http://www.edscuola.it/archivio/ped/impostura_pedagogica.htm
Les
“sciences de l’éducation”
ou
l’imposture pédagogique
di
Bernard BERTHELOT
(traduzione
a cura di Paola
Capozzi)
Estratti da uno studio
inedito
-
Per
rispondere all’urgenza della situazione,
-
Per
chiarire l’opinione su Philippe Meirieu, sulle correnti pedagogiche alle
quali si riferisce, e su cosa voglia fare della scuola.
L’IMPOSTURA
PEDAGOGICA
Sono
ormai più di vent’anni che le riforme che si abbattono sulla Scuola con una
continuità sorprendente concorrono al suo progressivo degrado. Per Monsieur
Claude Allègre, attuale Ministro dell’Educazione nazionale, la scuola di
Jules Ferry non sarebbe più adatta al mondo di oggi, le missioni che le erano
state attribuite non avrebbero più corso e sarebbe impellente riformarla in
profondità. Tutti gli argomenti sono buoni per giustificare tale impresa che
si pretende di fare a tambur battente e che imputa alla scuola di Jules Ferry
tutti i mali: gli si imputano tutte le tare di cui soffre la società, dalla
violenza all’analfabetismo, dalla pedofilia alla tossicodipendenza, senza
dimenticare la noia che si presume essa distilli!
Non stupisce affatto che si affidi il timone di questa operazione a
Monsieur Philippe Meirieu, “ ricercatore in scienze dell’educazione ”.
Egli rappresenta, in effetti, il simbolo vivente delle velleità riformatrici
che opprimono la Scuola, dalla « pedagogia per obiettivi » alla
« pedagogia differenziata » delle quali ci proponiamo di mostrare
la filiazione. Tutto questo, lo si vede, non è affatto una novità ed è da
un pezzo che sarebbe stato necessario allarmarsi e lottare contro i colpi
inferti alla scuola, che non sono affato portati al fine dir rimediare ai mali
di cui essa oggi soffre. Ma ecco che la macchina s’inceppa e il Ministro
sembra ben deciso ad andare oltre l’opposizione degli insegnanti e ad
imporre
la sua riforma alla ussara. La forza d’inerzia che ha costituito fin’ora
un’armata inefficace non è più di stagione. La scuola è in uno stato di
legittima difesa, è il
servizio pubblico d’insegnamento ad essere
messo indiscussione, è la
scuola laica, crogiolo della cittadinanza e
della Repubblica ad essere minacciata. La posta in gioco è considerevole! Ed
è perchè è importante chiarire ai fruitori della scuola le idee su
Philippe Meirieu, sulle correnti pedagogiche che lo muovono ed alle
quali egli si riferisce, e su ciò che si vuole fare della scuola. Questi
estratti sono frammenti di uno studio più lungo, al momento inedito, e la cui
diffusione trova una giustificazione nell’urgenza della situazione.
I.
Gli "obiettivi", un certo modo di approcciare alla pedagogia.
I primi
segni allarmanti, a riflettere una svolta nel modo di concepire il ruolo della
scuola nella società, risalgono alla comparsa, nel corso degli anni ‘70,
della « pedagogia per obiettivi » ed all’introduzione di una
concezione puramente gestionaria o tecnocratica dell’educazione. In tutte le
opere consacrate agli “obiettivi pedagogici” non si tratta più tanto di
una questione di insegnamento, quanto di una questione di formazione.
Inoltre, la « formazione iniziale » non è sostanzialmente
distinta dalla « formazione continua » e, per di più, la prima è
concepita sul modello della seconda. Infine, questa “pedagogia” è
regolarmente presentata come una alternativa alla cosidetta pedagogia
tradizionale, della quale si decreta lo stato di crisi acuta e della quale si
denuncia l’incapacità a risolvere le difficoltà riscontrate con i
“giovani”. Alla concezione tradizionale di un sapere disinteressato, de
“la cultura per la cultura”, si contrappone un insieme di tecniche
efficaci. Dal momento che si tratta di aspirare a risultati definiti a priori,
la pratica pedagogica non si definisce più attraverso i contenuti della
conoscenza da trasmettere, ma attraverso obiettivi definiti al di fuori dei
contenuti. I contenuti non valgono più come mezzi per raggiungere gli
obiettivi.
In
un’opera in cui tratta di questi obiettivi pedagogici, Daniel Hameline
sottolinea :
Nel
momento in cui ci si volge alla pedagogia per obiettivi, si parla sempre più
di ambiti di formazione e la formazione iniziale si ricollega, a questo punto,
a quella permanente in termini di gestione. E’ proprio la formazione
in se stessa ad essere concepita in termini di gestione. Il moderno discorso
industriale invalida il discorso educativo. La nozione di obiettivo trova
allora il senso della propria fortuna. Perché tutti sanno che essa gioca, in
una concezione gestionaria e menageriale, un ruolo determinante alla giunzione
stessa dell’asse dei progetti con quello dei mezzi. (…) Non
c’è dubbio relativamente al fatto che, per Ralph Tyler, razionalizzare il
processo insegnare-apprendere è trasposizione nel dominio della scuola delle
esigenze che si fanno strada nell’universo delle imprese.. (...) La funzione
insegnante può essere resa « redditizia » attraverso la pedagogia
per obiettivi, come la direzione attraverso obiettivi razionalizzerebbe la
produzione. Questo parallelo è chiaro.
Nel
leggere queste righe si può avere la sensazione che l’autore sviluppi una
riflessione critica sugli obiettivi pedagogici. Ma niente di tutto ciò, perché
egli vuole esporre l’efficacia e il valore di questa “ingresso nella
pedagogia”, ed il fatto che essa s’ispiri ad una concezione gestionaria e
“menageriale” dell’educazione non sembra preoccuparlo in modo
particolare dato che, per lui, si tratta di un guadagno in termini di
razionalità.
II.
Obiettivi e comportamenti.
Il termine
"comportamento" ha invaso il discorso psicologico, quindi quello
pedagogico per imporsi nel linguaggio corrente fino a fare la propria comparsa
nelle pubblicazioni scolastiche!
Ora,
questo termine, che si utilizza innocentemente come sinonimo di condotta, è
fonte delle più gravi confusioni. Tanto lo si utilizza in questo senso vago
di “condotta” che esso raramente rappresenta un problema, ma non bisogna
dimenticare, tuttavia, che la parola è stata introdotta nel linguaggio
psicologico per tradurre il termine inglese "behaviour"
che è ben lungi dall’essere neutro : mettere il termine "comportamento
" al centro della pratica pedagogica è, che lo si voglia o meno, un
fondarla su una certa idea dell’uomo: quella introdotta da Watson
et Piéron e sviluppata attraverso il beaviorismo. Dunque è essenziale, a
nostro parere, il soffermarsi sul termine “comportamento”, sulle ragioni
della sua emergenza e sulla sua funzione teorica, particolarmente
nell’ambito delle pratiche educative che si rifanno alla “pedagogia per
obiettivi”.
E’
interessante notare che il termine, esistente dalla fine del quindicesimo
secolo, è stato ripreso da Pascal all’inizio del ventesimo secolo per
tradurre l’inglese "behaviour".
Per
sapere se è Dio che ci fa agire, bisogna esaminarsi meglio attraverso i
nostri comportamenti esteriori che non attaraverso le nostre motivazioni
interiori.
Al di là
del problema posto da Pascal – se è Dio che ci fa agire - la distinzione
sulla quale si basa Piéron per tradurre il termine inglese "behaviour"
con il francese "comportement"
sta in questa distinzione tra "fuori" e "dentro" ;
di modo che la parola « comportamento », nella nuova prospettiva
fondata sul beaviorismo, debba
essere interpretato come "sequenza di atti accessibile
all’osservazione". L’espressione “comportamenti esteriori” o
“comportamenti osservabili” diventa pleonastica..
Che la
"pedagogia degli obiettivi » trovi la propria giustificazione
teorica nel beaviorismo, che la nozione di "comportamento",
nel senso in cui viene definita, rappresenti il presupposto implicito di
questo insieme di pratiche pedagogiche e delle procedure di valutazione ad
esse associate, l’attesta tutta la letteratura ad essa consacrata :
nell’opera di Daniel Hameline “Gli obiettivi pedagogici”, l'autore
afferma fino all’ossessione il legame tra “obiettivi pedagogici” e
“comportamenti osservabili”. E, dopo aver sostenuto che le intenzioni
educative resterebbero vaghe, confuse, in una parola non
operative qualora gli obiettivi non vengano formulati, Hameline
indica le condizioni essenziali per una loro adeguata formulazione ed afferma
in particolare che:
Perchè
una intenzione pedagogica tenda a diventare operativa, essa deve descrivere
un’attività del discente identificabile attraverso un comportamento
osservabile.
E davvero
qui si profila un modo di considerare l’educazione. Educere è : produrre
un comportamento. E ancora una volta il termine « comportamento »
dovrebbe essere interpretato nel suo senso più tecnico e più stretto di
« comportamento osservabile », nel senso, cioè, in cui lo
intendono le concezioni beavioriste. Hameline non fa affatto mistero delle
scelte beavioriste di tale orientameno pedagogico. Egli ne farebbe piuttosto
un punto di forza quando afferma che bisogna adottare e attenersi il più
fermamente possibile alla “regola di ferro” della psicologia beaviorista
che prescrive di basarsi sul celebre schema stimolo-risposta, con
l’esclusione di quelle ipotesi per le quali si passa nel campo dello spirito
(la “scatola nera”) e con l’esclusione di quelle allusioni alla
“conoscenza della via mentale” o alla “coscienza di sé”. La
beaviorista si pone, in effetti, nei termini di “psicologia oggettiva »
che si attiene ai fatti, alla loro osservazione e alla loro misura, mentre una
psicologia che ammetta i « doni della coscienza » è denunciata
come psicologia soggettiva, mondana, peggio ancora se è possibile,
filosofica.
La parola
d’ordine dell’orientamento pedagogico fondato su questa psicologia è
dunque « vedere per credere ». Ciò che non può essere osservato
non è di alcun interesse nè gode di alcuna esistenza. L’insegnante deve
quindi essere in grado di osservare sui suoi alunni gli effetti patenti,
incontestabili, dei propri insegnamenti; deve saper dire in anticipo su quale
comportamento egli basi la sua osservazione ed in quale preciso momento e
perché egli continuerebbe a fallire.
Perchè
una intenzione pedagogica tenda a divenire operativa, che essa menzioni le
condizioni in cui il comportamento previsto dovrebbe manifestarsi, e che essa
indichi il livello di necessità cui il discente è tenuto a situarsi e,
infine, i criteri che serviranno alla sua valutazione.
E’ già
stato segnalato che in tale letteratura, il problema più frequente riguarda
la formazione piuttosto che l’insegnamento e che la « formazione
iniziale » viene più spesso concepita sullo schema della “formazione
continua”. Si vede qui molto chiaramente che la “formazione”, su cui ci
si interroga, attiene molto di più all’apprendimento
che all’educazione, e il rapporto con la psicologia beaviorista
s’impone ancora una volta perchè quasta psicologia propende essenzialmente
sulla pratica al fine di estrapolare le leggi, ed è in questo modo che essa
studia i meccanismi più elementari.
Ora, il
meccanismo di base di tutto « l’apprendimento »
in questa accezione ristretta e tecnica, è il riflesso condizionato
come quello studiato da Pavlov. Produrre un comportamento è dunque far
acquisire un riflesso. Altrimenti definito: produrre stimoli capaci di
stimolare la prevista risposta comportamentale. “Educare”, se si può
ancora utilizzare questo termine, è quindi condizionare. E non c’è
alcuna differenza di fondo tra il far apprendere il latino a Paul e il far
apprendere ad un ratto come orientarsi in un labirinto. Hameline ha un bel
dire che “la regola di ferro del béhaviorisme"
non può essere seguita fino in fondo e che essa vale soprattutto a titolo di
disciplina e di metodologia: tali presupposti hanno necessariamente delle
conseguenze e queste non sono da poco! Essi obbligano per prima cosa a porsi
la questione cruciale :
Che resterà
dell’insegnamento quando si sarà proceduto alla serie di esclusioni e di
riduzioni precognizzate dalle teorie dell’apprendimento
che servono da substrato teorico alle riforme che si vogliono imporre alla
scuola?
III.
L'insegnamento in briciole.
Che cosa
diventa una « intenzione pedagogica » nel momento in cui viene
formulata in termini oggettivi, cioè nel momento in cui essa descrive
un’attività attraverso un comportamento osservabile ? E’ infatti a
tale condizione che un’intenzione pedagogica potrebbe diventare operativa e
meriterebbe di essere presa sul serio.
Non ci si
stupirà quindi se il primo passo, e potrebbe essere il più importante, stia
nel distinguere le intenzioni « vaghe » da quelle « operative »
e le finalità generali dagli obiettivi specifici. Al di fuori di questo punto
di vista, punto di fuga, ed è a quello che sono consacrati gli stages che
permettono di formarsi alla « pedagogia per obiettivi », c’è
ancora ciò che proporrebbero, in una moltitudine di esercizi sullo “studio
di casi”, le opere, e sono legioni, che trattano della “pedagogia per
obiettivi”. Ci
si legge che insegnare è imparare a “produrre degli obiettivi”, a passare
dalle finalità agli obiettivi specifici. E guai ai recalcitranti! Essi
saranno costretti a sottomettersi:
I maestri
dovranno essere sistematicamente spinti dalla
loro formazione iniziale alla definizione degli obiettivi.
E gli
autori ad insorgere contro questa deplorevole abitudine che avrebbero gli
insegnanti « di esplicitare gli obiettivi perseguiti in termini di
contenuti e non in termini di apprendimento
comportamentale”. Sembra
evidente che l'I.U.F.M non sia rimasto sordo a questa raccomandazione.
Senza
entrare nei dettagli, è importante comunque sottolineare bene la distinzione
fatta da questi autori tra finalità, scopi, obiettivi generali ed obiettivi
specifici e specificare bene anche il senso della loro gerarchizzazione.
Per
utilizzare la metafora militare, è risaputo che il fine ultimo di una guerra
è la vittoria ma che per raggiungere un tale fine bisognerà previamente
raggiungere una moltitudine di obiettivi limitati : conquistare una certa
città, una certa collina, una certa posizione, occupare una certa trincea,
una tale zona di territorio, etc.... Hameline pone, in materia di educazione,
certamente, la domanda : « fin dove specificare gli obiettivi ? ».
