IL CONCLAVE ELEGGE UN PROFONDO REAZIONARIO A CAPO DELLA
CHIESA CON IL FINE DI CANCELLARE IL CONCILIO VATICANO II
Di seguito riporto l'ultimo intervento di Ratzinger da
cardinale: è una piattaforma politica chiusa ed ottusa che allontana la Chiesa
da chi pensava si potesse ancora contare minimamente su di essa. Su tale
piattaforma il cardinale Ratzinger, già a capo di quella Congregazione per la
dottrina della fede che era il ponte di comando dell'inquisizione, è stato eletto Papa.
Documenti
“L’Europa nella crisi delle culture”
Nel ricevere a
Subiaco il “Premio San Benedetto”
http://www.ildialogo.org/Ratzinger/#
di Joseph Ratzinger
SUBIACO, mercoledì, 27 aprile 2005 (ZENIT.org).-
Riportiamo di seguito il testo integrale della conferenza tenuta venerdì
1° aprile scorso a Subiaco, presso il Monastero di Santa Scolastica,
dal cardinale Joseph Ratzinger in occasione della consegna del
"Premio San Benedetto per la promozione della vita e della famiglia
in Europa", conferitogli dalla Fondazione Sublacense Vita e
Famiglia.
Nella motivazione del Premio si legge: “La capacità di discernimento
e la vastissima preparazione teologica e culturale, rendono il Card. J.
Ratzinger una tra le voci più autorevoli e più ascoltate della cultura
contemporanea. Nella sua opera la Giuria ha riconosciuto la via maestra
per un rinnovato umanesimo europeo e per questo è onorata di assegnare
a Sua Eminenza il Premio S. Benedetto edizione 2005”.
* * *
L’EUROPA NELLA CRISI DELLE CULTURE
di Joseph Ratzinger
Viviamo un momento di grandi pericoli e di grandi opportunità per
l’uomo e per il mondo, un momento che è anche di grande responsabilità
per tutti noi. Durante il secolo passato le possibilità dell’uomo e
il suo dominio sulla materia sono cresciuti in misura davvero
impensabile. Ma il suo poter disporre del mondo ha anche fatto sì che
il suo potere di distruzione abbia raggiunto delle dimensioni che, a
volte, ci fanno inorridire.
A tale proposito viene spontaneo pensare alla minaccia del terrorismo,
questa nuova guerra senza confini e senza fronti. Il timore che esso
possa presto impossessarsi delle armi nucleari e biologiche non è
infondato e ha fatto sì che, all’interno degli Stati di diritto, si
sia dovuti ricorrere a sistemi di sicurezza simili a quelli che prima
esistevano soltanto nelle dittature; ma rimane comunque la sensazione
che tutte queste precauzioni in realtà non possano mai bastare, non
essendo possibile né desiderabile un controllo globale.
Meno visibili, ma non per questo meno inquietanti, sono le possibilità
di automanipolazione che l’uomo ha acquisito. Egli ha scandagliato i
recessi dell’essere, ha decifrato le componenti dell’essere umano, e
ora è in grado, per così dire, di “costruire” da sé l’uomo, che
così non viene più al mondo come dono del Creatore, ma come prodotto
del nostro agire, prodotto che, pertanto, può anche essere selezionato
secondo le esigenze da noi stessi fissate.
Così, su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere
immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e la sua
inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è
più altro che immagine dell’uomo – di quale uomo? A questo si
aggiungono i grandi problemi planetari: la disuguaglianza nella
ripartizione dei beni della terra, la crescente povertà, anzi
l’impoverimento, lo sfruttamento della terra e delle sue risorse, la
fame, le malattie che minacciano tutto il mondo, lo scontro delle
culture.
