Di Giordano Bruno mi sono occupato
più volte per la sua affascinante personalità e, debbo dire a premessa di quanto
scriverò, che sono molto legato a lui da grandissimo affetto e stima. Avverto
che utilizzerò qui, come farò per Galileo, molto del materiale che ho già
pubblicato ma cercherò ora di concentrarmi più sul processo che sul pensiero in
senso lato.
Filippo Bruno nasce a Nola (vicino
Napoli) nel 1548 da Giovanni (soldato di ventura) e da Fraulissa
Savolino (famiglia di piccoli proprietari terrieri). «Io ho
nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a
Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città».
Inizia studi
privati con il sacerdote Gian Domenico de Jannello, poi passa alla
scuola pubblica di Bartolo Alaia delle Caselle. Prosegue gli studi a
Napoli (umanità, logica e dialettica) in una scuola pubblica, quella dell'averroista
antiaristotelico Giovan Vincenzo de Colle,
detto Sarnese perché nato a Sarno, e segue lezioni private di logica dal padre agostiniano Teofilo
da Vairano.
Sotto l'influenza di quest'ultimo ne 1562 entra in convento (è un'epoca
di vigilanza e repressione da parte delle autorità cattoliche e
spagnole)(1)
e nel 1562 veste l'abito di novizio domenicano in
San Domenico a Napoli, prendendo il nome di Giordano. Fa l'anno di
noviziato studiando retorica fino a diventare nel 1566 professo
(prende cioè i voti). Dopo l'anno di prova a San Domenico si dovevano
fare quattro anni di corso preaccademico con approfonditi studi di
retorica, dialettica, filosofia naturale, teologia, mnemotecnica(2), logica
e metafisica il tutto ruotante intorno al Filosofo Aristotele
(naturalmente si faceva finta che Copernico, già pubblicato da un
ventennio, non fosse mai esistito). La scelta di farsi domenicano era
stata meditata non tanto per l'amore alla teologia che Bruno non aveva o
per difendere l'ortodossia cristiana, cosa alla quale non teneva, ma per
poter studiare in pace tutte le cose che lo interessavano in un ambiente
protetto perché di un ordine tra i più potenti. Anche se, occorre
ricordare, questa scelta la facevano in molti e quindi la cosiddetta
vocazione spessissimo non c'entrava nulla. Tanto è così che i monasteri
e le Università annesse erano luoghi di violenze e scandali sessuali.
Verrecchia racconta delle migliaia di studenti che si muovevano nello
Studio annesso al Monastero di San Domenico, dove aveva insegnato
Tommaso d'Aquino. Parla di questi studenti come non proprio tranquilli
se il Viceré, per riportare la calma, tra il 1566 ed il 1568 dovette
emanare due decreti in cui vietava l'uso delle armi sia offensive che
difensive e se il Rettore poteva chiedere l'arresto dei più scalmanati.
Nonostante ciò vi era un baccano continuo con corse, grida e violente
risse (et altre cose nefande) per scale, chiostri e perfino nella
chiesa. E Bruno che ha sempre convissuto con una doppia natura di
mistico studioso dalle profonde riflessioni ed uomo che ama la vita, non
deve essere stato estraneo a questa vita disordinata. Anche perché le
lezioni erano quelle assurde disquisizioni su temi assegnati agli
studenti che non erano però su temi d'interesse o di cultura classica
come Aristotele, Platone, Democrito, ... ma sui noiosi Padri della
Chiesa come Girolamo, Crisostomo, Crisologo, Ambrogio, Cipriano, ...
Bruno doveva annoiarsi e, osserva acutamente Verrecchia,
l'intelligenza comporta dei rischi anche nella Casa di Dio, anzi
lì più che altrove, visto che ci entrano solo i poveri di spirito.
Così che, durante l'anno di noviziato, dopo che egli stesso aveva
gettato via le immagini di tutti i santi restando legato al solo Cristo,
invitava un novizio che leggeva la Historia delle sette
allegrezze della Madonna a gettar via quel libro che era solo una
rituale, puerile e scialba esaltazione in versi (tanto è così che
per questo motivo l'opera fu poi messa all'Indice da Clemente XI) senza
dir nulla di serio ed importante e che si sarebbe imparato molto
leggendo invece la Vita de Santi Padri. Questo consiglio
all'amico di convento servirà per dire che Bruno aveva attentato al
culto della Madonna. Mentre continuava la dissolutezza conventuale vi
era la pratica di punire severamente chi rivelasse cosa accadeva
all'interno delle sante mura compresi i continui omicidi proprio in San
Domenico dove alcuni frati come Teofilo Caracciolo e Marco Di Gennaro
più che il rosario sapevano maneggiare il pugnale e non erano i più
deprecabili se la sodomia, il furto ed ogni nefandezza erano pratiche
comuni. Tra il 1567 ed il 1570 furono emesse una cinquantina di
sentenze, di cui ben diciotto contro conversi, chierici e sacerdoti di
San Domenico Maggiore. Bruno testimonia questo in alcune sue opere
come il Candelaio e afferma di essere riuscito a restarne fuori
perché, come dice Verrecchia con pieno merito, nei grandi spiriti la
superiorità intellettuale va sempre di pari passo con quella morale. La
filosofia di Bruno si rispecchia nella sua vita e viceversa. Non a
caso, mentre i superiori dell'ordine domenicano emanavano la seguente
direttiva: Dobbiamo per rispetto a Dio stroncare le iniquità e i
delitti e, secondo le nostre leggi e istituzioni, punirli con le pene
dovute, affinché i delinquenti vengano salutarmente repressi e gli altri
siano indotti da tale esempio ad astenersi dal commettere scelleratezze,
a Bruno venivano concessi permessi per visite, missioni, licenze e
viaggi. Egli era capace di estraniarsi e restare a scrivere e meditare
per molto tempo, quasi che il resto del mondo gli sparisse. Per questo
non ebbe problemi di sorta in un coacervo di delitti, di pene, di
sconvenienze (non già per frati ma addirittura per banditi) impensabili
(si veda Verrecchia a pag. 24 e 25) ed ipocriti silenzi perché non si
sapesse nulla all'esterno. Il mondo religioso del cattolicesimo andava
dissolvendosi come denunciato già da moltissimi scrittori a partire da
Dante e Boccaccio. Ma Bruno era solo uno studioso ed ancora il 15 luglio
1568 ottenne il permesso scritto di recarsi a visitare i domenicani
della Lombardia dove, dopo essere passato per qualche convento romano,
arrivò a quello lombardo di Santa Sabina. Naturalmente non abbiamo
informazioni complete sui suoi spostamenti per cui debbo riportare solo
alcune cose che vari studiosi sostengono. Tra queste il fatto che
probabilmente, di passaggio a Roma, fosse presentato al Papa Pio V (al
quale dedicò e recitò in ebraico un'operetta andata perduta, L'arca
di Noè). Proseguì gli studi, dovendo pagare per avere una celletta
dove potesse studiare, che si conclusero con la laurea in teologia nel
1575 con due tesi, una su Tommaso d'Aquino e l'altra su Pietro Lombardo,
e la carriera ecclesiastica che lo portò ad essere sacerdote nel 1573 a
Campagna, vicino Eboli. Nel 1575, quindi, Bruno era sacerdote e teologo.
Qualche dubbio si può avere sull'effettiva preparazione in teologia,
anche se gli studi erano massacranti e duravano l'intero anno. Il fatto
è cha agli studenti era proibito leggere i classici ed ogni autore quasi
contemporaneo di grande importanza come Erasmo. Ma per altri versi
sappiamo che Bruno, e credo ogni vero amante del sapere come sarà
successivamente Tommaso Campanella, nonostante la stretta sorveglianza,
leggeva di nascosto e di notte molte opere
di autori non compresi nel corso
di studi e messe all'indice tra cui filosofi, letterati e scienziati.
Grande influenza su di lui ebbero Erasmo ed Ario (il mondo può
rinnovarsi e ringiovanire solo se dissolve le tenebre della religione
asinina di Paolo e di Cristo). La sua cultura fu definita prodigiosa
perché prodigiosa era la Biblioteca di San Domenico (anche se venne
fatta un'indegna opera censoria incollando le pagine dei testi proibiti).
La discussione con altri studenti di queste letture lo rendono sospetto
di eresia e lo fanno tenere sotto speciale controllo ma, come
osserva Verrecchia, l'imprudenza è, al pari della distrazione, una
caratteristica degli spiriti superiori. Il fatto è che questi
spiriti credono in modo semplice che tutti gli altri siano al loro
livello tanto da permettersi di discutere sperando di avere risposte e
non denunce, ma evidentemente sbagliano di molto.
Nel 1572 arrivarono a San Domenico Maggiore in visita alcuni domenicani
fiorentini, tra cui Agostino da Montalcino (che Bruno dice essere
lombardo). Nella discussione Montalcino disse che gli eretici erano
ignoranti perché non conoscevano le Scritture oltre a non sapere
disquisire come gli scolastici. Bruno scolasticamente e dall'alto delle
sue conoscenze teologiche richiamando i Padri della Chiesa e
Sant'Agostino obiettò. Ma alle obiezioni, tra cui la messa in dubbio
della Trinità argomento tipico di Ario, questi saltarono su indignati
dicendo che Bruno era un difensore degli eretici affermando addirittura
che erano colti (questo è quello che raccontò Bruno ma noi ci possiamo
anche mettere molto buon peso perché Bruno come mostrerà in seguito non
era tenero con i caproni). Montalcino da buon domenicano corse subito a
riferire tutto al Superiore, Domenico Vita, facendosi forte della
testimonianza degli altri (in questa occasione fu riesumato il suo
consiglio al collega studente di gettar via quel libro che parlava in
quel modo stupido della Madonna). Fu perquisita la sua cella dove
trovarono i libri di Erasmo. Non serviva altro per processare Bruno ed
il processo iniziò a Napoli con l'invio delle carte a Roma. Chi
conosceva, come Bruno, i procedimenti giudiziari inquisitori sapeva che
lo avrebbero presto arrestato ed egli non avrebbe sopportato la
prigione. Decise di scappare, abbandonò l'abito e, come egli stesso
dice, la religione per recarsi a Roma. Era il febbraio 1576. A Roma
chiese ospitalità presso i domenicani di Santa Maria sopra Minerva con
la speranza di vivere tranquillo senza che nessuno venisse a sapere dei
sospetti che si addensavano su di lui. Ma Roma non era da meno di
Napoli, come racconta un cornista dell'epoca, il marchigiano Guido
Gualtieri, in città scoppiavano frequentissimi e durissimi tumulti, con
risse, furti ed ammazzamenti, con molte persone derubate poi gettate nel
Tevere. Circolare per la città e pronunciare una parolina o dare uno
sguardo interpretato come strano poteva essere fatale. Ed in mezzo alle
bande di delinquenti non vi era solo gente sbandata di varia provenienza
ma spesso preti e frati che lasciavano le chiese ed i monasteri per
arrotondare le entrate. Ed il cronista dà la colpa di questo alle
debolezze del vecchio Papa Gregorio XIII che si faceva condurre da suo
figlio Giacomo. In mezzo a questo marasma Bruno sperava di passare
inosservato. Ma da Napoli però sembra arrivasse il suo
confratello Montalcino. Il
confratello finì annegato nel Tevere. Bruno, nonostante lo abbia sempre
negato con
energia, venne accusato del fatto e ciò lo rese di nuovo fuggiasco con
abiti civili (marzo 1576). Il problema era però capire dove andare. In
teoria il Sud sarebbe stato un luogo più accogliente per lui ma da poco
vi era stata la strage di Valdesi a Montalto in Calabria. Essi fuggivano
dal Piemonte e furono presi vicino Cosenza ed anche di recente (1561).
Non era poi semplice muoversi perché vi era la peste (quella vera, molto
più blanda dell'Inquisizione) ed occorreva cercare luoghi risparmiati,
come la Liguria, fino ad allora fuori dal flagello. Bruno si recò a
Genova povero e senza una vera meta. Da Genova passò a Novi, una specie
di piccola Repubblica che godeva di grande autonomia, cercando una
qualche occupazione. Le leggi ferree esistenti a Noli contro chi recasse
offesa alla religione lo fecero andar via anche da lì sembra perché dava
lezioni di cosmologia insegnando Copernico messo in opposizione al
sistema aristotelico-tolemaico e la cosa giunse alle orecchie del
Vescovo. Seguendo rapidamente i suoi spostamenti tra il 1577 ed il 1578,
lo troviamo a Savona, poi a Torino. Quindi, navigando sul Po, a Venezia
(un mese e mezzo) dove alle stampe stampe De' segni dei tempi
(opera perduta) per guadagnare qualche soldo come egli stesso scrisse e
con un minimo aiuto del confratello Remigio Nannini, poi a Padova, a Bergamo (dove rivestì l'abito
talare perché gli sarebbe stato utile per trovare un giaciglio e
mangiare), a Brescia, a Milano (estate 1578), a Torino.
Da qui, a piedi, passò il Moncenisio e si recò al convento
domenicano di Chambéry (1579). In primavera passò a Ginevra dove venne
obbligato a farsi calvinista e fu ammesso all'Accademia di Ginevra dove
dovette osservare rigidamente l'aristotelismo ed il calvinismo (intanto
aveva dovuto deporre di nuovo l'abito talare e per mantenersi si era messo a
correggere bozze). Bruno scoprì che i calvinisti erano intransigenti,
duri, fanatici e sanguinari come i cattolici. Da quelle parti vi era un
Venerabile Concistoro che funzionava come il Sant'Uffizio. In agosto
Bruno non seppe trattenersi dall'attaccare a mezzo
stampa il teologo e suo professore di filosofia Antoine De la Faye (in una lezione di quest'ultimo individuò -
a seconda delle fonti - dai 20 ai 100 errori). Venne arrestato insieme al
tipografo Jean Bergeon. Processato fu costretto a riconoscersi colpevole ed a
sottomettersi alla pena. Appena ne fu in grado fuggì (da questo momento affermerà
più volte che era meglio la Chiesa di Roma delle varie sette
riformate). Prima si recò a Lione (un mese) poi a Tolosa (fine 1579)
dove conseguirà un
dottorato (Magister artium) e vincerà il concorso a lettore di filosofia.
Insegnò pubblicamente il De Anima e privatamente dette lezioni sulla
sfera e di filosofia. Nel frattempo tentò un riavvicinamento alla
Chiesa. Nell'insegnamento pubblico toccò anche altri testi di fisica e
matematica che lo resero sospetto. Anche a seguito di guerre civili (è
l'epoca della violenta lotta tra cattolici e calvinisti ugonotti),
riparò a Parigi nel 1581 (anche se il ricordo della notte di San
Bartolomeo, 1572, era recentissimo) dove dette una serie di lezioni sui
30 attributi divini (con argomentazioni tratte da San Tommaso), sulla
mnemotetcnica (arte antichissima ed in tempi relativamente recenti, a
cavallo tra il XIII e XIV secolo, sviluppata dal maiorchino
Ramon Llull o
Raimondo Lullo). Le sue lezioni riscossero enorme successo come
testimoniarono suoi ex allievi anni dopo e come dimostra il fatto che il
cattolico Re Enrico III, figlio di una Medici, volle conoscerlo di
persona (Bruno dirà di lui: magnanimo ed a buon diritto degnissimo
dell'ossequio di tutti i dotti). Gli
venne offerto di diventare ordinario ma egli rifiutò perché ciò,
diversamente da Tolosa, avrebbe comportato l'assoggettarsi a pratiche
religiose (obbligo di recarsi a tute le funzioni della religione
cattolica). Accettò un semplice incarico remunerato che gli fu assegnato
dal re Enrico III che in qualche modo lo faceva sentire protetto dai
falchi aristotelici e scolastici che svolazzavano abbondantissimi a
Parigi e gli permise di lavorare alla pubblicazione delle sue prime
opere importanti che lo fecero conoscere in tutta Europa: De umbris idearum,
Cantus Circaeus, De Compendiosa Architectura et
complemento artis Lulli, Candelaio, Recens et completa ars
reminiscendi e scrisse: Explicatio triginta sigillorum.
Ed Enrico III gli aprì anche la corte dove poté conoscere molte persone
dotte, alcune delle quali veramente interessati alla conoscenza, come
l'ambasciatore inglese a Londra, che lo ebbe ospite nella sua casa
parigina. Questo è tutto vero ma F. Yates sottolinea il fatto che nella
realtà Enrico III chiese di vedere Bruno per sapere se la sua arte della
memoria era un qualcosa di lecito o era frutto di magia, anche perché
qualche suo solerte consigliere gli aveva detto qualcosa in proposito
... Questa versione sembra corretta e solo si pensa che Bruno decise di
andarsene da questo Paese per recarsi nell'Inghilterra illustratagli dal
suo amico ambasciatore (ma sembra che egli sia stato invitato a lasciare
Parigi per l'evolversi della situazione delle guerre di religione tra
Francia, Olanda e Spagna e per i tumulti che avevano luogo a Parigi in
relazione alle spinte che vi erano per introdurre nel Paese i decreti
tridentini contro la Riforma).
Nel 1583 Bruno passò in
Inghilterra con una raccomandazione di Enrico III all'ambasciatore francese
in Inghileterra, M. de Castelnan de la Mauvissière.
Sembra che il suo viaggio avesse il fine di tentare una pacificazione
tra Enrico III ed Elisabetta I convincendo quest'ultima dell'assenza di
mire espansionistiche della Francia (qualcuno della corte inglese mise
in relazione il suo viaggio con un qualche complotto in cui Bruno
avrebbe avuto il ruolo di sostegno alla cattolica Maria Stuart ed ai
papisti, ma queste sembrano davvero illazioni di pochissimo conto). Conobbe Gilbert, T. Digges, F.
Bacon, Shakespeare (che a lui si ispirò per l' Amleto). Pubblicò
l' Explicatio
triginta sigillorum e il Sigillus sigillorum. Ottenne l'insegnamento
ad Oxford, l'università che aveva dismesso l'abito della grande
tradizione logico-scientifica per diventare una puritana sede di un
aristotelismo blando e di una pedagogia umanistica. Tenne lezioni sull'immortalità dell'anima ma abbandonando
San Tommaso ed introducendo proprie idee, che successivamente
pubblicherà, sulle diverse dottrine astronomiche. Ebbe dispute pubbliche
con i dottori di Oxford, inserendosi con le sue superiori conoscenze dei
classici e con la sua superiore capacità di disputare ormai in declino
in Inghilterra. Ma il suo non essere stato invitato non lo rendeva
gradito, tanto che fu amabilmente obbligato ad abbandonare le sue
lezioni. Tornò a Londra a fare da segretario all'ambasciatore di
Francia. Fu di nuovo invitato a tenere delle lezioni ma fu un insuccesso
in parte per il precedente ricordo, in parte per il suo piglio un poco
pretesco ed un poco istrionesco, in parte per la sua cadenza napoletana,
ma soprattutto perché le sue lezioni tendevano a mostrare il grande
valore delle teorie copernicane. Ma vi fu un altro aspetto della
questione che fu risolutivo in senso negativo. Thomas Digges, che Bruno aveva
conosciuto, aveva scritto un libro, A perfit description of the
Coelestiall Orbes, nel quale, per la prima volta, oltre al sostegno
del sistema copernicano, compariva un cielo pieno di stelle al di là di
quelle che anche per Copernico restava la sfera delle stelle fisse. Era
un'apertura dell'universo che fu in seguito intravista come ispiratrice
dell'infinito di Bruno. Le cose non stanno però così per almeno due
motivi. Il primo è che le giustificazioni di Digges a questa apertura
del mondo erano di tipo esclusivamente teologico la seconda era invece
che il sistema copernicano all'interno di quelle stelle era unico e non
pensato come da ripetersi per altri mondi inoltre era mantenuta la
distinzione tra i due mondi quello terrestre della generazione e
corruzione e quello eterno ed etereo delle stelle, elaborazioni
completamente differenti da quelle di Bruno. A questo punto si
inseriscono le lezioni copernicane di Bruno ad Oxford. Scrive Ricci:
Certo, il successo della Perfit
Description, la familiarità che il tema dell'infinito, e
quello eliocentrico, potevano sembrare aver acquistato
nell'ambiente del Dudley [la massima autorità dell'Università di
Oxford e consigliere della Regina, ndr], avranno incoraggiato il
Nolano a dire la sua sull'argomento nel corso che gli era stato
affidato a Oxford. Egli non valutò tuttavia di avere di fronte
non un pubblico di "pratici" o di matematici intenditori di
astronomia, o di cortigiani curiosi delle novità più recenti, ma
di studenti e docenti di una università in crisi e per certi
aspetti attardata, sebbene, su questo punto, non più di molte
altre università europee, e che comunque coltivava pochissimo o
per nulla le scienze, e sarà stato tutt'al più abituato a
considerare [...] la teoria copernicana nel termini di una
ipotesi matematica comparabile, non sostituibile, alla dottrina
geocentrica.