Ed ha ben di che inquietarsi per il rischio di atomizzazione che questa
demarcazione di specificazioni comporta. Gli esempi che fa per illustrarlo
dimostrano che egli è ben lungi dal sottovalutare il pericolo.
- Primo
esempio d’intento educativo :
"Gustare l’arte di Fra Angelico". E’ questa un’intenzione
operativa? No, risponde Hameline. Ciò non andrebbe al di là di un obiettivo
perchè non c’è descrizione di un comportamento osservabile.
Gustare
è un’attività fisica che può dar luogo a numerosi comportamenti. Gustare
è una “attitudine”.
E Hameline
a spiegare che un’attitudine non è osservabile, che si tratta di una
costruzione ipotetica inferita a partire dai comportamenti. Per mostrare che
ogni formatore cerca degli indicatori dell’efficacia della propria azione
sui comportamenti e per far apparire la distinzione tra comportamento e
attitudine, Hameline dà il seguente esempio :
Se un
professore di educazione musicale volesse sviluppare nei suoi allievi di
terza, reticenti, un interesse per la musica barocca francese, potrebbe
formulare, almeno in teoria, un obiettivo comportamentale del tipo :
« Al livello della sua classe di terza, il discente non lascerà il
salotto dei suoi genitori quando questi ultimi ascolteranno il secondo
concerto reale di Couperin".
Lascio
immaginare quanti obiettivi di questo tipo, comportamentali, specifici, di
micro obiettivi, egli dovrebbe mettere insieme per soddisfare l’intenzione
pedagogica : « suscitare un interesse per la musica barocca
francese negli allievi di Terza ». E che dire allora dell’intenzione
“iper-generale”: “sensibilizzare gli allievi alla musica classica »?
Come d’altra parte del repertorio, nella gerarchia delle intenzioni ?
Certo,
Hameline riconoscerebbe che i suoi esempi sono necessariamente un po’
« forzati », ma non si può che constatare l’ossessione della
« osservabilità » e dunque della misura, della quantificazione,
che prende a volte un carattere francamente comico (…).
Esempio
apparentemente più serio : "prendere coscienza dei meccanismi della
lingua”. Si tratta di un obiettivo? No, certamente! Per quanto riguarda i
« meccanismi della lingua” passi ancora, ma questa esecrabile
espressione “prendere coscienza”, che restaura la categoria
“coscienza”, è disonorata dalle teorie beavioriste ed esclude in tutta
evidenza una intenzione così formulata dalla lista dei possibili obiettivi!
Hameline precisa d’altraparte che “i beavioristi hanno cento volte ragione
nel chiedere la proibizione di un verbo come « prendere coscienza »
e nota « che un tale enunciato,
muto sul comportamento che si può osservare circa la valutazione di una tale
presa di coscienza », non potrebbe dunque operativizzare una tale
intenzione.
Si
nota ancora una volta fino a che punto la « pedagogia per obiettivi »
sia dipendente dalla teorie beavioriste e fino a che punto esse si
sovrappongano ai suoi ostracismi.
Infine, un
obiettivo operativo : "Citare cinque graminacee alimentari" ?
Obiettivo
modesto, ne converrete, ma che, per Hameline, risponde bene all’esigenza
d’operatività richiesta : esso descrive un comportamento osservabile
perche come dice Hameline « un comportamento lascia delle tracce
".
Citare
rappresenta un’attività che non può che manifestarsi esteriormente. In un
momento o in un altro, un osservatore potrà vedere l’interessato che fa
qualcosa. Un “prodotto” (elencato su un foglio, registrato su un nastro)
può essere raccolto e separato dalla via mentale del produttore.
E’
proprio questo che importa, per Hameline, ed
è questo che definisce la « seconda esigenza di operatività » :
che un comportamento, un "fare", possa essere "separato
dalla via mentale del produttore" e staccato dalle sue motivazioni o
dalle sue ragioni, delle quali si vuole tutto ignorare o delle quali, più
precisamente, è prescritto di
non sapere niente secondo la famosa teoria beaviorista della "scatola
nera".
Che il
termine d’obiettivo aiuti nella funzione di un occultamento dei fini
è ciò che appare nettamente nella gerarchizzazione stabilita tra finalità,
scopi, obiettivi generali e obiettivi specifici ; i
discepoli della « pedagogia per obiettivi » hanno un bel dire che
la loro pratica invita soltanto a stabilire un legame tra le finalità più
generaliste e gli obiettivi più specifici. Si vede bene, a leggere tutte
queste opere, che si tratta di stabilire una gerarchia al contrario che va
dagli obiettivi più specifici alle finalità più generali (...).
IV.
Il sacrificio dei contenuti.
Daniel
Hameline sottolinea a più riprese che « l’introduzione della
pedagogia per obiettivi non è innocente ». Non si può che essere
daccordo con questa affermazione ; bisognerebbe anche dire che essa e
piena di conseguenze e che la più importante è la messa in discussione dei
contenuti disciplinari e dei programmi d’insegnamento nel senso in cui
vengono tradizionalmente concepiti. D'Hainaut ricorda questa concezione ed
indica perchè, secondo lui, essa non può essere mantenuta :
Un
programma è in principio una lista di materie d’insegnamento accompagnata
da « istruzioni metodologiche » che eventualmente la giustificano
e che danno degli indicazioni sul metodo o sull’approccio che i suoi autori
giudicano più pertinente al fine di insegnare le proprie materie.
Di fatto questa
idea di un programma che esprima delle materie d’insegnamento come anche
alcuni indicatori metodologici per ciascuna di esse, articolando le discipline
di insegnamento in un insieme coerente, disponendo una configurazione ed una
evoluzione incerte ma, nonostante questo, relativamente stabili, sembra a ben
guardare indissociabile da una prospettiva d’insegnamento. Ora,
D'Hainaut rilancia, senza altra forma di processo :
Questa
concezione è limitata, superata, insoddisfacente da un punto di vista
razionale ed inadeguata sul piano pedagogico. Bisogna sostituirgli la nozione
di "programma pedagogico operazionale" che comprende non più
una lista di materie, ma una lista di attività, di saper-fare, di competenze,
di saper-essere che gli alunni dovrebbero manifestare al termine
dell’insegnamento.
Questo
passaggio non potrebb’essere più chiaro : esso congeda senza alcuna
giustificazione e con grande brutalità le discipline d’insegnamento, allo
stesso tempo dei saperi che esse portano con sè, per sostituirle con dei
saper-fare e dei saper-essere.
Si può
osservare che ogni volta che si tirano in ballo i programmi e le discipline
d’insegnamento, è per devalorizzare i saperi a vantaggio dei saper-fare e
dei saper-essere. C’è una costante: il respingimento regolarmente
indirizzato all’insegnamento « tradizionale ». E’ di troppo
valorizzare i saperi in rapporto al saper-fare: allorchè i discepoli di
questa pretesa modernità pedagogica si limitano ai comportamenti osservabili,
si attengono per l’essenziale al saper-fare e al saper-essere. La
“pedagogia per obiettivi”, nello stesso momento in cui valorizza una certa
« ragione pragmatica », manifesta un notevole disprezzo per il
sapere. Essa si da’, con tutta la propria intensità, all’antagonismo tra
tecnica e cultura
Gli
“iniziati” avranno riconosciuto in questa terminologia uno dei topici
della « pedagogia moderna »: il famoso trittico « saper/saper-fare/saper-essere »
che ricopre i domini « cognitivo/psicomotore/affettivo ». I
programmi redatti recentemente, in particolare nell’insegnamento tecnico, lo
sono stati secondo queste categorie. Si parla allora di “referenzialità”.
E questo termine ben corrisponde a ciò che D'Hainaut chiamava di sua voce
« un programma d’obiettivi operativi » o, come egli dice ancora,
“una guida più operativa per l’azione pedagogica e la sua
valutazione” della quale, secondo lui, molti insegnanti avrebbero la
necessità. Si
notano bene allora i termini dell’opposizione così come i loro presupposti:
- centrare
l’insegnamento sui contenuti è mettere in primo piano i saperi e
partire dalla domanda inaugurale : “quali saperi trasmettere ?”
Tale domanda ha per posta la cultura ed è nella cultura che essa può trovare
una risposta
- entrare
nella pedagogia per obiettivi è effettivamente, e come si è visto, procedere
ad un “capovolgimento ». E’ analogamente procedere ad un
occultamento. E’ un non più domandarsi ciò che vale di essere
trasmesso per non guardare più a ciò che dà la certezza di
trasmettere qualcosa : è un non considerare altro più che gli effetti
pragmatici dell’educazione.
Questi effetti bisogna osservarli e il beaviorismo si ostina a ripetere che
non si può osservare altro che comportamenti !
Ci si
mostrerà tanto più soddisfatti quanto più si sarà potuto prevedere in
anticipo quali comportamenti dovrebbero essere osservati al termine della
« sequenza di apprendimento ».
Sarà questo, in effetti, un riscontro di « scientificità » ed è
uno dei grandi principi della tecnologia degli obiettivi : se si verifica
che un dato comportamento è prodotto conformemente ad un dato obiettivo, o
conformemente modificato rispetto ad esso, si può concludere la realtà e
l’efficacia dell’azione educativa.
Ciò va da
sé senza dire che, in una tale prospettiva, interessa solo la produzione
degli obiettivi o, nel migliore dei casi, essa importa più della
considerazione sui fini, e che non si tratta più quindi di una questione di
cultura
Bisogna
partire dal principio che ogni insegnante è attaccato alla disciplina che
insegna, è
penetrato del suo valore culturale; bisogna essere convinti inoltre che tutte
le discipline insegnate in un edificio scolastico fanno
parte di un’eredità comune che vale la pena trasmettere, che è in questo
la responsabilità principale dell’insegnante perché in ciò è la sua
responsabilità verso il processo di umanizzazione durante il quale l’uomo
educa l’uomo. Dovrebbe essere chiaro che l’umanità dell’uomo non
andrebbe ridotta a meri comportamenti: vedremo che è tutto il contrario. E’
attraverso l’assimilare i saperi costituiti dagli uomini che lo hanno
preceduto che l’uomo può essere inserito nell’ordine dell’umanità. Ho
detto bene : saperi. E non non saper-fare e ancor meno saper-essere !
Ed è su
questo preciso aspetto che bisogna denunciare la grande mistificazione delle
« scienze dell’educazione », della « pedagogia per
obiettivi » e delle sue altre filiazioni pedagogiche.
Nel momento in cui esse pretendono di centrare i propri confini sui
“discenti, nel momento in cui l’insegnamento tradizionale è accusato di
preoccuparsi essenzialmente dei saperi da trasmettere, del pregiudizio del
discente, ci si rende conto che la « pedagogia per obiettivi » si
preoccupa in realtà delle « competenze » e delle « prestazioni »
che il “discente” dovrebbe sviluppare per adattarsi ad alla condizione
data di società. Questo passaggio di V. & G. De Landsheere è
esemplare della demarcazione :
E’
importante insegnare i comportamenti, i modi di pensare, di sentire e di agire
che hanno un valore nella nostra società e aiutano l’individuo a divenirne
un membro effettivo. Quali competenze essa esige dai suoi membri? Quali sono,
in particolare, le sue caratteristiche per quanto riguarda la salute, la
famiglia, le leggi, il lavoro, la religione e gli affari civici? La posizione
è quindi utilitaristica, funzonale. Essa è compenetrata con una
considerazione metodologica volta ad evitare lo iato tra la scuola e la vita.
Per quanto possibile, l’insegnamento dovrà essere pianificato in modo tale
che le tappe iniziali dell’apprendimento
siano superate attraverso la scuola, ma che tale apprendimento
continui e si rafforzi al di fuori della scuola.
Punto di
vista utilitaristico : eccola
dunque, la famosa domanda "A che cosa si salda il tutto?". Qualche
appunto: di quale “utilità” si tratta dunque? Di quella del
“discente”, come si pretende quasi sempre, o di quella della società? Si
dirà senza dubbio che si tratta della stessa cosa? Ci sarebbe dunque tra i
due un’armonia prestabilita, e di quale società si tratterebbe? La domanda
è lecita? Prendiamo allora l’esempio di una società schiavista o in cui
regni l’apartheid ! La funzione essenzialmente adattativa
attribuita all’insegnamento impone
quindi di formare ciascuno alla funzione che andrà a svolgere nella società,
per suo sommo bene, va da sé: il padrone a comandare, lo schiavo a obbedire.
E’ senza dubbio ciò che si può definire “l’apertura della scuola alla
vita” !
Forse si
dirà che tale obiezione è fuori luogo, che le società di cui si parla sono
democratiche e che, in tali società, non ci sono padroni e schiavi.
Se ci si
limita al passaggio citato, questo è lungi dall’essere evidente. E’
certamente il caso della "nostra società », ma questa
formulazione estrapolata dal suo contesto significa che non importa quale
società. Inoltre uno schiavo è un “membro effettivo” della società in
cui vive, ha un certo rango con un certo statuto, è indispensabile al suo
funzionamento! Infine, il modo che hanno gli autori di parlare di
“democrazia” si presta, quantomeno, ad una discussione.
Secondo
loro, l'educazione non
sarebbe che una questione di cultura, allo stesso titolo del resto delle
filosofie e delle ideologie educative ; da cui questa idea che le finalità
educative non si deducano da una verità razionale e universale dell’uomo ma
dalle necessità dell’azione, dalla contingenza. Si vede ancora di quale
razionalità s'ammantino
le "scienze dell’educazione". Si vede bene che tutta questa
concezione dell’educazione si fonda sul “relativismo culturale” e che ci
sono, da questo punto di vista, tanti valori e tante norme educative quante
sono le società e che, dunque, non c’è verità in materia educativa.
Tale
relativismo lo si ritrova in seno alla medesima società sotto forma di
« pluralismo » costantemente presupposto, come se
fosse indiscutibile che una società democratica sia « pluralista » e
"pragmatica", come se si dovesse rinunciare, senza discussione, a
trovare una qualsivoglia universalità nei principi educativi. L’umanità
non è mai posta come un possibile prodotto della ragione, ma soltanto come un
“accordo spontaneo” che le società tradizionali realizzerebbero ma che le
società moderne e democratiche, pluraliste e pragmatiche, non riuscirebbero
più a trovare. Ciò che caratterizza queste società, secondo V. & G. De
Landsheere, notevolmente, è che « l’umanità spontanea, a proposito
degli scopi più o meno impliciti dell’educazione, è scomparsa.”
