FISICA/MENTE

INQUISIZIONE

Torture, Bracieri, Roghi e Morte

Roberto Renzetti

Parte IV: ALCUNI PROCESSI DELL'INQUISIZIONE ROMANA

 

POMPONIO ALGERIO

 

       Pomponio Algerio (o de Algerio o Algeri) è un personaggio che molte poche persone conoscono ma che merita di essere conosciuto per le vicende vergognose ed orrende che lo hanno portato a processo e morte.

        Pomponio nacque nel 1531 a Nola, una città che ha dato fortissime personalità alla storia d'Italia tra cui Giordano Bruno. Rimasto orfano, dopo i primi studi nel Collegio Spinelli della città, un suo zio lo mandò a completare la sua preparazione all'Università di Padova dove Pomponio si iscrisse per laurearsi in discipline giuridiche studiando, come era costume dell'epoca, teologia, filosofia, diritto e medicina. Eravamo in Italia, ai primi anni della Riforma protestante con il Concilio di Trento aperto da qualche anno (1545). Nel 1552 il professore di Pomponio a Padova, Matteo Gribaldi, fu sospettato di essere un riformatore e poiché sapeva a cosa sarebbe andato incontro, decise di scappare a Ginevra, come tanti italiani all'epoca. Ma l'Inquisizione, all'epoca di Paolo IV Carafa, un vero assassino, fece perquisire tutte le abitazione degli studenti per controllare se vi fossero state nefaste influenze. Occorreva controllare la Repubblica di Venezia perché molto a rischio riforma. Non si riuscì a sottometterla ma a farla diventare molto più indulgente nelle stradizioni. Scrive Ammirati: "Per il suo ingegno brillante, per la serietà e l’assiduità nello studio, per il suo carattere cogitabondo, per lo zelo che mostrava nelle dispute filosofiche e teologiche, per l’entusiasmo verso la dottrina luterana di cui s’era imbevuto alla scuola dei suoi maestri, il Nolano non tardò ad emergere tra la folla degli studenti di Padova e a segnalarsi per la sua cultura. Il 29 maggio 1555 Pomponio da un delatore venne denunziato per le sue teorie luterane ed accusato di professare dottrine pericolosamente eretiche. Il giudizio si svolse nel Palazzo del Pretorio di Padova, dove il giovane Nolano comparve, per discolparsi, davanti al teologo Gerardo Busdrago, vicario del Vescovo, e all’inquisitore Gerolamo Girello, assistiti da tre giudici e da Geronimo Contareno. Pomponio de Algerio, giovane di 25 anni, esile nella figura, dal volto ascetico, scavato dalla meditazione e dallo studio assiduo sui testi sacri, e circondato - come un’aureola - da una rada barba bionda, «indutus habito laicali, videlicet, sagulo et bireto veluti capa et caligis panni nigri ...», si presentò sereno e deciso a sostenere le sue proposizioni davanti ai giudici. Durante l’istruttoria parlava come un ispirato e negò le accuse mossegli, per la verità alquanto contraddittorie, di negare, cioè, l’esistenza di Dio e di essere un seguace di Martin Lutero. E poiché i giudici, ben disposti verso di lui, con insistenza lo esortavano a confessare apertamente di credere alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, regolata dal Pontefice, egli «senza schermirsi dichiarò che la Chiesa Cattolica per lui era la Comunione dei Santi e che il Papa era homo. Né da quella, né dalle altre opinioni luterane sul numero e la natura dei Sacramenti e intorno al Purgatorio si rimosse; non le nascose, non tergiversò, e persistendo così a rispondere, fu rinviato in carcere ...». Vi rimase per breve tempo: un mese. Durante la detenzione, che non fu dura e inumana, come appare dall’esame degli atti processuali, il giovane eretico sopportò con animo forte ogni minaccia se non si fosse ravveduto; né cedette alle lusinghe, alle blandizie e alle insistenti esortazioni perché abiurasse le sue proposizioni in materia di fede".

        Algerio ha 25 anni è un giovane idealista convinto delle sue idee. Non deve rendere conto a nessuno oltre che alla sua coscienza. Crede in Dio ed ha dei dubbi sulle corti papali e sulla simonia imperante a Roma. In particolare  nega i Sacramenti della Chiesa (eccetto il battesimo e l'Eucarestia, anche se non credeva che nell'ostia vi fosse il corpo di Cristo), il Purgatorio, la Confessione e l’autorità del Papa (Credo sanctam Ecclesiam catholicam, communionem sanctorum, et ho

Christo capo di questa Chiesia), in accordo con le idee dei riformatori. E' un credente sincero per una Chiesa che sia con i credenti e non difenda gli interessi gerarchici di famiglie che si succedono al pontificato perché hanno pagato loro elettori. In questi suoi dubbi ciò che conosceva della Chiesa protestante rappresentava la soluzione. Era una Chiesa cristiana perché doveva temere da altri cristiani ? Che colpa ho nel difendere ciò che credo sia la religione del mio Cristo ? Prosegue Ammirati: "In men di due mesi, il 17 e il 28 luglio 1955, il Tribunale patavino sottopose Pomponio ed altri due stringenti interrogatori, durante i quali i giudizi non tralasciarono alcun mezzo per indurlo all’abiura delle sue credenze. Ma il Nolano rimase fermo, né accettò supinamente le minacce e le esortazioni dei giudici; ma, documentandosi con la Bibbia e con i testi dei Dottori della Chiesa, egli disputò con gli Inquisitori e difese strenuamente il suo punto di vista. Fu rinviato alle carceri, ove stette fin quasi alla primavera dell’anno seguente". Nell'interrogatorio del 17 luglio Pomponio affermò: “chela Chiesia romana non è la catholica, perché la catholica è la universale, alla quale il Christianesimo debe esser conforme, sì come quella è il corpo mistico de Christo et ciascadun christiano è membro di Christo, ma la romana non solum è particulare, et a particolare alcunono nisun christiano restringere se debbe, possendo ogni chiesia particulare in alcune cose errare, et essa chiesia romana in più cose deviare dal vero”. Chiestogli quali fossero secondo lui gli errori della Chiesa romana, rispose: “Insin a questi tempi ha deviato dalla catholica havendo fermamente tenuto, insegnato et fatto tenire ad altri il christiano salvarse per le opere et non per il mero sangue di Christo, sì come per il concilio tridentino appare, ma il vero è in questo articulo che ciascadun christiano et elletto de Idio habbia sua salute et iustitia per la passion de Christo et non per sui meriti, ben vero che iustificatione et fede esser non po senza bone opere, sì come arbore bono dir non si po senza li frutti boni”; rincarando ancor più la dose, aggiunse: “Dico anchora deviare in quanto che dice l’homo posser fare da se cosa alcuna bona in alcun modo, non possendosi cognoscere cosa laudabile procedere dalla nostra infetta natura excetto in quanto il signor Idio ne dona la gratia”. Quindi, insistendo ancora sul medesimo punto, affermò: “Dico anchora deviare in quanto dice la eletion nostra non esser per mera gratia de Dio, ma per li nostri meriti.”

       
Comunque, finché le cose rimanevano alla periferia di Roma, in questo caso alla Repubblica di Venezia, si potevano prevedere sbocchi anche favorevoli, soprattutto perché Venezia era gelosa della sua autonomia e non consegnava a Roma certamente i suoi cittadini con valutazioni pratiche quelli di altri Stati, come Pomponio. In questo caso vi era la disapprovazione che sarebbe venuta da Padova da parte di molti studenti che apprezzavano Algerio e da altri che erano simpatizzanti per la Riforma. Ma il caso di questo giovane di 25 anni arrivò a Roma che è così debole ed impaurita da richiedere l'estradizione al Tribunale di Padova ed al Senato di Venezia per il pericoloso eretico. Fu lo stesso Papa Paolo IV ad incarognirsi con Pomponio, quel Papa eletto da poco (23 maggio 1555) e proveniente dalla carica di Grande Inquisitore con un nome che faceva paura: Gian Pietro Carafa. Fece scrivere (24 agosto 1555) al Consiglio dei Dieci dall'Ambasciatore di Venezia a Roma che lo fece con queste parole:

 «Excellentissimi domini.

Questa mattina il reverendissimo governator di Roma per commissione di sua santità è venuto a trovarmi a casa, et in nome di quella m’ha narrato di esser avisata come in Padova dal reverendo suffraganeo è stato messo in prigione per heresia uno scolare chiamato Pompeo da Nolla [sic], heretico pertinace, hora che è nelle carceri, sua santità desiderare che vostre eccellentie diano ordine alli clarissimi rettori di Padoa che favorischino il detto suffraganeo in questo caso et lo espedischino acciò secondo la giustitia sia punito. Altro non risposi salvo che non mancarei di significare a vostre eccellentie l’officio che, d’ordine di sua santità, faceva meco et il desiderio che la tiene della spedittione di questo caso. [...]». Il Tribunale di Padova non emise alcuna sentenza di estradizione ma lo mantenne in carcere, con la giustificazione che intanto potesse «mediante il tormento delle pregioni havesse vogliuto lasciare questa sua ostinazione et forsi humor malencholico». Invece il Senato cedette ed il 14 marzo 1556 concesse l'estradizione riconoscendo il frate nolano «suddito» del Papa. A indurre Venezia a questo sfregio furono decisivi i ricatti politici di Papa Carafa che fu felice dell'estradizione perché da vecchio Inquisitore si sentiva in dovere di combattere in ogni modo l'eresia (i ricatti li faranno anche altri papi come discuteremo con il caso di Giordano Bruno) ma anche perché, essendo stato da cardinale nella Repubblica di Venezia, si era reso conto di quanto grande fosse stata la penetrazione delle nuove idee riformiste nel territorio della Repubblica veneziana (della cosa aveva informato il Papa Clemente VII nel 1532). L'ambasciatore di Venezia, che nel frattempo era cambiato, scrisse (il 19 marzo) ai suoi referenti veneziani queste parole: «Sapiate, magnifico ambasciatore, che la Signoria, per la potentia che Dio benedetto gli ha dato ci po far molti piaceri, ma questo è il maggior che potessimo espettar da lei, perché ci va l’honor di Dio, onde la ringratiamo infinitamente et pregamo sua maestà gli rendi merito con accrescergli lo stato quanto ella desidera». Ed arrivato a Roma in catene, il povero giovane fu trasferito alle orrende carceri del Sant'Uffizio per affrontare il secondo processo dopo quello veneziano. Ed a questo punto c'è poco da dire perché, come sempre (o per fatti esterni o per precisa volontà di nascondere), non si hanno i documenti del processo. Si sa solo che Pomponio non volle abiurare dalle sue idee e che fu condannato al rogo, dopo un supplizio degno solo di un Papa, come eretico. La condanna fu eseguita a Piazza Navona il 19 agosto 1556. Prima di essere bruciato il giovane fu immerso in una caldaia contenente olio bollente, pece e trementina. Più precisamente Algerio si immerse spontaneamente nella caldaia,con allegra faccia”, levando le mani al cielo e dicendo: Suscipe domine Deus meus famulum et martirem tuum”. E così continuò nel mezo delle fiamme et de tormenti per spatio di ¼ d’ora che vi visse”. Scriveva mestamente il 22 agosto l'Ambasciatore di Venezia al Consiglio dei Dieci: «quel scolaro da Nola che l’eccellentissime signorie vostre mandorno qui fu un di questi dì in piazza Navona brusciato vivo, con tanta constantia che fece meravigliar ogn’uno. Et intendo che, leggendoseli il processo, disse: "Di gratia, leggetemi la sententia". La qual, udita che hebbe, ringratiando Dio, disse: "Questo è quello ch’ho sempre dimandato dal mio Signor, vivat Dominus meus in aeternum"». Scrive Ammirati: In Piazza Navona a Roma, tra una folla di curiosi e di soldati schierati, avvezzi ormai ad assistere a siffatti raccapriccianti tormenti, ardeva una grande pira, sotto una grossa caldaia contenente «olio, pece et termentina». Le fiamme, guizzando alte, illuminavano sinistramente la piazza ed i volti dei presenti, e lambivano il calderone, in cui gorgogliava il tremendo liquido bollente. Dalle prigioni si snoda il funebre corteo che, salmodiando, accompagna l’eretico al supplizio. Tutti gli sguardi sono fissi su quel giovane frate biondo che, esile nella persona, avanza con passo fermo e col volto di asceta, incorniciato da una delicata e rada barba. Calato nella caldaia bollente, tra il silenzio tombale della folla che guarda con i volti atterriti, il crepitio delle fiamme non riesce a spegnere l’eco della sua voce che, soffocando gli spasimi dell’indicibile dolore, ripete: «Suscipe domine Deus meus famulum et martyrem tuum» (Accogli Dio mio il tuo servo  e martire). L’agonia e la preghiera «nel mezzo delle fiamme et dei tormenti durò per spazio di un quarto d’ora che vi visse».

        Di questo comune eretico,  che non aveva certo l'età per dare contributi teologici alla Riforma, che aveva solo una grande costanza nelle sue credenze di fronte agli Inquisitori e sublime eroismo nell’andare incontro alla morte, scrisse Benedetto Croce: «L’argomento meritava un tale studio e un tale illustratore; e non solo perché la forte costanza dello scolaro nolano, di questo giovane che, uscito dalla piccola cerchia di un oscuro paesello dell’Italia meridionale e andato in campo più largo, avido di scienza, appassionato del vero, poiché credette di aver raggiunto la bramata verità, affrontò la morte per non lasciarsi rapire il bene dell’anima sua, riempie di alta ammirazione e di nobile commozione per tanta fiamma di fede e di martirio. C’è anche un’altra ragione che ferma sopra di lui l’attenzione. Pomponio de Algerio  da Nola: un martire, dunque, dell’intolleranza ecclesiastica, nato in Nola, pochi anni prima che vi nascesse un altro, il cui nome è sulle bocche di tutti, e la cui vita ha tanti punti di somiglianza con quella dell'Algerio Senza dubbio Giordano Bruno, nella sua fanciullezza, dové udir raccontare con religioso raccapriccio la sorte toccata al suo compaesano, eretico pravissimo, in Rom chi sa che, fin d’allora, quell’eroica morte non esercitasse confusamente sul suo animo una misteriosa attrattiva; e chi sa che in seguito, nel carcere, a Venezia e a Roma, il destino di Pomponio de Algerio non gli tornasse alla mente, come visione del proprio destino, e forse anche come conforto nella lotta contro ogni umana viltà e nel saper morire per la propria fede».

Il supplizio di Pomponio Algerio.

 

GIORDANO BRUNO

 

        Di Giordano Bruno mi sono occupato più volte per la sua affascinante personalità e, debbo dire a premessa di quanto scriverò, che sono molto legato a lui da grandissimo affetto e stima. Avverto che utilizzerò qui, come farò per Galileo, molto del materiale che ho già pubblicato ma cercherò ora di concentrarmi più sul processo che sul pensiero in senso lato.       

        Filippo Bruno nasce a Nola (vicino Napoli) nel 1548 da Giovanni (soldato di ventura) e da Fraulissa Savolino (famiglia di piccoli proprietari terrieri). «Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città».  Inizia studi privati con il sacerdote Gian Domenico de Jannello, poi passa alla scuola pubblica di Bartolo Alaia delle Caselle. Prosegue gli studi a Napoli (umanità, logica e dialettica) in una scuola pubblica, quella dell'averroista antiaristotelico Giovan Vincenzo de Colle, detto Sarnese perché nato a Sarno, e segue lezioni private di logica dal padre agostiniano Teofilo da Vairano. Sotto l'influenza di quest'ultimo ne 1562 entra in convento (è un'epoca di vigilanza e repressione da parte delle autorità cattoliche e spagnole)(1) e nel 1562 veste l'abito di novizio domenicano in San Domenico a Napoli, prendendo il nome di Giordano. Fa l'anno di noviziato studiando retorica fino a diventare nel 1566 professo (prende cioè i voti). Dopo l'anno di prova a San Domenico si dovevano fare quattro anni di corso preaccademico con approfonditi studi di retorica, dialettica, filosofia naturale, teologia, mnemotecnica(2), logica e metafisica il tutto ruotante intorno al Filosofo Aristotele (naturalmente si faceva finta che Copernico, già pubblicato da un ventennio, non fosse mai esistito). La scelta di farsi domenicano era stata meditata non tanto per l'amore alla teologia che Bruno non aveva o per difendere l'ortodossia cristiana, cosa alla quale non teneva, ma per poter studiare in pace tutte le cose che lo interessavano in un ambiente protetto perché di un ordine tra i più potenti. Anche se, occorre ricordare, questa scelta la facevano in molti e quindi la cosiddetta vocazione spessissimo non c'entrava nulla. Tanto è così che i monasteri e le Università annesse erano luoghi di violenze e scandali sessuali. Verrecchia racconta delle migliaia di studenti che si muovevano nello Studio annesso al Monastero di San Domenico, dove aveva insegnato Tommaso d'Aquino. Parla di questi studenti come non proprio tranquilli se il Viceré, per riportare la calma, tra il 1566 ed il 1568 dovette emanare due decreti in cui vietava l'uso delle armi sia offensive che difensive e se il Rettore poteva chiedere l'arresto dei più scalmanati. Nonostante ciò vi era un baccano continuo con corse, grida e violente risse (et altre cose nefande) per scale, chiostri e perfino nella chiesa. E Bruno che ha sempre convissuto con una doppia natura di mistico studioso dalle profonde riflessioni ed uomo che ama la vita, non deve essere stato estraneo a questa vita disordinata. Anche perché le lezioni erano quelle assurde disquisizioni su temi assegnati agli studenti che non erano però su temi d'interesse o di cultura classica come Aristotele, Platone, Democrito, ... ma sui noiosi Padri della Chiesa come Girolamo, Crisostomo, Crisologo, Ambrogio, Cipriano, ... Bruno doveva annoiarsi e, osserva acutamente Verrecchia, l'intelligenza comporta dei rischi anche nella Casa di Dio, anzi lì più che altrove, visto che ci entrano solo i poveri di spirito. Così che, durante l'anno di noviziato, dopo che egli stesso aveva gettato via le immagini di tutti i santi restando legato al solo Cristo, invitava un novizio che leggeva la Historia delle sette allegrezze della Madonna a gettar via quel libro che era solo una rituale, puerile e scialba esaltazione in versi  (tanto è così che per questo motivo l'opera fu poi messa all'Indice da Clemente XI) senza dir nulla di serio ed importante e che si sarebbe imparato molto leggendo invece la Vita de Santi Padri. Questo consiglio all'amico di convento servirà per dire che Bruno aveva attentato al culto della Madonna. Mentre continuava la dissolutezza conventuale vi era la pratica di punire severamente chi rivelasse cosa accadeva all'interno delle sante mura compresi i continui omicidi proprio in San Domenico dove alcuni frati come Teofilo Caracciolo e Marco Di Gennaro più che il rosario sapevano maneggiare il pugnale e non erano i più deprecabili se la sodomia, il furto ed ogni nefandezza erano pratiche comuni. Tra il 1567 ed il 1570 furono emesse una cinquantina di sentenze, di cui ben diciotto contro conversi, chierici e sacerdoti di San Domenico Maggiore. Bruno testimonia questo in alcune sue opere come il Candelaio e afferma di essere riuscito a restarne fuori perché, come dice Verrecchia con pieno merito, nei grandi spiriti la superiorità intellettuale va sempre di pari passo con quella morale. La filosofia di Bruno si rispecchia nella sua vita e viceversa. Non a caso, mentre i superiori dell'ordine domenicano emanavano la seguente direttiva: Dobbiamo per rispetto a Dio stroncare le iniquità e i delitti e, secondo le nostre leggi e istituzioni, punirli con le pene dovute, affinché i delinquenti vengano salutarmente repressi e gli altri siano indotti da tale esempio ad astenersi dal commettere scelleratezze, a Bruno venivano concessi permessi per visite, missioni, licenze e viaggi. Egli era capace di estraniarsi e restare a scrivere e meditare per molto tempo, quasi che il resto del mondo gli sparisse. Per questo non ebbe problemi di sorta in un coacervo di delitti, di pene, di sconvenienze (non già per frati ma addirittura per banditi) impensabili (si veda Verrecchia a pag. 24 e 25) ed ipocriti silenzi perché non si sapesse nulla all'esterno. Il mondo religioso del cattolicesimo andava dissolvendosi come denunciato già da moltissimi scrittori a partire da Dante e Boccaccio. Ma Bruno era solo uno studioso ed ancora il 15 luglio 1568 ottenne il permesso scritto di recarsi a visitare i domenicani della Lombardia dove, dopo essere passato per qualche convento romano, arrivò a quello lombardo di Santa Sabina. Naturalmente non abbiamo informazioni complete sui suoi spostamenti per cui debbo riportare solo alcune cose che vari studiosi sostengono. Tra queste il fatto che probabilmente, di passaggio a Roma, fosse presentato al Papa Pio V (al quale dedicò e recitò in ebraico un'operetta andata perduta, L'arca di Noè). Proseguì gli studi, dovendo pagare per avere una celletta dove potesse studiare, che si conclusero con la laurea in teologia nel 1575 con due tesi, una su Tommaso d'Aquino e l'altra su Pietro Lombardo, e la carriera ecclesiastica che lo portò ad essere sacerdote nel 1573 a Campagna, vicino Eboli. Nel 1575, quindi, Bruno era sacerdote e teologo. Qualche dubbio si può avere sull'effettiva preparazione in teologia, anche se gli studi erano massacranti e duravano l'intero anno. Il fatto è cha agli studenti era proibito leggere i classici ed ogni autore quasi contemporaneo di grande importanza come Erasmo. Ma per altri versi sappiamo che Bruno, e credo ogni vero amante del sapere come sarà successivamente Tommaso Campanella, nonostante la stretta sorveglianza, leggeva di nascosto e di notte molte opere di autori non compresi nel corso di studi e messe all'indice tra cui filosofi, letterati e scienziati. Grande influenza su di lui ebbero Erasmo ed Ario (il mondo può rinnovarsi e ringiovanire solo se dissolve le tenebre della religione asinina di Paolo e di Cristo). La sua cultura fu definita prodigiosa perché prodigiosa era la Biblioteca di San Domenico (anche se venne fatta un'indegna opera censoria incollando le pagine dei testi proibiti). La discussione con altri studenti di queste letture lo rendono sospetto di eresia e lo fanno tenere sotto speciale controllo ma, come osserva Verrecchia, l'imprudenza è, al pari della distrazione, una caratteristica degli spiriti superiori. Il fatto è che questi spiriti credono in modo semplice che tutti gli altri siano al loro livello tanto da permettersi di discutere sperando di avere risposte e non denunce, ma evidentemente sbagliano di molto.

