FISICA/MENTE

Il cammino cristiano


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I crimini della Chiesa di Roma: se ne è pentita?

di Arthur Noble

 

 

Molti dei crimini più orrendi contro l'umanità sono stati compiuti dalla Chiesa Cattolica Romana nel corso della sua esistenza. La sua persecuzione contro i Protestanti e altri "eretici" è l'inevitabile risultato della sua convinzione dell'assoluto potere e infallibilità del Papa. La persecuzione è la conseguenza naturale di questi dogmi papali.

Attraverso i secoli la storia fornisce prove abbondanti dei crimini della Chiesa Romana contro quelli che non si inchinavano ad essa. La crociata di Papa Innocenzo III contro gli Albigesi nel 1208 fu una guerra di sterminio, durata diversi anni, e fu una delle più sanguinarie della storia. Ricordiamo la persecuzione di John Wycliffe, e il martirio di William Tyndale, che aveva dato agli Inglesi copie della Bibbia nella loro lingua natia. Tanto ferocemente fu perseguitato Wycliffe dai suoi nemici del Papato, che le sue stesse ossa furono esumate e bruciate dalla Chiesa Cattolica di Roma, e le loro ceneri furono sparse sul fiume Swift. Ricordiamo il riformatore ceco John Huss, arso al rogo dal Concilio di Costanza nel 1415 che, nonostante il salvacondotto dell'Imperatore, dichiarò che "la fede non ha bisogno degli eretici"! La morte di Huss fu seguita, l'anno dopo, dal martirio di Jerome di Praga, anch'egli condannato al rogo. Savonarola fu messo a morte a Firenze nel 1498, poiché aveva osato denunciare apertamente l'empietà di Papa Alessandro VI, cercando sinceramente la riforma della Chiesa.

Nei 30 anni intercorsi tra il 1540 e il 1570 non meno di 900.000 Protestanti furono messi a morte dai papisti in diversi paesi europei. Durante i 4 anni di regno di Papa Paolo IV (1555-59), l'Inquisizione da sola ne distrusse 150.000; quando egli morì, la gente di Roma si affollò presso la prigione, abbattè le porte, rilasciò 1700 prigionieri e diede fuoco alla costruzione. In Inghilterra 300 Protestanti furono arsi in 3 anni dalla regina papista "Maria la sanguinaria". A Parigi, il giorno di San Bartolomeo del 1572, 30.000 Ugonotti, "il fiore della Francia", furono massacrati per ordine di Papa Pio V (1566-72), che si rallegrò a tal punto della cosa da far cantare inni "Te Deum" e far fare, tra le altre cose, una medaglia con il suo nome e l'iscrizione "Strages Ugonotorum", cioè "la strage degli ugonotti" (alcuni secoli dopo, nel 1997, Papa Giovanni Paolo II si rammaricherà di questi atti "dalle cause veramente oscure"...)

Fu papa Pio V a fomentare e ad incoraggiare la persecuzione ordita da Carlo IX contro gli Ugonotti. Il papa, in una delle sue lettere, incitava il re Carlo IX "ad esterminare tutti quei scellerati eretici, a massacrare tutti i prigionieri di guerra, senza avere riguardo per alcuno, senza rispetto umano, e senza pietà". Essi dovevano essere interamente sterminati, "affinché la loro razza non pullulasse di nuovo" e affinché fossero perseguitati "apertamente e piamente i nemici della religione cattolica".
E altrove scrisse: "Non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue" (Pio V, lettera a Filippo II di Spagna).

Il Papa arrivò a mandare al duca di Alva una spada "consacrata": le "nozze di sangue" del duca distrussero crudelmente migliaia di fedeli Cristiani in Olanda.
Durante non meno di 30 persecuzioni il sangue dei nobili Valdesi fu sparso nelle valli del Piemonte, e nonostante ciò essi serbarono la fede.

Gli apologisti Cattolici Romani sono svelti a indicare nello Stato l'attore che realmente mise a morte gli "eretici". Si tratta meramente di un alibi inteso a scusare il ruolo del Vaticano nelle atrocità commesse. Comunque, Dollinger, il principale storico Cattolico del 19° secolo, ha affermato: "La vera forza delle leggi contro gli eretici non risiede nell'autorità dei prìncipi secolari, ma nel dominio supremo sulla vita e sulla morte di tutti i Cristiani rivendicato dai Papi in qualità di rappresentanti di Dio sulla terra, come [Papa] Innocenzo III ha espressamente dichiarato" (J.H. Ignaz von Dollinger; "The Pope and the Council", Londra, 1869).

Per 300 anni l'orrenda inquisizione papale seminò il terrore in Europa. Solo in Spagna 31.000 persone furono arse vive e 291.000 furono imprigionate. Si stima che nel 16° secolo non meno di 900.000 martiri Protestanti persero le loro vite per Cristo. Anche in questo nostro secolo, che si vanta di essere "illuminato", la Chiesa di Roma ha continuato a perseguitare. Papa Pio XII era un arrogante e un fanatico astuto che aiutò Adolf Hitler al potere, benedisse le truppe di Benito Mussolini e agì in collusione con i nazisti Ustashi in Yugoslavia nello sterminio di 250.000 serbi ortodossi, molti dei quali raccolti nelle chiese e bruciati vivi; i suoi sacerdoti inoltre convertirono con la forza oltre un milione di essi al Cattolicesimo Romano.

Dall'ascesa del Papato al 19° secolo, 50.000.000 di persone sono state messe a morte in vari modi per la loro religione (documentato in "The Protestant Echo", 1 luglio 1903).

Un esame dell'attitudine contemporanea della Chiesa Cattolica Romana verso queste e altre sue passate atrocità rivela che dietro la sua immagine conciliatoria ed ecumenica si cela ancora quella stessa falsa "chiesa" anticristiana che si vanta di rimanere e continuare ad essere "semper eadem". Se essa consolidasse il potere che ha sui governi civili temporali, la persecuzione verso i suoi antagonisti sarebbe condotta su scala ancora più larga. Il suo sistema non è mutato e intanto la sua influenza continua ad aumentare nel mondo.


Nota:
la Bibbia designa con precisione la vera Chiesa Cristiana. Tutti coloro che hanno accettato il messaggio del vangelo appartengono a Cristo e sono un "unico corpo" e hanno "un'unica speranza... un unico Signore... un'unica fede, un unico battesimo, un Dio unico e Padre di tutti" (Efesini 4:4-6). Essi sono la Sua Chiesa. Di loro Cristo ha detto: "Non sono del mondo, come anch'io non sono del mondo" (Giovanni 17:14). La vera Chiesa non potrà mai essere apprezzata dal mondo, né tantomeno potrà unirsi ad esso per sostenere una causa comune. Cristo ha detto: "Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia... Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Giovanni 15:19,20).

Queste poche parole tratte dalle Scritture sono sufficienti per condannare la Chiesa Cattolica Romana. La sua lunga storia di comunione e di dominio con e sui governi (come predetto in Apocalisse 17:19), e la potenza che ha nei circoli secolari, la marchiano come apostata. Il Papa riceve ambasciatori da tutti i maggiori paesi che vengono ad elemosinare favori, ed egli stesso è ricevuto in pompa magna e con cerimonie dai capi di stato di tutto il mondo, da Clinton, a Putin, ad Arafat e a Castro. Il mondo non rigetta la chiesa romana, anzi l'accoglie: i telegiornali si occupano in continuazione del Papa, della sua salute, dei suoi collaboratori, delle iniziative cattoliche, della volontà del Vaticano in merito alla morale e alla politica; si intervistano preti in televisione come opinionisti, li si chiamano a partecipare ai talk show, a benedire negozi o squadre di calcio, hanno rubriche sui giornali, partecipano ai più disparati eventi mondani... Sulle stesse basi riconosciamo l'errore di tutti coloro che cercano di costruire una base di influenza all'interno dello stato cooperando con i cattolici, con i mormoni, con i seguaci di Moon, e con tanti altri - facendo tutto questo nel nome di quel Cristo che è stato odiato, ingiuriato e crocifisso dai capi religiosi e politici.


Si vedano anche:

  • Sei Cristiano?
  • Le eresie mortali insegnate dai papi
  • Quali conseguenze pratiche dalle "scuse" di papa Wojtyla?
  • Il papa è infallibile?
  • Testimonianze di un ex prete e di un ex sacerdote
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    Quali conseguenze pratiche dalle scuse di papa Wojtyla?

     

    Un antefatto storico: la strage degli ugonotti

    Nel Cinquecento, il protestantesimo francese (in gran parte riformato calvinista, e divenuto col tempo anche movimento politico avverso alla parte cattolica filomonarchica) venne denominato "ugonotto" (o "confederato"). Dopo anni di tensioni, faide e battaglie, nel 1572 le forze ugonotte subirono un colpo tremendo nella famosa "Notte di S. Bartolomeo" (conosciuta anche come "le nozze di sangue") fra il 23 e il 24 agosto. Pressoché tutti gli ugonotti convenuti a Parigi per il matrimonio fra la sorella del re Carlo IX (Margherita) e l'ugonotto Enrico di Navarra (il futuro Enrico IV), furono barbaramente trucidati (compresi vecchi, donne, bambini) dai cattolici seguaci del duca di Guisa (strettamente legati alla Chiesa cattolica ed alla cattolicissima Spagna) con la scusa di una presunta congiura contro il re. Parigi fu inondata di sangue: si trattò di una delle pagine più terribili delle guerre di religione.

    Vi furono 3.000-4.000 vittime solo a Parigi: solo parte di una cifra totale di decine di migliaia di morti (la carneficina continuò per alcune settimane in varie città della provincia). La guida più illustre degli ugonotti, Gaspard de Coligny, fu gettato da una finestra e fatto a pezzi. Le autorità ecclesiastiche cattoliche francesi annunciarono subito un giubileo straordinario con una processione, alla quale partecipò anche Carlo IX, che si svolse nel mezzo di una città ancora piena del puzzo di cadaveri nell'aria. La notizia del massacro giunse a Roma il 2 settembre, e il papa Gregorio XIII fece accendere fuochi in segno di tripudio; indirizzandosi poi all'ambasciatore francese presso la Santa Sede, disse: «Nobile inviato, Carlo re di Francia si fregia del titolo di Cristianissimo non solo perché gli appartiene da lunga data, ma perché ne ha acquistato recentemente il diritto e l'ha meritato distruggendo gli eretici, nemici di Cristo!».

    Il papa si preoccupò quindi di far celebrare l'avvenimento a Roma con giubilei, Te Deum (inni di ringraziamento), processioni di popolo, ecc.; non pago, fece ordinare al pittore Vasari un affresco murale sulla strage del 24 agosto (informazioni dettagliate su tutta la vicenda sono contenute nel libro di A. Gollino - La strage degli ugonotti, De Vecchi Editore, Milano, 1973).

    Ai giorni nostri, nel 1997, Giovanni Paolo II, in occasione del viaggio in Francia, proprio il 24 agosto, ha chiesto pubblicamente scusa ai protestanti per quel terribile evento.


    Fatali contraddizioni

    Da anni papa Wojtyla continua a scusarsi con tanti, per tante cose atroci che la Chiesa romana ha fatto, permesso o avallato nel corso dei secoli. Per l'opinione pubblica, in generale, ciò appare encomiabile e "cristiano" (ed è ciò che si vuole che si pensi): cosa c'è infatti di più spirituale e conforme al Vangelo che l'ammissione delle proprie colpe e la richiesta di perdono? A guardar bene, però, la questione non è così scontata. Bisogna considerare chi chiede perdono e con quali frutti di ravvedimento, che per il Vangelo restano irrinunciabili (Luca 3:8).

    Dobbiamo allora ricordare che il papa con tutto il "magistero ecclesiastico" cattolico (cioè il vescovo di Roma assieme ai vescovi che sono in comunione con lui) si definisce infallibile (è un dogma enunciato ufficialmente nel corso del Concilio Vaticano I, nel 1870) quando interviene ufficialmente su problemi di fede o di costumi (cfr. i punti 620 e 621 del Catechismo degli adulti, edito nel 1995). Detto questo, verifichiamo la situazione facendo anche riferimento ad alcuni fra i vari "ravvedimenti" manifestati da Wojtyla fino ad oggi.

    • Il "vicario di Cristo" in carica ammette di fatto che un "vicario di Cristo" di ieri, suo legittimo predecessore, si sbagliò nel considerare come un'opera divina la strage degli ugonotti e nel sollecitare il popolo cattolico a far festa e lodare Dio per quel motivo. Dunque, migliaia o milioni di cattolici, al tempo, sono stati tragicamente tratti in inganno da una errata iniziativa di un papa, su questioni che - nonostante i tentativi fatti - nessuna sottigliezza "teologica" o "canonica" potrà far smettere di essere più che mai una faccenda "di fede e costume". E difatti, è talmente grave da sollecitare oggi delle scuse pubbliche.
       
    • Volta per volta, Wojtyla ha riabilitato la figura e la spiritualità di Lutero (un tempo considerato da papi e altre autorità cattoliche uno strumento immondo e satanico per distruggere la Cristianità!); ha implorato il perdono del Cielo per i cristiani colpevoli del mercato degli schiavi (ma al tempo il "magistero" non s'oppose, anzi); nel calderone di "mea culpa" sono state messe anche tante violazioni di diritti e violenze come le "guerre di religione" (che venivano molto spesso fomentate o benedette anche dai papi), l'Inquisizione (una creazione dei papi) e altre persecuzioni e discriminazioni come quelle ai danni degli Ebrei (i papi ne furono spesso grandi protagonisti), di scienziati come Galileo Galilei (messo alle strette dal papa d'allora - Urbano VIII - e dai suoi "collaboratori"), di "streghe" ed "eretici" mandati al rogo (per volere anche dei papi), oltre alla realizzazione di forme di totalitarismo (volute dai papi), quali l'appoggio ai regimi fascisti o le colonizzazioni ed i massacri compiuti nel Nuovo Mondo sotto il vessillo della chiesa romana (anche questi con la "benedizione" spirituale e materiale dei pontefici).

    Guide cieche

     

    Wojtyla ha parlato qualche anno fa di «coraggio di riconoscere gli errori commessi», dicendo che in fondo la Chiesa cattolica è sì "santa" ma è anche una «comunità fatta di peccatori» (cito da La Repubblica del 16 aprile 1994, p. 23). Certo, nessuno è perfetto, tutti siamo peccatori! Ma non tutti pretendiamo, come la gerarchia cattolica, di essere capi della Chiesa divinamente guidati dallo Spirito Santo! Di fronte a questi ed altri scempi, che ne è della presunta infallibilità del magistero cattolico? A che serve avere una guida di questo genere, se essa si può macchiare di tali colpe e trascinare - con le proprie enunciazioni, col proprio esempio, con le proprie iniziative e dottrine - intere generazioni di fedeli a partecipare direttamente o indirettamente a peccati gravissimi come l'omicidio, la violenza, la conquista sanguinosa, la persecuzione, l'odio razziale, la fedeltà cieca a regimi oppressivi e schiavizzanti, l'interpretazione errata delle Scritture (anche questo s'è ammesso a proposito del caso Galileo)? E come fidarsi di ciò che l'attuale papa dice e insegna?

    Perché mai, infatti, un cattolico odierno dovrebbe essere così presuntuoso e sconsiderato da ritenere che, mentre tutti o quasi i pontefici del passato hanno sbagliato su questioni così gravi, quello attuale non possa sbagliare su questioni forse diverse, ma altrettanto gravi alla luce del Vangelo? Piuttosto, se le cose vanno come sono sempre andate, ci si può domandare in quali enormi empietà antibibliche anche questo papa stia trascinando milioni di persone, visto che fino ad oggi i suoi predecessori, per un motivo o per un altro, hanno fatto proprio questo! In poche parole, il «coraggio di riconoscere gli errori commessi», per essere vero pentimento, dovrebbe anche giungere fino alla conseguenza ultima di tali errori. E tale conseguenza è: il magistero cattolico - lungi dall'essere una guida sicura in materia "di fede e di costume" - in molti e gravi casi sbaglia, trascinando nel proprio errore folle immense di credenti ingenui, o accecati, o creduloni, o altro (si leggano attentamente Matteo 15:14 e Luca 11:52). I papi hanno sbagliato come e forse più della gente "normale", e quindi un vero ravvedimento dovrebbe condurre l'attuale "pentito" a spogliarsi delle sue "dignità" di guida infallibile della Chiesa, di "vescovo dei vescovi", di rappresentante di Cristo sulla terra e via dicendo, sottomettendosi all'unica e vera autorità: il Vangelo.