È assai probabile che Bruno, invece di proporre una neutrale
esposizione tecnica della teoria (sulla quale, in termini
strettamente matematici, non rivelerà in seguito una competenza
davvero profonda), abbia abbozzato una illustrazione, magari un
po' affannosa, e non priva forse di emozione, di quel pensiero
suo proprio, che, in forma meglio elaborata, ma non meno
provocante, avrebbe ripresentato di lì a qualche mese nella
Cena de le Ceneri. Abbot [un testimone delle lezioni di
Bruno, futuro Arcivescovo di Canterbury, ndr] volle ricordare
solo l'aspetto copernicano della lezione di Bruno, poiché sarà
stato, come i suoi colleghi, negativamente impressionato dallo
"stile di pensiero" del filosofo, che avrà presentato ai suoi
uditori un Copernico già "bruniano", combinato con la teoria
dell'infinità dell'universo e della unità della sostanza, e di
altri aspetti della «Nolana filosofia» in formazione. Il
copernicanesimo di Bruno - che faceva del "mondo" copernicano ed
eliocentrico solo uno degli innumerevoli "sistemi" e "mondi"
dispersi nell'infinità di un universo omogeneo di sostanza, e
senza alcun vero "centro" - soffriva, per i suoi ascoltatori di
Oxford, di una doppia aggravante: faceva saltare agli occhi la
contradditorietà dell'infinitismo copernicano di Digges, il
quale conservava nel "centro" del sistema solare il "centro",
impossibile a darsi, del resto, di un universo che si pretendeva
infinito e al tempo stesso gerarchicamente "qualitativo"; e così
facendo dimostrava come priva di senso una versione del
copernicanesimo e dell'infinitismo che si sforzava di conciliare
la nuova immagine dei cieli con il vecchio cielo della teologia
e della Scrittura.
La cultura protestante, a cominciare proprio da Lutero, Calvino
e Melantone, aveva espresso la sua risoluta avversione per
l'innovazione astronomica rappresentata da Copernico - che
contraddiceva il racconto scritturale in molti punti - fin dalla
prima circolazione della sua ipotesi. Il mondo della Riforma non
era sfavorevole o diffidente verso l'eliocentrismo meno di
quanto non lo fosse il mondo cattolico. Questo non aveva
impedito che la teoria di Copernico, in quanto mera ipotesi
matematica, avesse libero (e per la verità ancora assai modesto)
corso nella scienza dei paesi protestanti. Ma Bruno non era un
matematico, e non commentava un'ipotesi: già nelle lezioni di
Oxford, e poi in modo organico e conseguente nella Cena de le
Ceneri, egli avrà dato una lettura «realistica» della
descrizione copernicana dei moti celesti, del tutto confliggente
così con il geocentrismo scritturale, come con quello
aristotelico.
Che tale davvero fosse il motivo
dello "scandalo" avvertito dai dottori di Oxford, o se le
ragioni di quello che sarebbe accaduto di lì a breve al Nolano
fossero altre, qualche personaggio autorevole e lungimirante
pensò che a quel filosofo italiano non dovesse essere permesso
di proseguire il suo corso. Abbot completa il suo racconto
rivelando che «un uomo grave, che occupava allora, come tuttora
occupa, una posizione eminente in quella università, ebbe l'impressione
di aver letto da qualche altra parte quelle stesse cose che il
dottore stava esponendoci ...».
Quell'uomo tornò a casa e si ricordò
andando a controllare che quelle stesse cose che raccontava Bruno a
lezione erano state scritte da Marsilio Ficino nel De vita coelitus
comparanda. Era una grave accusa di plagio che costrinse coloro che
gestivano quei corsi a chiedere a Bruno che lasciasse le sue lezioni.

Chiuso l'incidente comunque
Bruno continuò ad avere rapporti con Elisabetta I che da una parte apprezzava
Bruno e
dall'altra temeva la sua modernità.
Dice Yates che Bruno scrisse in Inghilterra cose che non sarebbero mai
state permesse ad un inglese e conclude che ciò doveva derivare dalla
sua immunità diplomatica che sarebbe nata da accordi tra Enrico III e la
Regina. Ma la studiosa di Bruno non esclude che egli fosse giunto a
Londra come omaggio all'Inghilterra di un mago errante, un
singolarissimo missionario. Tra l'altro l'ambasciatore inglese a
Parigi lo presentava per lettera come gran professore di filosofia ma
anche uno con una religione che non posso approvare in alcun modo.
Sembra possibile che un uomo, uno studioso italiano come Bruno, fosse in
grado di muoversi in giro per l'Europa con tanta autorità e con tanta
paura esercitata su chi aveva a che fare con lui, anche se ai massimi
livelli del potere ? Inoltre: sembra possibile che lo spostarsi per
l'Europa dovesse significare o l'aderire a questa o quella religione o
morire di qualche orrore o di qua o di là ? Non ci si rende conto della
bestialità che è la religione, qualunque religione ? Ritornerò su ciò
sul momento di massima evoluzione della civiltà europea e mondiale che è
la Rivoluzione Francese. Ora torno sulle vicende di Bruno accelerando
molto per arrivare a trattare le vicende processuali.
Sempre a Londra, nel 1584
scrisse e pubblicò i
dialoghi italiani: La cena delle Ceneri, De la causa principio et
uno, De l'infinito universo et mondi, Spaccio de la bestia
trionfante.
Nel
1585 scrisse e pubblicò: Cabala
del cavallo pegaseo, De l'asino cillenico, Gli eroici
furori (che vide la luce quando già Bruno aveva lasciato Londra). Ad ottobre accompagnò in Francia
l'ambasciatore de la Mauvissière. Durante il tragitto vennero rapinati e
Bruno perse vari manoscritti. Giunsero a Parigi nel mezzo di profondi
rivolgimenti con assassinii, scomuniche e tentativi di colpi di Stato
dietro cui vi era la Chiesa di Sisto V. Enrico III si oppose alla
politica papale di chiusura completa agli ugonotti ed il Papa iniziò una
serie di ritorsioni che arrivarono alla rottura delle relazioni
diplomatiche e che spinsero la Francia alla ottava guerra di religione
(1585). Questi cambiamenti avevano fatto decadere l'ambasciatore e Bruno
non aveva più riferimenti in una situazione in cui Enrico III era
diventato un ostaggio in mano ai suoi nemici. In questo frangente,
tramite l'ex ambasciatore spagnolo a Londra don Bernardin Mendoza
conosciuto in quella città, furono ripresi dei contatti con il nunzio
papale in Francia, il vescovo di Bergamo Girolamo Ragazzoni. Bruno
avrebbe desiderato che gli fosse tolta la scomunica per apostasia (era
una scomunica automatica per ragioni disciplinari) ma non voleva tornare
ad essere domenicano. Era un'epoca in cui, soprattutto in Francia, erano
concessi dalla Chiesa moltissimi perdoni ma il caso di Bruno era molto
meno grave ma diverso da tutti gli altri. Non vi fu nulla da fare: il
suo caso poteva essere discusso solo se rientrava tra i domenicani.
Anche i tentativi che fece per rientrare a corte non davano esito. Annunciò
un'opera che non c'è mai pervenuta, Arbor philosophorum, di lavorare su una sorta di sunto
dell'opera di Aristotele (mai pervenuto), di spiegare in modo esaustivo
l'opera di Llull. Sostenne accese discussioni al
Collegio di Cambrai.
Nel 1586, ancora
a Parigi, pubblicò: Figuratio
Aristotelici physici auditus, Dialogi duo de Fabricii Mordentis
Salernitani prope divina adinventione …" (e poiché il Mordente si
arrabbiò scrisse) Idiota triumphans e De somnii interpretatione. Alla fine di maggio attaccò
duramente Aristotele nei Centum et viginti articuli de Mundo et Natura
adversus Peripateticos. La polemica cresceva ed egli dovette andarsene
dirigendosi verso la Germania. Prima a Marburgo dove gli negarono la
possibilità di insegnare filosofia poiché era dottore in teologia romana.
Sentendosi non libero passò a Magonza (12 giorni). Infine, in agosto, a
Wittenberg ottenne l'immatricolazione all'Università come "Doctor
Italus". Era tornato libero e questo periodo risultò il migliore della sua vita.
Tra il 1586 ed il 1588 scrisse: De
lampade combinatoria lulliana, De progressu et lampada venatoria
logicorum, Lampas triginta statuarum, Animadversiones circa
Lampadem lullianam (queste ultime due solo manoscritte), Camoracensis
Acrotismus, Libri Physicorum Aristotelis explanati, Artificium
perorandi (pubblicato postumo nel 1612 a nome Alstedt), Oratio
valedictoria (congedo dai colleghi ed alunni di Wittenberg). Poiché i calvinisti
avevano assunto
a Wittenberg il controllo degli affari religiosi Bruno se ne andò a
Praga dove, nel 1588, pubblicò: De specierum scrutinio et lampade combinatoria Raymondi Lulli
(con dedica all'ambasciatore di Spagna), Articuli centum et sexaginta adversus
huius tempestatis mathematicos atque philosophos (dedicato a Rodolfo II).
In questo anno si mostrò indignato per la prefazione che A. Osiander
aveva fatto all'opera di Copernico. Ad ottobre si recò presso
l'Accademia di Helmstädt (Granducato di Brunswick) per declamare
un'orazione funebre in onore del Granduca morto e ritenuto eretico: Oratio
consolatoria (nell'opera vi è un duro attacco al clero). Restò circa un anno e
mezzo ad Helmstädt (tra il 1588 ed il 1590, dove scrisse: De magia et theses de Magia,
De magia mathematica, De principis rerum, elementis et causis,
Medicina lulliana (alcune di queste opere rimaste manoscritte).
Anche qui nacquero problemi religiosi. L'autorità evangelica dello stato
lo scomunicò e dovette andarsene (Bruno era stato scomunicato dalla
Chiesa cattolica, da quella calvinista e da quella luterana !). Si recò a
Francoforte (luglio 1590) per stampare i poemi latini con l'editore Wechel.
Nell'inverno si recò a Zurigo dove scrisse Summa terminorum
metaphysicorum (pubblicata con il nome di un suo allievo, Raffaele
Egli, nel 1595). Nel 1595, a Francoforte, pubblicò: De
monade numero et figura, De triplici minimo et mensura, De innumerabilibus, immenso et infigurabili, De imaginum, signorum ed
idearum compositione, De vinculis in genere. Fu qui che, probabilmente, si cominciò a
convincere di tornare in Italia a seguito del fatto che Clemente VIII
aveva dato una cattedra alla Sapienza al filosofo della natura Francesco
Patrizi. In agosto accettò l'invito del ricco mercante veneziano
Giovanni Mocenigo a recarsi a Venezia (che risultava essere una
Repubblica non condizionabile da Roma, anche se già vi era stato il caso
Algerio) per essere suo maestro nell'arte
della memoria. Inizialmente risiedette a Padova (autunno) dove scrisse
Praelectiones geometricae e Ars reformationum e dette lezioni a dei
tedeschi che in cambio lo aiutarono nelle trascrizioni. All'inizio
dell'inverno si installò a Casa Mocenigo a Venezia dove elaborò gli ultimi scritti
che non vedranno mai la luce.
Nel 1592 Bruno annusò il pericolo ed espresse il desiderio di tornare a Francoforte per rivedere alcune sue
opere. Mocenigo si sentì defraudato per non aver appreso nulla, lo sequestrò
in casa e lo denunciò al Tribunale veneziano dell'Inquisizione (23
maggio) per aver sostenuto varie eresie.
In questo anno anche Galileo si trovava a
Padova ma non si sa se vi sia mai stato un incontro tra i due.
Bruno subì un processo e sembrava
volesse chiedere perdono al Tribunale veneziano in cambio dell'immunità
che lo stesso Tribunale sembrava disposta a dare. A luglio il Tribunale
dell'Inquisizione di Roma chiese la sua estradizione. Venezia sembrò
volesse resistere ma poi cedette sotto i soliti ricatti ed in cambio di benefici concessi
alla città da Papa
Clemente VIII. Il 27 febbraio del 1593 Bruno entrò
nel carcere dell'Inquisizione romana.
Era necessario riassumere (perché di questo si tratta) le tappe degli
spostamenti di Bruno per far comprendere i travagli di questo ex frate
che fu perseguitato dalle religioni per tutta la vita. Anche la sua
immensa opera, dalla quale mancano gli scritti veneziani, quelli della
maturità, meriterebbe una discussione che non è qui il caso di dare e
per la quale rimando ad
altro lavoro.
Egli stesso scriverà negli ultimi suoi anni di libertà che quando si
mette la tonaca ed il primo bottone è abbottonato male, tutti gli altri
non potranno mai andare al loro posto. Nei paragrafi seguenti tenterò di
raccontare il Processo a Bruno riprendendo alcune cose di quello
veneziano (dai cui documenti ed interrogatori, tra l'altro, provengono
molte informazioni sulla vita di Bruno che ho riportato).
IL PROCESSO A GIORDANO BRUNO
Premessa relativa ai documenti
Fino al 1592
(processo di Venezia) si ha la documentazione pressocché
integrale di tutti gli atti, conservata presso l'Archivio dei
Frari. Con l'estradizione a Roma si perde ogni documento certo e
completo.
I primi
documenti vengono alla luce nel breve periodo della Repubblica
Romana (1849) quando il bibliofilo Giacomo Manzoni, entrato con
un "commando" negli Archivi Segreti vaticani, riuscì a prendere
nota di alcuni atti ivi conservati. Queste note passarono a
Domenico Berti che risultò il primo biografo moderno di Bruno (1868
- 1889). Altri documenti furono resi noti da Spampanato nel
1924.
Finalmente
nel 1942 la Curia di Roma fece uscire un Sommario del processo
di Giordano Bruno a cura del Cardinale Mercati. In questo
Sommario i "verbali" sono numerati. Esso inizia con i
"costituti" 9 - 11 che sono le 3 lettere di denuncia di Mocenigo
(2 facciate l'una). Non sappiamo cosa vi fosse nelle prime 16
facciate. Prosegue con le "carte" dalla 34 alla 57. Non sappiamo
nulla delle 44 facciate mancanti. Inoltre la carta 55 ha solo il
titolo: Lista librorum Fratris Iordani e manca l'elenco dei
libri e dei manoscritti che gli furono sequestrati a Venezia, le
opere della maturità. Si passa quindi alla carta 83. Non
sappiamo nulla delle 52 facciate mancanti.
Siamo
al 1593 ed a questo
punto del Processo, contro Bruno vi era il solo teste Mocenigo
(oltre alle sue opere) e l'intero processo romano era da qualche
mese in uno stato di stallo facendo addirittura sperare in una
soluzione favorevole per le buone difese ed il pentimento
mostrato dell'imputato. Nell'estate del 1593 arrivò
all'Inquisitore veneto la denuncia di un ex compagno di
cella di Bruno (il cappuccino Celestino da Verona), ed ancora in
carcere a Venezia, in cui si
aggiungevano ai 29 capi di imputazione denunciati da Mocenigo
altri 13, 10 dei quali nuovi. Si tratta delle carte 84 - 85r che nel Processo
occuparono le carte 85v - 86v. Mancano la 87r, la 87v, la 88r. E
da questo punto fino alla carta 295 è uno stillicidio di
documenti mancanti. Risultano solo i documenti di testimonianze
contro, di violazioni di censure riscontrate sui libri di Bruno,
di atti formali (convocazione di Bruno, ritorno in prigione, …)
e qualche difesa sui punti più deboli delle accuse che gli
venivano mosse.
È interessante
leggere cosa dice il Cardinale Mercati sulle vicende dei
documenti processuali riguardanti Bruno:
- già nel 1849, secondo il Cardinale, non vi erano negli
Archivi Segreti altri documenti sul processo altrimenti "gli
astiosissimi ed ignoranti anticlericali li avrebbero trovati";
- i documenti si persero tra il 1815 ed il 1817 quando da
Parigi, dove li aveva trasferiti Napoleone nel 1810, si stavano
riportando a Roma;
- Marino Marini, all'epoca prefetto degli Archivi, ritenne
inutili tutti i documenti dei processi del Santo Uffizio
e ne autorizzò la distruzione, previa autorizzazione del
Cardinale Consalvi che, in quel momento era "distratto". I resti
di quella carta furono venduti a Parigi ad una fabbrica di
cartoni per 4300 franchi;
- "fortunatamente è stato testè (1940) rinvenuto una specie
di sommario di tutto il processo";
- Marini ebbe a dire, quando si concluse la Repubblica
Romana, "gli Archivi conservano attualmente il loro stato
d'integrità che vantavano prima di queste luttuose vicende". È
interessante notare che nessun cenno fa il Marini ai traslochi napoleonici.
A tutt'oggi,
anno 2010, i documenti di questo e di altri processi
dell'Inquisizione, insieme al cumulo di materiale manoscritto
sequestrato, giace in quegli Archivi Segreti senza alcuna
possibilità per gli storici di poterli consultare. Vi è anche
un'aggravante: come nei peggiori servizi segreti del mondo di
tanto in tanto viene fatto filtrare qualche documento che in
date circostanze serve a sostenere una qualche tesi utile al
Vaticano (si vedano i documenti usciti e fatti avere a Pietro
Redondi, che ci scrisse un libro, Galileo Eretico,
Einaudi 1983, secondo i quali la condanna di Galileo non fu per
le sue posizioni copernicane ma per questioni
teologiche).
Cronologia delle fasi processuali di Bruno (tratta da Ciliberto)
1592
23 maggio Il
Mocenigo presenta agli Inquisitori veneti una denuncia
per eresia contro Bruno(3), che viene
arrestato la sera stessa e condotto nelle carceri di S.
Domenico di Castello. Nei giorni seguenti viene
interrogato.
26 maggio-23 giugno Nel corso dei costituti
veneti, Bruno sviluppa la linea difensiva, mantenuta per
tutto il corso del processo, osservando che, nelle
proprie opere, ha sempre «diffinito filosoficamente e
secondo il principio e lume naturale, non avendo
riguardo principale a quello che secondo la fede deve
essere tenuto (...)».
30 luglio Bruno si dichiara pentito, e, in
ginocchio, chiede perdono al tribunale e a Dio (ultimo
costituto veneto). Subito dopo gli Inquisitori veneti
inviano copia integrale del processo a Giulio Santoro,
cardinale di S. Severina e inquisitore supremo in Roma
(da un documento, pubblicato nel 1959, risulta che,
ancor prima dell'ultimo costituto, l'Inquisizione di
Roma si era interessata del processo, allo scopo di
ottenere il trasferimento di Bruno a Roma).
12 settembre Il cardinale di S. Severina chiede
formalmente al tribunale veneto l'avocazione della causa
al tribunale centrale.
17 settembre I giudici, accettando la richiesta
di Roma, inoltrano la pratica alle autorità veneziane.
Ottobre-dicembre In questi mesi vengono condotte
lunghe e laboriose trattative tra gli inquisitori romani
- che, anche tramite il nunzio apostolico Ludovico
Taverna, insistono affinché l'imputato sia trasferito a
Roma - e le autorità venete, tendenzialmente sfavorevoli
a tali richieste.
1593
9 gennaio All'ambasciatore veneziano a Roma,
Paolo Paruta, viene comunicato il parere favorevole del
Senato al trasferimento di Bruno.
19 febbraio-27 febbraio Esce dal carcere
veneziano e viene condotto a Roma, nelle carceri del S.
Uffizio. Per alcuni mesi il processo rimane in sospeso.
Estate Vengono presentati contro l'imputato nuovi
e più gravi capi d'accusa, che emergono dalle
deposizioni di fra' Celestino da Verona, suo compagno
nel carcere veneziano.
Fine 1593 Dopo l'esame delle deposizioni di fra'
Celestino e di altri carcerati veneziani, gli
inquisitori procedono ad interrogare Bruno, che mantiene
la linea difensiva adottata a Venezia.
1594
Gennaio-marzo A Venezia, vengono nuovamente
interrogati i testimoni a carico dell'imputato, la cui
posizione risulta notevolmente compromessa.
Maggio Tra il maggio del 1594 e gli inizi
dell'anno successivo, vengono rinchiusi nello stesso
carcere romano del S. Uffizio Tommaso Campanella,
Francesco Pucci, Cola Antonio Stigliola. «Ciò aiuta a
spiegare l'apparente disinteresse degli inquisitori per
la causa bruniana in quel periodo ed oltre» (Aquilecchia).
20 dicembre Presenta un memoriale difensivo, che
non ci è pervenuto.
1596
18 settembre La Congregazione del S. Offizio
stabilisce che una commissione di teologi esamini le
opere bruniane per individuare le proposizioni eretiche,
che dovranno essere allegate al processo.
