FISICA/MENTE

 

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Poteri di mafia, relativismi di chiesa

di Adista


Quale relativismo etico più devastante di quello che ‘benedice' indifferentemente vittime e carnefici? Quale difesa della vita più disattesa di quella incapace di stare a fianco della vita calpestata? Quale futuro di Paese, quale futuro di Chiesa senza la linfa vitale del senso della giustizia?  Per riflettere su simili questioni, Adista ha scelto di andare a Palermo. A Palermo: capitale d'Italia, perché qui si è consumato e si consuma il rovescio della storia del potere nazionale. Perché a Palermo c'è stato il coraggio del ‘processo al potere', per saper scegliere tra oppressi e oppressorii.
Uno dei protagonisti della storia di quella Procura è Roberto Scarpinato, uno dei tre Pubblici Ministeri del processo Andreotti e ora Procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo.

A lui Adista si è rivolta per ragionare sul potere e i suoi patti, nonché sul ruolo della Chiesa circa tali patti. E la sua indicazione di rotta è chiara: costruire democrazia è "tornare ad innamorarsi del destino degli altri".
Di seguito l'intervista al Procuratore aggiunto Roberto Scarpinato. (maria rita rendeù)

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ADISTA: Procuratore Scarpinato, giustizia e avvento del regno dei cieli trovano nell'annuncio evangelico reciproca implicazione: l'uno senza l'altra è contraddizione in termini. Ciò sembrerebbe implicare che il cattolicesimo italiano, quanto meno nella percezione pubblica che di esso si ha ovvero nelle linee pubbliche della sua leadership, dovrebbe identificarsi come uno dei principali protagonisti di una azione nitida contro la deriva sempre più evidente dello Stato di Diritto, piagato e piegato dalla perdita della sovranità democratica a vantaggio di sovranità altre, come quelle della mafia o della ‘legge' ridotta ad arbitrio, ad et contra personam. Ma al momento questa forza e nettezza d'azione ci sfugge. Qual è la sua riflessione al riguardo?

 
SCARPINATO: Uno dei problemi che più mi ha occupato, coinvolto, e intrigato in questi lunghi anni di frequentazione degli assassini e dei loro complici è stato il problema del rapporto con Dio e l'atteggiamento della Chiesa cattolica. Ho cercato di dare una risposta a una domanda, che non potevo fare a meno di pormi. E cioè: com'è possibile che vittime e carnefici siedano nello stesso banco della chiesa e preghino lo stesso Dio? Perché quello che mi ha colpito nella mia frequentazione dei mafiosi è l'avere constatato che si tratta in moltissimi casi di cattolici credenti e praticanti, e non c'è simulazione. Gli esempi sono noti: da Nitto Santapaola che si era fatto perfino la cappella nel luogo di latitanza a Piero Aglieri che faceva venire un frate per celebrare messa a tanti altri casi. Come è compatibile il fatto che questi uomini uccidono, sono mafiosi eppure sono in pace con se stessi e con Dio? La conclusione a cui sono arrivato è che in realtà non pregano lo stesso Dio, pregano un Dio diverso. Pregano un Dio diverso perché nella cultura cattolica il rapporto tra il singolo e Dio è gestito da un mediatore culturale: ciascuna articolazione sociale esprime dal suo interno un mediatore. E così abbiamo i sacerdoti della mafia e i sacerdoti dell'antimafia. Abbiamo un padre Puglisi che viene assassinato perché cerca di strappare i ragazzi del suo quartiere a un destino di mafia e abbiamo altri sacerdoti i quali non sono immuni dalla contaminazione della cultura mafiosa e paramafiosa.
Il mafioso ha un rapporto con Dio che non è conflittuale perché il mediatore con Dio che lui stesso sceglie è espressione della sua stessa cultura. Vi sono delle chiese che sono piene la domenica del popolo di mafia, dove ci sono dei sacerdoti che mediano il rapporto con Dio in modo da eliminare qualsiasi attrito e qualsiasi frizione. Per cui la morale resta imperniata su quella sessuale e sul dovere di obbedienza. Questo del resto è un fenomeno universale: anche il dittatore cileno Pinochet, per esempio, crede in Dio e si sente in pace con se stesso e con Dio perché ha un rapporto con Dio mediato da vescovi che la pensano come lui. In Cile, così come in altri Paesi dell'America Latina che hanno subito delle feroci e sanguinose dittature, ci sono i prelati che la pensano come i dittatori ed altri che stanno dalla parte delle vittime che sono state trucidate.
E qui arriviamo all'atteggiamento dei vertici della Chiesa cattolica. Jean Paul Sartre ha scritto che l'etica consiste nello scegliere ("Noi siamo le nostre scelte"). Da questa prospettiva laica si potrebbe forse dire che la Chiesa cattolica ha avuto un atteggiamento antietico perché nel corso della sua storia la sua scelta è stata troppo spesso quella di non scegliere, consentendo così a ciascuno di avere il proprio Dio. E quindi c'è il Dio dell'aristocrazia, il Dio dell'alta borghesia, della media borghesia, della piccola borghesia, il Dio dei dittatori, il Dio delle vittime, il Dio dei mafiosi e il Dio degli antimafiosi. A ciascuno il suo. A ciascuno il suo Dio, con un vertice cattolico che in qualche modo non sceglie quasi mai, e in questo suo non scegliere alimenta una sorta di politeismo segreto e moderno, che consente al Dio degli assassini di convivere con il Dio delle vittime.

