Si è
molto parlato dei mali della scuola italiana e dei modi per risolverli.
Dall'aprile dello scorso anno sulla «rivista del manifesto» si è aperto a
tale proposito un lodevole dibattito nel quale mi vorrei inserire. Date la
vastità e la difficoltà del tema, concentrerò il ragionamento innanzi tutto,
sul pericolo che la scuola corre a causa del tentato processo di
`aziendalizzazione' e, in secondo luogo, cercherò di proporre alcuni possibili,
concreti, cambiamenti.
Parità Si è cercato più volte, a partire dall'ex ministro Berlinguer, di
minimizzare il problema della parità, forse perché non è stato ben capito o
si è fatto finta di non capirlo. La maggior parte di coloro che hanno
contestato la legge sulla parità non avevano l'intenzione di riproporre la
vexata quaestio del conflitto tra laici e cattolici, anche se, a mio avviso, ce
n'erano tutti i motivi. Il problema di come `pensiamo' la scuola, infatti, è
strettamente legato a quello di chi la gestisce. Sbagliano, quindi, i Ds (e non
solo loro) quando affermano che «in Italia continuiamo a tormentarci su un
problema che in gran parte appartiene al diciannovesimo secolo: chi deve gestire
la scuola»1. In realtà, la questione è legata al connesso problema dell'aziendalizzazione
della scuola.
Giustamente Lucio Magri osserva che non si sta cercando tanto di render pubblica
la scuola privata, quanto di `privatizzare' quella pubblica2. Le scuole che
accettano di conformarsi ai requisiti stabiliti dallo Stato con la legge sulla
parità (legge 10 marzo 2000, n° 62, art.4) – progetto educativo in armonia
con la Costituzione; disponibilità di strutture adeguate; organi collegiali
democratici; iscrizione aperta a tutti, compresi i portatori di handicap;
organica costituzione di corsi completi; insegnanti forniti di abilitazione;
rispetto dei contratti collettivi di categoria – entrano a far parte in
maniera `paritaria' del sistema nazionale d'istruzione. È evidente il rapporto
tra autonomia e parità. L'autonomia impone ad ogni scuola la formulazione di
quel progetto educativo che la identifica culturalmente e la rende in grado di
misurarsi `paritariamente' con le altre scuole. A prescindere dal dibattuto
problema del finanziamento, si poteva fare concessione più grande alla scuola
privata? Dare per acquisito che ogni scuola debba dotarsi di un progetto
educativo o formativo, significa già accettare il modello `privatistico'.
Infatti, la scuola privata, `per natura', nasce con una precisa istanza
educativa di cui quella statale – come cercherò di precisare – deve essere
priva.
Bisogna subito sgombrare il terreno da un profondo equivoco. Quando, di solito,
a proposito della scuola, si parla di `pubblico', si intende, sul modello
aziendalistico, un servizio erogatore cui `tutti possono accedere'.
Significativa, a questo riguardo, la formulazione della Commissione dei `saggi'
istituita dal governo Prodi nel 1996. «In questo clima culturale la vecchia
contrapposizione ideologica fra scuola dello Stato laica/scuola privata
cattolica tende a cedere il passo ad una dialettica più complessa fra ruolo
della scuola gestita dallo Stato e ruolo di una scuola paritaria nella
erogazione di un servizio educativo e formativo valido per l'intera società e
perciò anch'esso pubblico». Ma questa è un'accezione di `pubblico' ristretta.
In realtà `pubblico' – e qui sta la radice dello Stato moderno come `ente
pubblico' – significa prioritariamente `ciò che appartiene a tutti'. Il
Corpus iuris definisce il diritto pubblico come «quod ad statum rei romanae
spectat», mentre quello privato come «quod ad singulorum utilitatem»3.
Pertanto, `pubblico', nel senso di ciò che appartiene alla res publica,
all'utilità comune, si contrappone a `pubblico' inteso come «servizio pubblico»,
dove, pur in presenza di un servizio aperto a tutti, conta l'utilità del
singolo. Per fare una scuola `pubblica' non è sufficiente che ad essa tutti
possano in teoria accedere, ma, ben di più, che essa sia la scuola di tutti.
Il non aver capito questo significa aver `abbassato' la vera scuola pubblica
(quella statale) a livello di quella privata. In realtà tra scuola pubblica e
privata esiste in maniera irrevocabile una profonda `imparità'. La prima è di
tutti; la seconda no. Non è un caso che la legge sulla parità stabilisca che
«le scuole paritarie, svolgendo un servizio pubblico, accolgano chiunque,
accettandone il progetto educativo, richieda di iscriversi (..) Il progetto
educativo indica l'eventuale ispirazione di carattere culturale e religioso»
(art.3). È solo «accettandone il progetto educativo» e condividendone
l'ispirazione culturale e religiosa che si può essere accolti nella scuola
privata. Questa è la sua caratteristica e non potrebbe essere altrimenti. Ciò
impedisce, in generale, che la scuola possa essere pensata come un `servizio'.
Gli erogatori di servizi pubblici (le poste, la sanità, etc.) svolgono il loro
compito in modo indifferente rispetto a valori civili, culturali e religiosi
degli utenti. Il criterio con cui debbono essere valutati è solo quello
dell'efficienza. Per la scuola non è così. È forse un caso se i Costituenti
stabilirono per lo Stato l'obbligo di istituire scuole per tutti gli ordini e
gradi (art.33)? È ancora un caso se tale obbligo non è stato riservato alle
poste, agli ospedali, alla televisione,etc4?
Qualcuno potrebbe scandalizzarsi quando sostengo che la scuola pubblica deve
essere priva di progetto educativo. Non intendo certo dire che la scuola non ha
compiti educativi. Essi sono sottesi all'istruzione. Ma `progetto educativo' è
ben altra cosa. A meno che con esso non s'intenda l'aspetto organizzativo (ma
allora perché chiamarlo progetto `educativo'?), la scuola `in quanto tale' non
ha il compito d'educare. Una scuola che si caratterizzi per un'opzione educativa
e culturale ben precisa esclude automaticamente tutte le altre. Solo quando è
lo Stato - come ente laico e pubblico – a gestire la scuola è garantita
quella neutralità che è la condizione indispensabile affinché tutti i valori
e tutte le opzioni culturali possano crescere e svilupparsi in libero confronto
e discussione. Scuola statale non significa scuola che trasmette valori dello
Stato, per il semplice motivo che, essendo espressione di tutti, lo Stato non ha
valori `di parte' da trasmettere. Gli antichi greci avevano pensato la
democrazia come un `deporre il potere nel mezzo'. Il `mezzo' –
topograficamente l'agora, la piazza, ciò che appartiene a tutti – è il luogo
in cui gli uomini, differenti nelle loro singole identità, `depongono' la
differenza (l'esser `privati') non per appiattirsi in un'identità superiore e
anodina, ma per trovare lo spazio `comune', `pubblico', per confrontarsi e
affermarsi nelle loro differenze. Se questa è l'essenza della democrazia, cosa
c'è di più democratico di una scuola statale come luogo d'incontro delle
differenze e delle identità, come palestra di libertà e di cittadinanza? Non
si diceva, almeno una volta, che fine della scuola è la formazione dell'uomo e
del `cittadino'?
Libertà Non capendo questo semplice concetto – ma poteva essere altrimenti?
– il cosiddetto Polo delle libertà, spalleggiato dal Vaticano, ha orchestrato
una campagna politica e massmediologica senza precedenti in nome della libertà
d'educazione. Il modello aziendalista, che ha egemonizzato nel profondo anche le
scelte del centro-sinistra, si coniuga, a destra, con la demagogia e la
mistificazione. Su una cosa, comunque, il Polo ha ragione: se esiste una parità
culturale tra scuola pubblica e privata, come la legge voluta da Berlinguer
sancisce, perché non riconoscere anche una parità finanziaria? Anche in questo
caso, come spesso è accaduto, il centro-sinistra ha fatto una scelta che trova
la sua logica conseguenza solo in ciò che vuole la destra.
Chi, comunque, fosse stato curioso di sapere cosa il Polo intenda per libertà,
avrà certamente avuto soddisfazione dall'iniziativa della Regione Lazio,
guidata dal postfascista Francesco Storace, sui libri di testo di storia. La
mozione approvata dal Consiglio regionale l'8 novembre del 2000 – vale la pena
ricordarlo, a futura memoria – prevede l'istituzione di una «commissione di
esperti che svolga un'attenta analisi dei testi evidenziandone carenze e
ricostruzioni arbitrarie». E, come se non bastasse, suggerisce di «studiare
forme di incentivazione per autori che intendessero elaborare nuovi libri di
testo, finanziati con fondi regionali, anche da distribuire gratis alle famiglie».
Per quanto le eminenze grigie del Polo, certo più raffinate dello sprovveduto
Storace, si siano industriate a far della sottile ermeneutica per dimostrare che
il suono delle parole non significa ciò che sembrano mostrare, a pochi sfuggirà
l'olezzo d'olio di ricino emanante dalla mozione. Quanti volessero essere
rassicurati di non trovarsi di fronte a un banale incidente di percorso,
sappiano che, qualche mese fa, avrebbero trovato sul sito web della `liberale'
Forza Italia una sezione speciale dedicata, appunto, all' `analisi' di alcuni
libri per la scuola superiore ritenuti, con insindacabile giudizio, contro la
verità storica. Avrebbero anche scoperto che è addirittura possibile fare
meglio di Francesco Storace. È riuscito nell'impresa tale Franco Asciutti,
parlamentare di Forza Italia, su iniziativa del quale «gli azzurri hanno
firmato una proposta di legge sull'istituzione di una commissione parlamentare
d'inchiesta che faccia luce sui testi di Storia palesemente faziosi e a un'unica
direzione: rossa».
Gli esponenti del Polo dimostrano (o fanno finta) di non sapere che se nella
scuola, tecnicamente, i libri sono adottati dal Collegio dei docenti su proposta
degli insegnanti, è il principio costituzionale della libertà d'insegnamento
che, sostanzialmente, regola la materia. Il libro di testo non lo impone né il
Ministro, né la Casa editrice, né l'Autore: la sua scelta è frutto del libero
giudizio del docente. È la libertà d'insegnamento, appunto, che garantisce la
pluralità dei punti di vista e non l'istituzione di ridicole commissioni
parlamentari e/o regionali d'inchiesta. Ma la `libertà d'insegnamento', con
tutta evidenza, non rientra nel vocabolario culturale degli esponenti del Polo.
I tanti modi di coniugare la parola `libertà', in cui spesso s'esercita la loro
fantasia, si sono arrestati a un'epoca storica in cui la libertà nella scuola
era solo un miraggio e i libri di testo li `suggeriva' il Minculpop.