    Tempo di "pentimenti"

    Per collegarci a un fenomeno diffuso del nostro tempo - quello dei pentiti o presunti tali - se vero pentimento c'è, bisogna collaborare coraggiosamente e apertamente con la Verità. Il papa attuale, invece, mentre chiede scusa a destra e a manca, accentua sempre più la centralizzazione del potere cattolico-romano; appoggia ed incrementa sempre più il potere e l'influenza economico-politica della sua sede; viaggia per il mondo predicando alle folle un sempre più intenso e antibiblico culto a Maria; "beatifica" e "canonizza" centinaia di persone, proseguendo e accelerando sulla strada del culto dei santi, un genere di culto totalmente sconosciuto alla Verità del Vangelo; propaganda un ecumenismo che già è sbagliato di per sé (perché la verità è una sola: Lettera di Paolo agli Efesini 4:4-6), ma è oltretutto ipocrita e fasullo, perché il ruolo e l'autorità di Roma vengono sempre più enfatizzati, assieme a tutte le dottrine che dividono la Chiesa cattolica dal Vangelo e da altre confessioni religiose; tiene duro sul tema del celibato dei preti e sull'idolatria del culto delle immagini, anche questi aspetti nettamente contrari al Vangelo; prepara il terreno a un giubileo del 2.000 nel quale ne vedremo delle belle (anzi, delle brutte, con indulgenze e mille altre pratiche cattoliche romane, non certo cristiane!)... E potremmo continuare a lungo!


    Conclusioni

    Che questo papa sia stato fino ad oggi un politico e uno stratega eccezionale, risulta evidente a tutti (basti pensare, fra le altre cose, al ruolo che ha giocato nel crollo dei regimi comunisti). Anche quelle che abbiamo elencato in questo articolo, a prescindere dal sentimento che volta per volta può animare il cuore suo e dei suoi colleghi, sono mosse politiche. Molta gente non se ne rende conto; altri, più smaliziati, lo capiscono, ma non per questo decidono di prendere una posizione di rottura netta nei confronti del cattolicesimo; altri ancora, invece, si staccano da questa "religione dominante", ma, per scoraggiamento, o per pigrizia, o per comodo, non tentano seriamente di recuperare il Vangelo vero, così com'è, per provare a viverlo con fedeltà e coerenza nella propria vita. Altri, infine, si gettano fra le braccia di organizzazioni religiose meno potenti, ma non per questo meno lontane dal Vangelo del cattolicesimo (testimoni di Geova, mormoni, culti orientali, ecc.).

    Il nostro invito è quello di lasciare da parte strategie e difficili equilibrismi (fra dogmi, tradizioni, retaggi del passato, rafforzamento delle proprie strutture, consensi popolari e via dicendo), per riprendere in mano il Vangelo, diventare solo e semplicemente cristiani secondo il Nuovo Testamento, membri della Chiesa di Gesù Cristo, dove non vi sono guide infallibili al di fuori del Maestro Gesù, che ancora oggi e fino alla fine di questo mondo ci parla attraverso le Sacre Scritture (leggi Matteo 23:1-10; Giovanni 12:48; Ebrei 13:8). Oggi, grazie a Dio (e grazie a illuminate personalità civili e a tanti altri che hanno lottato per la libertà e la democrazia) nel nostro e in altri Paesi nessuno può metterci al rogo per aver scritto un articolo come questo. In altri tempi, invece, questo sarebbe successo; e ben poco ci avrebbe consolato sapere che, un giorno, un eminente papa avrebbe "umilmente" e "devotamente" edificato e ornato i nostri sepolcri, e magari pianto su di essi... legittimando, perpetuando e incrementando - nei fatti - quanto indebitamente costruito dai suoi onorati predecessori sul nostro sangue (leggi attentamente Matteo 23:29-31!).


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    www.disinformazione.it 

    I.O.R. (Istituto per le Opere Religiose)

    Lo IOR è la banca centrale del Vaticano ed è allo stesso tempo riconosciuto come un istituto di credito ordinario. E' stato creato nel 1941 da PIO XII con la funzione di amministrare i capitali degli ordini religiosi, degli istituti religiosi maschili e femminili, delle diocesi, delle parrocchie e degli organismi vaticani di tutto il mondo. E' una banca molto particolare, infatti non ha sportelli, in compenso ha molti clienti. Lo IOR è stato e continua ad essere molto ambito per chi possiede capitali che vuol far passare "inosservati". I suoi bilanci sono noti solo al Papa e a tre cardinali. Lo IOR è il centro di una organizzazione mondiale di banche controllate dal Vaticano. Molto semplice è, attraverso lo IOR, qualsiasi trasferimento di denaro senza limiti ne' di quantità né di distanza, con la garanzia della assoluta riservatezza. Per molto tempo a capo dell'Istituto e' stato Paul Marcinkus, cardinale coinvolto in numerosi scandali.

    Il caso IOR


    di Andrea Cinquegrani - tratto da www.lavocedellacampania.it 

     

    La proposta era davvero invitante: nelle austere e vellutate stanze del Vaticano si nascondeva la possibilità di un investimento finanziario a tassi astronomici. Interessi fino al tredici per cento senza alcun rischio per il capitale. Percentuali del diciotto per cento in occasione del Giubileo. Insomma, un vero affare. Del resto, chi non affiderebbe i propri risparmi nientemeno che a San Pietro, allo Ior, il celebre e talvolta famigerato istituto per le opere religiose che agisce sui mercati internazionali come vera e propria struttura di credito?
    L'investimento, però, aveva bisogno di qualcuno interno al Vaticano: nello Ior, infatti, possono movimentare capitali solo appartenenti al clero o laici interni al piccolo stato cattolico. Una persona c'era, in effetti, e le credenziali erano di tutto rispetto. Tanto da indurre un agente immobiliare salernitano, benestante, figlio di un prefetto a riposo, a vendere alcuni appartamenti e a investire tutto il patrimonio nell'operazione.
    Giovanni Rossi, 50 anni, celibe, di Salerno, non ci ha pensato due volte: ha preso il gruzzolo (circa un miliardo e mezzo di vecchie lire) e lo ha affidato (così dichiara in una denuncia presentata alla magistratura) a un dipendente del Vaticano, tale Domenico Stefano Licciardi, 65 anni, nativo di Ficarazzi (Palermo) e residente a Roma da molti anni. Sposato, tre figli, Licciardi lavora come ragioniere all'autoparco del Vaticano. E' prossimo alla pensione ma quando è entrato in contatto con Rossi era ben inserito nell'ambiente ecclesiale: parente di alcuni sacerdoti, amico personale di volontari cattolici e persone importanti della gerarchia vaticana.
    Secondo Giovanni Rossi, l'incontro con Licciardi ha rappresentato la sua rovina. In un voluminoso e documentato dossier l'agente immobiliare traccia la cronistoria di questo tormentato rapporto: ne è scaturita una denuncia per truffa presentata sia a Nicola Picardi (Promotore di Giustizia del tribunale vaticano) sia alla Procura della Repubblica di Roma. Dalla denuncia (di cui al momento non esistono ancora riscontri d'inchiesta, eccetto i documenti prodotti dallo stesso Rossi) emerge un quadro inquietante, che ricostruiamo attraverso la cronistoria messa nero su bianco dall'immobiliarista salernitano.

    ASSEGNI & INTERESSI
    "La formula - dice Rossi - era semplice: io fornivo a Licciardi i miei risparmi in decine di assegni circolari di piccolo taglio. Lui diceva di investirli allo Ior: come garanzia mi dava alcuni assegni bancari firmati da lui, senza data, con la cifra del capitale più gli interessi (tredici per cento). Restava inteso che non avrei incassato gli assegni senza prima avvertirlo. Se avessi voluto continuare l'investimento, lui avrebbe ritirato il vecchio assegno e me ne avrebbe dato uno nuovo; altrimenti, a suo dire, mi avrebbe restituito i soldi".
    Continua la minuziosa descrizione. "Licciardi utilizzava questo meccanismo già con mio padre, Pierino Rossi, prefetto in pensione, e con le sue sorelle, Orsola e Carmen, oltre che con mio zio Filippo De Iulianis, questore in pensione. Quando è morto mio padre, io e mia sorella Patrizia abbiamo ereditato circa 700 milioni, che erano in mano a Licciardi. Mia sorella si fece dare la sua parte, io decisi di lasciarla a Licciardi per proseguire l'investimento. La persona mi sembrava molto affidabile: mi riceveva a casa sua con tutti gli onori, era conosciuta nell'ambiente ecclesiale come uomo buono, generoso, disponibile; faceva catechesi: diceva di essere amico di monsignor Crescenzo Sepe, organizzatore del Giubileo, di monsignor Guerino Di Tora, direttore della Caritas di Roma e di altri prelati. Era impossibile non fidarsi di lui".
    "In prossimità del Giubileo - continua Rossi - nel periodo '96 -'98 Licciardi mi prospettò la possibilità di un nuovo investimento per l'anno Santo, con interessi al diciotto per cento. Mi convinse così a vendere due appartamenti, uno a Napoli (Santa Lucia) e uno a Como. Gli consegnai circa 900 milioni delle vecchie lire, che avrei potuto ritirare con gli interessi solo dopo il Giubileo".
    "Questi soldi - continua Rossi - Licciardi li volle in assegni circolari di piccolo taglio, intestati anche a una lista di amici suoi. Tra questi mi fece intestare alcuni assegni a monsignor Di Tora e a Chiara Amirante, considerata una delle giovani più importanti e attive nel volontariato romano. Lui diceva che questi nomi erano la garanzia per me che si trattava di una cosa seria. Io, del resto, non ho mai avuto dubbi. Mio padre si fidava ciecamente di Licciardi e così le mie zie. Gli ho affidato i miei risparmi a occhi chiusi".
    Ma ecco che iniziano a sorgere i primi sospetti. Così continua la denuncia: "Ho cominciato a capire che c'era qualcosa di strano quando nel 1999 gli chiesi di chiudere l'investimento dei soldi di mio padre e di restituirmi i circa 300 milioni di lire. Ero convinto che non avrei trovato problemi a incassare gli assegni che avevo in mano, ma lui cominciò a chiedere rinvii, a trovare scuse. Mi convinse addirittura a fare un viaggio in Svizzera per prelevare i soldi da una banca, ma nulla. Erano viaggi a vuoto. Alle mie sollecitazioni, Licciardi prendeva tempo: firmava delle impegnative, riconoscendo il debito e dichiarandosi pronto a pagarlo a scadenze precise. Ma ad ogni scadenza, nulla. Quando ho cominciato a muovere seriamente delle rimostranze e a prospettare azioni legali ha cambiato atteggiamento nei miei confronti, ha cominciato addirittura a minacciarmi di morte, vantando amicizie nella malavita siciliana e romana. Queste minacce mi sono state mosse davanti a un testimone (di cui si fa il nome nel dossier-denuncia, ndr) e mi hanno ridotto a uno stato di grave prostrazione psico-fisica".
    Prosegue l'inquietante racconto di Rossi: "Quando, nel dicembre del 2001, stufo dei rinvii, ho deciso di rientrare in possesso di tutto il mio capitale, ho portato in banca gli assegni che mi erano stati dati in garanzia da Licciardi. Erano quattro assegni bancari: tre della Banca Nazionale dell'Agricoltura (agenzia 1, via Appia Nuova, Roma) e uno della Banca di Roma. L'importo complessivo era di più di due miliardi di vecchie lire, il capitale più gli interessi. Ho depositato gli assegni il 27 dicembre. Il 4 gennaio i notai Giuseppe Tarquini e Fabrizio Polidori di Roma hanno comunicato alla mia banca che gli assegni non erano incassabili: il conto della Banca Nazionale dell'Agricoltura (numero 954 t) era stato estinto alcuni anni prima, mentre sul conto del Banco di Roma non c'era sufficiente disponibilità rispetto agli importi".
    In pratica, "Licciardi risultava così protestato. E per me - denuncia ancora Rossi - svaniva la possibilità di rientrare in possesso dei miei soldi. Quell'investimento si è rivelato un raggiro che mi ha ridotto sul lastrico. Così mi sono deciso a sporgere denuncia". Prima ha inviato una lettera a carabinieri, polizia e magistratura; poi un dossier al tribunale vaticano e alla procura di Roma. "Lo stesso hanno fatto le mie zie - aggiunge - vittime anche loro del tranello. Io in tutto ci ho rimesso un miliardo e mezzo, che sarebbero dovuti diventare, con gli interessi promessi, due miliardi e mezzo: speriamo di avere giustizia e di tornare in possesso dei nostri capitali".

    PROTAGONISTI IN CAMPO
    Originario di Palermo, Domenico Stefano Licciardi è emigrato a Roma circa trenta anni fa: pare che un suo parente fosse dentro la gerarchia ecclesiale. Entrò in Vaticano, nell'autoparco, come ragioniere e divenne un attivista cattolico. E' stato per molti anni uno dei fedeli più attivi della parrocchia di San Policarpo a Roma, nel quartiere di Cinecittà. "Noi lo conosciamo - racconta un sacerdote che sostituisce monsignor Antonio Antonelli, attuale parroco - ma è un po' che manca dalle attività parrocchiali. So che nel passato ha fatto catechesi e che lavora in Vaticano". "Mi sembra che un suo parente - aggiunge Giuseppe, un altro parrocchiano - sia stato parroco a Monreale, mentre un lontano cugino, che porta il nome di uno dei figli, era poliziotto, ma avrebbe avuto problemi con la giustizia".
    Licciardi è sposato con Ivana Ceccarelli, casalinga e ha tre figli: Settimio, macchinista delle ferrovie, Antonino, impiegato anch'egli in Vaticano, Franca, vigile urbano. La casa in cui i Licciardi abitano, a Cinecittà, è intestata a quest'ultima. La moglie di Licciardi, contattata telefonicamente dalla Voce, ha rifiutato ogni commento, ha negato ripetutamente la presenza del marito in casa. Modi decisamente più bruschi da parte dei figli Franca e Antonino, che alla richiesta di un colloquio per sentire la loro versione, hanno reagito duramente, interrompendo la comunicazione e rifiutando ogni contatto successivo.
    Tra le amicizie vantate da Licciardi c'è quella con monsignor Guerino Di Tora. In effetti, Di Tora è stato per anni parroco di San Policarpo, prima di passare a reggere la Basilica di Santa Cecilia a Trastevere, una delle più importanti di Roma. Di Tora è personaggio di primo piano della chiesa capitolina. Attualmente è direttore della Caritas romana, subentrato a don Luigi Di Liegro.
    E Di Tora è anche presidente di un fondo antiusura: si chiama "Salus Populi Romani", ha sede nella capitale, a piazza San Giovanni in Laterano, ed è nato nel 1996. Dichiara di aver esaminato quasi 1400 casi e di aver concesso crediti personali per un importo di quattro miliardi e mezzo, con l'aiuto e le garanzie di due istituti di credito convenzionati. "La fondazione è un istituto a carattere regionale per prevenire il fenomeno dell'usura - spiega un operatore - concediamo prestiti alle persone che non potendo accedere al sistema bancario finirebbero facilmente nelle mani degli strozzini. Per coloro che già si trovano sotto usura aiutiamo a trovare il percorso per uscirne". A Roma sono in funzione tre centri d'ascolto: uno di questi è proprio nella parrocchia di San Policarpo, quella dove svolgeva catechesi Licciardi.
    A Di Tora risulta intestato uno degli assegni circolari con cui Rossi trasferiva il capitale a Licciardi. Sarebbe stato proprio quest'ultimo a fare il nome del monsignore e a chiedere all'agente immobiliare salernitano di intestargli un assegno. Il titolo è stato rilasciato il 22 ottobre 1996 dal Monte dei Paschi di Siena, agenzia 1 di Salerno, ed è stato girato per l'incasso dallo stesso Di Tora il 24 ottobre del '96 presso il Credito Italiano, agenzia 2008 (nel dossier inviato alla Procura ci sono copie dell'assegno con la girata autografa di Di Tora).
    Altri assegni risultano intestati e girati per incasso alla Elemosineria apostolica, a Mario Giamboni, a Chiara Amirante (fondatrice di alcune associazioni di volontariato e molto nota a Roma per la sua attività di recupero a favore di barboni e tossicodipendenti), Francesco Vigliarolo, Mario Napoleoni.
    A dare il via all'investimento è stato il padre di Giovanni, Pierino Rossi, deceduto nel '91, una carriera nella burocrazia, una lunga attività anche alle prefetture di Napoli e Como (da qui l'acquisto di case in queste città). La moglie, un'anziana signora, è in vita e risiede a Roma con la figlia Patrizia, che ha sposato un imprenditore romano, Lucio Tambescia. Il prefetto Rossi avrebbe cominciato nel 1986 a dare soldi a Licciardi, sperando in un buon rendimento. Licciardi gli era stato presentato dalle sorelle, che risiedevano a Roma e dal cognato, Filippo De Iulianis, questore in pensione, altro vicino di casa di Licciardi. Anche le sorelle Rossi avrebbero tentato l'investimento, senza fortuna.
    Attualmente il dossier è nella mani del Tribunale vaticano, dove la pubblica accusa è retta dal cosiddetto Promotore di Giustizia, incarico ricoperto dall'avvocato marchigiano Nicola Picardi, docente universitario a Roma. Rossi si è appellato anche al cardinale Cerri, tesoriere dello Ior e alla commissione cardinalizia che ha accesso ai conti dell'Istituto. Il dossier denuncia è stato presentato anche alla Procura della repubblica di Roma, che è competente per territorio visto che Licciardi è cittadino italiano e risiede nella capitale. Spetterà a questi organismi fare luce nelle prossime settimane sull' ennesimo intrigo targato Ior, che potrebbe anche estendersi e configurare un giro d'affari più ampio, gettando nuove ombre sul rapporto tra finanza e Vaticano.

