Il saggio che qui pubblichiamo fu scritto da Marx per Engels («per
il Generale», leggiamo nel manoscritto, e «Generale» era uno
dei soprannomi familiari di Friedrich Engels in casa Marx); fu scritto nel
1881, e
letto da Engels il 17 agosto di quell'anno. «Ieri dunque finalmente mi
sono fatto coraggio e ho studiato anche senza l'ausilio di libri, i
tuoi
manoscritti di matematica; sono
stato contento di vedere che non avevo
bisogno dei libri» (Engels a Marx a Londra, 18 agosto 1881).
Engels non ebbe bisogno di libri, il lettore non avrà bisogno di molti
commenti,
il testo è quanto mai perspicuo, «la faccenda è talmente chiara
come
la luce del sole» (Engels, lettera citata), che sarebbe davvero un «pedantesco
affronto», per usare una espressione di Galilei, frapporre tra
il lettore ed il limpido testo marxiano le ombre delle minuziose precisazioni
storiche
e tecniche, che sono invece al loro posto nella edizione critica dalla
quale abbiamo tratto il testo tedesco (pubblicato per la prima volta in
K. MARX, Matematičeskie rukopisi (Manoscritti
matematici) nel 1968 a Mosca
dall'
Istituto per il marxismo-leninismo del
Cc del Pcus (Izdatel'stvo
«Nauka». Glavnaja redakcija fiziko-matematičeskoj
literatury); una traduzione
russa, non completa, era invece già comparsa nel 1933 nella raccolta
Marxismo
e scienze naturali, edita a Mosca).
Ci limitiamo perciò ad un breve commento matematico, facendolo
seguire da un commento filosofico non più lungo (la questione investigata,
e risolta, da Marx, è relativa ai fondamenti del calcolo
infinitesimale: cioè
filosofica.
Marx nega un'esistenza matematica
primaria (non riflessa) ai differenziali dx e dy, nega cioè l'esistenza di
infinitesimi attuali, di quantità
infinitamente
piccole ma non nulle. Egli analizza il processo di passaggio
da una
funzione y = f(x) alla sua derivata. Lo analizza dal punto di operativo.
Per prima cosa occorre costruire i1 rapporto incrementale, cioè
il rapporto tra l'incremento f(x1) - f(x) della
funzione e quello x1 - x della
variabile
indipendente: si ha così una funzione, diciamo F(x,x1), che Marx
chiama
derivata provvisoria. Fin tanto che gli incrementi sono finiti vi
è
uguaglianza tra il rapporto incrementale e la derivata provvisoria (tra il
primo
e il secondo membro). Quando invece x1 varia, ritornando al valore
x
di partenza,
mentre a secondo
membro abbiamo una normalissima trasformazione
algebrica, in quanto F(x,x1) diventa F(x,x) (e, nei casi elementari
trattati da Marx, F(x,x1), come funzione di
x1 è perfettamente
definita per x1 uguale a x), a primo membro il
rapporto incrementale perde
un significato operatorio effettivo, in quanto si tramuta nel rapporto
0/0. Tale
rapporto, che con Leibniz scriviamo come «quoziente differenziale»
dy/dx,
è per
Marx allora null'altro che il simbolo della operazione "algebrica"
effettivamente compiuta nel secondo membro: non ha una esistenza
propria. Sono «figure d'ombra senza corpo», «venute al mondo con
una
sola faccia» (einseitig); «seguaci-replica [Doppelgänger] simbolici»
[sono parole
di Marx in un altro manoscritto Matematico, Uber das
Differential
(op cit., p. 54, passim)]
del
processo reale di passaggio da una funzione originaria, f(x),
alla sua "derivata definitiva",
f'(x), processo che si svolge tutto a secondo membro.
