FISICA/MENTE

 

 

NOTIZIE SULL'UNIVERSITA'

dell'Associazione Nazionale Docenti Universitari

ANDU



DA RAPALLINI, SEGRETARIA DI MODICA, ALL'ANDU

Marta Rapallini, segretaria particolare del sottosegretario Luciano
Modica, ci ha inviato  una lettera (in calce integralmente riportata) in
risposta al documento dell'ANDU "Il silenzio dei Senati Accademici, del CUN
e della CRUI" del  29 ottobre 2007 (nota 1).

La lettera di Rapallini e' una buona occasione per approfondire e
ulteriormente chiarire le questioni legate al ruolo e ai compiti da
assegnare all'ANVUR.
Ruolo e compiti che vanno rapportati anche ai concreti risultati prodotti
dalle norme approvate negli ultimi anni proprio in nome dell'"autonomia
responsabile" degli Atenei auspicata da Rapallini.
In nome di tale autonomia si sono imposti all'Universita' provvedimenti
che l'hanno portata ad una crisi di una gravita' senza precedenti.
Si e' cominciato con l'autonomia finanziaria che e' servita a far gestire
la progressiva riduzione dei fondi, portando gli Atenei verso il collasso.
E c'e' chi teorizza la bonta' della politica dello strangolamento
finanziario perche' stimolerebbe la competizione!
Si e' continuato con la finta autonomia statutaria, congegnata per
assicurare la conservazione degli assetti di potere esistenti. E quando,
come nel caso di Palermo, sono state operate scelte in qualche misura
realmente innovative (p.e. la non automatica presenza dei Presidi nel
Senato Accademico), ministero e 'giustizia' amministrativa sono stati
convinti ad azzerare lo statuto dell''autonomia' e a ripristinare il DPR
382 del 1980. Questa pseudo-autonomia statutaria non ha evitato, tra
l'altro, quel fenomeno 'poco elegante' dei 'rettori eterni' che ha
interessato e sta interessando troppi Atenei e che rende esplicito un
sistema di gestione 'privatistica' che i teorici dell''aziendalizzazione'
(sempre in nome "dell'autonomia responsabile", naturalmente"!) vorrebbero
ancor piu' rafforzare.
E' venuta poi l'autonomia concorsuale che, come e' stato allora
propagandato, avrebbe dovuto sconfiggere le mafie dei concorsi nazionali, e
che si e' dimostrata invece, come avevamo previsto e denunciato, lo
strumento per accrescere il localismo e il nepotismo, con gli 'annessi'
fenomeni di clientelismo e di arbitrio, che tutti ora riconoscono.
L'autonomia didattica, infine, ha prodotto il peggioramento della
formazione che e' sotto gli occhi di tutti, tranne di coloro che quella
'riforma' hanno 'inventato' e imposto.

Ora quella stessa oligarchia che ha maldestramente elaborato, propagandato
e fatto approvare le suddette misure 'rivoluzionarie', vuole, sempre in
nome dell'"autonomia responsabile", imporre uno strumento, l'ANVUR, nel
quale accentrare poteri immensi come la valutazione dei singoli docenti e
la diretta distribuzione di fondi. In Italia un organismo del genere
porterebbe ad un vero e proprio commissariamento dell'Universita', affidato
a quelli stessi che l'hanno devastata.
Noi riteniamo che l'autonomia da realizzare e difendere dai poteri forti
accademico-politici  sia quella del Sistema nazionale delle Universita',
che deve potere esprimere un organo di autogoverno, democraticamente eletto
da tutte le componenti, in maniera diretta, non corporativa e non frammentata.
E per l'intero Sistema nazionale devono essere previste norme comuni in
materia di stato giuridico, formazione, reclutamento, avanzamento e
verifica dei docenti, di organizzazione degli Atenei, di diritto allo
studio, di percorsi formativi e di riconoscimento dei titoli di studio.

Marta Rapallini nella sua lettera ricorda la nostra partecipazione agli
incontri con il Ministro sull'ANVUR. Ma proprio in quegli incontri il
ministro Fabio Mussi ha piu' volte assicurato che l'ANVUR non avrebbe avuto
ne' il compito di distribuire direttamente fondi, ne' quello di valutare i
singoli docenti.
L'ANVUR avrebbe dovuto 'solo' valutare le strutture, fornendo i risultati
della sua attivita' al Ministro, al quale spetta di operare le scelte da
lui ritenute conseguenti.
Senza questi 'paletti' l'ANVUR, che peraltro non e' affatto "un organismo
terzo e indipendente", come sostiene invece Rapallini, essendo il suo
direttivo nominato dal Ministro, diventerebbe una micidiale macchina di
potere prevedibilmente gestita da chi ha sempre partecipato in tutti questi
anni alle devastanti scelte ministeriali-parlamentari sull'Universita'.

Sul reclutamento siamo sostanzialmente d'accordo con Marta Rapallini
quando sostiene, come noi facciamo da decenni, che il reclutamento in ruolo
deve avvenire dopo un periodo di formazione non lungo e non deve dipendere
dalla scelta personale di un "professore anziano". E coerentemente con cio'
l'ANDU ha difeso, quasi da sola, la parte 'nazionale' del Regolamento sul
reclutamento dei ricercatori che prevede come 'commissari' solo professori
ordinari e tutti sorteggiati. E pero', convinti che un corretto
reclutamento puo' avvenire solo togliendo TOTALMENTE agli Atenei (di fatto
al "professore anziano") qualsiasi possibilita' di scelta, continuiamo a
criticare la previsione di un livello locale nella procedura concorsuale.
Quello che invece non condividiamo affatto della posizione espressa da
Rapallini e' l'idea che da un corretto reclutamento a livello interamente
nazionale debba derivare una successiva verifica da parte dell'ANVUR. Le
verifiche, come il reclutamento e gli avanzamenti di carriera, devono
essere invece effettuate, sempre a livello interamente nazionale, da parte
di commissioni si solo ordinari, tutti sorteggiati, appartenenti al settore.

