FISICA/MENTE

 

 

VIVA L'ITALIA

(alcune piccolissime cose che non vanno nel nostro Paese)

da Elio Veltri - "Il topino intrappolato: legalità, questione morale e centrosinistra" - Editori Riuniti, 2005.

 

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Legalità proclamata e legalità negata


Se c'è un valore proclamato da tutti, a destra, a sinistra e al centro, in questo nostro paese è la Legalità con la «L» maiuscola. Se c'è un valore mortificato e negato tutti i giorni, da cittadini comuni e da chi li rappresenta, è la legalità. Dalle piccole alle grandi questioni, l'illegalità dilaga.
«Ci hanno tolto anche l'ora legale. Era l'ultima cosa legale rimasta in Italia», ha detto Roberto Benigni, ospite d'onore insieme al presidente della Camera Casini, all'incontro annuale della Niaf, associazione degli italiani d'America, e giù risate a crepapelle dei presenti e dello stesso Casini. La battuta di Benigni è la metafora di una situazione drammatica che peggiora sempre più e che investe tutto il paese: la società politica e civile, l'economia, i mercati, le istituzioni.

Illegali per necessità

L'assenza di una cultura delle regole, dalle piccole cose come fumare dove è vietato e non rispettare la fila per prendere il taxi, alle violazioni più gravi, è una specificità italiana. Si convive con l'illegalità diffusa, senza riflettere sulle conseguenze, perché è passata la strana teoria degli abusi e dei delitti per necessità: abusivismo edilizio, evasione fiscale, quote latte, lavoro nero, esportazione illecita di capitali e persino costituzione di fondi neri con falsificazione dei bilanci delle società e delle aziende, in Italia e all'estero. Tutto per necessità. Inoltre, molti sono ancora convinti che illegalità ed efficienza, nell'economia come nei servizi, possono convivere. Naturalmente a rimetterci sono sempre i cittadini che rispettano la legge. Per rimanere sugli esempi fatti, è evidente che mentre un cittadino commette un abuso edilizio, tanti altri aspettano pazientemente il rilascio della concessione da parte del comune e pagano gli oneri di urbanizzazione, la tassa sulla depurazione delle acque, quella sulla spazzatura e quant'altro. Cosi avviene per il fisco: chi evade aspetta il condono mentre la maggioranza dei cittadini paga in base al reddito personale o d'impresa. Lo stesso dicasi per l'esportazione illecita di capitali: mentre i furbi e i delinquenti hanno danneggiato l'economia del paese, e con il provvedimento del governo detto «Scudo fiscale» hanno pagato il 2,5 per cento e cioè una mancia, sui capitali esportati illegalmente, tanti altri hanno tenuto in Italia i loro capitali, li hanno investiti, hanno creato ricchezza e hanno pagato le tasse. Per non parlare dei fondi neri e della falsificazione dei bilanci che di fatto è stata cancellata dalla legge sul falso in bilancio. Anche in questo caso gli imprenditori onesti hanno presentato bilanci veritieri e hanno pagato tasse e contributi previsti dalle leggi.
Le ragioni hanno radici antiche. Stefano Rodotà ha sottolineato che noi non abbiamo alle spalle né la rivoluzione inglese che ha decapitato il re e ha fondato «l'imperio della legge», né quella americana che ha sostituito «il governo delle leggi al governo degli uomini».