        Nel 1572 arrivarono a San Domenico Maggiore in visita alcuni domenicani fiorentini, tra cui Agostino da Montalcino (che Bruno dice essere lombardo). Nella discussione Montalcino disse che gli eretici erano ignoranti perché non conoscevano le Scritture oltre a non sapere disquisire come gli scolastici. Bruno scolasticamente e dall'alto delle sue conoscenze teologiche richiamando i Padri della Chiesa e Sant'Agostino obiettò. Ma alle obiezioni, tra cui la messa in dubbio della Trinità argomento tipico di Ario, questi saltarono su indignati dicendo che Bruno era un difensore degli eretici affermando addirittura che erano colti (questo è quello che raccontò Bruno ma noi ci possiamo anche mettere molto buon peso perché Bruno come mostrerà in seguito non era tenero con i caproni). Montalcino da buon domenicano corse subito a riferire tutto al Superiore, Domenico Vita, facendosi forte della testimonianza degli altri (in questa occasione fu riesumato il suo consiglio al collega studente di gettar via quel libro che parlava in quel modo stupido della Madonna). Fu perquisita la sua cella dove trovarono i libri di Erasmo. Non serviva altro per processare Bruno ed il processo iniziò a Napoli con l'invio delle carte a Roma. Chi conosceva, come Bruno, i procedimenti giudiziari inquisitori sapeva che lo avrebbero presto arrestato ed egli non avrebbe sopportato la prigione. Decise di scappare, abbandonò l'abito e, come egli stesso dice, la religione per recarsi a Roma. Era il febbraio 1576. A Roma chiese ospitalità presso i domenicani di Santa Maria sopra Minerva con la speranza di vivere tranquillo senza che nessuno venisse a sapere dei sospetti che si addensavano su di lui. Ma Roma non era da meno di Napoli, come racconta un cornista dell'epoca, il marchigiano Guido Gualtieri, in città scoppiavano frequentissimi e durissimi tumulti, con risse, furti ed ammazzamenti, con molte persone derubate poi gettate nel Tevere. Circolare per la città e pronunciare una parolina o dare uno sguardo interpretato come strano poteva essere fatale. Ed in mezzo alle bande di delinquenti non vi era solo gente sbandata di varia provenienza ma spesso preti e frati che lasciavano le chiese ed i monasteri per arrotondare le entrate. Ed il cronista dà la colpa di questo alle debolezze del vecchio Papa Gregorio XIII che si faceva condurre da suo figlio Giacomo. In mezzo a questo marasma Bruno sperava di passare inosservato. Ma da Napoli però sembra arrivasse  il suo confratello Montalcino. Il confratello finì annegato nel Tevere. Bruno, nonostante lo abbia sempre negato con energia, venne accusato del fatto e ciò lo rese di nuovo fuggiasco con abiti civili (marzo 1576). Il problema era però capire dove andare. In teoria il Sud sarebbe stato un luogo più accogliente per lui ma da poco vi era stata la strage di Valdesi a Montalto in Calabria. Essi fuggivano dal Piemonte e furono presi vicino Cosenza ed anche di recente (1561). Non era poi semplice muoversi perché vi era la peste (quella vera, molto più blanda dell'Inquisizione) ed occorreva cercare luoghi risparmiati, come la Liguria, fino ad allora fuori dal flagello. Bruno si recò a Genova povero e senza una vera meta. Da Genova passò a Novi, una specie di piccola Repubblica che godeva di grande autonomia, cercando una qualche occupazione. Le leggi ferree esistenti a Noli contro chi recasse offesa alla religione lo fecero andar via anche da lì sembra perché dava lezioni di cosmologia insegnando Copernico messo in opposizione al sistema aristotelico-tolemaico e la cosa giunse alle orecchie del Vescovo. Seguendo rapidamente i suoi spostamenti tra il 1577 ed il 1578, lo troviamo a Savona, poi a Torino. Quindi, navigando sul Po, a Venezia (un mese e mezzo) dove alle stampe stampe De' segni dei tempi (opera perduta) per guadagnare qualche soldo come egli stesso scrisse e con un minimo aiuto del confratello Remigio Nannini, poi a Padova, a Bergamo (dove rivestì l'abito talare perché gli sarebbe stato utile per trovare un giaciglio e mangiare), a Brescia, a Milano (estate 1578), a Torino. Da qui, a piedi, passò il Moncenisio e si recò al convento domenicano di Chambéry (1579). In primavera passò a Ginevra dove venne obbligato a farsi calvinista e fu ammesso all'Accademia di Ginevra dove dovette osservare rigidamente l'aristotelismo ed il calvinismo (intanto aveva dovuto deporre di nuovo l'abito talare e per mantenersi si era messo a correggere bozze). Bruno scoprì che i calvinisti erano intransigenti, duri, fanatici e sanguinari come i cattolici. Da quelle parti vi era un Venerabile Concistoro che funzionava come il Sant'Uffizio. In agosto Bruno non seppe trattenersi dall'attaccare a mezzo stampa il teologo e suo professore di filosofia Antoine De la Faye (in una lezione di quest'ultimo individuò - a seconda delle fonti - dai 20 ai 100 errori). Venne arrestato insieme al tipografo Jean Bergeon. Processato fu costretto a riconoscersi colpevole ed a sottomettersi alla pena. Appena ne fu in grado fuggì (da questo momento affermerà più volte che era meglio la Chiesa di Roma delle varie sette riformate). Prima si recò a Lione (un mese) poi a Tolosa (fine 1579) dove conseguirà un dottorato (Magister artium) e vincerà il concorso a lettore di filosofia. Insegnò pubblicamente il De Anima e privatamente dette lezioni sulla sfera e di filosofia. Nel frattempo tentò un riavvicinamento alla Chiesa. Nell'insegnamento pubblico toccò anche altri testi di fisica e matematica che lo resero sospetto. Anche a seguito di guerre civili (è l'epoca della violenta lotta tra cattolici e calvinisti ugonotti), riparò a Parigi nel 1581 (anche se il ricordo della notte di San Bartolomeo, 1572, era recentissimo) dove dette una serie di lezioni sui 30 attributi divini (con argomentazioni tratte da San Tommaso), sulla mnemotetcnica (arte antichissima ed in tempi relativamente recenti, a cavallo tra il XIII e XIV secolo, sviluppata dal maiorchino Ramon Llull o Raimondo Lullo). Le sue lezioni riscossero enorme successo come testimoniarono suoi ex allievi anni dopo e come dimostra il fatto che il cattolico Re Enrico III, figlio di una Medici, volle conoscerlo di persona (Bruno dirà di lui: magnanimo ed a buon diritto degnissimo dell'ossequio di tutti i dotti). Gli venne offerto di diventare ordinario ma egli rifiutò perché ciò, diversamente da Tolosa, avrebbe comportato l'assoggettarsi a pratiche religiose (obbligo di recarsi a tute le funzioni della religione cattolica). Accettò un semplice incarico remunerato che gli fu assegnato dal re Enrico III che in qualche modo lo faceva sentire protetto dai falchi aristotelici e scolastici che svolazzavano abbondantissimi a Parigi e gli permise di lavorare alla pubblicazione delle sue prime opere importanti che lo fecero conoscere in tutta Europa: De umbris idearum, Cantus Circaeus, De Compendiosa Architectura et complemento artis Lulli, Candelaio, Recens et completa   ars reminiscendi e scrisse: Explicatio triginta sigillorum. Ed Enrico III gli aprì anche la corte dove poté conoscere molte persone dotte, alcune delle quali veramente interessati alla conoscenza, come l'ambasciatore inglese a Londra, che lo ebbe ospite nella sua casa parigina. Questo è tutto vero ma F. Yates sottolinea il fatto che nella realtà Enrico III chiese di vedere Bruno per sapere se la sua arte della memoria era un qualcosa di lecito o era frutto di magia, anche perché qualche suo solerte consigliere gli aveva detto qualcosa in proposito ... Questa versione sembra corretta e solo si pensa che Bruno decise di andarsene da questo Paese per recarsi nell'Inghilterra illustratagli dal suo amico ambasciatore (ma sembra che egli sia stato invitato a lasciare Parigi per l'evolversi della situazione delle guerre di religione tra Francia, Olanda e Spagna e per i tumulti che avevano luogo a Parigi in relazione alle spinte che vi erano per introdurre nel Paese i decreti tridentini contro la Riforma).

        Nel 1583 Bruno passò in Inghilterra con una raccomandazione di Enrico III all'ambasciatore francese in Inghileterra, M. de Castelnan de la Mauvissière. Sembra che il suo viaggio avesse il fine di tentare una pacificazione tra Enrico III ed Elisabetta I convincendo quest'ultima dell'assenza di mire espansionistiche della Francia (qualcuno della corte inglese mise in relazione il suo viaggio con un qualche complotto in cui Bruno avrebbe avuto il ruolo di sostegno alla cattolica Maria Stuart ed ai papisti, ma queste sembrano davvero illazioni di pochissimo conto). Conobbe Gilbert, T. Digges, F. Bacon, Shakespeare (che a lui si ispirò per l' Amleto). Pubblicò l' Explicatio triginta sigillorum e il Sigillus sigillorum. Ottenne l'insegnamento ad Oxford, l'università che aveva dismesso l'abito della grande tradizione logico-scientifica per diventare una puritana sede di un aristotelismo blando e di una pedagogia umanistica. Tenne lezioni sull'immortalità dell'anima ma abbandonando San Tommaso ed introducendo proprie idee, che successivamente pubblicherà, sulle diverse dottrine astronomiche. Ebbe dispute pubbliche con i dottori di Oxford, inserendosi con le sue superiori conoscenze dei classici e con la sua superiore capacità di disputare ormai in declino in Inghilterra. Ma il suo non essere stato invitato non lo rendeva gradito,  tanto che fu amabilmente obbligato ad abbandonare le sue lezioni. Tornò a Londra a fare da segretario  all'ambasciatore di Francia. Fu di nuovo invitato a tenere delle lezioni ma fu un insuccesso in parte per il precedente ricordo, in parte per il suo piglio un poco pretesco ed un poco istrionesco, in parte per la sua cadenza napoletana, ma soprattutto perché le sue lezioni tendevano a mostrare il grande valore delle teorie copernicane. Ma vi fu un altro aspetto della questione che fu risolutivo in senso negativo. Thomas Digges, che Bruno aveva conosciuto, aveva scritto un libro, A perfit description of the Coelestiall Orbes, nel quale, per la prima volta, oltre al sostegno del sistema copernicano, compariva un cielo pieno di stelle al di là di quelle che anche per Copernico restava la sfera delle stelle fisse. Era un'apertura dell'universo che fu in seguito intravista come ispiratrice dell'infinito di Bruno. Le cose non stanno però così per almeno due motivi. Il primo è che le giustificazioni di Digges a questa apertura del mondo erano di tipo esclusivamente teologico la seconda era invece che il sistema copernicano all'interno di quelle stelle era unico e non pensato come da ripetersi per altri mondi inoltre era mantenuta la distinzione tra i due mondi quello terrestre della generazione e corruzione e quello eterno ed etereo delle stelle, elaborazioni completamente differenti da quelle di Bruno. A questo punto si inseriscono le lezioni copernicane di Bruno ad Oxford. Scrive Ricci:

Certo, il successo della Perfit Description, la familiarità che il tema dell'infinito, e quello eliocentrico, potevano sembrare aver acquistato nell'ambiente del Dudley [la massima autorità dell'Università di Oxford e consigliere della Regina, ndr], avranno incoraggiato il Nolano a dire la sua sull'argomento nel corso che gli era stato affidato a Oxford. Egli non valutò tuttavia di avere di fronte non un pubblico di "pratici" o di matematici intenditori di astronomia, o di cortigiani curiosi delle novità più recenti, ma di studenti e docenti di una università in crisi e per certi aspetti attardata, sebbene, su questo punto, non più di molte altre università europee, e che comunque coltivava pochissimo o per nulla le scienze, e sarà stato tutt'al più abituato a considerare [...] la teoria copernicana nel termini di una ipotesi matematica comparabile, non sostituibile, alla dottrina geocentrica.
È assai probabile che Bruno, invece di proporre una neutrale esposizione tecnica della teoria (sulla quale, in termini strettamente matematici, non rivelerà in seguito una competenza davvero profonda), abbia abbozzato una illustrazione, magari un po' affannosa, e non priva forse di emozione, di quel pensiero suo proprio, che, in forma meglio elaborata, ma non meno provocante, avrebbe ripresentato di lì a qualche mese nella Cena de le Ceneri. Abbot [un testimone delle lezioni di Bruno, futuro Arcivescovo di Canterbury, ndr] volle ricordare solo l'aspetto copernicano della lezione di Bruno, poiché sarà stato, come i suoi colleghi, negativamente impressionato dallo "stile di pensiero" del filosofo, che avrà presentato ai suoi uditori un Copernico già "bruniano", combinato con la teoria dell'infinità dell'universo e della unità della sostanza, e di altri aspetti della «Nolana filosofia» in formazione. Il copernicanesimo di Bruno - che faceva del "mondo" copernicano ed eliocentrico solo uno degli innumerevoli "sistemi" e "mondi" dispersi nell'infinità di un universo omogeneo di sostanza, e senza alcun vero "centro" - soffriva, per i suoi ascoltatori di Oxford, di una doppia aggravante: faceva saltare agli occhi la contradditorietà dell'infinitismo copernicano di Digges, il quale conservava nel "centro" del sistema solare il "centro", impossibile a darsi, del resto, di un universo che si pretendeva infinito e al tempo stesso gerarchicamente "qualitativo"; e così facendo dimostrava come priva di senso una versione del copernicanesimo e dell'infinitismo che si sforzava di conciliare la nuova immagine dei cieli con il vecchio cielo della teologia e della Scrittura.
La cultura protestante, a cominciare proprio da Lutero, Calvino e Melantone, aveva espresso la sua risoluta avversione per l'innovazione astronomica rappresentata da Copernico - che contraddiceva il racconto scritturale in molti punti - fin dalla prima circolazione della sua ipotesi. Il mondo della Riforma non era sfavorevole o diffidente verso l'eliocentrismo meno di quanto non lo fosse il mondo cattolico. Questo non aveva impedito che la teoria di Copernico, in quanto mera ipotesi matematica, avesse libero (e per la verità ancora assai modesto) corso nella scienza dei paesi protestanti. Ma Bruno non era un matematico, e non commentava un'ipotesi: già nelle lezioni di Oxford, e poi in modo organico e conseguente nella Cena de le Ceneri, egli avrà dato una lettura «realistica» della descrizione copernicana dei moti celesti, del tutto confliggente così con il geocentrismo scritturale, come con quello aristotelico.
Che tale davvero fosse il motivo dello "scandalo" avvertito dai dottori di Oxford, o se le ragioni di quello che sarebbe accaduto di lì a breve al Nolano fossero altre, qualche personaggio autorevole e lungimirante pensò che a quel filosofo italiano non dovesse essere permesso di proseguire il suo corso. Abbot completa il suo racconto rivelando che «un uomo grave, che occupava allora, come tuttora occupa, una posizione eminente in quella università, ebbe l'impressione di aver letto da qualche altra parte quelle stesse cose che il dottore stava esponendoci ...».

Quell'uomo tornò a casa e si ricordò andando a controllare che quelle stesse cose che raccontava Bruno a lezione erano state scritte da Marsilio Ficino nel De vita coelitus comparanda. Era una grave accusa di plagio che costrinse coloro che gestivano quei corsi a chiedere a Bruno che lasciasse le sue lezioni.

 

        Chiuso l'incidente comunque Bruno continuò ad avere rapporti con Elisabetta I che da una parte apprezzava Bruno e dall'altra temeva la sua modernità. Dice Yates che Bruno scrisse in Inghilterra cose che non sarebbero mai state permesse ad un inglese e conclude che ciò doveva derivare dalla sua immunità diplomatica che sarebbe nata da accordi tra Enrico III e la Regina. Ma la studiosa di Bruno non esclude che egli fosse giunto a Londra come omaggio all'Inghilterra di un mago errante, un singolarissimo missionario. Tra l'altro l'ambasciatore inglese a Parigi lo presentava per lettera come gran professore di filosofia ma anche uno con una religione che non posso approvare in alcun modo. Sembra possibile che un uomo, uno studioso italiano come Bruno, fosse in grado di muoversi in giro per l'Europa con tanta autorità e con tanta paura esercitata su chi aveva a che fare con lui, anche se ai massimi livelli del potere ? Inoltre: sembra possibile che lo spostarsi per l'Europa dovesse significare o l'aderire a questa o quella religione o morire di qualche orrore o di qua o di là ? Non ci si rende conto della bestialità che è la religione, qualunque religione ? Ritornerò su ciò sul momento di massima evoluzione della civiltà europea e mondiale che è la Rivoluzione Francese. Ora torno sulle vicende di Bruno accelerando molto per arrivare a trattare le vicende processuali.

        Sempre a Londra, nel 1584 scrisse e pubblicò i dialoghi italiani: La cena delle Ceneri, De la causa principio et uno, De l'infinito universo et mondi, Spaccio de la bestia trionfante. Nel 1585 scrisse e pubblicò: Cabala del cavallo pegaseo, De l'asino cillenico, Gli eroici furori (che vide la luce quando già Bruno aveva lasciato Londra). Ad ottobre accompagnò in Francia l'ambasciatore de la Mauvissière. Durante il tragitto vennero rapinati e Bruno perse vari manoscritti. Giunsero a Parigi nel mezzo di profondi rivolgimenti con assassinii, scomuniche e tentativi di colpi di Stato dietro cui vi era la Chiesa di Sisto V. Enrico III si oppose alla politica papale di chiusura completa agli ugonotti ed il Papa iniziò una serie di ritorsioni che arrivarono alla rottura delle relazioni diplomatiche e che spinsero la Francia alla ottava guerra di religione (1585). Questi cambiamenti avevano fatto decadere l'ambasciatore e Bruno non aveva più riferimenti in una situazione in cui Enrico III era diventato un ostaggio in mano ai suoi nemici. In questo frangente, tramite l'ex ambasciatore spagnolo a Londra don Bernardin Mendoza conosciuto in quella città, furono ripresi dei contatti con il nunzio papale in Francia, il vescovo di Bergamo Girolamo Ragazzoni. Bruno avrebbe desiderato che gli fosse tolta la scomunica per apostasia (era una scomunica automatica per ragioni disciplinari) ma non voleva tornare ad essere domenicano. Era un'epoca in cui, soprattutto in Francia, erano concessi dalla Chiesa moltissimi perdoni ma il caso di Bruno era molto meno grave ma diverso da tutti gli altri. Non vi fu nulla da fare: il suo caso poteva essere discusso solo se rientrava tra i domenicani. Anche i tentativi che fece per rientrare a corte non davano esito. Annunciò un'opera che non c'è mai pervenuta, Arbor philosophorum, di lavorare su una sorta di sunto dell'opera di Aristotele (mai pervenuto), di spiegare in modo esaustivo l'opera di Llull. Sostenne accese discussioni al Collegio di Cambrai. Nel 1586, ancora a Parigi, pubblicò: Figuratio Aristotelici physici auditus, Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina adinventione …" (e poiché il Mordente si arrabbiò scrisse) Idiota triumphans e De somnii interpretatione. Alla fine di maggio attaccò duramente Aristotele nei Centum et viginti articuli de Mundo et Natura adversus Peripateticos. La polemica cresceva ed egli dovette andarsene dirigendosi verso la Germania. Prima a Marburgo dove gli negarono la possibilità di insegnare filosofia poiché era dottore in teologia romana. Sentendosi non libero passò a Magonza (12 giorni). Infine, in agosto, a Wittenberg ottenne l'immatricolazione all'Università come "Doctor Italus". Era tornato libero e questo periodo risultò il migliore della sua vita. Tra il 1586 ed il 1588 scrisse: De lampade combinatoria lulliana, De progressu et lampada venatoria logicorum, Lampas triginta  statuarum, Animadversiones circa Lampadem lullianam (queste ultime due solo manoscritte), Camoracensis Acrotismus, Libri Physicorum Aristotelis explanati, Artificium perorandi (pubblicato postumo nel 1612 a nome Alstedt), Oratio valedictoria (congedo dai colleghi ed alunni di Wittenberg). Poiché i calvinisti avevano assunto a Wittenberg il controllo degli affari religiosi Bruno se ne andò a Praga dove, nel 1588, pubblicò: De specierum scrutinio et lampade combinatoria Raymondi Lulli (con dedica all'ambasciatore di Spagna), Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos (dedicato a Rodolfo II). In questo anno si mostrò indignato per la prefazione che A. Osiander aveva fatto all'opera di Copernico. Ad ottobre si recò presso l'Accademia di Helmstädt (Granducato di Brunswick) per declamare un'orazione funebre in onore del Granduca morto e ritenuto eretico: Oratio consolatoria (nell'opera vi è un duro attacco al clero). Restò circa un anno e mezzo ad Helmstädt (tra il 1588 ed il 1590, dove scrisse: De magia et theses de Magia, De magia mathematica, De principis rerum, elementis et causis, Medicina lulliana (alcune di queste opere rimaste manoscritte). Anche qui nacquero problemi religiosi. L'autorità evangelica dello stato lo scomunicò e dovette andarsene (Bruno era stato scomunicato dalla Chiesa cattolica, da quella calvinista e da quella luterana !). Si recò a Francoforte (luglio 1590) per stampare i poemi latini con l'editore Wechel. Nell'inverno si recò a Zurigo dove scrisse Summa terminorum metaphysicorum (pubblicata con il nome di un suo allievo, Raffaele Egli, nel 1595). Nel 1595, a Francoforte, pubblicò: De monade numero et figura, De triplici minimo et mensura, De innumerabilibus, immenso et infigurabili, De imaginum, signorum ed idearum compositione, De vinculis in genere. Fu qui che, probabilmente, si cominciò a convincere di tornare in Italia a seguito del fatto che Clemente VIII aveva dato una cattedra alla Sapienza al filosofo della natura Francesco Patrizi. In agosto accettò l'invito del ricco mercante veneziano Giovanni Mocenigo a recarsi a Venezia (che risultava essere una Repubblica non condizionabile da Roma, anche se già vi era stato il caso Algerio) per essere suo maestro nell'arte della memoria. Inizialmente risiedette a Padova (autunno) dove scrisse Praelectiones geometricae e Ars reformationum  e dette lezioni a dei tedeschi che in cambio lo aiutarono nelle trascrizioni. All'inizio dell'inverno si installò a Casa Mocenigo a Venezia dove elaborò gli ultimi scritti che non vedranno mai la luce.

