FISICA/MENTE

 

 

RAPINA CONTINUA:

I RISARCIMENTI ITALIANI ELARGITI DAL FASCISMO ALLO STATO DELLA CHIESA

Appena fatta la prima Unità d'Italia nel 1861 vi erano drammatici problemi economici. Il piccolo Stato Unitario, oltre a dover far fronte alle varie guerre d'Indipendenza, doveva ristrutturare un intero Paese. Una delle cose che si pensò di fare fu quella di vendere i beni della Chiesa.

Un primo passo in questa direzione fu la soppressione degli enti religiosi: il patrimonio dei loro beni stabili e mobili fruttava annualmente circa 15 milioni e ne poteva valere quasi 300. Il governo non poteva privarsi dei mezzi che poteva fornirgli la vendita di quei beni.

La legge 21/8/1862 ordinava il passaggio al demanio dei beni immobili e la vendita dei medesimi, assieme ai beni urbani e rurali dello Stato che non fossero destinati a uso pubblico o richiesti per il pubblico servizio (norme approvate nello stesso anno).

Chiarissima l'urgenza finanziaria, l'alienazione aveva altresì un intento economico e sociale:

·        Quei beni che nelle mani dello Stato o degli Enti morali sarebbero rimasti incolti o malcoltivati, sarebbero stati migliorati e avrebbero dato maggior frutto se affidati al privato interesse;

·        facilitando i modi di acquisto, grazie al frazionamento e all'allungamento dei termini del pagamento, anche i coltivatori di quelle terre potevano concorrere alle aste, ottenendo così di ripartire più equamente la ricchezza sociale.

Il risultato finanziario e commerciale delle operazioni è riassunto nella tabella:

 

Beni esposti all'asta

Beni venduti

anno

lotti

prezzo d'asta

lotti

prezzo d'asta

aggiudicazione

1867

13.327

67,2

7.073

41,8

57,3

1868

34.663

161,1

25.888

122,3

162,5

1869

11.794

40,2

9.717

40,9

51,4

1870

10.327

31,2

8149

34,0

40,5

 

 

 

 

TOTALE

311,7

(*) Prezzi in milioni di lire (dati tratti da: www.cronologia.it)


In definitiva, dalla vendita dei beni della Chiesa in territorio nazionale (escludendo Roma)  il ricavato fu di circa 312 milioni di lire nel 1870.

Dal punto di vista del diritto internazionale vigente, l'Italia era in guerra con lo Stato Pontificio. Il diritto in oggetto non indaga i motivi della guerra e non parla MAI di compensazioni che il vincitore dovrebbe fare con il vinto. Semmai è esattamente il contrario: dovrebbe essere il vinto che paga i danni fatti al vincitore (l'Italia, dopo la Seconda Guerra Mondiale, pagò molti danni di guerra ai Paesi che aveva invaso).  

Ma mettiamoci pure nell'ottica di una eventuale riparazione dell'Italia allo Stato della Chiesa.

La riparazione ufficiale avvenne nel 1929, con l'accordo finanziario tra Italia e Santa Sede allegato ai Patti Lateranensi. L'Italia dava allo Stato della Chiesa la quantità di 750 milioni di lire in contanti ed un miliardo di lire in titoli di Stato; in totale 1 miliardo e 750 milioni del 1929 (per dare un riferimento ricordo che il valore di tutta l'industria metalmeccanica italiana, comprendente Fiat, Alfa Romeo, Lancia, Oto Melara, Macchi, Falck, ......, arrivava a 1 miliardo e 400 milioni di lire - dati tratti da B. Caizzi, Storia dell'Industria italiana, Utet 1965).

In cambio di ciò, la Santa Sede dichiarava di essere pienamente soddisfatta.

Fin qui i fatti noti.

Vi sono però altre montagne di denaro che lo Stato italiano passò alla Santa Sede, denaro del quale non si parla.

La Chiesa per una serie di vicende mai completamente chiarite, soffre delle crisi cicliche che la portano a fallimenti delle sue banche o a crolli in borsa dei suoi investimenti.

Seguiamo cosa accade alle finanze della Chiesa in epoca preconcordataria e come i soldi degli italiani vadano a fiumi nei forzieri del Vaticano. In proposito riporto alcune pagine di Ernesto Rossi, tratte da Il Sillabo e dopo (Kaos 2000) nelle quali tra l'altro si parla dell'abrogazione della legge sulla nominatività dei titoli e del  salvataggio del Banco di Roma.


 

La simonia è ancora un sacrilegio ?* (pagg. 209/230)

 

Con interventi molto più cauti, ma non meno efficaci di quelli dei Grandi Baroni dell'industria e della finanza, il papa, quasi tutti i cardinali e molti vescovi collaborarono per aiutare Mussolini a salire al potere, e poi - salvo una breve parentesi nel 1931 - durante tutto il Fatidico Ventennio, per consolidarne il regime 1.
La ragione di questo appoggio ad un partito diretto da miscredenti, che non nascondevano di voler utilizzare l'organizzazione ecclesiastica come strumento della loro politica di potenza 2, che esaltavano la guerra come "igiene del mondo", e che praticavano, contro i loro avversari, la violenza nelle forme più criminali, va ricercata - oltre che nella mentalità reazionaria delle supreme gerarchie ecclesiastiche, naturalmente portate a vedere nel fascismo l'affossatore dell'odiato liberalismo e il più sicuro baluardo contro la "pestilenza" del socialismo - anche nella realistica previsione del prezzo che il duce sarebbe stato disposto a pagare per essere presentato come l'"Uomo della Provvidenza" a tutti i cattolici del mondo, attraverso la gigantesca macchina propagandistica della Chiesa.
Nel suo primo discorso alla Camera, il 21 giugno 1921, Mussolini rinnegando tutto il suo passato anticlericale ed il programma dei Fasci di combattimento, approvato l'anno prima, dichiarò:
«Se il Vaticano rinunciasse definitivamente ai suoi sogni temporalistici - e credo che sia già su questa strada - l'Italia, profana o laica, dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del cattolicesimo nel mondo, l'aumento dei quattrocento milioni di uomini, che in tutte le parti della terra guardano a Roma, è di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani.»
Queste parole trovarono una più che benevola accoglienza in Vaticano, dove tutti erano allora molto preoccupati delle difficili condizioni in cui faticosamente arrancavano le finanze pontificie.
Gaetano Salvemini ricorda che gran parte del patrimonio della Santa Sede, investito a Roma in terreni fabbricabili, era stato inghiottito dalla crisi edilizia del 1887. Per far fronte ai bisogni più urgenti, Pio X era stato perfino costretto a rivendere i beni di valore che i fedeli gli regalavano. Sotto il pontificato di Benedetto XV, i cattolici di Francia e del Belgio avevano ridotto, in modo drastico, i contributi all'obolo di San Pietro, perché insoddisfatti della politica del Vaticano. Quando la rivoluzione bolscevica aveva cancellato tutti i debiti contratti dal governo zarista, le corporazioni religiose francesi avevano perso enormi capitali, sicché, invece di mandar quattrini alla Santa Sede, avevano chiesto di essere da essa aiutate. Infine la  disfatta degli imperi centrali aveva ridotto a carta straccia i buoni del tesoro austriaco (nei quali la Santa Sede, fiduciosa nella vittoria del cattolico impero austro-ungarico, aveva convertito gran parte dei suoi titoli italiani), e la crisi economica in Germania, a partire dal 1919, aveva fatto venir meno anche i contributi dei tedeschi. Il Vaticano viveva, perciò, quasi esclusivamente dei quattrini che riceveva dagli Stati Uniti, cosa questa che preoccupava assai la Curia, composta nella sua grande maggioranza di italiani 3.