I condoni e la clemenza bizantina


Condono, da condonare, significa concedere in dono, liberare da una pena, esonerare da un obbligo. Esso costituisce la versione secolarizzata dell'indulgenza plenaria che in cambio di denari rimetteva innanzi a DIO la pena temporale dovuta per i peccati e che scatenò l'ira del professor Martin Lutero, il quale, nel pomeriggio del 31 ottobre 1517, affisse le 95 Proposizioni sull'entrata della chiesa di Ognissanti del castello di Wittenberg, dando il via alla riforma protestante. Ma condono somiglia tanto anche a tangente: tu Stato mi permetti di violare la legge e io cittadino ti pago con una mancia.
Per eccesso di condonismo si può morire. Il messaggio è chiaro: i cittadini evadano pure il fisco, esportino capitali illegalmente, costruiscano abusivamente, non paghino le multe ai comuni, tanto poi lo Stato fa un bel condono e le violazioni di legge vengono sanate, alla faccia dei cittadini onesti che sono trattati da grulli perché rispettano le leggi e pagano. Eppure, nel recente passato, l'ex ministro del tesoro aveva tuonato sul debito pubblico, sui condoni, sull'illegalità e la corruzione. Insomma, Tremonti contro Tremonti. Cominciamo dal debito pubblico: nel 1997, il ministro, che non era un novellino perché era già stato ministro delle Finanze di Berlusconi scriveva: «Nell'esperienza storica i grandi debiti pubblici sono normalmente il prodotto delle guerre. L'Italia non ha perso una guerra, ma per effetto del debito pubblico è come se avesse perso una guerra: uguali sono infatti il declino della speranza, lo stato di putrefazione e paralisi dei maggiori centri amministrativi, di sovvertimento delle ragioni dello Stato» (Lo Stato criminogeno, Laterza). I governi di centrosinistra hanno risanato le finanze e hanno invertito la tendenza all'aumento del debito. Con Berlusconi e Tremonti il debito ha ripreso a galoppare. Stesso discorso per i condoni. Tremonti era sprezzante e non voleva sentirne parlare. Paragonava il sistema fiscale italiano a un sistema orientale di tipo bizantino e scriveva che i condoni venivano offerti graziosamente dalla clemenza sovrana. «L'archetipo fiscale orientale è verticale e statalista, artificiale e sacrificale, dogmatico e biblico: non è scritto per caso, che Davide, prima di affrontare Golia tratta con Saul, che graziosamente concede una franchigia fiscale per sé e i suoi figli (Davide figura così come il primo autonomo della storia a chiedere un condono fiscale)».
Con i condoni si da ancora una mano ai tanti che continuano a violare la legge perché sanno che prima o dopo, più prima che dopo, un condono arriverà. Lo dice esplicitamente a la Repubblica il professor Victor Uckmar, uno dei massimi fiscalisti italiani: «Ormai siamo arrivati al punto che quando richiamo i miei clienti al rispetto delle regole, mi sento dire: ma andiamo professore, non lo sa che tanto poi il condono rimetterà tutto a posto?». E sull'illegalità incoraggiata da chi dovrebbe perseguirla si sofferma con parole pacate, ma durissime, sul Corriere detta sera, Massimo Gaggi, il quale ricorda «che il divario principale che separa l'Italia dagli altri partner è quello della legalità». 

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Per pagare la tangente ci vuole la raccomandazione