ADISTA: Eppure in altre stagioni ecclesiali si tentò la formazione alla responsabilità della scelta. In particolare la cosiddetta scelta religiosa in qualche modo tentò di emancipare la Chiesa italiana dall'indistinta e coatta unità politica dei cattolici: una scelta di laicità che si sostanziava di questioni politiche e culturali perché, per esempio, significava fra l'altro contestare quella tacita situazione per cui qualsiasi consenso elettorale era accettato in nome dell'anticomunismo. Di fatto però quell'unità politica confessionale fu travolta solo più tardi dagli eventi nazionali ed internazionali, perché una scelta diversa rimase minoritaria nell'humus cattolico: il massimo fu teorizzare la autonomia della scelta, ma lo scatto morale nell'attuarla rimase impastoiato in quelle mille prudenze che prepararono il terreno alla normalizzazione inevitabile…


SCARPINATO: Mah, io direi che il nodo fondamentale resta il rapporto della Chiesa col potere.
È lì il punto. È dai tempi dell'imperatore Costantino che c'è questo patto col potere. E come diceva Fabrizio De André non ci sono poteri buoni.
Lo spazio tra Dio e l'uomo è stato spesso sequestrato dal potere, nel corso della storia. Ed è uno spazio di cui è difficile riappropriarsi. Questo potere può essere normalizzatore, può essere repressivo, può essere un potere di una astuzia millenaria che consente a ciascuno di avere il suo Dio: una forma di relativismo etico all'interno della Chiesa cattolica che può consentire di convivere con il delitto, con la violenza, con la mafia.
In una intercettazione abbiamo captato una conversazione di una moglie di un capomafia; a questa donna un altro mafioso comunicava che tizio, pure appartenente a Cosa Nostra, era entrato in una profonda crisi e che forse c'era il pericolo che iniziasse a collaborare. E la moglie del mafioso commentò: lui se si deve pentire si deve pentire dinanzi a Dio e non dinanzi agli uomini.
Cioè, sostanzialmente: lui si deve affidare al mediatore culturale, che evita l'assunzione di responsabilità nei confronti degli altri. Ed è questo il nodo fondamentale. Quando vedo a Palermo vivere e operare sacerdoti e frati che sono contaminati dalla cultura paramafiosa, sacerdoti e frati dell'antimafia e quelli della cosiddetta "palude", e non c'è una scelta netta da parte di chi sta in alto, resto molto perplesso. Perché questa diventa una scelta politica: una scelta di perpetuazione di una Chiesa-potere, che per perpetuarsi non sceglie, e raccoglie consenso da tutti. Mi pare che non si possa da una parte agitare l'icona di Padre Puglisi, come simbolo di tutta la Chiesa, e dall'altro non operare nella quotidianità delle scelte che mettano dinanzi alle loro contraddizioni i preti culturalmente vicini al sentire mafioso.
Questo riguarda anche tutti i cattolici credenti, perché qui nessuno si è mai sentito in colpa, nessuno: né la borghesia mafiosa, né i mafiosi. Ma se non esiste il senso di colpa, e non esiste perché non c'è mai stata contraddizione, allora direi che c'è qualcosa che non ha funzionato e continua a non funzionare nell'ambito della Chiesa cattolica.

ADISTA: Di solito invece l'obiezione che viene rivolta ad Adista da molti cattolici, preti e no, che non ne vogliono sentir parlare di criticare le gerarchie, è proprio quella di voler continuare una lotta sociale più importante della contestazione ‘interna'. Pare di capire che lei invece ritenga che la critica intraecclesiale sarebbe essenziale proprio ai fini della lotta sociale contro certi poteri illeciti.


SCARPINATO: La mancanza di una critica intraecclesiale è qualche cosa che secondo me comporta un'ulteriore assunzione di responsabilità. C'è l'impegno sul territorio, ma questo impegno troppo spesso non si coniuga anche con una critica nei confronti delle gerarchie superiori, per dire: ma perché voi non scegliete? Questa obbedienza consente di perpetuare delle ambiguità all'interno della Chiesa. È una mancanza forte, perché questo è un Paese in cui chiunque critica la Chiesa cattolica viene subito accusato di anticlericalismo, e viene delegittimato con questa accusa. Se invece la critica militante venisse dall'interno della stessa Chiesa cattolica avremmo forse un risultato diverso.
Pensiamo alla politica dei santi: far santo o beato qual-cuno che non è stato estraneo alla cultura fascista e contemporaneamente qualcuno che, all'opposto, si è bat-tuto contro quella stessa cultura, mi pare sia un'ulteriore modo di fare politica attraverso la religione, di subordinare la religione al realismo politico.
A mio parere sino a quando all'interno del mondo del cattolicesimo non crescerà un forte fermento critico, continuerà il rischio di una deriva sotterranea della Chiesa cattolica che può farle perdere progressivamente terreno e che non può essere risolta con i media, cioè con i 5 minuti di Vaticano ogni giorno al telegiornale e con le grandi manifestazioni di massa.

ADISTA: Va anche detto che la Chiesa cattolica è considerata la principale, se non l'unica, agenzia di formazione etica, a fronte di una laicità svuotata di senso perché ridotta a stanca procedura. Pensiamo alla democrazia o alla giustizia intese come rispetto delle regole. Il problema è il senso, la memoria storica che determinate regole hanno dentro di sé. L'eguaglianza, la libertà non sono il bon ton borghese del politicamente corretto, sono frutto di storie di sangue, di lotte di liberazione che hanno intessuto insieme Stato di diritto e riscatto sociale, pagate a caro prezzo da tutti i ‘sanculotti', metaforicamente, del mondo. Se la laicità non ha più il coraggio e l'orgoglio delle proprie radici (radici anche evangeliche, non va dimenticato), se la sinistra non ha più il coraggio di testimoniare la forza, il pensiero forte che sono dietro a una procedura democratica, la Chiesa ha buon gioco nel presentarsi come la riserva etica che fa pensare alle ‘cose grandi', no?


