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Da lavoce.info 

L’esenzione dall’Ici degli enti ecclesiastici: genesi di un’interpretazione “autentica” 

Maria Cecilia Guerra

L’esenzione dall’Ici degli edifici destinati da enti ecclesiastici ad attività commerciali, scomparsa dal decreto infrastrutture, è ricomparsa, riformulata, come emendamento alla finanziaria.Farsi un’idea sul tema non è facile. Per facilitare il compito ai nostri lettori, nell’articolo allegato illustriamo i termini del problema e proponiamo una ricostruzione sintetica delle principali tappe di questa vicenda.
Mettiamo anche a disposizione:
- il testo dell’articolo 7 del decreto legislativo 504/1992, istitutivo dell’Ici, nel quale sono elencate tutte le fattispecie esenti dall’imposta in questione;
- la sentenza 8 marzo 2004, n. 4645 della Corte di Cassazione - Sezione Tributaria Civile: "Il beneficio dell'esenzione dall'ICI non spetta in relazione agli immobili, appartenenti ad un ente ecclesiastico, che siano destinati allo svolgimento di attività oggettivamente commerciali"
- la Nota dell’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici della Conferenza Episcopale Italiana, del 29 settembre 2005, redatta con riferimento all’emendamento (poi ritirato) al decreto infrastrutture (163/2005).


Roma, 29 settembre 2005

Conferenza Episcopale Italiana

Nota dell’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici

L’art. 6 del decreto legge 17 agosto 2005, n. 163, recita:

“L’esenzione prevista dall’articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, e successive modificazioni, si intende applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione educazione e cultura di cui all’articolo 16, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur svolte in forma commerciale, se connesse a finalità di religione o di culto”.

Tale decreto deve essere letto alla luce dell’art. 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, istitutivo dell’imposta comunale sugli immobili (= ICI), che afferma:

“Sono esenti dall’imposta: gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all'art. 87, comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'art. 16, lettera a), della L. 20 maggio 1985, n. 222”.

Nulla di nuovo, quindi, perché l’esenzione è prevista già nella legge che istituisce l’ICI. Essa prevede, infatti, l’esenzione dall’imposta nel caso di immobili utilizzati in maniera esclusiva da enti non commerciali (fra cui rientrano per definizione gli enti ecclesiastici) per le attività espressamente elencate. In questi casi l’esenzione si applica anche quando l’attività è considerata commerciale ai fini fiscali.

Di nuovo c’è solo il fatto che negli ultimi mesi la Corte di Cassazione ha dato un’interpretazione restrittiva della norma, secondo la quale gli enti ecclesiastici della Chiesa cattolica, pur essendo enti non commerciali, godrebbero dell’esenzione per i soli immobili utilizzati per le attività di cui all’art. 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222, cioè per le attività di religione o di culto (“quelle dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana”).

La norma all’esame del Parlamento si limita a ribadire che anche le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura svolte dagli enti ecclesiastici, cioè quelle elencate all’art. 16, lettera b), della legge n. 222/1985, sono esenti dall’ICI.

Si tratta, dunque, di un’interpretazione autentica, che non innova la legge del 1992 e che perciò non comporta gravami sulla finanza locale.

Roma, 29 settembre 2005

Ufficio Stampa

30/09/2005

abstract: In tema di imposta comunale sugli immobili (i.c.i.), l'esenzione prevista dall'art. 7, comma 1, lett. i, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, spetta a condizione che gli immobili - appartenenti ai soggetti di cui all'art. 87, comma 1, lett. c, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 - siano destinati esclusivamente allo svolgimento di una delle attività contemplate nella norma medesima, tra le quali, nel caso degli enti ecclesiastici, anche quelle indicate nel richiamato art. 16, lett. a), l. 20 maggio 1985 n. 222 (attività di religione o di culto, cioè dirette all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana). Ne consegue che il beneficio dell'esenzione dall'imposta non spetta in relazione agli immobili, appartenenti ad un ente ecclesiastico - come pure agli enti di istruzione e beneficenza, ai quali quelli ecclesiastici aventi fine di religione o di culto sono, ai fini tributari, equiparati ex art. 7 l. 25 marzo 1985 n. 121 - che siano destinati allo svolgimento di attività oggettivamente commerciali (nella fattispecie, gestione di pensionati con pagamento di rette).

Corte di Cassazione. Sezione Tributaria Civile. Sentenza 8 marzo 2004, n. 4645: "Il beneficio dell'esenzione dall'ICI non spetta in relazione agli immobili, appartenenti ad un ente ecclesiastico, che siano destinati allo svolgimento di attività oggettivamente commerciali".

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

ISTITUTO SUORE ZELATRICI DEL SACRO CUORE FERRARI, in persona del legale rappresentante Rampini Nina Rosa, elettivamente domiciliata presso l'avvocato D'AYALA VALVA FRANCESCO VIA U. BOCCIONI A ROMA, difesa dall'Avvocato PASANISI GIOVANNI VIA G. D'ANNUNZIO 28 L'AQUILA (avviso ex art. 135 d.a. C.p.c.), giusta procura notaio Antonio Battaglia in l'Aquila, Repertorio n. 112303 del 9.6.03 ricorrente contro COMUNE L'AQUILA;

intimato avverso la sentenza n. 145/01 della Commissione tributaria regionale di L'AQUILA, depositata il 29/11/01;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/10/03 dal Consigliere Dott. Stefano MONACI;

udito, per il ricorrente, l'Avvocato D'AYAA VALVA che ha chiesto l'accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Vincenzo GAMBARDELLA che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto.

La causa ha ad oggetto l'impugnazione, da parte dell'Istituto Suore Zelatrici del Sacro Cuore "Ferrari", di un avviso di accertamento emesso dal comune dell'Aquila per il pagamento, per l'anno 1995, dell'ICI relativa ad alcuni immobili adibiti a Casa di Cura e a Pensionato per donne anziane e per studentesse universitarie.

Il ricorso veniva respinto dalla commissione di primo grado, e questa decisione veniva confermata dalla Commissione Tributaria Regionale Abruzzo con sentenza In data 3 maggio /29 novembre 2001.

L'istituto ha proposto ricorso per cassazione, con tre motivi, con atto notificato il 15 marzo 2002.

Il comune intimato non ha presentato difese in questa fase. Infine, il ricorrente ha depositato un'ampia memoria difensiva.

