La parte più odiosa e criminale della
repressione contro gli eretici da parte
protestante è quella nota come
. Questa caccia, che tenterò di
definire e descrivere, non è solo dei
protestanti ma anche dell'Inquisizione cattolica.
Vi è un grande affannarsi da parte di alcuni
cattolici oggi, quelli impegnati a falsificare
tutto pur di far capire che l'Inquisizione fu
una cosa buona, per sostenere che la caccia alle
streghe riguardò soprattutto i Paesi a
maggioranza protestante. Si può in parte, ma
solo in parte, convenire perché in aree
cattoliche come la Francia, le zone pirenaiche,
quelle alpine e quelle del Nord Italia vi furono
persecuzioni e roghi contro le streghe
perfettamente all'altezza di quanto accadde
negli altri Paesi dove la caccia fu più dura.
La caccia alle streghe, che si era mantenuta a
livelli di ordinaria (sic!) caccia all'eretico, iniziò massicciamente a
partire dalla pubblicazione tra il 1485 ed il
1486 del Malleus Maleficarum (Il flagello delle streghe), un
libro dei due domenicani tedeschi, Kramer e
Sprenger, inquisitori incaricati dal Papa
Innocenzo VIII nel 1484 attraverso la bolla
Summis
desiderantes affectibus(9)
di estirpare la stregoneria e l'eresia in
Germania, come gli stessi Kramer e
Sprenger gli avevano richiesto. Questo libro ponderoso
fu scritto allo scopo e servì a tutti gli inquisitori come
base per perseguitare maghi e streghe scoperti
seguendo alcuni criteri definiti con cura. Una vera e
propria arma di legittimazione teologica e
legale di chi fosse accusato di stregoneria. Fu
il libro più stampato dopo la Bibbia, con 39
edizioni ed oltre 50 mila copie vendute. Dagli
inquisitori cattolici il libro passò ai
cercatori di eretici protestanti che ne fecero
larghissimo uso tanto che in duecento anni
furono decine di migliaia le persone che
passarono attraverso sofferenze, torture,
carcere con circa centomila persone, il
novanta per cento delle quali donne, finite
giustiziate(10). I riformatori, sia
sul fronte luterano che su quello calvinista
avevano un parossistico terrore del diavolo e le
streghe erano le portatrici del diavolo con il
quale facevano un patto. Dietro
ogni pratica magica poteva esservi il diavolo e
l'ossessione arrivò fino al punto di ritenere
pratiche magiche quelle esorcistiche utilizzate
dai cattolici. Ciò comportò il divieto di usare
l'acqua benedetta, farsi il segno della croce,
appendere immagini di santi per scacciare i
diavoli. I calvinisti elaborarono invece la
triste teoria della predestinazione (la
negazione del libero arbitrio) secondo la
quale era stato lo stesso Dio a stabilire
all'origine quali persone si sarebbero salvate e
quali no e poiché peccare avrebbe voluto dire
che forse si era tra quelli che erano dannati,
era preferibile vedere tutto il male incarnato
in altri e per ciò la strega era perfetta.
Lutero poi affermava che coloro che avevano a
che fare con le streghe «Non devono avere
alcuna compassione per queste malvagie, vorrei
bruciarle tutte» mentre Calvino definiva le
streghe le puttane del diavolo. Sulla strada degli anatemi
contro le streghe si era mosso con virulenza San
(sic!) Berardino da Siena (1380-1444) che fece
prediche di fuoco in tutta Italia contro di
esse. Le additava al pubblico, accendendo sdegno
e mistica esaltazione contro le nemiche; inviava
guardie sulle loro tracce, placando le ire della
comunità con la cattura e l’uccisione di quelle
che egli indicava come responsabili di cattivi
raccolti, di menomazioni o morti di neonati o di
altri drammi individuali e collettivi.
La
storia della stregoneria iniziò secoli prima con
il Canon Episcopi(11), un
documento della Chiesa del Nono secolo (in
precedenza creduto del Quarto secolo), che
definiva la stregoneria come culto del
demonio e che istruiva i vescovi sul
comportamento da seguire. Era uno scritto molto
blando e tollerante che non scaricava sulle
donne alcuna colpa che, quando non era semplice
vanteria, veniva solo attribuita al demonio, in
grado di creare illusioni o inganni. Le donne
che si illudono di volare sarebbero persone
deboli di mente, la cui scarsa fede permette al
diavolo di ingannarle, ma non stringono con lui
un patto consapevole e non lanciano malefici. E
la questione del volo notturno su animali
fantastici era di grande importanza perché
avrebbe permesso alle streghe tutti quei riti
che venivano loro addebitati, come il sabba,
il
provocare tempeste, il distruggere raccolti, il
mangiare bambini, l'adorare il diavolo, i malefici ed ogni turpitudine. Nel canone
vi erano però molte cose dette e negate che
crearono problemi interpretativi a coloro che si
occupavano di demonologia(12). In
ogni caso, la massima punizione prevista era
l'allontanamento dei supposti visionari o
colpevoli dalla comunità. Non a caso questo
Canone servì più per discolpare che non
accusare le presunte streghe.
Nel seguito parlerò
di streghe anche se, teoricamente, occorrerebbe
rivolgersi a streghe e stregoni. Ciò deriva dal
fatto che relativamente pochi furono gli uomini
che andarono sotto processo per stregoneria e
dall'altro, più importante, secondo il quale la
donna per sua natura era ritenuta più propensa
al fenomeno, perché più deboli e con un
intelletto inferiore. Inoltre nel 1500 Sprenger
affermava: Bisogna parlare di eresia delle streghe,
non degli stregoni; questi contano poco. Ed
un altro, al tempo di Luigi XIII: Per ogni
stregone, diecimila streghe. Uno dei
libri che furono realizzati per sterminare le
streghe, il Malleus Maleficarum, del
quale parlerò tra poco, così definiva le donne:
«Femina deriva
da fe e minus, perché ha meno fede e sempre meno
la mantiene
[…].
La donna, cattiva
per sua natura, cade presto nei dubbi della
fede, rinnega la fede medesima ed in ciò
è la base stessa dei malefici. In quanto poi
alla volontà, la donna, quando è presa da odio
contro qualcuno che prima amava, arde d’ira e di
impazienza, e si agita e ribolle come il mare.
In conclusione, tutto dipende dalla
concupiscenza carnale che, nelle donne, è
insaziabile, onde si danno da fare con i demoni
per soddisfare la loro libidine». C'è da
aggiungere che un elemento che poteva essere
richiamato contro le donne era il loro dedicarsi
spesso ad aiutare a guarire con la conoscenza di
erbe da far bollire come si fa oggi fermo
restando che queste pratiche non erano esclusive
delle donne. Come non era esclusivo il fatto che
qualche incidente con queste pozioni
poteva accadere e la persona che si sarebbe
dovuta curare moriva. Altro elemento che,
anch'esso, non era esclusivo delle donne era
l'eventuale criminalità, il fatto cioè che
qualcuno usasse appositamente alcuni alimenti o
bevande per avvelenare delle persone. Il legame
delle donne con la stregoneria non si può
neppure spiegare con gli sviluppi della magia e
della negromanzia (la magia nera, che
serviva per mettere in atto vari malefici e per
la quale venivano invocati vari demoni, da
distinguersi dalla magia bianca, che
poteva essere praticata poiché serviva per
alleviare varie sofferenze e per la quale si
invocavano angeli e santi) infatti i praticanti
delle due arti suddette erano uomini e
spessissimo dei preti. Scrive in proposito
Kieckhefer:
In definitiva la vulnerabilità delle
donne in questo contesto va vista come
un corollario della posizione precaria
delle donne nella società tardomedievale
(e quanto a questo, in quasi tutte le
società della storia). La cultura comune
attribuiva alle donne debolezza
d'intelletto e di volontà. Quando le
istituzioni le prendevano a bersaglio,
le donne avevano meno degli uomini il
potere di resistere. Se il problema
specifico era la stregoneria, era
difficile per chiunque, uomo o donna,
dimostrare la falsità delle accuse,
perché non erano previste prove
tangibili, ed era facile ottenere
confessioni con l'intimidazione, con
false promesse di clemenza, o con la
tortura. Ma se le donne erano in
generale ritenute meno degne di fiducia
e più temute, questi mezzi di
coercizione venivano diretti più contro
di loro che contro gli uomini. I
generici stereotipi misogini stimolavano
i procedimenti giudiziari, che a loro
volta stimolavano lo sviluppo di altri
stereotipi. Gli stereotipi, tuttavia,
non sono per sé stessi causa di
iniziativa giudiziaria. Possono
indirizzarla e contribuire a suscitare
ostilità, ma quando ciò avviene essi
sono utilizzati per giustificare e
incoraggiare un'azione motivata da altri
fattori.