SCARPINATO: Sono d'accordo. Mi viene in mente un testo di Henry Miller, l'autore del "Tropico del capricorno", che è la "Lettera aperta ai surrealisti". In questa lettera, Henry Miller scriveva: quando i simboli che connettono l'uomo all'universo perdono la loro capacità di significare la vita, tutti gli uomini diventano fratelli dalla cintola in giù. Cioè: quando le culture muoiono o si avviano al tramonto e quindi perdono la loro capacità di significare la vita, ritorna il dominio degli istinti. È un processo inverso a quello della sublimazione, è la desublimazione. Forse viviamo in una fase storica in cui alcune culture stanno esaurendo il loro ciclo vitale. Questo per un processo lunghissimo che probabilmente dura già da due secoli. Come diceva il poeta Hölderlin, gli dei che occupavano il cielo sono andati via e non sono arrivati i nuovi, nel frattempo c'è il vuoto. Se così fosse, la crisi della politica sarebbe la crisi delle culture. La cultura marxista, la cultura di sinistra, la cultura cattolica, la cultura liberale sono probabilmente culture che non fanno più i conti con la realtà e con l'evoluzione dei rapporti sociali, e che quindi cominciano a perdere la capacità di significare la vita.

ADISTA: E quindi inevitabilmente c'è l'approdo verso chi comunque almeno proclama questa vita?


SCARPINATO: Bisogna capire che c'è un bisogno di comunione, c'è un bisogno di padre, ci sono tanti bisogni che non trovano più risposta nella laicità e che quindi inevitabilmente confluiscono verso un determinato alveo, ma non è detto che quei bisogni ricevano una risposta che sazi.
C'è una ricerca di senso profondo, ma non mi pare ci siano i presupposti perché al posto delle vecchie culture che stanno morendo sorga una nuova cultura. La mia convinzione è che se il cattolicesimo non farà una profonda opera di rigenerazione probabilmente, lentamente, comincerà ad estinguersi. C'è la crisi delle vocazioni, l'indifferenza di un certo mondo giovanile, l'allontanamento di significative quote del mondo femminile: fatti che non si possono rimuovere, significano che probabilmente non si riesce più a riscaldare il cuore delle persone. E bisogna chiedersi perché.
Sciascia distingueva tra la letteratura di parole e la letteratura di fatti. Mi viene da dire: ci sono religioni di parole e religioni di fatti. A Palermo, fino a quando non vedremo una scelta di forte coerenza come l'hanno fatta altri (qui ci sono molte persone che si sono fatte ammazzare per una scelta di coerenza tra i propri principi e la propria vita), fino a quando la Chiesa cattolica non denuncerà in modo costante ed inequivocabile - e non solo a seguito di gravi emergenze delittuose - che certi comportamenti non sono compatibili col Vangelo, fino a quando le chiese si riempiranno di borghesia mafiosa che se ne ritorna a casa tranquilla, potremo dire che c'è qualcosa che continua a non funzionare nei fatti.

ADISTA: A proposito di parole e di fatti. Durante il processo che lo ha visto indagato per partecipazione ad associazione mafiosa, Andreotti è stato più che confortato e difeso dai vertici ecclesiastici, che senza aspettare la sentenza lo hanno di fatto proclamato innocente con la forza dei segni e delle parole (le lettere del papa, il fare quadrato intorno a lui di determinati cardinali, l'acco-glienza festosa ad ogni solennità vaticana cui era invitato). La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d'Appello, che ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di associazione per delinquere semplice commesso fino al 1980. E quindi ha confermato, tanto per citare il caso più sconvolgente, che Andreotti incontrò i mandanti dell'assassinio di Mattarella, nella consapevolezza da parte di questi "di non correre il rischio di essere denunciati", e che ci fu da parte del senatore a vita "una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo". Lei tutto questo come lo ha percepito? È stata soltanto una ingerenza morale, diciamo, o si è tradotto in forme che hanno in qualche modo influenzato l'esito del processo?


SCARPINATO: Per dire se ha influenzato l'esito del processo bisognerebbe entrare nella testa oppure nell'anima dei giudici, e questo non mi permetto di farlo. Certo, mi ricordo che uno degli avvocati di Andreotti nel corso della requisitoria finale si rivolse ai giudici e disse: ma voi come potete immaginare che quest'uomo abbia commesso i fatti di cui è accusato se persino il papa lo ha abbracciato e lo ha benedetto? E, senza dubbio, quella benedizione, quell'abbraccio furono un momento di delegittimazione forte del processo che si stava svolgendo a Palermo. Mi viene in mente, per associazione di idee, l'atteggiamento che invece la Chiesa cattolica ha avuto nei confronti dei collaboratori di giustizia. È stato un atteggiamento assolutamente sintonico con quello di tutta la cultura italiana: di un rigetto totale. Una volta un collaboratore mi disse: ma mi spiega perché se arrestano Riina, se arrestano Aglieri, c'è la fila dei preti che vogliono andare a convertirli e quando qualcuno di noi inizia a collaborare non c'è nessuno? Quando viene arrestato un capomafia, c'è subito il tentativo di parlare con il capomafia forse perché la sua possibile conversione viene vissuta come un segno della potenza di Dio. Invece, tutti i collaboratori che hanno dovuto subire un trauma profondissimo di isolamento non hanno quasi mai avuto questo conforto, non solo, ma sono stati demonizzati da alcune riviste cattoliche autorevoli, indicati quasi come infami.

ADISTA: Beh, i collaboratori, le ‘intercettazioni', sono metodi giudiziari che non piacciono a certi vertici anche cattolici, pensiamo ai pronunciamenti sul caso Fazio…


SCARPINATO: Già, mi ricordo di aver letto che la moglie di Fazio ha dichiarato a un giornale che loro rispondevano solo dinanzi a Dio…

ADISTA: Ah, anche loro?!


