FISICA/MENTE

Per moltissimi anni ho avuto a che fare, nella scuola, con colleghi "psicologi", quelli che con letture improbabili tentavano di spiegare a tutti noi colleghi tutte le patologie di quell'alunno di quei genitori, di quei gruppi sociali, di quei personaggi. La logica era, alla fine, sempre giustificativa ed impediva ogni analisi dei fatti oggettivi perché tali fatti, a loro dire, non erano per nulla oggettivi, in quanto c'era un infinito retroterra che "non si poteva trascurare". E così quando tentavo di dire che tale persona non aveva studiato il Secondo Principio della Termodinamica, avevo sempre il controcanto di chi (forse pettegolo ?) mi spiegava, in successione, che: i genitori si stavano separando, aveva litigato con il partner, era in crisi di crescita, il fratello fumava spinelli, ... Poi mi resi conto che i ragazzi, estremamente più in gamba dei pretesi psicologi, facevano filtrare certe notizie per raggirare le anime candide. Alla fine, le persone serie, che magari davvero avevano infiniti problemi, erano sfavorite rispetto ai venditori di fumo che avevano clienti apprezzati tra i miei colleghi. In relazione a questa parte indisponente di momenti importanti del mio lavoro, riporto questo scritto di Umberto Galimberti che risponde abbastanza alle manie di chi si assumeva ruoli non suoi. Naturalmente noi siamo tutti bravissimi ad importare il peggio dagli USA e, anche qui, non siamo secondi a nessuno.

Roberto Renzetti


Scrive Frank Furedi ne Il nuovo conformismo (Feltrinelli): "La diffusione massiccia della psicoterapia può servire a smorzare le tensioni sociali, ad anestetizzare i possibili conflitti, a ridurre al silenzio le voci di ribellione, ridefinendo le questioni pubbliche come problemi privati dell'individuo".

PSICOTERAPIA O ETICA TERAPEUTICA ?

(Da La Repubblica delle Donne dell' 1 aprile 2006)

... Davvero siamo così vulnerabili che, di fronte ad ogni incertezza della nostra vita, abbiamo bisogno dì un'assistenza psicologica ? io penso di no, e perciò continuo a domandarmi: non è che si va diffondendo anche da noi, come è già diffusa in America, un'etica terapeutica per cui basta che un bambino sia un po' vivace e turbolento che subito viene etichettato come affetto da un "disturbo da deficit di attenzione con iperattività"? Che dire poi degli studenti, che si apprestano a fare l'esame di maturità, che si definiscono "stressati" per aver studiato durante l'anno con una media di un'ora al giorno, e intorno ai quali si affollano i consigli degli psicologi, quando non addirittura quelli dei dietologi e dei medici? Che significa mettere in guardia le donne in procinto di partorire dalla "depressione post partum" iscrivendo preventivamente quel fenomeno naturale che è la generazione di un figlio in uno scenario al confine con la patologia? Davvero i cassintegrati e i licenziati hanno bisogno di un'assistenza psicologica per evitare drammi familiari, e non invece un nuovo posto di lavoro? Che cosa significa questo continuo ricorso al termine "sìndrome" da "ansia generalizzata" per dire che uno è preoccupato, da "ansia sociale" per dire che uno è timido, da "fobia sociale" per dire che uno è molto riservato, da "libera ansia fluttuante" per chi non sa di che cosa si preoccupa? Dai risultati di una ricerca risulta che, negli anni Settanta, la parola "sindrome" non compariva né sui giornali né nelle aule dei tribunali. Nel 1985 faceva la sua comparsa in 90 articoli, nel 1993 in 1000 e nel 2003 in 8000 articoli dì riviste e periodici. Per non parlare poi della parola "autostima" sconosciuta negli anni Settanta e oggi diffusissima nei media, a scuola, nei servizi sanitari, sul posto di lavoro e nel linguaggio quotidiano. Dalla mancanza di autostima oggi si fanno dipendere gli insuccessi scolastici, le demotivazioni in campo professionale, la depressione in ambito familiare, la devianza giovanile nei tortuosi percorsi dell'alcool e della droga, le condotte suicidali. Infine il "trauma", che non è più considerato come una giusta e fisiologica reazione emotiva a un evento doloroso e
sconcertante, ma come il generatore di un progressivo disadattamento alla vita, tale da condizionarla per tutto il suo corso, e quindi bisognoso di assistenza terapeutica.
Ma che cosa c'è sotto questo cambiamento linguistico, per cui esperienze ritenute fino a ieri normali oggi vengono rubricate tra le sindromi psicologiche? A cosa mira questa invasione della psicologia nella vita quotidiana, se non a creare in noi tutti un senso di vulnerabilità e quindi un bisogno di protezione, di tutela, quando non addirittura di cura? lo penso che la patologizzazione di esperienze umane fino a ieri ritenute normali risponda all'esigenza di omologare gli individui non solo nel loro modo di "pensare" (a questo ha già provveduto il "pensiero unico" per cui. come già asseriva Nietzsche: "Chi pensa diversamente va spontaneamente in manicomio"), ma soprattutto nel loro modo di "sentire". E qui non si fatica a scorgere, sotto l'imperativo terapeutico che massicciamente va diffondendosi anche nella nostra società, l'intento di promuovere non tanto l'autorealizzazione, quanto l'autolimitazione degli individui che, una volta persuasi di avere un sé fragile e debole, saranno loro stessi a chiedere non solo un ricorso alle pratiche terapeutiche, ma addirittura la gestione della loro esistenza, che è quanto di più desiderabile possa esistere per il potere. Non è infatti difficile intravedere le potenziali implicazioni autoritarie a cui inevitabilmente porta la diffusione generalizzata dell'etica terapeutica, che è la versione secolarizzata dell'etica della salvezza, con cui le religioni hanno sempre tenuto gli uomini sotto tutela.

Umberto Galimberti

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