* * *


Uno degli "aiuti materiali" per i quali la Santa Sede ebbe maggiori motivi di riconoscenza verso il fascismo fu l'abrogazione definitiva della legge sulla nominatività obbligatoria dei titoli, che i monsignori del Vaticano vedevano come il fumo agli occhi non meno di quanto la vedessero i Grandi Baroni, perché avrebbe messo il Fisco in grado di accertare e di colpire anche i redditi del patrimonio mobiliare della Chiesa, e perché avrebbe costituito un grave ostacolo alla continuazione di quelle "frodi pie", con le quali la Chiesa aveva sempre eluse le disposizioni emanate dai governi laici, durante il Risorgimento, contro la manomorta ecclesiastica e contro gli enti religiosi superflui:
«Non essendo gli enti ecclesiastici aboliti capaci di possedere», spiegò Luigi Einaudi 4, «e non avendo convenienza quelli conservati a mettere in evidenza il loro patrimonio sociale per vederlo falcidiato e spesso annullato dalla quota di concorso e dalle altre imposte cadenti sui redditi ecclesiastici, i titoli nominativi avrebbero dovuto essere intestati al nome degli investiti pro tempore del beneficio ecclesiastico o dei membri degli ordini religiosi. E poiché questi sarebbero stati di grave età, la prudenza non consigliando la iscrizione al nome dei giovani ecclesiastici, l'imposta successoria che, con legge contemporanea a quella della nominatività, era stata innalzata a limiti confiscatori, avrebbe, in due o tre trapassi, il che vuoi dire in un volgere brevissimo di tempo, non superiore ad un ventennio, devoluto allo Stato l'intero patrimonio degli enti ecclesiastici.»
In un libro edito alla vigilia della Conciliazione, uno scrittore cattolico, Emilio Curatelo, così ricorda quello che gli aveva detto, in proposito, il segretario di Stato, card. Gasparri, in un'udienza concessagli l'8 luglio 1921 5.
«In quei giorni la legge sulla nominatività dei titoli, insieme all'altra assai fiscale sulle trasmissioni ereditarie fra persone non legate da vincoli di sangue, emanate dall'on. Giolitti, avevano messo la Santa Sede in grande allarme. In quella legge essa quasi vedeva il proposito del governo di voler distruggere, in due o tre generazioni, tutto il patrimonio delle comunità religiose e quello pure di San Pietro; patrimonio, mi faceva notare il cardinal Gasparri, le cui rendite Benedetto XV, che aveva una repugnanza a vedere del denaro nel tesoro vaticano, tutte donava per lenire le miserie prodotte dalla guerra. Sua Eminenza si mostrava molto addolorato di questo atteggiamento del governo italiano e insisteva nel credere che quelle leggi erano state fatte soprattutto contro la Chiesa.»
L'opposizione del Vaticano alla legge sulla nominatività obbligò l'on. Giolitti a presentare le dimissioni da presidente del Consiglio, e fu poi la causa determinante del veto posto dal partito popolare alla formazione di un altro ministero da lui presieduto.
"L'Osservatore Romano" del 27-28 febbraio 1922 si rallegrò perché la più lunga crisi ministeriale che si fosse mai avuta in Italia era stata finalmente conclusa con la formazione di un governo di coalizione, presieduto dall'on. Facta, dal quale erano esclusi soltanto i socialisti. In risposta ai giornali che avevano accusato la Santa Sede di essere stata la principale responsabile della eccezionale lunghezza della crisi, col suo veto al ritorno di Giolitti al governo, il giornale del Vaticano ipocritamente affermò che «la Santa Sede era, voleva e doveva rimanere completamente estranea alle questioni di politica italiana, sia estera che interna, come ad ogni partito di ogni colore». D'altra parte - aggiungeva - anche prima della formazione del ministero Facta la nominatività dei titoli non destava più preoccupazioni serie in Vaticano:
«Che il segretario di Stato - ed è in buona compagnia anche fra gli amici dell'on. Giolitti - non fosse favorevole, e con ragione, alla nominatività dei titoli di rendita, come era stata prospettata al principio, è vero; ma le modificazioni, gli schiarimenti o attenuazioni, che dicevasi sarebbero state introdotte nella legge, diminuirono di molto la gravità del primitivo progetto. Inoltre, nei giorni della interminabile crisi, a quanto ci risulta, varie persone - e ci asteniamo dal fare nomi - hanno salito le scale del Vaticano per dire che, se la Santa Sede avesse indotto il Partito Popolare a rinunziare al cosiddetto veto non si sarebbe parlato più della nominatività dei titoli, e si sarebbe tenuto conto anche di altri eventuali desideri della Santa Sede; mentre nel caso contrario ... il finimondo. Né mancarono persino le lettere anonime minacciose. Il segretario di Stato ha sempre risposto e fatto rispondere che la Santa Sede riteneva di non poter intervenire nella politica interna del paese. Finalmente, per impedire la nominatività dei titoli, la Santa Sede avrebbe avuto proprio bisogno di dettare ai Popolari il cosiddetto veto? La nominatività, come è noto, era avversata dallo stesso Partito Popolare: quindi, se veniva riproposta tal quale, i ministri popolari si sarebbero trovati nell'impossibilità di rimanere e la crisi sarebbe stata nuovamente inevitabile.»
"L'Osservatore" non ricordava che l'odiata legge 24 settembre 1920, n. 1297, con la quale era stata imposta la nominatività, portava la firma anche dell'on. Meda, allora ministro del Tesoro e leader del Partito popolare.
«L'azione della politica vaticana», riconobbe Croce nel 1948 6, «fu allora perniciosa per l'Italia e aprì le porte al fascismo impedendo ogni ritorno del Giolitti al potere. Su di che potrei aggiungere particolari, come d'un colloquio che l'on. Porzio, sottosegretario alla Presidenza con Giolitti e a lui devotissimo, ebbe col card. Gasparri, che rudemente respinse ogni approccio di intesa: quel che più aveva inferocito la Chiesa era la legge giolittiana della nominatività dei titoli al portatore, nei quali molto denaro degli istituti ecclesiastici era investito.»
È più che probabile che, fra l'agosto e l'ottobre del 1922, siano intervenuti accordi confidenziali fra i capi dell'imminente moto insurrezionale e la Santa Sede per la tutela dei rispettivi interessi 7; se ci furono, possiamo essere sicuri che l'abolizione della nominatività obbligatoria fu uno dei più importanti impegni che i fascisti presero in cambio dell'amichevole neutralità della Chiesa di fronte alla "marcia su Roma".


