Invio il
post con l'articolo di Chiara Nappi (Renzetti)
E' inutile
aggiungere cose. Si legga cosa è l'AUTONOMIA negli USA. E si tenga conto che il
grande VERTECCHI, consigliere di Berlinguer, ha attinto ampiamente da queste
parti (tanto per essere moderni e postcomunisti).
AUTONOMIA LOCALE E SCUOLE
PUBBLICHE
(Da SAPERE di ottobre 1999)
Chiara Nappi ( fisica teorica all'Institute for Advanced Study in Princeton -
New Jersey)
Nel crescente dibattito pubblico sulla scuola che sta avendo luogo in Italia il
modello educativo americano, in maniera implicita o esplicita, gioca un ruolo
importante. Ai fini di un dibattito intelligente è quindi imperativo averne
un'idea il più possibile precisa e aggiornata e comprenderne sia le radici
storiche sia le attuali tendenze di rinnovamento.
Le caratteristiche principali del sistema europeo sono centralizzazione,
omogeneità di contenuti a livello nazionale, e un sistema nazionale di esami
per gli studenti e di selezione del corpo docente. Al contrario, l'aspetto
fondamentale del sistema scolastico americano è che l'educazione pubblica non
è centralizzata, ma gestita e sovvenzionata a livello delle singole municipalità.
Non ci sono programmi ministeriali, o contratti nazionali per gli insegnanti, o
esami nazionali per gli studenti. I programmi scolastici sono decisi a livello
locale, e gli insegnanti sono assunti direttamente dai presidi. Le scuole sono
governate da un Consiglio Direttivo, eletto dai votanti registrati residenti nel
dato distretto scolastico. Nella maggior parte degli Stati Uniti i fondi per
l'educazione, incluse le spese edilizie e gli
stipendi degli insegnanti, non sono forniti dallo Stato o dalla Regione, ma sono
raccolti tramite le tasse di proprietà a livello municipale. È questa
indipendenza economica che è la base dell'autonomia locale negli USA.
L'autonomia locale gli Americani di oggi non l' hanno scelta, bensì l' hanno
ereditata dalle modalità di insediamento dei coloni sul territorio americano. A
mano a mano che si stabilivano, i coloni fondavano le loro scuole, spesso di una
denominazione religiosa ben definita. Nel 1800 tutte le scuole erano gestite dai
cittadini stessi, che si organizzavano in comitati responsabili per decidere il
curriculum, scegliere i libri, assumere gli insegnanti, costruire e mantenere in
buone condizioni gli edifici scolastici. Col tempo, con l'evolversi delle
comunità rurali in centri cittadini, amministratori professionisti furono
assunti per occuparsi dell'amministrazione giornaliera delle scuole, mentre i
comitati cittadini, trasformatisi in Consigli Direttivi, assunsero compiti
direttivi e decisionali: approvare le
assunzioni, il programma scolastico, il bilancio. Ma la struttura di base del
sistema scolastico americano, basata sul finanziamento e sull'autonomia locale,
in molti Stati non ha subito cambiamenti sostanziali. Oggi negli USA, 95000
cittadini sono eletti a governare 15000 Consigli Direttivi.
Quando mi trasferii negli Stati Uniti nel 1976 per lavorare in fisica
all'Università di Harvard, non mi sarei mai aspettata di prestare servizio nel
Consiglio Direttivo in un sistema scolastico che, come molti osservatori
stranieri, trovavo strano e irrazionale. All'inizio, mi interessai alla
questione della sparuta rappresentanza di donne nel mondo scientifico americano,
a quei tempi molto inferiore alla rappresentanza in Italia o in altri
paesi industrializzati. La mia conclusione fu che la bassa percentuale era
direttamente collegabile alla mancanza di programmi scolastici sistematici e
rigorosi, in particolare nell'area della matematica e della scienza.
Pertanto mi lasciai coinvolgere nel movimento di riforma finalizzato
all'introduzione di programmi scolastici a livello statale e nazionale.
All'inizio degli anni '90, varie organizzazioni professionali (scienziati,
ingegneri, matematici, ecc...) incominciarono a proporre traguardi educativi
nella loro area di specializzazione. Il vero problema però era come convincere
i distretti scolastici ad adottare questi programmi. Quando i miei
figli incominciarono a frequentare le scuole pubbliche a Princeton, questi
problemi mi toccarono più da vicino, e decisi di concentrarmi a migliorare i
programmi, anch'essi piuttosto insoddisfacenti, nelle scuole locali. Nel 1999
finii quindi col presentarmi come candidata al Consiglio Direttivo e ebbi così
l'opportunità di fare esperienza personale di questo sistema
che gli Americani considerano una roccaforte di democrazia. Gli Americani hanno
tradizionalmente difeso questo sistema sulla base dell'assunto che, se i
cittadini pagano di tasca propria le spese scolastiche e eleggono i propri
rappresentanti ai Consigli Direttivi, essi hanno più voce in capitolo di quanta
ne avrebbero se le scuole fossero gestite dallo Stato e dal Governo federale.
Essi sono convinti che questo sistema assicura ai genitori il controllo
sull'educazione dei figli e la possibilità di adattare le scuole alle esigenze
degli studenti. In realtà, è dubbio che oggigiorno questa assunto abbia
riscontro dei fatti.
La verità invece è che l'unico beneficiario dell'autonomia locale è il
sindacato insegnanti, che ne approfitta per esercitare un controllo pressocché
totale sull'educazione. Per di più l'autonomia locale, che in teoria dovrebbe
essere particolarmente idonea a permettere innovazioni nel sistema, sembra
essersi trasformata nella struttura ideale per il mantenimento dello status quo.
L'autonomia locale è una delle ragioni principali per cui la scuola americana
non funziona, e invece viene meno a quello che dovrebbe essere il primo compito
di ogni sistema scolastico: fornire agli studenti le competenze necessarie per
l'inserimento nel mondo del lavoro e nello stesso tempo offrire opportunità di
mobilità sociale e economica senza confini di razza e di mezzi economici. Negli
ultimi decenni gli Americani hanno cominciato a rendersi conto di questi
problemi e, per superarli, sembra stiano muovendosi nella direzione di un
maggior controllo statale sull'educazione. Allo stesso tempo, sembra che
l'epicentro stesso dell'autonomia si stia trasferendo dal tradizionale distretto
scolastico alle scuole individuali, autonome nell'ambito dei parametri imposti
dallo stato.
Le implicazioni politiche dell'autonomia locale
Uno dei problemi fondamentali del sistema educativo americano è la
politicizzazione dell'educazione. Una persona che sia interessata a migliorare
l'educazione pubblica deve essere disposta a trasformarsi in un politico e
affrontare una campagna elettorale, un tipo di processo che non seleziona
necessariamente le persone più idonee, come dimostrano gli scandali e le
polemiche che spesso circondano i Consigli Direttivi. Per quanto i Consigli
Direttivi siano decantati come esempi di democrazia diretta, in realtà solo una
percentuale minima di votanti (17%) si prende il fastidio di recarsi alle urne
durante le elezioni scolastiche. Prima di tutto, anche durante le elezioni
politiche la percentuale di cittadini che votano negli USA (50%) è bassa se
paragonata all'Italia. Durante le elezioni scolastiche
la percentuale dei votanti è ancora più bassa perché la gente che non ha i
figli nelle scuole pubbliche non è abbastanza informata o interessata da
prendersi il fastidio di andare a votare. Pertanto non è difficile per un
gruppo di cittadini con una specifica agenda politica e educativa eleggere i
propri candidati al Consiglio Direttivo, con la conseguenza che spesso i
Consigli Direttivi si trasformano in un'arena di scontri personali e politici
nella difesa di interessi e ideologie contrastanti.
Un problema non meno grave è che le responsabilità che ricadono sul Consiglio
Direttivo sono numerose e pesanti: bilancio, costruzione e manutenzione degli
edifici, assunzioni,
supervisione, ecc., cioè tutti i compiti che in altri sistemi educativi sono
divisi tra vari livelli di governo, dallo Stato alla Regione e al Comune.
Prestare servizio nel Consiglio Direttivo è un compito difficile per persone
che devono anche mantenere un'attività lavorativa. Non è sorprendente pertanto
che non molti candidati si presentino alle elezioni scolastiche e che molti mèmbri
dei Consigli Direttivi si dimettano prima della fine dell'incarico perché
trovano il compito troppo impegnativo o troppo spiacevole.
Uno degli aspetti più spiacevoli è l'interazione con il pubblico. Ci sono
molte decisioni che il Consiglio Direttivo deve prendere che creano
atteggiamenti di dissenso e di critica
da parte di genitori e cittadini. Il bilancio scolastico, direttamente legato
alle tasse, è sempre al centro di grosse polemiche. Cittadini inferociti che
protestano sono uno spettacolo comune quando i Consigli Direttivi sono costretti
a spostare studenti da una scuola all'altra. Le riunioni del Consiglio Direttivo
sembrano esser l'arena ideale per scontri ideologici di tutti i tipi.
Sulla carta, i Consigli Direttivi hanno potere decisionale su tutto quello che
succede nel distretto scolastico, ma in realtà l'unica autorità che i Consigli
Direttivi hanno è quella di provvedere al finanziamento e al mantenimento delle
scuole. Essi hanno poco controllo sulle cose veramente importanti, per esempio
su come migliorare i programmi scolastici e l'insegnamento. In quest'area, la
loro capacità di intervento è spesso limitata da leggi precise a livello
statale, promulgate con la buona intenzione di proteggere il sistema scolastico
dagli eccessi ideologici o dai capricci dei Consigli Direttivi e assicurarne la
funzionalità e la continuità. Alle leggi statali si aggiungono le limitazioni
contenute nel contratto lavorativo degli insegnanti del distretto scolastico
specifico. Nel campo educativo vero e proprio, i Consigli Direttivi si devono
accontentare di approvare quello che raccomandano gli amministratori, i quali a
loro volta finiscono col raccomandare quello che vogliono gli insegnanti.
E gli insegnanti americani, come ammette lo stesso presidente del Sindacato
Nazionale Insegnanti (National Education Association), hanno spesso la tendenza
a "proteggere i loro interessi personali piuttosto che promuovere gli
interessi delle scuole". Basta leggere i giornali per rendersi conto che
l'autonomia locale è una continua lotta di potere tra queste due diverse
componenti del sistema educativo, i Consigli Direttivi e i sindacati degli
insegnanti.
I sindacati degli insegnanti sono tra le organizzazioni più potenti negli Stati
Uniti. Gli insegnanti sono organizzati in sindacati nazionali, statali e locali.
I sindacati statali e nazionali intervengono a livello di Stato e Governo
federale, assicurandosi che le leggi promulgate nel campo educativo siano di
loro gradimento. Durante le elezioni, contribuiscono con grosse somme alle
campagne elettorali dei candidati che favoriscono.
Nell'ultima Convenzione del Partito Democratico nel 1996, 1'11% dei partecipanti
era costituito da rappresentanti dei sindacati insegnanti. Ma il cardine
dell'organizzazione sono i sindacati locali, ben noti per il loro livello di
militanza, il cui compito è quello di difendere gli interessi degli insegnanti
nei distretti scolastici.
È quindi praticamente impossibile introdurre qualunque cambiamento in un
distretto scolastico, a meno che esso sia di gradimento del corpo insegnante.
Mentre i membri del Consiglio Direttivo cambiano ogni anno, i sindacati
rimangono. Mentre i Consigli Direttivi
sono spesso consumati da lotte intestine e ridotti all'inefficienza, i sindacati
insegnanti sono estremamente efficienti e persistenti nel conseguimento dei loro
interessi.
I membri del Consiglio Direttivo sono spesso genitori che hanno i figli nelle
scuole. Essi si sono candidati perché insoddisfatti del sistema scolastico, ma
scoprono subito che è
molto difficile farne una critica seria e proporre cambiamenti significativi
senza entrare in aperto conflitto con il corpo insegnante. Anche nell'ambito
delle contrattazioni sindacali,
l'autonomia locale è una struttura molto vantaggiosa per i sindacati, dato che
la contrattazione avviene a livello locale piuttosto che a livello regionale o
nazionale. I membri del Consiglio Direttivo sono quelli che devono negoziare il
contratto lavorativo e gli stipendi degli insegnanti e degli amministratori nel
loro distretto scolastico. Al tavolo delle negoziazioni, si trovano faccia a
faccia con gli stessi insegnanti da cui dipende il futuro scolastico dei figli.
Basta menzionare che l'ammissione alle università, quasi tutte a numero chiuso,
è decisa in buona parte sulla base dei voti e delle lettere di raccomandazione
scritte dagli insegnanti del liceo di provenienza.
Se gli insegnanti non gradiscono il Consiglio Direttivo, hanno certamente il
potere di rovesciarlo. Infatti essi controllano una fetta significativa
dell'elettorato durante le elezioni scolastiche, sia perché gli insegnanti
votano e sia perché hanno un notevole potere nell'influenzare il voto dei
genitori. Per di più, se gli insegnanti non gradiscono un
amministratore o il suo programma di rinnovamento, è difficile che egli possa
continuare a lavorare nel distretto. Non a caso la durata di servizio degli
amministratori negli USA
non supera in media i tre anni. Una strategia tipica per liberarsi di superiori
non graditi è di creare nel distretto una situazione di costante conflitto. Se
questo non basta a convincere il Consiglio Direttivo, i sindacati si danno da
fare per eleggere al Consiglio Direttivo candidati che siano disposti a
licenziare la persona non gradita. Questo è esattamente ciò che successe a
Princeton, quando nel 1994 il Consiglio Direttivo assunse un sovrintendente
deciso ad introdurre programmi più rigorosi e ad esercitare maggior controllo
sulla loro attuazione. Nel giro di quattro anni, il Consiglio Direttivo fu
rovesciato e il sovrintendente licenziato.
Le conseguenze dell'autonomia locale sulla didattica
Un'altra conseguenza dell'autonomia locale è la mancanza di programmi
scolastici a livello nazionale o statale. Mentre in Italia o in Francia tutti
gli studenti seguono gli stessi programmi ministeriali, e praticamente studiano
la stessa cosa nello stesso periodo dell'anno, negli USA ogni piccolo distretto
ha la sua agenda educativa e i suoi programmi scolastici, senza nessuna
relazione con gli altri distretti. Ancora oggi negli USA questo sistema può
dare adito a incredibili episodi di provincialismo e miopia. Per esempio, nel
1995 in una cittadina industriale del New Hampshire, a pochi chilometri da
Boston, i fondamentalisti cristiani insistettero che si insegnasse nella scuola
la teoria della creazione a pari merito con quella dell'evoluzione. Nel 1987 la
Corte Suprema degli Stati Uniti era intervenuta a cancellare una legge simile in
Luisiana che impediva l'insegna mento della teoria dell'evoluzione a meno che
non si insegnasse anche la teoria della creazione, ma lo stato del New Hampshire
nel 1995 rifiutò di intervenire. Senatori e deputati del New Hampshire
proclamarono: «Se il Consiglio Direttivo locale decide di insegnare la teoria
della creazione, sono fatti suoi e dell'elettorato locale. Ci sono cose peggiori
che si insegnano nelle scuole, e ciò nonostante noi siamo sostenitori del
controllo locale sull'educazione».