SCARPINATO: Sì, ma tornando a noi… il dramma di questo Paese è, a mio parere, che tutto questo fa parte della normalità italiana (vizi privati e pubbliche virtù, la doppia morale). Quando si cita ‘il fine giustifica i mezzi' come un'invenzione di Machiavelli secondo me si erra, perché il machiavellismo non l'ha inventato la cultura laica, l'ha inventato il cattolicesimo. Ma quale fine può essere più alto di quello di salvare l'anima? Per questo fine va bene qualsiasi mezzo: dal rogo al patto con il potere.

ADISTA: C'è comunque un popolo cattolico che crede since-ramente che un altro mondo, e anche un'altra Italia, è possibile. La Chiesa italiana sta andando verso il Convegno nazionale di tutte le Chiese locali (Verona, ottobre 2006). Come la Chiesa-istituzione dovrebbe secondo lei indicare la priorità formativa di una cul-tura della giustizia? Un certo Gesù Cristo ha detto: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli (primo grande attacco all'idea solo procedurale della giustizia!). La Chiesa che si richiama a questo Gesù Cristo quali segni dovrebbe dare?


SCARPINATO: Gesù Cristo fu ucciso democraticamente dal potere. È mia opinione che alcuni vertici della Chiesa cattolica si siano spesso trovati in imbarazzo ad affrontare certi nodi pro-blematici del tema della giustizia perché in Italia questo tema coinvolge inevitabilmente la responsabilità della classe dirigente. La storia degli italiani è una storia anomala rispetto a quella degli altri Paesi europei, perché è una storia profondamente segnata, attraversata dalla criminalità di alcuni settori della classe dirigente. Una criminalità che si è declinata in vari modi. Tangentopoli non è iniziata negli anni ‘80-‘90 del ventesimo secolo, lo scandalo della Banca Romana è della fine del secolo scorso, e tutti gli scandali dell'Italia umbertina furono espressione della corruzione sistemica del tempo, corruzione che attraversando il primo ed il secondo dopo-guerra, si ricongiunge in una linea di ininterrotta continuità a quella dell'ultima Tangentopoli degli anni ‘80-‘90.
Il terrorismo stragista della destra eversiva coperto dai servizi segreti è stato un altro modo in cui si è declinata la criminalità di alcuni settori della classe dirigente. Anche la mafia, come comprese Leonardo Franchetti nella sua memorabile inchiesta sulla mafia dopo l'Unità d'Italia, è stata e resta in parte una declinazione della criminalità di settori della classe dirigente: dall'omicidio politico mafioso di Emanuele Notarbartolo alla fine del diciannovesimo secolo, alla strage politico-mafiosa di Portella delle Ginestre nell'immediato secondo dopoguerra, agli omicidi di decine e decine di sindacalisti del movimento contadino, alla decapitazione dei vertici istituzionali riformisti e dell'oppo-sizione politica nella prima metà degli anni Ottanta (omi-cidio del segretario provinciale della Dc Michele Reina, del presidente della Regione Piersanti Mattarella, del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, dell'on. Pio La Torre), agli omicidi di giornalisti che indagavano sulle trame di potere (De Mauro, Fava ed altri), dei magistrati e poliziotti che avevano osato alzare il livello delle indagini sui potenti intoccabili (per esempio Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo ed il capo della squadra mobile Ninni Cassarà) e via via sino alla stragismo dei primi anni Novanta, sono tutti capitoli di una storia cruenta del potere che si è inestricabilmente intrecciata con la storia con la S maiuscola. Tutti coloro che hanno cercato di cambiare le cose sono stati falcidiati con il coinvolgimento di settori di una borghesia che non ha esitato a ricorrere all'omicidio e alla strage per perpetuare il proprio potere e difendere i propri privilegi. E in tutto questo c'è un altro aspetto: per un verso abbiamo una criminalità della classe dirigente che in tutte le sue diverse declinazioni ha segnato la storia del Paese e, per altro verso, la composizione sociale delle car-ceri italiane dall'unità d'Italia ad oggi è rimasta pressoché immutata.
In carcere oggi come ieri come l'altro ieri finiscono quasi esclusivamente soltanto gli "ultimi" e questo avviene nonostante sia cambiata la forma-Stato: la monarchia, il fascismo, la prima, la seconda Repubblica. Pur nel muta-mento della forma dello Stato e delle maggioranze politiche la giustizia di classe è rimasta una costante che ha sempre garantito la quasi totale impunità della classe dirigente.
Allora confrontarsi con il tema della giustizia in Italia implica a mio parere anche la responsabilità di prendere a volte posizione contro alcune deviazioni criminali di settori della nostra classe dirigente. Mi pare illuminante al riguardo la vigile indifferenza sul tema della corruzione, forma criminale che drenando le risorse pubbliche destinate allo sviluppo ed allo stato sociale alimenta la povertà, il degrado e ruba il futuro alle giovani generazioni.

ADISTA: Eppure la Chiesa si è pronunciata contro la mafia al suo più alto livello…


SCARPINATO: A parte poche autorevoli eccezioni (il monito del car-dinale Pappalardo dopo l'omicidio Dalla Chiesa e poi l'anatema lanciato da Giovanni Paolo II contro la mafia ad Agrigento dopo l'omicidio del giudice Livatino), la Chiesa cattolica è stata troppo a lungo una grande assente sul terreno della giustizia e della lotta contro la mafia. Vorrei ricordare, a titolo di esempio, l'atteggiamento del card. Ruffini dopo la guerra: meglio la mafia che il comunismo. Perché il mondo mafioso non metteva in discussione il potere della Chiesa, il comunismo era alternativo. Molti vertici della Chiesa cattolica, tranne rare e sporadiche eccezioni di cui si è detto, hanno quasi sempre taciuto dinanzi agli abusi ed alle deviazioni anticristiane della borghesia mafiosa e paramafiosa. Si è spesso avallata la cultura dell'elemosina e del favore, una cultura che perpetua la dipendenza dalle catene del potere invece di contribuire a far crescere la cultura alternativa dei diritti che garantisce un vero statuto della cittadinanza ed emancipa il singolo dalla dipendenza coatta dal potere restituendogli dignità e libertà.