Tutto ciò mostra che al crescere delle nostre possibilità non
corrisponde un uguale sviluppo della nostra energia morale. La forza
morale non è cresciuta assieme allo sviluppo della scienza, anzi,
piuttosto è diminuita, perché la mentalità tecnica confina la morale
nell’ambito soggettivo, mentre noi abbiamo bisogno proprio di una
morale pubblica, una morale che sappia rispondere alle minacce che
gravano sull’esistenza di tutti noi. Il vero, più grave pericolo di
questo momento sta proprio in questo squilibrio tra possibilità
tecniche ed energia morale.
La sicurezza, di cui abbiamo bisogno come presupposto della nostra
libertà e della nostra dignità, non può venire in ultima analisi da
sistemi tecnici di controllo, ma può, appunto, scaturire soltanto dalla
forza morale dell’uomo: laddove essa manca o non è sufficiente, il
potere che l’uomo ha si trasformerà sempre di più in un potere di
distruzione.
È vero che oggi esiste un nuovo moralismo le cui parole-chiave sono
giustizia, pace, conservazione del creato, parole che richiamano dei
valori morali essenziali di cui abbiamo davvero bisogno. Ma questo
moralismo rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella
sfera politico-partitica. Esso è anzitutto una pretesa rivolta agli
altri, e troppo poco un dovere personale della nostra vita quotidiana.
Infatti, cosa significa giustizia? Chi lo definisce? Che cosa serve alla
pace? Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade
e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso un
anarchismo distruttivo e verso il terrorismo. Il moralismo politico
degli anni Settanta, le cui radici non sono affatto morte, fu un
moralismo che riuscì ad affascinare anche dei giovani pieni di ideali.
Ma era un moralismo con indirizzo sbagliato in quanto privo di serena
razionalità, e perché, in ultima analisi, metteva l’utopia politica
al di sopra della dignità del singolo uomo, mostrando persino di poter
arrivare, in nome di grandi obbiettivi, a disprezzare l’uomo.
Il moralismo politico, come l’abbiamo vissuto e come lo viviamo
ancora, non solo non apre la strada a una rigenerazione, ma la blocca.
Lo stesso vale, di conseguenza, anche per un cristianesimo e per una
teologia che riducono il nocciolo del messaggio di Gesù, il “Regno di
Dio”, ai “valori del Regno”, identificando questi valori con le
grandi parole d’ordine del moralismo politico, e proclamandole, nello
stesso tempo, come sintesi delle religioni. Dimenticandosi però, così,
di Dio, nonostante sia proprio Lui il soggetto e la causa del Regno di
Dio. Al suo posto rimangono grandi parole (e valori) che si prestano a
qualsiasi tipo di abuso.
Questo breve sguardo sulla situazione del mondo ci porta a riflettere
sull’odierna situazione del cristianesimo, e perciò anche sulle basi
dell’Europa; quell’Europa che un tempo, possiamo dire, è stata il
continente cristiano, ma che è stata anche il punto di partenza di
quella nuova razionalità scientifica che ci ha regalato grandi
possibilità e altrettanto grandi minacce. Il cristianesimo non è certo
partito dall’Europa, e dunque non può essere neanche classificato
come una religione europea, la religione dell’ambito culturale
europeo. Ma proprio in Europa ha ricevuto la sua impronta culturale e
intellettuale storicamente più efficace e resta pertanto intrecciato in
modo speciale all’Europa.
D’altra parte è anche vero che quest’Europa, sin dai tempi del
Rinascimento, e in forma compiuta dai tempi dell’illuminismo, ha
sviluppato proprio quella razionalità scientifica che non solo
nell’epoca delle scoperte portò all’unità geografica del mondo,
all’incontro dei continenti e delle culture, ma che adesso, molto più
profondamente, grazie alla cultura tecnica resa possibile dalla scienza,
impronta di sé veramente tutto il mondo, anzi, in un certo senso lo
uniforma. E sulla scia di questa forma di razionalità, l’Europa ha
sviluppato una cultura che, in un modo sconosciuto prima d’ora
all’umanità, esclude Dio dalla coscienza pubblica, sia che venga
negato del tutto, sia che la sua esistenza venga giudicata non
dimostrabile, incerta, e dunque appartenente all’ambito delle scelte
soggettive, un qualcosa comunque irrilevante per la vita pubblica.
