FISICA/MENTE

 
Di seguito riporto una selezione tragicomica di idiozie. Sono scritte da militanti della destra cattolica ed anche da cardinali. E' un'antologia che fa sorridere amaramente e fa pensare con profonda amarezza al fatto che questi, in Italia, hanno gestito il potere dal 1929 senza che qualcuno abbi mai pensato a ricacciarli nel passato remoto.

 

Padre Gheddo ha partecipato venerdì scorso a un incontro sulla solidarietà tra Nord e Sud del mondo

 

«No global» a rischio materialismo

 

«I nuovi movimenti danno una risposta sbagliata a un problema vero»

 

«I no global, molti dei quali si proclamano cattolici, parlano quasi sempre e soltanto di soldi, il che significa avere una visione materialista dello sviluppo». Questo ci dice padre Piero Gheddo, missionario del Pontificio Istituto per le Missioni estere, a Bologna venerdì scorso per parlare di «Globalizzazione e Sud del mondo. Nord-Sud: quale solidarietà?»

In cosa consiste la «sfida della globalizzazione» per i cattolici?

Globalizzazione significa sostanzialmente mondializzazione: il mondo «si restringe». Oggi poi, dopo il crollo del Muro di Berlino, dell'alternativa cioè al sistema liberalcapitalista democratico, esso non ha alternative plausibili. Il mondo quindi si omologa. E ancora, dopo il crollo del Muro, la storia ha subito una considerevole accelerazione. Questa globalizzazione porta alla ribalta, mette allo scoperto l'abisso culturale, politico ed economico esistente tra Nord e Sud del mondo. Noi che siamo cattolici, e quindi «universali», che crediamo che Cristo sia venuto a salvare «tutti» gli uomini, dobbiamo far sì che vengano gettati tra i popoli ponti di comprensione, aiuto, solidarietà, giustizia. Dobbiamo convertirci a Cristo, noi cattolici. Ecco la sfida della globalizzazione. Se fossimo cristiani migliori cambieremmo il nostro modello di sviluppo e il nostro modo di essere nella società e saremmo più fratelli dei poveri. Finché saremo succubi della cultura materialista dominante in questa globalizzazione diventeremo solo... dei capitalisti.

Cosa pensa dei movimenti no global?

Essi danno una risposta sbagliata a un problema vero. Anzitutto perché colpevolizzano esclusivamente l'Occidente, che ha certo le sue colpe, ma non quelle radicali. In secondo luogo perché non guardano mai ai popoli poveri: «essi - dicono - sono innocenti e noi li sfruttiamo». E questa è una lettura sbagliatissima della realtà. Mi danno perciò l'idea di non volere la crescita dei popoli poveri, ma di voler andare contro l'Occidente. Dovrebbero leggere invece quello che scrive il Papa nella «Redemptoris missio»: «i soldi e le strutture tecniche non sono primariamente causa di sviluppo, mentre lo è la formazione, l'educazione delle coscienze, la maturazione delle mentalità e dei costumi». Chiaramente perché è l'uomo protagonista dello sviluppo non il denaro e la tecnica. In terzo luogo essi non tengono mai conto delle esperienze dei missionari e dei volontari laici, che sono esperienze-modello per «gettare ponti» di educazione, comprensione, aiuto e solidarietà.

I critici della globalizzazione parlano di Tobin tax, di prezzi delle materie prime, di commerci, di medicinali gratuiti per l'Aids...

Anche qui sbagliano bersaglio. Dovrebbero andare in Africa a vedere perché non è curato l'Aids. Vi sono due cause fondamentali, a parte l'uso improprio del sesso: non esiste struttura sanitaria sul territorio in quasi tutti i Paesi africani e le medicine contro l'Aids devono essere somministrate in modo controllato, bisogna bere 2 litri d'acqua pulita al giorno (e dove si beve acqua pulita in Africa?). E poi in gran parte dell'Africa vi è questa credenza negli spiriti che è dannosissima allo sviluppo e al progresso: quando uno sente male prima va dallo stregone, si sottopone ai suoi riti, fa dei sacrifici, e solo quando è allo stremo va dal medico. E lo fa la maggioranza degli africani.

Si ha l'impressione, talvolta, che certe proteste siano sostanzialmente sterili...

Non basta essere «contro», bisogna anche proporre. Perché i giovani non fanno proposte concrete? Perché non parlano della possibilità di mandare i giovani a fare un anno di servizio in Africa, per vedere, per condividere, per aiutare? Perché non parlano contro i nostri sprechi enormi? Perché non parlano di rinunce, dei missionari, di Gesù Cristo?

Qual è la via maestra per ridurre la povertà?

La ricetta è quella dell'istruzione, dell'educazione del popolo, della capacità di produrre e di entrare nel mondo moderno. Perché molti di questi popoli non sono ancora entrati nel mondo moderno. Che è nato in Occidente per via dell'influsso biblico ed evangelico. I diritti dell'uomo e della donna, la dignità assoluta della persona, il dominio della natura, le ricerche scientifiche sono nati con il cristianesimo. I popoli, tutti uguali davanti a Dio, sono diversi per cultura e per religione. E c'è una radice dello sviluppo e del sottosviluppo che è culturale e religiosa. Il primo contributo che la Chiesa porta ai popoli sottosviluppati è il Vangelo, anche questo andrebbe detto.

© Avvenire Bologna sette - 01 Dicembre 2002


http://www.kattoliko.it/leggendanera/attualita/cattolici_antiglobal.htm 

Cattolici e antiglobal
di Rino Cammilleri

Non dà alcuna soddisfazione far da cassandra, profeta-in-patria e inascoltato vate. Quando poi il patatrac succede, a che serve il fregiarsi dell'inane «io ve l'avevo detto»?

Giusto la sera prima del fatale 19 luglio volai a Roma per partecipare a un dibattito televisivo, in diretta e in prima serata, su Sat 2000, la televisione satellitare dei vescovi italiani.

Alla mia destra, Lucio Caracciolo, lucido e acuto direttore della rivista LiMes; alla mia sinistra, il presidente delle Acli, Bobba. Alle nostre spalle, un economista e un sociologo.

L'argomento, facilmente intuibile, verteva sulla partecipazione della cinquantina di sigle cattoliche alle manifestazioni anti-G8 del giorno appresso a Genova. Le sigle di cui sopra avevano stilato un manifesto in cui esprimevano le ragioni della loro presenza. Poiché l'impressione mediatica che se ne ricavava era che quella fosse la posizione cattolica tout court, su iniziativa del settimanale Tempi era stato diffuso un altro manifesto, nel quale parecchi intellettuali cattolici prendevano le distanze dal primo.

Tra i firmatari, nomi noti come Gianni Baget Bozzo, Pietro Gheddo, Antonio Socci. C'era anche il mio. Ovviamente, dal momento che fanno più notizia le Acli e Nigrizia, solo pochi quotidiani ripresero l'avvento di questo secondo manifesto; così, quel che c'era dentro finì con l'apparire come frantumato in una giustapposizione di posizioni personali. Pazienza.

Fu per questo che, dopo essere stato intervistato uti singulo su Avvenire, decisi di accettare l'invito televisivo, sebbene oberatissimo, e proprio in quel momento, di impegni. Naturalmente, fu un dialogo tra sordi, né speravo in qualcosa di diverso.

Il manifesto delle cinquanta sigle (lo chiamerò così per brevità) aveva una caratteristica che balzava subito agli occhi: la sua totale a-cattolicità, nel senso che i punti trattati e la loro esposizione potevano benissimo venire sottoscritti da qualsiasi persona fornita di generica «buona volontà».

Appelli alla fratellanza, alla riduzione degli armamenti, alla remissione del debito terzomondiale, auspìci di un supergoverno planetario, di introduzione di tobintax, pacifismo, solidarietà, accoglienza. Insomma, a me sembrava più che altro la «religione dell'umanità» di bensoniana memoria, tanto cara a Comte e ai sansimoniani.

Lodevole iniziativa, certo, di quelle che cercano più «ciò che unisce» guardandosi bene dal solo accennare a «ciò che divide». Ma che hanno come esito il pastiche che finisce più che altro col confondere le idee di quelli che si vuol rappresentare.

Un altro punto che non mancai di sottolineare è questo: la redazione del manifesto delle cinquanta sigle non fu praticamente preceduta da alcun dibattito, e il più ampio possibile, all'interno del mondo cattolico, al quale l'iniziativa fu presentata per così dire a cose fatte, con l'appuntamento a Genova già preso.

E dire che, tra i cattolici, non sono pochi quelli ai quali un supergoverno mondiale evoca temibili suggestioni anticristiche. Non solo: un ultrapotenziamento dell'Onu (come auspicato nel manifesto di cui sopra) non assicura affatto che il problema del terzomondo non venga affrontato col solito sistema dei preservativi e dei ricatti prima-la-pillola-poi-il-cibo, tanto invisi ai cattolici. Ancora: le manifestazioni di piazza le hanno inventate i comunisti; i cattolici dovrebbero avere (ed hanno) altri modi di far sentire la loro voce.

Altrimenti si finisce dove si è finiti: ad accorgersi, a tre mesi di distanza e dopo che ci è scappato il morto, che ci sono «troppi comunisti fra gli antiglobal» (come titolava ieri il Giornale). C'erano anche prima, ma figurarsi se cinquanta sigle danno retta a qualche cattolico ritenuto (superficialmente, va detto) «di destra».

© Il Giornale - 5 settembre 2001


http://www.kattoliko.it/leggendanera/attualita/lunatici.htm 

Le rivolte dei "lunatici"
di Vittorio Messori

Archiviati i "moti" genovesi del G8, è bene come cristiani ragionare sui motivi della protesta (passati in secondo piano) e su quella strana voglia di contestazione fine a sé stessa che caratterizza da sempre le esplosioni di piazza. È ciò che fa Vittorio Messori in questa prima puntata della sua nuova rubrica "La bussola".

(...)

Quando queste righe appariranno, le giornate di Genova saranno ormai solo un ricordo che va sbiadendo: questo il destino delle tante cose che, spesso, prendiamo troppo sul serio, scambiando la cronaca con la storia e attribuendo etichette "epocali" a ciò che in quel momento serve solo a risolvere il problema quotidiano dei miei colleghi. Che è poi questo: come riempire le prime pagine dei giornali e i titoli di testa dei telegiornali? Che cosa "gonfiare", su quale fiammella soffiare per tenere desta l’attenzione di clienti delle edicole e di impugnatori di telecomandi? I media, ormai, non registrano le notizie: sono essi stessi che, in buona parte, le creano.

Soprattutto se cristiani (dunque, chiamati a fare i conti anche con l’Eterno), dovremmo imporci di limitare l’inflazione attuale dell’aggettivo "storico"; dovremmo evitare di drammatizzare l’effimero; dovremmo unire la serietà con cui guardare alle cose al sorriso demitizzante, se non ironico, davanti a ciò che sfila senza tregua sulla scena del mondo. Se penso anche al solo arco della mia vita – un soffio nello scorrere del tempo – mi rallegro di non essermi mai eccitato per nulla di ciò che era presentato, appunto, come "storico" e che poi non si è rivelato affatto tale. È che sono consapevole che nessuna novità può lontanamente avvicinarsi a ciò che – senza che alcun giornalista se ne accorgesse – avvenne tra Nazareth e Betlemme.

Sono altresì consapevole che la folla innumerevole di quanti sono giunti alla meta promessaci dalla Speranza evangelica guarda benevola e affettuosa, ma scuotendo un poco il capo, al nostro prendere drammaticamente sul tragico ciò che – semmai, e in poche occasioni – meriterebbe di essere preso solo sul serio. Comunque, mentre scrivo, devo ancora difendermi dalla richiesta di articoli, interviste, firme in calce a documenti e manifesti a proposito di "globalizzazione" e del cosiddetto G8. Tutti i postulanti, seppur con le buone maniere, ho mandato a quel paese, rifiutando ogni intervento, per non contribuire io pure al gonfiaggio dell’evento.

Mi decido solo ora a fare qui qualche considerazione, più che nel merito, in margine a questa periodica riunione del Gruppo degli Otto – G8, appunto -, cioè i capi degli Stati più industrializzati del pianeta. Ognuno di quei Paesi ospita a turno l’incontro.

Stavolta è toccato all’Italia che, come sede, ha scelto Genova. Una scelta che sino a tempi recenti era gratificante per le città, sulle quali piovevano finanziamenti straordinari per restauri e lavori vari che le tirassero a lucido. Non è più così, da quando – a Seattle, sulla costa occidentale degli Stati Uniti – si materializzò un’orda eterogenea di contestatori dell’economia sempre più mondiale ("globalizzata": dunque, a dimensione del globo terracqueo) che mise a sacco quella metropoli. I disordini si sono ripetuti in un’altra occasione internazionale, in Svezia, con decine di feriti. Così, l’appuntamento genovese è stato preceduto da un clima gridato di allarme, tra minacce e tentativi, ovviamente falliti, di "dialogo", tanto che il Governo italiano ha dovuto difendere lo svolgimento dell’incontro con ben 15.000 tra agenti di Polizia e Carabinieri, alcune delle migliori unità dell’Esercito, navi militari e persino degli ospedali da campo.

Se anche noi volessimo indulgere alla demagogia, oseremmo una prima osservazione: fatti due rapidi conti, pare che le misure di sicurezza siano costate quasi cento miliardi di lire. Che è il costo di un grande e superattrezzato ospedale o di un vasto e moderno campus universitario o di un programma per liberare dalla malaria interi Paesi. Quella massa di miliardi è stata necessaria per fronteggiare una folla minacciosa che chiede giustizia e, dunque, anche stanziamenti, per i poveri del mondo. Quel che invece ottiene è lo spreco, in spese di polizia, di un notevole capitale da parte di un membro dei "Paesi ricchi". Un serio impegno, una promessa solenne del cosiddetto "popolo di Seattle" a evitare ogni violenza e la contemporanea richiesta di destinare i cento miliardi in attività utili nel Terzo Mondo invece che in questurini, non sarebbe stato più coerente?

Ma, ripeto, ho troppo "in dispetto" ogni cedimento demagogico per fare seriamente certe domande. Non solo: tentando di praticare, sempre e comunque, la spesso dimenticata virtù cristiana del realismo, in casi come questi davvero non m’illudo che dialoghi e relativi accordi siano possibili. Né con questi né con altri "contestatori" di piazza, quale che sia la causa.

Non ho, infatti, dimenticato quanto mi insegnarono ai corsi di sociologia quando, all’università torinese, studiavo Scienze politiche: è una costante statistica la presenza, in ogni società – e in ogni tempo –, di quelle che gli americani chiamano the lunatic fringes, le frange lunatiche. Sono costituite da scontenti cronici, professionisti del mugugno, disadattati o marginali spesso per scelta; ma anche da utopisti, idealisti, sognatori alla continua ricerca di "ideali" per i quali "battersi" o "crociate" per le quali sacrificarsi. Gente che ha bisogno di "militare" e, spesso, di menare le mani.

La presenza di queste "frange" è costante nei secoli, ma la loro emersione alla grande avvenne con la Rivoluzione francese: è tra questi pericolosi "lunatici" che reclutarono soprattutto i club giacobini che diedero una svolta agli eventi, portando poi al Terrore. Quando i manuali scolastici parlano del "popolo" che, ad esempio, prese d’assalto la Bastiglia o le Tuileries, non è ai popolani veri, alla gente "normale" che ci si riferisce, ma a questi signori (e talvolta signore) di cui gli archivi ci conservano nomi e cognomi, sempre ricorrenti, da veri e propri professionisti del tumulto e della protesta. È quella folla dei "moti di San Martino" di cui ci parla, da cattolico, Manzoni nel suo romanzo: il pretesto è il pane, ma la motivazione vera è altrove, nell’oscurità della psiche umana. In tutte le rivoluzioni (anche in quelle comuniste, come in quelle fasciste e naziste) è decisiva la presenza di queste "frange" che qualche sociologo ha calcolato misurare attorno all’uno e mezzo per cento della popolazione: sembra poco, ma per un Paese come l’Italia, questo significa circa un milione di persone. Era in fondo dal Sessantotto – con la sua coda durata quasi dieci anni – che, in Occidente, una simile massa, che si rinnova a ogni generazione, non aveva una possibilità di individuare uno "scopo" per mobilitarsi.

È sembrato entusiasmante quello del tutto eterogeneo, anzi confuso, del cosiddetto "popolo di Seattle", dove l’egoismo di contadini europei in cerca di protezione autarchica per i loro prodotti convive con il massimalismo di superstiti trotzkisti, l’utopismo di anarchici, l’antimodernismo e l’antiamericanismo di gruppi fascistoidi, il fanatismo ambientalista, l’idealismo di "anime belle" e, al contempo, spesso ingenue. Quale "dialogo" sarebbe dunque possibile con questa armata internazionale che non vuole certo lasciarsi sfuggire l’occasione ghiotta di scendere in strada e di conquistarsi una platea televisiva davvero "globale", soddisfacendo così la voglia di protagonismo che è tra i bisogni vitali del nostro tempo e in particolare tra i gruppi di cui parliamo?

Intendiamoci: non vorrei fare la parte di chi liquida sommariamente questa specie di insurrezione alla quale partecipano anche molti gruppi cattolici del tutto rispettabili. E non voglio certo negare che ci siano, qui, anche obiettivi condivisibili, buone intenzioni, propositi lodevoli. Pure il Papa è intervenuto con parole, come al solito, equilibrate (l’et-et cattolico...), anche se, sempre al solito, deformate dai titoli, riconoscendo i problemi ma invitando a esaminarli con oggettività serena, al di fuori degli schematismi ideologici.

Dobbiamo però essere consapevoli che, come la storia mostra con costanza, in questi casi non è mai l’equilibrio ma l’estremismo a prevalere. Chi guida è la "frangia lunatica", spinta dalle sue motivazioni sulle quali, più che i politologi, gli psicologi (e magari, per chi ci creda, persino gli psicanalisti) avrebbero parecchie cose da dire. Il ritorno alla ragionevolezza, il Termidoro, arriva semmai dopo, alla fine di una parabola violenta se non sanguinosa. In effetti, per rifarci di nuovo alla "madre di tutti gli eccessi", la Rivoluzione francese, i pochi ma determinati radicali diedero alle cose un andamento imprevisto dalla grandissima maggioranza che si era riunita negli Stati generali, aperti da una messa solenne, con intenzioni di pacifico riformismo. Prevalse il fanatismo dei "lunatici", i giacobini.

