NOTIZIE SULLE RELIQUIE
Inizio con un brano
tratto da Giovanni Sicari «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma», Monografie Romane, Alma Roma 1998: Per questa ricerca mi sono principalmente
avvalso di tre opere: ..............................................
Per farci un'idea circa lo stile e il contenuto del Dizionario delle
reliquie, diamo la parola a Collin de Plancy: "ALBANO, - primo vescovo della Gran Bretagna. Il suo corpo, che fu
visitato mille anni dopo la sua morte, fu trovato così integro come se fosse
stato vivente, ma si corruppe non appena lo sistemarono nella sua cassa. Questo
corpo era ad un tempo, nel quattordicesimo secolo, in Inghilterra, a Roma e a
Colonia." 3 "FELICITA,- martire in Africa nel terzo secolo, con santa Perpetua. Il
suo corpo era quadruplo. Lo mostravano a Roma, a Bologna, a Vierzon nel Berry e
nel monastero di Dèvre, nella stessa provincia. Non si sa dire come il corpo di
questa santa sia venuto da Cartagine in Europa. Un'altra santa Felicita patì il
martirio a Roma, con i suoi sette figli nel secondo secolo; i leggendari dicono
che ella non morì con una qualche dolcezza se non dopo aver visto massacrare
tutti i suoi figli, che ella temeva di lasciare al secolo. Il suo corpo e quelli
dei suoi figli furono per lungo tempo perduti. Si è saputo tuttavia ritrovarli
e li si onora a Roma nella chiesa di San Marcello." 4 Non è difficile notare l'ironia sottile e critica sulle leggende che
giustificavano, in modo non sempre credibile, il ritrovamento dei corpi, secoli
dopo la loro sepoltura. Naturalmente, ogni esemplare della stessa reliquia
aveva, nella maggior parte dei casi, la sua leggenda a sostegno della propria
autenticità. Ma veniamo ai miracoli. Le leggende sulle reliquie e sulle immagini raccolte
da Collin de Plancy sono straripanti di soprannaturale e, in molti casi,
servivano a sanzionare quei culti superstiziosi che trasformavano la venerazione
dei santi in una pratica di medicina alternativa. Molti santi diventavano così
titolari di poteri terapeutici assolutamente individuali e fra loro
diversificati. Come, ad esempio: "GUALTIERO, - primo abate di Saint-Martin de Pontoise. Il suo corpo
rimase nella sua abbazia, dove egli era morto nel 1099. I religiosi di questa
abbazia benedicono un'acqua, nella quale immergono un osso del santo, che essi
chiamano acqua di San Gualtiero; essa guarisce dalla febbre. (...)" 6 Pratiche di tipo magico, quindi, e di conseguenza infiniti racconti di
miracoli, ai quali l'autore dimostra di non credere. E li confuta, seguendo un
filo conduttore assolutamente razionale, degno della migliore tradizione
voltairiana e straordinariamente attuale: "Ma che pochi miracoli ci sarebbero se li si potesse esaminare da
vicino, si può persino dire che non ne esisterebbero affatto." 7 Attraverso moltissimi esempi, l'autore ci illustra come i miracoli
appartengano quasi sempre a un passato favoloso e incontrollabile, quando non
sono eventi di normale origine naturale, attribuiti a fattori soprannaturali per
momentanea non conoscenza delle cause scatenanti. Oppure, essi sono il risultato
di errori di valutazione o di vero e proprio inganno, sovente considerato
necessario perché finalizzato a ciò che veniva considerato un bene supremo. Di
fatto, le "pie frodi" hanno rappresentato per secoli un inganno a fin
di conversione, un mezzo troppo spesso preferito dagli ecclesiastici per
indottrinare il popolo e creare nel contempo vere e proprie industrie del
miracolo. Le offerte estorte ai più semplici tramite disgustose menzogne erano
solo una delle discutibili conseguenze dell'ingegnosità di chi intendeva
mantenere la propria posizione di potere, limitando l'altrui capacità e libertà
di giudizio. "(...) Crocifisso di Boksley. Dopo che Enrico VIII ebbe soppresso i
conventi in Inghilterra, tra gli strumenti delle pie frodi che vennero scoperti
in questi superbi asili della fannullonaggine si parla soprattutto del famoso
crocifisso di Boksley, che si muoveva e camminava come una marionetta. Questo
crocifisso veniva chiamato Statua di Grazia. (...) I monaci, sempre ingegnosi,
avevano abilmente inventato delle molle che facevano muovere a piacimento questo
miracoloso crocifisso; e questa santa industria aveva per lungo tempo edificato
gli inglesi devoti e procurato grandi profitti al monastero. (...)" 8 Tramite il rifiuto delle pie frodi, Collin de Plancy esprime e sostiene la
necessità di una società caratterizzata dal diritto alla corretta
informazione. Una società dove nessuno potrebbe più ingannare impunemente
altre persone, per nessuno scopo, una società dove nessuno dovrebbe sottostare
a un'autorità interessata a mantenere il popolo in una sorta di eterna infanzia
intellettuale e culturale. La conoscenza storica e scientifica diventa perciò
un diritto di tutti e la sua diffusione viene elevata a dovere morale, al quale
le persone colte non si possono sottrarre. Clelia Canna Collin de Plancy. 1821-22. Dictionnaire critique des
reliques et des images miraculeuses. Paris. Guien. Da siti di svariate chiese,
riprendo la parte che riguarda le reliquie conservate: Santa
Croce in Gerusalemme BASILICA
- CAPPELLA
DELLE RELIQUIE L'attuale
"Santuario della Croce" è stato ricavato nell'antica
Sacrestia della Basilica su progetto dell'architetto Florestano Di
Fausto. RELIQUIE
DELLA PASSIONE DEL SIGNORE Anche per quanto riguarda il Chiodo la tradizione è antica e
costante: a S.Elena, infatti, si attribuisce anche il ritrovamento dei
chiodi con i quali Gesù era stato crocifisso. L'Imperatrice ne fece
mettere uno nella corona e uno nel freno del cavallo di Costantino. Un
altro lo portò con sé a Roma.