16 dicembre Si dispone che l'imputato sia al più
presto interrogato riguardo alle proposizioni censurate.
1597
24 marzo Viene esortato ad abbandonare la sua
teoria relativa alla pluralità dei mondi. Si stabilisce,
inoltre, che l'imputato sia interrogato «stricte»,
probabilmente con applicazione della tortura. Nel corso
dell'anno, Bruno risponde, forse oralmente, alle
censure. [In quest'anno viene nominato Consultore del
Sant'Uffizio il gesuita Roberto Bellarmino].
1598
13 aprile-19 dicembre La causa è sospesa per
l'assenza da Roma di Clemente VIII.
1599
12 gennaio Su istanza del cardinale Roberto
Bellarmino [dal 3 marzo], vengono sottoposte a Bruno
otto proposizioni eretiche da abiurare.
15 febbraio Si dichiara disposto all'abiura
incondizionata (20° costituto).
18 febbraio Consegna alla Congregazione un altro
suo memoriale.
5 aprile Presenta una nuova scrittura autografa,
in cui, pur dichiarandosi disposto a riconoscere i
propri errori, manifesta qualche esitazione riguardo
alla prima e alla settima delle proposizioni da
abiurare.
9 settembre Nel corso della seduta conclusiva del
tribunale, i sei consultori, ritenendo accertate colpe
specifiche di Bruno, si dichiarano favorevoli
all'applicazione della tortura, in assenza della prova
giuridica della sua colpevolezza. Clemente VIII non
concede la sua approvazione e stabilisce che sia
intimata all'imputato l'abiura degli errori non
contestabili.
10 settembre Nel 21° costituto, conferma di
essere pronto ad abiurare.
16 settembre Viene letto un suo memoriale,
indirizzato al papa, in cui sono rimesse in discussione
le proposizioni censurate.
21 dicembre Nell'ultimo costituto - è il 22° -
Bruno dichiara di non essere disposto a ritrattare
perché non ha di che pentirsi.
I capi d'imputazioni noti
Come ho detto Mocenigo fu il primo a denunciare Bruno
e dalle accuse di Mocenigo vennero fuori vari capi
d'imputazione. Altri testimoni, successivamente, aggiunsero
altre denunce dalle quali si ricavarono ulteriori capi
d'imputazione. In definitiva i capi d'imputazione noti sono:
1 - nega la
transustanziazione del pane in Carne ed il valore della Messa.
2 - nega la Trinità
aderendo al subordinazionismo di Ario.
3 - nega la verginità di
Maria.
4 - nega la divinità di
Cristo.
5 - nega il culto dei
santi.
6 - afferma che Cristo
peccò quando, pregando nell'orto, rifiutava la volontà del
Padre.
7 - afferma che Cristo non
fu crocifisso ma impiccato.
8 - nega l'inferno e le
pene eterne poiché tutti si salveranno.
9 - afferma che Caino fece
bene ad uccidere Abele in quanto carnefice di animali.
10 - nega i profeti che
sono solo degli astuti profittatori.
11 - afferma che Mosè era
un mago più bravo di quelli del faraone e che finse il Sinai e
che le tavole della legge le costruì lui.
12 - nega i dogmi della
Chiesa.
13 - afferma di essere un
bestemmiatore blasfemo.
14 - afferma che se sarà
costretto a tornare frate manderà all'aria il monastero.
15 - afferma di avere
opinioni avverse alla Santa Fede ed ai suoi ministri.
16 - afferma di credere
nella trasmigrazione delle anime.
17 - afferma di occuparsi
di arte divinatoria e magica.
18 - afferma di indulgere
al peccato della carne.
19 - ha soggiornato in
Paesi eretici vivendo alla loro guisa.
20 - ha parlato con
spregio del Breviario.
21 - afferma disprezzo per
le reliquie.
22 - afferma la stupidità
del culto delle immagini.
23 - nega l'adorazione dei
Magi.
24 - ha irriso il Papa.
25 - afferma l'esistenza
di più mondi e la loro eternità ed è un convinto copernicano.
26 - nega l'incarnazione.
27 - afferma che l'uomo si
genera dalla decomposizione organica.
28 - nega l'utilità della
penitenza.
29 - afferma che Dio ha
tanto bisogno del mondo quanto il mondo di Dio.
A questi capi di
imputazione occorre aggiungere svariate censure a brani tratti
dalle sue opere. Tra queste censure quella che più bruciava
venne letta a Bruno nel settembre del 1599 e riguardava la sua
opera Spaccio delle bestia trionfante interamente
dedicata alle vergogne della Chiesa e del Papa. Per togliere i
mali dal mondo occorre espellere da esso la "bestia trionfante"
e la sua "santa asinità" (la Chiesa ed il Papa).
I testimoni
Fino al 1593
vi era la sola denuncia di Mocenigo all'Inquisizione di Venezia.
Mocenigo era un arricchito profondamente ignorante che sperava
nel fatto che Bruno facesse il miracolo di istruirlo. Inoltre
egli voleva essere edotto sulle arti magiche e più volte Bruno
gli disse che lui si occupava di "magie lecite" (quella divina,
quella naturale e quella matematica) e non di "magie illecite"
(quella nera).
Seguì poi la
testimonianza di vari eretici (definiti dalla stessa
Inquisizione "scomunicati ed infami, criminosi ed eretici") ex
compagni di cella di Bruno a Venezia. A questi testi era stata
promessa, poi non mantenuta, la salvezza dal rogo o dal carcere
a vita. Li ricordo:
- Fra Celestino da Verona (aggiunse
a quelli di Mocenigo 10 capi d'imputazione mentre tre
erano già stati formulati dallo stesso Mocenigo) fu
giustiziato con il rogo a Roma il 16 settembre 1599,
meno di tre mesi dopo la sua testimonianza e cinque mesi
prima del rogo di Bruno (4)
- Fra Giulio da Salò,
frate carmelitano
-
il falegname Francesco Vaia
- un tal Matteo de Silvestris di Orio (
aggiunse 1 capo
d'imputazione)
-
un tal Francesco Graziano insegnante di Udine (
aggiunse 1 capo
d'imputazione, la riprovazione del culto delle immagini e
delle reliquie: «Non haveva alcuna divotione alle
reliquie de' santi, perché si poteva pigliare un braccio
di un impiccato fingendo che fosse di santo Hermaiora, e
che se le reliquie, che buttò per il fiume e per il mare
il re d'Inghilterra fossero state vere havriano fatto
miracoli, et in questo proposito ragionava burlando»).
Dal
Sommario mancano le pagine delle eventuali testimonianze degli
altri compagni di cella: Fra Silvio da Chioggia, Fra Serafino d'
Acquasparta, Francesco Ieronimioni.
Secondo
Firpo lo stesso Sommario rappresenta un fase arretrata del
processo. Sono le censure che nascono dalla lettura delle
sue opere quelle che debbono aver avuto più grande importanza
nella sua condanna (questo risulta da un importante documento
del 9/9/1599). Questo aspetto non viene discusso nel Sommario e
fu proprio su queste censure che Bruno si mostrò inflessibile
contrariamente a quanto aveva mostrato riguardo alle questioni
di fede.
La questione
copernicana, come discuterò più oltre, doveva essere questione
di rilievo e nel Sommario non vi è traccia di essa. Una
maliziosa interpretazione potrebbe essere quella che il
Cardinale Mercati abbia voluto sbarazzarsi nel 1941 di una
imbarazzante continuità tra Copernico, Bruno e Galileo.
La condanna ed il rogo
Bruno, isolato
in carcere, il 20 dicembre 1594 presenta un memoriale a propria
discolpa. Intanto viene sottoposto a continue torture.
Nel 1596 vengono proibite tutte le sue opere. Nel 1599 stette
sul punto di cedere ma poi dichiarò di non avere di che pentirsi
e sfidò ad una discussione qualsiasi filosofo scolastico.
Il 20
gennaio 1600, nell'anno di Giubileo eccezionale con Roma piena
di pellegrini ansiosi di vedere lo spettacolo, il Papa Clemente VIII decise di consegnare Bruno al braccio secolare. L'8
febbraio, nel palazzo del Cardinale Madruzzi lo si degradò da
sacerdote (!) e gli si comunicò la condanna. Essa venne anche
affissa per le strade di Roma:
DI ROMA, LI 12 FEBBRAIO 1600
SABBATO
Avviso di Roma
Hoggi credevamo vedere una solennissima giustitia, et non si sa
perché si sia restata, et era di un domenichino di Nola,
heretico ostinatissimo, che mercoledì, in casa del cardinale
Madrucci sententiarono come auttor di diverse enormi opinioni,
nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, non ostante
che ogni giorno vadano teologhi da lui. Questi frati dicono sia
stato due anni in Genevra; poi passò a legere nello Studio di
Tolosa, et poi in Lione, et di là in Inghilterra, dove dicono
non piacessono punto le sue opinioni; et però se ne passò in
Norimbergh, et di là venendosene in Italia, fu acchiappato; et
dicono in Germania habbia più volte disputato col cardinal
Belarmino. Et in somma il meschio, s'iddio non l'aiuta, vuol
morir ostinato et essere abbruggiato vivo.
Mentre questa condanna
veniva pronunciata Bruno disse avete più paura voi ad emanare
questa sentenza che non io nel riceverla. Il giovedì 17
febbraio nel Carcere di Tor di Nona gli viene conficcato un
chiodo ricurvo nella lingua collegato ad una striscia di cuoio perché non possa più parlare (la
mordacchia); poi fu condotto in Campo de' Fiori. Quivi
spogliato e legato fu bruciato vivo. Un fanatico del tempo,
l'ex riformato Kaspar Schopp, collaboratore di Bellarmino, racconta:
condotto al rogo, quando gli fu mostrata
l'immagine del crocifisso, torvamente la respinse.
Dal
Giornale dell'Arciconfraternita di San Giovanni Decollato in
Roma (Roma 16-17 febbraio 1600) si leggono queste parole:
"Giovedi a dì 16 detto. A hore 2 di notte
fu intimato alla Compagnia che la mattina si dove far giustizia
di un impenitente; et però alle 6 hore di notte radunati i
confortatori e capellano in Sant'Orsola, et andati alla carcere
di Torre di Nona, entrati nella nostra cappella e fatte le
solite orazioni, ci fu consegnato l'infrascritto a morte
condennato, cioè: Giordano del quodam Giovanni Bruni frate
apostata da Nola di Regno, eretico impenitente. Il quale
esortato da' nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare
due Padri di San Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova
e uno di San Girolamo, i quali con molto affetto et con molta
dottrina mostrandoli l'error suo, finalmente stette sempre nella
sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e
l'intelletto con mille errori e vanità. E tanto perseverò nella
sua ostinatione, che da' ministri di giustitia fu condotto in
Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu
brusciato vivo, acompagniato sempre dalla nostrra Compagnia
cantando le letanie, e li confortatori sino a l'ultimo punto
confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale
finalmente finì la sua misera et infelice vita".
Tutte le
opere di Bruno edite e sequestrate furono distrutte e bruciate in un gran
falò in piazza San Pietro. A parte una ristampa dei Poemi latini
(1614), le sue opere iniziarono ad essere ristampate e tradotte
a partire dalla fine del '700. In Italia alla fine del 1800 le
latine ed agli inizi del 1900 le italiane (a cura di Giovanni
Gentile).

Giordano Bruno
Non posso terminare
con il Processo a Giordano Bruno senza aggiungere alcune
brevissime considerazioni. C'è chi sostiene che il processo è
stato giusto secondo le leggi. Sarà probabilmente così ma non
credo che i processi fascisti o nazisti non fossero giusti. Il
problema è capire a quale giustizia uno si riferisce. Ed a noi
ce lo spiega il cardinale Mercati, quello che ha messo
insieme ciò che serviva di farci conoscere dagli Archivi
Vaticani. Diceva il cardinale che basti riconoscere alla Chiesa
facoltà di legiferare nel suo campo con sanzioni [...] che
rispondono alle concezioni ed agli usi dei tempi.
Certamente, e chi lo impedisce ? Si sta dicendo che
relativamente a quel tempo le cose andavano così. Sarà d'accordo
Benedetto XVI, perché qui si fa del becero relativismo ? Oppure
il relativismo è una pietra da scagliare agli altri ed
utilizzarla a proprio uso e consumo ? Come la difesa della vita.
Come ? Quando ? Perché ? ... qui il problema è essere
relativisti per scaricarsi la coscienza e tentare da qualche
parte di dire che l'Inquisizione era una bestialità che colpiva
ammazzando per meri reati di pensiero. Ma la Chiesa non ha mai
condannato quell'infinito crimine che ha realizzato per secoli e
secoli. Ci ha fatto il piacere di FARE FINTA di riabilitare
(sic!) Galileo. E basta.
TOMMASO CAMPANELLA
Giovanni Domenico Campanella nacque nel 1568 in un paesino della
Calabria, Stilo, da famiglia molto povera ed analfabeta. Per i
miserabili l'unico modo di studiare ed uscire dalla miseria era andare
in convento e fu così che Giovanni Domenico, a 13 anni, entrò nel
convento domenicano di Placanica per poter studiare. A 15 anni divenne
novizio assumendo il nome di Tommaso, continuò gli studi prima a
Nicastro quindi, nel 1588, a Cosenza dove iniziò a studiare Teologia.
Purtroppo per lui si imbatte qui nel De rerum natura iuxta propria
principia di Bernardino Telesio, il filosofo della natura, il primo
dei moderni pensatori rinascimentali. Tommaso scoprì un mondo
impensabile, del tutto differente da quello descritto dall'imperante
Aristotele come raccontato da Tommaso d'Aquino. Il mondo fisico può
essere descritto in modo naturalistico, è possibile studiarlo in modo
libero e razionale, toccando e pensando, senza ottusi sillogismi che
sono pura metafisica. Proprio in quel 1588 Telesio moriva a Cosenza e
Campanella rese omaggio a quella grande persona con un carme latino che
appese alla sua bara. Ma i domenicani erano delle carogne che non
smettevano mai di osservarti ed in quella occasione punirono il giovane
Tommaso per quella sua azione nei riguardi di uno che snobbava Tommaso
d'Aquino. Fu mandato in isolamento nel piccolo monastero di Altomonte
perché meditasse sulle sue male azioni (sic!). Purtroppo, questa volta
per i domenicani, anche lì Tommaso trovò libri da leggere tra cui opere
di Marsilio Ficino. Nella sua opera del 1632 Syntagma de libris
propriis et recta ratione studendi Campanella scrisse di sé che «essendo
inquieto, perché mi sembrava una verità non sincera, o piuttosto falsità
in luogo della verità rimanere nel Peripato, esaminai tutti i
commentatori d'Aristotele, i greci, i latini e gli arabi; e cominciai a
dubitare ancor più dei loro dogmi, e perciò volli indagare se le cose
ch'essi dicevano fossero nella natura, che io avevo imparato dalle
dottrine dei sapienti essere il vero codice di Dio. E poiché i miei
maestri non potevano rispondere alle miei obiezioni contro i loro
insegnamenti, decisi di leggere da me tutti i libri di Platone, di
Plinio. di Galeno, degli stoici, dei seguaci di Democrito e
principalmente i Telesiani, e metterli a confronto con il primo codice
del mondo per sapere, attraverso l'originale e autografo, quanto le
copie contenessero di vero o di falso». Questa sua autonoma
formazione gli servì per scrivere, in sei mesi, il suo primo lavoro di
ispirazione telesiana con un sottofondo ficiniano e platonico, la
Philosophia sensibus demonstrata, nel quale parlò del modo di
conoscere la natura come in Telesio attraverso i sensi e non attraverso
libri ma con la correzione ficiniana secondo cui l'ordine della natura è
di derivazione divina «chi regola la natura è quel glorioso Iddio,
sapientissimo artefice, che ha provveduto in modo da non reprimere le
forze della natura, nella quale tuttavia agisce con misura». Ma
Tommaso era isolato in un convento e quel libro l'avrebbe letto solo
qualche suo confratello. Decise di andare via, a Napoli, per farlo
conoscere. Se ne andò senza chiedere permesso anche se non abbandonò gli
abiti ed a Napoli, vivendo fuori da conventi ed ospite di un suo ex
discepolo, Mario Del Tufo marchese di Ravello, pubblicò il suo libro
(1591), conobbe la più varia umanità (anche ricchi e scienziati),
frequentò il circolo di Giambattista della Porta in cui si discutevano e
studiavano questioni magiche ed alchemiche. In questi due intensi anni
scrisse varie opere, molte delle quali andate perdute, tra le quali due
ce ne ricorda lo stesso Campanella, «l'una del senso, l'altra della
investigazione delle cose. A scrivere il libro De sensu rerum mi
spinse una disputa avuta prima in pubblico, poi in privato con Giovanni
Battista della Porta, lo stesso che scrisse la Fisiognomica, il
quale sosteneva che della simpatia e dell'antipatia non si può rendere
ragione; disputa con lui avuta appunto quando esaminavamo insieme il suo
libro già stampato. Scrissi poi il De investigatione rerum [libro
andato perduto, ndr], perché mi pareva che i peripatetici ed i
platonici portassero i giovani per una via larga ma non diritta alla
ricerca della verità».
Intanto la pubblicazione del primo libro era arrivata ai superiori
domenicani del suo convento in Calabria. Tutto era nella completa
ortodossia anche se si metteva in discussione la scolastica e
quindi il tomismo. In questi frangenti vi sono sempre i più bravi, che
sono poi i più sciocchi. Vi fu infatti chi individuò nel lavoro una sua
frase irriguardosa verso le scomuniche e lo attaccò ben sapendo che
ormai Campanella era persona coltissima. Doveva esservi un qualche
trucco. E qual era ? Beh, certamente il povero Campanella doveva avere
un piccolo diavolo che lo assisteva suggerendogli ogni volta la giusta
risposta a d ogni quesito e questo diavolo custode era alloggiato
sotto l'unghia di un dito mignolo. Bastarono queste sciocchezze per
farlo arrestare e processare con l'accusa di pratiche demoniache. La domanda alla quale doveva rispondere
era principalmente la seguente: «Come sa
di lettere costui se non le ha studiate ?». E Campanella che già
conosceva bene l'uso della lingua, oltre agli scritti di San Girolamo
che aveva usato analoga espressione, rispose: «Io ho consumato più
d'olio che voi di vino». Con chiaro riferimento all'olio da lucerna
per gli incessanti studi notturni. Nell'agosto del 1592 fu comunque
riconosciuto non colpevole e poiché aveva già fatto un anno di carcere
fu condannato a dire preghiere ed ebbe l'ordine di tornarsene al convento.
Ma ormai Campanella aveva conosciuto un mondo tutto differente da quello
nel quale aveva trascorso la sua gioventù e non aveva alcuna intenzione
di ritornare in quella caverna. Non ubbidì all'ordine ed il 2
ottobre fuggì verso Roma e Firenze. Aveva una raccomandazione del
padre provinciale di Calabria, fra Giovanni Battista da Polistena,
per il Granduca di Toscana che parlava di lui come di persona
sapientissima (mostro di natura) nonostante avesse solo 24 anni. Sperava
di ottenere un posto di docente allo Studio di Pisa o Siena. In Toscana
venne ricevuto ma non ottenne nulla perché il Granduca si consigliò con
il Cardinale Del Monte che dette parere negativo perché
l'inquisitore fra Vincenzo da Montesanto gli aveva riferito che del
Campanella «si rivedono molti libri pieni [...] di leggerezza e
vanitade, e [...] ancora non sono chiari se vi sia cosa che appartenghi
alla religione». Campanella se ne andò da Firenze diretto a Padova
passando per Bologna ma l'Inquisizione lo fece seguire da due frati che,
ad un certo punto, lo assalirono per derubarlo dei suoi scritti al fine
di andare a trovare eresie. Campanella riscrisse tutto ampliando ed
arricchendo. A Padova, ospite del convento di Sant'Agostino(5),
si iscrisse a medicina come se fosse uno studente spagnolo. Studiò a
fondo da poverissimo che si sostentava come poteva dando lezioni
private. In questa situazione disperata scrisse vari lavori: Fisica,
Retorica, Del governo ecclesiastico. Fatto notevole è che,
a Padova nel 1592, Campanella conobbe il giovane professore Galileo con
il quale restò amico per tutta la vita. Ma l'anche lui giovane
Campanella era ormai sotto l'occhio dell'Inquisizione che non perdonava.