Accadde così anche con il socialismo, all’origine una sorta di "questione di cuore", di sentimentale aiuto ai più deboli: non a caso un Edmondo De Amicis ne scrisse, in Italia, il manifesto con il romanzo strappalacrime Primo Maggio. Il tutto, pochi decenni dopo, finì negli orrori di Lenin e poi di Stalin. Le radici insospettate del fascismo sono in poeti rugiadosi come Pascoli, commosso dalle prime imprese coloniali in Africa ("La Grande Proletaria si è mossa"), e in innocui professori che coltivavano il culto della romanità e del patriottismo italiano. Altrettanto avvenne con le prime manifestazioni studentesche nel mitico ’68: partite, esse pure, con obiettivi limitati e pragmatici, soprattutto di riorganizzazione universitaria, finirono col portare prima alle violenze di piazza e infine al terrorismo.

C’è una legge dell’economia secondo la quale "la moneta cattiva scaccia sempre quella buona". Esistono leggi anche in sociologia e ve ne è una che è in simmetria con quella appena ricordata: "L’estremismo, almeno nella prima fase dei fenomeni sociali, prevale sempre sul moderatismo. La minoranza radicale, rivoluzionaria, prevale sulla maggioranza equilibrata, riformista". Come annunciavamo, più che dei problemi planetari posti dal G8, abbiamo parlato di ciò che sociologia e storia (e, prima ancora, buon senso) possono suggerire a un credente sulla genesi dei movimenti umani. Ma proprio questa ci sembra una delle tante occasioni per ritrovare la nostra "bussola" e, dunque, per non farci troppo eccitare da ciò che impressiona tanti commentatori da giornale.

© Jesus n. 9 – Settembre 2001

I contestatori antiglobalizzazione – per quanto costituiscano un gruppo assai eterogeneo – vengono complessivamente definiti "il popolo di Seattle". Il nome rimanda alla città del Nordovest americano che, il 30 novembre 1999, in occasione del summit dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto), fu teatro di una imponente protesta e di gravi disordini. Era la prima volta dagli anni Settanta che un vertice internazionale subiva un’opposizione "di piazza" così dura, con episodi violenti di contestazione: cassonetti in fiamme, vetrine distrutte, intervento massiccio della polizia.

Fin dal giorno di Seattle, gli episodi di violenza sono stati attribuiti a frange di facinorosi: "Un piccolo segmento di manifestanti", disse all’epoca il direttore generale del Wto, Michael Moore, "con queste azioni danneggia chi è venuto per una protesta costruttiva. Nella storia, solo le contestazioni pacifiche hanno condotto a grandi riforme".

"Una cultura della solidarietà": è quanto Giovanni Paolo II si augurava venisse promosso durante il G8 di Genova, nel messaggio inviato il 19 luglio ai partecipanti al summit. Il Papa aveva chiesto che venissero trovate "soluzioni concrete ai problemi che più assillano i nostri fratelli nella vita e nei rapporti con gli altri: la pace, la salute e l’ambiente", in modo che "nessuna persona e nessuna nazione siano escluse dalle vostre preoccupazioni".


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Bollettino di guerra. Le bombe carta dei pacifisti teologi
di Sandro Magister

Enzo Bianchi e Bruno Forte scrivono editoriali di fuoco contro la guerra. Ma soprattutto contro i cristiani che ragionano diversamente da loro

ROMA – Da quando è scoppiata la guerra in Iraq, la Chiesa non tace. Ha parlato il papa. Hanno parlato, tra i molti cattolici, due teologi di grande rilievo: Bruno Forte e il priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi [...]. Ecco come.


IL PAPA


Il suo primo argomentato intervento dopo l’inizio del conflitto Giovanni Paolo II l’ha fatto rivolgendosi ai cappellani militari di tutto il mondo, il 25 marzo:

«[...] Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che la guerra come strumento di risoluzione delle contese fra gli Stati è stata ripudiata, prima ancora che dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla coscienza di gran parte dell'umanità, fatta salva la liceità della difesa contro un aggressore. Il vasto movimento contemporaneo a favore della pace - la quale, secondo l'insegnamento del Concilio Vaticano II, non si riduce a una ‘semplice assenza della guerra’ (Gaudium et Spes, 78) - traduce questa convinzione di uomini di ogni continente e di ogni cultura.

«In tale quadro, lo sforzo delle diverse religioni per sostenere la ricerca della pace è motivo di conforto e di speranza. Nella nostra prospettiva di fede, la pace, pur frutto di accordi politici e intese fra individui e popoli, è dono di Dio, che va invocato insistentemente con la preghiera e la penitenza. Senza la conversione del cuore non c'è pace! Alla pace non si arriva se non attraverso l'amore!

«A tutti viene ora chiesto l'impegno di lavorare e pregare affinché le guerre scompaiano dall'orizzonte dell'umanità [...]».

Queste le parole testuali del papa, del tutto coerenti con quelle da lui pronunciate prima dell’inizio del conflitto. Forte contrarietà alla guerra in Iraq, ma nessuna condanna morale di chi la guerra l’ha decisa e l’appoggia. No al pacifismo acritico.

I media però hanno dato ancor più rilievo, negli stessi giorni, a un'altra dichiarazione vaticana, attribuendola al papa ma in realtà pronunciata il 18 marzo dal capo della sala stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls. Eccola per intero:

«Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il Diritto Internazionale mette a disposizione, si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia».

Quasi universalmente, queste parole sono state interpretate come una condanna morale da parte del papa – senza scampo, da giorno del giudizio – dei governanti entrati in guerra.

Pochi giorni dopo, però, il 27 marzo, l’autorevole cardinale Roberto Tucci ne ha dato una interpretazione del tutto diversa ai microfoni di 105 Live, il canale in diretta della Radio Vaticana. Tucci, gesuita, ha organizzato per vent’anni i viaggi di Giovanni Paolo II nel mondo. E si è detto del tutto contrario a questa guerra. Ecco le sue paroli testuali:

«Il papa non poteva vietare ai governi di decidere liberamente. Si è sforzato di illuminare le coscienze dei politici. Ha cercato di illuminare con una corretta e cristiana valutazione le assunzioni di responsabilità per chi doveva decidere. [...] Vorrei sperare che tutto quello che il papa e i vescovi cattolici hanno detto rimanga nel cuore di ciascuno, che questo patrimonio di riflessione sulla pace non vada disperso».


ENZO BIANCHI


Ebbene, proprio l’indomani di questo intervento del cardinale Tucci, Enzo Bianchi ha pubblicato sul quotidiano “La Stampa” una nota che è tornata a ribadire l’interpretazione apocalittica della sentenza di Navarro-Valls: data come se annunciasse il «giudizio di Dio», il «momento supremo e ultimo», e il «manifestarsi di tutta l’empietà di chi ha invocato Dio in proprio favore calpestando in nome suo il vangelo» (allusione, quest’ultima, al presidente George W. Bush).

Bianchi è figura di primo piano della Chiesa in Italia e nel mondo. È fondatore e priore del monastero di Bose. È teologo famoso. È predicatore conteso. È scrittore prolifico. È ecumenista attivissimo. È amico di innumerevoli vescovi, pastori e metropoliti, cattolici, ortodossi, protestanti e anglicani. Per una parte importante del cattolicesimo progressista italiano ha preso il posto di un altro grande leader spirituale del passato, anche lui monaco, Giuseppe Dossetti.

Nella sua nota su “La Stampa” del 28 marzo, dopo aver riassunto il messaggio di pace di Giovanni Paolo II, Bianchi passa in rassegna quelli che in campo cristiano farebbero resistenza all’insegnamento papale.

E su tutti cala la sua condanna morale, con una violenza che contrasta con la sua conclamata professione di pacifista. Non fa i nomi dei condannati, tranne in un caso, ma di ciascuno fornisce un ritratto caricaturale.

Essi sono – scrive – quelli che «avevano ritenuto che la chiesa si fosse ormai rappacificata con il potere del libero mercato e omologata all’ideologia occidentale», e oggi «si sentono frustrati e delusi».

Sono coloro che «ogni giorno intervengono nei mass media o per criticare il papa, nel quale vedrebbero prevalere la dimensione di opinion leader del pacifismo rispetto a quella pastorale e spirituale del suo ministero, o per fornire distinguo e interpretazioni riduttive al suo magistero: il papa non è pacifista, il papa contrasta ma non condanna questa guerra contro l’Iraq, il papa si distanzia dal pacifismo di vasti settori del mondo cattolico…».

Sono gli «ambienti cattolici pronti a spacciare per ‘teologi’ dei prezzolati affabulatori di corte – che sognano il cristianesimo come religione civile del nuovo impero». Chiara allusione al teologo e politologo americano Michael Novak.

È il presidente degli Stati Uniti, che Bianchi appaia a Hitler e Saddam Hussein, e la cui condanna egli ammanta dell’autorità del papa e di altri capi di Chiesa:

«È un atteggiamento – quello del papa, condiviso dalle massime autorità delle diverse chiese cristiane, d’oriente e d’occidente – che ha tolto ogni credibilità alla ostentata fede cristiana di George W. Bush, un uomo che fa sapere di iniziare ogni riunione politica con la preghiera, che invoca Dio contro il Male impersonato oggi da Saddam, che recita quotidianamente i salmi invocando l’aiuto di Dio per la propria azione militare, in una logica che speravamo di non dover più rivedere dopo il ‘Gott mit Uns’ nazista. [...] Il vescovo Melvin Talbert, appartenente alla stessa chiesa di Bush, lo ha sconfessato ribadendo che egli ‘non segue né il vangelo né l’insegnamento della chiesa di cui è membro, ma un’ideologia che non appartiene al cristianesimo’. Di fronte alle affermazioni di Bush, tristemente parallele a quelle di Saddam nel definire questa guerra come combattuta nel Nome di Dio, come uno scontro tra il Bene e il Male, il cardinal Ratzinger ha reagito definendole ‘bestemmie’».

Per finire, Bianchi condanna anche «un docente dell’Università Cattolica», che accusa di «irridere alla forza del diritto, paragonandola alla panna montata e contrapponendola alla forza che sarebbe la torta al cioccolato». Non ne fa il nome, ma il condannato è Vittorio Emanuele Parsi, professore di relazioni internazionali ed editorialista del quotidiano della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”.

A Parsi, Bianchi contrappone il ministro degli esteri della Santa Sede, Jean Louis Tauran, secondo il quale è invece doveroso «far prevalere la forza del diritto sul diritto della forza». E in effetti Parsi è critico di questa formula. Ma non nel modo che Bianchi gli attribuisce. All’opposto, proponendo di «riconciliare forza e diritto». Ecco un passaggio chiave dell’editoriale di Parsi su “Avvenire” del 20 marzo:

«Nelle ultime settimane abbiamo assistito alla contrapposizione del ‘diritto della forza’ alla ‘forza del diritto’. Queste due visioni della politica mondiale, ambedue riduttive e - in modo diverso - semplicistiche, sono state brandite come fossero randelli, con nessuna cura che, dai loro colpi, il tessuto istituzionale della comunità mondiale venisse ridotto in briciole. Alle soluzioni per rimediare a questa sconfitta, per riconciliare forza e diritto, entrambi valori necessari per un ordine internazionale insieme giusto e sicuro, bisogna iniziare a pensare già da ora, mentre tremiamo. Sarebbe infatti una tragica beffa se l'eclissi di un tiranno che per decenni si è preso gioco della legalità, si trasformasse nella sua ultima, postuma rivalsa».

Il link al testo integrale della nota di Bianchi su “La Stampa” del 28 marzo, riprodotta nel sito del monastero di Bose:

> Il papa e la guerra: non nel Nome di Dio
di Enzo Bianchi


BRUNO FORTE


Invece l’articolo integralmente riportato qui sotto è uscito il 20 marzo, a guerra da poco iniziata, sulla prima pagina di “Il Mattino”, il principale quotidiano di Napoli.

L’autore, Bruno Forte, è il teologo italiano più famoso in Italia e nel mondo, autore di numerosi libri tradotti in molte lingue. Non solo. È stimato in Vaticano e nella conferenza episcopale italiana. Ha collaborato alla stesura di documenti importanti, tra i quali il testo esplicativo dei “mea culpa” papali pubblicato nel 2000 dalla congregazione per la dottrina della fede. Ed è stato ripetutamente in corsa per essere fatto vescovo di diocesi importanti.

Questo suo editoriale è una folgorante sintesi della ‘vulgata’ pacifista diffusa in larga parte del cattolicesimo intellettuale, italiano e non solo:


Senza giustificazioni

di Bruno Forte


La barbarie ha vinto: con la stessa logica con la quale il governo Sharon reagisce all’efferatezza criminale del terrorismo palestinese con azioni militari che hanno tutti i caratteri di un terrorismo di stato, l’amministrazione Bush colpisce il tiranno Saddam con l’atrocità di una guerra, che non solo non ha alcuna giustificazione etica, ma ferisce profondamente l’ordine internazionale e isola paurosamente dal mondo civile l’America e i suoi sostenitori nella folle avventura bellica. Addolora particolarmente gli Italiani il fatto che il nostro paese sia stato annoverato fra questi ultimi dal governo degli Stati Uniti, senza che sia giunta purtroppo alcuna smentita. Su tre piani almeno questa guerra - qualunque ne sarà lo sviluppo - appare devastante.

In primo luogo, essa segna il fallimento dell’Onu: il ‘gendarme del mondo’ ha dimostrato di non curarsi affatto delle procedure che le Nazioni Unite hanno stabilito per garantire l’umanità dalla piaga dei conflitti armati, offrendo al ‘villaggio globale’ l’immagine desolante del trionfo della legge della forza sulla forza della legge. Qualunque cosa accada, l’autorità e la credibilità del consesso delle Nazioni è gravemente intaccata.

Gli equilibri faticosamente raggiunti, conquistati a prezzo delle grandi tragedie del Novecento, a cominciare dalle guerre mondiali e dai genocidi, sono stati spazzati via dalla sordità dell’amministrazione Bush a ogni argomento contrario alla sua guerra per il petrolio, mascherata dietro l’esistenza non provata di armi di distruzione di massa che sarebbero in mano al raìs e dietro l’asserzione - parimenti non provata - di connivenze fra Saddam Hussein e Bin Laden nell’azione del terrorismo internazionale. Mettere in crisi l’autorevolezza dell’unico organismo cui i popoli della terra potevano guardare come a possibile salvaguardia dei diritti dei deboli è un crimine dalle conseguenze gravissime e non calcolabili fino in fondo. È per questo che perfino Bush senior si era espresso con severità contro l’ipotesi di un attacco senza l’avallo dell’Onu.

In secondo luogo, la guerra segna la fine dell’Occidente o almeno la più grave crisi che la solidarietà atlantica abbia conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale: l’inedito scacchiere delle alleanze insinua un cuneo drammatico fra la grande Mittel-Europa, rappresentata da Francia e Germania, e gli Usa da una parte, ma anche fra di essa e paesi come la Gran Bretagna, la Spagna e l’Italia dall’altra. Decenni di europeismo sono così gravemente incrinati: e la solidarietà fra i paesi occidentali - nata dai comuni valori e dalle grandi speranze della lotta antitotalitaria contro nazismo e comunismo - è compromessa in maniera non facilmente riparabile. L’azione degli ispettori Onu - che stava cominciando a dare frutti significativi - è stata spezzata brutalmente: dare tempo ad essa avrebbe potuto far maturare soluzioni giuste e pacifiche per tutti, anche se non avrebbe assicurato all’America assetata di petrolio le risorse di cui - in caso di vittoria - potrà disporre a suo piacimento, calpestando ogni diritto internazionale.

Lo scenario che ne risulta è drammatico: da una parte c’è il blocco dei ‘guerrafondai’, dall’altra c’è chi - pur condannando fermamente Saddam e il suo regime - ha scommesso sul diritto internazionale e sulla ricerca di vie pacifiche e tutt’altro che deboli per il superamento del conflitto. In nome del suo patrimonio di valori, l’Europa non potrebbe stare che da una parte, quella a difesa dei diritto e della dignità della persona umana, specialmente dei più deboli, i tanti innocenti che pagheranno con la vita la politica di morte della guerra: il mito di un’America paladina delle libertà crolla sotto i colpi del suo attuale presidente. Il solco etico che si apre fra le sponde dell’Atlantico - e purtroppo anche fra le rive della Manica - potrebbe diventare insanabile.

La terza e forse più devastante conseguenza di questa guerra è nelle coscienze: essa mostra il trionfo dell’arroganza, la brutalità della legge del taglione assunta a misura dei rapporti fra i popoli, la risposta alla barbarie di un regime sanguinario con la barbarie dell’uso massiccio delle armi di distruzione di massa a spese di un intero popolo. Con quale coraggio l’amministrazione americana potrà combattere all’interno degli Stati Uniti la violenza già così estesa? E chi potrà convincere i cittadini del mondo che l’onestà, il rispetto dei diritti di tutti, la difesa dei deboli siano valori da perseguire? Corrado Alvaro scriveva che “la tentazione più sottile che possa impadronirsi di una società è quella di pensare che vivere rettamente sia inutile”. Bush e i suoi alleati stanno facendo di tutto per far cadere il mondo in questa tentazione. L’odio antioccidentale e antiamericano aumenterà dappertutto con conseguenze realmente imprevedibili.

Su questo fronte, a tutti è chiesto di aiutare il bene a non morire nelle coscienze. I credenti, in particolare, dovranno sentirsi chiamati ad aiutare Dio a restar vivo nei cuori di tutti, vittime e assassini, deboli e forti, vincitori e vinti. Perciò ha pienamente ragione il papa quando si appella al giudizio divino, delle coscienze e della storia nei confronti di chi di questa guerra priva di ogni giustificazione etica e giuridica si è reso responsabile.

[...]

[Comparso su http://www.espressonline.it/ESW_articolo/
0,2393,41255,00.html]


http://www.kattoliko.it/leggendanera/guerrapace.htm 

Che Dio ci salvi dal paradiso pacifista
di Alessandro Maggiolini

Dove non porta mai un pacifismo a oltranza! Ecco che in questi giorni un ex prete fa scalpore nell'informazione perché non vuole più accettare i brani violenti dell'Antico Testamento - ce ne sono, ce ne sono, e di terribili -, ma soprattutto rifiuta, sempre in nome del pacifismo, l'esistenza dell'inferno. In proposito afferma: «L'inferno è questo mondo governato dai potenti criminali, gli unici veri diavoli, ogni giorno in tv a terrorizzarci e chiedere adorazione. Se le religioni non maledicono questo inferno, ne sono parte esse stesse, come diavoli».

