella bozza e alla redazione di
un nuovo testo, ancora in fase di perfezionamento, formalmente più rispettoso
della normativa vigente.
Ciò non significa, tuttavia, che i problemi siano superati. Intanto, perfino
nel linguaggio, traspare una concezione che individua nel dirigente il motore
dell'iniziativa gestionale, su cui il Consiglio di Istituto
"interviene". Su numerose materie il Consiglio può solo stabilire
criteri generali, e l'esperienza ci dice cosa questo normalmente significhi. In
sostanza si realizza, senza dichiararlo, l'obiettivo di uno svuotamento di
funzioni degli organismi di partecipazione democratica.
Inoltre, se si analizzano le cosiddette attività negoziali, viene in evidenza
l'impostazione privatistica cui dovrebbe ispirarsi la gestione delle scuole. Tra
queste spiccano i contratti di sponsorizzazione (se ne sentiva proprio il
bisogno!) e i contratti di prestazione d'opera con esperti; ma ci sono anche
l'affitto dei locali della scuola, l'accensione di mutui, l'acquisto di titoli
sul mercato finanziario, le intese con privati per attività formative e
addirittura, cito alla lettera, la possibilità di organizzarsi per la vendita
di beni o servizi per conto e a favore di terzi.
Si può dire, perciò, che anche con questo provvedimento si concretizza una
linea di trasformazione delle finalità della scuola e, in ultima analisi, del
suo carattere pubblico, attraverso modelli di funzionamento direttamente
improntati a logiche aziendalistiche.
Come si vede si tratta di questioni di grande importanza per le quali si rende
assolutamente opportuna qualunque iniziativa volta ad accrescere il grado di
attenzione e di vigilanza democratica. Anche a rischio di passare per
conservatori.
AUTONOMIA: UN CONTENITORE
FUNZIONALE
intervista a Lucio Russo e Massimo Bontempelli
Innanzitutto, per dare un senso il più preciso possibile ai contenuti di questo
nostro dialogo, sarebbe necessario che tu richiamassi -tratteggiandoli
sinteticamente- gli aspetti salienti della riforma Berlinguer, prima di
sottoporli ad una riflessione critica.
RUSSO - L'aspetto essenziale del processo di riforma in atto consiste, a mio
parere, nel drastico abbassamento del livello culturale della scuola. Si tratta
del risultato di più linee di intervento convergenti. Le principali consistono
nella riduzione degli anni di scolarità, nella tendenziale eliminazione dei
contenuti disciplinari (realizzata soprattutto comprimendo le ore specifiche
delle discipline a vantaggio di "progetti" di varia natura) e
nell'abbassamento della preparazione professionale dei docenti. Probabilmente
l'ultimo punto è il più importante. L'abbassamento del livello culturale dei
docenti è stato perseguito già da decenni, in particolare attraverso la
riduzione del salario reale e le immissioni in ruolo senza concorso. Adesso a
questi due strumenti, che continueranno ad essere usati, se ne aggiungerà un
terzo: il reclutamento di docenti dotati di sola laurea breve. Per dare un 'idea
di quale sarà il livello culturale dei futuri insegnanti, si può ricordare che
il principale obiettivo previsto dai recenti "decreti d'area" per i
futuri laureati in lettere è una conoscenza "elementare ma solida"
della lingua italiana. È vero che dopo una "laurea" conseguita in tre
anni e senza tesi gli aspiranti insegnanti dovranno frequentare una scuola di
specializzazione, ma vi sono fondati motivi per ritenere che tali scuole,
gestite quasi ovunque da pedagogisti, non si cureranno se non marginalmente
degli specifici contenuti disciplinari e si concentreranno sulla funzione di
"animatori" e "socializzatori" dei futuri docenti.
In un tuo libro, "Segmenti e bastoncini", sostieni che i
"segmenti" (intesi come apparati logico-concettuali indispensabili per
la comprensione critica della realtà) sono in via di eliminazione dalla scuola,
nella quale si parlerà solo di "bastoncini" (riducendo l'insegnamento
ad istruzioni necessarie all'uso delle merci). Sottolinei inoltre e inviti a
prestare attenzione al nesso tra la natura di questo tipo di riforma scolastica
e la riorganizzazione della produzione su scala mondiale, in atto peraltro da
alcuni decenni. Puoi circostanziare quei concetti e precisare questo nesso?
