II 6 ottobre 1973 (in Israele ricorre la festa dello Yom Kippur)
l'esercito egiziano attraversa il Canale di Suez ed attacca quello
israeliano attestato sul Sinai (territorio occupato da Israele in
occasione della guerra dei sei giorni del giugno 1967): è la guerra
del Kippur. Le conseguenze politico-diplomatiche di questa guerra sono alla base
di quella che appunto da allora viene chiamata
crisi energetica. Cerchiamo di capire ciò che è accaduto tenendo
presenti alcuni fatti e seguendo la cronologia degli avvenimenti:
a) i paesi arabi, direttamente o indirettamente impegnati nel
conflitto con Israele, rappresentano insieme circa i due terzi
delle riserve mondiali di petrolio;
b) i giacimenti petroliferi di questi paesi sono per la quasi
totalità (89%) in mano alle grosse compagnie petrolifere multinazionali, in
gran parte americane (le sette sorelle: Standard oil
of Califomia, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf, Shell, Aramco, Bp);
e) la sola cosa sulla quale possono intervenire i governi dei
paesi arabi è sul se, ed in quale misura, aumentare lo sfruttamento dei
giacimenti;
d) i paesi occidentali non sono energeticamente autosufficienti; gran
parte della loro energia deriva dal petrolio
«arabo»;
in particolare gli Stati Uniti già dipendono da esso per circa il
30% del loro fabbisogno (questo valore sale per i paesi della
UE ad oltre il 60%);
e) i paesi arabi, subito dopo l'inizio della guerra, minacciano
di ridurre le loro potenzialità estrattive (e quindi di originare
grosse carenze di energia in tutti i paesi che dipendono dal loro
petrolio) se i paesi occidentali continueranno con la loro politica
filo-israeliana senza far pressione sullo stato ebraico affinché
restituisca i territori occupati con la guerra del 1967;
f) tutti i paesi aderenti all'Oapec (Organizzazione dei paesi
arabi produttori
ed esportatori
di petrolio)
il
17 ottobre 1973 decidono
di ridurre la loro produzione di greggio del 5% ogni
mese finché le ostilità dureranno e finché Israele non si ritirerà
dai territori occupati (in totale si arriverà ad una riduzione del
25%);
g) contemporaneamente (19 ottobre) la Libia quasi raddoppia
il prezzo del petrolio,
mentre l'Arabia
(20 ottobre) decide
l'embargo verso gli Stati Uniti (pari al 6% del suo consumo giornaliero)
rei di aver lanciato un prestito a favore di
Israele (il
giorno successivo la quasi totalità dei paesi dell'Oapec si associa
a questa decisione);
h) gli Stati Uniti minacciano di inviare corpi di marines ad
occupare le zone petrolifere; i governi arabi rispondono che
hanno già minato i pozzi e se un solo marine si avvicinerà li
faranno saltare;
i) gli approvvigionamenti ritornano normali a seguito di alcune
concessioni fatte da Israele ma, fatto importante, il petrolio
ha ora un prezzo elevato che, tra l'altro, è agganciato al tasso
d'inflazione del dollaro.
Il rialzo del prezzo del
petrolio ha avuto conseguenze immediate
a tutto vantaggio degli Stati Uniti: è ora diventato economico sfruttare i
giacimenti dell'Alaska e nel contempo si fa
pagare più cara l'energia ai concorrenti europei e giapponesi in
modo da sbaragliarli sui mercati mondiali (si ricordi la profonda crisi
economica USA esplosa nel 1972, con la feroce concorrenza giapponese e tedesca
sui mercati mondiali).
Dicono Ippolito e Simen (1) riportando un'analisi di J. M.
Chevalier: «Nel 1970 il fabbisogno degli Usa è coperto per
1'80% dalla produzione interna, ad un costo quasi doppio di
quello al quale i paesi europei ed il Giappone si riforniscono in
Medioriente. Perciò per gli Stati Uniti fare salire il prezzo sul
mercato mondiale equivale a togliere un grande vantaggio sui
suoi concorrenti. Inoltre l'aumento del prezzo consente in prospettiva agli
Stati Uniti di sfruttare il loro immenso potenziale
energetico sostitutivo del petrolio (carbone, scisti bituminosi,
energia nucleare) a prezzi competitivi. Pertanto il rialzo del prezzo del
petrolio, durante questi anni, non è solo il risultato della
lotta dei paesi produttori, ma una necessità imposta dal mercato
alle forze economiche dominanti».
A questo punto diventa indispensabile interpretare in una
chiave diversa la guerra del Kippur e la crisi energetica. In
particolare per il nostro Paese occorre osservare che la crisi
energetica non va intesa «come fenomeno imprevedibile, determinato da una
improvvisa rarefazione dell'approvvigionamento
petrolifero dall'estero seguito da una repentina impennata dei
prezzi, ma come punto di arrivo di un duplice disegno perseguito con metodo e
costanza: in campo internazionale in favore
della conservazione di situazioni di monopolio nel settore petrolifero
nonostante il variare del panorama geo-politico delle fonti
di approvvigionamento; in campo nazionale assecondando questo obiettivo
attraverso la vanificazione di ogni tentativo
di
programmazione democratica in campo energetico e facendo
perno sulle suggestioni
dell'aziendalismo, sempre vive in seno
alla classe dirigente nazionale, fisiologicamente ostile ad ogni
istanza di pianificazione e coordinamento» (2).
Di fronte alla crisi il nostro governo non è praticamente in
grado di far nulla oltreché razionare, far terminare la programmazione TV alle
23 e non far circolare le auto
la domenica. Questo governo, poiché solo il 20% dei più di 100
milioni di tonnellate di greggio che arrivano in Italia sono in
mano all'Ente nazionale idrocarburi (ENI), non è in grado di
controllare né produzione né consumi di petrolio, che per 1'80%
sono in mano alle grandi multinazionali; oltre a ciò non ha poteri di
intervento nelle raffinerie, non controlla che in modo assai ridotto la
distribuzione (solo circa 40.000 chioschi), non ha che
scarsi rapporti economici con i paesi arabi. Ma di queste cose ci
occuperemo con maggior dettaglio più avanti quando parleremo
di Mattei. Valga ora la considerazione che è quanto meno ingenuo far risalire
agli «sceicchi» la «crisi energetica» e che, come al
solito, tutto trae origine dalle grandi potenze multinazionali.
Viene allora da chiedersi se c'è davvero crisi energetica e
quindi quale disponibilità di petrolio c'è a livello mondiale. Alla
prima domanda si può rispondere che sì, c'è crisi energetica ma
nel senso di una energia che deve cominciare ad essere rispettata, socializzata
e non essere più bene solo per pochi. In realtà
per molti anni ci sono stati dei ritmi di vita, dei consumi che
andavano sempre più nel senso dello spreco energetico. Con
questo modo di procedere si è sempre più accentuata a livello
mondiale la differenza tra paesi ricchi e paesi poveri e, a livello
nazionale, tra padroni e sfruttati. In definitiva c'è crisi energetica nel
senso che è finita la disponibilità di energia a basso
prezzo.
«Sul problema delle riserve petrolifere mondiali è opportuno
fare qualche precisazione. Si dice comunemente [1978, n.d.r] ed anche da
persone altamente qualificate, che con gli attuali trend di sviluppo vi
sarebbero riserve mondiali di petrolio per altri 35 anni.
Noi pensiamo, su basi geologiche, che le riserve potenziali siano
molto maggiori. Basti pensare che attualmente si esplora nel
mondo soltanto in terra ferma o nella piattaforma continentale
fino ad una profondità di 200 metri. Ma è ben noto che la
ricerca petrolifera va estendendosi ai fondali più profondi cioè
almeno a 400 metri sulla piattaforma continentale e poi successivamente ai
fondali oceanici» (3).
Ma in definitiva, stando alle cose che fin qui ho detto sembrerebbe che
in Italia si sia in balia di qualunque cosa accada in
altri posti. Sembrerebbe che noi non possiamo controllare nulla
e di volta in volta dobbiamo rimediare a danni che altri ci
arrecano. E pensare che in una società industrializzata e tecnologicamente
avanzata come la nostra l'energia è il pane quotidiano, senza di essa davvero
si spegne tutto e si muore di fame.
Sembra incredibile che per una cosa di questa portata dalla
quale dipende la vita e la libertà di ciascuno di noi si debba
dipendere da altri.
È ciò un fatto storicamente inevitabile oppure è una vicenda
che trae le sue
origini da scelte politiche ben precise e da imposizioni straniere (anche
violente) fatte in un passato recente?
Cerco
di rispondere andando a ricostruire la storia recente
della politica energetica del nostro paese a partire dal dopoguerra in base alla
documentazione a mia disposizione.
Un poco di storia
La politica energetica di un paese è cosa complessa poiché,
come ho detto, di vitale importanza. Non ci si può occupare di
una sola risorsa energetica, non si può guardare solo a breve
termine lo sviluppo del paese, non ci si può affidare all'interesse
privato né tanto meno all'interferenza di paesi stranieri.
Vediamo, a partire dall'immediato dopoguerra, quali sono stati
gli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia della politica
energetica nel nostro paese.
La guerra ci lascia in un disastro: più del 50% dei nostri
impianti di produzione di energia è gravemente danneggiato.
L'energia è in grandissima parte di origine idroelettrica e
completamente in mano ad industrie private (Edison, Sade, ecc.).
Il CISE
II primo centro per ricerche applicate
avanzate su
questioni
energetiche, e in particolare sul problema nucleare, fu messo su
a Milano alla fine del 1946 su iniziativa di un consorzio di
privati.
II Centro
informazioni studi
ed esperienze
(Cise) nacque
su iniziativa della Montedison (chimica), della Fiat (meccanica), della
Edison e della Sade (elettriche). A questa iniziativa si aggiunsero ben presto
industrie pubbliche come la Cogne e la Terni (acciai).
Le
ricerche erano portate avanti da un gruppo di fisici tra cui
G. Salvini, C. Salvetti, M. Silvestri, sia dell'università che del
Politecnico
di Milano sotto la direzione di Giuseppe Bolla. «L'
iniziativa, a dire il vero, fu del gruppo Edison e del suo amministratore
delegato ing. Vittorio De Biase, il quale — non si sa per
quali vie — aveva compreso l'importanza che la nuova fonte
energetica, fornita dalla fissione del nucleo atomico, poteva avere per un paese
come l'Italia, che aveva allora già largamente
attinto alle risorse idroelettriche, mentre era privo o quasi — ed
allora in modo particolare — di fonti energetiche termiche tradizionali:
carbone e petrolio» (4).
