FISICA/MENTE

 

IL SIMBOLO DELLA CROCE E LA CROCIFISSIONE


http://www.arcobaleno.net/costume/croce.htm 

CROCE 
un simbolo di moda tra i vip, conosciamolo meglio 

Antonia Bonomi 

Tra le varie mode che mischiano allegramente, o sfacciatamente dipende dai punti di vista,  sacro e profano, negli ultimi tempi furoreggia quella della croce. La si vede al collo di star piuttosto chiacchierate come Madonna, Naomi Campbell scollata a più non posso, con seni strizzati e capezzolo pronto a scappare ne sfoggia addirittura tre a diverse altezze, Carolina di Monaco la indossa su severi abitini neri, quanto alla stramba Cher non solo la porta al collo, ma esibisce pantaloni disseminati di croci, natiche comprese.
È difficile, visti certi contesti, parlare di simbolo religioso, allora ci si chiede perché la indossino se non per moda, e si potrebbe allargare il discorso chiedendosi se questo sia giusto. Ma evitiamo i terreni scivolosi, lasciando queste considerazione agli studiosi di cose religiose, e vediamo insieme il significato del simbolo della croce.
Si tratta di un segno la cui esistenza è attestata fin dalla più remota antichità dall'Egitto alla  Cina, una delle più antiche raffigurazioni la si è trovata incisa su un sigillo di pietra a Susa e risalente al III millennio a.C., un'altra è una croce in marmo rinvenuta a Cnosso e risalente al XV secolo a.C.
La croce è il terzo dei quattro simboli definiti fondamentali che sono: il centro (inteso come centro della sfera), il cerchio e il quadrato. Tutti questi simboli hanno relazione tra loro e la croce li riassume così: il punto di intersezione dei due bracci è il centro che apre verso l'esterno; la croce si può iscrivere nel cerchio, che divide in quattro segmenti che sono anche le stagioni, genera il quadrato e il triangolo quando le sue estremità sono collegate da quattro rette. Come il quadrato la croce rappresenta la terra, ma nei suoi aspetti intermedi, dinamici e sottili. Rappresenta anche l'orientamento nello spazio: su e giù, destra e sinistra, emblema del dualismo che diventa totalità.  È chiaramente legata al numero 4 poiché quattro sono le braccia e quattro gli angoli, ma considerando anche il centro ecco che si ha il 5. Prima di essere usata per le piante delle chiese cristiane, era stata anche usata per le piante dei templi pagani nelle religioni che vanno dall'India alla Grecia. Attorno ad uno gnomone, la cui ombra in certe ore del giorno indicava i segni cardinali, veniva tracciato un cerchio all'esterno del quale si tracciava un quadrato che diventava il perimetro del tempio. Delle figure geometriche nelle quali si iscrive indifferentemente la croce, cioè quadrato e cerchio, il quadrato rappresenta la terra, mentre il cerchio rappresenta il cielo, e la croce li unisce, lo gnomone era il centro.
È il primo simbolo di orientamento ai diversi livelli dell'esistenza dell'uomo, nella triplicità animale, spaziale e spirituale. Animale poiché pone l'uomo in rapporto a se stesso, spaziale perché si articola sugli assi nord-sud o di rotazione della terra, est-ovest segnato dal levarsi e tramontare del sole, l'incrocio dei due assi maggiori rappresenta Dio e realizza l'orientamento spirituale, totale.
Per i cinesi la cifra della croce era solo il 5 perché secondo la loro simbologia non poteva essere considerata solo come quattro lati o quattro bracci, questi dovevano essere considerati in relazione al punto di intersezione, il centro, che equivale al centro del cerchio e al centro del quadrato, cioè centro sia della terra sia del cielo uniti, poiché uno non esiste senza l'altro.
È un simbolo che si ritrova anche nella costruzione delle città, in particolare romane e naturalmente precrisitane, nel cui centro si incrociavano le due vie principali, il cardo e il decumano, che le tagliavano in quarti.
Simbolo universale e simile, dunque, trovato anche nelle Americhe, ad esempio nel Codex Fejérvary-Mayer dell'antico Messico, e a Palenque, dove il mondo era rappresentato a forma di croce per via dei segni cardinali.
Dall'antico Egitto ci arriva come croce ansata, rappresentata da un cerchietto o da un ovale sopra la tau. Quando è raffigurata in mano agli dei è l'emblema della vita divina e dell'eternità, quando è in mano ai mortali esprime il desiderio di un eternità beata insieme agli dei. I copti, come si vede in alcune pietre tombali dei secoli VI e IX, accettarono la pagana croce ansata egizia quale simbolo della vita eterna portata dal Cristo. Presso i popoli germanici, la croce a T, tau, era simbolo del martello del dio Thor.
I primi cristiani hanno erroneamente interpretato il ritrovamento di simboli cruciformi presenti in altre culture, Maya e Azteche in particolare, attribuendoli ad una precedente presenza cristiana poi dimenticata. In realtà, come abbiamo visto, il simbolo era universale proprio perché posto in relazione ai punti cardinali, all'alto e al basso, al levare e al calare del sole, ed era anche una rappresentazione scarna, senza fronde e radici, dell'albero della vita.
La tradizione cristiana ha arricchito questo simbolo, condensando in esso il racconto della passione e della resurrezione di Cristo, facendone il simbolo della redenzione e conseguente salvezza dell'umanità. Bisogna dire che i primi cristiani accettarono con difficoltà il simbolo della croce, a causa dell'ignominia connessa a questo tipo di  esecuzione capitale, solo in epoca romanica fu riconosciuto come trionfo sulla morte. La croce cristiana che si conosce risale al 134 e si trovava a Palmyra.
Ma la croce era già un simbolo di salvezza anche presso gli Ebrei e l'Antico Testamento ci parla delle croci tracciate con il sangue dell'agnello (arrostito su due spiedi sistemati a forma di croce), sugli stipiti delle porte delle case degli ebrei.
La croce è entrata a far parte degli stemmi araldici, dove assumeva forme diverse a secondo di ciò che si voleva indicare. La croce di Gerusalemme o gerosolimitana, una croce potenziata da quattro piccole croci agli angoli, ad esempio, nelle crociate era lo stemma del regno di Gerusalemme e le cinque croci ricordavano le cinque piaghe di Cristo. La croce con cerchio, nella quale le barre della croce esorbitano dal cerchio e che si ritrova in Irlanda (chissà quante volte l'avete vista nei film, agli incroci o nei cimiteri, issata su un blocco di pietra nella brumose atmosfere del nord), è detta anche croce della questua e significava che il cavaliere che la portava aspirava all'avventura come prova spirituale
Anche la svastica è una croce… ma ne parleremo in un altro contesto.
Abbiamo visto che la croce si ricollega ai numeri 4 e 5.
Perché 4? Per i quattro bracci, i quattro angoli, ma anche perché rassomiglia ad un uomo con le braccia aperte e il 4 è il numero dell'uomo, il numero del tangibile, del creato, era detto d'incomparabile pienezza, di totalizzazione. Per fare qualche esempio, esistono quattro fasi della Luna, quattro sono i punti cardinali e quattro i venti, quattro le stagioni e quattro gli elementi, gli umori, le lettere del nome di Dio e del primo uomo Adam, gli Evangelisti, i profeti, i padri della Chiesa e i fiumi del paradiso, i cavalieri dell'Apocalisse e i loro flagelli, gli alberi che sostenevano il mondo secondo i Maya e gli Aztechi, le caverne della terra secondo gli Incas. Insomma, tutte le religioni li collegavano al creato e al visibile.
Il 5, che non troviamo collegato solo in Cina alla croce, è il 4, cioè l'uomo, più il centro che può essere il cuore o Dio, ed è proprio la somma della materialità, 4, più quell'uno che dà il cinque, simbolo dell'ordine e dell'armonia, della volontà divina che può aspirare solo all'ordine e alla perfezione.
Nell'antica religione americana il 5 era il numero del dio del mais, la cui prima fogliolina germina cinque giorni dopo essere stato seminato.
Per gli indù, il 5 è il numero dell'unione fra il 2 femminile e il 3 maschile, principio di vita.
Dopo questa carrellata tra simboli e significati, secondo voi perché le vip mondiali porteranno il simbolo della croce?


http://www.musicaememoria.com/SimbologiaCroce.htm 

Simbologia della croce

La croce è un simbolo molto antico, sicuramente precristiano, al quale sono associati vari significati, di vita e di morte, in gran parte connessi all’uso della croce, in varie forme, come strumento per le esecuzioni capitali e naturalmente, in seguito, alla morte di Cristo sulla croce.