    MAI DIRE IOR
    Dici Ior e pensi alle trame torbide della finanza degli anni Settanta e Ottanta. Monsignor Paul Marcinkus, Michele Sindona, Roberto Calvi: questi sono solo alcuni dei nomi che nella storia finanziaria italiana hanno incrociato destini e scandali con l'istituto per le opere religiose del Vaticano. Ma lo Ior emerge anche in altre inchieste giudiziarie, come quella, più recente, della Procura di Torre Annunziata su un traffico internazionale d'armi che vide coinvolti il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovski e l'arcivescovo di Barcellona Ricard Maria Charles.
    Creato nel 1941 da papa Pio XII, lo Ior è una banca senza sportelli ma con mille ramificazioni. L'unica sede è nel Vaticano: vi si accede dalla Porta di sant'Anna, una delle quattro del colonnato di Bernini. Al Cortile di san Damaso si aprono quattro ingressi, uno di questi (il cortile del Maresciallo) conduce allo Ior. I locali interni sono sobri e silenziosi, animati da giovani seminaristi che raccolgono i sussidi per studiare o da suore che depositano i risparmi per i conventi. Come in tutte le banche che si rispettino i clienti di peso vengono ricevuti all'interno, nelle stanze della direzione.
    L'Istituto è un organismo finanziario vaticano - secondo una definizione data dal cardinale Agostino Casaroli - ma non è una banca nel senso comune del termine. Lo Ior utilizza i servizi bancari, però l'utile non va, come nelle banche normali, agli azionisti (che nel caso dello Ior non ci sono) ma risulta a favore delle "opere di religione".
    A ogni cliente viene fornita una tessera di credito con un numero codificato: né nome né foto. Con questa si viene identificati: alle operazioni non si rilasciano ricevute, nessun documento contabile. Non ci sono libretti di assegni intestati allo Ior: chi li vuole dovrà appoggiarsi alla Banca di Roma, convenzionata con l'istituto vaticano. I clienti dello Ior possono essere solo esponenti del mondo ecclesiastico: ordini religiosi, diocesi, parrocchie, istituzioni e organismi cattolici, cardinali, vescovi e monsignori, laici con cittadinanza vaticana, diplomatici accreditati alla Santa Sede. A questi si aggiungono i dipendenti del Vaticano e pochissime eccezioni, selezionate con criteri non conosciuti.
    Il conto può essere aperto in euro o in valuta straniera: circostanza, questa, inedita rispetto alle altre banche. Aperto il conto, il cliente può ricevere o trasferire i soldi in qualsiasi momento da e verso qualsiasi banca estera. Senza alcun controllo. Per questo, negli ambienti finanziari, si dice che lo Ior è l'ideale per chi ha capitali che vuole far passare inosservati. I suoi bilanci sono noti a una cerchia ristrettissima di cardinali, qualsiasi passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti. Si racconta, tra leggenda e realtà, che quando Giovanni Paolo II, dopo lo scandalo Calvi, chiese l'elenco di tutti i correntisti dello Ior, si sentì rispondere: "spiacenti, santità, ma la riservatezza dei clienti è sacra".
    Lo Ior, che ha una personalità giuridica propria, è retto da un "Consiglio di soprintendenza" controllato da una Commissione di cinque cardinali: si tratta del nucleo di vigilanza. I porporati, però, non hanno generalmente alcuna competenza finanziaria. Il loro dovrebbe essere un controllo morale. Un ruolo più tecnico è svolto dal "Consiglio di amministrazione" composto di cinque laici ed un direttore generale. L'Istituto intrattiene rapporti valutari e creditizi con clienti e banche italiane, opera attivamente sul mercato finanziario internazionale, gioca in borsa, investe, raccoglie capitali; tuttavia, come istituto estero, non è sottoposto ad alcun controllo da parte delle autorità di vigilanza italiane.
    da carboni a pisanu
    Nella storia dello Ior entrano tutte le facce dell'Italia degli intrighi: oltre ai banchieri, anche faccendieri del calibro di Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Quest'ultimo, piccolo imprenditore sardo all'epoca legato ad ambienti politici della sinistra Dc, amico di Armando Corona, repubblicano e Gran Maestro della Massoneria, socio del Gruppo editoriale l'Espresso, era bene introdotto in alcuni uffici vaticani e rappresentò il ponte tra Roberto Calvi, Vaticano e politica.

    Carboni conobbe Calvi in Sardegna nel 1981 e riuscì presto a conquistare la fiducia del banchiere, mettendogli a disposizione le sue preziose conoscenze al governo, con in testa un sottosegretario, democristiano e anche lui sardo, Giuseppe Pisanu, che oggi ritroviamo, con abito nuovo, sotto le insegne di Forza Italia, a reggere il ministero dell'Interno.
    In quel periodo, Calvi finì in carcere, tentò il suicidio, fu condannato a quattro anni ma tornò in sella al Banco Ambrosiano fino alla misteriosa morte: fu trovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra. Caso archiviato come suicidio, ma sempre avvolto nel mistero. Fino alle clamorose dichiarazioni rilasciate un paio di mesi dai familiari del banchiere, che escludono categoricamente il suicidio e con ogni probabilità porteranno a una riapertura del caso.
    Così come misteriosa è la morte dell'altro "banchiere di Dio", Michele Sindona, ucciso da una tazzina di caffè avvelenato nella sua cella del carcere di Palermo. Anche Sindona, negli anni Settanta e Ottanta, ha avuto strettissimi rapporti con lo Ior e il Vaticano. Il banchiere avrebbe conosciuto Paolo VI fin da quando questi era arcivescovo di Milano e sarebbe entrato nelle sue grazie fino a ricoprire un ruolo (ovviamente occulto) di primo piano allo Ior: il suo compito sarebbe stato quello di mettere a frutto tutte le sue conoscenze del mondo della finanza internazionale per trasformare lo Ior in un istituto capace di muoversi agevolmente nelle speculazioni borsistiche. Pare che Sindona abbia adempiuto a tale compito senza andare troppo per il sottile: e così sarebbero entrati nelle casse vaticane soldi senza colore e senza odore, provenienti da tutte le parti del mondo.
    GLI AFFARI DI TOTO'
    "Licio Gelli investiva il denaro dei Corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano". A dirlo non è una persona qualsiasi. È Francesco Marino Mannoia, pentito di mafia in tempi non sospetti. Ruppe gli indugi nel 1984, uno tra i primi con Masino Buscetta. Mannoia era uomo di fiducia di Stefano Bontate, ucciso per mano di sicari di Riina. Dopo l'omicidio di Bontate, Mannoia cercò il giudice Giovanni Falcone e cominciò a raccontare Cosa Nostra. La sua testimonianza fu preziosa nel primo maxi processo. Grazie a Mannoia alcuni boss vennero condannati all'ergastolo.
    Quando Mannoia è stato chiamato, alcuni mesi fa, a deporre in video-conferenza dagli Stati Uniti, nell'ambito del processo a Marcello Dell'Utri, ha rivelato che "i soldi della mafia sono finiti per anni nelle casse dello Ior, che garantiva investimenti e discrezione". Ovviamente era necessario un tramite, che per Mannoia era diverso a seconda dei rami della mafia siciliana. Secondo il pentito, i Madonìa erano in affari con Sindona, Riina con Gelli: uguale la destinazione dei capitali.
    Mannoia, nella sua ricostruzione va oltre e dice: "Quando il Papa venne in Sicilia e pronunciò un discorso duro contro la mafia, scomunicando i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due autobombe davanti a due chiese a Roma". Vera o fantasiosa che sia l'ultima parte della dichiarazione (non esistono riscontri giudiziari), resta il fatto che ancora una volta lo Ior fa la sua comparsa sulla cronaca accoppiato a una trama oscura. 

     

    P2, IOR, CALVI
    dei Discepoli di Verità

     

    Sette giorni dopo l'attentato di piazza San Pietro, il 20 maggio 1981, la magistratura milanese dispose l'arresto cautelare del banchiere catto-massone Roberto Calvi, accusato di frode e reati valutari. Il precedente 5 febbraio, in relazione al crac di Michele Sindona, era stato arrestato anche l'amministratore delegato dello Ior, il laico Luigi Mennini.

    La detenzione di Calvi suscitò grande allarme tra le Sacre mura: si temeva quanto il banchiere massone avrebbe potuto raccontare ai magistrati milanesi. Il 6 giugno, nel corso di un colloquio in carcere, il presidente dell'Ambrosiano affidò a sua moglie e a sua figlia un biglietto da recapitare in Vaticano con scritto: «Questo processo si chiama Ior»; appena le due donne uscirono dal carcere, Alessandro Mennini (figlio di Luigi Mennini, e dirigente del Banco Ambrosiano) tentò di impossessarsi del biglietto intimando Ioro di non nominare mai la banca vaticana, «nemmeno in confessione». Calvi sosteneva infatti che le operazioni valutarie illecite che lo avevano portato in carcere le aveva effettuate per conto della banca papale, dunque voleva essere soccorso dalla Santa Sede.

    Mentre Calvi era detenuto e il Pontefice era infermo, la dirigenza del Banco Ambrosiano e i vertici dello Ior si incontrarono in Vaticano. Secondo il direttore generale dell'Ambrosiano, Roberto Rosone, "in quel colloquio monsignor Marcinkus disse che non c'erano problemi, ma che bisognava attendere la scarcerazione di Calvi per parlare con lui... In quell'incontro non vennero pronunciati nomi di società, né si parlò di cifre. Monsignor Marcinkus fece solo gli auguri per un pronto rientro del presidente [Calvi, ndr], e parlò di collaborazione che andava proseguita con la dovuta chiarezza e riservatezza".

    L'agente massone Francesco Pazienza(1) racconterà che durante la detenzione di Calvi venne mandato da monsignor Marcinkus a Nassau per convincere il figlio del banchiere, Carlo, a desistere dal creare problemi al Vaticano: «Carlo Calvi, dalle Bahamas, dava i numeri: inviava telex e telefonava continuamente in Vaticano dicendo cose di tutti i tipi... "Passatemi il Papa, passatemi monsignor Silvestrini"... Venni alIora mandato a Nassau per tenerlo sotto controllo, e da lì ricordo che richiamammo monsignor Marcinkus per fargli capire che Carlo Calvi era tranquillo e che non c'erano problemi». L'agente massone sosterrà inoltre che - sempre durante il periodo della detenzione di Calvi - ebbe alcuni incontri con monsignor Marcinkus «per definire le modalità dell'aiuto che lo Ior doveva prestare a Calvi».

    A fine giugno Roberto Calvi venne processato a Milano per direttissima, e durante il processo le manovre vaticane per zittire il banchiere massone si moltiplicarono. Testimonierà suo figlio Carlo:

    «Durante il processo di Milano a mio padre, Pazienza mi disse che monsignor Giovanni Cheli, rappresentante del Vaticano all'Onu, mi voleva vedere subito e assolutamente. Io alIora presi l'aereo e andai a New York insieme a Pazienza. Appena arrivai, Pazienza mi portò in un appartamento di Manhattan dove ad aspettarmi c'era un noto mafioso, già amico di Sindona e di Gelli, e un prete poi arrestato per contrabbando di opere d'arte. Ebbene, questi due signori mi raccomandarono di essere gentile con monsignor Cheli, e soprattutto di dar retta ai suoi consigli. Quindi tutti insieme - cioè Pazienza, il mafioso, il prete e io - andammo all'Onu, dove Cheli ci ricevette nel suo ufficio. Monsignor Cheli, in termini diplomatici, mi disse in sostanza quello che già monsignor Marcinkus mi aveva detto al telefono; dire a mio padre di stare zitto, di non svelare nessun segreto e di continuare a credere nella Provvidenza».

    I "segreti vaticani" che Calvi doveva tacere ai magistrati italiani erano legati, in particolare, a varie società-fantasma (Astolfine Sa, Bellatrix Sa, Belrosa Sa, Erin Sa, Laramie Inc, Starfield Sa), tutte domiciliate nel paradiso fiscale di Panama, e possedute da tre holding: la UTC (United Trading Corporation, proprietà dello Ior e domiciliata a Panama), la Manie e la Zitropo (con sede in Lussemburgo, entrambe partecipate dallo Ior). Le otto società-paravento erano i terminali "dei traffici di Calvi e Marcinkus, ultima spiaggia della banca vaticana che sfruttava il Banco Ambrosiano Overseas di Nassau, alle Bahamas, quale 'ponte' per ingarbugliare le tracce dei capitali succhiati dalle cassaforti del Banco Ambrosiano di Milano e dispersi nel mar dei Caraibi". Erano in pratica gli strumenti di operazioni finanziarie occulte. Come appureranno i liquidatori dell'Ambrosiano dopo il crac, le varie società-paravento del duo Marcinkus-Calvi al 17 giugno 1982 avevano drenato dal gruppo bancario milanese "un miliardo e 188 milioni dì dollari, più 202 milioni di franchi svizzeri", senza che se ne potesse appurare la destinazione finale: una parte certo utilizzata da Calvi e dalla P2, ma un'altra parte - con altrettanta certezza - utilizzata dal banchiere di papa Wojtyla.

    Anni di simili scorribande ai danni dal Banco Ambrosiano erano nodi che stavano arrivando al pettine, e i due principali protagonisti erano impegnati da mesi nella partita finale. Monsignor Marcinkus voleva svincolare al più presto le finanze vaticane dal pericolante partner catto-massone, e recidere ogni legame fra la banca papale e l'Ambrosiano mantenendo segreti i rapporti pregressi. Calvi, da parte sua, contava sul soccorso della banca papale per evitare la bancarotta. La contesa era comprensiva di un "grande ricatto", raccontato così dallo stesso Calvi: «Io gli ho detto sul muso a Marcinkus: "Guardi che se per caso risulta da qualche contabile che gira per New York che lei manda dei soldi per conto di Wojtyla a Solidarnosc, qui in Vaticano fra poco non c'è più pietra su pietra". E quando ho visto che lui non diceva niente sono andato avanti... AlIora Marcinkus ha cambiato discorso, si è messo a parlare del Casaroli che interferisce...».

    Il dirigente del settore estero del Banco Ambrosiano, Giacomo Botta, dichiarerà ai magistrati milanesi che «il dominio dello Ior sul Gruppo del Banco Ambrosiano era reso palese da una lunga serie di circostanze: la fulminea carriera di Alessandro Mennini [figlio dell'amministratore delegato dello Ior, Luigi, ndr], entrato inopinatamente in banca con il grado di vicedirettore; il trasferimento dallo Ior al Gruppo Ambrosiano della Banca Cattolica del Veneto, cui non era seguito cambiamento alcuno nella direzione e nell'organo di amministrazione; il finanziamento cospicuo dello Ior (150 milioni di dollari) che aveva aiutato la neonata società Cisalpine [poi Baol-Banco Ambrosiano Overseas Limited, ndr] ad affermarsi come banca; la presenza di monsignor Marcinkus nel consiglio di amministrazione della stessa banca di Nassau; la gelosia con la quale Calvi custodiva e gestiva il proprio esclusivo rapporto con lo Ior; l'appartenenza allo Ior di Ulricor e Rekofinanz, azioniste del Banco Ambrosiano, nonché di quattro società titolari dei pacchetti di azioni del Banco Ambrosiano che la Rizzoli aveva costituito in pegno per un finanziamento ottenuto da Baol». Botta dirà ancora: «Già nel 1977-78, quando divenni consigliere [del Banco di Managua], Calvi mi disse che il gruppo che controllava il pacchetto di controllo dell'Ambrosiano era lo Ior, che deteneva all'estero una consistente partecipazione del Banco. Seppi anche che le società che a quell'epoca l'Ambrosiano di Managua finanziava erano del Vaticano. Calvi probabilmente intendeva mettermi al corrente di questi segreti che lui tutelava gelosamente e intendeva altresì giustificare i finanziamenti dicendo che erano imposti dal Vaticano, che era in sostanza il padrone del Banco Ambrosiano».

    Il 20 luglio il Tribunale di Milano dichiarò Calvi colpevole di frode valutaria, e lo condannò a 4 anni di prigione e a 15 miliardi di multa. Il banchiere catto-massone ottenne la libertà provvisoria in attesa del processo d'appello.

    Poche settimane dopo Calvi si recò in Vaticano, da monsignor Marcinkus, nella sede dello Ior. Era la resa dei conti, e ne sortì un accordo truffaldino. Calvi firmò un documento che liberava la banca del Papa e Marcinkus da ogni responsabilità per l'indebitamento delle società panamensi verso il Gruppo Ambrosiano; in cambio, ottenne dallo Ior lettere a garanzia della situazione debitoria di quelle stesse società, con scadenza 30 giugno 1982. Attraverso le lettere di patronage della banca del Papa, e entro quella data, Calvi avrebbe dovuto trovare gli ingenti capitali necessari al salvataggio del suo impero finanziario.

    In realtà Calvi non voleva perdere la preziosissima partnership della banca vaticana, anzi intendeva renderla organica e ufficiale. Ed essendo ormai bruciati i rapporti con la fazione massonico-curiale, decise di rivolgersi a quella avversa, con l'obiettivo di arrivare a coinvolgere l'Opus Dei. L'interlocutore del banchiere massone fu il cardinale Pietro Palazzini, prefetto della Congregazione per le cause dei santi e caposaldo curiale della fazione opusiana.