Disinteresse dei primi governi
I problemi connessi con la politica energetica sono completamente al di
fuori della portata dei primi governi italiani. I fisici
più famosi mandano dei promemoria in cui sollecitano degli
interventi finanziari a favore
della ricerca in campo nucleare (5).
«Quella cosa lì nucleare» risponde il presidente del consiglio De
Gasperi e, con questo, muore ogni iniziativa.
Il CNRN
Bisogna attendere il 1952 perché nasca (su
decreto del presidente del consiglio del 26 giugno) il primo ente
di Stato le cui finalità sono le ricerche in campo energetico ed in
particolare in campo nucleare. Nasce il Comitato Nazionale per
le Ricerche Nucleari (CNRN) che più tardi (1960) fu trasformato in
quello che per un certo tempo è diventato Comitato Nazionale
per l'Energia Nucleare (CNEN) e che oggi ha assunto il nome di Ente Nazionale
Energie Alternative (ENEA). Alla presidenza del comitato fu
chiamato il prof. Francesco Giordani ed intorno a lui furono
raccolti degli esperti qualificati in vari settori di ricerca:
sen. M. Panetti, vicepresidente; dr. A. Silvestri Amari, prof. F.
Ippolito (designati dal ministero dell'industria e del commercio);
prof. B. Ferretti (designato dal ministero della pubblica istruzione); prof. E.
Amaldi, on. E. Medi (designati dal Consiglio nazionale delle ricerche); prof. A.
M. Angelini, ing. V. De Biase
esperti industriali.
Questo ente nasceva, ed era già un grosso passo avanti, ma
soffriva di una grossa limitazione: non essendo nato in base ad
una legge non aveva personalità giuridica e quindi non poteva
assumere impegni o contratti, né amministrare del denaro.
L'ENI
Nel 1953, nel mese di marzo, nasce un altro ente che avrà un
ruolo fondamentale nello sviluppo delle risorse energetiche del
nostro paese (almeno per i successivi dieci anni): l'Ente Nazionale Idrocarburi
(ENI).
L'Italia già da tempo aveva un ente petrolifero di
Stato,
l'Agip, alla testa del quale (ma perché lo liquidasse!) nel 1945
era stato posto Enrico Mattei. Lo stesso Mattei però disattese
quanto gli era stato imposto (la liquidazione dell'Agip appunto)
dal ministro del tesoro del governo Bonomi, il liberale M. Soleri
e cercò invece di potenziare quanto aveva da distruggere.
Poiché subito dopo la guerra una missione economico-geologica americana
aveva fatto intravedere la possibilità che in Val
Padana
ed in Sicilia vi fosse del petrolio, si scatenò una grossa
battaglia da parte dell'industria privata contro l'Agip. In particolare la
Edison cercò di impadronirsi della possibilità di cercare
petrolio in Val Padana ma fu ostacolata in questo appunto da
Mattei che credeva fermamente ad un ente di Stato che avesse
l'esclusiva nelle ricerche
petrolifere (o metanifere) sul territorio nazionale.
Ebbene la nascita dell'ENI sanciva tutto questo: «al nuovo
ente veniva affidato il compito di promuovere ed attuare tutte le
iniziative nazionali nel campo
degli idrocarburi e dei vapori
naturali. Veniva in particolare
riservata all'Eni, in esclusiva, la
ricerca e la coltivazione degli
idrocarburi per tutta la valle padana, ad eccezione delle province di Ferrara e
Rovigo, dove venivano riconfermati i diritti delle società private che già vi
operavano» (6).
Era una grossa vittoria di Mattei sull'industria privata e sui
suoi rappresentanti in Parlamento
(si pensi che nel 1949 il ministro dell'industria, il socialdemocratico I. M.
Lombardo presentò un progetto di legge nel quale sostanzialmente si sosteneva
che non solo i privati potevano far ricerche petrolifere sul nostro territorio,
ma anche gruppi stranieri).
La bomba H italiana
Che si marciasse su questa strada era assolutamente positivo,
ma per rendere conto di quanto isolate erano queste iniziative e
del livello cialtronesco con cui si credeva di poter far ricerca nel
nostro Paese c'è l'interessante episodio (che risale al 1952) del
tentativo di costruzione di una bomba H da parte del nostro
esercito nel poligono di Nettuno (vicino Roma). L'interessante è che né USA né
URSS erano ancora riusciti
nell'impresa. Per far intendere il
senso di questa buffonata (che, si badi bene, costava soldi dello
Stato)
basti dire che per innescare una bomba H occorrono
temperature dell'ordine di 100 milioni di gradi, temperature che
nelle attuali bombe H sono raggiunte usando come innesco una
bomba atomica del tipo usato da Hiroshima. Ebbene a Nettuno,
si usavano
esplosivi ordinari
i quali
raggiungono temperature
estremamente più basse di quella occorrente che è una temperatura che non si
trova neanche all'interno del Sole.
Enrico Medi
Oltre a questi episodi «paralleli» ve ne erano degli altri all'interno
delle iniziative di ricerca che si portavano avanti. La classe
politica dirigente italiana, assolutamente insensibile ai problemi
energetici e tanto meno a quelli della ricerca scientifica, era però
capace di imporre suoi uomini, in modo clientelare, al seguito (e
a volte ai vertici) degli enti o dei comitati che si occupavano di
studi o ricerche sui problemi in oggetto. È il caso clamoroso del
fisico Enrico Medi che brillò per la sua incompetenza oltreché
incapacità.
A proposito di Medi, Ippolito dice che entrò a far parte del
CNRN, «non tanto per il suo valore scientifico, che era modesto,
ma per il fatto che egli, ex deputato democristiano, rappresentava un certo
legame col mondo cattolico. Medi, oltre a essere un
democristiano,
era una persona molto vicina a papa Pacelli» (7).
Nel 1958 l'Italia, alla quale spettava la vicepresidenza, doveva
designare il suo rappresentante all'Euratom (ente nato nel marzo
1957 dalla collaborazione dei paesi del Mercato Comune Europeo ai fini di uno
sforzo comune sulle ricerche nucleari). Ebbene quest'uomo fu Enrico Medi.
Dice M. Silvestri: «Enrico Medi era cattedratico di fisica
terrestre presso l'università di Roma, nonché membro del CNRN
e predicatore di larga fama
[insieme a Luigi Gedda dei Comitati Civici e padre Lombardi, aveva fatto una
feroce campagna ante Fronte Popolare nel 1948, n.d.r.]. La sua nomina [alla
vicepresidenza
dell'Euratom, ndr] provocò all'Italia il massimo danno compatibile con le sue
capacità» (8). Per non lasciare nel vago quanto
detto è interessante raccontare due episodi che sono illuminanti
relativamente alle due affermazioni che facevo all'inizio: incompetenza e
incapacità.
Nel marzo del 1959 il vicepresidente dell'Euratom, Medi, si recò negli
Stati Uniti per una visita di lavoro presso una società americana
la Nuclear Development Associates (NDA). Racconta M. Silvestri
(9); «Tutti intorno ad un tavolo per intervistare il professore
sulle sue idee, su quello che gli piacesse, sulle intenzioni dell'Euratom:
"Ci dica, professor Medi, lei inclina verso i reattori ad
uranio naturale o verso quelli ad uranio arricchito?" [...] Il
professor Medi, dopo un minuto di silenzio durante il quale
sembrava aver riflettuto intensamente, pronunciò la sua sentenza:
"Arricchito". [...] Ma la risposta era incompleta e, per i
gusti americani, andava motivata. Quanto doveva essere arricchito l'uranio,
secondo il parere del professor Medi? Il silenzio
si rifece
più teso
di prima.
Medi volse
il capo
verso l'alto,
mentre le sue pupille sembravano messe a fuoco su di una
distanza molto maggiore, sulle nubi, che non si vedevano a
causa del soffitto, e sulla Divina Provvidenza, che è più lontana
per definizione. Poi, in un soffio, la risposta: "Un tantino". Da
teso, il silenzio si fece imbarazzato, poi gelido. Tutti si aspettavano qualcosa
di più, ma il professor Medi era arrivato allo
stremo della sua compromissione. [...] Un ingegnere del NDA
colse al volo il da farsi: "Caffè, tè?"».
L'altro episodio che riguarda il professore che, come dice
Silvestri, confondeva una miniera di uranio con una centrale
elettrica, risale alla metà degli anni '60.
A Medi fu affidato
l'incarico di impiantare in Sicilia, a Gibilmanna, vicino Catania,
un osservatorio geomagnetico. Vale la pena di dire che la cosa è
assolutamente delicata, basti solo pensare che per la costruzione
dell'edificio non bisogna assolutamente usare del ferro (né tondino di ferro
per i travi in cemento armato, né chiodi, né viti), il
tutto poi deve essere assolutamente isolato da ogni interferenza
esterna, da ogni vibrazione, da qualunque cosa possa minimamente turbare gli
strumenti sensibilissimi che sono all'interno
dell'edificio. Ebbene, alla fine dei lavori che sono costati allo
Stato
500 milioni, si è scoperto che vicinissimo all'osservatorio
passavano i cavi ad alta tensione di un elettrodotto e una ferrovia. «A
quest'uomo il governo italiano ha affidato per sette anni
— finché non diede spontaneamente le dimissioni — la vicepresidenza dell'Euratom.
[...] E quando lo dovettero sostituire gli
diedero a successore il professor Carrelli, già presidente della
Rai-Tv, che in fatto di ingegneria nucleare era un po' meno competente di Enrico
Medi. [...] Medi e Carrelli erano simpatizzanti democristiani, caratteristica
importante, ma non qualificante. [...]
L'aver dato loro una così grande responsabilità costò
all'Italia parecchi miliardi e una grave perdita di prestigio» (10).
Ippolito segretario generale del CNRN
A partire dalla prima riunione del CNRN, Ippolito fu designato
dal presidente Giordani a fare il segretario (poiché era il più
giovane) e per circa tre anni mantenne questa carica. «Nel 1955
Giordani si dimise e, nella delibera che accettava le sue dimissioni, si
scrisse: "II Comitato si dimette e lascia la normale amministrazione nelle
mani del professor Ippolito, segretario generale"» (11). Nacque cosi,
almeno a detta di Ippolito, la figura del
segretario generale che all'inizio non era stata assolutamente
prevista. Questa carica si consolidò diventando sempre più importante nel
periodo che va dall'autunno del 1955 all'estate del
1956, periodo nel quale non ci fu presidente alla testa del CNRN.