Il procuratore della repubblica di Torino, Marcello Maddalena, in un forum di Micromega si poneva questa domanda: «Si vuole farla finita con la corruzione o con le inchieste sulla corruzione?». La risposta è nei fatti che sono seguiti negli anni e che sono raccontati in questo libro.
Un giovane e bravo avvocato che vive e lavora in Sicilia racconta cosi i rapporti tra imprenditori e pubblica amministrazione: «Prima gli imprenditori andavano da chi decideva, pagavano la tangente e vincevano l'appalto. Ora per pagare la tangente bisogna essere presentati e raccomandati perché i rischi sono maggiori».
Nell'Italia di Berlusconi, le tangenti ritornano, ma non erano mai scomparse del tutto, quasi fosse normale, in tutti i settori della vita pubblica, e l'illegalità dilaga. Chiunque contratti o abbia a che fare con la pubblica amministrazione rischia di dover pagare il pedaggio: a Torino, dove l'assessore regionale leghista Matteo Brigandi, secondo i magistrati, chiedeva favori per la Lega, a Sanremo, dove si pagava per partecipare al Festival, a Milano dove le commesse Enel ed Enipower si vincevano a colpi di tangenti, a Bari e a Tarante, dove alcuni consiglieri di Forza Italia arrotondavano rubando sui malati, a Catania, dove venivano truccati gli appalti del nuovo ospedale e, ancora a Milano, gli appalti Anas e gli acquisti in molti ospedali cittadini. A Torino sono finiti in manette i cardiochirurghi dell'ospedale Le Molinette perché taglieggiavano le ditte tornitrici di valvole cardiache e sono stati arrestati medici e farmacisti per una truffa di 7 milioni di euro, perché spedivano ricette false. In Calabria il «prof.» avvocato Paolo Bonaccorsi, con un curriculum lungo un metro ma falso, riusciva a farsi nominare assessore all'urbanistica della Regione e si è scoperto poi che non era nemmeno laureato. A Benevento rubavano sulla manutenzione delle case popolari. All'Università la Sapienza di Roma vendevano gli esami. A Palermo, gli imprenditori versavano il 3 per cento sugli appalti alla mafia e l'Assemblea regionale, con una maggioranza trasversale, ha votato un condono edilizio per centinaia di capannoni, trasformati, con i soldi della Regione, in ville di lusso. A Milano, capitale morale nell'altro secolo, viene segnalato l'arresto di Guido Bombarda, ultimo eccellente in ordine di tempo, consigliere regionale di An ed ex assessore, per tangenti riguardanti i corsi di formazione, in un contesto di cronaca rosa. A Brescia viene arrestato il re dell'alluminio, Enzo Cibaldi, per frode sull'Iva. A Milano, un notissimo immunoematologo dell'ospedale di Niguarda, arrestato per tangenti e agli arresti domiciliari, si suicida in casa. Nel calcio poi, intrallazzi, truffe, bilanci falsi, partite vendute (anche da giocatori miliardari) e corruzioni annegano nel fango lo sport più amato e che più di ogni altro è specchio del senso comune del paese. Una rete di corruzione diffusa e penetrante. Decine di arresti. Centinaia di indagati. Quasi un fatto normale. In un paese spossato dalle promesse non mantenute del capo del governo, dall'aumento dei prezzi, dall'amoralità di una classe dirigente che fa finta di non vedere e non sentire e che trova comodo delegare alla magistratura tutto il peso del degrado morale del paese. D'altronde, con quale autorità il governo potrebbe far sentire la sua voce, lanciare un allarme, chiedere più vigilanza e maggiore rigore? Così si tace e si lascia correre. Un sondaggio Swg-Confesercenti rileva che il 55 per cento degli interpellati è convinto che gli imprenditori, per vincere un contratto con la pubblica amministrazione, sono disponibili a pagare la tangente, il 63 per cento dice che la corruzione è in aumento anche rispetto alla prima repubblica e che i politici sono in assoluto i più corrotti.
Di fronte a un panorama così desolante molti giornalisti e opinionisti si esercitano sui difetti di Mani pulite, sulla inutilità dell'inchiesta, sulle finalità politiche che avrebbe perseguito, sulle garanzie violate, sulle vittime designate, sul terrore scatenato (il 1993, da Paolo Mieli e Barbara Palombelli - e non solo da loro - è stato più volte definito l'anno del terrore). E la corruzione? E i guasti che ha prodotto e continua a produrre nell'economia, nelle istituzioni, nelle coscienze dei giovani? Per quello si può aspettare, e se il paese si ritrova in braghe di tela, meglio non drammatizzare perché in qualche modo ci penserà lo stellone, ne verrà fuori e se la caverà. Naturalmente non tutti sono d'accordo e qualcuno invita a ricordare che le cosiddette vittime, che guarda caso sono piene di soldi e hanno ricominciato a spendere in campagne elettorali miliardarie, sono state condannate per corruzione o hanno patteggiato le pene. In un articolo dal titolo Erano ladri, Gian Antonio Stella su Sette, ricorda alcuni episodi che sembrano da commedia dell'arte: una stilettata di Martinazzoli a D'Alema per i suoi giudizi altalenanti su Mani pulite: «Lì c'è un ministero della Verità che tutti i giorni scrive e riscrive il passato a seconda delle convenienze del presente». Stefania e Bobo Craxi che accusano i giudici perché il padre Bettino sarebbe stato condannato in base alla convinzione che «non poteva non sapere». I due, però, sono stati smentiti dal presidente della Corte di appello di Milano Renato Caccamo, il quale ha dichiarato di essere sempre stato socialista e di avere avuto la mano pesante «non perché [Craxi] non poteva non sapere, ma perché era provato da testimonianze e documenti inoppugnabili che era stato lui a creare e dirigere un sistema di corruzione che ha impressionato me per primo». Stella parla anche di Girino Pomicino, ritornato alla grande e nel centrosinistra (se ci sta lui, possiamo starci noi?), il quale si è appiccicato sulla giacca processi, prescrizioni e condanne, quasi fossero medaglie al valore. Il simpatico «o ministro» ha dichiarato: «La De costava 100 miliardi all'anno. Solo la mia corrente, costava 600 milioni. E alle elezioni per essere competitivo avevo bisogno di almeno due miliardi. Solo per la De, un'elezione costava come minimo almeno 200 miliardi. Dc, Psi, e Pci, avevano bisogno di 7-800 miliardi per ogni legislatura. Gli industriali lo sapevano e pagavano spontaneamente» (Sette, «Mani pulite2», Gian Antonio Stella). Alla fine, pagavano gli industriali come dice Pomicino o pagava Pantalone? Pagava Pantalone! Ma c'è qualcuno che nelle trasmissioni televisive abbia la volontà e la dignità di fare opera di verità e di smentire luoghi comuni che favoriscono solo i mascalzoni e inquinano tutto il dibattito politico? Finora, di coloro che stanno sempre davanti al piccolo schermo, nessuno l'ha fatto.