Questa razionalità puramente funzionale, per così dire, ha comportato
uno sconvolgimento della coscienza morale altrettanto nuovo per le
culture finora esistite, poiché sostiene che razionale è soltanto ciò
che si può provare con degli esperimenti. Siccome la morale appartiene
ad una sfera del tutto diversa, essa, come categoria a sé, sparisce e
deve essere rintracciata in altro modo, in quanto bisogna ammettere che
comunque la morale, in qualche modo, ci vuole. In un mondo basato sul
calcolo, è il calcolo delle conseguenze che determina cosa bisogna
considerare morale oppure no. E così la categoria di bene, come era
stata evidenziata chiaramente da Kant, sparisce. Niente in sé è bene o
male, tutto dipende dalle conseguenze che un’azione lascia prevedere.
Se il cristianesimo, da una parte, ha trovato la sua forma più efficace
in Europa, bisogna d’altra parte anche dire che in Europa si è
sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più
radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e
morali dell’umanità. Da qui si capisce che l’Europa sta
sperimentando una vera e propria “prova di trazione”; da qui si
capisce anche la radicalità delle tensioni alle quali il nostro
continente deve far fronte. Ma qui emerge anche e soprattutto la
responsabilità che noi europei dobbiamo assumerci in questo momento
storico: nel dibattito intorno alla definizione dell’Europa, intorno
alla sua nuova forma politica, non si gioca una qualche nostalgica
battaglia “di retroguardia” della storia, ma piuttosto una grande
responsabilità per l’umanità di oggi.
Diamo uno sguardo più accurato a questa contrapposizione tra le due
culture che hanno contrassegnato l’Europa. Nel dibattito sul preambolo
della Costituzione europea, tale contrapposizione si è evidenziata in
due punti controversi: la questione del riferimento a Dio nella
Costituzione e quella della menzione delle radici cristiane
dell’Europa. Visto che nell’articolo 52 della Costituzione sono
garantiti i diritti istituzionali delle Chiese, possiamo stare
tranquilli, si dice. Ma ciò significa che esse, nella vita
dell’Europa, trovano posto nell’ambito del compromesso politico,
mentre, nell’ambito delle basi dell’Europa, l’impronta del loro
contenuto non trova alcuno spazio. Le ragioni che si danno nel dibattito
pubblico per questo netto “no” sono superficiali, ed è evidente che
più che indicare la vera motivazione, la coprono. L’affermazione che
la menzione delle radici cristiane dell’Europa ferisce i sentimenti
dei molti non-cristiani che ci sono in Europa, è poco convincente,
visto che si tratta prima di tutto di un fatto storico che nessuno può
seriamente negare.
Naturalmente questo cenno storico contiene anche un riferimento al
presente, dal momento che, con la menzione delle radici, si indicano le
fonti residue di orientamento morale, e cioè un fattore d’identità
di questa formazione che è l’Europa. Chi verrebbe offeso? L’identità
di chi viene minacciata? I musulmani, che a tale riguardo spesso e
volentieri vengono tirati in ballo, non si sentono minacciati dalle
nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una cultura
secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini
ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane
dell’Europa, in quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai:
portano l’impronta della voce che si fece sentire sul monte di Dio e
ci uniscono nei grandi orientamenti fondamentali che il decalogo ha
donato all’umanità. Lo stesso vale per il riferimento a Dio: non è
la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma
piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente
senza Dio.
Le motivazioni per questo duplice “no” sono più profonde di quel
che lasciano pensare le motivazioni avanzate. Presuppongono l’idea che
soltanto la cultura illuminista radicale, la quale ha raggiunto il suo
pieno sviluppo nel nostro tempo, potrebbe essere costitutiva per
l’identità europea. Accanto ad essa possono dunque coesistere
differenti culture religiose con i loro rispettivi diritti, a condizione
che e nella misura in cui rispettino i criteri della cultura illuminista
e si subordinino ad essa.