Tra l'altro, dopo le dimissioni di Giordani, il governo Segni non
rinnovò il Comitato nominando invece, in modo ufficiale, Ippolito a segretario
generale ma più per liquidare ogni attività del
CNRN che per portarne avanti il lavoro. Ippolito approfittò di
questo momento e anziché liquidare il CNRN lo potenziò assumendo persone e
iniziando campagne giornalistiche per far pressione sul governo affinché si
impegnasse di più nella politica
nucleare (con leggi istitutive, con provvidenze, con finanziamenti adeguati).
Nell'estate del 1956 fu eletto il
nuovo presidente del
CNRN nella persona del senatore democristiano Basilio Focaccia.
Il fatto che egli fosse assolutamente digiuno di questioni nucleari aiutò
Ippolito a portare avanti con decisione la sua politica di
potenziamento del Cnrn.
Ispra I
Sotto la presidenza Giordani il CNRN prende contatti con varie
società USA per l'acquisto di un reattore nucleare di ricerca.
L'acquisto fu deliberato sotto la presidenza Focaccia: si trattava
di un reattore Cp5 della società Allis Chalmers (era stato scelto
da Giordani, Arnaldi, Ferretti e Salvetti). Il reattore fu quindi
fatto venire in Italia, montato a Ispra, inaugurato il 13 aprile
del 1959 e battezzato Ispra I (verso la fine del 1959, l'intero
centro di ricerche nucleari di Ispra fu ceduto dall'Italia all'Euratom, come
avveduto gesto politico di Ippolito).
Le tre centrali
L'industria elettrica comincia a capire che occorre sbrigarsi
perché lo Stato potrebbe iniziare a produrre in proprio energia
elettrica ottenuta per via nucleare. Alla fine del 1955 il presidente
della Edison, ingegner Valerio, si reca negli Usa per trattare
l'acquisto di una centrale nucleare. Il contratto fu firmato nel
1957 con la Westinghouse (il finanziamento fu garantito dalla
Export-Import Bank americana). Il reattore era del tipo ad
acqua in pressione (Pwr) della potenza di 242 Mw ed entrò in
funzione nell'ottobre del 1964 a Trino Vercellese. Fa però prima
l'industria di Stato o a partecipazione statale. Tra il luglio del
1957 ed il luglio del 1958 la Iri-Finelettrica tramite la SEN (Società
Elettronucleare Nazionale) ordinò alla General Electric un reattore del tipo ad
acqua bollente (Bwr) della potenza di 150 Mw.
Il reattore
entrò in
funzione nel
gennaio del
1964 sul
fiume
Garigliano nel comune di Sessa Aurunca. Nel mese di novembre
del 1957 l'ENI, che nel frattempo (1956) aveva costituito una sua
sezione che si occupava di costruzioni nucleari (l'Agip nucleare),
nella persona di Enrico Mattei ordinò all'inglese Nuclear Power
Plant Company un reattore del tipo Magnox della potenza di
200 Mw. Il reattore, al contrario degli altri due, era ad uranio
naturale e raffreddato a gas. La centrale fu costruita vicino
Latina ed entrò in funzione nel maggio del 1963. Sul costo delle
tre centrali non si sa nulla di preciso. È stata fatta ufficiosamente la cifra
complessiva di 152 miliardi, ma sulla sua attendibilità
non sono in grado di dire nulla. Riguardo ai costi «secondo
stime ufficiali dell'Enel l'energia elettrica da esse prodotta costava per un
funzionamento di 7.000 ore all'anno, lire 7,80 (Latina), lire 7,20 (Garigliano),
5,40 (Torino), di fronte al costo dell'energia tradizionale inferiore a lire 5.
Ciò significa che l'onere annuo che l'Italia deve sostenere si aggira sui
sette-otto miliardi» (12). Sul problema dei costi si scatenerà la polemica
qualche anno più tardi. Per ora c'è solo da osservare che questo, allora, era
inevitabile come del resto importante era proseguire sulla strada
dell'acquisizione immediata di tecnologie per potersi al più presto inserire
nel mercato nascente.
Il CNEN
Nel gennaio del 1960 il Parlamento iniziò a discutere la legge
nucleare attesa da molti anni. Poiché il progetto di legge presentato da
Colombo fu giudicato troppo «statalistico» dalla destra
esso non fu portato (agosto 1960) completo all'approvazione ma
solo in stralcio. Sostanzialmente si costituiva il Comitato Nazionale per
l'Energia Nucleare (CNEN), che prendeva il posto del
CNRN,e si finanziava con 80 miliardi il primo piano quinquennale.
«In definitiva la legge 11 agosto 1960 n°933, pur presentando
varie incongruenze (fondamentale quella della presidenza dell'ente affidata al
ministro pro tempore dell'industria, che assumeva la figura di
controllore-controllato) rappresentò un sostanziale passo avanti [...].
Venivano al nuovo ente, non solo le
attribuzioni che erano già state del CNRN, ma altresì nuove
responsabilità
come quella di procedere al controllo e alla vigilanza tecnica su tutti gli
impianti nucleari, sia in fase di costruzione che di gestione, di eseguire i
collaudi» (13). Ippolito è
nominato segretario generale del CNEN ed inizia così a portare
un attacco al CISE togliendogli con proposte e contratti allettanti
gran parte dei ricercatori. Il CISE di fatto non riesce più a
lavorare ed il CNEN diventa l'unico ente che in Italia si occupa di
ricerche applicative in campo nucleare. Nel portare avanti le sue
spregiudicate operazioni l'intraprendente Ippolito si muove anche politicamente
stringendo amicizie e operando a fianco delle
forze che stanno per dar vita al primo centrosinistra (tra questi
il potentissimo presidente della Fiat, Vittorio
Valletta).
In questa prima fase di attività il CNEN assume il ruolo di
finanziatore delle sezioni nucleari che sono state messe su dalle
varie industrie private, questo almeno fino al 21 dicembre del
1962, quando dal primo governo di centrosinistra venne approvata la legge
nucleare. «L'importanza della legge era notevole,
dato che eliminava una situazione di carenza giuridica, che aveva creato gravi
difficoltà in passato e che sempre maggiori ne
avrebbe suscitato col sempre maggiore sviluppo della nuova
fonte di energia» (14).
Una delle cose che la legge prevede è che «la produzione di
energia nucleare è riservata allo
Stato o a società a prevalente
partecipazione statale»; d'altra parte era appena nato l'Enel
(fine 1962) e quindi questa disposizione era logica conseguenza
di quanto previsto nella legge che istituiva l'Enel stesso.
Quando fu approvata la legge nucleare il primo piano quinquennale
(1959-1964) del CNEN era già in esecuzione. Il piano
prevedeva lo studio di quattro tipi diversi di reattori da progettare e
sperimentare per trovare quello che più si adattava alle esigenze italiane:
reattore ad acqua bollente, reattore moderato
con sostanze organiche deuterate, reattore refrigerato con metallo
liquido e reattore refrigerato a
gas ad altissima temperatura.
Il progetto era decisamente ambizioso, qualcuno dice avveniristico e
qualcun altro folle. Rimane il fatto che questo fu il
primo (e l'unico) serio tentativo di mettere l'Italia in corsa a
livello mondiale per la produzione
e la vendita di reattori nucleari. Stavo dicendo che all'approvazione della
legge nucleare il
primo piano quinquennale era già
molto avanti. Tra l'altro era
già stato presentato (ottobre
1962) il secondo piano quinquennale (1965-1969). «Esso prevedeva la
progettazione e l'installazione
di mille-millecinquecento Mw elettronucleari entro il 1970 con
due-quattro centrali» (15).
Agli inizi del 1963 Ippolito fu nominato consigliere dell'Enel
sotto la presidenza dell'avvocato democristiano Antonino Di
Cagno. «Tutti i designati [al consiglio di amministrazione, ndr] si
resero dimissionari, come voleva la
legge, dalle
cariche che
occupavano, compreso Ippolito, per quanto riguardava la cattedra di geologia
applicata, che occupava da molti anni presso
l'università di
Napoli. Ma non si fece parola della sua posizione
presso il CNEN, benché il fatto fosse arcinoto alle autorità politiche che
ebbero la responsabilità della scelta. Fu Ippolito a
prendere l'iniziativa di dare le dimissioni da segretario generale
del CNEN, facendosi però subito riassumere quale consulente con
lo stesso compito e la stessa retribuzione, eliminando solo formalmente il
rapporto d'impiego» (16). Quest'ultima cosa l'ho
riportata perché su di essa faranno «cadere» Ippolito più tardi.
Il centro sinistra
Tutte le cose che sto raccontando hanno evidentemente dei
riferimenti ben precisi con le vicende politiche che il Paese attraversa.
Dopo la cacciata delle sinistre dal governo nel 1947 è la
Democrazia Cristiana che dirige l'intera vita politica italiana.
Con governi monocolore, di centro destra o di centro, a seconda
delle opportunità politiche e delle maggiori o minori pressioni
che vengono da parte dei potentati economici e di coloro che
detengono vecchi o nuovi privilegi, la DC mantiene tutto il
potere e come una piovra si insinua ai vertici di tutti i posti che
contano. Evidentemente tutto questo gli è permesso dal padronato nazionale ed
internazionale perché sotto una parvenza populistica questo partito garantisce
una continuità di fondo con il
regime fascista (amministra le stesse leggi, con gli stessi magistrati, con gli
stessi direttori generali e capi divisione, con lo
stesso esercito). I privilegi sono sempre dalla parte di chi li
aveva avuti nel passato; in più si comincia ad affermare una
borghesia che non ha niente a che fare con quella imprenditoriale dei paesi
europei d'oltralpe; questa borghesia è quella
parassitaria che molto bene oggi conosciamo e molto cara oggi paghiamo.
All'ombra della DC tutto è lecito: il sottogoverno prospera, gli scandali si
moltiplicano ed anche qui si gettano le basi
di tutti quegli altri scandali che oggi stanno venendo alla luce (19) [si noti
che queste cose le scrivevo nel 1978, n.d.r].
La Democrazia cristiana (segretario Aldo Moro) tocca il culmine della
provocazione quando nel 1960 il presidente della
repubblica Giovanni Gronchi dà l'incarico di formare il nuovo
governo a Ferdinando Tambroni (esponente della sinistra DC).