Origine del simbolo  

La parola “croce” deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone”; i Greci la chiamarono stauròs, “palo”; gli Ebrei 'es “albero”. Questi nomi indicano l'origine primitiva della croce come supplizio: un albero o un palo al quale i condannati venivano confitti con chiodi, o legati con funi, oppure impalati.

La croce, convergente con il numero quattro, era già nell'antichità precristiana un simbolo che evocava:  

l'unione dei contrari (sopra-sotto, destra-sinistra)

la vita (l’asse orizzontale: il suolo o l’orizzonte sul quale vive l’uomo, l’asse verticale: il percorso terreno dalla nascita alla morte del corpo, crescita basso-alto o ascesi dell'anima al cielo)

il tempo, collegando nella linea verticale il passato (in basso), il presente (incrocio con la linea orizzontale, rappresentante l'esistente) e il futuro (l'alto), ovvero l'ieri, l'oggi e il domani

Il numero quattro era d’altra parte il numero simbolico della natura: 4 stagioni, 4 punti cardinali, 4 elementi (aria, acqua, fuoco, terra), 4 flagelli (cavalieri dell’Apocalisse), 4 venti principali per i naviganti (vedi nel seguito).

La croce era (ed è) rappresentata in varie forme:

- ansata o egiziana: derivata dal geroglifico ANKH, simbolo della vita, con forma di croce sormontata da un cerchio, adottato dai cristiani copti (seguaci della eresia monofisista del monaco Eutiche, negavano la duplice natura di Cristo umana-divina) che ne fecero un simbolo cristiano

- commissa o greca: a Τ (lettera Tau dell’alfabeto greco)

- immissa o capitata o aperta o latina: la croce comune

- croce di Lorena: a forma di X (lettera Chi dell’alfabeto greco)

- gammata: a forma di Γ (lettera Gamma dell'alfabeto greco) che alludeva a una diversa forma di esecuzione: il condannato appeso od impiccato

- uncinata: costituita dall'unione di 4 croci gammate, con orientamento verso sinistra (occidente) era un simbolo solare che schematizzava il moto apparente del sole

Dopo il supplizio di Cristo sulla croce si sono aggiunti altri significati religiosi e simbolici:

- La croce come  Albero della Vita: L’asse verticale indica la terra connessa con il cielo, nel senso inverso, l’asse verticale è conficcato nella terra, e quindi simboleggia le radici della vita nella terra, l’asse orizzontale simboleggia la scala che consente di salire al cielo e quindi al Regno di Dio

- L'abbraccio del figlio di Dio all'umanità: La figura di Cristo crocifisso con le braccia orizzontali simboleggia l’abbraccio del figlio di Dio all'umanità, ovvero l’abbraccio della Redenzione di cui si è fatto strumento, facendosi uomo.

- La figura umana: La croce evoca anche la figura umana a braccia aperte (ripresa anche dalla figura celeberrima, del normotipo di Leonardo da Vinci).

La croce e il cerchio  

La croce è stata anche unita al simbolo del cerchio, che ricorda il movimento rotatorio e quindi la vita, nei simboli della croce runica (o celtica), e nella svastica.

La croce runica (da runa, lettera dell’alfabeto arcaico delle popolazioni germaniche), unisce i due simboli sovrapposti, una croce a 4 bracci uguali ed un cerchio.

La croce uncinata o svastica unisce quattro croci gammate riportando i quattro assi della croce ad un simbolo circolare, con orientamento verso sinistra (la forma antica) o verso destra (la svastica moderna).

Quella con orientamento verso occidente era diffusa tra le popolazioni indo-europee in India e in Persia (culto del dio Mitra) ed utilizzata fino in Giappone già in epoche antiche, e rappresentava il moto apparente del sole da oriente a occidente (da destra a sinistra, guardando verso Nord). La religione mitraica era infatti un culto del sole. Quella con disposizione verso oriente è stata considerata un simbolo antico ariano (con buona probabilità, erroneamente) da movimenti politici tedeschi antisemiti sin dal 1910, diventando poi il simbolo principale e caratterizzante del III Reich.

I simboli misti come la croce runica erano adottati da sette eretiche di origine orientale, legate alla credenza della circolarità della vita come eterno ritorno (sette dei monotoni o anulari). La credenza dell’eterno ritorno, o della necessitò di attraversare più cicli di vite, o della reincarnazione, è tipica delle religioni buddiste e tibetane (vedi “Il libro Tibetano dei morti”).

L’unione dei due simboli è infatti una contraddizione e quindi una eresia per la religione cristiana e in generale per le religioni monoteiste (islamica ed ebrea), che vedono la vita terrena come passaggio senza ritorno (se non nella catarsi del Giudizio universale, alla fine dei tempi).

I simboli circolari e quindi la croce runica e la svastica innestano quindi probabilmente sulla tradizione cristiana credenze preesistenti di origine pagana, orientali e nordiche, legate alla compenetrazione continua dell’uomo con la natura e con il tempo.

L'imperatore Aureliano  

L'imperatore Aureliano (che governò su Roma dal 270 al 275 d.C.) fu il primo ad utilizzare in occidente il simbolo della svastica. Aureliano era impegnato a ricostituire l'unità dell'impero dopo la crisi del III secolo, seguente alle guerre e alle invasioni barbariche. In quel periodo nell'antica Roma, proprio perché assediata e minacciata si erano diffuse nuove religione misteriche e di orientamento monoteista, come il culto del dio Mitra e lo stesso cristianesimo. 

Aureliano, che era un comandante militare portato alla carica di imperatore dalle sue legioni, intuì che per ricostituire l'unità dell'impero e consolidare l'autorità dell'imperatore era necessario rendere divina o perlomeno distante dalla natura umana la sua figura. Si appoggiò quindi al culto del dio Mitra, già popolare tra i soldati e molto seguito tra il popolo. La religione mitraica, di origine orientale (Persia e India) si poneva a mezza strada tra il politeismo e il monoteismo ed era un culto solare. La svastica, simbolo solare per eccellenza, rappresentava il dio Mitra, o "dio invincibile" e Aureliano affermava di essere il suo rappresentante in terra, indossando vesti ornate da svastiche orientate a sinistra.

Il significato simbolico del numero 4

La croce a quattro braccia riporta al numero quattro, il più simbolico tra i numeri. Intorno al numero quattro si incontrano credenze in molte culture, anche lontane dal cristianesimo.

Il numero quattro riporta subito al quadrato, simbolo di ordine contrapposto al cerchio, superamento del dualismo (bene-male, yin-yang, cielo-terra, tesi-antitesi), che viene portato nel quadrato o nella elevazione a 4 ad elemento coerente e conchiuso, simbolo di completezza ma anche di mistero. 