Chi ha l'autorità di approvare i programmi scolastici è il Consiglio
Direttivo. Ma, eccezion fatta per soggetti scolastici connessi con le credenze
religiose, tipo l'insegnamento dell'evoluzione o dell'educazione sessuale, di
solito i Consigli Direttivi non hanno praticamente nessun ruolo nel disegnarli.
Come già detto, chi ha veramente il potere in un sistema del genere è il corpo
insegnante. Loro sono i professionisti che si dichiarano i soli investiti
dell'autorità di decidere i programmi.
Sfortunatamente, l'eccessiva autonomia didattica degli insegnanti e la mancanza
di precise direttive sui contenuti didattici da parte di una qualunque autorità
centrale si traducono a livello locale in programmi spesso poveri,
insoddisfacenti, e senza articolazione interna. Anche quando i genitori tentano
di intervenire e richiedono
programmi più ambiziosi e sistematici, in generale finiscono col soccombere
alla voce unificata del corpo docente, che non è molto interessato a cambiare
le cose.
Visto che non c'è accordo su cosa gli studenti devono imparare nelle scuole,
non c'è nemmeno accordo su che cosa gli insegnanti devono sapere. Non è mai
esistito negli USA un controllo serio a livello nazionale o statale sulla qualità
del processo di formazione degli insegnanti, con la conseguenza che il livello
di preparazione degli insegnanti americani lascia molto a desiderare. Dato che
in Europa nella maggior parte dei casi le stesse università preparano sia gli
studenti che eventualmente si dedicheranno all'insegnamento nelle scuole, sia
quelli che eventualmente andranno nell'industria o nella ricerca, non
c'è un divario troppo profondo nella preparazione professionale di questi
gruppi. Negli USA, invece, le scuole per educatori (teachers' colleges) e le
scuole per professionisti (le università vere e proprie) sono enti separati. In
molti Stati in USA, gli studenti che aspirano a insegnare fisica nelle scuole
non vanno all'università e studiano fisica. Invece vanno in un college per
insegnanti dove imparano come insegnare la fisica, ma di fisica vera e propria
spesso imparano poco o niente. Per esempio, qualche anno fa un sondaggio sugli
insegnamenti nei licei americani mise in evidenza che un terzo degli insegnanti
di scienze e metà degli insegnanti di storia non aveva mai seguito un corso
universitario nella materia che insegnava.
Ma non è solo la conoscenza delle materie di insegnamento che lascia a
desiderare, come dimostra l'esempio sconcertante di un distretto scolastico
nello Stato di New York che nel 1997 richiese ai candidati all'insegnamento
nelle sue scuole di sottoporsi allo stesso semplice esame di cultura generale
che gli studenti devono passare per diplomarsi (infinitamente più semplice dei
nostri esami di licenza liceale). Eppure il 75% dei candidati all'insegnamento
non superò l'esame. Per di più le proteste dei sindacati locali furono tali
che l'esame fu abolito.
Quello su cui le scuole di educazione insistono molto è la pedagogia -
favorendo spesso le ultimissime mode sulle teorie dell'insegnamento e
dell'apprendimento. Di conseguenza, le
teorie educative più dubbie si insinuano senza difficoltà dentro le scuole e
senza che i genitori ne abbiano la minima idea. Liberarsene diventa un'impresa
insormontabile da
parte dei genitori che al più ci riescono solo a danno già avvenuto. Ogni
volta che si pubblicano i risultati di studi che provano che un certo approccio
didattico non funziona, è già troppo tardi per un'intera generazione di
studenti che ne sta già soffrendo le conseguenze. Per esempio, la teoria
prevalente adesso è che gli insegnanti non devono impartire conoscenze agli
studenti, ma devono funzionare come "facilitatori" nel processo di
apprendimento. Gli studenti devono diventare "critical thinkers",
pensatori critici, piuttosto che essere rimpinzati di fatti. Mentre c'è
certamente qualcosa di giusto in questa teoria, essa è spesso spinta ai limiti
estremi, al punto che i bambini non acquisiscono più le conoscenze di base
essenziali per potere accedere al livello superiore del "critical thinking".
I prerequisiti per l'abilitazione all'insegnamento variano da Stato a Stato.
L'esame di abilitazione, non ancora richiesto in tutti gli Stati, è spesso
banale e si limita ad accertare un minimo di cultura generale piuttosto che la
competenza nel soggetto di insegnamento. Gli stessi educatori se ne lamentano, e
lo chiamano il "test del termometro": se il candidato ha una
temperatura corporea superiore ai 36 gradi, il che prova che è vivo, allora ha
superato l'esame. Nel 1998 lo Stato del Massachusetts impose per la prima volta
un esame un po' più
serio per ottenere la certificazione statale all'insegnamento. Il 60% dei
candidati che si sottoposero all'esame furono bocciati.
Un'altra conseguenza della gestione a livello locale è che gli insegnanti fanno
domanda di insegnamento direttamente presso le scuole e sono assunti
direttamente dal preside, senza
concorsi, e nemmeno chiari criteri di assunzione. Non esiste una graduatoria
d'inserimento basata sui meriti e sui titoli. È possibilissimo che un
insegnante sia preferito a un altro più
qualificato solo perché è anche disposto a fare l'allenatore della squadra di
calcio della scuola, o perché è riuscito più simpatico al preside durante
l'intervista. Il processo di entrata di ruolo è un altro punto dolente. Nella
maggior parte degli Stati, per entrare di ruolo in una scuola basta insegnare
per tre anni di fila. Dopodiché si entra di ruolo automaticamente. Una volta
che un insegnante è diventato di ruolo, è praticamente impossibile
liberarsene, non importa quanto incapace egli sia.
Non è che le deficienze preparatorie degli insegnanti americani non siano ben
note. Di tanto in tanto si pubblicano i risultati di studi su questo tema e
spesso scoppiano scandali che attraggono l'attenzione pubblica per qualche
settimana. Ma, nonostante le frequenti critiche del livello di preparazione
degli insegnanti, non si assiste mai a nessun intervento concreto per
migliorarla. Il sistema è così frantumato a livello di responsabilità che non
è chiaro chi ha il potere di intervento. Non c'è l'equivalente di un Ministero
della Pubblica Istruzione che possa promulgare un decreto per migliorare i
programmi di preparazione per gli insegnanti. Di loro spontanea iniziativa le
scuole di educazione non sono interessate a farlo perché hanno paura di perdere
studenti che preferirebbero prendersi il diploma di insegnamento con meno sforzo
da qualche altra parte in un programma di preparazione meno esigente.
Per fortuna, ci sono indicazioni che le cose volgono al cambiamento nel prossimo
futuro. Nel gennaio '99, nel suo discorso annuale alle Camere, il Presidente
Clinton ha risollevato
il problema dell'inadeguata preparazione professionale degli insegnanti
americani, e ha proposto che gli insegnanti siano sottoposti a un esame
nazionale che accerti la loro preparazione professionale. Nel luglio '99 il
Congresso americano ha approvato un bilancio di due miliardi di dollari da
distribuire tra i 50 Stati per sovvenzionare programmi di preparazione, esami e
corsi di aggiornamento professionale per insegnanti.
Da parte loro alcuni Stati hanno incominciato a introdurre esami più seri per
rilasciare la licenza di insegnamento e hanno proposto che la licenza debba
essere rinnovata periodicamente.
Costi amministrativi e parità educativa
Nelle stesse elezioni pubbliche annuali in cui sono eletti i membri del
Consiglio Direttivo, si vota anche sul bilancio scolastico. In media 1'80% del
bilancio scolastico è a carico delle
tasse municipali, di cui rappresenta almeno la metà. Non a caso la preparazione
del bilancio scolastico, soggetto ad intenso scrutinio pubblico, è uno dei
compiti più importanti del
Consiglio Direttivo. Ogni anno i sostenitori delle scuole pubbliche lanciano
un'intensa campagna politica perché il bilancio sia approvato alle urne e per
evitare che quelli che non vogliono aumenti di tasse abbiano il sopravvento. Non
è raro che il bilancio scolastico sia respinto. Quando questo succede, il
Consiglio Direttivo, in consulta col Consiglio Comunale, deve suggerire
possibili riduzioni, e la decisione finale è nelle mani dello Stato.
Visto che ciascuno di questi distretti autonomi ha bisogno di una struttura
amministrativa al completo, i costi amministrativi sono alti. Per esempio, se un
distretto deve assumere ogni insegnante, amministratore, bidello, e in più deve
negoziarne i contratti, occuparsi delle assicurazioni e delle pensioni, etc,
bisogna pure che abbia un direttore del personale, completo di un nugolo di
assistenti. Se deve occuparsi della costruzione e manutenzione degli edifici
scolastici, della preparazione di bilanci dettagliati mensili e annuali, ecc.,
ovviamente c'è anche bisogno di un direttore fiscale, e così via. È ovvio che
questo
sistema di autonomia locale crea duplicazioni inutili e sperperi enormi. Per
quanto la gente si lamenti continuamente delle grosse spese amministrative, è
impossibile evitarle se i distretti devono essere autonomi. Per esempio, lo
Stato del New Jersey, che ha circa 600 distretti scolastici, completamente
indipendenti l'uno dall'altro, occupa il primo posto negli Stati Uniti in
termini di spese scolastiche totali. Più piccoli sono i distretti, più alta è
la proporzione del bilancio che va nei costi amministrativi. Per controllare i
costi, l'amministrazione statale nel New Jersey ha suggerito che i vari
distretti scolastici si coagulino, si regionalizzino, una proposta che finora
non ha avuto molto successo.
L'appello al consolidamento non è visto di buon occhio dai residenti delle
municipalità più ricche, interessati a mantenere il controllo decisionale
sulle spese scolastiche e ad assicurare ai loro figli la scuola migliore che si
possono permettere. Infatti,una delle ragioni principali dietro la difesa
dell'autonomia locale è che le comunità ricche non vogliono avere niente a che
fare con le comunità povere dei dintorni. Fondersi con comunità meno abbienti
significherebbe dover diluire l'introito su una popolazione più larga e più
bisognosa, e rinunciare a costosi servizi per i propri studenti. Ovviamente, a
queste considerazioni economiche si aggiungono spesso complicazioni etniche e
razziali.
Non è sorprendente che una conseguenza estremamente seria dell'autonomia locale
sia la disparità economica, e quindi educativa, tra un distretto e l'altro. Ci
sono sperequazioni enormi tra il costo scolastico per studente in un comune
ricco e quelle in un comune povero. Nel 1990, i comuni poveri nel New Jersey,
avevano un bilancio scolastico che era solo il 70% di quello dei comuni ricchi.
Nello Stato della Pennsylvania, le scuole nella città di Filadelfia spendono in
media per ogni studente tremila dollari in meno delle scuole dei sobborghi.
Questo sistema è attualmente sotto accusa in vari Stati. Nel 1990 la
magistratura suprema del New Jersey decretò che il sistema di finanziamento
scolastico basato sulle tasse locali era ingiusto e contrario allo spirito della
costituzione americana, e che era responsabilità dello Stato di intervenire a
chiudere il divario finanziario tra distretti ricchi e poveri. Con l'aiuto dei
fondi statali, nel 1996 le spese per l'educazione nei distretti poveri del New
Jersey raggiunsero 1'84% delle spese nei distretti abbienti, che invece ricevono
meno finanziamento da parte dello Stato. Nello Stato del Michigan, a partire dal
1993, c'è
stato un profondo cambiamento nelle modalità di finanziamento delle scuole
pubbliche, anch'esso motivato dalla necessità di obbedire all'ordine della
Corte Suprema di equiparare
le spese scolastiche tra i distretti poveri e quelli ricchi. Adesso lo Stato del
Michigan è responsabile di più del 70% delle spese per l'educazione pubblica.
Anche nello Stato di New York ci sono proposte di leggi per cambiare la formula
di finanziamento scolastico e aumentare l'intervento finanziario dello Stato. Ma
se l'impulso verso l'equiparazione economica e educativa continua e tutte le
scuole pubbliche in un dato Stato riescono veramente a offrire la stessa qualità
di programmi e di servizi, è chiaro che l'interesse nei confronti
dell'autonomia locale perderà la sua motivazione di fondo.
Programmi nazionali e statali
Il fenomeno più interessante che si osserva oggi nell'educazione USA è
l'interesse, a livello nazionale e statale, a migliorare il sistema e ad
adattarlo alle esigenze tecniche e scientifiche della società moderna. I
problemi di mercato, che agli inizi degli anni '90 l'industria americana ha
dovuto affrontare, l' hanno risvegliata alla realtà della competizione
internazionale. Ci si è resi conto che una delle difficoltà principali
dell'industria americana è il fatto che gli studenti escono dalle scuole
impreparati a affrontare il mondo del lavoro. I giovani mancano della
preparazione di base per funzionare in una organizzazione: le compagnie
americane spendono 30 miliardi di dollari l'anno su corsi di istruzione
per i loro dipendenti, per insegnare loro concetti di base che avrebbero dovuto
acquisire nei banchi di scuola. Vari studi hanno dimostrato che gli studenti
americani escono dalle
scuole molto più impreparati degli studenti in Europa o Asia, in tutte le
materie. Ma specialmente i risultati nelle materie scientifiche e matematiche
hanno allarmato il mondo industriale e politico, che teme appunto per il futuro
economico del paese. L'impressione generale è che è venuto il momento di
riorganizzare l'educazione pubblica per essere al passo coi tempi moderni e con
la competizione internazionale. Quindi, a livello nazionale e statale, c'è
stato negli ultimi anni un fervore enorme di iniziative per migliorare
l'educazione pubblica.
Il traguardo educativo proposto sia da Bush che da Clinton è che «Per l'anno
duemila gli studenti americani saranno i migliori del mondo in scienze e
matematica».
Sì è riconosciuto che uno dei problemi principali è la natura decentralizzata
del sistema educativo. Mentre un sistema del genere poteva funzionare il secolo
scorso in una società rurale e pre-industrializzata, è totalmente inadeguato
nel mondo moderno. Non si può più lasciare la responsabilità dell'educazione
nazionale completamente nelle mani dei distretti scolastici locali, ma è venuto
il momento di imporre traguardi educativi a
livello nazionale.
Pertanto le varie organizzazioni professionali hanno proposto standards
nazionali nel loro campo: la lista delle conoscenze e delle competenze che gli
studenti devono acquisire durante la loro carriera scolastica. Ma il problema di
fondo è come introdurre questa riforma a livello locale. Come convincere i
distretti ad adeguarsi ai nuovi standards ? L'impegno nazionale si è tradotto
negli ultimi anni, anche in periodi di magri bilanci, nel finanziamento di una
miriade di iniziative: offrendo corsi, pagando gli insegnanti che si prestano, e
sperando che la persuasione funzioni e l'emulazione faccia la sua parte.