Per quanto riguarda l'"emendamento Tocci e al." (in realta' "Tessitore e
al."), non possiamo che ripetere le osservazioni che abbiamo gia' fatto.
  Tali osservazioni sono state sostanzialmente condivise anche dal CUN che
il 31 ottobre 2007 ha approvato una specifica mozione nella quale si
definisce "improprio il ricorso ad un reclutamento inserito in una legge di
conversione di un decreto-legge per un'innovazione di tale portata" e si
ritiene "preoccupante l'attribuzione della valutazione dell'attivita'
scientifica e didattica dei singoli ricercatori all'ANVUR."
La presa di pozione del CUN a difesa dell'autonomia universitaria va
particolarmente apprezzata anche perche' rompe finalmente il 'fronte del
silenzio' che ancora vede invece tacere la CRUI e i Senati Accademici.

La Segretaria del sottosegretario Luciano Modica sembra ritenere
coincidenti le posizioni di Mussi con quelle di Modica sulla questione
dell'emendamento approvato alla Camera e poi 'congelato' al Senato.
Ricordiamo che il 9 ottobre 2007 al Senato "Il ministro MUSSI (.) con
riferimento all'assunzione di ricercatori, esprime talune perplessita' in
ordine all'emendamento approvato alla Camera al decreto-legge n. 147 del
2007, secondo il quale si sottopone alla valutazione solo un segmento del
settore, peraltro oggetto di monitoraggio della nascente Agenzia, ancora
non operante. Pur condividendo il principio della valutazione, ritiene che
la formulazione attuale della norma possa determinare rischi e
contraddizioni." (dal resoconto della seduta della Commissione Istruzione
del Senato).
Se Modica condivideva l'opinione di Mussi perche' qualche giorno prima ha
sostenuto alla Camera (nota 2) l'emendamento Tessitore e al.,
determinandone l'approvazione?
Il fatto e' che Modica sostenendo, in modo 'impreciso' e 'forzato',
l'obbrobrio giuridico rappresentato da quell'emendamento e' stato
'coerente' con il "suo" modello di Agenzia.
A questo proposito va ricordato che Luciano Modica l'11 agosto 2006 ha
scritto che "e' fondamentale dotare il sistema universitario e della
ricerca pubblica di una Agenzia nazionale di valutazione, indipendente dal
finanziatore pubblico e dagli atenei, che effettui periodiche valutazione
dei SINGOLI docenti e dell'attivita' didattica e di ricerca" e "SOLO sulla
base di questa corretta valutazione, si stabiliscano ruoli, incarichi,
avanzamenti di carriera." (nota 3). Affermazioni che non lasciano alcun
dubbio sulla natura assolutistica, centralistica e dirigistica dell'Agenzia
di valutazione voluta da Modica. Un'Agenzia che lederebbe l'autonomia
universitaria garantita dalla Costituzione.
A noi, e non solo a noi, e' sembrato che, almeno su questa questione, il
ministro Mussi, non la pensi come il 'suo' sottosegretario Modica. Ci siamo
sbagliati?
Va ricordato che Mussi si e' formalmente impegnato a incontrarci
nuovamente sull'ANVUR dopo i pareri espressi dalle competenti Commissioni
parlamentari e PRIMA della formulazione definitiva del Regolamento
dell'Agenzia.

Infine, un'osservazione sulla dicitura "docenti e ricercatori" piu' volte
presente nella lettera inviataci da Marta Rapallini. Il fatto e' che i
ricercatori sono docenti e tali sono considerati anche a livello normativo
e ministeriale, oltre che in quasi tutti gli Statuti. Suggeriamo a coloro
che volessero 'contenersi' nel riconoscere la docenza dei ricercatori di
utilizzare la dizione "professori e ricercatori" al posto di quella di
"docenti e ricercatori", evitando cosi' di definire 'indirettamente' non
docenti i ricercatori.

5 novembre 2007

- Nota 1. Per leggere il documento dell'ANDU "Il silenzio dei SA, del CUN e
della CRUI" del  29.10.07:
http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 31 ottobre 2007
oppure
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article16935.html
oppure
http://unimoreinform.blogspot.com/2007/10/il-silenzio-dei-sa-del-cun-e-della
-crui.html
- Nota 2. Per leggere l'intervento del sottosegretario Luciano Modica
nell'Aula della Camera il 26.9.07 v.  il documento dell'ANDU "Ricercatori e
ANVUR. Obbrobrio giuridico" del 30.10.07:
http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 02 ottobre 2007-10-11
oppure
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article16558.html
oppure
http://unimoreinform.blogspot.com/2007/10/andu-ricercatori-e-anvur-obbrobrio
.html
- Nota 3. Per leggere l'intervento del sottosegretario Luciano
Modica"Universita', ci vuole un rendiconto su prof e attivita'" sul
Corriere del Mezzogiorno dell'11.8.06:
http://www.selpress.com/unipr/immagini/140806r/2006081443676.pdf

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Da Marta Rapallini:

"Chi ha paura della valutazione?
Risposta al comunicato ANDU del 29 ottobre 2007

Spett.le ANDU,
rispondo al vostro comunicato del 29 ottobre. Credo che sia ora di fare
chiarezza e credo che sia ormai non piu' procrastinabile che l'universita'
italiana, e con essa ovviamente i suoi docenti e ricercatori, decidano in
quale direzione andare. Perche' se la direzione e' quella dell'autonomia
responsabile il ricorso alla valutazione dell'Anvur deve essere considerato
strumento indispensabile per il Governo del sistema. Viceversa se la
direzione fosse quella della "centralizzazione" del sistema (opposto
dell'autonomia) allora l'Anvur diverrebbe strumento del Governo.
Questo Governo finalmente ha compiuto, con l'istituzione dell'Anvur, un
passo decisivo verso la creazione, anche in Italia, di un organismo terzo,
indipendente di valutazione del sistema universitario e della ricerca.
Ruolo decisivo in questa azione lo ha avuto proprio il Ministro Mussi e voi
dell'ANDU lo ricorderete senz'altro poiche' avete partecipato, insieme a
tutti i sindacati, a lunghe riunioni in cui il ministro ha illustrato e
difeso la "sua" agenzia dai conservatorismi presenti nel sistema.
Voi e altri dite che l'Anvur dovrebbe limitarsi a valutare le istituzioni e
le strutture. Bene ma mi chiedo, come fa l'Anvur a valutare istituzioni,
sedi e strutture se non anche attraverso la valutazione del lavoro dei suoi
docenti e ricercatori? Perche' una universita' autonoma non dovrebbe
chiedere di conoscere quali sono i gruppi di ricerca o i docenti che
contribuiscono maggiormente alla sua crescita? Perche' la stessa
universita' autonoma non dovrebbe, nelle sedi opportune, incentivare il
l'operato di questi suoi docenti e ricercatori? Io penso che gli incentivi
che la L. 370/99 aveva istituito abbiano fallito il loro obbiettivo perche'
le universita' non avevano le strutture adatte a valutare il lavoro del
loro personale: l'Anvur potra' servire anche a questo. Per obbiettivo
fallito intendo che l'unico, o quasi, criterio di attribuzione degli
incentivi e' sempre stato la distribuzione uniforme cosa che, spero che
tutti siano d'accordo, e' l'opposto dell'incentivo.
Mi chiedo ancora: perche' se il merito di docenti e ricercatori diventera'
elemento importante per l'assegnazione di una quota, seppur ancora piccola,
di finanziamento premiale alla struttura, non potra' essere uno dei
tasselli della carriera di un docente? Anche a questo proposito ogni
posizione sottintende una visione del sistema. Credo che sia giusto, e
spero tanti come me, che un docente o ricercatore venga reclutato presto
nel sistema, con un ruolo non precario ma stabile. A questa idea si oppone
un certo conservatorismo che crede che solo una ristretta cerchia di
autorevoli professori anziani siano in grado di decidere quali "giovani",
ma non troppo, siano sufficientemente "maturi" per accedere al ruolo. Ma
questo imprimatur non puo' avvenire troppo presto per ovvi motivi. In
coerenza, ecco il proliferare di una selva di contratti, assegni, borse e
quant'altro per mantenere un bacino stabile di "giovani" da cui
l'autorevole gotha delle universita' possa cooptare. A questa visione
gerarchica e antica dell'universita' non si puo' rispondere con una
autonomia irresponsabile come troppo spesso abbiamo visto fare in questi
anni. L'atto di reclutamento, che deve necessariamente essere serio,
trasparente e scientificamente valido, non puo' essere pero' l'unico atto
con cui un ateneo autonomo valuta i docenti e i ricercatori che operano
presso di se'. Il reclutamento deve avvenire presto, quindi su una
personalita' scientifica ancora non completamente definita, ad esso percio'
devono seguire, a cadenza diversa, valutazioni scientifiche dei docenti e
ricercatori. E' garanzia del sistema, degli atenei e dei singoli docenti e
ricercatori se queste valutazioni periodiche verranno effettuate dall'Anvur
proprio a causa della sua terzieta'.
Veniamo all'emendamento Tocci et al. Esso esprime un concetto gia' presente
in un comma nel testo del regolamento per il reclutamento dei ricercatori
proposto dal MiUR. Concetto anche piu' volte ribadito dagli esponenti del
Ministero, il Ministro in primis ovviamente. Il regolamento, tutt'ora
all'attenzione del Consiglio di Stato, nella sua versione finale ha dovuto
essere privato di quel comma per problemi tecnico-giuridici. Quindi
l'emendamento, lungi dall'essere un golpe, traduce proprio quanto sopra
esposto, ovvero indica la direzione verso cui questo Governo, e in
particolare il Ministro Mussi, vogliono orientare il sistema: piu'
responsabilita', meno precarieta', meno arbitrarieta', piu' trasparenza.
L'emendamento ha sollevato, e in questo concordo con quanti lo hanno
osservato, un'ingiusta differenziazione tra ricercatori e professori. Ma
anche per questo la motivazione e' solo tecnico giuridica: un articolo sui
ricercatori non puo' contenere un comma sui professori. Ma si tratta di un
primo passo infatti il Senato, comprendendo questo, ha votato un ordine del
Giorno che impegna il Governo ad introdurre questo aspetto in una visione
organica.
Quindi qualsiasi decisione che andasse in una direzione diversa da quella
contenuta nel regolamento di reclutamento e dal coerente emendamento in VII
commissione della Camera, rappresenterebbe si' un cambio di rotta di questo
Governo. La coerenza non e' tutto ma la chiarezza e' davvero indispensabile
per trarre da un sano confronto politico la via giusta da seguire.

Marta Rapallini
Area sapere DS-Ulivo, Segreteria particolare Sottosegretario MiUR"

 


La "dichiarazione del CUN" del 31 ottobre 2007 inviata al ministro Fabio
Mussi:

"Ministero, dell'Universita' e della Ricerca
Consiglio Universitario Nazionale
Prot. n. 1956
Spedito il 31/10/2007

ALL'ON. LE MINISTRO
Fabio MUSSI
S E D E

OGGETTO: DICHIARAZIONE DEL CUN approvata all'unanimita'.

IL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE
Adunanza del 31/10/2007

Il CUN, dopo ampia discussione sull'attuale situazione del sistema
universitario, fa rilevare che si sono accumulati troppi temi di rilievo
per il futuro dell'Universita' su cui ritiene di dover esprimere disagio e
viva preoccupazione. Si tratta di nodi strategici per la stagione di
riforme che si prospettava per l'Universita', e che si traducono in un
percorso sempre piu' difficoltoso e senza certezze dei tempi e dei risultati.
Basti citare alcuni titoli quali l'Anvur, le norme ed i fondi per il
reclutamento dei ricercatori, il varo del Prin e dei provvedimenti
conseguenti, le linee guida per nuovi ordinamenti requisiti per la docenza.
Con grande rammarico, il Consiglio Universitario constata che su troppi
temi rilevanti, come gli ultimi sopra citati, non e' stato messo in
condizione di esprimere pienamente la propria funzione di consulenza e di
rappresentanza, anche a tutela di una corretta comunicazione del sistema
universitario al paese. Cio' deriva da un clima di emergenze ed urgenze
continue, comprensibili forse caso per caso ma non in una logica di
sistema. Questo non puo' diventare il modello stabile di funzionamento dei
rapporti tra il Ministro ed il suo organo di consulenza, considerando gli
specifici compiti istituzionali, le condivisioni di responsabilita' e la
chiarezza ed autonomia dei ruoli.
Il CUN, pertanto, chiede un attento esame critico di questi precedenti ed
il pronto ritorno ad una logica di reciprocita' e trasparenza nei rapporti
istituzionali.
IL SEGRETARIO IL PRESIDENTE"

