FISICA/MENTE

 

Siamo alle solite, denunciamo il fatto che in Italia non si fa ricerca. E la ricerca continua a non essere fatta. Certo abbiamo la nostra fetta di prestigio, qualche particella charme non ce la toglie nessuno ... (e la cosa non è ironica perché è comunque estremamente importante lavorare ai confini). Voglio solo dire che la ricerca più semplice che però fornisce ritorni importanti, dalle parti nostre non c'è. Alcuni esempi elementari ? Nel mercato dei cellulari non ci siamo. Non siamo in quello dei computer. Non siamo neppure nei monitor a cristalli liquidi. Più in generale le nanotecnologie, da non confondersi con i trapianti sul cranio di Berlusconi, ci vedono distanti. Le basse temperature allo stesso modo. ... Tutto questo nasce soprattutto dalla cialtroneria della nostra industria che non investe e non sa guardare più in là del guadagno facile ed immediato. Non si può infatti pretendere che l'Università o il CNR (quando sarà ritornato a teste pensanti) o qualunque altro ente di ricerca produca brevetti per ... per cosa ? Se non c'è dietro la richiesta immediata ed articolata di brevetti o modi di produzione ci si ferma a prototipi, magari sofisticati, ma senza ricadute sul mercato. Ma se l'industria del nostro Paese è in gran parte legata a produzioni obsolete di oggetti che tutti ormai nel mondo sono in grado di realizzare, non solo non verrà mai una richiesta di innovazioni sofisticate ma, presto, tutto il sistema non sarà in grado di reggere alla concorrenza di chiunque (lo straordinario è che queste cose le dice il sindacato ma non la Confindustria che si nasconde oggi come sempre in Italia dietro agevolazioni fiscali e richieste di aumenti di produttività per reggere - ma fino a quando ? - la concorrenza internazionale. E neanche a dire che almeno una qualche volontà vi è. Se andate a vedere (e questa parte nelle indagini che via via ci vengono proposte non c'è mai) quanti laureati specifici sono occupati nell'industria italiana, avrete una grande delusione. Non vi sono mai delle équipe interdisciplinari che studiano i processi produttivi ed i prodotti medesimi per innovare in tempi reali. Al massimo vi sono degli ingegneri, soprattutto nell'area gestionale. Ma la ricerca di chimici, fisici, matematici, ... non c'è. E queste persone che vengono sfornate ancora preparate (fino alla nefasta riforma del 3 + 2) dalle nostre università sono ormai destinate allo sfruttamento da parte di Paesi stranieri che poi ci rivenderanno le loro creazioni a caro prezzo. 

La ricerca pubblica poi ... Beh, risulta in buone mani se sono possibili i progetti idioti di costruire un Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) ex novo senza pensare prima ad un censimento di ciò che esiste ed ad un potenziamento di ciò che funziona (senza andare con i soliti inutili interventi a pioggia). E' quasi l'uovo di Colombo: si mette su (senza soldi) un edificio e, per germinazione spontanea vengono su i geni che brevetteranno l'universo. Totò avrebbe detto alla Moratti: "Ma ci faccia il piacere, ci faccia!". E se vi sono dei campioni a dirigere i vari enti così come ho discusso qui.

Una ultima cosa proprio in relazione al brevettare una qualcosa da parte di un nostro ricercatore non inserito in un ente: in Italia i costi (per diritti e gabelle varie) per brevettare qualcosa sono insopportabili. Se poi si tiene conto che brevettare in Italia rende poco, visto che qui non vi sono tradizioni, occorre estendere il brevetto almeno all'Europa. Ciò costa almeno un 50 mila euro l'anno. Non so se è chiaro. Nessun talpone politico è in grado di farsi carico del problema e sollevarlo in tutte le sedi adeguate ?

Insomma siamo ridotti male e non si vedono aquile in giro. Infine si stanno avvelenando i pozzi con la politica del 3 + 2 (per non dir dei crediti). 

Passo all'articolo che discute di queste cose.

Roberto Renzetti


 

Made in Italy, un'economia a basso tasso di 'conoscenza'