Non è un caso che nel Disegno di legge del Polo sulla parità scolastica
(Senato 4127 - Ordinamento della scuola non statale, presentato il 30 giugno
1999), si parli, sì, di `libertà d'apprendimento' ma non si faccia menzione di
libertà d'insegnamento se non in `negativo'. `La libertà di apprendimento è
riconosciuta come principio fondamentale ed è tutelata anche rispetto alla
libertà di insegnamento' (art.2). La strana espressione `libertà
d'apprendimento' è correlata con il `pluralismo dell'offerta formativa'
(art.3), vale a dire con la `libertà' che le famiglie dovrebbero avere di
iscrivere i propri figli nelle scuole che preferiscono. Le scuole, ognuna con la
propria offerta formativa, entrano nel mercato dell'istruzione; i genitori
`comprano' quella che ritengono più adatta. Se siamo più liberi quando abbiamo
la possibilità di scegliere fra più marche di automobili, a maggior ragione lo
saremo, essendo in gioco la scelta educativa dei figli, se ci saranno più
scuole fra cui scegliere.
L'argomento è apparentemente convincente, tanto che è fatto proprio anche da
molti settori della sinistra. È il modello scolastico dei Paesi anglosassoni.
Si potrebbe osservare, però, che la cosiddetta `libertà d'apprendimento' è
garantita già dalla Costituzione laddove prevede la possibilità per i privati
di aprire scuole. Però, `senza oneri per lo Stato'. Perché? Il motivo,
descritto sopra, è la naturale `imparità' tra scuola pubblica e privata, cui
si aggiunge il fatto che nelle scuole gestite dallo Stato la libertà è nella
scuola e non solo fra le scuole.
Reclutamento Chi sceglie gli insegnanti? Problema centrale e sottovalutato del
dibattito. Sarebbe facile dimostrare che le proposte della destra e di una parte
della sinistra, anche quando si mascherano per liberali, sono egemonizzate dal
modello del Vaticano. I veri liberali ci penserebbero due volte prima di
sacrificare la libertà d'insegnamento sull'altare della `libertà
d'apprendimento'. In realtà, fin dall'unità italiana, i clericali hanno sempre
invocato la `libertà della scuola' opponendola alla `libertà nella scuola'
difesa dai liberali5. Può dirsi libera una scuola in cui gli insegnanti, per
entrare a farne parte, debbono aderire ad un progetto `educativo'? Qui, sì, i
libri di testo, e non solo, verrebbero scelti secondo una precisa ideologia. E
la chiamano scuola `libera'! La legge sulla parità vede il problema, ma non lo
risolve: «tenuto conto del progetto educativo della scuola, l'insegnamento è
improntato ai principi di libertà stabiliti dalla Costituzione repubblicana»
(art.3). È sufficiente, questo, per garantire la libertà d'insegnamento? La
formula «tenuto conto del progetto educativo» è (volutamente) così vaga che
può essere utilizzata con la massima discrezionalità da chi gestisce la
scuola. Ripeto, la scuola non è un `servizio' pubblico come altri. Il postino
consegnerà le cartoline con la massima efficienza senza che acquisti rilevanza
la sua personale ideologia; l'insegnante, invece, nel consegnare il
pacchetto-sapere, porta inevitabilmente con sé la sua cultura, la sua idea, il
suo punto di vista, il suo modo di vita. Una scuola appiattita su un progetto
`educativo', inevitabilmente, produce quella reductio ad unum che non solo è la
morte della libertà d'insegnamento, ma la fine dell'educare stesso.
I fautori ad ogni costo della parità dovrebbero dichiarare se per loro è
migliore una scuola in cui tutti gli insegnanti sono cattolici, o musulmani, o
padani, o fascisti, o comunisti, etc., oppure un'altra in cui ci sono insegnanti
cattolici, musulmani, padani, etc. La libertà d'insegnamento è più garantita
nella prima o nella seconda? Mantenuta la possibilità di iscrivere il proprio
figlio nella scuola privata che vuole, un genitore vedrà garantita la libertà
d'apprendimento del figlio più in una scuola in cui è presente la ricchezza
della diversità, con la possibilità di confronto e di dialogo che ne consegue,
oppure in quella in cui la complessità del mondo è ridotta ad un unico e
parziale punto di vista?
Concorrenza e qualità Si sente da più parti affermare che la concorrenza fra
le scuole, resa possibile e necessaria dall'azione coordinata di legge sulla
parità e autonomia, aumenterà la `qualità' dell'istruzione. Non è chiaro,
però, rispetto a cosa le scuole dovrebbero `concorrere'. Il delirio
neoliberale, scambiando l'istruzione con l'addestramento, si affanna a
dimostrare che la scuola non è al passo con i tempi perché i ragazzi non sono
dotati di un sapere tanto flessibile da piegarsi alle esigenze del capitale e,
per giunta, non sanno l'inglese, lingua, appunto, del capitale. I clericali, dal
canto loro, si accontenterebbero di veder aumentati i loro privilegi, visto che
di qualità, nelle loro scuole, non ce n'è mai stata molta. In realtà, al di là
della retorica e dei bizantinismi, se la qualità si misura rispetto al fine
dell'insegnamento, non bisogna poi sforzarsi troppo, perché lo troviamo scritto
nel noto (si fa per dire) art.3, comma 2 della Costituzione («È compito della
Repubblica rimuovere gli ostacoli…»). La qualità della scuola sta nel suo
essere `democratica', vale a dire nel sostenere il «pieno sviluppo della
persona umana», nel promuovere la «libertà e eguaglianza dei cittadini».
Riforme o rivoluzioni?
Lucio Magri, sulle pagine di questa rivista6, rileva che la crisi della scuola
italiana inizia nel momento in cui il processo di democratizzazione - che aveva
portato alla creazione di una scuola pubblica, obbligatoria e gratuita - subisce
una battuta d'arresto. O meglio, tale processo avrebbe assunto, sin dall'inizio,
connotati meramente `quantitativi' – l'entrata delle masse nella scuola –
senza riuscire, però, a modificare `qualitativamente' l'istruzione. La
trasformazione radicale di programmi, metodi e modi di funzionamento che la
nuova scuola richiedeva sarebbe solo parzialmente avvenuta, col risultato che si
sarebbe continuato a utilizzare il vecchio principio della selezione, seppur
dando ad essa maglie più larghe. Un'idea alternativa di scuola, a giudizio di
Magri, dovrebbe basarsi sulla formazione permanente, su un'autonomia cooperativa
e su un nuovo asse formativo.
L'analisi di Magri, che coglie aspetti centrali ed incontrovertibili, è per
larghi tratti condivisibile, anche se su un punto importante, a mio avviso, è
difficilmente sostenibile. La scuola italiana, così com'è, è davvero da
buttare (Magri, afferma, «apertamente in crisi»)? È realistica l'esigenza di
ripartire da zero, di ricostruire tutto l'edificio nell'idea che quello che
possediamo sia completamente crollato? Un'analisi del genere non porta acqua al
mulino delle destre, che chiedono lo smantellamento della scuola statale proprio
a causa di un suo presunto fallimento? Non credo che la situazione sia questa e,
di conseguenza, non sono dell'opinione che la scuola possa essere migliorata
attraverso trasformazioni radicali ed epocali (anche per questo, tra l'altro,
sono profondamente scettico sull'esito del Riordino dei cicli promosso da
Berlinguer). Quello che serve, o almeno ciò da cui si deve partire, sono
piuttosto dei `piccoli' aggiustamenti. Procediamo con ordine.
È innanzi tutto semplicistico parlare di `crisi' della scuola. La scuola non può
essere pensata come un blocco monolitico. Non esiste la scuola, esistono scuole
che funzionano bene e altre che funzionano male e, spesso, all'interno della
stessa scuola sezioni, e addirittura classi, che funzionano bene e altre male.
La verità, semplice da riconoscere, è che la scuola innanzi tutto, più che da
programmi ed istituzioni, è fatta dal rapporto vivo, quotidiano, tra insegnanti
e allievi. In secondo luogo, bisogna ammettere che la scuola in questi ultimi
decenni è profondamente mutata nei programmi e nell'organizzazione. Non siamo
più alla scuola gentiliana. Come non riconoscere, per esempio, il profondo
valore rappresentato dai Programmi didattici per la scuola elementare del 1985 o
dagli Orientamenti per la scuola materna del 1991? Come non apprezzare la
progressiva integrazione dei portatori di handicap e, in questi ultimi anni, di
ragazzi stranieri? La mia impressione, peraltro difficilmente dimostrabile, è
che la scuola italiana abbia rappresentato e continui a rappresentare, tenendo
conto dei mezzi a sua disposizione, un'istituzione largamente efficiente. Questo
significa che va tutto bene così com'è? Assolutamente no. Provo ad indicare
alcuni possibili, concreti, cambiamenti.
1) Non insisterei, come fa Lucio Magri, sulla centralità della definizione di
un nuovo asse formativo. Soprattutto per le difficoltà pressoché
insormontabili che tale tema corre il rischio di innalzare e che porterebbero il
dibattito inevitabilmente a scadere nella discussione se sia giusto privilegiare
la scuola umanistica o quella tecnica, togliere qualche ora di latino e
introdurne d'informatica, potenziare l'inglese invece della filosofia, studiare
la storia contemporanea a scapito di quella romana, etc. Questioni certo
importanti, ma non decisive. A tale proposito, credo che i cosiddetti `Programmi
Brocca' per la scuola superiore (mai entrati in vigore se non in alcune scuole
in via sperimentale) avrebbero potuto rappresentare un buon compromesso, con la
definizione di un biennio unitario e di un triennio di specializzazione. In
realtà, a me sembra che il futuro della scuola democratica oggi si giochi più
che nella definizione di nuovi contenuti e piani di studio, nella capacità di
cambiare il `modo' d'insegnare. Lungi da me la volontà di ridurre il problema
ad una mera questione di metodo, ma, come credo, se il ruolo della scuola si
misura sulla capacità di offrire a tutti l'opportunità del pieno sviluppo
della persona umana, allora, ancora una volta, il problema è quello della
`mortalità' e dell'insuccesso scolastico e della selezione (di classe) più o
meno latente. Perché un ragazzo, com'è suo diritto a norma di Costituzione,
non riesce a sviluppare gli strumenti linguistici, culturali ed operativi per
interpretare sé e il mondo ed inserirsi attivamente, in base alle sue
attitudini, nella vita democratica? È una questione di programmi o di metodi?
Una scuola che voglia rispondere a questo problema dovrebbe, in primo luogo, non
produrre essa stessa svantaggi e, una volta accertati, attivare tutti i mezzi di
recupero e sostegno adatti a colmarli. In che modo? La pedagogia democratica, a
tale proposito, ci ha insegnato a puntare sulla differenziazione delle procedure
didattiche in funzione delle necessità dei singoli alunni. Ma come ottenerla se
non al prezzo di una drastica riduzione del numero degli alunni per classe?
