FISICA/MENTE

 

http://www.liberazione.it/giornale/050612/LB12D6CD.asp 

Intervista a Giulio Giorello, filosofo della scienza, che si schiera contro lo Stato etico: 

«I vizi non sono crimini. Ciò che moralmente si può condannare non va sanzionato dalla legge. Molte cose "scandalose" in Italia in Gran Bretagna sono protette dai protocolli sulla ricerca»

«Il cattolicesimo? No, è il papismo che mette a rischio la libertà di coscienza»

Claudio Jampaglia


Giulio Giorello, filosofo della scienza all'Università degli Studi di Milano, commentatore del Corriere, ha appena dato alle stampe per Raffaello Cortina editore un testo centrato sul dibattito sul "relativismo", intitolato: "Di nessuna chiesa". Lo sorprendiamo a Londra, all'uscita dal prestigioso Warburg Institute, dopo una lezione su Giordano Bruno.


Cosa c'entra tutto questo con il referendum?

Direi molto. Ho appena concluso il seminario commentando il sonetto di Bruno "in lode dell'asino" che comincia così: «Oh santa asinità, pia devozione» che, per pura coincidenza si intende, compendia ciò che penso delle intromissioni dei vari pontefici nelle questioni dello sviluppo della scienza.


Ma il referendum è un'occasione persa?

Sono tra quelli che non si strapperanno i capelli qualunque sia l'esito del referendum, voglio ricordare però che i referendum sono uno strumento di controllo democratico. In questo senso mi stupisce che cariche istituzionali del calibro di Marcello Pera si siano espresse contro il ricorso al referendum. Pera avendo scritto alcuni testi interessanti sul filosofo Karl Popper dovrebbe sapere che ciò che conta nella scienza, come nella politica, sono le smentite, non le conferme. Ed è curioso che un ex-popperiano esorti a non servirsi del voto. Un referendum non è una scelta di civiltà, per carità, però è diseducativo scegliere di non scegliere.


In questa campagna elettorale scienza, politica e morale sono state ben confuse, proviamo a rimettere un po' d'ordine?

In Italia abbiamo una grande tradizione di pensiero sulla separazione tra politica e morale, basti ricordare Machiavelli, Bruno e tanti altri sulle cui teorie sono state costruite le libertà democratiche nel mondo, a partire dagli Stati Uniti. Ma la definizione che preferisco in materia, la più chiara, è di un anarchico americano, Lysander Spooner: «I vizi non sono crimini». Ovvero ciò che moralmente si può giudicare negativamente non deve essere sanzionato dalla legge. Per esemplificare con un paradosso, mi trovo perfettamente d'accordo con Fini - e per un antifascista come me è raro - quando definisce diseducativo l'appello di cariche istituzionali a disertare le urne, ma non penso che debbano essere per questo sanzionate penalmente. Sono solo esempi di cattiva educazione, vizi. Se tutto ciò che si considera immorale dovesse essere vietato e ci fosse al potere una maggioranza che vietasse qualsiasi droga, compreso l'oppio dei popoli, tutte le chiese verrebbero chiuse. Chi vuole una moralità di questo tipo crede nello Stato etico. Invece chi crede nella separazione tra moralità e politica si batte perché tutti vadano liberamente nelle loro chiese e si comportino come meglio credono.


E la scienza?

Quanto alla scienza, non ha mai preteso di fondare una morale, i fatti scientifici non sono valori. Ma perseguire la ricerca scientifica liberamente, amando la conoscenza, è un valore a cui non sono disposto a rinunciare. E mi sembra che tanti siano gli scienziati d'accordo con me. Mi trovo in questo momento in un paese che è esattamente il contrario del nostro in materia di fecondazione e libertà di ricerca scientifica: qui è permessa anche la fecondazione con il seme di un defunto, oltre alla eterologa anche per le single. Molte cose "scandalose" in Italia qui sono protette dai protocolli per la libertà di ricerca. La morale, come vede, non è così univoca come qualcuno vuole farci credere, a meno che in Gran Bretagna siano diventati tutti dei Mengele.