In questo
tipo di “democrazie” è quindi necessario esplicitare gli scopi
dell’educazione sotto forma di obiettivi univoci al fine di concordarle, dato
che nessuno di essi può essere fondato su ragione. In mancanza della
possibilità di intendersi sui fini dell’educazione e sui valori educativi,
resterebbero da chiarire gli obiettivi e resterebbe da concordarli. Tanto
più si è nell’ordine dei fini quanto più si sarà in quello
dell’equivoco, del « filosofico » che
si confonde, del resto, con l’ideologico. Si tratterà allora di aggrapparsi
alla tecnologia degli obiettivi come ad una zattera di salvataggio, al fine di
trovare l’univocità e la trasparenza, di ritrovare l’unità perduta.
Da cui un
curioso paradosso che V. & G. De Landsheere non mancano peraltro di
sottolineare : quanto più i fini che si vogliono realizzare saranno
plurali e relativi, tanto più le tecniche di produzione degli obiettivi
saranno rigorose ed esigenti, a vedere pignole nella loro formalizzazione. Il
modo in cui essi spiegano tale bizzarria è essa stessa piuttosto
“bizzarra”:
La
maggior parte delle scienze attraversa quattro stadi : la magia,
l’empirismo artigianale, il positivismo e, alla fine, il relativismo.
Si aspira
ancora ad una delizia d’argomentazione ! Al posto della quale, gli
autori rincarano in seguito la dose su questo relativismo ibrido di
positivismo che marcherebbe le “scienze dell’educazione”:
Attualmente,
il relativismo pedagogico è affetto sul piano filosofico, teorico, ma la
pratica rientra ancora nella
forma positivistica.
Si può
quindi intuire, senza approvare quel poco che tale « spiegazione »
può sottointendere, che in questo spirito la « pedagogia per obiettivi »,
che si ritiene essere entrata nella « fase positiva », rappresenta
un notevole progresso rispetto alla « pedagogia tradizionale » che
resta inchiodata allo stadio di « empirismo artigianale ». A
questo “progresso” corrisponderebbe un altro progresso, teorico quello,
che consisterebbe nel passaggio dal dogmatismo al relativismo pedagogico.
Non era
affatto inutile mettere in piena luce questi presupposti dal momento
che essi hanno la funzione di giustificare una pedagogia « centrata sul
discente ». Daniel Hameline oppone, in questa prospettiva, due sistemi,
l’uno in cui il discente viene assoggettato, l’altro in cui esso è
soggetto della sua formazione:
Il
"soggetto"può essere "l'assoggettato" di un sistema
predeterminato in cui egli deve assumere il posto assegnatogli senza
contrattare la propria adesione. Può essere anche l’individuo, nel momento
in cui è il promotore della sua stessa azione, l’”acquirente” della sua
propria formazione: contrattazione, cooperazione, coproduzione delle sue
conoscenze e delle sue conpetenze, delle conoscenze e delle competenze altrui.
E Hameline
ad indicare che la "pedagogia per obiettivi", o come egli dice,
"l'inserimento attraverso gli obiettivi", propone il discente come
il « luogo » principale della transazione perchè :
è lui
che integra, è lui che impara, è lui che si determina. E’ quindi lui che
si costruisce il congegno.
Che non si
equivochi! Non è nelle mie intenzioni fare un elogio della “pedagogia per
obiettivi”. La citazione deve semplicemente aiutare a capire come ci si è
potuti far incantare da questo tipo di argomentazioni e come una tale « pedagogia »
manipoli in modo oltraggioso gli insuccessi e l’angoscia degli insegnati.
Non
è facile stimolare l’interesse degli alunni. Sono
io stesso arrivato, come tutti gli insegnanti, a deplorare la mancanza
d’interesse dei miei allievi per il problema sollevato, o per il testo
studiato. Mi sono spesso augurato che essi adottassero un’atteggiamento più
attivo, più “partecipativo”, che s’inventassero di più, che
contribuissero attraverso le loro domande, le loro obiezioni, i loro
interventi, al progresso della riflessione comune e non ho mai rinunciato ad
ottenere questo surplus di partecipazione. Ma sono arrivato, nei momenti di
scoraggiamento, in quei momenti in cui ho avuto la voglia di imporre una
direzione senza ottenere la minima adesione, a domandarmi se non fosse un
errore il non avere esplicitato gli obiettivi e averli contrattati. Reazione
di cattiva coscienza, frequente tra gli insegnanti (“Ho effettivamente fatto
tutto ciò che dovevo fare, non sono io interamente responsabile del
fallimento?”), che contribuisce senza dubbio a spiegare il successo delle
modalità pedagogiche più contestabili, quelle che offrono ricette in prêt-à-penser
pedagogico.
L'argomento
di Daniel Hameline non può quindi essere sostenuto: esso poggia, ancora una
volta, su una confusione tra « insegnamento e « formazione ».
E di nuovo il termine di “formazione” dovrebbe essere interpretato nel suo
senso più utilitaristico. Se si domanda al bambino di contrattare sugli
insegnamenti che vuole ricevere, è
suo appannaggio che egli si scelga quelli che gli permetterebbero di
realizzarsi pienamente ; senza dubbio lui (ed i suoi genitori)
opterebbero per quelli che si rappresentano come i più utili. Che ne sarebbe
allora del Latino, del Greco, della Filosofia?
Questa
« pedagogia » pretenziosamente « centrata sul discente »
suppone da lui delle capacità di scelta ed un discernimento che da soli
possano giustificare l’insegnamento in questione. In realtà, l’argomento
invocato non vale che come un alibi: una tale pedagogia si limita, infatti, ad
adattare l’individuo ai bisogni della società. Il proposito di Louis
D'Hainaut, quando egli si
propone di precisare il risultato atteso dell’azione educativa, è
perfettamente chiaro :
Si
procederà ad un’analisi dei ruoli, delle funzioni e degli stadi che
dovranno poter colmare il discente. Questa analisi si accompagnerà ad una
ricerca delle situazioni in cui egli dovrà giocare tali ruoli, colmare queste
funzioni e raggiungere questi stadi, Bisognerà, analogamente, in questa
occasione, determinare le attitudini necessarie e desiderabili che il discente
dovrà poter manifestare ed i valori che esse sottointendono.
E si osa
parlare di una pedagogia centrata sul discente ! Allo stesso modo, quando
V. & G. De Landsheere approcciano a questo aspetto, essi citano Durkheim e
tale citazione dimostra fino a che punto la pedagogia in questione sia
centrata sul discente :
L'uomo
che deve realizzare l’educaziane è noi, non è l’uomo astratto, ideale,
una perfezione umana vista attraverso una filosofia eterna ma l'uomo
quale la società vuole egli sia ed
essa (ndt: la società) vuole che egli la voglia
tale da rivendicarla come appartenente alla propria economia
interiore.
Come a dir
meglio che educare è condizionare e che, relativamente ad una tale impresa,
il beaviorismo sarebbe la tecnica più indicata ? (...)
IV.
Un anti-umanesimo desolante.
La
conseguenza, si è visto, è in uno svilimento dei saperi a vantaggio dei
saper fare e dei saper essere. Dove questa trilogia, vera “tartina alla
crema” delle “scienze dell’educazione”, è molto opinabile per
confessione dello stesso Daniel Hameline in quanto, secondo lui, troppo
profondamente essa soffre di una "frattura ereditata dalla vecchia
psicologia delle facoltà dell’anima » e ricondurrebbe
“vergognosamente” alla distinzione, bollata “col conio del buon senso”
tra il “sentire”, il “conoscere” e il “fare”.
Non discuteremo questa
critica “Hameliniana” della trilogia, sottolineando solo che gli si
potrebbero rivolgere ben altri rimproveri, ci stupiremo invece
dell’argomentazione attraverso cui Hameline sostiene proprio ciò che, per
di più, denuncia :
L'insieme
della letteratura sugli obiettivi avvalora questa trilogia. Non posso allora
che proporla alla sagacità critica del lettore come strumento di cui è
insigne la mediocrità, evidente la saturazione ideologica, ma che funziona.
Altrimenti
detto: più va male meglio è, per l’unica ragione che ciò funziona
!! Siamo ai miserabili sofismi
pragmatici ed alla concezione della verità cui ci viene richiesto di aderire:
“ è vero ciò che funziona”!
Qualche
domanda, tuttavia : funziona davvero ? Come funziona ? Perchè
funziona ? E magari, soprattutto, per chi funziona? E, per finire, la
domanda di fondo : si può sacrificare
così la verità all’efficacia, l’efficacia e l’utilità
potrebbero riposare in blocco sull’errore ?
Il
dibattito è molto antico: è quello degli oratori e dei sofisti contro
Socrate. Il discorso di Hameline, di D'Hainaut, dei De Landsheere e compagnia
è lo stesso che fa Callicrate quado raccomanda a Socrate di lasciare da parte
la filosofia, di imparare la ricerca della verità a vantaggio di ciò che
funziona.
Credimi,
mio buon amico, rinuncia alle tue arguzie, coltiva la bella scienza degli
affari, esercita te stesso a ciò che ti darà la reputazione di un uomo
abile. (...)
Prendi a modello le genti che hanno beni, reputazione e mille altri
vantaggi .
In materia
d’insegnamento bisogna quindi fare la scelta di Callicrate o quella di
Socrate ? Certo, in tutte queste opere nessuno tra i discepoli della
“pedagogia per obiettivi” fa riferimento a Platone, Qualcuno, magari, fa
riferimento a Rosseau ma ciò che dice ci farebbe piuttosto dubitare della sua
conoscenza dell’autore. Altri si arrischiano a citare Kant, ignorando o
fingendo di ignorare che la dottrina kantiana dell’educazione rappresenta la
confutazione più eclatante delle pratiche degli obiettivi.
Nel Gorgia,
analogamente e a proposito della retorica, Platone rifiuta in anticipo e
radicalmente questa distinzione oziosa tra saperi, saper fare e saper essere.
A Gorgia, che pretendeva non si potesse imputare alla retorica il cattivo uso
che di essa veniva fatto da alcuni oratori, Socrate obietta questo principio
generale:
Colui che
ha imparato un arte non è tale lo fa la conoscenza di quest’ arte ?
Chi ha imparato la carpenteria è carpentiere- oppure no? Chi ha imparato la
musica non è egli un musicista ?
Che
bisogna dunque imparare ?
La musica o ad essere musicista? Imparare la musica: ciò non
conferisce necessariamente una capacità musicale ? In altre parole: si
può “fare un musicista” invece che insegnandogli la musica e a suonare
uno strumento agendo, per esempio, sul “comportamento” dell’individuo,
modellando un ipotetico “essere musicista”? Domanda certamente bislacca ma
che ne richiama furiosamente un’altra, con la quale qualche
“pedagogista” ispirato pretende di dimostrare che educare non è ciò che
uno crede che sia :
"Che
bisogna sapere per far imparare il latino a Paul" ?
La
ragione, nonchè il più solido buonsenso, suggerirebbero che sia
assolutamente necessario conoscere il latino e che è a tale condizione che lo
si può insegnare a Paul, a Pierre e a chicchessia. Risposta
inaccettabile
per i tenenti della modernità pedagogica ! Risposta rinviata ad una
« pedagogia tradizionale », sorpassata perchè centrata sui
contenuti e ignorante della situazione di Paul, delle sue prospettive, delle
sue aspettative, delle sue difficoltà etc..., di modo che il latino, in
questo affare, diventa un aspetto relativo.
E non ci
si trarrà dall’imbarazzo concedendo che la conoscenza di Paul può non
essere effettivamente inutile. L’approccio sistemico, tanto potente
in Nord America e che governa le « scienze dell’educazione »,
interdice che si approcci alla questione educativa con una tale ingenuità. La
"teoria dei sistemi » comanda, al contrario, che l’atto di
apprendere sia studiato come « il sotto-sistema insegnare-apprendere »
di un sistema più vasto, o di un intrecciarsi di sistemi che fanno
intervenire una folla di attori che citerò a caso e con disordine: il
legislatore, il ministro, i genitori degli alunni e le loro associazioni, i
poteri economici, gli ispettori, la famiglia, i compagni, i sindacati… Non
che abbia finito di citare tutti gli attori chiamati ad intervenire nel
processo educativo e sull’atto di insegnare il latino a Paul: rinvio gli
interessati all’organigrammma che si trova nell’opera di Hameline già
citata, p 61.
La teoria
dei sistemi è piena di questi organigrammi a schematizzare le relazioni tra
gli elementi del sistema con frecce in tutte le direzioni che, oltre a rendere
confuse le tabelle, dispensano tutto lo sforzo di concettualizzazione
relativamente a tali relazioni col pretesto « che un buono schema
varrebbe più di un lungo discorso ». La
moltiplicazione degli organigrammi, col tipo di formalizzazione che li
caratterizzano, conferisce certo a queste opere una piccola
aria “scientifica” che non dispiace ai
discepoli
dell’approccio
sistemico e delle pretese « scienze
dell’educazione ».
Inoltre, l’esplicitazione di queste relazioni richiede la
partecipazione di un notevole numero di specialisti : del sociologo,
dello psicologo, dello psico-pedagologo, del socio-pedagologo,
dello statistico..., sintesi d’insieme delle discipline chiamate a
contribuire all’esplicitazione del sotto-sistema insegnare-apprendere e a
costruire le “scienze dell’educazione”. Ma,
cribbio, chi
dunque farà imparare il latino a Paul ?
Di che si
tratta infondo ? E verso quale tipo di risposta ci avvia, molto
dolcemente, l’approccio considerato? Si tratta di prender atto, in
particolare, dello stato d’animo di Paul, della sua “psicologia”, al
fine di interrogarsi sul senso che potrebbe avere la sua richiesta o il suo
rifiuto del latino, di considerare il suo ambiente sociologico per esaminare
le influenze che si esercitano su di lui a proposito del latino. Avrà mai
egli bisogno del latino? I suoi genitori hanno imparato il latino ? A
dirla con Brel: è per essere farmacista (perchè papà non lo era) che il
giovane Paul potrebbe ritrovarsi sui banchi di scuola a declinare "rosa-rosa-rosae"
o, per citare la canzone, ad "imparare nella sua infanzia tuttò ciò che
non gli servirà”? Sta dunque a Paul di deciderlo, o bisogna contrattarlo
con lui?