In quest'impresa, sono i vari Stati che stanno assumendo un ruolo molto attivo.
Quasi tutti gli Stati USA hanno promulgato i loro state standards, conformandosi
più o meno alle direttive delle organizzazioni nazionali. Ma per paura di
interferire con l'autonomia locale, neanche gli Stati però propongono veri e
propri programmi scolastici, limitandosi piuttosto
a suggerire liste di traguardi che si vorrebbe che gli studenti raggiungessero.
Quindi si è ancora lontani dall'adozione di programmi scolastici uniformi
all'interno di ciascuno Stato,
per quanto si stiano facendo molti progressi in quella direzione.
In generale, sembra che gli Stati siano disposti ad assumersi più responsabilità
che nel passato nella gestione dell'educazione pubblica. Un'altra indicazione è
che negli ultimi anni
vari Stati negli USA sono intervenuti nelle scuole "fallimentari", cioè
scuole che non riuscivano a funzionare nemmeno a livelli minimi, sciogliendone i
Consigli Direttivi e assumendone la gestione diretta. Per esempio, le scuole
pubbliche di New Jersey City sono state per anni sotto il controllo diretto
dello Stato del New Jersey. Nella città di New York, ci sono proposte di
abolire completamente il Consiglio Direttivo, che per anni è stato incapace di
risolvere i problemi delle scuole pubbliche, e affidare la gestione delle scuole
al sindaco e allo Stato, come è già successo a Chicago e Detroit.
Tentativi di riforma alternativi: scuole "charter"
Ma di pari passo con la tendenza appena descritta verso una struttura più
centralizzata, si assiste a tentativi di riforma alternativi, fomentati dallo
scontento dei genitori di fronte all'inefficienza del sistema scolastico e agli
abusi dei sindacati insegnanti. Uno dei tentativi al centro delle polemiche più
feroci è quello dei vouchers. I genitori che sono scontenti delle scuole
pubbliche e non si possono permettere di mandarli a scuole private, vorrebbero
che il distretto scolastico promulgasse buoni scuola (vouchers), che i genitori
possano usare per mandare i figli alle scuole private di loro scelta. Vari
programmi sperimentali di questo tipo sono stati introdotti di recente (per
esempio in Milwaukee, nello Stato del Wisconsin), ma finora nessuno Stato ha
votato una legge introducendo ufficialmente i vouchers.
Negli Stati Uniti solo gli studenti che hanno la residenza nel distretto
scolastico hanno diritto di frequentare le scuole pubbliche in quel distretto.
Questa è una conseguenza necessaria del fatto che le scuole sono finanziate
dalle tasse di proprietà.
Un dato Comune non vuole pagare di tasca propria le spese per l'istruzione degli
studenti che vengono dal paese vicino. Ovviamente i distretti scolastici
migliori sono inondati da studenti "pirata" che fanno una
dichiarazione falsa di residenza per poter accedere alle scuole locali. Questi
distretti sono costretti ad assumere investigatori speciali il cui solo compito
è stabilire la residenza degli studenti sospetti. La legge prevede pene severe
per quelli scoperti in fallo, inclusa l'espulsione, il rimborso spese, e persino
il carcere. I vouchers permetterebbero di risolvere questo problema, consentendo
agli studenti di accedere alla scuola pubblica di loro scelta. In effetti
nessuno ha obiezioni all'uso dei vouchers per trasferirsi da una scuola pubblica
all'altra. Ne ce l' ha il presidente Clinton, che ha esplicitamente appoggiato
l'uso dei vouchers per le scuole pubbliche durante la sua ultima campagna
elettorale.
Negli USA il dibattito sui vouchers si colora di una tinta di egualitarismo.
Alcuni dei distretti scolastici nei grossi centri urbani sono totalmente
segregati, con una maggioranza enorme di gente di colore: la situazione più
simile all'apartheid riscontrabile nel mondo democratico. Ovviamente, molto
spesso le scuole dei ghetti urbani lasciano molto a desiderare dal punto di
vista accademico (per non accennare a problemi di droga, sicurezza fisica,
ecc.). Molti sostenitori dei vouchers affermano che è discriminatorio
costringere questi studenti a una sentenza a vita in questo tipo di scuole e non
permettergli di accedere ad altre scuole tramite l'uso dei vouchers. Se
approvati almeno per le scuole pubbliche, è ovvio pertanto che anche i vouchers
potrebbero contribuire a infrangere barriere tra i vari distretti.
I sindacati insegnanti si sono opposti con successo all'idea dei buoni-scuola
sulla base dell'argomento che, anche se approvati inizialmente solo per uso
nelle scuole pubbliche, eventualmente finiranno per essere estesi alle scuole
private e deviare fondi pubblici verso le scuole private. In risposta a queste
critiche, più di recente è emerso il movimento delle scuole charter. Le scuole
charter sono scuole pubbliche autonome che sono gestite dai genitori e dagli
insegnanti ma non sono soggette né al controllo dei Consigli Direttivi né a
quello dei sindacati. Ovviamente i sindacati e i Consigli Direttivi non sono
soddisfatti neanche di questa soluzione e infatti al momento si sono alleati per
combatterla. Nonostante l'opposizione, negli ultimi anni molti Stati hanno
passato leggi permettendo l'istituzione di scuole charter ("charter"
significa regolamento speciale). In un certo senso, la promulgazione di queste
leggi rappresenta il riconoscimento ufficiale che l'educazione pubblica
americana non funziona e che è impossibile cambiarla dall'interno; è il
riconoscimento che il tipo di gestione scolastica attuale delle scuole americane
ha problemi endemici profondi e che è importante proporre nuovi modelli di come
le scuole potrebbero funzionare. Fondare e gestire una scuola charter non è
un'impresa da poco, vista l'opposizione che queste scuole incontrano, sia da
parte dei sindacati degli insegnanti che da parte dei Consigli direttivi, nel
loro tentativo di inficiare la struttura di potere esistente. I genitori che si
imbarcano in una tale impresa sono molto spesso quelli che per anni hanno
tentato con tutti i mezzi a loro disposizione di cambiare il sistema
dall'interno, ma alla fine hanno dovuto rinunciare, uscirne e ricominciare
daccapo con una nuova scuola.
A prima vista il movimento delle scuole charter può apparire come un tentativo
di riforma che non si allontana dalla tradizione americana di autonomia locale e
anzi la spinge a livelli ulteriori. Non a caso questo tipo di riforma è in
genere sostenuta dalla destra politica e contrastata dalla sinistra. Ma le
scuole charter rappresentano in effetti anche un nuovo tentativo dello Stato di
assumere un ruolo più attivo nell'educazione pubblica. Infatti queste scuole,
gestite dai genitori e dagli insegnanti senza la mediazione dei Consigli
Direttivi e dei sindacati, sono sotto il controllo diretto dello Stato e devono
seguire le leggi e i regolamenti promulgati dallo Stato.
In effetti, le scuole charter propongono una riforma radicale nel modello di
autonomia locale negli USA e rappresentano il superamento del tradizionale
campanilismo educativo. Sono aperte a tutti, non solo ai residenti di un dato
distretto scolastico. Sono autonome nel disegno e nell' attuazione delle proprie
direttive educative, ma funzionano all'interno delle leggi e dei regolamenti
imposti dallo Stato. Se il rendimento degli studenti non è soddisfacente, lo
Stato è libero di rifiutare il rinnovo del charter. In ultima analisi, il
potere decisionale è nelle mani dell' autorità centrale. In questo senso,
l'autonomia delle
scuole charter è molto diversa da quella dei distretti scolastici, che
storicamente hanno rifiutato ogni interferenza statale sulla base che
l'educazione è sovvenzionata a livello locale.
Conclusioni
L'analisi del sistema educativo americano dimostra che l'indirizzo
dell'autonomia è problematico proprio là dove è stato creato e sperimentato.
Imitarlo oltre oceano rappresenterebbe una scelta artificiosa ed estranea alla
tradizione scolastica e culturale europea. È particolarmente strano farlo
quando gli Stati Uniti sono coinvolti in una critica profonda e in processo di
superamento delle strutture antiquate che sono alla base delle loro carenze
educative.
Nonostante i tentativi attuali di introdurre negli USA una struttura più
centralizzata possano sembrare timidi e parziali, è innegabile che il sistema
educativo americano si sta evolvendo
verso un modello di tipo più europeo in cui l'educazione dei cittadini è
interpretata come una responsabilità nazionale piuttosto che come una
prerogativa locale. In realtà questo processo è in primo luogo un processo di
modernizzazione. È il riconoscimento ufficiale che è venuto il momento di
riconciliare l'autonomia locale con i bisogni nazionali.
La recente introduzione di traguardi educativi a livello nazionale e statale sarà
presto seguita dall'introduzione di esami di stato alla fine delle elementari,
medie e liceo, già in atto in vari Stati. Gli Stati hanno anche incominciato ad
assumere una maggiore responsabilità nel controllo della Qualità dei programmi
universitari per insegnanti. E vari studi sulla gestione attuale dell'educazione
negli USA hanno suggerito che il sistema potrebbe trarre beneficio dal fatto che
i contratti lavorativi, le assunzioni degli insegnanti e altri compiti di questo
tipo fossero affidati allo Stato o alla Regione, piuttosto che ai Consigli
Direttivi. Se il movimento delle scuole charter prende piede (al momento, ci
sono solo 500 scuole charter negli USA), è possibile che il concetto stesso di
autonomia si evolva dalla idea antiquata basata sui confini cittadini e le tasse
di proprietà ad una versione più moderna compatibile con un sistema di
gestione più centralizzata.
Molto probabilmente il sistema educativo negli USA non diventerà mai
esattamente un sistema di tipo europeo, ma sicuramente alla fine di questo
processo assomiglierà molto di più a un sistema europeo che all'immagine di se
stesso di qualche decennio fa. La speranza è che, piuttosto che imitare gli
aspetti negativi l'uno dell'altro, i sistemi educativi americano ed europeo
imitino gli aspetti positivi e convergano alla fine verso una struttura
compatibile e adeguata alle esigenze di una economia globale. «
• Quest'articolo è la versione estesa e aggiornata di un articolo apparso nel
numero 1/99 di Università e Scuola
A
proposito di autonomia.
(De Anna)
L'articolo che ci propone Renzetti merita qualche riflessione, ed è curioso
che, a distanza di almeno quattro anni dalla legislazione dalla quale
l'autonomia scolastica prende avvio, una questione "strategica" venga
"riaffrontata" a partire dai "fondamentali". Se fossi più
cattivo di quanto sono direi che forse qualche dirigente sindacale era più
impegnato a scrivere libri o articoli su questo argomento, che non a leggerne di
buoni e a promuovere il necessario approfondimento. Insisto se non si arriva a
condividere alcuni significati fondamentali, non c'è dibattito politico
possibile.... Stemperare i significati per dichiararsi d'accordo non serve a
molto.... Nessun risultato è mai acquisito stabilmente e nessuna strategia di
lungo termine può essere definita. Cerco di essere più sintetico possibile.
1. Il limite degli approcci "comparativi" (tra sistemi, esperienze
storiche, sistemi sociali complessi...) è che non fanno mai i conti con la
"storia". Pure la Nappi tra le righe lo dice, ma non sembra cogliere
il significato dell'affermazione: un "sistema" (ma quello americano è
davvero un "sistema" di istruzione?) che muove da un retaggio storico
di autonomia, federalismo e localismo accentuati (fino a non poter sostenere, a
rigore, che esista, negli USA, qualche cosa di paragonabile alla Pubblica
Amministrazione dei paesi europei; in modo non dissimile ciò vale per Gran
Bretagna...) e che cerca e sente la necessità di "unificazione" (vedi
notazioni sul curricolo nazionale), è cosa ben diversa da un paese che muovendo
da un retaggio di forte accentramento nella struttura statale, muove in
direzione del decentramento e dell'autonomia.
I due processi non si incontrano affatto "a metà strada" come
vorrebbe un pensiero "ingenuo". Anzi. i due processi declinano modalità
affatto differenti, mobilitano risorse politiche, schieramenti,
"intenzioni" affatto diverse....E proverò a spiegarmi. Le differenze
sono "lo spessore storico" delle specificità, delle stratificazioni
culturali e politiche, la !"sostanza" delle strategie e delle scelte.
2. Proprio le condizioni che la Nappi ricorda della scuola americana, la
sottraggono a considerazioni "di sistema": per ogni descrizione dei
"guasti" della tradizione autonomistica che lei descrive, altri
osservatori diretti (me compreso...) possono, analizzando altre scuole, altre
politiche locali, altre zone degli USA raccontare di esperienze di altissima
qualità della "scuola pubblica" (vedi le giuste precisazioni della
Nappi su cosa debba intendersi per "scuola pubblica" negli USA e la
composizione di tasse federali e tasse locali a determinare le risorse
disponibili... alcune autorità locali hanno tassazioni molto elevate per
garantire una "scuola pubblica" che potrebbe tranquillamente
costituire la nostra "scuola ideale). Anche per questi motivi trovo
"ingenue" certe generalizzazioni fatte su comparazioni
"impossibili". In un sistema "non-sistema" come quello USA
la gamma delle "qualità" della scuola pubblica è estesissima....
Proprio perché incrocia le tradizioni locali, le disponibilità
"miste" di risorse, il legame diretto con le autonomie
"statali" e addirittura di "contea" (e il sistema delle
autonomie locali USA è completamente diverso dal nostro: altra ragione per non
trarre "ragioni" di classifica nelle comparazioni). Consiglio, per la
sua originalità, ma anche per la significatività di una "ricerca sul
campo" (e non di una "opinione" dunque) la lettura di un libretto
non nuovo di Marianella Sclavi : "A una spanna da terra", edito da
Feltrinelli qualche anno fa. Una ricerca con la metodologia dello "shadowing"
(dunque non uno studio di "comparata" a tavolino) di raffronto dal
vivo della vita e ambiente reale di una scuola (di grande qualità e che ho
avuto modo di vedere dal vivo) di un sobborgo ricco di New York e di un grande e
famoso liceo classico romano.... Più interessante di tanti studi comparativi.
3. Per la Gran Bretagna, con simile, ma certo non identica, condizione di forte
autonomia delle scuole, la situazione è ancora diversa. Lo storico legame tra
istituzioni scolastiche (ma vedi tra le differenze con la nostra esperienza, la
netta diversità di "classe dimensionale" dell'unità autonoma....e
non è cosa di poco conto il nostro avere privilegiato, nel dimensionamento, il
criterio "gestionale" del "piccolo è bello" piuttosto di
quello "funzionale e operativo" della offerta formativa efficace per
una utenza allargata...) e autorità locali è stato messo in forse dalla
politica thacheriana. Qui, sempre nell'approccio "ingenuo" di cui
sopra si è interpretato il National Education Act come una
"correzione" in direzione del "curricolo nazionale" rispetto
ad una tradizione autonomistica.