    Cardinale di Curia dal 1973, da sempre vicinissimo all'Opus Dei, Pietro Palazzini era «un personaggio molto chiacchierato [anche] per l'amicizia che lo aveva legato a Camillo Cruciani, alto dirigente della Finmeccanica, fuggito in Messico in seguito allo scandalo Lockheed nel 1976».

    Per 143 giorni, cioè fino al 7 ottobre 1981, quando papa Wojtyla interruppe la convalescenza e tornò brevemente in Vaticano per la prima udienza generale dopo l'attentato del 13 maggio, la Chiesa di Roma restò di fatto senza Pontefice. Cinque mesi nel corso dei quali la forzosa cogestione del potere vaticano da parte delle due fazioni in guerra si rivelò difficile ma possibile, e tutto sommato conveniente per entrambe. Ne fu un esempio concreto il commissariamento della celebre Compagnia di Gesù, deciso in Vaticano dalle due fazioni per una volta concordi nel colpire un'organizzazione - quella dei gesuiti - verso la quale nutrivano entrambe una forte ostilità.

    Pochi giorni prima che il Santo Padre tornasse in Vaticano, il 29 settembre, la Santa Sede diramò una notizia stupefacente: il presidente della banca vaticana, monsignor Paul Marcinkus, era stato nominato dal Papa convalescente anche pro­presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano ; il capo dello Ior e neo-governatore dello Stato vaticano, inoltre, era stato promosso al rango di arcivescovo, in attesa di ricevere la porpora.

    La notizia della nuova carica cumulata da monsignor Marcinkus (il quale in pratica era divenuto il capo assoluto di tutte le finanze vaticane) suscitò sorpresa e sconcerto nella stessa Curia. Un monsignore della Segreteria di Stato riferì che il cardinale Casaroli era "furibondo": da tempo infatti il segretario di Stato e il capo dello Ior erano ai ferri corti. La stessa pre­investitura cardinalizia dell'arcivescovo americano alimentò molte congetture in Vaticano, e reazioni polemiche all'esterno - il giornalista laico Eugenio Scalfari scriverà: «Dio illumini papa Wojtyla e gli trattenga la mano! Se poi Dio volesse compiere il miracolo, suggerirebbe forse al suo Vicario di accertare gli equivoci traffici del suo vescovo-finanziere e di licenziarlo sui due piedi. Una figura così alta e ispirata come quella di Giovanni Paolo II non può essere socia in affari con Licio Gelli, con Michele Sindona e con le società panamensi di Roberto Calvi».

    I nuovi poteri - soprattutto finanziari - attribuiti dal Papa a monsignor Marcinkus erano strettamente collegati alla sempre più esplosiva situazione interna della Polonia.

    Da alcune settimane, a Varsavia, erano in corso frenetiche trattative fra il governo e Solidarnosc mediate dall'episcopato polacco in costante contatto con l'entourage del Papa convalescente. Il congresso di settembre del sindacato aveva confermato la leadership moderata di Walesa, ma solo di misura (poco più del 50 per cento dei delegati) rispetto alle istanze radicali: il sostegno politico-finanziario del Vaticano era risultato decisivo per la prevalenza della linea moderata, ma il pericolo che Solidarnosc assumesse posizioni più intransigenti e "rivoluzionarie" era concreto e incombente. Così le pressioni sovietiche sul regime polacco si erano fatte più minacciose e ultimative, e il governo di Varsavia aveva attribuito a Solidarnosc la responsabilità di condurre la Polonia verso un bagno di sangue, anche perché la situazione economica del Paese era ai limiti del collasso.

    Fu proprio in quei giorni d'inizio autunno che a monsignor Marcinkus, gestore di tutte le finanze vaticane, pervenne l'esplicita richiesta - avanzata dall'ala radicale di Solidarnosc e sostenuta da ambienti atlantici - di finanziare la militarizzazione del sindacato cattolico polacco in vista di un'insurrezione. Erano già disponibili partite di armi, mentre in Germania e Austria erano state allestite alcune basi di addestramento alla guerriglia. L'assoluta contrarietà del clero polacco, del Pontefice, e dello stesso Marcinkus, vanificarono il progetto. Secondo un monsignore di Curia, verso la fine del 1981 il capitano della Guardia svizzera Alois Estermann si recò alcune volte, in incognito, a Danzica e a Varsavia, per coordinarvi l'arrivo di imprecisato "materiale" proveniente dalla Scandinavia e destinato al sindacato cattolico polacco.

    La fazione opusiana appoggiava con veemenza il sostegno papale a Solidarnosc: per questo accettava che le finanze vaticane restassero nelle mani di monsignor Marcinkus, e che l'arcivescovo americano si facesse carico dei rischiosi finanziamenti segreti a Walesa. Anche la Loggia P2 - in dissenso dalla fazione massonico-curiale, a maggioranza fautrice dell'Ostpolitik - approvava i finanziamenti "anticomunisti" a Solidarnosc, che infatti avevano nel Banco Ambrosiano del piduista Calvi l'alveo di erogazione privilegiato.

    Dichiarerà il massone Pier Carpi: «Gelli sosteneva che aveva versato nelle casse del Vaticano [tramite il Banco Ambrosiano, ndr] quasi 50 milioni di dollari per la causa polacca. Diceva: "In Polonia, come in tutti i Paesi a dittatura comunista, la Chiesa e la massoneria debbono essere unite come non mai, perché entrambe sono perseguitate". Non gli piaceva, però, Lech Walesa: lo considerava un capopopolo... Ma in Vaticano lo avevano rassicurato: "Walesa è un degno figlio della cattolica Polonia, un simbolo attorno al quale è stato possibile indirizzare la protesta. Ma, al momento di trattare, Walesa si farà da parte, tornerà nell'ombra, perché avrà esaurito il suo compito: quello di mettere di fronte, per arrivare a un accordo, una Chiesa forte con uno Stato forte"» Lo stesso capo della P2 Licio Gelli ricorderà: «Nel settembre 1980 Calvi mi confidò di essere preoccupato perché doveva pagare una somma di 80 milioni di dollari al movimento sindacale polacco Solidarnosc, e aveva solo una settimana di tempo per versare il denaro». Anni dopo emergerà che anche una parte dei 7 milioni di dollari fatti affluire nel biennio 1980-81 dalla P2 - tramite l'Ambrosiano - sul conto svizzero "Protezione" a beneficio del politico italiano "anticomunista" Bettino Craxi, venne utilizzata «per aiuti ai polacchi di Solidarnosc».

    Giovanni Paolo II concluse la convalescenza e tornò in Vaticano alla metà di ottobre 1981: duramente segnato, era l'ombra di se stesso.

    Secondo una voce proveniente dal suo entourage, il Santo Padre era consapevole che la regia dell'attentato poteva essere in Vaticano, o che tra le Sacre mura poteva esservi stata qualche decisiva connivenza con gli attentatori, e che il fatto poteva essere collegato alla sua decisione di elevare l'Opus Dei a Prelatura personale. Ed è forse per questo che accettò una "speciale protezione" opusiana, di lì a poco visibile nella persona del capitano della Guardia svizzera Alois Estermann, nuova guardia del corpo del Pontefice. Nei dicasteri curiali si mormorava che il Santo Padre - ancora scioccato dall'attentato subito - fosse tormentato da una umanissima paura.

    Il 14 novembre la Congregazione per i vescovi, retta dal cardinale Sebastiano Baggio, inviò alle Conferenze episcopali una "Nota informativa riservata" che annunciava: «Il Santo Padre ha decretato l'erezione dell'Opus Dei in Prelatura personale, approvandone i relativi Statuti. Per disposizione espressa del Santo Padre, i Vescovi vengono informati circa le caratteristiche concrete della Prelatura e la reale portata del provvedimento preso». Lo scopo della nota, lunga tre cartelle dattiloscritte, era di tranquillizzare l'episcopato, ma in realtà confermava tutti i timori dei vescovi, con l'aggravante del fatto compiuto: malgrado le forti opposizioni, il decreto papale che avrebbe accordato all'Opus Dei la Prelatura personale sembrava cosa già fatta.

    Benché fosse "riservata" e coperta dal "segreto pontificio", la nota del cardinale Baggio finì sulle pagine del quotidiano tedesco "Frankfurter Allgemeine Zeitung". L'Opus Dei, a quel punto, si affrettò ad annunciare che molti vescovi, da ogni parte del mondo, esprimevano all'Obra le loro più vive felicitazioni per il prestigioso riconoscimento ottenuto. Ma la manovra venne smascherata nel volgere di pochi giorni.

    Comincia a non vederci chiaro il cardinale Eduardo Pironio, capo della Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari. Si accorge che nella "Nota informativa", su carta intestata della Congregazione per i vescovi, mancano il numero di protocollo e la firma di un responsabile, contrassegni di rigore per ogni carta curiale, specie se destinata ai vescovi. Pironio rifiuta perciò di autorizzare l'archiviazione del documento in attesa di chiarimenti circa la paternità del medesimo.

    Arrivano poi, sempre più incalzanti, le richieste di spiegazioni di alcuni vescovi italiani. La "Nota" è stata mandata anche alla Conferenza episcopale italiana, tramite il nunzio Romolo Carboni [della cordata opusiana, ndr]. E nella sua lettera di accompagnamento, i vescovi notano una contraddizione: prima si fa sapere che "la Nota non ha il carattere di una consultazione", poi che la Nunziatura "avrà cura di segnalare con ogni sollecitudine alla Sacra Congregazione per i vescovi gli eventuali suggerimenti e osservazioni che le perverranno". Il tutto con la "viva raccomandazione di tenere la notizia del provvedimento pontificio sotto speciale segreto fino al giorno della sua pubblicazione ufficiale, che verrà a suo tempo notificata". La questione posta a Roma dai vescovi è la seguente: se il Papa ha già deciso, come assicura la "Nota" del cardinale Baggio, perché mandare suggerimenti e osservazioni? O la decisione è ancora "in fieri"? La risposta arriva dalla Congregazione dei religiosi ed è clamorosa: "Non c'è alcun decreto". Come dire che la "Nota informativa" aveva bluffato. E con un obiettivo preciso: quello di suscitare una massa tale di consensi tra i vescovi, per una decisione ritenuta già firmata dal Papa, da seppellire ogni dissenso e assecondare il varo del decreto nelle forme volute dall'Opus Dei e riferite nella "Nota".

    La manovra della "Nota informativa" del 14 novembre 1981, orchestrata dall'Opus Dei per accelerare l'ottenimento dello status di Prelatura personale, confermava che il convalescente Giovanni Paolo II era in stato d'assedio: incalzato dalla fazione opusiana (che era arrivata al punto di attribuirgli un decreto inesistente), frenato da quella massonico-curiale.

    Il 2 dicembre, a Londra, l'arcivescovo di Westminster cardinale Basil Hume, conclusa l'inchiesta sull'Opus Dei avviata il precedente gennaio dopo la pubblica denuncia del docente universitario John Roche, ribadì ai responsabili dell'Obra britannico la propria autorità vescovile su tutta la Chiesa locale. Quindi li invitò a «rispettare la libertà dell'individuo di aderire all'organizzazione o di lasciarla senza che vengano esercitate ingiuste pressioni», e a garantire «la libertà per l'individuo di scegliere il proprio direttore spirituale, che sia o no membro dell'Opus Dei». Il cardinale Hume stabilì infine che «nessuna persona al di sotto dei 18 anni deve essere autorizzata a pronunciare voti o ad assumere impegni a lungo termine in riferimento con l'Opus Dei».

    Intanto, il precedente 25 novembre era approdato al vertice della Curia romana - nominato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede - il cardinale Joseph Ratzinger. Arcivescovo di Monaco dal marzo 1977, teologo che durante i lavori conciliari si era segnalato per le sue posizioni progressiste e innovatrici, Ratzinger era il primo porporato tedesco cui veniva assegnata una poltrona al vertice della Curia vaticana. Con quella nomina, la potente "ala tedesca" della Chiesa incassava il sostegno fornito all'elezione di Giovanni Paolo II. Un avvento voluto e benedetto dalla fazione opusiana, poiché il nuovo custode dell'ortodossia dottrinaria di Santa Romana Chiesa, ex progressista "pentito", era da tempo schierato su posizioni integraliste, e si rivelerà subito un falco restauratore. Al punto da guadagnarsi l'appellativo curiale di Adolf Ratzinger (nonché quello, appena più benevolo, di Panzerkardinal), e una laurea honoris causa dall'università dell'Opus Dei di Pamplona.

    In Polonia la situazione precipitò ai primi di dicembre 1981. Nuovi scioperi e rivendicazioni di Solidarnosc, un ulteriore aggravamento della crisi economica, e le minacce di invasione da parte dell'Urss (con voci di movimenti di truppe sovietiche ai confini), indussero il generate Jaruzelski - ministro della Difesa, capo del governo, e dal precedente 18 ottobre anche segretario del Partito comunista polacco - a dichiarare lo "stato d'assedio" revocando le garanzie costituzionali.

    La dirigenza di Solidarnosc - a partire dal leader Walesa - venne arrestata e incarcerata, radio e tv di Stato informarono i polacchi che tutti i poteri erano stati assunti da un consiglio militare "di salvezza nazionale". Scoppiarono alcuni tumulti, nel corso dei quali persero la vita 9 lavoratori e 4 militari: un dramma molto contenuto, rispetto a quanto avrebbe potuto accadere. Il colpo di Stato sostanzialmente incruento del generale Jaruzelski salvò in pratica la Polonia dall'invasione sovietica e da un immane bagno di sangue.

    In Vaticano, nelle stanze della Segreteria di Stato, le notizie provenienti da Varsavia resero il clima plumbeo. Il cardinale Casaroli, benché all'apparenza imperturbabile, era fuori dalla grazia di Dio. Non erano pochi i curiali che ritenevano il Sommo Pontefice corresponsabile della tragedia polacca, gravida di incognite ben più sanguinose. Si temeva, sopra ogni altra cosa, che emergessero i finanziamenti vaticani a Solidarnosc, e che il sindacato-partito cattolico voluto e sostenuto da Giovanni Paolo II a quel punto sfuggisse al controllo politico papale imboccando la strada dell'insurrezione.

    Il Pontefice rivolse un appello «pressante e sincero» al generale Jaruzelski, «una preghiera affinché abbia fine lo spargimento di sangue polacco». Nel corso dei suoi notiziari, la Radio vaticana annunciò in 36 lingue: «È in atto un dramma che ha ancora le possibilità di risolversi in positivo, nonostante l'alto costo di sofferenza pagato dai polacchi. Ma nessuno si nasconde che tra le possibilità esiste anche quella del peggioramento», ed esortò i fedeli a raccogliere gli appelli del Papa alla «preghiera di tutti i cristiani».

    Il 18 dicembre Giovanni Paolo II inviò a Varsavia monsignor Luigi Poggi, il quale venne ricevuto dal generale Jaruzelski alla vigilia di Natale. L'episcopato polacco era ormai completamente scavalcato, il Sommo Pontefice era coinvolto in prima persona nella crisi polacca. Dall'entourage papale trapelò la voce che il Santo Padre, ancora segnato dai postumi psicofisici dell'attentato subito, versasse in uno stato di ulteriore prostrazione psicologica per l'aggravarsi della crisi polacca, e che avesse minacciato di lasciare il Vaticano per trasferirsi a Varsavia qualora la situazione fosse degenerata.

    Nel dicembre 1981 il finanziere Carlo De Benedetti, da pochi giorni vicepresidente e azionista dell'Ambrosiano (il 18 novembre aveva acquistato per 50 miliardi il 2 per cento del Banco), tentò di appurare con precisione quali rapporti legassero la banca di Calvi e la P2 alla banca del Papa:

    «All'atto del mio ingresso nel Banco era fatto ampiamente notorio che lo Ior detenesse anche ufficialmente una partecipazione nel Banco Ambrosiano. Inoltre era fatto notorio che monsignor Marcinkus sedeva nel consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Nassau. Devo precisare che ho specificamente chiesto a Calvi quale fosse l'effettiva partecipazione di Ior e se il suddetto avesse una esposizione debitoria, e quale, nei confronti del Banco. Calvi mi rispose in maniera estremamente elusiva dicendo trattarsi di cose particolarmente riservate. Devo dire che le mie preoccupazioni al riguardo, in ordine all'esigenza di veder chiaro su questo aspetto dell'attività del Banco, nascevano dalle tante notizie, di stampa e non; dallo stesso contenuto, per quanto pubblico, della relazione sull'ispezione effettuata dalla Banca d'Italia all'Ambrosiano nel 1978; dal fatto che monsignor Marcinkus sedesse nel consiglio di amministrazione dell'Ambrosiano Overseas di Nassau [...].

    Devo dire che il fatto che Calvi eludesse ogni domanda di spiegazioni al riguardo contribuiva ad alimentare i miei sospetti in ordine alla natura e all'entità dei rapporti Ambrosiano-Ior. Fu per questo che tentai di vederci più chiaro per altra via, attraverso un incontro privato con monsignor Achille Silvestrini della Segreteria di Stato vaticana.