Per la reliquia del Titolo - la tavoletta di legno con una parte
dell'iscrizione Jesus Nazarenus Rex Iudaeorum in ebraico, greco e latino
- la tradizione ad un certo punto lascia il passo alla storia: Stefano
Infessura nel suo Diario, in data 1 febbraio 1492, racconta che questa
reliquia fu casualmente ritrovata durante i lavori di restauro in
Basilica voluti dal card. Mendoza. VIAGGIO TRA LE RELIQUIE DI SANTA
CATERINA
LE RELIQUIE DI S. AGATA
Il Busto Tratto da: Maria Torrisi, Sant'Agata,
Ed. S.Paolo Reliquie: L’insegnamento
di Gesù non è mai stato pagano
Un’assurdità: prepuzi come reliquie sacre
Reliquie - una
tradizione pagana
Il furto delle sacre teste degli apostoli
Pietro e Paolo dalla basilica del Laterano
Aprile 1438: Roma é scossa dal furto più sacrilego della
sua storia. Nottetempo qualcuno é riuscito a rubare i preziosi che ornano -
tuttora - i reliquiari in cui sono conservate le teste degli apostoli Pietro e
Paolo, venerate nella basilica di san Giovanni in Laterano. Come é stato
possibile ? Chi sono i colpevoli ? Scattano le indagini e la Camera apostolica
attiva tutti i birri, le spie e i confidenti che circolano per la città. Alla
fine, al mercato de' Pellegrini, presso Campo de’ Fiori, dove si trovano le
botteghe degli orefici e degli intagliatori di pietre preziose, qualcuno
commette una fatale imprudenza. La nostra guida dell'epoca é messere Stefano Infessura, notaio del popolo
romano... Del 1438 a dì 12 d’aprile Capocciolo et Garofalo, doi beneficiati di Santo
Ioanni Laterano, furorono molte prete pretiose, zafiri, balassi diamanti,
ametisti et perle dallo capo di santo Pietro e santo Paolo, che stanno nello
tabernacolo di Santo Ioanni preditto in doi volte, et furo retrovati per questo
modo. Le ritrovate reliquie della
Passione di Gesù I pellegrinaggi di Sant'Elena e
di altri -
a
Roma, nella basilica di S. Croce di Gerusalemme che fu fatta realizzare da
Sant’Elena20; a
- Costantinopoli, nella basilica della Sapienza detta anche
di S. Sofia21;
- al
vescovo Macario, nella stessa Gerusalemme. Questo frammento era
quello più considerevole e fu consegnato da Sant’Elena in un astuccio
d’argento22. -
La santa dalla Palestina portò, inoltre: -
alcune spine della Corona che cingeva il capo di Gesù;
esse furono collocate in un reliquiario
e custodite nella cripta della
basilica Sessoriana (o S. Croce di
Gerusalemme) in Roma23;
- i
tre chiodi che trafissero le mani ed i piedi di Gesù, di cui uno fu conservato
nella stessa cripta Sessoriana con la Corona di spine, un altro
fu inviato all’arcivescovo Agrizio (o Aquizio)24
perché fosse custodito nella
basilica di Treviri25,
l’ultimo fu donato alla chiesa di S.
Giovanni in Monza26; -
-
i ventotto gradini del Praetorium (detta Scala Santa) percorsi da Gesù
flagellato e coronato di spine27
quando si presentò a Pilato. Durante
la permanenza in Palestina, Sant’Elena effettuò delle ricerche che
condussero al ritrovamento della grotta della Natività a Betlemme e del luogo
(sul monte degli Olivi) dove Gesù incontrò i suoi discepoli dopo la
risurrezione (prima di salire al cielo). In queste due località Ella fece
costruire due basiliche che suo figlio Costantino arricchì d’oro e di
argenti. La
notizia del ritrovamento della Croce del Redentore
comportò che i pellegrini, in numero sempre crescente, si recassero a
Gerusalemme. Per la loro profonda venerazione verso il Salvatore, alcuni di loro
asportarono dalla Croce dei frammenti di legno. Sul
finire della prima metà del IV
secolo, il vescovo Cirillo scriveva che “ il mondo è pieno di frammenti
della Croce”28
e S. Giovanni Crisostomo29
dice che molte persone a Costantinopoli portano, in reliquiari d’oro attaccati
al collo, una particella della Vera Croce30. Tra
i più illustri pellegrini che si recarono a Gerusalemme per pregare sul
sepolcro di Cristo e cogliere l’occasione di prendere qualche frammento del
santo Legno si ricordano:
Paolo di Tebe, monaco egiziano vissuto tra il 228 e 340, il quale si
prosternò davanti alla Croce “quasi pendentem Dominus cerneret “31.
Il pellegrino di Bordeaux recatosi a Gerusalemme nel 333 riferì di aver
visto “ la collinetta del Golgota su cui il Signore fu crocifisso e, a un tiro
di pietra (m.40), la cripta in cui il Suo corpo fu deposto e donde il terzo
giorno risuscitò”32.
Desiderio, che fu invitato nel 393 da
s.Girolamo33
e dalla venerabile Paola34
a recarsi in Terrasanta solo
per potersi mettere in adorazione dove sono posati i piedi del Signore è per lo
meno un atto della nostra fede, senza contare, poi, la possibilità di
contemplare le tracce – che sembrano del tutto recenti- della Natività, della
Croce e della Passione35.
Silvia Eteria (o Egeria)36,
che, recatasi in Terrasanta nel 395 per visitare l’Anastasis, il Martyrium e
ad Crucem (= Calvario), riportò nel suo “Peregrinatio Aeteriae”
l’episodio di un fedele che, chinandosi sulla Croce per baciarla, ne distaccò
un pezzo con un colpo di denti37.
Paolino di Nola o di Bordeaux (353-431 d.C.)38
riferisce di aver ricevuto un
frammento della Croce da Melania Seniora39,
a sua volta ricevuto, durante il soggiorno in Terrasanta, da Giovanni, patriarca
di Gerusalemme. Di tale frammento, Paolino ne inviò
una scheggia “ non più grande di un atomo” al suo amico Sulpicio
Severo, che glielo aveva chiesto per la chiesa che stava costruendo sulla tomba
di S.Chiaro, a Primulachium, in Aquitania40.