Ricordo qualche scontro personale in Commissione De Mauro sui curricoli per la
Legge 30, con amici della sinistra (non sindacale) che usavano quel
provvedimento come esempio per limitare al massimo la "quota del curricolo
locale" con la solita argomentazione.... "anche in
Inghilterra....." appunto: come se i processi si incontrassero a metà
strada, indipendentemente dai punti di partenza e dai percorsi....(curiosi e
inconsapevoli (!?) link tra sinistra associazionistica e politica thacheriana....
Ma a questo portano troppi libri scritti e pochi letti...)
L'ipotesi thacheriana era di neocentralizzazione, ma fortemente indirizzata ai
vincoli di risorse. Staccare le scuole dalle LEA (le autorità locali)
consentendo il cosiddetto "opting out": le scuole (quelle ritenute o
che si ritenevano migliori) bypassano il rapporto con le LEA e accedono a
finanziamenti aggiuntivi centralizzati: il prezzo è sottostare ad un sistema di
valutazione nazionale.....alla faccia della "autonomia anglosassone"
di Renzetti. Come si vede occorre misurarsi sempre con "tutti gli
ingredienti" delle diverse ricette (o modelli se preferite).
4. Quanto al curricolo e ai contenuti, propongo una griglia di riflessione che
"incroci" diversi elementi di una matrice (tanto per rendere agevoli
comparazioni più attente) , partendo da una considerazione fondamentale: in
ogni sistema di istruzione (centralizzato, decentrato, autonomistico, ecc...) la
sua identità profonda "di sistema" non è mai data dalla uniformità
"normativa" ma dalla reale consistenza, identità, deontologia degli
operatori che vi lavorano; massimamente dirigenti ed insegnanti. Nessuna
uniformità normativa sostituisce questo "cemento ideale" (vedi caso
italiano, per contrario: ci si preoccupa massimamente della uniformità
normativa nell'approccio amministrativo, e pochissimo delle condizioni di
"socializzazione" di significati del ceto professionale addetto: Per
esempio a partire da una comune "formazione professionale" dei
docenti) E viceversa un sistema fortemente autonomistico combatte il rischio di
disintegrazione solo a partire da quel cemento reale fatto di modelli
professionali, deontologici, di unità di significati e ruoli.
C'è poi un "gioco di composizione" tra "carattere del
curricolo" e "sistema di valutazione". Curricoli fortemente
autonomizzati "chiamano" sistemi di valutazione fortemente uniformi.
Un curricolo che si limiti a definire "le terminalità" in uscita,
lasciando processi alla gestione autonoma, si bilancia sempre con un forte e
organizzato sistema di controllo delle terminalità raggiunte, spesso effettuato
più "in ingresso" ai livelli scolastici successivi, che in chiusura
di ciclo (e spesso, nel mondo anglosassone hanno influenza diretta non solo
sugli esiti delle carriere scolastiche, ma sugli stessi meccanismi di
finanziamento delle scuole: e ciò vale sia per gli USA che per la Gran
Bretagna. Ci sono livelli standard da raggiungere per avere i soldi pubblici...
e "classifiche" di finanziamento)
Al contrario, sistemi con "curricolo definito centralmente" e
"guidato" (non solo terminalità definite dunque, ma anche vincoli
"processuali") hanno sistemi di valutazione "leggeri" e non
predefiniti, affidati spesso alla "internalità" dei processi
stessi.... La logica delle diverse composizioni tra questi estremi mi pare
evidente per dilungarmi ulteriormente. (provare, solo per esercizio euristico, a
riformulare il giudizio su certi aspetti del sistema italiano, esami "di
Stato" compresi: forte valore degli esami e debole autonomia curricolare
non possono che abbinarsi a scarsa autonomia professionale e debole
socializzazione professionale degli insegnanti e a "forte presa"
amministrativa sul loro lavoro. Può darsi che a qualcuno vada bene così. Ed è
legittimo. Ma è legittimo chiedere "per quale re" lavorino certe
opinioni...)
Dunque non c'è un "modello" esaustivo, bensì diverse composizioni
dei fattori, secondo storia, tradizioni, scelte politiche e strategiche (tutte
comunque di lunga durata e operanti su "stratificazioni" storiche e
non su "invenzioni" di questa o quella maggioranza parlamentare...)
si può naturalmente pensare che un modello sia più o meno adatto... più o
meno compatibile, ma la logica modellistica ha le sue regole. In genere "meticciamenti"
improvvidi e superficiali non mettono insieme le cose migliori dei diversi
modelli, ma i difetti che ciascuno di essi ha. E mi pare che nella nostra
politica scolastica vi siano esempi a non finire di meticciamenti impropri e
"ingenui" (scientificamente....quanto alle intenzioni politiche sono
tutt'altro che ingenue...). Prendetelo come un invito a non generalizzare e ad
alzare sempre una robusta soglia critica sia alle proprie che alle altrui
proposte....
Allora con l'autonomia come la mettiamo?
Solo
alcuni pensieri, ciascuno dei quali occuperebbe troppo spazio di trattazione.
1. L'autonomia scolastica, come disegnata nella logica della "bassanini"
non ha origine nella cultura media disponibile alla scuola stessa. E' invece un
"effetto" di una operazione più complessa condotta su tutta la
Pubblica Amministrazione. Sulla scorta della propria autonoma cultura la scuola
sarebbe ai tentativi di D'Onofrio o di Lombardi. Tanto vale ricostruire quella
logica e poi capire quali sfide, anche culturali impone alla scuola, e capire
anche quali contro tendenze rispetto alle Bassanini sono state introdotte con i
provvedimenti specifici dell'autonomia scolastica.
2. Il processo avviato con le Bassanini, con tutte le specificità italiane, si
inserisce in 'processi più ampi che in diversi paesi e in diversi
"sistemi" di produzione di servizi pubblici, hanno tentato di
ristrutturarne le modalità produttive di fronte a conclamati e storici esiti di
"crisi" dei diversi modelli di welfare, e tentando non di liquidare
l'esperienza storica del welfare i suoi significati di arricchimento della
cittadinanza (v. le scelte reganiane e thacheriane) , ma di conservarne quei
valori rivederne le condizioni di realizzazione nella fase storica nuova.
A tutti gli effetti le politiche bassaniniane si iscrivono in quei processi,
condividendone alcuni ingredienti. In letteratura internazionale sono le
problematiche dei sistemi di "quasi mercato" e del New public
management. Sono ingredienti che nascono dall'alveo del pensiero democratico, se
non direttamente della sinistra. Sono "risposte" democratiche alle
suggestioni thacheriane. Credo debbano interessarci profondamente.
3. Ingredienti di ristrutturazione simili, dicevo, a fronte di cause di crisi
dello Stato Sociale simili. Su queste ultime ho già provato ad indicare alcune
suggestioni in interventi precedenti. Riassumo ultrasinteticamente. La crisi
dell'esperienza dello Stato Sociale ha questi ingredienti
a. contraddizione tra ispirazione universalistica della erogazione dei servizi e
struttura della fiscalità dalla quale provengono le risorse per una
"distribuzione eguale" della spesa sociale
b. entità del prelievo fiscale necessario a finanziare la spesa sociale e
"convenienza" individuale all'uso dei servizi pubblici così
finanziati. Sopra una certa quota del prelievo i "costi dell'uguaglianza e
della cittadinanza" vanno in conflitto oggettivo (e poi soggettivo) con le
convenienze individuali. Si scompagina il consenso sociale attorno ai costi del
welfare.
c. Commistione tra "gestione della politica" (specie delle grandi
forze ad ampia rappresentatività sociale e politica) e gestione
"amministrativa" della produzione dei servizi. Questa commistione è,
in tutti i paesi e non solo a tangentopoli, un "aggravio di costi" al
sistema della produzione di servizi pubblici. Gli esempi li lascio ai lettori...
d. Laddove "produzione dei servizi" e "apparati di Pubblica
Amministrazione " coincidono come modalità gestionali, organizzative,
produttive, un ulteriore aggravio di costi costituito dalle "piramidi di
comando unico", incapaci di: gestire efficacemente l'informazione,
adeguarsi alla dinamica della domanda, rispondere ai cittadini e non alle
logiche interne di autoperpetuazione, flessibilizzare offerta e processi
produttivi. (E' una "tipologia di crisi" di fronte alla variabilità
della domanda, che hanno conosciuto le stesse aziende produttrici di beni...che
hanno infatti provveduto a ridimensionarsi sotto il profilo delle "piramidi
di comando"..)
d. una fase storica di disarticolazione della stratificazione sociale legata a
modificazioni profonde della composizione del lavoro e delle "classi"
(cambiano gli utenti dei servizi e la loro domanda... cambiano i termini della
"eguaglianza sociale" della quale lo Stato Sociale si dovrebbe fare
garante...) senza che i grandi apparati di servizi siano in grado di adeguare
prontamente la loro offerta...
e. contraddizioni di comportamento sociale che derivano dalla inclusione di
nuovi diritti economici in quelli di cittadinanza (l'uso eguale di servizi...)
sul fronte del "consumo e della spesa" senza analoghi diritti in
termini di democrazia economica, sul fronte della produzione e dei costi. Da qui
induzione di comportamenti diffusi di azzardo morale e in specifico alle
dinamiche del "terzo pagatore". E dunque ulteriori inefficienze
relative dovute alla composizione della domanda.
E gli ingredienti per uscirne senza dichiarare fallimento della fase storica del
welfare (come tentarono di fare la Thacher o Regan..) seguono anch'essi alcune
direzioni comuni.
1. Disarticolazione delle piramidi organizzative costituite da "filiere di
comando unico", introducendo soluzioni di continuità nelle catene di
responsabilità "delegata, almeno a due livelli
a. separazione netta tra il decisore politico e quello amministrativo. Il primo
ha la responsabilità delle scelte di indirizzo coerenti con l'ipotesi di
"bene comune" che caratterizza le sue scelte politiche. Di esse renderà
conto ai cittadini. (e non per caso su tale ridefinizione della responsabilità
politica si innestano processi di riforma della politica stessa, e delle stesse
istituzioni. V. istanze del "bipolarismo" o anche, in termini
deteriori, la "personalizzazione" della politica stessa, da intendersi
come corollari più o meno desiderabili...).
Per il secondo la responsabilità è di carattere gestionale, in particolare
nella allocazione delle risorse adeguate (in senso lato...umane, finanziarie, di
know how, organizzative..) alla realizzazione degli indirizzi. Centrale per
l'operatività del sistema amministrativo è proprio l'efficienza e l'efficacia
di allocazione delle risorse pubbliche..
Per il sistema italiano è(sarebbe) una svolta storica, visto che è
caratterizzato da un "patto" tra politica e amministrazione,
all'insegna della "responsabilità senza autonomia e autonomia senza
controllo"; ed a una storica incapacità di "misurare" efficienza
ed efficacia dato il retaggio d'uso della sola categoria della "legittimità"
(Sabino Cassese ha scritto sicuramente meglio di me circa la formazione quasi
esclusivamente di tipo giuridico dei pubblici amministratori italiani e sulla
assenza di un modello professionale (competenze e deontologia) socializzato a
partire da una formazione professionale comune... che sia il modello ENA dei
francesi o che sia come in Gran Bretagna il fatto che il Public Management è
per oltre due terzi formato da due sole università...)
b. Separazione di responsabilità, competenze, gestione, tra il decisore
amministrativo ed il "produttore". La "produzione di servizi si
autonomizza e assume come proprio riferimento organizzativo, come propria
mission, non la definizione normativa, ma il rapporto con i cittadini ai quali
offre il servizio.
In sostanza la "produzione di servizi di pubblica utilità" viene
affidata ad una pluralità di produttori pubblici che operano sul territorio in
rapporto diretto con la domanda sociale. Ogni "produttore" riceve
dall'amministratore risorse adeguate per il servizio, riceve anche alcune
"specifiche" (più o meno dettagliate e con carattere diverso: in
certi sistemi sono solo specifiche di "qualità" terminale... in altri
sono anche specifiche di processo... ma qui stanno le differenze di cui sarebbe
utile discutere....). Rende conto, in termini di efficacia della sua produzione
ai cittadini che direttamente ne usufruiscono.... In termini di efficienza al
finanziatore e in via mediata all'insieme dei cittadini dalla cui fiscalità si
ricavano le risorse pubbliche... (l'autonomia scolastica, ma anche la
strutturazione "aziendale" del sistema sanitario rispondono a tale
"modello")
2. Tale processo di disarticolazione delle filiere di comando unico e
amministrativo, "incrocia" processi di riassetto istituzionale (in
Italia per usare un termine abusato: il federalismo, ma anche la realizzazione -
finalmente - del dettato Costituzionale circa le competenze regionali). Cioè
incrocia le diverse "teorie e pratiche" della sussidiarietà, sia di
tipo istituzionale (ripartizione di competenze tra soggetti pubblici) sia
orizzontale (rapporti tra produzione pubblica di servizi e produzione privata o
affidata al "terzo settore"). E questo, fuori dagli slogan di comodo,
è gran parte del contendere del dibattito politico attuale nel nostro paese....
3. In letteratura tali modelli sono indicati con il termine di "quasi
mercato". In effetti guardando alla produzione di servizi pubblici a carico
di soggetti pubblici "autonomi" e secondo la ripartizione netta delle
due cesure di responsabilità tra decisore politico, decisore amministrativo,
produttore, è "come se" l'amministratore, nelle vesti di
"finanziatore", "acquistasse" il servizio prodotto dai
produttori, garantendone la realizzazione per i cittadini. I cittadini sono,
nell'immediato, fruitori del servizio direttamente interessati ( e dunque
"controllori immediati della sua congruità.), ma nella loro generalità,
controllori del modello di "bene comune" che viene interpretato (il
politico risponde a loro a chiusura della catena delle responsabilità).
4. La scommessa (certo da verificare) è che nei rapporti tra decisore
amministrativo che detiene le risorse e le alloca, produttore che è
responsabile della concreta loro combinazione per la produzione, cittadino che
controlla, si realizzi una dinamica "virtuosa", capace di incentivare
comportamenti efficaci ed efficienti da parte di tutti gli interpreti.
In effetti (almeno teoricamente) Il produttore responsabile autonomamente della
combinazione ottimale delle risorse ricevute per produrre il servizio in
rapporto diretto con i cittadini, ha interesse immediato a realizzare le
combinazioni più efficaci ed efficienti delle risorse stesse e di rivendicare
la qualità del suo prodotto rispetto al finanziatore. Quest'ultimo deve fare il
suo "mestiere" e cioè non entrare nel merito "produttivo"
che non gli appartiene (ma accidenti invece quanta "amministrazione"
vorrebbe intervenire nel merito dei processi di istruzione...) ma "tirare
sul prezzo" come ogni buon compratore (sapendo in oltre che il controllo
sulla spesa pubblica è interesse di tutti i cittadini...).