Però nei dibattiti tra scienziati è stato così difficile mettere d'accordo tutti almeno sulla necessità di ricerca sulle staminali adulte come sulle embrionali …

Sono d'accordo con molti spunti sostenuti da Angelo Vescovi (co-direttore dell'Istituto Cellule Staminali del San Raffaele di Milano e scienziato astenionista, ndr) è giusto continuare la ricerca nel campo delle adulte. Ma anche nell'altro, altrimenti sarebbe come tornare a condannare Galileo Galilei che diceva continuate a opporvi ai miei studi ma lasciatemi lavorare e poi vedremo se avrò sbagliato tutto. Non affidiamo la risoluzione di un dibattito scientifico e di sociologia della scienza ai comitati di bioetica, ai segretari di partito o ai vescovi (con la v minuscola). Si potrebbe fare un clamoroso errore come vietare la ricerca a Galileo.


Ma allora si deve scegliere tra uno Stato laico e uno Stato pontificio?

Non vedo il referendum come uno scontro tra laici e cattolici, tra fede o ragione; piuttosto tra chi ritiene che lo Stato debba astenersi da entrare nella scelte degli individui e chi crede che con feticci o invenzioni giuridiche come il diritto dell'embrione si possa legiferare sulle libertà individuali. La differenza tra chi pensa che lo Stato debba promuovere più leggi sull'individuo e chi pensa che ne debba promuovere meno.


E i cattolici?

L'Italia circonda uno Stato straniero così piccolo e così forte almeno sulle coscienze, ma non vedo un nervo scoperto nei cattolici quanto in altre persone anche laiche - alcune atee - che su ogni questione pratica seguono pedissequamente la linea dei vescovi. E' il papismo, una forma di cattolicesimo troncato dal contenuto vivo e stimolante della fede e trasformato nell'omaggio a una struttura gerarchica che non da oggi coarta le coscienze. Giuliano Ferrara, ad esempio, è un papista rispetto ai molti cattolici con cui lavoro e mi piace confrontarmi. I cattolici che conosco vanno a votare ciò che vogliono, al limite annullano la scheda, in piena libertà di coscienza. Per questo credo che il cattolicesimo potrebbe entrarci poco.




http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=004691

IL PERENNE ATTACCO ALLA SCIENZA

da Critica liberale n.111

di Gilberto Corbellini (*)


Uno degli aspetti che stanno caratterizzando l’evoluzione dei rapporti tra scienza e società da alcuni decenni è il riacuirsi dei conflitti tra scienza e religione. Più precisamente tra alcune religioni di matrice cristiana, come il cattolicesimo e le chiese protestanti metodiste ed evangeliche statunitensi, e alcuni fondamenti teorici e sviluppi applicativi delle scienze biologiche e mediche. Questi conflitti riguardano con accenti diversi e peculiari differenti contesti geopolitici, temi dibattuti da oltre un secolo o più, come il carattere scientifico della spiegazione evoluzionistica, la liceità morale dell’eutanasia. O questioni più recenti, come l’intervento medico nel campo della riproduzione umana, con particolare riguardo alla liceità di creare embrioni umani o usarli per la sperimentazione e la cura. Senza dimenticare il tema della libertà delle coppie di utilizzare le conoscenze e le tecnologie della genetica per evitare di mettere al mondo bambini con gravi patologie, ovvero per evitare, nel caso in cui non siano desiderabili per le persone che scelgono di riprodursi, di produrre condizione di sofferenza fisica e psicologica.

La Chiesa Cattolica è l’organizzazione religiosa che forse più si è esposta nell’attaccare l’uso delle scienze e delle tecnologie biomediche, soprattutto nel campo della medicina riproduttiva e per quanto riguarda la liceità morale dell’eutanasia, anche attraverso l’influenza culturale e politica che tradizionalmente esercita in alcuni paesi dell’Europa centro-meridionale. Come nel caso dell’Italia. Qui le condanne morali inappellabili emesse dalle gerarchie ecclesiastiche nei riguardi della scienza che minaccerebbe l’uomo misconoscendo la natura sacra della vita umana, dal concepimento alla morte cerebrale, ovvero stigmatizzando qualunque espressione della libera scelta individuale nell’uso delle conoscenze e delle tecnologie biomediche, sono state avvallate e amplificate dall’impostazione confessionale delle riflessioni e consulenze sulle questioni bioetiche più controverse, da parte di bioeticisti, intellettuali, e politici cattolici. Anche attraverso un Comitato Nazionale di Bioetica i cui documenti cercano improbabili mediazioni politiche o normative su materie controverse dove le scelte dovrebbero essere lasciate alla libera coscienza morale delle persone. Se mai un comitato di bioetica dovrebbe suggerire come istruire leggi che rispettino le libertà e i diritti individuali in materia di salute, malattia, vita e morte. Invece, più spesso, i documenti assumono l’etica della maggioranza, quasi sempre cattolica, del Comitato, e quasi mai riescono a rappresentare l’autentica natura, l’origine e le dimensioni pratiche delle controversie e della pluralità degli orientamenti morali presenti nel paese sulle diverse questioni.