RUSSO - Vorrei innanzitutto precisare, a scanso di equivoci, che non voglio
affatto suggerire l'idea di un "complotto" del capitale internazionale
contro la scuola italiana. Voglio solo riferirmi a dei processi oggettivi. È un
fatto che quasi tutte le produzioni ad alto contenuto tecnologico hanno
abbandonato l'Italia e che la maggior parte delle multinazionali sono presenti
in Italia solo con strutture commerciali. In questa situazione molte aziende
sono interessate alla scuola come mercato per i propri prodotti e come luogo di
formazione dei propri clienti, e molto meno alla sua funzione di formazione dei
futuri lavoratori. Sono quindi in molti casi le richieste oggettive del mondo
esterno alla scuola a spingere verso la trasformazione da una "scuola per
produttori" a una "scuola per consumatori". Lo stesso processo
avviene del resto in gran parte del mondo, come effetto della concentrazione
della produzione (e anche delle attività del terziario), che riduce la
richiesta di competenze reali ad un numero così piccolo di persone da privare
la scuola di massa dal suo ruolo di formazione di competenze.
In tuoi recenti interventi hai sostenuto l'esistenza di un preciso rapporto tra
l'attuale processo di riforma della scuola e il pensiero unico che riconduce
ogni aspetto della società al criterio economico capitalistico. Cosa puoi
aggiungere al riguardo?
BONTEMPELLI - Ritengo che la chiave interpretativa degli interventi politici
sulle istituzioni sociali sia oggi quello che io chiamo totalitarismo
neoliberista. Si tratta di un liberismo di tipo nuovo, perché coniuga l'assenza
di intervento dello Stato ogni volta che occorrerebbe porre limiti alla ricerca
sfrenata di profitto con un intervento dello Stato molto articolato e costoso a
sostegno della redditività d'impresa. Si tratta inoltre di una forma di
totalitarismo, perché non c'è aspetto della società che venga lasciato ad una
logica diversa da quella di una subordinazione generale alle esigenze del
profitto. La sinistra è oggi la forza che con più efficacia impone il
totalitarismo neoliberista. Il processo attuale di riforma della scuola si
inscrive in questo totalitarismo. Abbandonata, infatti, l'idea di un'educazione
intesa come trasmissione di saperi e di valori adatti a formare l'autonomia
critica del cittadino, si impone una formazione scolastica costituita da una
generica socializzazione, priva di supporti concettuali, che sia in grado di
adattare flessibilmente l'individuo alla produzione e al consumo.
Uno degli spunti più suggestivi della tua analisi è l'individuazione della
riforma scolastica come manifestazione di nichilismo inconsapevole. Puoi meglio
precisare?
BONTEMPELLI - Viviamo in una società che, sottomessa ormai integralmente alla
dinamica di accumulazione del plusvalore, non ha più alcuna finalità etica, e
non è proiettata alla trasmissione di niente di essenziale, come se non avesse
né radici né futuro. Questo è un orizzonte compiutamente nichilistico, di cui
la riforma della scuola di Berlinguer è la filiazione inconsapevole. Questa
riforma non ha neanche provato, infatti, a definire un asse culturale attorno a
cui la scuola debba organizzarsi, e valori imprescindibili da trasmettere. Lo
spostamento dell'accento dai contenuti alle metodologie più astratte e fumose,
con lo spazio dato a quei veri e propri sapienti del nulla che sono i
pedagogisti, mostra chiaramente l'impianto nichilistico dell'impresa. Non a caso
gli insegnanti vengono coinvolti sempre più in attività gestionali e
organizzative, trasformati in semplici animatori, incoraggiati ad attività di
pura immagine e a defatiganti verbalismi degli innumerevoli documenti che sono
chiamati a stendere. Tutto per distrarli dall'educazione, dallo studio, dalla
cultura, dall'ancoraggio ad una solida preparazione teorica. Non più
intellettuali ma operatori scolastici; non più educatori ma attivisti ed
animatori: ecco il nichilismo.
Questione scolastica, trasmissione del sapere e questione nazionale sono
connesse?
BONTEMPELLI - Strettissimamente connesse. La questione scolastica è questione
di scelta dei saperi e dei valori che meritano di venire trasmessi da una
generazione all'altra. Tale scelta, per essere sensata e culturalmente efficace,
non deve avere nulla di arbitrario e di soggettivo, ma deve essere radicata in
un patrimonio culturale ed etico collettivo. La nazione è il deposito di tale
patrimonio. Senza una valorizzazione dell'identità nazionale, quindi, la scuola
non può venire ancorata ad un coerente asse culturale, e la trasmissione dei
saperi e dei valori si disperde. Uno degli aspetti più sciagurati della riforma
di Berlinguer è la demolizione, attraverso la cosiddetta autonomia, del
carattere nazionale della istituzione scolastica. L'autonomia scolastica voluta
da Berlinguer è solo apparentemente promozione di iniziative decentralizzate:
non si spiegherebbe altrimenti come essa sia affidata a burocrati statali, quali
i presidi, che devono rispondere in maniera asfissiante alla gerarchia
amministrativa, e sia stata accompagnata da un diluvio di prescrizioni agli
insegnanti. Quel che essa è realmente è la rinuncia a un'idea nazionale di
scuola, e l'affidamento della cosiddetta offerta formativa all'arbitrio dei
singoli istituti, inevitabilmente condizionati dalle sollecitazioni più
contingenti e più legati all'odierna dittatura dell'economia e della merce.
