Questo significa che egli non sia adatto a guidare
il CNR? Quanto devono pesare le pubblicazioni nella
scelta di un manager di alto profilo, come il direttore di
un grande ente di ricerca? Non è una domanda semplice.
Proveremo a rifletterci nel prossimo post. Intanto
attendo i vostri commenti. Sergio
Pistoi
Ancora
contestazioni da parte del mondo
scientifico nei confronti del management della
ricerca italiana, in primo luogo il ministro Letizia
Moratti e il presidente del CNR
Fabio Pistella, di cui si è parlato a
lungo in precedenti post.
[...] Gli studiosi e scienziati scenderanno
domani in piazza in tanti e con tanto clamore PER
DARE UNA SPERANZA al Paese. Per chiedere che il
Paese si riappropri delle proprie chance di
sviluppo, che possa mantenere aperta la via del
progresso non solo economico, ma anche sociale,
culturale e civile.
Il PARADOSSO di questa manifestazione e' che gli
scienziati sono costretti a chiedere quanto ogni
giorno viene asserito da tutti i politici, dalle
forze produttive, dalle autorevoli firme di tutti i
giornali, di destra e di sinistra, di centro-destra
e di centro-sinistra: CHE LA RICERCA ABBIA PRIORITA'
NELLE STRATEGIE del Paese e SIA MESSA NELLE
CONDIZIONI di POTER ESPRIMERE AL MEGLIO le proprie
potenzialità.
[...]
Ecco perché gli scienziati sono costretti ancora
una volta a chiedere che l'impegno della politica
sia serio e duraturo.
Che non si percorrano le strade intraprese dalla
MORATTI di:
- ESCLUDERE I GIOVANI dal sistema della ricerca (4
anni di blocco delle assunzioni);
- che non si RIDUCANO GLI SPAZI DI AUTONOMIA ai
ricercatori (bene primario per rendere realmente di
valore la qualità del lavoro intellettuale)
- che non si amministrino le organizzazioni di
ricerca per sistemare nei punti chiave i propri
uomini di fiducia (SPOIL SYSTEM) ma che valga il
principio del merito scientifico;
- che si alimenti con SUFFICIENTI RISORSE il sistema
della conoscenza (il definanziamento attuale e' uno
scandalo senza precedenti persino per l'Italia);
- che l'idea di mettere la ricerca al servizio del
Paese significa di fatto non trovare scorciatoie del
tipo AZIENDALIZZAZIONE delle istituzioni di ricerca
e ABBANDONO della ricerca di base (mentre in tutto
il mondo c'e' un recupero di valore della ricerca
fondamentale proprio per avere i massimi risultati
sulle ricadute);
- che si dica la VERITA al paese ed agli scienziati,
senza numeri finti, finanza "creativa", e
proclami altisonanti.
Da sempre c'e' una DIFFICOLTA' DELLA POLITICA ad
intercettare le istanze della ricerca, ma in questi
5 anni si e' assistito all'esatto contrario
dell'affermazione di questi principi basilari,
mascherando oltretutto questa azione dissennata con
grandi discorsi di rilancio e giochi di prestigio
(chiacchiere come le abbiamo definite in un
precedente comunicato).
Oltre alle
rivendicazioni sulla ricerca in generale è il CNR, e
il suo presidente
Pistella ad essere al centro del mirino. Non
a caso proprio dalla sede dell'ente di ricerca parte
la manifestazione.
[...] decide
di ritrovarsi sotto il CNR perché in questo ente il
presidente Pistella ha SEGUITO ALLA LETTERA e con
particolare zelo gli intendimenti politici del
ministro: burocratizzazione, accentramento,
riduzione delle autonomie, ma anche atteggiamenti
arroganti e di provocazione nei confronti della
comunità scientifica [...] Inoltre, con un colpo di
mano finale (ignorando le prerogative del Consiglio
Scientifico Generale del CNR) si sta tentando in
questo ente di ridefinire in fretta e furia la rete
di ricerca (nomina di 67 nuovi direttori) e di
determinare un processo di avanzamento nella
organizzazione gerarchica difficilmente
recuperabile.[...]
