FISICA/MENTE

 

http://digilander.libero.it/maximusmagnus/Gnosi/sophia.htm

Massimo Cogliandro

 Il processo a Gesù

I

I due Messia

La scena tramandata dai sinottici relativa al processo di una guida politico-religiosa chiamata Cristo, alla liberazione di un personaggio di nome Barabba per acclamazione da parte del popolo ebraico e alla crocifissione di Cristo risponde assolutamente a verità. Ciò che non risponde a verità, come ci ha rivelato David Donnini nella sua opera intitolata “Cristo”, è la reale identità dei personaggi che animano la scena del processo riferita dai sinottici.

Nella cronaca del processo, per come ci è stata tramandata dai vangeli canonici, ci sono state alcune alterazioni:

1.    il personaggio chiamato Gesù Cristo nella narrazione evangelica del processo, in realtà, era il Messia di Israele degli Esseni, cioè  la loro guida politica, che in quel tempo veniva comunemente soprannominata “Cristo” e che, secondo gli Esseni, un giorno sarebbe stata incoronata “re dei Giudei” e avrebbe condotto la lotta di liberazione del popolo ebraico dal dominio politico dei romani;

2.    il personaggio chiamato Barabba, in realtà, era il Messia di Aronne degli Esseni, cioè la loro guida spirituale, il cui nome reale era Gesù Barabba (Barabba in aramaico vuol dire “il figlio del Padre”).

 

La prova di quanto ho affermato si trova a pagina 101 del Novum Testamentum Graece et Latine (a cura di A. Merk, Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933), dove è riportato il verso 16 del capitolo 27 del vangelo secondo Matteo con la relativa nota a piè di pagina, in cui quando ci si riferisce a Barabba non viene usata l’espressione "legomenon Barabban" (leghomenon Barabban = detto Barabba), ma: "Ihsoun Barabban" (Iesoun Barabban = Gesù Barabba).

Gesù Barabba è il personaggio di cui ci sono riportati i detti nel Vangelo di Tomaso e in Pistis Sophia, dove il Salvatore viene chiamato solo “Gesù” e mai “Cristo” o “Gesù Cristo”.

A questo punto risulta evidente che:

1.    il personaggio sobillatore di rivolte contro i Romani, che si era macchiato del reato di omicidio, non era Gesù Barabba, ma il personaggio soprannominato Cristo;

2.    la celebre frase di Pilato: “Io non trovo nessuna colpa in quest’uomo” è stata realmente pronunciata da Pilato, ma non era riferita a Cristo, bensì a Gesù Barabba, che, per il carattere non violento della sua predicazione e soprattutto per la sua origine romana (era, infatti, figlio del soldato romano Pantera, come ci riferiscono Celso ed alcune antiche fonti ebraiche), non veniva ritenuto pericoloso dalle autorità costituite;

3.     gli Ebrei hanno effettivamente chiesto a gran voce la liberazione di Gesù Barabba al posto di quella di Cristo, perché, per il fatto di essere la guida spirituale degli Esseni, per i suoi modi non violenti  e per la sua grande erudizione, Gesù Barabba veniva considerato dai sacerdoti ebrei, nonostante le differenze religiose, uomo degno di rispetto e non meritevole della morte;

4.    ad essere liberato non è stato il personaggio “negativo”, ma quello “positivo”, cioè Gesù Barabba;

5.    il personaggio soprannominato “Cristo” è stato effettivamente condannato a morte da Pilato per i reati di omicidio e sedizione ed è stato crocifisso sul Golgota.

 

II

Il mistero della morte di Gesù

Gesù Barabba non solo non è morto dopo il processo subìto insieme al personaggio chiamato “Cristo”, ma, come ora intendiamo dimostrare, è vissuto per parecchio tempo dopo la morte di “Cristo”.

La soluzione del problema ci viene da alcuni testi gnostici, fra i quali spicca Pistis Sophia. Questi testi, ma anche gli stessi Vangeli Canonici, affermano che Gesù dopo la “resurrezione” è rimasto sulla terra per un certo periodo di tempo.

Ora, mentre i testi canonici affermano che questa permanenza è durata solo quaranta giorni, i più antichi testi gnostici affermano che tale permanenza è durata diversi anni. Se si considera l’antichità di questi scritti e il fatto che le sette di cui erano espressione molto spesso erano in una sorta di continuità storica e culturale rispetto alla più antica comunità essena, è evidente che la loro attendibilità sull’argomento è molto forte.

L’autore di Pistis Sophia racconta che “dopo che Gesù fu risorto dai morti trascorse undici anni con i suoi discepoli durante i quali si intrattenne con essi istruendoli”. Egli ci fornisce una informazione molto importante: una parte dei cristiani del secondo secolo si trasmetteva una tradizione secondo cui Gesù era vissuto per ben 11 anni dopo la  cosiddetta “resurrezione corporea”.

Ora, se si tiene conto che studiosi come Luigi Moraldi hanno riscontrato una influenza sicura su Pistis Sophia degli scritti trovati a Qumran, è lecito pensare che in qualche modo l’autore dei primi tre libri di Pistis Sophia fosse in contatto con fonti di provenienza essena, da cui ha tratto le proprie notizie su Gesù, diverse, ma anche più attendibili di quelle di cui poteva disporre la setta degli apostolici, cioè la “Grande Chiesa”.

D’altra parte, non è possibile che l’autore di Pistis Sophia affermasse che Gesù era rimasto 11 anni con i discepoli senza attingere a fonti sicure: 11 anni sono un periodo di tempo troppo lungo per poter essere inventato di sana pianta…

Questa ipotesi trova una conferma nel fatto che, molti anni dopo la presunta morte di Gesù Cristo nel 33 d. C., Svetonio parlava di una sommossa cristiana “impulsore Chresto”, cioè avvenuta “per istigazione di Cristo”: Svetonio nel 49 d. C. pensava che Cristo fosse ancora vivo e che la rivolta fosse opera sua! In realtà, uno dei due Messia esseni probabilmente era ancora vivo, ma non si trattava del personaggio soprannominato “Cristo”, bensì di Gesù Barabba. Svetonio, però, confondeva i due personaggi, esattamente come più tardi li confonderà la Grande Chiesa.

Il motivo di questa confusione tra i due personaggi probabilmente va cercato:

 

1.    nella rottura tra Giacomo, fratello e protettore di Gesù Barabba nonché Maestro di Giustizia della comunità essena del tempo, e Paolo di Tarso, dovuta probabilmente al fatto che la comunità essena e lo stesso Gesù Barabba, per non mettersi contro i romani, avevano ripudiato il presunto Messia di Israele finito sulla croce, scelta non condivisa da Paolo di Tarso, da Simon Pietro, che come dimostra il loghion 114 del Vangelo di Tomaso non condivideva molte delle idee di Gesù Barabba, e dai loro seguaci;

2.    nel fatto che dopo la rottura con gli Esseni di Giacomo, la setta di Paolo di Tarso ha abbandonato la dottrina essena dei due Messia e ha ripreso la dottrina ebraica tradizionale dell’unico Messia d’Israele, che veniva identificato con Cristo.

 

La setta che faceva capo a Paolo, però, era dominante all’interno della comunità ebraica di Roma, che, quindi, continuava ad esaltare la figura di Cristo.
Seneca, che confondeva ancora la neonata comunità cristiana con quella essena, sapeva che il Messia degli Esseni era ancora vivo, ma gli era stato riferito che gli ebrei di Roma lo chiamavano Cristo e, siccome non conosceva a fondo le diatribe interne alla comunità ebraica, confuse presto i due personaggi.

La confusione operata nella Grande Chiesa tra le figure di Gesù e di Cristo, dopo la morte di Gesù Barabba, è stata invece dettata da motivi di carattere prevalentemente politico, tesi a creare il clima per un riavvicinamento alla chiesa madre di Gerusalemme, cioè alla comunità essena.

Il fatto che anche Pistis Sophia ci dica che la permanenza di Gesù per 11 anni sulla terra era avvenuta in seguito alla resurrezione, indica solo che l’autore traeva le notizie relative all’insegnamento di Gesù in tutto questo periodo da fonti scritte per lui già in qualche modo “antiche”, che non spiegavano compiutamente che cosa era successo immediatamente dopo il famoso processo presieduto da Pilato. L’autore, però, non parla mai di Cristo: questo vuol dire che in qualche modo aveva saputo dalle sue fonti essene che solo l’insegnamento di Gesù Barabba era da ritenersi valido…

III

La testimonianza di Paolo di Tarso

Negli Atti degli Apostoli è riportato un dialogo tra il governatore Festo ed il re Agrippa a proposito di Paolo di Tarso. Nel bel mezzo del dialogo, Festo ha affermato: “ Quelli che lo accusavano si misero attorno a lui, e io pensavo che lo avrebbero accusato di alcuni delitti. Invece no: si trattava solo di alcune questioni che riguardano la loro religione e un certo Gesù, che era morto, mentre Paolo sosteneva che era ancora vivo.

Questo vuol dire che Paolo di Tarso, molti anni dopo il processo tenuto da Pilato (siamo intorno al 60 d. C.), riteneva che Gesù Barabba fosse ancora vivo. Tuttavia, il fatto che il governatore Festo affermasse che Gesù era morto può indicare solo che nel 60 d. C. anche Gesù Barabba, il Messia di Aronne degli Esseni, era morto.

Come mai Paolo continuava ad affermare che Gesù – e certamente si riferiva a Gesù Barabba – era ancora vivo?

Si possono fare diverse ipotesi:

 

1.    Paolo, che da più di due anni si trovava in prigione, non sapeva della morte di Gesù Barabba avvenuta proprio nel periodo della sua prigionia: va ricordato, però, che gli Atti degli Apostoli affermano che a Paolo veniva permesso di incontrare amici e discepoli, che avrebbero potuto tranquillamente avvertirlo di un avvenimento di tale importanza;

2.    i discepoli di Gesù Barabba avevano diffuso la notizia falsa della morte di Gesù, che in realtà era ancora vivo e si trovava in un luogo segreto per non essere arrestato, ma Paolo aveva ritenuto utile far sapere ai suoi discepoli che Gesù era ancora vivo;

3.    Gesù Barabba era morto da poco, ma Paolo continuava ad affermare che era ancora vivo, nel timore che una conferma della notizia della morte di Gesù Barabba avrebbe portato allo sfaldamento della giovane e ancora fragile comunità cristiana.

 

Ritengo, che la terza ipotesi sia quella più vicina alla realtà. In ogni caso, questo indizio ci induce a pensare che Gesù Barabba sia morto tra il 58 e il 60 d. C. e che la notizia della sua morte sia stata tenuta a lungo nascosta.
E' importante ricordare che Paolo di Tarso testimonia l'esistenza dei due Messia e la sua avversione al Messia sopravvissuto al processo presieduto da Pilato, cioè a Gesù Barabba, direttamente in un suo scritto, la Seconda Lettera ai Corinti (11,4):
 


"Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo. Ora, io ritengo di non essere in nulla inferiore a questi superapostoli."

Ora, è evidente che:


a) i "superapostoli" erano quelli tra gli apostoli che avevano deciso di rimanere in seno alla comunità essena dopo la scomunica di Paolo da parte della comunità essena;
b) il Gesù diverso predicato dai "superapostoli" era Gesù Barabba;
c) l'altro vangelo predicato dai "superapostoli" era il Vangelo di Tomaso, avversato perchè conteneva esclusivamente gli insegnamenti di Gesù Barabba, mentre non faceva alcun riferimento al personaggio soprannominato Cristo e finito sulla croce: si noti che la setta di Paolo, a differenza delle sette di tipo gnostico sorte dalla comunità essena di Giacomo e di Gesù Barabba, si è autodefinita "cristiana" nell'intento di mostrare a tutti che essa riconosceva come Messia unicamente Cristo e non anche Gesù Barabba.

Paolo, però, non desiderava che la sua rottura con la comunità essena e con Gesù Barabba, a cui veniva riconosciuta una certa autorità, fosse definitiva, anche per il ruolo che Gesù Barabba aveva rivestito nella sua conversione alla nuova religione.
A questo punto, è bene ricordare che l'incontro tra Paolo e Gesù lungo la via che conduceva a damasco è avvenuto realmente, nel senso che non si è trattato di una semplice visione di Paolo, ma di un incontro vero e proprio tra Gesù Barabba, che era ancora vivo, e Paolo di Tarso. Paolo si è convertito alla nuova religione proprio in occasione di questo incontro con la forte personalità di Gesù Barabba.

IV

La testimonianza di Marcione

 Una prova decisiva della esistenza storica dei due Messia è contenuta nell’adversus Marcionem di Tertulliano.

Tertulliano, nell’esporci la dottrina di Marcione, ci racconta che per Marcione:

 

1)     esistevano un dio malvagio, il dio dell’Antico Testamento, ed un dio buono, il Dio del Nuovo Testamento;

2)     il dio malvagio, cioè il Demiurgo, ha creato l’uomo e il mondo materiale e ha imprigionato l’uomo nella sua legge crudele;

3)     Il Dio buono, impietosito per la triste condizione dell’uomo, ha mandato il suo Cristo per riscattare gli uomini dalla loro triste condizione;

4)     Il dio malvagio ha mandato contemporaneamente un altro Cristo, il Cristo annunciato dai profeti dell’Antico Testamento, con il compito di guidare Israele verso la liberazione anche politica e di asservire tutto il mondo al popolo di Israele e, quindi, alla Legge del Demiurgo.

 

Per Marcione, dunque, sono esistiti due personaggi di nome Cristo, uno di natura esclusivamente spirituale, che solo in apparenza era rivestito di carne, inviato dal Dio buono ed uno inviato dal Demiurgo, rivestito di carne reale.

E’ evidente che Marcione, vissuto alla fine del I° secolo, era venuto a conoscenza dell’esistenza dei due Messia, cioè di Gesù Barabba e di Cristo, e in qualche modo aveva saputo della contrapposizione che si era creata in un primo momento tra quanti sostenevano Gesù Barabba e quanti sostenevano Cristo. Marcione è giunto ad affermare che sono esistiti due Messia di nome Cristo, uno inviato dal dio buono ed uno inviato dal Dio malvagio, perché aveva sposato la tesi dei sostenitori del ruolo messianico di Gesù Barabba, che avevano finito con l’attribuire al Messia di Aronne anche il titolo di “Cristo” originariamente riservato al solo Messia di Israele finito sulla croce. Per Marcione, dunque, Gesù Barabba era il Cristo mandato dal Dio buono e il Messia di Israele finito sulla Croce dopo il processo di Pilato era il Cristo mandato dal Demiurgo per consegnare il mondo nelle mani di Israele.

Marcione ci fornisce anche altre importanti informazioni: ci parla di una contrapposizione tra Paolo di Tarso da un lato e Pietro e gli altri apostoli dall’altro lato. Secondo Marcione, Pietro e gli altri apostoli hanno “frainteso” Paolo di Tarso e sono ritornate alle osservanze giudaiche, il che vuol dire, che dopo la scomunica inflitta da Giacomo e da tutta la comunità essena a Paolo di Tarso, dopo un primo momento di incertezza che li aveva spinti a seguire Paolo, Simon Pietro e gli altri apostoli hanno deciso di ritornare all’interno della comunità essena.

Il particolare del ritorno di Pietro in seno alla comunità essena ci è testimoniato, tra l’altro, da Pistis Sophia, che ci dice che Pietro era stato tra i discepoli che avevano seguito gli  insegnamenti di Gesù Barabba negli undici anni successivi alla crocifissione del personaggio soprannominato Cristo.

Il fatto che Marcione abbia preso le parti di Paolo di Tarso ci indica solo che Marcione non è mai stato uno gnostico, come invece affermato per secoli dalla Chiesa Cattolica, anzi in gioventù è stato uno dei primi aderenti alla Setta degli Apostolici da cui poi è nata la Chiesa Cattolica.

A questo proposito, è interessante notare come egli ritenesse canonico solo il Vangelo di Luca: Luca, infatti, al contrario degli altri evangelisti, era stato un discepolo fedele di Paolo di Tarso…

V

La testimonianza di Valentino

La prova più importante della esistenza storica dei due Messia è contenuta nel De carne Christi di Tertulliano.

Tertulliano nella sua critica alla dottrina di Valentino contenuta in questo libro afferma:



"Ugualmente, dichiarando che il Cristo è uno solo, lo Spirito fa cadere tutti gli argomenti a sostegno di un Cristo multiforme, secondo i quali Cristo e Gesù sarebbero due persone distinte: l'uno si sottrae alla folla, l'altro è arrestato; l'uno, ritiratosi sulla montagna, avvolto in una nube manifesta la sua gloria a tre testimoni, mentre l'altro appare al resto degli uomini come una persona qualunque; l'uno è coraggioso, l'altro è trepidante; l'uno, infine, ha sofferto la Passione, l'altro è risuscitato" (Tertulliano, De carne Christi, XXIV, 3).



Tertulliano, quindi, ci riferisce che Valentino insegnava ai suoi discepoli che:

1) Cristo e Gesù erano due persone distinte;
2) uno dei due Messia, probabilmente Cristo, era "coraggioso", mentre l'altro, cioè Gesù ben Pantera, era "trepidante": abbiamo qui addirittura una descrizione del diverso carattere dei due personaggi ed un loro confronto;
3) uno dei due Messia, probabilmente Cristo, ha "sofferto la Passione", cioè è stato ucciso, l'altro, cioè Gesù, è "risuscitato" o, meglio, non è mai nè morto nè risuscitato, ma, "sottrattosi alla folla" dopo il processo, ha continuato a vivere e ad insegnare tranquillamente ai suoi discepoli ancora per parecchi anni dopo la morte di Cristo.

Il carattere estremamente preciso delle informazioni che Valentino aveva ricevuto indica che nella metà del II° secolo giravano ancora nella comunità cristiana documenti che descrivevano in maniera estremamente dettagliata la vita e l'insegnamento dei due Messia. Probabilmente, Valentino è entrato in possesso di questi documenti per il ruolo di primo piano che aveva rivestito nella chiesa di Roma (si pensi che non è stato eletto Papa solo per pochissimi voti).

 
VI

Conclusioni

Gesù Barabba è morto non prima del 44 d. C. e non oltre il 60 d. C. se prestiamo fede alla cronologia tradizionale della nascita e della morte di Cristo, cioè almeno undici anni dopo la morte di Cristo, probabilmente di morte naturale.

In questi undici anni, ha continuato a diffondere i suoi insegnamenti all’interno della comunità essena assistito solo da alcuni dei suoi discepoli di un tempo, segnatamente da Maria Maddalena, Tomaso e Filippo.

E’ possibile che una parte dei detti di Gesù presenti nei primi tre libri di Pistis Sophia siano stati effettivamente pronunciati da Gesù Barabba.

Se questa ipotesi un giorno troverà dei riscontri, non si potrà negare l’origine essena dello gnosticismo e l’influenza esercitata dalla cultura egiziana sulla formazione di Gesù Barabba.

 

Roma, 24/6/2000


 

Prima, durante e dopo la salita sulla croce (ulteriori ipotesi)

Relazione dell’avv. Pier Giuseppe Bosco

Al II Congresso di studi laici sul Cristianesimo

Montegrotto Terme (PD), 5 novembre 2006

 

Basta soltanto il dibattito sulle (vere o presunte) radici cristiane dell’Europa per farci comprendere come i temi che qui si agitano siano di portata fondamentale per tutti noi (e non solo).   Soprattutto per gli intellettuali che si ponevano in uno schieramento laico, il famoso saggio di Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani” era fonte di continue e in parte moleste riflessioni.   Una parte di tali moleste riflessioni potrebbe essere rappresentata dalla domanda se, tra queste radici possa rientrare, per esempio, la guerra dei trent’anni.  Ora, dopo i fatti dell’11 settembre, queste riflessioni hanno preso un nuovo, vigoroso ed imprevedibile impulso, determinato da una sindrome di accerchiamento.

Il tema, diventato ineludibile, è se noi, gli occidentali, siamo di fatto, volenti o nolenti, cristiani e se, data l’inevitabile risposta positiva, in che cosa consista per la precisione l’essere cristiani e in sostanza cosa sia il cristianesimo, quello vero.

 

Come ovvio, prima della salita sulla croce, si pone e sta, come una montagna che sbarri la nostra strada, l’Antico Testamento:  per questo tema,  il testo base al quale soprattutto mi riferirò è “Oltre la Bibbia” di Mario Liverani, editori Laterza.   L’Autore è docente alla Sapienza di Roma, accademico dei Lincei e archeologo sul campo.  In sostanza si tratta di comprendere, con l’aiuto di questo ed altri testi, che cosa sia accaduto e quali operazioni siano state condotte in porto in quelle epoche remote.  Quale sia stata la storia vera o “normale” come la chiama Liverani, e quali siano invece i miti; e con quale funzione i miti siano stati prodotti.   Come ricorda il Müller-Karpe nel suo “Storia dell’età della pietra”, Laterza, l’esplosione principale di miti non risale affatto all’epoca preistorica, bensì alla successiva epoca proto storica delle prime monarchie che, con l’aiuto della neonata scrittura, tendevano, per mezzo del mito appunto, a imporre alle popolazioni sottomesse il proprio controllo sociale.