Giovanni Ajassa *

da Affari & Finanza del 17 luglio 2006

PTF. Sembra il nome di un additivo per carburanti o la sigla dì un fattore di accrescimento cellulare. E' invece l'acronimo di "produttività totale dei fattori". Si tratta di un importante indicatore economico che misura quanta parte della crescita di un paese non è direttamente imputabile alle quantità utilizzate di capitale e lavoro ma discende da altri fattori. Quali? Tra gli altri: il progresso tecnologico; la qualità dell'istruzione e della formazione; il livello delle infrastrutture, materiali e immateriali; l'efficienza organizzativa delle aziende e della burocrazia.
Da tempo più di un economista sottolinea giustamente come dietro il problema di crescita di cui soffre l'economia italiana ci sia soprattutto un deficit nell'incremento della produttività totale dei fattori.
In un saggio pubblicato nei primi mesi di quest'anno, Salvatore Rossi ha rilevato come nel decennio 1995-2004 la crescita cumulata della "PTF" sia stata pari ad appena l'1,3% in Italia contro il 3,9% in Germania e l'8,5% in Francia. Sulla stessa linea si colloca ora l'analisi del Documento di Programmazione Economica-Finanziaria 2007-2011 che dedica al tema della produttività totale dei fattori un interessante approfondimento.
Attingendo da stime elaborate dalla Commissione europea, il DPEF ci dice che nel quinquennio 2001-2005 l'andamento della "PTF" ha spiegato in Italia appena il 20% del tasso di crescita del prodotto potenziale del paese.
In Germania, nello stesso periodo, la porzione di crescita potenziale determinata dal progresso tecnologico e organizzativo è stata pari a circa il 90%. In Francia il sostegno assicurato dalla dinamica della produttività totale dei fattori rende conto del 55% dell'incremento del PIL massimo sostenibile dall'economia transalpina senza generare tensioni inflazionistiche.
Il Documento di programmazione sottolinea anche come il deludente andamento della PTF in Italia interessi tutti settori e, in particolare, i servizi.
Cosa fare? In Italia più che altrove, per rilanciare la crescita della produttività totale dei fattori occorre accelerare la realizzazione degli obiettivi della cosiddetta "strategia di Lisbona".
Occorre, soprattutto, spingere su concorrenza e su conoscenza, aumentando sia il grado di efficienza nel funzionamento dei mercati e degli apparati organizzativi sia la qualità e la quantità della ricerca, dell'istruzione e della formazione. Si tratta di obiettivi assai impegnativi.
Le realizzazioni sin qui conseguite nell'avvicinamento ai target di Lisbona sono state, non solo in Italia, abbastanza deludenti. C'è un ragionevole scetticismo sulla possibilità che entro il 2010 l'Europa possa divenire l'economia della conoscenza "più competitiva e dinamica del mondo". Ma per un paese come il nostro l'agenda di Lisbona rappresenta comunque un utile riferimento, la mappa di un impegnativo tour che sta a noi percorrere tappa dopo tappa.
Accelerare il progresso tecnologico e organizzativo non è impossibile. Né può valere l'argomento della mancanza di adeguati vincoli esterni che stimolino la realizzazione dell'agenda di Lisbona come invece avvenne per la convergenza ai parametri di Maastricht. La posta in gioco è troppo alta. E' lo sviluppo economico e sociale dei prossimi lustri: uno stimolo endogeno, crediamo, più efficace della minaccia di incorrere in una sanzione comunitaria. 

A ben vedere, qualche passo avanti verso Lisbona l'Italia lo ha fatto. Il Rapporto annuale dell'Istat, ad esempio, ha censito che nel 2002-2005 il nostro paese si è collocato al di sopra della media europea per l'utilizzo dei servizi di e-government da parte delle imprese (73% contro il 56% della UE-15). Certo, si tratta di un piccolo segno in  mezzo a tanti ritardi da recuperare soprattutto sul fronte del capitale umano, delle nuove tecnologie e della ricerca.
In queste aree le carenze dimensionali delle imprese italiane rendono più acuto il fabbisogno di produttività totale dei fattori. Ma anche in queste aree è possibile intervenire. Ne sono un esempio le misure prese alla fine di giugno e volte a incentivare fiscalmente studi, ricerche e brevetti.
Incidentalmente, ricordiamo come le "famiglie" di brevetti registrati dall'Italia presso le competenti autorità americane, europee e giapponesi siano solo 840 contro le circa 7.300 della Germania e le 2.450 della Francia. Sono dati pubblicati dall'OCSE nell'edizione 2006 del Factbook.
L'etimo della parola ci dice che "sviluppo" è ciò che rimuove il "viluppo". E' l'azione paziente di sbrogliare la matassa liberando il filo dai nodi. Per tornare ad avere un più elevato tasso di sviluppo l'economia italiana è chiamata a realizzare consistenti progressi di ordine tecnologico ed organizzativo continuando a sciogliere i nodi che imbrigliano la crepita della "PTF" nel nostro paese.

* Responsabile del Servizio Studi BNL


L'Ocse misura i brevetti


NELL'ULTIMO grafico in basso tra quelli pubblicati, la posizione dell'Italia in un settore cruciale dei cosiddetti Ptf: i brevetti. Il grafico rappresenta un indicatore messo a punto dall'Ocsc e che si basa sui cosiddetti 'brevetti triadici'. Sono quei brevetti che vengono registrati contemporaneamente ai tre maggiori uffici brevetti mondiali: l'Euroean Patent Office Epo), il Japanese Patent Office (Jpo) e
lo United States Patent and Trademark Office (Uspto). L'Ocse ha messo a punto questo indice come misuratore della produttività degli investimenti in R&D che ogni paese mette in atto, misurandone uno dei prodotti più tipici: le invenzioni e la loro registrazione commerciale, i brevetti, appunto. Gli ultimi dati globali disponibili sono quelli relativi al 2002, quando furono registrati 50.494 brevetti 'triadici'. La quota più alta di questi brevetti è stata di provenienza statunitense, con il 36,3%, seguita dall'Europa a 25 con il 32,1% e dal Giappone con il 26,1%.



Fotografia in numeri
I grafici riportati sono tratti dall'edizione 2006 del Factbook dell'Ocse, la pubblicazione annuale che fotografa lo stato dell'arte dei mercati internazionali sui principali indicatori.



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