Diritto.

1. Con il primo motivo di impugnazione il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 2, 4,15 e 16 della legge n. 222 del 1985, dell'articolo 7, comma terzo, dell'Accordo 18 febbraio 1984 (modificativo dell'Accordo Lateranense), nonché dell'art. 87, quarto comma, del T.U.I.R. e degli artt. 7 ed 11 del decreto legislativo n. 504 del 1992.

Sottolinea che, ai sensi dell'art. 2 della legge n. 222 del 1985, gli istituti religiosi come appunto il ricorrente (che aveva anche ottenuto il riconoscimento ai fini legali) avevano fin e di religione e di culto e costituivano Enti Ecclesiastici civilmente riconosciuti.

Come tali erano equiparati ai fini tributari agli enti aventi fini di beneficenza e di istruzione.

Rientravano perciò nella categoria di cui all'art. 87, comma primo, lettera c), del T.U.I.R.

La sentenza impugnata doveva ritenersi illegittima perché non aveva attribuito nessuna rilevanza a questa qualità di ente ecclesiastico legalmente riconosciuto.

Il giudice aveva ritenuto invece, senza un'indagine effettiva, che l'ente svolgesse un'attività commerciale di carattere principale e non occasionale.

Quelle svolte dall'istituito erano, invece, prestazioni di servizi, che per definizione, ed oggettivamente, non avevano questa natura, come scuole materne, orfanatrofio, casa famiglia ed assistenza alle donne anziane.

La commissione regionale si era Invece basato su di un criterio meramente quantitativo.

Il ricorrente nega inoltre che il comune avesse poteri di accertamento in questa materia e sosteneva che questo potere spetta soltanto all'amministrazione finanziaria dello stato.

2. Con il secondo motivo l'istituto denunzia la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 87, quarto comma, del T.U.I.R.

Per valutare se un ente avesse, o meno, natura di ente commerciale sarebbe stato necessario esaminarne preventivamente lo statuto.

Nel caso di specie lo statuto avrebbe dimostrato la natura religiosa, e non commerciale, dell'istituto.

La prova di una natura commerciale avrebbe dovuto essere dimostrata attraverso un esame dell'attività concretamente esercitata, né poteva valere a questo fine un certificato della camera di commercio (che, del resto, faceva riferimento all'attività svolta dalle singole unità locali, e non a quella dell'istituzione in quanto tale).

Il ricorrente sottolinea ancora che come ente religioso, e non commerciale, era stato assoggettato - come verificabile all'anagrafe tributaria - ad imposta IRPEG nella misura ridotta del 18% (e non nella misura ordinaria del 36%).

La sentenza non conteneva alcuna dimostrazione dell'esistenza di una propria pretesa natura commerciale, tanto meno prevalente.

Del resto una parte cospicua dei pretesi redditi era costituita da contributi sociali in regime di convenzione, e perciò esclusi da ogni possibile considerazione ai fini della natura commerciale.

La commissione, inoltre, non aveva tenuto conto del fatto che nei bilanci annuali si erano cumulati incassi afferenti a differenti periodi di attività, dovuti al diverso momento impositivo previsto per l'IVA (quello del pagamento) e per le imposte dirette (competenze d'esercizio).

3. Infine con il terzo ed ultimo motivo di ricorso l'istituto Ferrari denunzia un ulteriore profilo di violazione e falsa applicazione riferita all'art. 111 -bis del T.U.I.R.

Questa norma identifica i criteri in base ai quali si perde la qualificazione di ente non commerciale.

Le ipotesi previste si basano sul confronto tra la consistenza dei beni e mezzi attinenti alla sfera delle attività commerciali rispetto alle altre, e non su criteri meramente quantitativi.

L'ente sottolinea che il quarto comma della norma esclude gli enti ecclesiastici, riconosciuti come persone giuridiche, da questa disciplina e dalle valutazioni ed i confronti che ne derivano, ed argomenta che questo regime specifico era conseguenza dell'indagine rigorosa cui gli enti ecclesiastici erano stati sottoposti per ottenere il riconoscimento da parte dell'autorità civile, e lamenta che la sentenza non abbia esaminato questo profilo che era stata puntualmente sollevato.

4. Deve essere affrontata preliminarmente, perché astrattamente assorbente, l'eccezione pregiudiziale, sollevata dal ricorrente nella memoria illustrativa, di invalidità della costituzione del Comune de L'Aquila sia nel primo che nel secondo grado del giudizio.

II ricorrente rileva la mancanza, dalle delibere della Giunta Municipale, di autorizzazione dell'ente a costituirsi in giudizio, sottolineando che essa è necessaria perché il Sindaco possa rappresentare il Comune nella lite, e che la sua mancanza incide sulla capacità processuale dell'Ente pubblico e si risolve nel difetto di un presupposto processuale, rilevabile in ogni stato e grado del giudizio.

L'invalidità delle due costituzioni in giudizio del comune nelle fasi di merito comporterebbe, inoltre, il divieto per il giudice di utilizzare i documenti prodotti dall'ente.

5. Di per se stessa l'eccezione è fondata, ma il suo accoglimento non è rilevante ai fini della decisione, sia perché è stato l'istituto, soccombente in primo grado, a proporre appello, e perciò la nullità della costituzione del comune in secondo grado non potrebbe in nessun caso comportare il consolidamento della sentenza di primo grado, sia perché i documenti prodotti dal comune sono privi di un particolare valore probatorio, e, in ogni caso, concernono circostanze non contestate.

Come già rilevato da questa Corte "l'autorizzazione a stare in giudizio da parte degli organi comunali competenti (la giunta municipale, secondo il nuovo ordinamento delle autonomie locali di cui alla legge n. 142 del 1990) è necessaria perché il sindaco possa rappresentare il Comune in qualsiasi lite attiva e passiva, con la conseguenza che la mancanza di essa incide sulla capacità processuale dell'ente pubblico e, risolvendosi nel difetto di un presupposto processuale, è rilevabile di ufficio in ogni stato e grado del giudizio." (Cass. civ., 28 maggio 1998, n. 5286; nello stesso senso, 29 marzo 1996, n. 2955; 5 marzo 1992, n. 2639).