Nel manoscritto sopra tradotto, Marx dà quattro esempi. Nel primo
quello della y proporzionale alla x, y = ax (Marx considera però
a parte il caso a = 1), nella "derivata provvisoria" non figu
rano x e
x1, in
quanto
il rapporto incrementale è
costante, uguale
ad a;
in questo
primo caso
, il più semplice di tutti, si
hanno due
peculiarità: 1)
il rapporto incrementale
coincide col suo limite (col rapporto dei differenziali);
2) il procedimento di derivazione si interrompe dopo il primo passo,
perché non più
applicabile
alla derivata (o, ad essere pedanti, applicabile ancora ma con
risultato
zero). Marx considera
poi il caso di una funzione
polinomiale
(caso algebrico in senso stretto), di grado maggiore di uno; in questo
caso
nell'incremento della funzione si può mettere facilmente in evidenza
il fattore x—x1, passando al
rapporto incrementale viene
quindi subito una funzione
F(x,x1) definita per x = x1; il procedimento
algebrico che
si
svolge a secondo membro
acquista tutta la sua ricchezza, pur
restando
tecnicamente molto semplice. Marx si
occupa infine di una funzione " trascendente", la funzione
esponenziale y = ax e constata che un procedimento
"algebrico" (in questo caso, il commentatore pedante preferirà
dire
oggi "analitico") è ancora possibile. Abbiamo omesso il quarto esempio
addotto da Marx nachträglich (in una "aggiunta"), quello di «un
caso nel quale il fattore x1 — x non può essere estratto direttamente
dalla
prima equazione alle differenze
[finite], [che conduce] alla "derivata
provvisoria"». Il caso trattato da Marx nella aggiunta è quello
della funzione
con
il radicale inteso in senso aritmetico (positivo).
Ma, lo ripetiamo, non ci sembra il caso di soffermarci sugli sviluppi
strettamente matematici, e meno che mai sulla non conoscenza di Marx
della fondazione
critica dell'analisi, da Cauchy
a Weierstrass
(tale limite, d'altronde,
mette in grande risalto la genialità di Marx, che arriva in modo autonomo a
criticare, costruttivamente, la fondazione "mistica" del calcolo
infinitesimale). Quando Engels invia a Marx, il 21 novembre
1882, un «tentativo matematico» del
comune amico Samuel Moore, Marx
risponde (il giorno successivo) alla
osservazione di Moore, secondo la quale «the algebraic method is only the
differential method disguised », replicando, che a questo modo, egli potrebbe
mettere da parte tutto lo «svolgimento
storico dell'analisi dicendo che in via pratica nulla è cambiato
sostanzialmente nell'applicazione geometrica del calcolo differenziale [...]».
Si tratta, anche questo lo ripetiamo, di una questione relativa
ai fondamenti del calcolo differenziale, considerato nel suo sviluppo storico,
«cominciando
dal metodo mistico di Newton e Leibniz,
passando poi al metodo razionalistico di d'Alembert e di
Eulero
e concludendo con il metodo rigorosamente algebrico del
Lagrange (che purtuttavia parte
dalla medesima originaria concezione fondamentale di Newton-Leibniz) ».
Abbiamo citato un altro passo della lettera di Marx ad
Engels del 22
novembre 1882; passo che oggi ci viene ben chiarito dalla
pubblicazione,
nel volume dei Manoscritti
matematici, di ampie note di Marx sul « corso
dello sviluppo
storico » del calcolo
infinitesimale (op. cit.,
p. 164 sgg.).
Non
intendiamo qui appesantire il commento illustrando le varie fasi elencate
da Marx nella lettera ad Engels. Ci limitiamo alle prime righe dello
scritto,
dalle quali risulta chiaramente perché Marx parla, a proposito di
Newton-Leibniz (senza fare, come usa Engels, differenza tra i due a
favore
del dialettico Leibniz contro l'empirista Newton), di «calcolo
differenziale
mistico». «x1 = x + Dx
sin dall'inizio viene mutato in x1 = x + dx [...]
dove dx è presupposto [dato] mediante una definizione metafisica.
Prima
esiste,
e poi viene
definito ».
Marx rovescia la fondazione: derivate e differenziali non sono entità
(«sostanze» di tipo metafisico) di
per sé esistenti, bensì simboli di operazioni, e pertanto vengono definiti operatoriamente.