Il quadrato simboleggia la capacità dell'uomo di portare ordine nel cosmo, introducendo direzioni e coordinate (4 punti cardinali, longitudine e longitudine che riportano il mondo ad un sistema reticolare, cioè ad un insieme di quadrati). Tutti procedimenti che confluiscono nel mito della "quadratura del cerchio", ovvero la trasformazione di un cerchio in un quadrato di superficie identica, mediante trasformazioni geometriche. Procedimenti all'origine dei progetti di templi in ogni civiltà, e che trovano la sintesi nella nostra cultura nella pianta della mitica "Gerusalemme celeste" citata nell'Apocalisse di Giovanni, descritta come un cubo di lati uguali, pari a 12000 stadi ciascuno (lo stadio era una misura romana pari a 5,45 km ca.). Anche il 12 non è casuale, occorre notare che si tratta dell'unico numero multiplo sia del 4 (la croce) sia del 3 (La Trinità) ed è non casualmente il numero degli apostoli. Gli architetti medievali hanno cercato di ricreare i principi della "Gerusalemme celeste" nel progetto nella misteriosa chiesa di Santo Stefano Rotondo, sulla collina del Celio a Roma, che infatti coniuga la forma circolare con l'ordine del quadrato.

Altro esempio di uso simbolico del quadrato per ricordare lo sforzo ordinatore dell'uomo sulla natura è rappresentato dal gioco degli scacchi o, in generale, da tutti i giochi basati sulla scacchiera (che e' 8x8, quindi composta da un quadrato al cubo ovvero, in tre dimensioni). Anche i mazzi e i giochi di carte ruotano sempre intorno a quattro segni.

Molte, in tutte le culture e le mitologie, sono le sequenze simboliche o naturali ricondotte al numero 4:

le 4 stagioni

i 4 punti cardinali

i 4 elementi (aria, acqua, fuoco e terra)

i 4 venti principali (N-Tramontana, O-Ponente, S-Ostro, E-Levante)

la Rosa dei Venti (che sovrappone una seconda croce di 4 venti) (1)

le 4 posizioni dell'Orsa Maggiore rispetto alla stella polare

i 4 umori corporei

i 4 evangelisti (Luca, Matteo, Giovanni e Marco) e i 4 Vangeli

i 4 Padri della chiesa (Agostino, Ambrogio, Girolamo, Gregorio Magno)

le 4 lettere del nome di Dio (il tetragramma JHWH, da Jahweh)

i 4 cavalieri dell'Apocalisse (peste, guerra, fame, morte) (2)

i 4 fiumi del Paradiso (Indo o Pisone, Hiddekel o Tigri, Gange o Gihon, Eufrate)

Anche l'ascensione in cielo di Maria può essere spiegata con la riconduzione della Trinità all'armonia del quadrato. mediante l'inserimento dell'elemento femminile (C.G. Jung).

La croce però contiene anche il centro, quindi il superamento della quadrinomia mediante il raggiungimento della origine dei 4 elementi, attraverso il passaggio al numero successivo, il cinque, ovvero alla "quintessenza". 

La quintessenza simboleggia quindi l'elemento puramente immateriale, lo spirito del mondo, dal quale sono stati generati, e separati dal centro mitico, nelle 4 direzioni  i 4 elementi (aria, acqua, fuoco, terra). Impossibile non notare in questi antichi miti, una relazione, forse casuale, forse legata a remote intuizioni, con la teoria corrente del big bang, il punto di inconcepibile energia e massa dal quale si è sviluppato l'universo, secondo le teorie della fisica attualmente accertate.

La croce e' un simbolo cristiano per eccellenza, ma esiste, come i significati simbolici del numero quattro ad essa strettamente connessi, anche in molte altre civiltà  precedenti, o non influenzate da esso. Nelle civiltà americane precolombiane esisteva ed era venerato il simbolo della croce (nella cultura Maya) cosi come il numero 4 compare in Cina,  nelle 4 porte della residenza imperiale, nei 4 mari e nelle 4 montagne che circondano l'impero, e nei 4 grandi re del periodo mitico, mentre le 4 arti fondamentali erano il libro, il dipinto, la chitarra e la scacchiera, e i 4 strumenti dei dotti erano la china, il pennello, la carta e la pietra abrasiva, e i 4 principi della morale erano la incorruttibilità, il pudore, il senso del dovere e la correttezza cerimoniale formale.

Il significato di ordine e' quindi connaturato alla civiltà e all'ordine che l'uomo impone alla natura, elemento comune a tutte i popoli.

Un significato che si ritrova riflesso anche in detti e oggetti quotidiani: le quattro gambe delle sedie e dei tavoli, la forma quadrata delle finestre e delle porte, espressioni come "fare quattro passi", "i soliti quattro gatti", "fare quattro chiacchiere", "farsi in quattro", "tra quattro pareti" e così via.

Naturalmente anche gli animali hanno quattro zampe, e così per similitudine hanno quattro ruote i carri e poi le auto, e percepiamo come innaturali e strani gli animali a sei od otto zampe (gli insetti).

Note

(1) NE-Grecale, SE-Scirocco, SO-Libeccio, NO-Maestrale; da notare che la posizione dei venti rispetto ai punti cardinali è corretta secondo la interpretazione comune della origine dei venti (Libeccio: Libia, Scirocco: Siria, ecc.) se la rosa è posizionata nell'isola di Creta da dove, secondo le ricostruzioni correnti, proviene.

(2) Secondo altre interpretazioni sono lo schiavismo (cavallo bianco, arciere), il servaggio (cavallo rosso, spada), l'avidità del commercio e quindi la fame (cavallo nero, bilancia) e la morte (cavallo pallido)

© Alberto Truffi


http://www.fralenuvol.com/albero/sapere/significato/simboli/croce.php 

Il simbolo della Croce

La Croce

Significato

La croce è un simbolo antichissimo; ne sono stati rinvenuti reperti preistorici addirittura dell'età neolitica, per non parlare della croce ansatica egiziana, della swastika tibetana o della croce azteca di Tlaloc. La circostanza che questo simbolo sia presente in epoche e contesti sociali diversi assumendo per contro significati analoghi, se non addirittura identici fra loro, suscita in noi emozione profonda.

Il termine Croce deriva dalla parola greca stauròs che è un palo piantato diritto (palo a punta); può servire a molteplici usi, come erigere steccati, gettare fondamenta; può avere anche il significato speciale di palizzata (fin da Omero). Di conseguenza, stauróô significa piantare pali, erigere palizzate (fin da Tucidide).

Il verbo compare più frequentemente nella forma composta anastauróô col medesimo significato. E' intercambiabile, senza apprezzabili variazioni di significato, con anakremánnymi e anaskolopízô, che significano sempre appendere (in pubblico). A seconda del tipo di applicazione penale cui si fa riferimento, può significare impalare; appendere, per disonorare una persona uccisa o per l'esecuzione capitale; assicurare allo strumento di tortura; crocifiggere.

Come anche indicano i casi più frequenti in cui è usato il verbo, staurós può quindi significare il palo (a volte appuntito in alto) al quale viene abbandonato un ucciso, quasi a significare una pena aggiuntiva, in segno di vergogna, sia appendendolo che infilzandolo; in altri casi si tratta del palo usato come strumento di esecuzione capitale (per strangolamento o altro). Inoltre staurós è il legno del supplizio, grosso modo nel senso latino di patibulum, una trave assicurata sulle spalle; è infine, come strumento di supplizio, la croce, formata da un palo perpendicolare e da una trave orizzontale, in forma di T (crux commissa) o di † (crux immissa).

In oriente si usava appendere od infilzare il cadavere del condannato per esporlo alla vista e al ludibrio di tutti. In occidente questo tipo di punizione non era usato né accettato: «L'appendere o l'assicurare a un palo di qualunque tipo, trave o croce, era un procedimento che veniva applicato a una persona ancora viva. L'esecuzione per crocifissione è attestata per la Grecia e per i cartaginesi; i romani devono averla presa da quest'ultimi. Gli orientali invece non hanno usato né sviluppato questo tipo di crocifissione».