 

Per quel che riguarda dunque la storia normale c’è da dire innanzitutto che non risulta che gli Ebrei abbiano mai messo piede in Egitto.  Risulta essere altresì una leggenda metropolitana che il monoteismo ebraico abbia origine dalle dottrine teologiche del faraone eretico Achenaton.   L’analisi puntuale fa ritenere che tutto l’impianto biblico sia di chiara e palese derivazione mesopotamica:  ne discende che il testo biblico, così come è scritto, sia da ritenere ben più tardo di quanto sostenuto dalla tradizione comunemente accettata.  Tale testo risulta una compilazione degli scribi diretti da Esdra, e quindi tale redazione è da ritenersi successiva all’esilio babilonese (anche se, come ovvio, in essa sono raccolti testi e tradizioni antecedenti).

 

Nel passare all’analisi del mito, Liverani nota che non ci furono due conquiste della Terra promessa, ma una sola, quella successiva all’esilio babilonese;  e dunque si deve concludere che la prima conquista è del tutto mitica, immaginata a partire da un esilio in Egitto, esilio le cui premesse e connotazioni sono tra l’altro prettamente mesopotamiche (valga, per tutti, l’esempio della creazione del mondo e delle due figure di Noè e di Mosè:  il primo è una riedizione della figura mitica sumera di Uta Napistim, ben noto ai lettori del poema di Gilgames;  il secondo, a parte il nome preso in prestito dagli Egiziani, incontra vicende del tutto simili a quelle del leggendario Sargon I, che fondò, circa mille anni prima, l’impero accadico;  secondo la leggenda,  Sargon, neonato, fu abbandonato in una cesta di vimini alle acque dell’Eufrate, e fu salvato ed allevato da una principessa).     La domanda importante è, ad ogni modo, la seguente: per quale motivo è stato partorito un mito così epico ed accattivante quale è quello contenuto nel Pentateuco?   La risposta di Liverani è chiara e netta:  si tratta di un mito elaborato al fine di riconquistare, in patria, i beni perduti dai deportati a Babilonia.   Gli Ebrei, ricorda sempre Liverani, erano un popolo di origine Cananea e, come tutti i Cananei erano politeisti.   Sotto l’influsso delle religioni orientali, c’erano stati importanti preadattamenti al monoteismo, soprattutto da parte dei re e della classe dirigente.  Nabuccodonosor deportò a Babilonia proprio la sola classe dirigente, in numero stimabile a 7000 individui (cresciuti, durante l’esilio, a 40000) e fu così che i loro compatrioti, rimasti in patria,si impossessarono allegramente di beni e palazzi rimasti senza proprietari.   Durante l’esilio babilonese i deportati e i loro discendenti si avvicinarono ulteriormente al monoteismo di origine persiana.   Al ritorno fu avviata una violenta campagna monoteistica contro i compatrioti usurpatori, indicati come idolatri e protagonisti di culti abominevoli.   Costoro furono sconfitti e la classe dirigente risalì in sella, il tempio di Salomone fu ricostruito in proporzioni ben superiori rispetto a quelle dell’antico tempio e la classe sacerdotale prese la guida della nazione, rimandando a tempi escatologici il ritorno del trono di Davide in Gerusalemme.  

 

Questo è in sostanza il quadro entro il quale prese vita la tradizione messianica.   Il dilemma fondamentale che gli Ebrei non riuscirono mai a sciogliere è il seguente:  il Messia è l’erede legittimo del trono di Davide oppure è un Salvatore inviato per tutta l’umanità?   Liverani fa toccare con mano il fatto che le profezie, così dette di tradizione “mosaica”, fossero non profezie a lungo termine, ma a brevissimo termine, rinnovate ogni volta che si stava intronizzando un nuovo sovrano.   In queste occasioni i “profeti” si industriavano a dire ogni bene del nuovo sovrano, nell’intento di condizionarne le scelte politiche e morali.   Al contrario una vera e genuina tradizione  messianica a carattere universale è quella inaugurata da Zarathushtra, che prefigurò l’avvento di un Saoshyant, o Salvatore, con la missione di salvare l’umanità intera (vedere a questo proposito:

-       “Zarathustra e la trasfigurazione del mondo”, di Paul du Breuil, ECIG;

-       “Zarathushtra”, di Arnaldo Alberti, Piemme).

Ma in Israele questa concezione pervenne solo a ristrette frange intellettuali (di cui un rappresentante illustre è Paolo di Tarso), in quanto gli appartenenti alla stessa chiesa di Gerusalemme, quella diretta da Giacomo il minore, detto il fratello di Gesù, pensavano che la missione di Cristo fosse quella di un Messia terreno, portatore di liberazione e conquiste per Israele.

 

Questa premessa era necessaria per affrontare un quesito fondamentale:  chi era Colui che venne  mandato da Pilato sulla croce nel supposto anno 33 dopo Cristo?   In modo più specifico, era il Messia di Israele o era il Salvatore dell’umanità?

Nell’affrontare questo fondamentale quesito io mi servirò principalmente di sei testi:

-   “Nuove ipotesi su Gesù”, di David Donnini, MacroEdizioni;

-  “Cristo  -  una vicenda storica da riscoprire, di David Donnini, erre emme;

-   “Cristo e Qumram, la chiave di un rapporto controverso” di David Donnini, www.nostraterra.it;

-     “Essere cristiani” di Hans Küng, Mondadori;

-     “Cristianesimo” di Hans Küng, Rizzoli;

-      “Islam” di Hans Küng, Rizzoli.

 

Non posso né in questa né in altre sedi nascondere la mia ammirazione per l’opera di ricerca svolta da Donnini sul tema che qui stiamo dibattendo:  con ogni evidenza si tratta di un’opera svolta con competenza, acribia, passione e con l’autentico istinto del poliziotto.    Vero è che, alla fine, come ammette lo stesso Donnini, in mancanza di prove convincenti restano in piedi solo delle ipotesi, ipotesi che verranno accolte o respinte (in favore di altre ipotesi) in base al verdetto di  quel tribunale individuale fatto di convinzioni o di simpatie più o meno velate o coscienti e più o meno supportate da prove o indizi.  L’Autore mi perdonerà, spero, per la troppo drastica sintesi che farò delle sue conclusioni e altresì per il fatto di dovermi discostare da esse in modo assai netto, pur avendole sempre ben presenti per il tempo futuro di ricerca che mi rimarrà.

In breve, secondo Donnini, Pilato, procuratore romano, inviò al patibolo Gesù, detto il Cristo, perché voleva farsi re dei Giudei (il che è testimoniato, come riconoscono tanto David Donnini che Hans Küng, dalla scritta I.N.R.I., che i Romani, a termini di legge, misero sulla croce di Gesù).

Per Donnini il personaggio crocifisso era stato unto Messia dalla Maddalena, era entrato a Gerusalemme tra la folla osannante, aveva cacciato i mercanti dal tempio, radunato sul Monte degli Ulivi un gruppo di armati (dopo aver raccomandato ad ognuno di vendere il mantello per procurarsi una spada) per cacciare i Romani e impadronirsi del potere (riportare in Gerusalemme il trono di Davide).   Purtroppo il complotto fu sventato per il tradimento di Giuda, eccessivamente affamato di denaro.   In concomitanza di tutto ciò un certo Barabba (e cioè “Figlio di Dio Padre”) che di nome si chiamava Gesù (nome assai comune), fu liberato da Pilato o spontaneamente o, come dicono i Vangeli, su pressione della folla.

Dopo lunghe riflessioni, con l’appoggio di “Essere cristiani” di Küng, sono giunto ad una diversa conclusione:  secondo me il Gesù persona, l’autore del discorso della montagna, il pacifista che esortava a porgere l’altra guancia non poteva essere il capo degli zeloti.   Non poteva nemmeno avere esortato a vendere il mantello per comprare una spada, né poteva aver pronunciato le truci frasi della mini-apocalisse di Marco (e qui, per inciso, mi pare assai acuta la considerazione di Donnini circa la data della compilazione del primo Vangelo che, avendo messo in bocca a Gesù una classica profezia post-eventum, non può essere stato scritto prima del 70 d.C., data della distruzione del tempio di Gerusalemme) né poteva lo stesso Gesù essere l’ispiratore di un testo grondante sangue e massacri quale l’Apocalisse, così detta, di Giovanni.   Secondo me, tutte queste frasi messe in bocca a Gesù e questo spirito guerrafondaio e revanscista era un retaggio zelotico fatto proprio dagli evangelisti che compilarono i loro Vangeli (sempre secondo una osservazione di Donnini) avendo sotto mano dei proto-evangeli scritti in aramaico.  Con ogni probabilità questi vangeli erano opera proprio di quella su ricordata Chiesa di Gerusalemme capeggiata da Giacomo il minore, la prima chiesa storica che, tuttavia,  in seguito, fu dichiarata eretica dalla chiesa ufficiale.   Per quale motivo?   Per il motivo che essa riteneva Gesù niente affatto Figlio di Dio, ma Messia mandato a liberare Israele.   La prova del nove di quanto vado affermando è contenuta nel Corano.  Maometto nelle sue peregrinazioni fu educato da un monaco ebionita, cioè appartenente ad una setta giudaico cristiana.  Il luogo di diffusione del cristianesimo giudaico fu proprio la penisola arabica dove prosperavano, ai tempi di Maometto, ben tre sette giudaico cristiane, gli ebioniti (o poveri), gli elkesaiti e i giacobiti.  Inoltre ai più e noto che Maometto, durante il suo soggiorno medinese tentò, da una posizione di potere, di stabilire proficue relazioni con gli Ebrei di Medina, ma che alla fine decise di sopprimere tale comunità manu militari.  Ebbene tutti conoscono questa vicenda ma non tutti sanno, come riferito da Küng in “Islam”, che tali Ebrei appartenevano ad una setta giudaico cristiana.  Diventa dunque spiegabile come nel Corano Gesù venga presentato come un grande profeta e Messia e come in tale testo egli sopravviva in modo assai strano alla crocifissione. Dunque, secondo me,  il Gesù nei Vangeli subisce una patina zelotica che non gli appartiene, anche se tale patina fu assai dura a morire.  Questa patina anzi si trasformò in sostanza quando passò nell’Islam:  è dunque giusto dire che l’Islam è nato da una costola del Cristianesimo, con l’avvertenza di tener presente trattarsi del Cristianesimo giudaico e non occidentale.  Infatti il profeta dell’Islam è un profeta armato e per la società islamica le faccende politiche non sono mai separate dalle faccende religiose.

 

Ma se le cose fossero andate come suppone il sottoscritto, sulla scorta di Hans Küng, allora per quale motivo Pilato avrebbe mandato alla croce l’innocente Gesù?       Secondo me la spiegazione è assai semplice e nemmeno del tutto inedita:  il fulcro di queste considerazioni si incentra nel personaggio di Giuda.   Costui era chiaramente uno zelota e probabilmente non il solo, tra la cerchia di Gesù, come giustamente avvertito da Donnini.  Anche Simon Pietro aveva spinto a più riprese Gesù a mettersi a capo del movimento zelotico, ricevendone la famosa apostrofe :<<Satana!>>   Insomma gli zeloti miravano a provocare una ribellione e a un certo punto furono seriamente infastiditi dalle continue ripulse e dall’atteggiamento pacifista di Gesù.  Alla fine decisero di eliminare questo fastidioso e controproducente peso morto:  e dunque Giuda ordì il suo tradimento per mezzo di una calunnia.   Il complotto, di cui ci parla Donnini, non fu un vero complotto, ma fu descritto come tale nella calunnia di Giuda:  questi finse di agire per avidità di denaro proprio per rendere credibile quanto andava asserendo.  E scribi, farisei e sacerdoti non aspettavano altro, in quanto il così detto Nazareno era loro inviso per una serie imponente di motivi.   La maschera di Giuda cade quando costui scaglia i trenta denari in faccia ai farisei:  non lo fa per pentimento ma per scherno e fierezza zelotica, quando ben vede che la macchina da lui messa in moto giungerà alle sue estreme conseguenze.   Sotto questo aspetto il famoso rinnegamento di Pietro, e anche il suo avere messo mano alla spada, si profilano come una sorta di complicità prestata a Giuda;  la posizione fortemente ambigua di Pietro in tali vicende risalta in modo sinistro per il fatto che egli fu introdotto ad assistere da lontano al processo intentato a Gesù ad opera di un amico o servo del Sommo sacerdote (ma questo è un argomento ancora tutto da esplorare:  dico solo che il grande pentimento di Pietro non è da riferirsi ad un banale ripudio sfuggitogli per la paura, ma a un rinnegamento che sconfina nel tradimento vero e proprio).

Fatto sta che Pilato non ritiene di sottrarsi alle concordanti testimonianze di Giuda e dei farisei ed emette (obtorto collo oppure no) la sua sentenza di condanna.

 

Essere cristiani” di Hans Küng è un grande testo che meriterebbe di essere meditato da cristiani e non cristiani, soprattutto da chi non si arresta una volta per tutte nell’arduo percorso della ricerca.  E’ un testo che io, in una mia recensione, mi sono permesso di definire “illuminista”.  Già il grande Bertrand Russell ebbe a ricordare come il cristianesimo non riscoprì i valori del discorso della montagna per una improvvisa ispirazione dello Spirito Santo, ma per le critiche feroci degli illuministi, con in testa Voltaire (che non a caso era stato educato in un istituto di Gesuiti).   Io mi permetto di pensare che un movimento come quello dell’illuminismo non avrebbe potuto venire alla luce, forse per reazione, ma non solo, in un processo storico diverso da quello del cristianesimo.   Hans Küng dimostra come il centro della predicazione di Gesù siano “libertà, uguaglianza e fraternità” (parole che non riusciranno nuove a questo spettabile uditorio).

L’interpretazione che Küng dà della persona Gesù è di una persona schierata dalla parte di Dio e del suo Regno.   E dunque da che parte sta Dio secondo Küng e secondo il Gesù di Küng?  Dalla parte degli oppressi, dei diseredati, dei malati, degli afflitti.   Gli stessi miracoli, per Küng, non sono da interpretare come effettive eclatanti manifestazioni del soprannaturale (da cui Küng prende le debite distanze)  ma come semplici segni che indicano da quale parte sta Dio: con gli storpi, con i ciechi e anche con i peccatori.

La stessa resurrezione, per Küng, non né un fatto storico (in quanto, se avvenuta, avvenuta di notte e senza la presenza di alcun testimone) né un prodigio avvenuto nell’al di qua.  Gesù sarebbe stato resuscitato nello spirito, e l’unica e  vera rivelazione sarebbero le sue apparizioni dopo risorto: quelle apparizioni di un alcunché che passa attraverso i muri e poi mangia pesci arrostiti.  Un alcunché definito da Küng come “imperscrutabile”.   Insomma si tratta di un cristianesimo molto alla portata di chi voglia conservare un barlume di spirito critico.   La questione se Gesù sia o meno il Figlio di Dio viene risolta da Küng alla maniera dell’antica eresia detta dell’ “adozionismo:  Gesù nato e vissuto come uomo, viene, dopo morto, risuscitato da Dio e sempre dopo morto e resuscitato, chiamato alla destra del Padre e proclamato figlio di Dio e Messia (o altrimenti Cristo) del Regno celeste o del Regno di Dio in terra.   Dunque una vicenda che non viene, di per sé, a interferire con le vicende immanenti, anche se poi viene a interferire assai nelle scelte di coloro che volessero mettersi alla sequela di Gesù.   Ma, ripeto, per fare ciò è fondamentale scoprire se Egli era il capo degli zeloti o non invece uno diventato, a poco a poco il Salvatore.   In questa indagine dall’esito incerto, l’unico mezzo  è appunto quello di scoprire il carattere di Gesù, depurandolo delle incrostazioni cadute dentro gli evangeli e a tutta la tradizione:  è ovvio che il carattere di Gesù immaginato da Küng non è lo stesso che si è immaginato San Bernardo.

 

Vediamo allora, per ultima cosa, se il carattere di Gesù immaginato da Küng sia compatibile con la sua appartenenza alla setta degli Esseni, così come pare incline a pensare Donnini:  certamente il Donnini che pensa che sulla croce sia finito il capo degli zeloti non è in contraddizione con se stesso se pensa che Gesù provenisse dalla setta degli Esseni:  costoro erano dei separati e dei puri, e cioè degli iperfarisei (teniamo presente che il termine fariseo vuol dire, già per conto suo, “separato”), che addirittura rimproveravano ai farisei il loro collaborazionismo con i Romani.  La presenza a Qumran del “Rotolo della guerra” e mille altri segni dimostrano che la mentalità apocalittica, che credo di poter escludere dalla mentalità di Gesù, era ben presente a Qumran .  Un esseno, tra l’altro, nel suo puritanesimo, non si sarebbe mai accompagnato con peccatori, pubblicani e prostitute.  Tanto per gli esseni quanto per i farisei la salvezza si otteneva osservando in modo rigorosissimo la legge: Gesù era venuto, al di là delle dichiarazioni di facciata, a mettere praticamente nel nulla la legge, il che si vedrà molto chiaramente nella predicazione di San Paolo, il quale non è secondo me, il fondatore del cristianesimo, come ritengono Nietzsche e Donnini, ma il continuatore dell’opera antilegalitaria di Gesù  (sul tema della salvezza – se si tratti di un problema fondamentale o meramente inventato, come ritiene il sottoscritto - e del suo collegamento o meno alla legge e quindi alle opere – con il confronto delle tesi di Paolo e Lutero – sarebbe più che opportuno un nuovo congresso e dunque mi affido in questo senso agli organizzatori).

Insomma, per tornare alla ricerca del carattere di Gesù, siamo alla solita contraddizione che ci presenta in un unico personaggio atteggiamenti e pensieri così contrastanti da far supporre di essere di fronte ad uno schizofrenico:  il pacifista bellicoso, lo spiritualista attento alle vicende politiche di quaggiù, il sacerdote che frequenta la suburra.   Questo modo schizoide di intendere il cristianesimo, ben inteso, fa parte alla grande della storia di questa religione, ma ciò è possibile per il detto popolare “tante teste tante idee”.   In una singola persona questo fenomeno è meno probabile e se fosse presente darebbe luogo ad altri e assai notevoli disturbi.

Nel Gesù predicatore e amico dei piccoli e degli ultimi niente compare di tutto questo:  tali circostanze, come ho già detto, sembrano tutte incrostazioni postpasquali, dovute anche alle per niente allegre vicende di Israele, incontrate nell’epoca della formazione del cristianesimo e della stesura dei testi neotestamentari

.

Ma le acute osservazioni di Donnini non possono essere messe sotto silenzio quando questo Autore ci ricorda, insieme ad altri, che molte pratiche cristiane, tra le quali, in primis, la cena, seguono cerimoniali esseni.   Ebbene io vorrei qui proporre una mia supposizione, lasciandola al vaglio del buon senso e delle indagini degli uditori:   la narrazione evangelica del ritiro di Gesù nel deserto con tentazione finale del demonio mi sembra una forma simbolica e un po’ ermetica per alludere ad una permanenza di Gesù presso una qualche comunità di anacoreti, e qui il pensiero non può che ricorrere a Qumran, con partecipazione alla vita e alle cerimonie degli stessi, per cui il “profumo essenico” del cristianesimo sarebbe qualcosa di formale e superficiale e non di sostanziale (purtroppo invece lo stesso spirito essenico, con l’attaccamento alla legge e al diritto canonico è passato nel cristianesimo, ma ciò, secondo me, è avvenuto contro le intenzioni di Gesù).   La tentazione finale del Demonio può apparire come la proposta, da parte degli esseni medesimi, a tale giovane e affascinante adepto, di mettersi a capo del movimento insurrezionale, la cui ideologia ben covava tra quegli individui che, dal deserto, erano i principali ispiratori degli zeloti.  Ma ben sappiamo la reazione di Gesù, ben in linea con il suo carattere spirituale e pacifista.   Il fatto poi che quella vicenda sia stata tramandata sotto la forma di una tentazione di Satana, ben collima con l’episodio, che ho già ricordato, dell’apostrofe “Satana!” indirizzata a Simon Pietro all’atto di analoghe insistenze del principe degli apostoli.   Si sa poi che i successori di quest’ultimo non hanno avuto troppi scrupoli nel seguire le insistenze del loro primo e inquietante prototipo.