Nel 1593 fu accusato di aver avuto una disputa scolastica con un ebreo
prima convertito al cattolicesimo e poi riconvertito all'ebraismo
(sembra si tratti di un certo Ottavio Longo da Barletta, anch'egli
arrestato a Padova, insieme all'altro giudaizzante Giovanni Battista
Clario di Udine). Avrebbe dovuto denunciare la
cosa all'Inquisizione e non lo fece. Quindi era colpevole e per tale
reato sul finire del 1593 fu arrestato e messo nelle carceri del
Sant'Uffizio. Le accuse furono una sfilza
così riassunte:
- aver scritto
l'opuscolo De tribus
impostoribus - Mosè,
Gesù e Maometto -
diretto contro le tre
religioni monoteiste,
libro a noi sconosciuto
che sarebbe stato
scritto ben prima della
nascita di Campanella;
- sostenere le
opinioni atee di
Democrito,
evidentemente un'accusa
tratta dall'esame del
suo scritto De sensu
rerum et magia,
rubatogli a Bologna;
- essere oppositore
della dottrina e
dell'istituzione della
Chiesa;
- essere eretico;
- aver disputato su
questioni di fede con un
giudaizzante, forse
condividendone le tesi,
e di non averlo comunque
denunciato;
- aver scritto un
sonetto contro Cristo,
il cui autore sarebbe
stato però, secondo
Campanella, Pietro
Aretino;
- possedere un libro
di geomanzia [un'arte
divinatoria, ndr], che
in effetti gli fu
sequestrato al momento
dell'arresto.
Il primo blocco di accuse era costituito dalle ultime tre per le
quali poteva essere processato a Padova. Ma durante il processo
e dopo la tortura dei due giudaizzanti le accuse si ampliarono
all'intero blocco per cui il processo doveva svolgersi a Roma,
dove sul finire del 1594 fu condotto Campanella nelle carceri
dell'Inquisizione. Per difendersi, già nelle prigioni padovane e
poi in quelle romane, Campanella scrisse varie cose: De
monarchia Christianorum (opera perduta), De regimine
ecclesiae, Dialogum contra haereticos nostri temporis et
cuisque saeculi (in cui si difese dall'accusa di avere a che
fare con i riformatori) e Defensio Telesianorum ad Sanctum
Officium (in cui assunse le difese di Telesio). Nel 1595
Campanella fu sottoposto a tortura con la quale i preti
ottennero la sua abiura (16 maggio) che avvenne nello stesso
luogo dove la farà Galileo, in Santa Maria sopra Minerva, presso
il convento domenicano. La condanna fu quella di chiudersi nel
convento di Santa Sabina all'Aventino (Roma). Lì Campanella
scrisse ancora infaticabilmente e, tra varie opere, scrisse
anche il Dialogo politico contro Luterani, Calvinisti e altri
eretici, con la speranza di essere riabilitato dal suo stato
di pregiudicato (lapsus). Un episodio però, accaduto a
Napoli nel 1597, gli creò altri gravi problemi. Abbiamo visto
con Bruno il ruolo degli infami che cercavano grazia per sé
denunciando gli altri e tale pratica era molto estesa. Un
delinquente comune calabrese stava per essere giustiziato quando
per ottenere una qualche clemenza fece il nome di Campanella con
accuse di eresia a lato. Di nuovo il nostro venne arrestato,
buttato in prigione per circa un anno, tempo necessario per un
nuovo processo, alla fine del quale (dicembre 1597) risultò
innocente ma, con una nuova punizione, doveva tornare senza
obiezione alcuna nel suo convento in Calabria. Questa volta
partì dirigendosi verso il suo convento. Strada facendo si fermò
per un certo tempo a Napoli (dove scrisse altri lavori) finché
nell'estate del 1598 si avviò verso la sua terra dove approdò a
Stilo nel convento di Santa Maria di Gesù.
La sua terra, oltre alle continue incursioni dei Turchi, la ritrovò sempre più
disastrata e abbandonata.
Scriveva nel 1921
Dentice D'Accadia nella sua vita di Campanella che i soprusi dei nobili,
la depravazione del clero, le violenze d'ogni specie [...] la Santa Sede [...]
sanciva i soprusi e proteggeva i prepotenti. Il clero minore, corrottissimo nei
costumi, abusava ogni giorno più delle immunità ecclesiastiche, e profanava in
ogni modo il suo ufficio. Fazioni avverse contendevano talvolta aspramente tra
loro, e non poche lotte erano coronate da omicidi e delitti d'ogni specie.
Gruppi di frati si davano alla campagna, e, forniti di comitive armate, agivano
come banditi, senza che il governo riuscisse a colpirli [...] I nobili e le
famiglie private, dilaniate da inimicizie ereditarie, tenevano agitato il paese
con combattimenti incessanti tra fazioni [...] l'estrema severità delle leggi,
che comminavano la pena di morte per moltissimi delitti anche minimi [...] la
frequenza delle liti e delle contese, aumentavano in maniera preoccupante il
numero dei banditi. Fu così che Campanella dal 1599 diventò un politico che, aiutandosi
con le inondazioni che vi erano sia del Po che del Tevere e con il passaggio di
una cometa che annunciavano per il nuovo secolo grandi disastri e cambiamenti in vista, con
successivi incontri clandestini di frati e laici (anche con l'appoggio dei
Turchi), mise in piedi una congiura contro il napoletano Viceregno di Spagna.
L'idea era di costituire la Repubblica comunitaria e teocratica di Calabria alla
cui testa sarebbe stato lui medesimo. Due dei pretesi congiurati denunciarono il
tutto all'avvocato fiscale spagnolo Luigi Xavara che lo fece immediatamente
arrestare (6 settembre) ed avviare, con altri 156 congiurati, in galere verso
Napoli (8 novembre). All'arrivo molti dei congiurati furono immediatamente
giustiziati in modo atroce per dare un clamoroso esempio. Campanella fu gettato
nel carcere di Castel Nuovo e non fu
subito giustiziato perché si volevano da lui tutti i nomi dei congiurati. Fu
interrogato il 18 gennaio ma negò tutto e non dette alcuna informazione. Si
passò alla tortura (7 febbraio 1600) con successiva chiusura nella fossa del coccodrillo(6).
Sembrava completamente senza scampo quando decise di farsi passare per pazzo.
Iniziò il 2 aprile quando si fece trovare vaneggiante sul pagliericcio,
inscenando eccellenti simulazioni di pazzia che trassero in inganno i pur
sospettosissimi giudici(7). Nel frattempo anche l'Inquisizione
riprese in mano il destino del povero Campanella ed il 19 aprile il Papa
Clemente VIII, tramite il Cardinale Bellarmino consultore del Sant'Uffizio, nominò due suoi
giudici (il nunzio Jacopo Aldobrandini e l'abate Alberto Tragagliola che alla
sua morte nel 1601 verrà sostituito dal vescovo di Caserta, Benedetto Mandina)
per un nuovo processo per eresia contro di lui. Tale processo si sarebbe dovuto
celebrare a Roma, ma la cosa risultò impossibile senza l'estradizione che la
Spagna non concedeva. La giustizia civile
però proseguiva, con una nuova sessione di tortura il 18 maggio, ma Campanella non si
tradì e continuò a dare da matto portando avanti per circa un anno questa sua
recita. Scrive Firpo un seguito allucinante della storia:
Tra il 4 e 5 giugno(8) si
venne alla prova legale risolutiva, il cosi detto tormento enorme
della «veglia». In luogo della rituale mezz'ora, l'imputato doveva
restare appeso alla fune con le braccia slogate per ben 40 ore e, quando
per il dolore atroce cadeva in deliquio, lo si calava a sedere su un
legno tagliente che gli segava la carne delle cosce. Il verbale di quel
supplizio, nel suo rozzo dettato cancelleresco misto di latino curiale,
d'italiano e di termini dialettali calabresi, non si rilegge senza
emozione profonda. Alla prima esortazione a confessare la propria
finzione, Campanella rispose con follia poetica: «Dieci cavalli
bianchi», ma dopo lunghissimo strazio, quando i giudici irridono i
suoi lamenti per le atroci sofferenze fisiche e lo esortano a trascurare
il corpo ormai perduto e a darsi pensiero invece della salvezza
dell'anima, egli risponde con un guizzo di lucida fierezza: «L'anima
è immortale». Cosi di ora in ora, nell'alternanza di vaneggiamenti
simulati e di consapevolezza agghiacciante, assistiamo a quella lotta di
un uomo solo e inerme contro la potenza terrena, il dolore cocente, la
fine di ogni speranza. Un lungo giorno, una lunga notte: poi le trombe
che suonano la sveglia sulla tolda delle galere ancorate nel porto, le
candele che si spengono, il brivido freddo dell' alba che irrompe dalle
finestre, e ancora un lungo giorno di sevizie su quel corpo ormai
inerte, che più non risponde agli stimoli della sofferenza. Alla fine,
gli stessi giudici, sfibrati, ordinano che venga deposto dal tormento
e ricondotto alla sua cella. L'aguzzino, divenuto un po' ortopedico per
lunga pratica, gli riduce le slogature, lo porta al tavolo del notaio,
gli regge la mano inerte per firmare con segno di croce l'atto formale
che lo qualifica giuridicamente pazzo. Poi se lo reca in collo per
riportarlo su chissà quale sordido giaciglio: ma appena oltre la soglia
l'indomabile ha come un sussulto e pronuncia - finalmente intoccabile, e
perciò rinsavito - una frase triviale e proterva: «Si pensavano che
io era coglione, che voleva parlare?». Due anni dopo, proprio nella
chiusa della Città del Sole, per smentire il determinismo degli
influssi astrologici scriverà: «Se in quarant'ore di tormento un uomo
non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle, che
inchinano con modi lontani, ponno sforzare».
Dal supplizio Campanella usci dissanguato e ferito al punto da restare
poi per sei mesi tra la vita e la morte, ma invitto. A quel prezzo,
riconosciuto legalmente pazzo, scampò al patibolo e venne poi, senza
condanna conclusiva, dimenticato, per tacito accordo dei tribunali
competenti, nelle segrete dei Castelli napoletani, sotto sorveglianza
strettissima e senza speranza di proscioglimento. Da quel momento la
lotta per la vita - per salvare, con la vita, il prorompente messaggio
di cui si sentiva portatore - si tramuta in una altrettanto ostinata
lotta per la libertà.
A Roma si visionarono gli atti
del processo e si decise (13 novembre 1602) di dimenticarlo a vita in un
carcere, poi divenuto quello di Castel Sant'Elmo (dove resterà dal 1604 al
1608). Proprio nel 1602 Campanella scrisse la sua opera più famosa, La città
del sole, in cui sognava la nascita di una felice e pacifica repubblica
universale fondata e condotta su principi di giustizia naturale
In carcere Campanella scrisse senza sosta una quantità importante di lavori.
Invierà (1606) varie suppliche al Papa perché lo grazi o almeno lo faccia
trasferire a Roma. Nel 1607 iniziò una corrispondenza con quell'ex riformato di
Schopp che abbiamo incontrato parlando della fine di Bruno. Schopp si recò a
Napoli ma non gli fu permesso di vedere il prigioniero. Comunque Schopp sarà il
corrispondente a cui inviare le sue opere. Nel 1608 lo trasferirono al carcere
di Castel dell'Uovo, un poco meno duro di quello dove si trovava. A partire dal
1611, quando seppe della pubblicazione del Sidereus Nuncius di Galileo,
iniziò a scrivergli con grande entusiasmo e continuità. La cosa si ripeté nel
1616 quando scrisse un coraggiosissimo libro, l'Apologia per Galileo, in
difesa dello scienziato pisano che era attaccato per la prima volta
dall'Inquisizione. Nel maggio del 1618 tornò in Castel Nuovo che era stato il
carcere migliore nel quale aveva soggiornato.

Tommaso Campanella
Arriviamo al 23 maggio del 1626, dopo 27 anni di galera durissima, quando
Campanella ormai dimenticato venne rimesso in libertà dopo una petizione dei
domenicani calabresi presentata al Re Filippo IV di Spagna da Maffeo
Barberini che, prima di diventare Papa Urbano VIII, era arcivescovo
dell'arcidiocesi di Nazareth che aveva una sede a Barletta in Puglia. Questa
liberazione fece riprendere le speranze alla Chiesa di avere Campanella a Roma
per fargli il processo per eresia. Temendo ancora una risposta negativa
all'estradizione il Vaticano, ordinò al nunzio pontificio di Napoli che con
destro modo, ma nella più cauta e sicura maniera che sia possibile, il frate
Campanella fosse portato a Roma. L'ordine venne eseuito con un rapimento di
Campanella. Egli fu preso da prezzolati dalla Chiesa e, in abito mentito,
incatenato e sotto il falso nome di Don Giuseppe Pizzuto, a bordo di un
silenzioso veliero, lasciò il porto di Napoli per Roma. A Roma venne
rinchiuso nel carcere dell’Inquisizione, in attesa del processo, che fu
celebrato nel 1629. Altre tre anni di galera anche se molto più blanda. Il
processo portò un definitivo proscioglimento da ogni accusa (11 gennaio 1629) ed
il 6 aprile varie sue opere furono tolte dall'Indice. Occorre dire che in
suo favore intervenne quel Maffeo Barberini ora divenuto Papa Urbano VIII che
Campanella era stato capace di conquistarsi, come dice Firpo, dettando un
erudito commento alle poesie latine del pontefice e confutando vittoriosamente
gli astrologi che ne prevedevano la morte imminente. Ed Urbano VIII era
personaggio legatissimo all'astrologia, tanto che il Campanella entrò nelle sue
grazie, gli concesse di celebrare messa, gli conferì il titolo di Maestro di
teologia e si apprestava a nominarlo non solo Consultore del Santo Ufficio, lo
faceva cioè diventare inquisitore !, ma anche a dargli la porpora cardinalizia.
Questo affanno di Urbano VIII in favore di Campanella, che era diventato suo
consulente astrologico, destò profonde invidie tra gli alti prelati, soprattutto
tra i superiori dei domenicani tra cui il generale dei domenicani Niccolò
Ridolfi ed il maestro dei Sacri Palazzi, Niccolò Riccardi, detto padre Mostro. Iniziarono revisioni accurate delle sue opere,
il blocco di quelle che andavano in pubblicazione ed il sequestro di quelle
pubblicate. Gli fu poi pubblicata clandestinamente dagli avversariuna vecchia
opera, l'Astrologia, proprio quando il Papa aveva pubblicato una
bolla che condannava ogni oroscopo. Il Papa dovette fare marcia indietro e man mano che cresceva il
ritirarsi del Papa aumentavano gli attacchi al nostro filosofo. Nel 1633 vi era
stato il Processo a Galileo e Campanella generosamente aveva chiesto inutilmente
di assumere la difesa dello scienziato. Questo fatto lo mise sotto la lente. Ma
vi fu un altro episodio che congiurò contro di lui. Nel 1534 venne scoperta una
congiura anti-spagnola a Napoli, guidata da un discepolo del Campanella, il
domenicano calabrese Tommaso Pignatelli (si voleva sopprimere il viceré di
Napoli. Alla sua morte chiamare il popolo napoletano all'insurrezione per
liberare il napoletano dalla Spagna). Pignatelli fu subito arrestato e
strangolato in carcere ma a Napoli si sapeva di suoi legami forti con
Campanella. Le autorità spagnole, che non avevano digerito la sparizione
avventurosa di Campanella da Napoli e non avevano creduto opportuno aprire un
contenzioso con la Chiesa, costrinsero sotto tortura il Pignatelli a coinvolgere
Campanella nella congiura e quindi a richiedere, questa volta con forti
giustificazioni, la sua estradizione. Vi era stato anche un evento che aveva
indispettito di molto tali autorità, il fatto che in una sua opera, la
Monarchia in Spagna, Campanella aveva assegnato proprio alla Spagna il
compito egemonico della gestione cattolica del mondo e che recentemente aveva
tolto questa egemonia alla Spagna per assegnarla alla Francia. E probabilmente
da ciò derivò l'accanimento contro Pignatelli perché confessasse la
partecipazione di Campanella alla congiura. Per evitare comunque di resistere alla richiesta di
estradizione ed iniziare una crisi diplomatica con la potente Spagna, Urbano VIII, insieme all'ambasciatore francese, François Noailles, a Roma, organizzò la
sua fuga verso la Francia dove Campanella era molto conosciuto e stimato,
Francia che, come ricordiamo, era in rapporti pessimi con la Spagna e quindi non
avrebbe mai concesso l'estradizione. Un'altra volta il filosofo dovette
mascherarsi, questa volta da frate minimo con il nome di fra Lucio Berardi.
Questa volta lasciò Roma il 21 ottobre 1634 e si imbarcò a Livorno verso
Marsiglia. Da qui a Parigi dove arrivò, accolto festosamente, nella corte di
Luigi XIII il 1° dicembre 1634. Fu ricevuto prima da Richelieu e poi dal Re in
persona che gli mostrò grandissimo affetto (addirittura lo abbracciò) e gli
garantì una pensione.
Aveva quasi settanta anni il vecchio combattente che però non riposò in questo
luogo che glielo avrebbe permesso. Divenne consigliere di Richelieu per la
politica italiana, pensò a tutti i modi per convertire gli Ugonotti, rivide e
sistemò le sue opere. Anche qui invidie infinite che riuscirono a bloccargli la
misera pensione del Papa, l'unica rendita che gli permetteva di vivere visto che
quella del Re non gli era ancora corrisposta a causa della Guerra dei
Trent'anni che assorbiva ogni risorsa. Lottò sempre senza cedere un attimo
in difesa delle sue idee che prevedevano una monarchia universale descritta
nella
Città del Sole. Una città ideale governata dal Metafisico, un
re-sacerdote volto al culto del Dio Sole, un dio laico proprio di una religione
naturale coincidente con quella cristiana. Riuscì a mettere insieme solo i primi
tre volumi (dei dieci) della sua immensa
opera. Morì presso il convento domenicano di rue Saint-Honoré il 21
maggio 1639. M anche qui non riuscì ad avere pace. La Rivoluzione Francese nel
1795 abbatté quel convento e di Tommaso Campanella scomparve ogni traccia.
Resta solo da dire come sia stato possibile rovinare in convento la vita di
questo grande studioso e filosofo. Solo per i capricci di un Papa si è salvato
ed ha potuto concludere la sua vita in modo degno. Una vita da perseguitato tra
gli ottusi processi dell'Inquisizione che marchiarono la sua vita fino a
portarlo in balia della furia della Spagna cattolica ed i divertimenti
astrologici di un Papa. E questo Papa, Urbano VIII, merita un elogio a parte,
con le parole di Camerota:
Con Urbano VIII quel
che Gregorio Leti avrebbe, di li a qualche anno, denominato il «nipotismo
di Roma» - cioè il deprecabile costume di assegnare a consanguinei
prebende, posti, stipendi, rendite, usufrutti, possedimenti e quant'altro
- aveva davvero toccato il suo apice. Ricordiamo che il Barberini elevò
al cardinalato il fratello Antonio (un ascetico frate cappuccino alieno
da ogni ambizione di carriera ecclesiastica), elargendo altresì la
dignità cardinalizia ai nipoti, Francesco e Antonio. Il papa aveva poi
nominato l'altro suo fratello, Carlo, governatore di Borgo e Generale
della Chiesa, mentre Taddeo (figlio di Carlo e, dunque, nipote di
Maffeo) acquisiva il titolo di Prefetto di Roma (in precedenza
prerogativa ereditaria dei Della Rovere). Oltre alle cariche, il
pontefice non mancò di distribuire ai parenti - con magnanimità degna di
miglior causa - cospicue sostanze e ingenti proprietà. Per fare un solo
esempio, nel 1627, egli assegnò al cardinale Francesco le ricche abbazie
di Grottaferrata e Farfa, nominandolo quindi arciprete delle basiliche
Lateranense, di S. Maria Maggiore e di S. Pietro, cui aggiunse il
conferimento del «posto più redditizio della curia»: l'ufficio di
vice-cancelliere. Non stupisce, pertanto, che questa "debolezza" del
papa Barberini fosse oggetto di critiche e satire mordaci, come la
seguente:
Han fatto più danno Urbano e nepoti
Che Vandali e Goti.
Ed a questa satira mordace
aggiungo l'altra: "Quod non fecerunt barbari, fecerunt
Barberini"
per un Papa che fece immensi scempi edilizi
distruggendo Roma arrivando addirittura ad asportare e fondere gli antichi
bronzi romani del Pantheon, per costruire il baldacchino di San Pietro e i
cannoni per Castel Sant’Angelo.
GALILEO GALILEI
Naturalmente non ritornerò sul
Processo a Galileo che ho trattato a fondo in
L'incapacità di
comprendere la rivoluzione galileiana. Dopo il sunto che delle azioni
contro Galileo si fecero tra i due processi, tratto da un documento degli
Archivi Segreti del Vaticano pubblicato da Antonio Favaro, torno solo su una questione
tecnica, anch'essa già trattata, e cioè i falsi inventati per raggiungere
lo scopo criminale della condanna.
SUNTO DEL PROCESSO CONTRO GALILEO GALILEI IN UN DOCUMENTO DEGLI ARCHIVI
SEGRETI VATICANI
b) PROCESSI. 1615-1734.