 * * *

 
Il 19 ottobre 1922 "Il Giornale d'Italia" pubblicò una circolare con la quale la segreteria di Stato del Vaticano ordinava ai vescovi e ai parroci di astenersi dal prendere posizione nelle lotte politiche e di «subordinare anche le loro personali preferenze agli alti doveri e alle delicate esigenze del loro ministero», in tutti i casi dubbi e in quelli in cui la loro azione «avrebbe potuto nuocere agli interessi religiosi affidati alle loro cariche».
Il giorno della "marcia su Roma", 28 ottobre 1922 - proprio quando sarebbe stato più necessario incoraggiare i pubblici poteri a imporre a tutti il rispetto delle leggi - Pio XI diresse ai vescovi una lettera, in cui li invitava a raddoppiare di zelo nell'opera santa di pacificazione:
«Esortate tutti quelli che sono affidati alle vostre cure a limitare, e, se occorre, a sacrificare pel pubblico bene i propri desideri, ispirandosi ai principii cristiani dell'ordine, ed a quei sentimenti di carità, di mansuetudine e di perdono dei quali il Divino Maestro ha fatto ai suoi fedeli legge suprema.»
Fu questo - come giustamente notò Tasca - «un appello al disarmo e alla tolleranza verso la sedizione fascista» 8.
Il 30 ottobre "L'Osservatore Romano" diede gran rilievo a quel tempestivo intervento, sottolineando il contributo che il pontefice aveva con esso apportato alla causa del «disarmo spirituale»:
«Noi possiamo pertanto constatare con la più viva soddisfazione come alla pia esortazione di Pio XI abbiano sin qui corrisposto i propositi dei supremi Poteri, la volontà dei partiti dirigenti, e quegli stesso che oggi è chiamato a comporre il governo. Giacché furono impedite quelle misure straordinarie che potevano, in momento sì minaccioso, degenerare in sanguinosi conflitti fratricidi; vennero richiamati alla disciplina ed al rispetto di tutti i diritti civici gli autori di deplorate violenze, mentre si annunzia che l'on. Mussolini intenda invitare alla collaborazione governativa, ch'è prima fratellanza di doveri, di intenzioni, di opere e di responsabilità, uomini d'ogni parte solleciti soprattutto degli interessi del popolo.»
Sotto il titolo: «La soddisfazione del Vaticano per la soluzione delle crisi», il "Popolo d'Italia" del 2 novembre 1922 pubblicò:
«Durante i giorni del travaglio nazionale, che condussero all'avvento al potere dell'on. Mussolini, nessun allarme si ebbe nei circoli più vicini al Pontefice, il quale, quando gli avvenimenti si sono avviati verso il loro sbocco normale, non ha celato agli intimi il Suo compiacimento nel vedere l'Italia dirigersi verso una rivalorizzazione delle sue migliori energie.»
Ed il 10 novembre, lo stesso giorno in cui il "Popolo d'Italia" dava la notizia che il Consiglio dei ministri avrebbe abrogato la legge sulla nominatività dei titoli, il suo corrispondente da Roma comunicava:
«Per quanto le sfere responsabili del Vaticano mantengano il loro tradizionale riserbo intorno alla politica del nuovo gabinetto italiano, negli ambienti dei Palazzi Apostolici non si nasconde la simpatia e il senso di fiducia determinato dai primi atti dell'on. Mussolini
"Le Journal" dell'11 novembre 1922 pubblicò una intervista concessa dal segretario di Stato al suo corrispondente romano. Maurice de Waleffe riferì che il card. Gasparri gli aveva detto: «Il movimento fascista era divenuto una necessità. L'Italia andava verso l'anarchia ed il re ha saggiamente agito, perché comandare ai soldati italiani di sparare era egualmente pericoloso: se obbedivano significava la guerra civile; se non obbedivano era assai grave» 9.
Il buon dì si vede dal mattino.


* * *


Dopo l'abrogazione della legge sulla nominatività dei titoli, l'episodio che meglio dimostrò quali stretti legami stringevano la Santa Sede al governo fascista fu 

il "salvataggio" del Banco di Roma.