È singolare, o forse comprensibile tenendo conto delle esigenze di immagine, che l’acuirsi del conflitto tra la religione cattolica e la scienza, in modo particolare rispetto le scienze biomediche, sia avvenuta praticamente in contemporanea con due tentativi della Chiesa di ricostruire buoni rapporti con la comunità scientifica. Almeno così sono stati superficialmente interpretati, anche dalla cultura laica, l’ammissione dell’errore dei teologi che perseguirono Galileo Galilei e condannarono la dottrina copernicana, e il riconoscimento che l’evoluzione biologica non è “solo un’ipotesi”.

Nel novembre del 1992 venivano presentati a Giovanni Paolo II, nell’ambito di un convegno organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze sull’Emergere della complessità in matematica, in fisica, in chimica e in biologia, i risultati dei lavori della Commissione Pontificia di studi sulla questione copernicana. Lo studio dei rapporti tra Galileo Galilei e la Chiesa erano stati auspicati dallo stesso Giovanni Paolo II tredici anni prima, in un discorso tenuto alla Pontificia Accademia nell’ambito di una seduta che commemorava il primo centenario dalla nascita di Albert Einstein, e la Commissione era stata istituita nel 1981. La rilettura dei documenti d’archivio da parte della Commissione Pontificia portava a riconoscere la “buona fede” di tutti gli attori del processo a Galileo. Comunque i teologi contemporanei di Galileo venivano riconosciuti incapaci di separare la dimensione della fede, suggerita dalla lettera delle Sacre Scritture, dalle osservazioni fattuali, e i giudici di Galileo responsabili di un errore di giudizio soggettivo. In particolare, aver ritenuto che la rivoluzione copernicana potesse rappresentare una minaccia alla tradizione cattolica, che attraverso la condanna dello scienziato pisano causò gravi sofferenze al fondatore della scienza moderna. Su queste basi si riconoscevano i torti della Chiesa nei riguardi di Galileo.

Giovanni Paolo II commentava invitando a relegare il «doloroso malinteso», la «reciproca incomprensione» tra scienza e fede nel passato. «Dal caso Galileo – affermava il Papa si può trarre un insegnamento che resta d’attualità in rapporto ad analoghe situazioni che si presentano oggi e possono presentarsi in futuro ». Naturalmente gli scienziati venivano invitati a tener conto che la loro ricerca riguardava solo «l’orizzontalità dell’uomo e della creazione», senza dimenticare che solo lo sviluppo «verticale» dell’umanità coglie, attraverso l’esperienza religiosa «quanto c’è di più profondo nell’essere umano allorché, trascendendo il mondo e se stesso, egli si volge verso Colui che è il Creatore di ogni cosa».

Vale la pena di soffermarsi brevemente su come la Chiesa Cattolica ragiona in merito al caso Galileo Galilei, in quanto il caso storico viene regolarmente portato a livello pubblico come esempio ogni qual volta la Chiesa censura moralmente alcune ricerche, come quelle sugli embrioni e le cellule staminali embrionali, e agisce politicamente per influenzare le legislazioni nazionali allo scopo di ottenere leggi che vietino tali ricerche. I cattolici tendono a rispondere che gli argomenti che istituiscono un paragone con il caso Galileo non sarebbero pertinenti.