La
risposta è più semplice ed il sociologo come l’economista faranno presto
ad illuminarci : Paul imparerà il latino se fa parte "des Jules
et des Prosper qui f'ront la France de demain"; altrimenti
che bisogno avrebbe mai di imparare il latino? Siamo pragmatici. E siccome
adesso non ce ne sono più tanti di Jules e di Prosper, e dato che la « Francia
di domani » è molto difficile ad immaginarsi, egli non ha più bisogno
di imparare il latino! Se la società di questo fine secolo decide che non è
più utile imparare il latino, questa disciplina potrà anche sparire dalle
materie d’insegnamento. E questa scomparsa sarà tanto più indolore e
discreta tanto più ci si sarà abituati a non preoccuparsi più di tanto dei
contenuti disciplinari, quanto piuttosto a “formare l’utile”. Era un
bene per Jules e per Prosper imparare il latino, il greco, la filosofia e la
storia, imparare la matematica per motivi altri che non la vita quotidiana.
Oggi bisogna essere pragmatici, e non perdere più tempo nello “svago del
pensiero”.
Che non si
voglia che voltare le spalle al sapere e alla cultura, che dichiarare obsoleti
le “umanità”, e l’umanesimo che ne è inseparabile, in nome di una
qualunque « cultura tecnologica » scelta a sostituirli, non è
perdere qualcosa dell’uomo, perdere il senso dell’umano?
Finzione
storica ? Prospettiva apocalittica ed irrealistica ? Come potrà la
Francia, paese di grande tradizione culturale, lasciarsi trascinare verso tali
concezioni e verso tale politica scolastica, in un tale oblio di se stessa? Ci
si potrà rassicurare quanto vogliamo, ma bisogna dire che un tale processo è
già in cammino e che le prospettive qui evocate e denunciate non rimandano ad
un avvenire lontano ed ipotetico ma un avvenire imminente e certo, se non
si fa niente per evitarlo !
Una
concezione autenticamente democratica ed umanista dell’insegnamento obbliga
a dire che bisogna far imparare il latino al Paul dal momento che questo
lavoro e questa cultura collaborano ad una promozione del suo essere;
non sta alla scuola, nè ad alcun’altra istanza esterna di dire ciò che
Paul dev’essere, ma è alla scuola che spetta in primo luogo il compito di
dare a Paul i mezzi per essere tutto ciò che può essere, ed è precisamente
questo che si chiama educare. E’
asservire un uomo l’intervenire direttamente sul suo essere usando dei
metodi che sono necessariamente delle tecniche di condizionamento. Le tecniche
d’apprendimento fondate sul beaviorismo degradano l’insegnamento ad
impresa d’asservimento.
I
beavioristi s’indignano, ben inteso, di una tale accusa, anche i più
virulenti, anche i più settari. Ma basta pensare alle loro concezioni
educative, a ciò che essi preconizzano in materia di educazione ed ai loro
metodi per sapere quale peso dare alle loro indignate proteste.
In primo
luogo i beavioristi non si sono mai limitati ai loro studi di psicologia
sperimentale, ma si sono sempre chiamati in ballo, e oggi più che mai, nel
riformare l’insegnamento. Ainsi, Skinner, uno
dei capofila del beaviorismo contemporaneo e specialista dell’apprendimento,
dichiara senza ambiguità :
Ciò che
sappiamo dei meccanismi dell’apprendimento, alla luce dei lavori di
laboratorio, dovrebbe spingerci ad agganciarci alle realtà della lezione e a
cambiarle radicalmente. L’educazione scolastica è senza dubbio il ramo più
importante della tecnologia scientifica. Essa influenza profondamente la vita
di ciascuno. Noi non possiamo più tollerare che le condizioni
sfavorevoli di fatto siano da ostacolo ai progressi straordinari oggi
realizzabili. Bisogna cambiare la situazione di fatto.
E’
quindi proprio all’insegnamento che i beavioristi intendono agganciarsi e
che essi si propongono di cambiare radicalmente in nome di una tecnologia
scientifica e dei meccanismi dell’apprendimento. Ora, Skinner, che ha
studiato questi meccanismi sugli animali, si propone, puramente e
semplicemente di applicarli all’uomo :
I nuovi
metodi volti a modellare e a mantenere in vigore l’apprendimento
rappresentano un progresso considerevole sui precedenti classici, in
uso presso gli addestratori di animali.
Ci si
potrebbe certo indignare di trovare tali proposte in un’opera consacrata
all’insegnamento, ma è Skinner a stupirsi che si possa contestare questo
modo di trattare il bambino come se fosse un animale. Egli si difende dicendo
di non pretendere che una cosa vera per un piccione lo sia necessariamente
anche per l’uomo. Riconosce che ci sono enormi differenze tra il
comportamento dell’uomo e quello del piccione, ma giustifica del resto la
sua pratica ponendo l’accento su “eclatanti somiglianze nei meccanismi di
base del comportamento”.
C’è
davvero un antagonismo sostanziale ed irriducibile tra una tale concezione e
un approccio umanista all’educazione. Concediamo anche a Skinner che ci
siano delle somiglianze nei meccanismi di base del comportamento e che la
sperimentazione sui piccioni o sui ratti da laboratorio permetta
di mettere in evidenza interessanti analogie, resta comunque il fatto che mai
l’educazione si potrà analizzare in termini di comportamenti. Mai le
domande poste da Skinner nel suo libro, potranno essere poste da un educatore
degno di questo nome e che sappia ciò che vuol dire educare:
Quale
comportamento si vuole installare ? Di quali rafforzamenti si dispone?
Quali condotte già esistenti sono utilizzabili per avviare un programma di
apprendimento progressivo che avvii, per approssimazioni successive, alla
forma finale del comportamento auspicato? Comme si devono programmare i
rafforzamenti per mantenere il più efficacemente possibile il comportamento?
E qui non
si tratta più dell’addestramento dell’animale, non si tratta più di
trovare « un campo di applicazione per la produzione di animali
addestrati a fini commerciali ». Skinner d’altra parte dice che questi
metodi sono stati utilizzati per dimostrazioni il cui interesse travalica
molto largamente il dominio specializzato dello psicologo dell’apprendimento, e pretende che
non sia affatto “difficile immaginare delle contingenze di rafforzamento
complesse che potrebbero produrre forme differenti di comportamento
sociale”. Egli
afferma, d’altra parte, che i problemi che sono state poste dovrebbero
esserlo « quando si profila il problema del bambino che si avvicina
alla scuola primaria." La domanda non è sapere se il condizionamento
così concepito possa essere efficace e se le conoscenze acquisite sui
processi di apprendimento, e che derivano dalle ricerche su animali, « rimangano
stupefacentemente applicabili al soggetto umano »; la domanda è sapere
se una tale pratica sia legittima, se sia umanamente, e non solo
tecnicamente, pertinente porsi la questione dell’educazione in termini di
comportamento e proporre dell’insegnamento questo genere di definizione che
Skinner non esita a dare:
Insegnare
qualcosa è invitare l’allievo ad impegnarsi in nuove forme di comportamento
chiaramente definite, in occasioni anch’esse chiaramente definite. Non è
sufficiente conoscere ciò che vogliamo insegnare. La nostra preoccupazione
essenziale è che il comportamento appropriato si manifesti a colpo sicuro nel
momento giusto, problema che, in un’ottica tradizionale, dipenderà dalla
motivazione.
La
prospettiva che Skinner dichiara innovativa, ma che in realtà risale
all’inizio del secolo ed ai primi lavori beavioristi, esclude radicalmente
ogni riferimento ai contenuti della conoscenza e dunque ai desideri, ai
motivi, alle ragioni : il beaviorismo interdice assolutamente di
aprire la famosa “scatola nera”, vaso di Pandora da cui rischierebbero di
fuggire tutti i fatti della coscienza, residui di una soggettività vilipesa!
Così bisogna imperativamente tradurre in comportamenti tutto ciò che
potrebbe rinviare alla coscienza e alla soggettività, direttamente o
indirettamente, e Skinner si affida per questo alla “scienza trionfante”
che permetterebbe di sostituire alle formulazioni tradizionali questa nuova
prospettiva:
Il
pensiero umano deve definirsi in termini di comportamenti reali, che meritano
di essere trattati per se stessi come gli obiettivi concreti
dell’educazione.
Non è
sorprendente allora che il pensiero sia definito in termini di
“comportamenti”, allo stesso modo del linguaggio o della comunicazione,
come del resto delle discipline d’insegnamento tradizionali, come
l’ortografia o l’aritmetica.
Insegnare
l’ortografia, è semplicemente modellare delle forme di comportamento
complesso.
Skinner
sottopone allo stesso trattamento la storia, la geografia perchè, quale che
sia la disciplina interessata, la definizione che egli dà dell’insegnamento
non cambia :
Si tratta
sempre di suscitare delle forme di comportamento specifico e di guidarle sotto
il controllo di stimoli specifici.
Forse si
penserà che noi lo abbiamo citato troppo, che gli abbiamo concesso già
troppo mettendoci al suo livello ed entrando in questa prospettva quando
sarebbe stato sufficiente dargli il benservito dichiarandola improcedibile.
Certo, ma è importante capire dove la “pedagogia per obiettivi” affonda
le sue radici, non foss’altro che per non lasciarsi mistificare dalle
giustificazioni che avanza. Certi insegnanti potrebbero essere stuzzicati
dalla prospettiva di vedere l’antica “arte di istruire” trasformata in
una “scienza comportamentale » : è senza dubbio più
impressionante ! Altri si sentono respinti da una tale “metamorfosi”
ma non è talvolta senza una punta di cattiva coscienza che lo imputano ad una
propria incapacità ad « adattarsi ai progressi della scienza » .
Tale argomento non deve impressionare: quasta “scientificità” di cui i
pedagogisti “new age” si pavoneggiano non è nientaltro che una bluff. Non
bisogna lasciarsi trascinare sul terreno delle raziocinazioni tecniche del
quale essi hanno fatto una specialità e che essi acconciano di una
fraseologia pedante.
Tutte
queste opere si accordano sulla pratica, tutte si richiamano al beaviorismo e
alla scienza comportamentale, tutte ammettono gli stessi presupposti anche se
possono divergere su certi aspetti di dettaglio. Si respingerà, per esempio,
la brutalità di Skinner nell’esposizione delle sue intenzioni e nella sua
denuncia della « pedagogia tradizionale » ; in altre parole,
(si respingerà) di svelare il segreto quando sarebbe invece necessario
smorzare lo choc provocato da queste « nuove ricerche » al fine di
non “far perdere la fiducia nel mestiere dell’educatore”,
demagogicamente qualificato come “uno dei più antichi e dei più difficili
di tutti i tempi”. Ma resta che, se si conviene sull’attutire questo shoc,
è solo per « inserire dolcemente la scienza comportamentale nella
pratica scolastica tradizionale ».
E’ tanto
più indispensabile risalire alle fonti e smascherare i presupposti di queste
“scienze dell’educazione” quanto
più esse si sforzano di rabbonire, di sedurre un nuovo pubblico, di reclutare
nuovi discepoli e di far aderire i recalcitranti. Ora,
bisogna dirlo chiaramente: con questa ottica non c’è compromesso
possibile ! Fare della pedagogia una « scienza comportamentale »
è un fraintendere totalmente la natura dell’uomo e l’educazione. La
“pedagogia per obiettivi” è colpevole di un enorme controsenso
sull’uomo.
Certo,
nell’uomo c’è del « comportamentale » cioè del meccanico e
dell’istintivo, e che sia possibile agire sul meccanismo, programmare a
partire da una sequenza di stimoli una serie di risposte, lo attestano tutte
le tecniche totalitarie di condizionamento. Sarebbe tuttavia un errore ridurre
l’uomo a ciò che egli ha in comune con l’animale ; sarebbe inoltre
una colpa fare dell’educazione una tecnica di condizionamento.
Sarebbe infine il colmo della ipocrisia commettere tale errore e tale
colpa in nome dell’uomo e della democrazia.
Decisamente,
non si può educare se non facendo conto sull’intelligenza e sulla ragione
di coloro che si educano, “formando il loro giudizio”, cioè istruendoli
come aveva sì ben visto Montaigne, e permettendo loro di giudicare bene
« il valore delle cose che dovranno porsi come fini », come diceva
Kant.
Non c’è
compromesso possibile con la « pedagogia per obiettivi » e con
queste tecniche comportamentali, perchè non può esserci educazione che al
di là del comportamento, al punto che definirei volentieri l’educazione
come ciò che permette d’elevare l’uomo dai comportamenti alla
condotta.
V.
Da una pedagogia all’altra : la continuità nel cambiamento
In fin dei
conti non è affatto difficile fare il processo alla « pedagogia per
obiettivi » perchè, a meno di non rivolgersi ai convertiti, è
sufficiente esporne i principi essenziali e riportarne le dichiarazioni
principali per suscitare il rifiuto della maggior parte degli insegnanti o
degli educatori. E’ dire a che punto i primi teorici di questa pedagogia, in
particolare persone come Skinner o come Tyler, siano poco
« raccomandabili » : il loro francese brutale, o il loro
cinismo all’americana rende le loro proposte oltraggiose nell’istante
stesso in cui ne chiarisce i presupposti. Infatti, e non è un paradosso, i
successi di questa pedagogia attengono per l’essenziale all’ignoranza
delle sue fonti e dei suoi principi. Non sarebbe quindi un consiglio eccessivo
di leggere i testi fondanti e informarsi.
I « pedagogisti »
di oggi si vogliono più sottili di quelli del passato e si adoperano a tarare
o a nascondere i legami giudicati senza dubbio troppo compromettenti, E’
curioso, in effetti, che i “ricercatori in scienze dell’educazione”
assortiscano le loro porposte con una sequenza di dinieghi al fine,
verosimilmente, di mettersi al riparo da un certo numero di attacchi e
particolarmente dai rimproveri che noi andiamo a rivolgere alla “pedagogia
per obiettivi”: sbriciolamento dell’insegnamento, sacrificio dei contenuti
e anti-umanesimo in particolare.