La citazione non presenta un'opinione molto originale. Di più: lascia intendere che i pacifisti sono angeli in questo mondo bislacco e perverso. Sia chiaro, le cose vanno così in questo mondo terrestre, poiché di là dal tempo si salvano tutti, ma proprio tutti: anche i più spietati. Ecco la posizione dell'ex prete pacifista: «Dio al momento della morte dei potenti brucerà la loro superbia e i delitti, facendoli ardere come grattacieli polverizzati, e dalle loro ceneri puzzolenti farà uscire piccole anime umiliate e così risanate e salvate». Le due Torri abbattute l'11 settembre 2001 «sono il segno di rivelazione... e noi che ci crediamo buoni impareremo ad amare i nemici, e non tanto i nostri piccoli nemici personali o di gruppo, quanto i nemici dell'umanità e di Dio, i tiranni e gli imperatori di ieri e di oggi, e i ridicoli tirannelli e vassalli eletti democraticamente da popoli narcotizzati». 'Sta gentaglia, fino al giudizio finale, potrà essere odiata? Mah! Purché siano americani, forse. Che dire. Che Gesù non risponde mai alla curiosità di chi lo interroga se ci sono o no dannati nell'inferno, e quanti sono, almeno percentualmente rispetto agli uomini che vengono al mondo, e chi sono almeno esemplificativamente. Una volta insegna che è stretta la strada che porta alla salvezza e larga quella che porta alla dannazione. Un'altra volta sostiene che non è venuto per i giusti, ma peri peccatori. E allora? Sarà bene rispettare la zona di mistero che il Signore delimita e non intende svelarci. Possiamo sperare che tutti si salvino. Non possiamo sapere che tutti si salvino.

L'inferno è una possibilità reale. E la chiesa indica i santi, ma tace sui dannati. Purché ciascuno di noi ammetta con timore e tremore, che la disperazione finale sia destino possibile anche per lui.

Purché, ancora, non si immagini un Dio stravagante e un poco sadico il quale si diverta a tormentare coloro che hanno voluto rifiutare il suo perdono. A motivare l'inferno non è qualche cattiveria e vendetta di Dio. È la nostra libertà che si può ergere di fronte alla sua giustizia che si manifesta nella misericordia. Possiamo contrastare o dribblare la tenerezza di Dio che ci fa nuovi e innocenti dopo ogni nefandezza, dopo ogni crimine. Non possiamo imporre a Dio di non essere tenerezza e bontà. In fondo, l'inferno deve stare anche per giustificare la nostra dignità di persone libere che possono scegliere la derelizione o la gloria, magari dopo una acuta e lunga sofferenza. Dà la vertigine una tale libertà finita che ci fa capaci di odio o di amore: fino al pianto e allo stridore dei denti, o alla beatitudine senza limite e senza fine. Ma guai se rinunciassimo alla nostra attitudine a decidere il nostro futuro eterno. Saremmo zimbelli nelle mani di un fato anonimo contro il quale non riusciremmo nemmeno a ribellarci. E il paradiso, in questa ipotesi buonistica, sarebbe un'accozzaglia di imbecilli. Ci salveremmo perché non saremmo stati capaci di dannarci. Quale gusto ci sarebbe!

Meglio riprenderci la nostra responsabilità. Noi non possediamo, come l'ex prete «l'etica originaria della pace che può giudicare tutte le religioni... grazie alla irresistibile coscienza che Dio ci dà del bene e del male»; siamo ciecuzienti e sordastri anche quando Dio si rivolge all'umanità in Cristo. Teniamoci l'arcano e la voglia di riparare il male compiuto se Dio ci condonerà la pena, dovremmo perdonarlo della sua benevolenza. Altro che pacifismo applicato a una teologia fatta a spanne.

© Il Giornale - 03 Febbraio 2003

[Mons. Maggiolini si riferisce a questa "provocazione". Vedi anche l'interessante e dettagliato articolo di Sandro Magister comparso su «L'Espresso»; il webmaster]


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Pacifismo, trionfo da adolescenza
di Rodolfo Casadei

Il popolo pacifista europeo sogna un mondo senza politica e ha bisogno di credere in un Impero del Male. Tipico di una psicologia adolescenziale, dice Finkielkraut.

Il popolo pacifista europeo sogna un mondo senza politica e ha bisogno di credere in un Impero del Male. Tipico di una psicologia adolescenziale, dice Finkielkraut

Monsieur Finkielkraut, lei ha dichiarato la sua opposizione all’intervento militare Usa in Irak prima che esso avesse luogo. Ora che la guerra è in corso, quale posizione dovrebbero assumere le persone per esercitare la responsabilità morale e la sollecitudine per il mondo?

Non siamo in grado di pesare sul corso degli avvenimenti, ma se siamo preoccupati per il mondo, dobbiamo ardentemente sperare che la campagna militare sia breve ed efficace. Niente sarebbe peggio di un impantanamento degli americani in Irak. Questo non significa approvazione dell’intervento: continuo a restare scettico di fronte alla volontà americana di risolvere con la guerra i problemi del Medio Oriente. Sono dibattuto fra due scetticismi: da una parte, ho l’impressione che l’Europa gioca con le parole quando parla di soluzione pacifica del conflitto, quando pensa di proiettare nel mondo il suo modello; dall’altra, ho paura che l’America stia giocando coi fatti, puntando tutto sulla sua potenza per liberare il Medio Oriente dal marasma cronico in cui si trova.

Le manifestazioni pacifiste, al di là dell’enfasi retorica, stanno formulando una proposta politica: gli anglo-americani si dovrebbero ritirare e la crisi dovrebbe tornare nelle mani dell’Onu, incaricata di trovare la soluzione. Si tratta di una proposta realista, ingenua o ingannevole?

Certamente non è una proposta realista. L’Onu non ha i mezzi né la volontà per risolvere la crisi. è sempre possibile nascondere armi chimiche o biologiche a degli ispettori, per quanto numerosi siano. Il risultato della prosecuzione delle ispezioni sarebbe stato la necessità di mantenere l’embargo sull’Irak per chissà quanto tempo ancora. E l’embargo è una pessima cosa, anche in presenza del programma food for oil, perché ad approfittarne è il regime, e non la popolazione. I pacifisti, oltre che poco realisti, sono ingenui quando concepiscono l’Onu come una Ue su scala mondiale. Certo, l’Europa ha scelto il negoziato contro la politica di potenza, ma questa scelta è possibile solo perché l’Europa tutta intera è democratica, mentre le Nazioni Unite non lo sono. Quando poi l’Europa ha esercitato un influsso determinante sulle decisioni dell’Onu, i risultati sono stati pessimi a causa del rifiuto degli europei di cogliere l’elemento di conflittualità delle situazioni. Ricordiamoci Srebrenica: sono stati soldati europei sotto la bandiera dell’Onu a consegnare la città al generale Mladic, che ha fatto quel che ha fatto. E non si può avere fiducia in un’organizzazione come l’Onu che a Durban ha permesso che la conferenza sul razzismo venisse sequestrata da paesi arabi e musulmani per farne una tribuna antioccidentale e antisemita.
Quanto a ipotizzare che dietro le manifestazioni pacifiste ci sia dell’ipocrisia, io credo di no, credo che i manifestanti siano sinceri: d’altra parte sono in maggioranza giovanissimi. Col pacifismo, l’adolescenza trionfa in tutti i sensi. E questo per me è motivo di inquietudine. L’adolescenza è un’età dogmatica, lirica, fatta di indignazioni stridule; la condizione adulta è l’età delle domande a se stessi, dei problemi, dei dilemmi. Oggi ancora una volta ho l’impressione che gli adulti si siano messi alla scuola degli adolescenti, mentre dovrebbe essere il contrario.

Nemmeno fra i maitres-â-penser delle proteste lei vede ipocrisia?

Quel che percepisco negli intellettuali è il ritorno in forze del pensiero binario, dell’anti-imperialismo militante. Avevamo sperato che questa metafisica sarebbe scomparsa col comunismo, ma abbiamo scoperto che il comunismo era solo una delle sue incarnazioni provvisorie. Nella loro visione il male deriva dallo sfruttamento o dalla dominazione, perciò l’America è l’Impero del Male. Uso questa espressione intenzionalmente, perché mi sembra che ci sia qualcosa di molto comico nell’emergere di questa opinione mondiale antiamericana, ostile all’Amministrazione Bush: i manifestanti denunciano con violenza il semplicismo, il manicheismo dell’Amministrazione Usa, quando sono loro i primi a ragionare in termini furiosamente manichei. Non sono capaci di contare più in là di due. Per loro tutto il male della terra procede dall’America.

Cosa pensa delle modalità con cui si svolgono le manifestazioni pacifiste nel mondo e dei loro simboli?

Più invecchio, e più detesto le manifestazioni in quanto tali - anche se non escludo di poter un giorno scendere in piazza per esprimere la mia indignazione o la mia contentezza. Quando vedo questa gente che sfila, quando li vedo abdicare la loro individualità per abbandonarsi all’ebrezza collettiva, quando li vedo abdicare il loro diritto alla parola per urlare degli slogan, mi sento molto a disagio, tanto più che la situazione non si presta alla scelta di campo netta, ci sono molti chiaroscuri. Si può essere contrari alla guerra ma sperare che abbia un certo esito. Nessuna di queste nuance può trovare spazio nelle attuali manifestazioni; la cosa che più detesto è la buona coscienza con cui i manifestanti invocano la legalità, il diritto internazionale contro l’atteggiamento degli americani, perché questa legalità internazionale protegge il tiranno e gli permette di non rendere conto dei suoi crimini. Forse è giusto rispettarla, ma questo rispetto dovrebbe pesare un po’ a coloro che lo invocano. Ciò che è legale non coincide necessariamente con ciò che è legittimo, e questo i manifestanti si rifiutano di riconoscerlo: si muovono come se il diritto internazionale che invocano coincidesse col diritto universale. Ma questo non è vero. Il diritto universale è il diritto che riguarda l’unità del genere umano, è il dovere di reagire ai crimini andando al di là delle frontiere statali. Tale diritto è evidentemente irriso dalla legalità internazionale. Perciò io vorrei vedere - e mi rendo conto che si tratta di un’utopia - dei manifestanti a disagio con se stessi. Ma ciò non succede mai: i manifestanti non sono mai a disagio, piuttosto seriosi, oppure entusiasti, sicuri delle loro convinzioni. E invece io credo che la situazione non si presta a questo genere di certezze.

Cosa si può dire dell’atteggiamento degli europei? In Italia qualcuno ha scritto che le manifestazioni pacifiste rappresentano l’atto di nascita del "popolo europeo". Che ne pensa?

É possibile, ma è molto inquietante. Ciò significherebbe, infatti, che ciò che definisce l’Europa è un desiderio appassionato di fuoriuscire dalla politica. E forse il popolo europeo è questo popolo post-nazionale che appunto si riconosce nella negazione idilliaca e felice della condizione politica dell’uomo. Il popolo europeo è il popolo senza nemici, investito della gloriosa missione di diffondere nel mondo intero la pace europea, una pace fondata sul negoziato, la pazienza, la creazione di rapporti economici. In effetti la divisione dell’Occidente si potrebbe riassumere così: da una parte l’idealismo degli americani, che credono di poter rimodellare il mondo in un senso più democratico per mezzo della guerra, e dall’altra parte l’idealismo europeo, che crede di poter rimodellare, o almeno migliorare, il mondo attraverso la diffusione di buone parole, attraverso i discorsi moralizzatori e attraverso l’economia. Ci viene imposto di scegliere fra due sogni: il sogno della ricreazione del mondo attraverso la guerra, e il sogno della fuoriuscita del mondo dalla politica.

(c) 2003 - Editoriale Tempi duri s.r.l.


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La pace in divisa
di Antonio Socci

L’orgoglio umile e commosso di essere italiani. La Patria (che vuol dire, etimologicamente: terra dei padri). Il Tricolore. Per la prima volta dopo 60 anni questo senso di appartenenza nazionale, addolorato e autentico (non arrogante o retorico), che si raccoglie sotto i simboli della Nazione e dello Stato, torna fra noi senza far scattare lo stupido sospetto di "fascismo" com’è stato per 60 anni. Anche perché è un sentimento che accomuna davvero, visibilmente tutta la nazione (perfino Veltroni, fiutando scaltramente l’aria, ha invitato i romani a esporre il Tricolore). E’ una svolta, una rivoluzione culturale. Era stato un tabù dell’Italia repubblicana, egemonizzata dall’ideologismo anti-italiano delle Sinistre.

Certo, ci sono ancora – e numerose - le frange ideologizzate del vecchio, così lontane e avverse ai sentimenti della nazione italiana. Si sono esibite, per esempio, in un episodio rivelatore, sabato scorso. Pare infatti che, in una provincia del Nord, un gruppo di animalisti cosiddetti "estremi" - che stavano concludendo l’assedio a un allevamento – abbia preso a urlare contro i carabinieri lì presenti per garantire l’ordine pubblico. Stando alle notizie di agenzia si sono sentiti slogan come "Viva viva Nassiriya" e poi "10, 100, 1000 Nassirija" e altre cose terribili. Oltre agli slogan sono partite anche sassate e un giovane carabiniere (di leva, ventenne) è stato portato all’ospedale per una contusione allo sterno.

Sarebbe molto istruttivo portare questi signori in tv, davanti a milioni di persone, per farli parlare con i familiari dei carabinieri e dei soldati massacrati a Nassirja. Sentire in nome di quale fulgido ideale hanno compiuto una simile, "eroica" impresa. Perché – questa è la cosa triste - con tutta probabilità si tratta di persone animate dal sacro fuoco dell’ideale, gente che arde per la difesa delle bestiole sofferenti, gente convinta di lottare per il Bene, di essere il Bene stesso e – di conseguenza – di essere avversata dal Male.

E’ dal 1968 che certi gruppi settari e fanatizzati, variamente evolutisi, ritengono di essere "la meglio gioventù". Invece – duole dirlo – sono la peggiore. La meglio gioventù di questo paese sta altrove. La si coglie piuttosto nel lavoro umile e faticoso dei giovani carabinieri contro cui hanno inveito gli "animalisti" e di quelli impegnati nelle tante missioni di pace a rischio della vita. Insieme ai volontari che corrono gli stessi rischi per soccorrere le popolazioni e garantire loro una pace vera.

Davanti a loro impallidisce e sprofonda un po’ anche la presunzione di nobiltà ideale della nostra tendenza pacifista. Andare per strada a sventolare la bandiera arcobaleno, la bandiera della pace, come si è fatto per mesi, è gratificante, ma è troppo facile e narcisistico. Tutti eravamo per la Pace e ci sentivamo, per ciò stesso, dalla parte del Bene. Non costava assolutamente nulla e ci faceva sentire incontaminati. Nessuno rischiava alcunché. Anche se c’erano in Iraq centinaia di migliaia di desaparecidos, di torturati e un numero enorme di fosse comuni, a noi bastava dirci "per la pace" per infischiarcene. E nessun dubbio, nessuno scrupolo di coscienza veniva ad agitare i nostri sonni. Appendere un panno colorato alla finestra era sufficiente per sentirsi Puri e per disprezzare i guerrafondai "amerikani". Eravamo gli indignati speciali.

Non dovevamo far la fatica di capire la dura complessità della realtà. Per noi l’alternativa era secca e banale: di qua il Bene e di là il Male. Invece l’alternativa era fra due mali e si doveva scegliere con sofferenza quale fosse il male minore. Dunque c’era da assumersi comunque delle responsabilità e da sentire il peso delle proprie scelte.

Solo ciò che costa, ciò che ci costringe a rischiare, è vero. Si doveva avvertire il dolore del compromettersi, la fatica del capire, il riconoscimento del possibile errore: solo sentendo di assumersi – in entrambi i casi - una drammatica responsabilità si poteva dirsi veramente contrari all’intervento e si poteva riconoscere che anche gli altri potevano avere delle ragioni. Solo a quel prezzo si era per la pace. Non a cuor leggero, non da anime belle. Non nascondendosi dietro un’ipocrita ingenuità, dietro un’idea semplicistica del mondo che ci faceva sentire immacolati. Insomma non sbandierando il vessillo arcobaleno senza rischiare nulla.

Ecco, la tragedia di Nassirja ci ha fatto scoprire che chi sta veramente dalla parte della Pace magari porta la divisa del soldato e il mitra sulle spalle. E non ha addosso la bandiera arcobaleno, ma un tricolore stampato su una divisa militare. Questi uomini sono andati laggiù, su mandato del Parlamento italiano, per sminare, per proteggere la popolazione civile, per istruire una polizia locale, per garantire i soccorsi, insomma per realizzare con fatica e grandi rischi personali la Pace in un paese lontano.

I giornali hanno notato che su questi poveri martiri, coraggiosi e generosi, e sulle loro famiglie si è stesa, materna e amorevole, la pietà e il conforto della Chiesa che celebra questi figli come i veri operatori di pace delle Beatitudini evangeliche. Mentre denuncia il terrorismo come enorme minaccia alla Pace. Parole solenni del Papa e – anche ieri - del cardinal Ruini.

Diventa così evidente a tutti, anche a chi non voleva vedere, l’abissale differenza fra la parola "Pace" pronunciata dal Papa e dalla Chiesa e quella urlata – talora con odio ideologico – nelle piazze. Per la Chiesa la Pace non è una clava per criminalizzare gli altri, ma è questa disponibilità al sacrificio personale, è questo soccorso di popoli sofferenti, è carità, non odio. C’era un grande equivoco nell’unanimità pacifista dei mesi scorsi: adesso si è dolorosamente chiarito che i cattolici non stanno dalla parte delle "anime belle", ma dalla parte di chi faticosamente rischia e si compromette per costruire.

Sentimento religioso e sentimento nazionale diventano tutt’uno. Adesso bisogna ritrovare la nostra memoria civile collettiva perché finora non è stata una memoria della nazione italiana, ma spesso un memorandum di parte, ideologicamente orientato.

Centinaia di film, canzoni, libri e mitologie – per dire – sui funesti eventi del Sessantotto e sulla retorica pacifista del "mettete dei fiori nei vostri cannoni", ma provate a cercare una sola traccia dei fatti di Kindu. Nessuno ricorda più quei giovani italiani in divisa massacrati mentre erano in missione di pace per conto dell’Onu. Eppure erano loro "la meglio gioventù".

Era l’11 novembre del 1961. Tredici avieri italiani, messi a disposizione delle Nazioni Unite dal governo di Roma, trasportarono a Kindu, in Congo, viveri e aiuti necessari alla missione di assistenza alla popolazione civile. Furono però aggrediti da soldati congolesi, che avevano appena conquistato l’indipendenza dal Belgio. I soldati italiani furono torturati, linciati in modo orrendo e smembrati e si parlò anche di cannibalismo.

Un massacro osceno da cui il mito immacolato dei guerriglieri in lotta contro l’imperialismo e il colonialismo usciva moralmente a pezzi. Sarà per questo che lo si è dimenticato? Sarà perché ciò che riguarda le forze armate italiane e il nostro onore nazionale è stato considerato, stupidamente, per decenni, in odore di "fascismo"?