Il monaco Cosma, già custode della Croce della chiesa del
S.Sepolcro sino al 466, e suo fratello Crisippo41
ne inviarono diversi al monastero di sant’Eutimio.
L’imperatore d’Oriente Giustino
II (565-578 d.C.)
e sua moglie Sofia ne donarono a papa Giovanni II
(561-574 d.C.). Esso è contenuto in un medaglione incastonato in una
croce latina di rame alta 41 cm. e rivestita di lamine d’argento dorato. Le
braccia della croce ,all’incrocio
delle quali c’è il predetto medaglione, recano la seguente iscrizione: LIGNO
QUO CHRISTUS HUMANUM SUNDIDIT HOSTEM DAT
ROMAE IUSTINUS OPEM ET SOCIA DECOREM
Questo
reliquiario, denominato Crux Vaticana, fa parte del Tesoro di s. Pietro in Roma42.
L’igumeno Stefano43,
del monastero di S.Eutimio, fece incastonare alcuni dei frammenti in suo
possesso in una croce d’oro ornata di pietre preziose; uno dei frammenti
fu donato a un benefattore del monastero, tale Cesare, originario di
Antiochia44. Quando
la Palestina era stata mèta di pellegrinaggi per via dei ritrovamenti dei
Luoghi Santi45
ed erano stati elevati monasteri e chiese, le città marinare di Amalfi, Genova,
Pisa e Venezia avevano rapporti commerciali con l’Oriente bizantino. NOTE 18
Secondo la testimonianza di s. Cirillo riportata nella
”Catechesi” XIII,4,p.33, scritta nel 347 (Gaetano Moroni
“Dizionario di erudizione stor. eccl, - vol. XVIII, Venezia 1843,
p.234). S.Cirillo nacque
a Gerusalemme tra il 313-15. Fu elevato alla sede
episcopale di Gerusalemme e consacrato vescovo da Acacio,
Metropolita di Cesarea tra il 348 e 351. 19
A riconoscere la croce di Gesù dalle altre due si giunse attraverso
due miracoli: una donna moribonda riacquistò la salute
appena toccata la vera Croce (E.Ianulardo “Sant’Elena
imperatrice” –Tip. Sant’Agata di Puglia,1958,p.123; G. Moroni,
o.c.,p.235);
Un morto, steso sul Legno, risuscitò ( Andrè Parrot, o.c.,
p.41;
Rouillon O.P., o.c., p.181; Secondo la “Storia
Ecclesiastica “ di Rufino, I, 7,8;
Rizzoli-Larousse, o.c.,vol.IV,Milano 1967,p. 679. 20
G. Moroni, o.c., p.234. 21
Ibidem
p. 234 22
Ibidem
p. 235 23
Ibidem
p. 287;
E. Ianulardo, o.c., p. 142. 24
E. Ianulardo, o.c., p. 146. 25
Città della Germania occidentale costruita al tempo di Costantino
il Grande. 26
Questo chiodo, secondo la tradizione, sarebbe stato destinato a
formare l’anello di ferro che corre all’interno della Corona
ferrea
conservata nel duomo di Monza fatto costruire da Teodolinda,
regina dei Longobardi, morta nel 628 d.C. ( Rizzoli-Larousse, o.c.,
vol. IV, p. 536). 27
Scala di accesso alla cappella della Sancta Sanctorum
o
cappella di S. Lorenzo presso il Laterano. 28
S. Cirillo
“ Catechesi” 4,10. 29
S. Giovanni
Crisostomo, Padre della Chiesa d’Oriente e Patriarca di
Costantinopoli
(344-407). 30
Rouillon O.P., o.c.,
p. 173. 31
N.U. Gallo “ La Croce Patriarcale della Basilica di S. Sepolcro di
Barletta “-
Ediz. Gazzetta della Provincia , p.64. 32
Geyer
“Itinera Hierosolymitana
20-23 ( Cfr. Andrè Parrot, o. c., p.40). 33
S. Girolamo (347- Betlem 420)
nel
335 si rifugiò in Oriente, a Betlem , con Paola ed Eustochio,
dove fondò monasteri con ospizi per i pellegrini ( S. Girolamo
“Le Lettere”; traduzione
e note di Silvano Cola, vol. I, lettere I-LII –Città Nuova
Editrice, Roma 1962, p.354, lettera XLVII). 34
Paola (347-404), figura di cristiana e di monaca , legò la sua vita
a quella di
s. Girolamo. Era nobile romana discendente da parte del padre
dagli Abradi e da parte della madre dai Gracchi e dagli
Scipioni
(Giuseppe Stoico “L’epistolario di
s. Girolamo” – Napoli, 1972, p.67). 35
N.U. Gallo, o.c. a p.64
dice, invece: “…ove avrebbero potuto vedere la Croce e i
segni lasciati dalla Passione di Gesù
Cristo”. 36
Monaca spagnola o gallica. 37
N.U. Gallo, o.c., p.66. 38
Di ricca famiglia senatoria, a 25 anni console, nel 379 governatore
della Campania, prete nel 394, vescovo di Nola dal 409 al 431.
Mantenne scambi epistolari con S. Agostino, S. Ambrogio e S.
Girolamo. (Rizzoli-Larousse, o.c., vol XI;
Giuseppe Stoico,
o. c., p.63). 39
Melania Seniora (Roma 349-350/Gerusalemme 410), matrona romana;
rimasta vedova, giovanissima si stabilì a Gerusalemme, dove fece
costruire un monastero (378; considerata santa, mai riconosciuta
ufficialmente) (Rizzoli-Larousse, o.c., vol.
IX, p.677). 40
Rouillon O.P., o.c., p.183 ;
N.U. Gallo, o.c., p.65. 41
Crisippo
(409-479) entrò con i fratelli Cosma e Gabriele come monaco
della “laura” di sant’Eutimio presso Gerusalemme; ordinato
sacerdote (455) divenne custode della santa Croce nella chiesa del
S. Sepolcro a Gerusalemme ( Rizzoli - Larousse,
o.c.
voI.