Arch: Segreto Vaticano. Capsula X - Originale. Sul recto della prima carta del
codice, che è parte di un' antica. coperta, e porta il numero 336, si legge, in
alto: «Florentinus. Vol. 1181», e più sotto:
«Ex Archivo S.Officii. Contra Galileum Galilei Mathematicum».
1) Car. 337r. - 340t.
CONTRO GALILEO GALILEI.
Nel mese di Febraro 1615 il Padre Maestro Fra Nicolò Lorini, Domenicano di
Fiorenza, trasmisse qua una scrittura del Galileo, che in quella città correva
per manus, la quale seguendo le positioni del Copernico, che la terra si
muova et il cielo stia fermo, conteneva molte propositioni sospette o temerarie,
avvisando che tale scrittura fu fatta per occasione di contradire a certe
lettioni fatte nella chiesa di S.ta Maria Novella dal P. Maestro Caccini sopra
il X capitolo di Giosue, alle parole Sol, ne movearis: fol. 2.
La scrittura è in forma di lettera, scritta al P. D. Benedetto Castelli Monaco
Cassinense, Matematico all' hora di Pisa, e contiene le infrascritte
propositioni:
Che nella Scrittura Sacra si trovano molte propositioni false
quanto al nudo senso delle parole;
Che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata
nell' ultimo luogo;
Che la
Scrittura, per accommodarsi all' incapacità del popolo, non si è astenuta di
pervertire de' suoi principalissimi dogmi, attribuendo sin all'istesso Dio
conditioni lontanissime e contrarie alla sua essen[tia].
Vuole che in certo modo prevaglia nelle cose naturali l'argomento filosofico al
sacro.
Che il commando fatto da Giosue al sole, che si fermasse, si deve intend[ere]
fatto non al sole, ma al primo mobile, quando non si tenga il sistema Copernico.
Per diligenze fatte non si poté haver l'originale di questa lettera: f. 25.
Fu
esaminato il Padre Caccini, qual depose, oltre le cose so dette, d' haver
sentito dire altre opinioni erronee dal Galileo: fol. 11:
Che Dio sia accidente; che realmente rida, pianga, etc.; che li miracoli quali
dicesi essersi fatti da' Santi, non sono veri miracoli.
Nominò alcuni testimoni, dall' esame de' quali si deduce che dette propositioni
non fussero assertive del Galileo né de' discepoli, ma solo disputative.
Veduto poi nel libro delle macchie solari, stampato in Roma dal medesimo
Galileo, le due propositioni: Sol est centrum mundi, et omnino immobilis motu
locali; Terra non est centrum mundi, et secundum se totam movetur etiam motn
diurno: fol. 34,
furno qualificate per assurde in filosofia: fol. 35;
e la prima, per heretica formalmente, come espressamente ripugnante alla
Scrittura et opinione de' Santi; la 2ª almeno per erronea in
Fide, attesa la
vera teologia.
Per tanto a' 25 di Febraro 1616 ordinò N. S.re al S.r Card.le Belarmino, che
chiamasse avanti di sé il Galileo, e gli facesse precetto di lasciare e non
trattar in modo alcuno di detta opinione dell' immobilità del sole e della
stabilità della terra: 36 a t.
A' 26 detto, dal medesimo S.r Cardinale, presenti il P. Comissario del S.O., notaro e testi[moni], gli fu fatto il detto precetto
[questa affermazione è falsa, ndr], al qual promise
d'obbedire.
Il tenore di cui è che omnino desereret dictam opinionem, nec etiam de caetero
illam quovis modo teneret, doceret et defenderet, alias contra ipsum in S.
Officio procedetur: fol. 36 a t. et fol. 37.
In conformità di che uscì decreto della S. Congregatione dell'Indice, col quale
si prohibì generalmente ogni libro che tratta di detta opinione del moto della
terra e stabilità del sole: fol. 38.
Del 1630, il Galileo portò a Roma al P.M. di S. Palazzo il suo libro in penna
per stamparlo; e per quanto si riferisce, fol. 46, fu per ordine di lui revisto
da un suo compagno, di che non apparisce fede: anzi nella medesima relatione s'
ha che voleva il M. di S. P., per maggior sicurezza, veder per se stesso il
libro ; onde, per abbreviar il tempo, concordò con l'auttore che nell' atto di
stamparlo gli lo facesse vedere foglio per foglio, et acciò potesse aggiustarsi
col stampatore, gli diede l'imprimatur per Roma
Andò dopo l'auttore a Fiorenza, di dove fece istanza al P.M. di S. P. per
facoltà di stamparlo colà, e li fu negata. Si rimise dopo il negotio all'
Inquisitore di Fiorenza, et avocando il P.M. di S.P. da sé la causa. lasciò a
lui la carica di concederla o no, e ravvisò di ciò ch' haveva ad osservare nell'
impressione.
S' hanno copie d'una lettera scritta dal P.M. di S.P. all' Inquisitore di Fiorenza e della risposta dell'Inquisitore, il quale avvisò d'haver
commessa la corrrettione del libro al P. Stefani, Consultore del S.O., e copia
della prefatione o principio dell'opra, e notatione di ciò che doveva l'
auttore dire nel fine dell'istessa opra: fol. 48 et seq.
Dopo questo il P. M. di S. P. non sepe altro, se non che ha veduto il libro
stampato in Fiorenza, e pubblicato con l'imprimatur di quell'Inquisitore, et
anco con 1'imprimatur di Roma; e per ordine di N.S. fece raccoglier gli
altri, dove
ha potuto far diligenza. Considerò il libro, e trovò che il Galileo haveva
trasgredito gli ordini et il precetto fattogli, con riceder dall' ipotesi.
Et essendosi riferito questo et altri mancamenti nella Congregatione del S. Officio a' 23 di 7mbre 1632, Sua B.ne ordinò si scrivesse all' Inquisitore
di Fiorenza che facesse precetto al Galileo di venir a Roma: fol. 52 a t.
Venuto, e costituito nel S.Officio a' 12 d'Aprile 1633, fol. 69, crede d'esser
stato chiamato a Roma per un libro da lui composto in dialogo, nel quale tratta
de i due sistemi massimi, cioè della dispositione de' cieli e delli elementi,
stampato in Fiorenza l'anno 1632, qual ha riconosciuto, e dice haverlo composto
da dieci o dodeci anni in qua, e che intorno a esso vi è stato occupato sette o
otto anni, ma non continovamente.
Dice che dell' anno 1616 venne a Roma per sentir quello che convenisse tener
intorno all' opinione del Copernico circa la mobilità della terra e stabilità
del sole, della qual materia ne trattò più volte con li SS.ri Cardinali del S.
Officio, et in particolare con li SS.ri Card.li Belarmino, Araceli, S. Eusebio,
Bonzi et Ascoli; e che finalmente dalla Congregatione dell'Indice fu dichiarato
che la so detta opinione del Copernico, assolutamente presa, era contraria alla
Sacra Scrittura, né si poteva tener e difender se non ex suppositione; che a lui
fu dal S.r Card.le Belarmino notificata tal dichiaratione, come appare dalla
fede che gliene fece di sua mano, nella quale attesta ch' esso Galileo non ha
abiurato, ma che solo gli era stata denunciata la sodetta dichiaratione, cioè
che 1'opinione che la terra si muova et il sole stia fermo era contraria alle
Sacre Scritture, e però non si poteva tenere né defendere.
Confessa il precetto; ma fondato sopra detta fede, nella quale non sono
registrate le parole quovis modo docere, dice che di queste non ne ha formato
memoria.
Per stampar il suo libro venne a Roma, lo presentò al P.M. di S. P., qual lo
fece riveder e gli concesse licenza di stamparlo in Roma. Costretto a partirsi,
gli dimandò con lettere licenza di stamparlo in Fiorenza; ma havendogli risposto
di voler di nuovo riveder l'originale, né potendosi per il contagio mandar senza
pericolo a Roma, lo consegnò all'Inquisitore di Fiorenza, il quale lo fece
riveder dal P. Stefani e poi gli concesse licenza di stamparlo, osservandosi
ogn' ordine dato dal detto M. di S. P.
Nel chieder detta licenza tacè al P. M. di S. P. il sodetto precetto,
stimando
non esser necessario il dirglielo, non havendo egli con detto suo libro tenuta
e difesa l'opinione della stabilità del sole e della mobilità della terra, anzi
che in esso mostra il contrario e che le ragioni del Copernico sono invalide.
A' 30 d'Aprile, dimanda esser inteso, fol. 75, e dice: Havendo fatto riflessione
alle interrogationi fattemi intorno al precetto fattomi di non tener, difender
et insegnar quovis modo la sodetta opinione, pur all' hora dannata, pensai di
rilegger
il mio libro, da me non più revisto da 3 anni in qua, per osservare se, contro
la mia purissima intentione, mi fusse per inavertenza uscito dalla penna cosa
per la quale si potesse arguir macchia d'inobedienza, et altri particolari per
li quali si potesse formar di me concetto di contraveniente a gli ordini di S.ta
Chiesa. Et havendolo minutissimamente considerato, e giungendomi per il
lungo disuso quasi come scrittura nuova e di altro auttore, liberamente confesso
ch' ella mi
si rappresentò in più luoghi distesa in tal forma, che il lettore, non
consapevole dell' intrinseco mio, harebbe havuto cagione di formarsi concetto
che gli argomenti portati per la parte falsa, e ch'io intendevo di confutar,
fussero in tal guisa pronunciati. che più tosto per la loro efficacia fussero
potenti a stringer, che facili ad esser sciolti e due in partlcolare, presi uno dalle macchie solari e
l'altro
dal flusso e riflusso del mare, vengono veramente con attributi di forti e di
gagliardi avalorati alle orecchie del lettore più di quello che pareva
convenirsi ad uno che ·li tenesse per inconcludenti e che li volesse confutare,
come pur io internamente e veramente per non concludenti e per confutabili
li stimavo e stimo.
E per iscusa di me stesso appresso me medesimo d'esser incorso in un errore
tanto alieno dalla mia intentione, non mi appagando interamente col dire che
nel recitare gli argomenti della parte avversa, quando s'intende di volergli
confutar, si debbono portar, e massime scrivendo in dialogo, nella più stretta
maniera. e non pagliargli a disavantaggio dell'avversario, non mi appagando,
dico,
di tal scusa, ricorrevo a quella della natural compiacenza che ciascheduno ha
delle proprie sottigliezze, e del mostrarsi più arguto del commune de gli
huomini
in trovare, anco per le propositioni false, ingegnosi et apparenti discorsi di probabilità. Con tutto questo, ancorché con Cicerone
avidior sim gloria quam
satis sit, se io havessi a scriver adesso le medesime ragioni, non è dubbio
ch' io le snerverei in maniera, ch' elle non potrebbero fare apparente mostra di
quella forza, della quale essentialmente e realmente sono prive. È stato dunque
l'error mio, e 'l confesso, di una vana ambitione e di una pura ignoranza et
inavertenza.
E per maggior confirmatione del non baver io né tenuta, né tener, per vera la
detta opinione della mobilità della terra e stabilità del sole, sono accinto a
farne maggior dimostratione, se mi sarà concesso: e l'occasione c'è opportunissima, atteso che nel libro già publicato sono concordi gl'
interlocutori di doversi dopo certo tempo trovar insieme per discorrer sopra
diversi problemi naturali, separati dalla materia ne i loro congressi trattata; onde, dovend'io soggiunger una
o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a
favore della detta opinione falsa e dannata, e confutargli in quel più efficace
modo che mi verrà da Dio sumministrato.
Per sua difesa presenta l'originale di detta fede del S.r Card.le Belarmino, per
mostrar che in essa non vi sono quelle parole del precetto quovis modo docere,
e perchè se gli dia fede che nel corso di 14 o 16 anni ne ha perso ogni memoria, non havendo havuto
occasione di farvi riflessione: fol. 79 et 83.
Prega ad esser iscusato se ha tacciuto il precetto fattogli, perchè non havendo
memoria delle parole quovis modo docere, si credeva che bastasse il decreto della Congregatione dell' Indice, publico et in tutto conforme. alle parole
che sono nella fede fattagli, cioè che la detta opinione non si debba tenere et
deefendere; massime che nel stampar il suo libro ha osservato quello a che
obbliga il detto decreto della Congregatione. Il che apporta non per iscusarsi
dell'error, ma perchè questo gli si attribuisca non a malitia et artifitio, ma
a vana ambitione.
Mette humilmente in consideratione la sua cadente età di 70 anni, accompagnata
da comiseranda indispositione, l'afflittione di mente di dieci mesi, li disaggi
patiti nel viaggio, le calunnie de' suoi emoli, alle quali è per soggiacer l'honor e riputatione sua.
IL FALSO PRECETTO
Dopo le sue pubblicazioni fino al 1616, Galileo si era fatto una serie
di nemici che da più parti andarono al suo attacco. Galileo, resosi conto che doveva fare qualcosa,
aveva scritto una lettera per perorare le sue credenze con nuove prove o
ritenute tali (
Discorso del flusso e reflusso del mare, 8 gennaio 1616).
Egli credeva di aver trovato la prova del sistema copernicano nelle maree,
sbagliando in grandissima parte. Ma le sue argomentazioni non erano
controbattibili con facilità e la cosa non era andata giù ai suoi accusatori.
A questo punto si inserisce il citato racconto che l'ambasciatore Guicciardini
fa al Granduca di Toscana. La veemenza di Galileo nel sostenere le sue tesi non
lo aiuta. Lo stesso ambasciatore ci fa conoscere
alcuni retroscena che coinvolgono il Papa. Orsini cercò di raccomandare Galileo
al Papa Paolo V ma questi «
mozzò il ragionamento, et gli disse che havrebbe rimesso il negozio ai SS.ri Cardinali del S.to Offizio; et partitesi Orsino, fece S. S.tà chiamare a sé
Bellarmino, et discorso sopra questo fatto, fermarno che questa opinione del Galileo fusse erronea et heretica: et hier l'altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale».
Tale giudizio era perentorio e proveniva dallo
stesso Papa. Quindi, da questo momento, tutto ha uno svolgimento predeterminato.
Si comincia il 19 febbraio 1616 con la
trasmissione, dal Tribunale dell'Inquisizione ai teologi, delle
proposizioni da condannare:
"
Che il sole sii centro del mondo te per
conseguenza immobile di moto locale. Che la
terra non è centro del mondo né immobile, ma si muove secondo sé tutta, etiam
di moto diurno".
Solo 5 giorni dopo si ebbe il giudizio dei
teologi (detti Qualificatori) che dichiararono essere la prima proposizione
stultam
et absurdam et formaliter haereticam, perché era contraria alla Sacra
Scrittura sia letteralmente sia nella su interpretazione da parte di tutti i
teologi ed i Dottori della Chiesa. Riguardo alla seconda proposizione il
giudizio fu più blando. Essa fu ritenuta censurabile in filosofia ed erronea
rispetto alla fede.
Questo giudizio dei teologi fu portato al
Sant'Uffizio e ratificato dal Papa che ordinò a Bellarmino di convocare Galileo
e di fargli abbandonare quella eretica teoria. Nel verbale si legge la
conclusione del discorso del papa: "
Se dovesse ricusare obbedienza il
Padre commissario avanti a notaio e testi gli faccia 'precetto
' di
astenersi assolutamente dall'insegnare o difendere tale dottrina, o trattare di
essa. E se non acconsentisse, sia carcerato".
La macchina repressiva era stata messa in moto ed
il 3 marzo fu emanato il Decreto di interdizione della dottrina copernicana e di
messa all'indice e sequestro delle opere di Copernico o copernicane
(i
cardinali Maffeo Barberini e Caetani resistettero al bigotto Papa e riuscirono a
non far dichiarare eretica l'opera di Copernico). Il
De Revolutionibus
era il primo libro che cadde sotto il decreto fino a che non fosse stato
corretto (
donec corrigantur), quindi il
Commento a Giobbe di
Didaco Stunica, la stessa
Lettera di Foscarini, e tutte le altre opere
che insegnavano il copernicanesimo. Il primo a finire in prigione fu, Lazzaro
Scorriggio, l'ignaro stampatore napoletano di Foscarini che l'inquisitore Carafa
fece sbattere in galera per non aver potuto presentare l'
imprimatur.
Incredibilmente Galileo si trovò a dover essere ottimista per quel che lo
riguardava. Nessuna sua opera era stata nominata, tantomeno quella sulle macchie
solari che era chiaramente copernicana. Una cosa era comunque certa: i suoi
estimatori del Collegio Romano erano spariti dalla circolazione, anche quelli
che egli sapeva essere copernicani, come de Cuppis e Grienberger.
La cosa riguardava anche Galileo che fu convocato
dal Bellarmino nella sua residenza di Santa Maria in Via e, alla presenza del
Commissario generale Segizi (notaio) e di due testimoni, lo ammonì
(9)
di
essere in errore e di abbandonare le sue credenze "
indi senz'altro (successive ac
incontinenti
) il Commissario fece precetto e ingiunzione a detto Galileo ancor presente e costituito, in nome del Papa e di tutta la Congregazione del Sant'Uffizio, di abbandonare detta opinione, né altrimenti, in qualsiasi modo, di tenerla, insegnarla o difenderla, a voce o per iscritto; che altrimenti si procederebbe contro di lui da parte del Sant'Uffizio. Al quale precetto Galileo acconsentì e promise di
obbedire".
E' a questo punto utile riportare l'analisi della
vicenda e del documento fatta dal grande studioso di Galileo, Giorgio de
Santillana:
Il documento lascia subito perplessi per via della contraddizione interna. Le istruzioni nella prima parte dicevano: "Nel caso che rifiuti di obbedire"; ora nulla indica nella seconda che Galileo abbia elevato obbiezioni o fatto opposizione, anzi, è scritto che
acquievit. È a questo punto, successive ac incontinenti, che il Commissario generale gli
dà lettura dell'ingiunzione formale di abbandonare e di non discutere più in alcun modo l'opinione incriminata. Se si
considera poi il fondo della questione, vi è di che stupirsi maggiormente: che la notifica gli fosse fatta dal cardinale in persona, costituiva un segno di considerazione, e non si accordava col seguito poliziesco (mentre si noti che a Foscarini, religioso legato dal voto d'obbedienza, non era stato dato alcun preavviso ufficiale, perché si giudicava che egli avesse parlato a suo rischio e pericolo). La convocazione a palazzo rappresenta una forma corretta e su un piano di dignità formale. Per una ironia della sorte, era questa proprio l'udienza che Galileo aveva tanto atteso. E si noti come si inquadra la cosa: Galileo il 26 febbraio è ammesso in udienza, per vana e formale che sia, solo ed appunto perché è venuto a Roma in veste di chi sollecita chiarimenti e direttive, onde non rischiar di contravvenire alle intenzioni di Santa Chiesa; quindi ancora, essendosi tutto svolto come doveva, sono esentate in seduta del 3 marzo, dalla proibizione amministrativa le sue Lettere Solari, pur
copernicanissime, e assai più lette delle disquisizioni di Foscarini e Stunica. Si
vuol premiare la sua buona volontà, e si conta che darà opera egli stesso a modificare le tesi. La logica di tutta quanta l'operazione è manifesta.
Ma in questa logica, che si estende fino al marzo, dove troverebbe posto una intimazione
sub poenis? Cade fuori di ogni costrutto. Il dispositivo delle istruzioni a Bellarmino era
concepito in modo da far fronte ad ogni eventualità, inclusa quella, suggerita da Caccini, che Galileo avesse a smascherarsi come eretico discepolo di Bruno e si dovesse venire all'arresto seduta stante. Ma Galileo, come era ragionevole prevedere,
acquievit. E davvero non sarebbe stato quello il momento di discutere. Di fronte a Bellarmino circondato dalla sua corte di "segugi bianchi e neri" del Signore, che lo alloquiva in camera del trono, Galileo non poteva, checché pensasse, se non inchinarsi in silenzio.
Dal punto di vista della forma, il documento riesce altrettanto inspiegabile. Le istruzioni dicevano "avanti a notaio e a testi" ma il notaio non ha firmato, e nessun funzionario dell'Inquisizione è stato menzionato come testimone secondo l'uso. Non bisogna dimenticare che di regola, quando l'Inquisizione notificava una ingiunzione o precetto, l'accusato era richiesto di firmare di sua mano, e la firma doveva essere legalizzata. Qui, invece, anche dalla minuta, si direbbe trattarsi di un semplice verbale di notifica.
Non solo il protestante Gebler, ma uno storico cattolico, Reusch, nel 1870 hanno attirato l'attenzione su questo fatto. Altro fatto strano: non solo non è fatta menzione di testimoni ufficiali, ma al loro posto intervennero due familiari della Casa del cardinale, che certo non erano affatto qualificati per prender parte a una procedura dell'Inquisizione.
E poi il documento è al suo posto?