Durante il conflitto fra Mussolini e Pio XI sull'interpretazione dei patti del Laterano, "II Popolo di Roma" del 23 agosto 1929 scoperse gli altarini, rimasti fin'allora celati al volgo profano, pubblicando la seguente lettera del sen. Carlo Santucci, ex presidente del Banco di Roma:
«Consuma (Firenze), 15 agosto 1929, VII. - Ill.mo Sig. Direttore, apprendo che, in un volume pubblicato testé in Francia col titolo Les partages de Rome, si afferma essere assolutamente falso che nel gennaio 1923 abbia avuto luogo un colloquio privatissimo e riservatissimo tra S.E. il Capo del Governo, on. Mussolini, e il Cardinale Segretario di Stato, Gasparri. La detta informazione non è conforme alla verità. Circa l'epoca suddetta, il mio Segretario Particolare al Banco di Roma mi confidò che qualcuno dell'entourage di S.E. Mussolini gli aveva fatto sapere che Egli avrebbe desiderato un colloquio privatissimo col Segretario di Stato Gasparri e si domandava se io avessi potuto procurare, con tutte le possibili cautele, un tale incontro. Risposi che la cosa era possibile per la circostanza che il mio alloggio, allora al Palazzo Guglielmi, aveva un ingresso principale a via del Gesù 62 e un altro ingresso da piazza della Pigna 6. Così rimase inteso che in un dato giorno del gennaio, credo 20 ma non posso precisamente affermarlo, nelle ore pomeridiane, i due personaggi si sarebbero incontrati in casa mia, entrando uno da via del Gesù e l'altro da piazza della Pigna. La proposta fu accettata da ambedue e, nel giorno prefisso e nell'ora stabilita, S.E. Mussolini veniva da via del Gesù e S.E. Gasparri da piazza della Pigna. Incontratisi nelle anticamere, si ritrovarono in un salotto, dove da soli a soli si trattennero lungamente in colloquio. Il fatto rimase segretissimo e per ben sei anni nessuno ne ebbe il più lontano sentore. Fu solo dopo la firma del Trattato del Laterano che qualche voce corse, non so da quale parte e con quale spirito, di quel primo colloquio del gennaio 1923, rimasto, come ho detto, segretissimo. Questa è la verità pura e semplice che, se lo crede opportuno, potrà far nota sul giornale.» 
La ufficiosa agenzia Stefani fece seguire alla lettera questa precisazione: «A proposito del colloquio del quale da notizia con questa sua lettera il sen. Santucci, siamo in grado di affermare che, corso del medesimo, si parlò della situazione del Banco di Roma».
Una settimana appresso, il "Giornale d'Italia" del 29 agosto, pubblicò la seguente conferma:
«Durante la sua permanenza a Norcia, per le celebrazioni benedettine, il cardinale Gasparri, interrogato intorno ad un colloquio che sarebbe avvenuto nel 1923, contrariamente alle affermazioni di alcuni giornalisti francesi, non solo ha confermato che tale colloquio avvenne, ma ha aggiunto che durò circa un'ora. Avendo l'illustre porporato manifestato dei dubbi intorno al segreto di tale abboccamento e chiesto al Capo del Governo come si sarebbe dovuto contenere in caso che fosse trapelato, l'on. Mussolini seccamente rispose: "Si smentisce". Ora, senza bisogno di smentite, questo episodio è potuto rimanere segreto per oltre sei anni.»
Dopo aver citato i sopra riportati documenti, in Mussolini diplomatico 10, Gaetano Salvemini ricorda che un secolo e mezzo prima Pio VII, trattando per la esecuzione del concordato e per l'incoronazione di Napoleone, aveva contemporaneamente chiesto la restituzione dei territori perduti col trattato di Tolentino, ma aveva sempre cercato di tener il più possibile formalmente distinte le due questioni per non incorrere nell'accusa di simonìa: «Nel secolo XX», osserva Salvemini, «il mondo è in una fase di civiltà capitalistica: la simonìa è scomparsa dal novero dei peccati. Quindi nel 1923 il card. Gasparri poteva trattare insieme la soluzione della questione romana e il salvataggio del Banco di Roma.»
Non è, per noi, privo di significato il fatto che Alberto De Stefani, ministro delle Finanze dall'ottobre del 1922 al luglio 1925, in un libro edito nel 1960 (in cui ha dettagliatamente descritte e documentate le operazioni di "salvataggio" del Banco di Roma) non abbia fatto neppure il più piccolo accenno a tale importante colloquio. In compenso De Stefani ci fornisce molti particolari interessanti su quello che era, prima dell'avvento del fascismo al potere, il malgoverno nel maggiore istituto bancario della Santa Sede e sulle porcherie di tutti i generi commesse dai suoi amministratori. Alla sede centrale del Banco, coloro che potevano decidere come padroni pressoché assoluti, prodigavano il denaro dei depositanti «in una fungaia di imprese di ogni genere, concepite con propositi speculativi, senza curarne l'andamento, senza valersi di esperti che le sapessero tecnicamente controllare» (pag. 85). L'amministrazione era caratterizzata da favori e da incarichi ad esponenti del Partito popolare, compensati con larghe interessenze, collocamento di familiari, indennità e propine di tutti i generi. Nei corridoi della sede centrale si incontravano «uomini fatui, ingordi, facili alle temerarie iniziative, al lancio vulcanico di affari, non preoccupati della scelta dei collaboratori e dei contraenti, anche se già estromessi dal Banco medesimo per precise personali responsabilità» (pag. 86); essi erano, scrive De Stefani, «maestri nel mascherare contabilmente le operazioni sconsigliabili e gli insuccessi, e nel farli apparire brillanti e fruttuosi» (pag. 86):
«Venivano creati sindacati, con filiazioni in ogni parte del mondo, collateralmente alle dipendenze del Banco e a suo danno, in cui si trattavano gli affari più complicati e fantastici, origine e cause di ingenti perdite. Accanto ai sindacati imperversavano gestioni consortili, assunte con rilievo a forfait di una massa di crediti commerciali e di affari di dubbio fine. Intanto, nella presunzione di utili conseguibili, si prelevavano gli utili sperati per adoperarli a sanare perdite di questo o quel sindacato o altro ente» (pagg. 86-87).
Non fu possibile - afferma De Stefani - accertare i profitti personali ricavati da tali operazioni, perché mascherate da artifici contabili, favorite dall'intreccio dei rapporti con le banche regionali e con le aziende finanziate. D'altra parte, allontanare dal Banco gli affaristi più spericolati risultava non facile e molto costoso, in quanto, in generale, erano persone in grado di ricattare agli amministratori «per le cose sapute, o cui avevano partecipato».
Le sovvenzioni mensili «propiziatorie e assistenziali» del Banco si potevano ricostruire, secondo De Stefani, con sufficiente attendibilità:
«Avevano per beneficiari il "Corriere d'Italia", quotidiano del Partito popolare; la Confederazione dei Lavoratori, per cattivarsi simpatie sindacali; la direzione del Partito popolare; cui devono aggiungersi le spese segrete, amministrate personalmente dal Vicentini, e le sovvenzioni in parte garantite da avalli, aventi la forma di operazioni di credito» (pag. 281).

Oltre alla stampa cattolica, il Banco sovvenzionava il "Nuovo Paese", giornale di sinistra, ma «decisamente ostile ai necessari controlli nell'uso del pubblico denaro».