        Nel 1592 Bruno annusò il pericolo ed espresse il desiderio di tornare a Francoforte per rivedere alcune sue opere. Mocenigo si sentì defraudato per non aver appreso nulla, lo sequestrò in casa e lo denunciò al Tribunale veneziano dell'Inquisizione (23 maggio) per aver sostenuto varie eresie. In questo anno anche Galileo si trovava a Padova ma non si sa se vi sia mai stato un incontro tra i due. Bruno subì un processo e sembrava volesse chiedere perdono al Tribunale veneziano in cambio dell'immunità che lo stesso Tribunale sembrava disposta a dare. A luglio il Tribunale dell'Inquisizione di Roma chiese la sua estradizione. Venezia sembrò volesse resistere ma poi cedette sotto i soliti ricatti ed in cambio di benefici concessi alla città da Papa Clemente VIII. Il 27 febbraio del 1593 Bruno entrò nel carcere dell'Inquisizione romana.

 

        Era necessario riassumere (perché di questo si tratta) le tappe degli spostamenti di Bruno per far comprendere i travagli di questo ex frate che fu perseguitato dalle religioni per tutta la vita. Anche la sua immensa opera, dalla quale mancano gli scritti veneziani, quelli della maturità, meriterebbe una discussione che non è qui il caso di dare e per la quale rimando ad altro lavoro. Egli stesso scriverà negli ultimi suoi anni di libertà che quando si mette la tonaca ed il primo bottone è abbottonato male, tutti gli altri non potranno mai andare al loro posto. Nei paragrafi seguenti tenterò di raccontare il Processo a Bruno riprendendo alcune cose di quello veneziano (dai cui documenti ed interrogatori, tra l'altro, provengono molte informazioni sulla vita di Bruno che ho riportato).

 

IL PROCESSO A GIORDANO BRUNO

 

Premessa relativa ai documenti

        Fino al 1592 (processo di Venezia) si ha la documentazione pressocché integrale di tutti gli atti, conservata presso l'Archivio dei Frari. Con l'estradizione a Roma si perde ogni documento certo e completo. I primi documenti vengono alla luce nel breve periodo della Repubblica Romana (1849) quando il bibliofilo Giacomo Manzoni, entrato con un "commando" negli Archivi Segreti vaticani, riuscì a prendere nota di alcuni atti ivi conservati. Queste note passarono a Domenico Berti che risultò il primo biografo moderno di Bruno (1868 - 1889). Altri documenti furono resi noti da Spampanato nel 1924. Finalmente nel 1942 la Curia di Roma fece uscire un Sommario del processo di Giordano Bruno a cura del Cardinale Mercati. In questo Sommario i "verbali" sono numerati. Esso inizia con i "costituti" 9 - 11 che sono le 3 lettere di denuncia di Mocenigo (2 facciate l'una). Non sappiamo cosa vi fosse nelle prime 16 facciate. Prosegue con le "carte" dalla 34 alla 57. Non sappiamo nulla delle 44 facciate mancanti. Inoltre la carta 55 ha solo il titolo: Lista librorum Fratris Iordani e manca l'elenco dei libri e dei manoscritti che gli furono sequestrati a Venezia, le opere della maturità. Si passa quindi alla carta 83. Non sappiamo nulla delle 52 facciate mancanti.

         Siamo al 1593 ed a questo punto del Processo, contro Bruno vi era il solo teste Mocenigo (oltre alle sue opere) e l'intero processo romano era da qualche mese in uno stato di stallo facendo addirittura sperare in una soluzione favorevole per le buone difese ed il pentimento mostrato dell'imputato. Nell'estate del 1593 arrivò all'Inquisitore veneto la denuncia di un ex compagno di cella di Bruno (il cappuccino Celestino da Verona), ed ancora in carcere a Venezia, in cui si aggiungevano ai 29 capi di imputazione denunciati da Mocenigo altri 13, 10 dei quali nuovi. Si tratta delle carte 84 - 85r che nel Processo occuparono le carte 85v - 86v. Mancano la 87r, la 87v, la 88r. E da questo punto fino alla carta 295 è uno stillicidio di documenti mancanti. Risultano solo i documenti di testimonianze contro, di violazioni di censure riscontrate sui libri di Bruno, di atti formali (convocazione di Bruno, ritorno in prigione, …) e qualche difesa sui punti più deboli delle accuse che gli venivano mosse.

         È interessante leggere cosa dice il Cardinale Mercati sulle vicende dei documenti processuali riguardanti Bruno:

-  già nel 1849, secondo il Cardinale, non vi erano negli Archivi Segreti altri documenti sul processo altrimenti "gli astiosissimi ed ignoranti anticlericali li avrebbero trovati";

-   i documenti si persero tra il 1815 ed il 1817 quando da Parigi, dove li aveva trasferiti Napoleone nel 1810, si stavano riportando a Roma;

-   Marino Marini, all'epoca prefetto degli Archivi, ritenne inutili tutti i documenti dei processi del Santo Uffizio e ne autorizzò la distruzione, previa autorizzazione del Cardinale Consalvi che, in quel momento era "distratto". I resti di quella carta furono venduti a Parigi ad una fabbrica di cartoni per 4300 franchi;

-   "fortunatamente è stato testè (1940) rinvenuto una specie di sommario di tutto il processo";

-   Marini ebbe a dire, quando si concluse la Repubblica Romana, "gli Archivi conservano attualmente il loro stato d'integrità che vantavano prima di queste luttuose vicende". È interessante notare che nessun cenno fa il Marini ai traslochi napoleonici.

         A tutt'oggi, anno 2010, i documenti di questo e di altri processi dell'Inquisizione, insieme al cumulo di materiale manoscritto sequestrato, giace in quegli Archivi Segreti senza alcuna possibilità per gli storici di poterli consultare. Vi è anche un'aggravante: come nei peggiori servizi segreti del mondo di tanto in tanto viene fatto filtrare qualche documento che in date circostanze serve a sostenere una qualche tesi utile al Vaticano (si vedano i documenti usciti e fatti avere a Pietro Redondi, che ci scrisse un libro, Galileo Eretico, Einaudi 1983, secondo i quali la condanna di Galileo non fu per le sue posizioni copernicane ma per questioni teologiche).

Cronologia delle fasi processuali di Bruno (tratta da Ciliberto)

1592

23 maggio Il Mocenigo presenta agli Inquisitori veneti una denuncia per eresia contro Bruno(3), che viene arrestato la sera stessa e condotto nelle carceri di S. Domenico di Castello. Nei giorni seguenti viene interrogato.

26 maggio-23 giugno Nel corso dei costituti veneti, Bruno sviluppa la linea difensiva, mantenuta per tutto il corso del processo, osservando che, nelle proprie opere, ha sempre «diffinito filosoficamente e secondo il principio e lume naturale, non avendo riguardo principale a quello che secondo la fede deve essere tenuto (...)».

30 luglio Bruno si dichiara pentito, e, in ginocchio, chiede perdono al tribunale e a Dio (ultimo costituto veneto). Subito dopo gli Inquisitori veneti inviano copia integrale del processo a Giulio Santoro, cardinale di S. Severina e inquisitore supremo in Roma (da un documento, pubblicato nel 1959, risulta che, ancor prima dell'ultimo costituto, l'Inquisizione di Roma si era interessata del processo, allo scopo di ottenere il trasferimento di Bruno a Roma).

12 settembre Il cardinale di S. Severina chiede formalmente al tribunale veneto l'avocazione della causa al tribunale centrale.

17 settembre I giudici, accettando la richiesta di Roma, inoltrano la pratica alle autorità veneziane.

Ottobre-dicembre In questi mesi vengono condotte lunghe e laboriose trattative tra gli inquisitori romani - che, anche tramite il nunzio apostolico Ludovico Taverna, insistono affinché l'imputato sia trasferito a Roma - e le autorità venete, tendenzialmente sfavorevoli a tali richieste.

1593

9 gennaio All'ambasciatore veneziano a Roma, Paolo Paruta, viene comunicato il parere favorevole del Senato al trasferimento di Bruno.

19 febbraio-27 febbraio Esce dal carcere veneziano e viene condotto a Roma, nelle carceri del S. Uffizio. Per alcuni mesi il processo rimane in sospeso.

Estate Vengono presentati contro l'imputato nuovi e più gravi capi d'accusa, che emergono dalle deposizioni di fra' Celestino da Verona, suo compagno nel carcere veneziano.

Fine 1593
Dopo l'esame delle deposizioni di fra' Celestino e di altri carcerati veneziani, gli inquisitori procedono ad interrogare Bruno, che mantiene la linea difensiva adottata a Venezia.

1594


Gennaio-marzo A Venezia, vengono nuovamente interrogati i testimoni a carico dell'imputato, la cui posizione risulta notevolmente compromessa.

Maggio Tra il maggio del 1594 e gli inizi dell'anno successivo, vengono rinchiusi nello stesso carcere romano del S. Uffizio Tommaso Campanella, Francesco Pucci, Cola Antonio Stigliola. «Ciò aiuta a spiegare l'apparente disinteresse degli inquisitori per la causa bruniana in quel periodo ed oltre» (Aquilecchia).

20 dicembre Presenta un memoriale difensivo, che non ci è pervenuto.

1596

18 settembre La Congregazione del S. Offizio stabilisce che una commissione di teologi esamini le opere bruniane per individuare le proposizioni eretiche, che dovranno essere allegate al processo.

16 dicembre Si dispone che l'imputato sia al più presto interrogato riguardo alle proposizioni censurate.

1597

24 marzo Viene esortato ad abbandonare la sua teoria relativa alla pluralità dei mondi. Si stabilisce, inoltre, che l'imputato sia interrogato «stricte», probabilmente con applicazione della tortura. Nel corso dell'anno, Bruno risponde, forse oralmente, alle censure. [In quest'anno viene nominato Consultore del Sant'Uffizio il gesuita Roberto Bellarmino].

1598

13 aprile-19 dicembre La causa è sospesa per l'assenza da Roma di Clemente VIII.

1599

12 gennaio Su istanza del cardinale Roberto Bellarmino [dal 3 marzo], vengono sottoposte a Bruno otto proposizioni eretiche da abiurare.

15 febbraio Si dichiara disposto all'abiura incondizionata (20° costituto).

18 febbraio Consegna alla Congregazione un altro suo memoriale.

5 aprile Presenta una nuova scrittura autografa, in cui, pur dichiarandosi disposto a riconoscere i propri errori, manifesta qualche esitazione riguardo alla prima e alla settima delle proposizioni da abiurare.

9 settembre Nel corso della seduta conclusiva del tribunale, i sei consultori, ritenendo accertate colpe specifiche di Bruno, si dichiarano favorevoli all'applicazione della tortura, in assenza della prova giuridica della sua colpevolezza. Clemente VIII non concede la sua approvazione e stabilisce che sia intimata all'imputato l'abiura degli errori non contestabili.

10 settembre Nel 21° costituto, conferma di essere pronto ad abiurare.

16 settembre Viene letto un suo memoriale, indirizzato al papa, in cui sono rimesse in discussione le proposizioni censurate.

21 dicembre Nell'ultimo costituto - è il 22° - Bruno dichiara di non essere disposto a ritrattare perché non ha di che pentirsi. 

I capi d'imputazioni noti

        Come ho detto Mocenigo fu il primo a denunciare Bruno e dalle accuse di Mocenigo vennero fuori vari capi d'imputazione. Altri testimoni, successivamente, aggiunsero altre denunce dalle quali si ricavarono ulteriori capi d'imputazione. In definitiva i capi d'imputazione noti sono:

1 - nega la transustanziazione del pane in Carne ed il valore della Messa.

2 - nega la Trinità aderendo al subordinazionismo di Ario.

3 - nega la verginità di Maria.

4 - nega la divinità di Cristo.

5 - nega il culto dei santi.

6 - afferma che Cristo peccò quando, pregando nell'orto, rifiutava la volontà del Padre.

7 - afferma che Cristo non fu crocifisso ma impiccato.

8 - nega l'inferno e le pene eterne poiché tutti si salveranno.

9 - afferma che Caino fece bene ad uccidere Abele in quanto carnefice di animali.

10 - nega i profeti che sono solo degli astuti profittatori.

11 - afferma che Mosè era un mago più bravo di quelli del faraone e che finse il Sinai e che le tavole della legge le costruì lui.

12 - nega i dogmi della Chiesa.

13 - afferma di essere un bestemmiatore blasfemo.

14 - afferma che se sarà costretto a tornare frate manderà all'aria il monastero.

15 - afferma di avere opinioni avverse alla Santa Fede ed ai suoi ministri.

16 - afferma di credere nella trasmigrazione delle anime.

17 - afferma di occuparsi di arte divinatoria e magica.

18 - afferma di indulgere al peccato della carne.

19 - ha soggiornato in Paesi eretici vivendo alla loro guisa.

20 - ha parlato con spregio del Breviario.

21 - afferma disprezzo per le reliquie.

22 - afferma la stupidità del culto delle immagini.

23 - nega l'adorazione dei Magi.

24 - ha irriso il Papa.

25 - afferma l'esistenza di più mondi e la loro eternità ed è un convinto copernicano.

26 - nega l'incarnazione.

27 - afferma che l'uomo si genera dalla decomposizione organica.

28 - nega l'utilità della penitenza.

29 - afferma che Dio ha tanto bisogno del mondo quanto il mondo di Dio.

A questi capi di imputazione occorre aggiungere svariate censure a brani tratti dalle sue opere. Tra queste censure quella che più bruciava venne letta a Bruno nel settembre del 1599 e riguardava la sua opera Spaccio delle bestia trionfante interamente dedicata alle vergogne della Chiesa e del Papa. Per togliere i mali dal mondo occorre espellere da esso la "bestia trionfante" e la sua "santa asinità" (la Chiesa ed il Papa).

I testimoni

        Fino al 1593 vi era la sola denuncia di Mocenigo all'Inquisizione di Venezia. Mocenigo era un arricchito profondamente ignorante che sperava nel fatto che Bruno facesse il miracolo di istruirlo. Inoltre egli voleva essere edotto sulle arti magiche e più volte Bruno gli disse che lui si occupava di "magie lecite" (quella divina, quella naturale e quella matematica) e non di "magie illecite" (quella nera).

        Seguì poi la testimonianza di vari eretici (definiti dalla stessa Inquisizione "scomunicati ed infami, criminosi ed eretici") ex compagni di cella di Bruno a Venezia. A questi testi era stata promessa, poi non mantenuta, la salvezza dal rogo o dal carcere a vita. Li ricordo:

-  Fra Celestino da Verona (aggiunse a quelli di Mocenigo 10 capi d'imputazione mentre tre erano già stati formulati dallo stesso Mocenigo) fu giustiziato con il rogo a Roma il 16 settembre 1599, meno di tre mesi dopo la sua testimonianza e cinque mesi prima del rogo di Bruno (4)

-    Fra Giulio da Salò, frate carmelitano

-    il falegname Francesco Vaia

-    un tal Matteo de Silvestris di Orio ( aggiunse 1 capo d'imputazione)

-   un tal Francesco Graziano insegnante di Udine ( aggiunse 1 capo d'imputazione, la riprovazione del culto delle immagini e delle reliquie: «Non haveva alcuna divotione alle reliquie de' santi, perché si poteva pigliare un braccio di un impiccato fingendo che fosse di santo Hermaiora, e che se le reliquie, che buttò per il fiume e per il mare il re d'Inghilterra fossero state vere havriano fatto miracoli, et in questo proposito ragionava burlando»).

      Dal Sommario mancano le pagine delle eventuali testimonianze degli altri compagni di cella: Fra Silvio da Chioggia, Fra Serafino d' Acquasparta, Francesco Ieronimioni.

      Secondo Firpo lo stesso Sommario rappresenta un fase arretrata del processo. Sono le censure che nascono dalla lettura delle sue opere quelle che debbono aver avuto più grande importanza nella sua condanna (questo risulta da un importante documento del 9/9/1599). Questo aspetto non viene discusso nel Sommario e fu proprio su queste censure che Bruno si mostrò inflessibile contrariamente a quanto aveva mostrato riguardo alle questioni di fede.

      La questione copernicana, come discuterò più oltre, doveva essere questione di rilievo e nel Sommario non vi è traccia di essa. Una maliziosa interpretazione potrebbe essere quella che il Cardinale Mercati abbia voluto sbarazzarsi nel 1941 di una imbarazzante continuità tra Copernico, Bruno e Galileo.

La condanna ed il rogo 

       Bruno, isolato in carcere, il 20 dicembre 1594 presenta un memoriale a propria discolpa. Intanto viene sottoposto a continue torture. Nel 1596 vengono proibite tutte le sue opere. Nel 1599 stette sul punto di cedere ma poi dichiarò di non avere di che pentirsi e sfidò ad una discussione qualsiasi filosofo scolastico.

       Il 20 gennaio 1600, nell'anno di Giubileo eccezionale con Roma piena di pellegrini ansiosi di vedere lo spettacolo, il Papa Clemente VIII decise di consegnare Bruno al braccio secolare. L'8 febbraio, nel palazzo del Cardinale Madruzzi lo si degradò da sacerdote (!) e gli si comunicò la condanna. Essa venne anche affissa per le strade di Roma: 

DI ROMA, LI 12 FEBBRAIO 1600 SABBATO

Avviso di Roma

    Hoggi credevamo vedere una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un domenichino di Nola, heretico ostinatissimo, che mercoledì, in casa del cardinale Madrucci sententiarono come auttor di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, non ostante che ogni giorno vadano teologhi da lui. Questi frati dicono sia stato due anni in Genevra; poi passò a legere nello Studio di Tolosa, et poi in Lione, et di là in Inghilterra, dove dicono non piacessono punto le sue opinioni; et però se ne passò in Norimbergh, et di là venendosene in Italia, fu acchiappato; et dicono in Germania habbia più volte disputato col cardinal Belarmino. Et in somma il meschio, s'iddio non l'aiuta, vuol morir ostinato et essere abbruggiato vivo.

        Mentre questa condanna veniva pronunciata Bruno disse avete più paura voi ad emanare questa sentenza che non io nel riceverla. Il giovedì 17 febbraio  nel Carcere di Tor di Nona gli viene conficcato un chiodo ricurvo nella lingua collegato ad una striscia di cuoio perché non possa più parlare (la mordacchia); poi fu condotto in Campo de' Fiori. Quivi spogliato e legato fu bruciato vivo. Un fanatico del tempo, l'ex riformato Kaspar Schopp, collaboratore di Bellarmino, racconta: condotto al rogo, quando gli fu mostrata l'immagine del crocifisso, torvamente la respinse.  

        Dal Giornale dell'Arciconfraternita di San Giovanni Decollato in Roma (Roma 16-17 febbraio 1600) si leggono queste parole:

    "Giovedi a dì 16 detto. A hore 2 di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dove far giustizia di un impenitente; et però alle 6 hore di notte radunati i confortatori e capellano in Sant'Orsola, et andati alla carcere di Torre di Nona, entrati nella nostra cappella e fatte le solite orazioni, ci fu consegnato l'infrascritto a morte condennato, cioè: Giordano del quodam Giovanni Bruni frate apostata da Nola di Regno, eretico impenitente. Il quale esortato da' nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di San Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di San Girolamo, i quali con molto affetto et con molta dottrina mostrandoli l'error suo, finalmente stette sempre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l'intelletto con mille errori e vanità. E tanto perseverò nella sua ostinatione, che da' ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, acompagniato sempre dalla nostrra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l'ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita".

        Tutte le opere di Bruno edite e sequestrate furono distrutte e bruciate in un gran falò in piazza San Pietro. A parte una ristampa dei Poemi latini (1614), le sue opere iniziarono ad essere ristampate e tradotte a partire dalla fine del '700. In Italia alla fine del 1800 le latine ed agli inizi del 1900 le italiane (a cura di Giovanni Gentile).

Giordano Bruno

        Non posso terminare con il Processo a Giordano Bruno senza aggiungere alcune brevissime considerazioni. C'è chi sostiene che il processo è stato giusto secondo le leggi. Sarà probabilmente così ma non credo che i processi fascisti o nazisti non fossero giusti. Il problema è capire a quale giustizia uno si riferisce. Ed a noi ce lo spiega il cardinale Mercati, quello che  ha messo insieme ciò che serviva di farci conoscere dagli Archivi Vaticani. Diceva il cardinale che basti riconoscere alla Chiesa facoltà di legiferare nel suo campo con sanzioni [...] che rispondono alle concezioni ed agli usi dei tempi. Certamente, e chi lo impedisce ? Si sta dicendo che relativamente a quel tempo le cose andavano così. Sarà d'accordo Benedetto XVI, perché qui si fa del becero relativismo ? Oppure il relativismo è una pietra da scagliare agli altri ed utilizzarla a proprio uso e consumo ? Come la difesa della vita. Come ? Quando ? Perché ? ... qui il problema è essere relativisti per scaricarsi la coscienza e tentare da qualche parte di dire che l'Inquisizione era una bestialità che colpiva ammazzando per meri reati di pensiero. Ma la Chiesa non ha mai condannato quell'infinito crimine che ha realizzato per secoli e secoli. Ci ha fatto il piacere di FARE FINTA di riabilitare (sic!) Galileo. E basta.