A provocare l'azione giudiziaria
potevano essere casi personali di vario
genere: il litigio di una vecchia comare
con i vicini; un uomo che per
scagionarsi di un amore illecito diceva
di essere stato stregato; una levatrice
che si lasciava indurre a curare la
lebbra con il grasso di un feto
abortivo. Tutte queste situazioni
potevano portare ad accuse di
stregoneria. Se l'accusato coinvolgeva
altre persone, magari per vendetta, il
procedimento giudiziario si allargava. I
cittadini infuriati, dopo aver liquidato
una presunta strega, potevano decidere
di sbarazzarsi di tutti i suoi accoliti.
Un
successivo documento che tratta di streghe è
stato falsamente attribuito al famoso giurista
perugino del Quattrocento, Bartolo da Sassoferrato (1314–1357). A lui si sarebbe
rivolto il vescovo di Novara per chiedere un
parere riguardo a come vada giudicata una strega
sotto processo a Orta. Il giurista rispondeva
con un suo parere, il consilium
Mulier
striga. La strega, contro
cui sarebbe stato istruito il giudizio, avrebbe
confessato di aver fatto una croce con pezzi di
legno, e di averla poi calpestata, anzi, di aver
confezionato la croce al solo scopo di
oltraggiarla calpestandola. Oltre a ciò, la
donna ha ammesso di essersi inginocchiata
davanti al diavolo e di aver provocato,
ammaliandoli, la morte di alcuni bambini. L'aver
calpestato la croce deve far
condannare a morte la strega(13),
a meno che non si penta mentre le altre accuse
non furono ritenute da Bartolo convincenti
perché non credeva possibile provocare la morte
tramite incantesimi. Quella donna fu mandata al
rogo nel 1340 come eretica e ciò mostra che non
lo fu come strega e quindi che ancora non
esisteva una procedura contro le streghe in
quanto tali (la prima strega sembra sia stata
arsa sul rogo nel 1275 a Tolosa).
Altre opere che
riguardarono la repressione contro le streghe
furono realizzate principalmente da altri
inquisitori: l'inquisitore domenicano Bernardo
Rategno, detto da Como, scrisse De strigiis
e Lucerna inquisitorum (1485) in cui sostenne
che la Chiesa Cattolica non riconosceva
alle donne, streghe, un`anima, perché le
considerava strumento del demonio per la
dannazione degli uomini, che, nel solo vederle,
subivano la tentazione del desiderio e,
coerentemente con il suo pensiero, nel solo anno
1485 accese 41 roghi di streghe; il frate
dell'ordine di Sant'Ambrogio, Francesco Maria
Guaccio (o Guazzo), scrisse il
Compendium maleficarum (1608) un vero
compendio dei prodigi diabolici come scomparse
istantanee, guizzi, repentine metamorfosi, che
costituiscono il repertorio di un Satana
illusionista e funambolo; l'inquisitore
domenicano di Modena, Bartolomeo Spina, scrisse
il Tractatus de Stringibus et Lamiis
(1523); l'inquisitore domenicano
Johann Nider scrisse nel 1437 il
Formicarius, un trattato di demonologia. Vi
furono anche persone oggi riconosciute come
portatrici di idee aperte e certamente non
fondamentaliste che aderirono all'idea di strega
come un qualcosa da cui sbarazzarsi. In tal
senso è esemplificativo
Jean Bodin
(1529 - 1596), giurista, consigliere del Re di
Francia Enrico III,
teorico del concetto moderno di «sovranità»,
precursore di Montesquieu sul tema della ricerca
nella storia dello spirito delle leggi, fautore
della libertà di commercio ma fautore del
diritto divino dei re. Egli fu l’autore di un manuale
giudiziario per la tortura e lo sterminio delle streghe, la De la
démonomanie
des sorciers, del 1580.
In esso, oltre a
negare che alle streghe possano essere
applicate le abituali norme processuali, a
stabilire che un bambino di tre anni, appena in
grado di parlare, potesse accusare i propri
genitori di stregoneria e stabilire ancora che
le streghe debbano essere bruciate vive ma a
fuoco lento, si sosteneva:
"Poiché per
mezzo delle donne Satana attira nei suoi lacci
mariti e figli, sarà risoluzione giusta della
legge divina che la strega debba subito essere
fatta morire"; "Se la prova dell'empietà è
difficile, la legge di Dio comanda che si
facciano morire le streghe, che intorpidano gli
occhi e la mente, senza ricercare oltre, poiché
si deve ritenere per certo che l'inquisita è
malefica ed ha stretto con satana un patto
tacito o espresso"; "E' stato sperimentato che
le streghe non piangono mai, il che è
eccezionale indizio a loro carico, perché le
donne mandano lacrime e sospiri a proposito e a
sproposito".
E mentre
arrivò ad assimilare maghi, streghe e cattolici,
personalità come Boyle e Descartes dettero il
loro credito alla stregoneria
La
caccia divenne frenetica dopo il Malleus
Maleficarum (1486) che doveva fornire gli strumenti per
riconoscere le streghe. Il libro, infarcito di
giustificazioni bibliche, era suddiviso in due
parti. La prima trattava delle tre
condizioni necessarie per avere a che fare con
una strega (il demonio, la strega ed il permesso
di Dio). In essa, attraverso domande e risposte,
si discuteva: dell'esistenza della stregoneria e
come il solo negarlo era eresia; della necessità
che il diavolo si associ alla strega
intimamente; della possibilità di generare
dall'accoppiamento di streghe e diavolo; di
quali erano i diavoli che dall'inferno erano
addetti allo scopo (qui viene esplicitamente
richiamata la gerarchia dei diavoli fatta da San
Tommaso); del perché aumentano i fenomeni di
stregoneria; dell'estraneità dell'astrologia con
la stregoneria; del come le donne si accoppiano
con il demonio e del perché sono le principali
adepte ad ogni malvagità; di quali sono le donne
più adatte alla pratica della stregoneria
(infedeli, ambiziose e lussuriose); di come il
diavolo possa influire nella mente degli uomini
per farli odiare o amare; di come si possa
predicare ciò al popolo; di se e come le streghe
possano impedire le gestazioni e provocare
impotenza; di se e come le streghe possano
creare l'illusione che l'organo virile del
maschio possa apparire separato dal corpo
dell'uomo; di come le streghe con opportuni
malefici possano trasformare gli uomini in
bestie; di come le streghe possano far sembrare
o realizzare che uomini o bambini fuori della
culla possano essere divorati da lupi; di come
le streghe possano procurare aborti o offrire al
demonio i bambini appena nati; di come c'entri
Dio poiché ogni essere creato non è mai esente
da peccato come si è mostrato con i nostri primi
genitori cacciati da Paradiso per opera del
diavolo; del perché siano necessari i peggiori
castighi per la stregoneria; di quali sono i
peggiori incantesimi e malefici provocati dalle
streghe e quali sono le preghiere per evitare
tutto ciò e se esse possono essere efficaci di
fronte alla potenza del demonio. La seconda
parte, suddivisa in due capitoli, trattava dei
metodi mediante i quali si realizzano i malefici
della stregoneria e di come possono essere
combattuti con successo. Nel primo capitolo
di questa seconda parte si discuteva: dei
diversi modi con cui i demoni, per
intermediazione delle streghe, tentano ed
attraggono gli innocenti per arruolarli nei loro
eserciti; di come si stabilisce l'accordo
formale con il diavolo; di come le streghe si
spostino; di come le streghe si accoppino con il
demonio che hanno dentro; di come si
riproducono; di come i sacramenti sono usati
dalle streghe per i loro malefici; di come
intervengano per rendere difficile la
procreazione; di come privano l'uomo dell'organo
virile; di come i demoni riescono ad entrare nel
corpo umano senza che uno se ne accorga; di
come, attraverso le streghe, i demoni possano
impossessarsi delle persone; di come le streghe
possano produrre qualunque malattia; di come
ammazzano i bambini e li cedono al demonio in
modi orribili; di come provochino enormi danni
al bestiame; di come provocano tempeste,
grandinate e fulmini per abbattere uomini ed
animali; di come gli uomini e non le donne
praticano i malefici (è l'unico paragrafo che si
occupa espressamente di uomini). Nel secondo capitolo
di questa seconda parte si discuteva: dei rimedi
prescritti dalla Chiesa contro i demoni interni
ed esterni; rimedi per quelli che hanno subito
il maleficio dell'impotenza generativa; rimedio
per quelli che hanno subito il maleficio o di un
immenso amore o di un immenso odio; rimedio per
gli uomini che hanno perso il loro organo virile
o sono stati trasformati in bestie; rimedio per
gli ossessi da maleficio; degli esorcismi leciti
per ogni tipo di stregoneria e per esorcizzare
le medesime streghe; rimedi contro le tempeste
provocate e contro gli animali stregati; rimedi
contro i mali oscuri ed orrendi con cui i demoni
possono affliggere gli uomini. In definitiva qui
venivano fornite
istruzioni pratiche sulla cattura, il processo,
la detenzione e l’eliminazione delle streghe.