* * * 


In data 12 novembre 1922, due settimane dopo la formazione del suo primo gabinetto, Mussolini scrisse al ministro del Tesoro Vincenzo Tangorra, un biglietto, di cui è riprodotto lo autografo in Baraonda bancaria (pag. 122):
«1) Esigo per ragioni d'ordine altissimo, economico, nazionale ed internazionale, e ovvie del resto, che si faccia ogni sforzo per salvare il Banco di Roma,
2) Bisogna che nel più breve termine di tempo possibile, e con ogni buona volontà, il Banco di Roma dimostri che merita di essere salvato.»
Era anche questa una cambiale in scadenza. Non era proprio il caso di fare la faccia feroce per «esigere» che il ministro Tangorra facesse ogni sforzo per salvare il Banco di Roma: Tangorra, esponente della destra del Partito popolare, era entrato nel ministero Mussolini principalmente per portare a buon fine quel salvataggio.
Gli amministratori non diedero poi alcuna prova di buona volontà, ma il Banco venne salvato lo stesso.
Il 15 novembre del 1922, in una "riservatissima" diretta a Bonaldo Stringher, direttore generale della Banca d'Italia, il conte Santucci respinse sdegnosamente le condizioni che gli erano state proposte per la sistemazione del Banco, e cioè:
«Garanzia solidale e personale di tutti i membri del Consiglio per i 125 milioni di nuova sovvenzione; istituzione di un controllo sul Banco da parte degli istituti d'emissione; divieto di distribuire dividendi per tutto il tempo di mora» (pag. 45).
Il presidente del Banco di Roma considerava offensive tali condizioni, che avrebbero trasformato - diceva - il suo istituto in un «vigilato speciale»; poiché sapeva di poter contare sull'appoggio della Santa Sede, chiedeva i milioni dei contribuenti, necessari a turare l'enorme falla, ma non voleva sentir parlare di garanzie personali, né di controlli sulla sua amministrazione.
Fin d'allora - scrive De Stefani - si poteva prevedere che gli oneri del salvataggio «sarebbero andati ben oltre, al netto dei recuperi, il miliardo di lire del 1923 12» (pag. 106). Questa enorme somma venne caricata sul bilancio dello Stato senza chiedere alcuna autorizzazione al Parlamento e senza neppure discutere la questione in Consiglio dei ministri.
La «bonaria disposizione» del duce nei confronti del Banco, osserva De Stefani, era «ispirata anche da fini politici non estranei al proposito da lui nutrito della conciliazione con il Vaticano» (pag. 286).
Nella riunione del 9 febbraio 1923 (della quale il De Stefani riporta - a pagg. 254-60 - integralmente il verbale), il consiglio di amministrazione sostituì il Santucci alla presidenza del Banco col principe Boncompagni Ludovisi e l'amministratore delegato Vicentini col dott. Carlo Vitali. Al Vicentini - nominato vice presidente, accanto al conte Grosoli - il consiglio decise di corrispondere un «adeguato compenso, indipendentemente dalla quota di riparto degli utili». Quanto al conte Santucci, dimissionario, la presidenza venne incaricata di esprimergli «il grato animo del consiglio di amministrazione per l'opera da lui dedicata all'istituto, nonché di tributargli un segno tangibile di riconoscenza».
Nel luglio del 1923, il nuovo amministratore delegato, Vitali, presentò agli altri amministratori del Banco di Roma una lunga relazione (riportata pure integralmente - a pagg. 331-34 - dal De Stefani) in cui ricordò che i suoi predecessori avevano «profuso i milioni a piene mani in intraprese di ogni genere, affidandole spesso a persone inette o poco scrupolose e cedendo talvolta alle influenze di clientele interessate od alle pressioni di partito».
Il Vitali accennò anche ad «avventure coloniali, quasi fantastiche», e affermò che «in troppi casi, il denaro era stato elargito con tanta confidenza da addossare all'istituto la completa proprietà e responsabilità delle aziende»; erano stati sprecati cure e denaro nelle difese di stampa e di partito ed il terrore del discredito «aveva obbligato a tolleranze nel recupero dei crediti ed a larghezze di favori in ogni verso».


* * *


L'8 agosto 1923 il dott. Vitali inviò al duce un "piano d'azione" per la ricostruzione del Banco di Roma in cui, fra l'altro, chiedeva:
«Si esige che sia predisposta l'azione di responsabilità contro la vecchia amministrazione? In via civile ed anche eventualmente in via penale? Tener presente che l'azione a carico del Comitato Direttivo involgerebbe Cospicue Personalità, come l'on. Santucci e l'on. Grosoli Piroli» (pag. 385).
A queste domande il duce rispose scrivendo, di suo pugno, in margine al foglio: «Sì, tutte».
Ma, anche per un dittatore, fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Quattro giorni dopo la presentazione di quel programma, il dott. Vitali scriveva indignato al ministro De Stefani che il Vicentini, nonostante avesse dissipato la bellezza di un miliardo, «si permetteva ancora di dire, con la sua bocca, che aveva la chiave di casa e voleva farsela pagare» (pag. 366).
«Il gruppo Vicentini», ammette De Stefani (pag. 370), «aveva rialzato la testa, contando di poter prevalere con appoggi politici e sfruttando il disegno di Mussolini di assicurarsi le simpatie del partito popolare e delle organizzazioni cattoliche con la condiscendenza bancaria.»
Dopo aver ottenuto che don Sturzo venisse "dimissionato" dalla segreteria del Partito popolare (10 luglio 1923), e mentre il papa stava facendo un ripulisti completo, in favore del fascismo, nella direzione di quel partito, il duce non poteva certo autorizzare che venisse iniziata una azione penale contro le «Cospicue Personalità» a cui aveva accennato il Vitali.

II 29 settembre 1923 l'assemblea straordinaria del Banco sostituì anche i consiglieri e i sindaci della vecchia amministrazione rimasti in carica dopo le dimissioni del conte Santucci, ed il nuovo presidente, principe Boncompagni, nella relazione agli azionisti, assicurò che «l'opera della futura amministrazione sarebbe stata ispirata al senso della più alta responsabilità ed al dovere di riconoscenza verso il Governo Fascista» ".
Il risultato finale del "salvataggio" fu il seguente (pagine 473-74):
«Le partite di trapasso dal Banco di Roma alla Società Finanziaria, che ne assunse la gestione e il realizzo, ammontarono contabilmente a 1.743 milioni; i recuperi realizzati o presunti al 31 dicembre 1926 ammontavano a 640 milioni, esclusi gli utili netti, le tasse di bollo e il premio dovuto dal Banco di Roma. Una perdita, dunque, su queste partite, di 1.104 milioni, alcune delle quali vuote, si può dire dall'origine, di qualsiasi contenuto economico e giuridico (312 milioni).»
Il Banco venne, alla fine, a trovarsi «in una situazione di liquidità incomparabile nei riguardi di qualsiasi istituto di credito: raggiungeva il 100%» (pag. 475); poté perfino distribuire normali dividendi agli azionisti. L'onere delle malversazioni compiute dagli amministratori venne, in tal modo, interamente scaricato sulle spalle di Pantalone l4.