La campagna contro le toghe


1996: è l'anno in cui la battaglia tra i difensori della legalità e delle riforme della giustizia, necessarie per assicurare processi rapidi ed efficienti, celebrati con il massimo delle garanzie, e tutti coloro che ritenevano prioritario chiudere la parentesi di Mani pulite, anche delegittimando la magistratura, è diventata, con l'aiuto determinante delle televisioni, la battaglia tra giustizialisti e garantisti. I «garantisti» del Polo, tra i quali hanno esercitato un ruolo determinante Cesare Previti e Gaetano Pecorella, presidente delle Camere penali, hanno trovato orecchie attente nei «garantisti» del centrosinistra, tra i quali si sono distinti Massimo D'Alema, Giuliano Pisapia, Marco Boato, Luigi Manconi, Cesare Salvi, Pietro Folena e altri.
La battaglia sugli organi d'informazione e nei programmi televisivi, nelle aule del Parlamento, nelle commissioni Bicamerale e Anticorruzione, è stata davvero aspra.
Dall'estate del 1996, esponenti importanti del centrosinistra, ignorando il programma del governo, sembrano impazziti. Per la verità i segnali si erano già manifestati in occasione dell'approvazione delle modifiche sulla carcerazione preventiva, tanto che Ferdinando Imposimato, aveva dichiarato al Corriere della sera che il segretario del Pds, avrebbe corso il rischio, di «unirsi al coro di Previti e del Cavaliere».

Settembre (Corriere della sera)

12: A Francesco Saverio Borrelli, il quale aveva affermato che «il potere politico era insofferente ai controlli di legalità», Cesare Salvi del Pds e Giulio Maceratini di An, replicano dicendo che sono balle.
14: Il senatore Giovanni Pellegrino del Pds propone che i poteri dei pubblici ministeri vengano rivisti, esattamente il contrario di quello che era scritto nelle tesi di Prodi; nella stessa data il sottosegretario al tesoro Roberto Pinza annuncia che il governo vuole depenalizzare il falso in bilancio.
22: Pietro Polena accusa: «Il pool di Milano usa la carcerazione sulla base di indizi per far confessare la gente. Bene, io ritengo preferibili i metodi di La Spezia. Quei magistrati hanno preferito ricorrere alle intercettazioni e condotto l'inchiesta con grande responsabilità, a differenza di Mani pulite» (Micromega, Travaglio).