Riportare lo studente, in tutta la sua complessità, al centro dell'attività
didattica significa anche ridurre l'eccessiva frammentazione del sapere e
l'indiscriminata proliferazione delle discipline di studio. Poche materie, con
un congruo monte ore e insegnate bene, che stimolino l'interesse, il gusto, la
curiosità e il metodo dell'apprendere, sono più che sufficienti per creare le
basi di eventuali nuovi apprendimenti. Questo permetterebbe, tra l'altro, la
diminuzione dell'orario giornaliero di lezione (e sappiamo bene quanti
insuccessi scolastici sono determinati da stanchezza o da difficoltà di
concentrazione), o, in una sua diversa articolazione, eviterebbe che gli alunni
siano costretti a stare cinque o sei ore ininterrotte in aula, passate, per lo
più, a sedere su sedie scomode e in locali mal ossigenati. A meno che non si
decida, una buona volta, di costruire scuole con spazi adeguati, palestre,
biblioteche, refettori, giardini, etc. Tutto ciò significherebbe creare una
scuola più facile, abbassarne il livello qualitativo? No, bensì facilitare la
possibilità d'accesso al diritto all'istruzione.
2) Una seconda questione, non toccata da Lucio Magri, riguarda gli insegnanti.
Qualcuno crede veramente che si possa riformare la scuola continuando a pagare
gli insegnanti con stipendi `scandalosamente bassi' (l'espressione è del
ministro De Mauro)? Prima ancora che di soldi, è una questione di dignità e
professionalità. Forse non tutti hanno presente la differenza che passa tra lo
stipendio di una maestra e quello di un professore universitario di prima fascia
(solo per fare un esempio), ma ognuno sa il ruolo decisivo che esercita la
prima, una sorta di imprinting per molti versi indelebile. In pochi sospettano
che per molti insegnanti a volte diventa gravoso persino l'acquisto di libri,
che sono pur sempre strumenti del mestiere (da cui non possono dedurre nemmeno
l'iva), salvo poi ad essere costretti a seguire inutili corsi d'aggiornamento.
Il livello culturale e professionale degli insegnanti italiani non credo che sia
peggiore di quello degli insegnanti europei (in media molto meglio pagati), e,
in molti casi, nemmeno dei loro colleghi più fortunati che insegnano
all'Università. Ridare fiducia e dignità a chi lavora nella scuola,
richiedendo anche aggiornamento e attività di ricerca obbligatori (per esempio
con periodi di distacco in Università), è condizione essenziale di qualsiasi
riforma e metterebbe anche in moto quel circolo virtuoso che porterebbe nella
scuola i migliori e i più motivati.
3) Quando i Decreti delegati del 1974, sull'onda lunga del '68, disegnarono il
nuovo assetto della comunità scolastica, assegnarono un ruolo importante alla
partecipazione degli studenti e dei genitori. Non ci si deve nascondere che quel
disegno è ormai fallito. Il ruolo degli alunni e dei genitori, essenziale
nell'organizzazione di una scuola democratica, va completamente ripensato. Deve
essere notevolmente aumentata la loro funzione propositiva e bisogna inventarsi
modi e procedure, fermo restando il principio della libertà d'insegnamento, (e
so qui di scontrarmi con l'opinione della maggior parte dei miei colleghi)
affinché possano esercitare un effettivo controllo sull'operato degli
insegnanti.
4) Sono d'accordo con Lucio Magri nel ritenere l'autonomia della scuola una
rivendicazione essenziale. Certo non la falsa autonomia della scuola-azienda e
del preside-manager, che altro non è se non la porta d'ingresso della
privatizzazione. La sinistra alternativa farebbe bene a far sua con forza questa
rivendicazione e a toglierla dalle mani dei vari Berlinguer o De Mauro.
L'autonomia didattica è lo strumento attraverso il quale le singole scuole -
vale a dire gli insegnanti, gli studenti e i genitori –, nel quadro di finalità
generali programmate dallo Stato, possono organizzare concretamente la scuola
secondo le esigenze di chi ci sta dentro. Orario delle lezioni, obiettivi delle
singole materie, curricula, il tutto dovrebbe essere lasciato alla responsabilità
di chi decide il progetto didattico.
Chiudo queste considerazioni mettendo in guardia da un doppio errore che spesso
si commette quando si affrontano questioni scolastiche: il pretendere troppo o
troppo poco. Pretendono troppo poco coloro che credono che scopo della scuola
sia quella di addestrare i ragazzi a svolgere una determinata funzione. Se così
fosse, avrebbe buon gioco la Confindustria a chiedere che lo Stato finanzi
scuole aziendali, certo ben più efficienti di quelle statali nella «produzione»
di operai specializzati. Ma sbagliano anche coloro che chiedono troppo, nella
convinzione che nella scuola possano essere risolti tutti i mali della società.
Ecco, allora, secondo le emergenze, la scuola che dovrebbe fare educazione
stradale, sessuale e ambientale, prevenire il tabagismo, l'alcolismo e l'uso di
droghe, sviluppare la socializzazione e combattere i disturbi dello sviluppo,
oltre che, ovviamente, continuare a svolgere i compiti istituzionali di
trasmettere cultura e di formare l'uomo e il cittadino. Forse la scuola dovrebbe
realizzare tutto questo e altro ancora, ma, allora, prima di parlare di crisi,
che le si diano almeno tutti i mezzi necessari per ben operare.
note:
1 Progetto per la sinistra del Duemila, Donzelli, Roma 2000, p. 54.
2 La madre di tutte le riforme, in «la rivista del manifesto», 5,
aprile 2000; cfr S. Semeraro, Scuola sotto esame, in «la rivista del manifesto»,
4, marzo 2000.
3 Cfr. N. Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1985, p.3 e,
per quel che riguarda la questione scolastica, A. Burgio, La sfera pubblica tra
derive perverse e orizzonti utopici, in «il manifesto», 5 aprile 2000.
4 Cfr. G. Luzzatto, Dare a Cesare quel che è di Cesare, in
Manifesto Laico, a cura di E. Marzo e C. Ocone, Laterza, 1999.
5 Cfr. M. A. Manacorda, Scuola pubblica o privata? La questione
scolastica tra Stato e Chiesa, Editori Riuniti, 1999.
6 La madre di tutte le riforme, cit.
La Rivista del manifesto
numero
18
giugno 2001
Un'alternativa che si radicalizzerà
SCUOLE AUTONOME O SCUOLE AZIENDA?
Roberto Giusti
È
possibile, con sguardo unitario, dare un giudizio sulla riforma della scuola
promossa dai governi di centro sinistra a partire dal 1996? Siamo di fronte,
senza dubbio, al più completo ripensamento del sistema scolastico a partire
dalla riforma Gentile, che trova i suoi tasselli principali nel riordino dei
cicli, nell'autonomia, nella legge sulla parità, nella riforma dell'esame di
maturità, nella qualifica dirigenziale ai capi d'istituto. Vista la complessità
dei provvedimenti, è bene evitare giudizi sommari ed affrettati. Le luci e le
ombre sono molte, i dubbi sollevati altrettanti. Il dovere di capire c'impone,
comunque, di procedere con cautela, discernendo ed evitando facili
unilateralismi. Mai come in questo caso, la prudenza suggerisce di abbandonare
la logica semplificatoria dell' `aut-aut', per assumere, invece, la strada più
lunga e difficile del cogliere le contraddizioni. L'impressione, infatti, è
che, ben al di là della coscienza del legislatore, nel complesso della riforma
s'insinuino elementi `progressivi' e `regressivi', che si sovrappongono,
s'incontrano e contraddicono. Per facilitare l'analisi, concentrandomi
soprattutto sul riordino dei cicli, individuerò dapprima alcuni possibili
elementi a favore, poi quelli contrari.
Verso una scuola più democratica È possibile e necessario leggere la riforma
della scuola secondo tre piani, strettamente intrecciati: epistemologico,
organizzativo e didattico. Il piano epistemologico, in linea di massima, può
essere individuato nella logica dei sistemi complessi. Come qualsiasi sistema,
quello scolastico è pensato come un insieme di parti interrelate (ognuna delle
quali costituisce un sottosistema), articolate su più livelli, che comunicano
fra di loro scambiandosi informazioni. Il livello più ampio è costituito dal
`sistema nazionale d'istruzione', composto, secondo un modello a rete, dalle
singole scuole autonome, statali e paritarie1. Ogni scuola rappresenta un nodo
della rete, individuato da particolari caratteristiche distintive (il Piano
dell'offerta formativa), che comunica, a monte, con il Ministero della pubblica
istruzione, il quale ha il compito di definire i curriculi (gli obiettivi
generali e specifici del processo formativo) e, a valle, con l' `Istituto
nazionale per la valutazione del sistema dell'istruzione', che ha il ruolo di
valutare l'efficienza del sistema scolastico. A sua volta, ogni singola scuola
è organizzata come un sistema, costituito da insegnanti, studenti e genitori
che si scambiano `informazioni'. Gli insegnanti esercitano il ruolo fondamentale
di `individualizzare' gli obiettivi, cioè di trasformare il sapere, generico ed
astratto, a `misura' dello studente e di valutare la riuscita di tale
operazione. Tale modello `reticolare', che sostituisce quello verticistico e a
comunicazione unidirezionale (dal centro alla periferia), si basa sull'idea,
pienamente condivisibile, che ogni scuola (e ogni insegnante), nei limiti di
obiettivi prefissati a livello nazionale, sia centro di autonoma elaborazione
progettuale. La scuola non più strumento di trasmissione di un sapere già
altrove elaborato, ma le scuole anche come luoghi di elaborazione e di ricerca,
soggetti attivi di `intelligenza collettiva'. Pensata in questo modo,
l'autonomia evita sia il centralismo sia il `localismo' etnico-leghista, perché
ogni scuola, pur nella sua singolarità, secondo una logica frattale, racchiude
al suo interno tutte le altre in un gioco speculare. Non trovo estranea, a
questa prospettiva, la forte rivendicazione, tipica delle lotte degli anni
Settanta, di una riappropriazione dal basso del sapere, condizione della
creazione di nuovi spazi di `autonomia' e, quindi, di democrazia. La stessa
libertà d'insegnamento ne viene notevolmente rafforzata, nel momento in cui «nella
scuola dell'autonomia, che assume il carattere di luogo di ricerca e di crescita
professionale dei singoli e della collettività, i docenti tutti dovranno
diventare, in linea di tendenza, docenti `ricercatori', in grado di arricchire
costantemente il loro saper fare sul piano della ricerca didattico-disciplinare
e su quello della partecipazione all'innovazione e dello sviluppo»2.
Il superamento del modello centralizzato, si coniuga, per quel che riguarda il
livello didattico, con la perdita di centralità dei programmi a favore dei
curriculi. Strumento di tale cambiamento sarà la generalizzazione della
didattica modulare. Il vantaggio offerto dai curriculi è la possibilità di
modellare l'insegnamento rispetto alle concrete e diversificate esigenze degli
alunni: il contenuto (il classico `programma') diventa lo strumento di sviluppo
di competenze dell'alunno e non più solo un qualcosa da `sapere'. Tale
cambiamento di prospettiva, che nelle vecchie scuole elementare e media
inferiore è in atto sin dagli anni Ottanta, permetterà al sistema scolastico
di perdere quella rigidità che oggi condanna molti studenti all'insuccesso
scolastico. In che modo? Innanzitutto obbligando la scuola, finalmente, ad
individualizzare l'insegnamento. Ogni ragazzo ha delle proprie esigenze: una
storia, interessi particolari, tempi diversi d'apprendimento. Oggi gli
insegnanti, nel valutare, si basano implicitamente sullo standard dello studente
`medio': chi sta sotto `va male', chi sta sopra `va bene'. È ora di chiedersi,
invece, se questo modo di procedere non sia profondamente ingiusto, nella misura
in cui `condanna' una parte consistente di studenti ad essere normalmente
`somari'. La didattica modulare — e passo alla sua seconda caratteristica
positiva — permette, invece, con più facilità il recupero di eventuali
insuccessi scolastici (o, al contrario, la valorizzazione delle eccellenze).