Né è sufficiente che l'autorizzazione sia stata rilasciata, e neppure che sia citata nell'atto di costituzione; occorre che sia presente agli(*) di causa, in modo da poter essere immediatamente verificata, in quanto "la mancanza al momento della decisione in grado di appello dei documenti attestanti l'autorizzazione al Sindaco a stare in giudizio per il Comune, che abbia proposto l'impugnazione, impone al giudice del gravame di dichiararne l'inammissibilità" (Cass. civ., 23 giugno 1992, n. 7682; nello stesso senso, 19 luglio 2001, n. 9838).

6. Come risulta dal riscontro diretto degli atti (verifica che la Corte può compiere direttamente essendo stata sollevata una questione di carattere processuale), sia in primo che in secondo grado il Comune de L'Aquila si è costituito con apposita procura rilasciata dal sindaco ad un funzionario; in entrambi i casi nella pro cura sono citati gli estremi della delibera di autorizzazione della Giunta Municipale, ma il documento non si rinviene in atti, né vi sono riscontri di una sua produzione in giudizio.

Perciò, in applicazione del principio di diritto sopra ricordato, la costituzione dell'ente sia nel primo che nel secondo grado del giudizio non era valida, né erano utilizzabili le produzioni del comune.

Sempre il riscontro diretto degli atti chiarisce, però, che queste produzioni si riducevano a ben poca cosa: in concreto si rinvengono in atti ritagli di giornale e certificati della camera di commercio.

I primi sono privi di valore probatorio, mentre i certificati attestano l'iscrizione di alcune attività alla Camera di Commercio, che non è contestata; anche il ricorso ne dà atto (a pag. 10) per fornirne la spiegazione.

Del resto, per la verità, la sentenza fa riferimento ai documenti, ma specifica che le circostanze da essi provate erano incontroverse tra le parti: evidentemente sarebbero state incontroverse tra le parti anche senza le visure camerali.

Ciò significa che in realtà quei documenti sono irrilevanti, e che anche senza di essi il giudice del merito non avrebbe potuto che giungere alla medesima conclusione: la violazione del divieto della loro utilizzazione conseguente alla invalidità della costituzione in giudizio del comune non ha Inciso, perciò, sulla decisione del giudice del merito, né l'applicazione di quel divieto comporterebbe una decisione diversa da parte di un giudice di rinvio.

7. Passando all'esame delle questioni di merito, il primo motivo del ricorso è infondato, e non può trovare accoglimento.

Le Ipotesi, peraltro limitate, di esenzione dall'ICI sono previste, come è noto, dall'art. 7 del Decreto Legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, istitutivo dell'imposta.

L'elenco, ricomprende, alla lettera i) "gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all'art. 87, comma 1, lettera c), del T.U. delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, a condizioni che siano destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'art. 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222."

Occorre perciò che si verifichino contemporaneamente entrambe le condizioni, quella soggettiva dell'appartenenza dell'immobile ad uno dei soggetti di cui all'art. 87, comma 1, lettera c) del T.U.I.R., e quello oggettivo della destinazione esclusiva dell'immobile allo svolgimento di una delle attività ritenute dal legislatore meritevoli di un trattamento fiscale di favore - elencate nella lettera i) dell'art. 7, e, tra esse, di una di quelle previste nella lettera a) dell'art. 16 della legge n. 222 del 1985.

8. Per la verità il requisito soggettivo sessiste, ma non è sufficiente per fondare il diritto all'esenzione.

L'art. 87 del T.U.I.R. ha ad oggetto i soggetti passivi della imposizione diretta; in particolare la lettera c) del primo comma, fa riferimento a "gli enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali".

L'Istituto ricorrente è un ente ecclesiastico che fa parte dell'organizzazione della chiesa cattolica, e rientra certamente nell'ambito di questa definizione: proprio perché ente ecclesiastico non ha, in particolare, come fine esclusivo - e si deve ritenere neppure come fine prevalente - l'esercizio del commercio.

9. In ogni caso la prova su questo punto dell'esercizio prevalente esclusivo dell'attività commerciale sarebbe spettata all'ente impositore, e manca: su questo punto specifico è esatta la critica del ricorrente secondo cui non può certo considerarsi tale la sola circostanza che abbia conseguito degli utili dallo svolgimento di una propria attività, senza che si sia proceduto a nessuna analisi ulteriore sulla natura, e la provenienza, di essi.

Correlativamente, sono errate, o comunque non provate, le valutazioni espresse nella sentenza impugnata sul medesimo punto del carattere esclusivo o prevalente dell'attività commerciale.

Quelle valutazioni, però, erano comunque irrilevanti, perché l'imposizione ai fini I.C.I. ha un carattere oggettivo, e prescinde dal carattere esclusivo o prevalente, o invece secondario o occasionale, delle attività svolte negli immobili; di conseguenza è Irrilevante ai fini della decisione anche il fatto che si trattasse di valutazioni in se stesse errate.

10. Non sussiste, Invece, il requisito oggettivo, anch'esso indispensabile, della destinazione esclusiva dell'Immobile ad una delle attività prese in considerazione dalla legge ai fini dell'esenzione, in particolare, nel caso di un ente ecclesiastico, di quelle indicate nell'art. 16 della legge 222 del 1985.

Questa legge contiene, tra l'altro, "disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia."

In particolare - per quanto può rilevare ai fini della decisione - l'art. 15 della legge prevede che questi ultimi, se civilmente riconosciuti, possono, nel rispetto delle leggi dello stato, svolgere liberamente attività diverse da quelle di religione o di culto, mentre l'art. 4 chiarisce che quelli che già da prima dell'entrata in vigore della legge erano in possesso del riconoscimento della personalità giuridica lo conservavano, e l'art. 3 che anche gli altri possono ottenerlo successivamente.

L'art. 16 contiene due previsioni distinte riferite alle attività svolte da parte degli enti ecclesiastici.

Alla lettera a) - quella richiamata dalla legge fondamentale sull'I.C .I. n. 504/1992 - sono previste, le "attività di religione o di culto, quelle dirette all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana"; nell'introdurre l'imposta comunale sugli immobili, il legislatore ha voluto che queste attività di carattere religioso, o, in ogni caso, strettamente connesse a quelle propriamente religiose, fruiscano dello stesso trattamento di favore previsto per le altre attività, culturali, assistenziali, ecc., indicate alla lettera i) dell'art. 7 del decreto legislativo n. 504.