Questa cultura illuminista sostanzialmente è definita dai diritti di
libertà; essa parte dalla libertà come un valore fondamentale che
misura tutto: la libertà della scelta religiosa, che include la
neutralità religiosa dello Stato; la libertà di esprimere la propria
opinione, a condizione che non metta in dubbio proprio questo canone;
l’ordinamento democratico dello Stato, e cioè il controllo
parlamentare sugli organismi statali; la libera formazione di partiti;
l’indipendenza della magistratura; e infine la tutela dei diritti
dell’uomo ed il divieto di discriminazioni. Qui il canone è ancora in
via di formazione, visto che ci sono anche diritti dell’uomo
contrastanti, come per esempio nel caso del contrasto tra la voglia di
libertà della donna e il diritto alla vita del nascituro.
Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il
divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una
limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben
presto non si potrà più affermare che l’omosessualità, come insegna
la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello
strutturarsi dell’esistenza umana. Ed il fatto che la Chiesa è
convinta di non avere il diritto di dare l’ordinazione sacerdotale
alle donne viene considerato, da alcuni, fin d’ora inconciliabile con
lo spirito della Costituzione europea.
È evidente che questo canone della cultura illuminista, tutt’altro
che definitivo, contiene valori importanti dei quali noi, proprio come
cristiani, non vogliamo e non possiamo fare a meno; ma è altrettanto
evidente che la concezione mal definita o non definita affatto di libertà,
che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta
contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso
che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una
generazione fa non riuscivamo neanche ad immaginarci. Una confusa
ideologia della libertà conduce ad un dogmatismo che si sta rivelando
sempre più ostile verso la libertà.
Dovremo senz’altro tornare ancora sulla questione delle contraddizioni
interne alla forma attuale della cultura illuminista. Ma prima dobbiamo
finire di descriverla. Fa parte della sua natura, in quanto cultura di
una ragione che ha finalmente completa coscienza di se stessa, vantare
una pretesa universale e concepirsi come compiuta in se stessa, non
bisognosa di alcun completamento attraverso altri fattori culturali.
Entrambe queste caratteristiche si vedono chiaramente quando si pone la
questione su chi possa diventare membro della Comunità europea, e
soprattutto nel dibattito circa l’ingresso della Turchia in questa
Comunità. Si tratta di uno Stato, o forse meglio, di un ambito
culturale, che non ha radici cristiane, ma che è stato influenzato
dalla cultura islamica. Ataturk ha poi cercato di trasformare la Turchia
in uno Stato laicista, tentando di impiantare il laicismo maturato nel
mondo cristiano dell’Europa su un terreno musulmano.
Ci si può chiedere se ciò sia possibile: secondo la tesi della cultura
illuminista e laicista dell’Europa, soltanto le norme e i contenuti
della stessa cultura illuminista potranno determinare l’identità
dell’Europa e, di conseguenza, ogni Stato che fa suoi questi criteri,
potrà appartenere all’Europa. Non importa, alla fine, su quale
intreccio di radici questa cultura della libertà e della democrazia
viene impiantata. È proprio per questo, si afferma, che le radici non
possono entrare nella definizione dei fondamenti dell’Europa,
trattandosi di radici morte che non fanno parte dell’identità
attuale. Di conseguenza, questa nuova identità, determinata
esclusivamente dalla cultura illuminista, comporta anche che Dio non
c’entri niente con la vita pubblica e con le basi dello Stato.
Così tutto diventa logico, e anche plausibile in qualche modo. Infatti,
che cosa potremmo augurarci di più bello se non che dappertutto vengano
rispettati la democrazia e i diritti umani? Ma qui si impone comunque la
domanda se questa cultura illuminista laicista sia davvero la cultura,
scoperta come finalmente universale, di una ragione comune a tutti gli
uomini; cultura che dovrebbe avere accesso dappertutto, seppure su di un
humus storicamente e culturalmente differenziato. E ci si chiede anche
se è davvero compiuta in sé stessa, tanto da non avere bisogno di
alcuna radice al di fuori di sé.