    L'incontro avvenne a Roma, nella mia abitazione, presente - in veste di amico e per un fatto di pura cortesia - l'onorevole Rognoni [il ministro dell'Interno e deputato Dc Virginio Rognoni, ndr]. Nella occasione, partendo io dalla esplicita affermazione essere il presidente dello Ior Marcinkus "un ladro" e apparirmi inconcepibile che uno Stato come il Vaticano avesse le proprie finanze affidate a un tipo così, rappresentai la necessità, nell'interesse del Vaticano, che si guardasse bene nell'attività dello Ior e nei rapporti Ior-Ambrosiano. Monsignor Silvestrini, con aria addolorata, prese atto del mio parlare esplicito e fermo, e mi disse che neppure loro - riferendosi anche al cardinale Casaroli - sapevano granché dell'attività dello Ior, e mi invitò a fornirgli un appunto affinché egli stesso potesse parlarne al Pontefice. Rammento che a proposito della mia definizione di monsignor Marcinkus, il predetto monsignor Silvestrini si strinse nelle spalle e disse trattarsi di una "pecorella smarrita"».

    Il successivo 22 gennaio 1982 De Benedetti, sottoposto a pressioni e minacce, lasciò il Banco Ambrosiano cedendo la propria quota del 2 per cento allo stesso Calvi, per una somma che procurerà al finanziere l'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta e una vicenda giudiziaria lunga e tortuosa conclusasi con l'assoluzione. Dirà ancora De Benedetti: «Ho riflettuto a lungo su quanto mi disse monsignor Silvestrini nel dicembre '81, per cercare di interpretare il comportamento di Marcinkus. Avevo capito fin da allora che con Silvestrini non si poteva parlare di Marcinkus. Così come mi fu altrettanto chiaro che questo vescovo americano doveva avere un rapporto assolutamente particolare con il Papa. Del resto, già allora si diceva che Marcinkus raccogliesse soldi per la Polonia».

    L'avvocato Giuseppe Prisco, dal 1980 membro del consiglio di amministrazione dell'Ambrosiano, dichiarerà: «Calvi era considerato il padrone del Banco... Una volta gli chiesi quante azioni del Banco avesse, e egli mi rispose che non ne aveva nemmeno una. Volli sapere allora a chi appartenevano le varie società estere che risultavano tra i maggiori azionisti del Banco, [e lui] fece un segno verso il cielo. Alludeva al Padre eterno, e più in particolare ai suoi rappresentanti in terra. Mi disse invero che quelle società erano dello Ior, e quindi che in sostanza l'Ambrosiano era controllato dallo Ior. Il problema di chi fosse [la proprietà del] Banco Ambrosiano io me l'ero sempre posto; mi incuriosiva il fatto che le relazioni degli amministratori si concludessero con un ringraziamento alla Divina provvidenza per gli utili conseguiti. Mi ero convinto pertanto di essere effettivamente entrato in quella che era chiamata la banca dei preti».

    In Vaticano la fazione massonico-curiale era molto più radicata e potente di quella opusiana, ma anche molto meno compatta. Alla storica divisione fra concezioni innovative e conservatrici che la percorrevano, l’intrigo Ior-Ambrosiano, e l'intesa di monsignor Marcinkus con il Pontefice, avevano accentuato le divisioni intestine. Il conflitto più lacerante vedeva contrapposti il capo dello Ior e il cardinale Casaroli.

    Il segretario di Stato, in perenne dissenso dal Pontefice rispetto alla pericolosa politica wojtyliana verso la Polonia comunista e il blocco sovietico, considerava gravissimo il fatto che lo Ior, attraverso il Banco Ambrosiano, finanziasse Solidarnosc: il cardinale Casaroli riteneva concreto e incombente il rischio che la morsa del regime comunista di Varsavia sulla Chiesa polacca si stringesse, o che la situazione del Paese degenerasse in una guerra civile; temeva sopra tutto un intervento militare diretto dell'Urss, che avrebbe vanificato anni e anni di Ostpolitik ed esposto l'Europa al rischio di un terzo conflitto bellico mondiale.

    Con il divenire dello scandalo Ior-Calvi-Ambrosiano, la figura di Marcinkus si faceva sempre più ingombrante per la fazione massonico-curiale, proprio mentre il potere del presidente della banca papale, nominato anche governatore dello Stato vaticano, era aumentato a dismisura. Il cardinale Casaroli intendeva recidere i legami Ior-Ambrosiano mediante una trattativa diplomatica e una transazione finanziaria; monsignor Marcinkus era assolutamente contrario a una simile eventualità, ritenendo che la Santa Sede dovesse limitarsi a negare qualunque responsabilità dello Ior nell'imminente bancarotta dell'Ambrosiano. Il presidente della banca papale costituiva ormai nei fatti un elemento di debolezza per la fazione curiale, e un oggettivo complice della fazione avversa.

    Gli echi del contrasto Casaroli-Marcinkus finiranno nelle memorie del massone Francesco Pazienza. L'agente-collaboratore del servizio segreto militare italiano racconterà di essere stato mandato in Vaticano dal capo del Sismi, il generale massone della P2 Giuseppe Santovito, su richiesta della Segreteria di Stato vaticana, per incontrare il braccio destro del cardinale Casaroli, monsignor Pier Luigi Celata:

    «Monsignor Celata prese la questione alla larga. Ma poi, a poco a poco, arrivò al nocciolo... Il nocciolo della questione aveva un nome e cognome: monsignor Paul Marcinkus, il potentissimo capo della banca vaticana, lo Ior... La richiesta di monsignor Celata era questa: bisognava fare in modo che il vescovo di Chicago mollasse la presa sullo Ior. Sarebbe toccato a me scoprire come. Ma, in realtà, c'era un unico sistema: trovare un'adeguata documentazione che dimostrasse come le attività della banca [del Papa] e del suo capo non erano proprio consone a quelle della Chiesa cattolica. In poche parole, bisognava creare uno scandalo... Mi accomiatai dal prelato, dicendogli che gli avrei fornito una risposta quanto prima sull’accettazione di quell'incarico. "Per comunicazioni fuori dai consueti orari, lei potrà contattarmi presso l'Istituto San Giuseppe, dove c'e la mia abitazione", mi disse prima di salutarmi [...].

    Era chiaro che era in corso un durissimo scontro di potere ad altissimo livello all'interno della Curia romana. Ed era anche chiaro che le motivazioni di ordine morale, o moralistico, che monsignor Celata mi aveva fornito ("Bisogna far si che lo Ior smetta di svolgere attività poco consone a quelle di Santa Madre Chiesa") non era certamente quella vera. Ci doveva essere qualcosa di ben più grande e preoccupante. E la vicenda non poteva certo considerarsi frutto di antipatie personali o di problemi tra questo e quel prelato [...].

    Nel vagliare le informazioni che le mie fonti mi facevano arrivare, accadde quello che spesso succede quando entra in campo quella variabile indipendente legata al caso e alla fortuna. Ovvero che una di queste mie fonti fosse, nello stesso tempo, anche depositaria di documenti e d'informazioni che erano proprio del tipo richiesto e cercato da monsignor Luigi Celata.

    In Svizzera, presso l'avvocato Peter Duft di Zurigo - il quale era stato consulente del cardinale Egidio Vagnozzi e depositario di molti documenti dello stesso - ebbi la ventura di rintracciare carte pericolosamente compromettenti per monsignor Marcinkus, probabilmente le stesse che il cardinale Casaroli, tramite monsignor Celata, stava cercando. In effetti erano documenti depositati in Svizzera dal cardinale Vagnozzi, ormai defunto. Il porporato era. stato un acerrimo nemico di monsignor Marcinkus, al tempo in cui quest'ultimo lo aveva scalzato nella gestione delle finanze vaticane. Quindi, si trattava di documenti che avevano la loro origine proprio all'interno del Vaticano».

    L'agente-collaboratore del Sismi, attivato dalla Segreteria di Stato vaticana per colpire monsignor Marcinkus, nel corso della sua "missione" appurò che «il Papa era inviso alla cerchia di coloro che avrebbero dovuto essere i suoi più stretti e fidati collaboratori» in quanto papa Wojtyla era «un vero e proprio "alieno" giunto dalla Polonia e completamente estraneo e avulso dal nocciolo duro dei prelati italiani che costituivano il nucleo storico della Curia, abituati a gestire a modo loro, e in maniera assoluta, la complicata ma quasi perfetta macchina vaticana», al punto che di Giovanni Paolo II «non ci si poteva fidare»:

    «C'era il rischio che quel Papa mettesse a repentaglio il potere consolidato costruito in tanti anni di lavoro, dentro e fuori le mura della Santa Sede... Occorreva, dunque, nel disegno di chi deteneva il potere, "neutralizzare" il nuovo Papa, soprattutto isolandolo e impedendo che creasse uno staff di persone di assoluta sua fiducia. Il fatto che si fosse creato, invece, un asse privilegiato tra papa Giovanni Paolo II e Paul Marcinkus, il quale teneva i cordoni della borsa e quindi aveva un potere grandissimo, infastidiva non poco i "congiurati" e li aveva indotti a passare all’azione in modo brusco e con quelle modalità cosi inconsuete.

    Ovviamente, c'erano anche ragioni politiche, e non solo di puro potere, alla base di questa sorta di "congiura" contro il Papa: le idee di Karol Wojtyla riguardo ai Paesi del blocco comunista non collimavano affatto con quelle del suo segretario di Stato, il quale, negli ultimi anni del lungo pontificato di papa Montini, aveva intessuto una serie d'iniziative diplomatiche molto raffinate e complesse col Cremlino e le altre capitali dell'Est europeo. Ma tale raffinatezza e tali intrecci non sembravano aver favorevolmente colpito il Pontefice e le sue idee in proposito. Anzi, Wojtyla, fin dalle sue prime mosse, dal punto di vista "politico" aveva lasciato intuire che il Vaticano sarebbe andato nella direzione di una linea dura, di scontro frontale con Mosca e i Paesi satelliti».

    Francesco Pazienza era effettivamente di casa in Vaticano, e tra le Sacre mura «aveva importanti relazioni: una volta, a casa sua, ho incontrato monsignor Giovanni Cheli, che credo fosse l'ambasciatore del Vaticano presso l'Onu» . Soprattutto, l'agente massone era una specie di fiduciario di monsignor Achille Silvestrini, presso il quale aveva introdotto lo stesso capo del Sismi, il generale massone Giuseppe Santovito. Racconterà Pazienza: «Conoscevo monsignor Silvestrini da più di due anni [dal 1978, ndr]. Mi era stato presentato, nel corso di una delle mie frequenti visite romane, nel periodo in cui abitavo a Parigi, da monsignor Carlo Ferrero. Quest'ultimo era un altro personaggio straordinario, l'ideatore di quella università cattolica di grande prestigio che è stata la Pro Deo. [...] Venni introdotto nello studio di monsignor Silvestrini. M'inginocchiai davanti a lui e gli baciai l'anello. La sua accoglienza fu molto calorosa, amichevole e cordiale. Gli spiegai le ragioni per cui avevo chiesto di essere ricevuto in udienza. Al termine del lungo scambio di vedute, chiesi anche il permesso dell'alto prelato per potergli presentare il direttore dei servizi segreti militari della Repubblica italiana [il generale Santovito, ndr]. Fu lieto della richiesta, acconsentì e non nascose la sua meraviglia che questa conoscenza non fosse avvenuta prima. Oltretutto, ci sarebbero state anche "ragioni di ufficio" molto importanti che avrebbero dovuto spingere il generale Santovito a chiedere udienza: il Sismi, infatti, aveva un ruolo non secondario per quanto riguardava la sicurezza del Santo Padre, quando Giovanni Paolo II era impegnato nei suoi frequenti viaggi all'estero» .

    Appurata l'esistenza a Zurigo del dossier contro monsignor Marcinkus, Pazienza ne aveva riferito a monsignor Celata. «Coloro che mi avrebbero potuto fornire tali documenti, tuttavia, volevano denaro, e per quanto mi constava né il generale Santovito né monsignor Celata avevano intenzione alcuna di sborsare denaro... Quando ebbi il primo incontro con Calvi, nei marzo 1981, a Roma, egli era gia perfettamente a conoscenza di questa embrionale attività da me svolta per conto del cardinale Casaroli e nell'ambito di quello scontro di fazioni contrapposte in atto in Vaticano. Ebbi pertanto la sensazione che Calvi avesse voluto vedermi soltanto per carpirmi informazioni su questa vicenda... Gli dissi che mi ero stancato di lavorare per il Sismi [e allora Calvi] mi chiese se volessi diventare il suo consulente personale... Lasciai il Sismi per diventare consulente di Calvi».

    Il tentativo operato da Calvi di coinvolgere l'Opus Dei nell'azionariato del Banco Ambrosiano si protrasse per alcuni mesi, nei corso dei quali il banchiere massone fece pervenire al cardinale Palazzini proposte, documenti, e "confidenze" sulle connessioni segrete fra lo Ior e l'Ambrosiano. In pratica, Calvi proponeva alla fazione opusiana di estromettere monsignor Marcinkus dalla presidenza dello Ior, di affidare la banca papale a un fiduciario dell'Opus Dei, e di far rilevare dallo Ior una quota societaria del 10 per cento del Banco Ambrosiano per 1.200 milioni di dollari.

    A febbraio del 1982 il cardinale Palazzini diede risposta negativa. Probabilmente quelli dell'Obra «avevano fiutato l'affare, ma dovevano vedersela con il cardinale Casaroli, interessato a impedire che l'Opus Dei, così ostile ai sovietici e tanto amica dei polacchi di Solidarnosc, mettesse le mani su un impero finanziario [Ior-Banco Ambrosiano, ndr]. Il Papa la pensava come il cardinale Palazzini, però non voleva problemi con il suo segretario di Stato», e men che meno con la fazione massonico-curiale.

    Secondo la testimonianza resa da Pazienza in sede giudiziaria, in quello stesso periodo «Calvi venne a Roma e mi disse che stava recandosi in Vaticano, approfittando che era assente Luigi Mennini... Calvi, dal momento in cui non aveva potuto più disporre del suo passaporto e per di più era incorso nelle note disavventure giudiziarie, aveva preso a servirsi del sistema di comunicazione e dei telex in Vaticano, ogni qualvolta aveva bisogno di muovere capitali di sua pertinenza all'estero... Nell'occasione Calvi mi disse appunto che intendeva approfittare dell'assenza di Luigi Mennini, da lui definito un ficcanaso, per disporre movimentazioni di denaro approfittando dei telex del Vaticano. In particolare mi disse che in quel momento [nella sede dello Ior] c'era solo monsignor De Bonis, e aggiunse che, per poter ordinare l’operazione, aveva bisogno immediatamente del nome di una società panamense sulla quale operare».

    La serata de la Santa Pasqua del 1982, l'11 aprile, il Pontefice la trascorse nel cortile vaticano di San Damaso, tra canti e suoni di chitarre: vi erano riuniti, a migliaia, studenti universitari di 36 Paesi, organizzati e convogliati dall’Opus Dei al cospetto del Santo Padre.
    La regia dell'Obra fu come sempre impeccabile. Il Pontefice - che teneva sulle spalle uno scialle nero per ripararsi dalla frescura serale - si intrattenne a lungo con gli studenti, e l'incontro culminò quando Giovanni Paolo II li invito a recitare con lui il Pater noster in latino e a cantare in coro una invocazione alla Vergine Maria.

    L'articolazione mondiale, l'efficienza organizzativa, l'assoluta discrezione e riservatezza, la capacita aggregativa dell'Opus Dei erano per il Santo Padre un'oasi rassicurante, nell'ambito di una Chiesa percorsa ancora e sempre da disordini e tensioni, con una Curia romana paludosa, ostile e infida. La forza silenziosa e ordinata dell'Obra era il solo conforto e la sola fonte di sicurezza per il Sommo Pontefice, ancora convalescente e scosso dall’attentato subito, e gravemente angustiato per la situazione polacca.

    Il 13 maggio 1982, anniversario dell'attentato di piazza San Pietro, Giovanni Paolo II si recò al santuario mariano di Fatima: intendeva rendere omaggio alla Vergine Maria, la cui intercessione - sosteneva la fazione opusiana - aveva impedito che le pallottole sparate da Alì Agca lo colpissero a morte.

    Nella basilica di Fatima, al termine della "processione delle candele", mentre il Papa risaliva l’altare, tra i fedeli assembrati un uomo in abito talare gridò «Abbasso il Concilio Vaticano II! Abbasso il Papa! Abbasso il comunismo!» e tentò di colpire il Santo Padre: era armato di una baionetta di fucile. Il pronto intervento del servizio di sicurezza vaticano impedì il peggio. «L'arcivescovo Marcinkus e il capo delle cerimonie del Vaticano, il reverendo John Magee, sono stati visti parlare nervosamente con il Pontefice nel tentativo - sembra - di convincerlo a lasciare immediatamente la Basilica. Il Papa con voce affaticata ha impartito la benedizione finale all'immensa folla e si e allontanato da un'uscita laterale» .