Nel discutere il caso Galileo Galilei, i teologi e il Papa si avventuravano in alcune considerazioni epistemologiche, circa il fatto che comunque quella copernicana era un’ipotesi non ancora dimostrata, e che in effetti dopo la sua dimostrazione i libri di Galileo furono tolti dall’indice di quelli proibiti. Lasciamo stare che non si provi nemmeno un po’ di vergogna per aver istituito un “indice di libri proibiti”, che è stato in vigore ufficialmente fino al 1966 (aggiornato l’ultima volta nel 1948). E lasciamo anche stare la questione se l’embrione è persona dal concepimento. Tesi ridicola, ma dove si fa confusione tra diversi livelli di concettualizzazione, ed è meno facile mostrare come la morale cattolica strumentalizza e ricostruisce in modo falsato i fatti scientifici. C’è un caso più esemplare, “lapalissiano”, come ama dire il neosanfedista Giuliano Ferrara, che dimostra come la Chiesa sia ancora orientata a negare i fatti. Si tratta della condanna morale dell’uso del preservativo per evitare di contrarre il virus Hiv che causa l’Aids, in cui la posizione della Chiesa è ancora quella di non riconoscere un “fatto” scientificamente validato.

Cioè che il preservativo protegge dalle infezioni. La Chiesa non si limita cioè a dire, come è suo diritto, che i credenti che usano il preservativo commettono peccato, ovvero agiscono in modo non etico secondo una particolare dottrina religiosa. Ma sostengono falsamente e irresponsabilmente che «il preservativo non preserva». Come suol dire Monsignor Sgreccia. L’episodio recentemente accaduto in Spagna, dove il portavoce della Conferenza episcopale, che aveva semplicemente riconosciuto il fatto che il preservativo protegge dall’infezione da Hiv è stato costretto a “ritrattare”, dimostra, se mai ce n’era bisogno, che la Chiesa avrà anche perso un po’ di “pelo”. Certamente non “il vizio” di manipolare la verità per mantenere un qualche potere di influenza culturale e politica almeno sulle persone più ignoranti.

Ancor più esplicito nell’ammonire gli scienziati a riconoscere che solo la religione ha accesso a quanto di più autentico vi è nell’ontologia umana, Giovanni Paolo II lo è stato nell’intervento sull’evoluzione biologica tenuto nel 1996. In quel discorso, di fatto, non c’era nulla di nuovo rispetto a quanto contenuto nell’enciclica di Pio XII Humani generis (1952).

Mentre il vero obiettivo era di porre dei divieti ben precisi. Il Papa diceva che la ricerca sulle basi biologiche della natura umana può legittimamente riguardare gli aspetti organici, ma deve tenersi lontano dal problema delle origini evolutive della coscienza (e dell’autocoscienza) nonché dei sentimenti morale, estetico e religioso. Questi problemi, per il Papa, sono di pertinenza della filosofia e della teologia, e un approccio materialistico alla natura umana rappresenta una minaccia alla dignità dell’uomo.

I laici e gli scienziati che hanno salutato come illuminata la posizione del Papa e continuano a citarlo per sostenere che la Chiesa non è contro la teoria dell’evoluzione sono degli ingenui. Non si sono resi conto che tale posizione, di fatto, mira a delegittimare il lavoro di quei neuroscienziati, biologi evoluzionisti, antropologi e filosofi che da alcuni decenni vanno definitivamente smantellando una serie di capisaldi delle metafisica filosofica e religiosa. E che quando si dice che il solo fatto di interessarsi alle basi evolutive di quei connotati della natura umana che vengono riconosciuti come “spirituali” costituisce una minaccia alla dignità dell’uomo, si creano i presupposti ideologici per chiedere a livello politico di limitare la libertà della ricerca.

Il Cardinale Ratzinger ha colto chiaramente (o forse suggerito) il pensiero del Papa, visto l’impegno che ha dedicato e dedica a denunciare il diffondersi di idee che assumano la dottrina evoluzionistica come una sorta di “theologia naturalis”. Ratzinger, per esempio, ha attaccato, in un contributo pubblicato sul famoso “MicroMega” del 2000 dedicato a Filosofia e religione, non tanto l’evoluzionismo biologico, ma l’evoluzionismo esteso o epistemologico.

In particolare, se la prendeva con la teoria biologica della conoscenza di Popper, che vede nell’evoluzione un processo conoscitivo e nel vivente un meccanismo per la soluzione di problemi. Con un improbabile capriola argomentativa, Ratzinger liquidava come irrazionale l’impostazione popperiana, affermando la “razionalità” del cristianesimo (sic!). Anche il recente libro scritto dal presidente del Senato, Marcello Pera, ex filosofo della scienza ed evidentemente anche ex popperiano, insieme al Cardinale Ratzinger contiene una serie di utili indicazioni sulla natura del pregiudizio antinaturalistico della dottrina teologica oggi prevalente nella Chiesa.