Per incriminare una persona di stregoneria i
pettegolezzi pubblici erano sufficienti ed una
difesa troppo vigorosa da parte del difensore
provava che anche questi era stregato. Nel
libro, tra l'altro, si diceva che le streghe:
uccidono il
bambino nel ventre della madre, così come i feti
delle mandrie e dei greggi, tolgono la fertilità
ai campi, mandano a male l’uva delle vigne e la
frutta degli alberi; stregano gli uomini, donne,
animali da tiro, mandrie, greggi ed altri
animali domestici; fanno soffrire, soffocare e
morire le vigne, piantagioni di frutta, prati,
pascoli, biada, grano e altri cereali; inoltre
perseguitano e torturano uomini e donne
attraverso spaventose e terribili sofferenze e
dolorose malattie interne ed esterne; e
impediscono a quegli uomini di procreare, e alle
donne di concepire…. E questi feti e bambini
erano molto richiesti dalle streghe perché
servivano per essere disciolti e con loro fare
unguenti che permettevano di volare. Si può
quindi ben capire quanto fosse importante
sradicare questo male assoluto.
Il
libro indicava chiaramente quali domande
dovevano essere fatte all'imputata:
"Da quanto tempo ella indulgesse nel
vizio altamente esecrabile della
stregoneria";
"Sotto quali sembianze le fosse
in principio apparso il diavolo foriero
di ogni male: al mattino, a mezzogiorno,
la sera o la notte?";
"Se ella fosse in grado di scrivere e
di leggere e se avesse sottoscritto un
patto con il diavolo, e insieme con chi?
E posto che egli le avesse guidato la
mano, di quale mano si trattava?";
"Che cosa ella avesse scritto e di
che colore fosse l'inchiostro
utilizzato; dove ella lo avesse reperito
e chi fosse in possesso del
manoscritto";
"Se [il diavolo] le avesse conferito
un nuovo battesimo e chi inoltre vi
avesse assistito; in che modo ella
avesse chiamato il suo diavolo incubo e
viceversa";
"Se [il diavolo] non le girasse
intorno alla fronte, e se si fosse
comportato come se volesse grattar via
qualcosa".
Si doveva poi indagare se la strega "con le
sue polveri ed unguenti diabolici [...] avesse
condotto a morte uomini e animali; per quanto
tempo ciò fosse durato; perché lo avesse fatto"
e "che tipo di malattie avessero contratto gli
uomini e gli animali; dove, per quanto tempo,
perché e chi l'avesse aiutata in tutto questo".
L'indagine proseguiva per capire quali
fossero gli elementi eretici relativi alla vera
e propria fede, ai sacramenti chiedendo se la
strega:
"avesse sempre preso la comunione ed
in quale chiesa";
"avesse mai profanato l'ostia
consacrata per scopi malèfici e con che
frequenza avesse sottratto l'ostia dalla
bocca";
"Dove l'avesse portata, come e dove
l'avesse profanata e che cosa ne fosse
conseguito; se non si fosse impaurita e
dove fosse rimasto nel frattempo il suo
diavolo incubo";
"Dove avesse posto, sistemato,
gettato o altrimenti portato l'ostia
consacrata";
"Quali soprannomi canzonatori ella
avesse dato al nostro amato Signore,
all'adorata santa Vergine Maria e a
tutti gli altri Santi di Dio. E per
quale motivo?";
"Quali formule avesse recitato al
posto della Preghiera".
Si richiedevano successivamente notizie su
come si svolgevano i sabba:
"Quante volte ella si fosse
allontanata [si cerca di arrivare al
volo notturno, ndr]";
"Su chi e in che modo";
"A che ora; se ella fosse seduta
davanti oppure dietro";
"Quali parole ella avesse pronunciato
prima di uscire";
"Il nome dei luoghi nei quali era
giunta";
"Quali cibi vi fossero là"
"Che cosa avesse bevuto e da chi
avesse ricevuto le bevande e a chi le
avesse passate"; "Quali parole
pronunciassero tra di loro durante il
convivio e come si disponessero uno
accanto all' altro e come si decidesse
chi doveva stare fuori sulla scopa";
"Che tipo di candeliere avesse, e se
alcuni non facessero luce in un modo
strano e se ella stessa fosse
illuminata";
"Quanto tempo durasse il convivio, e
quante persone fossero presenti, in
ispecie durante un grande raduno";
"Che cosa si facesse dopo il pasto e
se ella contasse molto";
"Quando si svolgeva una danza, quali
compagni avesse nei ludi magici";
"Se forse, a due a due, non si
strofinassero sui fianchi e che cosa
talvolta fossero soliti fare";
"Se non vi fosse presente qualcuno a
cui si dovesse rendere omaggio, e in che
modo; se lui fosse seduto, oppure in
piedi, come fosse vestito, chi fosse
costui"
"Come ella avesse fatto in modo che
suo marito, nel frattempo, non si
svegliasse".
L'inquisitore doveva poi capire se la casa
avesse qualche rifugio per il diavolo:
"Con che frequenza ella si fosse
recata nelle cantine e a che cosa queste
fossero adibite: se fosse una cantina
per il vino, per la birra o per
l'idromele, quanto tempo fosse trascorso
dalla prima volta";
"Se si potesse bere da tutte le
botti, e perché invece no?";
"Dove si trovasse nel frattempo il
suo diavolo incubo o se anche egli
avesse bevuto";
"Che parole avessero pronunciato nel
passarselo l'un con l'altro";
"Se si fossero verificati atti
illeciti nella cantina, e con che
frequenza";
"Quante volte si fosse recata nelle
camere e quali persone avesse angustiato
e in che modo avesse organizzato queste
stregonerie?".
Gli unguenti, le pozioni e gli ingredienti
per essi erano oggetto di indagine e,
nell'indagine, entravano anche i bambini perché
utilizzati come materia prima(16):
"Quante volte ella si fosse recata,
durante la notte, al cimitero ed avesse
preso parte all'esumazione di qualche
bambino";
"Cosa ne avesse poi fatto di questo
bambino; ovvero, in che modo lo avesse
cucinato: nell' acqua o arrostito? In
quale luogo se ne fosse cibata; chi
avesse partecipato al banchetto e se il
cibo l'avesse ben appagata";
"Che cosa aveva fatto della carne
avanzata e delle ossa";
"Contro chi aveva utilizzato i filtri
così ottenuti".
Altre domande erano relative a come si
provocavano le avversità atmosferiche:
"Quante volte ella avesse provocato
il temporale e dove e da chi era stata
aiutata?"
"Che cosa avesse utilizzato per tale
scopo e su che cosa lo avesse fatto";
"Se il temporale fosse scaturito
immediatamente e quali danni ne fossero
conseguiti; perché lo aveva fatto?";
"Allo stesso modo, quante volte ella
avesse provocato gelo e nebbia; che cosa
avesse usato e quali danni ne fossero
conseguiti".
Seguivano le domande sui preliminari dei
rapporti carnali, al di fuori del sabba, poi
estesi ai veri e propri rapporti:
"Quante volte il diavolo fosse venuto
a farle visita, a casa o in altro luogo,
al di fuori delle orge danzanti";
"In quale periodo dell'anno"
"Se egli fosse rimasto seduto oppure
stesse in piedi; come ella lo avesse
riconosciuto e pregato";
"Se ella lo avesse adorato come
proprio dio; e, quando ancora pregava, a
chi avesse indirizzato una tal
preghiera";
"Se in quel momento ella fosse stata
indotta a compiere con lui atti
indecenti e se tali atti fossero stati
consumati prima o dopo la preghiera".
"Quante volte nell'anno il diavolo, al
di fuori dei sabba, l'avesse indotta
alla fornicazione [mixtura carnalis,
ndr] e in che luogo; in casa o in quale
altro sito?"
"Se ciò fosse accaduto durante la
notte o di giorno";
"Come avesse avuto percezione di
lui";
"Se il diavolo parlasse piano oppure
forte";
"Come ella lo avesse riconosciuto";
"Come fosse vestito o, altrimenti,
che sembianze avesse assunto".
Sui malefici diretti alla salute, infine, si
chiedeva:
"Come ella inoculasse negli uomini
malattie tali che essi non potessero più
guarirne e che nessuno fosse in grado di
recare loro giovamento";
"In quante coppie di coniugi avesse
portato discordia, a tal punto che si
fossero accapigliati e percossi a
vicenda o non avessero più potuto stare
insieme".
Con questo possente e dettagliato armamentario si poteva procedere(17). Si
deve notare la grande insistenza su questioni
sessuali che veniva artatamente ingigantito come
mostra dell'eterna sessuofobia delle chiese ed
in particolare della cattolica che eredita San
Paolo, il capo supremo dei misogino che diceva:
La donna impari in silenzio, con tutta
sottomissione. Non concedo a nessuna donna di
insegnare, né di dettare legge all'uomo;
piuttosto se ne stia in atteggiamento
tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e
poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma
fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di
trasgressione. Essa potrà essere salvata
partorendo figli, a condizione di perseverare
nella fede, nella carità e nella santificazione,
con modestia (Prima lettera a Timoteo
2,11-15). Questa insistenza doveva poi
trovare pieno sfogo sadico nelle torture che
erano spesso rivolte ai genitali delle presunte
streghe, in quanto avrebbero potuto avere
rapporti sessuali con il diavolo in persona.