    Subito fermato e tratto in arresto, il mancato attentatore gridò ancora: «La crisi della Chiesa e colpa del Concilio, del Papa e del cardinale Casaroli!». Era don Juan Antonio Fernandez Krohn, un sacerdote trentaduenne ex seguace di Marcel Lefebvre e vicino alla setta Tfp ("Tradizione, famiglia, proprieta").

    Il 30 maggio Roberto Calvi rivolse un estremo appello al cardinale Palazzini, inviandogli una lettera dai toni accorati: «Eminenza reverendissima, sento il dovere di rivolgermi ancora una volta alla sua illuminata e degnissima persona per informarla degli ultimi spaventosi sviluppi delle mie vicissitudini con lo Ior che stanno pericolosamente conducendo i miei interessi e quelli più importanti della Chiesa verso un sicuro disastro».

    Dopo aver imputato a monsignor Marcinkus «una inconcepibile insensibilità ai reali interessi della Chiesa», nella sua lettera al porporato filo-Opus Dei il banchiere della P2 attaccava la fazione massonico-curiale, accusando il cardinale Casaroli e monsignor Silvestrini di essere gli artefici di «un complotto che, in connivenza con le forze laiche e anticlericali nazionali e internazionali [massoneria, ndr], mira a modificare l'attuale assetto del poteri all'interno della Chiesa». Un complotto mosso fra l'altro da «invidia verso il Santo Padre per la popolarità e la stima di cui gode nel mondo», dalla «mancanza della più elementare convinzione religiosa e di ogni sensibilità umana», e da un «arrembaggio del potere».

    «In siffatte condizioni», scriveva ancora Calvi, «cosa posso sperare io, responsabile come sono di aver svolto un'intensa opera di banchiere nell'interesse della politica vaticana in tutta l’America Latina, in Polonia e in altri Paesi dell'Est?». E infine la richiesta: «Eminenza reverendissima, perché non mi procura l’opportunità di poter parlare di un fatto così importante, cosi storicamente importante, col Santo Padre? E’ questo un fatto, una storia anzi, una storia tanto grande che va trattata nella sua dimensione integrale soprattutto al fine di impedire che si realizzino i progetti dei nemici della Chiesa e dell'intera cristianità. Soltanto attraverso un tempestivo ed energico intervento la Santa Sede potrà difendere i suoi legittimi interessi ed evitare quindi di favorire il gioco dei nemici» .

    Domenica 6 giugno, festa della Santissima Trinità, nel corso di una messa in San Pietro Giovanni Paolo II ordinò sacerdoti 32 appartenenti all'Opus Dei di 17 nazionalità. L'indomani arrivò in Vaticano il presidente Usa Ronald Reagan.

    Appartati a quattr'occhi in una saletta della Biblioteca privata, il Papa e il presidente americano concordarono un piano segreto per soccorrere Solidarnosc, messo fuorilegge dal giro di vite autoritario del generale Jaruzelski e in grave difficoltà dopo l'incarcerazione del vertice. Anche gli Stati Uniti reaganiani erano interessati a destabilizzare il regime di Varsavia per tentare di scardinare l'assetto geopolitico-militare di Yalta, e come il Vaticano anche gli Usa erano però costretti a operare con la massima segretezza per evitare la reazione militare dell'Urss e il pericolo di un conflitto bellico mondiale.

    Il Pontefice polacco e il presidente americano concordarono di intensificare gli aiuti a Solidarnosc: non solo nuovi, massicci finanziamenti, ma anche materiale (ricetrasmittenti, macchine tipografiche, fotocopiatrici, fax, videocamere, computer, ecc.) e informazioni di intelligence. La base di coordinamento del piano venne stabilita a Bruxelles, dove periodicamente si sarebbero incontrati sacerdoti polacchi di Solidarnosc, emissari vaticani e agenti della Cia. Monsignor Marcinkus si occupo di convogliare al sindacato clandestino anche i finanziamenti Usa, che si appaiavano ai fondi Ior-Ambrosiano.
    Dell'accordo Wojtyla-Reagan vennero tenuti all'oscuro sia la Segreteria di Stato vaticana, sia il Dipartimento di Stato americano. Ma in alcuni dicasteri curiali, l'indomani, c'era chi ne era perfettamente al corrente.

    Il 12 giugno 1982 Roberto Calvi lascio l' Italia. Quarantottto ore dopo monsignor Marcinkus firmò una lettera di dimissioni dal Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Overseas di Nassau - dimissioni molto, troppo tempestive, come dimostrava la motivazione speciosa: «E’ per me diventato impossibile trovare il tempo per essere presente alle riunioni dei consigli di amministrazione, a causa dei molti impegni collegati alle mie attuali responsabilità».

    Il 16 giugno il direttore generale dell'Ambrosiano, Roberto Rosone, si recò in Vaticano, presso la sede dello Ior: "Dai responsabili del Settore estero del Banco avevo saputo che il Banco Ambrosiano Andino aveva fatto, in sostanza, del grossi finanziamenti allo Ior, ovvero a società a esso facenti capo e che erano stati garantiti con una serie di pacchetti azionari di ottima immagine, tra cui il 10 per cento circa di azioni del Banco Ambrosiano (circa 5 milioni e 300 mila azioni). Seppi in particolare che il credito complessivo del Banco Andino si aggirava su un miliardo e 300 milioni circa di dollari Usa. Alle mie perplessità, Calvi mi aveva chiesto se per caso non mi fidavo - facendo dell'ironia - della banca centrale del Vaticano, e che c'era comunque una lettera di impegno dello Ior in possesso dell'Andino. Fu per questo che, essendo in scadenza un debito dell’Andino, mi recai - assente gia ormai Calvi - personalmente presso lo Ior perché cominciasse a far fronte all'impegno in modo da costituire una liquidità presso l'Andino con la quale questo potesse pagare il suo debito.
    Mi recai allo Ior con l’amministratore delegato della Centrale spa dottor Leemans. Avemmo un colloquio, presso la sede dello Ior in Roma, Città del Vaticano, con il dottor Mennini [amministratore delegate dello Ior, ndr] e il dottor De Strobel. Ci fu detto che il presidente dello Ior monsignor Marcinkus era indisponibile giacché appena rientrato con il Papa da Ginevra. Fu per questo che parlammo con gli altri due responsabili della banca vaticana.
    I predetti alla mia richiesta di cominciare a far scendere l'esposizione dello Ior nei confronti del Banco Ambrosiano Andino si mostrarono estremamente preoccupati e non diedero delle risposte esaurienti. Ricordo che costellarono i loro discorsi di frasi del tipo: "L'abbiamo fatto per Calvi", quasi a voler disconoscere o mettere comunque in dubbio la lettera dello Ior di patronage con la quale lo Ior si era formalmente impegnato nei confronti dell'Andino dichiarando la proprietà effettiva delle società debitrici dell'Andino stesso. Ricordo che ci lasciammo in maniera alquanto interlocutoria, anche perché io dovevo rientrare rapidamente a Milano; rimase a Roma il dottor Leemans, il quale mi telefonò il giorno successivo dicendomi che i responsabili dello Ior avevano manifestato un orientamento a fare una sorta di transazione, ossia a restituire il puro capitale, senza interesse alcuno.
    Devo dire che questa e stata poi la ragione determinante che mi ha spinto a chiedere il commissariamento [del Banco Ambrosiano, ndr}. In banca era risaputo che il gruppo di controllo dell'Ambrosiano era costituito dallo Ior. Ritengo che Calvi rappresentasse gli interessi dello Ior nel Banco".

    Il 17 giugno le autorità monetarie italiane deliberarono la liquidazione coatta del Banco Ambrosiano.

    L'indomani, a Londra, sotto le arcate del Blackfriars Bridge (il ponte dei Frati neri, sul Tamigi), venne trovato il cadavere di Roberto Calvi impiccato. Il banchiere massone si era reso irreperibile, fuggendo dall'Italia, sei giorni prima - aveva detto ai suoi familiari: «Se mi succede qualcosa, papa Wojtyla dovrà dare le dimissioni». Un collaboratore di Calvi, il faccendiere Flavio Carboni, dichiarò che il banchiere della P2 pochi giorni prima di morire aveva allacciato contatti con l'Opus Dei; l'Obra smentì.
    Né il loquacissimo Pontefice, né la Santa Sede, spesero una sola parola di pubblico cordoglio e di umana pietà per la tragica e enigmatica morte violenta di colui che per molti anni aveva operato sui mercati finanziari internazionali con il soprannome di "banchiere di Dio" e in società con le finanze papali. Primario interesse delle due fazioni vaticane in guerra, e dello stesso Papa polacco, era che sullo scandalo Ior-Ambrosiano, e sul cadavere di Roberto Calvi, venisse posta al più presto la pietra tombale.
    Il 26 giugno, nella basilica di Sant'Eugenio, a Valle Giulia, il presidente generale dell'Opus Dei Alvaro del Portillo celebrò una solenne messa di suffragio in occasione del settimo anniversario della morte del fondatore dell'Obra, Josemaria Escriva de Balaguer. Assistettero al solenne rito i cardinali Pietro Palazzini e Umberto Mozzoni, e il nunzio apostolico in Italia monsignor Romolo Carboni (presente anche l'onorevole Giulio Andreotti).

    A meta luglio la stampa riportò alcune indiscrezioni di fonte giudiziaria, secondo le quali i magistrati italiani alle prese con l'inchiesta sulla bancarotta dell’Ambrosiano avevano trovato traccia documentale di alcuni finanziamenti del Banco al sindacato polacco di Solidarnosc, fra i quali un versamento «di 14 miliardi di lire» attraverso un giro di «consociate estere collegate allo Ior».

    Il 19 agosto Carlo Calvi, figlio del defunto banchiere, confermò al "Wall Street Journal" che suo padre aveva chiesto l'intervento dell'Opus Dei per salvare l’Ambrosiano dalla bancarotta. L'Obra smentì di nuovo. Secondo il giornalista spagnolo Rossend Domenech Matillo, poche settimane prima di essere ammazzato Roberto Calvi aveva ricevuto una lettera da Licio Gelli: il capo della P2 gli confermava che tali Finetti e Seigenthaler, indicati come cassieri romani dell'Opus Dei, si stavano «occupando di tutto» per salvare l'Ambrosiano dalla bancarotta.

    Il 23 agosto il portavoce vaticano, padre Romeo Panciroli, dichiarò ufficialmente che «il Papa ha deciso l'erezione a Prelatura personale dell'Opus Dei», ma precisò: «La pubblicazione del relativo documento viene rimandata per motivi tecnici». Il portavoce vaticano non spiegò quali fossero i «motivi tecnici», che erano in realtà le ultime, strenue resistenze della fazione massonico-curiale.

    Il 13 settembre monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea e presidente di "Pax Christi", parlò in un'intervista dello scandalo Ior-Ambrosiano: «Quello che più direttamente può turbare sono i contatti cosi frequenti e profondi di monsignor Marcinkus con finanzieri compromessi come Sindona e Calvi, esponenti fra l'altro della massoneria. Forse e vero che la massoneria americana ha una storia meno anticlericale, ma qui turba molto vedere uomini di Chiesa che vanno a braccetto con la parte peggiore della massoneria» .

    Il 23 settembre il deputato socialista Mauro Seppia (membro della Commissione d'inchiesta sulla Loggia massonica P2 istituita dal Parlamento italiano) dichiarò: «Occorre sapere quanti elementi della P2 sono iscritti anche all'Opus Dei e all'Ordine dei Cavalieri di Malta». Con un perentorio comunicato, l'Obra replicò: «Nella maniera più categorica non e mai esistito, né può esistere, alcun tipo di rapporto fra l’Opus Dei e qualsivoglia organizzazione massonica... Nessun appartenente alla P2 è, o è stato, membro dell'Opus Dei».

    Dal carcere di Ascoli Piceno, nel quale scontava la condanna all'ergastolo per l'attentato al Papa, il 24 settembre Alì Agca invio una singolare missiva al cardinale Silvio Oddi. Il killer turco scrisse fra l'altro al porporato vicino all'Opus Dei: «Devo confessare che io ho paura di voi di Vaticano: un giorno potete uccidermi, direttamente o indirettamente».

    Il 7 ottobre Clara Calvi, moglie del defunto banchiere dell'Ambrosiano, in un'intervista rilasciata a Washington si disse convinta che suo marito fosse stato assassinato per ragioni legate «all'ultima operazione preparata da Roberto, e per cui si era recato a Londra: l'assunzione dei debiti dello Ior da parte dell'Opus Dei. Era un'operazione rischiosa, politica oltre che economica. In cambio dell'aiuto, l'Opus Dei chiedeva precisi poteri in Vaticano, ad esempio nella determinazione della strategia verso i Paesi comunisti e del Terzo mondo. In Vaticano c'e una profonda spaccatura tra fautori e avversari dell’Ostpolitik, tra sinistra e destra... Marcinkus e Casaroli erano contrari [all’intervento finanziario dell'Opus Dei] perché per loro significava la perdita almeno parziale del potere e l'inizio della fine dell'Ostpolitik. Ma il Papa era d'accordo».
    Il 27 ottobre la Sala stampa della Santa Sede informò che il capitano della Guardia svizzera Alois Estermann avrebbe scortato il Pontefice durante la visita pastorale in Spagna (31 ottobre-9 novembre), con il compito di garantirne la sicurezza. Una "promozione" sorprendente e senza precedenti nella storia del Corpo: Estermann era entrato nella Guardia svizzera pontificia solo due anni prima. Quello nella patria originaria dell'Opus Dei fu il primo di una lunga serie di viaggi apostolici che l'ufficiale legato all'Obra affrontò al seguito del Santo Padre, come "speciale" garante della sicurezza personale di papa Wojtyla.

    Il 27 novembre, cioè ben tre mesi dopo l’annuncio della decisione papale, la Congregazione per i vescovi ufficializzò la erezione dell'Opus Dei a Prelatura personale - la prima, nella storia plurisecolare della Chiesa di Roma; il Pontefice ne nominò primo prelato monsignor Alvaro del Portillo.

    "L'Osservatore Romano" pubblicò la notizia con un celebrativo commento del prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Sebastiano Baggio il quale si era dato un gran daffare perché l'organizzazione di Escriva de Balaguer ottenesse l'ambitissimo status. Un impegno assai strano, dal momento che il cardinale Baggio era ritenuto uno dei maggiorenti della fazione massonico-curiale: già indicato come presunto affiliate alla "Gran Loggia vaticana", aveva un fratello - Francesco Baggio - affiliate alla Loggia segreta P2.

    Nell'autunno del 1982, presso l'ambasciata italiana a Washington, i magistrati milanesi Bruno Siclari e Pierluigi Dell'Osso interrogarono Clara e Anna Calvi (rispettivamente moglie e figlia del banchiere massone trovato cadavere a Londra). La vedova Calvi, tra l'altro, dichiarò:

    «Credo che mio marito entrò a far parte della massoneria in quel periodo [1971, ndr] Cosa che mi disse successivamente, precisando di essere state "iniziato" a Ginevra. In quegli stessi anni mio marito aveva degli stretti rapporti di affari e degli intensi contatti con lo Ior, la banca vaticana, e in particolare con Luigi Mennini, che ne era l’esponente più tecnico [amministratore delegato, ndr]. In tale contesto di rapporti vi era una frequentazione anche delle rispettive famiglie. I contatti erano frequenti anche con il presidente dello Ior, monsignor Marcinkus, che entrò, su designazione di mio marito e proprio per gli stretti e intensi rapporti intercorrenti fra lo Ior e il Banco Arnbrosiano, a far parte del consiglio di amministrazione della consociata estera dell'Ambrosiano alle Bahamas, l'Overseas di Nassau. Per tale motivo vedevamo abbastanza spesso il Marcinkus a Nassau, dove era nostro ospite in occasione di tutti i consigli di amministrazione.

    Ad avvicinare ulteriormente mio marito agli ambienti clericali fu lo stesso Umberto Ortolani [avvocato-finanziere massone, ndr], che era molto vicino a tali ambienti ed era, in particolare, molto amico del defunto cardinale Lercaro. Tengo a evidenziare che in quel periodo mio marito frequentava, come del resto successivamente, il Vaticano con assiduità, e aveva diretti contatti con il defunto pontefice Paolo VI, con cui era in rapporti confidenziali e da cui si recava in visita senza bisogno di alcuna formalità [...].

    All'inizio della primavera [del 1982, ndr] mio marito mi disse che voleva andare in Spagna. Gli chiesi, molto meravigliata, come mai dovesse andare in Spagna, e mio marito mi disse che in Spagna l’Opus Dei ha una grandissima potenza, giacché molto ricca. Era la prima volta che mio marito mi parlava dell’Opus Dei, e mi spiegò che la stessa poteva risolvere i problemi del Vaticano in campo finanziario e porsi come l’elemento vincente nella lotta di potere in seno al Vaticano fra le due opposte fazioni che si fronteggiavano da anni, quella della Ostpolitik e quella che la osteggiava, ossia l’ala conservatrice. Mio marito mi precisò che lui doveva favorire l'intervento dell’Opus Dei perché solo cosi potevano essere risolti i suoi problemi con lo Ior e le stesse difficoltà economiche del Vaticano, specificandomi che ciò, peraltro, avrebbe mutato radicalmente gli equilibri politici in Vaticano, giacché avrebbe dato una posizione di forza all’Opus Dei e di preminenza all'ala conservatrice [...].