Questi forma un governo sostenuto dal MSI ( i fascisti). Le sacrosante reazioni
popolari fecero cadere subito questo governo (19 luglio 1960)
ma molti morti tra lavoratori e studenti si dovettero contare
nelle piazze di tutta Italia. Si va così avanti con dei monocolori
sostenuti dall'esterno dai partiti satelliti di sempre (PSDI, PLI, PRI) finché
nel
febbraio 1962 Fanfani forma il primo governo di centro sinistra
composto da DC, PSDI, PRI e con l'appoggio condizionato del
PSI (la collaborazione organica del PSI, anche con responsabilità
governative, iniziò l'anno successivo con Moro presidente del
consiglio). Le cose sembrava partissero bene:
riforma della
scuola media, imposta cedolare sulle azioni, legge sulle pensioni,
unificazione del sistema elettrico con la nazionalizzazione e la
creazione dell'Enel. Si vararono leggi che attendevano da tempo,
si presero provvedimenti che servirono a far marciare più velocemente questa o
quella iniziativa. Ma tutto morì su questo
fervore di attività. Dietro di esso infatti grossi condizionamenti
che venivano dal grande capitale internazionale erano intervenuti
a bloccare tutto. Non solo. Anche quei campi d'attività dove si
era sviluppata una politica autonoma e per molti versi vincente,
ad esempio sui mercati internazionali (ENI, Olivetti, ecc.) ebbero
un brusco arresto. Si aprì completamente l'Italia al capitale
straniero con tutti i condizionamenti politici ed economici che
questo fatto comportava (18). L'Olivetti che era l'industria italiana di punta
del settore elettronico stava immettendosi sul
mercato mondiale dei calcolatori elettronici. Nel 1964 il nostro
governo permise che questa grossa speranza del nostro Paese
fosse acquistata dalla multinazionale americana Fairchild. Per quel che riguarda
poi l'argomento di cui ci stiamo occupando, come già detto, nel '62 fu
approvata la legge
nucleare e fu nazionalizzata l'energia elettrica con la creazione
dell'Enel. Ma nello stesso tempo nell'ottobre 1962 viene assassinato Mattei, un
anno dopo viene liquidato Ippolito, la politica
energetica del nostro Paese passa completamente in mano alle sette sorelle e al
capitale internazionale.
Enrico Mattei
Non intendo qui certamente raccontare tutta la storia di Enrico Mattei ma
solo indicare qualche tappa, qualche momento che
serva a far capire il tipo di politica da lui portata avanti, quali
protezioni aveva, quali interessi intaccava e quindi il perché è
stato eliminato.
Abbiamo già ricordato che nel 1945 Mattei fu messo a capo
dell'Agip perché la liquidasse. Frugando però tra i documenti
riservati dell'ente ne trovò uno che parlava della scoperta di un
giacimento di metano fatta nel 1944 in un paesino della Val
Padana.
Questa scoperta era stata tenuta segreta alle autorità
tedesche di Milano. I lavori erano stati sospesi in attesa dell'esito della
guerra. Il rinvenimento di questo documento fu la base
di lavoro di Enrico Mattei e dell'Eni. Cominciarono quindi le
prime ricerche e si cominciò a trovare il primo metano nella
pianura padana. Mattei riuscì subito a vincere la guerra con i privati
che chiedevano concessioni. Grazie ai suoi appoggi politici (era membro del
consiglio nazionale della DC e consultore
nazionale dell'Anpi alla Consulta Nazionale) in particolare del
ministro Ezio Vanoni, riuscì ad ottenere l'esclusiva delle ricerche
e dello sfruttamento in Val Padana.
Mattei sa sfruttare ogni minimo appiglio per dar forza a sé ed
all'Agip. Nel 1949 sfrutta abilmente la scoperta di una piccola
quantità di petrolio in un giacimento di metano. Batte grancassa
aiutato dal «Corriere della Sera»; in Italia c'è il petrolio! Questo
imbroglio durò poco ma bastò il tempo necessario affinché in Parlamento fosse
presentata ed approvata la legge che istituiva l'ENI (1953). La nascita di
questo ente fu certamente una grossa
vittoria contro la Confindustria che aveva tenacemente avversato
la sua nascita e contro le multinazionali del petrolio che vedevano poco
benevolmente il sorgere di un ente di Stato come concorrente. Da questo punto
inizia la scalata di Mattei. Egli «seppe sfruttare nella maniera migliore il
caos della direzione politica
italiana. La sua leva di potere principale fu la DC, un partito
senza un'ideologia se non quella dell'interesse privato, composto
di tendenze ed uomini diversissimi fra loro, uniti soltanto da
un'alleanza per il potere, per mantenere il potere. Mattei s'appoggiò, e quindi
finanziò ora un gruppo, ora un altro, spesso più gruppi insieme. [...] Comprò
consensi anche in altri raggruppamenti politici. [...] La corruzione ha una
parte importante
nella scalata al successo di Mattei» (19).
«Per Mattei non sussistevano né problemi di legittimità, né
problemi di controllo» (20).
Tra l'altro egli «ha insegnato ai suoi successori come si può
comprare la repubblica. È stato il più grande corruttore di
questo Paese» (21).
Ad un certo punto Mattei capì che il bluff del petrolio Italiano non
poteva durare. Incominciò allora a rivolgersi ai Paesi
produttori di petrolio. Evidentemente, nel cercare di penetrare in
zone già di fatto monopolizzate dalle sette sorelle, si urtavano
grossissimi interessi. Questo Mattei lo sapeva ma non desistette.
Anzi entrò in concorrenza con le grosse compagnie petrolifere offrendo
ai Paesi produttori condizioni più vantaggiose. «Escogitò una formula per cui
il rischio iniziale della esplorazione
veniva totalmente assunto dall'Eni, di modo che in caso di
completo fallimento delle ricerche
il governo che dava la concessione non subiva alcun danno [...]; se e quando si
trovava il
petrolio in quantità commerciale utile [...] allora il Paese si
assumeva in pieno la qualità di socio: doveva pagare metà del
costo di sviluppo del giacimento e rifondere entro un certo
periodo di tempo le spese d'impianto affrontate dai concessionari stranieri.
Come contropartita il paese produttore diventava anch'esso proprietario di metà
del petrolio e gas naturale prodotto,
oltre a percepire la tradizionale parte del 50% sui margini risultanti tra il
costo materiale ed il prezzo di vendita del petrolio
greggio. [...] L'effetto psicologico di questa innovazione [rispetto
alla classica condizione del solo 50%, n.d.r] fu considerevole: sembrò elevare
la condizione del governo in causa da quella di
collettore di tasse e di oggetto di munificenza a quello di coindustriale, di
socio attivo, senza tuttavia che il governo partecipasse al rischio di una
perdita totale dovuta a una eventuale
assenza di petrolio» (22).
Contemporaneamente alla politica di penetrazione nel mercato
del petrolio, Mattei portava avanti anche un'altra politica, quella
della raffinazione e della petrolchimica. «Basti pensare in proposito
all'azione che egli intraprese nel settore dei fertilizzanti dove
infranse totalmente il monopolio fino
allora detenuto dalla
Montecatini provocando un ribasso del prezzo dei fertilizzanti
dell'ordine del 25-30%» (23).
Mattei ebbe anche il merito di aprire verso i mercati dell'Est
con interscambi particolarmente vantaggiosi per ambedue i contraenti: macchinari
italiani in cambio di petrolio sovietico (tra
l'altro questa operazione di importazione di petrolio dall'Urss
da una parte sottrasse Mattei ai ricatti del monopolio delle
grandi compagnie petrolifere, dall'altra svincolava l'Italia dal
pagamento di una parte del greggio con valuta pregiata, dall'altra ancora
riforniva l'Italia con petrolio che costava molto meno
rispetto a quello del monopolio delle sette sorelle).
Anche su questo fronte Mattei fu duramente attaccato sia in
Italia che all'estero: vi furono continue proteste americane a
livello del nostro governo.
E quando espose la sua linea di
politica energetica, difendendo le sue scelte, in un convegno a
Piacenza (1960), un alto funzionario americano del monopolio
del petrolio si meravigliò con P.H. Frankel del come mai nessuno avesse ancora
trovato il modo di far uccidere Mattei. I
primi grossi scontri di Mattei con le multinazionali del petrolio
iniziarono comunque nel 1957.
La Francia aveva scoperto nel Sahara, in territorio algerino,
grossi giacimenti petroliferi. L'Algeria era allora possedimento
francese e pertanto gli americani non potevano intervenire scopertamente contro
qualcuno o corrompendo qualcun altro. Essi
agirono su due fronti, da una parte finanziando il Fronte Nazionale di
Liberazione algerino (è incredibile che gli Usa sembrino
rispettosi della libertà di un popolo!) e dall'altra chiedendo
ripetutamente all'Onu che si votasse una risoluzione favorevole
alla sua indipendenza politica. Di fronte a queste manovre la
Francia cedette ad un accordo con le compagnie petrolifere
relativo allo sfruttamento del Sahara. Mattei cercò di inserirsi
nell'affare trattando con il re Idris di Libia in modo da ottenere
concessioni per la ricerca e l'eventuale sfruttamento nelle zone di
Sahara confinanti con quelle algerine. All'inizio tutto andò bene. Ci si accordò
su tutto ma, all'ultimo momento, intervennero
gli Usa a bloccare ogni cosa. Fu la Esso a far pressione direttamente sul
governo americano perché intervenisse su quello libico. Comunque Mattei non si
fece scoraggiare. Riuscì a firmare
accordi per il Sahara tunisino. Concluse poi contratti con la
Somalia, con la Nigeria, con il Marocco, con il Ghana, con il
Kenia e con l'Uganda. Il 6 novembre del 1962 doveva firmare
un accordo con l'Algeria ormai indipendente per lo sfruttamento
del Sahara algerino. Era un fervore di iniziative che sempre più
preoccupava il cartello americano.
Anche in Italia l'Eni si espandeva vistosamente: il cane a sei
zampe comincia ad interessarsi anche di nucleare ed acquista,
dalla Gran Bretagna, il reattore di cui già abbiamo parlato.