Se il produttore realizza qualità a minor costo (per più efficaci modelli
organizzativi, per migliore uso delle risorse e del personale) potrà utilizzare
almeno parte del finanziamento pubblico in investimenti di miglioramento (e in
qualche caso anche per incentivazione del personale..). L'efficienza diventa non
una istanza verbale, ma una convenienza.
5. In questi modelli il problema della direzione di sistemi complessi, non
essendo posto in capo a soggetti "univoci e totivalenti" (i Ministeri
di un tempo) diventa un problema di governance, o, per dirla in italiano, di
governo misto ed integrato tra competenze e soggetti diversi. (Anche questa una
sorta di rivoluzione culturale per un sistema abituato alla "esclusività"
proprietaria della competenze). Dunque un sistema saturato di negoziazione,
collaborazione, contrattazione
6. Tre corollari inevitabili del modello: un sistema "terzo" di
raccolta sistematica delle informazioni sui processi (monitoraggio); un sistema
"terzo" di valutazione dei risultati, dei differenziali, dei processi
stessi; un sistema non semplicemente statistico (come oggi) di allocazione delle
risorse, ma finalizzato a incentivare processi di miglioramento.
I primi due sistemi hanno carattere "terzo" non nel senso che sono
affidati ai "privati" con la pratica dell'outsourcing, ma perché
hanno le caratteristiche delle "amministrazioni indipendenti" (il
modello delle autorities che non a caso si sviluppano sulla scorta di tali
processi di ristrutturazione dell'operatore pubblico).
Il loro significato è che di fronte al gioco delle reciproche convenienze tra
produttore e finanziatore, non venga messa in pericolo la "qualità"
dei servizi rispetto al cittadino, in nome del puro risparmio di risorse. Devono
perciò essere indipendenti sia dal finanziatore che dal produttore.
Il cittadino, anche ciò è caratteristico del funzionamento di questi modelli,
ha forme di organizzazione "autonome" per il proprio controllo, che in
taluni sistemi hanno anche udienza istituzionale, pur non confondendosi con
l'istituzione e mantenendo la propria autonomia (v. per esempio associazioni di
consumatori con udienza istituzionale e giuridica...). ... e se ripensassimo
agli Organi Collegiali in questa chiave invece che pensarli come componenti
istituzionali della gestione; e se anche rivedessimo alcuni strilli
"verbali" sui Consigli di Amministrazione? E se rivedessimo tanta
ideologia sulla "democrazia" del Collegio (così spesso in realtà
"democrazia dell'invidia" invece che organizzazione autonoma del ceto
professionale
E allora?
Se i modelli che sottostanno a molti dei processi di ristrutturazione
dell'operatore pubblico sono quelli indicati (almeno a grandi linee, ma chi è
interessato potrà approfondire e migliorare questo schematismo) che c'entra
l'autonomia scolastica?
Beh... intanto forse se ne capisce il motivo di fondo, vissuto "fuori"
dalla cultura scolastica.... E si capisce quanto siano impropri certi confronti
internazionali che si misurano con le stratificazioni storiche di sistemi e non
con processi in atto...Poi credo sia agevole ricollocare alcune questioni che ci
(come mondo della scuola) hanno visto procedere in controtendenza o in
interpretazione poco giudiziosa dei processi stessi. Per esempio
1. La nettezza di distinzione tra responsabilità politica e amministrativa, e
responsabilità produttiva fatica ad entrare nella cultura comune... Tutti (dico
tutti..) siamo tributari culturali di quell'approccio "normativo" che
si vorrebbe superare. Gran parte delle garanzie del personale, per esempio sono
vissute come depositate sulla filiera amministrativa tradizionale... fonte di
tante lamentazioni, ma anche di tante "protezioni"...
2. L'intersezione tra tali processi di "autonomizzazione " dei
produttori e riforme amministrative e istituzionali è sempre stata opaca e
confusa (si vedano gli ingredienti di tanto dibattito sul ruolo delle Regioni e
del sistema delle autonomie locali, e per altro verso, l'opacità diffuse
ovunque (destra e sinistra) sui significati del "federalismo" in campo
di istruzione.)
3. Il dimensionamento che ha preceduto l'autonomia ha creato non
"produttori" capaci di concentrare massa critica di risorse
(economiche e umane) per gestire opportunamente la dialettica dell'autonomia sia
rispetto al finanziatore (l'amministrazione) sia rispetto al sistema delle
autonomie locali: tante scuole piccole e deboli.... Molte presidenze e la
suggestione (tutta gestionale, ma non produttiva) del "piccolo è
bello". Al fondo di tale concezione e pratica il fatto che la scuola è
pensata come servizio reso non ai cittadini nella loro generalità (servizi di
formazione allargati e integrati) , ma ai cittadini "piccoli" (la
deriva scolasticistica della scuola)
4. In queste condizioni, il "territorio" che dovrebbe essere terreno
di esercizio di nuova contrattualità, di negoziazione, di dialettica tra poteri
diversi, rischia di diventare terreno di subalternità per unità scolastiche
piccole e deboli....Da qui la pregnanza della questione delle forme anche
giuridiche di rete (consorzi... ecc)
5. In netta controtendenza con le Bassanini, la "forma giuridica"
scelta per le scuole autonome è quella dell'ente pubblico. Dunque
riconducendola nell'alveo del Diritto Amministrativo e delle sue regole (!?) di
gestione. (posso ricordare che il processo di "prosciugamento" del
mondo degli enti pubblici è in corso dalla fine degli anni '70 e che Bassanini
ha trasformato molti enti pubblici in altre configurazioni altrettanto pubbliche
ma non assimilate ai profili del Diritto Amministrativo? Nella scuola, in un
colpo solo, abbiamo creato dieci mila enti pubblici nuovi....)
6. E dunque, il peso dell'amministrazione centrale (in altri segmenti dello
stato sociale nettamente destrutturato e alleggerito) nella scuola rimane certo
non immutato come struttura (le Direzioni Regionali e il nuovo assetto del
Ministero..) ma con una funzione "gravitazionale" ancora
rilevantissima...
Io credo che alcune di tali "controtendenze" nel processo di
costruzione dell'autonomia al quale ha messo mano il centrosinistra stiano alla
base di altrettante debolezze che oggi lo "scoprono" all'iniziativa
della nuova amministrazione. Sicché, nel ragionamento circa il confronto tra
strategie (o la messa a punto di una che sia intellegibile al "popolo della
scuola" forse è opportuno ripartire da qui se non ci si vuole cimentare
solo con le "cattiverie" dell'avversario....
Mi scuso dell'approccio "modellizzante", ma è utile sia per
comprendere la natura di certi processi, sia gli scarti tra "modelli"
e realizzazioni, sia infine gli effetti, a volte perversi di alcuni
meticciamenti impropri (questa mescolanza di decentramento e mantenimento della
gravitazione amministrativa, per esempio, o la commistione tra strutture
"deboli" (v. il Collegio dei Docenti a presidio dell'autonomia) e
strutture a rapporti "forti" (v. la stessa contrattazione sindacale e
le RSU..)
Infine mi pare utile perché tra le righe del riferimento modellistico si
recuperano le ragioni e gli ingredienti di molti problemi politici dell'oggi,
evitando - e Renzetti, che ringrazio del contributo dato con l'articolo della
Nappi sa che sono profondamente in disaccordo con lui, quando prende il gatto
per la coda invece che per la collottola - sovrapposizioni confuse di argomenti
o la semplificazione delle comparate ".... Guardate all'Inghilterra.... Ma
anche negli Stati Uniti...." Ecc.
Così ci si può misurare e dislocare, ma su ragioni "vere".
Un'ultima considerazione di metodo: i modelli non sono mai ne veri ne falsi, ne
perfetti ne sbagliati... per definizione sono tentativi di "descrizione e
controllo" della realtà sempre in difetto rispetto ad essa.... Richiedono
sempre "cura realizzativa" sul campo, e non (o non solo) efficacia
normativa.
Le regole "modellistiche" valgono, più che per quello che affermano,
per ciò che non dicono e che impone di essere interpretato operativamente. E la
responsabilità è, alla fine, essenzialmente questa.
Franco De Anna
Rispondo
(Renzetti)
La
cosa straordinaria è che, in base ad una premessa da dimostrare (la
scientificità dell’oggetto) si parte in quarta violentando due cose:
l’osservazione empirica ed i dati sperimentali.
Proviamo a capire per punti.
1) In ambito fisico si tenta di costruire dei modelli che rappresentino il
limite massimo di prestazioni di una macchina, di un sistema. Si pensano
macchine perfette, rendimenti impossibili, velocità limite. Tutto questo per
tentare di capire quali sono i limiti verso cui si tende, sapendo che essi non
possono essere superati. Si cerca un asintoto una tendenza, appunto. Nel mondo
in cui viviamo e con le vicende politiche che ci circondano, l’asintoto
politico-culturale (e militare) sono gli USA (se in questi ultimi 40 anni mi
sono perso qualcosa gradisco bibliografia). Gli Usa estraggono la loro
tradizione dalla Gran Bretagna, naturalmente accentuando gli aspetti elitari di
un sistema neoliberista che, anche con il G8, individua nell’istruzione un
asse su cui deve muoversi il neoliberismo. Ed il neoliberismo reclama
l’autonomia scolastica. A me sembra che il modello USA non piaccia De Anna ma,
che egli lo voglia o no, è quello il modello verso cui i neoliberismi ci
trascinano. Vi possono essere maggiori o minori correttivi che nascono dalla
FORZA di un impianto scolastico sperimentato e sedimentato, ma è innegabile che
tutti, in prima linea la Confindustria per ammissione esplicita, tendano a quel
sistema.
2) Si possono andare a cercare altri sistemi scolastici. L’autonomia produce
scuole dequalificate OVUNQUE: Canada, Olanda, Belgio, ….Altri sistemi
scolastici come la Spagna, sono ancora in via di assestamento e non hanno una
storia da contrapporre ad altri sistemi, la Francia e la Germania vivono crisi
profonde che hanno fatto scegliere alla prima riforme che portino quel sistema
vicino a quello italiano preberlinguer ed alla seconda un ripensamento
complessivo che ancora non sfocia in un progetto organico. Eppure la Francia è
la madre delle scuole che sono state le più prestigiose del mondo, quelle
politecniche nate dalla Rivoluzione Francese, dalle quali hanno preso
ispirazione proprio quelle tedesche al momento della nascita della Germania
stessa (e queste scuole sono andate in crisi negli anni 8° proprio quando si
tentò di avvicinarle al mondo del lavoro: una preparazione troppo specifica non
era utilizzabile dall’industria che si riciclava; occorrevano menti aperte che
fossero in grado di cambiare).
Per quanto possa sembrare strano la nostra esperienza scolastica preberlinguer
(meglio dire gentiliana) ha prodotto e (nonostante il MPI ed il MIUR) produce
gli studenti che riescono, a qualunque livello, ad inserirsi come i migliori in
qualunque scuola del mondo. Il viceversa non accade. Sul viceversa ho da dire
che ho avuto studenti provenienti dalle autonomie di vari Paesi del mondo e,
confrontati con i nostri men che mediocri studenti, erano un vero disastro. Per
altri versi tutti sanno che nostri diplomati si inseriscono ai vertici dei vari
corsi di laurea nel mondo, mentre il viceversa è quasi impossibile. E’ vero
che noi produciamo giovani ben preparati ma non credo si tratti di persone tutte
a livelli eccezionali. Eppure, tutti i nostri giovani che si trasferiscono
all’estero trovano sempre sistemazioni almeno buone.
3) Noi abbiamo una autonomia, in Italia, praticamente da sempre: le scuole
professionali (tra
l’altro a gestione sindacale, anche CGIL) che sono le più arretrate nel
panorama educativo
italiano. E tanto è vero quanto sostengo che gli strali (comunque stupidi)
della
Confindustria puntano soprattutto lì. Cosa hanno fatto i gestori cattolici o
sindacali delle
scuole professionali? Un ghetto e basta!
4) Ma l’autonomia non può essere solo argomento di seminari ed incontri in
cui ci si racconta
TRA TEORICI di cosa si tratta. Occorrerebbe conoscere la realtà sul campo ed
avere una
informazione non drogata da chi esercita la professione docente. Nelle note alla
brava Nappi, De Anna cita la questione della valutazione del sistema educativo.
Vediamo allora come tutto ciò abbia riscontro nell’autonomia progettata da
Bassanini-Berlinguer. L’autonomia nasce con “l’invenzione” della
dirigenza (la cosa più orrenda che si sia potuta fare). E nasce pure male perché
nasce in un ambito di spartizione di posti e potere tra sigle sindacali e
potentati politici. Il 5 agosto del 1998 vengono istituiti i corsi delle 300 (ma
anche 240) ore per Dirigenti. I “vecchi” presidi e direttori didattici
partecipano ad una selezione che avrebbe dovuto trasformare ranocchie in
principesse. Il fatto straordinario che il miracolo è riuscito! Tutte le oltre
10 mila ranocchie sono diventate principesse! Nessun bocciato! Vuol dire che
tutti i burocrati italiani con circa 250 ore di corsetti (con qualche aiuto
sindacale e qualche costoso corsetto dei vari Maragliano) possono diventare
dirigenti.
Ed i dirigenti sono i gestori dell’autonomia. Ora, dal punto di vista di chi,
come te, crede all’autonomia, la qualificazione dei dirigenti dovrebbe essere
irrinunciabile. Ma neanche a pensare che l’autonomia potesse nascere con un
concorso aperto a TUTTI (!) e che i migliori diventassero i manager di essa! Il
concorso è riservato. Ma ora il sindacato cambia. NO! Continua nella sua
politica che nega tutto ciò per cui varrebbe la pena battersi. Nel futuro
concorso a Dirigente, su asfissiante pressione CGIL, CISL ed UIL, ancora vi è
quello riservato ai presidi incaricati triennali (50% dei posti) ed un punteggio
“pesante” ai semplici incaricati. Di nuovo i controllori dell’autonomia
sono truccati. Ed anche Bonezzi non coglie questo aspetto quando mi taccia di
“fissato” per l’insistere su questa questione che, per l’autonomia è
vitale. Invece si continua sulla strada della FAMIGLIA. L’Italia ama la
famiglia (nella sua accezione allargata). Se la gestione di una data cosa è
fatta da un amico mio va certamente bene. E questa è la premessa del Paese
culla del NON DIRITTO. Ed io alla mia veneranda età dovrei fare un atto di fede
su una autonomia che, dalle parti nostre , sarà migliore, andrà bene? Il
Ministero dovrebbe controllare una cosa che conosce da vaghe relazioni di
persone pure preparate ma certamente non docenti in servizio attivo. E nessuno
di noi ha strumenti di controllo per quel Ministero. Non lo conosciamo e non
conosciamo le competenze di chi entra con Berlinguer e deve poi operare con
Moratti. Ci si rende conto che la gran parte delle riforme sono RIFORME
CARTACEE? I POF che dovrebbero stabilire quale scuola è migliore, in modo che
gli utenti (bruttissimo!) possano scegliere. Come dove e quando per gli ottomila
comuni in gran parte sparpagliati sul territorio nazionale? Come controllare
l’intreccio con il potere locale o la deriva di un suo disinteresse che
potrebbe avvicinare ad un intervento privato che pieghi l’istituzione ai suoi
fini, quantomeno di lucro? Come è possibile burocraticamente stabilire griglie
di conoscenze, competenze e capacità? Non è che pedagoghi e docimologi hanno
preso il potere a scapito di tutti coloro che sanno come lavorare da anni e non
hanno bisogno di tassonomie che si aggiungono a tassonomie ? La brava Giovannini
ci fece un paio di corsi di docimologia un paio di anni fa. Griglie a tutto
spiano: un lavoro infernale per preparare e correggere una singola prova di un
singolo ragazzo. Poi usciva sempre che con quella valutazione analitica non si
andava oltre il quattro. E la Giovannini diceva tranquilla che, alla fine,
occorre usare la valutazione globale. Cioè: ammazzatevi pure e poi promuovete.