ADISTA: Quindi secondo lei resta vanificata anche la forma-zione cattolica al senso di uno Stato democratico inteso come Bene Comune, Cosa Pubblica? E la formazione alla legalità di una legge uguale per tutti è solo una velleità ingenua?


SCARPINATO: La Chiesa ha la struttura ordinamentale di una monar-chia assoluta, basata sulla gerarchia e sull'obbedienza.
Il mio punto di vista è il punto di vista di un laico, io credo che non si possa fare un discorso di liberazione degli altri se l'istituzione che lo fa non si nutre di una profonda ed autentica democrazia interna. Mi pare vi sia una contrad-dizione in termini. C'è una grossa questione femminile, una grossa questione democratica all'interno della Chiesa. Queste due questioni irrisolte secondo me rischiano di condannare la Chiesa cattolica ad affidare sempre più la propria sopravvivenza e la propria presa sull'immaginario collettivo a strategie mediatiche con una progressiva perdita di sostanza spirituale.
Naturalmente, i bisogni sono bisogni: c'è una ricerca profonda di senso da parte di tanti che guardano alla Chiesa, però mi pare che ci sia una inadeguatezza nella risposta.
A proposito del rapporto tra Chiesa e democrazia, ricordo un bellissimo saggio del teologo Alberto Maggi ("Un Dio che serve gli uomini" pubblicato sulla rivista cattolica Segno), il quale spiega che Gesù fu ucciso proprio perché il suo insegnamento poneva le basi per una democratizzazione della società che poteva destabilizzare l'ordine esistente.
Il suo programma di liberazione dell'uomo proponeva infatti una immagine di Dio che comportava un profondo cambiamento non soltanto nel rapporto dell'uomo verso Dio, ma anche nel rapporto tra gli uomini, inaugurando una nuova relazione nella quale viene esclusa qualunque forma di dominio: se Dio non domina, ma serve, nessuno può più dominare gli altri e tantomeno può farlo in nome di Dio. Ciò, osserva Maggi, causa l'allarme negli ambienti del potere politico e religioso dove il concetto di libertà era completamente sconosciuto, e dominio e potere venivano esercitati e legittimati dalla religione.
Sviluppando il discorso di Maggi, direi che l'alleanza di Cesare e Caifa (simboli di un potere politico e religioso alleati nell'uccidere i semi di libertà e di democrazia insiti nel messaggio evangelico) è rimasta una costante nella storia, riproponendosi sotto svariate forme nei secoli seguenti.
Infatti quando verso il terzo secolo il messaggio cristiano riprende vigore nel collasso di potere e di senso dell'impero romano, l'imperatore Costantino ed i suoi successori trasformano il cristianesimo in religione di Stato. In tal modo si appropriano di quel messaggio snaturandolo ed utilizzando una grande forza catartica per la costruzione di un nuovo dominio sugli uomini che avevano invece sperato di essere liberati attraverso di essa. Ciò è accaduto in Occidente ma anche in Oriente. In India, per esempio, la casta dei brahmini neutralizzò le valenze di libertà e di democrazia insite nell'"eresia" buddhista, incorporando quel messaggio nell'induismo tradizionale e ponendolo, dopo averlo snaturato, al servizio della perpetuazione della società castale indiana. Dovunque nel mondo il potere si intromette nello spazio tra Dio e l'uomo e tenta di appropriarsene.
Lo scrittore inglese cattolico Chesterton ha scritto che il cristianesimo è fallito perché nessuno ha mai provato ad applicarlo. Dio ha cominciato a morire nel momento in cui istituzioni antidemocratiche ed illiberali, per meglio rafforzare il loro prestigio e potere, si sono presentate alla gente sotto il suo nome e per secoli hanno detto: noi parliamo a nome di Dio, siamo i suoi servi e rappresentanti, dunque ci è dovuta obbedienza perché obbedendo a noi in realtà obbedite a lui: chi ci contesta e ci critica, commette peccato di superbia e di blasfemia.
La grande rivoluzione del cristianesimo non fu compiuta che a parole. In pratica, quel Dio che stava finalmente sollevandosi dalla terra al cielo fu catturato a mezza via e cacciato dentro un mucchio di istituzioni e di simboli: dalle spade dei conquistatori alle cappe dei re, alle mitrie dei vescovi.
Per concludere sul punto, il discorso, a mio parere, andrebbe dunque ripreso dallo stesso punto in cui fu interrotto con la duplice uccisione di Gesù: prima fisica e poi culturale.

ADISTA: E allora aggiriamo l'argomento dall'altro lato, quello del potere. La storia del nostro Paese vede una democrazia costantemente interrotta o esautorata dai poteri mafiosi e occulti. Ma le culture politiche del nostro Paese non sono mai riuscite nei fatti ad elevare la lotta alla mafia al livello di questione politica nazionale e prioritaria. Nell'immaginario collettivo si pensa ancora alla criminalità organizzata come a qualcosa di separato dal consesso civile. Quale patto di potere invece rischiamo di non vedere oggi come ‘strutturale', come ‘sistema' criminale?