Il "dossier" può sembrare incompleto a chi spera di trovarvi una minuta istruttoria. Ma non lo è. Si tratta di un incartamento legale formato dai dati strettamente necessari alla preparazione di una sentenza e in quanto tale, può dirsi completo o quasi. La numerazione delle pagine, iniziata al momento stesso in cui i primi documenti erano introdotti, è ininterrotta. Sappiamo dunque che non vi manca nulla, o piuttosto assai poco; e questo poco manca palesemente: due fogli contigui, appartenenti allo stesso doppio foglio, sono stati accuratamente tagliati, prima della numerazione del fascicolo, ma in modo da lasciare dei margini molto grandi, quasi per ricordarci la loro esistenza. Vengono subito dopo la copia falsificata da Lorini della
Lettera a Castelli (foglio 346). Un'altra mezza pagina è tagliata allo stesso modo, in fronte alla pagina 376 che contiene la
proposìtio censuranda. Lo stesso è avvenuto per le pagg. 431, 455, 495, e può essersi trattato di pagine bianche. La maniera in cui ciascun quinterno è costituito è chiara e naturale: ogni atto legale, o documento ufficiale, è stato scritto o cominciato sulla prima pagina
[recto] d'un nuovo doppio foglio, incorporato di poi e cucito nel fascicolo, in ordine cronologico, cosicché nel contesto restano evidentemente un gran numero di mezzi fogli bianchi. Anche questi sono numerati; alcuni sono stati utilizzati
per annotazioni amministrative, copie di ordinanze e istruzioni, tutte nel dovuto ordine. Ma non vi è una sola lettera, un solo rapporto, atto legale o copia conforme che non cominci sulla prima pagina di un nuovo foglio. Con questa sola eccezione : l'ingiunzione di Bellarmino. Questo documento essenziale è annotato su uno spazio che per caso s'è trovato disponibile, fornito dal rovescio dei fogli di due altri documenti. La sua posizione e la forma in cui è stato redatto basterebbero a rivelare che non
vuol esser considerato se non come trascrizione.
Le cartelle 378 verso e 379 recto, che combaciano, sono rispettivamente il verso della seconda pagina bianca del rapporto dei Qualificatori (pag. 377) ed il recto bianco del secondo mezzo foglio della pagina 357, ove si trova la deposizione di Caccini. Altre simili trascrizioni sono state redatte nello stesso modo (per esempio quelle che si riferiscono agli ordini del papa, 352 verso, e quella che si trova su una pagina non numerata dopo la pagina 354). La procedura seguita è del tutto regolare per la prima parte del testo, le istruzioni della Congregazione a Bellarmino, il 25
febbraio (vedi nota 27, ndr), perché il documento originale ha il suo luogo proprio tra i Decreta e viene riprodotto qui solo per informazione. Ma si passa poi, senza averne l'aria, alla seconda
parte (vedi nota 27, ndr), datata 26 febbraio, che è l'ingiunzione vera e propria e che avrebbe dovuto essere conservata in originale.
Il testo che abbiamo non pretende di essere l'originale ma una semplice trascrizione. Ma allora, dov'è l'originale? Dovrebbe trovarsi evidentemente su un foglio separato, al suo posto, come tutti gli altri originali. Ora esso non si trova affatto nel fascicolo, e non vi è stato mai inserito, come risulta dalla numerazione ininterrotta delle pagine. Dunque la prova delle decisioni prese nei riguardi di Galileo è fornita non da un documento legale, autentico o meno, ma da una annotazione. È strano che tanti storici accorti si siano lasciati sfuggire questo particolare. Pensavano forse che il dossier dell'Inquisizione fosse stato trasportato alla residenza di Bellarmino, come un registro, perché vi venisse scritto il protocollo sul retro delle pagine? I dossier non uscivano mai dagli uffici; i verbali, redatti altrove, vi erano inseriti in un secondo tempo.
Non c'è dubbio che avremmo dovuto trovarvi un originale - le istruzioni a Bellarmino sono chiare — e che esso avrebbe dovuto essere firmato dal notaio, controfirmato dal cancelliere del Santo Uffizio e, eventualmente, da Galileo medesimo. Ma questo documento, se mai ci fu, deve essere stato soppresso prima di entrare nel dossier. Diciamo "se mai ci fu" perché è verosimile che non sia stato mai redatto nell'originale e che appaia solo sotto l'aspetto di una
trascrizione che non pretende di essere altro che una copia. Lo scrivano poteva sempre dichiarare più tardi in confessione o sotto giuramento di non aver mai falsificato un documento, ma di aver solo redatto una minuta, che, dal punto di vista giuridico, era senza valore, perché tutte le firme mancavano.
Non vogliamo asserire che tutti i precetti dell'Inquisizione dovessero contenere una dichiarazione di ricevuta; vi sono anzi numerosi esempi del contrario; ma questo poteva avvenire per gli affari correnti, per esempio il comando
non discedendi; e anche in questo caso erano controfirmate da funzionari qualificati: quando pronunciava un ordine fuori del suo quartier generale, l'inquisitore era accompagnato dai suoi assistenti che servivano da testimoni. Ma in questo caso, se le istruzioni venute dall'alto sono state seguite, si tratta di un precetto in cui si esige sottomissione formale. Ci attenderemmo quindi di trovare:
"Io G. G. ho ricevuto precetto come sopra e prometto di obbedire". Dire che la dichiarazione di ricezione non fosse
necessaria, equivale a dire che l'ingiunzione sia stata formulata senza che Galileo avesse fatto l'obbiezione che avrebbe dovuto motivarla; in tal caso si sarebbe commessa una grave irregolarità e l'ingiunzione sarebbe contestabile solo su
questa base.
Malgrado tutta la sua prudenza, l'amanuense ha voluto strafare. Per rispettare l'uso ha prima
trascritto il testo del decreto pontificale del 25 febbraio; ma se avesse potuto prevedere che l'originale del decreto sarebbe andato perduto — come è avvenuto — avrebbe preferito tagliarsi la mano piuttosto che conservare qui il testo incriminante che oggi fa saltare agli occhi la contraddizione flagrante che esiste tra gli ordini e la loro esecuzione.
Dal momento che era esplicitamente ammesso che Galileo non aveva opposto resistenza, non v'era alcuna ragione valida perché il commissario gli facesse personalmente "divieto assoluto di insegnare e di discutere la dottrina
quovis modo" ; perché questo andava oltre i termini del decreto e si applicava soltanto a coloro che erano in istato di "veemente suspicione" (nel qual caso l'acquiescenza diveniva tecnicamente una abiura). Il decreto stesso, nella forma in cui era redatto per tutti i buoni credenti, autorizzava implicitamente la discussione del copernicanesimo come ipotesi matematica; interdiceva soltanto il presentarlo come verità filosofica, compatibile con la teologica. Nessuna menzione di Galileo e delle sue opere: ora, come si può immaginare che, una volta divenuto sospetto, gli sia stato usato nel decreto lo straordinario trattamento di favore che esentava dalla proibizione le sue
Lettere Solari? Invece pronta e sicura corse la voce, per opera dei soliti "circoli bene informati" che Galileo era stato tratto a fare
ammenda. Scrive Matteo Caccini: ''In questa Congregazione coram summum Pontificem il Sig. Galilei fece l'abiurazione". Castelli scrive da Pisa: "Qui è stato scritto che V. S. ha abiurato segretamente in mano
del'Ill.mo C. Bellarmino" e Sagredo da Venezia : "S'è sparsa voce esser lei trasferita costì a Roma con
incommodo, sforzatamente, per mali ufficii di quelli nostri amici confederati con Rocco Berlinzone, i quali hanno fatto passar voce che sia stata ella chiamata all'Inquisizione per render conto se il sole si muove; aggiungendosi che, per schermire, convegna ella far palesemente il collo torto. Credo che questi ladroni facciano ancora altrove il loro potere contro di noi; ma Iddio, sì come spero, dissiperà i suoi mali consegli".
Per mettere fine a queste voci e salvaguardare il suo onore personale, Galileo domandò a Bellarmino, con una breve e dignitosa lettera che ci è giunta, un certificato, e l'ottenne
senza indugio nei seguenti termini:
"Noi Roberto Cardinale Bellarmino, havendo inteso che il Sig.or Galileo Galilei sia calunniato o imputato di havere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitentie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto
Sig. Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi
sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha riceuto penitentie salutari né d'altra sorte, ma solo gl'è
stata denuntiata la dichiarazione fatta da N.ro Sig.re et publicata dalla Sacra Congregazione dell'Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico sia contraria alle Sacre Scritture, et però non si possa difendere né tenere. Et in fede di ciò habbìamo scritta et sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo dì 26 di Maggio 1616."
È certo che qui non è menzionata alcuna ingiunzione; anzi, viene formalmente smentita l'ammenda che avrebbe normalmente dovuto seguire l'ingiunzione. Gli storici
ex parte hanno sostenuto trattarsi d'un gesto caritatevole da parte della Chiesa che, per considerazione verso Galileo e verso il granduca, avrebbe consentito a rilasciare un certificato di onorabilità, ma — sapendo di avere a che fare con un uomo pericoloso e ostinato — avrebbe tentato di mantenerlo nel dritto cammino mediante una ingiunzione segreta. Questa spiegazione può apparir valida a prima vista, ma rimane che l'ingiunzione avrebbe dovuto essere fatta e conservata, come tutte le altre, in forma regolare. Almeno negli atti segreti dell'amministrazione dovrebbe trovarsi un qualche riferimento a questo atto. E qui interviene un documento decisivo che fu rintracciato
solo nel secolo scorso.
Durante le brevi settimane della Repubblica romana del 1849, dopo la fuga del papa, si trovarono aperti gli archivi, e alle febbrili
ricerche di Antonio Gherardi fu dato scoprire taluni Decreta della Congregazione del Sant'Uffizio che si riferiscono alla causa di Galileo. Fra questi vi è il verbale della seduta del 3 marzo, che fa seguito a quello già noto del 25 febbraio:
"Il Cardinale Bellarmino riferisce che Galileo Galilei matematico è stato, giusta gli ordini di questa S. Congregazione, ammonito di aver a abbandonare [deserendam, che sostituisce il cancellato disserendam] l'opinione che ha finora sostenuto, essere il Sole, ecc. e che ha acconsentito [acquievit] ; ed essendo stato fermato il decreto della Congregazione dell'Indice, il quale interdice e sospende rispettivamente gli scritti di Nicolo Copernico, Didaco a Stunica e Paolo
Foscarini, il Santissimo ha ordinato che tale decreto d'interdizione e sospensione venga pubblicato dal Maestro del Sacro
Palazzo."
Ecco un documento redatto per le sole autorità, un rapporto riservato sugli affari in corso. Esso corrisponde esattamente alle istruzioni del 25 febbraio. Tali istruzioni avevano previsto i tre atteggiamenti successivi da adottare nel caso di obbedienza, d'obiezione, o d'ostinazione da parte di Galileo:
avvertimento, ingiunzione, arresto (sottolineatura
mia, ndr). Ora, il rapporto dice semplicemente che l'avvertimento fu accolto con l'acquiescenza e passa agli altri argomenti: se vi fosse stato precetto, ne sarebbe stata fatta almeno menzione; altrimenti si sarebbe dovuto allegare un rapporto separato del commissario generale, e non ve n'è traccia. In base a questo solo rapporto alle
autorità non poteva risultare che si era dovuto venire a precetto formale; per diciassette anni — come vedremo — esse non ne ebbero, a quanto pare, la minima idea. Galileo neppure.
Si tenga bene a mente tutto questo perché sarà
di estrema importanza quando discuteremo del Processo a Galileo.
Galileo, dunque non era spaventato e la cosa
risulta chiaramente dalle sue lettere di questo periodo. Tra l'altro
l'ambasciatore Guicciardini, riferisce al Granduca (13 maggio) che Galileo fa
una vita di stravizi in Roma e spende e spande a più non posso
egli ha un
umore fisso di scaponire i frati ... e combattere con chi egli non può se non
perdere: però un poco prima o poi ... sentiranno costà che sarà cascato in
qualche stravagante precipizio. Non era spaventato perché non ne aveva
motivo! E tanto meno da quel Papa che, egli non poteva sapere, era stato il suo
più duro nemico. E ciò è dimostrato dall'udienza che quello stesso Papa,
Paolo V Borghese, gli concesse 5 giorni dopo, trattenendolo per ben tre quarti
d'ora rassicurando Galileo che nessuno in Vaticano avrebbe dato orecchio alle
calunnie. Mettendo tutto insieme ne risulta che quel processo verbale del 26
febbraio non avvenne e che mai fu fatto precetto a Galileo di non difendere
quovis
modo il copernicanesimo. Insisto: è importante ricordare che Galileo
venne AMMONITO dall'insegnare e difendere la teoria
copernicana e non gli venne fatto PRECETTO. Ciò è
fondamentale dal punto di vista del Diritto Canonico: se gli
fosse stato fatto precetto sarebbe stato recidivo e la cosa
sarebbe risultata nei suoi precedenti penali; l'ammonizione
non prevedeva nessuna delle due cose dette.
Sollecitato da più parti dalle autorità
fiorentine di
non stuzzicare il cane che dorme, Galileo il 30 giugno se
ne tornò a Firenze ripromettendosi in una lettera di raccontare a voce le cose
incredibili che aveva scoperto a Roma nel campo
dell'ignoranza, invidia ed
empietà. E così noi siamo privati di queste informazioni.
Riporto ora una rapida cronologia di avvenimenti che portarono Galileo al Processo del 1633:
1632: Dopo varie indagini degli inquisitori romani si decide di far sequestrare l'opera di Galileo che aveva già ottenuto l'imprimatur dal domenicano Padre Mostro incaricato di seguire tutte le fasi della pubblicazione dell'opera. In estate Galileo tenta inutilmente di
fermare il sequestro del suo Dialogo, appoggiato dai diplomatici fiorentini,
presso la sede papale.
1632: in settembre viene confermato il sequestro e
viene istituita una commissione di indagine, sui contenuti potenzialmente eversivi o
eretici del Dialogo; la commissione passa le consegne al Sant’Uffizio (il
massimo organo inquisitorio della Chiesa). L’Uffizio apre il 23
settembre la procedura processuale contro Galileo, dopo aver definito i capi di
imputazione: il più grave fra questi, quello di non aver ottemperato al precetto
di Bellarmino del 1616, interpretata secondo la versione dei
gesuiti.
1632: ad ottobre a Galileo è imposto di
recarsi a Roma per il processo.
1633: il 12 febbraio Galileo giunge a Roma dopo aver sostato in pieno inverno fuori dalle porte della città
per svariati giorni, causa un periodo di quarantena imposto dalla peste. Galileo è ospitato per due mesi circa
dall’ambasciatore di Toscana, in attesa della convocazione
dell’organo ecclesiastico che si sarebbe riunito per giudicarlo.
1633: il 12 aprile avviene la prima udienza del
processo. Padre Maculano, un domenicano, interroga il filosofo a proposito
delle vicende del 1616 per conto del Sant’Uffizio. Viene contestata la mancata
ottemperanza al precetto del Bellarmino. I capi d'imputazione sono: sostegno
alla tesi di Copernico, insegnamento della stessa a molti discepoli,
corrispondenza sospetta con alcuni matematici tedeschi, scrittura del saggio
Delle macchie solari nel quale era presentata come vera la medesima teoria,
esegesi della Bibbia volta a giustificare la centralità del Sole nell'universo
e la rotazione della Terra. Galileo si difende sostenendo che mai
gli è stato fatto precetto e portando come prova della sua innocenza l’attestato
di "buona condotta" rilasciatogli a suo tempo dallo stesso Bellarmino. Tale attestato giustifica pienamente Galileo per aver
insegnato e trattato in qualche modo l’eliocentrismo e rende costruito sul
falso il processo in corso.
Galileo è costretto a una difesa perdente in
partenza. Prova a sostenere che le tesi copernicane sono
esposte alla stessa stregua di quelle tolemaiche. Questo
atteggiamento peggiorò la posizione di Galileo. I prelati parvero
irritati: in particolare quelle componenti più rigorose e conservatrici del
Sant’Uffizio parvero rifiutare in via definitiva ogni forma di mediazione e di
compromesso.
Nei confronti di Galileo la corte assunse un
atteggiamento di maggior severità. Questo atteggiamento coinvolse anche quanti
si sarebbero accontentati di una condanna soltanto formale per lo scienziato.
Nonostante qualche tentativo della diplomazia fiorentina
prevalse la “linea dura” del Sant’Uffizio.
1633:
il mattino del 22
giugno Galileo viene condotto davanti all'inquisitore nella sala grande
del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva. Lì lo attendono i
cardinali del S. Uffizio, dei quali però tre su dieci sono assenti e non
firmeranno il testo della condanna. Galileo veste il camice bianco dei penitenti
e s'inginocchia davanti ai giudici che gli leggono la sentenza.
Il primo ottobre 1632,
tramite l'inquisitore di Firenze, viene imposto a
Galileo, che aveva già 69 anni, di presentarsi a Roma entro 30 giorni, davanti al
Tribunale del Sant'Uffizio. Vari amici lo sconsigliarono di andare reclamando
ragioni di salute e la peste che continuava a mietere vittime. Ma Galileo aveva fiducia,
era in buona fede, era 'amico' del Papa, aveva buoni argomenti con i quali
avrebbe spiegato ... Intanto, già da luglio 1632, erano stati sequestrati dovunque i
suoi libri. Cosa potevano imputare a Galileo ? Aveva avuto tutti i permessi (ben
cinque imprimatur!),
aveva ottemperato ad ogni ingiunzione. Ma Urbano VIII, consigliato dai preti
gesuiti del Collegio Romano, che finalmente avevano modo di vendicarsi, aveva
motivi personali che si mescolavano a quelli di Stato. Era sotto attacco perché
accusato di non far fronte con la dovuta decisione all'eresia (era stato eletto
da cardinali filofrancesi ed appoggiava la Francia e l'impero degli Asburgo
contro la Spagna. Ciò provocò l'ira della Spagna che attraverso il Cardinale
Gaspare Borgia, ambasciatore di Spagna, gli rivolse le accuse suddette). Cosa comunque
poteva minacciare Galileo, se il diritto era dalla sua parte ? Al massimo,
seguendo le procedure, avrebbero potuto fargli precetto di non difendere in
alcun modo le teorie esposte nel Dialogo. ... Ma Galileo conosceva poco le
capacità eccelse della Chiesa di falsificare e portare ogni cosa a proprio
favore. In ogni caso tentò di tergiversare anche perché le sue condizioni di
salute non erano buone. Il primo gennaio l'Inquisitore di Firenze ricevette una
lettera durissima ed ultimativa da Roma:
« è stato molto male inteso che Galileo Galilei non habbia prontamente aderito al precetto fattogli di venire a Roma; et non deve egli scusar la sua disobbedienza con la stagione, perché per colpa sua si è ridotto a questi tempi; et fa malissimo a cercar di paliarla fingendosi ammalato... Se non ubbidisce subito si manderà costì un Commissario con medici a pigliarlo, et condurlo alle carceri di questo supremo Tribunale, legato anco con ferri, poiché sin qui si vede che egli ha abusato la benignità di questa Congregazione ».
Galileo
fu costretto a partire il 20 gennaio e, giunto a Roma nel febbraio del 1633,
venne immediatamente messo sotto accusa per il suo
essere recidivo nel difendere le teorie copernicane. Questo essere recidivo era
relativo al preteso PRECETTO (di cui ho parlato) che gli sarebbe stato fatto da
Bellarmino nel 1616. Ma nel 1616 Galileo aveva avuto solo una ammonizione
ed in più il certificato di buona condotta dallo stesso Bellarmino.
Gli
inquisitori insistono ma Galileo non ricorda alcun precetto. Come se nulla fosse
gli inquisitori gli chiedono se ha fatto vedere il precetto a coloro che
seguivano le vicende del libro e che dovevano rilasciare le varie
autorizzazioni. Galileo chiede
allora di vedere il Precetto che, in quanto
tale, deve risultare agli atti controfirmato da colui a cui era stato fatto
(siamo nell'aprile 1633). Qui fu costruito uno dei falsi più ignobili
della Chiesa (tra quelli noti, dico ...). Il libro dei Precetti e di ogni atto giudiziario in genere, a
seguito della carta che era molto assorbente e quindi faceva trasparire tracce
di inchiostro sul retro della pagina medesima, questo libro era scritto solo
nelle pagine dispari, mentre le pari erano lasciate bianche. Solo il Precetto a
Galileo è scritto alla data giusta sulla pagina pari! Ma vi è di più,
all'atto del Precetto, l'accusato doveva apporre la sua firma sotto l'atto: la
firma di Galileo in questo atto non compare. Tutti gli storici concordano in
quanto ho detto: il Tribunale del Sant'Uffizio costruì un falso per poter
condannare Galileo nel processo che ora gli faceva.