 

A mo’ di conclusione del tutto provvisoria, in linea con Paul du Breuil, io ritengo che Gesù possa essere considerato il Salvatore profetizzato da Zarathushstra:  il Salvatore, ben inteso, del mondo, e non delle singole animucce, che, a parer mio, secondo quanto a suo tempo insegnato da Zarathushtra, sono già salve da sempre.  Per me l’autentico messaggio cristiano non riguarda la contabilità dei peccatucci da assolvere e delle scomuniche da impartire.   Quando Gesù disse “Date a Cesare quel che è di Cesare” intendeva lasciare al potere laico la gestione della morale e del diritto che, alla morale, è strettamente collegato.  Dunque il Cristianesimo, quello vero, non può essere una puntigliosa amministrazione concernente gli spermatozoi, le scomuniche o i capitali dello Ior.  

In che senso la figura di Gesù si può porre quale Salvatore secondo quanto previsto da Zarathushtra?  Nel suo porsi come annunciatore del Regno di Dio.   Nel superamento di ogni manicheismo che avveleni i rapporti tra (presunti) buoni e cattivi, tra materia e spirito, tra ricchi Epuloni e diseredati, tra sacro e profano, tra popoli e religioni in contrasto:  il che significa accedere operosamente alla visione dell’Unità del tutto e alla riparazione delle ferite duali che ogni giorno si aprono nel corpo martoriato del mondo.   Ciò, ripeto, va attuato non certo al fine di salvarsi l’anima, ma al fine ben più serio di salvare il mondo, il quale sì corre il pericolo di una gravissima perdizione.  Ripeto ancora, non si tratta di gestire una morale ma di aprirsi ad una autentica visione religiosa dell’esistenza.


http://www.capurromrc.it/cristo/1trial.html

GESU' IL CRISTO - QUALCHE IPOTESI SULLA FIGURA STORICA

Il processo

A latere della breve disquisizione sulla figura di Cristo credo opportuno fornire qualche chiarimento in merito alla questione del "processo", che, oltre a costituire una delle cause prime della squallida persecuzione attuata verso gli ebrei, sembra rappresentare una graziosa ed incompetente giustificazione di un possibile evento di "giustizia" (la crocifissione) per i cristiani a venire.

Vorrei evitare di trattare l'eventuale problema della "responsabilità" dell'esecuzione di Gesù, limitando l'indagine agli aspetti di incongruità che questo processo ha evidenziato nei racconti e nelle relazioni canoniche.

A questo scopo mi permetto di fare seguire una serie di tabelle di comparazione delle sezioni dei vangeli che attengono all'argomento. I testi sono tratti da, The Trial of Jesus of Nazareth , Samuel Brandon, 1968, London , nella traduzione di Matilde Segre. L'ordine degli eventi , come noto, non è precisamente lo stesso nei quattro documenti, così come la loro descrizione, e , volutamente, mentre mi attengo alla sequenza di Marco ho cercato di adattare quanto contenuto negli altri tre vangeli. Il controllo della sequenza, peraltro critico solo in Giovanni, risulta agevole attenendosi alle numerazioni originali. Ad ogni tabella provvedo a premettere un breve commento/segnalazione al fine di porre in evidenza le discrepanze più significative. In calce alla sequenza di tabelle seguirà un'analisi riassuntiva del processo:

L'arresto cattura

Si verifica di notte (la Legge Ebraica prevede che, salvo in caso di flagranza, si debba verificare di giorno, alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, proprio perché nulla deve essere in ombra o nascosto), apparentemente in assenza di un vero e proprio mandato legale (di cui potremmo però ipotizzare la ragionevole esistenza). La procedura ha le caratteristiche di una cospirazione con la presenza dichiarata di almeno un cospiratore/traditore: il povero Giuda, forse deluso nelle sue speranze patriottiche dal messia.

MARCO (Roma, ca 70/90 e.V.)

MATTEO (Alessandria, ca 80/100 d.C)

LUCA (Grecia o Siria, ca 85/100 e.V.)

GIOVANNI (Asia Minore?, c. 100/120 e.V.)

43. e subito, mentre ancora parlava, si accosta Giuda, uno dei dodici, e con lui una turba con spade e bastoni, da parte dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani. 44 Colui che lo tradiva aveva dato loro un segnale dicendo:"Colui che bacerò è lui. Prendetelo e conducetelo via tenendolo ben stretto". 45 E arrivato, tosto fattosi avanti, gli dice: "Maestro" e lo baciò. 46 Essi allora gli misero le mani addosso e lo arrestarono.

 

 

 

 

 

47 E mentre egli ancora parlava ecco venire Giuda, uno dei dodici, e insieme a lui molta folla con spade e bastoni da parte dei pontefici e degli anziani del popolo. 48 Colui poi che lo tradiva aveva dato loro un segno dicendo: "Quello che bacerò è lui, arrestatelo". 49 E subito, avvicinatosi a Gesù, disse: "Salve Rabbi" e lo baciò. 50 Ora Gesù gli disse: "Amico, a che scopo sei qui?". Allora quelli, fattisi avanti, misero le mani su Gesù e l'afferrarono.

 

 

 

 

 

47 mentre ancora parlava, ecco della gente e colui che era chiamato Giuda, uno dei dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo.48 Gesù gli disse:"Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 Giuda dunque, presa la coorte e la schiera dei servi dai pontefici e dai farisei, arriva là con lanterne, torce ed armi. 4 Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadere, uscì e disse loro: "Chi cercate?". 5 Gli risposero: " Gesù Nazareno". Dice loro: "Sono io". Era con loro anche Giuda, quello che lo tradiva. 6 Come dunque egli ebbe detto loro: "Sono io" essi arretrarono e caddero a terra. 7 Allora egli domandò loro di nuovo: "Chi cercate?". E quelli dissero: "Gesù Nazareno". 8 Rispose Gesù: "Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano". 9 Onde si adempisse la parola che aveva detto: "Non ho perduto alcuno di quelli che mi hai dato".

La reazione

Esiste una reazione armata e violenta da parte dei presenti (apostoli, discepoli ed altri). E' bene ricordare la raccomandazione di Gesù di acquistare e/o procurarsi due spade (le due spade rituali dei guerrieri ebrei: corta e lunga). Notare anche nel corso di tutto l'evento il persistente riferimento alle profezie, costante anche nel resto dei resoconti evangelici (la venuta, Deuteroisaia; figlio dell'Uomo, Daniele; arrivo a Gerusalemme, Deuterozaccaria; espulsione dei mercanti, Geremia; sofferenze e squartazione, Zaccaria; ritorno in gloria , Baruch; etc. etc.)

MARCO (Roma, ca 70/90 e.V.)

MATTEO (Alessandria, ca 80/100 d.C)

LUCA (Grecia o Siria, ca 85/100 e.V.)

GIOVANNI (Asia Minore?, c. 100/120 e.V.)

47 Ma uno dei presenti, sguainata la spada, colpì il servo dal capo dei sacerdoti e gli portò via l'orecchio. 48 E Gesù, rispondendo, disse loro: " Siete venuti come contro un ladro con spade e bastoni a catturarmi. 49 Ogni giorno ero presso di Voi nel tempio ad insegnare e non mi avete preso, ma questo avviene perché si compiano le Scritture". 50 E abbandonatolo, tutti figgirono. 51 Vi fu però un giovanetto che lo seguiva, avvolto il corpo nudo in un lenzuolo, e lo prendono; 52 ma quello, lasciato il lenzuolo, se ne fuggì nudo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

51 Ed ecco che uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano trasse fuori la sua spada e, percotendo il servo del pontefice, gli tagliò un orecchio. 52 Allora Gesù gli dice: "Rimetti la tua spada al suo posto, poiché tutti coloro che prendono la spada di spada periranno. 53 Credi tu che non possa raccomandarmi al Padre mio, il quale mi manderebbe subito più di dodici legioni di angeli? 54 Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?". 55 In quello stesso momento Gesù disse alle folle: " Come contro un brigante siete usciti con spade e bastoni per prendermi. Ogni giorno sedevo nel tempio per insegnare e non mi avete preso. 56 Ma tutto questo è avvenuto, affinché si adempissero le Scritture dei profeti". Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono.

49 Quelli che gli stavano attorno, vedendo ciò che stava per accadere, dissero:"Signore, colpiamo con la spada?". 50 E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli portò via l'orecchio destro. 51 Ma Gesù disse: "Lasciate, Non più". E, toccato l'orecchio, lo risanò. 52 Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, comandanti delle guardie del tempio ed anziani: "Come contro un brigante siete venuti con spade e bastoni. 53 Ogni giorno ero con Voi nel tempio e non m avete messo le mani addosso, Ma questa è la Vostra ora e il potere delle tenebre".

 

 

 

 

 

 

 

10 Simon Pietro allora, che aveva una spada, la sguainò, colpì il servo del pontefice e gli mozzò l'orecchio destro. Ora quel servo aveva nome Malco. 11 Gesù disse a Pietro: "Rimetti la spada nella guaina. Non berrò dunque il calice che mi ha dato il Padre?".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primo Sinedrio

Sempre notte. La convocazione del Sinedrio appare ufficiosa ed irregolare. Sono presenti testimoni, falsi o non concordi. Sono presenti, indebitamente, sia discepoli sia altri soggetti non appartenenti alla corte. Vengono portate accuse di blasfemia e viene "estorta" una sorta di confessione, con seguente unanimità dei voti. I primi interrogatori vengono posti in essere da singoli individui ed in assenza di una corte legale. L'arrestato viene indebitamente maltrattato.

MARCO (Roma, ca 70/90 e.V.)

MATTEO (Alessandria, ca 80/100 d.C)

LUCA (Grecia o Siria, ca 85/100 e.V.)

GIOVANNI (Asia Minore?, c. 100/120 e.V.)

53 Allora, essi condussero Gesù davanti al capo dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54 E Pietro lo seguì da lontano fin dentro l'atrio del capo dei sacerdoti. E si mise a sedere coi servi e si scaldava al fuoco. 55 Ora i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per farlo morire, ma non la trovavano, 56 perché molti testimonivano falsamente contro di lui, ma le loro testimonianze non erano concordi, 57 E alcuni dei presenti testimoniavano il falso contro di lui dicendo: 58 "Noi l'abbiamo sentito dire: Io distruggerò questo tempio fatto da mano d'uomo e in tre giorni ne costruirò un altro non fatto da mani d'uomo". 59 Ma neppure così la loro testimonianza era concorde. 60 E alzatosi in mezzo, il capo dei sacerdoti interrogò Gesù dicendo: "Non rispondi nulla? Di cosa costoro ti accusano?". 61 Ma egli taceva e non rispose nulla. Di nuovo il capo dei sacerdoti lo interrogava e gli dice: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Benedetto?". 62 Gesù rispose: "Io lo sono, e vedrete il Figlio dell'Uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo". 63 Allora il capo dei sacerdoti, strappandosi le vesti, dice: "Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64 Avete sentito la bestemmia? Che vi pare?", Tutti allora sentenziarono che era reo di morte. 65 E alcuni cominicarono a sputargli addosso, gli coprivano il volto e lo schiaffeggiavano dicendogli: "Indovina". E i servi gli davano degli schiaffi.

57 Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero da Caifa, sommo sacerdote, presso il quale gli scribi e gli anziani si erano radunati. 58 Pietro lo seguiva da lontano fino al cortile del sommo sacerdote, ed entratovi, sedeva con i servi per vedere la fine. 59 Ora i pontefici e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per farlo morire, 60 ma non ne trovavano, pur essendosi presentati molti falsi testimoni. Finalmente , accostatisi due, 61 dissero: "Costui ha detto: Io posso distruggere il tempio di Dio e riedificarlo in tre giorni". 62 Il sommo sacerdote, alzatosi, gli disse: "Non rispondi nulla? Che cosa testificano costoro contreo di te?" 63 Ma Gesù taceva. Il sommo sacerdote gli disse: " Ti scongiuro per il Dio vivente, che tu ci dica se sei il Cristo, il Figlio di Dio". 64 Gesù gli risponde: "Tu l'hai detto. Anzi vi dico: da ora vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza, venire sulle nubi del cielo". 65 Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti, dicendo: "Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora voi avete udito la sua bestemmia. 66 Che ve ne pare?". Ora quelli, rispondendo, dissero: " E' reo di morte!". 67 Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri poi lo percossero, 68 dicendo: "Indovina, o Cristo, chi ti ha percosso".

54 Dopo averlo preso, lo condussero via e lo portarono nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

12 La coorte allora, il tribuno e le guardie dei Giudei si impadronirono di Gesù. Lo legarono 13 e lo condussero prima da Anna, che era suocero di Caifa, il quale era pontefice quell'anno. 14 Caifa era colui che aveva consigliato i Giudei: "Conviene che un uomo solo muoia per il popolo".....

salto a 19 per inizio episodio di Pietro

19 Il pontefice dunque interrogò Gesù intorno ai suoi discepoli e al suo insegnamento. 20 Gesù gli rispose: "Io ho parlato apertamente al mondo, ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio dove tutti i Giudei si radunano e nulla ho detto di nascosto. 21 Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito che cosa ho detto loro, ecco, essi sanno che cosa ho detto". 22 Ma avendo egli detto queste cose, uno dei ministri presenti diede uno schiaffo a Gesù dicendo: "Così rispondi al pontefice?". 23 Gesù gli rispose: "Se ho parlato male testimonia del male, ma se ho parlato bene perché mi percuoti?".24 Anna allora lo mandò legato dal pontefice Caifa.

 

 

Pietro

MARCO (Roma, ca 70/90 e.V.) MATTEO (Alessandria, ca 80/100 d.C) LUCA (Grecia o Siria, ca 85/100 e.V.) GIOVANNI (Asia Minore?, c. 100/120 e.V.)

66 Mentre Pietro era di sotto, nell'atrio, viene una delle serve del capo dei sacerdoti 67 e, veduto Pietro che si scaldava, guardatolo attentamente, dice: "Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù". 68 Ma egli negò dicendo: "Non lo conosco, nè capisco ciò che tu dici". E se ne andò fuori, nel vestibolo, e un gallo cantò. 69 Ora la serva, vedutolo, cominciò di nuovo a dire ai presenti: "Costui è di quelli". 70 Ma egli di nuovo lo negava. E poco dopo, di nuovo, i presenti dicevano a Pietro: "Sicuramente sei di quelli: infatti sei galileo". 71 Ma egli cominciò ad imprecare e a giurare: "Non conosco quest'uomo di cui parlate". 72 E subito un gallo cantò per la seconda volta. Allora Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: "Prima che un gallo canti due volte mi rinnegherai tre volte". E scoppiò in un pianto dirotto.

 

 

 

 

 

69 Pietro, intanto, era seduto fuori nel cortile quando gli si accostò una serva, dicendo: "Anche tu eri con Gesù, il Galileo". 70 Ma egli negò davanti a tutti dicendo: "Non so che cosa dici". 71 Ora, uscito sul portico, un'altra lo vide e dice a quelli che erano colà: "Questi era con Gesù il Nazareno". 72 Ma di uovo egli negò con giuramento. " Non conosco quell'uomo". 73 E poco dopo, accostatisi i presenti, dissero a Pietro: "Veramente anche tu appartieni ad essi, infatti anche il tuo modo di parlare ti dà a conoscere". 74 Allora cominciò a maledie e giurare: "Non conosco quell'uomo". E subito il gallo cantò. 75 Pietro si ricordò della parola dettagli da Gesù: "Prima che il gallo canti mi rinnegherai tre volte". E uscito fuori, pianse amaramente.

 

 

 

 

 

 

 

55 Avendo poi acceso un fuoco in mezzo al cortile, vi si sedettero intorno ed anche Pietro sedette in mezzo a loro. 56 Ora una serva , avendolo visto seduto presso la fiamma e avendolo fissato, gli disse: "Anche questi era con lui". 57 Ma egli negò dicendo: "Non lo conosco, donna". 58 E poco dopo, avendolo visto un altro, disse: "Anche tu sei di quelli". Ma Pietro rispose: "O uomo, non lo sono". 59 Passata circa un'ora, un altro insistè dicendo: "E' vero anche questi era con lui, infatti è galileo". 60 Ma Pietro gli rispose: "O uomo, non so cosa dici". E subito, mentre ancora parlava, un gallo cantò. 61 Allora Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: "Oggi prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte". 62 e, uscito fuori, pianse amaramente. 63 Intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù, lo schernivano, percuotendolo 64 e, dopo averlo bendato, lo interrogavano dicendo: "Indovina, chi ti ha percosso?" 65 e bestemmiando, dicevano contro di lui molte altre cose.

 

 

15 Seguivano Gesù, Simon Pietro e un altro discepolo. Ora questo discepolo era conosciuto dal pontefice ed entrò con Gesù nel cortile del pontefice. 16 Pietro invece stava fuori della porta. Uscì dunque l'altro discepolo conosciuto dal pontefice, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17 Dice dunque a Pietro la serva portinaia: "Sei forse anche tu dei discepoli di quest'uomo?" Risponde quegli: "Non lo sono". 18 Ora i sevi e le guardie avendo fatto della brace, poiché era freddo, stavano a scaldarsi. E anche Pietro stava con loro a scaldarsi.

salto a 25 per seguito episodio Pietro

25 E Simon Pietro stava scaldandosi. Gli dissero dunque: "Sei forse anche tu uno dei suoi discepoli?". Egli negò e disse: "Non lo sono. 26 Ma uno dei servi che era parente di quello a cui Pietro aveva mozzato l'orecchio, dice: "Non ti ho visto nell'orto con lui?". 27 Pietro allora negò ancora una volta e subito un gallo cantò.

Secondo Sinedrio

Manca il rispetto del periodo di Legge tra prima e seconda eventuale udienza. Di nuovo apparente unanimità dei voti. Impossibile discrepanza con il periodo pasquale, nel corso del quale era vietato al Sinedrio di riunirsi

MARCO (Roma, ca 70/90 e.V.) MATTEO (Alessandria, ca 80/100 d.C) LUCA (Grecia o Siria, ca 85/100 e.V.) GIOVANNI (Asia Minore?, c. 100/120 e.V.)
XV

1 E subito, la mattina, i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio, con gli anziani e gli scribi, dopo aver tenuto consiglio, legato Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XXVII

1 Fattosi poi giorno, presero consiglio tutti i pontefici e gli anziani del popolo contro Gesù per farlo morire. 2 Legatolo, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato.

 

 

 

 

 

 

 

 

66 Quando si fece giorno, si radunò il consiglio degli anziani del popolo, capi dei sacerdoti e scribi e lo fecero condurre davanti al loro sinedrio, 67 dicendo: "Se tu sei il Cristo, diccelo". Ma egli disse loro: "Se ve lo dico non mi crederete, 68 se vi interrogherò non mi risponderete. 69 D'ora innanzi il Figlio dell'uomo siederà alla destra della potenza di Dio". 70 Allora tutti dissero: "Dunque tu sei il Figlio di Dio?". Egli rispose loro: "Sì, lo sono". 71 Allora essi dissero: "Abbiamo ancora bisogno di testimonianze? Noi stessi l'abbiamo udito dalla sua bocca".

28 Intanto conducono Gesù da Caifa, nel pretorio. Era mattina. Ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la pasqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuda

MARCO (Roma, ca 70/90 e.V.) MATTEO (Alessandria, ca 80/100 d.C) LUCA (Grecia o Siria, ca 85/100 e.V.) GIOVANNI (Asia Minore?, c. 100/120 e.V.)
 

3 Allora Giuda che l'aveva consegnato, vedendo che era stato condannato, preso dal rimorso, restituì i trenta denari d'argento ai pontefici ed agli anziani, 4 dicendo: "Ho peccato, avendo consegnato un sangue innocente". Ma quelli risposero: "Che importa a noi? pensaci tu". 5 E gettati i denari nel tempio, si allontanò ed andò a impiccarsi. 6 Ma i pontefici, presi i denari, dissero: "non è lecito metterli nel tesoro, perché è prezzo di sangue". 7 e, dopo aver tenuto consiglio, comprarono con essi il campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. 8 Perciò quel campo fu chiamato :"Campo di sangue" fino ad oggi. 9 Allora si adempì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: "Presero i trenta denari d'argento, prezzo di colui che era stato venduto, messo a prezzo dai figli d'Israele, 10 e li diedero per il campo del vasaio, come il Signore mi aveva ordinato".

   

 

Pilato e Erode

Sequenza di accuse apparentemente incongrue sino a quella di tradimento e rivolta contro Cesare e Roma. Doppia sanzione (flagellazione e crocifissione). Misteriosa e sconosciuta usanza pasquale di rilasciare un prigioniero.

MARCO (Roma, ca 70/90 e.V.) MATTEO (Alessandria, ca 80/100 d.C) LUCA (Grecia o Siria, ca 85/100 e.V.) GIOVANNI (Asia Minore?, c. 100/120 e.V.)