Il masochismo eretto a sistema. Questo insistere su valutazioni oggettive su
prove strutturate, su terze prove, tutto questo ha caricato di lavoro i docenti
distraendoli dalla loro professione e dall’aggiornamento disciplinare; e, per
tutta ricompensa, alla nascita dell’autonomia faceva da contraltare il
dimezzamento delle risorse del Ministero. Ma la cosa era ben chiara a chi
scriveva quelle cose. I soldi sarebbero provenuti da “piani di
ridimensionamento della rete scolastica” [letterale, n.d.r.] che vogliono dire
ciò che sta facendo la Moratti in modo esplosivo: eliminazione di personale,
accorpamenti, verticalizzazione, ..In proposito, osserva “Mani Tese”: “è
un quadro poco confortante reso ancora meno incoraggiante dalla decisione
politica di accordare , contrariamente a quanto è scritto nella Costituzione,
gli stanzianti alle scuole private, le quali ottengono la parità nonostante il
loro arbitrario sistema di reclutamento e di valutazione [ancora!] degli
insegnanti differisca notevolmente da quello delle scuole statali”. E tanto si
risparmiava che spariscono le “figure di sistema” che erano all’interno
dei piani dell’autonomia (ed ogni cosa di queste ricade sempre sugli
insegnanti a costo zero, ma d’altra parte era il sacro impegno di Berlinguer,
una grande riforma a costo zero). Come osserva il citato Dirigente Ligabue
(Liceo Avogadro di Roma): “mentre si lancia l’autonomia si dimezzano i fondi
e ciò vuol dire andare a cercare finanziamenti altrove. Questo apre ad una
strada dagli sviluppi discutibili, perché la forbice tra scuole di serie A e di
serie B si aprirà sul serio.
Ma poi, come si controlla una autonomia se non si hanno sistemi di riferimento
inerziali? Oppure è previsto che ognuno vada davvero per conto suo? In questa
mancanza di riferimenti (valutare cosa con quali obiettivi che, nella stessa
legge sono generici e non definiti?). Certo che le varie leggi in proposito di
questo non parlano ed a partire dal 1999-2000, quando è partita la
sperimentazione dell’autonomia, i dati sperimentali sono assolutamente non
incoraggianti.
Proprio quei dirigenti raccattati in quel modo indegno (la madre di ogni
fallimento), insieme alle prebende di fondi incentivanti e funzioni obiettivo ha
snaturato addirittura la gestione democratica della scuola. Tutti quelli che
lavorano DENTRO la scuola sanno che da quella data si è creato un circolo
vizioso: la gestione dei fondi è a discrezione del dirigente; i livelli
miserabili dei salari degli insegnanti hanno creato una corte dei miracoli; il
dirigente elargisce denari a coloro che sono fedeli esecutori, non tanto di un
POF, quanto dei suoi voleri; si crea una corte del dirigente che è la sua
maggioranza nel Collegio Docenti; fine della storia; in tragedia. Ma vi è un
altro aspetto non marginale da discutere sul quale la stessa CGIL ancora
insiste, per me, incomprensibilmente: l’assegnare i denari per un presunto
merito con la nefasta conseguenza di creare una categoria a salario variabile da
scuola a scuola e all’interno della stessa scuola. E tutto ciò, io credo, sarà
fuori di una qualunque valutazione oggettiva di merito (chi valuta chi? Stando
le premesse nel modo che tento di dire).
E questa storia dei POF è uno dei peccati originali dell’intero impianto
perché non si assegnano dei fondi per alcune funzioni obiettivo perché poi la
scuola li suddivida ai meritevoli. Il processo dovrebbe essere esattamente
inverso, nell’ipotesi si voglia proseguire su questa strada: quante sono le
funzioni obiettivo individuate da una data scuola? Quelle si finanziano! E
questo evita quella guerra tra poveri di cui si diceva. Tutto funziona così?
Certamente no ma, altrettanto certamente, è così in moltissime scuole e per
inerzia o anche per il principio del minimo sforzo tutto si siederà su questo (è
il nostro asintoto). Nella mia scuola di tre anni fa costruimmo un POF di 500
pagine. Lavorammo con lena. Poi arrivo in altra scuola e mi accorgo che, dato un
POF, si copia anno dopo anno.
E nell’altra scuola. Lo stesso. Si va avanti con un POF per la vita. E sono i
dirigenti che vogliono un POF per mostrarlo ai loro incontri. Della loro
esecutività importa molto meno.
Ma è possibile che, a parte la situazione docente che pure è elemento
fondamentale, nessuno al MIUR si accorga (o al MPI si sia accorto) di una
valanga che sta travolgendo la scuola, valanga che nasce da elementi
psicopedagocici di origine cattolica ed in parte di certi strati marxisti poco
acculturati. Maria Montessori e Rogers (il campione USA non citato da De Anna)
sono stati le levatrici della scuola del disimpegno. La classe politica, invece
di recepire i ceffoni di Don Milani, ha recepito la non direttività, il bambino
e l’adolescente che non si toccano neppure con un dito. Così arriviamo alle
docimologie che devono essere nostro patrimonio, passiamo attraverso griglie di
ogni tipo, terze prove, prove oggettive, a scelta multipla, vero o falso, a
risposta aperta, max 20 righe o ciò che vi pare e poi…. Per poter bocciare un
alunno occorre che ti spari in faccia. Con la riforma Berlinguer dei soli esami
infatti (e tenuto conto di tutte le circolari che invitavano a promuovere e di
tutti gli orpelli formali che ti fanno promuovere, altrimenti il professore
boccia ma il Tar no) la percentuale dei promossi è apparentemente restata la
stessa ma in realtà è aumentata abbastanza. E’ l’effetto dell’abolizione
della non ammissione: mentre infatti prima qualcuno veniva fermato dalla scuola,
oggi tutti vanno agli esami e quella percentuale che si mantiene costante
nasconde un aumento percentuale dei promossi. A lato della frustrazione che
nasce dal fare un lavoro che vede tutti promossi a priori con la conseguenza che
solo qualcuno lavora (e qualche altro se lo corrompi!), vi è anche la perdita
di quel pezzo che la nostra scuola poteva vantare come un suo successo: le
interrogazioni. Purtroppo non sono prove oggettive, ma sono le uniche prove che
insegnano a discutere ad interloquire e ad argomentare. Tali interrogazioni non
esistono in gran parte del mondo. Crocette e quasi basta. Infatti si è perso il
senso della “discussione”. Si litiga e si tenta piuttosto di distruggere
l’avversario piuttosto che sentirne le ragioni. E noi allegramente ci avviamo
lì per il grande ingegno del cattivo copiatore Vertecchi. E, caro De Anna, il
riferimento Vertecchi lo aveva e tu lo sai. E’ proprio in quel Paese in cui 61
professori universitari scrivono tante belle cose sulla guerra, definendo le
guerre giuste ed affermando che sono solo loro a poterle fare!
5) Dice Michel Bosquet nella sua “Critica al capitalismo di ogni giorno”
che: “Non può esserci
sistema educativo di ogni giorno quando l’autonomia degli individui non si
compie né nel lavoro né nel tempo libero. Quando tutto insomma diseduca. Perché
l’educazione diventi possibile, occorrerebbe che la società tutta intera
diventasse educativa e che scomparisse la
separazione tra imparare e produrre, studio e lavoro, lavoro e tempo libero,
favorendo allo stesso modo in tutte le attività sociali la compiutezza degli
uomini”. Ora so bene che tutto questo è come un elastico che ognuno può
tirare come e dove vuole ma il riferimento dalla mia posizione culturale
antiliberista mi porta a intravedere pericoli immensi nella scuola
dell’autonomia. La rincorsa appunto ad una scuola che prepari a quei fini che
sono di quell’ideologia e di quella visione politica orrenda e macinatrice di
milioni di morti l’anno. Ancora oggi Emma Marcegaglia indicava gli USA come
riferimento produttivo e tutti sappiamo quanto la Confindustria spinga per
questa scuola (Berlinguer, sistemata da Moratti). Tutti sappiamo inoltre, come
ho già detto, quanto il G8 tenga ad una scuola finalizzata al liberismo.
D’Alema, lungi dal fare un filo di autocritica, ancora due giorni fa a Roma
parlava di autonomia come del baluardo dell’unità nazionale (credo che il
Discorso della Montagna potrebbe aiutare il povero di spirito suddetto che, se
non altro, vedrà Dio), facendo finta di ignorare che il 50% della scuola,
quella professionale, sarà regionalizzata con tutto ciò che è prevedibile (a
parte il mercimonio e la privatizzazione) in termini di squilibri
geo-socio-economici (e tale processo è iniziato con Berlinguer! Come del resto
il ruolo dei professori di religione, checché si scandalizzi oggi la CGIL!).
Ma che c’entra, più in dettaglio, la globalizzazione con la scuola italiana?
Vediamolo . [mi riferisco al periodico "Classe Struggle" del
gennaio-febbraio 2000 intitolato Stati Uniti - L'impresa privata all'assalto
della scuola pubblica, al manifesto neoliberista Scuola libera! Appunti per la
nascita di un movimento, all'articolo di "Le Monde Diplomatique", del
16 giugno 1998, dal titolo La scuola, grande affare del XXI secolo. Inoltre
ritengo molto interessante e istruttivo anche il cap. 4 del libro di Naomi Klein,
No Logo. Economia globale e nuova contestazione, dal titolo "Il branding
dell'istruzione. Pubblicità nelle scuole e nelle università".]
Già nel 1955, Milton Friedman, professore di economia all'Università di
Chicago e più tardi consigliere dei presidenti Nixon e Reagan, affermava che le
scuole saranno più efficienti se saranno sottoposte alle leggi del mercato
capitalistico e, come tutte le aziende, entreranno in concorrenza le une con le
altre per attirare i loro clienti: gli studenti. A questo scopo, proponeva un
sistema di buoni-scuola emessi all'ordine dei genitori di un figlio in età
scolare, che questi avrebbero potuto girare alla scuola di loro scelta, compresa
una scuola privata o confessionale. Oggi in Italia questa stessa politica è
quella che intende perseguire la Moratti sulla strada aperta da Berlinguer. Poco
prima delle elezioni, insieme a intellettuali e politici del centrodestra e a
esponenti del mondo imprenditoriale, tra cui Ferdinando Adornato, Innocenzo
Cipolletta, Antonio Martino, Angelo Panebianco, Sergio Romano, Cesare Romiti,
Marco Tronchetti Provera, Giorgio Vittadini, la Moratti ha sottoscritto un
documento dal titolo Scuola libera! Appunti per la nascita di un movimento. In
esso in sostanza si riconosce che la scolarizzazione di massa degli anni 60-70
ha permesso anche ai figli delle classi meno abbienti di studiare e diventare
medici, ingegneri, professionisti, ma che oggi la scuola statale è diventata
una specie di gabbia classista: chi ha più soldi può mandare i propri figli a
studiare all'estero o in scuole private d'eccellenza; chi invece si trova in
condizioni di disagio è costretto a parcheggiarli in una scuola sempre più
dequalificata. Quale la soluzione proposta? Il buono scuola, che permette anche
ai figli dei più poveri di accedere agli istituti migliori.
Inoltre si dice: "La globalizzazione economica richiede standard sempre più
elevati di preparazione per ogni tipo di lavoro e professione. Riteniamo perciò
doveroso dire ai nostri concittadini che, se l'Europa e in essa l'Italia
vorranno mantenere i livelli di benessere raggiunti, dovranno portare la propria
efficienza economica e tecnologica a livelli di eccellenza".
La globalizzazione viene da questi esponenti del nostro padronato assunta come
un dato di fatto che non merita neppure di essere definita, tanto meno
analizzata e giudicata. E
non sono solo le aree geografiche, del Sud o dell'Est, a interessare il mercato
e a essere mira dei potentati economici, ma anche nuovi settori soprattutto dei
servizi, tradizionalmente gestiti dal potere pubblico, e che oggi fanno gola
agli interessi privati. Che la scuola sia per il capitale una nuova frontiera di
investimento e di profitto impone la necessità ovunque di riformarla. Nel
nostro paese ciò costituisce il motivo per cui, da vari anni, anche "a
sinistra", parlando di riforma non si intende più allargamento degli
ambiti democratici e innalzamento dei livelli culturali e della scolarizzazione,
ma efficienza, aziendalizzazione, legame col mondo del lavoro. Gli interventi
riformatori del governo di centrosinistra sono stati tutti informati di questa
stessa ideologia neoliberista. Ad esso dobbiamo la privatizzazione del lavoro
nella pubblica amministrazione, la legge di autonomia di cui parliamo, la
regionalizzazione della formazione professionale (di cui si diceva) e dei corsi
post-diploma, la legge di parità (funzionale a scaricare parte
dell’istruzione pubblica ai privati per poter poi parlare di
“competizione”), ecc. Su questa strada tracciata da tempo dai governi
attraverso sperimentazioni e innovazioni legislative di portata ancora minima,
ampliata decisamente dai ministri Berlinguer e De Mauro, si inserisce ora la
neo-ministra della Casa delle libertà, con l'intenzione di imprimere alla
dinamica in atto una velocità maggiore. La conclusione che si legge nel
manifesto sopra citato è la seguente: "La scuola italiana ha e avrà
bisogno in prospettiva di risorse crescenti e la nostra proposta vuole
contribuire a mobilitarle. Noi pensiamo che vi siano molte energie che possono
progressivamente rafforzare il nostro apparato formativo. Esse vanno fatte
scattare come una molla. Il sapere è una risorsa. L'impresa deve quindi trovare
proficuo e vantaggioso investire nella scuola. Da questo punto di vista gli
Stati Uniti possono insegnarci qualcosa" . Quindi sono proprio gli USA che
sono continuamente richiamati e la Moratti lo può fare perché si è aperta una
breccia (in modo avventuristico o con coscienza precisa?) tra le maglie delle
riforme Berlinguer (si vada in questo sito alla pagina principale e, sulla
sinistra, si apra “mappa riforme”: si troveranno tragicamente concatenate le
cose che tento di dire). Ed è vero che gli Stati Uniti possono insegnarci
qualcosa, in quanto per almeno un ventennio hanno sperimentato quelle formule
tanto care ai nostri magnati dell'industria e del capitale e delle quali parlava
Nappi. Ma cosa ci possono insegnare? Anzitutto che proprio negli Stati Uniti
viene oggi messo decisamente in discussione uno degli aspetti centrali di questo
modello della scuola libera: quello della privatizzazione e soprattutto del
finanziamento statale delle scuole private. Il buono scuola incontra fortissime
resistenze sia da parte dell'opinione pubblica che delle forze politiche e
istituzionali. È recentissima la sconfitta del neopresidente Bush sulla
questione del buono scuola al Senato, dove si è creato un fronte anti-vaucher
formato dai democratici e da tredici senatori repubblicani. La campagna
anti-vaucher dei democratici è sostenuta anche dai sindacati degli insegnanti
americani, in particolare dall'Aft, che hanno ben chiaro come il buono scuola
significhi sottrazione di fondi alle scuole pubbliche (e questo può far capire
quella cosa della potenza dei sindacati USA, nel senso di “sindacato”,
parola ascoltata più volte nei film sui gangster). Non bisogna dimenticare che
questa battuta d'arresto giunge dopo le altrettanto sonore sconfitte nei
referendum della California e del Michigan dei mesi scorsi. La proposta del
buono scuola è stata bocciata anche in Svizzera e incontra ostacoli anche da
noi. Il Comitato per la scuola pubblica informa con un comunicato del 26 giugno
2001 che a Bologna sono state raccolte in poche settimane le 9.000 firme
necessarie per sottoporre a referendum i buoni emessi per asili nido e scuole
materne comunali dalla giunta Guazzaloca.