Significato e limiti della attuale cultura razionalista
Dobbiamo ora affrontare queste ultime due domande. Alla prima, e cioè
alla domanda se si sia raggiunta la filosofia universalmente valida e
finalmente diventata del tutto scientifica, nella quale si esprimerebbe
la ragione comune a tutti gli uomini, bisogna rispondere che
indubbiamente si è arrivati a delle acquisizioni importanti che possono
pretendere una validità generale: l’acquisizione che la religione non
può essere imposta dallo Stato, ma che può essere accolta soltanto
nella libertà; il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo uguali
per tutti; la separazione dei poteri e il controllo del potere.
Non si può pensare, comunque, che questi valori fondamentali,
riconosciuti da noi come generalmente validi, possano essere realizzati
nello stesso modo in ogni contesto storico. Non in tutte le società ci
sono i presupposti sociologici per una democrazia basata su partiti,
come si dà in Occidente; così, la completa neutralità religiosa dello
Stato, nella maggior parte dei contesti storici, è da considerarsi
un’illusione.
E con ciò veniamo ai problemi sollevati dalla seconda domanda. Ma
chiariamo prima la questione se le moderne filosofie illuministe,
complessivamente considerate, si possano ritenere l’ultima parola
della ragione comune a tutti gli uomini. Queste filosofie sono
caratterizzate dal fatto che sono positivistiche, e perciò
antimetafisiche, tanto che, alla fine, Dio non può avere in esse alcun
posto. Esse sono basate su una autolimitazione della ragione positiva,
che è adeguata nell’ambito tecnico, ma che, laddove viene
generalizzata, comporta invece una mutilazione dell’uomo. Ne consegue
che l’uomo non ammette più alcuna istanza morale al di fuori dei suoi
calcoli e, come abbiamo visto, anche che il concetto di libertà, che a
tutta prima potrebbe sembrare espandersi in modo illimitato, alla fine
porta all’autodistruzione della libertà.
È vero che le filosofie positivistiche contengono importanti elementi
di verità. Questi sono però basati su un’autolimitazione della
ragione tipica di una determinata situazione culturale – quella
dell’Occidente moderno –, non potendo di certo essere come tali
l’ultima parola della ragione. Nonostante sembrino totalmente
razionali, non sono la voce della ragione stessa, ma sono anch’esse
vincolate culturalmente, vincolate cioè alla situazione
dell’Occidente di oggi. Perciò non sono affatto quella filosofia che
un giorno dovrebbe essere valida in tutto il mondo. Ma soprattutto
bisogna dire che questa filosofia illuminista e la sua rispettiva
cultura sono incomplete. Essa taglia coscientemente le proprie radici
storiche privandosi delle forze sorgive dalle quali essa stessa è
scaturita, quella memoria fondamentale dell’umanità, per così dire,
senza la quale la ragione perde l’orientamento.
Infatti adesso vale il principio che la capacità dell’uomo sia la
misura del suo agire. Ciò che si sa fare, si può anche fare. Un saper
fare separato dal poter fare non esiste più, perché sarebbe contro la
libertà, che è il valore supremo in assoluto. Ma l’uomo sa fare
tanto, e sa fare sempre di più; e se questo saper fare non trova la sua
misura in una norma morale, diventa, come possiamo già vedere, potere
di distruzione. L’uomo sa clonare uomini, e perciò lo fa. L’uomo sa
usare uomini come “magazzino” di organi per altri uomini, e perciò
lo fa; lo fa perché sembrerebbe essere questa una esigenza della sua
libertà. L’uomo sa costruire bombe atomiche, e perciò le fa,
essendo, in linea di principio, anche disposto ad usarle. Anche il
terrorismo, alla fine, si basa su questa modalità di
“auto-autorizzazione” dell’uomo, e non sugli insegnamenti del
Corano.