Nature
stima che almeno 1000 ricercatori potrebbero
partecipare, ma potrebbero essere molti di più. --- Sergio
Pistoi
[Nella foto
(S. Pistoi) una manifestazione di ricercatori del
2002]
Cnr delle mie
brame
Nuove
nomine e dura riduzione degli istituti. Il
presidente Fabio Pistella, in tutta fretta,
ridisegna l’ente. Prima che arrivi il nuovo
governo. Un “colpo di mano” a meno di un mese
dalle elezioni politiche. Con la voglia di
lasciare un segno forte nel Consiglio nazionale
delle reicerche (Cnr). Giocando d’anticipo sulle
mosse del nuovo governo. Così, senza preavviso e,
soprattutto, senza aspettare il parere del
Consiglio scientifico generale, il presidente del
Cnr Fabio Pistella ha tirato fuori dal cassetto le
nomine di undici nuovi direttori di dipartimento.
E ha messo mano a una forte ristrutturazione
del maggior ente pubblico in cui si fa ricerca
sulle più varie branche del sapere, da quelle
scientifiche a quelle umanistiche e in cui
lavorano, a vario titolo, circa ottomila persone
(tremila dipendenti, più una consistente quota di
borsisti e assunti con contratto a tempo
determinato). Ma soprattutto il professor
Pistella ha lavorato d’accetta riducendo
drasticamente il numero degli istituti, ridotti
d’un colpo, da 108 a 67. Il criterio di scelta?
Piuttosto anomalo per un ente di eccellenza della
ricerca pubblica: l’ex direttore dell’Enea,
che tre anni fa ha ricevuto dal ministro Moratti
il compito di riformare il Cnr dopo il
commissariamento, ha guardato in primis alle
dimensioni dei singoli dipartimenti. Curiosamente
non alla produttività scientifica, al numero di
pubblicazioni del singolo istituto o al riscontro
che avevano avuto nella comunità scientifica
internazionale. «Criteri che il presidente
Pistella ha sempre tenuto in scarsa considerazione
anche nella valutazione del lavoro dei
ricercatori, apprezzando di più prodotti di
minore valore scientifico ma ospitati da mostre e
fiere internazionali e testimonianza concreta di
quanto un istituto riesca a “vendersi” alle
aziende», commenta Rino Falcone, ricercatore del
Cnr e fondatore dell’Osservatorio sulla ricerca
che svolge un importante lavoro di monitoraggio,
raccogliendo le voci dei lavoratori della ricerca
italiana. Del resto, il presidente Pistella non ha
mai fatto mistero di volere una maggiore apertura
del Cnr alle aziende private, spendendosi molto a
favore della ricerca applicata. «E spesso a tutto
discapito della ricerca pura e di base», denuncia
Falcone. A testimoniarlo sono gli stessi nomi
degli istituti, spesso mutuati da analoghi
americani. «Come dal modello Usa - continua
Falcone - è mutuato lo spoil system del Cnr dove
assegnisti e precari hanno vita sempre più
dura».
E non è difficile intuire perché. Basta dire che
dal 2002 al 2005 i finanziamenti destinati agli
enti pubblici di ricerca sono stati tagliati del
20 per cento, che il blocco delle assunzioni è
stato prolungato dalla Finanziaria fino al 2007 e
che, nel febbraio scorso, come se non bastasse, il
governo Berlusconi ha varato un decreto che toglie
al Cnr la possibilità di dare nuovi assegni di
ricerca. «Spesso negli istituti del Cnr non
esiste nemmeno un “organico” e quando un
ricercatore va in pensione non viene sostituito,
semplicemente il suo posto viene soppresso»,
racconta un direttore di dipartimento che ci
chiede di restare anonimo. «Avevo con me tre
giovani e brillanti ricercatori - aggiunge - ma
con l’attuale ristrutturazione mi vedo costretto
a trovare loro una nuova collocazione
nell’università o a mandarli a casa. Ed è un
dolore enorme. Il sogno della ricerca fra i
giovani è ancora forte, ma si sta facendo di
tutto per stroncarlo». Così mentre i giovani
fanno sempre più fatica ad entrare nel Cnr, la
ricerca italiana si trova ad essere sempre più
invecchiata, burocratizzata, e gestita in modo
inappropriato. «Il professor Pistella ha portato
con sé una gestione sempre più verticistica,
piramidale dell’ente - rilancia Falcone -, con
un forte aumento della burocrazia interna». Ma
sull’accentramento dei poteri da parte di
Pistella interviene anche il sindacato nazionale
lavoratori della ricerca, l’Usi-Rdb Ricerca,
contestandogli 122 assunzioni di ricercatori,
tecnologi e collaboratori per chiamata diretta (90
per gli istituti e 32 per l’amministrazione
centrale). Il provvedimento è stato firmato
dal presidente il 29 dicembre, ma il sindacato lo
ha avuto solo il 13 gennaio. Insomma Pistella
avrebbe forzato il blocco delle assunzioni ma non
in favore di scienziati titolati o di precari.