Alla lettera b) lo stesso art. 16 della nuova legge sui beni ecclesiastici fa riferimento, invece, alle "attività diverse da quelle di religione o di culto, quelle di assistenza e di beneficenza, istruzione, di religione o di culto, quelle dirette all'esercizio del culto e all'educazione e cultura e, in ogni caso, le attività commerciali o a fini di lucro."

Questo secondo ambito, non propriamente religioso o strettamente connesso a quello religioso, delle possibili attività degli enti ecclesiastici, non è richiamato dall'art. 7 della legge I.C.I.

Questo non esclude necessariamente che possano godere anch'esse del medesimo regime di favore: molte di esse (quelle di assistenza e beneficenza, Istruzione, educazione e cultura) rientrano già - in via diretta e non tramite il richiamo alla legge sugli enti ecclesiastici - nella previsione della lettera i).

Non altrettanto avviene per quelle commerciali o per fini di lucro, pure ricomprese nella stessa lettera b) dell'art. l6 della legge sugli enti ecclesiastici: si tratta di un ambito di attività che può essere svolto da enti ecclesiastici, ma cui il legislatore fiscale non ha riservato un trattamento di esenzione ai fini dell'I.C.I.

11. Ai fini di causa non rileva, perciò, che l'accordo internazionale tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica - ratificato e reso esecutivo con legge 25 marzo 1985, n. 121 - che ha apportato modificazioni ai patti lateranensi disponga, al terzo comma dell'art. 7, che "agli effetti tributari gli enti ecclesiastici, come pure le attività dirette a tali scopi, sono equiparati a quelli aventi fine di istruzione o di beneficenza".

Al fini della imposizione I.C.I. tanto gli enti ecclesiastici che quelli con fini di istruzione o di beneficenza sono esentati dall'imposta, limitatamente agli immobili direttamente utilizzati per lo svolgimento delle loro attività istituzionali (o di altre attività rientranti - anche tramite il richiamo alla legge n. 222/1985 - nella previsione della lettera i) dell'art. 7 della legge I.C.I), non lo sono, invece, per gli immobili destinati ad altro.

Un ente ecclesiastico può svolgere liberamente - nel rispetto delle leggi dello Stato - anche un'attività di carattere commerciale, ma non per questo si modifica la natura dell'attività stessa, e, soprattutto, le norme applicabili al suo svolgimento rimangono - anche agli effetti tributari - quelle previste per le attività commerciali, senza che rilevi che l'ente la svolga, oppure no, in via esclusiva, o prevalente: di conseguenza il giudice del merito non era tenuto a motivare su questo punto specifico.

Per la stessa ragione rimangono irrilevanti le valutazioni del giudice di merito sul carattere esclusivo o prevalente dell'attività commerciale stessa.

12. Quello che rileva ai fini di causa è soltanto lo svolgimento all'interno degli immobili da sottoporre a tassazione di attività commerciali, indipendentemente dalla loro entità sia in valori assoluti che in termini relativi.

Secondo quanto risulta dall'accertamento di fatto contenuto nella sentenza impugnata (e non inficiato dall'utilizzazione di documenti, di per se stessi irrilevanti, prodotti dal comune) l'istituto gestiva attività oggettivamente commerciali come la gestione di pensionati con il pagamento di rette.

Si trattava perciò di attività, che proprio perché oggettivamente commerciali, non erano soltanto ricettive o sanitarie e come tali esentate dall'ICI (perché ricomprese nella previsione della lettera i) dell'art. 7).

Gli immobili destinati a queste attività oggettivamente commerciali non rientrano, invece, nell'ambito dell'esenzione dall'ICI, e per essi l'Istituto è tenuto al pagamento dell'imposta.

Né, infine, il fatto di svolgere attività commerciali contrastava necessariamente con la natura di ente ecclesiastico dell'istituto, e con i suoi fini istituzionali, anche perché attività commerciale non è sinonimo di attività con fini di lucro (tanto è vero che proprio a proposito degli enti ecclesiastici l'art. 16 lettera b) della legge n. 222 del 1985 le distingue): come giustamente osserva la sentenza Impugnata, la destinazione degli utili - ad una ripartizione in favore dei partecipanti all'attività commerciale, o al perseguimento di fini sociali o religiosi - è un momento successivo alla produzione degli utili stessi, che non fa venir meno il carattere commerciale dell'attività, e non rileva al fini della tassazione ICI.

13. L'ulteriore rilievo secondo cui il potere di accertamento nella materia in esame sarebbe spettato all'amministrazione finanziaria (dello Stato) - e non al comune come aveva ritenuto la sentenza - è generico, e comunque infondato, perché la legge n. 594/1992 attribuisce ai comune, e non allo Stato, il compito di effettuare le operazioni di liquidazione e di accertamento sulla base degli elementi desumibili - tra l'altro - dal sistema informativo del Ministero delle finanze.

14. Il secondo motivo di impugnazione rimane assorbito dalla reiezione del primo.

Ai fini del pagamento dell'I.C.l., infatti, è irrilevante che l'attività economica svolta dall'ente ecclesiastico abbia, o no, carattere esclusivo o prevalente: come già si è sottolineato, anche gli enti soggettivamente non commerciali (e perciò anche quelli ecclesiastici) sono soggetti all'imposizione I.C.I. per gli Immobili destinati allo svolgimento di attività oggettivamente commerciali.

15. Infine, il terzo ed ultimo motivo di impugnazione è infondato per la ragione di carattere assorbente che la norma di cui viene dedotta la violazione, vale a dire l'art. 111-bis del LU.I.R., è applicabile soltanto dal'1998 (essendo stata inserita con il primo comma dell'art. 6 del decreto legislativo 14 dicembre 1997, n. 460) perché l'anno di imposizione cui si riferisce il ricorso è anteriore all'entrata in vigore del decreto stesso, e quest'ultimo non ha valore retroattivo.

16. Concludendo, dunque, il ricorso è infondato e va respinto.

Dato che il comune intimato non ha svolto attività difensive in questa fase la Corte non deve adottare provvedimenti sulla liquidazione delle spese di causa.