Al tempo di Gesù in Palestina, la condanna alla crocifissione e l'esecuzione di questo tipo di pena erano praticate soltanto dalla potenza occupante romana

La pena della crocifissione era quindi intesa più come deterrente che come espiazione, come strumento di ordine al fine di mantenere il dominio vigente. È quindi del tutto logico che lo strumento del supplizio venisse eretto in un luogo ben esposto.

I romani han fatto ampio uso di questo tipo di esecuzione. e lo strumento di supplizio adottato, lo staurós,comportava un pezzo di legno incrociato e aveva quindi la forma delle due travi in croce.

Anche studiosi Ebrei parlano del supplizio romano, facendo anche riferimento ai vangeli: «Le croci utilizzate furono di differenti forme. Alcune furono in forma di T, altre nella forma della croce di Sant'Andrea (X), mentre altre ancora erano in quattro parti (+). Il tipo più comune consisteva in un palo (palus) fermamente fissato al terreno (crucem figere) prima che il condannato arrivasse sul luogo dell'esecuzione (Cicerone, Verrine, v. 12; Giuseppe Flavio, Bellum Iudaicum, VII, 6,4) e in un trave trasversale (patibulum), recante il "titulus", l'iscrizione che attestava il crimine (Mat. 27,37; Luc. 23,38; Svetonio, Claudio, 38). Era il palo trasversale, non il palo fisso, che il condannato era costretto a a trasportare sul luogo dell'esecuzione (Plutarco, De Sera Numinis Vindicta, 9; Mt., ibidem; Gv.19,17)» - Jewish Encyclopedia, alla voce "Crocifissione".

Sono noti due modi di erigere lo staurós. Il condannato poteva venire assicurato alla croce ancora giacente a terra, sul luogo dell'esecuzione, ed essere quindi innalzato insieme ad essa. Oppure — forse questo era il caso più normale — prima si fissava a terra il palo verticale avanti l'esecuzione; poi il condannato, legato alla trave trasversale, veniva innalzato insieme a questa e fissato sul palo verticale. Poiché questa era la maniera più semplice per assicurare il condannato sulla croce e poiché l'aggiunta della trave trasversale dev'essere presumibilmente messa in connessione con la pena del patibulum riservata agli schiavi, si può dedurre che la crux commissa rappresentasse la normalità. Quanto all'altezza, la croce non doveva superare di molto la statura di un uomo.

Lo svolgimento della crocifissione secondo il procedimento romano doveva essere pressapoco il seguente: dapprima avveniva la condanna legale; solo in circostanze straordinarie poteva aver luogo un procedimento sommario sul luogo stesso dell'esecuzione; se l'esecuzione doveva avvenire in un luogo diverso da quello della condanna, il condannato stesso portava la trave trasversale (patibulum) nel luogo fissato, per lo più fuori le mura cittadine. E' qui che ha la sua origine il detto «portare lo staurós», tipica espressione per indicare la punizione di uno schiavo. Sul luogo dell'esecuzione il condannato veniva spogliato e flagellato (non è certo se soltanto qui); la flagellazione è un elemento costante nella crocifissione, tra la condanna e l'esecuzione vera e propria. Il condannato veniva legato a braccia tese sulla trave, che forse poggia sulle sue spalle. Solo in casi sporadici si parla di inchiodatura (Hdt. IX 120, 4; VII 33); non si sa con certezza se anche i piedi venissero inchiodati, oltre che le mani. La morte del condannato, appeso al palo verticale con la trave trasversale sopra, subentrava lentamente e tra sofferenze indicibili, probabilmente per sfinimento o per soffocamento. Il cadavere poteva essere abbandonato sulla croce alla decomposizione oppure a essere divorato dagli uccelli rapaci o divoratori di carogne. Sono attestati anche casi in cui il cadavere veniva poi consegnato ai parenti o conoscenti.

Alcune incertezze mostrate in quest'opera non si possono riferire alla crocifissione di Cristo così come viene narrata nei Vangeli. La Scrittura attesta infatti che, nel caso di Gesù, la flagellazione non venne eseguita sul luogo dell'esecuzione. Inoltre i Vangeli dicono che al Signore vennero inchiodati anche i piedi. I cristiani sanno quindi che la crocifissione di Gesù si svolse in questo modo. Invece, nella generalità dei casi può darsi che la procedura fosse leggermente diversa; questo le fonti storiche non permettono di stabilirlo con assoluta certezza.


Dal libro dei Numeri

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio e disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatti uscire dall'Egitto per farci morire in questo deserto? Qui non c'è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero» . Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d'Israeliti morì. Perciò il popolo venne a Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l'asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.

Dal vangelo secondo Giovanni

Vangelo Gv 3, 13-17

In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui».


La Croce in Oriente

Gli Orientali celebrano la Croce con una solennità paragonabile a quella della Pasqua. L’uso liturgico che vuole la Croce presso l’altare quando si celebra la Messa, rappresenta un richiamo alla figura biblica del serpente di rame che Mosè innalzò nel deserto: guardandolo gli Ebrei, morsicati dai serpenti erano guariti. Giovanni nel racconto della Passione dovette aver presente il profondo simbolismo di questo avvenimento dell’Esodo (cf prima lettura), e la profezia di Zaccaria, quando scrive: «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto » (Zc 12,10; Gv 19,37).

La croce è gloria ed esaltazione di Cristo

Dai «Discorsi» di sant'Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull'Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).

Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. E' tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. E' in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.
Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell'albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l'inferno non sarebbe stato spogliato.
E' dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. E' preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell'inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l'universo.
La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell'uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e lo glorificherà subito» (Gv 13, 31-32).
E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17, 5). E ancor: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12, 28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo.


La Croce nell'Islam

Per l'Islam la croce ha invece un significato sapienziale. Simbolo delle due direzioni dell'essere (verticale) e del fare (orizzontale) , l'una dell'Anima l'altra della psiche e della materia . Il centro è il Cuore. La psiche si manifesta nel mondano, nel corporeo, nella dimensione orizzontale dell'agire, della parola ma fa anche da ponte con l'Anima Divina nell'atto della introversione, della contemplazione, del sentimento che si raccoglie ricettivo sul mistero dell'Essere. La verticalità si riflette nell'orizzontalità come il cielo nel mare. In quest'ultimo tutto è forma e divenire ma specchio di un'unica Realtà.


Altri significati della Croce

Il significato più comune attribuito alla Croce è la raffigurazione del sole. Presso i popoli antichi il sole era sovente divinizzato, siccome associato all'idea di vita. La croce ansatica è anzi così detta perché è chiaro il riferimento al geroglifico "nkh",vita. In alcuni disegni tibetani le braccia della swastika appaiono anzi sovrapposte in guisa da simboleggiare la copula tra l'uomo e la donna, quindi il momento della creazione della vita.

La raffigurazione stilizzata di due persone di sesso diverso che si uniscono intimamente fra loro per dar vita a una nuova creatura, ci induce a riflettere su un altro significato della Croce, e cioè la risoluzione dialettica degli opposti (maschio/femmina; vita/morte; verticale/orizzontale; razionalità/intuizione, ecc.). Tali opposti sono le due braccia della croce, che venendo assorbite in un unico contesto, cioè la Croce stessa, appaiono non più antitetici, bensì complementari fra loro.

Le due braccia della Croce possono inoltre essere considerate come quattro semirette che hanno origine dal medesimo punto, ottenendosi così una divisione de piano in quattro parti uguali.

Pregnante è il significato del numero quattro. Tanti erano, secondo i presocratici, gli elementi che componevano il mondo: terra, aria, acqua e fuoco; altrettante le parti che si riteneva componessero l'uomo:corpo, mente, anima e spirito. A ciascuna di esse corrispondeva, rispettivamente, ognuno dei quattro elementi suddetti. Quattro elementi, dunque, aventi ciascuno caratteristiche proprie l'uno dístínto dagli altri, eppure tutti armoniosamente coordinati fra loro.