Nel Malleus si descrivono alcune
situazioni di rapporti sessuali tra la strega ed
il diavolo incubo (quello appunto che aveva
rapporti con streghe): rispetto alla strega
il diavolo incubo opera sempre visibilmente e
non gli è necessario avvicinarsi a lei
invisibilmente perché tra loro c'è un patto
esplicito. Tuttavia, per quanto riguarda gli
astanti, le streghe molto spesso sono state
viste giacere supine nei campi e nelle foreste,
nude fin sopra l'ombelico. Con le membra e le
gambe disposte per questa sporcizia si agitavano
per la cooperazione dei diavoli incubi,
invisibili agli astanti benché talvolta, alla
fine dell'atto, un vapore nerissimo della
lunghezza di un uomo si levasse nell'aria al di
sopra della strega. E troviamo anche alcune
arti in cui le streghe si dilettano: Queste
streghe che [...] collezionano membri virili in
gran numero (venti o trenta) e li mettono nei
nidi degli uccelli o li chiudono in casse nelle
quali continuano a muoversi come membri vivi,
mangiando avena o altre cose, così come qualcuno
li ha visti e come racconta l'opinione comune.
Conviene dire che tutte queste cose si devono
all'azione e alle illusioni del diavolo. [...]
Un uomo racconta che aveva perso il suo membro e
che per recuperarlo era ricorso a una strega.
Questa ordinò al malato di salire su un albero e
di sceglierne uno tra i molti che c'erano lì.
Come rituale precedente alla tortura si
raccomandava l’uso del ferro infuocato
con cui togliere i peli dall'intero corpo della
donna accusata allo scopo di trovarvi il marchio del
Diavolo, che ne avrebbe provato la colpevolezza. Seguiva la tortura
che si basava in gran parte su marchingegni che
riguardavano il sesso. La
tortura in tal senso più orrenda era Il
topo:
un topo
vivo
era
inserito
nella
vagina o
nell'ano
della
persona
sospettata
con la
testa
rivolta
all'interno
del
corpo, e
talvolta
l'apertura
veniva
ricucita
per
evitare
che
l'animale
fuoriuscisse
dal
corpo
non
prima di
aver
lacerato
le carni
del
torturato.
Altra tortura, pensata specificamente per le
donne era L'Annodamento: i lunghi capelli
erano annodati attorno ad un palo e uomini
robusti facevano ruotare il palo, spesso
causando la lacerazione dello scalpo. Altre
particolari torture erano: Il dissanguamento
(un taglio sopra il naso e la bocca causava la
morte per dissanguamento); Le Turcas (tutte
le unghie venivano strappate al loro posto erano
inseriti aghi); La Vergine di Norimberga (una
simulacro
di donna in legno dentro il quale veniva posta
la persona,
una
volta al
suo
interno
lunghi
aculei
affilati
trafiggevano
il corpo
del
torturato
senza
colpire
parti
vitali
che
causavano
una
lunga e
dolorosa
agonia);
La Pulizia
dell'Anima
(l'anima corrotta era purificata con
l'ingestione obbligata di carbone, acqua calda e
sapone); La
Culla
della
Strega
(la
strega
era
rinchiusa
in un
sacco,
appesa
ad un ramo
e fatta
oscillare,
questo
movimento
continuo
creava
confusione
ed
induceva
la
stessa a
confessare);
L'Impalamento (la persona torturata
veniva spogliata, issata ad un palo con un
oggetto a forma di piramide triangolare fissato
alle sue estremità, il torturato era fatto
sedere in modo tale che la punta della piramide
penetrasse nel retto o nella vagina, in seguito
pesi erano legati ai piedi ed alle mani del
torturato); L'acqua
ingurgitata (l'accusata,
incatenata mani
e piedi,
è costretta a
ingurgitare più
di 9 litri
d'acqua, e
ancora altrettanti se il primo tentativo non
risulta convincente). Come prova
specifica per riconoscere una strega si
utilizzava La prova dell'acqua (si
doveva immergere
la presunta
strega
nell'acqua di un
fiume, di uno
stagno o di un
canale, talvolta
legata a una
grossa pietra.
Se la donna
galleggiava,
significava che il
diavolo
desiderava salvarla
e quindi la donna era colpevole e veniva
giustiziata. Se
invece
l'accusata
andando a fondo affogava,
veniva
ritenuta
innocente). Una
variante della precedente prova era quella dello
sgabello (la donna veniva legata ad un
sedile che
impediva ogni
movimento delle
braccia. Questo
sedile veniva
poi immerso in
uno stagno
o in un
luogo paludoso e
molto spesso si moriva per il freddo che si
provava)(18). Non si creda però che
le poche torture qui riportate esauriscano
l'inventiva dei sadici inquisitori. Il resoconto
di una sessione di tortura deliberata dalla
Chiesa di Scozia sulla povera Beatrix Laing
(accusata di stregoneria per delle crisi
epilettiche che ebbe un ragazzo Patrick Morton
per il fatto che, passando davanti a casa di
Beatrix, pensò che la donna ce l'avesse con lui)
nel 1705 è, pur senza gli strumenti ora citati,
spaventoso:
L'imputata venne fatta gettare
nella prigione di Pittenweem dal
ministro e dai suoi magistrati; e poiché
ella non voleva confessare di essere una
strega e di operare in combutta con il
diavolo, la torturarono impedendole di
dormire per cinque giorni e cinque
notti, e trafiggendole continuamente con
strumenti le spalle, la schiena e le
cosce, così che il sangue sgorgava in
grande quantità e la vita era diventata
un peso per lei; ed essi la spronavano
senza sosta a confessare, e l'imputata
disse molte cose sotto loro indicazione
pur di essere liberata dalla tortura, ma
dal momento che poi dichiarò
pubblicamente di avere in precedenza
mentito asserendo di aver visto il
diavolo eccetera, venne messa ai ceppi
per molti giorni e poi portata al buco
del ladro, e da qui in una buia segreta,
dove non le fu permesso di avere luce,
né di parlare con alcuno; in questa
condizione la lasciarono per cinque mesi
di fila. Alla fine, essendo riuscita a
trovare il modo di fuggire dalla detta
segreta, ella andò vagando per strani
luoghi quasi morta di fame e di freddo,
anche se, e di questo rendeva grazie a
Dio, a casa aveva di che vivere, ma non
osava avvicinarsi, temendo l'ira e la
violenza della gente.
C'è da aggiungere al dettagliato manuale dei due
domenicani tedeschi quanto scrisse un altro
teorico dell'estirpazione della stregoneria, il
colto teologo gesuita fiammingo (ma originario
spagnolo) Martin Del Rio (1551-1608), nel suo
Disquisitionum magicarum libri sex, in tre
volumi (1600. Egli, soprannominato da Voltaire
il procuratore generale di Beelzebuth,
oltre a riportare una casistica monumentale,
minuziosa ed esauriente di ogni fenomeno magico
ed occulto, descrisse con cura il simbolo del
diavolo, lo stigma, che doveva essere
cercato sul corpo delle streghe (era questo il
motivo per cui venivano completamente rasate).
Così scriveva:
"Il Maligno suole imprimere il suo
marchio o come si dice STIGMA nelle
parti meno visibili del corpo dei suoi
adepti, alla maniera che si usa contro
gli schiavi fuggiaschi: questo S. non è
affatto sensibile e si rivela indolore
anche se viene trafitto con uno stilo
acuminato. Nen v'è quindi da
meravigliarsi se trattando tale
argomento viene in mente la figura
dell'Anticristo, quando negli ultimi
tempi del suo imperio dovrebbe prendere
la costumanza di segnare la carne dei
propri seguaci, sulle mani od in fronte,
con la figura simbolica della Bestia,
cioè del Diavolo: su questo ha scritto
S. Giovanni nell'Apocalisse (13, v.16)
precisando che siffatto osceno marchio
deve venire interpretato alla lettera,
come disegno od arcana parola . In
conformità al suo giudizio scrivono
tanto Primasio che Ansberto che ancora
il Domino Ippolito, precisando che, sin
dall'inizio dei tempi, il Maligno si è
adoperato ad emulare Dio. Quest'ultimo,
come si legge nell'Antico Testamento,
ordinò che i suoi fedeli venissero
segnati colla pratica della
circoncisione che, secondo gli
ordinamenti del Vangelo, venne poi
sostituita dal battesimo come peraltro
sostengono Gregorio di Nazianzio e
Ieronimo: Satana parimenti, ispirandosi
al contenuto dei libri sacri, volle
allora che anche gli eretici suoi
seguaci, fra cui quanti praticano la
magia, portassero impresso nella carne
un segno del suo dominio. Autori
serissimi e credibili sostengono questa
ipotesi ed oltre ad Ireneo (per cui ai
discepoli del Maligno il marchio è
apposto dietro l'orecchia destra) è da
ricordare Tertulliano il quale dice che
Satana "per emulare e rovesciare in
negativo il contenuto dei Sacramenti
suol ungere i suoi fidi, promettendo
l'espiazione dei crimini perpetrati col
bagno votivo nelle acque infernali:
inoltre egli li marchia per sempre, come
suoi soldati, proprio sulla fronte,
iniziandoli al culto del dio "Mitra".