V, p.660 ). 42
Rizzoli – Larousse, o.c. vol. IV, Milano,1967,p.679;
N.U. Gallo,
o. c., p.62. 43
Stefano di Costantinopoli, detto il Giovane (715-764), monaco e
martire, era igumeno
nel monastero di Sant’Aussenzio presso
Calcedonia;
combattè
l’iconoclastia e venne esiliato (762) per ordine
dell’imperatore Costantino V. Riportato prigioniero a
Costantinopoli nel 763, fu in seguito ucciso da alcuni ufficiali di
palazzo ( Rizzoli-Larousse, o.c., vol.XIV,Milano,1971, p.376). 44
N.U. Gallo, o.c., p.68. 45
Erano legati alla vita di Gesù: la grotta di Betlemme, Nazareth,
monte Tabor, il Cenacolo, il Calvario, la chiesa del s. Sepolcro, il
Getsemani (COPYRIGHT
2000 REGIONE PUGLIA - C.R.S.E.C. BA/1
BARLETTA) ANNO 328
d.C. QUI
il riassunto del
PERIODO di COSTANTINO dal 306 al 337 d.C. La venerazione delle reliquie
“Il Santo Concilio comanda ai vescovi e a coloro che hanno la
funzione e l'incarico di insegnare [...] di istruire con cura i fedeli
sugli onori dovuti alle reliquie [...], mostrando loro che i corpi santi
dei martiri e degli altri santi, che vivono con il Cristo e che furono
membra viventi di Cristo e tempio dello Spirito Santo [...], attraverso
cui benefici numerosi sono accordati da Dio agli uomini, devono essere
venerati dai fedeli”. Nel culto delle reliquie - soprattutto per quanto riguarda gli sviluppi
successivi al III sec. - confluisce, accanto alla pietas funeraria
amplificata dalle dottrine relative al martirio e alla santità, anche l'idea
che la potenza salvifica degli uomini di Dio sia un qualche cosa di fisico,
che rimane inerente al corpo, vivo o morto, del santo, e che, da questo,
possa trasmettersi agli oggetti che, in forme più o meno dirette, ne sono
venuti in contatto. È una concezione molto antica, che si trova nella tradizione
giudaico-cristiana (ad esempio, in 4 Re, 2,14, il prodigio
operato dal mantello di Elia, ripreso dal miracolo evangelico dell'emorroissa.
In Luca, 8, 46, Gesù dice: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito
che una forza è uscita da me”), ma che è precedente ad essa e riflette
una concezione magica delle reliquie. Se le sedi di più antica cristianizzazione disponevano di numerose ed
autentiche reliquie dei martiri, le nuove sedi (ad esempio Costantinopoli)
le ottennero mediante traslazioni o smembramenti dei corpi, secondo
un uso proibito dalle leggi imperiali (Codice Teodosiano, IX, xvn) - che
fu prevalentemente orientale fino all'VIII sec. per divenire in seguito
generalizzato. Tra il VI e il VII sec., soprattutto in Gallia e nell'Italia
settentrionale, si sviluppò il culto delle reliquie di contatto:
gli abiti del santo, gli strumenti che ha usato, ma anche la pol vere
grattata dal suo sepolcro, perfino l'olio della lampada che lo rischiara. La conquista della Terrasanta (1204) aumentò ulteriormente la
massa delle reliquie, facilitandone gli abusi: la compravendita di
reliquie, la loro falsificazione, l'esistenza di reliquie multiple Il testo, cui sono stati aggiunti i neretti e le interruzioni di
paragrafo, è tratto dal Dizionario delle religioni, Einaudi, Torino, 1993.
Nei primi secoli la Chiesa romana fu contraria alla traslazione e alla
manomissione dei corpi dei santi che venerava in basiliche costruite sulle loro
tombe. Alle continue richieste di chi desiderava possedere dei resti sacri,
rispondeva donando reliquie ex contactu, cioè pezzi di stoffa messi a contatto
con le tombe venerate o con oli che ardevano nei santuari. Le basiliche
cimiteriali, divenute insicure per le incursioni barbariche, depredate d'alcuni
corpi santi da Astolfo re dei Longobardi per la città di Pavia, vennero
abbandonate e le salme traslate nelle chiese della capitale. Nel collocare i
resti dei santi nelle nuove tombe, a volte, si separava la testa o altre parti
dal corpo per venerarli in diversi luoghi, tra questi il più famoso fu, dai
tempi di S. Leone III (795-817), la cappella di S. Lorenzo nel patriarchio del
Laterano. Dopo centinaia d'anni d'oblio solo nel XVI secolo, grazie anche
all'interesse suscitato da S. Filippo Neri, negli antichi cimiteri cristiani
vennero riprese le ricerche di reliquie. Si riesumarono "corpi santi",
"martiri inventi" che venivano trasferiti nelle chiese della città.
Il ritrovamento nei loculi di semplici balsamari o d'epitaffi recanti simboli di
fede erano sufficienti, per la metodica dell'epoca, come prova dell'avvenuto
martirio. Grazie a Pio XI che istituì, nel 1925, il Pontificio Istituto di
Archeologia Cristiana oggi si ha il massimo rigore scientifico e storico nel
riconoscere i martiri dai semplici cristiani sepolti negli antichi cimiteri.
Le reliquie custodite nelle chiese di Roma costituiscono un'altra
incommensurabile ricchezza della nostra città che, nonostante le varie
vicissitudini storiche, ha saputo salvaguardare. Il presente scritto non vuole
solamente riscoprire e catalogare questa eredità, ma ambirebbe raggiungere lo
scopo di liberarla da quella sorta di "velatura" della sua memoria,
formatasi in epoca recente, che tende a negarla per mancanza di documentazione
comprovante l'effettiva presenza di reliquie in quel particolare luogo sacro.
