FISICA/MENTE

 

Da www.italy.indymedia.org 

Ratzinger..... credo sia consapevole della inesorabilità della fine della Chiesa

Enzo Marzo

Chi deve iniziare un intervento, si pone sempre il problema dell’esordio. E ieri sono entrato in crisi perché su “L’Unità” ho letto che Mimmo Lucà, membro della Segreteria dei Ds, già alla vigilia del suo discorso d’apertura dell’assemblea dei Cristiano Sociali, era in grado di preannunciare: «Io non so quello che dirò, ma l’esordio ce l’ho già pronto: io farò l’elogio di Papa Ratzinger». L’ho profondamente invidiato. Io purtroppo non me la sento di tessere l’elogio di Papa Ratzinger e quindi mi trovo in grave difficoltà. Per di più vorrei parlare poco di “politica politicienne”. E quindi potrò parlare poco anche del cardinal Ruini.

 

Vi sorprenderà, ma oggi vorrei intrattenervi sulle “parole”. Qualcuno si chiederà: «Ma che c’entra?». Eppure c’entra. Noi in questi anni abbiamo discusso a lungo del degrado del nostro Paese in tutti i campi: nelle professioni, nella ricerca, nell’etica pubblica, nell’economia, nel senso dello Stato. Con Fazio abbiamo toccato il fondo. Vi sorprenderà, ma credo che il degrado maggiore l’abbiano subito le parole. Quando un paese non ha un linguaggio comprensibile e in comune, è destinato all’incomunicabilità, e ancor peggio è esposto alle peggiori truffe. Mai come negli ultimi anni le parole sono state stremate. Eppure tutti dovrebbero ricordare il verso giovanile di Yeats: «Soltanto le parole sono un bene sicuro».

Una delle principali vittime di questa battaglia che abbiamo perso tutti, che ha perso la cultura italiana, è stata la parola “liberalismo”.

Quando da giovanissimi decidemmo di fondare “Critica liberale” – mi ricordo benissimo molti mi disapprovarono sostenendo la tesi che era sconveniente avere nella testata la parola “liberale”. Eravamo nei dipressi del ’68 e la parola liberale era una sorta di bestemmia che non si poteva nemmeno pronunciare, e chi ne aveva il coraggio si attirava immediatamente l’accusa di moderatismo.

E allora doveva perdere molto tempo a spiegare, a distinguere, soprattutto con coloro, ed erano tanti, che non avevano letto i classici del liberalismo, ma solo leggiucchiato qualche dichiarazione di Malagodi sui giornali. Sono passati i decenni, e ci è capitato come a quello che si aspetta un bicchiere d’acqua, e invece è sommerso da un’alluvione. Ora siamo degli alluvionati di liberalismo, di mille liberalismi più diversi. Spesso sono acque sporche. All’epoca insistetti molto, e infine la vinsi, sulla questione di conservare sempre il nome “liberale” nella testata.

Anche perché, poi, chiamarla solo “Critica” mi pareva un po’ eccessivo…

Invece di Papa Ratzinger vorrei citare un grande personaggio che è venuto diciamo sette-otto secoli dopo Papa Ratzinger, dato che la cultura di Papa Ratzinger si può far risalire tra il Basso e l’Alto Medio. Nell’Ottocento Abramo Lincoln scrisse: «Tutti noi ci pronunciamo in favore della libertà ma pur usando la stessa parola, non intendiamo tutti la stessa cosa». Questo è vero.

Tra l’altro, noi non dobbiamo mai criminalizzare questa tendenza: le parole sono e devono essere mobili. Ma ora le parole non sono soltanto flessibili, spesso si trasformano nel loro opposto contrario. Le nostre orecchie hanno dovuto subire veri supplizi. Quando, per esempio, abbiamo sentito Marco Pannella sostenere che Berlusconi e Forza Italia rappresentavano «un movimento liberale di massa». Quando lo abbiamo sentito inneggiare al “liberismo” berlusconiano facendo sedere i radicali in Parlamento accanto al più grosso monopolista italiano, abbiamo capito che le parole disgregate coprivano una vera truffa. E non è stato un fenomeno esclusivamente italiano. Tutti hanno bisogno di usare la parola ”libertà”, perché questa è vincente. Nel 1994 il capo della maggioranza repubblicana al Congresso degli Stati Uniti, con una certa dose di faccia tosta, disse in pubblico: «Decidete quello che volete, anche le cose più sporche, però le dovete incartare nella parola “libertà”». Fu un grande maestro che negli Stati Uniti ha fatto scuola, portando anche a risultati abbastanza gravi.