Infatti, invece di continuare ad utilizzare lo strumento inefficace e
anacronistico della bocciatura, sarebbe molto più utile che il ragazzo
`ripetesse' i moduli (perché magari bisognoso di tempi più lunghi
d'apprendimento) in cui è stato giudicato insufficiente e, invece, proceda con
gli altri. Alla fine dell'itinerario scolastico, la scuola certificherà il
grado delle competenze raggiunto in ogni ambito disciplinare. In questo quadro,
non solo non è assurdo che si preveda flessibilità curriculare tra le scuole
(i curriculi si articoleranno in una quota nazionale, che varia dal 75% all'80%,
ed in una locale gestita dalle scuole), ma è auspicabile che all'interno delle
singole scuole si offrano agli studenti percorsi differenziati. Per fare un
esempio, in una classe in cui sono presenti degli immigrati, non è assurdo che,
mentre questi ultimi frequentano ore di potenziamento d'italiano, gli altri
imparino una seconda lingua. «La personalizzazione dei percorsi formativi dovrà
essere calibrata proprio sulla base delle esigenze dei soggetti, dei loro
interessi e dei loro ritmi d'apprendimento. Il rispetto di questa istanza porta
a dire che non necessariamente tutta la quota di competenza delle scuole debba
essere riservata a discipline o attività tradizionalmente intese: una parte
potrà essere destinata ai percorsi individualizzati (di accoglienza, di
orientamento, di riorientamento, di recupero, di approfondimento, di
valorizzazione dei livelli di eccellenza) non sempre riconducibili ad attività
e insegnamenti disciplinari». Porre l'accento sulla modularità, pertanto, non
significa relegare i contenuti a margine dell'insegnamento e buttare alle
ortiche il `programma', bensì superare la visione prettamente `contenutistica'
a favore di un'idea di scuola in cui divenga centrale la complessità
dell'apprendimento. Infatti, se compito della Repubblica, come suona l'art.3
della Costituzione, è rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo
della persona umana, se, pertanto, la democrazia è anche, e forse soprattutto,
tutela delle diversità, la riforma della scuola non può non prendere atto che,
come non si dà un Sapere in astratto, così non esiste lo Studente. Esistono
sempre e solo saperi e studenti, nella loro complessità. Utilizzando uno
slogan, se il problema della scuola di massa era dare un'istruzione (almeno
minima: leggere, scrivere e far di conto) uguale per tutti, quello della scuola
odierna è offrire ad ognuno la sua istruzione. «La strada da noi scelta –
afferma Luigi Berlinguer – è la valorizzazione delle attitudini di ogni
alunno: non la scuola per tutti, ma la scuola per ognuno, che è diverso»3. E'
qui che la flessibilità – intesa sia come capacità della scuola di adattarsi
alla «pluralità delle intelligenze» (Gardner), sia come attitudine dello
studente ad orientarsi nella complessità del sapere – trova un suo profondo
ed imprescindibile significato.
All'ottica di una maggiore democratizzazione della scuola va ascritta anche
l'esigenza di semplificare il sistema scolastico. A tal fine, un primo
importante passo riguarda ancora il livello organizzativo-didattico. Ammesso che
la scuola dei curriculi non possa più «inseguire l'accumulazione delle
conoscenze», ma che «occorra predisporsi a un diverso modo di articolare i
programmi che parta da argomenti essenziali intorno ai quali costruire i
curriculi», è del tutto condivisibile l'idea di porre un limite al monte
orario annuale (che non dovrà superare le 1000 ore complessive, vale a dire 5
ore per 6 giorni alla settimana, su un totale di 33 settimane). La minore quota
oraria dovrà, comunque, coniugarsi con una minore dispersione disciplinare e
una maggiore organizzazione del sapere, onde evitare quell'espansione
incontrollata delle informazioni preludio – come ci ha ultimamente ammonito
Edgar Morin – di una nuova Babele4. Se è vero, inoltre, che la scuola «ha
finito per diventare un impianto caratterizzato da una evidente discontinuità,
sicché oggi le scuole materna, elementare, media e superiore non sono collegate
fra di loro; gli indirizzi della superiore rimangono profondamente divaricati»,
non è a priori sbagliato eliminare il «salto» tra scuola elementare e media e
ipotizzare un'unica scuola di base. Pur non essendo ciò di per sé condizione
sufficiente per garantire un miglioramento nel percorso scolastico, è indubbio,
però, che così facendo si possa più agevolmente creare il quadro per
realizzare una maggiore continuità negli studi, evitando frammentarietà e
ripetizioni. Allo stesso fine di semplificazione concorre il proposito di
ridurre il numero di indirizzi nella scuola secondaria, abbinato all'intenzione
di eliminare quelli di «tipo fortemente settoriale e territoriale» e di
arrivare ad una generale «liceizzazione». A tale proposito, spostare in avanti
(dopo i 18 anni) la professionalizzazione, contribuisce a superare «la storica
dicotomia tra `licei' finalizzati al proseguimento degli studi universitari e
`istituti' finalizzati all'inserimento nel mondo del lavoro», che la cultura di
sinistra ha sempre considerato un residuo, da superare, di possibile
ineguaglianza delle opportunità.
Verso una scuola aziendale Una prima, forte obiezione al processo di riforma è
di natura metodologica. L'impressione è che, fin dal programma con cui la
coalizione dell'Ulivo ha vinto le elezioni del 1996, alla forte esigenza di un
profondo rinnovamento della scuola, non corrispondesse un'idea chiara e precisa
di ciò che si volesse fare. E la cosa è preoccupante, perché è stata proprio
la mancanza di un'idea esplicita di scuola, forte e semplice, a far sì che, in
ultimo, la riforma fosse giustificata con motivazioni quasi esclusivamente
`tecniche', togliendo spazio al necessario ed insostituibile dibattito pubblico
e non coinvolgendo affatto gli insegnanti. Come sempre in questi casi, quando
gli `esperti' surrogano la politica, quando l' `oggettività' sostituisce la
disputa delle idee e le scelte sembrano dettate dalla `necessità' della
situazione più che dal perseguimento d'ideali, si finisce coll'accettare (anche
in modo inconsapevole) il modello ritenuto `naturale', cioè quello
predominante. È qui, appunto, che il `modello aziendale' (e il discorso è
applicabile anche ad aspetti rilevanti della riforma dell'Università) fa il suo
ingresso5. Certo, questo non significa (e sarebbe ingenuo ed ingiusto
affermarlo) che la scuola corra il rischio di essere trasformata in azienda, ma
solo (e non è poco) che alcuni caratteri del `modello aziendale' dominante
hanno rappresentato la cornice ideologica, e perfino linguistica (crediti,
produttività scolastica, certificazione, flessibilità, concorrenza,
valutazione di sistema, standard di qualità, carriera professionale, etc.),
servita a progettare la `nuova' scuola. Tale impressione è confermata dalla
pubblicazione del libro, per molti versi interessante, di Luigi Berlinguer, La
scuola nuova. La difesa appassionata dell'operato del Governo, il ribadire la
necessità e le ragioni del porre in atto un processo di riforma della scuola e
la chiarificazione del suo disegno complessivo, relegano sullo sfondo, come
orizzonte naturale ed inespresso, il paradigma che è servito da architettura
della nuova scuola: il modello aziendale. Evidentemente, non si tratta di una
semplice svista: per Berlinguer e per i suoi `esperti' si trattava di assumere
un `dato', che non valeva la pena d'essere discusso.
Si consideri la didattica modulare. Il modulo può essere definito come un'unità
didattica omogenea che si propone di raggiungere obiettivi certificabili. Per
sua natura ogni modulo si raccorda, in verticale, con altri moduli, secondo un
percorso didattico sequenziale e, in orizzontale, con moduli di altri percorsi
didattici, di cui rappresenta il naturale complemento. Condizione essenziale del
modulo è che sia progettato in maniera da poterne valutare con certezza il
raggiungimento degli obiettivi. E' da tale valutazione, infatti, che dipende la
certificabilità delle competenze raggiunte e, quindi, la possibilità di
accedere a moduli successivi, di iscriversi in altre scuole, di spendere il
titolo nel mercato del lavoro, etc. Presupposto essenziale di tale discorso, è
che il sapere debba e possa essere misurato con precisione, affinché esso
diventi capitale spendibile. Il sistema dei debiti e dei crediti scolastici, l'intercambiabilità
di competenze acquisite in contesti diversi (ad esempio l'interscambio tra
scuola, formazione e lavoro) non sono che la logica conseguenza di tutto ciò.
Le origini di questa `taylorizzazione' dell'insegnamento sono note. Le troviamo
nel paradigma behaviorista (l' `istruzione programmata', le teaching machines di
Skinner, vale a dire il modello stimolo-risposta, rinforzo, acquisizione per
prove ed errori) e in quello cognitivista/cibernetico (input-output,
trasmissione di informazioni, feed-back). Il modello prevalente di conoscenza
che ne è risultato prevede la segmentazione del processo conoscitivo in unità
sempre minori, strutturalmente traducibili e assimilabili al procedimento e al
linguaggio algoritmico delle macchine. Ci troviamo di fronte, per utilizzare
un'espressione di Marcello Cini, ad un «riduzionismo sistemico»6, ad una
variante del vecchio riduzionismo meccanicistico cartesiano, in cui la realtà,
complessa ed irriducibile, paragonata al funzionamento del computer, è
semplificata arbitrariamente. Sono evidenti i pericoli di un tale atteggiamento
— che accomunano la riforma della scuola e quella dell'Università —
derivanti, innanzitutto, dall'ingenuità di credere che la misurabilità del
sapere sia neutrale rispetto al sapere stesso. In realtà, l'idea di misurabilità
introduce una trasformazione del sapere che riguarda i metodi, i contenuti e i
fini dell'insegnamento. Qui trova piena manifestazione il «pregiudizio ottuso
che, contro ogni evidenza, ritiene di poter omologare la durata e il ritmo del
lavoro di apprendimento al tempo calcolabile del lavoro di fabbrica»7. Non è
assurdo prospettare, inoltre, la possibilità che il risalto posto sulla
certificabilità del sapere, sulla sua `spendibilità' — e qui è evidente il
rapporto tra `riduzionismo sistemico' e capitalismo — trasformi l'istruzione
in merce e la scuola in un luogo particolare di produzione di valore aggiunto.