SCARPINATO: La situazione è molto grave. Intanto chiediamoci: perché la mafia uccide? Perché deve superare un ostacolo che non si può superare in modo incruento. Infatti i mafiosi dicono: Dio sa che è lui che ha voluto farsi uccidere. Si tenta sempre di trovare una soluzione pacifica. Quando non si riesce a trovare una soluzione incruenta, alla fine si uccide. Il presidente Mattarella hanno tentato di convincerlo in tutti i modi e siccome non ci sono riusciti alla fine l'hanno ucciso.
Se non ci sono ostacoli, non si uccide. Diciamo che questo è un periodo storico in cui non si uccide. I centri di potere e di spesa sono stati occupati attraverso procedure democratiche. Se ci sono dei soggetti scomodi non c'è necessità di ucciderli perché possono essere estromessi in modo incruento: certi magistrati antimafia, certi giornalisti, certi amministratori si emarginano, si silenziano, si mandano via.
Quindi la violenza si è trasferita dalle strade all'interno di alcuni apparati, ed è diventata una violenza strutturale. Oggi non c'è spazio per la critica, non c'è spazio per culture plurali, quindi non c'è bisogno di uccidere. Se si devono fare i soldi si fanno in modo incruento. Il caso della clinica Aiello è molto interessante: ormai i soldi per gli appalti pubblici non ci sono più e quindi i soldi si trovano in quei settori della spesa sociale che sono irriducibili, la sanità per esempio, che non a caso è la più grossa voce di bilancio sia della Sicilia che della Calabria. E quindi oggi il modo con cui si fanno i soldi, per esempio, è quello di smantellare la sanità pubblica e di trasferire le risorse in quella privata. La Sicilia ha il più alto numero di convenzioni di tutta Italia, circa 2.000 convenzioni, e il caso Aiello è la punta dell'iceberg. Lì si annidano anche gli interessi della borghesia mafiosa, di una certa politica, c'è anche Provenzano: ciascuno ha la sua fetta di torta. È un momento storico in cui, come dire, si è tornati alle origini, perché se noi pensiamo agli anni ‘70 e ‘80, ma chi erano i mafiosi che contavano? Erano, ad esempio, i cugini Salvo, uomini emblema della borghesia mafiosa. I Salvo sono diventati miliardari grazie al fatto che tutti i finanziamenti pubblici per l'agricoltura venivano accaparrati da loro. Tramite i loro referenti politici avevano le informazioni prima e quindi facevano le domande, e il 90% dei finanziamenti pubblici andava a loro. E così per la concessione di aggi spropositati per le esattorie. Quando qualcuno ostacolava i loro interessi, i Salvo, come è emerso in alcuni processi, chiedevano di toglierlo di mezzo agli specialisti della violenza materiale, cioè i componenti della mafia militare, come è accaduto con il giudice Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo. È questa la borghesia mafiosa: è la storia della violenza di tanti colletti bianchi, di tanti sepolcri imbiancati. Il decennio corleonese, che nel-l'immaginario collettivo viene proiettato come la storia della mafia tout court, non è tutta la storia della mafia, è piuttosto una parentesi patologica durata dagli inizi degli anni ‘80 agli inizi degli anni ‘90. In tale periodo i corleonesi, i cosiddetti ‘viddani', hanno rotto il rapporto preesistente con la borghesia mafiosa, che in precedenza aveva sempre avuto un ruolo egemonico, mai messo in discussione dai componenti della mafia militare e popolare. Il famoso Gaetano Badalamenti riassumeva tale ruolo di subalternità ripetendo: "non si può fare la guerra allo Stato", intendendo per Stato i vertici della classe dirigente che occupava lo Stato. Conclusa quella parentesi temporale, se noi vediamo i nomi di alcuni dei protagonisti della storia mafiosa di oggi, ci accorgiamo che si assiste ad un ritorno dell'egemonia della borghesia mafiosa e paramafiosa. Il capo di uno dei mandamenti più importanti di Palermo, il mandamento di Brancaccio che comprende 100.000 abitanti, era sino a pochi mesi fa un noto medico, il dottor Guttadauro, il cui salotto era frequentato di giorno dalla borghesia palermitana (politici, amministratori, imprenditori) e di sera dai killer. E borghesi sono il dottore Cinà, il dottore Pennino, e tanti altri meno famosi i quali oggi probabilmente sono impegnati a fare i soldi come si faceva ai vecchi tempi.

ADISTA: Perché ‘oggi'?


SCARPINATO: Perché oggi non c'è bisogno di uccidere. L'omicidio politico-mafioso, come quello di Fortugno avvenuto recentemente in Calabria, è divenuto un fatto eccezionale motivato dall'esigenza di superare un "anomalo" punto di resistenza.
Se pensiamo che abbiamo un presidente della Regione processato per favoreggiamento alla mafia, e che abbiamo un nutrito gruppo di esponenti del partito del governo regionale incriminati per mafia, e se facciamo una ricognizione dei colletti bianchi che sono in qualche modo indagati per mafia, ci rendiamo conto che abbiamo un problema grave che è un problema non giudiziario ma politico, perché questo mondo è arrivato al potere attraverso legittime procedure democratiche. È questo il punto. Del resto, che il consenso sia spontaneo è dimostrato da quello che è successo in questi anni: sono state elette persone che avevano subito condanne, a volte definitive, i cui rapporti con certi uomini sono notori. Il dottore Guttadauro, il capo del mandamento di Brancaccio, era appena uscito dalla galera dove aveva espiato una condanna per mafia, quindi quelli che lo andavano a trovare sapevano bene con chi parlavano, ma nel suo salotto c'era il fior fiore della borghesia cittadina, e in questa tessera, in questa microstoria c'è la macrostoria. Sto leggendo un libro intitolato "democrazia mafiosa", sembra un paradosso ma in parte è così. In proposito si possono ricavare interessanti spunti di riflessione dall'esperienza di quei Comuni che vengono sciolti per mafia. Infatti la procedura di scioglimento di una amministrazione comunale per mafia non parte dal presupposto che il processo elettorale sia stato alterato dalla mafia. No, si ritiene che le elezioni si siano svolte democraticamente, ma che, ciononostante, quella collettività abbia espresso una rappresentanza politico mafiosa. Per tale motivo si opera il commissariamento statale dell'amministrazione comunale per un certo periodo. Scaduto tale periodo il commissariamento viene rinnovato se si ritiene che quella collettività non ha ancora raggiunto una maturità civile tale da esprimere una rappresentanza non mafiosa.
Ci troviamo dinanzi a forme di democrazia mafiosa. E il paradosso è che lo Stato in quel caso è ‘antidemocratico' perché impedisce alla collettività locale di scegliersi la rappresentanza che vuole. Allora questo discorso potremmo estenderlo, cum grano salis, dai Consigli comunali ai Consigli regionali e via via.