Dopo parecchi mesi di scaramucce - durante i quali l'ingrato compito di denunciare all'autorità giudiziaria i prevaricatori continuò ad essere palleggiato tra il ministro delle Finanze, il guardasigilli, il direttore generale della Banca d'Italia, il presidente della società finanziaria incaricata del salvataggio ed i membri del nuovo consiglio di amministrazione - la rognosissima questione della responsabilità dei «Cospicui Personaggi», che avevano condotto il Banco sulla soglia del fallimento, fu definitivamente sepolta e ci fu messo un bel pietrone sopra. Scrive De Stefani (pagg. 463-64):
«La situazione politica, formatasi nel secondo semestre del 1924 e nei primi mesi del 1925, caso Matteotti e discorso Mussolini del 6 gennaio 1925, da cui data la fondazione di un Regime totalitario, non poteva consigliare al Capo del Governo di esasperare una già fortissima tensione con cause e processi di vasta risonanza, in cui sarebbero stati convenuti e imputati personaggi di molto rilievo finanziario, di vaste aderenze e che avrebbero potuto valersi, anche in sede politica, di larghe correnti della opinione pubblica. Queste circostanze spiegano il perché della rinuncia all'azione di responsabilità.»
Per rendere anche più chiara tale spiegazione conviene tener presente una circostanza che il De Stefani ha dimenticato: dopo il giugno del 1924, Mussolini aveva bisogno dell'appoggio del Vaticano per non andare in galera, quale mandante dell'assassinio di Matteotti, e, per ottenere siffatto appoggio, era disposto a vendere anche l'anima al diavolo e a regalare al papa tutti i milioni (non suoi) che il papa si degnava di fargli richiedere. I Patti del Laterano (firmati da Mussolini l' 11 febbraio 1929 «in nome della Santissima Trinità», e conservati in vigore anche dopo il crollo del regime fascista) posero le fondamenta della enorme potenza finanziaria della Santa Sede.
Con la "convenzione finanziaria", unita a quei Patti, l'Italia prese l'impegno di versare alla Santa Sede 750 milioni di lire in contanti e 1 miliardo in consolidato 5% al portatore 15.
Nella premessa alla "convenzione finanziaria", il sommo pontefice affermò che, «avendo anche presente la situazione finanziaria dello Stato e le condizioni economiche del popolo italiano specialmente dopo la guerra, aveva ritenuto di limitare allo stretto necessario la richiesta di indennizzo, domandando una somma, parte in contante e parte in consolidato, la quale era in valore di molto inferiore a quella che lo Stato avrebbe dovuto sborsare alla Santa Sede medesima anche solo in esecuzione dell'impegno assunto con la legge 13 maggio 1871». Quest'affermazione - che gli scrittori della "Civiltà cattolica" e dell'"Osservatore Romano" hanno poi fritto e rifritto in tutte le salse - è completamente falsa.
La legge delle Guarentigie, del 13 maggio 1871, aveva attribuito alla Santa Sede una dotazione annua di 3.225.000, somma che era stata fin'allora iscritta nel bilancio della Santa Sede per provvedere ai bisogni ecclesiastici (Sacri palazzi apostolici, Sacro Collegio, Congregazioni ecclesiastiche, Segreteria di i Stato ed Ordine diplomatico all'estero). Il 12 novembre 1872  il ministro delle Finanze, Quintino Sella, avvertì il card. Antonelli, segretario di Stato di Pio IX, che teneva a sua disposizione il certificato corrispondente alla iscrizione di tale rendita nel Gran Libro del reddito pubblico. Il giorno dopo la Santa Sede, respingendo la dotazione, rifiutò il certificato. Il governo italiano continuò ad iscrivere ogni anno in bilancio la rendita di 3.225.000 lire, che, alla fine di ogni esercizio, passava nel "conto residui", tra le spese impegnate e non pagate: accumulava cosi il debito soltanto fino a cinque annualità, perché il diritto della Santa Sede, come tutti gli altri diritti a rendite perpetue, si rescriveva dopo un quinquennio; a partire dal 1876 vennero, in conseguenza, segnate nel "conto residui" 16.125.000 lire per debito dello Stato verso la Santa Sede. Se nel 1929 lo Stato italiano avesse voluto pagare soltanto quello che la legge del 1871 aveva promesso alla Santa Sede, avrebbe dovuto versarle 16.125.000 lire, cioè circa un centesimo di quanto le consegnò in contanti e in titoli di consolidato (senza contare i beni stabili ed i tesori inestimabili, esistenti in Vaticano e negli altri palazzi pontifici, che i Patti Lateranensi attribuirono alla Santa Sede in piena proprietà). E se anche lo Stato italiano, per ragioni di equità, avesse voluto rivalutare la rendita stabilita nel 1871, in rapporto alla riduzione della capacità di acquisto della lira, avrebbe dovuto assicurare alla Santa Sede una rendita di non più di 16 milioni e mezzo, corrispondenti press'a poco a un capitale di 330 milioni. Infine se, per colmo di generosità, si fosse voluto accollare tutte le spese ordinarie della Santa Sede (accettando l'ipotesi pessimistica che, una volta conosciuta la "convenzione finanziaria", i fedeli non avrebbero voluto più versare neppure un centesimo per l'obolo di San Pietro, e ammettendo che le spese ordinarie durante l'ultimo mezzo secolo si fossero raddoppiate) sarebbe stato sufficiente un capitale di 660 milioni per assicurare una rendita annua di 32 milioni. Quindi il miliardo e 750 milioni, riconosciuto come debito dello Stato nella "convenzione finanziaria", era quasi il triplo di quanto avrebbe potuto essere giustificato, non dico dagli impegni assunti con la legge del 1871, ma dai normali bisogni ecclesiastici della Santa Sede 16. Profittando della circostanza eccezionalmente favorevole offertagli dall'Uomo della Provvidenza - «che non aveva le preoccupazioni della scuola liberale» " - il papa riuscì veramente a farsi pagare il massimo prezzo per la "pacificazione".
Alle critiche mosse, anche da molti cattolici stranieri, alla "convenzione finanziaria", il 12 febbraio 1929, Pio XI, in una allocuzione ai parroci di Roma, rispose:
«Altri, invece, diranno, anzi hanno già detto od accennato, che abbiamo chiesto troppo in altro campo, si capisce, e vogliamo dire, nel campo finanziario. Forse si direbbe meglio nel campo economico, perché non si tratta qui di grandi finanze statali, ma piuttosto di modesta economia domestica.
A costoro vorremmo rispondere con un primo riflesso: se si computasse, capitalizzando, tutto quello di cui fu spogliata la Chiesa in Italia, arrivando fino al patrimonio di San Pietro, che massa immane, opprimente, che somma strabocchevole si arriverebbe! Potrebbe il Sommo Pontefice lasciar credere al mondo cattolico di ignorare tutto questo? Non ha Egli il dovere preciso di provvedere, per il presente e per l'avvenire, a tutti quei bisogni che da tutto il mondo a Lui si volgono e che, per quanto spirituali, non si possono altrimenti soddisfare che col concorso di mezzi anche materiali, bisogni di uomini e di opere umane come sono?
Un altro riflesso non sembrano fare quei critici: la Santa Sede ha pure il diritto di provvedere alla propria indipendenza economica, senza la quale non sarebbe provveduto né alla sua dignità, né alla sua effettiva libertà. Abbiamo fede illimitata nella carità dei fedeli, in quella meravigliosa opera di provvidenza divina che ne è la espressione pratica, l'Obolo di San Pietro: la mano stessa di Dio che vediamo operare veri miracoli da sette anni in qua. Ma la provvidenza divina non ci dispensa dalla virtù di prudenza, né dalle provvidenze umane che sono in Nostro potere.»
In un interessantissimo libro scritto durante il conflitto fra il governo e la Santa Sede dopo la Conciliazione 18, il senatore fascista Vincenzo Morello così replicò:
«Certamente, è l'Italia che provvede all'indipendenza economica della Santa Sede, non la Santa Sede stessa. E quanto al computo dei debiti e crediti, se l'Italia dovesse capitalizzare tutti i danni che il papato le ha arrecato nei secoli, con le sue chiamate degli stranieri, con le guerre, le taglie, le devastazioni di ogni genere, vi sarebbe consulta di ragionieri capaci di fare il calcolo? Diritto dunque, da parte del Vaticano, alle indennità, nessuno. Buon volere da parte dell'Italia, sì, e bisogna riconoscerlo.»
I 750 milioni in contanti furono messi subito a disposizione della Santa Sede, aggravando la situazione della Tesoreria, che corrispondentemente accrebbe il debito fluttuante, mentre il miliardo di consolidato venne ceduto alla Santa Sede dalla Cassa depositi e prestiti con una operazione che venne così illustrata alla Camera da Mussolini, il 15 maggio 1929:
«La curiosità del pubblico si è manifestata e ha detto: "Come farete a pagare? Sovrattutto, come farete a trovare il miliardo di consolidato?". Rispondo a questi interrogativi che io riconosco legittimi. I  provvedimenti che si stanno predisponendo presso il ministero delle  Finanze sono tali che si potrà far fronte agli impegni assunti senza aumentare il debito pubblico [sic!] e senza ricorrere al mercato. Vi spiego come. Quanto al miliardo di titoli del debito pubblico 5% al portatore, da consegnare all'atto della ratifica del Trattato del Laterano, il Governo, mediante un'operazione di Tesoro, si farà cedere i  titoli stessi dalla Cassa depositi e prestiti, che ne ha dei mucchi [sic!]  e che li preleverà dalle proprie disponibilità patrimoniali senza menomamente toccare né le riserve, né il patrimonio dei diversi istituti da essa amministrati. Lo Stato, a sua volta, si obbliga, ciò che costituisce la maggiore delle garanzie, a restituirli alla Cassa medesima in un periodo non superiore ad un decennio, con l'acquistarne sul mercato per non meno di 100 milioni all'anno di valore nominale. A tale scopo, nel bilancio dell'esercizio prossimo e dei successivi, sarà stanziata la somma occorrente sia per gli acquisti, sia per gli interessi corrispondenti delle relative cedole semestrali, per l'ammontare nel primo anno di 50 milioni, per decrescere poi di cinque milioni all'anno.» [Primo imponente esempio di finanza creativa, ndr].
L'asserzione che la Cassa depositi e prestiti avrebbe potuto dare alla Santa Sede un miliardo di consolidato, senza indebitare lo Stato, perché «ne aveva dei mucchi», dimostra quale competenza in materia finanziaria si era formata, dopo sette anni di governo, colui che un economista allora in auge, Mario Alberti, aveva enfaticamente definito «il banchiere della Nazione»...
Per non iscrivere subito il miliardo di consolidato nel Gran Libro, la Cassa depositi e prestiti rilasciò un particolare certificato, a firma del ministro delle Finanze, dal quale venivano di volta in volta dedotti i valori nominali dei titoli che il Tesoro restituiva, e - in deroga alle norme vigenti - la Cassa fu autorizzata a tramutare tale certificato in cartelle al portatore.
Nel corso degli esercizi 1929-30 e 1930-31 furono restituiti alla Cassa titoli per 210 milioni: nel luglio del 1931 la rimanenza di 790 milioni venne inscritta nel Gran Libro del debito pubblico, come «prestito del Littorio» 19.
In questo modo Mussolini mantenne l'impegno di pagare la Santa Sede «senza aumentare il debito pubblico e senza ricorrere al mercato». Quando si tratta di quattrini, neppure gli Uomini della Provvidenza sanno fare miracoli.