«Se fossimo stati informati di questa scandalosa
chiamata diretta - dicono al sindacato - ci
saremmo opposti fermamente e avremmo chiesto
la selezione pubblica, in favore degli assegnisti
ma anche di altri ricercatori e collaboratori
“privi di protezione”». E se a inizio anno
già si alzava l’onda della protesta per i
“metodi da cooptazione”, ora, dopo le nuove
nomine e la riduzione degli istituti, la rivolta
dei ricercatori è diventata un mare in piena.
«Riordino selvaggio dell’ente», «sacco dei
barbari», si legge nei fitti carteggi e in un
forum estemporaneo dei ricercatori. Denunciano e
promettono battaglia, chiedendo per ora di restare
anonimi. «L’unico criterio che è stato usato
per selezionare 67 istituti - scrive un
ricercatore romano - era arrivare sotto i 70,
manipolando pesi e criteri per arrivare a questo
numero, prendendo di mira alcuni istituti che non
si voleva rimanessero». Il fatto più grave?
«Vedere che la produzione scientifica non
conta proprio nulla - risponde scoraggiato il
giovane scienziato -. In questo Cnr puoi anche
vincere il Nobel e aver creato un gruppo di
ricerca di avanguardia, ma non è questo che
conta». E qualcuno, un po’ per protesta, un
po’ per rivalsa, invita a ribaltare il gioco,
spingendo a verificare i curricula dei neonominati
su www.isiwebofknowledge.com,
l’archivio mondiale delle pubblicazioni
scientifiche professionali che permette di
conoscere tutte le pubblicazioni di uno scienziato
e perfino tutte le volte che questi lavori sono
stati citati da altri autori nella letteratura
scientifica. Ma l’invito, un po’ malizioso è
anche a mettere nel motore di ricerca il nome e
cognome dell’attuale presidente del Cnr.
Risultato? Delle 150 pubblicazioni annunciate sul
sito nessuna traccia. A nome Fabio Pistella ne
compaiono solo tre. E, per giunta, non
particolarmente citate.
In
tre pagine viene puntato il dito sulle scelte del governo.
«Più convincente il progetto dell’Unione». Enzo Boschi:
«Il problema? L’età è troppo alta»
Inchiesta
di «Nature»: salvate la scienza italiana
«Poca
ricerca pura, manager sbagliati». La replica: non è una
rivista che ci deve giudicare
-
ROMA - Con un titolo non equivoco («Salvate la
scienza italiana») anche Nature , una delle
più prestigiose riviste scientifiche del mondo,
affronta per quel che le compete la nostra campagna
elettorale. Con un’inchiesta che assomiglia ad una
scelta di campo precisa: più convincente, anche se con
qualche riserva, - scrive infatti Alison Abbott - il
progetto di Romano Prodi, che non le scelte in materia
di ricerca scientifica fin qui adottate dal governo
Berlusconi. Uno schierarsi più «filosofico» che
strettamente politico, perché quello che Nature rimprovera
al governo in carica è soprattutto l’aver
privilegiato la ricerca «industry-friendly», cioè
legata a risultati concreti, immediati, rispetto alla
ricerca pura, di base. Ma non è solo questo, a finire
sotto la lente della giornalista: nelle tre pagine
dedicate all’argomento c’è anche spazio per
l’accumularsi di leggi e leggine che rallentano la
crescita della ricerca italiana, e anche per alcune
scelte di manager compiute da Berlusconi, indicate con
nome e cognome. Da Fabio Pistella, presidente del Cnr, a
Claudio Regis, vicecommissario dell’Enea (Nature
cita anche l’articolo di Gian Antonio Stella,
pubblicato il 2 agosto 2005, sulla falsa laurea di Regis
in ingegneria), fino a Sergio Vetrella, presidente
dell’Agenzia spaziale Italiana. Al primo viene
imputato di avere solo 3 pubblicazioni recenti contro le
150 vantate nel suo curriculum. «Mi sono laureato a 23
anni, ho fatto il ricercatore per i primi 15, poi ho
smesso», si difende lui. A Vetrella si rimprovera
invece l’annuncio di un progetto per costruire un
telescopio sulla luna. «Era solo uno studio sul perché
saremmo dovuti tornare sulla luna, pura teoria», dice
ora lui. Paese dai molti paradossi, l’Italia è al