L'americanizzazione della scuola secondaria superiore è basata sull'idea di una
scuola fai-da-te e soprattutto sull'estensione applicativa del modello fornito
dall'impresa al progetto educativo stesso, con annessa produzione in serie di
individui altamente manipolabili. Tu leghi strettamente questo processo che hai
definito di "deconcettualizzazione dell'insegnamento" (con
ripercussioni in termini di impoverimento delle intelligenze e quindi della
nazione stessa) al processo di denazionalizzazione della scuola, di
cancellazione dell'identità culturale che sono gli imperativi ideologici della
cosiddetta globalizzazione, in realtà una rimondializzazione capitalistica.
Puoi sviluppare meglio questo passaggio?
RUSSO - Mi sembra che l'abbassamento del livello culturale della scuola sia
strettamente legato in vari modi al processo in atto di globalizzazione.
Innanzitutto, come abbiamo già notato, la concentrazione della produzione
abbassa la richiesta di competenze diffuse. Inoltre gran parte della cultura è
strettamente legata alle varie identità nazionali e quindi l'eliminazione dello
studio di discipline quali la storia, la storia della letteratura o la storia
dell'arte può dare un'importante contributo ad omogeneizzare il pianeta. Anche
in questo caso spesso non si tratta di una scelta consapevole. Molti accettano
come positivo il processo di globalizzazione solo perché, vedendolo in atto, lo
identificano con il "futuro", che a sua volta, per lunga consuetudine,
è identificato automaticamente con il "bene". Ne deducono che tutte
le caratteristiche culturali nazionali vanno eliminate, in quanto rappresentano
"il passato". Molti sono confusi dal fatto che la cancellazione delle
culture nazionali è presentata come "multiculturalismo" e come
accettazione della "diversità". In realtà il processo tende proprio
a distruggere le diversità, sostituendo le diverse culture con un'unica miscela
indifferenziata, ottenuta sovrapponendo gli aspetti più banali e
"commerciabili" delle diverse tradizioni culturali. Poiché si tratta
di un processo in gran parte già portato a compimento negli USA, la
realizzazione di questo gigantesco "omogeneizzato culturale" si
presenta in larga misura come un processo di americanizzazione. Si tratta
naturalmente di un processo utile per realizzare grosse economie di scala in
settori come l'editoria e soprattutto i nuovi media, ma che trascende largamente
gli aspetti puramente economici. Va sottolineato che le tendenze in atto
presentano importanti aspetti contraddittori. In particolare l'americanizzazione
della scuola europea ed asiatica finirebbe col privare i centri di eccellenza
degli USA delle loro fonti di importazione di cervelli, che sono stati sempre i
paesi con scuole secondarie non ancora americanizzate. Ciò che si rischia non
è quindi di allargare a livello mondiale il modello americano, ma piuttosto di
distruggere aspetti essenziali del modello nella sua stessa madrepatria.
Come valuti il fatto che l'interlocutore privilegiato delle oligarchie
finanziarie transnazionali, ed esecutore ideale -anche nel campo della riforma
della scuola- dell'attuazione di passaggi funzionali al totalitarismo
neoliberista, sia in questa fase la sinistra?
RUSSO - Non credo che esista più oggi una "sinistra". Su tutte le
questioni più importanti, mi sembra, le divisioni sono trasversali rispetto ai
vecchi schieramenti. In molti casi, come in quello della scuola, lo schieramento
oggi al governo ha un programma sostanzialmente coincidente con quello che
avrebbe un governo cosiddetto di "destra", con la differenza che non
dovendo preoccuparsi troppo dell'opposizione "di sinistra" le
possibilità di realizzare il programma che fu impedito, ad esempio, a
D'Onofrio, sono ben maggiori. D'altra parte esiste un'opposizione nascente alla
diffusione del modello "aziendalista" nella scuola in vari ambienti,
che vanno da buona parte di Rifondazione Comunista a settori della destra, a
molti ambienti cattolici. Finora l'enfasi data al problema della cosiddetta
"parità scolastica", riproponendo vecchie contrapposizioni, ha avuto
un ruolo importante nell'impedire la costituzione di un'unica opposizione al
disegno governativo sulla scuola.