Così
l’opera di Philippe Meirieu e Michel Develay dal
titolo evocatore : Emile, reviens vite...ils sont devenus fous,
nella quale gli autori, rispondendo al rimprovero di « pedagogismo »,
formulano queste dichiarazioni di principio sul ruolo essenziale della scuola
e sul valore dell’istituzione scolastica .
A nostro
sentire, la Scuola resta un’istituzione essenziale intantochè,
precisamente, essa sfugga alle pressioni dell’ambiente e garantisca a tutti
i bambini un accesso ai saperi
essenziali.
Già
Philippe Meirieu, in L'école, mode d'emploi, vero manifesto
del "pedagogismo", afferma
fermamente che la funzione della scuola è proprio nella trasmissione dei
saperi e
conclude con un vibrante peana a favore dell’umanesimo pedagogico :
Il
discorso umanista è logorato, (...) ma non si è finito di riscoprirne le
virtù ; dacchè le ideologie sono state costrette a lasciare i manichini
di legno sui quali dormivano, dacchè hanno dovuto affrontare le intemperie
della strada e le loro cuciture hanno ceduto da tutte le parti, dacchè si è
rinunciato ad abbigliarsi per la « grande serata », gli orpelli
umanisti sembrano ritrovare un’aria di giovinezza. (...) Si riesce anche a
vedere che ci sono alcuni brandelli del vecchio abito di Socrate, che abbiamo
custodito in eredità, che noi proteggeremo dalla barbarie.
Tali
affermazioni e tali citazioni potrebbero suscitare dell’entusiasmo se non
fossimo diventati diffidenti. Sarà dunque la fine della devalorizzazione dei
saperi, della messa in discussione dei contenuti disciplinari,
dell’infeudazione della Scuola all’Impresa! Tanto che Merieu, in un
articolo del Monde datato 24 Febbraio 1996, denuncia « l’arrivo
massiccio di una didattica tecnicistica che fa sistematicamente l’impasse
sulle questioni etiche e sulla dimensione propriamente pedagogica della scuola ».
Alla fine, avremmo trovato in
Philippe Meirieu un giustiziere della “didattica tecnicistica”
caratteristica della “pedagogia per obiettivi”, ed un apologeta di ciò
che è esattamente il suo opposto, il sapere di una pedagogia pregna dei
valori, della cultura, della “dimensione etica della scuola” e della sua
autonomia rispetto ai gruppi di pressione economica, così come rispetto agli
interessi mercantili ai quali i “gestionari dell’educazione” avrebbero
preteso di sottometterla.
Ma è
necessario, ohimè, guardare le
cose più da vicino. In primo luogo perchè questo rifiuto di una « didattica
tecnicistica » è puramente tattico : non lo si vedrà che in
fondo. Perchè Merieu non rompe assolutamente con i principi della « pedagogia
per obiettivi », che egli riprende comunque per l’essenziale e,
infine, perchè questa pedagogia si è ben imposta nei
fatti ispirando i programmi d’insegnamento ed estendendosi a
discipline sempre più numerose sotto l’ala di quegli stessi che
pretendevano, per lo meno, di respingerne gli eccessi
L’umorista
ha detto che, a partire da una certa età, egli si sbagliava nello « scegliere
tra l’avere una buona coscienza e l’avere una buona memoria ». Le
“scienze dell’educazione” nonostante siano molto giovani, hanno già
scelto il partito della buona coscienza. Coloro che in un primo tempo hanno
portato la « pedagogia per obiettivi » all’apice, ora non
esitano ad attaccare i presupposti comportamentalisti più cinici, sembrando
adesso più inclini alla prudenza: Philippe Meirieu riconosce che, sono circa
una ventina d’anni che la “pedagogia per obiettivi” ha fatto la sua
comparsa, essa ha imposto di nominare il comportamento previsto dall’alunno
come una specie di “igiene pedagogica”. Egli ricorda in una nota anche che
:
l'pera di
Viviane et Gilbert De Landsheere Définir les objectifs de l'éducation
che presenta, per la prima volta in Francia, un panorama molto completo di
lavori americani sugli obiettivi, non esita a riferirsi a Skinner e alle
« macchine per insegnare » e a ricusare le obbiezioni che
vedrebbero nell’insegnamento programmato un pericolo di meccanicizzazione .
ma si
impegna in modo evidente a limitare la portata di questa riflessione notando
che « il prezzo da pagare per tale pedagogia sarebbe particolarmente
brutto »:
A parte
il fatto che essa sembra ridurre gli allievi a ratti in un labirinto e che
l’apprendimento dell’addestramento esclude
quasi completamente le interazioni tra i discenti – delle quali tuttavia si
riconosce oggi il carattere particolarmente positivo – essa
sacrificherebbero molto spesso gli obiettivi di “alto livello
tassonomico”. Si
era percepito, in effetti, che non è sufficiente affermare che si vuole che
l’alunno “comprenda” , “pregno di coscienza di » ; si era
ben visto che non è sufficiente aggiungere gli avverbi – affermando che si
vuole che l’alunno comprenda « davvero » o « profondamente »
- per chiarire le cose… Allora, si era finito col rinunciare a queste
generalizzazioni per attenersi a comportamenti osservabili: ci si accontentava
di domandare all’allievo “di
enumerare”, di “recitare col cuore” di “completare delle frasi
tronche”, “di associare”, “di identificare”, di “classificare”,
etc. Si era finito semplicemente con l’abbandonare alcune nostre esigenze
perché non si arrivava a tradurle in termini di comportamenti osservabili .
Ecco qua,
in tutta evidenza, un riconoscimento del valore della « pedagogia per
obiettivi », dei progressi che essa avrebbe permesso di raggiungere in
rapporto ad una pedagogia « tradizionale » decisamente troppo
vaga, incapace di precisare le proprie intenzioni e di renderle operative.
C’è certamente, nello stesso tempo, la constatazione di alcuni limiti e
lacune di questa pedagogia ma, a riassumere, le sue insufficienze sarebbero
meno pregiudizievoli per l’apprendimento che non le carenze della pedagogia
“tradizionale”. E’ proprio in questo senso che Meirieu ricorda, per
esempio, « completare frasi
tronche », “identificare,
elencare », etc…. Si saranno, in particolare, riconosciuti i Q.C.M che
hanno invaso le valutazioni scolastiche in numerose discipline. Esercizi
operativi, certi, secondo i criteri delle tecnologie educative, ma che
risultano anche sterili in un buon numero di casi! La riflessione di Meirieu
è di taglio : rinunciare a « certe esigenze », come egli ha
affermato pudicamente, col pretesto che non le si potrebbe rendere « operative »
è anche rinunciare all’atto essenziale dell’imparare ed è acconsentire a
sacrificare l’allievo, a cui non si permette di cogliere il senso di ciò
che fa. Quante generazioni sacrificate da questa riforma?
Certamente,
ma senza dubbio questo non era che l’uovo che si dova per forza rompere per
fare la frittata. Attualmente, più un problema di sacrificare qualche
esigenza che stia all’imperativo d’osservabilità. Merieu annuncia l’era
della grande riconciliazione: della comprensione e della misura, del senso e
dell’operatività, libero di rinunciare per questo all’osservabilità.
E’ dimenticare che questa impotenza o questa incapacità di tradurre le
esigenze inerenti l’atto di apprendere in termini di comportamenti
osservabili è ricusata dalla pedagogia alla quale egli si riferisce e che non
ci si potrebbe adattare ad una tale limitazione. Viviane
et Gilbert De Landsheere avevano rifiutato l’obiezione secondo cui ciò che
è "più importante, nell’educazione, si sottrarrebbe alla
misurazione” e, citando R. Ebel :
Se si
pretende che un prodotto dell’educazione sia importante, ma non
misurabile,verificate la chiarezza con cui esso è stato definito. Se è
possibile una definizione operativa, il prodotto può essere misurato. In caso
contrario è impossibile verificare se il prodotto sia davvero importante.
Questa
affermazione è certamente pienamente contestabile e bisognerebbe qui dare
ragione a Merieu se non si fosse
tirato fuori dalla necessità di argomentare su questo soggetto. Dacchè
si riconosce qualche legittimità alla “pedagogia per obiettivi” non si ha
il diritto di concedere valore ad una esigenza che si è incapaci di tradurre
in termini di comportamento osservabile: o questa non è stata definita
chiaramente o, se non può esserlo, ed ha la sua importanza, è addirittura la
sua realtà ad essere messa in dubbio. Merieu si impantana dunque nelle sue
stesse contraddizioni quando aggiunge:
Si esce
dunque dal beaviorismo sommario, si tiene conto degli atti mentali nella loro
complessità, nella loro globalità, ma anche nella loro radicale invisibilità,
e si accetta l’idea che i comportamenti permetterebbero solamente di fare
delle ipotesi su « ciò che passa nella testa del soggetto che impara ».
Non si arrossirà più nell’affermare che l’importante era proprio che
gli alunni comprendessero.
Sembra di
sognare ! Udite udite : l’importante è, in effetti, che gli
allievi capiscano: a differenza di Meirieu noi non siamo mai arrossiti nel
dirlo. Meirieu osa dunque, al presente, oltrepassare la « regola di
ferro » beaviorista: “non formulare l’intenzione pedagogica se non
in termini di comportamenti osservabili”; egli non esita più, audacia
suprema, ad aprire la “scatola nera” e a formulare obiettivi di “seconda
generazione” e di “terzo tipo”! Bisognerà tornare sulle definizioni di
questi obiettivi ma si può fin da oggi sottolineare la curiosa proprietà
degli « obiettivi pedagogici » di passare da una generazione
all’altra e di mutare, a seconda delle necessità della causa! Ci sarà ben
di che ironizzare sulla serietà e sul rigore delle pretese “scienze
dell’educazione”.
Sul piano
dei principi, bisogna comunque dire che il fatto di
indirizzarsi da soli un’obiezione non impedisce che essa possa essere
essere invocata anche da altri. Ciò vale per Meirieu
e per Hameline quando ritornano sulle loro posizioni passate per farsi senza
dubbio accreditare dai propri lettori alcuni errori o rinnegamenti.
Così,
nella undicesima edizione dell’opera di Daniel Hameline Les objectifs pédagogiques
en formation initiale et en formation continue, datata al 1993, si trova una
postfazione intitolata "L'éducateur et l'action sensée".
L’autore vi sottolinea che :
l'entrata
nella pedagogia degli obiettivi con tutto il suo corteo di sviluppi sapienti
che hanno arricchito il decennio 1979-1989, può rappresentare una forma
superiore dell'azione insensata.
Non ci si
aspettava tanto ! E’ vero che Hameline aggiunge che essa "può
assicurare all’intelligenza e all’azione un luogo privilegiato per il loro
incontro fortunato" :
Se tale
non fosse la mia convinzione, avrei chiesto che si fermasse la pubblicazione
di questo libro come si mette fine ad una cattiva azione.
E si
dovrebbe aggiungere che questa azione sarebbe da considerarsi tanto più
malvagia tenuto conto del fatto che le tirature si sono succedute dal 1979 al
1993. Hameline indica del resto, nella sua introduzione alla ottava edizione :
Ecco un
libro che è stato regolarmente richiesto, senza contare le innumerevoli
fotocopie degli esercizi che ha generato che lo destinano a diventare, come
diceva non senza una certa enfasi Guy Jobert alla sua uscita, « l’opera
più fotocopiata di Francia ».
Si presume
che una tale opera, così spesso citata, così spesso fotocopiata, talmente
richiesta debba avere, per il suo autore, una certa importanza e non soltanto
dal punto di vista economico. Ora, la ragione invocata per accettare che se ne
prolunghi la pubblicazione, è alquanto costernante:
Il libro
avrebbe potuto essere effettivamente una cattiva azione se fosse stato redatto
con un grande spirito di serietà. (...) Quello che va’ è che lo si è
fatto senza dargli eccessiva importanza. (...) Non arriverò a dire di questo
libro che è una buona farsa. E pertanto...
Nel
momento in cui Hameline aggiunge questo "e pertanto..." egli lascia
quanto meno planare il dubbio. Che si prenda gioco del suo lettore è una
cosa, perché questi, da parte sua, sarebbe caduto nell’errore di mettere
nella lettura più serietà di quanta non ne abbia messa l’autore nella
scrittura, ma non vorremmo essere al posto di Bertrand Schwartz che ha fatto
la prefazione dell’opera e che giudica il “libro rimarchevole, perché
rigoroso, onesto, preciso, chiaro, coraggioso". E Schwartz conclude
rallegrandosi del fatto che Daniel Hameline l'abbia scritto : a che
affidarsi?
Le
« scienze del’educazione » sono quindi delle « scienze »
molto sigolari e che evolvono con una rapidità sorprendente, al punto che gli
autori citati sono costretti a far seguire alle loro opere postfazioni nelle
quali esprimono, solo qualche anno dopo la prima pubblicazione, delle notevoli
evoluzioni. Hameline, nella sua postfazione intitolata "l'éducateur et
l'action sensée", riconosce che nelle scienze dell’educazione
l’andatura è zagagliante, barcamenante, che non può essere che sensato lo
sbarazzarsi dalla « ingenuità dei percorsi rettilinei » e che è
tale necessità a giustificare i corsi e i ricorsi, se non addirittura le
scappatoie .
Pertanto,
tutto diventa possibile e può
ammantarsi della « scientificità » così concepita. La
“pedagogia per obiettivi”, che costituisce un momento inaugurale delle
“scienze dell’educazione”, che si sforza di trasformare la “vecchia
arte d’istruire” in una tecnica comportamentale” può allora, in
occasione dell’uno o dell’altro dei suoi ricorsi, essere relativizzata e
anche denigrata ma ulteriormente potrà di nuovo essere invocata grazie ad uno
di questi spettacolari capovolgimenti ai quali ci si dovrà abituare, nel nome
della “scienza” e dopo aver perduto “l’ingenuità dei percorsi
rettilinei”!