    In quel periodo tutto a un tratto Flavio Carboni non si sentì più al telefono, e non si fece vivo per circa una settimana. Quando ricomparve, venendo a trovarci a Drezzo, mi disse di essere tornato con i vescovi massoni. Carboni in quel periodo aveva contatti continui sia con la massoneria, sia con esponenti del Vaticano [...].

    Mio marito mi disse testualmente: "L'Ostpolitik l'ho distrutta io. Se in questi quindici giorni Andreotti non mi mette il bastone fra le ruote, siamo a posto"... Successivamente mi parlò esplicitamente di minacce di morte ricevute direttamente dall'onorevole Andreotti... Mio marito alternava momenti di assoluta disperazione a momenti di euforia, a seconda dell'evolversi di questo problema con il Vaticano, in cui - a quanto lui diceva - si svolgeva una lotta furiosa tra le due fazioni in contrasto, che coinvolgeva direttamente la questione dei rapporti fra lo Ior e il Banco Ambrosiano.

    Mio marito sosteneva con convinzione: "Se mi succede qualcosa, il Papa dovrà dare le dimissioni", e aggiungeva che in Vaticano sarebbero stati talmente nei guai da essere costretti a spostare la sede del Vaticano stesso... Mio marito mi accennò di avere incaricato il Carboni di prendere degli ulteriori contatti in Svizzera con importanti esponenti dell'Opus Dei per accelerare i tempi dell'operazione di intervento dell'Opus Dei e di soddisfacimento dei debiti contratti dallo Ior...».
    La figlia del defunto banchiere, Anna Calvi, interrogata il 22 ottobre, testimoniò a sua volta:

    «In occasione di un fine settimana che io e mio padre passammo a Drezzo, credo negli ultimi giorni di maggio [1982, ndr], gli chiesi di spiegarmi che cosa effettivamente stesse succedendo. Mio padre mi disse che per risolvere il problema dei rapporti con lo Ior avevano messo su e portato avanti un progetto che prevedeva l'intervento dell'Opus Dei, organizzazione che avrebbe dovuto erogare una cifra enorme, di entità superiore ai mille miliardi di lire, per coprire l'esposizione debitoria dello Ior nei confronti del Banco Ambrosiano.

    Mio padre mi disse che ne aveva parlato direttamente con il Papa, [il quale] gli aveva assicurato il suo appoggio e il suo consenso; aggiunse che, però, in Vaticano vi erano fazioni contrarie, che contrastavano vivamente la realizzazione del progetto che, ove condotto a termine, avrebbe creato degli equilibri completamente nuovi nel Vaticano stesso: ciò perché l'Opus Dei avrebbe acquisito il controllo dello Ior e quindi una posizione di diversa e grande rilevanza all'interno del Vaticano. Proprio per questi contrasti e queste lotte intestine, mio padre era molto preoccupato. Mi disse che contrario alla realizzazione del progetto era il cardinale Casaroli, e disse ancora che se l'affare non fosse andato in porto lo Ior sarebbe crollato e avrebbe coinvolto anche il Banco Ambrosiano nei suo crollo. Soggiunse che il Vaticano si sarebbe trovato nella necessità di vendere piazza San Pietro... Dopo avermi fatto presente queste cose, mio padre commentò che per cifre dell'ordine di quelle che mi aveva detto, la gente poteva benissimo ammazzare.

    Il discorso con mio padre proseguì durante il pranzo, nel corso del quale mi disse che ultimamente aveva parlato con l’onorevole Andreotti, il quale aveva usato un tono strano e gli aveva mostrato di non sapere gli ultimi sviluppi con l'aria di chi, invece, la sapeva lunga... Mi disse di avere una grande paura dell'onorevole Andreotti, perché lo sapeva legato alla fazione che, all'interno del Vaticano, si batteva contro la realizzazione del progetto ruotante attorno all'Opus Dei... Mi spiegò che monsignor Marcinkus era in una posizione abbastanza precaria in Vaticano e che era stato sottoposto a una specie di inchiesta interna per via di operazioni finanziarie irregolari che aveva fatto e anche perché aveva una vita privata non degna di un sacerdote. Mio padre disse che sembrava volessero trasferire monsignor Marcinkus, per rimuoverlo dallo Ior, a un'altra grossa carica negli Stati Uniti [...]».

    Mentre la moglie e la figlia di Roberto Calvi rilasciavano a Washington le loro dichiarazioni ai magistrati milanesi, in Vaticano il Santo Padre si apprestava ad affrontare il viaggio pastorale di dieci giorni in Spagna. Un viaggio intorno alla cui preparazione si era consumato un nuovo scontro di potere tra la fazione massonico-curiale e quella opusiana.

    Contrariamente al solito, il viaggio del Pontefice nella patria dell'Obra non era stato preparato da monsignor Marcinkus, ma dal sostituto della Segreteria di Stato, il filo-Opus Dei monsignor Martinez Somalo. Una decisione - assunta dal Papa su pressione opusiana - che aveva suscitato le ire della fazione massonico-curiale, già scossa dalla promozione del capitano della Guardia svizzera Alois Estermann a nuova guardia del corpo del Santo Padre itinerante. La mediazione era stata trovata incaricando padre Roberto Tucci - direttore generale della Radio vaticana, schierato con la fazione curiale - di recarsi a Madrid, presso la Conferenza episcopale spagnola, per concordare alcuni risvolti del viaggio papale.

    La voragine debitoria che aveva provocato il crollo del Banco Ambrosiano apparve alla magistratura italiana come un rebus di difficilissima soluzione. I flussi di denaro erano stati convogliati in un reticolo di società estere protette da un ferreo segreto bancario e ulteriormente schermati da sofisticate alchimie contabili.

    Pubblicato da giuseppe genna at Ottobre 30, 2003 12:45 AM ( http://www.carmillaonline.com/archives/2003/10/000479.html#000479)


    (1) A tutt'oggi (dicembre 2004) l'appartenenza di F. Pazienza alla massoneria è tuttavia ancora controversa (nota di Nereo Villa).


    Richiesti quattro rinvii a giudizio dai pm romani

    di Gianni Barbacetto



     

    L’ultima cena avviene il 9 giugno 1982. Il banchiere Roberto Calvi ospita nella foresteria del Banco Ambrosiano, in via Clerici, i finanzieri Francesco Micheli e Florio Fiorini, che gli presentano il francese Pierre Moussa, presidente della banca francese Paribas, e l’uomo d’affari austriaco Karl Kahane. Durante la serata i cinque commensali parlano in francese. I due stranieri fanno la loro offerta: 200 milioni di dollari in cambio dell’intero sistema estero dell’Ambrosiano. Calvi è nervoso: sa di aver bisogno di una cifra sei volte più alta per salvarsi. Se ne va all’improvviso, sussurrando di un viaggio urgente e della nebbia. Micheli racconta a Diario: «L’ho inseguito fino all’ascensore, ma non sono riuscito a fermarlo. Rientrato nella sala, ho annunciato ai commensali: “Il est disparu comme le diable vers l’enfer”». Calvi è inghiottito dalla notte. Di lui si avranno notizie soltanto nove giorni dopo: lo troveranno appeso a un’impalcatura del Blackfriars Bridge, a Londra, la mattina del 18 giugno.

    Sono passati più di vent’anni. E ancora le indagini non sono riuscite – come in tante altre vicende italiane – ad arrivare a una conclusione sia pur provvisoria. Non una sentenza, ma neppure un processo. Nel palazzo di Giustizia di Roma la storia d’Italia passa lenta, tra lunghissime consulenze giudiziarie e interminabili incidenti probatori. Così è stato anche per questa inchiesta, tra le più rivelatrici del sommerso della Repubblica. Oggi, finalmente, i due magistrati che l’hanno ereditata, Maria Monteleone e Luca Tescaroli, hanno chiuso le indagini e con una documentazione imponente (145 mila pagine di atti, 500 di soli indici) chiedono i rinvii a giudizio di quattro persone: il mafioso Pippo Calò, il faccendiere Flavio Carboni, la sua compagna all’epoca dei fatti Manuela Kleinszig e l’esponente della banda della Magliana Ernesto Diotallevi. L’accusa: aver partecipato all’omicidio di Calvi. Sì, omicidio: perché dopo vent’anni esce definitivamente di scena (sia in Italia, sia in Gran Bretagna) l’ipotesi di suicidio che tanto ha contribuito a frenare e depistare le indagini, a Londra come a Roma. Calvi è stato ucciso, impiccato sotto il ponte dei Frati neri. Carboni, il Giuda che lo consegna ai suoi assassini, non era presente alla cena del 9 giugno, ma è la sua ombra per tutto il complicato ultimo viaggio che lo porta dall’Italia fino al Tamigi. Tra il febbraio e il giugno 1982 si è appropriato di 19 milioni di dollari del Banco. Diotallevi, collegamento tra Calò e Carboni, riceve dall’Ambrosiano, su un conto dell’Ubs di Lugano, 24 mila dollari.

    Ma i due magistrati non si fermano: sono già al lavoro per trovare, da una parte, gli esecutori materiali dell’omicidio; dall’altra, gli eventuali mandanti eccellenti. Le bocche restano cucite, i nomi dei nuovi indagati (una decina) sono segreti, ma le direzioni d’indagine sono almeno tre: nella politica, l’entourage di Giulio Andreotti e dei democristiani che sostennero Calvi; nella massoneria, Licio Gelli e i suoi compagni di loggia; negli ambienti finanziari e imprenditoriali, gli uomini dello Ior, la banca del Vaticano, e della Fininvest. Il sommerso della Repubblica nasconde ancora molte sorprese.

    LA BANCA DELLA MAFIA. Antonino Giuffré, l’ultimo dei pentiti di mafia, in un verbale che è stato segretato racconta ai magistrati che stanno indagando su Calvi: «Le disavventure di Calvi sono iniziate quando ha investito senza oculatezza grosse somme di denaro di Giuseppe Calò e in seguito ai contrasti di natura economica con il gruppo di quest’ultimo. Successivamente, ho saputo che a fatica le somme di denaro investite sono state recuperate (...). A Calvi veniva imputato il fatto di non aver gestito bene i soldi che gli erano stati affidati e questa cattiva gestione aveva fatto fare una mala figura anche allo Ior. Ai rapporti di quest’ultimo istituto e Cosa nostra anche i corleonesi, in particolare, avevano sempre tenuto. C’è stato un poco di tira e molla, ma il rapporto di fiducia si era rotto. Le cose di Cosa nostra si risolvono in un solo modo: con l’eliminazione».

    Per questo Calvi è stato ucciso, a Londra, nella notte di venerdì 18 giugno di 21 anni fa. Cosa nostra e la Camorra, che gli affidavano miliardi da riciclare, volevano punirlo «per essersi impadronito di notevoli quantità di denaro appartenenti alle predette organizzazioni criminali», scrivono i magistrati. A «investire» nell’Ambrosiano e nello Ior erano Totò Riina, Francesco Madonia, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Messina Denaro e altri. Ma c’è un altro motivo per cui Calvi doveva morire: bisognava «impedirgli di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali, della massoneria, della loggia P2 e dello Ior, con i quali», aggiungono i magistrati, «aveva gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro, anche provenienti da Cosa nostra e da enti pubblici nazionali».

    «All’interno di Cosa nostra», racconta Giuffré, «si facevano delle grosse risate alla lettura dei giornali che riportavano la notizia della morte di Calvi come di un suicidio». Ora, l’ultima delle perizie tecniche sulla morte di Calvi esclude che il banchiere si sia ucciso. Ed esclude anche la somministrazione di sostenze tossiche. «Noi riteniamo», scrivono i periti, «che Calvi Roberto sia stato portato su una barca sotto il ponte dei Frati neri abbastanza vigile, come dimostrano gli esami tossicologici. Uno degli uomini, dopo che la barca si è accostata al traliccio, con una cima, dopo aver fatto passare la corda attraverso l’occhiello del montante e aver praticato due nodi, ritorna con l’altra estremità della corda sul mezzo e, dopo aver confezionato il cappio, lo passa intorno al collo della vittima, quindi la barca viene rapidamente allontanata con conseguente impiccamento».

    Chi c’era, quella notte, nella barca che scivola sulle acque nere del Tamigi? Vincenzo Casillo e Sergio Vaccari, uomini della Camorra poi morti ammazzati – racconta Francesco Di Carlo, boss di Cosa nostra diventato collaboratore di giustizia. Il compito di saldare i conti con il banchiere era stato affidato da Pippo Calò proprio a lui, a Di Carlo: «persona influente», spiega Giuffré, ma che «aveva avuto dei problemi con Cosa nostra: una consegna non andata a buon fine o un’appropriazione di denaro derivante da una partita di droga». Per questo era stato emarginato dall’organizzazione e si era trasferito a Londra, dove continuava i suoi commerci di eroina. «Aveva dato tanto a Cosa nostra, e ciò anche con riferimento al traffico di stupefacenti. Per tale motivo non è stato ucciso, ma posato», testimonia Giuffré. E a lui, ben sistemato sulla piazza di Londra, ricorre Calò per risolvere il problema Calvi. Di Carlo sostiene però di essere arrivato tardi: quando risponde alla chiamata di Calò sono passati due mesi e della faccenda sono già stati incaricati i napoletani. Alcune famiglie della Camorra, del resto, «facevano parte di Cosa nostra»: quelle di Michele Zaza, dei Nuvoletta, dei Bardellino – racconta Giuffré – che insieme a Cosa nostra siciliana avevano affidato i loro soldi da riciclare al «banchiere di Dio».

    ESECUTORI & MANDANTI. Di Carlo dice la verità o cerca di minimizzare il proprio ruolo? Su questo i magistrati continuano le indagini. Per ora, hanno scoperto che nei giorni a ridosso della morte di Calvi un fiume di denaro esce dai conti di Alfredo Caruana, il più grande riciclatore di Cosa nostra, presso la Discount Bank Overseas di Lugano: 100 mila dollari entrano il 14 giugno 1982 nel conto di Di Carlo presso la Barclays Bank di Londra; 50 mila dollari il 16 giugno sono presumibilmente incassati da Carboni alla Discount Bank Overseas di Amsterdam; altri 200 mila dollari finiscono il 18 giugno su un conto presso la Ubs di Zurigo nella disponibilità di un uomo di Cosa nostra, Pietro Salamone.

    Continuano le indagini anche sui mandanti. Durante l’interrogatorio a Giuffré, avvenuto in una località segreta, i magistrati di Roma gli chiedono se sappia qualcosa su finanziamenti fatti da Calvi a partiti o esponenti politici reimpiegando denaro di Cosa nostra. Giuffré non risponde. Prende in silenzio un foglio bianco posto sul tavolo davanti a lui e scrive, a lettere maiuscole, un nome. «ANDREOTTI». Il magistrato chiede che cosa voglia dire quella scritta. Giuffré risponde: «Mi viene in mente questo nome in quanto lo associo all’aiuto che mi risulta essere stato dato dallo stesso Calvi, dall’Ambrosiano e dallo Ior (...). Mi pare di ricordare che c’era stato un finanziamento di Calvi alla Democrazia cristiana. Non so indicare con quali modalità ciò sia avvenuto. Una parte del denaro di Cosa nostra poteva andare a finire nelle casse dei partiti, ciò poteva accadere in quanto dai politici si potevano ottenere dei favori. Il denaro veniva fatto pervenire al partito della Democrazia cristiana come forma di ringraziamento per i favori ottenuti». I magistrati insistono: «Sa se Calvi tramite l’Ambrosiano abbia finanziato partiti o esponenti politici?». Giuffré ribadisce: «Confermo che parte del denaro di Cosa nostra era stato destinato alla Democrazia cristiana. Ho saputo, poi, che Andreotti aveva dato degli aiuti a Calvi e al Banco Ambrosiano».

    Accanto all’Ambrosiano, nelle operazioni di riciclaggio c’è lo Ior, una banca che garantisce la riservatezza necessaria a operazioni così rischiose. «Era normale trasferire del denaro in contante e spesso avveniva anche con denaro in valuta straniera, sia dollari che sterline», racconta Giuffré. Un altro collaboratore di giustizia, Vincenzo Calcara, di Castelvetrano, in provincia di Trapani, ha riferito di avere consegnato a monsignor Paul Marcinkus, nello studio del notaio romano Salvatore Albano, 10 miliardi di lire del capomafia trapanese Francesco Messina Denaro. Ne aveva già parlato nel 1992 a Paolo Borsellino, ma ora Calcara rivela di aver visto anche Roberto Calvi mentre entrava nello studio del notaio: non aveva riferito questa circostanza a Borsellino per paura, poiché, dopo quell’incontro, aveva saputo dal capomafia Michele Lucchese che Calvi «teneva i soldi di tutte le famiglie di Cosa nostra».