settimo posto su 140 Paesi del mondo come valore delle
pubblicazioni scientifiche che produce, ricorda Nature
, ma «spende la metà della media europea per
ricerca e sviluppo». Fabio Pistella ammette che in
effetti l’Italia, pur essendo ai primi posti come
produzione scientifica, è fra il trentesimo e il
quarantesettesimo posto al mondo per competitività. «Perché
il nostro tessuto industriale è composto in gran parte
di piccole e medie imprese, perché il sistema
produttivo è basato su prodotti non hi-tech, e perché
le privatizzazioni hanno smantellato le grandi industrie
che facevano ricerca», spiega. Il presidente
dell’Agenzia Spaziale Sergio Vetrella respinge invece
le critiche di Nature : «Abbiamo 2.490
milioni di euro da investire nei prossimi 3 anni, e lo
faremo con una serie di progetti di livello mondiale, ai
quali molti Paesi ci chiedono di partecipare». Sia
Vetrella che Pistella comunque ritengono che la ricerca
pura non sia una priorità, anzi. «Il problema è la
conversione dell’impegno di ricerca in un ritorno per
il Paese», dice il primo. Mentre il secondo è ancora
più secco: «Accanto all’etica della conoscenza e a
quella della partecipazione, io punto anche sull’etica
dei risultati. Noi dobbiamo pensare a come uscire dalla
crisi, non a come la pensa Nature . E
comunque io non riconosco in Nature il
giudice delle cose su cui sto lavorando».
Un’impostazione che l’Unione, se arriverà al
governo, intende invece cambiare con decisione, facendo
ripartire la ricerca pura. Ma anche, sperano i
ricercatori, snellendo i meccanismi burocratici. «La
questione delle nomine è di grande importanza - dicono
Vincenzo Balzani e Piermannuccio Mannicci del «Gruppo
2003», un’associazione che riunisce ricercatori fra i
più citati nella letteratura scientifica mondiale - ma
la qualità delle persone prescelte è sempre più
spesso di livello insufficiente». Enzo Boschi,
presidente dell’Istituto italiano di Geofisica e
Vulcanologia, più che una questione di vertici
inadeguati ne fa invece una questione di età
anagrafica: «Il dramma viene dal fatto che le università
sono in mano ai vecchi: in 5 anni hanno assunto 5 mila
persone, ma sono tutte di età avanzata...».
Apparentemente favorevole alla svolta che Prodi vorrebbe
imprimere al la ricerca, Nature non dimentica
però di sollevare un paio di dubbi consistenti: come
farà il professore a conciliare il suo progetto con i
suoi partner contrari alla sperimentazione sulle cellule
staminali, un campo nel quale l’Italia «ha delle
leggi fra le più restrittive in Europa»? E poi, si
troveranno i fondi in un momento di recessione così
acuta?
Giuliano Gallo
Grazie
di aiutare il presidente Pistella
Il professor Fabio Pistella, in piedi.
Alcuni
di voi si stanno dando da fare per scovare gli articoli
mancanti del fisico nucleare Fabio Pistella. Nel proprio
curriculum trasmesso alla Commissione Parlamentare
incaricata di confermarne la nomina a presidente del
Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), aveva dichiarato
di essere "autore di oltre centocinquanta
pubblicazioni scientifiche" (150). Purtroppo ancora
oggi nei database mondiali ne risultano solo tre (3).
Cercate ancora, e mandate quello che trovate a oche@radio24.it,
ma non gli articoli della sorella del presidente (che c'è
veramente, ed è una ricercatrice).
Berlusconi
- Prodi
nel giudizio di
"Nature"
http://matematica.uni-bocconi.it/interventi/politiche2006/nature.htm
E' una delle
più prestigiose riviste scientifiche internazionali ed è
lei - "Nature" - che ha voluto dedicare
un lungo articolo alla situazione della scienza italiana e
alle proposte dei due schieramenti politici che si
fronteggiano, alla vigilia delle elezioni.
L'autore dell'articolo è una delle principali firme della
rivista, Alison Abbott. Anche il titolo dell'articolo è
significativo: "Salvate la scienza italiana".