2 Allora Pilato lo interrogò: "Tu sei il re dei Giudei?". Ed egli, rispondendo, gli dice:"Tu lo dici". 3 I capi dei sacerdoti intanto lo accusavano di molte cose. 4 E Pilato lo interrogava di nuovo dicendo: "Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano". 5 Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che, Pilato rimase meravigliato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 Ora per la festa soleva liberare loro un carcerato, qualunque richiedessero. 7 Vi era uno, chiamato Barabba, incarcerato insieme a dei sediziosi che in una ricolta avevano commesso un omicidio. 8 E la folla, facendosi avanti, cominciò a chiedere quanto egli era solito concedere loro. 9 Pilato rispose loro dicendo: "Volete che vi liberi il re dei Giudei?". 10 Capiva bene infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11 Ma i capi dei sacerdoti istigarono la folla, perchè liberasse loro piuttosto Barabba. 12 E Pilato, rispondendo di nuovo, diceva loro: "Che farò dunque di colui che chiamate il re dei Giudei?" 13 Ma quelli urlarono di nuovo. "Crocifiggilo". 14 E Pilato diceva loro: "Che ha fatto dunque di male?". Ma quelli gridavano ancora più forte: "Crocifiggilo".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15 Pilato, allora, volendo fare cosa gradita alla folla, liberò loro Barabba e consegnò Gesù, dopo averlo fatto flagellare, perché fosse crocifisso.....

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 Gesù poi comparve davanti al governatore e il governatore lo interrogò dicendo: "Tu sei il re dei Giudei?" Gesù rispose: "Tu lo dici". 12 Ma egli, mentre era accusato dai pontefici e dagli anziani, non rispose nulla. 13 Pilato allora gli dice: "Non senti quante cose attestano contro di te?" . 14 Ma non rispose neppure ad una parola, sicché il governatore se ne meravigliò assai.

 

 

 

 

 

 

15 In ogni festa, il governatore era solito rilasciare alla folla un prigioniero, quello che essi volevano. 16 Allora, avevano un prigioniero famoso detto Barabba. 17Pilato dunque, essendo essi radunati, disse loro: "Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto il Cristo?". 18 Egli infatti sapeva che glielo avevano consegnato per invidia. 19 Mentre sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: "Non vi sia nulla fra te e quel giusto perché oggi, in sogno, ho molto sofferto per causa sua". 20 Ora, i pontefici e gli anziani persuasero le folle a chiedere Barabba e a perdere Gesù. 21 Riprendendo la parola, il governatore disse loro: "Quale dei due volete che io vi liberi?". Allora essi dissero: "Barabba". 22 Dice loro Pilato: "Cosa dunque farò di Gesù detto il Cristo?" Rispondono tutti: "Sia crocifisso". 23 Ma egli replicò: "Che male dunque ha fatto?". Essi intanto gridavano più forte dicendo: "Sia crocifisso".

 

 

 

 

 

 

24 Allora Pilato, visto che non approdava a nulla ma anzi, ne nasceva un tumulto, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti al popolo dicendo : "Io sono inocente del sangue di questo giusto. Ve la vedrete voi". 25 E tutto il popolo rispose: " Il sangue suo ricada su di noi e sui nostri figli". 26 Allora, egli lasciò loro libero Barabba e, dopo averlo fatto flagellare, consegnò loro Gesù, perché fosse crocifisso....

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XXIII

1 Allora, tutta l'assemblea si alzò, lo condusse da Pilato 2 e cominciarono ad accusarlo dicendo: "Abbiamo trovato costui che sovverte la nostra gente e proibisce di pagare i tributi a Cesare, dicendo di essere il re messia". 3 Pilato lo interrogò dicendo: "Sei tu il re dei Giudei?". Egli rispondendo gli disse: "Tu lo dici". 4 Pilato allora disse ai capi dei sacerdoti e alle folle: "Non trovo alcuna colpa in quest'uomo". 5 Ma essi insistevano dicendo: "Solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, a cominciare dalla Galilea fin qui".. 6 Udito ciò Pilato chiese se quell'uomo fosse galileo 7 e, saputo che era della giurisdizione di Erode, lo mandò ad Erode il quale, in quei giorni, si trovava a Gerusalemme. 8 Erode, visto Gesù, si rallegrò molto: era infatti molto tempo che desiderava vederlo per tutto quello che aveva udito dire di lui e sperava che l'avrebbe visto compiere un miracolo. 9 Gli rivolse dunque molte domande, ma egli non rispose nulla. 10 I capi dei sacerdoti e gli scribi che stavano lì, l'accusavano con violenza. 11 Ed Erode, dopo averlo disprezzato insieme ai suoi soldati e averlo vestito con una veste bianca, lo rimandò a Pilato. 12 Erode e Pilato quel giorno divennero amici, essi che prima erano nemici l'un l'altro.13 Pilato poi, convocati i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, 14 disse loro: "Mi avete condotto quest'uomo come un sobillatore del popolo, ed ecco che io, dopo averlo esaminato alla vostra presenza, non ho trovato in quest'uomo nessuna delle colpe di cui l'accusate, 15 ma neppure Erode: infatti l'ha rimandato a noi ed ecco, non ha fatto niente che sia degno di morte. 16 Perciò, dopo averlo flagellato, lo liberererò".

17 Ora, egli doveva in occasione della festa liberare loro un prigioniero. 18 Tutti insieme gridarono dicendo: "Togli via costui e liberaci Barabba". 19 Costui era in carcere per una sommossa capeggiata in città e per un omicidio. 20 Di nuovo Pilato parlò loro, volendo liberare Gesù, 21 ma essi gridavano dicendo: "Crocifiggilo! Crocifiggilo!". 22 Egli disse loro per la terza volta: "Quale male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che sia meritevole di morte perciò, dopo averlo flagellato, lo rimetterò in libertà". 23 Ma quelli insistevano a gran voce perché venisse crocifisso e le loro voci ingrossavano sempre di più. 24 Allora Pilato deliberò che fosse fatto ciò che chiedevano. 25 Liberò invece colui che per sedizione e omicidio era stato gettato in carcere e che essi avevano richiesto, consegnando Gesù alla loro volontà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

29 Pilato uscì dunque fuori da loro e disse: "Quale accusa portate voi contro quest'uomo?". 30 Gli risposero e dissero: "Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo consegnato". 31 Pilato allora disse loro: "Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge". Gli dissero i Giudei: "A noi non è lecito uccidere alcuno". 32 Affinché fosse adempiuta la parola che Gesù aveva proferito alludendo alla sorta di morte di cui doveva morire: 33 Pilato entrò dunque ancora nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse: "Tu sei il re dei Giudei?". 34 Rispose Gesù: "Dici questo da te stesso o altri te lo dissero di me?". 35 Rispose Pilato: "Sono forse io giudeo? La tua gente e i pontefici ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?". 36 Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo i miei ministri avrebbero combattuto perché io non fossi consegnato ai Giudei. Ma il mio regno non è di qui". 37 Gli disse allora Pilato: "Dunque, sei tu re?". Rispose Gesù: "Tu dici bene che sono re. Io per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza di verità. Chiunque è della verità ascolta la mia voce". 38 Gli dice Pilato: "Che cosa è la verità?". E detto questo, uscì di nuovo dai Giudei e dice loro: "Io non trovo in lui alcuna colpa. 39 Ora , è consuetudine che io vi liberi uno nella pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei Giudei?". 40 Allora gridarono di nuovo dicendo: "Non costui, ma Barabba". E Barabba era un ladro.

XIX

1 Pilato dunque prese Gesù e lo fece flagellare. 2 E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e lo vestirono con un pallio di porpora. 3 Poi gli venivano davanti e dicevano : "Salve, o re dei Giudei". e gli davano delle percosse. 4 Pilato intanto uscì ancora fuori e dice loro: "Ecco, ve lo conduco fuori affinché sappiate che non trovo in lui alcuna colpa". 5 Gesù uscì dunque fuori, portando la corona di spine e il pallio di porpora. E dice loro: "Ecco l'uomo!". 6 Quando dunque lo videro i pontefici e i ministri gridarono dicendo: "Crocifiggilo, crocifiggilo". Dice loro Pilato: " Prendetelo voi e crocifiggetelo, ché io non trovo in lui alcuna colpa". 7 Gli risposero i Giudei: "Noi abbiamo una legge e secondo la legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio". 8 Quando dunque Pilato udì questo discorso si impaurì di più, 9 entrò ancora nel pretorio e dice a Gesù: "Tu, di dove sei?". Gesù però non gli diede risposta. 10 Gli dice dunque Pilato: "Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberartu e il potere di crocifiggerti?". 11 Rispose Gesù: "Non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo ha una colpa più grande chi mi ha consegnato a te". 12 Da allora Pilato cercava di liberarlo. I Giudei invece gridavano dicendo: "Se liberi costui non sei amico di Cesare, chiunque si fa re va contro Cesare". 13 Uditi questi discorso, Pilato condusse fuori Gesù e si assise in tribunale nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbata. 14 Era la vigilia della pasqua, era quasi l'ora sesta. Ed egli dice ai giudei: "Ecco il vostro re!". 15 Quelli allora gridarono: "Via, via, crocifiggilo". Dice loro Pilato: "Devo crocifiggere il vostro re?". Risposero i pontefici: "Non abbiamo altro re che Cesare". 16 Allora lo consegnò loro affinché fosse crocifisso.

Credo necessario riferirmi anche alla questione della targa posta da Pilato o altri sopra la croce, di non poco significato: appare oggetto e causa reale della pena inflitta "tradimento e rivolta contro Roma"

MARCO (Roma, ca 70/90 e.V.) MATTEO (Alessandria, ca 80/100 d.C) LUCA (Grecia o Siria, ca 85/100 e.V.) GIOVANNI (Asia Minore?, c. 100/120 e.V.)

.....26 E l'iscrizione che indicava il motivo della sua condanna diceva :"Il re dei Giudei""....

 

 

 

 

 

 

 

 

...37 Al di sopra del suo capo posero scritto il motivo della sua condanna: "Questi è Gesù, il re dei Giudei".....

 

 

 

 

 

 

 

...38 C'era anche sopra di lui una scritta in greco, latino ed ebraico: "Questi è il re dei Giudei".

 

 

 

 

 

 

 

 

...19 Pilato scrisse anche un cartello e lo pose sulla croce. E vi era scritto: "gesù Nazareno, re dei Giudei". 20 Questo cartello lo lessero molti dei Giudei, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città e lo scritto era in ebraico, latino e greco. 21 Dicevano dunque a Pilato i pontefici dei Giudei: "Non scrivere: Re dei Giudei, ma che egli ha detto: sono re dei Giudei". 22 Pilato rispose: "Quel che ho scritto, ho scritto".

 

Predisposte le tabelle di cui sopra mi sembra necessario evidenziare le discrepanze:

Per comprendere le dimensioni delle incongruità sarà bene esaminare alcune caratteristiche della Legge Ebraica (Toràh) vigente all'epoca dei fatti:

Nell'ambito di applicazione della Legge Ebraica risulterebbe certo che non sia possibile la condanna per un reato capitale basata sulla testimonianza di un numero di testimoni inferiore a due. Un testimone sembra avere lo stesso valore di nessun testimone. Nel caso vi fossero solo due testimoni essi dovevano concordare in ogni più piccolo particolare delle loro versioni,

Sotto le prescrizioni rabbiniche (Talmud), l'accusato aveva il diritto di utilizzare consulenza legale. Se non poteva disporre di, o pagare, un difensore esperto nella Legge, doveva venine nominato uno appositamente per lui che agisse in sua difesa.

Per la Legge Mosaica non poteva venire richiesto ad un accusato di testimoniare a proprio sfavore. Anche per la Legge Ebraica in generale una confessione volontaria non sembra essere stata sufficiente per ottenere una condanna. Mentre in oggi, negli ordimenti giuridici evoluti, Il cosiddetto "onere della prova" pesa sullo Stato essenzialmente al fine di stabilire che una confessione, se prestata, sia stata fornita liberamente, volontariamente ed intelligentemente, tale non era la situazione ai tempi di Gesù e sotto la Legge Ebraica: essa non ammetteva mai, in sè, la "confessione", ritenendo che lo Stato non possa mai basarsi su quello che una persona accusata, non confortata da testimoni, afferma con la sua bocca medesima.

Allo stesso modo non risultano essere state giudicate ammissibili le cosiddette prove circostanziali, come pure non venivano in alcun modo considerate le "cose riferite" di seconda mano. Testimoni e testimonianze dovevano essere prestate di persona e su argomenti direttamente oggetto della personale esperienza del teste.

Persino all'epoca di Cristo era generalmente in vigore la "presunzione di innocenza" e costituiva norma "legale " quando venne crocifisso.

L'accusato, in un processo per reati capitali, doveva essere processato e giudicato "di giorno" ed in pubblico. Nessuna prova e/o testimonianza poteva essere prodotta in assenza dell'accusato medesimo.

I testimoni non dovevano sottostare ad alcun giuramento. Si supponeva che il comandamento "Non fornirai falsa testimonianza (Non dire il falso testimonio contro il tuo prossimo)" fosse sufficiente ad evitare gli spergiuri e le menzogne. Mentire in giudizio, giuramento o non giuramento, costituiva uno "spergiuro". A questo si aggiungevano alcuni ulteriori deterrenti: ogni testimone che mentiva nel corso di un processo per reati capitali era lui medesimo soggetto alla pena di morte. Se un accusato in un processo per reati capitali veniva condannato, i testimoni erano obbligati a presenziare all'esecuzione. E' presumibile che in tali circostanze i testimoni prestino particolare attenzione e cautela alle proprie parole.

Il Grande Sinedrio (supremo consiglio/corte ebrea) era l'unica assise con giurisdizione sui crimini punibili con la morte. Era una corte di 70 membri, presieduta da un Gran Sacerdote (o da due soggetti , secondo alcuni) e composta da una "camera/sezione" religiosa di 23 membri (sadducei) , da una "camera/sezione" legale di 23 scriba (esperti della Legge, di estrazione farisea) ed una "camera/sezione" popolare di 23 anziani (sadducei anch'essi). La sua istituzione viene fatta risalire alle istruzioni impartite a Mosè (Numeri, XI,16).

Veniva usata una grande attenzione nel selezionare i componenti di questa corte. L'età minima era di quarant'anni ed ogni membro doveva avere avuto esperienze in almeno tre "uffici" pubblici di crescente dignità. Ogni membro doveva essere di impeccabile integrità e tenuto nella più alta considerazione dai suoi concittadini. ( Si ricorda però, anche, che le prescrizioni non potevano avere valore molto diverso da quello che hanno oggi per la valutazione dei nostri governanti/politici/giudici). I membri del Sinedrio, che agivano sia come giudici sia come giuria, dovevano essere ebrei stretti (cioè con entrambi i genitori ebrei). Ogni membro che avesse personali interessi nel caso in discussione veniva esentato. La corte doveva decidere innocenza o colpevolezza solo sulla base delle prove e delle testimonianze presentate in "aula" (se così si può dire). In nessun caso sembra poi che il Sinedrio si sarebbe potuto riunire durante il periodo pasquale (allora sette/otto giorni interi), ragione per la quale alcuni studiosi ipotizzano che la festività di cui si parla fosse in realtà diversa (forse quella detta "dei tabernacoli").

Per le Prescrizioni rabbiniche il Sinedrio aveva anche l'incarico di proteggere e difendere l'accusato. In nessun caso gli anziani avrebbero percosso o colpito un "imputato" e nessun membro della corte poteva agire esclusivamente come accusatore o difensore. La Legge imponeva di concedere alla persona imputata il beneficio del dubbio e di assisterla al fine di determinarne la possibile innocenza.

Le procedure processuali sembrano essere consistite in un udienza preliminare nel corso della quale veniva portato, a cura di uno dei giudici, all'attenzione della corte un sommario delle prove e delle testimonianze a carico. Venivano quindi allontanati gli eventuali spettatori e si procedeva ad una votazione. Una maggioranza semplice era sufficiente ad assolvere o condannare. Se veniva decisa l'assoluzione il processo si chiudeva immediatamente e l'eventuale "difensore" veniva immediatamente esonerato dall'incarico.

Se invece veniva decisa l'imputabilità allora veniva dato corso ad una differente procedura. Nessun annunzio di "verdetto" poteva essere emesso in quello stesso giorno. La corte doveva "aggiornarsi" per un giorno solare intero. I giudici potevano recarsi a casa, ma non dovevano permettere ai propri pensieri divagazioni od occuparsi in affari e attività sociali. Il loro compito era quello di considerare e riconsiderare le prove e ritornare il giorno seguente per discutere e deliberare di nuovo. In questa seconda votazione nessun giudice, per cosi dire, "innocentista" poteva modificare il suo voto, mentre potevano modificare il proprio voto i giudici "colpevolisti" nel corso della prima votazione. Non era possibile alcun verdetto unanime di colpevolezza. Tale situazione avrebbe condotto ad una immediata assoluzione e rilascio dell'imputato, sulla base di quanto previsto dalla Legge Mosaica, che imponeva una "split decision", considerando tale evento come evidenza di cospirazione verso l'accusato, di assenza di un giusto obbligo di difesa, dell'impossibilità che accusato fosse privo di amici o difensori.

Salvo casi eccezionali (corrispondenti alla nostra flagranza) gli arresti potevano essere effettuati solo di giorno. Durante la notte costituivano una violazione della Legge, così come violazione della Legge Mosaica avrebbe rappresentato una riunione formale del Sinedrio di notte ed al di fuori della sede di legge. L'utilizzo, ai fini dell'arresto, del tradimento "cospiratorio" di Giuda, peraltro dichiaratamente "corrotto" dal pagamento della famosa bustarella dei "trenta denari d'argento" (sarà bene non dimenticare che, criticabile o meno che sia, il metodo di corrompere i complici è in uso anche presso il nostro "moderno" ordinamento giudiziario: i pentiti ricevono protezione, assistenza ed un discreto assegno di mantenimento), rappresentava una violazione delle Prescrizioni rabbiniche, mentre l'assenza di un mandato "legale" all'arresto era un'altra violazione del codice Mosaico.

Dai vangeli non risulta che tali procedure siano state rispettate, così come appare evidente che non sia stato possibile sfruttare testimonianze "coerenti" contro Gesù. Apparentemente le accuse vennero indirizzate direttamente all'accusato a cui fu richiesto di difendere se stesso, in violazione delle norme vigenti.

Peraltro, in chiave giudiziaria, il comportamento di Gesù è quanto mai ambiguo in tutte le fasi del procedimento. Quasi tutte le sue espressioni verbali risultano incoerenti con il Sitz im leben, anche se relativamente congrue con la spirituale costruzione religiosa cristiana (posteriore di almeno un secolo). Gesù rifiuta sostanzialmente di rispondere e quando risponde le sue parole hanno duplici possibili significati. Sembra assomigliare molto ad un esseno. Frasi come "Tu lo dici" [Marco e Matteo] (alla domanda "Tu sei il re dei Giudei?") possono significare sia "l'hai detto tu!", sia "è come tu dici", sia "questo è quello che dici tu", ma Pilato sembra considerarla una negazione. Tutto il suo atteggiamento sembra denotare disprezzo ed indifferenza verso i "persecutori/repressori", che ricordano posizioni (in aula) mostrate oggidì dai terroristi definiti "irrecuperabili". Non ultima osservazione è quella che concerne l'eventuale blasfemia, per gli ebrei dell'epoca, del dichiarare se medesimi "messia", "figlio di dio" o "figlio dell'uomo" . L'episodio si era già verificato ripetute volte in passato, secondo quanto riportato dalle scritture, senza che nessuno abbia mai nemmeno pensato ad accusare i responsabili di "blasfemia" (che è una bella incongruenza!).

Sembrerebbe che la prima "udienza" di fronte al Sinedrio, conclusasi apparentemente con un primo verdetto di colpevolezza, (ammettendo che due ce ne siano state) sia terminata verso le tre o le quattro del mattino, con un aggiornamento della corte (sempre in violazione della Legge) limitato a poche ore invece che ad un giorno intero. A questa seconda udienza nuovamente vengono poste in essere le medesime irregolarità che hanno connotato la prima: accuse dirette, assenza di difensore, false ed incoerenti testimonianze, interrogazione diretta dell'accusato ed imputazione sulla base delle sue risposte. Occorre altresì rilevare che il racconto di Giovanni, diversamente dai sinottici, mostra una conoscenza diretta delle procedure di Legge ebraiche e sembra indicare che il reato di "sedizione" fosse di espressa competenza romana: Caifa interroga Gesù praticamente da solo e, probabilmente, una volta accertato che il reato non era di competenza del Sinedrio, lo conduce direttamente da Pilato , investendolo della questione. In questo particolare contesto, relato da Giovanni, nessuna riunione del Sinedrio appare necessaria. Si tratta di un arresto di un criminale immediatamente condotto (forse dopo certa resistenza che potrebbe giustificare le percosse) alle autorità competenti per il gravissimo reato commesso (un po' come beccare uno che mette una bomba, bloccarlo con ogni mezzo e consegnarlo alla polizia) . Nella realtà del contesto (ricordiamo che Gesù godeva comunque di un notevole seguito ed i tempi erano stretti) una riunione del Sinedrio avrebbe presentato non pochi rischi: Nicodemo e parecchi altri giudici farisei avrebbero potuto invalidare le decisioni assunte, come succede nel processo a Pietro riportato negli "Atti".