Chioschi di vendita, raffinerie, motel dappertutto ed in particolare grosso
impegno economico-finanziario in Sicilia, intorno a
Gela. Fu proprio al ritorno da un viaggio in Sicilia che il suo
aereo privato esplose in aria, prima dell'atterraggio, all'aeroporto di
Milano. Era il 27 ottobre 1962. Da soli sei giorni Mattei era
tornato dalla Sicilia e questo secondo viaggio non sembrava in
alcun modo previsto. Fu sollecitato dal «suo collaboratore»
siciliano Graziano Verzotto il quale gli prospettò il pericolo di
disordini popolari nel comune di Cagliano (nel quale Mattei
aveva pubblicamente promesso di costruire uno stabilimento che
avrebbe occupato 400 operai) se non fosse subito intervenuto a
tranquillizzare la popolazione.
Qualcuno però dice che Mattei si recò in Sicilia per finanziare
alcuni esponenti libici che preparavano il colpo di Stato contro
re Idris (questo colpo
di Stato avrebbe riaperto a Mattei l'opportunità di sfruttamento del Sahara
libico). In ogni caso mentre
Mattei non si concedeva sosta per cogliere ogni occasione che
avrebbe fornito petrolio all'Italia a scapito del monopolio petrolifero, le
compagnie che si sentivano danneggiate preparavano
con sempre maggiore cura l'eliminazione di Mattei dalla scena.
«Di certo si può dire che da vari mesi all'Hotel delle palme di
Palermo aveva preso alloggio Max Corvo, un agente del Fbi che
faceva parte dei servizi di controspionaggio americano dal 1943.
Corvo, all'epoca dello sbarco alleato in Sicilia, aveva preso contatti con
esponenti della mafia locale. Il governo americano si
servì infatti della massa di italo-americani e soprattutto di siciliani che
vivevano negli Stati Uniti come arma di penetrazione,
per garantirsi certi risultati, frenando ogni movimento di liberazione che
avesse fini rivoluzionari e assicurandosi il controllo
dell'Italia meridionale. In questo trovò un valido appoggio nella
mafia. Michele Pantaleone, noto esperto di cose di mafia [...]
ha fatto interessanti rivelazioni» (24) tirando pubblicamente in
ballo l'oriundo siciliano Carlos Marcello (vero nome Calogero Minacori) che era
comunemente ritenuto un agente della Cia. «Mi
risulta che Marcello nell'ottobre 1962 prese parte ad un convegno segreto a
Tunisi, organizzato da petrolieri americani. Dopo
il convegno, con un certo Badalamenti, Marcello
passò da Tunisi ad Algeri, da qui a Madrid e quindi a Catania. Carlos Marcello
era a Catania due giorni prima della morte di Enrico Mattei» (25).
Così Mattei morì sul suo aereo il 27 ottobre 1962. Di certo
non si sa nulla [alle cose che scrivevo nel 1978 si sono aggiunti i documenti
della CIA relativi a questa vicenda, resi pubblici dall'apertura degli archivi:
secondo tali documenti il piano di eliminazione di Mattei fu progettato e
finanziato dalla CIA medesima, n.d.r] . Di certo dava fastidio a qualcuno che ha
pensato bene di toglierlo di mezzo. Questo qualcuno si è servito
ora della mafia, ora della DC per raggiungere il suo scopo.
D'altra parte i collegamenti tra mafia e DC non sono cosa nuova
perché io debba ricordarli qui. Si ricordi solo la strage di Portella della
Ginestra, Mattarella, Gioia, Lima, Ciancimino; si ricordi l'infiltrazione
mafiosa (Rimi) alla regione Lazio ad opera
della DC (Mechelli), si ricordi la commissione parlamentare antimafia che,
presieduta da un DC, ha perso il suo presidente
perché sospetto mafioso; si ricordi che in tanti anni questa
commissione parlamentare non ha mai messo sotto accusa nessuno: la mafia non
esiste!
L'altro collegamento, quello della DC con le multinazionali e
con i governi che le rappresentano,
è anch'esso troppo noto
perché vi si debba dedicar tempo.
Anche qui basti ricordare un
solo episodio. Secondo una
dichiarazione del fratello di Mattei
«pochi giorni prima dell'attentato
suo fratello ebbe un incontro
estremamente burrascoso con il
presidente del consiglio Amintore Fanfani e con Ugo La Malfa [lo stesso che
all'epoca parlava di
stringere la cinta perché non avevamo il petrolio, ndr]. Fanfani
rinfacciò a Mattei alcune sue azioni e gli riferì che il presidente
degli Stati Uniti gli aveva chiesto ragione della politica petrolifera di Mattei
per gli acquisti del grezzo sovietico. [...] La cosa
evidentemente non dovette far piacere a Mattei che si inalberò e
minacciò il presidente del
consiglio, fra l'altro, di levargli il suo
appoggio all'interno del partito e
di sostenere Aldo Moro» (26).
«La scomparsa repentina di Mattei nell'ottobre del 1962, in
un momento particolarmente delicato e quando l'ente da lui
presieduto era fortemente impegnato
dal punto di vista finanziario non solo in Italia ma all'estero, segnò il
tracollo della sua
politica. I suoi successori non
poterono o non vollero seguire la
stessa politica segnatamente nei riguardi delle grandi compagnie
del cartello. Pochi mesi dopo la sua scomparsa, il suo successore
già siglava un armistizio con la più agguerrita delle compagnie petrolifere:
la Esso. Dopo d'allora la politica dell'ente è mutata
radicalmente anche nei suoi aspetti nazionali» (27).
Con Mattei moriva il punto di forza della politica dell'indipendenza
energetica del nostro paese.
Felice Ippolito
Delle vicende che hanno portato Ippolito al vertice del CNEN
ho già parlato. Restano da raccontare le vicende che portarono
Ippolito in prigione e quindi fecero morire ogni velleità dell'Italia di
rendersi autonoma da un punto di vista energetico ed in
possesso di tecnologie da poter esportare.
L'11 agosto 1963, mentre Ippolito era in vacanza ed il CNEN
nel letargo estivo, uscì sul «Corriere della sera» un articolo che
diede inizio alla «guerra nucleare». L'articolo, su due colonne,
aveva il titolo Elettricità ed energia nucleare e più in basso in
grossi caratteri Dilapidazioni denunciate da Saragat. Già, il nome è
proprio quello che avete letto: Saragat. Ma che c'entra
questo personaggio? In ogni cosa americana c'è sempre il suo
zampino e siccome questa è una cosa americana ecco Saragat.
Il nostro ex presidente della repubblica aveva
diramato una
nota tramite un'agenzia del suo partito (quello socialdemocratico - PSDI) ed il
«Corriere della sera» l'aveva ripresa e riassunta.
In questa nota si sostiene che l'Enel è quanto di meglio ci si
possa attendere sul piano
produttivo ed organizzativo mentre il
CNEN amministra in modo a dir poco disinvolto i soldi che lo
Stato gli passa. Saragat così prosegue:
«La
verità è che negli enti
che predispongono spese per la parte atomica occorrerebbe gente
responsabile che conoscesse la materia, vale a dire studiosi seri,
affiancati da amministratori oculati. Nel campo dell'energia nucleare sono
avvenute, in Italia, dilapidazioni che meriterebbero
un'analisi più approfondita e che, in ogni caso, non possono
essere più tollerate. Il pubblico denaro deve essere amministrato
con oculatezza e con senso di responsabilità».
Prendendo poi in considerazione le centrali nucleari italiane
, Saragat sosteneva che esse dal
punto di vista economico erano
un vero disastro. Secondo Saragat
la costruzione di centrali
nucleari per la produzione di
energia elettrica era assimilabile
alla costruzione di una segheria
con l'intento di produrre segatura. Fin qui il capo del PSDI. Naturalmente resta
da capire da chi
gli era venuta l'imbeccata visto
che Saragat di queste cose era
assolutamente digiuno e non se ne
era mai occupato. Questo
forse resterà un mistero a meno
che non si voglia indagare a
fondo sui viaggi negli Usa fatti da
questo personaggio e sui flussi di denaro nelle casse dell'ex PSDI. Lo stesso Ippolito
dice che
«fra
tutte le azioni convergenti contro di me è stata
certamente preminente l'azione svolta dalle multinazionali petrolifere»
(28). «I petrolieri desiderosi di smistare barili e
costruire nuovi
impianti di raffinazione, avevano tutto l'interesse che l'Italia non sviluppasse
una politica nucleare alternativa al
petrolio. E il mio tentativo di creare un'industria nucleare italiana urtava
appunto gli interessi delle "sette sorelle", i grandi
gruppi — integrati — che, coprendo tutto il ciclo del petrolio,
dalla ricerca alla vendita del prodotto finito, dominavano il mercato mondiale.
Né era gradito alle grandi compagnie americane costruttrici di reattori e agli
ambienti conservatori (per non
dire
reazionari) italiani, che non vedevano di buon occhio l'affermarsi di un ente
dinamico e moderno, qual era il CNEN» (29).
Le accuse di Saragat ebbero l'effetto di mettere in moto immediatamente tutta
una serie di reazioni (intanto Ippolito, trovandosi in crociera e non essendo al
corrente dell'attacco a lui
rivolto, non ebbe modo, subito, di
difendersi), reazioni che
, grosso modo, andarono dal plauso più
sfrenato da parte della
destra economica e politica, all'indifferenza apparente da parte
di alcune forze centriste, e ancora alle critiche moderate ma al
sostanziale appoggio da parte della sinistra e dei repubblicani.
Saragat non aveva comunque finito di sferrare il suo attacco. Si
fece ancora intervistare, scrisse senza sosta articoli, dettò note.
Quello che Saragat sosteneva era che il far funzionare ancora le tre centrali
nucleari italiane era assolutamente antieconomico
viste le perdite nella produzione del Kwh nucleare rispetto a
quello prodotto dalle centrali tradizionali; inoltre il segretario
generale del CNEN, professor
Ippolito, amministrava tanti miliardi senza di fatto alcun controllo poiché il
ministro (che presiedeva il CNEN) non si occupava di questi problemi. Tra
l'altro in riferimento alla scelta nucleare in sé Saragat, allora, sosteneva
(in una intervista al «Corriere della sera»):
«Gli
ambienti che
difendevano il Comitato Nazionale ed il professor Ippolito sembravano persuasi
che, per addestrare i tecnici italiani, fosse
indispensabile comperare all'estero ed installare sul nostro territorio varie
centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, sebbene i prezzi di
quest'ultima non fossero competitivi. Solo così l'Italia, essi dicevano,
terrebbe il passo con i paesi più
progrediti. Questo ragionamento era assurdo. La strada da seguire era ben
diversa ed era quella della ricerca applicata. Pensare che per formare i tecnici
destinati all'impianto delle future
centrali nucleari, che avrebbero prodotto energia elettrica a prezzi
competitivi, fosse necessario
spendere 200 miliardi per i tre
complessi del
Garigliano, di Latina e di Trino Vercellese o
addirittura
mettere in cantiere una seconda generazione di centrali nucleari per uno o due
milioni di chilowatt, spendendo altri tre o
quattrocento miliardi
prima che
la competitività
fosse
raggiunta, era manifestare un'opinione molto modesta sui tecnici italiani.