 

TOMMASO CAMPANELLA

 

        Giovanni Domenico Campanella nacque nel 1568 in un paesino della Calabria, Stilo, da famiglia molto povera ed analfabeta. Per i miserabili l'unico modo di studiare ed uscire dalla miseria era andare in convento e fu così che Giovanni Domenico, a 13 anni, entrò nel convento domenicano di Placanica per poter studiare. A 15 anni divenne novizio assumendo il nome di Tommaso, continuò gli studi prima a Nicastro quindi, nel 1588, a Cosenza dove iniziò a studiare Teologia. Purtroppo per lui si imbatte qui nel De rerum natura iuxta propria principia di Bernardino Telesio, il filosofo della natura, il primo dei moderni pensatori rinascimentali. Tommaso scoprì un mondo impensabile, del tutto differente da quello descritto dall'imperante Aristotele come raccontato da Tommaso d'Aquino. Il mondo fisico può essere descritto in modo naturalistico, è possibile studiarlo in modo libero e razionale, toccando e pensando, senza ottusi sillogismi che sono pura metafisica. Proprio in quel 1588 Telesio moriva a Cosenza e Campanella rese omaggio a quella grande persona con un carme latino che appese alla sua bara. Ma i domenicani erano delle carogne che non smettevano mai di osservarti ed in quella occasione punirono il giovane Tommaso per quella sua azione nei riguardi di uno che snobbava Tommaso d'Aquino. Fu mandato in isolamento nel piccolo monastero di Altomonte perché meditasse sulle sue male azioni (sic!). Purtroppo, questa volta per i domenicani, anche lì Tommaso trovò libri da leggere tra cui opere di Marsilio Ficino. Nella sua opera del 1632 Syntagma de libris propriis et recta ratione studendi Campanella scrisse di sé che «essendo inquieto, perché mi sembrava una verità non sincera, o piuttosto falsità in luogo della verità rimanere nel Peripato, esaminai tutti i commentatori d'Aristotele, i greci, i latini e gli arabi; e cominciai a dubitare ancor più dei loro dogmi, e perciò volli indagare se le cose ch'essi dicevano fossero nella natura, che io avevo imparato dalle dottrine dei sapienti essere il vero codice di Dio. E poiché i miei maestri non potevano rispondere alle miei obiezioni contro i loro insegnamenti, decisi di leggere da me tutti i libri di Platone, di Plinio. di Galeno, degli stoici, dei seguaci di Democrito e principalmente i Telesiani, e metterli a confronto con il primo codice del mondo per sapere, attraverso l'originale e autografo, quanto le copie contenessero di vero o di falso». Questa sua autonoma formazione gli servì per scrivere, in sei mesi, il suo primo lavoro di ispirazione telesiana con un sottofondo ficiniano e platonico, la Philosophia sensibus demonstrata, nel quale parlò del modo di conoscere la natura come in Telesio attraverso i sensi e non attraverso  libri ma con la correzione ficiniana secondo cui l'ordine della natura è di derivazione divina «chi regola la natura è quel glorioso Iddio, sapientissimo artefice, che ha provveduto in modo da non reprimere le forze della natura, nella quale tuttavia agisce con misura». Ma Tommaso era isolato in un convento e quel libro l'avrebbe letto solo qualche suo confratello. Decise di andare via, a Napoli, per farlo conoscere. Se ne andò senza chiedere permesso anche se non abbandonò gli abiti ed a Napoli, vivendo fuori da conventi ed ospite di un suo ex discepolo, Mario Del Tufo marchese di Ravello, pubblicò il suo libro (1591), conobbe la più varia umanità (anche ricchi e scienziati), frequentò il circolo di Giambattista della Porta in cui si discutevano e studiavano questioni magiche ed alchemiche. In questi due intensi anni scrisse varie opere, molte delle quali andate perdute, tra le quali due ce ne ricorda lo stesso Campanella, «l'una del senso, l'altra della investigazione delle cose. A scrivere il libro De sensu rerum mi spinse una disputa avuta prima in pubblico, poi in privato con Giovanni Battista della Porta, lo stesso che scrisse la Fisiognomica, il quale sosteneva che della simpatia e dell'antipatia non si può rendere ragione; disputa con lui avuta appunto quando esaminavamo insieme il suo libro già stampato. Scrissi poi il De investigatione rerum [libro andato perduto, ndr],  perché mi pareva che i peripatetici ed i platonici portassero i giovani per una via larga ma non diritta alla ricerca della verità».

        Intanto la pubblicazione del primo libro era arrivata ai superiori domenicani del suo convento in Calabria. Tutto era nella completa ortodossia anche se si metteva in  discussione la scolastica e quindi il tomismo. In questi frangenti vi sono sempre i più bravi, che sono poi i più sciocchi. Vi fu infatti chi individuò nel lavoro una sua frase irriguardosa verso le scomuniche e lo attaccò ben sapendo che ormai Campanella era persona coltissima. Doveva esservi un qualche trucco. E qual era ? Beh, certamente il povero Campanella doveva avere un piccolo diavolo che lo assisteva suggerendogli ogni volta la giusta risposta a d ogni quesito e questo diavolo custode era alloggiato sotto l'unghia di un dito mignolo. Bastarono queste sciocchezze per farlo arrestare e processare con l'accusa di pratiche demoniache. La domanda alla quale doveva rispondere era principalmente la seguente: «Come sa di lettere costui se non le ha studiate ?». E Campanella che già conosceva bene l'uso della lingua, oltre agli scritti di San Girolamo che aveva usato analoga espressione, rispose: «Io ho consumato più d'olio che voi di vino». Con chiaro riferimento all'olio da lucerna per gli incessanti studi notturni. Nell'agosto del 1592 fu comunque riconosciuto non colpevole e poiché aveva già fatto un anno di carcere fu condannato a dire preghiere ed ebbe l'ordine di tornarsene al convento.

        Ma ormai Campanella aveva conosciuto un mondo tutto differente da quello nel quale aveva trascorso la sua gioventù e non aveva alcuna intenzione di ritornare in quella caverna. Non ubbidì all'ordine ed il 2 ottobre fuggì verso Roma e Firenze. Aveva una raccomandazione del padre provinciale di Calabria, fra Giovanni Battista da Polistena, per il Granduca di Toscana che parlava di lui come di persona sapientissima (mostro di natura) nonostante avesse solo 24 anni. Sperava di ottenere un posto di docente allo Studio di Pisa o Siena. In Toscana venne ricevuto ma non ottenne nulla perché il Granduca si consigliò con il Cardinale Del Monte che dette parere negativo perché l'inquisitore fra Vincenzo da Montesanto gli aveva riferito che del Campanella «si rivedono molti libri pieni [...] di leggerezza e vanitade, e [...] ancora non sono chiari se vi sia cosa che appartenghi alla religione». Campanella se ne andò da Firenze diretto a Padova passando per Bologna ma l'Inquisizione lo fece seguire da due frati che, ad un certo punto, lo assalirono per derubarlo dei suoi scritti al fine di andare a trovare eresie. Campanella riscrisse tutto ampliando ed arricchendo. A Padova, ospite del convento di Sant'Agostino(5), si iscrisse a medicina come se fosse uno studente spagnolo. Studiò a fondo da poverissimo che si sostentava come poteva dando lezioni private. In questa situazione disperata scrisse vari lavori: Fisica, Retorica, Del governo ecclesiastico. Fatto notevole è che, a Padova nel 1592, Campanella conobbe il giovane professore Galileo con il quale restò amico per tutta la vita. Ma l'anche lui giovane Campanella era ormai sotto l'occhio dell'Inquisizione che non perdonava. Nel 1593 fu accusato di aver avuto una disputa scolastica con un ebreo prima convertito al cattolicesimo e poi riconvertito all'ebraismo (sembra si tratti di un certo Ottavio Longo da Barletta, anch'egli arrestato a Padova, insieme all'altro giudaizzante Giovanni Battista Clario di Udine). Avrebbe dovuto denunciare la cosa all'Inquisizione e non lo fece. Quindi era colpevole e per tale reato sul finire del 1593 fu arrestato e messo nelle carceri del Sant'Uffizio. Le accuse furono una sfilza così riassunte:

  • aver scritto l'opuscolo De tribus impostoribus - Mosè, Gesù e Maometto - diretto contro le tre religioni monoteiste, libro a noi sconosciuto che sarebbe stato scritto ben prima della nascita di Campanella;
  • sostenere le opinioni atee di Democrito, evidentemente un'accusa tratta dall'esame del suo scritto De sensu rerum et magia, rubatogli a Bologna;
  • essere oppositore della dottrina e dell'istituzione della Chiesa;
  • essere eretico;
  • aver disputato su questioni di fede con un giudaizzante, forse condividendone le tesi, e di non averlo comunque denunciato;
  • aver scritto un sonetto contro Cristo, il cui autore sarebbe stato però, secondo Campanella, Pietro Aretino;
  • possedere un libro di geomanzia [un'arte divinatoria, ndr], che in effetti gli fu sequestrato al momento dell'arresto.

        Il primo blocco di accuse era costituito dalle ultime tre per le quali poteva essere processato a Padova. Ma durante il processo e dopo la tortura dei due giudaizzanti le accuse si ampliarono all'intero blocco per cui il processo doveva svolgersi a Roma, dove sul finire del 1594 fu condotto Campanella nelle carceri dell'Inquisizione. Per difendersi, già nelle prigioni padovane e poi in quelle romane, Campanella scrisse varie cose: De monarchia Christianorum (opera perduta), De regimine ecclesiae, Dialogum contra haereticos nostri temporis et cuisque saeculi (in cui si difese dall'accusa di avere a che fare con i riformatori) e Defensio Telesianorum ad Sanctum Officium (in cui assunse le difese di Telesio). Nel 1595 Campanella fu sottoposto a tortura con la quale i preti ottennero la sua abiura (16 maggio) che avvenne nello stesso luogo dove la farà Galileo, in Santa Maria sopra Minerva, presso il convento domenicano. La condanna fu quella di chiudersi nel convento di Santa Sabina all'Aventino (Roma). Lì Campanella scrisse ancora infaticabilmente e, tra varie opere, scrisse anche il Dialogo politico contro Luterani, Calvinisti e altri eretici, con la speranza di essere riabilitato dal suo stato di pregiudicato (lapsus). Un episodio però, accaduto a Napoli nel 1597, gli creò altri gravi problemi. Abbiamo visto con Bruno il ruolo degli infami che cercavano grazia per sé denunciando gli altri e tale pratica era molto estesa. Un delinquente comune calabrese stava per essere giustiziato quando per ottenere una qualche clemenza fece il nome di Campanella con accuse di eresia a lato. Di nuovo il nostro venne arrestato, buttato in prigione per circa un anno, tempo necessario per un nuovo processo, alla fine del quale (dicembre 1597) risultò innocente ma, con una nuova punizione, doveva tornare senza obiezione alcuna nel suo convento in Calabria. Questa volta partì dirigendosi verso il suo convento. Strada facendo si fermò per un certo tempo a Napoli (dove scrisse altri lavori) finché nell'estate del 1598 si avviò verso la sua terra dove approdò a Stilo nel convento di Santa Maria di Gesù.

        La sua terra, oltre alle continue incursioni dei Turchi, la ritrovò sempre più disastrata e abbandonata. Scriveva nel 1921 Dentice D'Accadia nella sua vita di Campanella che i soprusi dei nobili, la depravazione del clero, le violenze d'ogni specie [...] la Santa Sede [...] sanciva i soprusi e proteggeva i prepotenti. Il clero minore, corrottissimo nei costumi, abusava ogni giorno più delle immunità ecclesiastiche, e profanava in ogni modo il suo ufficio. Fazioni avverse contendevano talvolta aspramente tra loro, e non poche lotte erano coronate da omicidi e delitti d'ogni specie. Gruppi di frati si davano alla campagna, e, forniti di comitive armate, agivano come banditi, senza che il governo riuscisse a colpirli [...] I nobili e le famiglie private, dilaniate da inimicizie ereditarie, tenevano agitato il paese con combattimenti incessanti tra fazioni [...] l'estrema severità delle leggi, che comminavano la pena di morte per moltissimi delitti anche minimi [...] la frequenza delle liti e delle contese, aumentavano in maniera preoccupante il numero dei banditi. Fu così che Campanella dal 1599 diventò un politico che, aiutandosi con le inondazioni che vi erano sia del Po che del Tevere e con il passaggio di una cometa che annunciavano per il nuovo secolo grandi disastri e cambiamenti in vista, con successivi incontri clandestini di frati e laici (anche con l'appoggio dei Turchi), mise in piedi una congiura contro il napoletano Viceregno di Spagna. L'idea era di costituire la Repubblica comunitaria e teocratica di Calabria alla cui testa sarebbe stato lui medesimo. Due dei pretesi congiurati denunciarono il tutto all'avvocato fiscale spagnolo Luigi Xavara che lo fece immediatamente arrestare (6 settembre) ed avviare, con altri 156 congiurati, in galere verso Napoli (8 novembre). All'arrivo molti dei congiurati furono immediatamente giustiziati in modo atroce per dare un clamoroso esempio. Campanella fu gettato nel carcere di Castel Nuovo e non fu subito giustiziato perché si volevano da lui tutti i nomi dei congiurati. Fu interrogato il 18 gennaio ma negò tutto e non dette alcuna informazione. Si passò alla tortura (7 febbraio 1600) con successiva chiusura nella fossa del coccodrillo(6). Sembrava completamente senza scampo quando decise di farsi passare per pazzo. Iniziò il 2 aprile quando si fece trovare vaneggiante sul pagliericcio, inscenando eccellenti simulazioni di pazzia che trassero in inganno i pur sospettosissimi giudici(7). Nel frattempo anche l'Inquisizione riprese in mano il destino del povero Campanella ed il 19 aprile il Papa Clemente VIII, tramite il Cardinale Bellarmino consultore del Sant'Uffizio, nominò due suoi giudici (il nunzio Jacopo Aldobrandini e l'abate Alberto Tragagliola che alla sua morte nel 1601 verrà sostituito dal vescovo di Caserta, Benedetto Mandina) per un nuovo processo per eresia contro di lui. Tale processo si sarebbe dovuto celebrare a Roma, ma la cosa risultò impossibile senza l'estradizione che la Spagna non concedeva. La giustizia civile però proseguiva, con una nuova sessione di tortura il 18 maggio, ma Campanella non si tradì e continuò a dare da matto portando avanti per circa un anno questa sua recita. Scrive Firpo un seguito allucinante della storia:

Tra il 4 e 5 giugno(8) si venne alla prova legale risolutiva, il cosi detto tormento enorme della «veglia». In luogo della rituale mezz'ora, l'imputato doveva restare appeso alla fune con le braccia slogate per ben 40 ore e, quando per il dolore atroce cadeva in deliquio, lo si calava a sedere su un legno tagliente che gli segava la carne delle cosce. Il verbale di quel supplizio, nel suo rozzo dettato cancelleresco misto di latino curiale, d'italiano e di termini dialettali calabresi, non si rilegge senza emozione profonda. Alla prima esortazione a confessare la propria finzione, Campanella rispose con follia poetica: «Dieci cavalli bianchi», ma dopo lunghissimo strazio, quando i giudici irridono i suoi lamenti per le atroci sofferenze fisiche e lo esortano a trascurare il corpo ormai perduto e a darsi pensiero invece della salvezza dell'anima, egli risponde con un guizzo di lucida fierezza: «L'anima è immortale». Cosi di ora in ora, nell'alternanza di vaneggiamenti simulati e di consapevolezza agghiacciante, assistiamo a quella lotta di un uomo solo e inerme contro la potenza terrena, il dolore cocente, la fine di ogni speranza. Un lungo giorno, una lunga notte: poi le trombe che suonano la sveglia sulla tolda delle galere ancorate nel porto, le candele che si spengono, il brivido freddo dell' alba che irrompe dalle finestre, e ancora un lungo giorno di sevizie su quel corpo ormai inerte, che più non risponde agli stimoli della sofferenza. Alla fine, gli stessi giudici, sfibrati, ordinano che venga deposto dal tormento e ricondotto alla sua cella. L'aguzzino, divenuto un po' ortopedico per lunga pratica, gli riduce le slogature, lo porta al tavolo del notaio, gli regge la mano inerte per firmare con segno di croce l'atto formale che lo qualifica giuridicamente pazzo. Poi se lo reca in collo per riportarlo su chissà quale sordido giaciglio: ma appena oltre la soglia l'indomabile ha come un sussulto e pronuncia - finalmente intoccabile, e perciò rinsavito - una frase triviale e proterva: «Si pensavano che io era coglione, che voleva parlare?». Due anni dopo, proprio nella chiusa della Città del Sole, per smentire il determinismo degli influssi astrologici scriverà: «Se in quarant'ore di tormento un uomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle, che inchinano con modi lontani, ponno sforzare».
Dal supplizio Campanella usci dissanguato e ferito al punto da restare poi per sei mesi tra la vita e la morte, ma invitto. A quel prezzo, riconosciuto legalmente pazzo, scampò al patibolo e venne poi, senza condanna conclusiva, dimenticato, per tacito accordo dei tribunali competenti, nelle segrete dei Castelli napoletani, sotto sorveglianza strettissima e senza speranza di proscioglimento. Da quel momento la lotta per la vita - per salvare, con la vita, il prorompente messaggio di cui si sentiva portatore - si tramuta in una altrettanto ostinata lotta per la libertà.

A Roma si visionarono gli atti del processo e si decise (13 novembre 1602) di dimenticarlo a vita in un carcere, poi divenuto quello di Castel Sant'Elmo (dove resterà dal 1604 al 1608). Proprio nel 1602 Campanella scrisse la sua opera più famosa, La città del sole, in cui sognava la nascita di una felice e pacifica repubblica universale fondata e condotta su principi di giustizia naturale

        In carcere Campanella scrisse senza sosta una quantità importante di lavori. Invierà (1606) varie suppliche al Papa perché lo grazi o almeno lo faccia trasferire a Roma. Nel 1607 iniziò una corrispondenza con quell'ex riformato di Schopp che abbiamo incontrato parlando della fine di Bruno. Schopp si recò a Napoli ma non gli fu permesso di vedere il prigioniero. Comunque Schopp sarà il corrispondente a cui inviare le sue opere. Nel 1608 lo trasferirono al carcere di Castel dell'Uovo, un poco meno duro di quello dove si trovava. A partire dal 1611, quando seppe della pubblicazione del Sidereus Nuncius di Galileo, iniziò a scrivergli con grande entusiasmo e continuità. La cosa si ripeté nel 1616 quando scrisse un coraggiosissimo libro, l'Apologia per Galileo, in difesa dello scienziato pisano che era attaccato per la prima volta dall'Inquisizione. Nel maggio del 1618 tornò in Castel Nuovo che era stato il carcere migliore nel quale aveva soggiornato.

Tommaso Campanella

        Arriviamo al 23 maggio del 1626, dopo 27 anni di galera durissima, quando Campanella ormai dimenticato venne rimesso in libertà dopo una petizione dei domenicani calabresi presentata al Re Filippo IV di Spagna da  Maffeo Barberini che, prima di diventare Papa Urbano VIII, era arcivescovo dell'arcidiocesi di Nazareth che aveva una sede a Barletta in Puglia. Questa liberazione fece riprendere le speranze alla Chiesa di avere Campanella a Roma per fargli il processo per eresia. Temendo ancora una risposta negativa all'estradizione il Vaticano, ordinò al nunzio pontificio di Napoli che con destro modo, ma nella più cauta e sicura maniera che sia possibile, il frate Campanella fosse portato a Roma. L'ordine venne eseuito con un rapimento di Campanella. Egli fu preso da prezzolati dalla Chiesa e, in abito mentito, incatenato e sotto il falso nome di Don Giuseppe Pizzuto, a bordo di un silenzioso veliero, lasciò il porto di Napoli per Roma. A Roma venne rinchiuso nel carcere dell’Inquisizione, in attesa del processo, che fu celebrato nel 1629. Altre tre anni di galera anche se molto più blanda. Il processo portò un definitivo proscioglimento da ogni accusa (11 gennaio 1629) ed il 6 aprile varie sue opere furono tolte dall'Indice. Occorre dire che in suo favore intervenne quel Maffeo Barberini ora divenuto Papa Urbano VIII che Campanella era stato capace di conquistarsi, come dice Firpo, dettando un erudito commento alle poesie latine del pontefice e confutando vittoriosamente gli astrologi che ne prevedevano la morte imminente. Ed Urbano VIII era personaggio legatissimo all'astrologia, tanto che il Campanella entrò nelle sue grazie, gli concesse di celebrare messa, gli conferì il titolo di Maestro di teologia e si apprestava a nominarlo non solo Consultore del Santo Ufficio, lo faceva cioè diventare inquisitore !, ma anche a dargli la porpora cardinalizia. Questo affanno di Urbano VIII in favore di Campanella, che era diventato suo consulente astrologico, destò profonde invidie tra gli alti prelati, soprattutto tra i superiori dei domenicani tra cui il generale dei domenicani Niccolò Ridolfi ed il maestro dei Sacri Palazzi, Niccolò Riccardi, detto padre Mostro. Iniziarono revisioni accurate delle sue opere, il blocco di quelle che andavano in pubblicazione ed il sequestro di quelle pubblicate. Gli fu poi pubblicata clandestinamente dagli avversariuna vecchia opera, l'Astrologia, proprio quando il Papa aveva pubblicato  una bolla che condannava ogni oroscopo. Il Papa dovette fare marcia indietro e man mano che cresceva il ritirarsi del Papa aumentavano gli attacchi al nostro filosofo. Nel 1633 vi era stato il Processo a Galileo e Campanella generosamente aveva chiesto inutilmente di assumere la difesa dello scienziato. Questo fatto lo mise sotto la lente. Ma vi fu un altro episodio che congiurò contro di lui. Nel 1534 venne scoperta una congiura anti-spagnola a Napoli, guidata da un discepolo del Campanella, il domenicano calabrese Tommaso Pignatelli (si voleva sopprimere il viceré di Napoli. Alla sua morte chiamare il popolo napoletano all'insurrezione per liberare il napoletano dalla Spagna). Pignatelli fu subito arrestato e strangolato in carcere ma a Napoli si sapeva di suoi legami forti con Campanella. Le autorità spagnole, che non avevano digerito la sparizione avventurosa di Campanella da Napoli e non avevano creduto opportuno aprire un contenzioso con la Chiesa, costrinsero sotto tortura il Pignatelli a coinvolgere Campanella nella congiura e quindi a richiedere, questa volta con forti giustificazioni, la sua estradizione. Vi era stato anche un evento che aveva indispettito di molto tali autorità, il fatto che in una sua opera, la Monarchia in Spagna, Campanella aveva assegnato proprio alla Spagna il compito egemonico della gestione cattolica del mondo e che recentemente aveva tolto questa egemonia alla Spagna per assegnarla alla Francia. E probabilmente da ciò derivò l'accanimento contro Pignatelli perché confessasse la partecipazione di Campanella alla congiura. Per evitare comunque di resistere alla richiesta di estradizione ed iniziare una crisi diplomatica con la potente Spagna, Urbano VIII, insieme all'ambasciatore francese, François Noailles, a Roma, organizzò la sua fuga verso la Francia dove Campanella era molto conosciuto e stimato, Francia che, come ricordiamo, era in rapporti pessimi con la Spagna e quindi non avrebbe mai concesso l'estradizione. Un'altra volta il filosofo dovette mascherarsi, questa volta da frate minimo con il nome di fra Lucio Berardi. Questa volta lasciò Roma il 21 ottobre 1634 e si imbarcò a Livorno verso Marsiglia. Da qui a Parigi dove arrivò, accolto festosamente, nella corte di Luigi XIII il 1° dicembre 1634. Fu ricevuto prima da Richelieu e poi dal Re in persona che gli mostrò grandissimo affetto (addirittura lo abbracciò) e gli garantì una pensione.