 

NOTE

* II presente brano è tratto da E. Rossi, Padroni del vapore e fascismo, Laterza 1966 [ndr].


1 Cfr. Ernesto Rossi, Il manganello e l'aspersorio, Firenze, 1958.
2 Nel discorso all'Augusteo del 9 novembre 1921, Mussolini disse, chiaro e tondo: «Il cattolicesimo può essere utilizzato per la espansione nazionale».

3 Cfr. G. Salvemini, Mussolini diplomatico, Bari, 1952, pagg. 272-73. Anche il gen. Raffaele Cadorna, parlando ultimamente col giornalista Domenico Bartoli, ha ricordato una conversazione avuta con Vittorio Emanuele III nel 1929, subito dopo la conclusione del Concordato, in cui il re gli disse che «il Vaticano aveva stipulato gli accordi perché premuto dal bisogno di denaro». «Non sanno più nemmeno come pagare la guardia svizzera...» ("Corriere della Sera", 23 aprile 1965).

4 Luigi Einaudi, La guerra e il sistema tributario italiano, Bari, 1927, pag. 368.

5 Giacomo Emilio Curatelo, La questione romana da Cavour a Mussolini, Roma, 1928, pag. 176.

6 Benedetto Croce, Nuove pagine sparse, Napoli, 1948, pag. 59.

7 Vedi diversi episodi, che ho portato a suffragio di questa mia congettura, in Il manganello e l'aspersorio, cit., pagg. 63-68.

8 In Nascita e avvento del fascismo, cit., pag. 456.

9 «Nell'autunno del 1922», ricorda Gaetano Salvemini in Mussolini diplomatico, cit., pag. 273, «la marcia su Roma fu accolta con simpatia dal Vaticano. Il cardinale Gasparri disse al barone Beyens, allora ambasciatore del Belgio presso la Santa Sede: "Mussolini ci ha informati che lui è un buon cattolico e che la Santa Sede non ha nulla da temere da lui [...]. Diamogli qualche mese di aspettativa. Ha molto da apprendere in materia religiosa, sebbene professi di essere un buon cattolico. La sua educazione ha bisogno di perfezionarsi"» (Beyens, Quatre ans a Rome, pag. 139).