Bastava vedere quel
che avevano
fatto Germania,
Svizzera, Belgio e Austria. Se il maggior onere per la produzione
di energia elettrica conseguente alla costruzione delle tre centrali
atomiche italiane fosse stato destinato alla ricerca applicata, i
risultati sarebbero stati molto maggiori».
E
neanche a pensare che Saragat fosse come lo descriveva Scalfari sull'«Espresso»
il
25 agosto:
«Mente bislacca,
nevrotico in
preda a
turbe alternate
di euforia e di depressione». Saragat perseguiva un fine ben
preciso ed era sicuramente guidato da qualcuno. Tra l'altro egli
non si muoveva da solo ma almeno in tandem con Preti, altro
socialdemocratico e sostenuto da
una campagna di stampa de
«Il sole-24 ore» (giornale allora della Edison) iniziata già da
molto tempo. Preti, parlando a Cattolica, aveva iniziato l'attacco più subdolo
praticamente sostenendo che Ippolito, segretario
generale del CNEN, non poteva
essere contemporaneamente consigliere d'amministrazione dell'Enel: la legge lo
impediva. Ed
ecco come si sposta tutto il
discorso: dalla polemica sui costi di
gestione del nucleare (che poteva
avere un senso), agli attacchi
personali per sviare l'attenzione
dell'opinione pubblica su aspetti scandalistici
che sulla questione in oggetto non c'entravano nulla. Sabato 31 agosto il
ministro Togni, non lasciando ad Ippolito tempi per la difesa o per eventuali
opzioni tra una carica e
l'altra, fingendosi scandalizzato
per una cosa che già sapeva e
che sapevano tutti anche se tutti
aveva scandalizzato, emise un
comunicato con il quale Ippolito
era dichiarato sospeso dal suo
incarico al CNEN. Il 14 ottobre il
consiglio di amministrazione dell'Enel sostituì il nome di Ippolito con altro
nominativo.
«Nel frattempo un miscuglio di rivelazioni della stampa, di
inchieste più o meno sommarie, di voci e indiscrezioni aveva
sollevato dubbi sulla correttezza amministrativa della gestion del
Cnen, della quale Ippolito era l'unico o il principale imputato.
Una commissione d'indagine, nominata
il 2
settembre a
tamburo battente dal ministro
Togni, rimetteva il 15 ottobre le
sue conclusioni. Esse apparvero
tanto gravi da risvegliare l'interesse della magistratura per l'apertura di un
processo penale.
Con queste battute finiva, più o meno, lo scandalo nucleare e
cominciava lo scandalo "Ippolito", pericoloso per l'interessato,
assai meno per gli altri. Delle iniziali accuse Saragat: dilapidazione e
sperpero di pubblico denaro da parte del Comitato
Nucleare
non si sarebbe più parlato. Sarebbero venuti a galla il
"peculato", "l'abuso in atti d'ufficio", le
"distrazioni" e "l'interesse privato"» (30). Tra l'altro
Ippolito venne accusato di aver
usato una camionetta del CNEN per i suoi spostamenti personali
quando era in vacanza a Cortina e di aver fatto stanziare dei
fondi a favore dello storico Vittorio De Caprariis perché scrivesse una storia
d'Italia attraverso la storia delle varie tappe del
pensiero e delle realizzazioni tecnico-scientifiche (storia ancora mancante!).
Gli ambienti della ricerca scientifica italiana solidarizzarono subito
con Ippolito. Vi furono prese di posizione dell'Associazione
sindacale dei ricercatori di fisica (Asrf), da parte di quasi tutti i professori
cattedratici di fisica italiani e da parte di molte altre
personalità del mondo della politica e del giornalismi.
Il 14 novembre
1964 fu organizzata a Roma, al
Ridotto del
teatro Eliseo, una manifestazione in sostegno di Ippolito. Durante questa
manifestazione il professor Arnaldi (tra i più grandi fisici nucleari del mondo
e padre della fisica italiana postbellica), il più eminente
fisico italiano, attaccò duramente Saragat (e le manovre politiche che si
potevano intravedere dietro il suo operato) e difese
puntualmente la politica seguita da Ippolito nel Cnen. In particolare Arnaldi
ebbe a dire che le affermazioni di Saragat (secondo cui la costruzione di
centrali nucleari per la produzione di
energia elettrica era assimilabile
alla costruzione di una segheria
con l'intento di produrre segatura)
avevano meritato a questo
eminente personaggio un solido
posto, in Europa, nel mondo
della barzelletta.
A nulla servi tutto ciò. Ippolito fu condannato a undici anni di
prigione. Con l'eliminazione di Ippolito si distrusse un grosso patrimonio
di esperienze, l'Italia rinunciò ad una via nucleare
nazionale e rimase così da allora
in completa balia degli Stati
Uniti per tutto ciò che riguarda
il nucleare e in senso più lato
per tutto ciò che riguarda
l'energia. Anche qui potenti forze
lavorarono per l'eliminazione di Ippolito. Le sette sorelle del
petrolio in prima fila: l'Italia
doveva continuare a consumare
petrolio ed in particolare doveva
acquistare gli ultimi rimasugli
della raffinazione del petrolio per utilizzarli nelle centrali termoelettriche
dell'Enel con inquinamento doppio rispetto al normale
combustibile (di ciò parleremo più diffusamente nelle pagine
seguenti). Ippolito, inoltre, «fu stroncato da un attacco governativo ispirato
dagli americani, i quali erano disposti a consentire
ed anzi ad utilizzare le ricerche fondamentali svolte in Europa,
ma non ad ammettere concorrenze nella costruzione dei reattori
energetici, sui quali hanno infatti impiantato un solido monopolio» (31). Anche
qui la mafia, sempre al servizio di chi paga
meglio e di chi concede migliori favori (in questo caso le multinazionali), non
fu estranea alla condanna di Ippolito. «Dopo il
"processo Ippolito" il pubblico ministero Remolo Pietroni —che
era stato l'artefice primo della condanna — fece rapidamente
carriera, fino a diventare consulente giuridico della Commissione antimafia
della Camera dei deputati, incarico dal quale è stato
rimosso nel '72, quando sono stati rivelati i suoi legami con
elementi mafiosi. In seguito a queste scoperte, fatte in occasione
del processo a Natale Rimi, Pietroni è stato arrestato nel '73»
(32).
Per concludere questo capitolo, altri due fatti significativi e
qualche considerazione. Dice Ippolito:
«Nel
processo comparve
ad un certo
punto uno strano memoriale contro di me, firmato
da quattro senatori democristiani. Interrogati dal mio avvocato,
dichiararono poi in udienza di aver firmato il rapporto senza
neanche averlo letto; la sua provenienza era l'ufficio studi della
Edison»
(33).
Dice
Amaldi:
«Forse
ci furono errori da parte
nostra e forse,
anche in buona fede magari, dall'altra parte.
Saragat bloccò tutto e poco dopo fu eletto presidente della
repubblica. Ciò fu casuale? È probabile, ma resta qualche sospetto... Se
fossimo andati avanti forse i problemi di oggi [il duro dibattito sul nucleare
iniziato a partire dalla seconda metà degli anni '70, n.d.r.] non si
porrebbero»
(34).
Certo per ottenere la Presidenza della repubblica si farebbe
qualunque cosa, si va negli Stati Uniti, si rompe l'unità dei
lavoratori con la scissione del 1947, si diventa credenti e cattolici,
si lavora
per le
sette sorelle...
Qualche garanzia di
essere
«democratico» bisogna pur darla ai padroni americani!
Con la caduta di Ippolito il Cnen attraversa dei momenti
difficili. Alla sua testa vanno i personaggi più svariati ma rappresentativi di
molti interessi in gioco nel settore nucleare. A far
parte della commissione direttiva del dopo Ippolito va anche A.
M. Angelmi. Questa commissione anziché funzionare come promotrice di studi ed
iniziative, anche rivolte a correggere il tiro di
Ippolito, lavora esclusivamente per bloccare ogni iniziativa. Dopo il 1969 la
catastrofe completa: scade il mandato alla commissione direttiva che non viene
rinnovata. Non si fanno altri piani
quinquennali ma con i pochi soldi che si hanno a disposizione a
malapena si riescono a pagare gli stipendi. A questo punto
subentra pesantemente l'Enel che proibisce al CNEN qualunque
iniziativa nel settore nucleare. Infatti nel 1970 è l'Enel ad ordinare la
quarta centrale italiana, quella di Caorso da 840 Mw (la
sua entrata in funzione era prevista nel 1975 ma è avvenuta
soltanto verso la metà del 1978).
Ancora un po' di storia: l'Enel
Abbiamo già detto che uno tra i provvedimenti più importanti
del primo governo di centro-sinistra fu la nazionalizzazione dell'energia con la
creazione dell'Enel. A questo ente furono affidate, su tutto il territorio
nazionale, le attività di produzione,
trasporto, trasformazione e distribuzione dell'energia elettrica (e
quindi all'Enel furono anche date in gestione le tre centrali
nucleari italiane che stavano per entrare in funzione). Questo
provvedimento di estrema importanza seguiva a più di un anno
l' altro provvedimento
che il precedente governo aveva preso
cioè quello dell'unificazione delle tariffe elettriche sul territorio
nazionale (maggio 1961).
La nazionalizzazione comportò da parte del nostro governo
indennizzi faraonici alle industrie private che erano proprietarie
degli impianti con un blocco di ingenti capitali in un momento
di grossa espansione della nostra
economia. In Italia non si era
proceduto come in altri paesi
nazionalizzando l'energia subito
dopo la guerra per la gravissima
opposizione della solita destra
economica e politica capeggiata dai
liberali e sostenuta da molti
ambienti democristiani. Subito dopo
la guerra la gran parte
degli impianti erano distrutti e il
rilevarli allora sarebbe costato molto poco, tanto più che gli industriali
privati riuscirono a
ricostruirli con sostanziosi aiuti
e notevoli facilitazioni del governo. «La decisione allora presa di non
procedere alla nazionalizzazione fu veramente gravissima. Noi non esitiamo a
credere che
se in quell'epoca si fosse rotto il fronte padronale con un provvedimento di tal
tipo sarebbe stato diverso lo svolgimento democratico di tutta la politica
italiana in quanto è certamente dagli
utili della gestione elettrica che
è venuta alla destra economica
italiana quella potenza finanziaria
che ha permesso il crearsi ed
il
rafforzarsi di
potentissimi "gruppi
di pressione"»
(35) E
i
padroni dell'energia in Italia praticamente rivendevano a prezzi
astronomici quanto precedentemente avevano ricevuto in regalo
proprio dall'attuale acquirente. Ma
il fatto più interessante è che
questa vendita al governo viene
effettuata quando le industrie
elettriche non si oppongono più se
non a parole (hanno da
investire in altri settori ed in
particolare in quello chimico)
.