L'importanza di quanto narrato da Marco in questo contesto ("e tutti sentenziarono che era reo di morte") è a carattere assoluto. L'imputato Gesù, in quanto condannato all'unanimità, doveva essere assolto proprio per quanto espressamente stabilito dalla Legge.

Altro elemento da considerare sembra essere il sistema di esecuzione caratteristico degli ebrei: la lapidazione. Gli ebrei non crocifiggevano, come Greci e Romani mi sembra opportuno anche ricordare che per i romani avevano vigenza differenti procedure giudiziarie (che spesso si intrecciavano parzialmente): le quaestiones , limitate in genere all'ambito territoriale di Roma, che prevedevano formali giudizi con giuria ed eventuale difensore, nelle quali reato e pena erano praticamente prefissate. Nelle quaestiones (nel periodo storico in discorso) sembra che la pena potesse anche essere "capitale" (mediante decapitazione o strangolamento), cui si poteva sfuggire mediante l'esilio (aqua et igni interdictio); e la cognitio (o cognitio extra ordinem), in cui potere inquisitorio (di indagine) e decisionale risiedevano essenzialmente nelle mani del magistrato romano, con grande discrezionalità (l'emissione del decretum (sentenza) poteva conseguire, anche nella cognitio, a procedimenti diversi: pro tribunale, quando la sentenza veniva emessa con contraddittorio delle parti e assistenza al magistrato giudicante da parte del suo "consilium"; de plano, quando la sentenza veniva emessa direttamete, senza speciali formalità ed il magistrato assumeva la veste di investigatore, giudice e giuria), e che potevano comportare anche i "summa supplicia" (crocifissione, condanna "ad bestias", vivicombustione), oltre a nuove forme di sanzione quali la condanna "ad metalla", "ad ludos", in "opus publicum", "deportatio", "relegatio", "exilium" e molte altre. In epoca augustea, all'estendersi della cognitio, hanno assunto rilievo significativo anche altre figure criminali, come il "crimen maiestatis", la praevaricatio, la tergiversatio, la violazione del sepolcro e molti delitti che in precedenza erano fonte di azione privata e rientravano nell'editto pretorio (una roba come l'odierna querela di parte; lo stato ora si fa carico direttamente dell'azione)., ma lapidavano o strangolavano a seconda della natura del crimine punito. Nel caso di specie sembrerebbe che dovesse essere posta in essere una lapidazione, specifica punizione per il reato di "blasfemia", imputato dagli accusatori a Gesù. Anche supponendo che non fosse possibile per il Sinedrio, nel contesto dell'occupazione romana, esercitare appieno il proprio mandato (porre in essere esecuzioni capitali, che, secondo alcuni studiosi potevano rientrare nella competenza giurisdizionale che Roma si era riservata. L' idea è ragionevole ed appare giustificata dal contesto di un paese particolarmente ribelle, nel quale, se fosse stato concesso all'autorità locale il potere del "gladium" , cioè di condannare a morte, questa avrebbe in brevissimo tempo potuto togliere di mezzo tutti coloro che avrebbero potuto essere favorevoli ai romani, peggiorando in maniera significativa una situazione già difficile), resta il fatto che quello della sottoposizione a Pilato dell'intera questione rappresenta l'unico particolare validamente giustificato della procedura.

Ricordiamo che il sistema giudiziario romano rappresenta tuttora la base strutturale dell'odierno diritto e che vigeva in esso una astratta indipendenza dalle pressioni politiche (non fingiamo di credere ciò che materialmente non è). Quale procuratore imperiale in territorio di occupazione romana, Pilato aveva il dovere legale di riesaminare tutti i casi e tutte le prove nei delitti capitali. Sembra anche essere stato un giudice severo e puntuale. Non pare che la procedura seguita sia quella di una quaestio, nella quale veniva formata una corte vera e propria. Pilato è solo e la procedura sembra quella di una cognitio extra ordinem (propria delle zone provinciali, periferiche e difficili). L'azione si svolge nel praetorium (forse la fortezza Antonina , forse nella zona del palazzo di Erode a Gerusalemme destinata agli alloggi ed agli uffici dei romani, anch'essa denominata praetorium.

Una volta condottogli l'accusato, Pilato non domanda per che cosa sia stato condannato dal Sinedrio, ma di che cosa sia accusato. Nella risposta presentata in Giovanni " se costui non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato", anche Pilato sembra vedere un indebito tentativo di limitare il suo potere di indagine ed infatti risponde "prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge". Al che i sacerdoti riconoscono la loro impossibilità a condannare a morte.

In questo specifico contesto ed ipotizzando (cosa di cui dubito) che la realtà sia quella descritta dai vangeli, la situazione dei sacerdoti appare giuridicamente difficile: se accusano Gesù di blasfemia sulla base delle testimonianze "non conformi" di due soli testimoni , Pilato rovescerà il verdetto ; se presentano Gesù come reo confesso, Pilato annullerà la sentenza; se dichiarano di averlo condannato con voto unanime, Pilato emetterà un verdetto assolutorio. Il tutto sulla base e nel rispetto della Legge Ebraica. In questo contesto la soluzione sembra essere quella di accusare Gesù di nuovi e differenti reati che maggiormente interferiscano negli interessi romani. Il tradimento verso Cesare e Roma (decisamente gravissimo), la sobillazione contro le autorità costituite. la proibizione di pagare i tributi a Cesare, l'affermare di essere Re e Scelto (o Unto). Tali accuse appaiono chiaramente evidenziate in Luca e risultano giustificate e confortate, nella sostanza, dal comportamento precedente di Gesù (attacco ed occupazione del tempio, proclamazione della propria Maestà [il mio regno non è di questo mondo è un'impropria aggiunta al racconto. Nessun ebreo o gentile lo avrebbe preso sul serio, se l'avesse detto veramente, e contrasta con le profezie a cui dice di attenersi], rifiuto di pagare il tributo, uso e porto di armi in luogo pubblico, azioni violente contro l'autorità) . Risulta comunque assai Improbabile l'immagine di un prefetto romano (della Giudea, luogo all'epoca assolutamente critico) al quale debba essere ricordata la Legge romana e l'interesse di Cesare, salvo che l'espressione non venga utilizzata per assolvere ulteriormente i romani da ogni eventuale responsabilità.

Pilato sembra rispettare (sempre ipotizzando che i fatti siano quelli descritti) la Legge, sia Ebraica sia Romana (ricordiamo che presso i romani già da molto tempo esistevano leggi e norme che regolavano in maniera estesa le varie materie in oggetto: il crimen maiestatis , con la lex Cornelia de maiestate, il crimen vis, con la lex Plautia, la lex Cornelia de sicariis et veneficis che colpiva chi girava armato in città ed altri reati, le leges Iuliae che successivamente regolarono ulteriormente le materie, etc., anche se la cognitio extra ordinem concedeva al magistratum un ambito di imperium discrezionale) quasi letteralmente (con esclusione del problema degli estranei presenti, mi sembra mai ammessi nelle corti romane durante il "dibattimento". Fatta esclusione per accusatori e testimoni (e corte nelle quaestiones) mi risulta che gli estranei potessero presenziare solo al verdetto) sino al momento in cui , dopo aver tentato di spostare sulle spalle di Erode la responsabilità dell'affaire (Erode che appare propenso ad una assoluzione o ad una dichiarazione di incompetenza, restituendolo indenne e vestito di bianco), sembra cedere alle pressioni politiche e popolari adottando un comportamento inqualificabile dal punto di vista giuridico: dopo averlo ripetutamente dichiarato innocente, decide apparentemente di punirlo (fustigazione) e quindi rilasciarlo. Questo, che sembra essere un estremo tentativo di soddisfare, almeno in parte, le richieste dei sacerdoti, fallisce miseramente e Pilato, sbragando miserevolmente, punisce Gesù due volte : fustigazione (già di per se una pena micidiale) e , quindi, crocifissione (summum supplicium). Questa metodica sanzionatoria costituisce di per se medesima un'incongruenza molto rilevante, nell'ottica del pragmatismo romano.

Unica plausibile spiegazione potrebbe essere l'esigenza di presentare un epilogo assolutamente spaventoso e terrorizzante, per gli ebrei, a qualunque genere di ribellione contro l'autorità costituita romana. Insomma una sanzione a carattere deterrente e repressivo verso una popolazione ribelle ed indisciplinata. Non sembra altrimenti possibile che la sequenza di eventi sopra descritti abbia determinato un finale così tragicamente perverso.

Anche una eventuale esecuzione capitale, improbabile conclusione giuridica della favoletta evangelica ma realistico epilogo della saga di un ribelle pericoloso, avrebbe avuto la semplice connotazione di una crocifissione romana (pur deprecabile) priva del contorno di torture e fustigazioni del tutto ingiustificate.

Due dei sistemi giuridici più illuminati che siano mai esistiti, quello romano e quello ebraico, appaiono ridicolizzati dagli inconferenti racconti prodotti dagli ipotetici "evangelisti" e dai loro seguaci, con le conseguenze che ogni incompetenza comporta per i contemporanei ed i posteri

Solo per utile conoscenza esistono studiosi e cultori della materia che teorizzano la contemporanea presenza di due Gesù: Gesù Cristo e Gesù Barabba, sostenendo che il primo avesse le connotazioni del messia ebraico (colui che renderà libero il popolo ebrei , schiacciandone i nemici con la spada), mentre il secondo sarebbe stato un messia pacifico e non violento. Dei due sarebbe sopravvissuto solo il secondo ed è per la sua saggezza e bontà che gli ebrei ne avrebbero chiesto la liberazione e Pilato l'avrebbe concessa. Il primo, patriota e terrorista, sarebbe stato regolarmente crocifisso. In seguito alla scomparsa della chiesa gerosolimitana ed alla confusione delle due figure i personaggi avrebbero subito una sovrapposizione o una sorta di identificazione.

Secondo numerosi ricercatori americani, come ho già detto nel testo linkato, un Gesù come quello descritto nei vangeli non sarebbe invece mai esistito, L'assenza di fonti scritte, prima del secondo secolo, e la presenza di strati temporalmente diversi in Marco ed in "Q" (dei quali il più antico ed originale sembra essere costituito dalla raccolta di detti e parabole) li porta a ritenere che sia stato prodotto progressivamente una sorta di "racconto" (sempre con nuove aggiunte ed adattamenti) di senso compiuto, forse facente perno su uno dei numerosi messia che vennero giustiziati per sedizione (una sorta di antico "mito metropolitano").

Altri studiosi propendono per una figura priva della connotazione "colta". Una sorta di girovago contadino, ignorante ed analfabeta, la cui saggezza ha radici popolari.

Non saprei dire quale sia l'interpretazione più coerente. Ognuno di noi ha la sua. Resta il fatto della crocifissione.


http://www.disinformazione.it/gesu.htm

 

Dissertazioni intorno alla figura di Gesù Cristo


D.ssa Laura Scafati -  www.popobawa.it

Prima di entrare nel fulcro della trattazione  desidero precisare che-  se è pur vero che mi occupo di tale argomento-  non provo, tuttavia, nessun desiderio di voler mettere in discussione né la  fede,  né  le convinzioni personali di nessuno; il mio unico desiderio è quello di parlare del Cristo, che ha realmente percorso le sabbie della Palestina duemila anni fa! Il Gesù storico in tutti i suoi aspetti umani e terreni, con la consapevolezza che per fare ciò bisogna spogliarsi di ogni preconcetto ed essere pronti ad esaminare i fatti storici del tutto spassionatamente.
I Vangeli -  documenti riportati in maniera semplice -  ritraggono un mondo idilliaco ben poco somigliante alla realtà storica mentre la Palestina - all'inizio dell'era cristiana - non era propriamente un "regno da fiaba!"
Al contrario era un luogo reale, popolato da veri individui; soggetto ad un complesso di fattori:  sociali, psicologici, politici, economici e culturali spesso in contrasto tra loro.
Un mondo nel quale venivano stipulati accordi in segreto ed interessi occulti si contendevano il potere.
I Vangeli trasmettono ben poco o nulla di tutto questo per un  motivo  facilmente comprensibile: gli evangelisti ed i loro lettori vivevano  in quel contesto storico; al pari di Gesù e dei suoi discepoli, erano sudditi dell'Impero romano le cui istituzioni erano loro note e con i cui rappresentanti avevano a che fare giorno dopo giorno.
Dal 63 a.C. Israele era diventato provincia dell'Impero romano con a capo Erode - un re  marionetta - considerato un perfido usurpatore; nato in Idumea (regione non giudaica) sentiva molto il problema di non appartenere alla casta ebraica;  pertanto cercò di legittimarsi sposando una principessa giudaica e per ingraziarsi la popolazione, ricostruì il Tempio di Gerusalemme su una scala senza precedenti; episodi, che non riuscirono – in ogni caso – a sanzionarne l’autorità.

Al contrario, nella Palestina del tempo di Gesù si era diffuso il desiderio di un leader spirituale che riportasse la Nazione a Dio, che effettuasse una riconciliazione con il divino.
Questo "capo" spirituale, quando fosse apparso, sarebbe stato riconosciuto come il  re legittimo: il "Messia".
Noi cristiani siamo sempre stati abituati a considerare il ruolo del Messia come avulso dalla politica,  come una figura esclusivamente spirituale;  tuttavia, gli studi biblici degli ultimi anni hanno reso sempre più insostenibile questa interpretazione.
Il giudaismo dell'epoca non faceva, infatti, distinzioni tra politica e religione o per meglio dire: nella misura in cui la  funzione religiosa del Messia comprendeva la liberazione del popolo dalla schiavitù, il Suo ruolo spirituale era anche politico.
Chi meglio di Gesù Cristo, quindi, avrebbe potuto impersonare tale ruolo? Egli era – secondo i Vangeli di Matteo e Luca – un vero legittimo re, discendente in linea diretta di Davide e Salomone.
Chi meglio di Lui avrebbe potuto avanzare una rivendicazione tecnicamente legale al trono dei suoi regali antenati?
Chi più di Lui aveva al suo seguito individui, provenienti dai ceti più disparati, pronti a sostenerlo in tali rivendicazioni?

Basta dare uno sguardo ad alcune frasi dedotte dagli stessi Vangeli per capire l’entità storica e politica rappresentata dal Cristo:
Luca 23:2 Gesù è così accusato"……sobillava la nostra gente alla rivolta, si opponeva al pagamento dei tributi a Cesare e proclamava di essere il Cristo, un Re" In Matteo 21:9 nella sua trionfale entrata a Gerusalemme, Gesù è salutato da una moltitudine che urla "Osanna al figlio di Davide" e in Giovanni 1:49, Natanaele dice chiaramente a Gesù; "tu sei il re d'Israele".
Come non rimanere perplessi di fronte all’ iscrizione "re dei Giudei" che Pilato ordina di affiggere alla Croce?
La tradizione cristiana ascrive questo gesto di Pilato ad un intento derisorio,  ma,  considerandolo sotto tale veste, l'iscrizione non avrebbe in ogni caso senso a meno che Gesù non fosse stato  "realmente" considerato re dei Giudei.
Cosa ci avrebbe guadagnato, infatti, un tiranno prepotente, che cercava, in quel preciso momento ed a tutti i costi di imporre la propria autorità, nell’etichettare un profeta come re?
Avrebbe avuto, invece, un senso se Cristo fosse stato un legittimo re poiché, Pilato,  nell’atto stesso di umiliarlo, avrebbe imposto la propria autorità su un legittimo discendente di una casa reale.

Ma non basta, si riscontrano ulteriori prove della regalità di Gesù nella narrazione evangelica del massacro degli innocenti da parte di Erode ( Matteo 2:3 - 14); anche se può essere discutibile tale documento da un punto di vista storico, questo racconto ci passa un'ansia molto concreta da parte di Erode per la nascita del Cristo: "…all' udir ciò Erode fu preso da grande turbamento….convocò tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi …….e domandò loro dove dovesse nascere il Cristo"; "A Betlemme in Giudea - essi dissero - poiché così ha scritto il profeta.
Se Erode si  sentiva tanto minacciato da un neonato, può essere stato solo per ciò che il bambino intrinsecamente rappresentava:  un legittimo re  con una rivendicazione al trono che persino Roma, nell'interesse della pace e della stabilità, avrebbe potuto riconoscere.
Solo una concreta sfida politica di questo tipo avrebbe potuto, secondo me,  giustificare l'ansietà di Erode!
Ma se il Cristo era, realmente, un discendente regale come si può rapportare tale immagine con l’icona del “povero falegname di Nazareth” al quale siamo abituati da secoli?
E’ il caso di sottolineare alcuni punti fondamentali per avere delle idee più chiare:
è sulla base del Vangelo di Marco 6:3 che si sviluppa la storia di Gesù come falegname ed è proprio a tale Vangelo che lo storico Geza Vermes, della Oxford University, si riferisce  nel suo libro “Jesus the Yew per segnalare il comune uso dei termini: “falegname” e “figlio di falegname”, nell’antica letteratura ebraica.
La parola generalmente tradotta come “falegname” non indica, nell’originale greco, un semplice artigiano del legno bensì un “maestro” padrone di ogni arte, manualità e disciplina.
Pertanto, secondo Vermes, il termine starebbe a significare: un insegnante, una persona di profonda cultura!
E’ inutile negare, infatti, che  il linguaggio usato da Cristo appare di gran lunga superiore a quello su cui tanto abilmente scivola l'attuale iconografia.
Egli viene dipinto, in tutti i resoconti, come un uomo colto; un uomo capace di discutere, apertamente, nel Tempio al cospetto dei Saggi; situazione non molto usuale per un povero falegname!
Man mano si sta delineando una figura storica molto diversa da quella tramandata nel corso degli anni: un discendente reale; un uomo colto; un essere dotato di un forte carisma da essere seguito da una moltitudine di seguaci;  proseguendo nella ricerca si evidenzia un altro falso storico:

Cristo non poteva essere nato nella cittadina di Nazareth poiché la stessa fu edificata nel III secolo, quindi “Gesù di Nazareth” rappresenta una errata traduzione dell’originale greco: “Gesù il Nazareno”!
Il “Nazareno”, termine che Lo identifica come appartenente ad uno specifico gruppo o setta con un ben preciso orientamento politico-religioso! Ma di questo aspetto parleremo fra poco……
Tornando alla regalità del Messia, ci sono prove inconfutabili, che dimostrano la sua unzione; da alcuni frammenti, che si possono ricavare dal Nuovo Testamento, si può ricostruire una parte della verità:
Matteo 26:7 e Marco \4:3 - 5, si legge di un'unzione regale, cioè gli era stato versato sul capo un olio speciale - lo stesso olio che veniva usato per ungere gli appartenenti alla Casa reale – gli evangelisti  precisano che detta unzione aveva comportato una spesa di trecento denari, l'equivalente forse di 3000 euro dei nostri giorni.
A sua volta, Giovanni 12:3 - 5, tenta di negare il significato di questa cerimonia, precisando che vennero toccati dall'olio solo i piedi di Gesù;   tuttavia ci comunica che tale rito fu eseguito da Maria di Betania, sorella di Lazzaro e svela il senso della cosa specificando che il rito si svolse il giorno prima del trionfale ingresso di Cristo a Gerusalemme.
All’unzione, si aggiunge  il Battesimo nel Giordano, che assume il significato di   una vera e propria investitura come Messia o legittimo re.
Investitura di estrema importanza dal momento che il modus operandi di Gesù, dopo l'avvenuto rituale del Battesimo, subisce un cambiamento significativo; Egli inizia a viaggiare in ogni luogo della regione,  mischiandosi a folle sempre più numerose e soprattutto suscitando l'interesse del pubblico che accorreva per ascoltarlo.
E’ ormai indubbio che i Vangeli sono stati privati di valenze politiche ben presenti nella vera realtà!

Realtà che appare in tutte le sue articolazioni se si prova ad analizzare il processo subito dal Cristo, in tutte le sue angolazioni, compresa quella legale.