In questo quadro si può leggere anche la sprovveduta operazione di impoverimento dell’istruzione scientifica in Italia, che caratterizza la riforma Moratti. Soprattutto sul versante dell’insegnamento delle scienze. Al di là delle dichiarazioni ispirate da una dell’educazione che vorrebbe essere liberale e volta a promuovere l’autonomia personale – visione drammaticamente carente in un paese dove le chiese cattolica e marxista hanno alimentato una pedagogia prescrittiva e costrittiva – nel fondo la riforma non rispetta i principi che dovrebbero ispirare, appare confermato proprio dall’esplicitazione di una parte dei cosiddetti “livelli essenziali di prestazioni”. Guarda caso quelli riguardanti l’educazione scientifica. Infatti, sia per quanto concerne la scuola primaria, ma soprattutto per la scuola secondaria di 1° grado spicca l’assenza di alcuni importanti obiettivi di apprendimento delle scienze, a fronte di una massiccia presenza di obbiettivi tesi a ’istruire’ paternalisticamente il comportamento. In tal senso, i contenuti rischiano di non risultare adeguati all’esigenza di predisporre lo studente a sviluppare individualmente un’organizzazione dinamica della conoscenza e della personalità per prepararsi a un futuro di apprendimento continuo e mettersi in condizione di rispondere adattativamente ai cambiamenti sempre più rapidi.

Per quanto riguarda il tema dell’evoluzione, i contenuti della riforma si inserivano, prima che fosse istituita l’improbabile Commissione dei saggi che dovrebbe spiegare come si insegna l’evoluzione ai bambini, esattamente nella linea pro-teoria dell’evoluzione e antievoluzionismo (inteso come orizzonte esplicativo anche per le funzioni cognitive superiori dell’uomo o dimensioni spirituali come piaceva chiamarle un tempo) propugnata da Giovanni Paolo II. La teoria dell’evoluzione biologica sarebbe stata insegnata, se la Riforma Moratti riguardante il I° ciclo fosse andata tranquillamente in porto, non come il quadro di riferimento concettuale all’interno del quale trovano un senso i problemi della biologia, incluse diverse questioni medico-sanitarie nonché temi tradizionalmente ascritti agli studi umanistici, ma probabilmente come un modello di spiegazione del cambiamento adattativo circoscrivibile ad aspetti morfologici e funzionali elementari dei viventi. Insomma, evitando accuratamente il diffondersi dell’“idea pericolosa” insita nel darwinismo.

Non vi è dubbio che l’attacco più consistente alla scienza, negli ultimi anni, la Chiesa l’ha portato aizzando un esercito di bioeticisti confessionali contro gli sviluppi delle ricerche e delle tecnologie della medicina riproduttiva e dell’ingegneria cellulare. Come mai abbia scelto di fare dell’equiparazione fecondazione eterologa/adulterio ed embrio-ne/persona una sorta di “bagnasciuga” per provare ad arrestare il processo di secolarizzazione della società, è un enigma. E sarà interessante vedere come si trarranno fuori dall’impaccio. Visto che tutti i sondaggi dicono che è sparuta minoranza quella che segue i precetti cattolici quando sono in gioco la salute e il benessere personale e familiare.

E visto che anche un certo numero di teologi cattolici, ricordando anche le lezioni di Jacques Maritain e di Richard McCormick, nonché di ricercatori cattolici si aspettano che la Chiesa modifichi le sue posizioni circa l’identificazione dello zigote con una persona umana.

Probabilmente vale anche nel caso delle dottrine della Chiesa, quello che il fisico Max Plank diceva di come si rinnovano le teorie scientifiche: non perché gli scienziati capiscono o si convincono che quelle nuove sono migliori, ma perché quelli che credevano nelle vecchie muoiono. Dovremo forse attendere che una nuova generazione di teologi recuperi quel buonsenso e realismo che a sprazzi e molto raramente, nel passato, la Chiesa Cattolica è persino riuscita a manifestare.



(*)Gilberto Corbellini è Docente di Storia della medicina e bioetica nell’Università “La Sapienza” di Roma.



Nella foto il Prof. Gilberto Corbellini

(14-5-2005)

 

 

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