Alison Abbott
analizza quali siano le proposte di rinnovamento di un
sistema di ricerca che, pur in presenza di situazioni di
eccellenza, riconosciute a livello mondiale, sta decisamente
sprofondando.
La sua analisi
prende inizialmente in considerazione l'attività svolta da
Prodi, negli scorsi mesi, per capire come impostare il suo
programma. Il leader del centro-sinistra ha convocato una
ventina di scienziati, l'autunno scorso, e ha chiesti (in
una sorta di gioco di ruolo): "se avessimo 400 milioni
di euro in più all'anno per cinque anni, da utilizzare per
aiutare la ricerca italiana, cosa fareste?". La
risposta più condivisa è stata quella di raddoppiare il
numero di ricercatori. L'Italia ne ha la metà rispetto a
Paesi con caratteristiche geografiche e sociali simili. Le
risposte più approfondite sono state raccolte e hanno
formato la base del programma di Prodi su questi temi.
La giornalista
di "Nature" ha allora intervistato
diverse personalità del mondo della ricerca italiana, tra
cui Luciano Modica (ex presidente della Crui - Conferenza
dei Rettori delle Università Italiane - e senatore
uscente), Giorgio Parisi, fisico teorico dell'Università
"La Sapienza" di Roma e Massimo Inguscio, fisico
atomico dell'Università di Firenze. Molti ricercatori sono
apertamente critici nei confronti dell'operato del governo
uscente. Sinteticamente, Parisi afferma che "la
situazione non era delle migliori prima, ma il governo
Berlusconi l'ha di certo peggiorata". Tutti si
lamentano che il governo uscente ha privilegiato la ricerca
"industry friendly", legata a risultati concreti e
immediati, senza capire le potenzialità della ricerca di
base.
L'inchiesta
condotta dalla Abbott non fa sconti e sottolinea, con nomi e
cognomi, come diverse posizioni di potere nelle
organizzazioni scientifiche siano stato politicamente
assegnate dal governo uscente a persone che sembra non
abbiano i titoli e il carisma internazionale per difendere
la tradizione della ricerca italiana. I casi più eclatanti
(citati da "Nature" sono quelli di Fabio
Pistella, Claudio Regis (vice commissario dell'Enea) e
Sergio Vetrella, presidente dell'ASI (Agenzia Spaziale
Italiana).
Un esempio per
tutti: l'attuale presidente del CNR, Fabio Pistella, ha
rivendicato nel suo curriculum di avere 150 pubblicazione
scientifiche. Questo elenco è stato sottoposto al
Parlamento per sostenere la sua candidatura nel 2004. Però,
la rivista "Le Scienze" ha evidenziato
come il sistema ISI (che indicizza tutte le pubblicazioni
scientifiche ordinate per numero di citazioni) ne presenti
solo tre a suo nome. Pistella si è difeso, replicando a
"Nature" che alcune sue pubblicazioni non
erano state citate perchè vecchie e in italiano e che, in
ogni modo, "il ruolo del presidente del CNR richiede
solo competenze manageriali".
(*) Il manifesto 29 settembre 2002
Strategie
stellari
La
nuova linea governativa prevede per l'Agenzia spaziale
italiana, un ruolo sempre più legato all'industria,
soprattutto quella militare. La parola chiave per leggere le
365 pagine del Piano spaziale nazionale, approvato dal
governo il 5 agosto e reso pubblico solo qualche giorno fa,
è «duale». Vuol dire progettare e costruire qualcosa che
possa anche servire a scopi civili, ma puntando soprattutto
a quelli militari
LUCA TANCREDI BARONE
L'uomo a capo
dell'Agenzia spaziale italiana sta facendo arrabbiare molte
persone in Italia e all'estero». Lo scrive Nature nel
numero di giovedì in un breve ma incisivo attacco alla
svolta che il presidente Sergio
Vetrella, nominato dal governo lo scorso novembre,
sta imprimendo all'Asi. Tema del contendere è lo
sbandieratissimo Piano spaziale nazionale (Psn), approvato
dal governo lo scorso 5 agosto e reso pubblico solo qualche
giorno fa. Un corposo documento di 365 pagine che delinea
scelte di fondo che privilegiano sempre di più le
applicazioni militari delle ricerche spaziali. L'accusa di Nature
a Vetrella - a parte un errore: il Piano triennale 2003-2005
prevede un budget di 2,8 miliardi di euro - e non
milioni, come scrive la rivista - è di aver lasciato i
partner spaziali internazionali a «brancolare nel buio»
per quanto riguarda gli impegni già assunti dall'Asi. Nel
Piano, infatti, Vetrella si limita a confermare i progetti
spaziali già in avanzato stato di progettazione - il
satellite per raggi gamma Agile, le collaborazioni con
l'Agenzia spaziale europea per i satelliti come Mars Express
(che andrà su Marte l'anno prossimo), Rosetta (che partirà
a gennaio verso la cometa P46/Wirtanen), Bepi Colombo (su
Mercurio) o Lisa (per lo studio delle onde gravitazionali).