Per ricostruire la nostra memoria nazionale bisogna ricordare, anche con segni e simboli visibili, i nostri soldati caduti in tanti angoli del pianeta come coraggiosi operatori di pace. Oggi ne sentiamo tutti il bisogno. Finalmente. Oggi è un giorno solenne nella nostra storia.

© Il Giornale – 18 Novembre 2003


http://www.kattoliko.it/leggendanera/attualita/duepesi.htm 

Due pesi e due misure
di Antonio Socci

Ieri i telegiornali hanno mostrato una conferenza stampa di Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti Italiani. Mi è parso di scorgere in primo piano due bandiere rosse con falce e martello e in mezzo ad esse un drappo arcobaleno con scritto: "Pace". L?effetto era strano,  perchè voleva essere propagandistico, ma quella povera parola stretta fra due bandiere con falce e martello sembrava un triste dissidente ammanettato tra due gendarmi (ha ragione Socci ed egli lo sa bene. Anche a me fa sempre effetto vedere il simbolo della croce che era la testa dei crociati, dell'inquisizione, dei massacri di interi continenti ...ndr). Effetto realistico perchè, nella storia del Novecento, proprio la bandiera con falce e martello ha contribuito a scatenare i conflitti più sanguinari a cominciare dalla Seconda Guerra Mondiale scoppiata grazie all'alleanza fra Russia comunista e Germania nazista (il Patto Ribbentrop-Molotov).

Diliberto dunque ha dichiarato Bush “un criminale di guerra”, in riferimento al caso delle torture in Iraq. Che il presidente americano abbia espresso il suo orrore per quei casi e abbia immediatamente fatto punire i responsabili sembra irrilevante ai suoi “giudici” italiani.

Ora, Diliberto guida un partito comunista, che si richiama alla storia comunista. Il suo fondatore e presidente, Armando Cossutta ha storicamente rappresentato l’ala più fedele al Cremlino. Tale partito ha sempre rivendicato il legame di continuità con quel Pci che è stato l’espressione del movimento comunista internazionale in Italia e che a lungo è stato sostenuto e anche finanziato da un regime che si fondava sul lavoro schiavistico di milioni di detenuti del Gulag, un regime che usava sistematicamente la tortura come forma di dominio totale sugli individui.

Quei regimi e quei partiti comunisti non meritano l’accusa di “criminalità” dal partito di Cossutta e Diliberto? Non è solo questione del passato. Prendiamo l’esempio di Cuba. Diliberto è così sensibile alla causa dei diritti umani che – s’immagina – dovrebbe dichiarare “criminale” politico anche Fidel Castro, da decenni tiranno feroce di un’isola che ha ridotto alla fame, che ha insanguinato, torturando e massacrando chi gli si opponeva. Ma Diliberto si guarda bene dal condannarlo come “criminale”: fa il contrario. Dichiara: “adesso va di moda parlare male di Cuba, io però non mi accodo”. E’ volato all’Avana addirittura a firmare un protocollo “di reciproca collaborazione” col Partito comunista cubano e ne mena vanto: “Siamo l’unico partito in Europa ad aver stabilito un rapporto così stretto”.

Ne va fiero, Diliberto. Eppure è noto da anni (e dunque anche lui lo conosce) l’orrendo repertorio di torture in uso nelle terrificanti galere di Castro. Se ne può avere un’idea sfogliando il Libro nero del comunismo al capitolo dedicato a Cuba. Da questa lettura si ricava la convinzione che Fidel Castro sia un tiranno da portare davanti al Tribunale penale internazionale: invece resterà al potere, osannato dalle Sinistre occidentali fino alla fine.

Nel 1994 circa 7 mila persone morirono in mare cercando di scappare, come fanno migliaia di cubani ogni anno su povere zattere che il regime talora fa bombardare con sacchi di sabbia. Ma Diliberto proclama: “il consenso della popolazione a Fidel è altissimo”. Il segretario dei Comunisti italiani non ammette nemmeno che vi sia un problema di diritti umani e politici. Per lui a Cuba “c’è una democrazia, applicata in forme diverse rispetto a quella occidentale”.

Il “criminale” per Diliberto è invece il presidente della più antica democrazia del pianeta, George Bush. Si dirà che il partito di Diliberto è piccolo e irrilevante. Non è vero. E’ uno dei partiti comunisti determinanti per la vittoria della coalizione di centrosinistra in Italia. Dunque sarà un partito determinante nella definizione della politica estera dell’Italia se e quando sarà governata da Prodi. Tanto è vero che Diliberto è già stato ministro della Repubblica italiana nei governi dell’Ulivo e lo sarà di nuovo in caso di vittoria.

Ma non è solo questo. Le sconcertanti parole di Diliberto esprimono lo stato d’animo della maggior parte del popolo di Sinistra, per il quale il “pericolo” nel mondo è rappresentato dalla democrazia americana. Questa è la singolare e avvilente situazione a cinquant’anni esatti dallo sbarco degli americani in Normandia dove vennero a morire a migliaia per liberarci da Hitler e Stalin. In un mondo in cui decine di regimi praticano da sempre e sistematicamente la tortura e mai le loro vittime (migliaia) finiscono sulle prima pagine dei giornali o nei titoli di testa dei tiggì, da giorni sul banco degli imputati sta la democrazia americana che – al di là dei suoi meriti storici nei confronti dell’Europa e del mondo – tuttora è la più decisa sostenitrice dei diritti umani nel mondo.

Certo i casi di tortura perpetrati da alcuni soldati americani nella prigione irachena sono odiosi e raccapriccianti. E devono risponderne anche coloro che dovevano vigilare e non l’hanno fatto. Ma il meccanismo della democrazia occidentale è congegnato appunto per fare in modo che tale arbitri e orrori vengano prontamente denunciati e puniti.

Il problema è quello prodotto dai media, solitamente disinteressati alle violazioni dei diritti umani. Infatti adesso l’opinione pubblica – in genere non aggiornata sulla situazione del mondo – è indotta a ritenere che a praticare la tortura nel mondo siano gli americani. Si condanna dunque all’infamia un paese dove la tortura è un reato e gongolano i tanti regimi dove la tortura è “legale”. Si mette sotto accusa una democrazia dove la tortura è un’eccezione, un arbitrio di singoli (prontamente puniti) e si permette che a condannare gli Usa siano quei regimi in cui la tortura è la regola. Non è giusto.

La prima violenza è la menzogna. Perciò ritengo che in questi giorni stiamo tutti subendo una violenza.

 

© Il Giornale, 9 maggio 2004


http://www.kattoliko.it/leggendanera/chiesa/marra.htm 

Tendenze del mondo cattolico sul tema della pace e della guerra
di Mons. Giovanni Marra

Articolo apparso sul n. 204 di Cristianità

Conferenza dell’Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia, tenuta il 20 gennaio 1992 a Roma, nella sala conferenze di Palazzo Salviati, in occasione della XLIII Sessione 1991-1992 del Centro Alti Studi per la Difesa, trascritta con l’autorizzazione del presule da un opuscolo edito da questo organismo, titolo compreso.

1. L’avvento del cristianesimo e la pace

Se guardiamo alla storia dei popoli e delle nazioni vediamo che essa si svolge in un incessante alternarsi di guerre e di pace. Guerra e pace sono parole antiche, ma sempre attuali. Lungo il corso dei secoli, nei confronti della guerra e della pace si sono formate ed espresse sensibilità diverse e nuove, via via sempre più profonde e vaste. L’avvento del cristianesimo ha segnato un momento fondamentale riguardo ad un modo nuovo di concepire la pace e di giudicare la guerra. Nel mondo pagano, greco-romano, la guerra faceva riferimento a uno degli dei; per i romani era Marte il dio della guerra cui bisognava sacrificare e da cui si attendeva la vittoria sui nemici.

Nel mondo ebraico la guerra è un fatto religioso in cui è coinvolto lo stesso Jahvé: è lui che conduce il suo popolo alla vittoria, alla liberazione, o anche alla sconfitta e alla schiavitù per punirlo delle sue infedeltà e del suo peccato. Tuttavia, nel linguaggio del popolo ebraico prevale sempre una visione o prospettiva messianica di pace, intesa non solo come assenza di guerra, ma nel senso più ampio e globale dell’ebraico shalom, che significa completezza e integrità e che esprime la condizione o lo stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, con se stesso, con gli altri uomini e con Dio.

Col cristianesimo, che ha pure un legame col filone profetico dell’ebraismo, ha inizio un modo nuovo di concepire la pace e di atteggiarsi di fronte alla guerra, alla violenza e al nemico e, in ultima analisi, di fronte all’uomo.

Innanzitutto la pace viene personificata nella stessa persona di Cristo: "Egli infatti è la nostra pace" (Ef. 2, 14). E ancora San Paolo scrive: "Colui che ha fatto dei due [giudei e gentili] un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce" (Ef. 2, 14-16). Gesù risorto dona agli Apostoli il suo primo saluto con le parole "Pace a voi" (Lc. 24, 36).

Ed inoltre la vera pace si vive e si concretizza nell’amore di Dio e dei fratelli, ossia nel comandamento della carità che è l’espressione più alta dell’insegnamento evangelico, che giunge fino ad includere l’amore dei nemici.

Citiamo due brani del Vangelo di Matteo, che sono fondamentali a questo riguardo:

Mt. 5,43-47: "Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?".

Mt. 5, 38-41: "Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due".

C’è poi il discorso della montagna che esprime più compiutamente l’insegnamento di Gesù quanto alla pace, al perdono, al rapporto con i persecutori: "Beati i poveri in spirito... Beati gli afflitti... Beati i miti... Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia... Beati i misericordiosi... Beati i puri di cuore... Beati gli operatori di pace... Beati i perseguitati per causa della giustizia"; e conclude: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt. 5, 3-12).

Tutto questo Gesù ha insegnato ed ha applicato nella sua vita, accettando l’arresto, la condanna a morte, la crocifissione e la morte, pronunciando parole di perdono per i suoi persecutori e carnefici.

2. I militari nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli

Nello stesso tempo troviamo nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli, centurioni e soldati, i cui comportamenti sono sempre positivamente rappresentati:

— Ad un gruppo di soldati che si presentano dinanzi a Giovanni Battista e gli chiedono che cosa debbano fare per salvarsi, questi risponde: "Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe" (Lc. 3, 14). (Non dice, cioè, di abbandonare il servizio militare).

— Gesù guarisce il servo del centurione il quale, vedendo Gesù stesso andare verso la sua casa dice: "Signore, non stare a disturbarti, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito". Gesù è ammirato delle parole del centurione ed esclama: "Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande" (Lc. 7, 6-9). È questa una lode straordinaria che Gesù rivolge ad un militare romano.

— Sul Calvario, al momento della morte di Gesù, il centurione e quelli che con lui facevano la guardia, sentito il terremoto e visto quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui era Figlio di Dio" (Mt. 27, 54). È una grande testimonianza che i soldati danno nei confronti di Gesù.

— Un altro centurione è il primo dei pagani che si converte al cristianesimo e riceve il battesimo dall’Apostolo Pietro (Atti 10, 1-48).

— Fu ancora un altro centurione che salvò la vita di San Paolo, allorché, durante il naufragio della nave che lo portava a Roma, gli altri soldati romani di guardia volevano uccidere lui e tutti i prigionieri che erano sulla nave (Atti 27, 43).

3. Le prime incertezze e il formarsi della dottrina della "guerra giusta"

Nei primi secoli del cristianesimo, durante il tempo delle persecuzioni, i cristiani si trovarono in grande difficoltà ad accettare il servizio militare ed a partecipare alle guerre; essi, come i pagani, dovevano sacrificare all’imperatore e accettare il culto degli dei, e questo non potevano ammettere, anche a costo della vita.

Quando poi la Chiesa, con l’editto di Costantino, acquista la sua libertà, anche l’atteggiamento dei cristiani verso il servizio militare comincia a cambiare, finché il problema della guerra e della pace diventano oggetto di approfondimento e di discussione tra i Padri ed i Dottori della Chiesa.

Per capire il formarsi di una dottrina specifica in materia di guerra e di pace credo che sia necessario esporre brevemente il pensiero di Sant’Agostino e di San Tommaso, che hanno gettato le basi di quella dottrina detta della "guerra giusta":


Il pensiero di Sant’Agostino (354-430)

Il disegno di Dio per l’umanità è di riunire gli uomini in una società segnata dall’amore e dalla pace. La guerra si contrappone a questo disegno divino ed è un rinnegamento da parte dell’uomo della sua stessa natura e trova la sua causa principale nel peccato. Tutto questo viene esposto nel De Civitate Dei che tratta della città di Dio e della città terrestre: la guerra è frutto della città terrestre, dove il desiderio smodato del potere e del dominio generano divisioni, lotte e violenza.

Sant’Agostino sostiene:

— le guerre sono sempre un male, perché esse comportano molte e molteplici calamità;

— questa situazione non impedisce che ci possano essere anche guerre giuste;

— ciò che rende giusta una guerra è l’iniquità della parte avversa;

— è necessario che vi sia una causa giusta;

— la volontà deve mirare al bene che con la guerra si può ottenere, rassegnandosi al male che la guerra comporta;

"La pace — scrive Agostino — deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace! Anche facendo la guerra sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi" (Sant’Agostino, Le lettere, III, 189, 6).

— La decisione, per intraprendere una guerra, deve essere presa dall’autorità legittima.

In conclusione per Sant’Agostino, quattro sono le condizioni perché una guerra sia considerata moralmente giusta:

1. violazione del diritto da parte del nemico (causa giusta);

2. necessità inevitabile di intraprendere la guerra;

3. volontà tesa sempre verso il bene della pace;

4. dichiarazione fatta dalla autorità legittima.


Il pensiero di San Tommaso (1225-1274)

San Tommaso si rifà sostanzialmente a Sant’Agostino. Alla questione se ci possa essere una guerra giusta risponde affermativamente, indicando le seguenti tre condizioni:

— l’autorità del principe che la dichiari;

— una causa giusta, cioè una colpa da parte di coloro contro i quali si fa la guerra;

— retta intenzione nel fare la guerra, cioè, che si miri a promuovere il bene.

Quanto alla prima condizione San Tommaso dà la seguente spiegazione: un privato non ha potere di fare la guerra perché egli può difendere il proprio diritto ricorrendo al giudizio del suo superiore; il principe invece, non avendo un giudice superiore cui ricorrere per rivendicare un suo diritto, ha potere di proclamare una guerra.

— È opportuno anche ricordare che la cristianità stessa ha promosso due tipi di "guerre sante": le crociate, per la liberazione del Santo Sepolcro, la guerra contro le invasioni dei turchi, musulmani e saraceni (la battaglia di Lepanto).

— Queste dottrine e queste iniziative di guerre "giuste" o "sante" non hanno impedito alla Chiesa di considerare la guerra un male da cui chiedere a Dio di essere liberati: "A peste, fame et bello, libera nos Domine".

Francesco da Vitoria (1492-1546)

Sosteneva la legittimità della guerra nel Nuovo Mondo considerando come causa giusta anche la predicazione del Vangelo.

4. I protestanti e le prime tendenze pacifiste

Queste dottrine hanno dominato incontrastate fino ai tempi della riforma protestante, quando appaiono delle tendenze che, richiamandosi al Vangelo e all’esempio di Cristo, cominciano a introdurre posizioni contrarie ad ogni guerra ed a favore della non violenza e del pacifismo.

In particolare si distinguono quaccheri e anabattisti che professano un pacifismo assoluto: sono contro ogni guerra per il principio del "non uccidere" e del non resistere al male, sono per il rifiuto del servizio militare e poi sono i primi a rivendicare l’obiezione di coscienza.

Sorgono movimenti di pacifismo umanitario che non si richiamano direttamente al Vangelo ma si fondano su motivazioni di carattere sociale.

Anche il mondo cattolico subisce l’influenza di questi movimenti pacifisti, sia nel secolo scorso, come nel nostro secolo e ai nostri tempi.

Resta comunque valida la dottrina della guerra giusta, ma le condizioni vengono ulteriormente integrate: si richiede una causa sempre più proporzionata ai mali che la guerra procura e l’assenza di altre vie risolutive della causa stessa.

Agli inizi del secolo XVI emerge la posizione dell’intellettuale cattolico Erasmo da Rotterdam (1466-1536) il quale deplora e giudica inaccettabile alla luce dell’insegnamento evangelico che i principi cristiani facciano la guerra tra loro anche quando si verificassero quelle condizioni che, secondo la dottrina di Sant’Agostino e San Tommaso, potessero giustificarla. Egli comunque ammette la possibilità della guerra contro i turchi e contro le invasioni barbariche, anche se preferirebbe che ci si avvicinasse a loro per convertirli con la parola evangelica e con l’esempio.

La posizione di Erasmo fu un atteggiamento isolato che non ebbe seguito tra i teologi del tempo.

Infatti San Roberto Bellarmino (1542-1621) conferma la dottrina della guerra giusta e precisa che, essendo la guerra un mezzo per la pace, "ma un mezzo molto grave e molto pericoloso, non vi si può ricorrere subito; prima di farlo si deve tentare di difendere la pace per le vie meno onerose, soprattutto chiedendo al nemico la debita soddisfazione".

Da parte sua, Francisco Suárez (1548-1617) approfondisce la dottrina della guerra giusta sia quanto alle condizioni che la rendono tale, sia quanto al modo conveniente moralmente di condurre una guerra (Jus ad bellum, jus in bello).

Tra il 1500 e il 1700 sono apparsi studi isolati di cattolici tendenti a proporre progetti per una pace universale. Significativo è il progetto dell’abate di Saint-Pierre (1658-1743) basato sui seguenti principi:

— costituire una lega, quasi una federazione tra i principi europei, con un tribunale per risolvere le controversie, onde evitare la guerra;

— istituire un congresso permanente per i contatti regolari tra i principi;

— costituire una forza militare internazionale per richiamare all’ordine i riottosi.

Merita menzione anche la posizione che su questa materia ha assunto Emanuele Kant (1724-1804) col suo progetto Per la pace perpetua dove propone:

— una federazione di Stati liberi;

— rinuncia ad avere eserciti propri;

— definizione di un diritto cosmopolitico che faccia proprie e giudichi le violazioni avvenute in ogni parte della terra.

L’abate di Saint-Pierre ed Emanuele Kant, pur nel loro utopismo, sono precursori della Società delle Nazioni, delle Nazioni Unite e della stessa Comunità Europea.