P.Q.M

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 22 ottobre 2003.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2004.

art. 7

 

del decreto legislativo 504/1992 (Riordino della finanza degli enti territoriali a norma

dell'articolo 4 della legge 23 ottobre 1992, n. 421) istitutivo dell’Ici

Esenzioni

1. Sono esenti dall'imposta:

a) gli immobili posseduti dallo Stato, dalle regioni, dalle province, nonché dai comuni, se diversi da quelli indicati nell'ultimo periodo del comma 1 dell'articolo 4, dalle comunità montane, dai consorzi fra detti enti, dalle unità sanitarie locali, dalle istituzioni sanitarie pubbliche autonome di cui all'articolo 41 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, dalle camere di commercio, industria, artigianato ed agricoltura, destinati esclusivamente ai compiti istituzionali;

b) i fabbricati classificati o classificabili nelle categorie catastali da E/1 a E/9;

c) i fabbricati con destinazione ad usi culturali di cui all'articolo 5- bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601, e successive modificazioni;

d) i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio del culto, purché compatibile con le disposizioni degli articoli 8 e 19 della Costituzione, e le loro pertinenze;

e) i fabbricati di proprietà della Santa Sede indicati negli articoli 13, 14, 15 e 16 del Trattato lateranense, sottoscritto l'11 febbraio 1929 e reso esecutivo con legge 27 maggio 1929, n. 810;

f) i fabbricati appartenenti agli Stati esteri e alle organizzazioni internaziona li per i quali e' prevista l'esenzione dall'imposta locale sul reddito dei fabbricati in base ad accordi internazionali resi esecutivi in Italia;

g) i fabbricati che, dichiarati inagibili o inabitabili, sono stati recuperati al fine di essere destinati alle attività assistenziali di cui alla legge 5 febbraio 1992, n 104, limitatamente al periodo in cui sono adibiti direttamente allo svolgimento delle attività predette;

h) i terreni agricoli ricadenti in aree montane o di collina delimitate ai sensi dell'articolo 15 della legge 27 dicembre 1977, n. 984;

i) gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all'articolo 87, comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222.

2. L'esenzione spetta per il periodo dell'anno durante il quale sussistono le condizioni prescritte.

Nota

Il testo riportato è in vigore dall’1/1/1993.

In base a quanto previsto dall'art. 31, comma 18, della legge 289/2002, l'esenzione degli immobili destinati ai compiti istituzionali posseduti dai consorzi tra enti territoriali, prevista al primo comma, lettera a), ai fini dell'Ici, si deve intendere applicabile anche a consorzi tra enti territoriali ed altri enti che siano individualmente esenti ai sensi della stessa disposizione.  


L’esenzione dall’Ici degli enti ecclesiastici: genesi di un’interpretazione “autentica”

di Maria Cecilia Guerra

Alcuni lettori ci hanno chiesto di chiarire i termini della vicenda dell’esenzione dall’Ici degli edifici destinati da enti ecclesiastici ad attività commerciali. Proponiamo di seguito una ricostruzione, sintetica, delle principali tappe di questa vicenda, riportando gli estremi delle norme, e citando testualmente dalle norme, dalle sentenze e da i documenti rilevanti per permettere al lettore di formarsi una propria valutazione sul tema (grassetti e corsivi nostri). L’antefatto. L’art. 16 della legge n. 222 del 19851 distingue, agli effetti della legislazione civile, le attività degli enti costituiti o approvati dall'autorità ecclesiastica (enti ecclesiastici) in due categorie e denomina: a) attività di religione o di culto quelle dirette all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana; b) attività diverse da quelle di religione o di culto quelle di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura e, in ogni caso, le attività commerciali o a scopo di lucro.”

La norma controversa

L’esenzione dall’Ici di cui si parla è concessa dal decreto legislativo n. 504/1992 che ha istituito l’imposta, all’art. 7 lettera i), agli:

" immobili utilizzati dai soggetti di cui all'art. 87, comma 1, lettera c), del T.U. delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni(e cioè "gli immobili utilizzati da gli enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali", a condizione che siano destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'art. 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222 (e cioè le "attività di religione o di culto”) ".

Le opposte interpretazioni della Cei e della Corte di cassazione

Come va interpretata questa norma? L’oggetto del contendere è se l’esenzione dall’Ici vada riconosciuta anche quando un ente ecclesiastico utilizza un immobile per svolgere in forma commerciale (e cioè traendone un profitto) un’attività che pure è ricompresa fra quelle elencate nell’art. 7 lettera i).

L’interpretazione data dai comuni non è stata univoca. Riconducono a tassazione tutti gli immobili (o le porzioni di immobili) comunque destinati ad attività commerciali molti comuni in cui è diffusa la presenza di immobili di enti ecclesiastici, con effetti di gettito rilevanti. Alcuni esempi: Roma (9 milioni di euro all’anno), Napoli (5 milioni di euro) Firenze (600 mila euro), Assisi (300 mila euro), Padova (335 mila di euro).

Secondo la Conferenza episcopale italiana, invece, (come confermato, da ultimo, nella Nota dell’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici Roma, 29 settembre 2005) non vi sono dubbi: la norma controversa prevede

l’esenzione dall’imposta nel caso di immobili utilizzati in maniera esclusiva da enti non commerciali (fra cui rientrano per definizione gli enti ecclesiastici) per le attività espressamente elencate. In questi casi l’esenzione si applica anche quando l’attività è considerata commerciale ai fini fiscali."

1 Si tratta della legge contenente “Disposizioni sugli Enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi”, di applicazione dell’intesa finanziaria contenuta nell’Accordo del 1984 di revisione del Concordato fra Stato italiano e Chiesa Cattolica

La questione ha sollecitato un ampio contenzioso che ha portato ad una importante sentenza della

Corte di cassazione : n. 4645 del 2/10/2004, depositata l’8/3/2004. La tesi della Cassazione è opposta a quella della Cei. La Corte sostiene infatti che, perché si abbia diritto all’esenzione Ici:

occorre che si verifichino contemporaneamente entrambe le condizioni, quella soggettiva dell'appartenenza dell'immobile ad uno dei soggetti di cui all'art. 87, comma 1, lettera c) del T.U.I.R., e quello oggettivo della destinazione esclusiva dell'immobile allo svolgimento di una delle attività ritenute dal legislatore meritevoli di un trattamento fiscale di favore - elencate nella lettera i) dell'art. 7, e, tra esse, di una di quelle previste nella lettera a) dell'art. 16 della legge n. 222 del 1985

La Corte nega quindi che tutte le attività svolte da enti ecclesiastici possano per questa sola ragione (requisito soggettivo) godere della previsione agevolativa in esame. La Corte ricorda infatti che la legge istitutiva dell’Ici richiama esclusivamente le attività degli enti ecclesiastici di cui alla lettera a) dell’art. 16 della l. 222/1985. Con riferimento alle attività di cui alla lettera b), fra cui rientrano, in ogni caso, le attività commerciali o a scopo di lucro, la Corte sottolinea che

questo secondo ambito, non propriamente religioso o strettamente connesso a quello religioso, delle possibili attività degli enti ecclesiastici, non è richiamato dall'art. 7 della legge I.C.I.” 

e ne trae l’indicazione che per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura eventualmente svolte da enti ecclesiastici in forma commerciale manchi il requisito oggettivo per il riconoscimento dell’esenzione.