Ricordiamo che la croce era il geroglifico alchemico del crogiuolo, in tardo latino detto crucìbulum, parola la cui radice, secondo taluni, era crux, croce. Il crogiuolo, per l'appunto, è lo strumento dove la materia prima, lavorata col fuoco, trova la morte per risuscitare trasformata


La scoperta delle ossa di un uomo crocefisso

Non si chiama Yehoshua Mi Nazeret (Jesus Nazarenus) ma Yohanan Ben Hagkol. Non aveva 33 anni ma 25. Il ritrovamento delle sue ossa resta tuttavia l'unica testimonianza concreta della stessa crocefissione con cui morì Gesù. L'ossuario di pietà con lo scheletro di Yohanan (il cui nome è nell'iscrizione dell'ossuario) è stato ritrovato in una grotta per sepolture a nord di Gerusalemme, nel quartiere Givat Ha Mivtar. Quando Vassilios Tzaferis, del dipartimento israeliano delle Antichità, che dirigeva gli scavi, aprì quell'urna, capì di essere di fronte a una scoperta storica. Quel morto, certo contemporaneo di Gesù, non era una personalità e nulla sappiamo di lui, neppure di quale colpa fu accusato. E' il modo in cui trovò la morte che l'ha reso celebre: nel suo piede, all'altezza della caviglia, si vede conficcato un chiodo, con tanto di supporto di legno per tenerlo più stretto. Un ritrovamento sensazionale. "Sotto l'impero romano, in tutte le sue province" spiega Tzaferis "migliaia di persone morirono sulla croce. Secondo le fonti storiche, il supplizio era per gli schiavi, i prigionieri di guerra e i ribelli al dominio di Roma. Tra questi ultimi il più noto era Gesù, mandato a morire nel 30 d.C. circa. Mai tuttavia avevamo trovato prova che la crocefissione avvenisse con l'uso di chiodi su piedi e mani come descritto dai Vangeli". Joseph Zias, l'antropologo israeliano che, dopo il ritrovamento, ha studiato le ossa di Yohanan Ben Hagkol, aggiunge: "E' possibile che la maggior parte delle crocefissioni avvenisse solo con l'uso della corda che il condannato, con i piedi appoggiati a un tassello di legno e le mani legate ai polsi attraverso la croce, morisse comunque di stenti in poche ore. I chiodi si conficcavano quando il martirio doveva risultare più doloroso: in casi eccezionali".

Gesù di Nazareth fu uno di questi.

"Ora, mentre lo conducevano via, presero Simone, un nativo di Cirene, che veniva dai campi, e posero il palo di tortura su di lui perché lo portasse dietro a Gesù. … Ma altri due uomini, malfattori, erano pure condotti per essere giustiziati con lui. Ed essendo giunti al luogo chiamato Teschio, vi misero al palo lui e i malfattori, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Inoltre, per distribuire i suoi abiti, gettarono le sorti. E il popolo stava a guardare. Ma i governanti si facevano beffe, dicendo: "Ha salvato altri; salvi se stesso, se questo è il Cristo di Dio, l’Eletto". Anche i soldati lo schernirono, avvicinandosi e offrendogli vino acido e dicendo: "Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso". Al di sopra di lui c’era anche un’iscrizione: "Questo è il re dei giudei". – Luca 23:26-38


Varianti del Simbolo della Croce

 

Croce

Croce circolare

Croce

Croce greca

Croce

Croce latina, della Passione

Croce

Croce di Andrea

Croce

Tau

Croce

Gabel-, Schächerkreuz

Croce

Croce egizia

Croce

Svastica

Croce

Ankerkreuz

Croce

Croce a quadrifoglio

Croce

Krückenkreuz

Croce

Croce di Gerusalemme

Croce

Wiederkreuz

Croce

Croce dei Patriarchi

Croce

Weihekreuz

Croce

Croce russa

Croce

Croce di Malta

Croce

Croce di Gamma

Croce

Tatzenkreuz

Croce

Tolosanerkreuz

Croce

Kolben-, Apfelkreuz

Croce

Kugelkreuz

Croce

Astkreuz

Croce

Croce doppia

Croce

Croce cardinalizia

Croce

Croce di Giacobbe

Croce

Croce uncinata

Croce

Monogramma di Cristo

Croce

Simbolo della Trinità


http://www.scienzaonline.com/medicina/morte-in-croce.html 

da scienza on line 

Numero 26 - Anno 3
17 Marzo 2006

Morte per crocefissione 



La pena della croce

La pena della crocifissione era diffusa presso molte popolazioni antiche, come gli Assiri e i Persiani, gli Indiani, gli Sciiti, ed è stata portata in occidente da Alessandro Magno. Il primo vero «successo» l'ha conosciuto soprattutto presso i Cartaginesi, ma furono forse i Romani il popolo che ne fece il ricorso più frequente e spietato: in seguito alla rivolta di Spartaco, nel 71 a.C., oltre seimila ribelli furono giustiziati in quel modo.

La crocifissione per legge era riservata agli schiavi, ai prigionieri di guerra e ai rivoltosi, e in quell'occasione fu esercitata con fredda efficienza su tutti coloro che si erano ribellati al potere centrale: chiunque viaggiasse tra Capua e Roma poté vedere per giorni, ai lati della strada, i corpi rimasti sulle croci che venivano straziati dagli animali predatori e dalla forza degli agenti atmosferici.

Radiografia di uno degli esperimenti di Pierre Barbet (1931)

Ma faceva parte della pena che il cadavere non trovasse sepoltura ancora intatto e fosse esposto allo sguardo dei passanti, in segno di disprezzo per i morti ma anche di monito per i vivi. L'imperatore Tito, nel 71 d.C., concluso con successo l'assedio di Gerusalemme, fece crocifiggere fuori della città gli sconfitti al tasso di 500 al giorno, fintanto che non ci fu più posto ove piantare le croci (o almeno così la racconta lo storico ebreo Giuseppe Flavio).

Soltanto con Costantino, nel 341 d.C., la crocifissione venne ufficialmente abolita dal novero delle condanne a morte, anche se già da tempo vi si faceva ricorso assai di rado. E ciò malgrado la storia di questa infamante pena capitale non giunse a termine. Casi di giustiziati sulla croce si ritrovano nelle cronache di vari secoli successivi, anche se si è trattato per lo più di vicende accadute in luoghi distanti dall'Europa continentale.

Tra gli altri, sono ben documentati i casi di un giovane turco che subì questo martirio nel 1247 a Damasco e quelli di alcuni gesuiti e altri religiosi giapponesi ed europei che a motivo della loro fede vennero crocifissi a Nagasaki il 5 febbraio del 1597.

Nel 1824 il capitano inglese Clipperton vide in Sudan un uomo agonizzare per tre giorni sulla croce e da un autore posteriore è stato riferito che il reverendo McElders, anch'egli inglese, avrebbe constatato intorno alla metà dell'Ottocento che questo tipo di condanna a morte veniva comminato con una certa frequenza nel Madagascar.

Ci sono testimonianze secondo le quali anche nei campi di prigionia austroungarici, nel corso della prima guerra mondiale, si praticava la crocifissione e almeno un testimone oculare ha parlato di atti simili compiuti dai nazisti nel campo di concentramento di Dachau durante la seconda guerra mondiale.

Ovunque e da chiunque – compresi coloro i quali la infliggevano – questa forma di pena capitale è stata giudicata come la più crudele, la più infamante, la più disumana. Consisteva nel dare la morte con lentezza allo scopo di aumentare e portare a un limite insopportabile la sofferenza del condannato.