5. L’opera dei Pontefici di fronte alle due guerre mondiali

Anche gli interventi dei romani Pontefici acquistano toni sempre più accentuati a sostegno della pace e contro ogni guerra. Essi divennero sempre più forti sia in occasione della prima che della seconda guerra mondiale.

San Pio X si adoperò a prevenire la prima guerra mondiale, Benedetto XV ad alleviarne i mali e a favorire il ritorno della pace. Quest’ultimo Pontefice promosse preghiere, propose tregue, inviò appelli, indirizzò note diplomatiche ai capi dei popoli belligeranti, indicò alcuni punti che fermassero la "inutile strage" — secondo l’espressione di San Pio X — e favorissero una pace giusta e duratura:

— abbandono della guerra come mezzo per risolvere i conflitti tra i popoli e diminuzione progressiva degli armamenti;

— condono reciproco dei danni di guerra;

— sforzo di risolvere le controversie territoriali in uno spirito di comprensione che tenga conto del giusto e del possibile, coordinando i propri interessi con quelli comuni del grande consorzio umano.

Con uguale intensità si sono impegnati Pio XI e Pio XII nello scongiurare la seconda guerra mondiale insistendo sempre sul valore supremo della pace e sui danni e mali che comunque le guerre arrecano all’umanità: un ruolo straordinario ha svolto Pio XII non solo prima e durante la seconda guerra mondiale ma anche dopo per aiutare prigionieri, perseguitati, profughi, rimpatriati.

6. Movimenti pacifisti e non violenti del nostro secolo

Le correnti pacifiste e non violente del nostro secolo si richiamano al pensiero dello scrittore russo Leone Tolstoj il quale — come sostiene il card. Giacomo Biffi — riscrivendo il Vangelo, ed eliminando ogni dimensione soprannaturale di Cristo e del suo insegnamento, tutto riduce ad una proposta morale formulata in cinque punti. Uno di questi punti riguarda "il principio della non resistenza al male e della radicale e assoluta non-violenza". In virtù di questo principio, il delinquente deve essere solo ammonito; alla prepotenza, sia individuale sia delle nazioni bisogna sempre cedere; alle armi dei malvagi non si possono opporre le armi; l’idea stessa di giudizio e di pena viene vanificata; le funzioni di polizia e il servizio militare sono intrinsecamente immorali, lo Stato stesso non è che un brigantaggio organizzato.

Lo stesso card. Giacomo Biffi recepisce e fa sua la risposta che il filosofo russo Vladimir Sergeevic Soloviev dà a Tolstoj con le seguenti considerazioni:

— La dottrina della non violenza è inaccettabile ed in effetti è antievangelica, proprio perché porta alla non difesa dei deboli e privilegia i forti prepotenti.

— Esaminiamo questa teoria tolstojana nel caso concreto. Io vedo un assassino che sta uccidendo un uomo. Secondo Tolstoj non avrei il diritto di intervenire per disarmarlo con la forza; devo solo cercare di persuaderlo con le parole. Ma così facendo non rispetto la dignità umana né dell’aggredito né dell’aggressore, lasciando l’uno e l’altro, in maniera diversa, in balìa degli impulsi cattivi.

— Inoltre — dice il filosofo — la violenza non è intrinsecamente immorale: è immorale se con essa si avvilisce la persona al rango di strumento, ma non in sé. Perciò, si può fare violenza, per salvarlo, a chi sta per annegare e si dibatte nell’acqua, o a un bambino che non vuol sottoporsi a un necessario intervento chirurgico.

— Quanto all’obiezione fiscale che qualche volta viene proposta nell’ambito del pacifismo, Soloviev osserva: "Si dirà: i contributi e le tasse percepite dallo Stato sono utilizzati non per scopi evidentemente utili, ma per delle finalità che mi sembrano inutili o addirittura dannose. Ma allora il mio dovere è di denunciare questi abusi, non certo quello di negare con dichiarazioni o con atti il principio stesso della tassazione da parte dello Stato".


7. Tendenze pacifiste tra i cattolici

Non v’è dubbio che anche nel mondo cattolico, in questo nostro secolo, alla luce delle grandi tragedie umane che la prima e la seconda guerra mondiale hanno provocato, si è riproposto il problema morale della guerra nella prospettiva di creare condizioni per eliminarla come mezzo per risolvere le controversie che sorgono tra gli Stati. La questione morale è divenuta ancora più grave con l’avvento delle armi atomiche.

Già negli anni trenta un gruppo di teologi e di sociologi cattolici, tenendo conto dello sviluppo degli armamenti e della fondazione della Società delle Nazioni, emisero una dichiarazione, detta di Friburgo, per sostenere che oggi vengono a mancare due delle condizioni richieste per la liceità del ricorso alla guerra: la Società delle Nazioni offre lo strumento alternativo alla guerra per risolvere le controversie internazionali; dopo ciò che è accaduto in distruzione e morti con la prima guerra mondiale non si può più parlare di proporzionalità tra i beni che si sperano ed i mali che si temono. Questa dichiarazione venne poi recepita nel Codice di Morale Internazionale di Malines del 1937.

Dopo il secondo conflitto mondiale il dibattito sulla guerra e la pace è cresciuto di molto proprio a motivo della forte contrapposizione che si è creata tra Patto Atlantico e Patto di Varsavia, tra i paesi orientali comunisti e paesi occidentali democratici, che faceva paventare la possibilità di un conflitto che poteva essere anche atomico con conseguenze disastrose per tutta l’umanità.

Oltre ai pacifisti storici di origine protestante, in Occidente hanno dominato il campo movimenti pacifisti di sinistra e di ispirazione comunista le cui manifestazioni avevano sempre un orientamento antioccidentale e antiamericano con evidente strumentalizzazione comunista e favorevole all’Unione Sovietica: contro il Patto Atlantico, contro la guerra nel Vietnam, contro gli esperimenti atomici americani, contro l’installazione di missili difensivi nei paesi del Patto Atlantico, ma mai contro l’Unione Sovietica.

Da parte cattolica il gruppo pacifista più attivo è quello che si raccoglie intorno al Movimento Pax Christi fondato nel 1944, che ha portato un filone di pacifismo nell’associazionismo cattolico e in modo particolare, per quanto riguarda l’Italia, nell’Azione Cattolica, nelle ACLI, nelle Caritas e, in questi ultimi tempi, in Comunione e Liberazione: movimenti di sinistra e gruppi cattolici che in questo ultimo anno si sono trovati anche uniti nel contestare la guerra del Golfo.

Va qui subito rilevato che le posizioni dei pacifisti cattolici, pur esprimendo una tendenza di taluni settori del mondo cattolico laico e di limitate fasce ecclesiastiche, non rappresentano affatto la linea direttrice ufficiale della Chiesa cattolica nella gerarchia e nella stragrande maggioranza del popolo cristiano: sovente questi movimenti strumentalizzano i necessari interventi del Papa per rivestirsi di una ufficialità che le loro posizioni estremiste non hanno.

Gli interventi dei Pontefici, sia quelli già menzionati di San Pio X, di Benedetto XV, di Pio XI, di Pio XII, come pure quelli più recenti di Giovanni XXIII e di Paolo VI e, in questi ultimi tempi, di Giovanni Paolo II, si collocano tutti su uno stesso piano teologico, pastorale e umanitario, tendenti a prevenire e scongiurare ogni guerra, richiamare tutti al valore supremo della pace ed a sollecitare nel dialogo e nelle intese la soluzione delle controversie. Se si approfondiscono gli atteggiamenti e gli interventi dei Pontefici che si sono trovati di fronte alla prima e alla seconda guerra mondiale, come di fronte alla guerra del Golfo, si può ben constatare come essi allo stesso modo sono stati tutti sempre attivissimi nell’operare con simili iniziative (discorsi, messaggi, lettere, note, incontri e sempre e soprattutto inviti alla preghiera) per prevenire quelle guerre e, una volta in atto, per favorirne e sollecitarne la cessazione. Tutto questo rientra nella missione della Chiesa sia per corrispondere al mandato di Gesù di essere nel mondo annunciatori di pace sia per rappresentare quella profonda istanza di pace che sta nel cuore di ogni uomo e di ogni popolo. Nello stesso tempo i Pontefici hanno trattato con rispetto le decisioni che i governanti, nelle loro responsabilità, hanno ritenuto di prendere, pur condannando le ingiustizie e le lesioni dei diritti da chiunque perpetrati.

Come i Pontefici, anche gli Episcopati nazionali, di fronte ai pericoli delle guerre e più recentemente di fronte ai timori che comportano gli armamenti atomici, hanno ritenuto di far conoscere alle loro comunità il loro pensiero anche per richiamare l’attenzione dei responsabili della cosa pubblica e di quanti hanno responsabilità nelle decisioni.

Numerosi sono i documenti di Episcopati nazionali sui problemi della pace e della guerra che meriterebbero di essere esaminati in quanto, pur in una uniformità sostanziale circa i principi che fra poco riassumeremo, vi sono delle sfumature e talvolta degli orientamenti più accentuati su taluni aspetti, che rivelano il pluralismo delle sensibilità che sui predetti temi si riscontrano nel mondo cattolico. Gli argomenti specifici che vengono affrontati sono: linee pastorali per una educazione ad una mentalità di pace; i pericoli che può comportare una guerra e soprattutto una guerra nucleare; i timori di un sempre crescente armamento; la speranza di un comune graduale disarmo per devolvere i mezzi economici allo sviluppo dei paesi poveri del terzo mondo; un giudizio sulla deterrenza, dissuasione, etc.

Sono di rilievo gli interventi degli episcopati scozzese, olandese, tedesco, francese e degli Stati Uniti d’America. Tutti mirano a che si creino condizioni che escludano la guerra, che si promuova la giustizia per eliminare le cause che possano portare alla guerra. In questi documenti non viene mai affrontato il tema di come una guerra possa considerarsi lecita oggi, nel nostro tempo; tuttavia, anche se con sfumature e accentuazioni diverse, viene da tutti sostanzialmente accolta la dottrina sulla guerra e sulla pace come proposta solennemente dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Accentuazioni differenti si possono trovare ancora riguardo la guerra nucleare limitata e la fabbricazione di costosissimi armamenti nucleari a fine di deterrenza, o a riguardo del disarmo, della produzione delle armi e del loro commercio.

In ultima analisi, queste diversità si possono anche comprendere a livello di studio e di analisi da chi ha soprattutto responsabilità morali di fronte ad un mondo che interpella la Chiesa e da essa si attende un orientamento che favorisca il cammino della pace. In ogni modo i punti che in ogni caso sono sempre tenuti fermi possono essere così formulati: da un lato l’indiscusso diritto alla legittima difesa degli Stati a determinate condizioni, dall’altro il dovere di operare perché sia sempre eliminata l’avventura della guerra e soprattutto la spaventosa tragedia cosmica di una guerra nucleare.


8. L’attuale insegnamento della Chiesa sulla legittima difesa

A conclusione di questa esposizione per grandi linee dell’evoluzione del pensiero della Chiesa e del mondo cattolico circa la pace e la guerra ritengo utile riassumere quello che è oggi l’insegnamento ufficiale della Chiesa su tali argomenti, sia sulla base dei documenti conciliari, sia in conformità al costante magistero pontificio. I principi sono questi:

1. La pace è un valore primario dell’umanità ed ogni uomo di buona volontà, soprattutto i cristiani e coloro che professano una religione, sono chiamati a perseguirlo con ogni impegno. La pace non è solo assenza di guerra, essa è specificamente opera della giustizia, della verità, della libertà e dell’amore fraterno.

2. La guerra è un male che non solo la fede ma neppure la ragione umana dovrebbe mai accettare.

Tuttavia — afferma la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II — la guerra non è scomparsa dall’orizzonte dell’uomo. E fintanto che esiste il pericolo di guerre, e non vi sarà una autorità internazionale competente munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di legittima difesa.

3. I Capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati.

4. Nella concretezza della situazione attuale ne consegue che è doveroso da parte degli Stati predisporre le necessarie forze armate per la difesa. Anche quando non si vede chiaramente il nemico temuto da cui difendersi, c’è sempre un nemico potenziale che può sorgere in qualsiasi momento e da ogni parte: lo Stato ha il dovere della previdenza e della prudenza nel garantire sicurezza ai propri cittadini.

5. È auspicabile che vi sia un’autorità politica internazionale capace di risolvere le vertenze tra gli Stati.

6. Anche questa autorità dovrà disporre di forze efficaci pronte ad intervenire per garantire il diritto contro ogni tipo di prevaricazione.

7. Alla necessità e legittimità delle forze armate di uno Stato corrisponde la legittimità morale di "coloro... che, dediti al servizio della patria, esercitano la loro professione nelle file dell’esercito". Questi sono considerati dal citato documento del Vaticano II "ministri della sicurezza e della libertà dei loro popoli e, se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch’essi veramente alla stabilità della pace".

Accanto ai militari la Chiesa pone dei sacerdoti, Cappellani, la cui presenza, coordinata da un Vescovo, conferma l’attitudine positiva e favorevole che essa ha per la professione militare stessa: tanto più ora che gli Ordinariati militari, con la Costituzione Apostolica Spirituali Militum Curae sono assimilati alle diocesi.

9. Le condizioni per una legittima difesa

Sia il Concilio sia i teologi moralisti cattolici non amano più adoperare la tradizionale dizione di "guerra giusta". È invalso il convincimento che una guerra, qualsiasi guerra, non possa mai definirsi giusta. La dizione adoperata è quella di "legittima difesa", anche se i pacifisti più accesi del mondo cattolico giudicano inaccettabile sia la dizione sia il contenuto della legittima difesa stessa.

Perché si possa ricorrere alla legittima difesa secondo la comune e tuttora vigente dottrina della Chiesa è necessario che si verifichino le seguenti condizioni:

1. Una giusta causa grave e diretta.

2. Una autorità competente: cioè, possono decidere il ricorso alla legittima difesa soltanto coloro che legittimamente sono preposti alla cosa pubblica e al bene comune.

3. Una retta intenzione: cioè, l’intenzione effettiva di difendersi per respingere l’aggressore e per ristabilire una vera pace nella giustizia; che non sia, cioè, il pretesto per altri scopi.

4. Rimedio estremo o "ultima ratio", cioè che non vi siano altri rimedi per sanare la controversia.

5. La probabilità del successo, cioè di conseguire il ristabilimento del diritto leso, onde evitare che ad un primo danno subito se ne aggiungano altri più gravi.

6. Proporzionalità tra il fine giusto che si persegue e i danni che, per sé e per gli altri, possono derivare. Su questo criterio c’è un grande dibattito tra i moralisti cattolici in quanto taluni ritengono che oggi la tecnologia moderna, lo sviluppo delle armi chimiche, biologiche e nucleari e l’avvento della guerra aerea con tutte le possibili immani capacità distruttive di uomini e cose non rende mai più possibile la proporzionalità tra mezzi e fine, tra il pur giusto e legittimo bene da conseguire e il male globale che si provoca anche oltre i confini dei belligeranti.

Tuttavia la condizione della proporzionalità resta valida nella misura in cui l’azione militare si contiene entro i limiti della legittima difesa. Il timore che con le potenzialità di cui si dispone oggi si possono facilmente superare questi limiti, induce l’autorità morale della Chiesa a scongiurare ogni guerra. A tale riguardo già Pio XII in una allocuzione del 19-10-1953 afferma questo principio: "Non basta dunque doversi difendere da qualche ingiustizia per utilizzare il metodo violento della guerra. Quando i danni che questa comporta non hanno confronto con quelli dell’"ingiustizia tollerata", si può avere l’obbligo di "subire l’ingiustizia"".

7. In conseguenza di quanto sopra esposto, lo stesso Concilio Vaticano II, nel citato documento Gaudium et Spes afferma con chiarezza: "Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato" (n. 80).

10. L’opera della Chiesa per la pace

Nel valutare la posizione del magistero della Chiesa e gli stessi atteggiamenti della comunità cristiana o di singoli cristiani sui temi della guerra e della pace, non dobbiamo mai dimenticare che la propensione per la pace è sempre prevalente in quanto corrispondente alla missione di pace che la Chiesa è chiamata a compiere tra gli uomini, come impegno di edificare nel mondo il regno di Dio, annunciato da Gesù, che è Regno di verità, di amore, di giustizia e di pace.

Di fronte al pericolo di ogni guerra, la Chiesa, il Papa, i vescovi sentono il dovere di collocarsi sul piano alto dei valori della vita, della solidarietà, della fraternità universale ponendosi sempre dalla parte della pace e operando perché si rinunci alla guerra come metodo per la soluzione delle controversie. In particolare le parole del Papa, che diventano sempre più forti quando il pericolo di guerra è più vicino, vanno considerate in relazione all’adempimento di quella missione di pace che è sua propria e che discende direttamente da Cristo di cui è il rappresentante, il Vicario in terra. In nessun caso il Papa potrebbe dire: sì, fate la guerra perché è giusta. Egli invece — come tutti i Pontefici di questo secolo hanno sempre fatto — ha esercitato la sua autorità morale per dissuadere dall’intraprendere la guerra e per indicare quelle che sono le vie degne dell’uomo per la composizione delle controversie, per allontanare la guerra, per difendere il diritto, la giustizia e quindi la pace.

A tale scopo la Chiesa opera innanzitutto attraverso l’annuncio del Vangelo a creare nel mondo una mentalità di pace come, in particolare, la Chiesa fa anche con la Giornata Mondiale della Pace istituita 25 anni fa da Paolo VI.

La Chiesa favorisce, a fine di pace, incontri internazionali di giovani, di intellettuali, di uomini di governo, di militari; sostiene l’opera degli organismi internazionali e sovranazionali, che sono le sedi appropriate dove si possono e si dovrebbero superare le controversie, come le Nazioni Unite e la Comunità Europea.

Nel suo realismo la Chiesa ha sempre esortato gli Stati al disarmo bilaterale e controllato e nello stesso tempo, in determinate condizioni, ha giudicato anche possibile ed utile la dissuasione e la deterrenza come mezzi per scoraggiare la temuta aggressione. A tale riguardo Giovanni Paolo II così si è espresso: "Nelle condizioni attuali, una dissuasione basata sull’equilibrio, non certo come un fine in sé ma come una tappa sulla via di un disarmo progressivo, può ancora essere giudicata come moralmente accettabile" (1982).

Oggi possiamo constatare come la deterrenza e la dissuasione — nonostante i rischi che avrebbero potuto comportare — hanno prodotto risultati positivi di pace e di disarmo.