        Aveva quasi settanta anni il vecchio combattente che però non riposò in questo luogo che glielo avrebbe permesso. Divenne consigliere di Richelieu per la politica italiana, pensò a tutti i modi per convertire gli Ugonotti, rivide e sistemò le sue opere. Anche qui invidie infinite che riuscirono a bloccargli la misera pensione del Papa, l'unica rendita che gli permetteva di vivere visto che quella del Re non gli era ancora corrisposta a causa della Guerra dei Trent'anni che assorbiva ogni risorsa. Lottò sempre senza cedere un attimo in difesa delle sue idee che prevedevano una monarchia universale descritta nella Città del Sole. Una città ideale governata dal Metafisico, un re-sacerdote volto al culto del Dio Sole, un dio laico proprio di una religione naturale coincidente con quella cristiana. Riuscì a mettere insieme solo i primi tre volumi (dei dieci) della sua immensa opera. Morì presso il convento domenicano di rue Saint-Honoré il 21 maggio 1639. M anche qui non riuscì ad avere pace. La Rivoluzione Francese nel 1795 abbatté quel convento e di Tommaso Campanella scomparve ogni traccia.

        Resta solo da dire come sia stato possibile rovinare in convento la vita di questo grande studioso e filosofo. Solo per i capricci di un Papa si è salvato ed ha potuto concludere la sua vita in modo degno. Una vita da perseguitato tra gli ottusi processi dell'Inquisizione che marchiarono la sua vita fino a portarlo in balia della furia della Spagna cattolica ed i divertimenti astrologici di un Papa. E questo Papa, Urbano VIII, merita un elogio a parte, con le parole di Camerota:

Con Urbano VIII quel che Gregorio Leti avrebbe, di li a qualche anno, denominato il «nipotismo di Roma» - cioè il deprecabile costume di assegnare a consanguinei prebende, posti, stipendi, rendite, usufrutti, possedimenti e quant'altro - aveva davvero toccato il suo apice. Ricordiamo che il Barberini elevò al cardinalato il fratello Antonio (un ascetico frate cappuccino alieno da ogni ambizione di carriera ecclesiastica), elargendo altresì la dignità cardinalizia ai nipoti, Francesco e Antonio. Il papa aveva poi nominato l'altro suo fratello, Carlo, governatore di Borgo e Generale della Chiesa, mentre Taddeo (figlio di Carlo e, dunque, nipote di Maffeo) acquisiva il titolo di Prefetto di Roma (in precedenza prerogativa ereditaria dei Della Rovere). Oltre alle cariche, il pontefice non mancò di distribuire ai parenti - con magnanimità degna di miglior causa - cospicue sostanze e ingenti proprietà. Per fare un solo esempio, nel 1627, egli assegnò al cardinale Francesco le ricche abbazie di Grottaferrata e Farfa, nominandolo quindi arciprete delle basiliche Lateranense, di S. Maria Maggiore e di S. Pietro, cui aggiunse il conferimento del «posto più redditizio della curia»: l'ufficio di vice-cancelliere. Non stupisce, pertanto, che questa "debolezza" del papa Barberini fosse oggetto di critiche e satire mordaci, come la seguente:

Han fatto più danno Urbano e nepoti
Che Vandali e Goti.

Ed a questa satira mordace aggiungo l'altra: "Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini" per un Papa che fece immensi scempi edilizi distruggendo Roma arrivando addirittura ad asportare e fondere gli antichi bronzi romani del Pantheon, per costruire il baldacchino di San Pietro e i cannoni per Castel Sant’Angelo.

 

GALILEO GALILEI


 

        Naturalmente non ritornerò sul Processo a Galileo che ho trattato a fondo in L'incapacità di comprendere la rivoluzione galileiana. Dopo il sunto che delle azioni contro Galileo si fecero tra i due processi, tratto da un documento degli Archivi Segreti del Vaticano pubblicato da Antonio Favaro, torno solo su una questione tecnica, anch'essa già trattata,  e cioè i falsi inventati per raggiungere lo scopo criminale della condanna.

SUNTO DEL PROCESSO CONTRO GALILEO GALILEI IN UN DOCUMENTO DEGLI ARCHIVI SEGRETI VATICANI

b) PROCESSI. 1615-1734.

Arch: Segreto Vaticano. Capsula X - Originale. Sul recto della prima carta del codice, che è parte di un' antica. coperta, e porta il numero 336, si legge, in alto: «Florentinus. Vol. 1181», e più sotto: «Ex Archivo S.Officii. Contra Galileum Galilei Mathematicum».

1) Car. 337r. - 340t.

CONTRO GALILEO GALILEI.

Nel mese di Febraro 1615 il Padre Maestro Fra Nicolò Lorini, Domenicano di Fiorenza, trasmisse qua una scrittura del Galileo, che in quella città correva per manus, la quale seguendo le positioni del Copernico, che la terra si muova et il cielo stia fermo, conteneva molte propositioni sospette o temerarie, avvisando che tale scrittura fu fatta per occasione di contradire a certe lettioni fatte nella chiesa di S.ta Maria Novella dal P. Maestro Caccini sopra il X capitolo di Giosue, alle parole Sol, ne movearis: fol. 2.
    La scrittura è in forma di lettera, scritta al P. D. Benedetto Castelli Monaco Cassinense, Matematico all' hora di Pisa, e contiene le infrascritte propositioni:
    Che nella Scrittura Sacra si trovano molte propositioni false quanto al nudo senso delle parole;
    Che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell' ultimo luogo;
    Che la Scrittura, per accommodarsi all' incapacità del popolo, non si è astenuta di pervertire de' suoi principalissimi dogmi, attribuendo sin all'istesso Dio conditioni lontanissime e contrarie alla sua essen[tia].
    Vuole che in certo modo prevaglia nelle cose naturali l'argomento filosofico al sacro.
    Che il commando fatto da Giosue al sole, che si fermasse, si deve intend[ere] fatto non al sole, ma al primo mobile, quando non si tenga il sistema Copernico.
    Per diligenze fatte non si poté haver l'originale di questa lettera: f. 25.
    Fu esaminato il Padre Caccini, qual depose, oltre le cose so dette, d' haver sentito dire altre opinioni erronee dal Galileo: fol. 11:
    Che Dio sia accidente; che realmente rida, pianga, etc.; che li miracoli quali dicesi essersi fatti da' Santi, non sono veri miracoli.
    Nominò alcuni testimoni, dall' esame de' quali si deduce che dette propositioni non fussero assertive del Galileo né de' discepoli, ma solo disputative.
    Veduto poi nel libro delle macchie solari, stampato in Roma dal medesimo Galileo, le due propositioni: Sol est centrum mundi, et omnino immobilis motu locali; Terra non est centrum mundi, et secundum se totam movetur etiam motn diurno: fol. 34,
    furno qualificate per assurde in filosofia: fol. 35;
    e la prima, per heretica formalmente, come espressamente ripugnante alla Scrittura et opinione de' Santi; la 2ª almeno per erronea in Fide, attesa la vera teologia.
    Per tanto a' 25 di Febraro 1616 ordinò N. S.re al S.r Card.le Belarmino, che chiamasse avanti di sé il Galileo, e gli facesse precetto di lasciare e non trattar in modo alcuno di detta opinione dell' immobilità del sole e della stabilità della terra: 36 a t.
    A' 26 detto, dal medesimo S.r Cardinale, presenti il P. Comissario del S.O., notaro e testi[moni], gli fu fatto il  detto precetto [questa affermazione è falsa, ndr], al qual promise d'obbedire.
    Il tenore di cui è che omnino desereret dictam opinionem, nec etiam de caetero illam quovis modo teneret, doceret et defenderet, alias contra ipsum in S. Officio procedetur: fol. 36 a t. et fol. 37.
    In conformità di che uscì decreto della S. Congregatione dell'Indice, col quale si prohibì generalmente ogni libro che tratta di detta opinione del moto della terra e stabilità del sole: fol. 38.
    Del 1630, il Galileo portò a Roma al P.M. di S. Palazzo il suo libro in penna per stamparlo; e per quanto si riferisce, fol. 46, fu per ordine di lui revisto da un suo compagno, di che non apparisce fede: anzi nella medesima relatione s' ha che voleva il M. di S. P., per maggior sicurezza, veder per se stesso il libro ; onde, per abbreviar il tempo, concordò con l'auttore che nell' atto di stamparlo gli lo facesse vedere foglio per foglio, et acciò potesse aggiustarsi col stampatore, gli diede l'imprimatur per Roma
    Andò dopo l'auttore a Fiorenza, di dove fece istanza al P.M. di S. P. per facoltà di stamparlo colà, e li fu negata. Si rimise dopo il negotio all' Inquisitore di Fiorenza, et avocando il P.M. di S.P. da sé la causa. lasciò a lui la carica di concederla o no, e ravvisò di ciò ch' haveva ad osservare nell' impressione.
    S' hanno copie d'una lettera scritta dal P.M. di S.P. all' Inquisitore di Fiorenza e della risposta dell'Inquisitore, il quale avvisò d'haver commessa la corrrettione del libro al P. Stefani, Consultore del S.O., e copia della prefatione o principio dell'opra, e notatione di ciò che doveva l' auttore dire nel fine dell'istessa opra: fol. 48 et seq.
    Dopo questo il P. M. di S. P. non sepe altro, se non che ha veduto il libro stampato in Fiorenza, e pubblicato con l'imprimatur di quell'Inquisitore, et anco con 1'imprimatur di Roma; e per ordine di N.S. fece raccoglier gli altri, dove ha potuto far diligenza. Considerò il libro, e trovò che il Galileo haveva trasgredito gli ordini et il precetto fattogli, con riceder dall' ipotesi.
    Et essendosi riferito questo et altri mancamenti nella Congregatione del S. Officio a' 23 di 7mbre 1632, Sua B.ne ordinò si scrivesse all' Inquisitore di Fiorenza che facesse precetto al Galileo di venir a Roma: fol. 52 a t.
    Venuto, e costituito nel S.Officio a' 12 d'Aprile 1633, fol. 69, crede d'esser stato chiamato a Roma per un libro da lui composto in dialogo, nel quale tratta de i due sistemi massimi, cioè della dispositione de' cieli e delli elementi, stampato in Fiorenza l'anno 1632, qual ha riconosciuto, e dice haverlo composto da dieci o dodeci anni in qua, e che intorno a esso vi è stato occupato sette o otto anni, ma non continovamente.
    Dice che dell' anno 1616 venne a Roma per sentir quello che convenisse tener intorno all' opinione del Copernico circa la mobilità della terra e stabilità del sole, della qual materia ne trattò più volte con li SS.ri Cardinali del S. Officio, et in particolare con li SS.ri Card.li Belarmino, Araceli, S. Eusebio, Bonzi et Ascoli; e che finalmente dalla Congregatione dell'Indice fu dichiarato che la so detta opinione del Copernico, assolutamente presa, era contraria alla Sacra Scrittura, né si poteva tener e difender se non ex suppositione; che a lui fu dal S.r Card.le Belarmino notificata tal dichiaratione, come appare dalla fede che gliene fece di sua mano, nella quale attesta ch' esso Galileo non ha abiurato, ma che solo gli era stata denunciata la sodetta dichiaratione, cioè che 1'opinione che la terra si muova et il sole stia fermo era contraria alle Sacre Scritture, e però non si poteva tenere né defendere.
    Confessa il precetto; ma fondato sopra detta fede, nella quale non sono registrate le parole quovis modo docere, dice che di queste non ne ha formato memoria.
    Per stampar il suo libro venne a Roma, lo presentò al P.M. di S. P., qual lo fece riveder e gli concesse licenza di stamparlo in Roma. Costretto a partirsi, gli dimandò con lettere licenza di stamparlo in Fiorenza; ma havendogli risposto di voler di nuovo riveder l'originale, né potendosi per il contagio mandar senza pericolo a Roma, lo consegnò all'Inquisitore di Fiorenza, il quale lo fece riveder dal P. Stefani e poi gli concesse licenza di stamparlo, osservandosi ogn' ordine dato dal detto M. di S. P.
    Nel chieder detta licenza tacè al P. M. di S. P. il sodetto precetto, stimando non esser necessario il dirglielo, non havendo egli con detto suo libro tenuta e difesa l'opinione della stabilità del sole e della mobilità della terra, anzi che in esso mostra il contrario e che le ragioni del Copernico sono invalide.
    A' 30 d'Aprile, dimanda esser inteso, fol. 75, e dice: Havendo fatto riflessione alle interrogationi fattemi intorno al precetto fattomi di non tener, difender et insegnar quovis modo la sodetta opinione, pur all' hora dannata, pensai di rilegger il mio libro, da me non più revisto da 3 anni in qua, per osservare se, contro la mia purissima intentione, mi fusse per inavertenza uscito dalla penna cosa per la quale si potesse arguir macchia d'inobedienza, et altri particolari per li quali si potesse formar di me concetto di contraveniente a gli ordini di S.ta Chiesa. Et havendolo minutissimamente considerato, e giungendomi per il lungo disuso quasi come scrittura nuova e di altro auttore, liberamente confesso ch' ella mi si rappresentò in più luoghi distesa in tal forma, che il lettore, non consapevole dell' intrinseco mio, harebbe havuto cagione di formarsi concetto che gli argomenti portati per la parte falsa, e ch'io intendevo di confutar, fussero in tal guisa pronunciati. che più tosto per la loro efficacia fussero potenti a stringer, che facili ad esser sciolti e due in partlcolare, presi uno dalle macchie solari e l'altro dal flusso e riflusso del mare, vengono veramente con attributi di forti e di gagliardi avalorati alle orecchie del lettore più di quello che pareva convenirsi ad uno che ·li tenesse per inconcludenti e che li volesse confutare, come pur io internamente e veramente per non concludenti e per confutabili li stimavo e stimo. E per iscusa di me stesso appresso me medesimo d'esser incorso in un errore tanto alieno dalla mia intentione, non mi appagando interamente col dire che nel recitare gli argomenti della parte avversa, quando s'intende di volergli confutar, si debbono portar, e massime scrivendo in dialogo, nella più stretta maniera. e non pagliargli a disavantaggio dell'avversario, non mi appagando, dico, di tal scusa, ricorrevo a quella della natural compiacenza che ciascheduno ha delle proprie sottigliezze, e del mostrarsi più arguto del commune de gli huomini in trovare, anco per le propositioni false, ingegnosi et apparenti discorsi di probabilità. Con tutto questo, ancorché con Cicerone avidior sim gloria quam satis sit, se io havessi a scriver adesso le medesime ragioni, non è dubbio ch' io le snerverei in maniera, ch' elle non potrebbero fare apparente mostra di quella forza, della quale essentialmente e realmente sono prive. È stato dunque l'error mio, e 'l confesso, di una vana ambitione e di una pura ignoranza et inavertenza. E per maggior confirmatione del non baver io né tenuta, né tener, per vera la detta opinione della mobilità della terra e stabilità del sole, sono accinto a farne maggior dimostratione, se mi sarà concesso: e l'occasione c'è opportunissima, atteso che nel libro già publicato sono concordi gl' interlocutori di doversi dopo certo tempo trovar insieme per discorrer sopra diversi problemi naturali, separati dalla materia ne i loro congressi trattata; onde, dovend'io soggiunger una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione falsa e dannata, e confutargli in quel più efficace modo che mi verrà da Dio sumministrato.
    Per sua difesa presenta l'originale di detta fede del S.r Card.le Belarmino, per mostrar che in essa non vi sono quelle parole del precetto quovis modo docere, e perchè se gli dia fede che nel corso di 14 o 16 anni ne ha perso ogni memoria, non havendo havuto occasione di farvi riflessione: fol. 79 et 83.
    Prega ad esser iscusato se ha tacciuto il precetto fattogli, perchè non havendo memoria delle parole quovis modo docere, si credeva che bastasse il decreto della Congregatione dell' Indice, publico et in tutto conforme. alle parole che sono nella fede fattagli, cioè che la detta opinione non si debba tenere et deefendere; massime che nel stampar il suo libro ha osservato quello a che obbliga il detto decreto della Congregatione. Il che apporta non per iscusarsi dell'error, ma perchè questo gli si attribuisca non a malitia et artifitio, ma a vana ambitione.
    Mette humilmente in consideratione la sua cadente età di 70 anni, accompagnata da comiseranda indispositione, l'afflittione di mente di dieci mesi, li disaggi patiti nel viaggio, le calunnie de' suoi emoli, alle quali è per soggiacer l'honor e riputatione sua.

IL FALSO PRECETTO

        Dopo le sue pubblicazioni fino al 1616, Galileo si era fatto una serie di nemici che da più parti andarono al suo attacco. Galileo, resosi conto che doveva fare qualcosa, aveva scritto una lettera per perorare le sue credenze con nuove prove o ritenute tali (Discorso del flusso e reflusso del mare, 8 gennaio 1616). Egli credeva di aver trovato la prova del sistema copernicano nelle maree, sbagliando in grandissima parte. Ma le sue argomentazioni non erano controbattibili con facilità e la cosa non era andata giù ai suoi accusatori. A questo punto si inserisce il citato racconto che l'ambasciatore Guicciardini fa al Granduca di Toscana. La veemenza di Galileo nel sostenere le sue tesi non lo aiuta. Lo stesso ambasciatore  ci fa conoscere alcuni retroscena che coinvolgono il Papa. Orsini cercò di raccomandare Galileo al Papa Paolo V ma questi «mozzò il ragionamento, et gli disse che havrebbe rimesso il negozio ai SS.ri Cardinali del S.to Offizio; et partitesi Orsino, fece S. S.tà chiamare a sé Bellarmino, et discorso sopra questo fatto, fermarno che questa opinione del Galileo fusse erronea et heretica: et hier l'altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale».

        Tale giudizio era perentorio e proveniva dallo stesso Papa. Quindi, da questo momento, tutto ha uno svolgimento predeterminato.

        Si comincia il 19 febbraio 1616 con la trasmissione, dal Tribunale dell'Inquisizione ai teologi, delle proposizioni da condannare:

"Che il sole sii centro del mondo te per conseguenza immobile di moto locale. Che la terra non è centro del mondo né immobile, ma si muove secondo sé tutta, etiam di moto diurno".

        Solo 5 giorni dopo si ebbe il giudizio dei teologi (detti Qualificatori) che dichiararono essere la prima proposizione stultam et absurdam et formaliter haereticam, perché era contraria alla Sacra Scrittura sia letteralmente sia nella su interpretazione da parte di tutti i teologi ed i Dottori della Chiesa. Riguardo alla seconda proposizione il giudizio fu più blando. Essa fu ritenuta censurabile in filosofia ed erronea rispetto alla fede.

        Questo giudizio dei teologi fu portato al Sant'Uffizio e ratificato dal Papa che ordinò a Bellarmino di convocare Galileo e di fargli abbandonare quella eretica teoria. Nel verbale si legge la conclusione del discorso del papa: "Se dovesse ricusare obbedienza il Padre commissario avanti a notaio e testi gli faccia 'precetto' di astenersi assolutamente dall'insegnare o difendere tale dottrina, o trattare di essa. E se non acconsentisse, sia carcerato".

        La macchina repressiva era stata messa in moto ed il 3 marzo fu emanato il Decreto di interdizione della dottrina copernicana e di messa all'indice e sequestro delle opere di Copernico o copernicane (i cardinali Maffeo Barberini e Caetani resistettero al bigotto Papa e riuscirono a non far dichiarare eretica l'opera di Copernico). Il De Revolutionibus era il primo libro che cadde sotto il decreto fino a che non fosse stato corretto (donec corrigantur), quindi il Commento a Giobbe di Didaco Stunica, la stessa Lettera di Foscarini, e tutte le altre opere che insegnavano il copernicanesimo. Il primo a finire in prigione fu, Lazzaro Scorriggio, l'ignaro stampatore napoletano di Foscarini che l'inquisitore Carafa fece sbattere in galera per non aver potuto presentare l'imprimatur. Incredibilmente Galileo si trovò a dover essere ottimista per quel che lo riguardava. Nessuna sua opera era stata nominata, tantomeno quella sulle macchie solari che era chiaramente copernicana. Una cosa era comunque certa: i suoi estimatori del Collegio Romano erano spariti dalla circolazione, anche quelli che egli sapeva essere copernicani, come  de Cuppis e Grienberger.