Compare la prima interpretazione autentica

A seguito di questa pronuncia della Corte di cassazione gli enti ecclesiastici che non lo hanno già fatto corrono il rischio di essere chiamati a versare l’Ici, per gli immobili destinati ad attività commerciali, da essi dovuta ne gli ultimi cinque anni (gli anni precedenti sono prescritti).

Non basterebbe ad evitare questo effetto una nuova nor ma che li esenti da ora anche in relazione agli immobili destinati ad attività commerciali.

Una via di uscita potrebbe essere una norma che smentisca la Corte di Cassazione, fornendo un’interpretazione autentica dell’art. 7 lettera i) del decreto legislativo del 1992. Se l’esenzione viene riconosciuta con interpretazione autentica, infatti, si può sostenere che essa vale non da oggi ma dal 1992. In questa ipotesi, il contenzioso in essere si risolverebbe a favore degli enti ecclesiastici, con l’implicazione che quelli di essi che hanno pagato l’Ici potrebbero rivalersi sui comuni per richiedere la restituzione dell’Ici indebitamente pagata (negli ultimi cinque anni).

La prima formulazione di una norma di interpretazione autentica a favore della Chiesa Cattolica è stata inserita (e poi ritirata) nell’art. 6 del decreto legge 17 agosto 2005, n. 163 (cosiddetto decreto infrastrutture), che recitava:

“L’esenzione prevista dall’articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, e successive modificazioni, si intende applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione educazione e cultura di cui all’articolo 16, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur svolte in forma commerciale, se connesse a finalità di religione o di culto”.

E’ interessante notare che questa interpretazione mette in discussione l’applicabilità dell’Ici nel caso di attività commerciali, svolte esclusivamente da parte di enti ecclesiastici (attraverso l’esplicito richiamo alla legge 222/1985). Restano invece esclusi dall’esenzione tutti gli edifici utilizzati per attività commerciali da enti di altre appartenenze religiose, nonché da tutti gli enti non commerciali non religiosi.

I possibili profili di incostituzionalità di questa norma, che avrebbe discriminato le diverse confessioni religiose, ne hanno determinato il ritiro.

Una nuova, e diversa, interpretazione autentica

La norma è però ricomparsa, opportunamente riformulata, come emendamento alla Finanziaria, proposto dal presidente della Commissione Finanze e tesoro del Senato ed è stata approvata da tale Commissione il 27 ottobre, in questa formulazione:

“L’esenzione disposta dall’articolo 7, comma 1, lettera i) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse”.

Questa nuova formulazione aggira l’ostacolo di incostituzionalità, estendendo l’esenzione Ici alle attività commerciali svolte, non solo da tutte le confessioni religiose, ma da tutti gli enti no profit (es. tutte le Onlus). Le conseguenze di questo emendamento (se sopravviverà al dibattito parlamentare), in termini di violazione della concorrenza, sono evidenti. Alcuni esempi: le università e gli ospedali cattolici non pagheranno l’Ici, quelli privati for profit sì; gli alberghi e le altre strutture ricettive della Chiesa cattolica, a Roma, non pagheranno l’Ici, gli altri alberghi sì.

L’onere per i Comuni e il precedente del 2003

Ma la norma in questione ha importanti conseguenze anche sotto il profilo del finanziamento di quei comuni che sino ad ora hanno preteso ed ottenuto il pagamento dell’Ici sugli immobili destinati a finalità commerciali, anche quando di proprietà di enti non commerciali. Stimare la perdita di gettito aggregata per tali enti non è agevole. Una prima valutazione dell’Anci parlava di 300 milioni di euro all’anno per i soli immobili di proprietà di enti ecclesiastici, ma ora che l’esenzione ricomprende anche le altre confessioni religiose e le Onlus, il conto sarà indubbiamente più salato.

Chi si deve fare carico di questa perdita di gettito? Nel dibattito sul decreto infrastrutture, la Commissione Bilancio del Senato aveva considerato incostituzionale l’emendamento proposto, per assenza di copertura. Seguendo un iter assolutamente inedito, l’aula ha chiesto alla Commissione di ripronunciarsi, ottenendo il ritiro dell’eccezione di incostituzionalità, sulla base dell’argomentazione, sostenuta fra gli altri dal sottosegretario Maria Teresa Armosino, che la copertura dell’emendamento non è necessaria in quanto esso 

non produce effetti finanziari negativi per la finanza pubblica”.

Il problema è stato riproposto nella discussione sul nuovo emendamento alla Finanziaria ed è all’attenzione della Commissione Bilancio. Si pronunciano a favore dell’esplicita indicazione di una copertura i senatori che ritengono che la norma in discussione introduca una nuova agevolazione.

C’è un importante precedente che dovrebbe fare riflettere sulla validità di questa argomentazione, come sulla natura meramente interpretativa dell’emendamento proposto.

Sull’argomento dell’esenzione Ici era già intervenuta una precedente disposizione normativa: la legge n. 206 del 2003, con la finalità di riconoscere l’esenzione Ici anche alle attività di oratorio o similari, svolte dalle parrocchie e dagli enti ecclesiastici della Chiesa cattolica, e dagli enti delle altre confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato un'intesa.

Alla luce della interpretazione autentica fornita oggi, queste attività, in quanto svolte da enti ecclesiastici e similari, con finalità educative, ricreative, culturali e di assistenza, avrebbero dovuto essere considerate esenti fin dal 1992 e nulla sarebbe stato dovuto per compensare i comuni di tale esenzione. Nel 2003 la si pensava invece diversamente: per garantire l’esenzione in questione si è deciso di considerare gli immobili e le attrezzature fisse destinate alle attività di oratorio e similari dagli enti di cui si è detto quali pertinenze degli edifici di culto. In questo modo li si è fatti rientrare nella lettera d) dell’art. 7 del decreto legislativo 504/1992, istitutivo dell’Ici che esenta 

i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio del culto, purché compatibile con le disposizioni degli articoli 8 e 19 della Costituzione, e le loro pertinenze”. 