Non c'è dubbio che
la impostazione di Marx si colloca su
di una grande via dì pensiero moderna (Albert Einstein, Norbert Wiener) che
è quella della definizione
operativa; che,
in particolare, nel caso di
una funzione polinomiale
il
"metodo algebrico" di Marx apre la via a sviluppi matematici
importanti
(ai quali certo Marx non poteva pensare, per quel che concerne i loro
contenuti), cioè a una
definizione operativo-formale della derivata di una
funzione polinomiale
a coefficienti in un campo qualunque,
definizione
del tutto indipendente dalle considerazioni di continuità e
di limite che caratterizzano le funzioni di variabile reale. Non c'è
dubbio, più in generale, che
Marx dedica
tanta attenzione
e tanto
sforzo di pensiero
negli ultimi anni della sua vita alla fondazione del calcolo
infinitesimale, perché
trova in esso un argomento decisivo contro una interpretazione metafisico-
mistica della legge dialettica della negazione della negazione.
Vorrei fermare
quindi un
momento l'attenzione su questo
nucleo filosofico
delle riflessioni
matematiche di
Marx. Precisamente, vorrei fare
qualche considerazione sulla nuova luce che i Manoscritti
matematici di
Marx (parlo di quelli relativi alla fondazione del calcolo
differenziale),
gettano su concordanze e su differenze esistenti di
fatto tra il pensiero di
Karl Marx e quello di Friedrich Engels, relativamente alla dialettica
della
natura e alla dialettica delle scienze naturali ed esatte.
Vien fuori
innanzitutto, mi pare, una
conferma del fatto che
Marx
non
limitava la
dialettica alla storia
umana, che
era convinto,
non meno
di Engels,
del fatto
che i processi naturali
e le
scienze che
li riflettono
(o
meglio, li " imitano ") hanno una loro dialettica, e che tra le due
dialettiche,
quella storico-umana e quella storico-naturale, vi è un rapporto
molto stretto. Ho già trattato altre volte questo argomento (per
esempio,
nella Introduzione alla edizione 1967 della Dialettica della natura
di Engels);
la contrapposizione Marx-Engels su questo terreno mi pare del resto
ormai
liquidata,
come contrapposizione diametrale,
dai più recenti studi italiani
su Engels (parlo dei Saggi sul materialismo di Sebastiano Timpanare
jr., di Engels e il materialismo dialettico di Eleonora Fioroni,
e soprattutto del
capitolo su « Engels e la dialettica della natura », che occupa una
posizione
centrale nel quinto volume della
grande Storia del pensiero fìlosofico e
scientifico di Ludovico Geymonat).
Viene, nel tempo
stesso, illuminata e precisata una qualche differenza
(con sue "variazioni" che non consentono schematizzazioni)
tra la concezione che ebbero della dialettica della natura Marx da una
parte, Engels
dall'altra; anzi, per la
inseparabilità di una dialettica della natura da una
generale concezione dialettica, una qualche differenza tra Marx ed
Engels
nel concepire il processo di «negazione
della negazione».
Nella pagina dell'Antidühring
dedicata al rapporto differenziale (alla
derivata), mi pare che Engels batta la strada, che Marx rifiuta in
partenza,
della negazione della negazione come un semplice porre e poi togliere.
«Invece
di x e y io ho, nelle formule o nelle equazioni che
mi stanno davanti, la loro negazione, dx e dy. Ora io
continuo
a calcolare con queste
formule, tratto dx e dy come grandezze reali, anche se sottoposte a certe
leggi eccezionali, e ad
un certo punto nego la negazione, cioè integro la formula
differenziale, al posto di dx e di
dy ottengo di nuovo le grandezza reali x e y, ma non mi trovo di nuovo al
punto in cui
ero in principio; invece ho così
risolto un problema sul quale
la geometria e l'algebra si
sarebbero forse invano affaticate ».
Il
discorso di Engels
è qui piuttosto
assertorio; poiché
il processo
differenziale
non viene chiarito, si ha
l'impressione di una dialettica
ancora
collocata sulla testa, ancora "mistica". Si potrà obiettare, e
penso
con
ragione, che l'Antidühring esce nel 1877-78; che Engels, dopo la
scoperta
di Marx del 1881, avrebbe riscritto diversamente quella pagina.