ADISTA: Torna il problema della democrazia che non è solo una procedura, né una somma aritmetica di voti…

 
SCARPINATO: La democrazia è nelle culture di base. Quando i pozzi sono inquinati, c'è poco da fare. E lì bisogna chiedersi perché questi pozzi sono inquinati. Leonardo Sciascia andò via dall'Italia formulando una diagnosi di irredimibilità del Paese, di irredimibilità delle sue culture vere che non sono mai state né la cultura illuminista, né la cultura marxista, né la cultura liberale: tutte culture di importazione, dalla Francia, dalla Germania, dall'Inghilterra. Le vere culture italiane di base sono state quelle millenarie: la cultura cattolica, la cultura del familismo amorale, la cultura del machiavellismo, e del cortigiano. Il cattolicesimo, che per secoli è stato la principale agenzia di formazione culturale del Paese, ha contribuito a costruire questa identità. C'è da chiedersi cosa fare. Certo, abbiamo poi eroici esempi di persone all'interno del mondo cattolico che vivono con grandissima tensione etica, ma non mi pare che costituiscano la regola.

ADISTA: Appelliamoci alla consueta risorsa del pessimismo della ragione unito all'ottimismo della volontà. Forse non resta che continuare a chiedere che riflessioni simili continuino ad avere diritto di cittadinanza, nei centri di formazione culturale e nei media, per quanto ‘consentito'. Forse non resta che tenacemente lavorare perché divenga prioritaria la formazione alla capacità di saper individuare nella mafia il rovescio della storia del potere, almeno a livello di consapevolezza, almeno a livello di riflessione culturale.
In che situazione si trova la Procura di Palermo rispetto alla forza e lungimiranza dell'azione antimafia? Come sono valorizzate le competenze umane e professionali forgiatesi attraverso la storia della Procura guidata da Caselli? E sulla vicenda della DNA e della legge studiata appositamente contro Caselli perché non divenisse Procuratore nazionale antimafia vuole aggiungere qualcosa?


SCARPINATO: Preferisco non rispondere a questa domanda.

ADISTA: Di che si occupa adesso?


SCARPINATO: Di criminalità economica, fino a quando mi sarà consentito.

ADISTA: Quindi si occupa di mafia…

 
SCARPINATO: Sì, io mi occupo di mafia nel senso che oggi a mio parere i modi per fare i soldi veri non sono più quelli classici del pizzo e delle estorsioni che continuano ad essere praticati dalla mafia popolare, quella che compone l'apparato organizzativo interno di Cosa Nostra. Le élite mafiose e la borghesia paramafiosa ed affaristica hanno riscoperto il modo di fare i soldi in maniera silenziosa ed incruenta con le combine politiche e la criminalità economica che sono molto difficili da perseguire.
I soldi si fanno nei tanti modi astuti in cui i colletti bianchi sono maestri. Vedo per esempio la 488, che è una legge che finanzia iniziative imprenditoriali, che è uno dei buchi neri della finanza nazionale, perché una buona parte di questi finanziamenti sono finiti agli amici degli amici o a truffatori, i quali non hanno creato posti di lavoro, non hanno creato imprenditorialità. Vedo il buco nero dei fondi della sanità, che sappiamo che vanno a finire a finanziare le cliniche degli amici degli amici. Vedo i grandi affari nel settore dello smaltimento dei rifiuti, etc. Mentre invece ancora nell'immaginario collettivo quando si parla di mafia scatta l'icona di Riina e di Provenzano. Per mesi e per anni si è parlato della prostata di Provenzano, come ho scritto in un articolo a proposito di Provenzano usato come una delle tante "armi di distrazione di massa", mentre i soldi si facevano in tutt'altro modo. E questa è una scelta politico-culturale, perché è chiaro che si vuole avallare l'idea che la mafia sia solo la mafia della droga, la mafia delle estorsioni, e che il resto non abbia a che fare con essa.

ADISTA: Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia, ed anche Placido Rizzotto, Peppino Impastato, Pio La Torre, Accursio Miraglia…. E ancora, e ancora… vengono alla mente senza ordine cronologico, tutti però legati dal ferreo ‘ordine' logico che li ha uccisi. Il cuore trema solo a nominarli, come ciò che non va nominato invano. Eppure osiamo dire che Li sentiamo davvero fratelli e martiri di una fede che va al di là di ogni credo particolare perché è la fede nella vita, nella giustizia, nella tenera bellezza dei sentimenti del cuore. Eppure sono praticamente ignorati, anche dalla ‘agiografia' ecclesiale, che magari preferisce fare martiri gli imputati di mafia e non già le vittime di mafia.
E comunque, perché sentiamo ormai come retoriche le celebrazioni ufficiali che dovrebbero ricordarli? Perché sentiamo che non c'è memoria là dove è venuta meno la volontà politica di raccogliere il testimone della speranza che loro sì hanno testimoniato fino a dare la vita?