Negli Stati Uniti già da diversi anni le difficoltà che incontra oggi il buono
scuola erano chiare agli stessi uomini d'affari e profittatori che da tale
strumento sono stati favoriti nella creazione di nuove scuole private.
Dall'articolo di Classe Struggle del gennaio-febbraio 2000 si apprende che
"un certo numero di aziende a scopo dichiaratamente di lucro si sono
lanciate sul mercato e controllano già il 10% circa delle scuole sotto
contratto" (cioè scuole private che sottoscrivono un accordo con lo stato
ricevendo da esso finanziamenti). A questi dati va contrapposto quanto emerso in
una conferenza su impresa ed educazione tenuta a Nashville nell'agosto 1997,
nella quale alcuni investitori hanno mostrato di essere "inquietati per il
timore del fallimento politico del sistema dei «buoni», poiché tutti i
sondaggi effettuati fino a oggi mostrano che la maggior parte dei genitori è
contraria". Di fronte a tale rischio i partecipanti erano però tutti
"d'accordo sulle misure suscettibili di rendere la «industria» scolastica
redditizia: ridurre il numero di insegnanti (cioè aumentare il numero di alunni
per classe); ridurre la massa salariale degli insegnanti arruolando un maggior
numero di giovani e di professori non abilitati; ridurre o sopprimere gli
organismi che rilasciano i diplomi di insegnamento e affidare la valutazione
delle competenze degli insegnanti ai «manager» delle scuole (parola che essi
preferiscono a «direttore»)".
I tagli agli investimenti sono quindi uno degli aspetti fondamentali della
politica neoliberale sul piano scolastico. E’ inutile discutere dei tagli nei
Paesi Poveri. Nei Paesi sviluppati simili tagli si sono fatti con la
giustificazione che si stanno assottigliando i margini nella lotta per la
concorrenza globale, il che comporterebbe la riduzione di tasse e dunque una
minore consistenza dei beni erogati dal servizio pubblico. In tutti i luoghi il
processo è accompagnato da un incremento dell'istruzione privata, stabilendo
così due livelli di educazione".
La globalizzazione neoliberale persegue quindi l'obiettivo di creare un sistema
integrato pubblico-privato secondo il quale lo stato finanzia il sistema e il
privato lo gestisce, introducendo le regole e i valori del mercato e della
competizione, e nel contempo aprire completamente il mondo della scuola a tutte
le esigenze dell'impresa.
Moratti e soci, che di questa linea come abbiamo visto sono i portavoce,
sostengono: "Particolarmente per le scuole professionali, snodo decisivo
[...] del sistema formativo, le imprese, le aziende artigianali, le associazioni
di categoria potrebbero essere interessate a partecipare alla gestione di
istituti che hanno per scopo quello di preparare i lavoratori di cui esse hanno
bisogno. Tutto ciò favorirebbe una maggiore osmosi tra mondo della scuola e
mondo del lavoro".
Alle imprese e alle aziende artigianali, a sostegno delle quali intervengono gli
enti locali erogatori dei fondi sociali UE e che gestirebbero la scuola né più
né meno che come un'agenzia di collocamento, si affiancano le grandi imprese
multinazionali specializzate nella formazione a distanza, che trovano nel WTO e
negli altri organismi multilaterali e politici (FMI, G8, UE, ecc.) validi
strumenti per le loro politiche.
Il disegno è chiaro e si delinea su scala mondiale. La scuola pubblica, in ogni
parte del mondo, è attaccata da più direzioni, da soggetti che se è vero che
sono tra loro in forte concorrenza, hanno in comune però l'obiettivo di
scardinarne le difese per poi lanciarsi nella competizione per la conquista di
questo mercato globale lasciato finalmente libero. Anche i governi, che agiscono
per conto delle imprese nazionali sono impegnati in questa competizione,
all'interno e al di fuori dei propri confini. All'interno, come abbiamo visto,
con le opere di ristrutturazione che assumono l'ambigua denominazione di
"riforma". All'esterno, in compagnia e in competizione con altri enti
politici ed economici sovranazionali, promuovendo lo sviluppo di agenzie
formative a distanza. In Francia, ad esempio, il ministro della pubblica
istruzione Claude Allègre, lo stesso che ha definito "immotivato" lo
sciopero degli insegnanti, ha lanciato nel febbraio '98 un'agenzia per la
promozione della formazione all'estero sostenendo: "Venderemo all'estero il
nostro savoir-faire; ci siamo fissati un obiettivo di due miliardi di franchi di
fatturato in tre anni. Sono convinto che questo sia il grande mercato del XXI
secolo. Un solo esempio: un paese come l'Australia guadagna 7 miliardi di
franchi esportando formazione". In questo articolo, il giornalista Gerard
De Sélys, autore di uno studio contro l'aziendalizzazione e la globalizzazione
neoliberista dell'istruzione ("Tableau noir, appel à la résistence contre
la privatisation de l'enseignement", EPO, Bruxelles, maggio 1998), analizza
efficacemente i nessi tra istruzione, politica, mercato e imprese, descrivendone
le iniziative e i progetti sostenuti a livello europeo negli anni '90.
Il Rapporto della tavola rotonda degli industriali europei, Ert, del febbraio
1995 sosteneva in maniera perentoria: "La responsabilità della formazione
deve, in definitiva, essere assunta dall'industria. Sembra che nel mondo della
scuola non si percepisca chiaramente quale sia il profilo dei collaboratori di
cui l'industria ha bisogno. L'istruzione deve essere considerata come un
servizio reso al mondo economico. I governi nazionali dovrebbero vedere
l'istruzione come un processo esteso dalla culla fino alla tomba. Istruzione
significa apprendere, non ricevere un insegnamento. Non abbiamo tempo da
perdere". A questo si ricollegano tutti i discorsi di questi anni
sull'educazione permanente o continua. Una intenzione di per sé lodevole ma
determinata e sottoposta anch'essa alle esigenze del profitto! Nel 1996
l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) aggiungeva:
"l'apprendimento a vita non può fondarsi sulla presenza permanente di
insegnanti", ma deve essere assicurato "da prestatori di servizi
educativi. La tecnologia crea un mercato mondiale nel settore della formazione.
La nuova possibilità di proporre programmi didattici in altri paesi, senza
obbligare studenti e insegnanti a spostarsi, potrebbe avere senz'altro
importanti ripercussioni sulla struttura del sistema scolastico e formativo su
scala mondiale". Se il ruolo dei pubblici poteri non viene disconosciuto,
è comunque limitato ad "assicurare l'accesso all'apprendimento a coloro
che non costituiranno mai un mercato redditizio, e la cui esclusione dalla
società in generale si accentuerà nella misura in cui gli altri continueranno
a progredire". Qui l'Ocse esprime a chiare lettere ciò che l'Ert e la
Commissione non avevano osato dire: gli insegnanti residuali si occuperanno
della popolazione "non redditizia".
Tornando al nostro Paese, è anche per agevolare queste dinamiche privatistiche
che nel citato documento del centrodestra leggiamo: "si giunga
all'abolizione del valore legale del titolo di studio". Fino a ieri invece
abbiamo avuto una più cauta insistenza all'interno della riforma sulla
"certificazione oggettiva delle competenze" (libretto o portfolio). Ciò
corrispondeva all'idea messa in campo dalla Commissione europea di una «carta
di accreditamento delle competenze», pensata per aggirare le normative
nazionali in fatto di attribuzione e riconoscimento dei diplomi. Gerard De Sélys
scrive: "L'idea è semplice. Immaginiamo che un giovane acceda a vari
fornitori commerciali di insegnamento attraverso Internet, ottenendo così,
dietro pagamento, «competenze» in materia tecnica, linguistica e di gestione.
A seconda del suo autoapprendimento, i fornitori di insegnamento gli «accrediteranno»
le conoscenze acquisite. Questo «accreditamento» sarà contabilizzato su un
dischetto (definito «carta»), che lo studente avrà inserito nel suo computer,
collegato con i suoi fornitori. Quando cercherà un lavoro, introdurrà nel suo
computer questo dischetto e si collegherà a un sito di «offerte di lavoro»
gestito da un'associazione padronale. Il suo profilo sarà allora analizzato da
un software, e se le sue «competenze» corrisponderanno a quelle richieste da
un datore di lavoro, sarà assunto. I diplomi dunque non serviranno più: il
padronato gestirà il suo proprio sistema senza preoccuparsi del controllo degli
stati e del mondo universitario".
Oltre ad essere un mercato da sfruttare, l'educazione è quindi una delle chiavi
per la nuova fase dello sviluppo economico capitalistico. La diffusione della
tecnologia sta riducendo la quantità di produzione lavorativa che non richiede
addestramento. Le imprese dimostrano quindi un crescente interesse
nell'educazione orientata a soddisfare le necessità dell'impresa. Va da sé che
quando l'istruzione si privatizza ed acquisisce fini commerciali, le aree
didattiche culturali e sociali perdono interesse a meno che non possano essere
utilizzate anche loro come oggetti commerciali.. Pubblicità nelle scuole e
nelle università". In esso l'autrice descrive le fasi del processo di
inserimento a vari livelli delle aziende produttrici nel mercato scolastico e le
conseguenze che esso produce sul piano della didattica e della ricerca. Tale
inserimento è stato facilitato dalle politiche neoliberiste di tagli e
ristrutturazioni che hanno costretto le istituzioni scolastiche a sottoporsi ai
ricatti delle imprese per sopravvivere. "È stata la tecnologia a rinnovare
l'urgenza di far fronte alla cronica mancanza di fondi degli anni Novanta: nel
momento in cui le scuole si trovavano ad affrontare tagli di bilancio sempre più
drastici, i costi per fornire un'educazione moderna aumentavano in modo
esponenziale, costringendo molti istituti a cercare fonti di finanziamento
alternative. L'incalzare della moderna info-tecnologia ha fatto sì che,
improvvisamente, ci si aspettasse che scuole che non potevano permettersi testi
aggiornati mettessero a disposizione degli studenti apparecchiature audiovisive,
videocamere, aule di informatica, i più recenti programmi software, l'accesso a
Internet, e, in alcuni casi, persino impianti di videoconferenza". Chi
crede nella funzione civile e democratica della scuola ed è convinto che suo
compito sia quello di favorire la crescita serena dell'individuo in rapporto con
la società, fornendolo di strumenti di lettura e comprensione della realtà;
chi si pone come obiettivo quello di capacitare i giovani ad affrontare i
problemi e gli aspetti contraddittori del nostro mondo e della relazione con il
prossimo, senza contribuire a ridurli al rango passivo di clienti e consumatori
non può che opporsi con forza ai processi sopra descritti, che trovano
espressione nell'ideologia ora dominante del neoliberismo e concretizzazione
nelle politiche governative. Chi è convinto di ciò può vedere oggi nel
movimento cosiddetto "di Seattle", che si oppone alle logiche
neoliberiste, uno strumento efficace di opposizione e di rilancio di una nuova
politica, anche scolastica, in cui siano centrali non i bisogni del mercato ma
quelli della persona e delle comunità civili e democratiche [la parte relativa
alla globalizzazione è un transunto da REDS, se occorresse fornisco
bibliografia specifica dei brani tra virgolette].
Una piccola notarella relativa alla globalizzazione è d’obbligo: noi
politicamente schierati facciamo una dura opposizione alla Banda Bassotti al
potere. Poi leggiamo di accordi amorevoli tra Minniti (il vice presidente del
consiglio ed il più ascoltato consigliere di D’Alema) e Previti (si, proprio
quello) su leggi che regolano la vendita di armi a Paesi e a terroristi (si
legga l’ultimo numero di Charta).
6) Alla fine della licenza debbo toccare. Io non ho i padri nobili di una
cultura che poi viene negata alle estreme conseguenze, come fai tu De Anna nel
chiedermi se rinnegavo tanti personaggi. Alcune delle persone che citi le
apprezzo, altre no. Io discuto degli USA di oggi e dell’autonomia che si
vorrebbe e che invece è.
A parte Diderot e D’Alembert, preferisco riferirmi a Piaget e a Vigotskij. Ma,
ancora più semplicemente ai progetti NON LIBERISTICI di PCI e PSI della metà
degli anni ’70. Una scuola che avesse i primi due cicli di 8 anni complessivi
(qui, oggi, aggiusterei solo il tiro su l’inizio del primo ciclo a 5 anni, per
quel fatto del doversi porre alla pari sul mercato europeo e non far perdere un
anno ai nostri giovani; aggiungerei poi la reintroduzione non del latino ma
dell’analisi logica e grammaticale). Quindi un biennio UNITARIO con una
piccola area comune e molte materie opzionali per poter permettere facilmente di
comprendere come e dove si vuole proseguire. Infine un triennio
“professionalizzante” o di indirizzo a specifiche facoltà. Qui si possono
aggiungere tutte le cose ( ridurre il numero degli sbocchi dopo la terza media;
non fare dei ragazzi dei contenitori vuoti da riempire e quindi occuparsi di
“contenuti minimi”;….) ma questo è l’asse che ha vinto in Italia. E
tutte queste cose, naturalmente articolate in lavori, nascevano in gruppi di
lavoro che vedevano impegnati alcuni tra gli studiosi che più tempo ed energie
hanno dedicato a tali problemi: C. Bernardini, P. Guidoni, M. Vicentini Missoni,
G. Conforto,…..e, a livello ministeriale, sotto l’ala protettrice di Ersilia
Oricchio, E. Orlandini (il grande), Piromalli, Dalla Valle,…..