Il corpo di quest'ultimo si sfigurava orribilmente e non è un caso che i giustiziati, con una scritta che denotava il loro crimine, venissero lasciati per giorni sulla croce esposti allo sguardo dei passanti: la vista di uno spettacolo tanto drammatico era considerata il deterrente migliore contro chi avesse la tentazione di commettere lo stesso reato che già aveva prodotto una morte simile.

Reato di tradimento, per lo più, presso gli ebrei, che comunque in genere le preferivano l’uccisione per lapidazione.

Anatomia del supplizio

La croce era, nel mondo antico, sostanzialmente divisa in due parti che, ricomposte, formavano una sorta di T, con un asse verticale che veniva conficcato nel terreno e un «patibulum» destinato ad essere collocato trasversalmente. Il piede e il patibulum erano dello stesso legno: il primo lungo circa 2,5-3,5 metri, il secondo di 150-180 cm.

Il patibulum presentava un foro in corrispondenza della porzione centrale, così da poter essere incastrato sulla sommità dell'asse verticale a formare una struttura solida, ben piantata a terra. Occasionalmente sull'asse verticale veniva apposto un «sedile» ad altezza opportuna, per permettere al condannato di appoggiarvi il peso del corpo.

Nel periodo romano e quando la crocifissione era abbastanza frequente gli assi verticali erano già posizionati conficcati al suolo, pronti a svolgere la loro funzione: in generale disposti fuori delle mura di cinta della città, raccolti in un'area appositamente destinata alle esecuzioni. L'asse trasversale era invece mobile e veniva portato sulle spalle dal condannato, da dove gli veniva comminata la pena fino al luogo ove doveva avvenire la crocifissione.

Questa rappresentava in sostanza soltanto l'ultimo atto di un supplizio che iniziava con la fustigazione del condannato, spogliato delle vesti e legato a una colonna. Il numero e la violenza dei colpi di frusta determinavano lacerazioni più o meno profonde dei tessuti cutanei e sottocutanei del condannato, che poteva andare incontro a perdite ematiche consistenti e a traumi gravi che ne comportavano la morte.

Di tutti i sistemi giuridici, soltanto la legge romana sanciva esplicitamente che la vittima dovesse spirare in croce e che quindi occorresse evitare che la sua morte in questa fase preliminare. Ad ogni modo il supplizio determinava un notevole indebolimento dell'organismo, destinato ad accentuarsi con la prova successiva cui il condannato era costretto: portare il patibulum sulle spalle fino al luogo della crocifissione.

Le braccia del condannato erano distese e legate con corde all'asse trasversale della croce, appoggiato sulle sue spalle. Una scritta che specificava il crimine di cui si era macchiato gli veniva appesa al collo e in queste condizioni si doveva compiere il tragitto fino al luogo del supplizio finale.

A causa del peso non trascurabile del patibulum, della già subita fustigazione e delle asperità del terreno, era molto probabile che lungo il percorso il condannato cadesse più volte a terra con la faccia in avanti; il fatto di avere le braccia distese e legate all’asse trasversale gli impediva di proteggersi il viso.

Una volta giunto al luogo della crocifissione, comunque, gli veniva data una mistura di mirra e vino acre, allo scopo di alleviargli parzialmente il dolore.

Crocefissione

Disteso con la schiena a terra, le mani del condannato erano fissate alla croce mediante chiodi ed eventualmente assicurate meglio legandole al patibulum con pezze di stoffa annodate. In mancanza di una documentazione precisa che specifichi il punto ove i chiodi venivano conficcati, diversi autori hanno compiuto vere e proprie indagini sperimentali nell'intento di chiarire la questione.

Il chirurgo francese Pierre Barbet, nel 1931, ha applicato un peso consistente al braccio prelevato da un cadavere e l'ha poi appeso conficcando un chiodo al centro del palmo della mano: entro pochi minuti i tessuti molli si sono lacerati, indicando che non sarebbe stato possibile, in questo modo, sospendere in croce un individuo.

Fra Angelico: La morte sulla Croce (circa 1445) Firenze, San Marco.

Maggior «successo» ha ottenuto invece inserendo un chiodo a sezione quadrata all’altezza della prima piega del polso, riuscendo a dimostrare in questo modo che sono sufficienti tre chiodi per mantenere un corpo umano adulto attaccato a una croce.

Successivamente, un altro autore ha ipotizzato che i chiodi venissero passati in uno spazio tra le ossa carpali e metacarpali, mentre un ricercatore israeliano, V. Tzaferis, riferendosi alle lesioni visibili in uno scheletro rinvenuto a Giv'at ha-Mivtar, nel 1970 ha sostenuto la tesi che i chiodi venissero infissi alla base del polso, così che il peso del corpo fosse sostenuto dall'unione delle estremità distali di radio e ulna.

Pochi anni dopo, comunque, l'interpretazione dei segni di quello scheletro come tracce di chiodi è stata contestata da altri specialisti israeliani – dell'opinione che si trattasse soltanto di lesioni accidentali dovute alle operazioni di sepoltura – e ciò di fatto ha riaperto il problema, sul quale ha continuato a persistere una certa disparità di opinione.

Recentemente nuove indicazioni per la localizzazione al polso sono state fornite da un altro francese, B. Lussiez, che ha anche verificato con prove su cadaveri che l’infissione di chiodi in quella posizione risulta particolarmente facile: è la conformazione stessa dell’articolazione a guidare naturalmente il chiodo, dopo un primo colpo di forza media, a incunearsi negli spazi liberi tra le ossa di quel distretto anatomico.

Lussiez ha ripetuto le prove ottenendo il medesimo risultato anche ponendo un tassello di legno al di sopra della porzione ventrale del polso, come pare avvenisse nell’antichità.

I suoi dati sembrano confermare ora in via definitiva in questa soluzione al problema della localizzazione dei chiodi. Un’altra rilevante disparità di opinioni permane tuttavia tra gli studiosi in merito alla posizione assunta dal corpo della persona crocifissa, una volta che il patibulum era stato issato sopra lo stelo, a formare la croce.

Per alcuni, le braccia del condannato erano girate dietro il patibulum e i piedi inchiodati ai due lati dell'asse verticale, così che il corpo potesse sorreggersi per un periodo piuttosto lungo; per altri un unico chiodo attraversava le ossa del metatarso dei due piedi sovrapposti l'uno all'altro e questo era l'unico appoggio sul quale il condannato potesse far leva per alleviare il carico ponderale applicato ai chiodi dell'arto superiore.

Sono state ipotizzate posizioni decisamente insolite, come ad esempio che il condannato fosse voltato con la faccia verso la croce, ma le considerazioni che hanno motivato simili proposte non sembrano scientificamente o storicamente fondate. Ancora Tzaferis, sulla base dei resti ossei ritrovati in antichi luoghi di sepoltura, ha così ricostruito quella che per lui era la modalità più comune di crocifissione: «I piedi erano uniti in posizione quasi parallela ed entrambi trafitti al calcagno dallo stesso chiodo, con le gambe adiacenti.

Le ginocchia erano piegate, con il destro sovrapposto al sinistro. Il busto, girato di lato, sedeva su un appoggio. Le braccia erano distese verso l'esterno, ciascuna fissata con un chiodo all'avambraccio».

Una volta sulla croce, il condannato poteva sopravvivere per periodi variabili, in dipendenza di una serie di fattori: robustezza e costituzione fisica, età e stato di alimentazione, intensità della fustigazione e dei maltrattamenti subiti in precedenza, quantità di sangue e di liquidi corporei perduti, numero e gravità delle ferite riportate.

Secondo la maggior parte degli autori, la morte sopraggiungeva di solito dopo diverso tempo, da uno o due giorni fino a quattro o cinque; ma Origene ha citato due condannati, Timoteo e Maura, che non morirono che al decimo giorno.