Si assiste
ad un rivolgimento di questo tipo nell’opera collettiva di Michel
Tozzi, Patrick Baranger, Michèle Benoît e Claude Vincent con
prefazione, giustamente, di Philippe Meirieu. Gli autori s’impegnano a
mostrare come la “pedagogia per obiettivi” possa essere applicata
all’insegnamento della filosofia e come essa possa essere feconda. Dopo aver
stabilito, in poche parole, la
diagnostica e affermato la necessità di una « rivoluzione copernicana »
nella pedagogia, gli autori propongono il rimedio : la « pedagogia
per obiettivi ». Dopo uno
sproloquio sulle finalità, gli obiettivi generali e gli obiettivi specifici,
gli autori menzionano una obiezione che non gli può essere sfuggita e che
senza dubbio non si è mancato loro di fare :
Si può
reagire molto vivacemente contro questa pedagogia comportamentalista,
sottesa da una psicologia beaviorista e da una filosofia utilitarista.
In
effetti, si può reagire e, a noi sembra, si deve farlo!
Ora, lungi dall’argomentare, i nostri filosofi si limitano a constatare che,
quali che siano i rimproveri che si possano muovere a questa pedagogia, il
rifiutarla equivarrebbe a “buttare via il bambino insieme all’acqua del
bagno” . (...)
Meirieu,
che non manca mai l’occasione di scrivere la prefazione delle opere che
vanno nel senso delle proprie scelte pedagogiche, eccelle in quest’arte
dello slalom a proposito della « pedagogia per obiettivi »,
sforzandosi di mettere dalla sua parte sia i suoi partigiani che i suoi
detrattori, bilanciandosi senza posa tra l’elogio e la denigrazione. Ora,
stranamente, nell’opera già citata Emile, reviens vite...ils sont
devenus fous, Meirieu protesta a sua volta in forma di un « elogio
della polemica », giura di voler « rompere con la pratica del
passo sbieco » e s’impegna a prendere seriamente i punti di vista, le
inquietudini e le critiche dei suoi interlocutori come dei suoi avversari . Benissimo!
Prenderemo quindi atto di questa dichiarazione, sottolineando che l’unico
modo di prendere sul serio un autore e proprio quello di prenderlo
in parola. Se Philippe Meirieu rompe effettivamente con la pratica del
« passo sbieco » si dovrebbe almeno essere certi di trovarlo là
dove pretende di essere, qualora si volesse ingaggiare con lui un
combattimento leale.
Bisognerà,
ohime, disincantarsi piuttosto rapidamente perché lui ha presto dimostrato un
incontestabile talento nell’arte del “passo sbieco”: la sua opera ne
offre molti esempi, segnatamente l’argomentazione invocata a favore dei
diritti del bambino. (...)
VI.
La “ pedagogia differenziata ”, ovvero quale scuola secondo
Philippe Meirieu ?
Philippe
Meirieu, che si è fatto fare da Daniel Hameline la prefazione di una delle
sue opere più note, L’école, mode d’emploi, vi introduce la
pedagogia che, secondo lui, dovrebbe essere considerata come lo sbocco di
tutti i balbettamenti, corsi, ricorsi, contorsioni, barcamenamenti e
rovesciamenti anteriori, vale a dire la “pedagogia differenziata ”.
La prima edizione data al 1985 e Meirieu già si domanda, nel 1990, in una
« postafazione », se la « pedagogia differenziata »
non sarebbe già superata, cosa che permetterebbe di dire, se questo fosse il
caso, che se c’è una cosa che le pedagogie sanno programmare è proprio la
loro stessa obsolescenza. Che ci si rassicuri comunque, Meirieu ci spiega
perchè, nel 1990, questa pedagogia non è « superata » : e
sarebbe perchè essa riassume, in una qualche misura, i momenti precedenti
della riflessione e delle pratiche pedagogiche, perchè essa corrisponderebbe
ad una specie di “ pédagogia
perennis ” manifestando qualche cosa di sé nelle correnti anteriori e,
dunque, essa sarebbe verità.
Nella
prima parte della sua opera Meirieu percorre quindi le tappe successive che
hanno, secondo lui, permesso alla « pedagogia differenziata » di
uscire dalla sua crisalide. Ed egli immagina, per rendere tale gestazione più
affascinante, di chiedere a Gianni, ragazzino in fallimento scolastico, di
fare una passeggiata da Freinet, dalle “piagetiens”, da Summerhill, da
Rogers che lo piazza su “la linea di tiro degli obiettivi”, che lo ammette
alla presenza di Freud, di sociologi, che lo ammettono al collegio unico dove
lo fanno anche sedere alla commissione Legrand e che, infine, lo depone sulla
soglia della “pedagogia differenziata” scelta per dare il verdetto. Ci si perdonerà
di non cercare in questa opera le soluzioni pedagogiche promesse, ma di
trovarci una interessante testimonianza delle avversioni e delle inclinazioni
di Merieu in materia scolastica, una specie di confessione in cui l’autore
la dice lunga sulla scuola che detesta e sull’importanza delle sue
repulsioni nella genesi delle proprie concezioni pedagogiche. Possiamo
analogamente svelare quelle intenzioni che presiedono al “bricolage” da
cui scaturisce la “pedagogia differenziata” e la rispettiva importanza
delle diverse correnti cui essa s’ispira.
Meirieu
detesta la scuola in cui all’inizio ha messo Gianni, quella che fa di lui un
disadattato, un « mascalzone » e che decide di rinnovarsi. In
epigrafe a queste tribolazioni di un alunno attraverso le diverse correnti
della pedagogia, Meirieu cita questo brano da I ragazzi di Barbiana,
lettera a una maestra di scuola :
Gianni
aveva quattordici anni. Distratto, allergico alla lettura. I professori
avevano deciso che era un mascalzone. E può essere che non avessero
completamente torto, ma questa non era una ragione per respingerlo in
questo modo.
Questa
scuola, che produce il fallimento scolastico, che designa i bambini come
« mascalzoni », che se ne sbarazza senza scrupoli, ognuno l’avrà
riconoscuita : è la scuola « tradizionale ». Aggettivo di
per sè carico di tutti i rimproveri e di tutti gli anatemi, è la scuola
della Repubblica, è la nostra ! Poiché si tratta di descriverla
subito in modo tale che nessuno osi più reclamarla, o rivendicarla sia pure
minimamente. Questa scuola si tratta prima di tutto di denunciarne i difetti e
di dichiararla in crisi : tale è soprattutto la finzione di Meirieu, non
è sorprendente che il primo episodio abbia per titolo « la
bocciatura”. Questo quadro della scuola ha soprattutto la funzione di respingere
e sarà interessante
confrontare, attraverso un avvincente scorcio, questa immagine all’immagine
di una scuola definita moderna, come Meirieu chiama quella dei suoi desideri :
Gianni
talora ascoltava. Di tanto in tanto egli osservava, con un interesse
divertito, le nostre sedute di lavoro…. Ma ciò non durava a lungo; alla
prima occasione se la filava dietro le quinte, abbandonava la lezione per
rovistare nella borsa che gli serviva da cartella, prima di interromperci con
un grido di sorpresa o con un insulta indirizzato a quelli, buoni allievi
attenti, che si sforzavano di ignorarlo.
E’ una
scuola che, come si puà vedere, distilla una noia profonda e
da cui i ragazzini non hanno tutti i torti a voler sfuggire. Ben si capisce
Gianni. Non si riesce a capire come, in una siffatta scuola, ci possano essere
dei « buoni allievi », attenti perdipiù !
A fronte
di questa scuola polverosa, una scuola che risponda ai reali bisogni degli
allievi esige un rovesciamento totale di prospettiva. Meirieu descrive una
lezione di sesta in cui si applica la “pedagogia differenziata”:
In questa
classe regna apparentemente un gran disordine : tre allievi preparano un
dettato sotto la responsabilità di uno dei loro compagni ; quattro
immaginano una recita aiutandosi con un gioco di tarocchi ; un altro
ascolta, grazie a delle cuffie, le informazioni alla radio ;
ne farà presto una sintesi alla classe : vicino a lui, un altro
prepara un’esposizione mentre un terzo dà l’ultimo tocco a un pannello
sul quale a ricopiato e illustrato un poema ; più lontano, alcuni
giocano a tombola e mettono su dei cartoncini le terminazioni dei verbi ;
nel corridoio, un piccolo gruppo prepara una scena di un pezzo di Molière, ma
il loro tono di voce distrae un po’ i tre o quattro lettori silenziosi,
assorbiti dalla lettura di un romanzo... Il maestro abbandona allora i sette
otto allievi che seguiva nell’esercizio di fare una brutta copia, per
intimare agli attori di fare meno chiasso.
Non si avrà
la crudeltà di far notare che in questa classe non regna apparentemente
ma realmente un grande disordine ! Si vede bene che Meirieu vuole
contrapporre ad una scuola in cui gli allievi si annoiano e dalla quale dunque
si defilano, una scuola in cui ciascuno, assorbito da un compito del quale si
è investito, obbedisce alle regole che si dà: altrimenti detto contrapporre
(ndt) a una scuola della dipendenza una scuola dell’autonomia in cui regna
un certo ordine immanente allo svolgimento delle attività. Non si sa molto
quanto al fatto se in questa descrizione egli sti facendo riferimento ad una
“esperienza reale” e, al limite, poco importa. Sembra nondimeno che
« la sposa sia troppo bella » e che il quadro appaia tanto
idilliaco quanto il precedente è caricaturale. Fa pensare ad un articolo de
L’Express in
cui il giornalista descrive i miracoli del metodo pedagogico “ hands on ”
(le mani in pasta) in una scuola di Chicago,
perchè è da queste parti che siamo ormai invitati a cercarci i nostri
modelli :
Due
ragazzini di CM2 si congratulano gioiosamente alla fine di un corso di algebra ;
altri discutono un problema di geometria nell’aula della ricreazione, come
se discutessero di una serie televisiva. (...) In questa scuola elementare
concepita nell’ambito di un quartiere degradato della
zona occidentale di Chicago, quattrocento allievi, in grande maggioranza neri
e che vivono in ambienti sfavorevoli scoprono un nuovo modo di imparare. Dei
somari inveterati si appassionano intanto per la lezione...
Anche se
si fosse inclini a credere nei miracoli e a pensare che tali metodi possano
avere le virtù e l’efficacia che gli si attribuiscono, che si trattasse
della « pedagogia differenziata » di Meirieu o del metodo “ hands
on ” di Léon Lederman che si vorrebbe sperimentare in Francia grazie
agli sforzi di Georges Charpak, sarebbe
necessario chiedersi in che
consisterebbe una tale efficacia. Si tratta sempre per Meirieu, per
Lederman, per Charpak e, ben inteso, per Allègre di rendere operativa una “ pedagogia
del concreto ” se non addirittura « delle estremità del
filo ”, vecchia strofa, e di vantare le virtù della “ pedagogia
del gioco ” vecchio refrain già denunciato da Hegel, poi da Alain :
Non ho
molta fiducia in queste (...)
invenzioni per mezzo delle quali si vuole istruire e divertirtendo. (...) Non
potete far gustare al bambino le scenze e le arti come si gustano le caramelle
alla frutta. L’uomo si forma attraverso la fatica, i suoi veri piaceri se li
deve guadagnare, deve meritarli. Deve dare prima di ricevere. E’ la legge !
E’ un
ben vecchio dibattito, che i maestri della scuola pubblica hanno dopo molto
tempo troncato a scapito dei pedagogisti che volevano fare i « buffoni »,
mestiere che ricordava Alan sarà certo ricercato e ben pagato, ma « segretamente
disprezzato » Perchè allora ritornarci e cosa si tratta allora di far
passare ?
Si vede
bene che la scuola detestata
da Meirieu è una scuola in cui si lavora, in cui si chiedono ai bambini
dei sacrifici e degli sforzi. Non si argomenterà qui dei ricordi che Meirieu
potrebbe aver serbato quanto alla sua propria scolarità; bisognerà trovare
un’altra ragione per spiegare che un tale vecchiume è qui evocato proprio
come l’idea chiamata a rivoluzionare la pedagogia. Si dovrà vedere
che il pensiero di Meirieu così
come delle correnti pedagogiche cui si richiama, è dopo più di vent’anni
impregnato dei postulati della « pedagogia per obiettivi », cosa
che Merieu per di più riconoscerebbe. Nella sua lezione modello, in effetti,
il maestro, dopo essere stato accanto ai diversi gruppi, indica che “il
prossimo corso sarà consacrato a un controllo dell’espressione scritta
valutato a partire da tre criteri: la correzione della frase, l’ortografia e
la struttura della narrazione” e ricorda che “ognuno di questi punti è dettagliato
sul modulo degli obiettivi del mese” Un
tale modulo di obiettivi, di cui Meirieu dà un esempio, è tanto più
indispensabile in quanto esso fissa «un « piano di lavoro individuale »
per ogni allievo.
Bisogna
avere elaborato un programma di obiettivi che, essendo stato comunicato agli
allievi, rappresenta il filo conduttore del lavoro ; è rispetto ad essoi
che ci si orienta, è ad esso che siriferiscono le attività
dell’allievo (ndt) ; è esso ad indicare i dati e i contenuti delle
valutazioni. Inoltre, questo programma generale deve essere concordato con
ciascuno...
Si vede a
che punto la « pedagogia differenziata » è solidale con la
« pedogogia per obiettivi » e a che punto essa ne sia dipendente.
Si potrà anche rifare, come ne L’école, mode d’emploi, ad altre
correnti pedagogiche, ma ciò non cambia niente : queste correnti sono
esse stesse sovvertite dalle pratiche degli obiettivi o, quando non lo sono,
si fa finta di non vederle ! Bisogna ricordare fino a che punto la
“pedagogia differenziata” sia fatta di pezzi e di brandelli i più
disparati. E che è per merito di tale bricolage se essa può allo stesso
tempo avvalersi di Freinet e del beaviorismo, di Summerhill e di Piaget, etc...
Contrariamente
a quanto pretende Meirieu, gli insegnanti che si sollevano oggi come ieri
contro il « pedagogismo » non sono infeudati ad una scuola
« barbosa » e « immobile » , ma
estendono il loro attaccamento a la scuola laica e repubblicana,
esprimono un’esigenza di rigore e di coerenza che gli impedisce di accettare
come una scienza quella che è una giustapposizione
d’influenze eteroclite e contraddittorie.