Tale trasformazione è tutta iscritta nell'ascesa del capitalismo cognitivo a
paradigma universale della produzione di merci: la diminuzione della conoscenza
a mezzo di calcolo e di controllo tecnico «ha forzatamente ridotto la
complessità (varietà, variabilità, indeterminazione) dell'ambiente naturale,
dell'organismo biologico, della mente pensante e della cultura sociale alla
misura tollerata dalla fabbrica industriale»8. Tale sospetto non può che
aumentare nel momento in cui l'autonomia delle scuole viene interpretata come
concorrenza o competizione. In tale logica è difficile non pensare che le
scuole, pur di accapparrarsi `clienti', si vedano, da un lato, costrette ad
organizzare corsi, corsetti e corsettini all'ultima moda che diano lustro
all'immagine dell'Istituto e lo mantengano `sul mercato' e, dall'altro, a
cercare finanziamenti privati per potenziare `l'offerta formativa'.
Molte delle critiche piovute sulla riforma sottolineano il pericolo che la
`scuola delle competenze', ponendo l'accento sul `saper fare' a scapito del
`sapere', rappresenti una grave dequalificazione dell'insegnamento. I contenuti,
sempre più `minimi' — «è necessario operare un forte alleggerimento dei
contenuti disciplinari», è scritto nella relazione finale della `commissione
dei saggi» istituita dal governo Prodi — alla fine tenderebbero a scomparire,
portando a compimento quel processo di `deconcettualizzazione' dei saperi già
in atto da tempo. Sono critiche che, indubbiamente, colgono nel segno,
soprattutto quando individuano la radice del problema nell'ingenua imitazione,
sostenuta per lo più dalle frotte di psico-pedagogisti che pullulano nelle
stanze ministeriali, del `modello americano'9. Tale sottocultura pedagogica (con
le dovute eccezioni) tende a fare della didattica una scienza autonoma,
scambiando i mezzi dell'insegnamento con il fine. Il `didatticismo'
(l'invenzione di nuove e più perfezionate tassonomie e griglie di valutazione;
la fede dogmatica nell'opera salvifica delle nuove tecnologie; la ricerca di
obiettivi didattici sempre più raffinati) sembra essere divenuto il passatempo
preferito di `esperti' scolastici ed ispettori ministeriali, che debbono pur
giustificare i loro lauti compensi. Per smentire tale atteggiamento, non c'è
bisogno di scomodare Giovanni Gentile e la sua teoria dell'inesistenza ed
inefficacia del metodo slegato dall'atto concreto dell'insegnamento. L'assurdità
del didatticismo, infatti, è sufficientemente dimostrata dall'evoluzione
culturale di colui che, più di tutti, (forse in una recezione non del tutto
giustificata) ha contribuito in Italia a crearne il mito, Jerome Bruner. Basta
prendere una delle sue più recenti e significative opere10, per accorgersi di
quali sia la distanza con cui, oggi, Bruner affronta i problemi educativi
rispetto all'impostazione cognitivista degli anni Sessanta. La psicologia
cognitiva viene sostituita dalla psicologia culturale; la teoria computazionale
della mente da una visione culturalistica; la spiegazione naturalistica dalla
comprensione ermeneutica.; l'elaborazione delle informazioni dalla ricerca
intersoggettiva dei significati; l'addestramento dal dialogo socratico. Per fare
solo una citazione: «l'educazione non è semplicemente una questione tecnica di
buona gestione dell'elaborazione delle informazioni, né si può limitare
all'applicazione di `teorie del'apprendimento' o all'impiego dei risultati di un
`test delle prestazioni' centrato sul soggetto. È invece un'attività
complessa, che si propone di adattare una cultura alle esigenze dei suoi membri
e di adattare i suoi membri e i loro modi di conoscere alle esigenze della
cultura» (p.56). A quanto pare, non sembra che in molti, in Italia, si siano
accorti di tale evoluzione. Per contro, coloro che si oppongono al prevalere
ingiustificato del didatticismo, non sempre riconoscono il ruolo genuino ed
imprescindibile della didattica – trovare i mezzi e le forme affinché tutti,
attraverso la trasmissione di contenuti, possano scoprire le proprie capacità e
acquisire le competenze necessarie a diventare buoni cittadini. La logica
conseguenza, per qualcuno, è buttare a mare la didattica e far finta che non
esista un problema legato al modo di trasmissione della conoscenza. Il
risultato, inevitabile, è il ritorno alla vecchia scuola `selettiva', vista
come l'unica possibilità di recuperare la genuina qualità dell'insegnamento11.
Un'importante occasione persa dal centro-sinistra è stata quella di non aver
avuto il coraggio di portare l'obbligo scolastico a 18 anni. Si è scelto,
invece, di rendere obbligatorie, fino al diciottesimo anno, attività formative
che possono essere svolte nel sistema della formazione professionale di
competenza regionale o nell'esercizio dell'apprendistato (L. 144/99, art.68). È
strano che, in un contesto produttivo in cui si richiede sempre meno lavoro
materiale e sempre più `cultura generale' – «serve più cultura intesa in
senso generale, serve una padronanza più alta dell'insieme dei processi» - si
creda che la formazione professionale e, addirittura, l'apprendistato possano
essere equivalenti all'istruzione scolastica. Difficilmente applicabile, d'altra
parte, è l'intenzione di garantire, attraverso la certificazione dei crediti,
«la mobilità tra scuola e formazione professionale, nonché la ripresa di
studi eventualmente interrotti». Il sospetto, invece, è che, da un lato, si
continui ad avallare la `selezione naturale' (di classe, censo o ceto che sia)
fra chi `continua' e chi `smette' e, dall'altro, ancora una volta, si procuri
alle aziende manovalanza a buon mercato. Di ben altro spessore, piuttosto,
sarebbe stata una riforma che avesse stabilito il principio che, finalmente,
nella nostra società `sviluppata', non c'è più bisogno di lavoratori al di
sotto dei diciotto anni. Almeno fino a quell'età, assicurato il reale diritto
all'istruzione (gratutità dei libri di testo, esonero dalle tasse scolastiche,
borse di studio, etc.), a tutti indifferentemente lo Stato garantisce
l'occasione, attraverso lo studio, di crescere umanamente, civilmente e
culturalmente.
note:
1 Sulla questione della parità scolastica, rimando ad un mio
precedente intervento pubblicato su questa rivista (14, febbraio 2001).
2 Le citazioni, a meno di ulteriori precisazioni, si riferiscono al
Programma di attuazione della riforma dei cicli scolastici redatto dal ministro
De Mauro e presentato in Parlamento il 13 novembre 2000.
3 La scuola nuova, Laterza, p.28.
4 La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del
pensiero, Cortina, Milano 2000.
5 A tale proposito è d'obbligo leggersi le belle pagine scritte da
Massimo Bontempelli (L'agonia della scuola italiana, Editrice Crt, Pistoia,
2000, pp.35 ss.).
6 Un paradiso perduto. Dall'universo delle leggi naturali al mondo
dei processi evolutivi, Feltrinelli, 1998, p.268.
7 F.Piperno, Come dimorare tra le rovine. 18 tesi e 4 proposte
sulla riforma dell'Università, in «Derive/Approdi», 19, 2000.
8 E.Rullani, Il capitalismo cognitivo: del déjà vu?, in «Posse»,
2/3, 2001.
9 L.Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola?,
Feltrinelli, 2000.
10 La cultura dell'educazione. Nuovi orizzonti per la scuola,
Feltrinelli, 2001.
11 È quello che sembra prospettare lo stesso Lucio Russo (cfr. S.
Fiori Siamo contro la scuola fai-da-te, «la Repubblica», 1 marzo 2001).
La Rivista del manifesto
numero
20
settembre 2001
L'assalto alla scuola pubblica
TRA BERLINGUER E MORATTI
Scipione Semeraro
Il nuovo
governo della destra, con una triangolazione significativa, Economia (Tremonti),
Cultura (Sgarbi), Istruzione (Moratti), è impegnato in un'opera attiva di
`damnatio memoriae' del passato governo. Per stare alla scuola, l'abolizione
della riforma dei cicli scolastici, il sostegno al buono-scuola delle regioni,
il rimescolamento dei provvedimenti per gli insegnanti precari a vantaggio di
quelli delle scuole private e la prospettiva della chiamata dei professori da
parte dei presidi sono i segni premonitori di quello che accadrà nella scuola.
Il ministro Moratti intende raggiungere lo scopo di demolire le scelte del
precedente governo, segnando un vistoso momento di discontinuità e nello stesso
tempo vuole inserirsi in un processo, vivo da tempo soprattutto tra gli
insegnanti, di profondo dissenso verso la scuola del centro-sinistra. Lo fa
anche utilizzando la divisione dei sindacati della scuola e le contraddizioni
politiche e culturali dell'opposizione.
Il passato governo lascia la nave della scuola pubblica gravata da falle
irreparabili, lascia anche un campo ampio di contraddizioni che rende difficile
riorganizzare un'opposizione efficace alla destra.
Anche la Cgil, scegliendo di difendere le scelte passate, pensa di fare
opposizione alla destra tagliando il ramo su cui dovrebbe appoggiarsi: il
rapporto difficile ma necessario con i settori più critici degli insegnanti. Se
nella vicenda dei metalmeccanici la rottura tra i sindacati porta la Cgil a un
rapporto positivo con i lavoratori, le scelte sulla scuola non solo dividono i
sindacati ma creano ulteriori e forti contraddizioni con la parte più attiva
degli insegnanti.
Gli aspetti inaccettabili della riforma della scuola di base erano tanti:
soprattutto la riduzione della scolarità di base di un anno. Una scuola dai 5
ai 17 anni riduceva di fatto in termini assoluti la quantità di scuola pubblica
e il numero assoluto degli insegnanti e degli studenti. Una scuola più `breve'
rispondeva, si è sostenuto, al bisogno di un allineamento alle scuole europee;
nella sostanza si mirava alla riduzione della spesa pubblica e all'avvio di un
sistema misto, integrato, tra scuola pubblica e privata. Per stare solo alla
scuola di base, la riforma, oltre l'aspetto quantitativo, mutava la natura dei
cicli con un'ispirazione pedagogica assai discutibile. Le forme diverse
dell'apprendimento infantile e adolescenziale dovevano essere la guida per il
cambiamento. Bisognava ricercare un nuovo equilibrio tra la scuola elementare,
caratterizzata dall'unitarietà della didattica e dal tempo pieno, e la scuola
media che invece ereditava la struttura disciplinare tipica della scuola
secondaria. La buona tradizione della scuola elementare italiana e le esperienze
di tempo pieno, messe a rischio e poi travolte, hanno prodotto il primo forte
rifiuto delle scelte del governo. I contenuti culturali assai discutibili hanno
fatto il resto. La modifica della ciclicità dei programmi poteva costituire
l'occasione di un'opportuna riflessione sulle metodologie d'insegnamento se non
fosse stata `disincarnata' dalla modalità concreta dell'apprendimento. La
scelta dell'insegnamento della storia in progressione lineare e senza
l'opportuno riferimento alla diversa capacità di apprendimento dei bambini e
degli adolescenti costituisce una prova, tra tante, del pasticcio.