«II motivo è evidente: fino a che i bacini naturali dell'arco
alpino hanno fornito riserve di energia a buon mercato ed hanno permesso lo
sfruttamento di impianti a costi di combustibile
e di esercizio irrilevanti, l'affare è stato molto vantaggioso.
Una
volta esaurite le possibilità idroelettriche, data l'incertezza relativa ai
costi del rifornimento di combustibile per alimentare gli
impianti termoelettrici (vedi crisi del Medio Oriente), l'attrattiva
di grossi profitti viene completamente a cadere» (36).
Relativamente poi al campo nucleare, siamo appena agli inizi
non c'è prospettiva certa e pertanto alle industrie elettriche non
va di rischiare. Ecco allora l'affare della nazionalizzazione tra
l'altro strombazzato come grosso successo del PSI, come grossa
contropartita al suo appoggio al governo. Nasce così l'Enel ma
già con grossi equivoci e condizionamenti iniziali. Furono chiamati ai vertici
di questo ente tutti coloro che per vent'anni avevano avversato la
nazionalizzazione. Tutta questa gente, alla
testa della quale c'era l'avvocato Di Cagno, non fece altro che
portare avanti la stessa politica che per tanti anni era stata
dell'industria
privata.
«Come si poteva trasformare l'avvocato Di Cagno — che
aveva palesemente contrastato l'operazione fino a pochi mesi
prima — in un programmatore? Che garanzie potevano dare in
tal senso i vari consiglieri, i Magno e i Lanzarone, che i giochi
dei partiti e delle correnti avevano portato alla testa dell'ente?
Che cosa era stato Angelini, se non un buon esecutore tecnico degli ordini della
Finelettrica o dell'IRI? E ciò senza tener conto delle
varie influenze che l'Unione petrolifera avrebbe esercitato» (37).
Esempio
di questa continuità di una politica di tipo privatistico
è il
costo elevatissimo
degli allacci
in campagna.
Questo alla
faccia della tanto decantata elettrificazione rurale.
Questo ente inoltre ha, in soli dieci anni e per ubbidire a ben
note logiche di sottogoverno, raddoppiato il suo personale con
la conseguenza che l'incidenza di ciò «sul costo del chilowattora
prodotto è doppio di quello dell'ente elettrico inglese e maggiore
di 1/3 almeno di quello francese» (38).
Ma la cosa più grave e della quale parleremo più diffusamente
nelle pagine seguenti è l'abbandono da parte dell'Enel dello
sviluppo idroelettrico, sostituito invece con un massiccio impegno nel settore
termoelettrico. «Nella prima relazione di bilancio
del 1963 l'Enel riteneva possibile la costruzione di impianti idrici
per una produzione (escluso il pompaggio) di 15 miliardi di
Kwh. Entro il 1983 ne avrà però messi in servizio solo 1/3. La
ragione di questo apparente inspiegabile fenomeno potrebbe trovarsi nella
distorsione provocata da una miope applicazione di
criteri strettamente "aziendalistici" dovuta all'esistenza del
sovrapprezzo termico nella struttura tariffaria (elemento di per sé
non negativo perché tende a ridurre la forbice fra i diversi tipi di
tariffa). Per l'Enel infatti
il combustibile continua a costare
come prima del 1973 (13,80 lire al Kg.) e paradossalmente, sotto
questo punto di vista, a causa del notevole aumento del costo
del denaro, un impianto idrico tradizionale è meno conveniente
oggi di quattro anni fa rispetto ad un impianto termico (o
turbogas che costa poco come spesa di primo impianto e molto
come costo combustibile, compensato però interamente dal meccanismo del
soprapprezzo termico)» (39).
C'è comunque, dietro questa scelt,a un'altra forzatura che come al
solito viene dagli Stati Uniti ed in particolare dalle multinazionali del
petrolio.
Dal 1960 al 1974 viene più che decuplicata la produzione di
energia termoelettrica. Ebbene vedremo più avanti che c'è stata
una pesante collusione tra petrolieri, partiti politici ed Enel. I
primi pagarono i secondi affinché si marciasse sulla strada del
consumo a qualunque costo di olio combustibile residuo delle
raffinaziom che avvenivano (ed avvengono) sul nostro territorio.
Su tutti i ritardi dell'idroelettrico, della geotermia, del nucleare «non
possiamo fare che delle illazioni se, o fino a quando
l' inchiesta sull'
eventuale corruzione operata dai petrolieri su uomini politici e sugli
amministratori dell'Enel non sia stata restituita dalla commissione parlamentare
inquirente alla magistratura. E ancorché non si possa, fino a un giudicato
finale, parlare
di corruzione, certamente una coincidenza di interessi vi fu tra i
petrolieri, che desideravano
vendere il prodotto di scarto delle
loro raffinerie, cioè l'olio
combustibile, e l'Enel che comprava
questo olio combustibile inquinante per alimentare le centrali termoelettriche
convenzionali» (40).
Un'altra notazione c'è da fare, prima di concludere questo
capitolo, su come l'Enel ripartisce la spesa tra i suoi utenti.
È
certamente interessante soprattutto
se si va a vedere che, come al
solito, i favoriti sono i grossi
industriali e i più grossi pagatori
sono i piccoli o piccolissimi
consumatori: è un altro indizio della
politica che l'Enel ha portato e porta avanti
.
«Nel
1974 l'illuminazione
pubblica e gli usi domestici coprirono il 23,70% dell'impiego
totale dell'energia elettrica fornendo
però il 32,70% dell'introito totale dell'Enel. L'energia elettrica
serve come bene di consumo [...], ma serve anche come mezzo
di produzione: questa sua duplice natura è l'alibi per finanziare
il processo produttivo a spese dei consumi pubblici e privati.
Se
poi si va a guardare come le tariffe vengono differenziate all'interno dello
stesso apparato produttivo, si scoprono altre cose
interessanti Le utenze delle
aziende produttive che hanno una potenza installata inferiore a 30 Kw coprirono
nel 1974 il 9,76%
del consumo totale di energia elettrica, ma pagarono il 24,96%
del fatturato totale dell'Enel. Questa forte penalizzazione colpì
principalmente gli artigiani, i coltivatori diretti, le piccole e
medie aziende agricole. Una penalizzazione molto più lieve colpì
la piccola e media industria, con potenze installate comprese tra
30 e 500 Kw: consumarono il 13,97% del totale dell'energia
consumata, pagarono il 16,36% del fatturato totale. Per contro
un considerevolissimo premio venne graziosamente elargito alla
grande industria con più di 500 Kw di potenza installata: consumò il 42,15%
del totale e pagò soltanto il 9,7% del totale» (41).
Lo scandalo del petrolio (ovvero la scelta petrolifera)
II 4 febbraio 1974 i rappresentanti dei partiti politici si riuniscono a
Montecitorio. Sono indignati contro i «pretori d'assalto»
perché stanno screditando tutta la classe politica. I pretori Almerighi.
Brusco, Sansa, indagando a Genova sui fenomeni di imboscamento del petrolio
subito dopo la guerra del Kippur (ottobre
1973), hanno messo le mani negli uffici del petroliere Garrone, su
scottanti documenti. Tutti i partiti politici (escluso il PCI) (42)
sono stati finanziati dai petrolieri in cambio di «favori legislativi».
Certo che in Italia il petrolio ha avuto una vita troppo facile
soprattutto a partire dai primi anni '60. La cosa che stupisce è la
notevole quantità di permessi di raffinazione concessi in pochissimo tempo. «Nel
1950 la capacità di raffinazione concessa per decreto era di 7,5 milioni di
tonnellate anno [...] e sale a 90 nel '64,
a 133 nel 1970, mentre quella illegalmente esercitata dalle compagnie al di
fuori di ogni controllo era già di gran lunga maggiore.
L'Italia, sotto i governi democristiani, diventa il santuario della
raffinazione con un indice di 3,1 tonnellate per abitante contro
l'1,52
del Giappone e i 3 degli Usa» (43). A tali valori fa riscontro
un consumo interno di circa 100 milioni di tonnellate per anno
(mentre la capacità di
raffinazione è arrivata a 140 milioni di tonnellate per anno — dati del
1974): cioè circa il 30 % dei prodotti
lavorati (44), specie i più pregiati, viene esportato. Poiché la più
grossa quantità di prodotto che si ottiene dalla raffinazione del
petrolio è l'olio combustibile, per garantirsi i più alti profitti devono
toglierselo di torno subito vendendolo senza l'aggravio delle
spese di trasporto. E da qui nasce il secondo motivo per cui l'Italia è un
paese ambito dai petrolieri; l'Enel è un ottimo cliente. I
residui della lavorazione del petrolio, gli olii combustibili pesanti,
ad alto potere di inquinamento, vengono venduti all'Enel il quale
incrementa la costruzione di centrali termoelettriche in Italia per
bruciare sempre più olio combustibile. Ma tutto questo non basta.
I petrolieri hanno avuto da vari governi dei provvedimenti
legislativi a loro favore che hanno dell'incredibile: un decreto
del 2 ottobre 1967 che assegnava ai petrolieri un contributo dello
stato di 90 miliardi per rimborsarli dei maggiori costi di trasporto del greggio
a causa della chiusura del canale di Suez (45); una
legge del 28 marzo 1968 con la quale si concedeva ai petrolieri di
pagare l'imposta di fabbricazione e l'IGE (Imposta Generale sull'Entrata) con
tre mesi di ritardo; un decreto legge del 12 maggio
1971 con cui furono loro concessi una notevole quantità di
sgravi fiscali ().