E inoltre, di fronte anche a talune tendenze del mondo cattolico che privilegiano l’obiezione di coscienza rispetto al servizio militare, il Papa più volte ha esaltato il valore ed il significato del servizio militare. Cito quanto Giovanni Paolo II ha detto ai militari polacchi nel suo viaggio in Polonia nel giugno dello scorso anno 1991: "Il servizio militare non è soltanto un mestiere o un dovere. Deve essere anche un comando [un impulso] interiore della coscienza, un comando del cuore. Le tradizioni militari dei polacchi lungo i secoli hanno legato il servizio militare all’amor di Patria" (Polonia, 2 giugno 1991). Quanto all’obiezione di coscienza così propagandata da taluni gruppi cattolici, va detto che la citata Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, ne fa cenno in termini molto contenuti con le seguenti parole: "Sembra inoltre conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana"; il card. Giacomo Biffi vede in questo testo, più che una giustificazione dell’obiezione di coscienza in se stessa e tanto meno un diritto soggettivo, la raccomandazione a trattar bene, avere comprensione per coloro che credono di doverla avanzare. In ogni modo l’orientamento ufficiale della Chiesa riconosce l’obiezione al servizio militare purché sia autentica obiezione che proviene dalla coscienza e non sia soltanto obiezione di comodo, per sfuggire cioè al sacrificio che il servizio militare può comportare.

Ed infine il mezzo più proprio della Chiesa e della comunità cristiana per allontanare la guerra e per promuovere la pace è la preghiera. Preghiera per la pace che la Chiesa promuove con tutti gli altri fratelli cristiani di denominazioni diverse, anche con i rappresentanti di altre religioni, come nell’incontro di Assisi del 1987.

La fede ci dice che la pace, in ultima analisi, è dono di Dio; l’uomo deve rendersi degno di ricevere questo dono. Ogni giorno nella Messa ricordiamo la promessa di Gesù fatta agli Apostoli: "Vi lascio la pace, vi dò la mia pace". E noi la invochiamo come suo dono ripetendo ogni giorno: "Dona nobis pacem, Domine", "Donaci la pace, o Signore".

@ Mons. Giovanni Marra
Arcivescovo titolare di Ravello
Ordinario Militare per l’Italia


http://www.kattoliko.it/leggendanera/chiesa/lodovici_guerra.htm  

La guerra secondo il Catechismo
di Giacomo Samek Lodovici

Può una guerra essere moralmente giusta? E a quali condizioni? Ecco le risposte dal Catechismo della Chiesa Cattolica.

Qual è la dottrina cattolica sul pacifismo? E vero, come sostengono i pacifistì, e talvolta anche dei sacerdoti, che nessuna guerra è mai ammissibile, per nessun motivo? Diciamolo subito: non ci si può mai rallegrare quando le relazioni tra gli uomini sfociano nella guerra. Tuttavia, la dottrina cattolica, codificata nel Catechismo, sulla scorta di grandi filosofi cristiani, come S. Agostino e S. Tommaso, ha delineato i requisiti per individuare una guerra giusta, che è moralmente giusto combattere. Precisiamo che questi requisiti sono astratti, cioè debbono essere riscontrati in concreto, caso per caso, in ogni guerra. Supponiamo per es. che io voglia comprare una casa e che i requisiti che essa deve soddisfare siano il costo abbordabile, una metratura media, la vicinanza alla metropolitana, la tranquillità della zona, ecc.

Ebbene, questi requisiti sono astratti e debbono essere riscontrati in concreto, caso per caso, quando valuto le case che io vado a vedere prima di procedere all’acquisto. In questo senso la dottrina della guerra giusta delinea dei requisiti, delle caratteristiche astratte, e ogni volta che scoppia una guerra è necessario verificare in concreto: a) se queste caratteristiche sono soddisfatte oppure no; b) se sono soddisfatte simultaneamente.

Rimandando alla bibliografia per approfondimenti filosofici, ci limitiamo a riportare questi requisiti dal Catechismo, commentandoli brevemente. Il lettore potrà applicarli alla situazione attuale, se ritiene di disporre delle informazioni necessarie sui fatti avvenuti in questi mesi.

Una guerra è giusta a patto che:

1. sia combattuta per legittima difesa, con una difesa proporzionata, infatti "L’amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. È quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale" (Catechismo n. 2264). Anzi, di più: "La legittima difesa può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile" (2265).

Perciò, un governante ha il dovere morale di intervenire se è in pericolo la vita del suo popolo: "una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa" (2308). Ad es., quando Hitler invade la Polonia è giusto e doveroso che la Polonia combatta la guerra contro Hitler. Perciò, "Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della pace e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono al loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace" (2310). Peraltro, la pace "non è la semplice assenza di guerra [...], la pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni e delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli", essa "è frutto della giustizia" (2304). Al contrario, la pace imposta da una dittatura è una pace che è frutto dell’ingiustizia, che restringe e più fondamentali libertà offendendo la dignità umana. E, siccome "la solidarietà internazionale è un’esigenza di ordine morale" (1941), a certe condizioni può essere lecito un intervento di liberazione di un popolo oppresso, anche perché per resistere ad un potere oppressivo si può in certi casi ricorrere alle armi (2243).

2. "il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo", cioè il danno deve essere consistente ed essere accertato con sicurezza.

3. "tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci", cioè se sono state cercate soluzioni alternative senza risparmiare nessuno sforzo ragionevole.

4. "ci siano fondate condizioni di successo", vale a dire se si prevede che la guerra sarà efficace e che riuscirà in qualche misura a ostacolare il nemico.

5. "Il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione", cioè se le conseguenze prodotte dall’uso delle armi (e tanto più di armi potenti come quelle attuali) non sono peggiori dell’ingiustizia che si vuole eliminare.

6. vengano rispettati i principi morali fondamentali, in quanto "né per il fatto che una guerra è […] disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto", il che vuoi dire che ci sono alcuni principi morali di etica della guerra come "rispettare e trattare con umanita i non combattenti", cioè non colpire direttamente i civili, rispettare "i soldati feriti e i prigionieri", le tregue e gli armistizi, ecc. (2309). Quando si colpisce un obiettivo militare purtroppo è spesso inevitabile che anche dei civili restino coinvolti, però è moralmente tassativo che l’uccisione dei civili non sia mai ricercata direttamente, bensì (cfr. il cosiddetto "principio del duplice effetto" a cui allude il 2263) consegua come sgradita e tragica conseguenza collaterale per aver colpito obiettivi militari (come quando prendiamo una medicina che ha effetti collaterali, anche pesantissimi, non vogliamo gli effetti collaterali, bensì colpire una patologia del nostro corpo). Ribadendo che queste condizioni debbono verificarsi tutte, il Catechismo aggiunge che "la valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune", cioè ai governanti (2309), che rispondono davanti a Dio delle loro scelte. E ovvio che un Papa può autorevolmente pronunciarsi sulla legittimità di una guerra, però non si dimentichi che in questa valutazione non è impegnata la sua infallibilità. È vero, come sostengono alcuni, che Giovanni Paolo II ha sconfessato la teoria della guerra giusta? No, perché, pur avendo pronunciato la sua autorevole condanna del conflitto in Iraq (con una valutazione in cui, lo ribadiamo, non è impegnata la sua infallibilità, ha ribadito che "l’uso della forza rappresenta l’ultimo ricorso, dopo aver esaurito ogni altra soluzione pacifica", "che non è possibile la pace ad ogni costo" (Angelus del 16-3-2003) e che "la guerra come strumento di risoluzione delle contese fra gli Stati è stata ripudiata [...], fatta salva la liceità della difesa contro un aggressore" (Discorso ai cappellani militari del 24-3-2003).

Bibliografia

Catechismo della Chiesa Cattolica.

Per un approfondimento filosofico:

S. Agostino, Epistula 138.

Idem, Contra Faustum, cap. 75.

Idem, De clvitate Dei, cap. 19,13.

S. Tommaso d’Aquino, Somma teologica, II-II, q. 49 e q. .64, a. 7, ad 2.

E. Anscombe, War and murder, in W. Stein (ed.), Nuclear Weapons and Christian Conscience, Metlin Press, London 1961.

J. Finnls, J. Boyle, G. Grlsez, Nuclear deterrence, Morality and realism, Oxford University Press, Oxford 1987.

J. Flnnis, Intention and side-effects, in A. Frey, C. Morris, Liability and responsability, Cambridge University Press, Cambridge 1991, pp. 32-64.

M. Ricciardi, L’autodifesa in Tommaso d’Aquino, in ‘Divus Thomas" 2 (2001), pp. 63-89.

 

Ricorda

"La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare al governi il diritto di una legittima difesa". (Condilo Vaticano II, Gaudium et spes, n. 79).

© Il Timone – n. 25 Maggio/Giugno 2003


http://www.kattoliko.it/leggendanera/chiesa/casadei_30domande.htm 

30 domande ai pacifisti  

(Leggete con attenzione questa Summa imbecillorum, nota anche come De Idiota, ndr)


di Rodolfo Casadei

Il 15 febbraio in tutto il mondo si scende in piazza contro l’ipotesi di un intervento militare in Irak. Ci piacerebbe una risposta ad alcuni interrogativi

1) Perché il movimento pacifista scende in campo sempre e soltanto quando sono in questione interventi militari o sistemi di armamento degli Stati Uniti e dei loro alleati? (sono solo loro dal 1979 che invadono e bombardano tutti! ndr)
2) Perché il movimento pacifista non ha mai organizzato manifestazioni contro le guerre, le invasioni, le stragi, le torture e le esecuzioni di massa che Saddam Hussein ha compiuto - spesso con la complicità o l’omertà di Ovest, Est e mondo arabo - nei suoi 25 anni di potere? (fatto! anche quando Saddam sterminava il Partito Comunista Iraqeno nel silenzio dei cattolici, solo che Casadei era distratto con il liscio, ndr)
3) Nel manifesto che pubblicizza la manifestazione del 15 febbraio c’è l’immagine di un bambino con una pompa di benzina alla tempia. E’ giusto preoccuparsi dei bambini che potrebbero morire per una guerra scatenata dagli Usa e di quelli che sono vittime delle sanzioni economiche contro quel paese. Ma dove eravate quando Saddam gasava i bambini curdi e dove siete quando, ogni giorno, i carnefici del regime torturano i bambini degli oppositori per piegare i loro genitori? (eravamo in piazza e chiedevamo la condanna internazionale dell'Iraq, solo che gli USA lo difesero, ndr).
4) Perché non avete manifestato quando noi della stampa abbiamo dato notizia dello scandaloso uso delle risorse del programma umanitario Onu "food for oil" da parte dell’Irak? Fondi stornati per spese di lusso (palazzi presidenziali e stadi olimpici), beni di prima necessità venduti di contrabbando all’estero per rifornire di valuta il regime, fondi disponibili non impegnati e non spesi? Non sono questi altrettanti delitti contro i bambini irakeni? (fondi a Formigoni ? ndr)
5) Quando l’Onu decise l’intervento armato per liberare il Kuwait, voi vi opponeste. Quando mantenne le sanzioni economiche per costringere l’Irak al disarmo, di nuovo vi opponeste. Vi siete opposti alle no-fly zones imposte da Usa e Regno Unito all’Irak. Oggi affermate che non si devono prendere misure contro le violazioni di 17 risoluzioni Onu (18 con la violazione già avvenuta della risoluzione 1441) da parte dell’Irak perché anche altri paesi violano risoluzioni Onu. Avete notato che le vostre posizioni coincidono sempre con quelle del regime irakeno? Questo vi crea qualche imbarazzo? (No, perché l'intervento irakeno in Kuwait fu autorizzato dagli USA,ma poi, quel VOI che vuol dire ? E' rivolto a Giovanni Paolo II come plurale maiestatis ? ndr)
6) Nella sua intervista al deputato britannico Tony Benn, Saddam Hussein ha espresso il suo apprezzamento per l’azione del movimento pacifista internazionale ("ammiriamo lo sviluppo del movimento per la pace nel mondo negli ultimi anni", ha detto). La cosa vi crea qualche imbarazzo? (Vedi sopra, ndr)
7) L’organizzazione pacifista Usa Answer, che è uno dei principali organizzatori della manifestazione internazionale del 15 febbraio, nel suo congresso del Cairo nel dicembre scorso ha approvato una risoluzione in cui è scritto che "l’ammissione dell’esistenza di restrizioni dello sviluppo democratico in Irak" non può essere addotta come motivo per un’aggressione militare. Siete anche voi convinti che la corretta definizione dell’odierna realtà irakena sia "esistenza di restrizioni dello sviluppo democratico"? (Ma anche tutti i cristiani hanno una sola chiesa ? ndr)
8) Posto che una guerra che causerebbe lutti e sofferenze di portata imprevedibile nella regione appare immorale, giudicate invece morale abbandonare i bambini, le donne e gli uomini dell’Irak per un tempo indefinito nelle mani di Saddam Hussein? (Giusto! abbiamo infatti chiesto ripetutamente l'abolizione dell'embargo internazionale che ha ammazzato quasi due milioni di bambini iraqeni, ndr)
9) Siete più preoccupati per le sofferenze a venire delle persone che vivono in Irak e Medio Oriente, o siete più preoccupati per l’eventualità che sui paesi europei ricadano le conseguenze di tale guerra, cioè atti terroristici e minacce militari dal mondo arabo? (la prima che hai detto, ndr)
10) Non sarebbe meglio ammettere che nel pacifismo europeo ha un ruolo importante il desiderio di quieto vivere, l’insensibilità e l’indifferenza verso l’oppressione patita da altri popoli, perché impegnarsi davvero a fianco di costoro vorrebbe dire esporre i nostri paesi, e dunque le nostre vite, a sanguinose ritorsioni? (scemo, leggi la risposta precedente! ndr)
11) Come si può considerare credibile il movimento pacifista quando in passato si è opposto a tutti gli interventi militari internazionali, compresi quelli legittimi e inevitabili condotti dalla Nato in Bosnia per salvare i musulmani massacrati da Milosevic e da Usa ed alleati in Afghanistan per distruggere le basi dei terroristi di Al Qaeda che stavano preparando attentati con armi di distruzione di massa? (ignorantello, non sai cos'è l'UCK ? ndr)
12) Quando i suoi esponenti di punta, come Gino Strada, hanno accomunato sotto l’etichetta di "terrorista" sia gli attentati del settembre 2001 che la reazione degli Stati Uniti contro i talebani ed Al Qaeda? (Gino Strada dice bene, ndr)
13) Perché il 15 febbraio il movimento pacifista non manifesta anche contro la Corea del Nord, che ha denunciato il trattato di non proliferazione nucleare, ha cacciato gli ispettori dell’Onu, ha annunciato che produrrà testate nucleari e ha minacciato di guerra gli Stati Uniti? (noi non manifestiamo mai su indicazione di terzi. I quali terzi possono manifestare quando vogliono, ndr)
14) Perché non ha mai manifestato mentre in Corea del Nord morivano per fame, a causa di una carestia conseguenza della dissennata politica del regime comunista nelle campagne, 2 milioni e 700 mila persone negli ultimi cinque anni? (Vedi sopra, ndr).
15) Perché il 15 febbraio il movimento pacifista non manifesta contro la nomina a capo della Commissione Onu per i diritti umani della Libia, paese che viola tutti i diritti umani, civili e politici e che non ha mai permesso sul suo territorio un’ispezione della Commissione Onu per i diritti umani o di enti non governativi come Amnesty International o Human Rights Watch? (ma come, non avete fatto accordi petroliferi con la Libia ? accordi fatti con il Berlusconi in persona ? Per il non manifestare, vedi sopra, ndr).
16) Perché il 15 febbraio il movimento pacifista non manifesta contro il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, che con la sua politica dell’occupazione e dell’esproprio violento delle terre ha causato una carestia che affligge 6 milioni di persone, perseguita in tutti i modi gli oppositori ed ha organizzato un processo burletta contro il capo dell’opposizione? (vedi sopra, ndr)
17) Perché il movimento pacifista non manifesta, né il 15 febbraio né mai, per i cristiani perseguitati e uccisi in Sudan, Nigeria, Pakistan, Molucche, ecc.?  (vedi sopra, ndr)
18) Perché il movimento pacifista espone puntualmente nelle sue manifestazioni la bandiera cubana e il vessillo col volto di Che Guevara, cioè un simbolo di lotta armata rivoluzionaria? (non dire idiozie, imbecille! ndr).
19) Il movimento pacifista pensa che le uniche guerre da condannare o da evitare sono le "guerre imperialiste", mentre la violenza rivoluzionaria anti-imperialista è accettabile? (Si, ndr).
20) Negli anni Cinquanta il movimento pacifista in Occidente lottava contro la bomba atomica, ma quando anche l’Unione Sovietica ebbe la sua atomica il movimento si dissolse come neve al sole. Negli anni Ottanta il movimento pacifista non scese per le strade quando l’Urss puntò i suoi missili atomici SS20 contro l’Europa, ma quando la Nato rispose dispiegando i missili Pershing e Cruise. Come mai le posizioni pacifiste coincidevano sempre con gli interessi di politica estera dell’Unione Sovietica? (Certo che mostri un cervello da gallina, meno male che l'aviaria non si contagia via internet, ndr)
21) Se in passato il movimento pacifista ha sempre fatto gli interessi dell’Unione Sovietica contro quelli dell’Occidente, se nelle sue manifestazioni odierne lascia esporre l’icona di Che Guevara, se non protesta contro tutte le violazioni dei diritti umani e tutte le guerre, ma sanziona sempre soltanto gli Stati Uniti, non ci tocca concludere che al movimento pacifista non interessano tanto la pace e le sofferenze umane, quanto piuttosto di contribuire alla sconfitta dell’Impero? (poiché ti è sfuggito l'interlocutore URSS, sei in imbarazzo. Noi continuiamo a manifestare anche quando non te ne accorgi. Un solo esempio: abbiamo manifestato contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia, ricordi ? Eravamo soli e tu pedofilavi in Vaticano. A noi interessa la pace, contro ogni sopraffazione imperialista, ndr).
22) Perché si chiamano in causa gli interessi petroliferi Usa quando si analizza il proposito americano di disarmare Saddam Hussein con la forza, e non si chiamano in causa gli interessi petroliferi di Francia e Russia in Irak quando questi paesi attuano una strategia diplomatica che favorisce il riarmo irakeno? (come si fa a rispondere a chi non sa che i tre Paesi citati sono nella stessa logica imperialista e noi siamo disinteressati a fare l'elenco dei buoni e dei cattivi, ndr).
23) Chi, nel mondo cattolico, pensa di rendere un servizio alla pace proponendo all’opinione pubblica l’alternativa secca fra il presidente statunitense Bush, che è un leader politico, e Giovanni Paolo II, che è un’autorità religiosa, non sta invece riportando indietro di un millennio la storia dell’Europa, all’alternativa fra teocrazia e cesaropapismo, cioè fra potere politico nelle mani dell’autorità religiosa e potere religioso nelle mani dell’autorità politica? (cavoli vostri, io sono ateo, ndr)
24) Perché si vuole strumentalizzare l’autorità sacrale di cui il Papa è depositario in quanto vicario di Cristo per avvalorare un giudizio politico che dovrebbe fondarsi sulla semplice ragione naturale e la competenza laicale? (qual è la ragione naturale ? per il resto, vedi sopra, ndr).
25) Perché proprio chi in passato si riempiva la bocca con "l’autonomia delle realtà terrene" enunciata dal Concilio Vaticano II oggi promuove la commistione fra la dimensione profetica del cristianesimo e le responsabilità storiche che il cristiano ha in quanto cittadino della città terrena? (cavoli vostri, io sono ateo, ndr)
26) Perché chi in passato accusava di integralismo chiunque affermasse che l’esperienza cristiana doveva avere un rilievo nella vita pubblica oggi scade nelle forme più viete di integralismo, quelle che investono di competenze politiche l’autorità religiosa? (cavoli vostri, io sono ateo, ndr)
27) è lecito, per un fine strumentale di natura politica, abbassare un pronunciamento papale a opinione da mettere ai voti? (cavoli vostri, io sono ateo, ndr)
28) è lecito strumentalizzare il Papa, vicario di Cristo, allo scopo di presentare un capo di Stato come una sorta di Anticristo? (se Cristo ci facesse una visitina, inizierebbe a frustare il Papa. Per il resto, cavoli vostri, io sono ateo, ndr)
29) Ferma restando la legittimità di giudicare temeraria ed avventurista la politica estera degli Usa, in che misura rientra nell’identikit dell’Anticristo un presidente che taglia i fondi alle organizzazioni internazionali che sponsorizzano l’aborto libero e stanzia fondi aggiuntivi per 10 miliardi di dollari per la lotta contro l’Aids nel mondo per i prossimi cinque anni? (un poco criminale e, per il resto accade che anche i criminali ogni tanto fanno qualcosa di buono, ndr).
30) Perché la stampa e le organizzazioni cattoliche impegnate nella demonizzazione di G.W. Bush non danno mai alcun risalto alle politiche del presidente americano che promuovono valori propri del cristianesimo (vita, famiglia, assistenza ai malati)? (cavoli vostri, io sono ateo, ndr)

In definitiva qui si è aperto tutto il repertorio degli imbecilli che, come ci si può convincere leggendo ciò che è scritto, sono al servizio per il 50% degli USA e per l'altro 50% del Vaticano. Luoghi comuni a sfascio, commistione di cose che tra loro non c'entrano nulla, ... un vero pastone buono per certi credenti per bene, ndr.