La sospensione della riforma azzera tutto. I tanti che l'hanno avversata
incassano, della Cgil invece abbiamo già detto. Un fronte contro le future
politiche privatizzanti della destra diventa ovviamente più difficile, l'eredità
è davvero avvelenata.
La destra delle tre `i', internet, impresa, inglese, può dunque ora accingersi
alla sua opera. Con quali intenzioni?
Un documento pubblicato dalla rivista «Liberal» (1999), assai interessante e
rivelatore, un vero manifesto politico sulla scuola, ci aiuta a capire. Le firme
sono prestigiose: Moratti, Romiti, Cipolletta, Martino, Adornato, Antiseri,
Marcegaglia, Panebianco, Tronchetti Provera e altri. Indulgo sull'elenco dei
firmatari perché le firme collocano il manifesto in una cultura e in
un'intenzione inequivocabile.
Scuola libera! (sic) Appunti per la nascita di un movimento.
S'intende (a differenza del centro-sinistra) abbandonare il terreno meramente
ordinamentale della riforma, si vuole indicare il quadro dei `valori' e i
soggetti per una nuova cultura scolastica.
Libertà della scuola pubblica e privata, insegnanti liberi professionisti, fine
del monopolio statale. I soggetti di queste libertà dovrebbero essere
insegnanti e famiglie. Il quadro di riferimento del manifesto è l'idea di
sviluppo: «La globalizzazione economica richiede standard sempre più elevati
di preparazione per ogni tipo di lavoro e professione. Dovremo stare sempre 50
metri più avanti rispetto agli altri nel campo dell'innovazioneàUna scuola in
cui gli istituti siano indotti ad un'emulazione per proporre la migliore offerta
formativa possibile».
Lo Stato, come ha privatizzato le aziende pubbliche, così deve ritrarsi dalla
gestione delle scuole, per via della sua inefficienza e della burocratizzazione,
ma in fondo, in via di principio, solo perché emulazione e mercato garantiscono
meglio la modernizzazione. Per realizzare tutto ciò bisogna spingere fino in
fondo la pari dignità tra scuole pubbliche e private, bisogna abolire il valore
legale dei titoli di studio, riconoscere una somma utile per la spesa scolastica
per ogni cittadino e renderla disponibile alle famiglie. Gli insegnanti saranno
soggetti di questa diversificazione, anche costituendosi in cooperative e
associazioni capaci di intraprendere iniziative di scuole non statali.
Modernizzazione e decentramento produttivo trovano un riferimento essenziale
nella famiglia che è il vero committente-cliente dell'impresa scuola. Infine
anche «l'impresa deve trovare proficuo e vantaggioso investire nella scuola. Da
questo punto di vista gli Stati Uniti possono insegnarci qualcosa».
Dal governo, nei prossimi mesi, dobbiamo aspettarci queste realizzazioni.
Quest'ottica muta profondamente la ragione stessa della scuola repubblicana. Non
più istituzione dello Stato tesa a rimuovere le disuguaglianze culturali, ma
meccanismo regolato dal mercato, determinato dalla disponibilità del reddito e,
al più, con le compensazioni `compassionevoli' per i più deboli. Il
riferimento agli Stati Uniti è rivelatore di un'impostazione più generale
della destra al governo: liberismo senza limiti e correzione `caritatevole'
delle contraddizioni sociali più acute. La scuola repubblicana è assimilata ad
inefficienza e burocrazia, che ne hanno certamente costituito un tratto
rilevante in passato, ed è risolta in un nuovo quadro di valori e di
comportamenti.
Un progetto da opporre a questa visione è necessario, un soggetto politico e
sociale fa difficoltà a costituirsi. Basta recriminare verso le scelte
insensate del governo di centro-sinistra? Ovviamente no, anche se l'effetto
distruttivo di quelle scelte è evidente. Le riforme si muovevano in un
orizzonte di modernizzazione capitalistica su cui è facile per la destra
inserirsi proficuamente e con spirito fondamentalista portarle a esiti estremi.
La subalternità alle scelte economiche, la finalizzazione dell'istruzione
all'impresa, il sistema integrato pubblico-privato, l'aziendalizzazione delle
scuole sono state ampiamente praticate dai governi di centro-sinistra. Eppure la
resistenza degli insegnanti, una sempre più diffusa opposizione nelle scuole e
nelle università tra gli studenti, in termini di senso comune, anche se non
sempre in termini politici e di lotta, ci inducono a un relativo ottimismo. La
contestazione delle riforme di Berlinguer ha segnato una crisi delle strategie
liberiste di modernizzazione. Oggi il movimento antiglobalizzazione aiuta una
ridiscussione radicale del ruolo della formazione e dei processi di
privatizzazione della scuola. Porre l'autonomia della formazione delle persone
come valore in sé era ed è il riferimento non solo per una resistenza, ma la
percezione sempre più diffusa che mercato e impresa sono contrari a una
formazione ricca, paritaria, emancipativa. Competizione ed emulazione non
liberano il lavoro degli insegnanti dalla marginalità e dall'umiliazione, ma
infettano i comportamenti di elementi corporativi e mercantili.
Pensare l'alternativa in termini di contenuti culturali e di soggettività
politica è la sfida che ci sta davanti. Non solo di cambiamenti gestionali
aveva bisogno la scuola ma di è la sfida che ci sta davanti. Non solo di
cambiamenti gestionali aveva bisogno la scuola ma di una rimotivazione politica
e sociale. La destra coglie questo dato e impone il suo quadro strategico. Si
tratta ora di fare fronte comune contro la destra rimanendo nel quadro delle
scelte operate dal centro-sinistra? Si tratta solo di risolvere l'ambiguità
delle riforme? Oppure è necessario riorganizzare un quadro di opposizione
culturale e politica, fuori dello schema della funzionalizzazione alla
flessibilità e al mutamento dei lavori e dei mercati? Sarà facile per la
destra affermarsi se non si provvede, tutti, per quanto riguarda la scuola, a
una riconsiderazione critica dei simboli, dei contenuti e dei linguaggi, segnati
finora da una fastidiosa retorica del `nuovo', senza considerare che spesso il
nuovo non è necessariamente il giusto e il desiderabile. Anzi, se si guarda
proprio alla scuola degli Usa nel suo insieme, non è neppure detto che il
`nuovo' riesca a conseguire i suoi stessi obiettivi.
La Rivista del manifesto
numero
25
febbraio 2002
Sommario
La scuola della destra
MISFATTI MORATTI
Scipione Semeraro
La scuola
affronta i suoi problemi in uno scenario nuovo. Tra mille contraddizioni e
incertezze, e soprattutto dopo il grande flop degli `Stati generali', incalzano
le proposte e le iniziative del governo della destra. Acquisito il primo
obiettivo di azzerare la riforma del centro-sinistra, la destra pone mano a una
sua riforma organica degli ordinamenti scolastici. Gli studenti, d'altro lato,
hanno contrastato diffusamente ed efficacemente il progetto del governo in un
contesto che è stato segnato dalle vicende del `movimento dei movimenti', che
ha cambiato forme espressive, modi di rapportarsi alle questioni e ha posto
accenti politici nuovi, rispetto al passato, alle lotte per la scuola. Il
governo ha giocato esplicitamente le sue carte: prima con il Documento
programmatico, poi con la pubblicazione dei risultati dell'indagine della
`Commissione Bertagna', ora con la proposta `sintetica' finale della stessa
Commissione e infine con la presentazione di un disegno di legge, arenato però
nelle secche dello stesso Consiglio dei ministri. Non è stata certo una fase
solo d'indagine e di proposta, o come sostiene il ministro, di ascolto, ma si è
via via configurato un contesto politico in cui soprattutto le Regioni hanno
spinto verso la svolta con la campagna dei `buoni scuola' e che ora tornano in
campo con l'ipotesi di gestire tutto il settore della formazione professionale,
il nuovo canale del sistema previsto dal progetto. Questo complesso panorama va
indagato non cedendo alla semplificazione della denuncia della `controriforma',
ma cogliendo l'oggi come una fase nuova e nello stesso tempo in continuità con
un processo, non solo italiano, di cambiamento del sistema formativo, avviato già
da qualche decennio.
Se dovessimo indicare una periodizzazione, dovremmo guardare alla stagione delle
proposte di modernizzazione della scuola, aperta dalla crisi dei sistemi
formativi degli anni sessanta e settanta, e che sicuramente ebbe un avvio con il
grido di allarme, negli Stati Uniti, del Rapporto Gardner del 19811.
In questo senso il nuovo progetto di riforma della destra è in continuità con
una ricerca di modernizzazione del sistema formativo, tra crisi perdurante della
scolarità di massa e crisi-mutamento della società e della produzione fordista.
Certo oggi la modernizzazione si arricchisce di temi tipici della cultura della
destra italiana, ultraliberismo, populismo e familismo, mistica e retorica
dell'impresa.
La ricreazione è finita Nel 1986 Norberto Bottani pubblicava un libro di
successo: La ricreazione è finita. Dibattito sulla qualità dell'istruzione2.
Bottani è oggi tra i collaboratori della `Relazione Bertagna'3. Ci sembra utile
notarlo, perché se è vero che nella scuola la ricreazione è da tempo finita,
la scuola non pare si sia ripresa dalla sua crisi. Bottani, e quanti come lui
hanno lavorato alle riforme scolastiche, appartiene a un filone di ricerca
tecnocratica, sviluppatasi tra le istituzioni dell'Ocse e dell'Unione europea,
con varie stagioni di successo culturale e politico. Si è puntato tutto sulla
riforma degli ordinamenti e sulla concezione della `scuola come organizzazione'
al fine di indurre efficaci cambiamenti. Si è cercato di produrre sistemi
formativi capaci di viaggiare a due marce, una adatta al mercato tradizionale
fordista, per estensione e rilievo economico ancora ampiamente presente in
Europa ed evoluzioni in senso postfordista. Questa linea tecnocratica, con
varianti interessanti che hanno sottolineato, oltre alla necessità di una
riforma `sistemica' degli ordinamenti, anche l'attivazione della risorsa docente
come leva del mutamento, ha costituito e costituisce il punto di riferimento
predominante delle politiche formative in Europa, ieri e oggi. Quest'ispirazione
di fondo ha mosso sia le scelte dei governi socialdemocratici che le riforme dei
governi moderati e di destra in Europa. Siamo cioè nel contesto di una
progressiva strategia di contenimento delle spese dell'istruzione, di riduzione
drastica dell'impegno statale verso la scuola, in direzione di un vero e proprio
sistema misto pubblico-privato dell'istruzione, in cui la stessa scuola di Stato
deve farsi organizzazione d'impresa per reggere la sfida nelle nazioni a rischio
formativo.
Non si può dire, a distanza di quasi due decenni, che la lezione, dopo la
ricreazione (l'illusione degli studenti di cambiare la scuola?), sia ripresa.
L'ipotesi di modernizzazione neoliberista non funziona.