Ma chi sono questi seguaci cui allude
Tertulliano? A mio avviso si tratta dei
Basilidiani, quelli che veneravano
Abraxas, che poi, stando al parere del
citato Ieronimo, altri non è che il
possente Mitra: tanto antica è dunque la
consuetudine diabolica di marchiare i
seguaci del male...coloro che hanno
ricevuto nella carne questo marchio, che
è simbolo d'obbedienza agli ordini
demoniaci, promettono di pervertire le
Sante Costituzioni, di dedicarsi ad
orgie e manifestazioni di delirio, di
non venerare nè rispettare l'Eucarestia,
di oprare ingiuriosamente, con bestemmie
ed offese, sia contro la Beata Vergine
che gli altri Santi ed ancora di
devastare, per quanto possibile, ogni
addobbo sacro e qualsiasi simbolo della
cristianità come le sacre immagini
devozionali, il segno stesso della
croce, l'acqua che purifica, il sale
benedetto, le ceree torce devozionali
già benedette dai sacerdoti. Queste
medesime creature vendutesi al Maligno
promettono altresì di tenere ben
nascosto questo loro patto infernale, di
servire al meglio il loro padrone e, in
giorni ben stabiliti, di raggiungere,
possibilmente volando, i luoghi in cui
si radunano le armate di Satana. In
compenso di tanta remissione e fedeltà
il Demonio offre loro la promessa di
soddisfarne i desideri terreni ed una
volta defunti di ascriverli tra i suoi
favoriti nel regno delle tenebre: da
questi accordi, per me, non deriva
tuttavia un rapporto di equilibri ed un
patto giusto, comportante reciproci
diritti ed obblighi: una volta che siano
defunti, infatti, questi uomini
vendutisi al male resteranno schiavi del
Maligno, sottomessi alla più tormentante
fra le prigionie".
A
queste indagini teologiche sui corpi delle
persone (ed in particolare sul voler frugare nel
corpo delle donne) serviva una veste giuridica
che un magistrato inquisitore francese come
Pierre de Lancre (1553-1631) fornì subito in
vari suoi lavori e particolarmente nel
Tableau de l'inconstance des mauvais anges et
démons (1612):
Le confessioni rese da streghe e
stregoni concordano con indicia così
forti da poterli considerare autentici,
reali e non ingannevoli né illusorio Ciò
libera i giudici da qualsiasi dubbio
possano nutrire. Infatti, quando esse
[le streghe] confessano di avere
commesso infanticidio, i genitori
trovano i figli soffocati o
completamente svuotati del sangue.
Quando affermano di avere dissotterrato
cadaveri e violato la sacra natura delle
tombe, si scopre che i corpi sono stati
portati via e non si sa dove siano
finiti. Quando confessano di aver dato
un brandello della loro veste in pegno a
Satana, si trova sulla loro persona
questo segno rivelatore. Quando dicono
di avere gettato il malocchio su esseri
umani o animali (e talvolta ammettono di
averli curati), appare evidente che
questi sono stati colpiti da maleficio,
hanno riportato ferite o sono stati
guariti. Di conseguenza, non si tratta
di un'illusione. È questa la prima
regola che ci rende chiaro cosa abbia
fatto la strega, attraverso la sua
confessione corroborata sia da
convincenti indicia e da presunzioni
molto gravi e forti, sia da
irreprensibili testimoni.
La seconda regola per riconoscerle è
sapere se Satana può fare le cose che
esse confessano o ciò che i testimoni
dichiarano contro di loro. Ora ...
volare per l'aria e fare qualsiasi altra
cosa di cui sono accusate non è soltanto
possibile per lui, ma estremamente
facile.
La terza regola deriva dalla natura e
dal gran numero dei testimoni, e dalle
innumerevoli streghe curate e salvate
per grazia di Dio e intercessione della
Chiesa, che costituiscono una prova
altrettanto valida e veritiera di quelle
che non sono state redente: cinquecento
bambini del Labourd, in verità più di
mille (anche se questa è solo una
piccola regione), vengono condotti ogni
giorno ai convegni delle streghe da
queste donne malvagie che hanno tutte
ricevuto e recano il segno del diavolo;
e quasi altrettanti dormono ogni notte
nella chiesa, assai più al sicuro di
quelli che, se dormono una sola notte
all'esterno, ricadono nelle grinfie di
Satana per mezzo della strega che di
solito li portava al sabba; avvenimenti
che si accordano tra loro, una notevole
armonia di varie cose diverse l'una
dall'altra e l'universale concordanza di
tutte le nazioni, per quanto distanti
tra loro. secondo cui [le streghe]
narrano e descrivono le stesse cose. Se
si trattasse di sogni, come potrebbero
avere lo stesso marchio? Come è
possibile che capiti loro la stessa
cosa, e che questa avvenga nello stesso
luogo, nello stesso periodo, nello
stesso giorno e alla stessa ora? I
medici affermano che la quantità e la
qualità di ciò che le persone mangiano
rendono i sogni diversi, e altrettanto
fanno la differenza di età e quella
della temperatura dei loro umori. Quelli
che hanno a che fare con la stregoneria,
invece, sognano la stessa cosa, siano
essi grassi o magri, vecchi o giovani,
uomini o donne, biliosi o flemmatici,
ottimisti o malinconici !.
Di
processi o individuali o collettivi contro le
presunte streghe, abbonda la letteratura, anche
perché l'isteria collettiva non era solo delle
streghe ma anche di preti e magistrati che
riferivano di così tanti bambini vittime
di streghe.
Occorre anche fare attenzione a chi ancora oggi
tenta di fare affari inventando storie macabre,
spacciate per vere.
La bibliografia che fornisco potrebbe essere
d'aiuto a chi volesse approfondire. Vorrei qui
fare qualche esempio di leggende tramandate fino
a noi e di veri tragici processi.
STREGHE DI BENEVENTO
Il
citato San Bernardino da Siena, tra le sue
prediche contro le streghe, prediche che erano
annotate da un suo fedele, ebbe anche a parlare
delle streghe di Benevento con queste parole:
Elli fu a Roma uno famiglio d’uno
cardinale, el quale andando a Benivento
di notte, vidde in sur una aia ballare
molta gente, donne e fanciulli e
giovani; e così mirando, elli ebbe
grande paura. Pure essendo stato un poco
a vedere, elli s’asicurò e andò dove
costoro ballavano, pure con paura, e a
poco a poco tanto s’acostò a costoro,
che elli vidde che erano giovanissimi; e
così stando a vedere, elli s’asicurò
tanto, che elli si pose a ballare con
loro. E ballando tutta questa brigata,
elli venne a suonare mattino. Come
mattino tocò, tutte costoro in un subito
si partiro, salvo che una, cioè quella
che costui teneva per mano lui, che ella
volendosi partire coll’altre, costui la
teneva: ella tirava, e elli tirava.
Vedendola costui sì giovane, elli se ne
la menò a casa sua: e odi quello che
intervenne; che elli la tenne tre anni
con seco, che mai non parlò una parola.
E fu trovato che costei era di
Schiavonia. Pensa ora tu come questo sia
ben fatto, che elli sia tolto una
fanciulla al padre e alla madre in quel
modo. E però dico che là dove se ne può
trovare niuna che sia incantatrice o
maliarda, o incantatori o streghe , fate
che tutte siano messe in esterminio per
tal modo, che se ne perde il seme.
Da alcune testimonianze sappiamo che nella
curia arcivescovile della città erano
conservati i verbali di circa 200 processi per
stregoneria che furono distrutti nel 1860, prima
dell'arrivo di Garibaldi, ad evitare che fossero
usati in una campagna anticlericale. Al di là
delle favole di Bernardino i processi veri si
fecero a Benevento. Qualche documento di
processo, fatto altrove ma riguardante in
qualche modo Benevento, resta. Nel 1428 si ebbe
a Todi
il rogo di Matteuccia di Francesco, del paesino
di Ripabianca presso Deruta, accusata di essere
una strega. Durante l'interrogatorio sotto
tortura della malcapitata, disse che dopo
essersi unta di grasso di avvoltoio, sangue di
nottola e sangue di bambini lattanti, invocava
il demonio Lucibello, che le appariva in forma
di caprone, la prendeva in groppa e, tramutato
in mosca, veloce come il fulmine, la portava al
noce di Benevento dove erano radunate moltissime
streghe e demoni capitanati da Lucifero
maggiore(20). La formula per volare era la seguente:
“Unguento, unguento,
mandame a la
noce di Benivento
supra acqua et supra ad
vento
et supra ad omne
maltempo”.