Giovanni Sicari"
Dal sito del CICAP riprendo questo articolo:
Un'overdose di reliquie, quindi, di spoglie mortali di santi, di parti di esse e
dei più svariati oggetti che si pretendeva fossero appartenuti a Gesù, alla
Vergine, ai santi o semplicemente che avessero avuto un minimo di contatto
fisico con loro. Un'overdose di immagini, soprattutto mariane, alle quali, al
pari delle reliquie, si attribuivano poteri miracolosi di diverso genere. Emerge
la testimonianza di una religiosità di gusto necrofilo che l'autore, erede dei
lumi del XVIII secolo, si propone di arginare inducendo il lettore alla
riflessione razionale e al senso critico. Un proposito che egli persegue
informando su tutte le assurdità legate a tali culti, come l'esistenza di una
stessa reliquia in svariati luoghi diversi o rimarcando il gusto macabro o
l'origine pagana soggiacente a molti aspetti di questa discutibile forma di
religiosità, che egli considera completamente estranea al messaggio evangelico.
Macabri feticci di dubbia origine, insomma, che presentati tutti insieme in un
così vasto archivio non possono evitare di farci riflettere. Pensiamo, ad
esempio, al racconto evangelico di S. Giovanni Battista e teniamo conto che, per
secoli, esso fu tenuto vivo nel ricordo dei fedeli non solo tramite
l'esposizione di una quindicina di teste, che Collin de Plancy rintraccia in
alcune chiese europee, ma anche tramite parti distaccate, la cui enumerazione
non può che suscitare disgusto:
"Un cervello di S. Giovanni è nell'abbazia di Tiron (...), un altro a
Nogent-le Rotrou. Un orecchio sta a Parigi, un altro a Saint Flour e un altro
ancora a Praga. Si ricordano inoltre una quarantina di altre teste che non
possiamo indicare esattamente con sicurezza." 5
Il nostro autore delega quindi alle persone "illuminate" 9
il compito di diffondere un'informazione seria, egualitaria e rispettosa della
dignità di ogni essere umano. Quest'ultimo, in sostanza, è il messaggio del
Dizionario delle reliquie, un ideale democratico difficile da accettare per
coloro che cercavano di governare la società francese dei primi decenni del XIX
secolo promuovendo l'ideologia di una necessaria Restaurazione politica e
religiosa dopo gli sbandamenti della Rivoluzione e dell'Impero. Un ideale col
tempo rinnegato anche dallo stesso Collin de Plancy che, dopo circa vent'anni
dalla pubblicazione del Dizionario delle reliquie, si converte ad un
Cattolicesimo obbediente e acritico, diventando in questo modo strenuo difensore
di tutto ciò che aveva precedentemente criticato. La sua scrittura diventa così
paladina delle gerarchie ecclesiastiche del suo tempo e produce molte opere a
difesa dei concetti di autorità e di tradizione.
Viene da chiedersi quanto questa conversione possa considerarsi sincera... Di
fatto, indagando sulla biografia dell'autore, emerge che, dopo la pubblicazione
del Dizionario delle reliquie, egli dovette affrontare alcuni problemi seri, tra
i quali un processo, subito proprio per aver pubblicato tale opera. Nel
frattempo, la Francia e l'Europa in genere vedevano uno straordinario revival
della magia nonché la diffusione di gruppi esoterici e sette sataniche che
sembravano potenzialmente capaci di sostituire la religione cristiana
tradizionale con una accozzaglia di superstizioni di vario genere."L'uomo
ha bisogno di fede, se rifiuta la vera cade nell'altra" 10,
dichiara Collin de Plancy convertito, giustificando così il suo impegno per la
causa cattolica.
Ma al lettore di oggi nulla offrono le sue opere di convertito.
La conversione di Collin de Plancy lascia perplessi se si tiene conto che il
Dizionario delle reliquie non aveva lo scopo di demolire la fede cristiana, ma
anzi, di restituirla alla lettera del Vangelo, depurandola da tutti quei culti
feticisti, superstiziosi e assurdi che la inquinavano.
In ogni caso, lasciando da parte i dubbi sulla sincerità della conversione del
suo autore, il Dizionario delle reliquie resta un documento che ancora oggi
parla al lettore, donandogli elementi utili per uno sguardo disincantato sul
paranormale religioso e proponendo un'etica umanistica che non necessita di
dogmi e di miracoli. Un messaggio più che mai attuale, che eleva la razionalità
a valore assoluto, irrinunciabile e trasversale a ogni fede o ideologia, unica
porta di accesso verso un effettivo progresso scientifico e ideologico.
Segue le problematiche del paranormale religioso.
Fa parte del CICAP Gruppo Lombardia
Bibliografia
Note

Lo attestano le fonti tardo-antiche e medioevali e ne danno
conferma gli antichi rituali delle funzioni papali, che fissano
l'Adorazione della Croce il Venerdì Santo in Hierusalem: il Pontefice
in persona procedeva scalzo dalla Basilica Lateranense e
processionalmente, con il clero e il popolo, andava alla Basilica
Sessoriana per adorarvi il Legno della vera Croce.
Pur essendo una reliquia così antica, dunque, può presentare
numerosi documenti che attestano la sua invenzione, traslazione,
conservazione e venerazione.

E' probabilmente quello di cui parla Gregorio di Tours : S.Elena,
nel tornare dalla Palestina, trovando il mare molto agitato, fece
immergere in acqua uno dei chiodi della Crocifissione e al suo contatto
il mare si calmò.
E' da sempre annoverato tra le Reliquie Sessoriane e, insieme a
quello di Milano, è tra quelli più anticamente documentati.
Chiusa in una cassettina con il sigillo del card. Caccianemici -
titolare di S.Croce e poi papa col nome di Lucio II (1144-45) - era
stata murata ab antiquo nell'arco che separa il transetto dalla navata
centrale.
La notizia del ritrovamento fece molto scalpore all'epoca, anche
perché coincise con la riconquista spagnola di Granata, ultima
roccaforte degli Arabi in Occidente. Papa Alessandro VI il 29/7/1496
emise la bolla Admirabile sacramentum con cui autenticava il
ritrovamento del Titolo e concedeva l'indulgenza plenaria a coloro che
avessero visitato S.Croce l'ultima domenica di gennaio.