La lunga durata della sofferenza d'altronde faceva parte della pena e ad avvalorare questa tesi sono almeno due macabri particolari: uno rappresentato dal piccolo appoggio posto lungo il braccio verticale della croce che doveva servire al condannato per «riposarsi» e non cedere alla sofferenza, l'altro costituito dall'usanza di spezzare le ossa di braccia e gambe del crocifisso quando si voleva accelerarne la fine.

Rubens: Cristo in Croce (1613), Anversa, Koninklijk Museum

Ovviamente la capacità di resistenza del condannato dipendeva anche dal tipo di crocifissione attuato. Se il peso del corpo era sorretto dalle braccia accavallate al patibulum i tempi potevano protrarsi anche molto; se il tronco era contorto di lato, ciò affrettava il momento della morte.

In questa fase i singoli aspetti della sofferenza si univano e si sovrapponevano accentuandosi a vicenda. Notevole doveva essere il dolore dovuto alle ferite, su alcune delle quali si esercitava ancora la sollecitazione del peso del corpo. La difficoltà di respirazione determinata dall'estensione della gabbia toracica veniva a tratti alleviata, fin quando il condannato aveva la forza di tirarsi su facendo leva sulle braccia o sorreggendosi sulle gambe e sul piccolo sedile della croce.

E insopportabile si faceva la sete, conseguente alla perdita di ingenti quantità di liquidi che presto subentrava; se il supplizio si protraeva, allora si manifestavano anche febbre e fame.

Atto finale

Anche sulla natura della morte per crocifissione manca un accordo totale tra gli esperti che si sono occupati della questione. Ipotizzata nel 1925 e poi riproposta da Barbet nel 1953, l’ipotesi più «tradizionale» vuole che il decesso derivasse da asfissia, in accordo d’altronde con quanto era stato asserito da alcune testimonianze «recenti» di torture inflitte a prigionieri, rispettivamente, durante la prima guerra mondiale e nel campo di concentramento di Dachau.

In quest'ultimo caso chi fornì la testimonianza (un individuo senza cultura medica) parlò di condannati che «venivano appesi per le mani, affiancate o distanziate. I piedi erano a qualche distanza dal suolo. Dopo poco la difficoltà di respirare diventava intollerabile. La vittima cercava di alleviarla tirandosi sulle braccia, il che le permetteva di riprender fiato: riusciva a tirarsi su ogni trenta o sessanta secondi.

Poi gli attaccavano dei pesi ai piedi per renderlo più pesante e impedirgli di fare in quel modo ed entro tre o quattro minuti sopraggiungeva l'asfissia. All'ultimo momento toglievano i pesi, in modo che potesse riprendersi tirandosi nuovamente su... dopo un'ora questo sollevarsi diventava sempre più frequente, ma anche sempre più debole.

L'asfissia aumentava progressivamente, come era evidente dal fatto che la gabbia toracica si dilatava al massimo e la zona epigastrica si faceva estremamente concava... La pelle diventava violetta. Una sudorazione abbondante cominciava in tutto il corpo, cadendo a terra e bagnando il pavimento. Era particolarmente abbondante, in maniera straordinaria, durante gli ultimi minuti prima della morte.

I capelli e la barba ne erano letteralmente bagnati» (testimonianza raccolta da Barbet). Un'altra osservazione, relativa a un individuo appeso per i polsi, rivelò un pallore diffuso in pochi minuti, respirazione superficiale, caduta della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca, pronunciata diminuzione della capacità vitale: tutti segni in accordo con l'ipotesi di una morte per asfissia.

In un esperimento effettuato di recente (Scott, 1995) questo quadro è stato sostanzialmente confermato: un individuo crocifisso con chiodi ai piedi tenderebbe a sollevarsi finendo per assumere una posizione asimmetrica, ma lo sforzo dopo un po' porterebbe a un'iperestensione dei polmoni, a disidratazione, ipovolemia e acidosi respiratoria e metabolica.

Si produrrebbero crampi muscolari, mentre si acuirebbero il dolore delle ferite e il senso di sete. Con il passare del tempo aumenterebbe la fatica di tirarsi su e i momenti di riposo si distanzierebbero, finché alla fine si cederebbe all'asfissia

A favore dell'ipotesi della morte per difficoltà respiratorie si erano pronunciati anche altri autori nel 1963, sebbene sia da segnalare che quindici anni dopo alcuni specialisti americani hanno sostenuto che questo non sarebbe altro che un cofattore all'interno di una situazione più complessa, che prevederebbe anche insufficienza cardiaca e versamento pericardico.

Un cedimento del cuore è stato suggerito oltre cento anni fa e riproposto da autori recenti; mentre embolia coronarica successiva a ipovolemia, ipossiemia e turbe della coagulazione, in grado di determinare infarto miocardico, è al centro della tesi avanzata nel 1986 sul JAMA da un gruppo di specialisti americani.

Alla metà del secolo scorso è stato teorizzato che la morte per crocifissione fosse dovuta a insufficienza cardiaca secondaria a uno shock prodotto dallo sfinimento, dal dolore e dalla perdita di sangue: posizione condivisa integralmente da vari cardiologi (1964) e altri specialisti all'interno di quadri più articolati.

Un esperimento dal vivo

Venticinque anni fa è stata pubblicata (su una rivista di medicina legale canadese) quella che è forse la ricerca sperimentale più completa sulla crocifissione, mirante a raccogliere informazioni attendibili sulle alterazioni di tutti i principali parametri vitali.

La croce usata era alta circa 2,30 metri, con braccia lunghe 2 metri, e i volontari – giovani sani di 20-35 anni – vi sono stati fissati mediante una sorta di guanti di cuoio per i polsi e con legacci per i piedi. La sospensione è durata dai 5 ai 45 minuti, durante i quali sono state effettuate registrazioni ECG, rilevazioni di pressione sanguigna, frequenza cardiaca, respirazione e capacità vitale, emogasanalisi e prelievi di sangue venoso.

È stato svolto un attento controllo delle difficoltà respiratorie; sono state valutate le alterazioni del colorito cutaneo; è stata tenuta nota delle contrazioni muscolari e della sudorazione. I volontari, inoltre, erano tenuti a segnalare le sensazioni di dolore, le difficoltà respiratorie avvertite e ogni alterazione delle loro condizioni psicologiche.

Dal punto di vista dei movimenti effettuati dopo la crocifissione, si è notato che quei soggetti tendevano a puntare il peso del corpo sui piedi, con la conseguenza che i gomiti si piegavano ma i polsi rimanevano praticamente nella posizione precedente. Tutti i volontari hanno denunciato crampi alle gambe, alle braccia e alle spalle. Entro pochi minuti il loro respiro si faceva molto frequente e raggiungeva valori anche quattro volte quelli normali. Entro sei minuti iniziava una sudorazione copiosa e molti soggetti mostravano opistotono.

Subito dopo si producevano contrazioni muscolari, sebbene non si manifestassero ancora particolari difficoltà respiratorie. A questo punto, comunque, alcuni soggetti hanno ammesso di aver provato un'intensa sensazione di panico. La tachicardia raggiungeva i 120 battiti/minuto, però non sono stati registrati casi di aritmia. La pressione sanguigna si innalzava. Non sono state osservate alterazioni del tratto ST sull'ECG.

La saturazione dell'ossigeno e il pH arterioso rimanevano immodificati, mentre la pO2 era stabilmente su valori medi di 98 mmHg. I livelli di acido lattico toccavano i 48mg%; la SGOT saliva oltre 2 volte e mezza il normale e la CPK si quintuplicava (ma senza la componente cardiaca).

L'autore dello studio ne ha concluso che la morte in croce dovesse avvenire non per asfissia bensì per shock: le percosse ricevute dal condannato determinavano lesioni traumatiche alla parete toracica, con interessamento dei polmoni; si accentuavano disidratazione, ipotensione e ipossia, con sviluppo di acidosi, anormalità degli elettroliti e susseguente aritmia cardiaca.