In questa invocazione compare l'altra famosa
leggenda, quella della noce di Benevento
che sarebbe stato uno dei luoghi preferiti da
streghe e demoni per i loro sabba. Vale la pena,
per cercare di capire, ricordare per sommi capi
alcuni fati storici. Durante l'impero romano
Benevento era una regione in cui si era diffuso
il culto della dea egizia Iside, dea della Luna.
E ciò non era una storiella poiché l'imperatore
Domiziano aveva eretto in quei luoghi un tempio.
Iside era poi stata identificata in altre
religioni con Ecate, dea degli inferi e Diana
dea della caccia. Si può quindi capire che vi
sono i seguenti ingredienti: la Luna che è la
notte, gli inferi che sono il regno dei diavoli,
Diana che nella simbologia della stregoneria è
una sorta di identificativo per le streghe.
Quella zona fu successivamente scelta dai
Longobardi (VII secolo) per loro riti
particolari tra cui ve ne era uno che prevedeva
che le donne della tribù ballassero intorno ad
una noce cantando ad alta voce ed un altro di
tali riti, propiziatorio per la battaglia,
prevedeva ancora un carosello di uomini a
cavallo intorno ad un albero da cui
pendeva la pelle di un caprone. Una leggenda
successiva, in contrasto con i dati storici ma
quando si parla di queste cose la storia è una
strega, spiega la sparizione dell'albero. Un
prete di nome Barbato accusò i longobardi di
idolatria ed approfittò di un assedio per
ottenere la promessa dal capo Romualdo che se
gli invasori se ne fossero andati avrebbero
rinunciato a tali riti. per grazia divina
l'assedio finì e Romualdo fece estirpare
l'albero di noce intorno a cui si realizzavano
le loro cerimonie facendo erigere in suo luogo
una chiesa. Il cristianesimo tentò così di
estirpare ogni rito che richiamasse alte
religioni e quindi lavorò per estirpare ogni
residuo di paganesimo in quelle terre. Per farlo
doveva demonizzare il tutto e le associazioni
vennero di conseguenza, con le donne longobarde
che si tramutarono in streghe (o lamie,
figure in parte umane e in parte animalesche)
adoratrici del demonio-caprone e dedite a riti
orgiastici. Ed a partire dagli inizi del XIII
secolo la leggenda si materializzò in una serie
di racconti relativi alla presenza di streghe in
quella terra ballando intorno ad un noce rinato
da quello estirpato. Scrive
Wikipedia sui malefici delle streghe di
Benevento:
La
leggenda
vuole
che le
streghe,
indistinguibili
dalle
altre
donne di
giorno,
di notte
si
ungessero
le
ascelle
(o il
petto)
con un
unguento
e
spiccassero
il volo
pronunciando
una
frase
magica,
a
cavallo
di una
scopa di
saggina
o,
secondo
altre
versioni,
in
groppa
ad un
«castrato
negro»
voltandogli
le
spalle.
Contemporaneamente
le
streghe
diventavano
incorporee,
spiriti
simili
al
vento:
infatti
le notti
preferite
per il
volo
erano
quelle
di
tempesta.
Si
credeva
inoltre
che ci
fosse un
ponte in
particolare
dal
quale le
streghe
beneventane
erano
solite
lanciarsi
in volo,
il quale
perciò
prese il
nome di
ponte
delle
janare,
distrutto
durante
la
seconda
guerra
mondiale.
Ai sabba
sotto il
noce
prendevano
però
parte
streghe
di varia
provenienza.
Questi
consistevano
di
banchetti,
danze,
orge con
spiriti
e demoni
in forma
di gatti
o
caproni,
e
venivano
anche
detti
giochi
di Diana.
Dopo
le
riunioni,
le
streghe
seminavano
l'orrore.
Si
credeva
che
fossero
capaci
di
causare
aborti,
di
generare
deformità
nei
neonati
facendo
loro
patire
atroci
sofferenze,
che
sfiorassero
come una
folata
di vento
i
dormienti,
e
fossero
la causa
del
senso di
oppressione
sul
petto
che a
volte si
avverte
stando
sdraiati.
Si
temevano
anche
alcuni
dispetti
più
"innocenti",
per
esempio
che
facessero
ritrovare
di
mattina
i
cavalli
nelle
stalle
con la
criniera
intrecciata,
o sudati
per
essere
stati
cavalcati
tutta la
notte.
Le
janare,
grazie
alla
loro
consistenza
incorporea,
entravano
in casa
passando
sotto la
porta
(in
corrispondenza
con
un'altra
possibile
etimologia
del
termine
da
ianua,
porta).
Per
questo
si era
soliti
lasciare
una
scopa o
del sale
sull'uscio:
la
strega
avrebbe
dovuto
contare
tutti i
fili
della
scopa o
i grani
di sale
prima di
entrare,
ma nel
frattempo
sarebbe
giunto
il
giorno e
sarebbe
stata
costretta
ad
andarsene.
I due
oggetti
hanno un
valore
simbolico:
la scopa
è un
simbolo
fallico
contrapposto
alla
sterilità
portata
dalla
strega,
il sale
si
riconnette
con una
falsa
etimologia
alla
Salus.
Se si
era
perseguitati
da una
janara,
ci si
liberava
di essa
urlandole
dietro
«Vieni
domani a
prendere
il
sale!»;
se si
nominavano
le
janare
in un
discorso,
si
scongiurava
il
malaugurio
con la
frase
«Oggi è
sabato».
Altri processi alle presunte streghe di
Benevento riguardano
Mariana di San
Sisto, Bellezza Orsini e Faustina Orsi. Di tali
processi ci informa il giornale Realtà
Sannita:
"Il nome di Benevento viene fatto in uno solo
dei processi esaminati dal Nicolini e
precisamente in quello del 1456 a carico di
Mariana di San Sisto, conclusosi col rogo. Ella
viene accusata di andare con una sua compagna
«ad surchiandum pueros et una nocte dicti mensi
Iulii dicta Mariana et eius sotia in facie et
corpore ipsarum se unserunt cum certis unguentis
diabolicis et incantatis per dictam mulierem
sotiam dicte Mariane, inter alia dicendo:
“Unguento, menace a la noce de Menavento, sopra
l’acqua e sopra al vento” et de nocte
accesserunt ad nuces et arbores nucum ubi sole
et sine lumine tripudiabant».
Mariana è accusata di aver ridotto in fin di
vita il figlioletto di Paolo Giacomo, detto
Barbiere, e di Flora Schiavo. Condannata a
pagare in prima istanza una multa di 1300 danari
nel termine di dieci giorni, ella risultò
insolvente e per questo fu condannata «ad essere
bruciata col fuoco in modo tale che muoia».
In due processi tenuti al Santo Uffizio di Roma
nel XVI secolo, raccolti da Bertolotti nel 1883,
durante gli interrogatori salta fuori il nome di
Benevento e le danze sotto al noce. Il primo
processo era a carico di Bellezza Orsini ,
accusata di malefici e venefici. Ella era
esperta di erbe e fabbricava medicine. Un
giovane in cura presso di lei morì in seguito a
malattia, ma i parenti del morto accusarono
Bellezza d'averlo stregato e ucciso. Accanto a
questa denuncia se ne raccolgono anche altre.
Bellezza fu condotta nel carcere di Fiano e
sottoposta a numerosi interrogatori con tortura,
durante i quali ella «confessò» fra le altre
cose: «Andamo alla noce de Benevento e illi [lì]
facemo tucto quello che volemo col peccato
renuntiamo al baptismo e alla fede e pigliamo
per signore e patrone el diavolo e facemo quel
che vole luj e non altro». E più avanti ribadisce: «E andamo alla noce
de Benevento dove ce reducemo tucte insieme e
illi facemo gran festa e jova [gioco] e pigliamo
piacere grande e poi il diavolo piglia quattro
frondi de quella noce e cusì ne ritornamo a casa
e dove volemo ad streare [stregare] e far male
ad qualcheduno…». Inoltre riporta la formula per volare:
«Unguento, unguento, portace alla noce di
Benevento, per acqua e per vento e per ogni
maltempo». Stremata dalle torture la povera Bellezza
Orsini si suiciderà in carcere, colpendosi più
volte la gola con un chiodo. Sfuggirà così al
rogo. Secondo Bellezza la riunione a Benevento si
teneva ogni tre anni.
Il secondo processo è
datato al 1552 ed è a carico di Faustina
Orsi , accusata di aver stregato dei
bambini, uccidendoli con i suoi farmaci.
Anche ella confesserà sotto tortura.
All'epoca del processo Faustina ha
ottanta anni e ripete il solito
incantesimo: «Unguento mio unguento,
sopra acqua e sopra vento portami alla
noce del Benevento». Qui con altre
quattro o sei donne balla e canta;
racconta di esservi stata trenta o
quaranta volte in tutta la vita, ma che
manca alle riunioni da due anni perché
si è pentita. Nella sua confessione
manca l'abbondanza di particolari
fornita da Bellezza, ma ella è bruciata
ugualmente come strega".