Nel 1270, poi, l'ebbe S. Luigi Re di Francia, che la pose nella
Cappella del Palazzo Reale. Successivamente passò alla chiesa abbaziale
di S.Dionigi (1791) e infine nel 1806 fu trasferita a Notre Dame, dove
è conservata tuttora. E' priva di spine che invece sono sparse in molte
chiese.
Per quattro anni la testa rimase chiusa in un armadio della
sacrestia di San Domenico, ma una volta che il Concistoro della Repubblica venne
a conoscenza del fatto, dette ordine di tributare onori pubblici alla preziosa
reliquia. Così il 5 maggio 1385 una imponente processione, condusse la
reliquia in San Domenico partendo dalla chiesa dell'Ospedale di San Lazzaro,
fuori Porta Romana. Chiudeva la processione un gruppo di Mantellate di san
Domenico e Lapa, la madre di Caterina.
Un'altra importante reliquia è il dito conservato anch'esso
nella Basilica di San Domenico; con questa reliquia viene impartita la
benedizione all'Italia e alle Forze Armate nel pomeriggio della domenica che si
tengono le Feste internazionali in onore di Santa Caterina da Siena.
Questa reliquia, insieme alle cordicelle con le quali la mantellata
senese era solita disciplinarsi e al busto in bronzo che per tanti anni ha
contenuto e protetto la testa, è conservata nella teca posta nella parete
destra della Basilica di San Domenico, teca che attualmente è stata tolta per
far posto ad un'altra, di artistica realizzazione, opera dell'architetto senese
Sandro Bagnoli, dove troveranno migliore collocazione sia il dito che le altre
reliquie della Santa; questa realizzazione è dovuta alla sensibilità
dimostrata dalla dottoressa Laura Martini della Soprintendenza dei beni
artistici di Siena e Grosseto e alla perseveranza del parroco Padre Alfredo
Scarciglia.
Un piede della Santa è conservato nella Chiesa dei Santi
Giovanni e Paolo a Venezia, la stessa chiesa dove riposa fra' Tommaso Caffarini
autore della Legenda Minor.
Era presente nel Duomo di Siena anche una costola della
Santa, essa però fu donata al santuario di Santa Caterina ad Astenet in Belgio
costruito nel 1985 per volontà dei Caterinati di quel paese.
Anche il Santuario ha la sua reliquia; essa è una scaglia di
una scapola di Caterina. E' conservata ed è ben visibile, in una urna
scavata nel muro a sinistra dell'altar maggiore dell'Oratorio del Crocifisso.
Nella teca vi è una testina in cera raffigurante la Santa. Questa reliquia è
stata
donata al Santuario dalla professoressa Lidia Gori, caterinata e figlia del
professor Giulio Gori il quale, nel 1931 insieme ai professori Mazzi, Raimondi,
Lunghetti e Londini operarono una ricognizione sulla reliquia della Sacra Testa,
ricognizione voluta dall'allora podestà Fabio Bargagli
Petrucci.
Al 1931 risale anche il reliquiario che contiene la Testa oggi;
esso è in argento decorato a smalto opera dell'orafo fiorentino David Manetti
che lo realizzò su disegno di Angelo Giorgi, noto argentiere. Il prezioso
reliquiario in stile gotico fu donato dai Padri Domenicani di San Marco di Firenze
ai Padri Domenicani di Siena.
(f.to Franca Piccini)
- LA SACRA TESTA
Nell'ottobre del 1381 il Papa Urbano VI dette il
permesso di staccare dal busto la testa di Santa Caterina, la quale venne
affidata a due frati senesi, Tommaso della Fonte e un altro, che la portarono a
Siena in segreto.
La borsa in seta che contenne la Testa durante il viaggio da Siena
a Roma è conservata nella celletta di Santa Caterina presso la
Casa-Santuario.Per quattro anni rimase chiusa in un armadio della sacrestia di
San Domenico, ma una volta che il Concistoro della Repubblica venne a conoscenza
del fatto, dette ordine di tributare onori pubblici alla preziosa reliquia. Così
il 5 maggio 1385 una imponente processione, condusse la reliquia in San Domenico
partendo dalla chiesa dell'Ospedale di San Lazzaro, fuori Porta Romana. Chiudeva
la processione un gruppo di Mantellate di san Domenico e Lapa, la madre di
Caterina.
Nella notte tra il 3 e il 4 dicembre del 1531, la Sacra Testa
rischiò di
essere distrutta; infatti nella chiesa di San Domenico scoppiò un violento
incendio; solo il coraggio di fra' Guglielmo da Firenze mise in salvo la
reliquia, infatti il frate si avvolse in un lenzuolo bagnato e si gettò tra
le fiamme traendo in salvo la Testa.
Dal 1711 la Testa venne collocata in un'urna, opera di Giuseppe
Piamontini, noto orafo fiorentino dell'epoca e dono dell'illustrissimo Pietro
Biringucci Maestro di camera del Gran Principe di Toscana Cosimo III; quest'urna
oggi è conservata nella basilica di San Domenico in una cappella a destra dell'altar
maggiore. Fino ad allora la reliquia della Testa era custodita in un busto di
rame sbalzato, che attualmente è conservato nella teca delle riliquie della
Santa posta a destra della cappella affrescata dal Sodoma in San Domenico.
Nel 1798 la Testa venne trasferita in Duomo, poiché un forte
terremoto aveva danneggiato la Basilica di San Domenico, nella quale fece
ritorno solo nel 1806 in occasione della domenica in Albis.
La Sacra Testa venne portata in processione nel 1857 in occasione
della visita di Papa Pio IX e in quella circostanza si dovette effettuare una
revisione ad opera del professor Gaspero Mazzi.
Nel 1931 l'allora podestà di Siena Fabio Bargagli Petrucci, fece
rompere i sigilli e aprire la teca per far valutare ai professori, Mazzi,
Raimondi, Lunghetti, Londini e Gori le reali condizioni di essa.