    Licio Gelli, prima ancora che Maestro Venerabile, era un banchiere informale, un tramite tra le cosche e la finanza ufficiale. «Licio Gelli investiva il denaro dei Corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano», ha dettato a verbale Francesco Marino Mannoia, uno dei pentiti di Cosa nostra considerati più attendibili. Chiamato a deporre in videoconferenza dagli Stati Uniti nel processo per mafia a Marcello Dell’Utri, Marino Mannoia ha rivelato che «i soldi della mafia sono finiti per anni nelle casse dello Ior, che garantiva investimenti e discrezione». Per far affluire i soldi in Vaticano, entravano in scena alcuni intermediari «presentabili»: Michele Sindona lavorava con i Madonia, Gelli con Riina.

    I magistrati romani stanno indagando anche sui rapporti tra Calvi, Carboni e l’entourage di Silvio Berlusconi (da Marcello Dell’Utri a Romano Comincioli). A questo proposito, Giuffré parla del matrimonio del mafioso Jimmy Fauci, avvenuto a Londra: vi partecipano «tantissime persone di spicco di Cosa nostra, soprattutto grossi trafficanti, i Bono, credo che ci fossero anche i Fidanzati, i Carollo. Al matrimonio partecipò anche Marcello Dell’Utri, che era insieme a persone di Palermo. Della partecipazione di Dell’Utri si parlò molto all’interno di Cosa nostra».

    C’erano degli affari in corso, in Sardegna: «Pippo Calò aveva comprato dei terreni in Sardegna insieme a persone della banda della Magliana», racconta Giuffré. «Dietro le spalle di Calò vi era Riina... L’investimento in Sardegna è stato una circostanza importante per tutta Cosa nostra». In quegli anni, stavano facendo affari in Sardegna anche Flavio Carboni in alleanza con Berlusconi. I soldi erano gli stessi?

    Carlo Calvi, figlio del banchiere, il 13 ottobre 2002 dichiara a Fabio Fazzo di Repubblica: «Di Carlo in questa vicenda ha un doppio ruolo. Compare nell’inchiesta sulla morte di mio padre, ma è testimone nel processo contro Dell’Utri per associazione mafiosa (...). Tra le cose che racconta Di Carlo, ci sono i finanziamenti a partiti politici attraverso la Bnl e le sedi estere del Banco Ambrosiano, e ci sono anche indicazioni sui soldi con cui venne costituita inizialmente la Fininvest. Noi, con le nostre indagini, abbiamo avuto conferma di quello che dice Di Carlo: attraverso lettere di patronage del Vaticano e un personaggio chiave che era Ferruccio Ferrari, la Bnl in quegli anni si serviva dell’Ambrosiano Bahamas per finanziare una serie di attività, tra cui alcune legate agli affari di Berlusconi».

    In un’altra intervista, a Gianni Cipriani dell’Unità, Carlo Calvi sostiene che suo padre non fu ucciso soltanto per «una vicenda puramente finanziaria», di riciclaggio: «La verità è un’altra. Mio padre fu ucciso perché, a un certo punto, qualcuno comprese che era diventato l’anello debole attraverso il quale poter scoprire, già negli anni Ottanta, gli stretti legami tra mafia e politica». Carlo ricorda un incontro di cui è stato testimone: «Se ben ricordo era il 1978 ed eravamo a Washington. Lì c’era una riunione alla quale avevano preso parte Philip Guarino, il tramite di Licio Gelli con il Partito repubblicano americano, Mazzocco, l’amico dell’ex direttore della Cia William Colby, che negli anni passati aveva distribuito soldi in Italia per influenzare partiti politici e sindacati. Poi c’era mio padre e c’era Vito Miceli». L’ex capo del Sid, cioè dei servizi segreti militari, chiede Cipriani? «Proprio lui. Al termine della riunione a Miceli furono dati dei soldi. Mio padre mi disse che il generale era regolarmente finanziato. Per cosa esattamente non lo so. Ma penso che non si trattasse di denaro che Miceli metteva in tasca. No: serviva per la struttura. Per finanziare una politica oltranzista, filorepubblicana».

    LA CARRIERA DEL RAGIUNATT. Roberto Calvi è un milanese impacciato e puntiglioso, gentile, per niente brillante, incapace di grandi voli, ma efficiente e ambiziosissimo. Un travet, un ragioniere. Anzi, un «ragiunatt»: così lo chiamava Sindona. Assunto come impiegato all’ufficio esteri del Banco Ambrosiano, che a Milano era detta «la banca dei preti», macina una carriera inarrestabile, fino a diventare nel 1971 direttore generale del Banco, nel 1975 presidente. Grazie alla sua silenziosa tenacia. Ma anche grazie all’alleanza stretta, a partire dal 1968, con Sindona, allora mente della Finabank di Ginevra e campione della «finanza cattolica».

    È Sindona che sponsorizza Calvi davanti alla Dc romana e allo Ior, guidato da un silenzioso finanziere lombardo, Massimo Spada, e da un massiccio monsignore di Chicago amante del golf, Paul Marcinkus. L’Istituto per le opere di religione, cioè la banca del Vaticano, è proprietario del 49 per cento della Finabank e di un grosso pacchetto dell’Ambrosiano. A Sindona, che a differenza di Calvi era estroverso e facile ai contatti umani, fantasioso, un po’ maniacale ma, a suo modo, geniale, faceva comodo avere come partner e compagno di scorribande un uomo senza troppi grilli per la testa, silenzioso, tenace e riconoscente. Ma l’apprendista stregone, ubriacato dai successi, comincia ad accarezzare il sogno di sostituirsi al suo maestro. Quando per Sindona comincia la stagione del declino e della bancarotta, l’amico, l’allievo, invece di aiutarlo, lo abbandona, anzi cerca di sostituirsi a lui. Vuole volare da solo.

    Ma il «ragiunatt» odiava il sole, amava l’ombra. Uscito da quella di Sindona, si accuccia all’ombra di Licio Gelli e Umberto Ortolani, detti il Gatto e la Volpe, padroni della Loggia massonica segreta P2. Ormai Sindona è indifendibile e i suoi amici, allora, senza troppe lacrime accettano di puntare sul nuovo cavallo. Ad Andreotti, a Gelli, allo Ior non deve essere parso vero di poter contare su un personaggio così potente e così manovrabile. Erano anni di piombo, a Milano. Tutta l’attenzione era dedicata al terrorismo, alle lotte sociali, ai disordini. Chi mai aveva occhi per vedere la geometrica potenza dell’ordine, chi aveva intelligenza per capire ciò che accadeva davvero nei palazzi della finanza milanese, della politica romana, degli «affari» siciliani?

    Calvi aveva l’ossessione della segretezza, della protezione, del mistero, delle organizzazioni riservate. «La Fiat ha le sue infrastrutture», diceva, «anch’io le voglio». Per infrastrutture intendeva apparati segreti, giochi sotterranei, contatti con la politica invisibile e i servizi di sicurezza. Nella sede del Banco aveva fatto inserire una sottilissima rete metallica nei muri e perfino nei vetri: «Per evitare le intercettazioni», sosteneva. Nel cortile della sua casa di campagna a Drezzo, al confine con la Svizzera, aveva invece fatto piantare un palo metallico alto 40 metri: «Per proteggermi dai fulmini», spiegava ai rari visitatori.

    Quando arrivava a una riunione, a un incontro – racconta Micheli – entrava d’improvviso dalla porta appena socchiusa e si presentava agli interlocutori in attesa dopo aver camminato non per la via diretta, ma quasi strisciando lungo le pareti della stanza. Parlava poco e, quando lo faceva, sussurrava. Ammirava la Chiesa, perché la considerava un’organizzazione potente e sotterranea. Per la stessa ragione ammirava la Massoneria. E c’è chi dice che per gli stessi motivi ammirasse anche la Mafia, che avesse trovato Il Padrino un libro affascinante, anche se ammetteva di non averci poi capito un gran che.

    Era roso dall’ambizione, questo sì. Dopo aver abbandonato Sindona, il maestro caduto, aveva un solo traguardo: superare Enrico Cuccia, il grande vecchio di Mediobanca. Si affacciava alle finestre dalla sede del Banco, nell’isolato tra via Clerici e piazza Ferrari, che aveva conquistato e comperato palazzo dopo palazzo, e guardava la sede della Mediobanca, in via Filodrammatici, mormorando tra sé: «Sono già più grande di loro».

    Ma chi l’ha conosciuto parla di Calvi come d’un pover’uomo capitato in una storia più grande di lui. Quando Carlo De Benedetti vede la sua casa di Drezzo commenta: «Neppure l’ultimo degli ingegneri della Olivetti ha una casa così».

    Alla fine, gli spericolati giochi finanziari che aveva imparato da Sindona affondano anche lui. Non era, a detta dei tecnici, un grande banchiere. Ripeteva i giochi inventati dal suo maestro: dragava in Borsa pacchetti di azioni, che poi depositava nelle anstalt lussemburghesi (la Zitropo, per esempio), che poi li rivendevano a quelle strutture finanziarie che Calvi considerava i suoi gioielli, le consociate estere dell’Ambrosiano (la Compendium del Lussemburgo, che poi diventa Ambrosiano Holding, la Ultrafin di New York, la Ultrafin di Zurigo, la Cisalpine Overseas delle Bahamas, che poi diverrà Ambrosiano Overseas). Durante il viaggio virtuale dall’Italia all’estero e ritorno, i titoli seminano per strada milioni di dollari, che vanno a ingrossare fondi neri, conti Protezione, tangenti a pioggia ai partiti.

    Calvi tra il 1974 e il 1977 scala la sua stessa banca, l’Ambrosiano, rastrellando (con i soldi dell’Ambrosiano) oltre il 10 per cento delle azioni, un pacchetto più che sufficiente a garantirgli il controllo del Banco. Quelle azioni erano state parcheggiate prima in una misteriosa società milanese di pertinenza Ior, la Suprafin, e poi disperse all’estero, alla Banca del Gottardo, alla Cisalpine di Nassau, infine in alcune società panamensi dai nomi esotici: Cascadilla, Lantana, Orfeo, Marbella. Straordinario? Ma no, dicono i finanzieri. Tutti facevano (fanno) così. Forse che il sistema estero di Berlusconi, la Fininvest Group B, non fa impallidire come archeologico quello del povero «ragiunatt»?

    Nel 1977 Calvi apre la campagna di conquista del Corriere della sera. A spingerlo sono il Gatto e la Volpe, Gelli e Ortolani. Calvi accetta di buttare molti miliardi nell’impresa, perché è convinto di guadagnare quello che considera il più prezioso dei patrimoni: la copertura politica garantita dal più importante quotidiano d’Italia. Credeva di diventare inattaccabile. Aveva fatto male i suoi conti: alla fine perde molti quattrini e non ricava nulla, né in immagine, né in potere. Ma la campagna di via Solferino svela lo stile di Calvi, la sua concezione del mondo: la finanza è la sua religione, ma la religione è instrumentum regni, non fine ma mezzo, strumento per conquistare potere. Compito primario di ogni sua operazione, dunque, non è ottenere un risultato economico, ma rapporti più stretti con chi comanda. Lui, assunto al cielo dei danee e del grande mercato, ha la testa in un mondo in cui concorrenza, libero mercato e regole per mantenerlo tale sono vincoli fastidiosi; e il profitto, in fondo, un optional.

    Ecco dunque spiegato come si arriva al grande buco, 1.200 milioni di dollari inghiottiti dal giro vorticoso di società e banche e conti che aveva disseminati per il mondo. Che cosa succede? Centinaia di milioni di dollari sono fatti defluire dal centro dell’impero (l’Ambrosiano, il Credito Varesino, la Cattolica del Veneto, la Banca del Gottardo) verso le consociate americane (il Banco Andino di Lima, l’Ambrosiano di Managua, l’Ambrosiano di Nassau). Da qui i soldi si polverizzano nelle innumerevoli società del sistema estero creato da Calvi (le «madri» Manic del Lussemburgo e Utc di Panama, e le otto «figlie» Astolfine, Nordeurope, Wwt, Erin, Laramie, Belrosa, Starfield, Bellatrix). Nel giro, vengono generati capitali che servono per le operazioni più diverse. Dalla conquista del Corriere della sera, messo a disposizione di Gelli e della P2, al finanziamento di Solidarnosc in Polonia, passando per i miliardi regalati alla Dc di Giulio Andreotti e al Psi di Bettino Craxi.

    LA FINE DI UN AZZARDO. Sostituitosi in tutto al maestro Sindona, Calvi ne eredita anche i rapporti più oscuri. Il banchiere siciliano lavorava per la Cosa nostra dei palermitani, di Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Calvi si trova davanti, rappresentata da quel banchiere privato che è sempre stato Gelli, la nuova leadership di Cosa nostra: i viddani di Corleone, i Totò Riina, i Provenzano, i loro alleati della provincia siciliana, che stavano sterminando i palermitani per conquistare tutta l’organizzazione. Feroci in Sicilia, intelligenti fuori: tanto da inviare a Roma un loro ministro degli Esteri, Pippo Calò, perché tenesse, da pari a pari, i rapporti con gli altri poteri, la politica, la massoneria, gli apparati riservati dello Stato.

    La Sicilia, nella seconda metà degli anni Settanta, è diventata il Triangolo d’Oro, il più importante centro di produzione d’eroina nel mondo. Di mafia non si parla, sono anni di piombo, ma tra il 1975-76 e il 1980-81 le raffinerie siciliane producono, per lo più per il mercato Usa, 5 tonnellate di eroina pura all’anno, un terzo del fabbisogno americano dell’epoca. Utile stimato: 800 miliardi di lire all’anno. Per cinque anni, fanno 4 mila miliardi. Ce n’è, di lavoro, per il «ragiunatt» del Nord affascinato dal Padrino e dalle organizzazioni segrete.

    Il gioco di Calvi, come tanti giochi della finanza italiana, sta in piedi finché il meccanismo non si inceppa per colpa di qualche granello di polvere. Mai che scattino i controlli, mai che la parte sana della comunità finanziaria (o politica) si impegni ad arginare per tempo le inondazioni. Alla fine è lo Ior, fino ad allora compagno di scorribande e sacro ombrello protettivo, che nel luglio 1981 toglie la fiducia al suo banchiere preferito. «Questa volta i preti vogliono proprio farmela pagare», sussurra alla moglie un Calvi ormai disperato, dopo un incontro con il gigantesco monsignor Marcinkus. Lo Ior cerca di correre ai ripari solo quando Calvi è già diventato impresentabile all’opinione pubblica, azzoppato da un’inchiesta giudiziaria che, dopo lungaggini sospette, rapporti compiacenti della Guardia di finanza, palate di sabbia della procura di Roma, nel marzo 1981 accelera nelle mani di Gerardo D’Ambrosio, che da Milano chiede l’arresto del banchiere-travet.

    Dapprima Calvi riceve sostegno: Craxi lo difende addirittura in Parlamento, attaccando i magistrati che lo indagano; anche il dc Giuseppe Pisanu interviene in suo favore alla Camera, ottenendo in cambio, secondo la testimonianza (mai provata) di Angelo Rizzoli, «800 milioni da Flavio Carboni»; 400 milioni vanno invece ai fratelli Claudio e Wilfredo Vitalone, che per conto di Andreotti gli promettono di addomesticare i magistrati (ma qualche anno dopo una sentenza negherà questo fatto).

    Dopo l’arresto, Calvi è un uomo finito. Nella notte dell’8 luglio 1981 tenta il suicidio. Comincia a mandare messaggi («Questo processo si chiama Ior», scrive su un bigliettino consegnato alla figlia Anna), pretende aiuto da chi lo ha utilizzato. Comincia la buia stagione dei ricatti. Rivela di aver passato sottobanco al Psi di Craxi 21 milioni di dollari. Ottiene il risultato di venir abbandonato da tutti. Il 20 luglio arriva la sentenza: quattro anni di carcere e 15 miliardi di multa per aver violato la legge sull’esportazione dei capitali. Ma è ben altro ciò che lo spaventa: il buco che sa esserci nei conti dell’Ambrosiano e che teme diventi pubblico.

    Per evitare il disastro cerca di allearsi prima con Carlo De Benedetti, che vista la situazione si ritira subito, non senza portare a casa un ottimo guadagno; poi con Orazio Bagnasco. Intanto l’ex travet terrorizzato si affida ai più improbabili dei faccendieri, che gli spremono quanti più soldi è possibile: Francesco Pazienza, Flavio Carboni, Alvaro Giardili, gli uomini della Magliana... Carboni, il suo Giuda, approfitta della fiducia di Calvi, sostengono oggi i magistrati romani, per consegnarlo ai suoi nemici. Gli uomini di Cosa nostra e della Camorra fanno il lavoro sporco, nella notte dei Frati neri. Dovevano punirlo per aver perso i soldi della mafia che gli erano stati affidati. Ma ancor più dovevano chiudere la bocca a un amico, un consulente, un alleato, un finanziatore che, diventato ormai incontrollabile, poteva svelare i mille segreti di cui era a conoscenza, le operazioni illegali compiute, i favori sottobanco accordati, le tangenti pagate, le corruzioni. Il «ragiunatt» con il parafulmine in giardino era diventato pericoloso per tutti i suoi ex amici. Per lo Ior, per Craxi, per Andreotti, per Berlusconi, per Gelli, per Cosa nostra. Così fu «suicidato», la notte del 17 giugno, con 11 libbre e 6 once di mattoni nelle tasche della giacca.

    Per gentile concessione dell’autore


     

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