Sarebbe
molto ingenuo farsi sottomettere dai dinieghi di Philippe Meirieu e dalla suo
panegirico, tanto patetico quanto ambiguo, a favore di un qualsivoglia
umanesimo educativo. Dato che
l’attualità più recente ha posto questo personaggio sulla ribalta della
scena, diventa legittimo pensare che ci siano degli orientamenti pedagogici
per i quali egli militi dopo anni in cui intanto si è dato da fare per
imporli, tanto più che ne ha i mezzi politici. Ed è questa la missione che
gli è stata ufficialemnte affidata da Claude Allègre. E’ necessario allora
saper bene che:
*
quando egli denuncia i limiti di un beaviorismo e quando pretende
allontanarsene , non è
credibile,
*
le sue espressioni di obiettivi concettuali, di obiettivi procedurali,
di obiettivi nucleari, di obiettivi « del terzo tipo » e di altri,
mancano come minimo di charezza, di rigore, di pertinenza, in breve di
credibilità,
*
l’argomento secondo il quale la “ pedagogia differenziata »
potrebbe moderare i « differenziali » tra le correnti antagoniste
della pedagogia attuale è un’impostura,
*
l’argomento secondo il quale la “ pedagogia differenziata ”
avrebbe la vocazione per incontrarsi con « uno sperimentalismo positivo
incapace di far luce sui suoi stessi presupposti ” non è meno
illusorio,
in breve,
che quando Philippe Meirieu si appella al “ potere agli alunni
per lottare contro la passività dei loro maestri,
dimostra fonp a che punto egli sia uso associare alla demagogia indirizzata
agli alunni il disprezzo riguardo ai loro insegnanti. Non è stupefacente che
Monsieur Allègre, nelle sue provocazioni, ceda a questa doppia inclinazione.
VII.
Stato d’urgenza.
Philippe
Meirieu non è saltato fuori dal niente : ha un passato e dei progetti,
egli opera già da qualche tempo nel mondo delle « scienze
dell’educazione » e della formazione dei docenti ; le sue
concezioni pedagogiche e le sue idee sulla scuola hanno sia il favore di François
Bayrou che quello di Claude Allègre dato che è stato consigliere dell’uno
e dell’altro, ed è pertanto direttamente che egli è chiamato a mettere in
pratica le sue idee e a iscriverle in una trasformazione radicale della
scuola. Le grandi manovre sono già cominciate: vasta operazione mediatica
sulla stampa, alla radio, alla televisione. Il pubblico è informato della
« consultazione » che, dagli allievi agli insegnanti e ai
dirigenti scolastici, è chiamata a rispondere alla domanda ; « Quali
saperi insegnare nei licei ? ». Nello stesso tempo, i maestri, i
professori e i dirigenti scolastici sono invitati a pronunciarsi sui ritmi
scolari e a sottomettersi alle sentenze pretesamente incontestabili dei “cronobiologi”,
allorchè il “nuovo contratto per la scuola” di François Bayrou
continua ad applicarsi negli istituti. Dopo la nomina del Ministro Claude Allègre
all’Education nationale, le nuove misure che piovono sulla scuola,
cospirando per sbriciolarla, si vanno ad aggiungere ad altre più vecchie che
avevano preparato il terreno : messa in discussione dello status di
funzione pubblica, « deconcentrazione » del movimento dei
professori, messa in discussione dei diplomi nazionali e in particolare del
baccillerato. Non si finisce più
di fare la lista dei brutti colpi inferti alla scuola. In questa situazione,
non si dvrebbe invocare l’ignoranza, che non è altro se non una scusa
pietosa, per non fare niente e incrociare le braccia! Sarebbe del tutto
condannabile anche il cantare le virtù dell’adattamento, come il
rassegnarsi col pretesto che non ci sarebbe altra scelta.
La
mobilitazione è tanto più necessaria tanto più è diventata urgente.
E’ sufficiente, per convincersi, oltre al treno di misure invocate,
comparare la scuola pubblica e laica che si è data la Repubblica con i
modelli cui si retende di conformarla. Si tratta di esaminare i presupposti
sui quali poggiano le concezioni pedagogiche che si pretende di applicare alla
scuola e la loro origine. Si tratta di considerare le poste in gioco per
opporsi a questa impostura !
In un
articolo che egli consacra alle “scienze dell’educazione” Jacques
Muglioni osserva :
la “ pedagogia
per obiettivi », apporto principale delle « scienze
dell’educazione », si basa su una psicologia del comportamento che ha
tratto i propri modelli dalla psicologia animale. La psicologia del
comportamento si presenta come una “psicologia di reazione”, il
comportamento si definirebbe come rispoata (o reazione) ad una data
situazione, (...) in certe condizioni l’uomo viene trattato come un automa.
Si capisce l’origine storica di questa concezione strumentalista
dell’uomo, se si fa notare che il beaviorismo è contemporaneo del
taylorismo.
Jacques
Muglioni fa ancora questo appunto, che “ l’assenza deliberata di
riferimento filosofico è in realtà il segno di un dogmatismo temibile ”.
Il dogmatismo dei discepoli di questa pedagogia, Monsieur Meirieu in
particolare, va in effetti di pari passo con l’odio per la filosofia
manifestato da Monsieur Allègre : egli riconosce pudicamente la sua assenza
di gusto per la filosofia, come la sua mancanza di competenza in tale
disciplina senza tuttavia respingerla più di tanto, ma nomina nei suoi libri
i tre grandi colpevoli per quanto attiene allo stato pietoso
dell’insegnamento in Francia : Platone, Descartes, Auguste Comte ! Nessuno di
questi filosofi darebbe, e ce ne vorrebbero di più, l’esempio del
dogmatismo: è a Messieurs Meirieu e ad Allègre che si dovrà porre questa
domanda: in nome di che si pretende di imporre un dogma e di trasformare la
scuola nel suo nome? E’ questo sostenibile, quando si scorgano le scelte che
lo sottointendono?
*
La psicologia comportamentalista è imposta
come una verità indiscutibile, posta al di là di qualsiasi esame e di
qualsiasi critica.
*
L’educazione non è più considerata come l’atto culturale per
eccellenza, attraverso il quale una generazione tramette i propri saperi alla
successiva e attraverso il quale l’adulto inserisce il bambino nell’ordine
dell’umanità. Al posto di questo, la pedagogia non è altro più che
un’applicazione della psicologia “scientifica” che trova i propri
modelli nella psicologia animale – come dire che è una branca
dell’etologia.
Non è che
eludendo il problema del senso e rapprentadosi l’intelligenza
umana sul modello puramente deterministo e meccanicistico de « l’intelligenza
animale », che si può progettare di sottomettere l’essere umano ad un
addestramento. A partire da qua, ogni confusione e ogni sconvolgimento diventa
possibile e prevedibile, staffettato dalle ideologie scientiste alla moda: la
società umana è descritta sul modello delle società d’insetti e potrebbe
quindi essere retta dalle leggi naturali del mercato e dai meccanismi
inamovibili dell’evoluzione; la condotta umana è identificata con un
comportamento direttamente indotto, un sistema di stimolo-risposta triviale o
sofisticato (poco importa) che sia possibile orientare in funzione di
determinati bisogni. L’educazione,
privata di ogni senso del trasmettere, può allora condizionare in tutta
comodità (...).
L’esclusione
dei saperi, verso la quale procedono queste « pedagogie », a
vantaggio dei « metodi », ha come conseguenza inevitabile la
sottrazione dei contenuti culturali e di fatto la devalorizzazione dell’idea
stessa di cultura. Non c’è più niente da imparare, sarà sufficiente
“imparare ad imparare”. La formula è fiorita a tal punto che tutti quelli
che si piccano di educazione si credono obbligati ad usarla! Infatti, essa non
ha altro senso se non quello di andare a detrimento di: imparare ad imparare,
bisogna imparare qualcosa, imparare dei metodi a scapito dei contenuti o, come
si dice ancora, “fare la metodologia” a cui si pretende di ridurre la
pedagogia (...).
Dobbiamo,
nello stesso modo, interrogarci su queste parole d’ordine « molto
attuali » di pluri-disciplinarietà, o interdisciplinarietà (se è
possibile trasversale) e su ciò che esser nascondono. Il semplice
attaccamento ad un disciplina d’insegnamento dovrebbe già rendere
sospettosi: pluri o inter-disciplinarietà può essere, a condizione che esse
non concentrino l’attenzione sulle discipline tra le quali si è deciso che
vengano stabiliti dei legami. Sarebbe
il colmo se questi approcci finissero in un nulla disciplinare. Ora, bisogna
ben constatare che, più spesso, l’approccio pluridisciplinare si oppone
confluttualmente all’approccio disciplinare e che la ricerca di
“competenze trasversali” tiene in poco conto le discipline e i saperi che
permettono di acquisirla. (...)
Se la
scuola di Jules Ferry non sembra
più apprezzata da Claude Allègre, in quanto colpevole, a suo sentire, di
obsolescenza e di un’inadeguatezza al mondo moderno, e se l’insegnamento
francese soffre, notoriamente a causa di Platone, Descartes e Comte, di una
astrazione eccessiva, il modello di scelta di
Claude Allègre si situa, non c’è di che dubitarne, oltre Atlantico,
negli U.S.A, paese della scienza e delle tecnologie trionfatrici. L’Inglese
non è finito con il non essere, per il nostro Ministro, una lingua straniera?
Ora, la “pedagogia per obiettivi” è comparsa in USA e si è allargata in
un vuoto culturale spaventoso. Perché è quella scuola che si presume debba
fornirci un modello per la scuola di domani, vediamo almeno di capire di che
si tratta e consideriamo questo problema che è, làggiù, di una bruciante
attualità: “Perché il piccolo John non saprebbe leggere?”. O, in senso
più lato, come fa notare Hannah Arendt : “ Perché il livello
scolastico della scuola americana media resta così tanto al di sotto dei
livello medio attuale di tutti i paesi europei?” Gli articoli di Hannah
Arendt, riuniti nell’opera intitolata La crise de la culture, sono
stati scritti tra il 1954 e il 1968. Bisogna confessare che, in seguito, non
sarà stato più solo il piccolo Jhon ad avere problemi con la lettura, ma
anche il piccolo Jean e si può pensare che casi analoghi producano effetti
identici. Ora, Hannah Arendt enuncia le cause che, secondo lei, hanno avuto
negli Stati Uniti questi effetti così deplorevoli, due risvegliano
particolarmente l’attenzione :
Sotto
l’influenza della psicologia moderna e delle dottrine pragmatiche, la
pedagogia è diventata una scienza dell’insegnamento in generale, al
punto da affrancarsi completamente dalla materia da insegnare. E’
professore, pensate, colui che è capace di insegnare... non importa cosa. La
sua formazione gli ha insegnato a insegnare e non a padroneggiare un soggetto
particolare. (...) Inoltre,
nel corso dei decenni recenti, questo ha portato a trascurare completamente la
formazione dei professori nelle loro stesse discipine, soprattutto
nell’ambito delle scuole secondarie. Dato che il professore non ha bisogno
di conoscere la sua propria disciplina, si arriva spesso al punto che egli ne
sa poco più dei suoi allievi. .
E’
dunque una constatazione. Vi si ritrovano i tratti ed i presupposti tipici
delle “scienze dell’educazione” e delle tecnologie educative :
l’influenza della psicologia moderna, (essenzialmente della psicologia
comportamentale e del beaviorismo) e l’influenza delle dottrine pragmatiche
che impregnano tutte le correnti di pensiero nei paesi anglosassoni. A tale
proposito si può dire che il pragmatismo e’ stato per l’America ciò che
Descartes è stato per la Francia: si noti che campo Claude Allègre ha
scelto !
Le
tecnologie pedagogiche sono ancora denunciate da Hannah Arendt come un
pretesto per « affrancarsi dalla materia d’insegnamento ». E’
proprio quello che raccomandano le “scienze dell’educazione”, e non è
che al prezzo di un tale artificio che esse si fanno considerare come scienze.
Hannah Arendt invoca
un’altra ragione che mostra bene come ciò che ci si dispone ad imporre qui
abbia avuto conseguenze catastrofiche ed un ruolo pernicioso nella « crisi
della cultura » oltre Atlantico :
L’idea
che ha trovato la propria espressione concettuale sistematica nel pragmatismo
è che non si puà sapere e
comprendere ciò che si fa da soli ; la sua messa in opera
nell’educazione è tanto elementare che evidente: sostituire, più che
sia possibile, il fare con l’imparare.
E Hannah
Arendt dimostra molto chiaramente che tutti questi effetti, connessi e
solidali, ben risultano dallo stesso percorso e dalla medesima « filosofia
implicita » :
Se non è
stato considerato come molto importante che il professore domini la sua
disciplina, è perchè si voleva obbligarlo a conservare l’abitudine di
imparare acchè egli non trasmettesse un « sapere morto » come si
dice, ma perchè al contrario egli non smettesse di mostrare come tale sapere
si acquisti.
Questa
intenzione che, secondo Hannah Arendt, non è affatto nella genesi della
« crisi dell’educazione negli USA », si traduce oggi in Francia
all’interno I.U.F.M. (Instituts Universitaires de Formation des Maîtres),
nella forma di un vero e proprio odio per la cultura, cosa di per sé
inquietante in un ambito che ha la responsabilità della formazione degli
insegnanti. Il professore è invitato a non sapere troppo, non molto più
degli allievi, perchè si possa instaurare tra loro e lui uno scambio
paritetico, presuntamente formatore per tutti!! Hannah
Arendt indica ancora :
L’intenzione
avocata non era di insegnare un sapere, ma di inculcare un saper-fare ;il
risutato fu una specie di trasformazione
dei istituiti d’insegnamento generale in istituti professionali, che
hanno fatto registrare notevoli successi quando si è trattato di imparare
come portare una macchina, come battere a mecchina o come comportarsi bene in
società e essere popolari, ma
che sono una collezione di fallimenti quando si sia trattato di inculcare ai
bambini le conoscenze attraverso un programma.
Si ritrova
la ben celebre trilogia “saper, saper-fare, saper-essere” e si verifica,
una volta di più, che questa separazione tra i tre termini gioca sempre a sfavore
dei saperi, tutti sacrificati in questa faccenda, a vantaggio degli altri
due termini.
Ciò che
importa di vedere oggi è che queste concezioni sono già state applicate
laggiù ed hanno già prodotto i loro effetti, ed è alla luce di queste
conseguenze calamitose che Hannah Arendt giudica la loro
inadeguatezza innata.