La prima parola – lo avete compreso è “libertà”. Mi affido a un grande scienziato politico dell’Ottocento, un cripto-liberale che faceva di professione il reverendo, il quale in un suo testo che dovrebbe essere adottato nelle Università, cioè Attraverso lo specchio, il seguito di Alice nel paese delle meraviglie, fa dire a Bindolo Rondolo: «Quando io uso una parola essa significa precisamente ciò che voglio che essa significhi». Alice replica: «sì, però voi potete farlo perché potete usare le parole anche con significati diversi», e Rondolo sentenzia: «Ma il significato alle parole glielo danno i padroni». La parola non è mai neutra, il significato le viene dato dal potere. Il potere è il contrario della libertà. Nessuno come i liberali ha preso in considerazione il fenomeno del potere. Qui non se ne può parlare a lungo, dico semplicemente che il dominio nasce dal dislivello di potere fra gli individui. Tutti gli individui nei loro rapporti registrano una dose di dislivello di potere.

Questo dislivello di potere si chiama dominio, dominio dell’uno sull’altro, che la stessa natura, la società stabiliscono. Il potere, noi liberali, pensiamo che non possa essere eliminato del tutto. Uno nasce figlio di Agnelli, l’altra è bella come la Schiffer, l’altro intelligente come Einstein. L’unica ricetta che oggi ancora funziona, se funziona e soprattutto se viene applicata, è quella della frantumazione, della separazione dei poteri. “Critica” ha fatto riferimento a un liberalismo di tipo “relazionale”.

Invece troppi oggi relegano e limitano il liberalismo all’ingegneria costituzionale o a un sistema economico, che sono tutti effetti del liberalismo, non i suoi presupposti. Il liberalismo è “la mentalità liberale”, cioè è l’affezione, è la passione per la libertà.

Tutto ciò la sinistra italiana non sa neppure cosa sia, perché nella sua componente preponderante ha sempre anteposto alla libertà tutta una serie di altri valori che comportavano anche violenza e costrizione. Io credo che il liberalismo abbia sbagliato quando poi si è fermato troppo sul problema dei rapporti tra lo Stato e l’individuo. Anche se bisogna riconoscere che lo Stato moderno ha avuto il grande pregio di avviare un processo di limitazione dell’influenza di poteri assoluti come quello della Chiesa e della famiglia. E siamo nell’attualità, visto che oggi il discorso sulla famiglia tradizionale ha ripreso fiato. Sotto questo aspetto, hanno le loro ragioni i preti, che sanno bene, come diceva Schopenauer, che senza la possibilità di influenzare i bambini fino ai cinque anni le Chiese perderebbero in breve tempo ogni potere, perché la religione se non viene inculcata in quegli anni si riduce a fenomeno minoritario. La seconda parola è “antagonismo”.

Mi limiterò a leggervi una citazione. Credo che l’antagonismo sia concetto fondativo del liberalismo. Vi leggo questa brevissima frase di Bobbio che fa riferimento a Kant, al fondatore del valore dell’antagonismo. Credo che i liberali presenti l’abbiamo introiettato leggendo Einaudi, cioè la sua esaltazione della “bellezza della lotta”. Ma Einaudi si riallacciava alla grande tradizione liberale che in Italia era per lo più travisata e che – udite udite – fa dell’autore di Prediche inutili, uno dei pochi pensatori di sinistra del Novecento italiano. Scandalizzati? Ma vediamo Bobbio:

«La filosofia della storia di Kant è dominata dall’idea che il progresso della specie umana, come del resto di ogni altra specie animale, consista nel pieno sviluppo delle facoltà naturali degli individui che la compongono; e che il mezzo di cui la natura si serve per attuare questo sviluppo sia il loro antagonismo nella società. Non c’è bisogno di sottolineare quanto questa teoria dell’antagonismo come condizione del progresso si inserisca in tutto il moto liberale che eleverà la lotta, la contesa, la rivolta, la concorrenza, la discussione, il dibattito, a proprio ideale di vita, e contrapporrà società statiche o stazionarie a civiltà dinamiche e progressive secondo che in esse i conflitti siano soffocati o sollecitati. (…) Affinché gli antagonismi si sviluppino e, attraverso gli antagonismi, l’umanità progredisca verso il meglio è necessaria la libertà». Sono parole di grande chiarezza, alle quali si affida la sinistra liberale. Quando Kant distingue le società tra statiche e dinamiche, e sostiene che la differenza la fa il liberalismo, cioè l’antagonismo, egli pone da una parte il quietismo, la conservazione, e dall’altra il conflitto, il movimento. Ma non è proprio questa la differenza tra la destra e la sinistra? Noi liberali ci troviamo a sinistra “naturalmente”. Se la sinistra italiana, dopo aver abbandonato i sacri testi marxisti, invece di leggere chissà chi e di limitarsi a Giddens, leggesse i sacri testi del liberalismo, e soprattutto cercasse di capirli, abbandonerebbe ogni forma di “consociativismo”, di “compromesso” più o meno storico, di “organicismo”, di quella caricatura che è l’“inciucio”, cioè tutto quel modo di pensare che ha ucciso e sta uccidendo la sinistra italiana. Se noi abbiamo un compito, è quello di riportare i valori liberali della libertà e del conflitto all’interno della sinistra italiana. La nostra non è una scelta di campo, è il campo che è nostro. Semmai sono gli altri che debbono farci capire per quale motivo si definiscono di sinistra. Perché D’Alema è di sinistra? Lo vorrei sapere proprio sui fatti, e non in base a etichette ideologiche.

Terza parola: “laicismo”. Ho grande ammirazione per Papa Ratzinger, sarà un grande Papa, e credo che sia consapevole della inesorabilità della fine della Chiesa cattolica. Per lui si tratta di dilazionarla. Ratzinger entrando nel conclave ha fatto una lunga dichiarazione che ha mandato in brodo di giuggiole il neodevoto Giuliano Ferrara. Ratzinger elenca i nemici della Chiesa: il liberalismo, il libertinismo, il relativismo. Il più grande giornale italiano, forse considerandola sconveniente, ha riportato la dichiarazione mutando il testo del Papa. E così il liberalismo tout court è diventato «quel liberalismo che arriva fino al libertinismo». No, il Papa ha detto, semplicemente, “liberalismo”, e ha ragione.

Ratzinger è autore delle più infami e crudeli proposizioni contro le minoranze. Egli si è dimostrato sotto certi aspetti “inumano”, come è inumano chiunque voglia imporre per legge una propria etica anche a quelli che non riconoscono la sua autorità morale. I laici dovrebbero cominciare a dire: «non ci stiamo più a questa leggenda per cui i cattolici sono quelli buoni, portatori di valori forti, mentre i laici sono scavezzacolli, senza valori, e quindi vanno molto a vento secondo i loro capricci ». Non esiste una etica superiore a un’altra, ma come si fa a non riconoscere che la morale cattolica ha ancora molti aspetti medioevali, non considera la rivoluzione individuale della modernità, e quindi, se non inferiore, è sicuramente antecedente a quella laica che riposa sull’autonomia delle scelte individuali? Ritorniamo al discorso delle parole.

Mentre non faccio grandi distinzioni tra “laico” e “laicista”, credo che sia necessario cercare di ripristinare una differenziazione, che è nelle cose, fra “cattolico” e “clericale”. È ingiusto definire clericali tutti i cattolici, perché ci sono cattolici non clericali. I nostri avversari sono i clericali, non i cattolici, lo sappiamo bene, ma sappiamo anche che l’interesse dei clericali è proprio quello di ridurre tutto all’antitesi cattolico-laico. Dando per scontato che il cattolico debba per forza non tenere conto del principio separazionista e della necessità di uno Stato laico. Il liberalismo è anti-clericale, ma anti-clericale nel senso che è contrario, come dovrebbe essere anche ogni cattolico, alla invadenza clericale, che non ha nulla di “religioso”, ma tanto di “potere”. E forse ancor di più sono nostri avversari quelli che su i giornali debuttano sempre con “noi laici”, e poi vanno avanti con discorsi clericali. Poiché faccio sempre i nomi, cito per esempio Giuliano Amato, che io considero pericolosissimo per il laicismo perché è il più generoso verso la Chiesa in riconoscimenti di valore. Arrivando a dire che il cattolicesimo ha «uno scarto valoriale» perché è impregnato di amore. In verità, tutto questo amore per le persone non lo vedo nelle risoluzioni dell’ex Santo Uffizio. Né le Chiese hanno mai dimostrato grande amore nelle mortifere lotte, che durano tuttora tra di loro, e che insanguinano il Mediterraneo. Purtroppo ci sono dei laici che combattono il clericalismo e degli pseudo-laici che invece lo blandiscono. La sinistra italiana ha anche dei personaggi assolutamente sgradevoli, faccio un altro esempio: c’è, per esempio, una giornalista che fa di professione la quisling, che cavalca il conformismo di potere.