Contemporaneamente si è però riconosciuto che la disposizione introduceva una nuova agevolazione, e si è disposto quindi che le minori entrate ad essa conseguenti venissero rimborsate ai comuni dallo stato (come sta avvenendo secondo le istruzioni

contenute nella Circolare 28/2005).


  La folle visione della Curia di Milano:


http://www.capperi.net/icichiesa.html

ICI Chiesa

A proposito della presunta introduzione di una norma
che esenta dall’Ici gli immobili degli enti ecclesiastici

UN POLVERONE INFONDATO

L’esenzione non riguarda tutti gli immobili degli enti ecclesiastici, ma solo quelli nei quali vengono svolte le attività indicate dalla legge sull’Ici (ad esempio l’attività scolastica). Non si tratta di una nuova agevolazione: l’esenzione esiste da quando esiste l’imposta comunale (1992). E non spetta solo agli enti ecclesiastici, ma riguarda anche gli immobili nei quali tutti gli altri enti non commerciali svolgono le stesse attività, anche Stato o Comuni.


Patrizia Clementi
Ufficio Avvocatura Curia di Milano

 

A proposito della presunta introduzione di una norma che esenta dall’Ici gli immobili degli enti ecclesiastici è utile premettere alcune precisazioni che cercheremo poi di illustrare più analiticamente.
1. L’esenzione non riguarda tutti gli immobili degli enti ecclesiastici, ma solo quelli nei quali vengono svolte le attività indicate dalla legge sull’Ici (ad esempio l’attività scolastica).
2. Non si tratta di una nuova agevolazione: l’esenzione esiste da quando esiste l’Ici (1992) ed è stata applicata in modo sostanzialmente pacifico (contenzioso molto limitato) sia dagli enti ecclesiastici che non hanno versato l’imposta (e quindi non avranno alcuna richiesta di rimborso da avanzare), sia dai Comuni che non hanno richiesto il pagamento (e quindi i conteggi che hanno resi pubblici in questi giorni si riferiscono non ad imposte che perderanno rispetto al passato, ma ad imposte che pensavano di avere il diritto di incassare per il futuro e che invece non incasseranno).
3. L’esenzione non spetta solo agli immobili degli enti ecclesiastici, ma riguarda anche quelli nei quali tutti gli altri enti non commerciali svolgono le stesse attività. Quindi, per continuare con l’esempio dell’attività scolastica, l’immobile nel quale viene gestita una scuola materna è esente sia se l’attività è gestita da una parrocchia o da un istituto religioso, sia se è gestita da un’associazione di genitori, sia se è gestita dal Comune o dallo Stato.
4. L’Ici è un’imposta patrimoniale (ha come oggetto gli immobili) e non di un’imposta sui redditi (che ha come oggetto la ricchezza prodotta, i guadagni). Questo vuol dire che non pagare l’Ici sull’immobile non vuol dire non pagare le imposte sulle attività. Per continuare con l’esempio della scuola materna l’ente non dovrà pagare l’Ici, ma dovrà invece pagare le imposte sul reddito come qualunque altro contribuente che svolge quella stessa attività (in pratica deve tenere la contabilità, fare la dichiarazione dei redditi e tutto il resto).
Fatte queste premesse, cerchiamo di capire il motivo per cui è stato necessario che una legge (per la precisione l’ articolo 6 del decreto legge 163) confermasse quanto un’altra legge (il decreto legislativo 504 sull’Ici) aveva già stabilito.
L’Ici è stata istituita da una legge del 1992. Dalla sua origine uno dei suoi articoli è destinato ad identificare tutti gli immobili per i quali l’imposta non si paga. E’ l’articolo 7, che si intitola appunto: “esenzioni”. Scorrendo questo articolo troviamo indicati tutti i casi in cui il legislatore ha sottratto gli immobili all’obbligo di pagamento dell’imposta, immobili ai quali riconosce una rilevanza sociale meritevole di agevolazione. Sono, ad esempio, esenti gli immobili in cui si svolgono le attività istituzionali dello Stato e quelli degli altri enti pubblici: le sedi dei Comuni, delle Province, delle Regioni, le Unità sanitarie locali, gli ospedali, le scuole pubbliche e, in generale tutti gli edifici dove l’ente pubblico eroga pubblici servizi (cf art. 7, c. 1, lett. a).
Un altro esempio: sono esenti i fabbricati inagibili a condizione che siano recuperati e destinati alle attività assistenziali in favore dei portatori di handicap (cf art. 7, c. 1, lett. g).
Tra tutte le ipotesi considerate dalla norma di esenzione, c’è anche quella che ha dato origine al decreto 163 di cui ci stiamo occupando. La lettera i) dell’articolo 7 della legge sull’Ici stabilisce infatti che sono esenti gli immobili per i quali si verificano due requisiti: devono essere utilizzati dagli enti non commerciali e devono essere destinati a quelle attività che la legge indica perché le ritiene di particolare significato nel contesto sociale.
Esaminiamo uno per volta i due requisiti.
Ente non commerciale è una definizione fiscale che identifica un soggetto che:
- non può essere una società (quindi può essere un’associazione, una fondazione, un comitato, un ente ecclesiastico, organizzazione di volontariato, una Ong, un Comune, una Regione, una Provincia, ecc.);
- non può avere per fine lo svolgimento di un’attività imprenditoriale (quindi può avere finalità culturali, sportive, ricreative, assistenziali, religiose, ecc.);
- deve escludere la possibilità di distribuire utili (quindi ogni entrata deve essere destinata allo svolgimento delle attività che servono alla realizzazione dei fini dell’ente).
Nel linguaggio comune parliamo di enti non profit, enti senza fine di lucro, enti morali, e, se ci limitiamo agli enti non commerciali diversi di natura privata (escludendo cioè gli enti pubblici) enti del terzo settore.
Gli enti ecclesiastici sono una categoria di enti non commerciali il cui fine è per obbligo di legge (il Concordato) quello di religione o di culto. E’ ancora una legge dello Stato ( la legge 222 del 1985) che divide in due categorie le attività che gli enti ecclesiastici possono svolgere:
- la prima categoria riguarda le attività definite di religione o di culto che l’ente ecclesiastico deve per forza svolgere, altrimenti non viene riconosciuto dallo Stato come ente ecclesiastico: «Quelle dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana» ( art. 16, lett. a);