Dopo l'imminente distruzione del vecchio "liceo europeo", sintesi
creativa della cultura illuministica e romantica, in che modo è possibile la
trasmissione di un sapere critico?
BONTEMPELLI - Credo che ci stiamo avviando ad una catastrofe culturale per le
nuove generazioni. Esse hanno trovato fino ad ora una scuola spesso arida,
astratta, incapace di far interagire il sapere trasmesso con la loro esperienza
di vita. D'ora in poi troveranno una scuola ancora peggiore, in cui non
incontreranno affatto un sapere strutturato capace di fornire un orientamento
razionale ed etico nel mondo. Il sapere critico sarà d'ora in poi affidato
soltanto a nuclei di resistenza intellettuale, dentro e fuori la scuola. Ciò di
cui oggi c'è bisogno, e purtroppo gravissima mancanza, è un atteggiamento
morale e pratico di resistenza all'omologazione nell'impoverimento culturale. La
parola-chiave, rispetto alla devastazione umana promossa dalla società
mercantile, e dalla sinistra politica, che ne agevola in ogni modo la
diffusione, è: resistenza antropologica.
Alla luce di quanto detto, cosa ritieni si debba e si possa fare -nella scuola e
fuori- per opporsi a questa dinamica? Puoi in sintesi sviluppare proposte per un
possibile progetto di una seria riforma della scuola? Chi, cosa e come, insomma?
RUSSO - Spero di essere smentito dai fatti, ma non credo che oggi una
"seria riforma della scuola" avrebbe alcuna possibilità di essere
approvata. In questa situazione mi sembrano utili due strade. La prima è quella
dell'elaborazione culturale. Tra le cause dell'attuale situazione di degrado vi
è infatti, al primo posto, un vuoto culturale reale. Se il ministro ha scelto
di privilegiare la distruzione dei contenuti disciplinari, non l'ha fatto per
una sua particolare insipienza, ma semplicemente perché si tratta di posizioni
alla moda, che hanno già vinto sia tra i pedagogisti, sia, più in generale,
nell'ambito accademico e che, per i motivi già accennati, non hanno trovato una
seria resistenza nel mondo delle imprese. Occorre quindi riprendere un dibattito
serio sui contenuti culturali che vogliamo siano trasmessi alle prossime
generazioni: un dibattito che costituisce una parte essenziale del generale
dibattito culturale, al quale è essenziale che partecipino non solo gli
intellettuali, ma anche gli esponenti delle professioni e delle imprese.
Un'altra strada, che credo debba essere percorsa parallelamente alla prima, può
consistere nel formare qualche forma di coordinamento tra docenti e scuole
impegnati a difendere la serietà degli studi. Penso a un'associazione
trasversale rispetto agli attuali schieramenti politici, senza finalità
sindacali, basata sull'accettazione di pochi punti caratterizzanti:
essenzialmente la difesa di una funzione della scuola non subalterna rispetto al
mercato, la scelta di privilegiare i contenuti disciplinari sulle forme della
comunicazione e la difesa della razionalità e delle diverse identità
culturali. Una tale associazione potrebbe dar vita ad un organismo libero con
funzioni di proposta, di consulenza e di valutazione sui programmi di
insegnamento, quella che viene oggi detta l'"offerta formativa" delle
singole scuole, i corsi di aggiornamento per gli insegnanti e, più in generale,
tutti gli argomenti riguardanti i contenuti dell'insegnamento.
In altri termini, poiché credo che la tendenza in atto non sia invertibile in
tempi brevi, occorre preparare il futuro con la discussione teorica e
possibilmente aiutando la costituzione di isole di sopravvivenza delle
competenze. Occorre per questo mettere in contatto tra loro le persone che
condividono i punti che ho prima elencato. Un piccolo passo in questa direzione
è la recente nascita della rivista quadrimestrale "Punti Critici". Le
persone interessate possono acquistarla presso le librerie Feltrinelli o
richiederla all'editore (Hortus Conclusus, via Iglesias 4, 00182 Roma, tel.
06/7010839, www.hortusconclusus.it).
Riflessioni di Mario Alighiero Manacorda,
storico dell'educazione, sulla riforma scolastica.
Una scuola anticostituzionale
Ovvero come il progetto Berlinguer ha
spianato la strada al piano Berlusconi - Moratti
Ma
quale riforma?
Moderna
ma incolta
Bella
autonomia!
Come
aggirare un comma
Contro
Berlinguer, perché...
E a queste tesi vaticane riproposte dai popolari (democratici in tutto ma non in
questo) ha aderito giulivo il Pds contro la volontà della sua base: e
Berlinguer le ha attuate.