Ora si lamenta che in Italia sta (ahimé!) risorgendo un anticlericalismo risorgimentale che sa di antico. Finisco di leggere il suo articolo sulla “Stampa” e prendo “Repubblica” e m’immergo nella modernità: nello stesso giorno Papa Ratzinger inaugura la scuola (l’Annunziata la giudicherà modernissima) di trecento esorcisti nell’Università pontificia “Regina Apostolorum”. E si riporta che il Papa incoraggia questi futuri combattenti contro Satana a proseguire nel loro importante ministero a servizio della Chiesa.

Questa è la modernità della Chiesa. Invece noi poveri risorgimentali siamo antichi perché ancora vogliamo quelle sciocchezze che chiedeva Cavour: un minimo di separazione, mica tanto, un minimo di separazione fra lo Stato e la Chiesa. Perché noi siamo anti (trattino) clericali? Siamo anti (trattino) clericali perché la Chiesa è (senza trattino) antiliberale in maniera consapevole. Io non voglio esagerare e quindi non vi cito il Sillabo. Per il motivo che, il Sillabo, nessuno della Chiesa ha il coraggio di nominarlo, mentre invece Veritatis splendor, che è l’enciclica fondamentale di Wojtyla, cita spesso un’altra enciclica d’un suo predecessore che, essendo contro la libertà, fu intitolata appunto Libertas.

Leggiamolo: «È pur sempre eternamente vero che codesta libertà di tutti e per tutti non è desiderabile di per se stessa, come più volte abbiamo detto, poiché ripugna alla ragione che la menzogna abbia gli stessi diritti della verità. [Ovviamente la verità è quella espressa da loro]. Non si può affatto concepire la libertà dell’uomo senza la sottomissione a Dio e l’assoggettamento alla Sua volontà. Negare in Dio tale sovranità o rifiutarsi di sottomettersi ad essa non è libertà, ma è abuso della libertà e rivolta; in verità da tale disposizione d’animo si forma e si realizza il vizio capitale del Liberalismo. Da quanto si è detto consegue che non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una libertà illimitata di pensiero, di stampa, d’insegnamento o di culto (promiscuam religionum libertatem), come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo». Queste parole sono di Leone XIII, del 1888. Voi però potete obiettare che la Chiesa ha fatto da allora molti passi avanti, e io vi dò ragione perché, checché ne dica Papa Ratzinger, se nel mondo esiste un’istituzione relativista questa è proprio la Chiesa. Adora “contestualizzare”, però ha il piccolo difetto di contestualizzare con dei secoli di ritardo. Infatti sono convinto si consolino i gay qui presenti – che tra un paio di secoli la Chiesa cattolica chiederà loro perdono. Con le stesse parole usate da Ratzinger nel 2000 per sostenere la distinzione tra la Chiesa sempre nel vero e alcuni suoi uomini nella colpa, tra un paio di secoli, forse prima, si condannerà Ratzinger e le sue inumane parole contro le minoranze sessuali.

Come ora fa la Chiesa contro Bellarmino, insieme santo e feroce inquisitore. Basta saper attendere.

Nel ’98 noi di “Critica liberale” lanciammo un “manifesto laico”. Fummo precoci.