Confesso che nel leggere gli avvenimenti accaduti, dopo la sua unzione ed il Battesimo, mi sono posta delle domande; poiché non amo speculare a vuoto, ho tentato di trovare delle risposte esaustive ai tali quesiti:
quali possono essere stati i motivi per i quali le stesse persone che si affollavano intorno a Lui per darGli in benvenuto mentre entra a Gerusalemme, a soli pochi giorni di distanza richiedono a gran voce la Sua morte?
Perché la stessa moltitudine che ha invocato la benedizione divina sul figlio di Davide dovrebbe gioire nel vederlo mortificato ed umiliato dall'odiato oppressore romano?

Perché, ammesso che i resoconti biblici abbiano una qualche veridicità, la stessa popolazione che venerava Gesù dovrebbe aver fatto   un improvviso e completo voltafaccia nel  chiedere che una figura come Barabba venisse  risparmiata?

Probabilmente le risposte sono contenute proprio nella particolare situazione politica nella quale sono avvenuti determinati fatti e nel “ particolare” giudizio al quale Egli è stato sottoposto!
Gli storici ci dicono che la Palestina si ribellò nel 66 d.C. e non fu certo un avvenimento improvviso in quanto la rivolta " covava sotto le ceneri"!  Dall'inizio del secolo, infatti, le fazioni militanti erano diventate sempre più attive; avevano condotto una guerriglia prolungata rapinando carovane di rifornimento dei romani, attaccando contingenti isolati di truppe romane, sfidando le guarnigioni e creando più caos possibile.
Gesù, sempre secondo taluni storici, era un combattente ma non un rivoluzionario qualunque in quanto se fosse stato simile ad altri avrebbe potuto conquistare il favore popolare ma non certo essere acclamato Messia! Come è stato già detto: possedeva una legittima base di riconoscimento.
A differenza del normale rivoluzionario, Egli va visto per ciò che gli stessi Vangeli ammettono fosse: un pretendente al trono di Davide, un legittimo re, il cui scettro implicava una sovranità sia spirituale sia temporale.

Del processo di fronte a Pilato sappiamo praticamente quanto riportato dai Vangeli benché  l'Imperatore Massimino ( antagonista e predecessore di Costantino) nel contesto della sua persecuzione verso i cristiani ( avversari politici in quanto favorevoli al suo avversario) predispose la stampa e la diffusione delle memorie di Pilato ( acta Pilati) integralmente tratte dagli archivi imperiali.
Eusebio, vescovo cristiano, ci dice che furono inviate copie presso le scuole affinchè i bambini le imparassero a memoria e si rendessero conto della pericolosità sociale dei cristiani.
Strano è il fatto che con l'avvento di Costantino, questa documentazione venne letteralmente fatta sparire, mentre nessun tentativo di contestarla o ricercarla risulta compiuto dalla Chiesa cristiana dell'epoca.
Le altre descrizioni del processo e la relazione di Pilato sono costituite dal resoconto di Anania ( 425 d.C.).
Da tali documenti e da innumerevoli ricerche effettuate nel tempo, mi sento di dire che  il processo a Gesù Cristo è un procedimento giudiziario, che - in qualche modo- intendeva fermare la potenza rivoluzionaria della parola e del pensiero, ma che   ebbe un evidente significato politico perché la dottrina divulgata  dall'Imputato costituiva una vera sfida al potere dominante!
" Noi abbiamo una legge e secondo la legge deve morire perché si è fatto figlio di Dio" con queste parole i pontefici ebrei ed i loro seguaci si scagliano contro Ponzio Pilato, il praefectus Judaeae, uscito dal Pretorio per spiegare che ritiene innocente quel Gesù che loro hanno denunciato e intende liberarlo; presa di posizione altamente osteggiata poiché nessuno dei presenti intende accettare le prove a favore dell’imputo, presentate dal prefetto.
A Pilato, pertanto, non resta che rientrare nel Palazzo per proseguire quel processo inutile nella  piena consapevolezza che la “ condanna” sia stata già decisa, prima ancora del giudizio.

Si pone davanti al condannato e Gli chiede: “ Tu, di dove sei?” senza ottenere nessuna risposta;  questo atteggiamento lo irrita ed, allora, prosegue dicendo;” Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti ed il potere di crocifiggerti?”
Con tale minaccia Pilato riesce a spezzare il silenzio di Gesù, che, invece di andargli incontro, gli rende manifesto quali siano i termini autentici del suo potere" Non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo ha una colpa più grande chi mi ha consegnato a te!"

Non vi sono molte scene nella letteratura mondiale che mostrino con maggiore efficacia il problematico rapporto tra diritto e potere come questo passo del Vangelo secondo Giovanni ( 19,7 - 11).
I moduli espressivi ed il pensiero del quarto evangelista hanno contribuito forse in misura maggiore dello scarno resoconto dei tre sinottici a far sì che le immagini del processo a Gesù da quasi duemila anni si presentino vive agli occhi dei cristiani e che le stesse immagini  abbiano costantemente ispirato scrittori, pittori e musicisti.
Al di là dell'effetto plastico, è indiscutibile che per un numero infinito di esseri umani, che avevano subito i soprusi del potere, ai quali era negata giustizia, il proprio destino si rifletteva nelle scene archetipiche del processo e della crocifissione di Gesù, dalle quali traevano conforto.
Il racconto della passione proposto dai quattro evangelisti acquista, pertanto,  il suo significato storico universale proprio per  il fatto che in un certo senso rappresenta l'atto costitutivo di una religione alla quale oggi aderisce un terzo dell'umanità; ma le critiche suscitate dalla testimonianza degli evangelisti sono determinate dalle contraddizioni esistenti all'interno di ogni singolo Vangelo come pure fra i vari Vangeli.
Fonti non cristiane, in particolare gli Annali di Tacito (XV, 44,3) confermano che Cristo fu condannato da Ponzio Pilato e che la crocifissione era una pena prettamente romana e non ebraica.
Il racconto della passione proposto da Marco è il più breve, il più semplice e probabilmente il più antico.
L'evangelista dovrebbe averlo scritto circa una generazione dopo la morte di Gesù, basandosi oltre che sulla tradizione orale su documenti scritti.
Giovanni si avvicina al resoconto storico introducendo dei testimoni oculari: dopo l'arresto e la consegna al pontefice, uno dei discepoli che conosceva quest'ultimo, ebbe la possibilità di entrare nel cortile ( Gv18,15).
Questo testimone risulta anonimo al pari di colui che vide che dal costato trafitto con la lancia usciva sangue ed acqua, la veridicità di questa testimonianza è particolarmente sottolineata dall'evangelista ( Gv 19,35).

Un parametro significativo per effettua una   critica può essere rappresentato dall’ amministrazione provinciale romana in generale e dall’ 'amministrazione della provincia della Giudea in particolare, della quale ci informa Giuseppe Flavio nella Guerra giudaica ( Bellum Iudaicum BI) e nell'Antichità giudaiche ( antiquates Iudaicae, AI).
Questo scrittore ci offre ,  infatti,   un quadro della personalità e del modo di amministrare di Ponzio Pilato che – storicamente parlando- deve essere   rapportato all'immagine di lui e del suo modo di condurre il processo che ci offrono  gli evangelisti.
E’ lecito chiedersi, infatti, fino a che punto i discepoli di Gesù erano informati sulle sue ultime ore!
Un buon numero di testimoni era a conoscenza dei meri fatti esterni: gli inviati dei pontefici e gli scribi, con i quali Gesù aveva avuto screzi anche in passato, lo arrestarono la sera di Pasqua, quindi il 14 nisan, nel giardino di Getsemani e subito la mattina successiva, i pontefici lo consegnarono legato al Governatore.
Quella stessa mattina, Pilato lo fece condurre al Golgota dai suoi soldati, dove venne crocefisso: apparve evidente che era stato flagellato.
Al processo la decisione sarebbe addirittura stata presa davanti ad un vasto pubblico,
I Vangeli concordano sul fatto che l'esito del processo non fu determinato dal diritto, romano o ebraico che fosse, bensì dal potere.
Come già detto,  Pilato aveva deciso di liberare Gesù ma nella successiva lotta di potere era stato sconfitto dai pontefici che lo avevano messo sotto pressione usando come argomento le moltitudini radunatesi davanti al Pretorio per chiedere l' amnistia tradizionalmente concessa per Pasqua.
E' probabile che sull'udienza vera e propria nel Pretorio nessuno dei discepoli di Gesù e della cerchia più vasta dei suoi seguaci avesse notizie di prima mano.
Lo stesso dicasi per il presunto interrogatorio nel sinedrio che sarebbe avvenuto la sera stessa dell'arresto.
Su questa udienza preliminare Marco, Luca e Giovanni danno infatti informazioni diverse.
Molti storici hanno sostenuto e con buone ragioni che le diverse descrizioni siano  state aggiunte dopo l'interrogatorio da parte di Pilato.
Mi sembra palese che un interrogatorio su questioni di fede non sarebbe servito a nulla dal momento che   i pontefici avevano sin dal principio mirato ad una decisione politica.
La brutalità dell'arresto svelò subito a Gesù le loro intenzioni " Siete venuti come contro un ladro e un ribelle con spade e bastoni a catturarmi - Ogni giorno ero presso di voi nel tempio a insegnare e non mi avete preso" ( Mc 14,48 - 49; Mt 26, 55; Lc 22, 52 - 53).
Queste due frasi, che rappresentano una reazione logica e perciò credibile, furono le ultime che i discepoli udirono dalle labbra di Gesù prima di fuggire per andarsi a nascondere.
Dalle circostanze dell'arresto potevano prevedere, infatti, che davanti al prefetto, i pontefici avrebbero accusato il Cristo del delitto di lesa maestà; per i pontefici era questo il modo più facile per sbarazzarsi di un pericoloso avversario.
Per farlo sfruttarono la Pasqua, quando il prefetto dalla sua residenza di Cesarea fece ritorno a Gerusalemme per svolgere la sua attività di giudice.
Al di là di come si sarebbe potuta motivare l'accusa nel dettaglio, essa sarebbe in ogni caso culminata nell'imputazione di Gesù, che sosteneva di essere il re dei Giudei.
Con il desiderio di Pilato di liberare l'innocente Gesù il processo avrebbe potuto concludersi ma proseguì come era logico aspettarsi visto la situazione politica del tempo.
Proviamo noi ora a chiederci se il processo avvenne davvero in pubblico, con il popolo a contatto diretto con Pilato: senza dirlo esplicitamente Marco dà l'impressione che si tratti di un processo pubblico;  il suo resoconto è coerente con il fatto che un prefetto di norma amministrava la giustizia pubblicamente.

Quello che sappiamo con sicurezza è che il processo dal principio alla fine si svolse all'interno del Pretorio poiché i sommi sacerdoti – per evitare ogni scalpore- preferirono tale sede; sede  approvata dallo stesso Pilato onde evitare tumulti di massa.
Pilato segue delle decisioni già scritte; Pilato tentenna in alcune occasioni; Pilato si adegua…….ma chi era in realtà questo personaggio? La sua immagine delineata dai Vangeli corrisponde o meno a quella fornitaci dalla tradizione non biblica?

Dal punto di vista storico, sappiamo che la Giudea, un territorio piccolo, di recente acquisizione, faceva parte di quel terzo gruppo delle province imperiali, che non veniva amministrato da ex consoli o pretori, provenienti dal ceto dei senatori, bensì da “ praefecti” provenienti dal ceto dei cavalieri.
Un'iscrizione trovata nel 1961 a Cesarea,  conferma l'ipotesi che Pilato fosse con certezza un prefetto.
In Giudea, dove ogni politica aveva profonde valenze religiose, il rapporto tra prefetto e popolazione era molto difficile.
Nel caso di Ponzio Pilato, riporto un esempio per far comprendere la sua difficoltà a governare e ad imporsi con energia: egli intendeva costruire un'acquedotto ma i sacerdoti, che amministravano le casse del Tempio, si rifiutarono di versare una parte del denaro per questa opera pubblica! (BII, 175 - 77; AIXVIII, 60 - 62).
La svolta nel processo a Gesù ci fa comprendere che dovette, ancora per una volta, capitolare davanti ad una coalizione fra aristocrazia sacerdotale e popolo.
Per onore della cronaca, si deve comunque dire che Pilato amministrò tale processo con molta correttezza e questo ci rimanda al dialogo fra lo stesso prefetto e Gesù: Pilato apre l'accusa chiedendo" sei tu il re dei Giudei?" l'Imputato risponde:" Tu lo dici!"
Questa risposta stringata è ambigua; può essere, infatti, una perifrasi di un succinto " Si" oppure lasciare aperta la risposta " Sei tu a formulare ipotesi sulla mia presunta regalità non io"
Anche i Vangeli concordano sul fatto che Pilato avrebbe volentieri liberato Gesù; rispondendo, infatti, alla reiterata domanda del giudice, l'imputato avrebbe solo dovuto smentire l'accusa, tanto evidentemente falsa, di essere il re dei Giudei.
Ma Gesù non andò incontro a Pilato, mantenne il suo silenzio e così facendo si rese colpevole di " contumacia; un delitto per il quale la flagellazione sarebbe stata la pena meno severa ed era solo questa la pena che il prefetto voleva infliggerGli!
Gesù, tuttavia, si giocò la clemenza del Giudice poiché tacque malgrado la flagellazione, mentre i soldati di Pilato lo schernivano come " re dei giudei"!


Il silenzio di Gesù è il nocciolo autentico del processo!
Perché abbia taciuto con tanta ostinazione, potrebbe essere spiegato dal fatto che come Messia doveva rappresentare un severo leader, militare e liberatore; pronto a far valere i propri diritto con la forza e nel caso fosse stato necessario, a ricorrere anche alla violenza.
Quanto impersonava e tutto quello in cui  credeva Gli  impediva di chiedere la grazia di fronte ai nemici che lo stavano condannando.
Egli era un combattente e gli stessi Vangeli ci offrono una base solida per la conferma di tale immagine.
Ripercorrendo la Storia di quel preciso momento non è difficile trovare  alcuni fatti di estremo interesse:
la Giudea, pochi anni dopo la morte di Erode, venne annessa all'Impero romano come provincia procuratoria, la sua capitale era Cesarea.
Ben presto venne ordinato un censimento per la riscossione delle tasse ed il Sommo Sacerdote ebreo dell'epoca diede il suo assenso e sollecitò la popolazione a collaborare.
Immediatamente, esplose una fiera resistenza nazionalistica, diretta da un profeta della Galilea: costui è noto alla storia come Giuda il Galileo, o Giuda di Camala.
Giuda creò un movimento ed i suoi membri divennero noti come " Zeloti", che tradotto voleva dire" Zelanti nelle buone imprese".
Negli anni, durante i quali operarono la loro resistenza, vennero, però, spesso indicati come Lestai ( briganti) o Sicari ( termine derivato da " sica" un piccolo pugnale a lama curva prediletto dagli Zeloti per gli omicidi politici).
La loro posizione era piuttosto netta: Roma era il nemico; nessun ebreo doveva pagare i tributi a Roma; nessun ebreo doveva accettare come signore l'Imperatore romano, l'unico signore era Dio, che aveva conferito ad Israele un diritto di nascita unico e aveva stretto un patto con Davide e Salomone.
Secondo gli Zeloti il dovere patriottico e religioso di ogni ebreo era lottare perché si tornasse a questo diritto di nascita, a questo patto, perché sul trono di Israele riprendesse posto un legittimo re.
In nome di questi fini, ogni mezzo era lecito: Flavio Giuseppe nella sua opera -precedentemente citata -" Antichità giudaiche" dice espressamente"……essi non tengono inoltre in minimo conto la morte di alcun tipo, né piangono le morti di parenti e amici, né simili paure possono spingerli a chiamare Signore un qualunque uomo…."
Se Gesù aveva tra i propri seguaci figure come Giuda il Sicario ed altri Zeloti, è improbabile che questi seguaci fossero placidi e pacifici; al contrario, parrebbero coinvolti nel tipo di attività militari e politiche dalle quali, Gesù, stando alla tradizione si sarebbe distaccato.
Joseph Zias del Dipartimento alle Antichità d'Israele ed Eliezer Sekeles della facoltà di Medicina dell'Università ebraica nell'opera "The Crucified Man from Giv'at ha - Mivtar" affermano " …..quali che fossero i rapporti di Gesù con gli Zeloti, i romani lo hanno senz'altro crocefisso in quanto rivoluzionario".
E' indiscutibile, infatti, che i romani percepissero Gesù come figura militare e politica e che lo abbiano trattato come tale.
La crocifissione era una pena riservata alle trasgressioni alla legge romana;  Roma non si sarebbe presa il disturbo di crocefiggere un uomo che predicava  un messaggio puramente spirituale,  un messaggio di pace.
Inoltre, è bene ricordare che i due uomini che sarebbero stati crocefissi con Lui vengono descritti come "Lestai", Zeloti e non sono criminali comuni, ma rivoluzionari politici , ovvero, combattenti per la libertà.


Gesù stesso, nel Vangelo secondo Luca 22: 36, ordina, a tutti i suoi seguaci che non possedevano ancora una spada, di comperarsene una, anche a costo di vendere il mantello. Quando Gesù viene arrestato nel Getsemani, per lo meno uno sei suoi seguaci porta la spada e la usa per tagliare un orecchio al servo del Sommo Sacerdote;  nel quarto Vangelo, l'uomo armato di spada viene identificato come Simone Pietro.
Nel  trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme a dorso di un asino, circondato da una folla che sventolava rami di palma, Egli inscena senza timori uno spettacolo pubblico; uno spettacolo per il quale sapeva benissimo di poter essere stigmatizzato oppure essere riconosciuto per quello che diceva di essere.
Un atto di piena sfida a Roma, un atto di deliberata militante provocazione.
Che l'ingresso di Gesù a Gerusalemme fosse intriso di implicazioni politiche diviene evidente pochi giorni dopo, quando entra nel Tempio ed accusa la popolazione di averlo trasformato in una " spelonca di ladroni" ( Marco 11: 17).
Non si può credere che si sia trattato di un evento di poco conto o che si sia svolto senza ricorso alla violenza: Egli arriva a rovesciare i tavoli dei cambiavalute!  Si presume che ciò abbia provocato un vero e proprio tumulto.
Qui, nuovamente, adotta una tattica di scontro aperto, segue una rotta di deliberata sfida all'autorità costituita.
In questi ultimi due episodi, i Vangeli probabilmente giungono più vicino a mostrarci un vero ritratto del Gesù storico.
Il processo, non sempre preciso, di traduzione dei Vangeli è servito a nascondere informazioni storiche di estrema importanza; sappiamo bene, infatti, che una sola parola può trasmettere quantità significative di retroterra storico e se il senso anche di una sola parola viene alterato, le rivelazioni che essa offre andranno perdute.


Andiamo avanti per gradi e domandiamoci: chi erano esattamente i seguaci di Gesù?; Chi erano gli uomini che al Suo ingresso a Gerusalemme lo acclamarono come il Messia?; Chi, fra la popolazione della Terra Santa dell'epoca, aveva interesse a veder riuscire la sua impresa?
Storicamente parlando, sappiamo che Gesù ottenne sostegno da persone di classi sociali estremamente diverse: estremisti politici; poveri contadini; ricche donne i cui mariti occupavano posizioni ufficiali nella politica stessa di Gerusalemme; commercianti e tanti altri ancora.
E’ necessario sottolineare  che la Terra Santa, in quel preciso momento storico, pullulava letteralmente di religioni, sette e culti diversi: fra questi i Sadducei e i Farisei sono familiari, se non altro di nome, alla tradizione cristiana.
I Sadducei rappresentavano la casta sacerdotale ed occupavano molte delle posizioni civili ed amministrative più importanti all'interno del territorio stesso; seppero adattarsi molto bene all'occupazione romana e per questo i loro nemici stessi li apprezzavano come collaboratori.
I Farisei consideravano invece la Religione molto più flessibile, più soggetta a crescita, modifiche e sviluppi, non incarnata in maniera così esclusivista dal Tempio e dai sui riti.
La posizione di queste due caste di fronte alla figura di Gesù può essere così tradotta: i Sadducei, che avevano legato i loro interessi a Roma e godevano di prerogative uniche nel Tempio, dovevano reagire a Gesù esattamente come risulta dai Vangeli; ma i Farisei dovevano fornirgli alcuni dei suoi più fedeli e ferventi seguaci e sarebbero stati tra i primi a considerarlo il Messia.
La terza suddivisione principale del Giudaismo dell'epoca era quella degli Esseni, di questa casta conosciamo ben poco anche se con la scoperta dei Rotoli del Mar Morto per la prima volta è diventato disponibile un " corpus" di materiale esseno, che permette agli storici di poterli valutare sul loro terreno.