Come potrai vedere era l’intersezione di culture diverse. Ma sul 90% di quanto
sostenuto da quei progetti di legge ci si riconosceva perché non tentavano
l’allineamento con i progetti del Capitale per mostrare di essere ossequienti
e meritare una Presidenza del Consiglio.
Quindi hai ragione: differenze RADICALI. E la cosa merita almeno una
osservazione che mi riallaccia all’inizio del tuo intervento: che cosa ha
fatto il sindacato in questi anni? Perché non ha spiegato? Perché non ha
parlato del grande cambiamento che vedeva i suoi iscritti pagare i prezzi
maggiori? Perché fidarsi sempre di qualcosa che verrà con la certezza di dover
NOI OGGI dare. La cosa non è nuova ha almeno un illustre precedente nei decreti
delegati. L’ultimo decreto, quello economico che avrebbe ripagato gli
insegnanti dell’accresciuto lavoro che sarebbe seguito ai DD, NON E’ MAI
PASSATO. E qui su un sindacato che fa errori (normalissimo) e che non riesce mai
a fare un minimo di autocritica (come D’Alema che continua ad imperversare
senza che nessuno gli dica che è un pugile suonato) è preoccupante.
E questo è un poco il problema della sinistra oggi: capire se è carne o pesce.
Io sono restato lo stesso e non sono un conservatore che si arrocca, come D’Alema
definisce Cofferati. Non voglio sorbirmi scelte non discusse e che portano le
persone in buona fede in un baratro da cui non c’è ritorno.
Uno dei miei maestri, G. Salvini (ministro della ricerca nel governo Ciampi), mi
disse una volta: “Guarda Roberto che a costruire una scuola possono non
bastare 100 anni. A distruggerla può andare bene un solo giorno.”Si parlava
di scuole di fisica. Ma credo che il tutto si possa estendere alla SCUOLA
tout-court.
Un caro saluto Franco, non invidiando il tuo ruolo di Ispettore che rischia di
diventare come Pulcinella, stritolato da due padroni (e poi chissà?).
Riguardo invece alla CGIL Scuola sarebbe di grande interesse che chiarisse la
sua posizione. L’ambiguità fa navigare a vista, ma come si alza un poco di
nebbia si becca uno scoglio.
Per intenderci, fatto certa l’opposizione durissima alla Moratti, c’è un
minimo di autocritica? Oppure, in un invocato POI, dovremmo ricominciare la
lotta proprio contro la CGIL come già accadde il 17 febbraio del 2000? Insomma,
DOPO LA VITTORIA SULLA MORATTI, ci riproporrà i polpettoni di Berlinguer?
E’ meglio che avvisi subito perché è il caso che le diversità (una
risorsa!) vengano fuori in tutta la loro potenza e drammaticità. Io avrei
un’enormità di dubbi nello stare in un sindacato che difendesse una struttura
come quella della scuola dell’autonomia di cui si è parlato. Capisco anche
che non è conveniente fare una tale chiarezza. La richiedo da tempo ma non
accade nulla.
Sull’equivoco molti colleghi accettano una bandiera che potrebbe non essere più
la loro (per buon peso: il continuo richiamo alla concertazione è pura follia
da parte dei lavoratori. Gli insegnanti da quando Trentin fece quegli accordi
con il governo Ciampi – 10 anni fa – hanno perso il 30% del potere
d’acquisto dei loro salari. Di che discutiamo, compagni? Del recupero A
POSTERIORI del differenziale tra inflazione programmata e reale? Di sciocchezze?
Per favore!).
Un caro saluto con molta stima caro De Anna (e con la consapevolezza che ci
leggiamo in pochi e quindi forse vale la pena scriverci in privato)
Roberto Renzetti
Caro Roberto (Maria Grazia Fiore)
forse più che scrivervi in privato, si tratta di trovare una diversa
collocazione ad un certo tipo di dibattito che, invece, io ritengo molto utile e
stimolante, tanto dal punto di vista politico quanto da quello culturale. Appena
avrò letto più approfonditamente i vostri interventi vi dirò la mia
sull''autonomia (stasera ho nove ore di scuola alle spalle, una stanchezza
mortale e non credo ce la farei), ma mi preme sottolineare una mia convinzione:
il cambiamento è inevitabile, proprio perché troppe volte è stato eluso (e il
tuo riferimento al "salvataggio/tutela" dei dirigenti ne è uno dei più
eclatanti ultimi episodi). La complessità della società post-moderna, intesa
sia come proprietà strutturale (e quindi in riferimento al numero e alla varietà
dei componenti e delle relazioni interne ed esterne ad essa), sia come proprietà
dinamica (in termini di difficoltà di previsione dei suoi stati futuri), pone
come ineludibile la ricerca di nuove strade interpretative. Io non sono vittima
del mito europeo né in termini di stipendio, né in termini di sistemi
scolastici, anche perché l''esame di educazione comparata me lo sono dovuto
sciroppare anch''io (a posteriori, sono contenta di averlo fatto), ma credo che
l''autonomia risponda ad una specifica tendenza dell''evoluzione sociale e, in
particolare, dei diversi sistemi che ne sono parte integrante. La scuola,
nonostante venga da più fronti tacciata di immobilismo, non è mai rimasta
(come sistema) del tutto indifferente alle nascenti necessità e agli stimoli
provenienti dal contesto extra-scolastico; il problema è che la sua evoluzione
organizzativa ha sempre incontrato fortissime resistenze interne ed esterne ad
essa, che hanno spesso invalidato anche le istanze pedagogiche più evolute. Un
esempio: i moduli, nella scuola elementare, rispondono ad una concetto di lavoro
di team esportato dalle teorie organizzative che io credo sia una delle
innovazioni più importanti degli ultimi vent''anni (a livello di organizzazione
del lavoro docente) insieme all''evoluzione della valutazione (eccessi di
oggettività a parte) e della programmazione. Non pensare, però, che qualcuno
si sia peritato lontanamente di preparare gli insegnanti ad affrontare un tipo
di intervento che (almeno nella teoria) è lontano anni luce dell''intervento
del singolo docente nella "sua" classe. L''essere lasciati allo
sbaraglio ha sortito effetti diversissimi ovviamente: ci sono i moduli che
esplodono (liti anche davanti al gruppo classe), quelli che implodono (ci si
divide le materie come se fossimo "nelle scuole alte", come dicono i
miei bambini) e quelli che funzionano. E quando funzionano è un''esperienza
professionale veramente gratificante! Io ho imparato molto dalle mie colleghe,
sia nei momenti di programmazione (all''inizio, quanto è difficile riuscire a
calibrare gli obiettivi con le attività previste!), sia durante il tempo
scuola, realizzando quelle esperienze di didattica incrociata che ti permettono
di confrontare la tua maniera di insegnare con quella altrui, di coglierne le
differenze, rubare trucchi del mestiere, evitarne le gaffes... Ho sofferto anche
molto: il primo anno di scuola è stato un incubo, con un dirigente tiranno ed
il nonnismo del resto del team, ma continuo a credere che questa sia la strada
da percorrere per quell''armonizzazione della professione docente che deve
avvenire trasversalmente ai diversi ordini di scuola. Ciò però va fatto
"da professionisti" e non da dilettanti allo sbaraglio, studiando
anche le tecniche per far funzionare il tutto e risolvere i conflitti che
inevitabilmente si creano. Tutto ciò per ribadire che la necessità di battere
nuove strade, nasce proprio dal dover sviluppare una specifica teoria
dell''organizzazione all''interno del sistema scolastico, ponendo maggior
attenzione ai rapporti tra docenti ed alle loro potenzialità. Se non lo
facciamo noi, lo farà qualcun''altro, per noi, e non so se questo ci piacerà!
Maria Grazia Fiore
A Maria
Grazia
(De Anna)
Io
spero (e non dubito) che Renzetti rimediti le stesse cose che ha scritto.
La sfida "modellistica" non è questione di "scuole di
pensiero" ma di quanto e come ci si impegna in un disegno. Giusto? E chissà....
c''è sempre un rischio nella attività politica, mai tamponato da nessuna
"certezza geometrica".
Prendo atto (ma è una frivolezza...) che a nessuno degli argomenti che motivano
l''autonomia scolastica con ragioni "fuori dalla scuola", Renzetti
risponde.... Peccato.
La congiura "USA-Vertecchi-Berlinguer" è francamente di difficile
digestione.... Preferisco le tue notazioni di "vita vissuta" nei
tentativi di realizzare autonomia (Che non è solo delle istituzioni
scolastiche, ma anche autonomia professionale di chi lavora...).
Preferisco non rispondere a Renzetti, e non per "spocchia", anche se
alcune sue argomentazioni sono sempre (forse non se ne rende conto) al limite
dell''insulto personale....
Certo almeno qualche chiarezza si è raggiunta: mi pare evidente che per
Renzetti l''autonomia è "un cedimento e una premessa" a disegni di
attacco alla scuola pubblica.... Ci dirà cosa intende per "scuola
pubblica", e temo incontrerà Gentile sulla sua strada (non è poi un
brutto incontro, anche se una formazione dei GAP romani decise allora di
chiuderlo drammaticamente...)
Per me il "primato del Pubblico" non è un "a priori"
teorico ma un "fatto" da realizzare sul campo.... Ma tant''è....
Credo che l''autonomia "in questa fase storica" sia la condizione per
"salvare e praticare" quel primato.... Se qualcuno pensa di affidarlo
nelle "mani sicure" di una burocrazia ministeriale e di una
"proprietà statale"... libero di farlo. Ma credo
"politicamente" di doverlo intendere come un avversario....
E'' questione che può occupare politicamente una generazione di militanti....
da questo punto di vista io e Renzetti siamo "effimeri"....
Ha ragione lui quando indica la questione dei dirigenti come cruciale.... E''
questa la premessa "condivisa" che fa da sfondo a diverse prese di
posizione ascoltate anche al congresso?... Dove stanno le schizofrenie?... se è
una questione cruciale pensiamo davvero sia risolvibile in un arco temporale che
richieda meno di una generazione di ricambio dei dirigenti stessi? nel frattempo
operiamo per favorire il processo e condizionarlo o per rallentarlo e
"inquinarlo" (tanto ci pensano gli altri...).
Io non ho molto da aggiungere se non ricredermi sull''impegno in questo forum...
Mi/ci penso impegnati in un disegno rischioso, del quale ho cercato di tracciare
connotati...ma, francamente, non c''è partita....
Non c''è un argomento sul quale abbia risposta che non sia
"induttivo" (i modelli... gli USA... cosa ha davvero detto Vertecchi
.... della serie: provate ad avere una idea vostra sulla base delle cose che
fate... e per questo ringrazio Maria Grazia...).
Valutazione si.... ma non ora... Rigore si... ma a carico di altri....
io vorrei un futuro che non fosse una caricatura del passato... e ho fretta...
Pazienza.
Nel libro dell''Esodo Mosè che si accinge a portare il suo popolo fuori dalla
schiavitù chiede a dio di poterlo vedere in faccia...
Dio risponde (Renzetti deve procurarsi una Bibbia... e non è un brutto
esercizio...) "Mi vedrai solo di spalle..."
Una verità che vale per tutti gli "dei" che sappiamo darci...
comunque li possiamo vedere solo "di spalle"....
Vale per Bin Laden ma anche per tutti noi, come "precetto di verità":
Vedere dio solo di spalle e stare con l''incertezza... Dove starebbe il coraggio
sennò: nello sbeffeggiare Bertagna?
Ci vuole poco....
Franco De Anna
A Renzetti
(De Anna)
Se
esistesse un luogo in cui scaricare file in questo forum potrei essere più
esaustivo. Ma mi pare ci siano alcune superficialità da non sottacere
1. la forza "gravitazionale" Usa è una costante dell''epoca, ma
diversamente distribuita per settori sociali. massima nei modelli produttivi,
minima in quelli degli assetti istituzionali. Sicché l''idea "facciamo
come negli USA" per quanto riguarda la scuola, è, a tutt''oggi, un nemico
che Renzetti si fabbrica da solo per avere un bersaglio ai suoi strali....
2. Il retaggio storico dei diversi sistemi è cosa, culturalmente, di non poco
conto: faranno questo conto gli americani per quanto riguarda la tradizione di
"autonomismo" spinto e di "libertà" delle singole comunità....
per un continente che fece migliaia di morti tra i contadini tedeschi nei primi
decenni del ''500, gli ingredienti del dibattito saranno pure
"diversi"? e sarà una semplicistica ingenuità pensare che si
"troveranno a metà strada"?
3. Continuiamo a "parlare d''altro" quando parliamo di scuola? Posto
il problema dei "costi" del sistema di Welfare che ne corrodono il
consenso a livello di massa (basta il successo Berlusconiano o per alcuni si
tratta solo di un "infortunio" ... avessimo anche vinto, la
consistenza di un consenso "popolare" alla destra non sarebbe stato un
problema?)proviamo a misuraci con il problema o ci limitiamo a
"strillare" la nostra indignazione?
4. Tra i tanti modelli si è cercato di editarne uno "originale": un
tanto di autonomia, un tanto di "statalità" un tanto di sussidiarietà....
Ho le mie eccezioni scientifiche a tali meticciamenti.... ma il disegno politico
richiedeva entusiasmi.... energie.... capacità di correzione in itinere....
Dalla sinistra venne una serie di "mah.... se,... a quali condizioni.....
forse...." Maestri furono quelli del CIDI.... Autonomia come fronte del
distinguo,invece che come fronte dell’ adesione.... (che ciascuno anche
Renzetti...) si prenda la sua responsabilità (magari un istante prima di
applaudire Moretti: sennò che gusto c''è....)
Una sola considerazione sconcertata.... possibile che solo oggi se ne parli?
Scusate la ingenuità di un vecchio neofita
Franco De Anna
A tutti
(Patroncini)
Possibile che
solo oggi se ne parli?! A chi è rivolto il rimprovero? a chi ha cercato di
parlarne in questi anni finendo puntualmente "espulso" dal coro, come
voce stonata? E non parlo del sottoscritto, parlo delle migliaia di insegnanti
che dopo aver dato vita alle sperimentazioni più diverse, ai tempi pieni, alle
integrazioni per circa vent''anni si sono sentiti dire: adesso però basta!
adesso si fa sul serio! e c''è chi ci pensa per voi:il ministro e il suo staff,
il dirigente e il suo staff, la Confederazione e il suo staff ( la Ffr, per
intenderci). Questo è stato il messaggio inviato, volenti o meno. Anch''io
credo che l''esperimento fosse o dovesse essere il mixage che citi e che
richiedesse entusiasmo. Ma il conto va chiesto al Maestro direttore del coro,
non ai singoli coristi, se non ha saputo mettere insieme tenori e baritoni e non
si è neanche accorto che a furia di espulsioni la metà del "suo"
coro era uscita dalla sala.
Patroncini