 


da Repubblica di Bologna dell'8 novembre 2007:

Mussi replica a Sassatelli "Il governo non e' latitante"

FABIO MUSSI *

Caro prof. Sassatelli,
mi sono per caso imbattuto in un Suo articolo, uscito su Repubblica di
Bologna del 7 novembre: "Ridurre il numero degli esami" (v. nota).
Lei valorizza il lavoro delle facolta' che in questi giorni "stanno
prendendo le delibere formali sulla nuova riforma degli ordinamenti
didattici", denuncia il fatto che hanno lavorato " in una quasi totale
latitanza di Governo e Ministero". Sbaglio, o le facolta' e gli Atenei, che
negli ultimi anni hanno autonomamente e gioiosamente portato i corsi al
numero di 5.600, gli insegnamenti a 171.000, gli esami a decine e decine
per triennio e biennio, (per non parlare della disinvolta moltiplicazione
delle sedi, delle astute lauree facili in convenzione, delle allegre lauree
"honoris causa") stanno lavorando esattamente su:
1) decreto ministeriale sulle classi di laurea (e documento sulle "linee
guida" per la loro applicazione);
2) decreto ministeriale sui requisiti minimi;
3) decreto ministeriale sulla programmazione triennale.
Documenti, sui quali si è lavorato un anno con lŽintera comunità
accademica, comprensivi di unŽimperativa riduzione degli esami a 20 per la
laurea e 12 per la magistrale. La verita' e' che, senza lŽazione del
governo, qualita' e merito non avrebbero naturale cittadinanza
nellŽuniversita'. Veda: sono un uomo di una qualche ostinazione e di
parecchia passione. Ma a volte mi viene il pensiero (che non condivido)
che, con lŽoccuparsi di professori universitari, siano virtu' sprecate.
Cordialmente
* Ministro dellŽUniversita' e della Ricerca

Nota. Per leggere l'intervento di Giuseppe Sassatelli "Ridurre il numero
degli esami", su Repubblica di Bologna del 6.11.07:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/07-11/071107/g4qag.tif


Salvatore Nicosia:

"Mi riconosco quasi completamente nei documenti della nostra Associazione.
Solo la nota en passant sulle funzioni dei CdF dice al tempo stesso troppo
e troppo poco: penso che l'argomento richieda un discorso tutto suo.
Nella nascita e nella successiva applicazione in Italia del "Nuovo
Ordinamento" non c'e' veramente niente di logico ne' di "europeo".
Davvero la formula "4+1" che era stata proposta gia' vent'anni fa sarebbe
piu' la adatta all'Ingegneria; e infatti e' applicata in Germania.
Ma sarebbe adatta anche a Lettere, probabilmente: infatti oggi nei 3 anni a
Lettere non si trova piu' il tempo per Corsi seri di Latino, di Greco o di
Storia o di Lingue; nell'eventuale "+2" poi si ritiene che il tempo dei
Corsi di base sia gia' superato, e si fa collezione di corsi specialistici
eterogenei e disorganici.
E forse a Legge un "3+1" sarebbe la formula giusta.
Non sono europei neppure i nomi dei titoli che noi rilasciamo: in quale
Paese europeo infatti si e' chiamati "dottore" dopo 3 anni di studi? E chi
avra' inventato quel titolo ridicolo, "laurea magistrale"?

Salvatore Nicosia
Dipartimento di Ingegneria Idraulica ed Applicazioni Ambientali
Universita' degli Studi di Palermo"

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Carlo Minnaja:

"E chi avra' inventato quel titolo ridicolo, "laurea magistrale"?
Salvatore Nicosia"


L'intero mondo anglosassone usa il titolo "Magister artium" (M.A.) per
titoli anche di livello minore della nostra laurea una volta quadriennale;
del pari il mondo dell'Europa orientale. Ricordiamo pero' che la scuola
anglosassone, come quella dell'Europa orientale, ha un anno di meno di
scuola media superiore. Il titolo di dottore, sempre associato al
conseguimento di una laurea, e' stato poi malamente copiato nel titolo
americano "Ph. d." che una volta era corrispondente ad una via di mezzo tra
il nostro dottorato di ricerca e la libera docenza, e si conseguiva ad eta'
gia' avanzata, e non era un inizio di carriera, perche' si lavorava gia'
mentre ancora si studiava per conseguire queso titolo (e nell'Europa
orentale era il titolo "dottore di scienza"). Poi, nel tentativo di
importare anche nell'Europa non anglo-sassone i vocaboli americani ci si e'
trovati con questo pasticcio di termini simili che indicavano curricula
differenti, e la convenzione di Bologna ha sancito i tre livelli. L'Italia,
che usava gia', giustamente, il titolo di dottore per la sua laurea
quadri-quinquennale, si e' trovata spiazzata e ha inventato titoli buffi
per il diploma conseguito (laurea magistrale, specialistica, dottorale) e
non ha saputo inventarsi dei titoli differenziati per i diplomati dei vari
livelli, cercando di giocare su aggettivi da apporsi al titolo di dottore,
piuttosto che su sostantivi diversi..
Carlo Minnaja
Dip. Matematica Pura ed Applicata
PADOVA"

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Alessandro Dal Lago:


"Cari amici,
un piccolo contributo in materia di forme e contenuti accademici. Credo che
concordiamo tutti sulle definizioni un po' ridicole dei nostri corsi
(lauree magistrali, specialistiche, dottorali), quando non meramente
falsificanti, come i cosiddetti master, che non hanno nulla a che fare con
i master americani, ma che io chiamerei semplicemente Corsi
Acchiappaquattrini (degli studenti). A parte questo, la sostanza e' la
seguente. Negli Usa, dove mi trovo per un breve periodo, gli studenti si
iscrivono all'universita', un anno prima dei nostri, ai cosiddetti corsi
undergraduate, che possono durare tre o quattro anni, a seconda dei casi.
Finiti tali corsi (che, tra l'altro, prevedono una flessibilita' che noi
non ci sogniamo nemmeno e notevole liberta' per gli studenti), conseguono
il BA e diventano graduate. I corsi graduate prevedono prima il c.d. master
(due/tre anni) e poi il corso per conseguire il PhD, che, come minimo dura
quattro anni, di cui almeno tre di corsi intensivi, anche se seminariali.
Ovviamente, tutto finisce in una dissertazione, che puo' anche protrarsi
nel tempo (e' affare degli studenti riuscire a campare dopo la scadenza,
anche se le possibilita' non mancano di certo). Quello che conta e' che una
percentuale ampia di graduate students viene pagata come teaching
assistants degli undergraduate, il che, se non altro, consente di imparare
il mestiere... Infine, vorrei notare che il PhD, negli Usa, e' un titolo
fondamentale, una specie di punto di transizione della vita professionale,
che permette un accesso privilegiato al mondo del lavoro e alla carriera
scientifica. Da noi e' stato introdotto, malamente, meno di 25 anni fa.
Se penso all'abbandono e alla solitudine in cui, dopo la laurea, mi sono
trovato a far ricerca - allora il dottorato non c'era...-, come precario e
poi ricercatore, beh, non posso che invidiare i graduate students americani.
Oltre alla magnificenza delle loro strutture di ricerca e al finanzimento
di cui godono le universita' (in California, il sistema pubblico delle
universita' e' finanziato con il 3% del bilancio dello stato, mentre da noi
si aggira intorno al misero 1%...), l'organizzazione degli studi e'
incomparabilmente superiore alla nostra. Purtroppo, in Italia si copiano
gli aspetti peggiori degli Usa, dalla politica estera al capitalismo
selvaggio e alla Tv spazzatura, mentre sarebbe meglio dare un'occhiata ai
lati migliori del loro sistema accademico(un invito che rivolgerei
caldamente al ministro Mussi).
Cordiali saluti.
Alessandro Dal Lago"
 


Guido Martinotti:

"Fantastico! Non aspettavamo altro che Dal Lago, finalmente, scoprisse le
universita' americane, dove hanno studiato una buona meta' dei sociologi della
mia generazione, quarant'anni fa, e ci propinasse una lezioncina. Spero che
nella sua permanenza riesca anche a cogliere qualche elemento di crisi di
quel sistema per non ingrossare la schiera dei laudatores che ci propinano
incessantemente quel sistema, incomparabile con il nostro, come benchmark.
Aproposito dell'Italia e dei buffi titoli(convengo con il suono strano di
laurea magistralis) e dell'imitazione della 'Mereca, perche' qualcuno non va
a vedersi i documenti preparatori di Bologna che spiegano perche' si e' posto
il problema della semplificazione delle lauree europee in tre livelli, LMD?
Purtoppo la lingua italiana e' pomposa e dovendo tradurre Master in italiano
e' venuto fuori Laurea Magistralis. Adesso poi c'è il profluvio delle lezioni
magistrali per cui la confusione si estende a partire dal latino
anglicizzato in Master e poi rilatinizzato in Laurea magistralis.
Personalmente sarei per seguire l'LMD con i nostri livelli tradizionali
Diploma (Licence) Laurea (Master) e Dottorato (Doctorat), ma, comunque si
rigiri la frittata, il vizio antico di chiamare "Dottori" i laureati non si
estirpa piu'. Quanto ai nostri Master, che sono MU, Master Universitari, la
loro introduzione fu pressoche' imposta dal radicamento nella cultura e nella
pratica italiane di una pletora dei corsi di formazione i piu' vari che si
chiamavano, e si chiamano ancora Master. Con l'MU c'e' stata una notevole
bonifica del settore e non condivido il giudizio negativo generalizzato. A
UNIMIB i Master devono essere approvati dagli OOAA e vengono erogati con la
medesima responsabilita' didattica degli altri corsi. Se sono acchiappasoldi
occorre pero' anche chiedersi come mai ci siano quelli che sono disposti a
pagarli questi soldi. A me sembra che il fenomeno dei Master, che hanno
spesso dato risposta a una domanda di istruzione che l'ingessato sistema dei
corsi ufficiali non e' in grado di soddisfare, anche perche' in molti casi
sono stati utilizzati per colmare un vuoto temporaneo tra triennale e LM,
andrebbe osservato con molta attenzione senza pregiudizi e giudizi
all'accetta. Non so se a una investigazione attenta i Master risulterebbero
complessvamente meno validi di molti corsi ufficiali in regola con le
tabelle, ma non con il contenuto formativo promesso. E ritornando al sistema
americano, occorre riconoscere che possiede una dote che noi non abbiamo,
come mi fa spesso notare il collega e collaboratore Mike Aiken, che ha avuto
la responsabilita' di due grandi universita', una privata(Penn) e una
pubblica-tecnica (UoI, at Urbana Champaigne): l'integrita' professionale. Nel
nostro sistema l'integrita' professionale e la responsabilita' delle comunita'
scientifiche e' stata uccisa dal sistema clientelare che si e' costruito sul
centralismo, burocratico-corporativo, una brutta bestia che purtroppo,
nonostante la ripetutamente invocata autonomia, non vedo in alcun modo
attaccata neppure dall'attuale governo. Anzi GM"

===================

Alessandro Dal Lago:

"Per l'amor di Dio, lungi da me la tentazione di minimizzare il ruolo dei
nostri padri sociologici, che erano di casa negli Usa quando noi emettevamo
i primi vagiti accademici!
Ma, allora, come spiegare la bizzarra deriva nominalistica del nostro
sistema unversitario, l'inflazione di master per ogni borsa (non dubito che
a Unimib, dove Martinotti ha insegnato per tanto tempo, le cose vadano
benissimo), i corsi telematici con professori virtuali, la proliferazione
di lauree, magistrali o no, insomma quella bolla didattica che, esattamente
come quella finanziaria, prima o poi scoppiera' lasciando dietro di se'
solo un mare di cartacce?
Un recente libro di Casillo, Aliberti e Moretti (Come ti erudisco il pupo.
Rapporto sull'universita' italiana, Ediesse, Roma 2007) documenta tutto
questo e la sua lettura, se uno ha voglia di ridere di queste cose, e'
davvero esilarante.
Ovviamente, con tutto questo il cosiddetto "3+2" non ha nulla a che
fare...Ma forse Martinotti ha ragione. Occupiamoci piuttosto dei difetti
del sistema americano.
Cordiali saluti
Alessandro Dal Lago"

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Guido Martinotti:

 "Ma no, non pretendo tanto, solo che penso che si dovrebbe smetterla di fare
confronti con il sistema americano acriticamente. Scusa ma e' un mio pallino,
perche' penso che il confronto sia fuorviante, l'ho ancora di recente
sostenuto con Augias. Per esempio e' noto che gli USA spendono in ricerca una
proporzione molto superiore di quella (misera) italiana, ma occorrerebbe
anche dire che il grosso di questi fondi nazionali per la ricerca
(sottolineo ricerca: l'universita' e' competenza statale, non federale) viene
dal settore militare. E non so quanto cio' piacerebbe nel nostro paese.
Ribadisco, forse sarebbe piu' opportuno che dessimo un'occhiata a tutti quei
mattacchioni della trentina di paesi europei che stanno distruggendo
l'universita' con l'LMD. GM" 


Riportiamo una lettera di Alessandro Figa'Talamanca sul "3 + 2".
Figa'Talamanca risponde all'intervento di Salvatore Nicosia (v. nota) che
ha avviato un interessante confronto sulla riforma didattica.
Alla lettera di Figa'Talamanca seguono alcune considerazioni dello stesso
Nicosia.
Segue, infine, un intervento di Carlo Mannaja su diplomi e crediti.

Nota. Per leggere l'iniziale intervento di Salvatore Nicosia:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article17013.html
oppure
http://unimoreinform.blogspot.com/2007/11/andu-da-nicosia-sul-32.html

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Alessandro Figa'Talamanca a Salvatore Nicosia:

"Caro professore,
  ho letto i suoi commenti sul 3+2 pubblicati e diffusi dall'ANDU. Le
confesso di essere io l'inventore del ridicolo titolo di "laurea
magistrale" ma la mia proposta comprendeva anche l'abolizione dei
ridicolissimi titoli di "master" che avrebbero dovuto propriamente essere
chiamati diplomi di specializzazione o di perfezionamento. Il mio
suggerimento e' stato mutilato e quindi accanto alla laurea magistrale sono
rimasti i "master", in massima parte basati su pubblicita' ingannevole e
proprio per questo bisognosi di un nome in una lingua straniera (come
succede ai cosmetici le cui vendite pure si reggono su pubblicita'
ingannevole)
Vorrei anche segnalarle che la ragione per la quale il 3+2 e' prevalso sul
4+1 e' stata la direttiva europea 89-48 sul riconoscimento professionale
dei diplomi di formazione universitaria (anzi post-secondaria) che e' stata
recepita in Italia dal decreto legislativo 115 del 27 gennaio 1992. La
direttiva  prevedeva e prevede il riconoscimento professionale di diplomi
universitari almeno triennali.
Naturalmente prima della emanazione di questa direttiva c'e' stata una
lunga contrattazione nella quale l'Italia ed altri paesi hanno sostenuto la
riconoscibilita' di diplomi "almeno quadriennali". Ha vinto pero' la
posizione dell'Inghilterra che a quei tempi prevedeva la completa gratuita'
per tutti i cittadini di un percorso universitario triennale che conduceva
al titolo di Bachelor of Arts, che era il titolo universitario di gran
lunga piu' diffuso. L'alternativa di un percorso quadriennale avrebbe
comportato per l'Inghilterra la rinuncia al riconoscimento conferito ai
diplomi universitari di altri paesi europei oppure un aumento del 30% della
spesa universitaria per consentire una formazione quadriennale alla
generalita' dei cittadini.
Una volta stabilito che un ingegnere inglese "triennale" aveva diritto ad
esercitare la professione di ingegnere in tutti i paesi dell'Europa (vedere
nei dettagli la direttiva e il Decreto Legislativo) era del tutto naturale
indicare in tre anni la durata del primo livello universitario anche negli
altri paesi europei.
Grazie dell'attenzione cordiali saluti,
        Alessandro Figa'Talamanca"

===

Salvatore Nicosia ad Alessandro Figa'Talamanca:

  "Caro Professore, il suo scritto offre i tasselli mancanti per
ricostruire la storia del Nuovo Ordinamento a chi non l'ha vissuta
direttamente.
Pero', siamo sicuri che tutti gli altri Paesi europei abbiano riformato le
loro Universita' allo stesso modo?
Io non ho grande esperienza internazionale, non paragonabile comunque a
quella dei colleghi che stanno partecipando a questo forum. Pero' ricevo e
mando studenti ERASMUS di Ingegneria in quattro Paesi; li guido nei Piani
di studio, preparo le convalide dei loro esami.
In Danimarca effettivamente il sistema e' "3 + 1" o "3  + 2", a scelta.
Ma in Spagna i nostri studenti trovano una Ingegneria "2 + 3", come era in
Italia quando il famoso Biennio si frequentava alla facolta' di Scienze.
In Germania nelle Fachhochschulen trovano un "4 secco".
In Francia infine nostri studenti vanno in un "Polytech", dove si
impartiscono gli insegnamenti del Triennio a "matricole" che vengono da un
Biennio frequentato e completato altrove.
Tornando poi sui titoli: mi scuso per l'attributo "ridicolo" che ho dato
alla Laurea "magistrale"; confesso che e' nato dall'irritazione di non
riuscire a tradurlo in Francese e in Inglese in un profilo del nostro Corso
di Studi che stavo scrivendo. Alla fine ho scritto "Bac+5" e "5-years
Degree", e spero di non avere sbagliato.
Ma continuo a trovare non-europeo che con un titolo guadagnato in 3 o 4
anni all'estero si sia chiamati "signore" mentre in Italia, giusta una
Circolare Ministeriale, tocchi il "dottore".
Si sta montando intanto un nuovo tormentone: quello della distribuzione
delle eta' dei prof italiani,  della loro riluttanza ad avventurarsi in
filoni di ricerche nuovi, ecc. (vedi fra gli altri l'articolo su "Io Donna"
dell'ultima settimana). Che cosa ne pensa la nostra Associazione: vogliamo
aprire un nuovo forum su questo?
Grazie ancora.
Salvatore Nicosia"

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Carlo Minnaja:

"Forse c'e' ancora una particolarita' italiana da segnalare: gli albi
professionali.
Gli ingegneri quinquennali (del vecchio ordinamento, per intenderci, che ci
mettevano in media 6-7 anni) non hanno mai voluto che i diplomati
(triennali) di quando c'era il diploma si chiamassero ingegneri, e per
quanto ne so non e' mai stato creato un albo professionale di diplomati.
Questi diplomati poi sono stati considerati ancora meno degli attuali
laureati triennali, tanto che per acquisire questo secondo titolo devono
acquisire, almeno a Padova, altri 18 crediti. Fu sempre comica la
proclamazione, almeno a Padova: ai laureati quinquennali del Vecchio
ordinamento si diceva (e si dice, per i residui) "La proclamo dottore in
ingegneria tal dei tali", ai triennalisti attuali si dice "La proclamo
laureato in ingegneria tal dei tali". Ai diplomati, a seconda del presidente
di Commissione la proclamazione suonava cosi': "In nome e per delega del
Magnifico Rettore La proclamo ingegnere diplomato in (ing) informatica (o
quello che era)" oppure "La proclamo laureato in ingegneria (informatica, o
quello che era)". Dalla stessa stanza e con lo stesso curriculum uno usciva
ingegnere (diplomato) e un altro no.
In Germania esiste il Vordiplom corrispondente alla nostra laurea triennale
da 180 crediti, e chi ce l'ha si firma "Dipl. Ing."
Riguardo ai crediti, che dovrebbero garantire una unita' di misura
internazionale dell'impegno profuso dallo studente per ascoltare lezioni
frontali, elaborarle a casa, prepararasi a un esame e sostenerlo, i dubbi di
omogenenita' sono forti. Cito la Facolta' di Lettere a Ca' Foscari, dove,
per la laurea triennale fino al 2004 un corso da 30 ore era contato 4
crediti e la tesi altri 4, con il 2005 lo stesso corso era contato 5 crediti
e la tesi (mi pare) 17. Ovviamente chi si era immatricolato dopo faceva, per
conseguire lo stessissimo titolo, meno dei tre quarti degli esami di chi si
era immatricolato l'anno prima. In teoria chi si era immatricolato nel 2005
avrebbe dovuto portare circa 150 pagine di libro in piu', ma siccome vari
esami erano semplicemente scritti con domande aperte, era impossibile
distinguere le matricole vecchie dalle nuove, e i professori stessi
dicevano: "non riusciamo ad organizzare scritti diversi, ne' tanto meno
giudicare diversamente gli studenti a seconda del loro anno di
immatricolazione". Alla compilazione del verbale in cui si registrava il
voto della prova scritta lo studente dichiarava: "per me questo esame e' da
tot crediti". Cito questo fatto solo per dire che anche i tentativi di
standardizzare gli impegni di studio incontrano delle difficolta' obbiettive
e una gestione del transitorio estremamente complessa, che quindi viene poi
risolta in modo un po' soggettivo dai docenti (tutti ottimi, peraltro,
almeno quelli che ho incontrato io).
Carlo Minnaja
Dip. Matematica Pura ed Applicata
PADOVA"


Riportiamo una lettera di Luca Renzi sui titoli del "3 + 2", la replica di
Carlo Minnaja e alcune precisazioni di Silvano Romano.


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Luca Renzi:

"Concordo con quasi tutto quanto affermato nel dibattito
Nicosia-Minnaja-Dal Lago (nota). Alcune precisazioni sulle affermazioni di
Minnaja mi sembrano pero' d'obbligo. Nomina sunt consequentia rerum e -
probabilmente e in modo indiretto - nel Processo di Bologna era pur
prevista l'abolizione dei titoli e la loro ri-applicazione razionale per
supplire alla cronica mancanza di addentellati internazionali di noi italiani.
E' evidente che in questo processo e' il sistema anglosassone (ma questa
e' una generalizzazione, si potrebbe dire anche quello francese) ad aver
avuto la meglio, poiche' quello internazionalmente applicato (anche nel
mondo extra-europeo, comprese Cina, India, tutta l'Asia e i paesi
africani). E se si volesse rimanere "autarchi" si rimarrebbe ai margini,
cosa che noi italiani facciamo gia' abbondantemente.
Veniamo ai punti:
a) Minnaja afferma: "L'intero mondo anglosassone usa il titolo "Magister
artium"  (M.A.) per titoli anche di livello minore della nostra laurea".
Rispondo: non solo: si parte dal B.A. (Bachelor of Arts) e nella
progressione BA, MA, PhD si giunge, appunto, a quel 3+2+3 assolutamente
necessario al nostro sistema per la corresponsione dei titoli. Detto a
margine: cio' avviene dopo Bologna anche in Germania (di cui sempre poco si
parla) dove al pre-esistente sistema MA+Dr.phil si e' inserito "dal basso"
il Bachelor per giungere allo stesso modulo trifasico. Cio' avveniva, poi,
gia' prima di Bologna, in Francia con Licence+Maitrise+Doctorat, per tacere
della Spagna.
b) Perche' Minnaja afferma:" Il titolo di dottore, sempre associato al
conseguimento di una laurea, e' stato poi malamente copiato nel titolo
americano "Ph. d." che una volta era corrispondente ad una via di mezzo tra
il nostro dottorato di ricerca e la libera docenza"? Questo, ovviamente, lo
dice Minnaja, ma non e' cosi'. Cio' innanzitutto per due motivi:
1) Storicamente neppure in Italia il titolo di "dottore" c'e' sempre stato;
andatevi a vedere i titoli di Laurea rilasciati durante il Regno d'Italia
(quelli con il frontespizio "Noi, Vittorio Emanuele... che qualche volta si
trovano esposti negli studi dei vecchi notai), ebbene, scoprirete che la
laurea era una "Licenza" sul modello francese, e non dava alcun titolo.
2) Come ci insegnano i sillogismi: partendo da presupposti errati, si
giunge a errate conclusioni. Quando Mannaja afferma che il PhD dovrebbe
essere una "via di mezzo tra il nostro dottorato di ricerca e la libera
docenza" dice una... Il PhD E' il nostro dottorato di ricerca (e grazie al
cielo - seppur tardi - fu inserito 25 anni fa!). La libera docenza (ora
abolita e sostitutita dalla associazione) e' altra cosa.
c) Minnaja afferma: "L'Italia usava gia' giustamente il titolo di dottore
per la sua laurea quadri-quinquennale". Perche' "giustamente"? Questo lo
dice lui, ma non e' cosi'. Anzi, si puo' dire che L'Italia usava
INgiustamente il titolo di dottore, poiche' in effetti era rimasto l'unico
paese in Europa (insieme al Portogallo) a conferire un tale titolo per un
corso quadriennale (e credo l'unico insieme al Brasile nel mondo civile).
Ora, se possibile, le cose sono pure peggiorate, in quanto lo si conferisce
anche al termine di corsi TRIENNALI. Altroche' Europa!