Desidero, a proposito, aprire una parentesi per dire che gli Esseni appartengono alla storia, ma spesso la loro dimensione mistica fortemente intessuta di cultura e religione giudaica ha dato spazio ad illazioni suggestive e ricostruzioni prive di rigore filologico, che hanno condotto alla formazione di fantasiosi luoghi comuni
Infatti, stando alla maggioranza delle fonti canoniche coeve, gli Esseni non esistevano, anche se Filone d'Alessandria vi si riferisce già nel " Quod omnis probus liber sit"; Plinio il vecchio ne accenna nella " Historia Naturalis"; mentre Flavio Giuseppe li ricorda più volte nelle " Antichità giudaiche", nella " Guerra Giudaica" e nella " Vita".
Per onor di cronaca, occorre anche aggiungere che, attualmente, la tesi tendente a collegare Cristo agli Esseni appare in gran parte ridimensionata.
Infatti, malgrado che l'ipotesi di Gesù come esponente di detta setta abbia ottenuto ampia eco dopo il ritrovamento dei Manoscritti di Qumran. tuttavia, all'indagine critica e storica effettuata nel corso degli anni, la stessa tesi non ha retto.
La prima cosa che appare evidente è che gli Esseni , sia nello stile di vita come negli insegnamenti religiosi, erano più rigorosi dei Sadducei e Farisei; avevano, inoltre, un orientamento mistico ben preciso in comune con le varie Scuole misteriche prevalenti nell'area mediterranea dell'epoca.
Riflettevano influenze sia egiziane sia greche ed avevano vari punti in comune con i seguaci di Pitagora.
Inoltre, gli Esseni erano esperti di quelli che oggi si chiamano " studi esoterici", come l'astrologia, la cartomanzia, la numerologia e le varie discipline che in seguito si sono organizzate nella Cabala.
Flavio Giuseppe nella " Guerra Giudaica II.VIII" dice di loro:" Alcuni si ingegnano a prevedere le cose che saranno, con la lettura dei sacri libri e l'uso di diversi tipi di purificazione, e la continua familiarità con i discorsi dei profeti…."
Nonostante le recenti scoperte, gli Esseni vengono ancora considerati alla luce di quattro antichi preconcetti: si ritiene che risiedessero esclusivamente in comunità isolate del deserto, di tipo monastico; si ritiene che fossero pochissimi di numero; si ritiene che praticassero il celibato; si ritiene che fossero non violenti, che aderissero ad un pacifismo di impronta mistica.
Dopo la scoperta dei rotoli del Mar Morto, le ricerche hanno stabilito che tutte queste convinzioni sugli Esseni sono errate.
Questo popolo, infatti, oltre a risiedere nel deserto abitava anche centri urbani, dove possedeva case non solo per i residenti ma anche per i confratelli giunti da lontano e per altri pellegrini.
L'idea che tutti gli Esseni praticassero il celibato deriva da Flavio Giuseppe, il quale, comunque, si contraddice quando nella sua opera " Della Guerra Giudaica, II:VIII" afferma che alcuni di loro erano sposati.
Inoltre, è bene ricordare che nei Rotoli del Mar Morto, si riscontrano norme vigenti per i membri della setta sposati con figli e nel vicino cimitero nei pressi di Qumran, sono state, anche, rinvenute sepolture di donne e bambini.
Per quanto concerne poi la presunta scelta per la non violenza attuata dagli Esseni, questa è smentita da prove significative.
Dopo il sacco di Gerusalemme, infatti, da parte dei Romani nel 70 d.C. la resistenza organizzata di Israele venne sistematicamente estirpata, con l'eccezione della fortezza di Masada, sul Mar Morto.
Generalmente si ritiene che i difensori di Masada fossero Zeloti, Flavio Giuseppe che era presente li indica come Sicari, che avevano un orientamento religioso prettamente esseno.
Oltre ai Sadducei, Farisei ed Esseni, il giudaismo - ai tempi di Gesù - comprendeva molti altri gruppi e sette più piccoli e meno noti.
Due gruppi in particolare hanno cominciato a ricorrere con frequenza sempre maggiore negli studi biblici degli ultimi anni.
Il primo è noto come setta " dei Figli di Zodak" o Zadochiti; l'altra importante setta è denominata " partito dei Nazareni" e ne erano membri gli immediati seguaci di Gesù.
L'esistenza di molte pseudo sette ha provocato notevole confusione ed incertezza fra gli studiosi della Bibbia, ed il caso creato fra le varie teorie ha oscurato, senza dubbio, una chiara percezione dell'attività militare e politica di Gesù.
Il Dottor Robert Eisenman, ha pubblicato nel 1983 un libro: " Maccabees. Zodokites, Cristians and Qumran", che riesce in parte a fare luce su tale materia così intrigata e costituisce a tutt'oggi uno dei più importanti studi sull'argomento.
L'autore in questione, infatti, lavorando su materiali originali e mettendo in discussione l'affidabilità di vari commentatori, identifica i vari nomi con i quali i membri della comunità di Qumran alludevano a sé stessi.
Tale analisi porta Eisenman a concludere che : i Figli di Zodak, gli Uomini di Melchizedek, gli Ebionim, gli Esseni ed i Nazzareni sono la stessa identica cosa e il loro obiettivo primario sembra essere quello della legittimazione dinastica del Sommo Sacerdote.
Nel Vecchio Testamento, il Sommo Sacerdote tanto di Davide come di Salomone si chiama Zodok e per tradizione questo è il titolo strettamente legato all'idea di messia, all'unto, al legittimo re.
Più specificatamente è collegato al messia davidico.
I Nazareni, quindi non sono un partito separato ma semmai il nucleo; l'equivalente di uno Stato Maggiore, un Comitato, un Gabinetto.
A tale proposito, passiamo ora ad osservare più da vicino questo Gruppo ed il processo tramite il quale le circostanze, la storia e San Paolo hanno cospirato per precipitarlo nell'oblio.
Dunque, come precedentemente scritto, i Vangeli sono opere, poetiche e devozionali, più che cronache e trattano di un periodo precedente la loro composizione, forse di sessanta o settanta anni.
A parte i Vangeli stessi, il libro più importante del Nuovo Testamento è quello degli Atti degli Apostoli, che rappresentano il tentativo di tracciare un resoconto storico.

L'autore degli Atti si identifica con il nome di Luca ed il suo racconto si concentra soprattutto sulla figura di Paolo, che lui conosceva a livello personale;  sempre da Luca veniamo a sapere  il contenuto della missione e conversione dello stesso Paolo ed apprendiamo molte cose in merito al partito di Nazareno; vale quindi la pena di proporre per sommi capi il retroterra storico coperto dalla narrazione di questi Scritti.


Sappiamo che la data della crocifissione è ancora molto incerta. Il Nuovo Testamento dice solo che l'evento si è verificato dopo l'esecuzione di Giovanni Battista che - a sua volta - non è databile con esattezza;  tuttavia è possibile che sia stata provocata dalla sua critica alle nozze tra Erode ed Erodiade ( si vedono Matteo e Marco) dopo il 28 d.C. non più tardi del 35 d.C.; in base a questo evento, molti storici datano la Crocifissione, tra il 30 ed il 36 e proprio in quest'ultimo periodo ci fu una sollevazione in Samaria, guidata da un messia samaritano, che fu brillantemente soffocata e tutti i ribelli, compreso il leader, vennero sterminati.
A quel tempo, forse un anno e mezzo dopo la morte di Gesù, i Nazareni dovevano già essere numerosi ed onnipresenti, perché Paolo, che agiva in nome della casta sacerdotale sadducea ed era fornito di mandati rilasciati dal Sommo Sacerdote, si propone di stanarli fino a Damasco.
La Siria non faceva parte di Israele, le autorità giudaiche potevano rivendicare la propria giurisdizione sulla Siria sita a nord solo previa approvazione dell'Amministrazione romana e se Roma ha accettato questa "caccia alle streghe" significa che Roma stessa si sentiva minacciata.
E' chiaro, pertanto, che il partito nazareno di Gerusalemme veniva considerato sovversivo dai romani come dalla gerarchia sadducea ufficiale e tale pericolosità fece sì che nel 44 d.C.: prima Pietro e Giovanni e poi di seguito gli altri membri vennero arrestati, fustigati e ricevettero l'ingiunzione di non pronunciare in nessun modo il nome di Gesù.
Nello stesso anno, il discepolo conosciuto come Giacomo, fu arrestato e decapitato secondo l'uso di esecuzione romana.
E' su questo turbolento sfondo che va inquadrata la figura di Paolo, descritta negli Atti.
Dunque, egli entra in scena un anno circa dopo la crocifissione di Gesù Cristo; si chiama Saulo di Tarso, fanatico sadduceo e strumento in mano dei Sadducei, partecipa attivamente agli attacchi contro il partito nazareno a Gerusalemme.
Paolo è molto esplicito ed ammette francamente di aver perseguitato le sue " vittime" fino alla morte.
Ben presto, accompagnato da una banda di uomini armati " fino ai denti" parte per Damasco al fine di scovare i ribelli nazareni e sterminarli.
Lungo la strada subisce qualcosa di traumatico: " una luce dal cielo lo avrebbe fatto cadere da cavallo" e una voce, senza origine discernibile, gli avrebbe chiesto:" Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?"
Egli chiede alla voce di identificarsi e la stessa risponde:" Io sono Gesù il Nazareno e tu mi perseguiti!"
Quando Paolo torna in sé scopre di essere stato colpito da cecità momentanea! A Damasco, un nazareno gli restituirà la vista perduta.
E da quel momento in poi, sarà fervidamente fanatico nella promulgazione del pensiero nazareno quanto lo era stato prima nel cercare di sopprimerlo.
Attorno al 39 d.C., torna a Gerusalemme, dove - stando agli Atti - viene ufficialmente ammesso nel partito nazareno.
Da Tarso, Paolo prosegue il suo viaggio missionario, che durerà quattordici anni e lo porterà in tutto il mondo.
Ci si aspetterebbe che tanta abnegazione gli guadagnasse l'approvazione della gerarchia nazarena di Gerusalemme! Al contrario, riesce a guadagnargli solo scontento poiché i nazareni ritengono che Paolo stia predicando qualcosa di molto diverso da ciò che loro stessi hanno sanzionato.


In termini di chilometri percorsi ed energie spese nei suoi viaggi missionari, l'impresa di Paolo è stupenda!
Pertanto, è un po' difficile comprendere i motivi, che hanno creato le frizioni con i Nazareni di Gerusalemme; si può solo ipotizzare che egli abbia fatto qualcosa che Gesù non avrebbe approvato.
Paolo stesso, nella seconda Lettera ai Corinzi, 11: 3 -4, dice esplicitamente che gli emissari nazareni stanno promulgando un altro Gesù, diverso da quello che predica lui stesso.
L'inconciliabilità tra Gesù e Paolo solleva domande di considerevole rilevanza per il mondo contemporaneo e molti studiosi stanno ancora studiando tale " situazione".
Molti, comunque, sono d'accordo nel rilevare che è da Paolo e da lui solo, che comincia ad emergere una nuova religione, che si fonde con il pensiero greco - romano, con le tradizioni pagane, con elementi di svariate scuole mistiche.
Una volta che il culto di Paolo iniziò a cristallizzarsi come una religione a sé, invece che come una forma di giudaismo, dettò certe priorità che non esistevano ai tempi di Gesù e che lo stesso avrebbe sicuramente deplorato.
Per diffondersi nel mondo romanizzato, il Cristianesimo si modificò e nel farlo riscrisse le circostanze storiche nel quale era nato.
Gesù stesso doveva essere separato dal suo contesto storico, essere trasformato in figura non politica: un messia spirituale, un inviato dell'altro mondo che non voleva affatto sfidare Cesare.
Quindi tutte le tracce dell'attività politica di Gesù vennero smorzate, diluite o censurate.

Un vero peccato!


http://www.homolaicus.com/storia/antica/cristianesimo_primitivo/tradimento/tradimento.htm

IL TRADIMENTO DEL CRISTIANESIMO PRIMITIVO

(Dal Gesù storico al Cristo della fede)

Le autorità romane del I sec. -come risulta anche dagli storici Tacito e Svetonio- guardavano con sospetto i cristiani perché sapevano che Pilato aveva fatto giustiziare Gesù come ribelle contro il loro governo in Giudea. Era la stessa crocifissione che stava ad indicare il reato di sedizione. Numerosi erano stati gli ebrei (come tanti altri ribelli di cittadinanza non-romana) sottoposti a questo tipo di esecuzione.

Tuttavia, i quattro vangeli sono unanimi nel presentare Gesù falsamente accusato di ribellione dalle autorità ebraiche, le quali forzarono il procuratore (o prefetto) Ponzio Pilato a farlo giustiziare. La crocifissione, insomma, sarebbe stata un tragico errore giudiziario.

Il primo resoconto del processo e della condanna di Gesù è quello di Marco. I vangeli di Matteo e Luca non hanno alcun valore storico, avendo essi prevalentemente usato quello di Marco come modello. Decisive invece sono alcune parti del vangelo di Giovanni per comprendere Marco.

Il primo vangelo fu scritto dalla comunità cristiana di Roma verso il 60 d.C. Marco intervenne in maniera redazionale probabilmente dopo la catastrofe del 70, su un testo praticamente già completo. Oltre a questo "protovangelo" (di cui non abbiamo alcun originale), dobbiamo supporre l'esistenza di una produzione letteraria della comunità cristiana di Gerusalemme, scomparsa dopo che i romani distrussero la città nel 70. Questa produzione è andata in parte perduta, in parte censurata e manipolata dalla stessa chiesa cristiana ad indirizzo paolino.

La tradizione secondo cui i membri della chiesa cristiana fuggirono in massa prima della catastrofe del 70, rifugiandosi a Pella, città della Decapoli, va considerata leggendaria, poiché risale al IV secolo, quando apparve per la prima volta nella Storia ecclesiastica di Eusebio da Cesarea. Il quale sostiene che Gerusalemme fu risparmiata da Dio fino al 70 proprio in virtù della presenza degli apostoli, dopodiché venne distrutta per punire gli ebrei d'aver crocifisso il messia! E comunque, anche se i cristiani avessero effettivamente abbandonato la città, perché non condividevano l'estremismo zelota (con cui, a partire dal 66 d.C., si inaugurò la guerra decisiva contro Roma), dopo il 70 la teologia prevalente in seno al cristianesimo fu quella paolina. Lo attesta anche il fatto che la stragrande maggioranza delle Lettere neotestamentarie conservate sono quelle di Paolo o della sua corrente.

Probabilmente la prima parte del vangelo di Marco -fino all'ingresso messianico-, elaborata da cristiani di origine ebraica, non è stata modificata in modo sostanziale, a parte ovviamente tutti quegli aspetti su cui pesa di più l'influenza ellenistica della predicazione di Paolo, come ad es. il titolo che fa da prologo al vangelo (1,1), la descrizione della predicazione del Battista e del battesimo di Gesù (segno, questo, che le comunità paoline si erano avvicinate a quelle battiste, come da At 19,1ss.), i tre annunci della passione (in virtù dei quali si voleva sostenere il carattere "ineluttabile" della morte di Gesù per opera dei capi-giudei) e soprattutto la teoria del "segreto messianico", che Marco ha usato per negare alla messianicità del Cristo qualunque valenza politica, mentre quella teoria in realtà era solo una tattica usata dal Cristo per togliere alla tradizione politica dell'ebraismo il carattere integralistico-teocratico. Il messaggio di Cristo è sempre stato, sin dall'inizio, di carattere "laico" e "universalistico", in coerenza coll'obiettivo ch'egli si era posto di liberare politicamente la Palestina dall'imperialismo romano.

L'umanesimo laico lo si può notare, nel vangelo di Marco, in tantissimi episodi: violazioni del sabato, del precetto del digiuno, delle abluzioni rituali prima dei pasti, della proibizione a consumare cibi "impuri"; sfiducia nella assolutezza delle offerte sacre fatte a Dio; frequentazione dei pubblici peccatori; guarigioni senza invocazione dell'aiuto divino ecc.

L'universalismo invece lo si nota ove Gesù opera guarigioni in territori pagani (Gv 12,20s. afferma che nell'ultima Pasqua vi erano dei "greci" che volevano conoscerlo espressamente).

Viceversa, la seconda parte del vangelo di Marco -cioè la settimana di passione- è stata per lo più riscritta per far fronte alla situazione di disagio in cui la comunità cristiana di Roma era venuta a trovarsi dopo la fine di Gerusalemme. La comunità infatti doveva trovare qualche strada per eliminare lo scandalo della condanna di Pilato. La croce era stata sì uno scandalo per i giudei che attendevano un messia glorioso, ma dopo il 70 essa era diventata uno scandalo anche per i cristiani pagani, che, avendo rinunciato alla lotta rivoluzionaria, avevano bisogno di propagandare l'immagine di un Cristo assolutamente pacifico.

* * *

Secondo Marco il primo processo che subì Gesù fu quello davanti alle autorità giudaiche. Contrariamente alla sua versione, esso fu un processo del tutto informale, condotto non nell'apposita sala del Consiglio ma dapprima nella casa privata dell'ex-sommo sacerdote Anna o Anania (in carica dal 6 al 15 d.C.), poi -come dice Gv 18,24- in quella del sommo sacerdote in carica (dal 18 al 36 d.C.), Caifa: è da presumere che le autorità convocate, di notte, fossero tra le più intenzionate a volere la morte di Gesù.

A Marco interessava far notare che Gesù era sì il messia d'Israele, ma non quello politico-militare che Israele si attendeva. Il Cristo era anzitutto il "figlio di Dio" e il suo messaggio messianico era di tipo etico-religioso (in Giovanni sarà addirittura di tipo filosofico, metafisico).

Per sostenere questa tesi, Marco ha concentrato l'attenzione su due diversi aspetti: uno politico, l'altro religioso. Il primo riguarda l'accusa, rivolta a Gesù, di aver minacciato di distruggere il tempio: accusa che Marco vuol dimostrare essere "falsa e contraddittoria"(14,55ss.); il secondo riguarda la pretesa di Gesù di farsi "figlio di Dio": pretesa che Marco ritiene pienamente legittima, al pari della condanna degli ebrei, da parte di Dio, per non averla riconosciuta.

Per quanto riguarda la prima accusa, Marco si era già premunito descrivendo la cacciata dei mercanti dal Tempio con un taglio di tipo "etico-religioso" (una sorta di purificazione simbolica). Marco non vede in quell'episodio alcuna finalità di tipo "politico", soprassedendo al fatto che il sommo sacerdote veniva nominato dalle autorità romane, per cui un attacco contro il Tempio, indirettamente, significava un attacco contro Roma. (Non a caso gli zeloti nel 66 d.C. sostituiranno il sommo sacerdote in carica con uno scelto secondo la legge mosaica).

Il risvolto "morale" voluto da Marco sta appunto nel gesto fine a se stesso, compiuto dal solo Gesù, il quale, ancora una volta, suscita l'odio terribile dei sommi sacerdoti e degli scribi (i cui redditi e la cui autorità dipendevano anche da quei traffici), senza però riuscire a costruire con la folla un rapporto col quale porre fine a quegli abusi. La stessa collocazione temporale datagli da Marco (e condivisa da Matteo e Luca), e cioè pochi giorni prima della crocifissione, è servita semplicemente per confermare l'abisso "teologico" che doveva separare il Cristo dall'ebraismo.

Viceversa, in Gv 2,13ss. l'espulsione dei mercanti attesta la notevole popolarità di Gesù già agli inizi del vangelo (nessuno infatti intervenne per ostacolarlo: né la polizia giudaica né le truppe romane, insediate nella fortezza Antonia, che probabilmente vennero prese alla sprovvista. Cosa che non succederà in At 21,31ss., quando i romani interverranno subito per sedare l'aggressione contro Paolo nel cortile del Tempio). L'espulsione inoltre segna il distacco del movimento di Gesù da quello del Battista (che non avrebbe mai intrapreso un'azione del genere), ed è servita anche per verificare il livello di sensibilità democratico-rivoluzionaria presente nella Gerusalemme oppressa non solo dai romani ma anche da un governo giudaico corrotto o quanto meno collaborazionista. Gesù infatti dovrà per la prima volta costatare in Giudea la debole consapevolezza politica del movimento farisaico. Nicodemo -in Gv 3,1ss.- è l'eccezione che rappresenta una certa disponibilità al dialogo col movimento nazareno.

* * *

L'avversione nei confronti del Tempio e della legge mosaica è stata ripresa, in At 6,13ss., dall'ebreo ellenista Stefano, divenuto cristiano, che non aveva mai visto Gesù e non aveva alcun desiderio di combattere i romani, e che voleva la fine del primato del culto nel Tempio proprio perché odiava a morte i giudei, rei di aver crocifisso il messia-figlio di Dio. Viceversa, gli apostoli più stretti di Gesù, che continuarono a guidare il movimento dopo la sua morte, stranamente ripresero, stando ad At 2,46, a frequentare il Tempio, tanto che in occasione della persecuzione anticristiana scoppiata a Gerusalemme dopo il linciaggio di Stefano, solo loro poterono tranquillamente restare in città (At 8,1).