LE STREGHE DI TRIORA,
LA SALEM D'ITALIA
Una vicenda di estrema gravità accadde a Triora
nel 1587,
nell'entroterra ligure, in provincia di Imperia. La riporto nel racconto
di
Ippolito Edmondo Ferrario:
Sul finire dell' estate
del 1587 a Triora,
millenario borgo di
montagna del Ponente
ligure, tirava una
brutta aria; da circa
due anni la gente non
aveva più di che
sfamarsi e nel giro di
pochi giorni alcune
donne che abitavano alla
periferia del paese
furono ritenute
responsabili di questa
presunta carestia. L'
accusa? Essere streghe,
o meglio bagiué, secondo
il dialetto locale.
Queste sono le premesse
con le quali ha inizio
uno dei più feroci
processi alle streghe in
Italia, per nulla
inferiore in quanto a
drammaticità a quelli
di Loudun e di Salem,
rispettivamente in
Francia e in America.
All' epoca dei fatti,
Triora era un borgo
fortificato al centro di
intensi traffici
commerciali tra il
Piemonte, la costa e la
vicinissima Francia.
Politicamente dipendeva
da Genova, di cui era
podesteria, difesa da
ben cinque fortezze al
cui interno era di
stanza una guarnigione
di soldati della
Repubblica. Nell'
ottobre del 1587 il
Parlamento locale,
composto per lo più da
persone rozze e
ignoranti, con il
beneplacito del
Consiglio degli Anziani
e del Podestà, stanziò
cinquecento scudi per
imbastire un processo;
una cifra enorme in
relazione alla
condizione economica del
borgo stesso. L'autorità ecclesiastica
non tardò a
intervenire; giunsero
infatti il vicario dell'
Inquisitore di Genova e
il vicario dell'
Inquisitore di Albenga,
Gerolamo Del Pozzo. La
prassi del tempo
consisteva nel celebrare
messa nella chiesa
parrocchiale, invitando
il popolo alla
delazione. Il processo
di Triora non stupisce
inizialmente per il suo
corso che ricalca nella
sostanza molti altri con
tutte le ripercussioni
del caso. Si
confiscarono alcune
abitazioni private da
adibire a prigione e non
tardarono ad arrivare le
prime vittime della
giustizia: tra le prime
venti donne incarcerate
morirono la sessantenne
Isotta Stella e un'
altra donna,
quest'ultima nel
tentativo di calarsi da
una delle finestre del
carcere. Di streghe
morte la storia ne e'
piena, ma ciò che
lascia perplessi e'
l'evolversi della
situazione. Il Consiglio
degli Anziani,
essenzialmente composto
dai proprietari
terrieri, mostrò le sue
perplessità verso il
processo quando le prime
"matrone" di Triora
furono incarcerate. La
delazione, gli odi e le
invidie personali
stavano dilagando a tal
punto da mettere sullo
stesso piano, di fronte
alla macchina della
giustizia, le nobildonne
come le prostitute e le
emarginate che
"sopravvivevano" alla
Cabotina, un quartiere
composto da misere
abitazioni, vista
precipizio, che si
ergeva all'esterno delle
mura del paese.
I due inquisitori non
riuscirono a concludere
il processo causa il
repentino allargamento
delle accuse a tutto il
tessuto sociale.
Il dramma di Triora era
solo all'inizio. Il
governo di Genova
intervenne personalmente
nella questione. Il
vescovo di Albenga,
Mons. Luca Fieschi
chiese spiegazioni al
Del Pozzo sul suo
operato attraverso una
missiva. Tra i due
iniziò un breve
rapporto epistolare che
non cambiò la sorte
delle donne incarcerate
ancora in attesa di
giudizio.
Il Del Pozzo sosteneva
la presenza del Maligno
come elemento portante
della sua difesa;
contemporaneamente anche
il Consiglio degli
Anziani ritirò le
proprie perplessità
precedentemente espresse
riaffermando il proprio
appoggio all'operato
degli inquisitori.
Gli storici ipotizzano
una rassicurazione
verbale da parte di Del
Pozzo sulla sorte delle
nobildonne e su una sua
promessa di non
estendere le accuse ai
notabili del posto.
Nel frattempo però il
processo subì un
rallentamento; nel
gennaio del 1588 i due
inquisitori partirono da
Triora, lasciando dietro
di sé una situazione
drammatica. Da qui in
poi e' un susseguirsi di
lettere al governo
genovese e richieste di
aiuto che cadono
inascoltate.
Il Parlamento locale,
iniziale fautore del
processo, mutò
rapidamente opinione,
incaricando il notaio
triorese Basadonne di
scrivere a Genova per
chiedere una rapida
revisione del processo.
Si attese fino a maggio
per ottenere la visita
inconcludente del padre
inquisitore Alberto
Fragarolo che dopo
qualche interrogatorio
lasciò Triora senza
risolvere la situazione,
esattamente come i suoi
predecessori. Nel mese
di giugno arrivò
l'autentica svolta della
vicenda, quella che
nessuno però si sarebbe
augurato. Il giorno 8
giunse a Triora, mandato
da Genova, il
commissario speciale
Giulio Scribani, già
Pretore a San Romolo,
paese dell'entroterra di
San Remo. Un mese dopo,
in una sua lettera a
Genova, lo Scribani
affermava in maniera
inquietante di essere
giunto a Triora "per
smorbar di quella
diabolica setta questo
paese che resta quasi
per tal conto tutto
desolato". Nel frattempo
avvenne un
avvicendamento di
podestà; Stefano
Carrega lasciò il posto
a Gio Batta Lerice. Lo
Scribani per prima cosa
inviò nelle carceri
genovesi tredici donne e
il solo uomo che
giacevano nelle prigioni
trioresi al suo arrivo.
Da qui in poi sarà un
escalation di arresti e
torture.
Nei mesi successivi lo
Scribani imperversò in
tutta la zona aprendo
nuovi casi e facendo
morire donne innocenti.
Per l'ennesima volta si
verificò un colpo di
scena: di fronte alla
richiesta del via libera
per decine di condanne a
morte, il Doge iniziò a
nutrire i primi dubbi
sull'operato del
commissario.
Perplessità che
sfociarono in una
richiesta allo Scribani
di attenersi alle
confessioni e
soprattutto di provarne
la veridicità con
riscontri reali e
plausibili. Il richiamo
cadde nel vuoto. Lo
Scribani era ormai un
cane sciolto. Genova
affidò la revisione del
processo all'uditore e
consultore Serafino
Petrozzi che sottolineò
come lo Scribani si
fosse interessato a
reati connessi alla
stregoneria, materia di
esclusiva competenza
dell'Inquisizione. Ma
anche il Petrozzi
concluse la sua
relazione dicendo che la
questione era troppo
delicata e la
possibilità di
commettere errori
elevata. In pratica se
ne lavò le mani. Lo
Scribani nel frattempo
continuava a incarcerare
donne e a difendersi
dalla critiche con
numerose lettere.
Genova, seguendo una
tragica prassi
burocratica, affiancò
al Petrozzi due
giureconsulti: Giuseppe
Torre e Pietro Allaria
Caracciolo.
La situazione divenne
paradossale: i due nuovi
revisori dopo una breve
analisi del caso si
dichiararono concordi
con lo Scribani e
convinsero anche il
Petrozzi.
Lo Scribani si sentì
così autorizzato a
proseguire; a Triora e
nei borghi confinanti
come Andagna, Bajardo,
Montalto Ligure si
registrarono le morti di
tante innocenti.
Prima di vedere uno
spiraglio si dovranno
attendere mesi. Lo
Scribani per il suo
scellerato operato subì
la scomunica da parte
dell' Inquisizione
stessa, rimessagli poi,
per intervento del Doge,
il 15 agosto 1589.
Il 28 aprile 1589 fu la
Chiesa a dare un segnale
di speranza concreto: i
cardinale Sauli e quello
di Santa Severina,
fecero giungere l'ordine
di chiudere i processi e
per la prima volta, come
si legge nella loro
missiva, le streghe di
Triora vennero chiamate
"sudditi della Signoria"
restituendo, almeno a
parole, dignità alle
innocenti. Nel frattempo
altre due donne
passarono a miglior
vita; il 27 maggio
toccò al Doge
lamentarsi con il
Cardinale Sauli del
fatto che ancora non si
fosse fatto niente. Solo
il 28 agosto il
Cardinale di Santa
Caterina confermò la
volontà
dell'Inquisizione di
chiudere i processi. E
così la parola fine fu
posta a sigillo
dell'intera vicenda.
Che fine fecero le
streghe di Triora?
Morirono in carcere o
furono liberate?
Da qui in poi il loro
triste destino sprofonda
nell'oblio del tempo per
la mancanza di
documenti.