Tuttavia,
pur accettando per buona la tesi (che meriterebbe qualche verifica)
di una piena comprensione da
parte di Engels
della "demistificazione" dei differenziali operata da Marx
(bisognerebbe, per esempio, leggere e rileggere con rigore filologico e
filosofico la reinterpretazione che
dà
Engels dello scritto di Marx che qui si pubblica nella lettera citata del
18
agosto), resta aperto il problema di una, o più " oscillazioni " di
Engels,
anche
dopo il 1881, relativamente alla concezione dialettico-operativa ("metodo
algebrico di Marx") del differenziale.
Si tratta, a me pare, di due oscillazioni in verso opposto.
Innanzitutto,
perdura
in Engels il gusto di affermare che «rettilineo e curvilineo» sono
«identificati in ultima istanza dal calcolo infinitesimale» (Dialettica
della
natura,
ed. cit. p. 272):
«Quando
la matematica del rettilineo e del curvilineo era
quasi esaurita, una nuova strada, estendentesi quasi
all'infinito
viene aperta dalla matematica che concepisce il curvilineo come
rettilineo
(triangolo differenziale) e il rettilineo
come curvilineo
(curva del primo ordine, con curvatura infinitamente
piccola). O metafisica! » (ivi, p. 274).
Insomma, mentre Marx negava recisamente, come pura
"chimera",
l'idea
di un infinitamente piccolo, per così dire intermedio tra lo 0 e il
finito,
e asseriva "brutalmente" che una differenza o è finita o è
nulla,
Engels
resta legato alla idea di un «infinitesimo non quanto» (come diceva
Galileo) e insieme non nullo, non riesce a staccarsi completamente
dalla
concezione
"mistica" di Leibniz. Dalla parte opposta, c'è un tentativo,
del
resto assai interessante, di Engels (in particolare in un lungo brano
scritto
probabilmente per
l'Antidühring; vedi Dialettica della
natura, ed.
cit.
p. 274
e sgg.) di
dare una
interpretazione naturalistica del differenziale,
paragonando l'infinitesimo matematico
all'indivisibile fisico,
il differenziale alle
molecole e agli atomi.
«Il mistero che
ancor oggi circonda le
grandezze usate
nel calcolo infinitesimale — i differenziali e gli infiniti dei
differenti ordini —, è la migliore dimostrazione del fatto che
si ha ancor
sempre la
convinzione di
avere a
che fare
in
questo campo con pure "libere creazioni e immaginazioni "
dello spirito umano, per le quali il mondo obiettivo non offrirebbe
alcun corrispettivo. E tuttavia siamo proprio nel caso
opposto. La natura offre i prototipi per tutte queste grandezze
immaginarie [...] la natura opera con questi differenziali, le
molecole, proprio nello stesso modo e proprio secondo le
stesse leggi e con le quali la matematica opera con i suoi
astratti differenziali ».
Queste oscillazioni non stupiscono, e tanto meno "scandalizzano". Se
pure
la interpretazione <dgebrico-operativa di Marx del rapporto differenziale
è quella che, oggi più a convince (e meglio ci aiuta, tecnicamente e
filosoficamente),
commetteremmo un grave errore nel considerare chiusa,
chiarita
definitivamente, quella
dialettica discreto-continuo,
quanto-infinitesimo,
che ha travagliato scienza e filosofia per millenni, e che continua a
svilupparsi in forme sempre nuove.
Un'ultima considerazione, di carattere più generale. I
Manoscritti matematici
di Marx ci danno una indicazione metodologica validissima sul rapporto
scienza-filosofia. Marx certo
non "giocava" colla matematica;
nelle
lettere sui differenziali, ci sono anche la questione egiziana o problemi
di economia politica. Egli riteneva essenziale andare in profondità,
nella
questione della fondazione del
calcolo differenziale, perché
intuiva che
quella era la via per chiarire la legge (generalissima) della "negazione
della
negazione", per "pensare meglio" non solo localmente ma
globalmente.
Il superamento della barriera tra le due culture non può e non
deve
essere un enciclopedismo (o impossibile o inutile), ma la piena comprensione
dei fondamenti dei diversi metodi e indirizzi di ricerca, dalla
storia
alle scienze della natura alla matematica, per una reciproca fecondazione
delle diverse, ma non divergenti, " strade di pensiero ".
1. 1. r.