In questo quadro non vorrei che si perdesse di vista l'enorme distanza tra le
forme che le politiche di modernizzazione hanno avuto in Europa: l'ipotesi
Cresson, la riforma Berlinguer, la riforma Moratti oggi, sono contesti
ampiamente e qualitativamente differenti. Quello che si vuol sostenere è però
che appartengono in qualche modo allo stesso orizzonte di analisi della società
e del ruolo della scuola in essa. La riforma è stata intesa prevalentemente
come riforma degli ordinamenti e dei `cicli scolastici'. Tale riordino avrebbe
dovuto muoversi verso l'omogeneizzazione-armonizzazione europea, giocando la
riforma organizzativa come il grande regolatore tra i comportamenti delle
giovani generazioni, la cultura e il mercato del lavoro. Ne consegue che, con
vari accenti, la riforma è generalmente considerata come adattamento al modello
di sviluppo, articolazione e nello stesso tempo leva dello stesso sviluppo
economico. I cicli vogliono ridisegnare le scuole nazionali con una forte
astrazione dalle specifiche storie dei sistemi formativi e soprattutto a
prescindere dai modelli culturali che riempiono di contenuto i ritmi della
scolarità nei singoli Stati. Inoltre le riforme prendono spunto e luce
dall'unico tessuto connettivo delle società dell'Occidente e in specie di
quella europea, la dinamica dei mercati e la composizione del mercato del
lavoro. Si potrebbe dire che conta più il mercato comune che l'individuazione
di un patrimonio culturale comune europeo, se esiste, come fondativo di una
scuola tendenzialmente armonizzata.
Non si vuole certo sottovalutare l'importanza di una modifica degli ordinamenti
di una scuola qualitativamente più avanzata. Si vuole solo sostenere che la
qualità scolastica si misura principalmente sul rilievo che i contenuti del
sapere trasmesso assumono nello schema dei tempi di vita di una persona in
formazione, sulla qualità culturale dei contenuti e soprattutto sul modo in cui
i bisogni culturali delle nuove generazioni riescono a mettersi in relazione con
il patrimonio culturale e professionale del corpo docente. Codignola sosteneva,
a ragione, che gran parte della riforma della scuola consiste nella riforma dei
contenuti dell'insegnamento e in quella della pratica degli insegnanti. La
struttura e gli ordinamenti della scuola sono mezzi e non fini, devono
configurare luoghi, tempi e strumenti della relazione educativa. La domanda
quindi è se l'organizzazione dei tempi e delle forme organizzative agevola o
meno una relazione comunicativa tra gli universi culturali dei docenti e degli
studenti, se cioè lo statuto delle scienze e dei linguaggi nella nostra epoca
trova un paradigma di trasmissibilità adatto ed efficace nella pratica
didattica organizzata. Quest'aspetto concreto del fare cultura a scuola viene
spesso sacrificato a una visione tecnocratica, che si rifà meccanicamente a un
metodo neppure sempre efficace nella produzione di merci: un metodo basato
sull'idea che il mutamento di processo è di per sé un'innovazione di prodotto.
Si tratta di un'idea assolutamente destituita di fondamento nel caso della
scuola, dove l'innovazione di processo e la riforma degli ordinamenti non sono
affatto garanzia di miglioramento della qualità del prodotto. La scuola, come
altre attività culturali e creative, si caratterizza nettamente per essere un
prodotto artigianale, prototipo difficilmente ripetibile in dimensioni seriali e
nello stesso tempo prototipo che democraticamente `deve' rappresentare un'utopia
concreta offerta a tutti.
Le commissioni della riforma La storia delle riforme scolastiche in Italia è
storia di commissioni ministeriali. Solo per ricordarne alcune: la commissione
Brocca, la commissione dei saggi del governo Berlinguer, ora la commissione
Bertagna. Si tratta di un metodo politico, di una relazione specifica tra
pedagogia, intellettuali e politica, si tratta ancor più di una metodologia
della riforma, sempre pensata in senso autocratico e centralistico, dal vertice
politico alla scuola reale.
Incautamente il ministro Moratti ha pensato di consacrare la sua riforma con gli
`Stati generali', organi della corona, che solo la ventura della storia trasformò,
contro chi li aveva usati per lungo tempo come strumento di consenso, in
embrione di nuovi poteri.
Le commissioni per la riforma sono state arene di confronto culturale utile, ma
soprattutto sono statesoggetti creatori di un `neogergo' pedagogico, che poi si
è trasmesso con vari sistemi lungo tutta la linea di comando fino alle scuole e
agli insegnanti. Moduli, debiti e crediti formativi, portfolio delle competenze,
flessibilità e autonomia, conoscenze, capacità: un glossario che spesso ha
creato il senso comune e l'orizzonte della didattica. Le commissioni sono
davvero microcosmi linguistici che svolgono un doppio ruolo: a monte quello di
legittimare le scelte di politica economica scolastica con argomenti pedagogici,
a valle di realizzare un sistema di comunicazione amministrativa (con le
circolari) e di influenza ideologica (con l'aggiornamento e l'adeguamento degli
insegnanti), sempre più esteso e martellante.
Il Documento della Commissione Bertagna4 (d'ora in poi DB) esplicita con
chiarezza le ipotesi politiche già presentate dal ministro Moratti all'inizio
dell'anno scolastico5.
Alcune proposte diverse di modifica degli ordinamenti sono state avanzate nella
sintesi del secondo documento Bertagna6. La scuola dell'infanzia dal percorso
incerto e ancora non definito, la scuola primaria (ora da 5/6 a 11), la scuola
media (da 11 a 14), l'istruzione e la formazione secondaria (da 14 a 17-18
anni)7. In continuità con la riforma Berlinguer la scuola si accorcia di un
anno, inserendo un'opzione assai pasticciata all'ingresso della scuola
elementare. L'opzione di ridurre di un anno la scuola secondaria è caduta nella
seconda versione del documento Bertagna. Le motivazioni delle scelte, via via
contraddittorie, sono molteplici: le pressioni del mondo magistrale;
l'introduzione di un complesso sistema di recupero, ai fini dell'assolvimento
dell'obbligo, dell'anticipazione della scuola dell'infanzia; la conflittualità
degli studenti, e anche, è lecito pensarlo, una diversa composizione delle
rappresentanze politiche e sindacali nei diversi livelli scolastici; la stessa
resistenza nel governo alla riduzione degli anni della scuola secondaria e
all'anticipazione della scuola elementare8. Contraddizioni che infine mettono in
serio dubbio la stessa realizzazione dell'intero progetto Moratti e fanno
pensare ad un nuovo `caso Ruggero'.
Ma il DB va oltre la scansione dell'intero ciclo; al percorso formativo dà un
ritmo biennale, cicli segmentati in snodi di diagnosi dei livelli di
apprendimento conseguiti e di orientamento-indirizzo verso i cicli superiori.
Del documento interessa però soprattutto analizzare la `filosofia' e lo
scenario ideologico, di cui si alimenta peraltro tutta la politica scolastica
della destra.
Il sapere e l'agire tecnico Il nodo più delicato e che davvero riporta indietro
il senso di marcia della riforma della scuola è la scelta strategica di
separare la scuola del sapere dalla scuola del fare. La separazione è totale
persino per quanto riguarda il soggetto istituzionale chiamato a gestire.
L'istruzione rimane compito dello Stato nazionale, la formazione delle Regioni.
Insomma si continua ancora a distinguere la scuola per le élites che si
accingono a ricoprire funzioni intellettuali, e comunque tendenzialmente non
esecutive, e due altri canali, la formazione professionale a tempo pieno e la
formazione in alternanza studio-lavoro per ruoli, via via più subalterni,
esecutivi, poveri, nel mercato del lavoro. Come è evidente, si disegnano tre
itinerari socialmente differenti per destino professionale e per stratificazione
di classe, che in qualche modo tendono ad adattare la formazione alle
contraddizioni del mercato del lavoro, in bilico tra persistenza del modello
fordista e trasformazioni postfordiste. La canalizzazione precoce
paradossalmente introduce elementi di rigidità nella formazione e rende
comunque difficile, in prospettiva, questo governo spericolato del mercato del
lavoro; ma l'ideologia vince sul buon senso. La destra vuole un mercato del
lavoro gerarchicamente ordinato, anche se poi chiede mobilità e flessibilità.
A cui, secondo logica, sarebbe più funzionale una formazione unitaria e
polivalente. Vince invece la vecchia idea classista perché più utile a
ripristinare immediatamente il comando totale sulla forza lavoro.
«Si può ritenere che il fine prioritario dell'istruzione, la sua differenza
specifica, possa collocarsi nel conoscere, nel teorizzare… La formazione,
invece, avrebbe più a che fare col produrre, con l'operare, con il costruire».
(DB, p.12).
E più avanti: «Per l'altro verso, però, istruzione e formazione sono anche
due processi unitari e sempre integrati. Anzitutto, perché non si può
conoscere senza produrre, operare e costruire, e viceversa. Nessuno è in grado
di elaborare theorìa senza techné, e nessuno può produrre nulla se non
concepisce idee e non ha conoscenze da concretizzare. La società globalizzata
della conoscenza, d'altronde, ha esaltato questa connessione e ha reso
inservibili le artificiose separazioni del passato tra sapere e lavoro, tra
istruzione da una parte e istruzione/formazione professionale dall'altra».
Ma questo impianto analitico viene proprio contraddetto dalle scelte che si
vogliono fare. La proposta di riforma presenta una stretta
canalizzazione-separazione tra la scuola del sapere e quella dell'addestramento
al fare. Le scuole dell'istruzione (i licei) preparano a ruoli dirigenziali; la
formazione a ruoli operativi. Mi pare importante individuare in questo punto il
centro culturale e politico della proposta di riforma. In questo nucleo è il
dato di novità e l'elemento controriformatore essenziale che illumina tutto il
progetto che viene avanzato.
La scuola delle famiglie Il contenuto innovativo, il valore aggiunto del governo
di destra, il contributo originale all'assetto tecnocratico della riforma si
riconducono alla riproposizione della centralità della famiglia – e
conseguentemente del ruolo sussidiario dello Stato nella responsabilità
formativa. Il populismo e l'idea caritativa dello Stato sociale della destra qui
è nettamente rintracciabile. La famiglia è il soggetto delle scelte di
orientamento precoce nella canalizzazione scolastica, è soggetto economico
nella destinazione del reddito per `acquistare' la scuola aggiuntiva (Laboratori
extracurricolari), è ancora soggetto d'interlocuzione con gli insegnanti nella
definizione del progetto formativo. La privatizzazione della scuola non è solo
nella scelta di un sistema misto e integrato tra pubblico e privato, nel
finanziamento delle scuole private, ma nella stessa privatizzazione della scuola
pubblica come prolungamento ed estensione del ruolo educativo della comunità
locale e della famiglia, vale a dire nella trasformazione della relazione
didattica da esperienza democratica precoce, per un cittadino giovane, dello
spazio pubblico a relazione determinata dalla famiglia, che chiede/riceve un
prodotto formativo a misura delle attitudini dei figli, presuntivamente innate,
e conforme al suo contesto culturale, riproduttore dei suoi valori sociali. Si
è scritto spesso e a ragione, una scuola a misura di clienti.