Tutte queste cose evidentemente fanno bene rendere conto di
quanto nelle pagine precedenti ho accennato: le sette sorelle nel
nostro Paese dettano letteralmente legge. Dopo essersi tolti di
mezzo Mattei ed Ippolito ci hanno pesantemente fatto scegliere la via del
petrolio condizionando poi le leggi in
modo che fossero sempre a loro favore. In cambio di tutto ciò
quando potevano pagavano, quando non potevano creavano
casi giudiziari ma, l'ultima risorsa era (ed è) l'omicidio.
Ebbene i partiti politici si agitavano in quel febbraio 1974
perché era stata intaccata la loro «onorabilità».
Dicevano:
«Fuori
i nomi dei corrotti, altrimenti basta con lo scandalismo,
statevi zitti». Almerighi, Brusco
e Sansa non chiedevano di
meglio.
Il 9 febbraio
del 1974
degli agenti
in borghese
si recano
all'ingresso della villa del dottor Vincenzo Cazzaniga (abita a
fianco a Cefis, uno dei "liquidatori" di Mattei) ma non lo trovano (è
negli Usa). Contro di lui è
stato emesso un mandato di arresto per corruzione aggravata ed
associazione a delinquere. È accusato di aver corrotto dirigenti
dell'Enel e partiti del centro-sinistra affinché si servissero del
petrolio invece dell'energia nucleare per far funzionare le centrali
elettriche (58).
Cazzaniga è stato fino al 1972 presidente della Esso e della
Unione petrolifera ed era definito
«l'uomo del petrolio americano in Italia». Egli era molto ben introdotto nel
mondo politico,
soprattutto democristiano, tanto da diventare (!) consulente del
governo per i rifornimenti petroliferi.
Il 13 febbraio 1974
vengono inviate 20 comunicazioni giudiziarie per corruzione aggravata:
riguardano i massimi dirigenti
ed i consiglieri di amministrazione dell'Enel (tra cui il presidente
Di Cagno) e gli amministratori dei quattro partiti di centro-sinistra (DC -PSI -
PSDI - PRI).
Il 20
febbraio portano
al presidente
della camera
Sandro
Pertini gli atti di accusa contro ministri o ex ministri che avevano favorito i
padroni del petrolio con provvedimenti legislativi.
Si tratta di: Giulio Andreotti (DC), Giacinto Bosco (DC), Ferrari
Aggradi (DC), Athos Valsecchi (DC), Luigi Preti (ritorna il simpaticone PSDI),
Mauro
Ferri (PSDI).
Seguendo l'iter previsto dalla Costituzione il giorno 21 febbraio inizia
il procedimento davanti alla commissione inquirente.
Il giorno 8 marzo la commissione proscioglie Andreotti,
Ferrari
Aggradi, Bosco e Preti. Rimangono in stato di accusa i più
deboli politicamente: Valsecchi e Ferri.
Ancora oggi comunque anche a questi benemeriti del petrolio
non è accaduto nulla. È del 22 giugno 1977 la richiesta da parte
del PCI di riaprire l'inchiesta sullo scandalo del petrolio, ma si
tenga conto che per alcuni dei ministri in oggetto è già scattata o
sta per scattare la prescrizione poiché i reati
a loro ascritti
risalgono a molti anni fa. E che qualcuno provi a parlare di
qualunquismo quando si dice: «rubano e si assolvono»!
[pensate quanto era ridicolo questo mio richiamo, alla luce di tangentopoli ed
agli attacchi violenti contro i magistrati che hanno fatto fino in fondo il loro
dovere, n.d.r.].
Ebbene i rappresentanti dei partiti politici (escluso il PCI)
presero 45 miliardi per farsi ripetutamente corrompere, mentre
l'Enel, oltre alla primitiva corruzione relativa alla scelta termo-
elettrica e per la quale non ho dati, prese più di un miliardo per
maggiorare il prezzo di acquisto dell'olio combustibile e per
riversare questo aumento di prezzo sulle tariffe pagate dagli
utenti. Anche qui iniziò un'istruttoria il 26 marzo ma, di fatto e
miseramente, essa viene chiusa il 24 ottobre (48).
Concludendo, l'Italia si ritrova con una grossa quantità di
centrali termoelettriche; le è stato impedito di avere un rifornimento autonomo
di petrolio; le è stata preclusa la strada dell'allora alternativa energetica
nucleare; non ha sviluppato né la
geotermia né il solare. Dietro tutto ciò ci sono i padroni americani ed i
governi e gli uomini italiani che sono stati loro fedeli
servitori.
Si tenga bene a mente tutto ciò quando si leggeranno
dichiarazioni di altri governi (ma sempre egemonizzati dalla DC o dagli attuali
eredi)
che ci dicono che oggi è indispensabile il nucleare.
NOTE
1.
Vedi Bibliografia n. 1, pp. 213-4.
2. Ivi, p. 57-8.
3. Ivi, p. 208.
4. Ivi, p.71.
5. Ivi, p. 82.
6. Ivi, p. 57.
7. Vedi Bibliografia
n. 2, p. 31.
8. Vedi Bibliografia
n. 4, p. 157.
9. Ivi. p. 79.
10.
Ivi, p. 184-85.
11. Vedi
Bibliografia n. 2, p. 35.
12. Vedi
Bibliografia n. 4, p. 199.
13. Vedi
Bibliografia n. 1, pp. 115-6.
14.
Ivi, p. 129.
15. Vedi
Bibliografia n. 2, p. 54.
16. Vedi
Bibliografia n. 4, pp. 299-300.
17. Per
una documentazione più esaustiva, vedi Bibliografia n. 5.
18. Il
n. 5 del mensile «Maquis» a p. 53 sostiene che l'operazione
centro-sinistra «è stata una scelta americana in ogni campo, che ha aperto la
strada ad una
vera e propria colonizzazione[...]. Essa è una strategia nata ed elaborata
nell'epoca di Kennedy [...]. Nel corso di una lezione agli studenti
dell'Università di
Harvard, Kissinger ha detto esplicitamente: "...il centro sinistra doveva
servire a fare le riforme per sminuire l'efficacia delle critiche
antigovernative dei comunisti"».
19. Vedi
Bibliografia n. 6, p. 22.
20. Vedi
Bibliografia n. 5, nota 2, p. 189.
21.
Ivi, nota 6, p. 192.
22. Vedi
Bibliografia 10,
pp. 116-8.
23.
Vedi Bibliografia n. 1, p. 58.
24.
Vedi Bibliografia n. 6, p. 119.
25.
Ivi, p. 120.
26.
Ivi, p. 31.
27.
Vedi Bibliografia n. 1, p. 59.
28.
Vedi Bibliografia n. 2, p. 53.
29.
Vedi Bibliografia n. 3, p. 175.
30.
Vedi Bibliografia n. 4, p. 324-5.
31.
G. Berlinguer, La politica nucleare in «L'Unità», 31/7/73.
32.
Vedi Bibliografia n. 2, nota 12 a p. 151.
33. Vedi
Bibliografia n. 3, p. 175-6.
34.
Intervista di D. Sacchettoni de Il Messaggero del 13 aprile 1977.
35. Vedi
Bibliografia n. 1, p. 72.
36. Vedi
Bibliografia n. 7, p. 82.
37. Vedi
Bibliografia n. 3, p. 60.
38.
Ivi, p. 102.
39. Vedi
Bibliografia n. 9, p. 224-5, intervento di L. Bottazzi.
40. Vedi
Bibliografia n. 3, p. 113.
41. Vedi
Bibliografia n. 8, p. 50-1, contributo di Laura Conti.
42. Sul
PCI si cercheranno di fare delle
speculazioni insinuando che una società (Editrice di «Paese sera») ad esso
collegata avrebbe preso soldi. Il PCI ha
sempre smentito recisamente. Vedi in proposito i due articoli su «L'Unità»
del
15/7/1975 («Fare piena luce») e del 5/4/1974 («Nuova secca smentita»).
43. Vedi
Bibliografia n. 5, p. 196.
44.
Dalla raffinazione di una tonnellata di petrolio greggio si ricavano: 445 Kg
di olio combustibile, 203 Kg di gasolio, 110 Kg di benzina, 49 Kg di petrolio
raffinato per illuminazione, 18 Kg di bitume, 4 Kg di lubrificanti, 89 Kg di
altri
prodotti (kerosene, gas, materie plastiche, ...),
82 Kg. di consumi e perdite.
45.
Il favore fatto ai petrolieri fu in seguito rinnovato ed esteso anche a quelli
che non si servivano del Canale di Suez. Per far ciò Andreotti non fece una
legge
apposita ma usò l'articolo 61 di un decreto legge relativo a «ulteriori
interventi e
provvidenze per la ripresa economica dei Comuni della Sicilia colpiti dal
terremoto del gennaio del 1968».
E' incredibile: i terremotati del Belice, loro malgrado, finanziano i
petrolieri
che se la passano male.
46.
Si osservi inoltre che nel 1969 una legge ha imposto di cambiare da carbone a
gasolio il combustibile per il riscaldamento dei condomini.
47.
In alcuni documenti sequestrati l' opera dei petrolieri perché l'Enel
si impegnasse
massicciamente con
le centrali
termo-elettriche, era
chiamata
«Campagna istituzionale per piano propaganda centrali elettriche» oppure «Operazione
Enel». I primi pagamenti iniziarono nel 1963.
48.
Tutti i dati relativi allo scandalo del petrolio sono stati tratti dal vecchio e
serissimo settimanale Panorama (oggi ridotto ad un misero volantini),
numeri: 408, 409, 410, 413; dal testo n° 5 di Bibliografia da pag. 187 a pag.
245; da L'Unità del 24 settembre 1997 e del 22 giugno 1978.
BIBLIOGRAFIA
1
- F. Ippolito - La questione energetica - Feltrinelli, 1974.
2
- F. Ippolito - Intervista sulla ricerca scientifica - Laterza, 1978.
3
- F. Ippolito - Politica dell'energia - Editori Riuniti, 1977.
4
- M. Silvestri - Il costo della Menzogna - Einaudi, 1968.
5
- O. Barrese, M Caprara - L'anonima DC - Feltrinelli, 1977.
6
- R. De Sanctis - Delitto al potere - Samonà e Savelli, 1972.
7
- V. M. Jorio, N. Pacilio - Energia in crisi ? - Guida, 1978.
8
- AA. VV. - Chi ha paura del sole? - Mazzotta, 1978.
9 -
Istituto Gramsci - L'energia del futuro - Editori Riuniti, 1978.
10 -
P.H. Frankel - Petrolio e Potere - La Nuova Italia,
1970. .
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