© Tempi, Numero: 7 - 13 Febbraio 2003


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La morale senza assoluzione di «Famiglia cristiana»
di Alessandro Maggiolini

Come è noto, giorni fa il settimanale dei Paolini Famiglia cristiana, assai diffuso e venduto alla porta delle chiese parrocchiali, è uscito con una copertina che quasi voleva lanciare un quiz: metteva da una parte il volto del Papa e dall'altra il volto di un Bush corrucciato, e chiedeva ai lettori: adesso scegliete, vi schierate dalla parte del Papa o di Bush?

Do la mia parola: anch'io, se avessi voluto rispondere, avrei scelto di stare con il Papa. Il fatto è che per dare una risposta intelligente occorre che la domanda non sia insipiente. E invece la domanda posta dal settimanale dei Paolini mi sembrava qualcosa tra una balordaggine e una mascalzonata. Non si paragona Giovanni Paolo II con un qualsiasi uomo di Stato. L'uno ha compiti religiosi di diffusione della verità evangelica e umana; l'altro si limita ad avere il compito di proteggere una nazione. Avrei capito di più se avessero messo a paragone Saddam Hussein e Bush, magari mettendo in mezzo il Papa come sofferente per la possibile guerra e instancabile nell'invocare la pace. Giovanni Paolo II non ci sta al posto di Saddam Hussein.

Che poi l'indagine tra i lettori abbia dato un esito plebiscitario può suscitare stupore soltanto in chi usa il Papa per motivi di propaganda. Anche perché Giovanni Paolo II ritorna con insistenza indomita nel condannare la guerra, ma anche nel riprovare il terrorismo. Non guerra a tutti i costi, non pace a tutti i costi. Insomma, l'interesse del Vaticano per il pericolo immane di violenze incombenti e generalizzate è motivato non da ragioni politiche di parte, ma da principi rivelati dal Signore e legati indissolubilmente alla dignità della persona. Come si vede, lascio il problema allo stadio in cui l'hanno valutato le varie voci delle guide della Chiesa. Anche se, talvolta, devo confessare d'essermi chiesto con una punta d'invidia quali fonti d'informazione avessero molti personaggi che trinciavano giudizi su una documentazione avuta dai giornali e dalla televisione.

Sto con il Papa, dunque. Più recentemente, sempre Famiglia Cristiana riporta la risposta a un lettore il quale domanda: «In una guerra come quella dell'Irak, un cappellano può assolvere un pilota che bombarda innocenti? Se abortire è peccato, che dire di chi si arruola in una struttura di morte?». Il teologo del periodico dei Paolini, Giuseppe Mattai, si esprime con la circospezione che è caratteristica di certi moralisti attuali. Per lui i cappellani «che, con modalità sia pure non militari e per apprezzabili fini spirituali, prendono parte a questa guerra» darebbero l'impressione di giustificarla. E allora: «Non è anche la loro una forma di collaborazione alla struttura di peccato, costituita da un intervento armato, più o meno giustificato dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu?». Personalmente e appoggiato dall'opinione di amici, il teologo ritiene che un'obiezione di coscienza generalizzata dei cappellani militari, cattolici e no, rappresenterebbe un gesto significativo e un forte stimolo a ripensare con una mentalità nuova una guerra moderna, definita dal Papa «barbara e inefficace, avventura senza ritorno, sconfitta dell'umanità, struttura di peccato e di violenza sempre da ripudiare». Ma barbara è soltanto la guerra degli americani? Non si dice. Comunque, quando un cappellano «rifiuta aprioristicamente l'obiezione di coscienza o ritiene utopistica l'idea di sensibilizzare i militari sull'oggettiva iniquità della guerra cui prendono parte e del conseguente obbligo di dissentire, costi quello che costi per loro e per lui che, avendo le stellette ed essendo inserito nella gerarchia militare, può finire col condividerne le modalità e la subordinazione?». Si lascia sospeso l'interrogativo (retorico?).

Dunque, ai cappellani militari non rimarrebbe che dimettersi, o invocare l'obiezione di coscienza, o impegnarsi in una sorta di ribellione generalizzata dei militari alle loro autorità. Ciò che suppone l'avere idee chiarissime e certissime. il teologo di Famiglia cristiana non pensa che i cappellani militari siano vicini ai soldati per portare i conforti religiosi, e non per fare politica e provocare una palingenesi pacifistica.

Il fatto è che la gente, quando legge, non bada troppo alle scaltre clausole di sicurezza: si convince che la Chiesa lascia che i soldati partano per la guerra da soli, col loro peccato addosso. Senza assoluzione possibile. L'opinione la sì è appresa da un organo di stampa venduto alla porta della chiesa parrocchiale. Che altro si vuole? Finché i fedeli non si stancheranno di essere istruiti dei pareri un po' strabici. Dopo di che, gli stessi parroci si interrogheranno se una simile scelta di evangelizzazione nelle chiese è davvero formativa e giusta.

© Il Giornale - 13 Febbraio 2003

Il fatto è che, insieme alle censure di Berlusconi, vi sono anche quelle nella Chiesa fatte dalle gerarchie: il direttore di Famiglia Cristiana fu cacciato subito dopo ...  ndr.


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Instrumentum regni
di Rino Cammilleri

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti dove sta andando a parare il cosiddetto progressismo cattolico: per la solita eterogenesi dei fini, esattamente dove dice di non voler andare. Alla trasformazione della religione cristiana in un instrumentum regni. Sì, perché si comincia con le solite buone intenzioni dì cui sono lastricate le vie di un certo posto, sì comincia col voler depurare dalle incrostazionì la fede, riportare la stessa alla purezza originaria, eliminare gli orpelli e le sovrastrutture accumulatisi nei secoli, ridurre all'essenziale. E si finisce col rimanere senza niente, senza acqua del bagnetto, senza vaschetta e senza bambino. Tolto l"'in più" doveva emergere una fede "adulta". Invece, quel che sì vede sono solo gusci, solidaristici o liturgici, sperimentazioni infantili spacciate per spirito evangelico, sessantottismo ritardatario.

Inutile rielencare qui i preti rappers e/o no global e tutte le altre trovate che fanno la gioia delle brevi di costume in cronaca. Il progressismo ormai fa una cosa sola: cercare di sbarazzarsi dell'identità cristiana per sostituirla con l'offerta agli Stati (meglio, all'Onu) di manovalanza gratuita politicamente corretta.

Da quando le ideologie hanno fatto il loro ingresso nella Storia, non è mai mancato mancato il gruppetto di cristiani che entusiasticamente ha gridato il suo passons aux barbares! In verità, è sempre stato un gruppetto, non di più, anche se pretenzioso: il vero cristianesimo era, secondo loro, il loro.

Minoranze sparute di intellettuali, cui il troppo studio aveva dato alla testa, però influenti per via della loro visibilità. E furono cattolici-liberali, cattolici per il socialismo, cattocomunisti e via dicendo. Veri pifferi di montagna, partivano per convertire e tornavano convertiti.

Sempre col dito accusatorio puntato sulle "secolari connivenze tra la Chiesa e il Potere", finivano invariabilmente per puntellarlo loro, il Potere, schierandosi ogni volta col Pensiero Unico di turno.

Uno psicologo avrebbe rivelato il perché di certe "sofferte e tormentate" scelte: paura della ghigliottina. Ora, poiché la coerenza è una delle esigenze più forti dell'animo umano, chi non vive per come pensa finisce per pensare per come vive, e il fascino del vincitore è una sirena irresistibile. Ma, appunto per questo, Cristo aveva detto "la verità vi farà liberi", liberi dal condizionamento, dalla paura dell'impopolarità, perfino dalla paura della morte.

lnvece, i "sofferti e tormentati" non riescono mai a vedere nel Crocifisso il Re dei Re.

Prima gli tolgono la corona imperiale, poi la porpora regale, poi la camicia e infine lo lasciano nudo, così che rimanga solo un cadavere appeso al muro. E se qualcuno questo solo vede, un cadavere appeso, allora zitti e mosca, per non offendere l'unico dio in cui davvero credono, il Di(alog)o.

Oggi, quell'antica posizione minoritaria è diventata egemone, e non basterà il coraggio pastorale di un solo Biffi a scalfirla.

Ho detto egemone, non di massa, perché il popolo sta da tutt'altra parte, si esprime solo nel segreto dell'urna elettorale o "vota coi piedi" andando ad affollare i santuari. A messa la domenica ci va, sì, perché costretto dal comandamento. E sta pure in silenzio quando la predica viene effettuata dal solito giovane missionario appena tornato dall'Africa a battere cassa. Nove volte su dieci la filippica frusta gli uditori, colpevoli di tutta la fame del mondo.

E già: lui c'è stato, da quelle parti, è testimone oculare. Diceva il divo Giulio che a pensar male si fa peccato ma a volte ci s'azzecca, e la mente corre a quelli che, turisti in Russia, si erano trovati due strade in là e non si erano accorti dell'assalto al Palazzo d'Inverno nel 1917. Ma ecco una buona domanda da girare a Piero Gheddo, decano dei missionari italiani: come mai certi missionari dicono l'esatto contrario di quel che dice lui e la loro visione delle cose pare molto più vicina a quella degli anti-global?

Riguardo alla risposta io una mezza idea l'avrei, ma per verificarla occorrerebbe andare a dare un'occhiata al curriculum dei missionari di cui sopra.

Niente, torniamo al cosiddetto progressismo.

Inizialmente si era pensato che intendesse per cristianesimo solo la "solidarietà" oves et boves; anzi, esclusivamente boves, vista l'unidirezionalità verso gli "ultimi".

Già in questo mostrava il suo volto di instrumentum regni, spontaneamente e gratuitamente offerto al Potere anche se non richiesto.

Adesso si svela che è proprio il cristianesimo la sua uggia, perché gli impedisce l"'apertura" verso tutte le altre religioni e ideologie (che sono religioni laiche). Finale: rimane instrumentum regni, sì, ma del regno prossimo venturo, quello descritto da Soloviov o da Benson. Nei sogni del progressista medio, ci si faccia caso, c'è un pianeta unito e governato dall'Onu, un'umanità affratellata ed ecologica senza barriere né divisioni, che onori tutti i Grandi Uomini di Pace, tra cui anche, perché no, Gesù Cristo.

L'inno appropriato è Imagine, di John Lennon, i cui versi, significativamente, dicono a un certo punto: ...and no religion too. Sì, perché le religioni dividono. Invece bisogna cercare quel che unisce.

Se me l'avessero detto, che l'ultima speranza era Oriana Fallaci...

© Il Timone - n. 18 Marzo/Aprile 2002


http://www.kattoliko.it/leggendanera/attualita/scaraffia_pacifismo.htm

I rischi del pacifismo utopico
di Lucetta Scaraffia

C'è una frase pronunciata domenica scorsa da Giovanni Paolo II che molti giornali non hanno evidenziato: quella con cui ha ribadito d'essere consapevole che non è possibile chiedere «la pace ad ogni costo». La differenza fra l'atteggiamento del pacifismo cristiano e quello dei pacifisti a oltranza è proprio questa: il primo sa che è impossibile far sparire il male (e perciò anche la guerra) da questo mondo, ma ritiene indispensabile adoperarsi per allargare la pace, prendendo posizione caso per caso, secondo quanto la coscienza cristiana detta. Alcuni esponenti pacifisti, invece, credono realizzabile una società senza guerra, facendo così appello a quella tensione verso l'utopia che ha animato l'Occidente negli ultimi due secoli: tutte le utopie politiche nate dopo la rivoluzione francese, infatti, hanno promesso un mondo in cui si sarebbe realizzata l'eguaglianza fra le classi (il socialismo) e fra i sessi (il femminismo) e dove non ci sarebbe stata più guerra. Questa tensione utopistica è frutto della secolarizzazione, ha radici nell'illuminismo e nelle teorie di Jean-Jacques Rousseau, che credeva nella purezza e bontà dell'essere umano originario, non "contaminato" dalla società. La Chiesa, invece, ha sempre ricordato che l'uomo nasce con il peccato originale e che quindi la realizzazione di giustizia e pace assolute in questo mondo non sarà mai possibile. Il dogma dell'Immacolata Concezione, proclamato nel 1854, in piena stagione di utopismi politici, ci ricorda che tutti nasciamo con il peccato originale, quindi imperfetti e incapaci di realizzare il paradiso in terra. Proprio per questo la Chiesa non s'è mai fatta travolgere dalle diverse utopie politiche e noi, visti i disastri da esse provocati, non possiamo che riconoscere la sua lungimiranza. Così la predicazione instancabile della Chiesa in favore della pace è contro la guerra, ma in una lucida consapevolezza che evita l'illusione d'un mondo perfetto.

© Avvenire - Sabato 22 marzo 2003


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Il conflitto d'interessi dei pacifisti
di Antonio Socci 

(il servo del padrone non ricorda quella sciocchezza del filo di paglia e della trava, ndr)

Ma è poi vero che da tre giorni è cominciata la guerra e il mondo non è più in pace come siamo indotti a credere vedendo decine di manifestazioni? Credo ci voglia un bel po’ di indifferenza al dolore umano per affermarlo o almeno molta disinformazione. Ho infatti qui davanti agli occhi la cartina del pianeta dove sono segnati tutti i conflitti sanguinosi in corso da anni, più o meno intermittenti. Sono una cinquantina (qualcuno ne ha contati settanta). Spesso cruentissimi, come quello sudanese che ha fatto due milioni di morti. Ma chi se ne cura? Vedete manifestazioni, appelli, iniziative anche solo paragonabili alla mobilitazione attuale contro gli Stati Uniti?

Non mi pare. Forse quelle vittime non esistono? A quanto pare per quei poveretti, che hanno la colpa di farsi macellare da tiranni o da gruppi armati "rivoluzionari", non ci sono lacrime, né slogan, né mobilitazioni. Sono così inesistenti che lo slogan delle manifestazioni pacifiste organizzate alla vigilia del conflitto in Iraq era "Lasciateci in pace". Parole terrificanti, di cui qualcuno dovrebbe vergognarsi. Si era forse in pace? E’ forse pace quella che vede decine di popoli massacrati? E’ la pace dei cimiteri e delle fosse comuni. A me, quella pace là, ripugna. Certo, quelli ammazzati lontano dall’Iraq sono morti che non fanno notizia. Ma sono morti di serie B? Quei bambini, quelle donne, sono esseri umani di serie B? Se fossero vittime degli "amerikani" o degli israeliani, allora sì che farebbero notizia e peserebbero. Perché per la maggior parte dei pacifisti e dei mass media sembra che esistano solo due conflitti, quello Usa-Iraq e quello Israele-Palestina. Perché sul resto l’indifferenza sembra regnare sovrana?

Non riesco a darmi una risposta accettabile. E così di colpo – guardando la mobilitazione pacifista attuale - tutto acquista un insopportabile odore di ideologia. Ecco spiegato perché tante manifestazioni pacifiste, occupazioni di scuole, documenti e appelli, invece di esprimere non-violenza trasudano odio e violenza ideologica (ovviamente anti-americana).

Non vorrei essere ingiusto con i tanti che genuinamente hanno orrore della guerra e vanno in piazza a dirlo. Ce ne sono e vanno rispettati. Ma in altri e in certi organizzatori quella indignazione selettiva, parziale, ha uno spiacevole odore. Come vogliamo chiamarlo: menzogna? Insensibilità al dolore? Calcolo? Cinismo? So bene che tante persone oggi inalberano la bandiera della pace in buona fede. Si tratta di bravissime persone seriamente angosciate per le inevitabili sofferenze e le morti che anche il conflitto iracheno porta con sé. Ma si tratta anche di persone molto disinformate. Che ignorano la quantità di altre guerre che insanguinano il pianeta e che lasciano tutti indifferenti. Tutti – guarda caso – eccetto gli Stati Uniti che in genere, pur fra mille errori, talora gravi, sono la sola potenza mondiale che alla fine interviene per ristabilire la pace, la sicurezza, il rispetto dei diritti umani. Ripeto: gli Stati Uniti. Quasi mai l’Onu (che ha fatto errori enormi) e tanto meno l’Europa. Perfino per metter fine ai massacri della Bosnia, o in Kosovo così come a Timor Est, sono dovuti intervenire gli americani. Del resto l’intervento in Iraq (nelle intenzioni della Casa Bianca) dovrebbe aprire finalmente la strada alla soluzione di due antiche tragedie, quella del conflitto Israele-Palestina e quella del popolo curdo.