Con il resto, compreso il pasticcio di curricula e di titoli buffi, il
collega Minnaja mi trova d'accordo.

Luca RENZI
Dip. di lingue e lett. straniere
Universita' di Urbino "Carlo Bo""

Nota. Per leggere il messaggio al quale Luca Renzi si riferisce:
http://unimoreinform.blogspot.com/2007/11/andu-nicosia-minnaja-e-dal-lago-su
-32.html

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Replica di Carlo Minnaja a Luca Renzi:

">  Nomina sunt consequentia rerum

Certo, pero' certi nomi storici restano, anche se le "res" cambiano.
La nostra laurea, fino a meta' degli anni Cinquanta, prevedeva una
ammissione all'universita' soltanto per chi aveva fatto studi liceali e
prevedeva una tesi originale (e a Lettere e Legge non si poteva andare se
non si proveniva dal liceo classico). Parlo delle facolta' che conosco:
ingegneria durava legalmente cinque anni, dopo gli otto di postelementare,
ma si laureavano in pari soltanto il 10% degli studenti (in ing. chimica, a
Padova, nessuno, per molti anni), non perche' l'altro 90% fosse ritardato
mentalmente, ma perche' quello che si pretendeva da uno studente era un
impegno da corso di 7 anni e piu', il che porta ad un carico di studi di
oltre 15 anni dopo le elementari. La "durata legale" era adeguata ai
"genietti" che saltano gli anni ...  Chi ricorda il catenaccio del biennio e
il termine "sbiennare" sa di cosa parlo. Era un curriculum che non aveva
nulla da invidiare al 3+2+3 anglosassone impiantato su una licenza di scuola
media superiore acquisita dopo 7 anni di scuola post-elementare: 7+3+2+3 =
15 nei paesi anglosassoni, e 8+7=15 da noi, con tesi di ricerca originale.
Il titolo di dottore era "giustamente" attribuito, e infatti lo conseguiva
una percentuale estremamente bassa di giovani: la mortalita' studentesca era
altissima proprio per l'estrema difficolta' ad arrivare in fondo. Di altre
lauree con durata legale "solo" quadriennale bisogna vedere quale
percentuale terminava in pari, matematica a Pisa (parlo di cio' che conosco)
sfornava in 4 anni solo gli allievi della Scuola Normale, e neanche tutti;
l'impegno era corrispondente ad un corso di studi quinquennale bello e
buono, con tesi di ricerca originale.
Non dubito che il sistema anglosassone sia stato quello che "ha avuto la
meglio", come dice Renzi, come nomi e come scansione degli studi, ma bisogna
vedere quale cultura ci sta dietro. Un diplomato della scuola media
superiore americana ha, mediamente (ripeto: mediamente), una cultura assai
inferiore a quella dei nostri licenziati dalla maturita', anche se, lo
ammetto, negli ultimi vent'anni abbiamo fatto di tutto per livellarci al
ribasso anche in Italia. I miei figli hanno studiato nella High School
statale della Virginia e io ho insegnato agli undergraduates del Virginia
Polytechnic Institute and State University, so di cosa parlo.

>  Quando Mannaja afferma che il PhD dovrebbe
> essere una "via di mezzo tra il nostro dottorato di ricerca e la libera
> docenza" dice una... Il PhD E' il nostro dottorato di ricerca (e grazie al
> cielo - seppur tardi - fu inserito 25 anni fa!).

Casomai direi che e' il nostro dottorato ad essere modellato sul Ph.D., per
quanto scuole di dottorato anche da noi sono diverse e anche di diversa
durata (di matematica anche quadriennali).

> La libera docenza (ora
> abolita e sostitutita dalla associazione) e' altra cosa.

Non direi. La libera docenza, una "venia legendi", era un titolo di livello
scientifico, come il Ph. D., acquisibile a numero aperto, non dava nessun
diritto ad una assunzione ad un posto nelle universita', veniva depositata
presso una universita' e confermata, se del caso, dopo cinque anni in cui il
docente aveva tenuto dei corsi liberi. L'associazione e' invece un titolo
conseguente ad una assunzione per concorso (o per idoneita' nello stato
iniziale) ad un posto statale, ora a numero chiuso, con obbligo di
insegnamento; non sostituisce affatto la libera docenza e dipende dai
bilanci universitari, non dal livello scientifico.

> Ora, se possibile, le cose sono pure peggiorate, in quanto lo si
> conferisce anche al termine di corsi TRIENNALI. Altroche' Europa!

Io, piuttosto che abbassare i "nomina" come "consequentia rerum", cercherei
di alzare le "res" al livello di essere "consequentia nominum". Tuttavia
vedo, nell'intervento di Renzi come velatamente in quelli di altri, una
costante sottovalutazione degli studi italiani rispetto a quelli in altri
paesi che non mi pare giusta, neanche se si prendono in considerazione solo
parametri creati per altre realta' e che non sempre si adattano alla scuola
italiana. L'imparare dagli altri aiuta, ma il ritenerci sempre da meno degli
altri, no. Per essere (o diventare) il numero uno bisogna anche crederci.

Carlo Minnaja
Dip. Matematica Pura ed Applicata
PADOVA"

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Precisazioni di Silvano Romano:

Alcune  precisazioni.
Il conseguimento della libera docenza (entro certi termini temporali) era
OBBLIGATORIO per la conferma degli Assistenti di ruolo.
Negli anni 1953-1958 il numero max di LD disponibili era PREFISSATO.
Dal 1958 e sino alla fine del decennio successivo questa ultima restrizione
sui numeri venne a cadere.
In seguito scomparve la LD (e scomparve l'obbligo per gli Assistenti di
ruolo di conseguirla entro un certo tempo).
Con le "misure urgenti" del 1973 il ruolo degli  Assistenti venne messo
ad esaurimento, mentre i "professori aggregati" passarono professori ordinari
"ope legis".

Silvano Romano
Pavia"
 


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