Al 1931 risale anche il reliquiario che contiene oggi la Testa;
esso è in
argento decorato a smalto opera dell'orafo fiorentino David Manetti che lo
realizzò su disegno di Angelo Giorgi, noto argentiere. Il prezioso
reliquiario in stile gotico fu donato dai Padri Domenicani di San Marco di
Firenze ai Padri Domenicani di Siena.
Il 28 aprile 1940 la Sacra Testa fu portata in cattedrale in
occasione delle prime feste nazionali cateriniane.
Il resto è storia recente. Nel 1996, in occasione del XXV°
anniversario
della proclamazione di Santa Caterina a Dottore della Chiesa Universale, la
Testa è stata esposta in Duomo alla venerazione di tutti i fedeli. Fu
trasportata in Cattedrale dai figuranti della contrada dell'Oca e del Drago
in corteo guidato dai Padri Domenicani.
Così come nell'anno 2000, in occasione della prima edizione delle
Feste Internazionali in onore di Santa Caterina patrona d'Italia e d'Europa, la
reliquia della Sacra Testa fu portata in Duomo con una solenne processione alla
quale partecipò molta gente e il Cardinale Dannels, primate della Chiesa del
Belgio, presiedette la celebrazione eucaristica.
(F.to Franca Piccini)
La devozione dei
fedeli arricchisce continuamente di gioielli, ori e pietre preziose la
finissima rete che ricopre il Busto. Tra gli oltre 250 pezzi che a più
strati ricoprono il reliquiario, alcuni sono doni di particolare valore.
La corona, un gioiello di 1370 grammi tempestato di pietre preziose, fu,
secondo una tradizione non confermata, un dono di Riccardo I
d'Inghilterra detto "Cuor di Leone", che giunse in Sicilia nel
1190, durante una crociata. La regina Margherita di Savoia, nel 1881,
offrì un prezioso anello, mentre il vicerè Ferdinando Acugna una
massiccia collana quattrocentesca. Vincenzo Bellini donò alla patrona
della sua città un riconoscimento che era stato dato a lui: la croce di
cavaliere della Legion d'Onore. Anche papi, vescovi e cardinali negli
anni hanno arricchito il tesoro di sant'Agata di collane e croci
pettorali, oggetti preziosi che si aggiungono ai tantissimi ex voto che
il popolo catanese continua a offrire alla "santuzza".
Nella stessa data in cui fu realizzato il Busto, gli orafi di Limoges
eseguirono anche i reliquiari per le membra: uno per ciascun femore, uno
per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba.
I reliquiari per la mammella e per il velo furono eseguiti più tardi,
nel 1628. Attraverso il vetro delle teche, che protegge ma non nasconde,
durante la festa di sant'Agata si può vedere il miracoloso velo, una
striscia di seta rosso cupo, lunga 4 metri e alta 50 centimetri, che le
ricognizioni garantiscono ancora morbida, come se fosse stata tessuta di
recente. Attraverso il reliquiario della mano destra e del piede destro
si possono scorgere i tessuti del corpo della santa ancora
miracolosamente intatti.
Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza
della reliquia a Gallipoli. Si dice che 1'8 agosto del 1126 sant'Agata
apparve in sogno a una donna e la avvertì che il suo bambino stringeva
qualcosa tra le labbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non
riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda
alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una litania
invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata
il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente
quella di sant'Agata.
La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal
1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a
Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria
d'Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un
convento di frati francescani.
Anche all'estero si custodiscono piccole reliquie di sant'Agata. In
Spagna: a Palencia, a Oviedo e a Barcellona. In Francia: a Cambrai Hanan,
Breau Preau e Douai. In Belgio: a Bruxelles, a Thienen, a Laar, ad
Anversa. E ancora, in Lussemburgo, nella Repubblica Ceca (Praga) e in
Germania (Colonia).
Cinisello Balsamo (MI) 1997
un macabro culto dei
cadaveri nel XX° secolo
(Wilder, The Other Side of Rom, p. 54)
Servestro de Pallone comprò una perla de grande valore per trenta ducati, et fu
una contesa con l’orefice et questo Servestro; et in questo modo venne ad
notitia de molti, et quando fo saputo chi l’haveva venduta, subito fo
sospicato et fo scoperto, et subito fu preso misser Nicola de Valmontone,
canonico de santo Ioanni, perché Garofolo suo nepote li lo deo a tenere, et lui
iuravo che non era vero, et che non ne sapeva niente, et esso lo sapeva; da poi
che fu saputa la verità et retrovate le pietre, tutte foro reportate a Santo
Ioanni a dì 22 de Agosto con tutta la processione di Roma e giro lo Senatore di
Roma con tutti li Offitiali con tutto lo popolo, et lo Senatore lesse la
scommunica che fece papa Urbano V, lo quale pose lì quelle teste et ornolle
colle ditte prete.
Eodem anno die quarta de settembre furo desgradati questi malfattori, idest
missore Nicola da Valemontone canonico, Capocciola et Garofolo, beneficiati,
nello altare maiore dell’Aricielo; et dopo foro rencarcerati nella piazza di
Campo de Fiore relevati su in alto, et lì stetteronce dij quattro, et dello
ditto mese foro iustitiati in questo modo, videlicet Capocciola et Garofalo furo
strascinati per fino alla piazza di santo Ioanni, et missore Nicolao gio a
cavallo nello somaro, tutti immetriati. Lo ditto messer Nicola fo appeso nell’ormo
della Piazza di Santo Ioanni, ad Capocciola et Garofalo li foro mozze le mano
ritte, et poi foro arsi nella ditta piazza, et le ditte mani furo chiavellate
accanto alla lopa de metallo, in quello muro, come delle preditte cose si vede
la memoria penta come s’entra la ecclesia de santo Ianni ad mano ritta su ad
alto.
L'ANNO 328
* LA TERRASANTA
* ROMA CAPITALE DELLA CRISTIANITA'?