        La cosa riguardava anche Galileo che fu convocato dal Bellarmino nella sua residenza di Santa Maria in Via e, alla presenza del Commissario generale Segizi (notaio) e di due testimoni, lo ammonì(9) di essere in errore e di abbandonare le sue credenze "indi senz'altro (successive ac incontinenti) il Commissario fece precetto e ingiunzione a detto Galileo ancor presente e costituito, in nome del Papa e di tutta la Congregazione del Sant'Uffizio, di abbandonare detta opinione, né altrimenti, in qualsiasi modo, di tenerla, insegnarla o difenderla, a voce o per iscritto; che altrimenti si procederebbe contro di lui da parte del Sant'Uffizio. Al quale precetto Galileo acconsentì e promise di obbedire".

        E' a questo punto utile riportare l'analisi della vicenda e del documento fatta dal grande studioso di Galileo, Giorgio de Santillana:

Il documento lascia subito perplessi per via della contraddizione interna. Le istruzioni nella prima parte dicevano: "Nel caso che rifiuti di obbedire"; ora nulla indica nella seconda che Galileo abbia elevato obbiezioni o fatto opposizione, anzi, è scritto che acquievit. È a questo punto, successive ac incontinenti, che il Commissario generale gli dà lettura dell'ingiunzione formale di abbandonare e di non discutere più in alcun modo l'opinione incriminata. Se si considera poi il fondo della questione, vi è di che stupirsi maggiormente: che la notifica gli fosse fatta dal cardinale in persona, costituiva un segno di considerazione, e non si accordava col seguito poliziesco (mentre si noti che a Foscarini, religioso legato dal voto d'obbedienza, non era stato dato alcun preavviso ufficiale, perché si giudicava che egli avesse parlato a suo rischio e pericolo). La convocazione a palazzo rappresenta una forma corretta e su un piano di dignità formale. Per una ironia della sorte, era questa proprio l'udienza che Galileo aveva tanto atteso. E si noti come si inquadra la cosa: Galileo il 26 febbraio è ammesso in udienza, per vana e formale che sia, solo ed appunto perché è venuto a Roma in veste di chi sollecita chiarimenti e direttive, onde non rischiar di contravvenire alle intenzioni di Santa Chiesa; quindi ancora, essendosi tutto svolto come doveva, sono esentate in seduta del 3 marzo, dalla proibizione amministrativa le sue Lettere Solari, pur copernicanissime, e assai più lette delle disquisizioni di Foscarini e Stunica. Si vuol premiare la sua buona volontà, e si conta che darà opera egli stesso a modificare le tesi. La logica di tutta quanta l'operazione è manifesta.
Ma in questa logica, che si estende fino al marzo, dove troverebbe posto una intimazione sub poenis? Cade fuori di ogni costrutto. Il dispositivo delle istruzioni a Bellarmino era concepito in modo da far fronte ad ogni eventualità, inclusa quella, suggerita da Caccini, che Galileo avesse a smascherarsi come eretico discepolo di Bruno e si dovesse venire all'arresto seduta stante. Ma Galileo, come era ragionevole prevedere, acquievit. E davvero non sarebbe stato quello il momento di discutere. Di fronte a Bellarmino circondato dalla sua corte di "segugi bianchi e neri" del Signore, che lo alloquiva in camera del trono, Galileo non poteva, checché pensasse, se non inchinarsi in silenzio.
Dal punto di vista della forma, il documento riesce altrettanto inspiegabile. Le istruzioni dicevano "avanti a notaio e a testi" ma il notaio non ha firmato, e nessun funzionario dell'Inquisizione è stato menzionato come testimone secondo l'uso. Non bisogna dimenticare che di regola, quando l'Inquisizione notificava una ingiunzione o precetto, l'accusato era richiesto di firmare di sua mano, e la firma doveva essere legalizzata. Qui, invece, anche dalla minuta, si direbbe trattarsi di un semplice verbale di notifica.
Non solo il protestante Gebler, ma uno storico cattolico, Reusch, nel 1870 hanno attirato l'attenzione su questo fatto. Altro fatto strano: non solo non è fatta menzione di testimoni ufficiali, ma al loro posto intervennero due familiari della Casa del cardinale, che certo non erano affatto qualificati per prender parte a una procedura dell'Inquisizione.
E poi il documento è al suo posto?
Il "dossier" può sembrare incompleto a chi spera di trovarvi una minuta istruttoria. Ma non lo è. Si tratta di un incartamento legale formato dai dati strettamente necessari alla preparazione di una sentenza e in quanto tale, può dirsi completo o quasi. La numerazione delle pagine, iniziata al momento stesso in cui i primi documenti erano introdotti, è ininterrotta. Sappiamo dunque che non vi manca nulla, o piuttosto assai poco; e questo poco manca palesemente: due fogli contigui, appartenenti allo stesso doppio foglio, sono stati accuratamente tagliati, prima della numerazione del fascicolo, ma in modo da lasciare dei margini molto grandi, quasi per ricordarci la loro esistenza. Vengono subito dopo la copia falsificata da Lorini della Lettera a Castelli (foglio 346). Un'altra mezza pagina è tagliata allo stesso modo, in fronte alla pagina 376 che contiene la proposìtio censuranda. Lo stesso è avvenuto per le pagg. 431, 455, 495, e può essersi trattato di pagine bianche. La maniera in cui ciascun quinterno è costituito è chiara e naturale: ogni atto legale, o documento ufficiale, è stato scritto o cominciato sulla prima pagina [recto] d'un nuovo doppio foglio, incorporato di poi e cucito nel fascicolo, in ordine cronologico, cosicché nel contesto restano evidentemente un gran numero di mezzi fogli bianchi. Anche questi sono numerati; alcuni sono stati utilizzati per annotazioni amministrative, copie di ordinanze e istruzioni, tutte nel dovuto ordine. Ma non vi è una sola lettera, un solo rapporto, atto legale o copia conforme che non cominci sulla prima pagina di un nuovo foglio. Con questa sola eccezione : l'ingiunzione di Bellarmino. Questo documento essenziale è annotato su uno spazio che per caso s'è trovato disponibile, fornito dal rovescio dei fogli di due altri documenti. La sua posizione e la forma in cui è stato redatto basterebbero a rivelare che non vuol esser considerato se non come trascrizione.
Le cartelle 378 verso e 379 recto, che combaciano, sono rispettivamente il verso della seconda pagina bianca del rapporto dei Qualificatori (pag. 377) ed il recto bianco del secondo mezzo foglio della pagina 357, ove si trova la deposizione di Caccini. Altre simili trascrizioni sono state redatte nello stesso modo (per esempio quelle che si riferiscono agli ordini del papa, 352 verso, e quella che si trova su una pagina non numerata dopo la pagina 354). La procedura seguita è del tutto regolare per la prima parte del testo, le istruzioni della Congregazione a Bellarmino, il 25 febbraio (vedi nota 27, ndr), perché il documento originale ha il suo luogo proprio tra i Decreta e viene riprodotto qui solo per informazione. Ma si passa poi, senza averne l'aria, alla seconda parte (vedi nota 27, ndr), datata 26 febbraio, che è l'ingiunzione vera e propria e che avrebbe dovuto essere conservata in originale.
Il testo che abbiamo non pretende di essere l'originale ma una semplice trascrizione. Ma allora, dov'è l'originale? Dovrebbe trovarsi evidentemente su un foglio separato, al suo posto, come tutti gli altri originali. Ora esso non si trova affatto nel fascicolo, e non vi è stato mai inserito, come risulta dalla numerazione ininterrotta delle pagine. Dunque la prova delle decisioni prese nei riguardi di Galileo è fornita non da un documento legale, autentico o meno, ma da una annotazione. È strano che tanti storici accorti si siano lasciati sfuggire questo particolare. Pensavano forse che il dossier dell'Inquisizione fosse stato trasportato alla residenza di Bellarmino, come un registro, perché vi venisse scritto il protocollo sul retro delle pagine? I dossier non uscivano mai dagli uffici; i verbali, redatti altrove, vi erano inseriti in un secondo tempo.
Non c'è dubbio che avremmo dovuto trovarvi un originale - le istruzioni a Bellarmino sono chiare — e che esso avrebbe dovuto essere firmato dal notaio, controfirmato dal cancelliere del Santo Uffizio e, eventualmente, da Galileo medesimo. Ma questo documento, se mai ci fu, deve essere stato soppresso prima di entrare nel dossier. Diciamo "se mai ci fu" perché è verosimile che non sia stato mai redatto nell'originale e che appaia solo sotto l'aspetto di una trascrizione che non pretende di essere altro che una copia. Lo scrivano poteva sempre dichiarare più tardi in confessione o sotto giuramento di non aver mai falsificato un documento, ma di aver solo redatto una minuta, che, dal punto di vista giuridico, era senza valore, perché tutte le firme mancavano.
Non vogliamo asserire che tutti i precetti dell'Inquisizione dovessero contenere una dichiarazione di ricevuta; vi sono anzi numerosi esempi del contrario; ma questo poteva avvenire per gli affari correnti, per esempio il comando non discedendi; e anche in questo caso erano controfirmate da funzionari qualificati: quando pronunciava un ordine fuori del suo quartier generale, l'inquisitore era accompagnato dai suoi assistenti che servivano da testimoni. Ma in questo caso, se le istruzioni venute dall'alto sono state seguite, si tratta di un precetto in cui si esige sottomissione formale. Ci attenderemmo quindi di trovare: "Io G. G. ho ricevuto precetto come sopra e prometto di obbedire". Dire che la dichiarazione di ricezione non fosse necessaria, equivale a dire che l'ingiunzione sia stata formulata senza che Galileo avesse fatto l'obbiezione che avrebbe dovuto motivarla; in tal caso si sarebbe commessa una grave irregolarità e l'ingiunzione sarebbe contestabile solo su questa base.
Malgrado tutta la sua prudenza, l'amanuense ha voluto strafare. Per rispettare l'uso ha prima trascritto il testo del decreto pontificale del 25 febbraio; ma se avesse potuto prevedere che l'originale del decreto sarebbe andato perduto — come è avvenuto — avrebbe preferito tagliarsi la mano piuttosto che conservare qui il testo incriminante che oggi fa saltare agli occhi la contraddizione flagrante che esiste tra gli ordini e la loro esecuzione.
Dal momento che era esplicitamente ammesso che Galileo non aveva opposto resistenza, non v'era alcuna ragione valida perché il commissario gli facesse personalmente "divieto assoluto di insegnare e di discutere la dottrina quovis modo" ; perché questo andava oltre i termini del decreto e si applicava soltanto a coloro che erano in istato di "veemente suspicione" (nel qual caso l'acquiescenza diveniva tecnicamente una abiura). Il decreto stesso, nella forma in cui era redatto per tutti i buoni credenti, autorizzava implicitamente la discussione del copernicanesimo come ipotesi matematica; interdiceva soltanto il presentarlo come verità filosofica, compatibile con la teologica. Nessuna menzione di Galileo e delle sue opere: ora, come si può immaginare che, una volta divenuto sospetto, gli sia stato usato nel decreto lo straordinario trattamento di favore che esentava dalla proibizione le sue Lettere Solari? Invece pronta e sicura corse la voce, per opera dei soliti "circoli bene informati" che Galileo era stato tratto a fare ammenda. Scrive Matteo Caccini: ''In questa Congregazione coram summum Pontificem il Sig. Galilei fece l'abiurazione". Castelli scrive da Pisa: "Qui è stato scritto che V. S. ha abiurato segretamente in mano del'Ill.mo C. Bellarmino" e Sagredo da Venezia : "S'è sparsa voce esser lei trasferita costì a Roma con incommodo, sforzatamente, per mali ufficii di quelli nostri amici confederati con Rocco Berlinzone, i quali hanno fatto passar voce che sia stata ella chiamata all'Inquisizione per render conto se il sole si muove; aggiungendosi che, per schermire, convegna ella far palesemente il collo torto. Credo che questi ladroni facciano ancora altrove il loro potere contro di noi; ma Iddio, sì come spero, dissiperà i suoi mali consegli".
Per mettere fine a queste voci e salvaguardare il suo onore personale, Galileo domandò a Bellarmino, con una breve e dignitosa lettera che ci è giunta, un certificato, e l'ottenne senza indugio nei seguenti termini:
"Noi Roberto Cardinale Bellarmino, havendo inteso che il Sig.or Galileo Galilei sia calunniato o imputato di havere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitentie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto Sig. Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha riceuto penitentie salutari né d'altra sorte, ma solo gl'è stata denuntiata la dichiarazione fatta da N.ro Sig.re et publicata dalla Sacra Congregazione dell'Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico sia contraria alle Sacre Scritture, et però non si possa difendere né tenere. Et in fede di ciò habbìamo scritta et sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo dì 26 di Maggio 1616."
È certo che qui non è menzionata alcuna ingiunzione; anzi, viene formalmente smentita l'ammenda che avrebbe normalmente dovuto seguire l'ingiunzione. Gli storici ex parte hanno sostenuto trattarsi d'un gesto caritatevole da parte della Chiesa che, per considerazione verso Galileo e verso il granduca, avrebbe consentito a rilasciare un certificato di onorabilità, ma — sapendo di avere a che fare con un uomo pericoloso e ostinato — avrebbe tentato di mantenerlo nel dritto cammino mediante una ingiunzione segreta. Questa spiegazione può apparir valida a prima vista, ma rimane che l'ingiunzione avrebbe dovuto essere fatta e conservata, come tutte le altre, in forma regolare. Almeno negli atti segreti dell'amministrazione dovrebbe trovarsi un qualche riferimento a questo atto. E qui interviene un documento decisivo che fu rintracciato solo nel secolo scorso.
Durante le brevi settimane della Repubblica romana del 1849, dopo la fuga del papa, si trovarono aperti gli archivi, e alle febbrili ricerche di Antonio Gherardi fu dato scoprire taluni Decreta della Congregazione del Sant'Uffizio che si riferiscono alla causa di Galileo. Fra questi vi è il verbale della seduta del 3 marzo, che fa seguito a quello già noto del 25 febbraio:
"Il Cardinale Bellarmino riferisce che Galileo Galilei matematico è stato, giusta gli ordini di questa S. Congregazione, ammonito di aver a abbandonare [deserendam, che sostituisce il cancellato disserendam] l'opinione che ha finora sostenuto, essere il Sole, ecc. e che ha acconsentito [acquievit] ; ed essendo stato fermato il decreto della Congregazione dell'Indice, il quale interdice e sospende rispettivamente gli scritti di Nicolo Copernico, Didaco a Stunica e Paolo Foscarini, il Santissimo ha ordinato che tale decreto d'interdizione e sospensione venga pubblicato dal Maestro del Sacro Palazzo."
Ecco un documento redatto per le sole autorità, un rapporto riservato sugli affari in corso. Esso corrisponde esattamente alle istruzioni del 25 febbraio. Tali istruzioni avevano previsto i tre atteggiamenti successivi da adottare nel caso di obbedienza, d'obiezione, o d'ostinazione da parte di Galileo: avvertimento, ingiunzione, arresto (sottolineatura mia, ndr). Ora, il rapporto dice semplicemente che l'avvertimento fu accolto con l'acquiescenza e passa agli altri argomenti: se vi fosse stato precetto, ne sarebbe stata fatta almeno menzione; altrimenti si sarebbe dovuto allegare un rapporto separato del commissario generale, e non ve n'è traccia. In base a questo solo rapporto alle autorità non poteva risultare che si era dovuto venire a precetto formale; per diciassette anni — come vedremo — esse non ne ebbero, a quanto pare, la minima idea. Galileo neppure.

        Si tenga bene a mente tutto questo perché sarà di estrema importanza quando discuteremo del Processo a Galileo.

        Galileo, dunque non era spaventato e la cosa risulta chiaramente dalle sue lettere di questo periodo. Tra l'altro l'ambasciatore Guicciardini, riferisce al Granduca (13 maggio) che Galileo fa una vita di stravizi in Roma e spende e spande a più non posso egli ha un umore fisso di scaponire i frati ... e combattere con chi egli non può se non perdere: però un poco prima o poi ... sentiranno costà che sarà cascato in qualche stravagante precipizio. Non era spaventato perché non ne aveva motivo! E tanto meno da quel Papa che, egli non poteva sapere, era stato il suo più duro nemico. E ciò è dimostrato dall'udienza che quello stesso Papa, Paolo V Borghese, gli concesse 5 giorni dopo, trattenendolo per ben tre quarti d'ora rassicurando Galileo che nessuno in Vaticano avrebbe dato orecchio alle calunnie. Mettendo tutto insieme ne risulta che quel processo verbale del 26 febbraio non avvenne e che mai fu fatto precetto a Galileo di non difendere quovis modo il copernicanesimo. Insisto: è importante ricordare che Galileo venne AMMONITO dall'insegnare e difendere la teoria copernicana e non gli venne fatto PRECETTO. Ciò è fondamentale dal punto di vista del Diritto Canonico: se gli fosse stato fatto precetto sarebbe stato recidivo e la cosa sarebbe risultata nei suoi precedenti penali; l'ammonizione non prevedeva nessuna delle due cose dette.

        Sollecitato da più parti dalle autorità fiorentine di non stuzzicare il cane che dorme, Galileo il 30 giugno se ne tornò a Firenze ripromettendosi in una lettera di raccontare a voce le cose incredibili che aveva scoperto a Roma nel campo dell'ignoranza, invidia ed empietà. E così noi siamo privati di queste informazioni.

        Riporto ora una rapida cronologia di avvenimenti che portarono Galileo al Processo del 1633:

1632: Dopo varie indagini degli inquisitori romani si decide di far sequestrare l'opera di Galileo che aveva già ottenuto l'imprimatur dal domenicano Padre Mostro incaricato di seguire tutte le fasi della pubblicazione dell'opera. In estate Galileo tenta inutilmente di fermare il sequestro del suo Dialogo, appoggiato dai diplomatici fiorentini, presso la sede papale.

1632: in settembre viene confermato il sequestro e viene istituita una commissione di indagine, sui contenuti potenzialmente eversivi o eretici del Dialogo; la commissione passa le consegne al Sant’Uffizio (il massimo organo inquisitorio della Chiesa). L’Uffizio apre il 23 settembre la procedura processuale contro Galileo, dopo aver definito i capi di imputazione: il più grave fra questi, quello di non aver ottemperato al precetto di Bellarmino del 1616, interpretata secondo la versione dei gesuiti.

1632: ad ottobre a Galileo è imposto di recarsi a Roma per il processo.

1633: il 12 febbraio Galileo giunge a Roma dopo aver sostato in pieno inverno fuori dalle porte della città per svariati giorni, causa un periodo di quarantena imposto dalla peste. Galileo è ospitato per due mesi circa dall’ambasciatore di Toscana, in attesa della convocazione dell’organo ecclesiastico che si sarebbe riunito per giudicarlo.

1633: il 12 aprile avviene la prima udienza del processo. Padre Maculano, un domenicano, interroga il filosofo a proposito delle vicende del 1616 per conto del Sant’Uffizio. Viene contestata la mancata ottemperanza al precetto del Bellarmino. I capi d'imputazione sono: sostegno alla tesi di Copernico, insegnamento della stessa a molti discepoli, corrispondenza sospetta con alcuni matematici tedeschi, scrittura del saggio Delle macchie solari nel quale era presentata come vera la medesima teoria, esegesi della Bibbia volta a giustificare la centralità del Sole nell'universo e la rotazione della Terra. Galileo si difende sostenendo che mai gli è stato fatto precetto e portando come prova della sua innocenza l’attestato di "buona condotta" rilasciatogli a suo tempo dallo stesso Bellarmino. Tale attestato giustifica pienamente Galileo per aver insegnato e trattato in qualche modo l’eliocentrismo e rende costruito sul falso il processo in corso. 

Galileo è costretto a una difesa perdente in partenza. Prova a sostenere che le tesi copernicane sono esposte alla stessa stregua di quelle tolemaiche. Questo atteggiamento peggiorò la posizione di Galileo. I prelati parvero irritati: in particolare quelle componenti più rigorose e conservatrici del Sant’Uffizio parvero rifiutare in via definitiva ogni forma di mediazione e di compromesso.

Nei confronti di Galileo la corte assunse un atteggiamento di maggior severità. Questo atteggiamento coinvolse anche quanti si sarebbero accontentati di una condanna soltanto formale per lo scienziato. Nonostante qualche tentativo della diplomazia fiorentina  prevalse la “linea dura” del Sant’Uffizio.

1633: il mattino del 22 giugno Galileo viene condotto davanti all'inquisitore nella sala grande del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva. Lì lo attendono i cardinali del S. Uffizio, dei quali però tre su dieci sono assenti e non firmeranno il testo della condanna. Galileo veste il camice bianco dei penitenti e s'inginocchia davanti ai giudici che gli leggono la sentenza.

        Il primo ottobre 1632, tramite l'inquisitore di Firenze, viene imposto a Galileo, che aveva già 69 anni, di presentarsi a Roma entro 30 giorni, davanti al Tribunale del Sant'Uffizio. Vari amici lo sconsigliarono di andare reclamando ragioni di salute e la peste che continuava a mietere vittime. Ma Galileo aveva fiducia, era in buona fede, era 'amico' del Papa, aveva buoni argomenti con i quali avrebbe spiegato ... Intanto, già da luglio 1632, erano stati sequestrati dovunque i suoi libri. Cosa potevano imputare a Galileo ? Aveva avuto tutti i permessi (ben cinque imprimatur!), aveva ottemperato ad ogni ingiunzione. Ma Urbano VIII, consigliato dai preti gesuiti del Collegio Romano, che finalmente avevano modo di vendicarsi, aveva motivi personali che si mescolavano a quelli di Stato. Era sotto attacco perché accusato di non far fronte con la dovuta decisione all'eresia (era stato eletto da cardinali filofrancesi ed appoggiava la Francia e l'impero degli Asburgo contro la Spagna. Ciò provocò l'ira della Spagna che attraverso il Cardinale Gaspare Borgia, ambasciatore di Spagna, gli rivolse le accuse suddette). Cosa comunque poteva minacciare Galileo, se il diritto era dalla sua parte ? Al massimo, seguendo le procedure, avrebbero potuto fargli precetto di non difendere in alcun modo le teorie esposte nel Dialogo. ... Ma Galileo conosceva poco le capacità eccelse della Chiesa di falsificare e portare ogni cosa a proprio favore. In ogni caso tentò di tergiversare anche perché le sue condizioni di salute non erano buone. Il primo gennaio l'Inquisitore di Firenze ricevette una lettera durissima ed ultimativa da Roma:

« è stato molto male inteso che Galileo Galilei non habbia prontamente aderito al precetto fattogli di venire a Roma; et non deve egli scusar la sua disobbedienza con la stagione, perché per colpa sua si è ridotto a questi tempi; et fa malissimo a cercar di paliarla fingendosi ammalato... Se non ubbidisce subito si manderà costì un Commissario con medici a pigliarlo, et condurlo alle carceri di questo supremo Tribunale, legato anco con ferri, poiché sin qui si vede che egli ha abusato la benignità di questa Congregazione ».