- la seconda categoria sono tutte le altre attività (tecnicamente definite «attività diverse da quelle di religione o di culto») che l’ente ecclesiastico può svolgere e che lo stesso articolo 16, lettera b, indica in parte elencando quelle che più frequentemente vengono svolte: «Quelle di assistenza e di beneficenza, istruzione, educazione e cultura» e in parte, definendole genericamente come «attività commerciali o a scopo di lucro» ( art. 16, lett. b).
Per avere diritto all’esenzione, però, non basta essere un ente non commerciale. La legge richiede infatti un secondo requisito : nell’immobile deve essere svolta una o più delle attività che la legge indica in quelli che possiamo definire due elenchi (cf art. 7, c. 1, lett. i del D.Lgs. 504 del 1992):
- nell’elenco 1 sono comprese le attività: assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive;
- nell’elenco 2 sono comprese le attività di religione o di culto (attraverso il rinvio all’ articolo 16, lettera a della legge 222 del 1985), che, come abbiamo visto sopra sono quelle dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana.
E’ evidente che l’elenco 1 riguarda tutti gli enti non commerciali, mentre l’elenco 2 riguarda solo gli enti ecclesiastici.
E’ altrettanto evidente che, mentre le attività dell’elenco 2 sono sempre attività non commerciali, le attività dell’elenco 1 possono essere indifferentemente commerciali oppure non commerciali, a seconda che siano svolte a fronte di corrispettivi oppure gratuitamente e che tale circostanza è ininfluente ai fini dell’Ici: non viene data alcuna indicazione su come le attività debbano essere svolte, quello che è invece richiesto è che siano quelle.
Nella primavera dello scorso anno, la Cassazione ha emanato una sentenza nella quale ha dato un’interpretazione del tutto sbagliata di questa esenzione (cf Sentenza 4645 dell’8 marzo 2004). Il caso riguardava gli immobili nei quali un istituto religioso svolgeva delle attività che aveva ritenuto incluse tra quelle esenti ai fini Ici.
I giudici hanno affermato che per avere diritto all’esenzione occorrono due requisiti: bisogna essere un ente non commerciale (e hanno riconosciuto che l’istituto religioso lo è) e bisogna svolgere nell’immobile una o più delle attività previste dalla legge (e hanno stabilito che le attività svolte erano “sanitaria” e “ricettiva”).
Nonostante ciò, hanno però negato l’esenzione sulla base di questo sostanziale ragionamento:
- l’ente ecclesiastico ha diritto all’esenzione per gli immobili in cui svolge le attività di religione o di culto, perché la legge sull’Ici lo stabilisce attraverso il richiamo dell’ articolo 16, lett. a; (sono le attività che abbiamo definito elenco 2)
- inoltre ha diritto all’esenzione anche in relazione agli immobili in cui svolge le attività diverse da quelle di religione o di culto anche se la legge sull’Ici non le ha richiamate esplicitamente (nell’articolo 7 del decreto Ici, infatti non sono richiamate le attività dell’ articolo 16, lett. b che lo ricordiamo, sono le attività di assistenza, beneficenza, istruzione, educazione e cultura) perché esse sono già comprese in quello che abbiamo definito elenco 1 (cf l ’articolo 7, c. 1, lett. i) della legge sull’Ici.
- non ha invece diritto all’esenzione per gli immobili in cui svolge le attività commerciali o a fini di lucro perché anche se queste rientrano tra quelle elencate dall’ articolo 16, lettera b non sono invece comprese nell’ articolo 7 lettera i della legge sull’Ici.
E’ evidente che questa interpretazione modifica la norma che stabilisce quali sono i requisiti per avere diritto all’esenzione Ici aggiungendone un terzo ai due che abbiamo visto prima: mentre per la legge Ici è necessario e sufficiente che l’immobile sia utilizzato da un ente non commerciale e sia destinato a una o più delle attività che identifica; per la Cassazione occorre anche che queste attività siano svolte in forma di attività non commerciale. Ma questo, come abbiamo sottolineato sopra, non è un aspetto che riveste interesse ai fini Ici, mentre assume invece un’importanza decisiva nell’ambito delle imposte sui redditi.
In pratica, tornando all’esempio iniziale, la gestione di una scuola materna da parte di un ente non commerciale, dobbiamo distinguere l’ambito relativo all’Ici da quello relativo alle imposte sui redditi:
- per quanto riguarda l’Ici l’immobile che ospita la scuola sarà esente perché si tratta di attività “didattica”, inclusa tra quelle agevolate;
- per quanto riguarda le imposte sui redditi, invece, occorre invece operare un ulteriore verifica:
- se l’ente non incassa rette l’attività non avrà rilevanza fiscale;
- se l’ente incassa rette l’attività sarà considerata commerciale e l’ente dovrà pagare le imposte e adempiere a tutti gli obblighi come qualunque altro soggetto che svolga quella stessa attività.
Con il D.L. 163 il legislatore ha precisato (cioè ha chiarito come deve essere interpretata la legge sull’Ici che già esiste ) che l’immobile nel quale l’ente ecclesiastico svolge un’attività diversa da quella di religione o di culto, purché tale attività sia compresa nell’elenco 1 dell’articolo 7 (cioè le attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive) della legge sull’Ici, ha diritto all’esenzione, anche se questa attività è svolta in forma di attività commerciale.
Quindi nessuna nuova agevolazione, ma precisazione che ai fini dell’esenzione servono due requisiti e non tre come vuole la Cassazione.
Anzi. Se leggiamo fino in fondo la nuova legge, vediamo che per gli enti ecclesiastici l’ambito delle agevolazioni è stato ristretto e non ampliato. Infatti, la norma si chiude precisando che è necessario che l’attività sia «connessa a finalità di religione o di culto». Una limitazione che nella legge originaria non c’è e che, in occasione dell’interpretazione autentica il legislatore ha aggiunto.

link originale:
http://www.chiesadimilano.it/or4/or?uid=ADMIesy.main.index&oid=309759 






 

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