Non ci
resta quindi che porci la domanda essenziale : con quale diritto ci viene
imposta una riforma che ha già dato prova di inanità. Chi è più colpevole:
colui che dà forma all’idea di una tale impresa, colui che la mette in
opera, colui che si dimostra incapace di trarre lezione dai fallimenti altrui,
colui che acconsente e si sottomette, per ignoranza o per vigliaccheria? Con
che diritto, e sotto quali pressioni ci si dà da fare, oggi più che mai,
nell’organizzare la distruzione della scuola
E’
poco dire che c’è un’urgenza ! La difesa della scuola, nel momento
in cui non è più assicurata da quelli che l’hanno in carico e che si
sforzano, al contrario, di sbriciolarla, spetta ad ogni insegnante che
diventa, sua malgrado, l’ultimo bastione.
Bernard
Berthelot
Daniel Hameline : Les objectifs pédagogiques en formation
initiale et en formation continue. ED. ESF, 1979, p 29 et 30.
Daniel Hameline, op.cité, p 62.
Oltre all’opera di Hameline, se ne possono facilmente citare altre,
ugualmente famose, e che si riferiscono per lo più le une alle altre ;
Définir les objectifs de l'éducation, de Viviane et Gilbert de
Landsheere ; Comment programmer une séquence pédagogique, de
Propham et Baker; Des fins aux objectifs de l'éducation de Louis
D'Hainaut, e molte altre ancora.
de Landsheere & de Landsheere : Définir les objectifs de
l'éducation.
de Landsheere & de Landsheere, ibidem
gli esempi citati si trovano nel
già citato libro di Daniel Hameline : Les objectifs pédagogiques
en formation initiale et continue.
Ci si potrebbe soffermare più a lungo su questa definizione e
mettere in discussione certi termini. Tuttavia, per il momento, ci
accontenteremo.
Louis D'Hainaut, op.cit., p 21
Può essere che certi insegnanti si divertirebbero di disporre di una
lista di istruzioni, che gli basterebbe seguirla, e che si augurassero
quindi di disporre di « referenziali », tanto per la formazione
che per la valutazione, senza aspirare ad essere quindi niente più che dei
manovali della pedagogia. E’ vero che la libertà pedagogica, come ogni
libertà, può essere un fardello a portarsi. Noi abbiamo la “debolezza”
di esserci inesorabilemnte affezionati !
Per questo, beninteso, che egli insegni una disciplina. Ora, lo
statuto degli insegnanti è da questo punto di vista a seconda del libello
istituzionale in cui essi si situano: dall’istitutore che insegna
l’insieme delle discipline, al "professeur d'enseignement général
des collèges" (P.E.G.C.), "bivalente", al professore
specializzato nella sua disciplina. E’ certamente quello in gioco.
E’ esattamente ciò che viene messo in dubbio nel questionario
distribuito agli insegnanti nella cattedra di consultazione nazionale
avviata da Claude Allègre nel
gennaio 1998, e in cui egli domandava ai professori dei licei e cosa la loro
disciplina contribuisse alla cultura comune di tutti i liceali e quali
fossero le conoscienze che, nei programmi di tali discipline, sembravano
obsolete, o addirittura inutili, nel medesimo tempo in cui veniva chiesto
agli alunni ciò che gli sembrava inutile e senza interesse tra ciò che
essi imparavano al liceo.
Sarà oggetto della seconda parte di questa riflessione dimostrare
che gli attuali frutti della « scienze dell’educazione »
(pedagogia differenziata e tutto ciò che ha rapporto con
l’interdisciplina « trasversale » la metacognizione), malgrado
le proteste e i dinieghi, non sono che disavventure della “pedagogia per
obiettivi” .
V. & G. De Landsheere, op. cit.
On ose dire, de l'école !!
Si tratta sempre dell’opera già citata di V. & G. De
Landsheere.
Questa razionalità non è niente altro che una ragione tecnica,
striminzita, nel senso in cui gli economisti parlano di « razionalità
economica », e senza dubbio non è un pericolo se si è lontani dal
buon senso, o dalla ragionevole « capacità di distinguere il vero dal
falso » che, secondo Cartesio, è “la cosa più condivisibile del
mondo” ”.
Non si tratta qui, lo si sarà capito, di pluralismo politico
(multipartitismo etc), ma di pluralismo educativo (pluralità di sistemi e
di istituzioni scolastiche...).
Si comprende ancora l’importanza che assumono, in una tale
prospettiva, le "tecniche della comunicazione", che non
rappresentano altro che « tecniche di concordato », dei cui non
si considerano che gli effetti pragmatici. Io mi riferisco qui, ben inteso,
a « l’analisi trasazionale » e alla « programmazione
neurolinguistica ", attraverso le quali si pretende di dare soluzioni
ai problemi di relazione.
Ecco di che alimentare la diffidenza verso le "scienze
dell’educazione", e del ruolo che esse pretendono di riservare alla
filosofia nelle loro costruzioni.
E’ come se si pretendesse di compensare una totale ignoranza sugli
« imperativi categorici », diffidando prima di tutto del loro
carattere categorico, attraverso esigenze assolutamente oziose sulla
formulazione degli « imperativi di abilità », come se per di più
fosse il caso di negoziarli!
Le bonheur d'apprendre, di François De Closets, che lascia
intendere che gli insegnanti stroncherebbero sul nascere la curiosità degli
alunni, la loro fame di conoscienza, tradisce una reale ignoranza della
condizione docente attuale e delle mentalità degli adolescenti. Nel momento
in cui l’autore richiama questa o quell’altra questione, che egli ha
abordato in uno dei suoi prodotti di volgarizzazione scientifica, e nel
momento in cui pone come brioso di per sé l’interesse che gli adolescenti
dovrebbero provare per tale questione, egli si inganna grossolanamente !
Nel momento in cui egli afferma che compete ai professori “motivare gli
alunni”, svegliare il loro gusto per la conoscenza, stimolare il loro
appettito, non ha affatto torto : è di gran lunga ciò che essi fanno
nella maggior parte dei casi. E’ nel momento in cui lascia intendere che
ciò sia facile e che sia sufficiante applicare delle ricette ben
conosciute, che è in errore.
Si vede anche, a partire da lì, i rischi di un sistema
d’insegnamento che si basa sempre di più, e sempre più presto, su una
scelta di opzioni.
Ecco perchè ci si può legittimamente arrabbiare quando il Ministro
chiede ai liceali di pronunciarsi su quello che dovrebbe essere, secondo
loro, il liceo di domani, su ciò che sarebbe necessario imparare,
impararci, e che sarebbe giudizioso escludere.
Vedere, a tale proposito, le Traité de pédagogie e "idée
d'une histoire universelle au point de vue cosmopolitique".
L'école ou le loisir de penser, questo è il titolo che è
stato dato alla raccolta di testi pedagogici di Jacques Muglioni, Inspecteur
de philosophie, e vecchio decano de l'Inspection Générale, morto nel 1996.
Cosa che non ha, beninteso, niente a che vedere con una qualsivoglia
tecnica che si proponesse di agire sul « saper-essere » di Paul,
dato che non si tratta di altro che di insegnargli il latino. E’ a Paul
che competerà di sapere cosa dovrà essere
e come, per essere, egli potrà usare le conoscenze acquisite.
B.F. Skinner : La révolution scientifique de l'enseignement,
1968
Si guarderà con interesse al parallelo stabilito nell’opera di
Skinner tra i meccanismi sperimentali destinati a studiare il comportamento
dell’animale da una parte, e le « macchine per insegnare » di
cui Skinner propone l’uso
nelle lezioni dall’altra (Photos des pages 48 et 49).
Se la gente come Skinner più umilmente confinasse le proprie
ricerche nel campo della ricerca di base e della psicologia sperimentale, si
potrebbero molto semplicemente considerare queste ricerche e le loro
analogie tra comportamento animale ed umano per ciò che sono. Abbiamo visto
come le loro ambizioni e i loro propositi siano ben altri. Proponiamo dunque
di rispedirli ai loro cari studi e gli chiediamo di non immischiarsi più
nell’insegnamento!
In questo dato momento del loro sviluppo, cioè negli anni ’70.
Nella seconda parte vedremo che, se le formulazioni cambiano, i presupposti
rimangono comunque gli stessi sotto altri nomi.
Ralph Tyler è uno degli autori che più ha contribuito alla
definizione degli obiettivi pedagogici e dei loro criteri di operatività e
ciò negli anni ’50. Daniel Hameline fa riferimento a lui e a lui
s’ispira largamente nell’opera già citata.
Queste opere sono legioni, ma più che alle opere che annoiano i
propri lettori con una pletora di considerazioni tecniche, è interessante
fare riferimento a quelli che si propongono di argomentare a favore di
queste pratiche pedagogiche. Si scopre che questi argomenti sono
curiosamente reversibili.
Questi autori sono entrambi professori in « scienze
dell’educazione » a l'Université Lumière-Lyon 2. Intervengono in
numerosi domini, in particolare in quello della formazione dei maestri e
degli organici educativi. Philippe Meirieu, molto presente in queste
formazioni e in numerose pubblicazione, a titolo di autore o di
presentatore, è d’altra parte il fondatore dellìassociazione
"Apprendre". Attraverso i suoi scritti, le sue attività e
la sua associazione, egli ispira ampiamente le « riforme » che
si abbattono sulla scuola e che rischiano, in un futuro prossimo, di
snaturarla. E’ stato incaricato della missione da Claude Allègre.
Emile, reviens vite... ils sont devenus fous, p181
Questa opera è stata pubblicata nel 1985 dalla raccolta "Pédagogies"
diretta dallo stesso Philippe Meirieu, con prefazione di Daniel Hameline.
Non è necessario spingersi molto lontano gli appoggi !
Ce terme est, bien entendu, un terme critique et ne saurait être
assumé par Meirieu.
Meirieu, Emile, reviens vite..., p 157, également L'école,
mode d'emploi, note 1 p 67.
Meirieu vuol dire che, nella gerarchizzazione degli obiettivi qual’è
quella che emerge dalle classificazioni fatte dai « tecnologi della
pedagogia », gli importa di non sacrificare quelli che dovrebbero
essere messi nella parte alta della gerarchia, di conoscere gli obiettivi più
generali, quelli che si riferiscono agli scopi e alle finalità. Ma noi
abbiamo vosto che, secondo Hameline, essi sarebbero « male operativi »
perchè non osservabili, che sarebbero, in un certo senso, gli « obiettivi
specifici dei poveracci ».
Emile, reviens vite..., p 158
Questionari di Scelta Multipla, in cui è sufficiente spuntare la
casella che corrisponde alla risposta giusta.
in Définir les objectifs de l'éducation, op.cit.p 19
Rappelons que la première édition de cet ouvrage, souvent cité,
date de 1979.
Ibid., avant propos pour la huitième édition.
Apprendre à philosopher dans les lycées d'aujourd'hui,
Hachette Éducation, 1992
La P.P.O, si deliziano di scrivere per manifestare senza dubbio la
loro intimità con questa « pedagogia "pédagogie".
Emile, reviens vite...ils sont devenus fous, p 19
Chi non nota che la consultazione dei liceali non fa altro che
riprodurre oggi questa partecipazione di Gianni alla commissione Legrand e
mettere gli alunni « consultati » sulla soglio dei miracoli
rimedianti della pedagogia che gli viene astutamente suggerita, indignandoli
contemporaneamente verso la scuola che essi ancora frequentano.
Si capisce meglio che Meirieu cerca a tutti i costi una conferma di
questa noiosità nei questionari indirizzati ai liceali. E’ a questa
condizione che potrà tirar fuori dal suo cappello la scuola nuova nella
quale si fa la bella vita. Scommettiamo che i giochi sono già fatti : L’école,
mode d’emploi data al 1985.
L’Express, n° 2389, du 22 au 28 février 1996.
L’articolo data febbraio 1996. A gennaio 1998, le domande poste ai
liceali, agli insegnanti e al personale s’ispirano in modo molto evidente
ai presupposti di questo preteso metodo e ai suoi pretesi successi. Claude
Allègre apparirebbe bene, nelle opre che a commissionato dulla questione,
come il compagno o l’ereditiere dei Lederman, Charpak et Cie. Egli ha
tuttavia un problema, e non dei minori nel momento in cui si pretende di
sottomettersi alle esigenze del metodo scientifico : nessuno è stato
testimone di queste esperienze (?), e i destinatari di questa grande
consultazione (?) non sono stati a conoscenza dei protocolli sperimentale
che li avrebbero dovuti governare !
Alain, Propos sur l’éducation.
Il ne suffira pas non plus de dire que Meirieu n’est pas le seul à
s’être engagé dans cette voie : il partage en effet ce point de vue
avec bon nombre de “ militants ” de la “ pédagogie
active ” et d’adeptes de la “ pédagogie nouvelle ”
dont on remarquera simplement qu’elle est ainsi désignée depuis
plusieurs décennies, ce qui commence à faire date !
Philippe Meirieu, L’école, mode d’emploi. Des méthodes
actives à la pédagogie différenciée, E.S.F, p 136 et 137.
Que valent d’ailleurs de tels arguments : on a vu avec quelle
facilité on pouvait les renvoyer aux envoyeurs. Qui prendra la
responsabilité, en les employant, de faire de la question de l’école un
simple effet de mode ?
“ “Il mondo cambia, cambiamo con lui”,… “Bisogna
pure adattarsi”. Non lasciamoci
ingannare da questa retorica del cambamento che coinvolge l’analfabetismo
informatico, che non è altro che pedagogia del condizionamento. Il
terrorismo della novità viene proppo spesso a paralizzare qualsiasi messa
in discussione di prospettiva, a dissuadere qualsiasi riflessione personale
considerandola retrograda e sotto informata. ” Régis
Debray, Que vive la République, Points, p 210.
Decano de l’inspection générale de philosophie de 1971 à 1983, L’école
ou le loisir de penser, Editions du C.N.D.P, p 170.
Il titolo del libro di Monsieur Allègre, nel quale egli fa
l’apologia di un certo tipo di scienza, o di una certa idea della scienza,
è tutto un programma : La défaite de Platon.
J. Muglioni facendo notare che il beaviorismo è contemporaneo del
taylorismo, può sicuramente ben dire che questa modo di concepire l’uomo
e la società si accorda perfettamente alle teorie economiche liberali, che
l’educazione che vi si ispira serve perfettamente la mondializzazione
liberale e le gli interessi « determinati » altro non sono che
quelli del mercato.
Hannah Arendt, La crise de la culture, p 234.
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