In effetti, il cristianesimo primitivo oscillò continuamente fino al 70 d.C. tra queste due posizioni contrapposte: quella filo-ellenistica di Stefano e poi di Paolo, che era avversa al culto del Tempio e al rispetto integrale della legge mosaica, e favorevole alla spoliticizzazione del messaggio evangelico, nonché alla sua apertura universalistica ai pagani in nome della fede mistica nella resurrezione di Gesù; e quella corrente filo-ebraica degli apostoli di Gesù, che, pur partendo dalla medesima fede nella resurrezione, si era posta in attesa di una imminente parusia trionfale del Cristo, sperando ancora in una liberazione politico-militare della nazione. Questa corrente, dopo la tragedia del Golgota, aveva ripreso col giudaismo un dialogo di tipo religioso che al tempo di Gesù (e i vangeli lo dimostrano) era già stato superato. Al rapporto rivoluzionario con le masse essa aveva sostituito il rapporto diplomatico con le istituzioni (si veda soprattutto il ruolo di Giacomo fratello di Gesù).

Saranno la mancata apocalisse, la predicazione mistica di Paolo e la distruzione di Gerusalemme a mettere fine, irreversibilmente, a questa speranza, facendo di un episodio (la tomba vuota), tutto sommato marginale ai fini della liberazione politica d'Israele, il pilastro fondamentale della nuova fede religiosa.

Ora, nella cacciata dei mercanti dal tempio, descritta da Gv 2,13ss., risulta chiaro non che Gesù volesse "distruggere" il Tempio, ma che il Tempio era già "moralmente" distrutto (in quanto la religione veniva usata per traffici commerciali e a fini di potere), e che se i farisei avessero riconosciuto a Gesù l'autorità per distruggerlo anche "politicamente", cioè togliendo il potere ai sacerdoti (i sadducei), egli, con l'aiuto del popolo, avrebbe accettato immediatamente di porsi come "nuovo referente" per l'unificazione nazionale del movimento di liberazione.

I farisei però risposero che l'avrebbero aiutato se prima lui avesse dimostrato con un "segno" d'essere veramente la persona autorevole di cui Israele aveva bisogno (Gv 2,18). In pratica chiedevano a Gesù di compiere un atto di forza (terroristico, militare...) contro i romani, che inequivocabilmente attestasse la sua superiorità su ogni altra formazione politico-militare. Gesù naturalmente rifiutò: non perché fosse un "pacifista ad oltranza", ma perché non era quello il modo di costruire la "democrazia popolare" in Israele.

* * *

In secondo luogo, come si è detto, Mc 14,61ss. è particolarmente preoccupato a evidenziare le ragioni per le quali il sommo sacerdote condannò Gesù non per sedizione, ma per bestemmia, in quanto che egli aveva avuto la pretesa (empia per i giudei) di farsi "figlio di Dio".

Qui bisogna anzitutto premettere che l'idea di Marco di collegare "messianicità" a "divinità" non ha alcun senso storico, sia perché gli ebrei non si attendevano un "messia divino", sia perché la cosiddetta "divinità" del messia-Gesù fu un'acquisizione apostolica post-pasquale; anzi, il primo a proclamare "Gesù Figlio di Dio"(At 9,20), non fu nessun apostolo, ma Paolo di Tarso, il quale applicò un appellativo in uso nel mondo ellenistico al Cristo scomparso dalla tomba, sostenendo che lui e solo lui era "il figlio di Dio".

Marco, che ha scritto il vangelo in una comunità dominata dall'ideologia paolina (Le Lettere di Paolo furono scritte almeno 10 anni prima del suo vangelo) non solo ha voluto avallare la più grande mistificazione del cristianesimo, ma ha dato anche origine a un vergognoso antisemitismo, basato -questo sì- su accuse del tutto infondate.

Oltre a ciò va chiarito che se l'accusa di "autodivinizzarsi" può essere stata mossa a Gesù (e in Gv 10,33ss. lo è stata, ma da parte dei farisei in uno dei tanti dibattiti pubblici), essa non aveva il significato che le attribuiamo noi oggi. Dirsi "Figlio di Dio" per un ebreo equivaleva a dirsi "senza dio", cioè "ateo", poiché nessuno in particolare poteva avere una pretesa così grande al cospetto di Dio. Non la ebbe il giusto sofferente Giobbe, il quale affermò che "davanti a Dio l'uomo ha sempre torto", e nemmeno la ebbero i re dell'antico Israele, che -a differenza delle monarchie pagane- non vennero mai considerati delle "divinità".

In Gv 10,35s. Gesù afferma che tutti gli uomini devono potersi considerare degli "dèi", cioè non dipendenti da alcun dio. Era questo che portava i farisei ad accusarlo non di aver la pretesa di essere il figlio "esclusivo" di Jahvé (questo concetto andava aldilà di qualunque immaginazione), bensì di portare gli uomini a non credere nella loro dipendenza assoluta dall'unico vero Dio. E i farisei, dal loro osservatorio "legalistico", avevano ragione. Persino molti racconti di guarigione riportati da Marco lasciano trapelare l'ateismo di Gesù (si veda ad es. il fatto ch'egli non invoca mai il nome di Dio per guarire o non usa mai strumenti, riti, formule, scongiuri... di tipo religioso).

Se dunque è verosimile che i giudei abbiano potuto vedere in quell'affermazione una sorta di "empietà religiosa", è assolutamente da escludere ch'essa vada interpretata -come vuole la chiesa cristiana, a partire da Marco o, se si vuole, da Paolo- nel senso che i sommi sacerdoti non hanno voluto riconoscere nel Cristo la sua natura divina: questa è davvero una sciocchezza colossale. Né ha senso ritenere che in virtù di essa si deve necessariamente dedurre che Gesù non è stato anzitutto condannato per motivi politici. Il dibattito sull'atteggiamento da tenere verso le questioni religiose dev'essere stato ben poca cosa, nella vita del Gesù storico, rispetto a quello sulle questioni politiche.

In altre parole, se Gesù poteva anche essere condannato alla lapidazione per empietà, di fatto la sua popolarità era troppo grande perché potesse essere veramente condannato solo per questo. Gv 11,57 lascia chiaramente intendere che persino la semplice libertà che Gesù si era preso di guarire in giorno di sabato, era considerata una violazione delle leggi divine (o mosaiche) e quindi un motivo sufficiente di condanna a morte, ma non per questo le autorità riuscirono a catturarlo. Ciò stava a significare che in alcune leggi tradizionali e soprattutto in alcune interpretazioni rabbiniche erano sempre meno gli ebrei che credevano.

In ogni caso Gv 18,19ss, nel descrivere il processo in casa di Anna, non riporta minimamente l'accusa che Gesù avesse minacciato di distruggere il Tempio, né afferma che il sommo sacerdote avesse chiesto a Gesù se fosse il messia-divino. Di "religione" proprio non si parla e neppure, quindi, del reato di bestemmia. Giovanni è l'unico dei quattro evangelisti ad avere la netta convinzione che Gesù sia stato giustiziato per motivi politici. Forse per questa ragione il suo vangelo aveva bisogno di un'altissima filosofia spiritualistica per essere "censurato".

Nel momento in cui Gesù fu condotto davanti a una parte del Sinedrio (e non a "tutto", come vuole Mc 14,55), ai capi religiosi -se vogliamo- non interessava nemmeno più verificare se egli pretendesse d'essere un messia politico-nazionale. Lo sapevano già. Gli scribi inviati in Galilea (Mc 3,22ss.) per verificare il suo operato, avevano già capito che lui (a differenza del Battista) pretendeva un potere di tipo politico. In Gv 18,19 il sommo sacerdote Anna lo interrogò per sapere anzitutto chi erano i suoi "seguaci" più fidati e solo in secondo luogo qual era la sua "dottrina". Ecco perché al momento dell'interrogatorio -qui ha ragione Gv 18,21 ma vedi anche Mc 14,60s. e 15,4s.- Gesù rimase praticamente in silenzio. In effetti l'unica cosa che poteva fare era quella di aspettare che il popolo si sollevasse e lo liberasse, dai sacerdoti e dai romani.

Se dunque nel corso del processo avessero rivolto a Gesù la domanda riportata in Mc 14,61ss.: "Sei tu il Cristo?" (Marco aggiunge, apologeticamente, "il figlio del Benedetto"), Gesù non avrebbe potuto rispondere di "no" neanche se avesse voluto, perché fino a quel momento egli si era comportato proprio come un messia politico-nazionale. E il suo "sì" non sarebbe servito ai capi-giudei per cominciare a stabilire con lui delle trattative per liberare Israele. Essi lo detestavano perché a partire dalla cacciata dei mercanti sino alla persistente violazione del sabato avevano capito che un compromesso non era possibile.

Resta comunque storicamente inspiegabile -in Marco- il motivo per cui il Sinedrio, pur potendo condannare e giustiziare Gesù per aver bestemmiato (come in At 8,57s. farà con Stefano), decise invece di consegnarlo a Pilato. La natura dell'accusa presentata contro Gesù dai capi ebraici al tribunale romano non è riportata da Marco. L'elemento dal quale, per deduzione, si traggono indicazioni circa la motivazione della condanna è il titolo applicato sulla croce (Mc 15,26). Come noto, Gv 18,31 sostiene che il Sinedrio non poteva far giustiziare una persona colpevole di un delitto che comportasse la pena capitale, ma proprio l'esecuzione di Stefano, nonché quella di Giacomo fratello di Gesù, voluta nel 62 con decreto sinedrita -come scrive Giuseppe Flavio- attestano il contrario. Lo stesso Paolo aveva l'autorizzazione a fare "strage" di quei cristiani che non accettassero di farsi processare davanti al Sinedrio (At 9,1).

Tuttavia, Giuseppe Flavio dice chiaramente che l'ultima parola nelle questioni di vita e di morte spettava al procuratore romano. Evidentemente i giudei, sul piano formale, dovevano rispettare l'approvazione di Pilato, nel senso che pur potendo pronunciare sentenze di morte, avevano bisogno della convalida del procuratore.

E' probabile però che nei casi concreti i capi-giudei si sentissero sufficientemente liberi, se sapevano che ciò non sarebbe dispiaciuto alle autorità romane, di ricorrere al linciaggio o ad altre forme di persecuzione nei confronti dei loro connazionali giudicati "eretici". (In At 12,1-3, non fecero alcuna obiezione, anzi se ne rallegrarono, quando il re Erode Agrippa I nel 44 d.C, condannò a morte senza processo Giacomo Zebedeo e decise di arrestare Pietro).

* * *

Il popolo ebraico, nel vangelo di Marco, compare all'improvviso durante l'ultima settimana di Gesù (Mc 15,8), senza una vera spiegazione (se si eccettua l'ingresso messianico, dove però scompare altrettanto improvvisamente). Questo popolo rivolge a Pilato una petizione (Mc 15,8 e Gv 18,39 dicono che era un'abitudine propria di Pilato durante la Pasqua) con la quale chiede di amnistiare un detenuto (Marco precisa che si trattava di un prigioniero politico).

Pilato -dice Mc 15,9- desiderava liberare Gesù, perché lo riconosceva innocente e politicamente inoffensivo (nel senso che sapeva, in qualche modo, che il regno di Gesù non si sarebbe imposto con la forza, al pari di quello del Battista. In Gv 18,36 Gesù afferma a chiare lettere che il suo regno non è di questo "mondo").

Tuttavia Pilato preferisce far scegliere alla folla tra Gesù e Barabba (quest'ultimo era un capo zelota, il cui nome, in questa occasione, venne suggerito -come vuole Mc 15,11- dagli stessi sommi sacerdoti). Incitata dai capi religiosi, che erano "invidiosi" di Gesù (Mc 15,10), la folla chiede di liberare Barabba e di condannare Gesù. In tal modo il racconto amplifica la colpevolezza degli ebrei, scagionando quella di Pilato, che viene fatto passare per un debole e un opportunista.

Ora, lasciando da parte il mistero per cui la folla non si sia limitata a chiedere la liberazione di Barabba, ma abbia anche preteso la condanna di Gesù (le due cose in Gv 19,1ss. sono divise nel tempo, al punto che la richiesta di condannare Gesù viene formulata solo dopo la flagellazione), almeno per una ragione questa versione dei fatti non può essere attendibile: offrendo alla folla una scelta fra il patriota Barabba che aveva rischiato la vita contro i dominatori romani, e il pacifico Gesù che aveva consigliato di pagare il tributo a Cesare (Mc 12,13ss.), Pilato non aveva alcuna possibilità di salvare Gesù.

Per gli ebrei di allora questo pagamento costituiva una sorta di banco di prova del loro patriottismo, della loro lealtà alle migliori tradizioni profetiche e di resistenza popolare al nemico. In realtà Gesù, se mai la domanda di pagare o no il tributo a Roma gli sia stata rivolta e soprattutto in quei termini, non può aver dato una risposta così diplomatica: "Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"(Mc 12,17), che al massimo avrebbe potuto dare una comunità già spoliticizzata, o comunque non intenzionata a contrastare sino in fondo il potere costituito.

Di fronte a quella questione Gesù può semplicemente aver detto che era la forza di Cesare a obbligare gli ebrei a pagare il tributo e che il rifiuto di pagarlo poteva essere sostenuto solo da una forza opposta e superiore a quella romana: cosa che in quel momento ancora non esisteva, almeno nei termini di lotta terroristica o di azioni estremistiche e isolate in cui la resistenza veniva condotta. Quanto poi a distinguere la "proprietà" di Dio da quella di "Cesare", questo è assolutamente irrealistico se riferito al Gesù storico. In verità, tutte le espressioni di Cristo in favore della fede in una divinità vanno considerate spurie e prodotte da un'ideologia mistica post-pasquale.

Ma c'è di più. Nel racconto di Marco, Barabba viene descritto con evidente disprezzo: uno dei "ribelli" che aveva partecipato a una rivolta antiromana ingiustificata. Questo modo di vedere le cose -come si può facilmente notare- fa sì che la scelta del popolo ebraico di preferire un "volgare assassino" all'innocente e "divino" Gesù appaia ancora più inspiegabile (o meglio appare spiegabile solo pensando che i giudei, "per natura", fossero perfidi e malvagi!).

* * *

In realtà le cose devono essere andate ben diversamente. Anzitutto Pilato, al pari dei sacerdoti del tempio, non vedeva l'ora di catturare e giustiziare Gesù (la sommossa antiromana di Barabba doveva aver suscitato un certo fermento in città). In secondo luogo egli si rendeva conto che, data la popolarità di Gesù, non sarebbe stato facile eliminarlo (quando Gesù entrò trionfante nella capitale in groppa a un asino, che era il simbolo della messianicità, i romani devono aver tremato, perché sapevano che in caso d'insurrezione generale nella capitale non avrebbero avuto alcuna possibilità di successo). Non dimentichiamo che la coorte stanziata a Gerusalemme durante la Pasqua non superava i 600 uomini. Essa al completo fu radunata quando i soldati condussero Cristo dentro il pretorio, la residenza ufficiale del prefetto. Gv 18,12 addirittura afferma che fu tutta la coorte, guidata dal tribuno, insieme alle guardie dei giudei, a catturare Gesù nel Getsemani.

In terzo luogo l'idea di metterlo in alternativa a un estremista e terrorista politico come Barabba, doveva servire appunto per far condannare Gesù. Cioè a dire, Pilato, per eliminare il ribelle più pericoloso (perché più popolare), aveva bisogno di convincere la folla che il più temuto dai romani in realtà non fosse Gesù ma Barabba, proprio a causa del suo estremismo. A tal fine egli si servì anche della collaborazione del clero reazionario.

Il fatto stesso che la prima domanda posta da Pilato a Gesù: "Tu sei il re dei Giudei?"(Mc 15,2), sia stata proprio questa, attesta che tra il potere romano e quello giudaico vi era una certa intesa. Probabilmente l'intesa si sarà spinta sino alla scelta del detenuto da liberare: in Gv 18,3ss. è chiarissimo che addirittura l'arresto nel Getsemani, fatto da soldati romani e dalle guardie del Tempio, fosse un'operazione concordata tra i due poteri ufficiali.

Va inoltre detto che, siccome dell'usanza pasquale di liberare un prigioniero politico, non esiste altra testimonianza oltre quella evangelica, probabilmente essa non è mai esistita, anche se può essere del tutto realistica la decisione di Pilato di offrire al popolo la possibilità di una scelta (illudendolo di avere un certo potere). Dicendo che era un'usanza annuale, Marco sperava di togliere il sospetto che l'avesse escogitata lì per lì lo stesso Pilato. Cercò di togliere anche il sospetto che il processo non fosse giudiziario ma politico. In realtà il processo non solo era politico, ma per poter essere concluso senza "incidenti" di sorta, aveva necessariamente bisogno di un vasto consenso popolare (persino tra coloro che avevano simpatizzato per Gesù!).

Infine, Mc 15,10 non solo non spiega perché Pilato ritenne motivata dall'"invidia" l'azione dei grandi sacerdoti, ma usando una motivazione del genere toglie alla condanna di Gesù ogni rilevanza politica. Gesù in pratica sarebbe stato ucciso, secondo Marco, non perché era in gioco il destino della nazione ebraica, che doveva liberarsi dal dominio romano (e sulle cui modalità di liberazione di scontravano varie posizioni politiche, più o meno contrapposte), ma perché i capi religiosi temevano di perdere il loro potere sul tempio (e i farisei quello nelle sinagoghe), mentre Pilato, dal canto suo, preferiva "dare soddisfazione alla folla"(Mc 15,15), per timore che potessero scoppiare incidenti ancora più gravi.

Viceversa Gv 11,49s. fa chiaramente intendere che la preoccupazione principale delle autorità giudaiche non riguardava affatto gli aspetti religiosi della predicazione di Gesù, bensì quelli politici. Essi temevano che l'attività del movimento nazareno avrebbe finito col provocare un intervento romano che sarebbe risultato catastrofico per le sorti del Paese. In sostanza essi non credevano nella possibilità di una sollevazione popolare di massa o comunque dubitavano ch'essa avrebbe potuto sconfiggere l'imperialismo dello Stato più forte del mondo.

Ciononostante, proprio Gv 12,42 afferma che molti capi giudaici credevano in Gesù, anche se non lo ammettevano pubblicamente per timore che i farisei li cacciassero dalle sinagoghe. La corrente farisaica che dominava al tempo di Gesù era infatti quella che faceva capo alla scuola rigorista di Shammai, che sosteneva la necessità di radicalizzare la legge. Quella della scuola di Hillel, più "liberale" e preoccupata della coerenza pratica (ad essa appartenevano lo stesso Paolo di Tarso, come da At 23,6, e Giuseppe Flavio), si affermerà solo dopo la caduta di Gerusalemme nel 70. Probabilmente anche il notabile Giuseppe d'Arimatea (Gv 19,38) e l'archisinagogo Giairo (Mc 5,22) erano farisei. Luca dice in At 23,7 che sul tema della resurrezione dei morti i farisei parteggiavano coi cristiani contro i sadducei, ma questa intesa aveva già assunto un carattere regressivo.

* * *

La preoccupazione di Marco è stata dunque quella di protestare l'innocenza di Gesù in quanto "figlio di Dio" e di mostrare che gli ebrei non gli avevano creduto (nonostante tutti i suoi miracoli) perché volevano un messia politico-militare che trionfasse su tutti i nemici d'Israele, invece di un "uomo-dio" che insegnasse a tutto il mondo la legge dell'amore del prossimo.

L'attesa del suo ritorno glorioso "in Galilea"(Mc 16,7), di cui parla il "giovane" seduto sulla tomba vuota (simbolo della fede nella resurrezione), non va perciò intesa nel senso che gli apostoli avrebbero dovuto riorganizzarsi contro il sistema dominante, ma come un invito ad abbandonare la Giudea e quindi l'idea stessa di una rivoluzione politica. Gli ebrei non meritavano d'essere liberati dai romani, perché avevano ucciso l'unico leader che poteva veramente farlo. D'ora in avanti il cristianesimo avrebbe dovuto essere predicato ai gentili. Infatti il primo a riconoscere la "divinità" del Cristo è proprio il centurione romano ai piedi della croce, il quale, con la sua fede religiosa, riscatta, in un certo senso, il comportamento indegno di Pilato (Mc 15,39).

Ecco perché nella chiusura posticcia del vangelo di Marco, si sono potuti tranquillamente aggiungere, in luogo del "ritorno in Galilea" (espressione troppo ebraica), la "predicazione universale del vangelo" e il "giudizio universale" da parte del "Signore Gesù asceso al cielo, alla destra di Dio"(16,15ss.).


Torna alla pagina principale