* ELENA A CACCIA DI RELIQUIE
La comunità cristiana nella zona egiziana e palestinese era considerevole come
numero e aveva alcuni autorevoli rappresentanti che erano capaci di farsi
ascoltare, e non si confondevano con quelli Orientali o di Roma. Elena dovette
dare molto ascolto a Macario e compagni, e con lui fece ricerche che non
sappiamo quanto furono fruttuose e vere, ma sappiamo che scavando sul Golgota
trovò tre pezzi di legno della Santa Croce, un chiodo, due spine della Corona e
l' intero braccio della corona del Buon Ladrone. (ma trovò - ma non sappiamo se
fu lei - anche qualcosa di stranissimo che citeremo a parte, in fondo).
Elena riunì i frammenti e vi fece costruire la attuale basilica della Santa
Croce a Gerusalemme per custodirli, fece iniziare i pellegrinaggi dalle zone
circostanti, poi se ne tornò a casa con parecchie reliquie
non prima di aver comunicato a tutto il mondo utilizzando i corrieri postali di
suo figlio Costantino, che erano state trovate le testimonianze del grande
mistero di Gesù Cristo, dov'era nato, vissuto, morto e risorto e che si poteva
ormai considerare il cristianesimo la vera e unica religione di Stato, cosa che
poi Costantino si affrettò a fare, inviando un editto in ogni territorio dove
si affermava appunto questa sua scelta (non aveva però ancora specificato di
quale corrente, anche perché quella di sua madre era in contrasto con la
sua che a Nicea aveva rafforzato).
IL PREPUZIO DI GESU' CRISTO - Fra queste reliquie si disse anche che era stato trovato e ben conservato (come lo poteva essere è
un mistero - ma la provvidenza fa questo e altro ) il pezzo di prepuzio di Gesù
Cristo, toltogli quando - al pari di tutti maschietti ebrei- era stato
circonciso. Le discussioni di quegli ecclesiastici in un consesso subito
formatosi furono accanite, ma la vinse la corrente che diceva essere una
testimonianza inoppugnabile. Da queste fonti l'autore che scrive non è riuscito
a ricavare molto, ma è certo che o subito o in un secondo tempo questa reliquia
fu portata in Italia, a Roma, e più precisamente nella chiesa di CALCATA sulla
Cassia, alle porte di Roma (vicino all'odierno autodromo di Vallelunga).
Lì è rimasta questa reliquia venerata da tutto il paese fino a pochi anni fa
(1970) nel giorno appunto della Circoncisione di Gesù Cristo, che come sappiamo
cade il giorno di Capodanno, 1° Gennaio; e proprio in tale giorno veniva
mostrata ai fedeli, finché un bel giorno il parroco della chiesa, comunicò ai
propri fedeli che era stata rubata, cosa che molti non credettero e commentarono
che essendo diventata quella reliquia un po' imbarazzante era stata "messa
da parte".
Forse un po' in ritardo, perché non c'era mai stata mai nessuna certezza sulla
sua autenticità , ma il fatto della sua sparizione andò a promuovere nei
fedeli -non più da Medioevo- pensieri un tantino irriverenti. E speriamo che
anche nel raccontare questo episodio nessuno ci accusi di altrettanta
irriverenza, ma è un fatto storico che sta a significare come certe credulità
siano nate arbitrariamente e fatte credere, da chi non aveva scrupoli a
strumentalizzare fino a questo punto queste isteriche ingenuità così molte
diffuse nel periodo di cui stiamo parlando.
I
decreti del Concilio di Trento 984 e 985, che fissano le linee di
fondo della dottrina cattolica sulle reliquie, rappresentano il punto
di arrivo di un processo, che affonda le sue radici nella pietas
dei primi cristiani verso il corpo dei martiri. Essa riflette, almeno alle
origini, non tanto il culto riservato dal mondo grecoromano agli
eroi-culto che, al tempo in cui apparve il cristianesimo, mal si
distingueva da quello riservato agli dèi -, quanto piuttosto gli usi
funerari normali. Essi consideravano la sepoltura, la cura del corpo
del defunto, le feste commemorative della morte, come doveri sacri; leggi
rigorose proteggevano il luogo della sepoltura come luogo sacro, ne
vietavano la profanazione e impedivano lo spostamento del corpo.
L'importanza che il martirio assunse nella teologia, nell'apologetica,
nella vita dei cristiani dei primi tre secoli sviluppò un vero culto
dei martiri e delle loro reliquie, di cui il documento più antico è
ìl Martyrtum Policarpi.
Se,
da un punto di vista dottrinale, i pronunciamenti ufficiali della
chiesa non hanno mai cessato di insistere sul fatto che il culto reso ai
santi consiste in onori riservati a uomini di cui si vuole celebrare la
particolare unione con Cristo, e che i miracoli sono compiuti non dalle reliquie, ma da Dio attraverso di esse, tuttavia, a partire dal
IV sec., i comportamenti concreti e generalizzati, che portarono a uno sviluppo
abnorme ed incontrollabile delle reliquie, sembrano piuttosto
allinearsi con la concezione poco sopra esposta.
Nel
IX sec. troviamo un papa, Pasquale
I (817-824), che fa spostare dentro Roma duemilatrecento corpi, che
distribuisce fra le diverse basiliche. L'idea che il possesso del corpo
di un santo costituisse, per la città, il villaggio, la basilica, un presidio
insostituibile contro le malattie, le calamità, i disastri di ogni
genere, i disordini, l'eresia e fosse un elemento insostituibile per la
promozione e la fama di un luogo di culto, moltiplicò le inventiones
di corpi attribuiti ai santi, nella maggior parte dei casi, sulla base di
indicazioni derivanti da sogni, visioni o altri tipi di segni (ad esempio
il profumo) miracolistici. Talora l'ansia di possedere il corpo di un
santo diede luogo a contese ed a furti veri e propri.
(ad
esempio le diverse teste di Giovanni Battista, di cui una si troverebbe a
Roma, un'altra in Francia, un'altra ancora a Damasco, meta dio
pellegrinaggi musulmani). Abusi che, periodicamente, hanno suscitato
critiche al culto delle reliquie, considerato dai suoi detrattori, interni
(la prima documentata è quella del prete di Tolosa, Vigilantio, anno 403)
ed esterni, come espressione di idolatria pagana e di sciocca
superstizione.