10 Op. cit., pag. 275.

11 Alberto De Stefani, Baraonda bancaria, Milano, 1960. Vedi tutto il cap. VII.
Il Banco di Roma era stato costituito - ricorda De Stefani, a pag. 15 di Baraonda bancaria, cit. - quale strumento finanziario della Santa Sede, da alcuni nobili, appartenenti alla più nera aristocrazia papalina, quando non erano ancora trascorsi dieci anni dalla caduta del potere temporale, e, fino alla guerra di Libia, aveva sempre tenuto «una condotta appartata e non fervida verso lo Stato italiano» (pag. 15). Questo atteggiamento venne completamente rovesciato durante la guerra italo-turca, perché il Banco di Roma aveva investito in Libia ingentissimi capitali. Durante la guerra, il Banco di Roma «controllò i trasporti costieri mediterranei, civili e militari; rifornì, attraverso imprese di cui possedeva la maggioranza azionaria, la farina e il pane ai corpi combattenti; prestò in esclusiva i servizi bancari alle Intendenze militari e alle aziende private operanti al seguito delle forze armate» (pag. 19). In una situazione tanto favorevole il Banco avrebbe dovuto accumulare utili enormi. «Invece operatori, agenti e rappresentanti infidi e incontrollati impegnarono in una catena di operazioni speculative temerarie o truffaldine e di forniture militari respinte in fase di collaudo» (pag. 20). Per colpa specialmente del presidente dell'istituto, Ernesto Pacelli (zio del futuro pontefice Pio XII), durante e dopo la guerra di Libia, il Banco perse quasi tutto
il suo capitale. Alla fine del 1916 fu salvato dal dissesto (De Stefani non precisa con quali denari e per intervento di chi) ed il Pacelli venne estromesso dalla presidenza. Al suo posto fu nominato il terziario francescano, conte papalino e senatore regio Carlo Santucci, che fu poi, nel gennaio del 1919, uno dei firmatari del manifesto col quale don Sturzo lanciò il partito popolare. Sotto l'amministrazione del Santucci «ricominciò la baraonda amministrativa e bancaria, nonostante i propositi religiosi e di ostentata buona fede dei membri del nuovo consiglio» (pag. 51). Contemporaneamente venne nominato vice presidente del Banco Giovanni Grosoli Pironi, anche lui terziario francescano, conte papalino e senatore regio, e anche lui firmatario, nel 1919, del manifesto di don Sturzo: «uomo in cui coesistevano in singolare convivenza il misticismo religioso e la leggerezza bancaria», e che «amava attribuire alla volontà del Signore disinvolture e disavventure, le quali, però, si riflettevano sull'istituto di credito cui era preposto» (pag. 71). Il conte Grosoli era anche presidente della Società editrice Romana (proprietaria - aggiungo io - dei maggiori giornali cattolici: "Corriere d'Italia" di Roma, "Italia" di Milano, "Momento" di Torino, "Avvenire d'Italia" di Bologna, e "Messaggero Toscano" di Pisa), che nel 1922 «si trovava in condizioni disastrose, per difetto di controlli, perché appesantita da debiti personali verso gli stessi amministratori, e operante con impegni eccedenti le avute autorizzazioni» (pag. 70): il suo passivo gravava direttamente o indirettamente, attraverso il Credito Nazionale, sul bilancio del Banco di Roma. Amministratore delegato del Banco era il dr. Giuseppe Vicentini, la cui «disinvoltura» nella gestione del denaro degli altri «non era ispirata soltanto da avidità, ma pure da ragioni di partito e della sua policroma corte» (pag. 89).

12 Si tenga il conto e si sommi con  quanto dato allo Stato della Chiesa nei Patti Lateranensi, ndr.

13 Giacomo Matteotti, dopo avere rilevato che il salvataggio del Banco di Roma, fatto alla chetichella, «dimostrava che poche persone potevano disporre di miliardi di denaro pubblico, anche a vantaggio di aziende private, senza alcun controllo pubblico e parlamentare», così commentava le soprariportate parole del principe Boncompagni: «Ha dimenticato soltanto di aggiungere che chi paga non è il governo fascista, ma la nazione italiana» (cfr. Un anno di dominazione fascista, cit., pag. 13, nota).

14 Appena assicurato il buon esito del salvataggio del Banco, il 16 gennaio 1924, la nuova amministrazione scrisse a padre Tacchi Venturi, il potente gesuita che manteneva i rapporti confidenziali tra il papa ed il duce: «Il nostro Istituto è e sarà sempre lieto di concedere all'Ente suddetto [la Santa Sede] quelle facilitazioni di credito, anche allo scoperto, che potessero tornargli gradite, disposto a praticare condizioni speciali di deferente trattamento, in omaggio alle tradizioni dell'Istituto, che l'attuale amministrazione è fermamente decisa a difendere e conservare» (De Stefani, op. cit., pag. 294).
Proposito più che lodevole, che, di lì a sei anni, doveva costare al Tesoro italiano altre centinaia di milioni, in un nuovo salvataggio del Banco (presieduto, a partire dal 1928, dallo stesso presidente della Confindustria, Antonio Stefano Belli, membro del Gran Consiglio fascista) [si continui a sommare, ndr].

15 Alla quotazione media di L. 82,85 del mese di febbraio 1929 (cfr. Banca Commerciale Italiana - Movimento economico dell'Italia - Milano, 1932, pag. 52) i titoli del consolidato 5% per il valore nominale di 1 miliardo equivalevano a 828 milioni e 500 mila lire in contanti; se si aggiungono i 750 milioni versati in contanti otteniamo 1 miliardo e 578 milioni, [si tenga anche qui il conto, ndr].

16 In Mussolini diplomatico, cit., a pag. 271, Salvemini ricorda che nel 1919 venne pubblicato, coll'approvazione dell'arcivescovo di Filadelfia, un opuscolo di padre G.A. Godriez, Political and financial independence of Vatican (tradotto anche in italiano) con un appello ai cattolici di tutti i paesi del mondo, per mettere insieme un capitale di 25 milioni di dollari (corrispondenti allora a 475 milioni di lire), il cui reddito si riteneva sufficiente a coprire tutte le spese ordinarie della Santa Sede. Nel progetto Erzberger presentato durante la guerra, per la soluzione della questione romana, il capo del centro cattolico tedesco proponeva di assegnare alla Santa Sede 500 milioni, e nelle successive trattative col presidente del Consiglio Nitti si era parlato soltanto di 400 milioni.

17 Parole rivolte da Pio XI, il 13 febbraio 1929, ai professori e agli allievi dell'Università cattolica del Sacro Cuore.

18 Vincenzo Morello (Rastignac), Il Conflitto dopo la Conciliazione, 2a ed., Milano, 1932, pagg. 83-84.

19 Vedi il capitolo su «La rendita a favore della Santa Sede», a pagg. 62-64 della Relazione del Direttore generale alla commissione di vigilanza per gli esercizi finanziari dal 1927-28 al 1948-49, della direzione generale del debito pubblico - Ministero del Tesoro. 

 

 

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