        Galileo fu costretto a partire il 20 gennaio e, giunto a Roma nel febbraio del 1633, venne immediatamente messo sotto accusa per il suo essere recidivo nel difendere le teorie copernicane. Questo essere recidivo era relativo al preteso PRECETTO (di cui ho parlato) che gli sarebbe stato fatto da Bellarmino nel 1616. Ma nel 1616 Galileo aveva avuto solo una ammonizione ed in più il certificato di buona condotta dallo stesso Bellarmino.

        Gli inquisitori insistono ma Galileo non ricorda alcun precetto. Come se nulla fosse gli inquisitori gli chiedono se ha fatto vedere il precetto a coloro che seguivano le vicende del libro e che dovevano rilasciare le varie autorizzazioni. Galileo chiede allora di vedere il Precetto che, in quanto tale, deve risultare agli atti controfirmato da colui a cui era stato fatto (siamo nell'aprile 1633). Qui fu costruito uno dei falsi più ignobili della Chiesa (tra quelli noti, dico ...). Il libro dei Precetti e di ogni atto giudiziario in genere, a seguito della carta che era molto assorbente e quindi faceva trasparire tracce di inchiostro sul retro della pagina medesima, questo libro era scritto solo nelle pagine dispari, mentre le pari erano lasciate bianche. Solo il Precetto a Galileo è scritto alla data giusta sulla pagina pari! Ma vi è di più, all'atto del Precetto, l'accusato doveva apporre la sua firma sotto l'atto: la firma di Galileo in questo atto non compare. Tutti gli storici concordano in quanto ho detto: il Tribunale del Sant'Uffizio costruì un falso per poter condannare Galileo nel processo che ora gli faceva. 

        Riguardo alle accuse in quanto tali, Galileo tentò delle difese disperate. Dapprima cercò di dire che l'opera era anticopernicana ma quando una commissione di tre studiosi sentenziò che non era così cambiò registro e tentò di dire che aveva fatto errori ed aveva scritto cose che avrebbero potuto trarre in inganno ma che comunque lo aveva fatto in buona fede. Galileo (siamo nel maggio 1633) si disse disposto a modificare le pagine incriminate ed in ogni caso chiese che si tenesse conto della cadente vecchiezza (aveva settant'anni).

        In giugno gli inquisitori tornarono all'attacco per estorcere a Galileo una confessione che lo vedesse copernicano convinto. Se non avesse detto la verità (quella che la Chiesa imponeva) si sarebbe passati alla tortura. Siamo alla fine, con quel Precetto che vietava di difendere "quovis modo" la teoria copernicana, il Dialogo è proibito, Galileo nel Palazzo della Minerva, sede del Santo Uffizio, viene condannato (22 giugno 1633) ed è costretto all'abiura (e nessuno potrà o dovrà mai accusarlo per avere accettato un tale atto che non lo costrinse al silenzio ma che gli fece ancora pubblicare di nascosto, la parte più importante della sua opera). È comunque istruttivo leggere la sentenza del Tribunale e l'abiura che Galileo dovette leggere in pubblico.

LA SENTENZA

"...Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura; Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in Teologia ad minus erronea in Fide. .... Noi diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiariamo che tu , Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo Santo Officio veementemente sospetto d'eresia cioè d'aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alla Sacre e divine Scritture, ch'il Sole sia centro della Terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo essere stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contonto sii assoluto, pur che prima, con cuore sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data....Ed ordiniamo quindi che per publico editto sia proibito il libro de' Dialoghi di Galileo Galilei. Ti condanniamo al carcere formale in questo Santo Officio ad arbitrio nostro: e per penitenze salutari t'imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o parte, le sudette pene e penitenze."

L'ABIURA

"Io Galileo, figlio di Vincenzo Galileo di Fiorenza, dell'età mia d'anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l'eretica pravità generali Inquisitori ; avendo davanti gl'occhi miei li saerosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l'aiuto di Dio crederò per l'avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo, Santo Officio, per aver io, dopo d'essermi stato con precetto dall'istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il Sole sia centro del mondo e che non si muova, e ehe la Terra non sia centto del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in gualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d'essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l'istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo e imobile e che la Terra non sia centro e che si muova; Pertanto, volendo io levar dalla mente delle' Eminenze Vostre e d'ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l'avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d'eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all'Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò. Giuro anco e prometto d'adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo Santo Officio Imposte...

In Roma, nel Convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.

Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra , mano propria."

        Da questo momento sentenza ed abiura ebbero la massima diffusione. Furono lette in scuole ed università.

        Fino al sette luglio 1633 Galileo è relegato a Villa Medici, sede dell'Ambasciata di Toscana, quindi fu trasferito prima a Siena custodito in domicilio coatto dall'amico Arcivescovo Antonio Piccolomini. Alcuni mesi dopo gli fu permesso di domiciliare in isolamento nella sua casa di Arcetri dove rimase fino al 1638, quando sopravvenne la cecità (fu il suo giovane discepolo Vincenzo Viviani che, a questo punto, aiutò Galileo facendogli da emanuense e mantenendolo attivo su questioni scientifiche) e dove, nel 1634, perse con grande dolore la figlia prediletta Virginia (suor Maria Celeste). Su insistenza dell'Inquisitore Muzzarelli di Firenze, che il 13 febbraio 1638 scrisse (è tanto mal ridotto che ha più forma di cadavero che di persona vivente) in proposito al nipote del Papa, Cardinale Francesco Barberini, gli fu permesso di recarsi a Firenze (per la comodità di essere visitato da medici) ma sempre in isolamento e sotto controllo e qui rimase fino alla morte che sopravvenne nel 1642 dopo una malattia renale che lo aveva costretto a letto dal novembre del 1641.

Galileo Galilei

        La sorveglianza fuori della casa di Galileo ad Arcetri era strettissima ma con la complicità di qualche amico e di sua figlia Livia (Suor Arcangela) riuscì a fare uscire a poco a poco dei manoscritti per la successiva pubblicazione. Questi manoscritti erano stati raccolti in anni precedenti, si tratta dei suoi studi precedenti aggiornati e sistemati. Galileo li fa uscire perché vadano presso gli Elzeviri di Leiden (Olanda) al fine di essere pubblicati. Ne verrà fuori la più grande opera di Galileo, quella della maturità. Si tratta dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze che vedrà la luce nel 1638. Ora non vi sono più conversazioni accattivanti, ora si tratta di un vero e proprio testo di fisica in cui vengono studiati tutti i vari campi della conoscenza dell'epoca. È la più copernicana tra le sue opere ma, proprio perché non capita dalle autorità, fu fatta passare senza eccessive reprimende (Galileo si difese sostenendo che l'opera era stata pubblicata a sua insaputa).

QUALCHE BREVE CONSIDERAZIONE

        Per quanto discuterò sugli indegni attacchi che ancora oggi provengono dalla Chiesa (a tutti i livelli, a partire dai Papi fino ad arrivare ai più ossequienti servi docili) contro Galileo, è utile osservare che la collocazione del fascicolo «Processo a Galileo» negli Archivi del Vaticano è sotto la voce «criminale» (tra le possibili: dottrinale, giurisdizionale, civile ed economica). Ed è anche utile sfatare un comodo mito. Si sostiene che Galileo era sinceramente pentito e che ubbidì di buon grado alla Chiesa essendo un cattolico osservante (sciocchezze di questo tipo le dice anche Zichichi). I fatti mostrano che Galileo aveva ben altre mire al momento della condanna e dell'abiura. Come discuterò di seguito, Galileo dal domicilio coatto scrisse per la pubblicazione, all'estero purtroppo, la più copernicana tra le sue opere, i Discorsi. E questo fatto la dice lunga sul pentimento e sulla vergognosa abiura impostagli.

        La Chiesa, per parte sua, mantenne con pervicacia la condanna fino alla fine. Inoltre impiegò circa 200 anni per togliere il divieto alle opere di Galileo e a sostenere ed insegnare le teorie copernicane. E, con Galileo, l'Italia perse ogni speranza di sviluppare la sua scienza che la vedeva ai primi posti in Europa e che, subito dopo, la vide decadere inesorabilmente.

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Ho riportato solo i principali processi ma ve ne sono moltissimi altri che non hanno la rilevanza di questi e per ora li tralascio.

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CONCLUSIONE

 

        La conclusione di questa vicenda sarebbe stata l'inesorabile fine di ogni sapere, di ogni conoscenza almeno in Italia. Vittime sciocche di un potere ottuso ed integralista che in nome non certo del Gesù evangelico ha ammazzato tutto ciò che di meglio l'uomo abbia prodotto. Ma la storia ha avuto qualche sussulto che ha fermato questa macchina di sterminio. Ed il principale sussulto che ci ha lanciati verso la modernità è stato la Rivoluzione Francese che ha fissato gli ambiti delle singole e collettive libertà con la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789 che all'Articolo 10 parla espressamente di libertà di religione.

I rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in Assemblea Nazionale,

considerando che l'ignoranza, l'oblio o il disprezzo dei diritti dell'uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e dalla corruzione dei governi,

hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo,

affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri;

affinchè maggior rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo da poter essere in ogni istanza paragonati con il fine di ogni istituzione politica;

affinché i reclami dei cittadini, fondati da ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti.

In conseguenza, l'Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell'Essere Supremo, i seguenti


Diritti dell'Uomo e del Cittadino:

Articolo 1

Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull'utilità comune.

Articolo 2

Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione.

Articolo 3

Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un'autorità che non emani espressamente da essa.

Articolo 4

La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l'esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di quegli stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla Legge.

Articolo 5

La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

Articolo 6

La Legge è l'espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve quindi essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.

Articolo 7

Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che procurano, spediscono, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente; opponendo resistenza si rende colpevole.

Articolo 8

La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.

Articolo 9

Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.

Articolo 10

Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l'ordine pubblico stabilito dalla Legge.

Articolo 11

La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

Articolo 12

La garanzia dei diritti dell'uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l'utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.

Articolo 13

Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d'amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini, in ragione delle loro sostanze.

Articolo 14

Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l'impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione e la durata.

Articolo 15

La società ha il diritto di chieder conto a ogni agente pubblico della sua amministrazione.

Articolo 16

Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione.

Articolo 17

La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità.

        E' una novità storica dirompente che assegnava alla Chiesa un suo ruolo che non poteva più avere a che fare con il sopruso e con la sovrapposizione al potere civile e temporale. In Italia questa Rivoluzione risvegliò molte coscienze che arrivarono alla presa di Roma il 20 settembre 1870 con il Papa (Pio IX) finalmente chiuso in Vaticano impossibilitato, apparentemente, a nuocere ancora. Poi venne il Fascismo che restituì alla Chiesa ogni potere, evento che ci fa ancora ritrovare tra le nazioni più arretrate del mondo per diritti civili ... paghiamo la mania di potere di 4 sciocchi politici, ignoranti della storia ed incapaci di vedere oltre i poveri fatti contingenti. Abbiamo così una Chiesa ancora oppressiva e rapace che si sovrappone ad ogni esigenza di avanzamento politico e sociale del Paese.

Roberto Renzetti


NOTE

(1) Fornisco alcune date di eventi di vario tipo che interessano il seguito della storia e per situare la vita e la vicenda di Bruno:

1504 - Il Napoletano passa dalla Francia alla Spagna.

1511/1516 - Elogio della follia e Nuovo Testamento di Erasmo.

1517 - prende il via la Riforma di Lutero (inizialmente contro il mercato delle indulgenze);

1519/1556 - Carlo V imperatore.

1527 - Truppe di Carlo V (i lanzichenecchi) saccheggiano Roma.

1529 - La Chiesa incorona Carlo V imperatore e da questo momento  diventa dipendente dalla Corona di Spagna.

1536 - inizia l'opera di Calvino;

1542 - Paolo III  riordina l'Inquisizione affinché sia più efficiente contro gli eretici;

1543 - Viene pubblicato il De Revolutionibus orbium coelestium di Copernico.

1545 - inizia il Concilio di Trento e la Controriforma;

1548 - Nasce Filippo (poi chiamatosi Giordano) Bruno;

1556/1598 - Felipe II re di Spagna.

1559 - si pubblica il primo Index librorum prohibitorum e tra gli autori proibiti vi sono: Dante, Boccaccio, Tasso, …

1562 - i cattolici massacrano la comunità protestante di Vassy;

1563 - termina il Concilio di Trento;

1567 - Tommaso (che aveva realizzato la ciclopica operazione di raccordo tra la filosofia e cosmologia aristoteliche con le dottrine della Chiesa di Roma) viene nominato, da Papa Pio V, Dottore della Chiesa;

1572 - i cattolici massacrano i protestanti Ugonotti nella Notte di S. Bartolomeo;

1587 - Elisabetta I di Inghilterra fa uccidere la cattolica Maria Stuart;

1588  - Papa Sisto V fornisce ancora maggior potere all'Inquisizione;

1589 - Enrico III di Francia viene assassinato.

1596 - Kepler pubblica Mysterium Cosmographicum

(2) La mnemotecnica è in breve l'arte di sviluppare la memoria. In un'epoca in cui circolavano pochissimi libri stampati era molto difficile ritenere a memoria tutto ciò che serviva per elaborare uno scritto, uno studio, un confronto d'idee. Era di grandissima importanza trovare metodi che permettessero di ricordare il massimo delle conoscenze. Occorre fare attenzione a questo perché sarà uno degli argomenti che aleggerà intorno a Bruno come se questa abilità fosse associabile alla magia.

(3) La denuncia di Mocenigo venne fatta in tre scritti del 23, 25 e 29 maggio. Riporto i principali passi (citati da Ciliberto):

[23 maggio] Io ... dinunzio ... aver sentito a dire a Giordano Bruno nolano, alcune volte che ha ragionato meco in casa mia: che è biastemia grande quella de cattolici il dire che il pane si transustanzii in carne; che lui è nemico della Messa; che niuna religione gli piace; che Cristo fu un tristo, e che se faceva opere triste di sedur populi, poteva molto ben predire di dover esser impicato; che non vi è distinzione in Dio di persone, e che questo sarebbe imperfezion in Dio; che il mondo è eterno, e che sono infiniti mondi, e che Dio ne fa infiniti continuamente, perché dice che vuole quanto che può; che Cristo faceva miracoli apparenti e ch'era un mago, e così gli apostoli, e ch'a lui darla l'animo di far tanto, e più di loro; che Cristo mostrò di morir mal volentieri, e che la fuggì quanto che puoté; che non vi è punizione di peccati, e che le anime create per opera della natura passano d'un animal in un altro; e che come nascono gli animali brutti di corruzione, così nascono anco gli uomini, quando doppo' i diluvii ritornano a nasser. Ha mostrato dissegnar di voleri farsi autor di nuova setta sotto nome di nuova filosofia; ha detto che la Vergine non può aver parturito, e che la nostra fede cattolica è piena tutta di bestemie contro la maestà di Dio; che bisognarebbe levar la disputa e le entrate alli frati, perché imbratano il mondo; che sono tutti asini, e che le nostre opinioni sono dotrine d'asini; che non abbiamo prova che la nostra fede meriti con Dio; e che il non far ad altri quello che non voressimo che fosse fatto a noi basta per ben vivere; e che se n'aride di tutti gli altri peccati; e che si meraviglia come Dio supporti tante eresie di cattolici. Dice di voler attender all'arte divinatoria, e che si vuol far correre dietro tutto il mondo; che S. Tomaso e tutti li dottori non hanno saputo niente a par di lui; e che chiariria tutti i primi teologhi del mondo, che non sapriano rispondere.

[29 maggio] ch'usa adesso la Chiesa, non è quello che usavano gli apostoli ... ; che questo mondo non poteva durar così, perché non v'era se non ignoranza, e niuna religione che fosse buona; che la Cattolica gli piaceva ben più de l'altre, ma che questa ancora avea bisogno di gran regole; e che non stava bene così, ma che presto il mondo averebbe veduto una riforma generale di se stesso, perché era impossibile che durassero tante corruttele; e che sperava gran cose su'l re di Navarra, e che però voleva affrettarsi a metter in luce le sue opere e farsi credito per questa via, perché quando fosse stato tempo voleva esser capitano; e che non sarebbe stato sempre povero, perché averi a goduto i tesori degli altri. Mi disse anche in proposito del non saper di questi tempi, che, adesso che fiorisse la maggior ignoranza che abbi avuto mai il mondo, si gloriano alcuni di aver la maggior cognizione che sia mai stata, perché dicono di saper quello che non intendono, che è che Dio sia uno e trino, e che queste sono impossibilità, ignoranze e bestemie grandissime contro la maestà di Dio ... Ed in altro proposito mi disse che sicome riputava per altro saviissima questa republica, così non poteva fare che non la dannasse a lasciar così richi i fratti; e che doveriano fare, come hanno fatto in Francia, che le entrate dei monasterii se le godano i nobili, e li fratti mangiano un poco di prodo; e che così sta bene, perché quelli che entrono frati al dì d'oggi, sono tutti asini, a' quali il lasciar goder tanto bene è grandissimo peccato.

(4) La denuncia di Fra Celestino da Verona:

Dicit se deponere contra Iordanum, quia suspicatur se calumniose delatum fuisse ab ipso, et detulit omnia contra Iordanum in scriptis. Detulit Iordanum dixisse

1. Che Cristo peccò mortalmente quando fece l'orazione nell'orto recusando la volontà del Padre, mentre disse: Pater, si possibile est, transeat a me ealix iste.

2. Che Cristo non fu posto in croce, ma fu impiccato sopra dui legni a modo d'una crozzola, che allora si usava, e chiamavasi forca.

3. Che Cristo è un cane becco fottuto can: diceva che chi governava questo mondo era un traditore, perché non lo sapeva governar bene, ed alzando la mano faceva le fiche al cielo.

4. Non ci è Inferno, e nissuno è dannato di pena eterna, ma che con tempo ognuno si salva, allegando il Profeta: Nunquid in aeternum Deus irascetur ?

5. Che si trovano più mondi, che tutte le stelle sono mondi, ed il credere che sia solo questo mondo è grandissima ignoranza.

6. Che, morti i corpi, l'anime vanno trasmigrando d'un mondo nell'altro, dei più mondi, e d'un corpo nell'altro.

7. Che Mosè fu mago astutissimo e, per essere nell'arte magica peritissimo, facilmente vinse i maghi di Faraone; e ch' egli finse aver parlato con Dio nel monte Sinai, e che la legge da lui data al popolo Ebreo era da esso imaginata e finta.

8. Che tutti li Profeti sono stati uomini stuti, finti e bugiardi, e che perciò hanno fatto mal fine, cioè sono stati per giustizia condannati a vituperata morte, come hanno meritato.

9. Che il raccomandarsi ai Santi è cosa redicolosa e da non farsi.

10. Che Cain fu uomo da bene, e che meritamente uccise Abel suo fratello, perché era un tristo e carnefice d'animali.

11. Che, se sarà forzato tornar frate di S. Domenico, vuol mandar in aria il monasterio dove si troverà, e, ciò fatto, subito vuol tornare in Alemagna o in Inghilterra tra eretici per più comodamente vivere a suo modo ed ivi piantare le sue nuove ed infinite eresie. Delle quali eresie intendo produrre per testimoni Francesco Ieronimiani, Silvio canonico di Chiozza e fra Serafino dell'Acqua Sparta.

12. Quel c'ha fatto il breviario, ovvero ordinato, è un brutto cane, becco fottuto, svergognato, e ch'il breviario è come un leuto scordaato, e ch'in esso molte cose profane e fuori di proposito si contengono, e che però non è degno d'esser letto da uomini da bene, ma dovrebbe essere abbrugiato.

13. Che quello che crede la Chiesa, niente si può provare.

Allegat in contestes fratrem Iulium de Salò, Franciscum Vaia et Mathaeum de Orio, concarceratos.

Le denunce 2, 5 e 6 erano state fatte anche da Mocenigo. Tutte le altre permisero di arricchire i capi di imputazione delle seguenti voci:

[11]. Di aver sostenuto che Cristo abbia peccato (cfr. n. 1).

[12]. Di avere opinioni erronee sull'Inferno (cfr. n. 4).

[13]. Di avere opinioni erronee su Caino ed Abele (cfr. n. 10).

[14]. Di aver parlato male di Mosè (cfr. n. 7).

[15]. Di aver parlato male dei Profeti (cfr. n. 8).

[16]. Di aver negato attendibilità ai dommi della Chiesa (cfr. n. 13).

[17]. Di aver riprovato il culto dei Santi (cfr. n. 9).

[18]. Di aver parlato con spregio del breviario (cfr. n. 12).

[19]. Di essere blasfemo (cfr. n. 3).

[20]. Di avere prave intenzioni, qualora fosse costretto a rientrare nel suo Ordine (cfr. n. 11).

(5) Tre giorni dopo il suo arrivo vi fu un episodio nel convento che lo vide imputato poi assolto. Il Padre Generale del convento fu violentato da vari frati. Poiché Campanella era appena arrivato si sospettò di lui ma, come annunciato, fu scagionato.