L'insufficienza coronarica e l'ischemia del miocardio diminuivano la gettata e in ultimo si produceva arresto cardiaco. II quadro sembra convincente, ma è stato osservato che un conto sono esperienze che durano pochi minuti, per di più eseguite con giovani volontari in buona salute, un altro i casi reali di crocifissione, che coinvolgevano di norma individui debilitati e comunque sottoposti al supplizio per ore o giorni.

D'altra parte si dovrebbe forse non trascurare un elemento che invece non è stato mai preso in considerazione nelle esperienze e nelle analisi documentarie: quello delle condizioni climatiche dei luoghi ove maggiormente si praticava l'esecuzione (Medio Oriente e Paesi del Mediterraneo), condizioni caratterizzate da notevole calore nelle ore del giorno e da freddo intenso durante la notte.

L'esposizione a stati atmosferici tanto diversi poteva incidere su diversi parametri fisiologici e avere un ruolo non indifferente nel processo che portava a morte il condannato. Di fatto, gli studi su questo tema hanno mancato finora di registrare un accordo generale tra gli esperti che se ne sono occupati, desiderosi alcuni di salvaguardare certi presupposti religiosi, intenzionati altri a vagliare la questione soltanto con il criterio dei dati della scienza medica.

Non tenendo conto degli studi pubblicati in forma di volume, richiamando in PubMed la voce «crucifixion» risultano censiti nell’editoria scientifica internazionale 24 articoli specialistici, un terzo dei quali relativo ai soli anni Duemila.

Se quella che pare una tendenza all’intensificazione degli interventi in questo settore continuerà ancora, è possibile che in un futuro non molto lontano si debbano prendere in considerazione nuove ricerche, nuove ipotesi e nuovi modelli esplicativi su questa antica pratica di esecuzione, che nonostante la sua drammatica e violenta fama ha avuto un ruolo rilevante all’interno della storia, sia religiosa che laica.
 

Autore: Massimo Biondi


http://www.incontraregesu.it/studi/crocifissione.htm 

LA MORTE PER CROCIFISSIONE: CENNI STORICI.croci

 

Gli antichi testi letterari dicono poco intorno alla pena di morte per crocifissione; ci sono, però, dei riferimenti storici dai quali è possibile dedurre che essa era largamente praticata nel mondo latino di 2.000 anni fa, e anche prima. Anche se non è certo che furono i Persiani ad inventare la crocifissione, da alcuni riferimenti nelle opere di Erodoto e Tucidide si può rilevare che essi, certamente, la praticavano su vasta scala. Una delle migliori fonti di informazione riguardo questo tipo di condanna è l'iscrizione di Bisutun, nei pressi di Kermanshah, nell'Iran Occidentale. In essa il re Dario afferma di aver crocifisso i capi ribelli che aveva vinto in battaglia. Una delle possibili ragione per cui la morte per crocifissione era diventata così popolare è da attribuirsi al fatto che i Persiani avevano consacrato il terreno al loro dio Ormuzd. Questo tipo di esecuzione non avrebbe contaminato il suolo, in quanto il corpo del condannato non giungeva a toccarlo. Alessandro Magno introdusse questa pratica nel mondo mediterraneo, soprattutto in Egitto e Cartagine. Sembra che i Romani l'abbiano appresa proprio dai Cartaginesi.

La morte per crocifissione divenne gradualmente uno dei metodi di tortura più crudeli e infamanti. Flavio Giuseppe, lo storico giudeo che fu consigliere di Tito, durante la presa di Gerusalemme, aveva assistito alla crocifissione di molte persone, e l'aveva classificata come "la morte più atroce".

La crocifissione era una punizione così degradante che Roma ne escludeva i cittadini romani e la riservava agli schiavi, per scoraggiare le rivolte, o a coloro che si ribellavano contro il governo romano; era, dunque, una pena applicata soprattutto nei processi politici.

L'atto d'accusa contro Gesù Cristo mette in rilievo questo particolare aspetto della crocifissione. I capi dei giudei cominciarono ad accusarlo: "Abbiamo trovato quest'uomo che incitava la nostra gente a ribellarsi e a non pagare le tasse al governo romano; e per di più dice di essere lui il messia, il re." (Luca 23:2). I suoi accusatori sapevano che, dieci anni prima, Tiberio aveva dichiarato che un giudice poteva giustiziare immediatamente chiunque si era ribellato contro Roma.

La crocifissione era conosciuta anche nel diritto penale giudaico. I Giudei portavano a termine le esecuzioni attraverso lapidazione, rogo, decapitazione e strangolamento e, in secondo tempo, fu permessa anche l'impiccagione. nei casi in cui la legge giudaica ordinava l'impiccagione, questa non veniva concepita come una normale pena di morte, ma come punizione degradante da infliggere agli idolatri e ai bestemmiatori. L'essere "appesi" identificava l'accusato come una persona maledetta da Dio. La crocifissione romana, applicata nel particolare contesto della cultura ebraica, indicava precisamente di quale tipo di crimini l'individuo si fosse macchiato.

 

 

LA PRATICA DELLA FLAGELLAZIONE

Dopo che il tribunale aveva pronunciato il verdetto di crocifissione, era costume legare l'accusato ad un palo in tribunale, denudarlo e flagellarlo severamente. La frusta, chiamata appunto "flagello", aveva un robusto manico al quale erano fissate lunghe strisce di cuoio di diversa lunghezza, alla quale venivano attaccati ossicini e sfere di piombo. La legge dei giudei permetteva un massimo di 40 colpi, ma i Romani non avevano tale limitazione. Se spinti dall'ira, potevano ignorare totalmente questa regola, e forse fu proprio quello che fecero nel caso di Gesù.

C.Truman Davis, un dottore che ha studiato meticolosamente la crocifissione dal punto di vista medico, descrive così gli effetti della flagellazione romana: "La pesante frusta veniva battuta con forza e ripetutamente contro la schiena, i fianchi e le gambe del condannato. All'inizio le pesanti cinghie ferivano solo la pelle; poi, man mano che i colpi venivano inflitti, essi tagliavano sempre più in profondità, producendo ferite sempre più gravi."

Eusebio, storico del 3° secolo, conferma la descrizione del dottor Davis scrivendo: "Le vene della vittima erano aperte, e si potevano vedere gli stessi muscoli, i nervi e le viscere". Will Durant dice che, dopo le frustate, il corpo era in genere una massa gonfia e informe di carne lacerata e sanguinante.

Era anche consuetudine, dopo la flagellazione, insultare il condannato. Anche questo fu fatto a cristo: gli posero addosso una veste di porpora e sul capo misero una corona di spine, allusione simbolica alla regalità.

 

 

UNA MORTE SICURA

Le mani e i piedi del condannato venivano fissati alle travi con dei grossi chiodi. Il corpo veniva così sostenuto sino a quando non avveniva il cedimento della parte inferiore del corpo, che in molti casi era provocata da un ulteriore intervento degli aguzzini, i quali, dietro ordine delle autorità, spezzavano le gambe al di sotto delle ginocchia con un colpo di clava, per affrettare la morte del condannato. questo fatto rendeva impossibile la sforzo di spingersi in alto per alleviare la tensione dei muscoli pettorali e dell'addome. Ne derivava il soffocamento immediato o l'insufficienza coronarica. Nel caso di Cristo, le sue gambe non furono rotte, perché i carnefici notarono- che era gia morto. Però, uno degli aguzzini, gli conficcò la punta della lancia nel fianco e subito dalla ferita uscì sangue e acqua (Giovanni 19:34). La fuoriuscita di questi elementi dimostra che la morte di Cristo, non fu la consueta morte sulla croce per soffocamento, ma per avvenuto arresto cardiaco.

 

 

Tratto da "La resurrezione di Gesù" di Josh McDowell.


 


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