Sulla fine della vicenda
gli storici si sono
espressi in maniera
differente. Alcuni
sostengono che le donne
rinchiuse a Genova
furono liberate: la
prova sarebbe leggibile
nei registri
parrocchiali di San
Martino di Struppa,
paese della Val Bisagno,
a quel tempo colonia
penale di Genova. Dal
1600 in poi compare il
cognome Bazoro e Bazura
che richiama
inequivocabilmente
bagiua, termine con il
quale sono chiamate le
streghe a Triora.
Su quelle incarcerate a
Triora si sa ben poco.
Alcuni ipotizzano che
siano state liberate e
che abbiano partecipato
alla costruzione di quel
convento di San
Francesco i cui lavori
iniziarono nel 1592 e
terminarono nel 1595.
Al di là della
drammaticità della
vicenda le ipotesi più
recenti sul processo
hanno portato all'esame
di alcune grandi
anomalie che farebbero
pensare che dietro
all'accusa di
stregoneria, il grande
processo servì a
nascondere situazioni al
limite della legalità
che vedevano il
coinvolgimento delle
stesse famiglie nobili
di Triora.
Ecco qui di seguito
alcuni punti sui quali
gli storici si sono
soffermati in questi
anni:
- Per anni la causa del
processo fu imputata ad
una carestia che
perdurava dal 1585; ciò
sembrerebbe improbabile,
vista la nomea di
"granaio della
repubblica" che Triora
godeva a quei tempi. Si è pensato quindi ad una
manovra speculativa dei
latifondisti trioresi
interessati
all'innalzamento del
prezzo delle derrate
alimentari da rivendere
a Genova, derrate però
che non riuscivano più
ad essere acquistate dai
propri concittadini. In
questo caso le streghe
sarebbero state un capro
espiatorio perfetto.
- Tra le accuse mosse
alle streghe compare
spesso quella di
infanticidio.
Dall'analisi del Liber
Mortuorum et
Baptizatorum di quegli
anni non si rileva un
innalzamento della
mortalità infantile.
L'ipotesi più credibile
è quella della presenza
di esperte levatrici che
spesso si vedevano
costrette a
somministrare battesimi
non ufficiali prima di
dare sepoltura ai
bambini nati morti, a
loro volta sepolti sul
sagrato della chiesa di
S. Bernardino. Questa
diffusa pratica, mal
tollerata dalla
religione ufficiale,
potrebbe essere una
delle cause dell'odio
scatenato verso queste
donne che conoscevano le proprietà curative
delle erbe medicinali.
- Significativa è la
figura del medico di Triora, tale Luca
Borelli, che fino alla
fine del processo
sostenne l'operato degli
Inquisitori, anche
quando a finire negli
ingranaggi della
giustizia fu la sua
parente Franchetta
Borelli. Lo stesso
medico, dopo la vicenda,
fu accusato nel 1608 di
essere il fautore di una
cospirazione filosabauda
ai danni di Genova.
- Il processo alle
streghe potrebbe essere
servito a distrarre
l'attenzione da un
processo che in quegli
anni riguardò il
canonico di Triora Marco
Faraldi, giudicato in
contumacia e accusato di
falsa monetazione e
ricerche alchemiche.
In definitiva un'oscura
trama di rapporti
politici, economici e
interessi personali fa
da sfondo ad una delle
pagine più nere della
nostra storia.
Il caso di
Franchetta Borelli
In questo dramma
collettivo rimane viva
negli atti, conservati
presso l'Archivio di
Stato di Genova, la
testimonianza di
Franchetta Borelli
sottoposta dallo stesso
Scribani a più di un
giorno di tortura al
cavalletto.
Franchetta apparteneva a
una delle famiglie
nobili di Triora; le
cronache del tempo
parlano di lei come di
una donna bella e ricca,
non sposata, e che in
gioventù era stata una
prostituta. Chiamata in
causa da altre donne,
Franchetta venne
torturata una prima
volta per una notte
durante la quale
confessò alcune accuse,
ma successivamente si
chiuse nel silenzio.
Grazie all'intervento
del suo avvocato e alla
parola del fratello
Quilico, pronto a
sborsare una somma di
mille scudi come
cauzione, le furono
concessi gli arresti
domiciliari. Lo Scribani
non era sicuro
dell'innocenza della
donna, ma accettò il
compromesso. Senonché
Franchetta tentò la
fuga da Triora,
costringendo il fratello
a versare la somma e
facendo rischiare il
carcere a un tale di
nome Buzzacarino che
aveva garantito per lei.
Franchetta decise allora
di tornare a Triora per
affrontare il proprio
destino. La sua dolorosa
odissea nelle mani dello
Scribani ebbe inizio;
ore e ore di continui
tormenti durante cui la
presunta strega dirà
emblematicamente "Io
stringo i denti e poi
diranno che rido". In
ventuno ore e più di
supplizio Franchetta
alternò momenti di
sconforto e di silenzio
a pensieri innocenti,
rivolti al suo amato
borgo e ai suoi
familiari. Si offrì di
riparare le scarpe rotte
a un suo parente che la
assisteva e si
preoccupò del vento
freddo che soffiava
fuori dalla prigione,
nocivo alla maturazione
delle castagne.
L'epilogo della vicenda
di Franchetta diventa
oscuro per mancanza di
documenti certi. Un solo
dato fa sperare bene
sulla sua sorte. La
presunta strega morì il
2 gennaio 1595, diversi
anni dopo il processo.
Fu seppellita in terra
consacrata, nella chiesa
dei SS. Pietro e
Marziano, fuori dalle
mura, edificio che già
allora però iniziava ad
essere abbandonato in
favore della chiesa
della Collegiata.
Un processo sepolto
nella storia
Il processo di
Triora venne per la
prima volta riesumato
dallo storico Michele
Rosi nel suo libro "Le
streghe di Triora in
Liguria" pubblicato nel
1898 e successivamente
da Siro Attilio Nulli ne
"I processi alle
streghe" del 1939. I due
studiosi ebbero il
merito di analizzare gli
atti del processo
conservati all'Archivio
di Stato di Genova.
Si dovettero aspettare
alcuni anni per avere
nuovi saggi, più ampi e
approfonditi. Primo fra
tutti a riportare il
processo alla ribalta,
intuendone anche le
potenzialità
turistiche, fu Padre
Francesco Ferraironi,
parroco di Triora, e suo
insigne studioso. Nel
1955 pubblicò "Le
streghe e
l'inquisizione" e nel
1973, insieme alla
nipote Amabile, il
volume "Streghe o
maliarde". Costui, prima
del 1945, ebbe l'opportunità
di consultare l'archivio
comunale di Triora nel
quale si conservavano le
testimonianze del
processo. Nello stesso
anno l'archivio fu dato
alle fiamme dai nazisti
che fecero saltare parte
del paese durante la
loro ritirata.
Da segnalare l'influsso
che Triora, con le sue
vicende, ha esercitato
in campo letterario: ai
fatti del 1587 si
ispirarono gli scrittori
Remo Guerrini (La
strega) e Minnie Alzona
(La strega).
Negli ultimi anni
diversi saggi hanno
scandito le ricerche sul
processo: da ricordare
quelli di Gian Maria
Panizza, Sandro Oddo,
Stefano Moriggi. A
breve, nel cuore di
Triora, in quello che fu
Palazzo Stella, aprirà
i battenti il Centro
Studi Internazionale
sulla Stregoneria. Dal
1988 il borgo ligure
ospita ogni quattro anni
il Convegno Nazionale
sulla Stregoneria.
Curiosità e
misteri
Il nome Triora
deriverebbe dal latino "tria
ora", cioè "tre
bocche", esattamente
come le tre bocche di
cerbero, il cane
infernale posto a
guardia degli inferi e
raffigurato sullo stemma
comunale di Triora.
Secondo la tradizione la
chiesa della Collegiata
sorgerebbe su un
precedente "fanum"
pagano.
Nei pressi di Triora, al
passo della Mezzaluna,
si erge un antichissimo
"menhir", testimonianza
di precedenti culti
pagani.
Nella chiesa romanica di
S. Bernardino è
visibile un affresco di
Giovanni Canavesio
raffigurante un Giudizio
Universale con tanto di
streghe ed eretici fatti
a pezzi e bambini, morti
senza ricevere il
battesimo, posti sotto
le gigantesche ali da
pipistrello di un
demone.
_______________________________
Bibliografia:
F. Ferraironi, "Le
streghe e
l'inquisizione", 1955
S.Oddo, "Bagiué. Le
streghe di Triora.
Fantasia e realtà", Pro
Triora editore, 1994
C.Coppo, G.M.Panizza "La
pace impossibile.
Indagini ed ipotesi per
una ricerca sulle accuse
di stregoneria a Triora", 1990
S.Morigg, "Le tre bocche
di Cerbero", 2004
I.E. Ferrario, "Triora,
Anno Domini 1587. Storia
della stregoneria nel
Ponente Ligure",
2005