Ottobre

6: Cesare Salvi accusa il pool di Milano di avere «usato tecniche investigative rischiose che favoriscono i depistaggi» e dice «non se ne può più e non accetto che in Italia ci siano poche persone (i magistrati del pool) depositane dell'etica pubblica» (Barbacetto-Gomez-Travaglio, Mani pulite, Editori Riuniti).
7: Folena insiste: «certe modalità di indagine sono andate talvolta oltre i limiti e sono ancora prive di regole. Mi riferisco all'uso distorto della custodia cautelare, verificatosi a più riprese per ottenere confessioni; al regime delle intercettazioni non ben determinato e che non garantisce la riservatezza; e all'impegno di provocatori della polizia giudiziaria» (Micromega, Travaglio).                          8: Gerardo Bianco, segretario del Partito popolare, da ragione a Salvi, attacca Borrelli e dice che bisogna cambiare il Consiglio superiore della magistratura.
9: Luigi Manconi segretario dei verdi provvede alla bordata quotidiana nei confronti del pool di Milano.
12: Ignazio La Russa sostiene che: «la rivoluzione è finita»; Pietro Folena denuncia: «metodi investigativi da Repubblica delle banane». I magistrati del pool replicano. D'Ambrosio: «pensate alla corruzione»; Greco: «Non vogliono Mani pulite, vogliono Mani libere». Come si vede, Berlusconi è stato anticipato da quanti, forse senza accorgersene, gli tirano la volata.
12: Folena insiste: «I pubblici ministeri di La Spezia sono meglio di quelli di Milano: loro non usano il carcere per far confessare» (Barbacetto-Gomez-Travaglio, Mani pulite, Editori Riuniti).
14: Flick annuncia un'indagine nei confronti di Davigo, D'Ambrosio, Colombo e Greco, per eventuali provvedimenti disciplinari.
15: D'Alema difende Flick definendo «giusta e doverosa l'iniziativa del ministro» e riceve il plauso di Marcello Pera, il quale dichiara che il ministro è finalmente «uscito dal letargo».
25: D'Alema insiste: «I giudici non sono mica l'avanguardia della rivoluzione» (Barbacetto-Gomez-Travaglio, Mani pulite, Editori Riuniti).
26: Violante a sua volta: «Ci sono magistrati pericolosi che hanno costruito la loro carriera sul consenso popolare» (Barbacetto-Gomez-Travaglio, op. cit.}.
27: Davigo all'assemblea dei giovani industriali a Capri, rivolto ai politici li invita a dire con chiarezza «se la corruzione non è un reato», e poi denuncia che «nella pubblica amministrazione una casta di mandarini intoccabili, anche se condannati, restano al loro posto».
Davigo, probabilmente, fa riferimento a un rapporto della Corte dei conti inviato al Parlamento nel 1996, nel quale si segnalano i nomi di 1000 dipendenti pubblici, condannati con sentenza esecutiva per reati che vanno dallo stupro alla corruzione, dall'associazione per delinquere, al traffico di stupefacenti, restati ai loro posti. I giovani industriali ascoltano il pubblico ministero del pool, gli danno ragione e chiedono al governo di far pulizia.
31: Violante cambia argomento e difende l'opposizione criticata da Prodi, il quale si oppone alla presidenza Berlusconi della Bicamerale con queste parole: «Politicamente può andare bene l'esponente di qualsiasi partito. Ma non so se Berlusconi ha la cultura e la robustezza per guidare questa commissione così complessa».

Novembre

22: Pisapia: «Cari giudici, grazie, ma ora state esagerando» (Epoca, Antonio Caldo).
26: Violante: «Basta con la Repubblica giudiziaria».
30: D'Alema: «La magistratura faccia il suo lavoro nel rispetto delle garanzie del cittadino, cosa che in questi anni non sempre è avvenuta. E poi non è compito dei magistrati cercare il consenso attraverso giornali e tv» (Micromega, Travaglio).

Dicembre

1: Pellegrino, presidente della commissione stragi: «È passato il tempo delle superprocure. È esistito un disegno strategico che aveva come obiettivo una posizione di primato istituzionale delle procure della repubblica. Il progetto però è fallito. Il fallimento è dimostrato dal fatto che in galera ci sono Cusani, perché si è ribellato a questa logica, e Armanini».
3: Ancora Pellegrino: «I giudici volevano il potere».
7: Leoluca Orlando: «D'Alema? Ormai parla come Craxi. Il segretario del Pds si è accordato con Berlusconi per normalizzare i magistrati e i politici scomodi».
11: Scalfaro vorrebbe una sessione parlamentare sulla giustizia, ma il centrosinistra si oppone.
19: Riunione della direzione del Pds per comporre la frattura tra «garantisti» e «giustizialisti».
23: Il martellamento nei confronti della magistratura e delle procure più esposte, da parte di esponenti di primo piano della maggioranza di governo, è stato continuo e spesso si è avvalso delle stesse argomentazioni di Berlusconi e amici.
Il 1997 è l'anno in cui si pongono le basi per mettere definitivamente tra parentesi Mani pulite.
L'operazione a tenaglia viene costruita in Bicamerale con le cosiddette «bozze Boato», in commissione Anticorruzione con il lavoro di insabbiamento, in aula con l'approvazione delle leggi proposte dal Polo e non previste dalle tesi di Prodi, infine sui media con le ripetute dichiarazioni di attacco alle procure più esposte nelle inchieste riguardanti casi di corruzione, reati finanziari e di mafia. Voto lampo sulla legge che finanzia i partiti.

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