Riguardo alle accuse in quanto tali,
Galileo tentò delle difese disperate. Dapprima cercò di dire che l'opera era
anticopernicana ma quando una commissione di tre studiosi sentenziò che non era
così cambiò registro e tentò di dire che aveva fatto errori ed aveva scritto
cose che avrebbero potuto trarre in inganno ma che comunque lo aveva fatto in
buona fede. Galileo (siamo nel maggio 1633) si disse disposto a modificare le
pagine incriminate ed in ogni caso chiese che si tenesse conto della cadente
vecchiezza (aveva settant'anni).
In
giugno gli inquisitori tornarono all'attacco per estorcere a Galileo una
confessione che lo vedesse copernicano convinto. Se non avesse detto la verità
(quella che la Chiesa imponeva) si sarebbe passati alla tortura. Siamo
alla fine, con quel Precetto che
vietava di difendere "quovis modo" la teoria copernicana, il Dialogo
è proibito, Galileo nel Palazzo della Minerva, sede del Santo Uffizio, viene condannato (22 giugno 1633) ed è costretto all'abiura (e nessuno potrà o dovrà
mai accusarlo per avere accettato un tale atto che non lo costrinse al silenzio
ma che gli fece ancora pubblicare di nascosto, la parte più importante della
sua opera). È comunque istruttivo leggere la sentenza del Tribunale e l'abiura
che Galileo dovette leggere in pubblico.
LA SENTENZA
"...Che il Sole sia centro
del mondo e imobile di moto locale è proposizione assurda e falsa in filosofia,
e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;
Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di
moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e
considerata in Teologia ad minus erronea in Fide. .... Noi diciamo, pronunziamo,
sentenziamo e dichiariamo che tu , Galileo sudetto, per le cose dedotte in
processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo Santo Officio
veementemente sospetto d'eresia cioè d'aver tenuto e creduto dottrina falsa e
contraria alla Sacre e divine Scritture, ch'il Sole sia centro della Terra e che
non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro
del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo
essere stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e
conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre
constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e
promulgate. Dalle quali siamo contonto sii assoluto, pur che prima, con cuore
sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti
errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e
Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data....Ed ordiniamo
quindi che per publico editto sia proibito il libro de' Dialoghi di Galileo
Galilei. Ti condanniamo al carcere formale in questo Santo Officio ad arbitrio
nostro: e per penitenze salutari t'imponiamo che per tre anni a venire dichi una
volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di
moderare, mutare, o levar in tutto o parte, le sudette pene e penitenze."
L'ABIURA
"Io Galileo, figlio di
Vincenzo Galileo di Fiorenza, dell'età mia d'anni 70, constituto personalmente
in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi
Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l'eretica pravità generali
Inquisitori ; avendo davanti gl'occhi miei li saerosanti Vangeli, quali tocco
con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l'aiuto di
Dio crederò per l'avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa
Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo, Santo Officio, per aver io,
dopo d'essermi stato con precetto dall'istesso giuridicamente intimato che
omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il Sole sia centro del mondo e
che non si muova, e ehe la Terra non sia centto del mondo e che si muova, e che
non potessi tenere, difendere né insegnare in gualsivoglia modo, né in voce né
in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d'essermi notificato che detta
dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro
nel quale tratto l'istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta
efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato
veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto che il Sole sia
centro del mondo e imobile e che la Terra non sia centro e che si muova;
Pertanto, volendo io levar dalla mente delle' Eminenze Vostre e d'ogni fedel
Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor
sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie,
e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta
Chiesa; e giuro che per l'avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o
in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se
conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d'eresia lo denonziarò a questo S.
Offizio, o vero all'Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò. Giuro
anco e prometto d'adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi
sono state o mi saranno da questo Santo Officio Imposte...
In Roma, nel Convento della
Minerva, questo dì 22 giugno 1633.
Io Galileo Galilei ho abiurato
come di sopra , mano propria."
Da questo momento sentenza ed abiura ebbero la massima
diffusione. Furono lette in scuole ed università.
Fino al sette luglio 1633 Galileo
è relegato a Villa Medici, sede dell'Ambasciata di Toscana, quindi fu trasferito prima a Siena
custodito in domicilio coatto dall'amico Arcivescovo Antonio Piccolomini. Alcuni
mesi dopo gli fu permesso di domiciliare in isolamento nella sua casa di Arcetri
dove rimase fino al 1638, quando sopravvenne la cecità (fu il suo giovane
discepolo Vincenzo Viviani che, a questo punto, aiutò Galileo facendogli da
emanuense e mantenendolo attivo su questioni scientifiche) e dove, nel 1634, perse
con grande dolore la figlia prediletta Virginia (suor Maria Celeste).
Su insistenza dell'Inquisitore Muzzarelli di Firenze, che il 13 febbraio 1638
scrisse (è tanto mal ridotto che ha più forma di cadavero che di persona
vivente) in proposito al nipote del Papa, Cardinale Francesco Barberini, gli
fu permesso di recarsi a Firenze (per la comodità di essere visitato da medici)
ma sempre in isolamento e sotto
controllo e qui rimase fino alla morte che sopravvenne nel 1642 dopo una
malattia renale che lo aveva costretto a letto dal novembre del 1641.

Galileo Galilei
La sorveglianza fuori della casa di
Galileo ad Arcetri era
strettissima ma con la complicità di qualche amico e di sua figlia Livia (Suor
Arcangela) riuscì a fare uscire a poco a poco dei manoscritti per la successiva pubblicazione.
Questi manoscritti erano stati raccolti in anni precedenti, si tratta dei suoi
studi precedenti aggiornati e sistemati. Galileo li fa uscire perché vadano
presso gli Elzeviri di Leiden (Olanda) al fine di essere pubblicati. Ne verrà
fuori la più grande opera di Galileo, quella della maturità. Si tratta dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze
che vedrà la luce nel 1638. Ora non vi sono più conversazioni accattivanti,
ora si tratta di un vero e proprio testo di fisica in cui vengono studiati tutti
i vari campi della conoscenza dell'epoca. È la più copernicana tra le sue
opere ma, proprio perché non capita dalle autorità, fu fatta passare senza
eccessive reprimende (Galileo si difese sostenendo che l'opera era stata
pubblicata a sua insaputa).
QUALCHE BREVE CONSIDERAZIONE
Per quanto discuterò sugli indegni
attacchi che ancora oggi provengono dalla Chiesa (a tutti i livelli, a partire
dai Papi fino ad arrivare ai più ossequienti servi docili) contro Galileo, è utile
osservare che la collocazione del fascicolo «Processo
a Galileo» negli Archivi del Vaticano è sotto la voce «criminale» (tra le
possibili: dottrinale, giurisdizionale, civile ed economica). Ed è anche utile
sfatare un comodo mito. Si sostiene che Galileo era sinceramente pentito e che
ubbidì di buon grado alla Chiesa essendo un cattolico osservante (sciocchezze
di questo tipo le dice anche Zichichi). I fatti mostrano che Galileo aveva ben
altre mire al momento della condanna e dell'abiura. Come discuterò di seguito,
Galileo dal domicilio coatto scrisse per la pubblicazione, all'estero purtroppo,
la più copernicana tra le sue opere, i Discorsi. E questo fatto la dice
lunga sul pentimento e sulla vergognosa abiura impostagli.
La Chiesa, per parte sua, mantenne con
pervicacia la condanna fino alla fine. Inoltre impiegò circa 200 anni per
togliere il divieto alle opere di Galileo e a sostenere ed insegnare le teorie
copernicane. E, con Galileo, l'Italia perse ogni speranza di sviluppare la sua
scienza che la vedeva ai primi posti in Europa e che, subito dopo, la vide
decadere inesorabilmente.
_________________________________
Ho riportato solo i principali processi ma ve ne sono moltissimi altri che
non hanno la rilevanza di questi e per ora li tralascio.
__________________________________
CONCLUSIONE
La conclusione di questa vicenda sarebbe stata l'inesorabile fine di ogni sapere, di ogni conoscenza almeno in Italia. Vittime sciocche di un potere ottuso ed integralista che in nome non certo del Gesù evangelico ha ammazzato tutto ciò che di meglio l'uomo abbia prodotto. Ma la storia ha avuto qualche sussulto che ha fermato questa macchina di sterminio. Ed il principale sussulto che ci ha lanciati verso la modernità è stato la Rivoluzione Francese che ha fissato gli ambiti delle singole e collettive libertà con la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789 che all'Articolo 10 parla espressamente di libertà di religione.
I rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in Assemblea Nazionale,
considerando che l'ignoranza, l'oblio o il disprezzo dei diritti dell'uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e dalla corruzione dei governi,
hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo,
affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri;
affinchè maggior rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo da poter essere in ogni istanza paragonati con il fine di ogni istituzione politica;
affinché i reclami dei cittadini, fondati da ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti.
In conseguenza, l'Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell'Essere Supremo, i seguenti
Diritti dell'Uomo e del Cittadino:
Articolo 1
Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull'utilità comune.
Articolo 2
Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione.
Articolo 3
Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un'autorità che non emani espressamente da essa.
Articolo 4
La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l'esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di quegli stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla Legge.
Articolo 5
La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.
Articolo 6
La Legge è l'espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve quindi essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.
Articolo 7
Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che procurano, spediscono, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente; opponendo resistenza si rende colpevole.
Articolo 8
La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.
Articolo 9
Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.
Articolo 10
Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l'ordine pubblico stabilito dalla Legge.
Articolo 11
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.
Articolo 12
La garanzia dei diritti dell'uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l'utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.
Articolo 13
Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d'amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini, in ragione delle loro sostanze.
Articolo 14
Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l'impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione e la durata.
Articolo 15
La società ha il diritto di chieder conto a ogni agente pubblico della sua amministrazione.
Articolo 16
Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione.
Articolo 17
La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità.
E' una novità storica dirompente che assegnava alla Chiesa un suo ruolo che non poteva più avere a che fare con il sopruso e con la sovrapposizione al potere civile e temporale. In Italia questa Rivoluzione risvegliò molte coscienze che arrivarono alla presa di Roma il 20 settembre 1870 con il Papa (Pio IX) finalmente chiuso in Vaticano impossibilitato, apparentemente, a nuocere ancora. Poi venne il Fascismo che restituì alla Chiesa ogni potere, evento che ci fa ancora ritrovare tra le nazioni più arretrate del mondo per diritti civili ... paghiamo la mania di potere di 4 sciocchi politici, ignoranti della storia ed incapaci di vedere oltre i poveri fatti contingenti. Abbiamo così una Chiesa ancora oppressiva e rapace che si sovrappone ad ogni esigenza di avanzamento politico e sociale del Paese.
Roberto Renzetti
NOTE
(1) Fornisco alcune date di eventi di vario tipo che interessano il seguito
della storia e per situare la vita e la vicenda di Bruno:
1504 - Il Napoletano passa dalla
Francia alla Spagna.
1511/1516 - Elogio della follia
e Nuovo Testamento di Erasmo.
1517 - prende il via la Riforma di Lutero
(inizialmente contro il mercato delle indulgenze);
1519/1556 - Carlo V imperatore.
1527 - Truppe di Carlo V (i
lanzichenecchi) saccheggiano Roma.
1529 - La Chiesa incorona Carlo V
imperatore e da questo momento diventa dipendente dalla Corona di
Spagna.
1536 - inizia l'opera di Calvino;
1542 - Paolo III riordina l'Inquisizione affinché sia più
efficiente contro gli eretici;
1543 - Viene pubblicato il De Revolutionibus orbium coelestium di Copernico.
1545 - inizia il Concilio di Trento e la Controriforma;
1548 - Nasce Filippo (poi chiamatosi
Giordano) Bruno;
1556/1598 - Felipe II re di
Spagna.
1559 - si pubblica il primo Index librorum prohibitorum e tra
gli autori proibiti vi sono: Dante, Boccaccio, Tasso, …
1562 - i cattolici massacrano la comunità protestante di Vassy;
1563 - termina il Concilio di Trento;
1567 - Tommaso (che aveva realizzato la ciclopica operazione di
raccordo tra la filosofia e cosmologia aristoteliche con le dottrine
della Chiesa di Roma) viene nominato, da Papa Pio V, Dottore della
Chiesa;
1572 - i cattolici massacrano i protestanti Ugonotti nella
Notte di S. Bartolomeo;
1587 - Elisabetta I di Inghilterra fa uccidere la cattolica Maria Stuart;
1588 - Papa Sisto V fornisce ancora maggior potere
all'Inquisizione;
1589 - Enrico III di Francia viene
assassinato.
1596 - Kepler pubblica Mysterium
Cosmographicum
(2) La mnemotecnica è in breve l'arte di
sviluppare la memoria. In un'epoca in cui circolavano pochissimi libri
stampati era molto difficile ritenere a memoria tutto ciò che serviva
per elaborare uno scritto, uno studio, un confronto d'idee. Era di
grandissima importanza trovare metodi che permettessero di ricordare il
massimo delle conoscenze. Occorre fare attenzione a questo perché sarà
uno degli argomenti che aleggerà intorno a Bruno come se questa abilità
fosse associabile alla magia.
(3) La denuncia di Mocenigo venne fatta in
tre scritti del 23, 25 e 29 maggio. Riporto i principali passi (citati
da Ciliberto):
[23 maggio] Io ... dinunzio ...
aver sentito a dire a Giordano Bruno nolano, alcune volte che ha
ragionato meco in casa mia: che è biastemia grande quella de
cattolici il dire che il pane si transustanzii in carne; che lui
è nemico della Messa; che niuna religione gli piace; che Cristo
fu un tristo, e che se faceva opere triste di sedur populi,
poteva molto ben predire di dover esser impicato; che non vi è
distinzione in Dio di persone, e che questo sarebbe imperfezion
in Dio; che il mondo è eterno, e che sono infiniti mondi, e che
Dio ne fa infiniti continuamente, perché dice che vuole quanto
che può; che Cristo faceva miracoli apparenti e ch'era un mago,
e così gli apostoli, e ch'a lui darla l'animo di far tanto, e
più di loro; che Cristo mostrò di morir mal volentieri, e che la
fuggì quanto che puoté; che non vi è punizione di peccati, e che
le anime create per opera della natura passano d'un animal in un
altro; e che come nascono gli animali brutti di corruzione, così
nascono anco gli uomini, quando doppo' i diluvii ritornano a
nasser. Ha mostrato dissegnar di voleri farsi autor di nuova
setta sotto nome di nuova filosofia; ha detto che la Vergine non
può aver parturito, e che la nostra fede cattolica è piena tutta
di bestemie contro la maestà di Dio; che bisognarebbe levar la
disputa e le entrate alli frati, perché imbratano il mondo; che
sono tutti asini, e che le nostre opinioni sono dotrine d'asini;
che non abbiamo prova che la nostra fede meriti con Dio; e che
il non far ad altri quello che non voressimo che fosse fatto a
noi basta per ben vivere; e che se n'aride di tutti gli altri
peccati; e che si meraviglia come Dio supporti tante eresie di
cattolici. Dice di voler attender all'arte divinatoria, e che si
vuol far correre dietro tutto il mondo; che S. Tomaso e tutti li
dottori non hanno saputo niente a par di lui; e che chiariria
tutti i primi teologhi del mondo, che non sapriano rispondere.
[29 maggio] ch'usa adesso la Chiesa, non è quello che usavano
gli apostoli ... ; che questo mondo non poteva durar così,
perché non v'era se non ignoranza, e niuna religione che fosse
buona; che la Cattolica gli piaceva ben più de l'altre, ma che
questa ancora avea bisogno di gran regole; e che non stava bene
così, ma che presto il mondo averebbe veduto una riforma
generale di se stesso, perché era impossibile che durassero
tante corruttele; e che sperava gran cose su'l re di Navarra, e
che però voleva affrettarsi a metter in luce le sue opere e
farsi credito per questa via, perché quando fosse stato tempo
voleva esser capitano; e che non sarebbe stato sempre povero,
perché averi a goduto i tesori degli altri. Mi disse anche in
proposito del non saper di questi tempi, che, adesso che
fiorisse la maggior ignoranza che abbi avuto mai il mondo, si
gloriano alcuni di aver la maggior cognizione che sia mai stata,
perché dicono di saper quello che non intendono, che è che Dio
sia uno e trino, e che queste sono impossibilità, ignoranze e
bestemie grandissime contro la maestà di Dio ... Ed in altro
proposito mi disse che sicome riputava per altro saviissima
questa republica, così non poteva fare che non la dannasse a
lasciar così richi i fratti; e che doveriano fare, come hanno
fatto in Francia, che le entrate dei monasterii se le godano i
nobili, e li fratti mangiano un poco di prodo; e che così sta
bene, perché quelli che entrono frati al dì d'oggi, sono tutti
asini, a' quali il lasciar goder tanto bene è grandissimo
peccato.
(4) La denuncia di Fra Celestino da Verona:
Dicit se deponere contra
Iordanum, quia suspicatur se calumniose delatum fuisse ab ipso,
et detulit omnia contra Iordanum in scriptis. Detulit Iordanum
dixisse
1. Che Cristo peccò mortalmente
quando fece l'orazione nell'orto recusando la volontà del Padre,
mentre disse: Pater, si possibile est, transeat a me ealix
iste.
2. Che Cristo non fu posto in croce, ma fu impiccato sopra dui
legni a modo d'una crozzola, che allora si usava, e chiamavasi
forca.
3. Che Cristo è un cane becco
fottuto can: diceva che chi governava questo mondo era un
traditore, perché non lo sapeva governar bene, ed alzando la
mano faceva le fiche al cielo.
4. Non ci è Inferno, e nissuno è dannato di pena eterna, ma che
con tempo ognuno si salva, allegando il Profeta: Nunquid in
aeternum Deus irascetur ?
5. Che si trovano più mondi, che tutte le stelle sono mondi, ed
il credere che sia solo questo mondo è grandissima ignoranza.
6. Che, morti i corpi, l'anime vanno trasmigrando d'un mondo
nell'altro, dei più mondi, e d'un corpo nell'altro.
7. Che Mosè fu mago astutissimo e, per essere nell'arte magica
peritissimo, facilmente vinse i maghi di Faraone; e ch' egli
finse aver parlato con Dio nel monte Sinai, e che la legge da
lui data al popolo Ebreo era da esso imaginata e finta.
8. Che tutti li Profeti sono stati uomini stuti, finti e
bugiardi, e che perciò hanno fatto mal fine, cioè sono stati per
giustizia condannati a vituperata morte, come hanno meritato.
9. Che il raccomandarsi ai Santi è cosa redicolosa e da non
farsi.
10. Che Cain fu uomo da bene, e che
meritamente uccise Abel suo fratello, perché era un tristo e
carnefice d'animali.
11. Che, se sarà forzato tornar frate di S. Domenico, vuol
mandar in aria il monasterio dove si troverà, e, ciò fatto,
subito vuol tornare in Alemagna o in Inghilterra tra eretici per
più comodamente vivere a suo modo ed ivi piantare le sue nuove
ed infinite eresie. Delle quali eresie intendo produrre per
testimoni Francesco Ieronimiani, Silvio canonico di Chiozza e
fra Serafino dell'Acqua Sparta.
12. Quel c'ha fatto il breviario, ovvero ordinato, è un brutto
cane, becco fottuto, svergognato, e ch'il breviario è come un
leuto scordaato, e ch'in esso molte cose profane e fuori di
proposito si contengono, e che però non è degno d'esser letto da
uomini da bene, ma dovrebbe essere abbrugiato.
13. Che quello che crede la Chiesa, niente si può provare.
Allegat in contestes fratrem Iulium
de Salò, Franciscum Vaia et Mathaeum de Orio, concarceratos.
Le denunce 2, 5 e 6 erano state fatte anche
da Mocenigo. Tutte le altre permisero di arricchire i capi di
imputazione delle seguenti voci:
[11]. Di aver sostenuto che Cristo
abbia peccato (cfr. n. 1).
[12]. Di avere opinioni erronee
sull'Inferno (cfr. n. 4).
[13]. Di avere opinioni erronee su
Caino ed Abele (cfr. n. 10).
[14]. Di aver parlato male di Mosè
(cfr. n. 7).
[15]. Di aver parlato male dei Profeti (cfr. n. 8).
[16]. Di aver negato attendibilità ai dommi della Chiesa (cfr.
n. 13).
[17]. Di aver riprovato il culto dei Santi (cfr. n. 9).
[18]. Di aver parlato con spregio del breviario (cfr. n. 12).
[19]. Di essere blasfemo (cfr. n.
3).
[20]. Di avere prave intenzioni, qualora fosse costretto a
rientrare nel suo Ordine (cfr. n. 11).
(5) Tre giorni dopo il suo arrivo vi fu un episodio nel convento che lo vide
imputato poi assolto. Il Padre Generale del convento fu violentato da vari
frati. Poiché Campanella era appena arrivato si sospettò di lui ma, come
annunciato, fu scagionato.