Il radicale distacco della filosofia illuminista dalle sue radici
diventa, in ultima analisi, un fare a meno dell’uomo. L’uomo, in
fondo, non ha alcuna libertà, ci dicono i portavoce delle scienze
naturali, in totale contraddizione col punto di partenza di tutta la
questione. Egli non deve credere di essere qualcos’altro rispetto a
tutti gli altri esseri viventi, e perciò dovrebbe anche essere trattato
come loro, ci dicono persino i portavoce più avanzati di una filosofia
nettamente separata dalle radici della memoria storica dell’umanità.
Ci eravamo posti due domande: se la filosofia razionalista (positivistica)
sia strettamente razionale, e di conseguenza universalmente valida, e se
sia completa. Basta a se stessa? Può, o addirittura deve, relegare le
sue radici storiche nell’ambito del puro passato, e quindi
nell’ambito di ciò che può essere valido soltanto soggettivamente?
Dobbiamo rispondere a tutte due le domande con un netto “no”. Questa
filosofia non esprime la compiuta ragione dell’uomo, ma soltanto una
parte di essa, e per via di questa mutilazione della ragione non la si
può considerare affatto razionale. Per questo è anche incompleta, e può
guarire soltanto ristabilendo di nuovo il contatto con le sue radici. Un
albero senza radici si secca…
Affermando questo non si nega tutto ciò che questa filosofia dice di
positivo e importante, ma si afferma piuttosto il suo bisogno di
compiutezza, la sua profonda incompiutezza. E così ci troviamo di nuovo
a parlare dei due punti controversi del preambolo della Costituzione
europea. L’accantonamento delle radici cristiane non si rivela
espressione di una superiore tolleranza che rispetta tutte le culture
allo stesso modo, non volendo privilegiarne alcuna, bensì come l’assolutizzazione
di un pensare e di un vivere che si contrappongono radicalmente, fra
l’altro, alle altre culture storiche dell’umanità.
La vera contrapposizione che caratterizza il mondo di oggi non è quella
tra diverse culture religiose, ma quella tra la radicale emancipazione
dell’uomo da Dio, dalle radici della vita, da una parte, e le grandi
culture religiose dall’altra. Se si arriverà ad uno scontro delle
culture, non sarà per lo scontro delle grandi religioni – da sempre
in lotta le une contro le altre ma che, alla fine, hanno anche sempre
saputo vivere le une con le altre –, ma sarà per lo scontro tra
questa radicale emancipazione dell’uomo e le grandi culture storiche.
Così, anche il rifiuto del riferimento a Dio, non è espressione di una
tolleranza che vuole proteggere le religioni non teistiche e la dignità
degli atei e degli agnostici, ma piuttosto espressione di una coscienza
che vorrebbe vedere Dio cancellato definitivamente dalla vita pubblica
dell’umanità e accantonato nell’ambito soggettivo di residue
culture del passato. Il relativismo, che costituisce il punto di
partenza di tutto questo, diventa così un dogmatismo che si crede in
possesso della definitiva conoscenza della ragione, ed in diritto di
considerare tutto il resto soltanto come uno stadio dell’umanità in
fondo superato e che può essere adeguatamente relativizzato. In realtà
ciò significa che abbiamo bisogno di radici per sopravvivere e che non
dobbiamo perdere Dio di vista, se vogliamo che la dignità umana non
sparisca.
Il significato permanente della fede cristiana
Questo è un semplice rifiuto dell’illuminismo e della modernità?
Assolutamente no. Il cristianesimo, fin dal principio, ha compreso se
stesso come la religione del logos, come la religione secondo ragione.
Non ha individuato i suoi precursori in primo luogo nelle altre
religioni, ma in quell’illuminismo filosofico che ha sgombrato la
strada dalle tradizioni per volgersi alla ricerca della verità e verso
il bene, verso l’unico Dio che sta al di sopra di tutti gli dèi.
In quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al
di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di
considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale,
postulando così la libertà della fede. Ha sempre definito gli uomini,
tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio,
proclamandone in termini di principio, seppure nei limiti
imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità.
In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a
caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana.
Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato
tradizione e religione di Stato. Nonostante la filosofia, in quanto
ricerca di razionalità - anche della nostra fede - sia sempre stata
appannaggio del cristianesimo, la voce della ragione era stata troppo
addomesticata.
É stato ed è merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori
originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria
voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo, ha nuovamente evidenziato questa profonda corrispondenza
tra cristianesimo ed illuminismo, cercando di arrivare ad una vera
conciliazione tra Chiesa e modernità, che è il grande patrimonio da
tutelare da entrambe le parti.
Con tutto ciò, bisogna che tutte e due le parti riflettano su se stesse
e siano pronte a correggersi. Il cristianesimo deve ricordarsi sempre
che è la religione del logos. Esso è fede nel Creator spiritus, nello
Spirito creatore, dal quale proviene tutto il reale. Proprio questa
dovrebbe essere oggi la sua forza filosofica, in quanto il problema è
se il mondo provenga dall’irrazionale, e la ragione non sia dunque
altro che un “sottoprodotto”, magari pure dannoso, del suo sviluppo,
o se il mondo provenga dalla ragione, ed essa sia di conseguenza il suo
criterio e la sua meta.
La fede cristiana propende per questa seconda tesi, avendo così, dal
punto di vista puramente filosofico, davvero delle buone carte da
giocare, nonostante sia la prima tesi ad essere considerata oggi da
tanti la sola “razionale” e moderna. Ma una ragione scaturita
dall’irrazionale, e che è, alla fin fine, essa stessa irrazionale,
non costituisce una soluzione ai nostri problemi. Soltanto la ragione
creatrice, e che nel Dio crocifisso si è manifestata come amore, può
veramente mostrarci la via. Nel dialogo, così necessario, tra laici e
cattolici, noi cristiani dobbiamo stare molto attenti a restare fedeli a
questa linea di fondo: a vivere una fede che proviene dal logos, dalla
ragione creatrice, e che è perciò anche aperta a tutto ciò che è
veramente razionale.
Ma a questo punto vorrei, nella mia qualità di credente, fare una
proposta ai laici. Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di
intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse
sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso che Dio
non esistesse. Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi
incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori
essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro
un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e
incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero
assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi
dell’umanità. A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi
convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano
e sembravano innegabili. Ma non è più così.
La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere
incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita. Neppure lo
sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la
necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere
conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo
aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati
della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era
possibile alcun agire morale.
La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare di nuovo che
egli possa aver ragione? Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo,
portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a
meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso
l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo, allora, capovolgere
l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la
via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e
indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci
fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non
credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici
che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma
tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno
urgentemente bisogno.
Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia
sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio
credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che
parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di
Dio e ha aperto la porta all’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini
che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità.
Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di
Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa
parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il
cuore degli altri.
Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno
presso gli uomini. Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia il
quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella
solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che
dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a
Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le
forze dalle quali si formò un mondo nuovo.
Così Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli. Le
raccomandazioni ai suoi monaci poste alla fine della sua regola, sono
indicazioni che mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori
dalle crisi e dalle macerie. “Come c’è uno zelo amaro che allontana
da Dio e conduce all’inferno, così c’è uno zelo buono che
allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. È a questo zelo
che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore: si prevengano
l’un l’altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza a
vicenda le loro infermità fisiche e morali… Si vogliano bene l’un
l’altro con affetto fraterno… Temano Dio nell’amore… Nulla
assolutamente antepongano a Cristo il quale ci potrà condurre tutti
alla vita eterna” (capitolo 72).
Venerdì, 06 maggio 2005
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