La stessa valutazione della condotta degli studenti come credito-debito
formativo è un nodo forte e molto significativo per comprendere come si voglia
riportare i giovani alla condizione di subalternità e minorità rispetto alla
famiglia. Esso segnala la ricerca di un nuovo patto tra la scuola e le famiglie:
queste tornano a essere proprietarie dei loro figli e la scuola, negandosi come
spazio pubblico della cittadinanza, sceglie di ridimensionarsi nel suo ruolo di
istituzione democratica, per divenire strumento subalterno del mercato del
lavoro e articolazione del Welfare familistico.
Risulta così chiara la filigrana della riforma del governo, frutto di in un mix
di opzioni tra i sistemi anglosassoni, (in cui sono rilevanti autonomia e
localismo, il primato della famiglia, il sistema di verifica procedurale
dell'apprendimento, basato su una diagnostica di test d'ingresso e via via
successivi) e i sistemi cosiddetti duali presenti nel sistema tedesco di
istruzione e formazione.
Il sistema duale era – è giusto ricordarlo per riconfermare la relativa
continuità di alcune impostazioni tra centro-sinistra e centro-destra, in
un'ipotesi dello stesso Prodi: un suo interessante e importante saggio del 1993
lo conferma9.
Una teoria dell'apprendimento Il progetto di riforma ha una sua impostazione
epistemologica e pedagogica; importante rilevarla ai fini di una migliore
comprensione delle scelte politiche. Il sistema scolastico è pensato come un
progressivo svilupparsi di tecniche d'individuazione delle attitudini. L'ampio
risalto che si dà all'educazione informale e al ruolo che la socializzazione
precoce e la cultura familiare svolgono nella determinazione del successo
scolastico è punto di analisi corretto, ma poi il sistema proposto rinuncia a
svolgere una funzione attiva di eguagliamento, si prefigge solo il rilevamento
delle attitudini, con una diagnostica descrittiva e preventiva (test d'ingresso
per ogni ciclo) e una certificazione-orientamento verso il successivo destino
formativo (portfolio personale). Insomma la differenza tra gli studenti dei
licei e quelli della formazione professionale si consolida come determinata da
un'inclinazione, da una natura cognitiva personale che va rilevata, forzando
anche il condizionamento familiare, soprattutto attraverso interventi
assistenziali.
Ancora, appare discutibile la concezione psicologica e pedagogica che individua
la primarietà della scuola come una progressiva presa di distanza dal
`naturalismo ingenuo' dei bambini, rispetto alla secondarietà della scuola come
luogo e tempo di acquisizione della scientificità per la comprensione del
mondo, ridotta a capacità di modellizzazione degli oggetti reali e alla loro
matematizzazione.
Un realismo e uno scientismo acritici e pedagogicamente errati quanto può
esserlo al contrario una pedagogia idealistica di stampo gentiliano. Echi di
scientismo si coniugano con impostazioni educative intimistiche e dilatano la
distanza tra la cultura storica umanistica e quella scientifica e tecnica.
La dimensione sociale della conoscenza e l'origine sociale delle diseguaglianze
culturali passano in secondo piano. La vera riforma culturale per una
ricomposizione tra scientificità dell'umanesimo e umanesimo delle scienze si
dissolve in un colpo solo.
La nuova scuola della destra Dunque la riforma della destra ha bisogno, nella
continuità di un processo modernizzante della scuola che sappia adattarsi alla
società neoliberista, di un segno e un marchio di distinzione. Ha bisogno di
marcare una forte discontinuità politica con le riforme del centro-sinistra.
Reinterpretare la riforma tecnocratica degli ordinamenti e dei cicli è il cuore
di questa operazione. Essa introduce una forte componente di retorica
dell'impresa come modello operativo del fare scuola, accentua un allineamento
paritario definitivo tra scuole pubbliche e private, non solo per quanto
riguarda il loro finanziamento, ma come articolazione di un sistema competitivo,
a domanda degli utenti, infine spinge verso la diffusione di scuole di tendenza
culturale omogenea. Modifica il rapporto tra il peso del curricolo unitario e
obbligatorio rispetto ai percorsi opzionali di apprendimento. Riduce di circa
300 ore/anno, a favore dei corsi extracurricolari, il tempo centrale della
scuola, e affida in gran parte l'extracurricolare ai soggetti privati e alle
imprese. La personalizzazione dei percorsi scolastici è per lo più affidata
alle famiglie e/o alle loro contribuzioni economiche. Il familismo è il centro
motore di questo spostamento politico. La centralità dell'insegnamento della
religione cattolica, il riferimento ossessivo nel DB agli insegnanti di
religione, all'insegnamento della religione cattolica fino a porlo come materia
di debito e credito formativo, costituiscono un altro elemento di integralismo
pedagogico. Anche la scelta di affidare la presidenza della Commissione per la
deontologia professionale degli insegnanti al cardinale Tonini è un segno
dell'arroganza con cui si vuole colpire la base stessa della laicità della
scuola.
La divisione classista tra scuole dell'istruzione e del sapere e scuole della
formazione professionale e del fare/operare sono l'altro elemento essenziale e
caratterizzante. Voglio ribadire che si assumono con questa scelta due principi
regolatori che si cristallizzano separatamente: scuole dell'eredità culturale
(i licei), e scuole per il mercato del lavoro (la formazione professionale).
Il determinismo sociale che anima la proposta di riforma si fonda sulla
naturalità delle attitudini, sull'ideologia delle pari opportunità che si
offrono al lavoro intellettuale e al lavoro manuale, sull'ideologia delle pari
possibilità di successo per tutti. Naturalmente, come ogni mito, questa
ideologia ha bisogno di un santo, anche il DB ce ne ricorda uno: Natale
Cappellaro10 . Non è questo poi il governo presieduto da un self made man?
Ampia materia di contrasto politico e culturale ci viene da quest'iniziativa del
governo. Una cultura comune dell'opposizione alla destra non è data. Il
centro-sinistra non rimette in discussione le sue scelte passate; sui problemi
formativi è stata impossibile una linea comune di governo, ancora più
difficile appare una linea comune d'opposizione.
Il terreno possibile di un'iniziativa politica deve ripartire da una
ridefinizione della scuola in senso unitario, una scuola compiutamente
istruttiva e formativa per tutti i giovani, obbligatoria fino al completamento
del ciclo secondario. Bisogna pensare alla scuola come a uno spazio idealmente
sottratto alla realtà delle diseguaglianze presenti, un luogo in cui ci
s'immagina eguali e si pretende che vengano offerti strumenti per l'eguaglianza.
Sarà necessario andare oltre la stessa concezione della scuola delle pari
opportunità che suppongono un'idea passiva, notarile e statica dei diritti. Una
scuola della repubblica deve invece rimuovere, o almeno cercare attivamente di
rimuovere, le differenze che vengono dal ceto, dalla classe, dal reddito da cui
i giovani provengono. La privatizzazione della scuola va in senso inverso a
questa prospettiva.
Unitarietà della scuola non vuol dire ovviamente uniformità. Qui entra con
prepotenza la questione dell'asse culturale. E cioè di un'ipotesi di cultura
funzionale prima di tutto alla crescita del pensiero critico personale,
all'acquisizione di strumenti della memoria per comprendere il presente,
all'apprendimento critico della scienza e degli strumenti tecnici, non come dati
per sempre e appartenenti all'ordine naturale delle cose, ma come simboli tra i
più significativi dell'origine sociale e storica di tutte le forme di
conoscenze e dell'operare che l'umanità ha conosciuto. Con quest'ispirazione
culturale c'è bisogno di tempi lenti e ricorsivi per l'insegnare e l'imparare,
certo lungo tutta la vita umana, non solo come condizione transitoria
dell'infanzia e dell'adolescenza. Può sembrare paradossale proporre questo tema
in presenza di un andamento restauratore delle politiche scolastiche; ma
dovremmo forse essere realistici?
Sono tali e tante le povertà culturali di cui si alimenta la vita sociale, a
tal punto viene frustrata la conoscenza acquisita rispetto al reale uso che del
sapere si fa nei lavori, da apparire sempre più evidente che la radicalità dei
mutamenti è anche il processo più realistico possibile.
note:
1 P.Gardner, A Nation at Risk: the Imperative for Educational
Reform, Washington, 1983.
2 N. Bottani, La ricreazione è finita. Dibattito sulla qualità
dell'istruzione, Bologna Il Mulino, 1986.
3 Il Gruppo ristretto di lavoro è costituito da G. Bertagna, N.
Bottani, G. Chiosso, M. Colasanti, S. Tagliagambe.
4 Rapporto finale del Gruppo ristretto di lavoro costituito con
D.m. 18 luglio 2001, n.672. Roma, 28 novembre 2001.
5 Dichiarazioni programmatiche del ministro Letizia Moratti.
6 Gruppo di lavoro su Sintesi dei lavori e Raccomandazioni per
l'attuazione della Riforma, 14 dicembre 2001.
7 Grafico intitolato Una scuola per crescere. Allegato al DB.
8 Sulle resistenze all'anticipazione della scuola elementare a
cinque anni così commenta «Tuttoscuola News» (n. 33): «L'altolà che è
venuto da esponenti della maggioranza alla proposta Moratti potrebbe avere anche
ragioni più concrete. Già oggi infatti vi sono anticipazioni di fatto
dell'obbligo grazie alla primina organizzata dalle scuole materne private,
prevalentemente cattoliche, soprattutto del Sud (per i dati vedi «Tuttoscuola
News» n. 32;
). Ogni anno si avvalgono di questa scorciatoia circa 290.000 bambini. E la
primina, oggi esclusiva prerogativa delle private, fa richiamo e business: si può
stimare in almeno 700 miliardi di lire all'anno il giro d'affari garantito dalle
primine; una cifra di vitale importanza per le scuole materne private, se si
considera che il tanto discusso contributo statale a loro favore per il 2001 è
stato di 176 miliardi. Senza contare che molti di coloro che si iscrivono alla
primina poi restano nella scuola dove l'hanno fatta. La proposta Moratti
introdurrebbe dunque una forma di concorrenza – in tal caso da parte dello
Stato – in una `nicchia di mercato' che finora è stata appannaggio delle
scuole private. Ecco il vero motivo del contendere».
9 R. Prodi, La società istruita. Perché il futuro italiano si
gioca in classe, in «il Mulino», 346. 1993
10 «Natale Cappellaro era un giovane operaio dell'Olivetti che,
nel dopoguerra, progettò le nuove macchine da calcolo che fecero la fortuna
dell'azienda eporediense. Quel modesto e marginale collaboratore fu poi fatto
ingegnere honoris causa, divenne direttore dell'azienda e gli ingegneri nuovi
assunti, 110 e lode all'allora inarrivabile Politecnico di Torino, facevano a
gara per lavorare gomito a gomito con lui». (DB, p.65)
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