Denunciavamo il pericolo di una recrudescenza del clericalismo in Italia. All’epoca, il governo era di centro sinistra. Non sto qui a ricordare i cedimenti filoclericali specialmente del ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Berlinguer, che se le inventò tutte pur di aggirare la Costituzione e dare finanziamenti pubblici alle scuole cattoliche. Purtroppo ora la situazione è peggiorata considerevolmente. Per stare sulla stretta attualità, l’altro ieri un giornale che fa finta di essere di sinistra e invece è di destra, ed è co-diretto persino da un membro del C.d.A. del “Foglio”, mi riferisco al “Riformista”, se ne è uscito con un bel editoriale che offriva la soluzione per i problemi della sinistra italiana:

«Dobbiamo trovare un Formigoni di sinistra». Il “pezzo”non spiegava se lo dovevamo trovare anche con tutte le incriminazioni che ha sulla testa il bell’esponente di “Comunione e liberazione”. Da tempo ci arrovellavamo chiedendoci: cosa manca alla Sinistra? La soluzione era a portata di mano, ma non la scorgevamo: la sinistra è assolutamente carente di filo-clericali e di uomini di potere… Bisogna rimediare immediatamente. Anche per riequilibrare i fremiti laici di un Fini. Posso aggiungere che sempre sul “Riformista” una diessina che sta sulla strada di Formigoni, Claudia Mancina, ha scritto che «bisogna rendersi conto che c’è un enorme cambiamento. L’Italia effettivamente sta diventando tutta religiosa ». Alla Mancina consiglio la nostra ricerca sulla secolarizzazione in Italia, con i dati che abbiamo pubblicato, i quali fanno riferimento non alle opinioni degli italiani ma ai comportamenti e alle scelte effettive. Queste cifre, tutte ufficiali e spesso di fonte vaticana, dimostrano esattamente il contrario.

Evidentemente la fonte della Mancina è il TG1 o le telenovele di santi che hanno invaso (anche con l’avallo della citata Annunziata) tutte le reti televisive. I media sono uno specchietto per le allodole e alcune allodole hanno interesse ad abboccare.

L’ultima espressione liberale che vale la pena di ricordare è “rifiuto dell’opportunismo e del trasformismo”.

Noi stiamo morendo di opportunismo.

Purtroppo le nuove generazioni, con la scuola che hanno frequentato, conoscono poco le biografie dei grandi italiani del secolo scorso. E quindi non possono giudicare. Quando tre giorni fa un politico come Pannella, senza lavarsi neanche la bocca, cita Gobetti, Salvemini, Rossi, Bobbio, e dichiara che su questi vuole impiantare una nuova sinistra liberale, io mi domando: ma quando Bobbio ha firmato insieme con pochissimi altri, tutti di cultura liberale, l’appello del 2001 contro Berlusconi, dove era Pannella, dov’era la Bonino? Io me lo ricordo dove era. E anche da quanti anni. Quando sono state votate le leggi ad personam, dove era? Quanti “digiuni” ha fatto contro il “conflitto d’interessi” che ha ridotto in rovina la democrazia nel nostro paese? Si è dimenticato che Ernesto Rossi ha combattuto per una vita contro i monopoli? Perché non ha protestato? Noi ci ricordiamo solo sue proteste vivaci perché il Cavaliere non lo associava nella compagine governativa. Tutti noi siamo le vittime di un grande tradimento storico, il trasformismo dei radicali.

Ora con mossa rapida, e dopo aver tentato un’uguale contrattazione a destra, ripassano dopo una dozzina d’anni a Sinistra. E noi siamo contenti. Voi sapete che la linea di “Critica liberale” è quella di accogliere assolutamente tutti, transfughi, opportunisti, trasformisti, perché noi ci siamo posti l’obiettivo di battere Berlusconi. Per battere Berlusconi accogliamo tutti, anche quello soprannominato “il Mazzetta”. Li prendiamo “sciolti” e, pur con qualche dubbio, all’“ingrosso”. Però ci si risparmino le lezioni, le usurpazioni storiche e le richieste di poltrone, e soprattutto non si cerchi di coinvolgere personaggi che non so se sarebbero contenti d’essere citati da coloro che sono stati nello stesso gruppo parlamentare di Dell’Utri e di Previti. Il liberalismo è testimoniato e vissuto altrove.

di Enzo Marzo

Dal numero 116-117 di Critica liberale

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