(6)
Nelle segrete del Maschio Angioino vi era
anticamente un deposito per il grano che fu trasformato in prigione. Narra la leggenda che i
prigionieri ivi rinchiusi scomparivano
all’improvviso; fu allora predisposto un
controllo maggiore e si venne a conoscenza della
presenza di un coccodrillo che entrava da
un’apertura nella parete, azzannava i
prigionieri e li trascinava con sé in mare. Appurato il fatto,
si decise di dare in pasto al coccodrillo tutti
i prigionieri che si voleva eliminare senza far
sapere niente. Quella prigione fu chiamata
fossa del coccodrillo. Questa fossa è oggi localizzata in Castel Nuovo, nel
Maschio Angioino ma Luigi Firpo la localizza in Castel Sant'Elmo e la descrive
nel modo seguente: "Si tratta di un vano cieco , cui si scende per 24 scalini,
immerso nelle tenebre; alle pareti di pietra, lungo le quali l'umidità stilla di
continuo, il prigioniero viene ferrato mani e piedi; dorme su un giaciglio di
paglia fradicia e solo per mezz'ora al giorno gli vien dato un poco di lume per
la lettura del breviario; per cibo riceve immondi rifiuti".
(7) Il pazzo non poteva essere messo a morte
perché, dato il suo stato di non essere in sé, non avrebbe avuto la possibilità
di pentirsi. Senza questo pentimento si sarebbe persa la sua anima e questo
peccato sarebbe ricaduto sul capo dei giudici. Ammazzando invece una persona
savia che non si pente è solo lui il responsabile della sua morte e
dannazione.
(8)
Giorno 4 di giugno 1601, a Napoli, nel
regio Castel Nuovo, al cospetto
dell’illustrissimo signor Jacopo
Aldobrandini, vescovo di Troia, nunzio
apostolico in questo regno,
dell’illustre e reverendissimo signore
don Benedetto Mandina, vescovo di
Caserta, e del reverendissimo signor
Ercole Vaccari, protonotario apostolico
e vicario generale di Napoli, giudici
delegati nonché di me notaio. Alonso
Martinez, carceriere delle prigioni del
Castel Nuovo, per ordine dei Signori
predetti condusse alla loro presenza fra
Tommaso Campanella, il quale, ritto in
piedi di fronte ai Signori, essendo
stato invitato a giurare di dire la
verità, non volle farlo, dicendo invece:
«Il Signore Iddio lo ha giurato. Accorri
in mio soccorso!». E così i Signori
ammonirono lo stesso fra Tommaso a voler
smettere la simulazione di follia e di
insipienza, perché era ormai giunto il
momento di ravvedersi, altrimenti
sarebbe andato incontro a grossi guai.
Rispose: «Diece cavalli bianchi».
E venendo interrogato dai Signori su
molti altri punti, sempre rispose in
modo incongruente.
Allora i Signori giudici, dando
esecuzione alla lettera
dell’illustrissimo e reverendissimo
signor Cardinale di Santa Severina
datata da Roma il 24 marzo prossimo
passato, allo scopo di mettere alla
prova la simulazione predetta,
ordinarono che lo stesso fra Tommaso
venisse sottoposto al supplizio chiamato
"la veglia", cioè posto su un supporto
di legno, sopra del quale venne legato;
e mentre si cominciava a legarlo disse:
«Legatimi bene. Vedete che mi
stroppiati. Ohimè, Dio! Ohimè, Dio!». E
fu legato a sedere su quel supporto
detto "il cavallo", con le mani dietro
le spalle, appeso alla fune della
tortura, ed era l’undicesima ora.
Interrogato daccapo a deporre la
simulazione, invocò a gran voce:
«Monsignor, non vi ha fatto dispiacere!
Biàsciami, che sono un santo!»; e
diceva: «Sono santo! abbi pietà! ohimè,
Dio, che son morto! ohimè, Dio, frate
mio! Io letto mio! Marta e Madalena!
ohimè, cor mio! E come mi strengano
forte le mani! Oh, che son santo e non
ho fatto male e son patriarca! Aiutami,
che moro! Mi se’ parente e mi fai queste
cose? oh, mamma mia!, oh, misericordia!
oh, Cristo mio! E l’altra notte fra
Dionisio mi portò lo breve de la
Cruciata e non me lo volete dare mo.
Ohimè, Dio! E come mi strengio forte! io
mi stroppio», e spesso, gridando,
diceva: «Ohimè!».
E sottoposto al supplizio predetto
diceva: «Ohimè, dove sono li soldati
miei che mi aiutano? Venite, venite,
frate mio! Fra Silvestro fu e non fui
io, non fici niente io, che ho fatto la
Biblia. Non, per Dio, fui io! Ohi, che
moro e bruscio! Non, per Dio, fui io!
Aiutatemi, frate mio, che casco!».
Interrogato a smettere la simulazione,
diceva: «Ohimè, frate mio, chiamate
pàtrimo! [si riferisce al padre,
Gerolamo, ndr] Mi spogliaro. Non mi
ammazzate!»; e mentre diceva queste cose
disse: «Stoiàtimi lo naso», il che venne
fatto; e poi diceva: «Per Dio, non fui
io, fu fra Silvestro»; e rivolto al
signor Vicario di Napoli diceva: «Sì
l’arciprete. Lassatimi stare, che vi do
quindici carlini. Per Dio, che non fici
niente!».
E venendogli detto di deporre del tutto
la sua simulazione, disse: «Ohimè!». E
dopo esser stato legato per i piedi
diceva: «Ohimè, che mi ammazzati!».
E venendogli detto di smettere la
simulazione, disse: «Non, frate! non,
frate! ohimè, che son morto! Mille e
seicento»: e venendo toccato
dall’aguzzino, strillò dicendo: «Non mi
toccare, che sii squartato! Mo me ne
vado, frate!».
E ripetutamente ammonito dai Signori a
deporre la simulazione, diceva: «Ohimè,
che son morto!». E avendo udito il suono
delle trombette delle triremi attraccate
al molo presso il Castel Nuovo, diceva:
«Sonate, sonate! Son ammazzato, frate!».
E ammonito a voler smettere la
simulazione, vedendo aperta la porta
della camera, diceva: «Aprimi!» e,
rivolto all’aguzzino, diceva: «Eh,
frate! eh, frate!».
E venendogli detto di deporre la
simulazione, non rispose alcunché, ma
per un certo spazio di tempo rimase
taciturno a capo chino; e poi, toccato
dall’aguzzino, si volse verso di lui e
disse: «Eh, frate!» e continuò per la
durata di un’ora a rimanere col capo e
il busto chinati.
E venendogli detto di voler deporre di
fatto la simulazione, non rispondeva
cosa alcuna.
E più volte interrogato se voleva
scendere, perché sarebbe stato sciolto
se aveva intenzione di giurare e di
rispondere formalmente alle domande che
gli sarebbero state proposte, giù altre
volte formulate o da formulare, fece
solo un cenno col capo, ma rifiutò di
dare una risposta per il sì o per il no.
E poiché diceva: «Mo mi piscio» e voleva
esser calato a tale effetto, venne
calato; e poi disse: «Mo mi caco», e
venne tradotto alla latrina, per esser
poi condotto al cospetto dei Signori.
E interrogato dai Signori circa il suo
nome, rispose: «Mi chiamo fra Tommaso
Campanella».
Interrogato circa la sua patria
d’origine e la sua età, non diede alcuna
risposta alle domande.
Allora i Signori ordinarono che lo
stesso fra Tommaso Campanella venisse
sottoposto al supplizio predetto, e come
vi fu collocato e sistemato nel modo
predetto, ecco che diceva: «Mo mi
ammazzati, ohimè, ohimè!» e tacque.
Interrogato a smettere la simulazione,
non rispose alcunché alle domande, ma
poiché l’aguzzino gli diceva: «Non
dormire!», egli, rivolto a lui,
rispondeva: «Sedi, sedi alla seggia,
taci, taci».
E quando l’aguzzino gli parlava,
rispondeva: «Zitto, zitto, frate mio!».
E avendolo invitato i Signori a
rispondere alle domande, cioè quale
fosse la sua patria d’origine e quale la
sua età, rispose: «Aiutami, frate!» e
tacque.
E avendogli detto i Signori di smettere
la pazzia e di rispondere alle domande,
non diede nessuna risposta alle
interrogazioni, e taceva.
Ed essendo stato ammonito più volte a
voler deporre la follia e a rispondere
alle domande, benché più volte
interrogato, non diede alcuna risposta,
e taceva.
E dopo essere rimasto sotto il suddetto
tormento senza interruzione ed essendo
la ventiquattresima ora, uno dei Signori
lo invitò a chiedere qualcosa ai
Signori, ma egli, scuotendo il capo,
diceva: «Ohimè, ohimè!» e tacque.
E i signori gli dissero di smettere la
pazzia e di rispondere alle domande, e
lui, fissando i Signori, gridava
dicendo: «Ohimè!».
E come fu sonata la prima ora di notte,
gli fu detto dai Signori di smettere e
di rispondere alle domande circa la sua
età e la sua patria d’origine, ed egli
guardava i Signori, e gridò: «Non fati,
che ti sono frate!» e tacque.
E venendogli detto dai Signori di voler
finalmente smettere la follia e di
rispondere alle domande, disse: «Dàtimi
da bere», e così gli fu dato da bere, e
poi gridò, dicendo: «Aiutami, gioia
mia!».
E ammonito ripetutamente dai Signori a
voler deporre la pazzia e quindi a
rispondere puntualmente alle domande,
taceva, ma sembrava in grado di capire e
percepire con attenzione le parole che
gli erano dette e i richiami a lui
formulati, e poi diceva: «Cicco vono
l’ammazzò».
E intanto batté la seconda ora di notte,
e gli fu detto di smetter la pazzia e di
dire la sua età e patria, e non dava
nessuna risposta alle domande, ma
diceva: «Oh, Iddio, non mi ammazzati,
frate mio!» e fissava quanti stavano
attorno.
E interrogato perché manifestasse la
propria patria, e se era laico o
religioso, disse alcune parole
incongruenti, e poi diceva: «Sono de
Stilo, e sono frate dell’ordine di San
Domenico e da messa»; e disse queste
cose dopo molte, anzi moltissime
ammonizioni, e diceva anche: «Fici lo
monastero di Santo Stefano con tre
monaci, e presi l’abito alla Motta
Gioiosa, dove è Lucrezia mia sorella e
Giulio mio fratello», e tacque.
Poi diceva: «Mia sorella si chiama
Emilia, figlia di mio zio, e io la
maritai».
E poiché chiede da bere, dicendo: «Dàtimi
a bevere vino», gli fu dato da bere del
vino. E poi diceva: «Ohimè, tutto mi
doglio!».
E interrogato più volte, non rispondeva
alle domande, ma diceva: «Zitto, frate
mio!».
E venendogli detto di rispondere a
quanto gli viene proposto, smettendo la
pazzia, diceva: «Ohimè, non mi
ammazzati! tu mi se’ frate».
E venendogli detto di smettere la pazzia
e di rispondere a quello che gli si
diceva, non dava alcuna risposta alle
domande, ma riguardava gli astanti
volgendosi ora qua e ora là, dicendo: «Son
morto! non mi ammazzati! chiamàti
pàtrimo!» e di tanto in tanto diceva:
«Zitto, frate mio!» e altre cose senza
senso.
Ed essendo stato richiamato lungo
l’intero corso della notte col dirgli:
«Fra Tomasi Campanella, che dici? non
parli?», non diceva cosa alcuna, ma
rimase sempre sveglio, guadando qua e
là, essendo state accese le candele.
E spuntato che fu il giorno, aperte le
finestre e spenti i lumi, dato che detto
fra Tommaso Campanella se ne stava in
silenzio, gli fu detto di smettere la
pazzia, e di parlare, e di chiedere
qualcosa; e lui rispondeva: «Moro,
moro!».
E venendogli detto di smettere la pazzia
e di dire quando e da chi venne
catturato e per qual causa, rispondeva:
«Son morto, son morto non posso più, non
posso più per Dio!» e tacque.
Interrogato a smettere la pazzia e a
rispondere a quanto gli viene detto,
rivolto verso chi lo interrogava,
diceva: «Moro, moro!».
E poiché sembrava sul punto di svenire,
i Signori ordinarono di calarlo dal
supplizio predetto e di farlo sedere, e
così fu fatto, e stando seduto diceva di
voler orinare, e venne tradotto alla
latrina esistente vicino alla stanza
della tortura: e poco dopo suonò
l’undicesima ora.
E dato che chiedeva delle uova, i
Signori ordinarono di dargliele, e così
gli furon date tre uova da bere; e alla
domanda se volesse bere rispondeva di
sì, e così al predetto fra Tommaso venne
dato da bere del vino; e avendo detto
che si sentiva morire, i Signori gli
domandarono se voleva confessare i
propri peccati, e rispose di sì e che
venisse chiamato un confessore, che però
non venne chiamato perché si riebbe.
E avendo i Signori ordinato di tornare a
sottoporlo al predetto supplizio,
rispose: «Lasciatimi stare!».
E venendogli domandato perché avesse
tante preoccupazioni per il corpo e
nessuna per l’anima, rispose: «L’anima è
immortale».
E volendo gli aguzzini ricollocarlo al
supplizio, diceva: «Aspettàti, frate
mio», e venne così risistemato nel modo
predetto, senza che dicesse una parola.
E dopo essere rimasto sotto il tormento
in atteggiamento quieto e silenzioso,
disse poi all’aguzzino di spostare più
in alto la fune che gli legava i piedi,
perché se li sentiva in fiamme, e i
Signori ordinarono che si facesse quanto
chiedeva, e così continuò a starsene
tranquillo.
Interrogato dai Signori se volesse
dormire, rispose di sì.
E venendogli detto di rispondere alle
domande, perché avrebbe avuto agio di
dormire, non diede risposta.
E sotto al tormento gridava, dicendo
ripetutamente: «O mamma mia!».
E dopo la quindicesima ora diurna, con
l’occasione della chiamata di fra
Dionisio Ponzio per interrogarlo sul
riconoscimento di un certo memoriale da
lui presentato, i Signori ordinarono al
detto fra Dionisio di rivolgersi a detto
fra Tommaso posto sotto il tormento e di
convincerlo a voler rispondere
formalmente alle domande che gli
venivano poste e gli sarebbero state
poste in futuro, allo scopo di evitare
il supplizio, che per lui era del tutto
senza scopo, e che senza fallo il
sant’Uffizio avrebbe trovato il modo di
avere le sue risposte con qualunque
mezzo; il quale fra Dionisio svolse quel
compito con buona diligenza e modi
affettuosi, e discusse e dibatté con lui
la questione proposta; e a lui disse che
intendeva rispondere alle domande che i
Signori gli avrebbero fatte; e allo
stesso fra Tommaso fu concesso di venir
calato dal supplizio e di rifocillarsi
con cibo e bevanda, e per di più gli fu
permesso di recarsi alla latrina in
compagnia del predetto fra Dionisio; nel
che si consumò lo spazio di oltre
un’ora, e poi i Signori ordinarono che
si sedesse su uno sgabello vicino al
tavolo e lo esortarono a volersi
ravvedere, visto che era ormai stremato
dalle torture, e a rispondere in forma
legale alle domande già fatte e da
farsi.
E in modo particolare che narri in qual
modo si trovi detenuto in questo
Castello. Rispose: «Che voliti da me?».
E i Signori, rendendosi conto del fatto
che detto fra Tommaso forniva solo
parole, ordinarono di ricollocarlo sotto
il tormento; e lui, così sistemato,
mostrò all’evidenza di non sentire alcun
dolore, e non diceva verbo.
E visto che detto fra Tommaso Campanella
se ne stava sempre in totale silenzio,
non faceva il minimo movimento e
sembrava che non sentisse alcun dolore,
e dato che altro non si poteva cavare da
lui, che di tanto in tanto ripeteva:
«Moro, Moro!», i Signori ordinarono di
farlo scendere con delicatezza dal
supplizio predetto, di ridurgli le
lussazioni, di rivestirlo e di
ricollocarlo nella sua cella, dopo che
era rimasto sotto al predetto tormento
per circa trentasei ore, e così fu
fatto, non senza però la formale
protesta ecc.
Giovan Cammillo Prezioso,
notaio e mastrodatti delle cause della
Santa Fede
nella Curia arcivescovile di Napoli.
Deposizione di un aguzzino
Il 20 del mese di luglio 1601, in
Napoli, al cospetto dell’illustrissimo e
reverendissimo signore don Benedetto
Mandina, vescovo di Caserta, giudice
delegato alla presente causa, e di me
notaio ecc. è stato interrogato Giacomo
Ferraro della città di Trani, in età di
anni, a suo dire, quaranta all’incirca,
addetto alla Gran Corte della Vicaria,
il quale, dopo essere stato invitato a
giurare di dire la verità e dopo che
ebbe giurato con la mano ecc., in
qualità di citato a deporre venne
interrogato sui punti seguenti,. e in
primo luogo:
Interrogato su «che parole si lasciò
dire fra Tommaso Campanella dopo che fu
sceso dal tormento della veglia, che li
fu dato allo Castello Novo di questa
città li giorni passati, e proprio del
mese di giugno prossimo passato, che le
voglia dire, dove le disse e chi fu
presente che l’intese e possìo
intendere».
Rispose: «La verità è che, essendo io
intervenuto come ministro de la Gran
Corte de la Vicaria a dare tormento de
la veglia a fra Tomaso Campanella
predetto, dove io intervenni
continuamente, avendomelo posto in collo
per consegnarlo allo carceriero delle
carceri di detto Castello Novo, e
cacciatolo così in collo da la camera
dove ebbe lo tormento fino a la sala
Reale, detto fra Tomaso Campanella mi
disse da sé le formate o simili parole:
- Che si pensavano che io era coglione,
che voleva parlare? - e a queste parole
non ci fu nessuna persona presente, che
l’avesse intese. E dopo consegnai lo
detto fra Tomaso Campanella al
carceriere e non intesi altro». Come
sopra ha risposto su quanto sa, sul
luogo e la data.
E non essendosi potuto da lui ricavare
altro, l’interrogatorio venne chiuso,
dopo avergli intimato l’obbligo del
segreto, sotto pena di scomunica; e
avendo dichiarato di non saper scrivere,
firmò per conseguenza con un segno di
croce.
Il documento qui riportato è tratto da
una raccolta pubblicata da Luigi Amabile
in un’opera in tre volumi:
Fra Tommaso Campanella, la sua
congiura, i suoi processi e la sua
pazzia, Morano, Napoli, 1882.
(9)
Die Jovis 25 Februarii 1616.
Ill.mus D. Cardinalis Millinus notificavi RR. PP. DD. Assessori et Commissario S.cti Officii, quod relata censura PP. Theologorum ad propositiones Gallilei Mathematici, quod sol sit centrum
mundi et immobilis motii locali, et terra moveatur etiam motu diurno, S.mus ordinavit Ill.mo D. Cardinali Bellarmino, ut vocet_coram se dictum Galileum, eumque moneat ad deserendam
dictam opinionem ; et si recusaverit parere, P. Commissarius, coram notario et testibus, faciat
illi praeceptum ut omnino abstineat huiusmodi doctrinam et opinionem docere aut defendere, seu de ea
tractare; si vero non acquieverit, carceretur.
Die Veneris 26 eiusdem.
In palatio solitae habitationis dicti Ill.mi D. Card.lis
Bellarminii et in mansionibus Dominationis Suae Ill.mae, idem Ill.mus D.
Card.lis, vocato supradicto Galileo, ipsoque coram D. sua Ill.ma existente, in praesentia admodum R. P. Fratris Michaelis
Ange!i Seghitii de Lauda, ordinis Praedicatorum, Commissarii generalis S.ti Officii, praedictum Galileum monuit de errore supradictae opinionis et ut illam deserat; et successive ac incontinenti, in mei etc. et testium
etc., praesente etiam adhuc eodem Ill.mo D.Card.li supradictus P. Commissarius praedicto Galileo adhuc ibidem praesenti et constituto praecepit et ordinavit [proprio
nomine] S.mi D. N. Papae et totius Congregationis S.ti Officii, ut supradictam opinionem, quod sol sit centrum mundi et immobilis et terra moveatur, omnino relinquat, nec eam de caetero, quovis modo, teneat, doceat aut defendat, verbo aut scriptis; alias, cantra ipsum procedetur in S.to Officio. Cui praecepto idem Galileus acquievit et parere
promisit. Super quibus etc.
Actum Romae ubi supra, praesentibus ibidem R.do Badino Nores de Nicosia in regno Cypri, et Augustino Mongardo de loco Abbatiae Rosae, dioc. Politianensis, familiaribus dicti Ill.mi D. Cardinalis, testibus etc.
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