Per tutti gli altri, anche quelli su cui l'Asi aveva già
preso impegni con Nasa e Esa, Vetrella si riserva possibili
ripensamenti.
Un esempio clamoroso è Venus Express, la missione fotocopia
- e quindi a un prezzo molto basso - di Mars Express. Se
entro il 15 ottobre l'Italia non dà l'ok, la missione, già
prevista dall'Esa, dovrà essere cancellata. Non che la
comunità scientifica italiana non sia interessata al
progetto: ben tre esperimenti su sette sono capeggiati da
ricercatori italiani (senza contare le decine che ci stanno
lavorando). All'Alenia di Torino, poi, spetterebbe
verosimilmente l'integrazione tecnica della missione, come
è accaduto per Mars Express. E certo la cosa non
dispiacerebbe ai 2500 lavoratori che stanno per essere messi
in cassa integrazione.
La stessa sorte tocca a Glast, il satellite che in
collaborazione con la Nasa studia i limiti di gravità ed
energia dell'universo, osservandone la struttura. O a Sharad,
per la ricerca d'acqua su Marte, l'unico strumento non Usa a
bordo di una missione Nasa per il pianeta rosso. O gli studi
per il motore a idrogeno di Rubbia che richiederebbero altre
due tranche di finanziamento. Tutti progetti da ridiscutere,
che dovranno competere nuovamente per spartirsi 10 milioni
di euro stanziati nel 2003 per le «nuove iniziative» - che
salgono a 215 milioni nel 2005 e si aggiungono ai 62 milioni
in sospeso per il 2002. «Come, con quali criteri e chi le
sceglierà non è dato sapere», denuncia Giorgio Palumbo.
«Prima almeno per scegliere utilizzavamo la peer review,
il giudizio di altri ricercatori». Palumbo lavorerà ancora
per pochi giorni nella ex divisione programmi scientifici
dell'Asi, abrogata da Vetrella nella riforma che ha creato 5
sezioni (osservazione della terra, telecomunicazioni,
navigazione e localizzazione, osservazione dell'universo,
medicina e biotecnologia), rendendo di fatto indistinguibili
i contributi di pura ricerca da quelli più applicativi. «Se
si smembra la comunità scientifica e la si stacca dal
controllo scientifico - dice Palumbo - si trasforma il
finanziamento alla ricerca in un mercato delle vacche; per
ottenere finanziamenti, gli scienziati si trasformeranno in
questuanti che, pur di far vincere il proprio progetto, non
esiteranno ad arruffianarsi il potere di turno. Questa non
è più scienza: la ricerca è un'altra cosa».
La nuova linea governativa prevede per l'Asi un ruolo sempre
più legato all'industria, soprattutto quella militare, e ai
profitti. «Va osservato come il Piano possa solo connotarsi
come application oriented» - è scritto - e quindi
«coerentemente la struttura strategica è costruita intorno
ai seguenti building blocks: sviluppo di servizi di
pubblica utilità», che secondo il Piano sono soprattutto
«sicurezza, difesa, sorveglianza dei confini»; «sviluppo
della conoscenza scientifica (in cui le infrastrutture
spaziali sono strumentali alla concretizzazione di programmi
scientifici di concezione nazionale, e non il fine ultimo
dell'iniziativa)»; «sviluppo della ricerca tecnologica e
miglioramento della competitività industriale; apporto
nazionale all'indipendenza strategica europea» - dove con
«indipendenza strategica» si sottintende sempre «in campo
militare»; e infine, esplicitamente, «integrazione di
applicazioni e tecnologie a uso civile con quelle per
esigenza di difesa in applicazioni e tecnologie di valenza
`duale'».