 
SCARPINATO: Per questo io parlo di avvelenamento dei pozzi, i pozzi sono inquinati…

ADISTA: Eppure una domanda sorge spontanea: ci sono persone che hanno fatto di questi nomi, che hanno fatto della storia di Palermo il loro dolore ma anche la loro speranza di convivenza umana. Ci sono persone, cattoliche e no, che a prescindere dalle varie oligarchie e gerarchie, non solo ecclesiali, vogliono fare memoria e continuare a sedimentare democrazia, quella non mafiosa e consapevole dell'afflato umano di giustizia che la storia della democrazia ha dentro di sé. Che si sente di dire loro? Viviamo ognuno nel proprio isolamento oppure possiamo ancora sperare, procedendo sui cento e cento passi di lotte come quella di Libera perché la legge sulla confisca e il riutilizzo sociale dei beni mafiosi non venga esautorata, o perché in Sicilia ci sia Rita Borsellino presidente della Regione?


SCARPINATO: Quello che posso dire è questo. In questi anni la scena pubblica è stata occupata dal conflitto tra il centrodestra e il centrosinistra. In realtà secondo me è stata combattuta anche un'altra guerra, la guerra di tutta la nomenklatura politica di centrodestra e di centrosinistra contro il tentativo della società civile di riprendersi la politica dal basso.
Questo tentativo è stato frustrato in mille modi: mediante la demonizzazione dei cosiddetti movimenti presentati come pericolose forme di antipolitica e di deriva qualunquista, mediante il silenzio mediatico sulle manifestazioni spontanee e di base, mediante l'emarginazione politica di alcuni leader espressi dalla società civile o la loro cooptazione nell'oligarchia partitica. La società civile è stata mortificata ed invitata a starsene a casa delegando la politica ai "professionisti". Il caso della Borsellino nelle primarie in Sicilia è molto interessante perché costituisce l'ennesimo tentativo della società civile di riprendersi la politica dal basso, senza subire passivamente i diktat dei vertici dei partiti e dei loro accordi segreti. Credo che questa sia l'unica strada per tentare di rigenerare la politica, perché non mi pare vi siano soluzioni all'interno di oligarchie di partito portatrici di una visione economicista ed autoreferenziale della realtà, sia a destra che a sinistra. Vi sono alcune tendenze molto interessanti che indicano un possibile percorso collettivo per restituire un'anima ed un cuore ad una politica ormai ridotta a pura tecnica di gestione del potere.
L'esperienza delle Primarie dell'Unione, per esempio, può essere indicativa: 4 milioni e mezzo di persone che vanno a votare indicano questa voglia di partecipazione ed una direzione da seguire.
Questi concittadini hanno fatto comprendere che il vero rinnovamento ha un cuore antico: la riscoperta della partecipazione come momento di costruzione istituzionale, così come previsto dagli artt. 3 e 49 della Costituzione. Quei cittadini, come è stato osservato, non volevano e non vogliono formare un nuovo partito: chiedono un nuovo modo di costruire i partiti, hanno rivelato una via per democratizzare la democrazia. Si tratta allora di potenziare istituzionalmente un nuovo modo di essere della cittadinanza attiva mediante la valorizzazione ed estensione di alcuni strumenti di democrazia diretta già esistenti e la creazione di nuovi.
Alcuni costituzionalisti si muovono già in questa direzione. Mi riferisco, per esempio, oltre alla istituzionalizzazione del metodo delle primarie, anche all'apertura del Parlamento alla società civile mediante l'estensione del referendum confermativo, oggi previsto solo per le leggi di revisione costituzionale, anche alle leggi formalmente ordinarie ma dense di sostanza costituzionale, quali, ad esempio, le leggi elettorali, la disciplina delle comunicazioni di massa, l'ordina-mento della magistratura, e delle autorità indipendenti, etc. Si potrebbe anche progettare uno snellimento degli istituti della legge di iniziativa popolare e della petizione popolare mediante la creazione di un mediatore parlamentare sul modello europeo per canalizzare le proposte e le petizioni nelle complesse procedure parlamentari. Sono solo progetti, idee, certo è che qualcosa bisogna pur fare per restituire dignità alla politica.
A questo proposito credo non si debba dimenticare la grande lezione greca: i greci capirono per primi che l'infeli-cità dell'individuo non nasceva dai capricci degli dei o dai demoni, ma era figlia dell'infelicità della polis. Se non si cura la polis non si può curare l'infelicità delle persone. Per i greci occuparsi della politica era l'attività più alta che potesse esistere. E invece per noi - non parliamo poi in Sicilia - la politica è diventata fortemente connotata di negatività, oppure arida attività delegata ad alcuni professionisti. Forse è venuto il momento di ritornare alle origini della politica e riappropriarcene. Il che significa uscire fuori dal recinto del proprio piccolo io, dei propri egoismi particolari e tornare ad innamorarsi del destino degli altri nella consapevolezza che non esistono soluzioni individuali. Occorre invertire la rotta perché oggi tutto sembra andare nella direzione opposta. Pensiamo alla nuova legge elettorale proporzionale, che consente alle gerarchie di partito di indicare i candidati e che priva le rappresentanze elettorali del loro rapporto con la base: la democrazia così diventa la competi-zione tra élite, con la società civile che sta a guardare chi vince e chi perde. In realtà poi i cittadini che non fanno parte di alcuna lobby, di alcuna catena clientelare, perdono sempre perché restano privi di un vero statuto di citta-dinanza. La storia rischia così di tornare a ripetersi come eterna circolare storia degli abusi di minoranze organizzate ai danni di maggioranza disorganizzate.

12/01/2006
 


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