(6) Nelle segrete del Maschio Angioino vi era anticamente un deposito per il grano che fu trasformato in prigione. Narra la leggenda che i prigionieri ivi rinchiusi scomparivano all’improvviso; fu allora predisposto un controllo maggiore e si venne a conoscenza della presenza di un coccodrillo che entrava da un’apertura nella parete, azzannava i prigionieri e li trascinava con sé in mare. Appurato il fatto, si decise di dare in pasto al coccodrillo tutti i prigionieri che si voleva eliminare senza far sapere niente. Quella prigione fu chiamata fossa del coccodrillo. Questa fossa è oggi localizzata in Castel Nuovo, nel Maschio Angioino ma Luigi Firpo la localizza in Castel Sant'Elmo e la descrive nel modo seguente: "Si tratta di un vano cieco , cui si scende per 24 scalini, immerso nelle tenebre; alle pareti di pietra, lungo le quali l'umidità stilla di continuo, il prigioniero viene ferrato mani e piedi; dorme su un giaciglio di paglia fradicia e solo per mezz'ora al giorno gli vien dato un poco di lume per la lettura del breviario; per cibo riceve immondi rifiuti".

(7) Il pazzo non poteva essere messo a morte perché, dato il suo stato di non essere in sé, non avrebbe avuto la possibilità di pentirsi. Senza questo pentimento si sarebbe persa la sua anima e questo peccato sarebbe ricaduto sul capo dei giudici. Ammazzando invece una persona savia che non si pente è solo lui il responsabile della sua morte e dannazione.

(8) Giorno 4 di giugno 1601, a Napoli, nel regio Castel Nuovo, al cospetto dell’illustrissimo signor Jacopo Aldobrandini, vescovo di Troia, nunzio apostolico in questo regno, dell’illustre e reverendissimo signore don Benedetto Mandina, vescovo di Caserta, e del reverendissimo signor Ercole Vaccari, protonotario apostolico e vicario generale di Napoli, giudici delegati nonché di me notaio. Alonso Martinez, carceriere delle prigioni del Castel Nuovo, per ordine dei Signori predetti condusse alla loro presenza fra Tommaso Campanella, il quale, ritto in piedi di fronte ai Signori, essendo stato invitato a giurare di dire la verità, non volle farlo, dicendo invece: «Il Signore Iddio lo ha giurato. Accorri in mio soccorso!». E così i Signori ammonirono lo stesso fra Tommaso a voler smettere la simulazione di follia e di insipienza, perché era ormai giunto il momento di ravvedersi, altrimenti sarebbe andato incontro a grossi guai.
Rispose: «Diece cavalli bianchi».
E venendo interrogato dai Signori su molti altri punti, sempre rispose in modo incongruente.
Allora i Signori giudici, dando esecuzione alla lettera dell’illustrissimo e reverendissimo signor Cardinale di Santa Severina datata da Roma il 24 marzo prossimo passato, allo scopo di mettere alla prova la simulazione predetta, ordinarono che lo stesso fra Tommaso venisse sottoposto al supplizio chiamato "la veglia", cioè posto su un supporto di legno, sopra del quale venne legato; e mentre si cominciava a legarlo disse: «Legatimi bene. Vedete che mi stroppiati. Ohimè, Dio! Ohimè, Dio!». E fu legato a sedere su quel supporto detto "il cavallo", con le mani dietro le spalle, appeso alla fune della tortura, ed era l’undicesima ora.
Interrogato daccapo a deporre la simulazione, invocò a gran voce: «Monsignor, non vi ha fatto dispiacere! Biàsciami, che sono un santo!»; e diceva: «Sono santo! abbi pietà! ohimè, Dio, che son morto! ohimè, Dio, frate mio! Io letto mio! Marta e Madalena! ohimè, cor mio! E come mi strengano forte le mani! Oh, che son santo e non ho fatto male e son patriarca! Aiutami, che moro! Mi se’ parente e mi fai queste cose? oh, mamma mia!, oh, misericordia! oh, Cristo mio! E l’altra notte fra Dionisio mi portò lo breve de la Cruciata e non me lo volete dare mo. Ohimè, Dio! E come mi strengio forte! io mi stroppio», e spesso, gridando, diceva: «Ohimè!».
E sottoposto al supplizio predetto diceva: «Ohimè, dove sono li soldati miei che mi aiutano? Venite, venite, frate mio! Fra Silvestro fu e non fui io, non fici niente io, che ho fatto la Biblia. Non, per Dio, fui io! Ohi, che moro e bruscio! Non, per Dio, fui io! Aiutatemi, frate mio, che casco!».
Interrogato a smettere la simulazione, diceva: «Ohimè, frate mio, chiamate pàtrimo! [si riferisce al padre, Gerolamo, ndr] Mi spogliaro. Non mi ammazzate!»; e mentre diceva queste cose disse: «Stoiàtimi lo naso», il che venne fatto; e poi diceva: «Per Dio, non fui io, fu fra Silvestro»; e rivolto al signor Vicario di Napoli diceva: «Sì l’arciprete. Lassatimi stare, che vi do quindici carlini. Per Dio, che non fici niente!».
E venendogli detto di deporre del tutto la sua simulazione, disse: «Ohimè!». E dopo esser stato legato per i piedi diceva: «Ohimè, che mi ammazzati!».
E venendogli detto di smettere la simulazione, disse: «Non, frate! non, frate! ohimè, che son morto! Mille e seicento»: e venendo toccato dall’aguzzino, strillò dicendo: «Non mi toccare, che sii squartato! Mo me ne vado, frate!».
E ripetutamente ammonito dai Signori a deporre la simulazione, diceva: «Ohimè, che son morto!». E avendo udito il suono delle trombette delle triremi attraccate al molo presso il Castel Nuovo, diceva: «Sonate, sonate! Son ammazzato, frate!».
E ammonito a voler smettere la simulazione, vedendo aperta la porta della camera, diceva: «Aprimi!» e, rivolto all’aguzzino, diceva: «Eh, frate! eh, frate!».
E venendogli detto di deporre la simulazione, non rispose alcunché, ma per un certo spazio di tempo rimase taciturno a capo chino; e poi, toccato dall’aguzzino, si volse verso di lui e disse: «Eh, frate!» e continuò per la durata di un’ora a rimanere col capo e il busto chinati.
E venendogli detto di voler deporre di fatto la simulazione, non rispondeva cosa alcuna.
E più volte interrogato se voleva scendere, perché sarebbe stato sciolto se aveva intenzione di giurare e di rispondere formalmente alle domande che gli sarebbero state proposte, giù altre volte formulate o da formulare, fece solo un cenno col capo, ma rifiutò di dare una risposta per il sì o per il no.
E poiché diceva: «Mo mi piscio» e voleva esser calato a tale effetto, venne calato; e poi disse: «Mo mi caco», e venne tradotto alla latrina, per esser poi condotto al cospetto dei Signori.
E interrogato dai Signori circa il suo nome, rispose: «Mi chiamo fra Tommaso Campanella».
Interrogato circa la sua patria d’origine e la sua età, non diede alcuna risposta alle domande.
Allora i Signori ordinarono che lo stesso fra Tommaso Campanella venisse sottoposto al supplizio predetto, e come vi fu collocato e sistemato nel modo predetto, ecco che diceva: «Mo mi ammazzati, ohimè, ohimè!» e tacque.
Interrogato a smettere la simulazione, non rispose alcunché alle domande, ma poiché l’aguzzino gli diceva: «Non dormire!», egli, rivolto a lui, rispondeva: «Sedi, sedi alla seggia, taci, taci».
E quando l’aguzzino gli parlava, rispondeva: «Zitto, zitto, frate mio!».
E avendolo invitato i Signori a rispondere alle domande, cioè quale fosse la sua patria d’origine e quale la sua età, rispose: «Aiutami, frate!» e tacque.
E avendogli detto i Signori di smettere la pazzia e di rispondere alle domande, non diede nessuna risposta alle interrogazioni, e taceva.
Ed essendo stato ammonito più volte a voler deporre la follia e a rispondere alle domande, benché più volte interrogato, non diede alcuna risposta, e taceva.
E dopo essere rimasto sotto il suddetto tormento senza interruzione ed essendo la ventiquattresima ora, uno dei Signori lo invitò a chiedere qualcosa ai Signori, ma egli, scuotendo il capo, diceva: «Ohimè, ohimè!» e tacque.
E i signori gli dissero di smettere la pazzia e di rispondere alle domande, e lui, fissando i Signori, gridava dicendo: «Ohimè!».
E come fu sonata la prima ora di notte, gli fu detto dai Signori di smettere e di rispondere alle domande circa la sua età e la sua patria d’origine, ed egli guardava i Signori, e gridò: «Non fati, che ti sono frate!» e tacque.
E venendogli detto dai Signori di voler finalmente smettere la follia e di rispondere alle domande, disse: «Dàtimi da bere», e così gli fu dato da bere, e poi gridò, dicendo: «Aiutami, gioia mia!».
E ammonito ripetutamente dai Signori a voler deporre la pazzia e quindi a rispondere puntualmente alle domande, taceva, ma sembrava in grado di capire e percepire con attenzione le parole che gli erano dette e i richiami a lui formulati, e poi diceva: «Cicco vono l’ammazzò».
E intanto batté la seconda ora di notte, e gli fu detto di smetter la pazzia e di dire la sua età e patria, e non dava nessuna risposta alle domande, ma diceva: «Oh, Iddio, non mi ammazzati, frate mio!» e fissava quanti stavano attorno.
E interrogato perché manifestasse la propria patria, e se era laico o religioso, disse alcune parole incongruenti, e poi diceva: «Sono de Stilo, e sono frate dell’ordine di San Domenico e da messa»; e disse queste cose dopo molte, anzi moltissime ammonizioni, e diceva anche: «Fici lo monastero di Santo Stefano con tre monaci, e presi l’abito alla Motta Gioiosa, dove è Lucrezia mia sorella e Giulio mio fratello», e tacque.
Poi diceva: «Mia sorella si chiama Emilia, figlia di mio zio, e io la maritai».
E poiché chiede da bere, dicendo: «Dàtimi a bevere vino», gli fu dato da bere del vino. E poi diceva: «Ohimè, tutto mi doglio!».
E interrogato più volte, non rispondeva alle domande, ma diceva: «Zitto, frate mio!».
E venendogli detto di rispondere a quanto gli viene proposto, smettendo la pazzia, diceva: «Ohimè, non mi ammazzati! tu mi se’ frate».
E venendogli detto di smettere la pazzia e di rispondere a quello che gli si diceva, non dava alcuna risposta alle domande, ma riguardava gli astanti volgendosi ora qua e ora là, dicendo: «Son morto! non mi ammazzati! chiamàti pàtrimo!» e di tanto in tanto diceva: «Zitto, frate mio!» e altre cose senza senso.
Ed essendo stato richiamato lungo l’intero corso della notte col dirgli: «Fra Tomasi Campanella, che dici? non parli?», non diceva cosa alcuna, ma rimase sempre sveglio, guadando qua e là, essendo state accese le candele.
E spuntato che fu il giorno, aperte le finestre e spenti i lumi, dato che detto fra Tommaso Campanella se ne stava in silenzio, gli fu detto di smettere la pazzia, e di parlare, e di chiedere qualcosa; e lui rispondeva: «Moro, moro!».
E venendogli detto di smettere la pazzia e di dire quando e da chi venne catturato e per qual causa, rispondeva: «Son morto, son morto non posso più, non posso più per Dio!» e tacque.
Interrogato a smettere la pazzia e a rispondere a quanto gli viene detto, rivolto verso chi lo interrogava, diceva: «Moro, moro!».
E poiché sembrava sul punto di svenire, i Signori ordinarono di calarlo dal supplizio predetto e di farlo sedere, e così fu fatto, e stando seduto diceva di voler orinare, e venne tradotto alla latrina esistente vicino alla stanza della tortura: e poco dopo suonò l’undicesima ora.
E dato che chiedeva delle uova, i Signori ordinarono di dargliele, e così gli furon date tre uova da bere; e alla domanda se volesse bere rispondeva di sì, e così al predetto fra Tommaso venne dato da bere del vino; e avendo detto che si sentiva morire, i Signori gli domandarono se voleva confessare i propri peccati, e rispose di sì e che venisse chiamato un confessore, che però non venne chiamato perché si riebbe.
E avendo i Signori ordinato di tornare a sottoporlo al predetto supplizio, rispose: «Lasciatimi stare!».
E venendogli domandato perché avesse tante preoccupazioni per il corpo e nessuna per l’anima, rispose: «L’anima è immortale».
E volendo gli aguzzini ricollocarlo al supplizio, diceva: «Aspettàti, frate mio», e venne così risistemato nel modo predetto, senza che dicesse una parola.
E dopo essere rimasto sotto il tormento in atteggiamento quieto e silenzioso, disse poi all’aguzzino di spostare più in alto la fune che gli legava i piedi, perché se li sentiva in fiamme, e i Signori ordinarono che si facesse quanto chiedeva, e così continuò a starsene tranquillo.
Interrogato dai Signori se volesse dormire, rispose di sì.
E venendogli detto di rispondere alle domande, perché avrebbe avuto agio di dormire, non diede risposta.
E sotto al tormento gridava, dicendo ripetutamente: «O mamma mia!».
E dopo la quindicesima ora diurna, con l’occasione della chiamata di fra Dionisio Ponzio per interrogarlo sul riconoscimento di un certo memoriale da lui presentato, i Signori ordinarono al detto fra Dionisio di rivolgersi a detto fra Tommaso posto sotto il tormento e di convincerlo a voler rispondere formalmente alle domande che gli venivano poste e gli sarebbero state poste in futuro, allo scopo di evitare il supplizio, che per lui era del tutto senza scopo, e che senza fallo il sant’Uffizio avrebbe trovato il modo di avere le sue risposte con qualunque mezzo; il quale fra Dionisio svolse quel compito con buona diligenza e modi affettuosi, e discusse e dibatté con lui la questione proposta; e a lui disse che intendeva rispondere alle domande che i Signori gli avrebbero fatte; e allo stesso fra Tommaso fu concesso di venir calato dal supplizio e di rifocillarsi con cibo e bevanda, e per di più gli fu permesso di recarsi alla latrina in compagnia del predetto fra Dionisio; nel che si consumò lo spazio di oltre un’ora, e poi i Signori ordinarono che si sedesse su uno sgabello vicino al tavolo e lo esortarono a volersi ravvedere, visto che era ormai stremato dalle torture, e a rispondere in forma legale alle domande già fatte e da farsi.
E in modo particolare che narri in qual modo si trovi detenuto in questo Castello. Rispose: «Che voliti da me?».
E i Signori, rendendosi conto del fatto che detto fra Tommaso forniva solo parole, ordinarono di ricollocarlo sotto il tormento; e lui, così sistemato, mostrò all’evidenza di non sentire alcun dolore, e non diceva verbo.
E visto che detto fra Tommaso Campanella se ne stava sempre in totale silenzio, non faceva il minimo movimento e sembrava che non sentisse alcun dolore, e dato che altro non si poteva cavare da lui, che di tanto in tanto ripeteva: «Moro, Moro!», i Signori ordinarono di farlo scendere con delicatezza dal supplizio predetto, di ridurgli le lussazioni, di rivestirlo e di ricollocarlo nella sua cella, dopo che era rimasto sotto al predetto tormento per circa trentasei ore, e così fu fatto, non senza però la formale protesta ecc.

Giovan Cammillo Prezioso,
notaio e mastrodatti delle cause della Santa Fede
nella Curia arcivescovile di Napoli.
Deposizione di un aguzzino


Il 20 del mese di luglio 1601, in Napoli, al cospetto dell’illustrissimo e reverendissimo signore don Benedetto Mandina, vescovo di Caserta, giudice delegato alla presente causa, e di me notaio ecc. è stato interrogato Giacomo Ferraro della città di Trani, in età di anni, a suo dire, quaranta all’incirca, addetto alla Gran Corte della Vicaria, il quale, dopo essere stato invitato a giurare di dire la verità e dopo che ebbe giurato con la mano ecc., in qualità di citato a deporre venne interrogato sui punti seguenti,. e in primo luogo:
Interrogato su «che parole si lasciò dire fra Tommaso Campanella dopo che fu sceso dal tormento della veglia, che li fu dato allo Castello Novo di questa città li giorni passati, e proprio del mese di giugno prossimo passato, che le voglia dire, dove le disse e chi fu presente che l’intese e possìo intendere».
Rispose: «La verità è che, essendo io intervenuto come ministro de la Gran Corte de la Vicaria a dare tormento de la veglia a fra Tomaso Campanella predetto, dove io intervenni continuamente, avendomelo posto in collo per consegnarlo allo carceriero delle carceri di detto Castello Novo, e cacciatolo così in collo da la camera dove ebbe lo tormento fino a la sala Reale, detto fra Tomaso Campanella mi disse da sé le formate o simili parole: - Che si pensavano che io era coglione, che voleva parlare? - e a queste parole non ci fu nessuna persona presente, che l’avesse intese. E dopo consegnai lo detto fra Tomaso Campanella al carceriere e non intesi altro». Come sopra ha risposto su quanto sa, sul luogo e la data.
E non essendosi potuto da lui ricavare altro, l’interrogatorio venne chiuso, dopo avergli intimato l’obbligo del segreto, sotto pena di scomunica; e avendo dichiarato di non saper scrivere, firmò per conseguenza con un segno di croce.

Il documento qui riportato è tratto da una raccolta pubblicata da Luigi Amabile in un’opera in tre volumi:
Fra Tommaso Campanella, la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia, Morano, Napoli, 1882. 

(9) Die Jovis 25 Februarii 1616.

Ill.mus D. Cardinalis Millinus notificavi RR. PP. DD. Assessori et Commissario S.cti Officii, quod relata censura PP. Theologorum ad propositiones Gallilei Mathematici, quod sol sit centrum mundi et immobilis motii locali, et terra moveatur etiam motu diurno, S.mus ordinavit Ill.mo D. Cardinali Bellarmino, ut vocet_coram se dictum Galileum, eumque moneat ad deserendam dictam opinionem ; et si recusaverit parere, P. Commissarius, coram notario et testibus, faciat illi praeceptum ut omnino abstineat huiusmodi doctrinam et opinionem docere aut defendere, seu de ea tractare; si vero non acquieverit, carceretur.

Die Veneris 26 eiusdem.
In palatio solitae habitationis dicti Ill.mi D. Card.lis Bellarminii et in mansionibus Dominationis Suae Ill.mae, idem Ill.mus D. Card.lis, vocato supradicto Galileo, ipsoque coram D. sua Ill.ma existente, in praesentia admodum R. P. Fratris Michaelis Ange!i Seghitii de Lauda, ordinis Praedicatorum, Commissarii generalis S.ti Officii, praedictum Galileum monuit de errore supradictae opinionis et ut illam deserat; et successive ac incontinenti, in mei etc. et testium etc., praesente etiam adhuc eodem Ill.mo D.Card.li supradictus P. Commissarius praedicto Galileo adhuc ibidem praesenti et constituto praecepit et ordinavit [proprio nomine] S.mi D. N. Papae et totius Congregationis S.ti Officii, ut supradictam opinionem, quod sol sit centrum mundi et immobilis et terra moveatur, omnino relinquat, nec eam de caetero, quovis modo, teneat, doceat aut defendat, verbo aut scriptis; alias, cantra ipsum procedetur in S.to Officio. Cui praecepto idem Galileus acquievit et parere promisit. Super quibus etc.
Actum Romae ubi supra, praesentibus ibidem R.do Badino Nores de Nicosia in regno Cypri, et Augustino Mongardo de loco Abbatiae Rosae, dioc. Politianensis, familiaribus dicti Ill.mi D. Cardinalis, testibus etc.


BIBLIOGRAFIA 

 

(1) Karlheinz Deschner - Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa - Massari 1998

(2) Franco Cardini - L'inquisizione - Giunti 1999

(3) John Edwards - Storia dell'Inquisizione - Mondadori 2006

(4) Jean Guiraud - L'Inquisizione medioevale - Corbaccio 1933

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(8) Pietro Tamburini - Storia generale dell'Inquisizione - Bastogi 1862

(9) Karlheinz Deschner - Storia criminale del Cristianesimo - Ariele 2000

(10) Henry Ch. Lea - Storia dell'Inquisizione - Feltrinelli/Bocca 1974 (l'opera è del 1888)

(11) N. Eimeric, F. Peña - El manual de los inquisidores - Muchnik Barcelona 1983

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(18) R. Po-Chia Hsia - La Controriforma - Il Mulino 2001

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(24) Luigi Ammirati - Pomponio Algerio

(25) Daniele Santarelli - Morte di un eretico impenitente. Note su Pomponio de Algerio (Algieri) di Nola, sulla sua consegna a Roma da parte della repubblica di Venezia e sul suo supplizio

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(41) G. De Santillana, Da Bruno a Leibniz, in La science au seizième siecle, Hermann 1957.

(42) P.H. Michel, L'atomismo di Giordano Bruno,  in La science au seizième siecle, Hermann 1957.

(43) E. Garin, L'Umanesimo italiano, Laterza 1993

(44) A. Verrecchia, Giordano Bruno. La falena dello spirito, Donzelli 2002

(45) S. Ricci, Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento, Salerno Editrice 2000

(46) F. Papi (a cura di), Giordano Bruno. Infinità della natura e significato della civiltà, La Nuova Italia 1971

(47) F. Yates, Giordano Bruno and the Hermetic Tradition, Routledge & Kegan 1964

(48) S. Ulliana, Una modernità mancata, Armando 2004

(49) S. Ulliana, Il concetto creativo e dialettico dello spirito nei Dialoghi Italiani di Giordano Bruno, Edizioni Scientifiche Italiane 2003

(50) H. Gatti, Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento, Raffaello Cortina 2001

(51) L. Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Salerno 1998

(52) Wikipedia, Tommaso Campanella

(53) Campanella, Apologia di Galileo, Rusconi 1997

(54) A. Favaro, Galileo e l'Inquisizione. Documenti del Processo Galileiano, G. Barbera 1907

(55) M. Camerota, Galileo Galilei, Salerno 2004

(56) G. de Santillana, Processo a Galileo, Mondadori 1960


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