«Duale» è il termine chiave per capire la strada
imboccata dall'Asi e delineata nel Psn: vuol dire costruire
qualcosa che possa servire anche per scopi civili -
quelli dichiarati esplicitamente - ma punta soprattutto a
quelli militari. «È il tramonto, temo definitivo - dice
Marco Cervino, dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del
clima del Cnr di Bologna e dell'Associazione scienziate/i
responsabili - della tradizionale distinzione fra ricerca
militare e ricerca civile, distinzione che ha consentito in
passato a una parte di noi scienziati almeno di provare a
organizzarsi per non servire scopi bellicisti. Il Psn elegge
la dualità a fondamento della strategia spaziale italiana».
Non a caso il progetto più citato del Piano è Cosmo Skymed
(vedi box). L'Asi nel triennio si impegna a gestire in
favore del progetto una somma pari a circa 113 milioni euro
proveniente dal ministero della difesa, circa il 5%
dell'intero budget. Non solo: nella tabella riassuntiva
degli impegni, Cosmo Skymed finisce mescolato nelle spese
previste per l'osservazione della terra - che vede infatti
nel triennio lievitare i finanziamenti - senza consentire di
separare quel contributo da quelli puramente scientifici.
A causa della riforma interna, poi, il bilancio 2002 non è
confrontabile con quello del 2001. E benché molti lamentino
la diminuzione dei fondi per la ricerca, è impossibile -
piano spaziale alla mano - fare un confronto diretto vista
l'assenza di un budget specifico per la divisione programmi
scientifici, presente fino al 2001. L'osservazione
dell'universo è l'unico dei cinque nuovi settori che
presumibilmente coinvolgono quasi esclusivamente ricerca
pura. Almeno di questo si può dire che nel triennio è
prevista una radicale diminuzione: dai 114 milioni di euro
del 2002 si passa ai 71 del 2005.
Di certo c'è che Vetrella non sta solo mettendo a
repentaglio la ricerca astronomica finanziata dall'Asi e le
collaborazioni internazionali avviate: il suo è un
tentativo concreto di ostacolare il lavoro iniziato dall'ex
presidente Sergio de Julio. Giovanni Bignami, ex direttore
dei programmi scientifici Asi, e Giorgio Palumbo non possono
più partecipare alle riunioni dello Science Program
Committee dell'Esa che decide sulle future missioni
spaziali europee semplicemente perché Vetrella si rifiuta
di firmare le relative autorizzazioni di viaggio. Bignami e
Palumbo erano stati nominati dall'ex Murst (il ministero
della ricerca, ora confluito nel Miur), non dall'Asi, come
unici due delegati italiani in sede europea.
Per non parlare del blocco dei bandi, «lo strumento che l'Asi
dava ai ricercatori per finanziare nuovi progetti e che
alimentavano idee originali sulla ricerca», come ci ha
detto l'ex presidente de Julio. I bandi sono stati bloccati
per più di un anno e ancora ce ne sono alcuni in sospeso.
Secondo de Julio, il Psn «è la negazione di un Piano,
perché non c'è alcuna visione strategica e mancano gli
obiettivi. E poi il contributo per la scienza è diminuito:
mentre ero presidente eravamo riusciti a portare il
finanziamento per la ricerca dal 15% a circa il 25% del
bilancio Asi, per circa 300 miliardi di lire».
Ma c'è anche la questione cruciale del metodo: in passato
il Piano spaziale nazionale nasceva dal confronto con la
comunità scientifica dei vari settori, che avanzava delle
proposte anche in riunioni pubbliche. Stavolta il piano è
stato compilato in gran segreto - nessuno in Asi è riuscito
a leggerlo prima dell'approvazione da parte del governo - e
nessuno ha potuto esprimere pareri. «Il Piano è stato
elaborato e tagliato da Vetrella, senza consultare nessuno.
Anche il lavoro di un mese che avevamo svolto come divisione
Programmi scientifici è stato ridotto e banalizzato», dice
Giorgio Palumbo.
È mancato anche il parere del comitato scientifico,
obbligatorio per legge, «perché il consiglio scientifico
era scaduto a ottobre 2001», dice Carlo Rizzuto, del
consiglio di amministrazione Asi. Già, ma la nomina del
nuovo comitato doveva farla l'Asi stessa. «Non c'è stato
tempo prima. La nomina l'abbiamo fatta in questi giorni».
Dei nuovi nomi però sul sito Asi non c'è traccia.
(**)
Ente per
l’energia, il vicecommissario (leghista
con
laurea sospetta) che dà lezioni al Nobel