Gli europei hanno sì goduto di mezzo secolo di pace, ma conquistataci e ragalataci da migliaia di giovani vite americane. Gli europei amano riempirsi la bocca della parola "pace". Ma perché possono contare sul contribuente americano che paga le tasse e finanzia l’esercito americano e quindi la sicurezza anche nostra, europea. L’ha ricordato – e gliene va dato atto – lo stesso Romano Prodi in questi giorni, aggiungendo che non si può costruire l’Europa "contro" gli Stati Uniti. Ed è curioso che non abbia fatto notizia la sua insolita posizione. Forse perché avrebbe diviso il centrosinistra italiano. Forse perché si sarebbe avvertita la consonanza con Berlusconi che ha avuto il merito e la lungimiranza politica di aver lavorato per unire (Europa e America innanzitutto) laddove quasi tutti hanno lavorato per dividere. Ed è stato un lavoro che ha preparato il terreno per il documento unitario del recente vertice Ue.

Ma, per tornare alla "pace" che avremmo perduto solo tre giorni fa, provo a dare qualche flash da agenzia per mostrare di che lacrime grondi e di che sangue, quella "pace" lì. Solo notizie sparse degli ultimi giorni, precedenti la guerra in Iraq: 60 morti a Warri, in Nigeria, per uno dei tanti conflitti, più di 10 dispersi nello Sri Lanka per un attacco dei Tamil, 3 morti ammazzati dai guerriglieri nelle Filippine, 7 operatori umanitari uccisi in Costa d’Avorio, 20 morti in Cecenia, altri 10 in Somalia e vari civili in Congo, più di 20 in Burundi, 18 in Algeria.

A questi andrebbero aggiunti i "fronti" da cui le notizie di massacri neanche trapelano (per esempio il regime comunista della Corea del Nord che però fa notizia per le sue minacce nucleari) o gli altri fronti di orrore e violenza come Cuba e la Cina dove sono in atto dure repressioni, ma nell’indifferenza dell’opinione pubblica.

Indifferenza che può arrivare talora perfino all’intolleranza verso chi fa conoscere queste "guerre". Non ci avrei creduto se io stesso non ne fossi stato un diretto testimone. Dopo aver denunciato da queste colonne (e grazie alla direzione di questo giornale che me ne ha dato la possibilità) le tante violenze e i massacri contro i cristiani che vengono perpetrati sotto molti regimi, l'anno scorso – su proposta di un editore – ho dedicato all’argomento un pamphlet in cui fra l’altro fornivo statistiche agghiaccianti. Statistiche peraltro incontestabili essendo riprese dalla autorevolissima World Christian Encyclopedia, da cui emergeva specialmente quella relativa all’anno 2000 (circa 160 mila morti a causa della fede). Non ho fatto che il mio dovere di giornalista, che è quello di informare.

Ebbene, gli unici veri attacchi pesanti mi sono arrivati da un certo ambito clericale che mi ha accusato di voler così fomentare scontri di civiltà. Raccontare queste tragedie di cristiani perseguitati, dar voce alle vittime, far conoscere stragi e violenze subite da tanti poveretti indifesi, sarebbe un atto di intolleranza. Coloro che mi hanno mosso questa accusa si danno un gran da fare oggi come clerico-pacifisti. Li vedo impegnatissimi a marciare. Sventolare bandiere della pace e lanciare slogan. Tutti e sempre contro gli Stati Uniti. Proprio quegli americani che – guarda caso – hanno realizzato e sostengono le poche iniziative di sostegno e di protezione di quei perseguitati di cui mi sono occupato. God bless the America.

© Il Giornale - 23 Marzo 2003


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Santi e soldati
di Vittorio Messori

Monsignor Giovanni Marra, arcivescovo militare, inizia la sua presentazione osservando che il titolo "ha un sapore provocatorio". In effetti, il libro appena uscito, presso le edizioni Piemme, si chiama I santì militari. Ne è autore Rino Cammilleri. Il suo gusto per un cattolicesimo senza complessi, a viso aperto, si estrinseca pure in questa "galleria dì personaggi disegnati con mano veloce e incisiva", per rifarci ancora alle parole del "vescovo castrense : sono 113 santi, dall'epoca apostolica ai nostri giorni, che furono soldati o che in qualche modo ebbero a che fare con il mestiere delle armi. Ad essi si aggiungono 27 santi patroni delle varie categorie militari. Una sezione è dedicata ai più celebri cappellani. Tra di essi, Angelo Roncalli, che scrisse: "Di tutto sono grato al Signore, ma particolarmente lo ringrazio perché ha voluto che a vent'anni facessi il mio bravo servizio militare e poi, durante tutta la Grande Guerra, lo rinnovassi da sergente e da cappellano". Il libro si chiude con una carrellata dedicata a quelli che sono definiti da Cammilleri "i combattenti cattolici dimenticati": i samurai giapponesi che difesero la loro fede nel vangelo contro le persecuzioni imperiali; gli insorti della Vandea; i popolani italiani che presero le armi contro i giacobini francesi invasori e i loro lacché indigeni; i Cristeros, gli eroici messicani (cfr il frammento 117) che morirono a migliaia contro le truppe del governo ateo appoggiato dagli americani del Nord. Libro pieno di notizie, dunque. Ma perché anche "provocatorio"? Ma perché, come si sa bene, in questi ultimi anni sono cresciute le voci di coloro che affermano che esisterebbe una incompatibilità radicale tra accettazione del vangelo e vita militare, tra sequela di Cristo e professione di soldato. Come al solito, ci si richiama, genericamente, "al Concilio": ma, anche in questo caso, si tratta di un Vaticano II immaginario. Gaudium et spes, n. 79: "Coloro che, al servizio della patria, esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come ministri della sicurezza e della libertà dei loro popoli e, se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente a stabilire la pace".

Si sono fatte anche delle piccole antologie dei molti interventi, sul tema, di Giovanni Paolo II il quale, tra l'altro, il 2 aprile del 1989, alla Città Militare della Cecchignola disse: "Fra i soldati e Gesù Cristo ci sono stati incontri molto significativi. Pensiamo alle parole che ogni volta ripetiamo avvicinandoci alla santa Comunione: "Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa. Ma di una sola parola...". Sono parole di un militare, di un centurione romano che così ha espresso la sua fede. Ma non solo questo. Se prendiamo gli Atti degli Apostoli, è significativo che il primo convertito pagano sia stato un militare, un centurione romano che si chiamava Cornelio. Poi, durante le persecuzioni, troviamo tante figure eroiche di militari, di soldati, di ufficiali. Basta pensare alla figura di san Floriano: io sono molto legato, per la mia storia personale, a questo santo, forse poco conosciuto qui in Italia (*). Ma anche considerando l'Italia, non sono certo mancati anche qui gli eroici confessori e martiri della fede che erano militari: hanno scoperto la fede e hanno saputo vivere da soldati la loro situazione interiore". Il papa alla pari del Vaticano II - è fedele, ovviamente, a una tradizione che risale a Gesù stesso; anzi, ancora prima, a tutta quanta la storia sacra d'Israele, che ebbe anch'esso i suoi eserciti e la cui Scrittura si rifà alla milizia come a un'immagine esemplare della vita dell'uomo; e che alle schiere armate terrestri equipara le gerarchie celesti. Punto di congiunzione tra l'antico e il nuovo Israele è, come si sa, Giovanni Battista, le cui esigenze morali sembrano addirittura più severe di quelle di Colui cui apre la strada. Eppure, quando accorrono a lui, per essere battezzati, alcuni soldati e chiedono "Che cosa dobbiamo fare?", la sua risposta non è il "Razza di vipere, fate frutti degni della penitenza!" con cui ha apostrofato altre categorie. Ma, parola di Luca (3,14), Giovanni replica: "Non vessate né denunziate falsamente nessuno e contentatevi delle vostre paghe".

Tra i vantaggi della ricerca di Cammilleri c'è la denuncia di una mistificazione che in questi anni di pacifismi ideologici - spesso fanaticamente "guerreschi" e aggressivi contro chi abbia idee diverse - ha avuto libero corso in certo mondo anche cattolico. La mistificazione, cioè, di chi vuol far credere che il cristianesimo dei primi secoli, "precostantiniano", si sarebbe schierato contro il mestiere delle armi e avrebbe praticato l'obiezione di coscienza. Le cose non stanno affatto così: come per la questione della schiavitù, l'annuncio del vangelo non si è proposto da eversore dell'ordine sociale, anche ingiusto, ma si è sforzato di infondere un'anima nuova, una prospettiva fraterna, un affiato caritatevole nelle strutture esistenti del mondo. La guerra, dunque, non è stata rifiutata per principio, ma si è iniziato semmai lo sforzo per limitarla e umanizzarla, circoscrivendola alle cause "giuste" e togliendole per quanto possibile l'aspetto di odio. Così come non sono stati affatto esclusi dalla piena comunione ecclesiastica i ricchi e i potenti (checché ne dica un demagogismo di origine vetero-marxista), non si è certo richiesto ai militari che si "pentissero" del loro servizio e abbandonassero le armi. La carriera militare sembra, anzi, una delle strade preferite dai cristiani. L'esercito fu tra gli ambienti evangelizzati in modo più precoce e più esteso: legioni intere, soprattutto di reclutamento orientale, furono presto cristiane, dagli ufficiali superiori agli ultimi fanti. E si trattava di soldati fedeli e valorosi, stimatissimi dagli strateghi.

Già, ma i martiri, quelle liste impressionanti di uccisi per la fede, provenienti proprio dalle forze armate? Il fatto è che coloro che parlano di un presunto "pacifismo" del cristianesimo primitivo cadono nell'equivoco di richiamarsi alle eresie di quel cristianesimo stesso. In Frigia, attorno al 150, apparve un certo Montano, che asserì di essere portavoce dello Spirito Santo Attorno a lui si creò un movimento che riassume, già allora, molti degli errori che accompagneranno la fede sino ai giorni nostri. In sostanza, si trattava del solito radicalismo di fanatici, non rassegnati al fatto che la fede autentica è equilibrio, composizione degli opposti, pratica faticosa ma feconda dell'et-et. Il vangelo c'è stato dato per completare, non per distruggere. Ciò che contrassegna ogni santo è la coerenza tra vita e ideali; non l'estremismo, che è proprio prima degli eretici e poi degli ideologi post-cristiani. Il "montanismo" consigliava tra l'altro la ricerca del martirio, suggerendo quei comportamenti provocatori contro le autorità costituite che il cattolicesimo ortodosso raccomandava invece di evitare. Dilagando nell'esercito, l'eresia è in gran parte responsabile

del molto sangue che, in certi periodi, vi scorse: le autorità non andavano per il sottile e, in caso di rivolta, decimavano "montanisti" e "ortodossi", facendo un fascio di ogni erba "cristiana". Nacquero così quelle "apologie" che i responsabili della Chiesa spedivano agli imperatori, cercando dì spiegare che l'autentico discepolo di Cristo era buon soldato e buon patriota. Altri martiri ci furono tra i militari "non montanisti", ma solo quando qualche pagano "integrista" volle farli andare al di là del giuramento davanti alla statua dell'imperatore come capo supremo dell'esercito e simbolo dello Stato (giuramento che i cristiani prestavano senza problemi), imponendo anche sacrifici agli dèi o al Cesare stesso divinizzato. Ma, a parte questi casi, i cristiani, a migliaia, servirono indisturbati, con fedeltà e onore, sotto le insegne imperiali. Non sarebbe gravissima ingiustizia verso questi antichi fratelli considerarli come battezzati che in realtà nulla avevano capito del vangelo perché - secondo l'invito del Cristo si sforzarono di essere "pacifici" ma non furono né "pacifisti" né "obiettori"?

(*) Veterano delle legioni romane che presidiavano il Danubio, saputo dell'arresto di altri quaranta soldati cristiani, durante la persecuzione di Diocleziano, manifestò anch'egli la sua fede nel vangelo e fu gettato nel fiume con una pietra al collo. Nel 1183 alcune reliquie di Floriano furono donate dal vescovo di Modena al duca Casimiro dì Polonia che edificò a Cracovia una bella basilica. lì suo culto tra gli slavi è legato anche alla protezione contro gli annegamenti.

© Le cose della vita, San Paolo, Milano 1995, p. 316.


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USA-Europa: quando aborto fa rima con guerra
di Riccardo Cascioli

Bush guerrafondaio, Europa pacifista: questo secondo la vulgata comune. Ma il primo è a favore della vita, la seconda è a favore dell'aborto. Come interpretare questo "paradosso"?

Nel suo discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede (13 gennaio), il Papa ha detto con chiarezza che davanti alle paure incombenti sul mondo, si può cambiare solo iniziando dal "sì alla vita" (no quindi all'aborto, all'eutanasia, alla clonazione umana). "Tutto comincia da qui, poiché il più fondamentale diritto umano è il diritto alla vita", ha detto Giovanni Paolo II. E da qui discende anche il "no alla guerra", che peraltro è stato l'unico passaggio del discorso del Papa di cui i giornali hanno parlato.

Stando al pensiero del Papa, comunque, l'inizio del 2003 ci regala un apparente paradosso: da una parte abbiamo il presidente americano George Bush che, nel mentre lancia una battaglia contro l'aborto, dall'altra è ostinatamente deciso a muovere guerra all'Iraq; dall'altra abbiamo l'Europa che, mentre scende in piazza a difesa della pace, lancia una nuova offensiva internazionale per diffondere l'aborto. Cosa succede, dunque, e come interpretare queste posizioni? Intanto è importante andare oltre le apparenze e capire esattamente cosa sta accadendo.

Cominciamo dall'Europa: non c'è dubbio che oggi sia la punta di diamante del movimento abortista internazionale, e lo dimostra il nuovo regolamento sugli aiuti allo sviluppo (Rapporto Sandbaek) che è stato approvato in forma definitiva all'inizio di febbraio.
Con questo regolamento (la normativa più vincolante dell'Unione europea), la Ue lega infatti l'erogazione di aiuti ai Paesi poveri all'adozione da parte di questi stessi Paesi di programmi che prevedono i servizi di salute riproduttiva, in pratica aborto e contraccezione. E questo non è che l'ultimo di una serie di episodi che vanno in questa direzione. A seguire il ragionamento del Papa dovremmo dedurre che in questo modo l'Europa si sta candidando a essere la principale fonte di guerra nel mondo. Eppure, stando ai mass media e all'immagine consolidata, la Ue appare invece a difesa strenua della pace nella crisi irachena. In realtà, ciò che muove i Paesi europei (alcuni in particolare) è il proprio interesse azionale. Legittimo, per carità, ma che non ha niente di ideale e di pacifico. Tanto è vero che la Francia, mentre lanciava la sua sfida a Washington sull'Iraq, decideva di "normalizzare" la Costa d'Avorio inviando le proprie truppe, peraltro prese a sassate dalla popolazione locale.
Il fatto è che Parigi difende in Iraq i suoi contratti petroliferi (per cui non vuole la guerra) e in Costa d'Avorio il proprio "patronato" neo-coloniale (e quindi interviene militarmente). Anche per gli Stati Uniti la posizione nella crisi irachena nasce dagli interessi nazionali, che in questo caso hanno poco a che fare con il petrolio. Detto molto sinteticamente, nel quadro della lotta al terrorismo Washington cerca di prendere il controllo diretto di una regione considerata culla del terrorismo e dove anche i Paesi considerati "alleati" sono ritenuti poco affidabili (vedi Arabia Saudita).

L'ostinazione dell'amministrazione Bush nel cercare la "scorciatoia" della guerra all'Iraq è certamente da condannare, soprattutto per le probabii conseguenze negative - leggi vittime civili, incremento del terrorismo, instabilità dell'intera regione - che sarebbero di gran lunga più gravi degli eventuali benefici, ovvero la fine del regime di Saddam e il venir meno di una possibile fonte di sostegno ad al-Qaeda.

Eppure non si può non osservare con ammirazione l'impegno della stessa amministrazione Bush nel porre un freno alla legislazione abortista interna e nel tagliare i fondi alle organizzazioni - incluse le agenzie dell'Onu - che promuovono l'aborto a livello internazionale. Al punto che lo stesso Bush ha indetto lo scorso 19 gennaio una giornata nazionale per il diritto alla vita. Purtroppo, gli stessi cattolici così pronti a condannare il Bush "guerrafondaio" hanno accolto con un imbarazzante silenzio le iniziative antiabortiste del presidente americano.

Indubbiamente si può rilevare una contraddizione nella posizione della Casa Bianca, con quel "sì alla vita" difeso solo a tratti o piegato sull'altare di altri più pressanti interessi, ma si deve anche tener presente come le vicende umane siano ben raramente "pure". È stato giusto quindi - come ha fatto il Papa - opporsi tenacemente all'intervento armato in Iraq, ma ciò non deve tradursi in una opposizione agli Stati Uniti.

Non solo l'America resta un punto fondamentale di riferimento per chiunque voglia difendere la libertà, ma questa amministrazione Bush sta dando anche prova di voler difendere i pilastri della dignità umana, cosa che avrà benefici effetti nel lungo periodo, anche dal punto di vista del risparmio di vite umane: basti considerare che ogni anno nel mondo vengono praticati circa 50 milioni (ripeto: 50 milioni) di aborti.

Allo stesso modo, è stato giusto rallegrarsi del "freno" imposto dall'Europa all'intervento in Iraq, ma purtroppo si deve essere coscienti che la stessa Ue con la sua politica di "aborto libero e universale" sta oggi lavorando attivamente per un mondo più ingiusto, dove il "diritto di vita o di morte" dì una persona sull'altra viene difeso come un diritto umano fondamentale.
Per noi che siamo europei, perciò, il compito principale non è quello di demonizzare Bush e gli Stati Uniti, quanto quello di impegnarci all'interno dell'Unione Europea per far rivivere quelle radici cristiane che sembrano ormai confinate a puro reperto storico.

Ricorda
"Viviamo sotto la grave minaccia della guerra nucleare, cerchiamo di scacciare il pensiero dell'Aids, ma non impediamo che vengano uccisi i bambini non ancora nati. L'aborto è una grave minaccia per la pace. Quando eliminiamo un bambino non nato stiamo cercando di eliminare Dio". (Madre Teresa di Calcutta, Discorso al Palazzo di Vetro dell'Onu, New York 26/10/1985).

© Il Timone - n. 24, Marzo/Aprile 2003


 

 

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