FISICA/MENTE

 

 

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

60a SEDUTA

VENERDI' 21 GENNAIO 2000

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

 

Seconda parte

Indice degli interventi

PRESIDENTE
MACCARI
BIELLI (Dem. di Sinistra-l’Ulivo), deputato 1
PARDINI (Dem. di Sinistra-l’Ulivo), senatore 4 - 5 - 6 - 7 - 8
TARADASH (misto-P.Segni-RLD), deputato 2 - 3
VENTUCCI (Forza Italia), senatore 1 - 2

 

I lavori vengono sospesi dalle ore 13,11 alle ore 13,16.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori.

VENTUCCI. Prendo atto, così come gli altri colleghi, della sua presenza volontaria in questa Aula. Prendo anche atto delle sue affermazioni alle quali voglio dare credito. Lei ha usato la stessa argomentazione che qualche sera fa in televisione ha usato l’ammiraglio Martini a proposito dei servizi segreti: non pensate a Fleming, non ipotizzate la documentazione della Spectre, le cose sono diverse, sono più semplici, o meglio sono semplici nei personaggi, non certo nelle intenzioni e nei fatti che poi attuano i personaggi. Diciotto anni di lotta armata, 270 morti assassinati: è un bilancio tragico perché o si ha un progetto politico - e per tale intendo l’azione programmatica a beneficio dell’organizzazione sociale, senza la quale abbiamo assassinii politici - o abbiamo dei tromboni politici, che non fanno assolutamente niente per la società. Sono d’accordo con l’appello che lei ha fatto su Il Tempo però debbo dirle che la sua frase "ogni uomo ha i suoi tempi", che lei ha citato all’inizio, mi mette paura. A titolo personale, ma con molta simpatia per la vicenda umana che la riguarda, la invito a leggere oltre che Dostoievskj o altri scrittori a lei cari, anche un saggio del Furet sulla illusione storica, dove c’è un pensiero molto particolare su questa sua proposizione che lei ritengo abbia detto non certo con intenzioni negative. Nella sua illustrazione e anche in risposta alle domande che le hanno rivolto i colleghi lei ha fornito un chiarimento su quegli anni, compreso sul passo di Curcio letto dal Presidente. Lei ha parlato dell’atmosfera di quartiere di Centocelle, un quartiere che conosco molto bene perché vivo nella periferia romana. Ha parlato di compagni di quartiere e di dirigenti politici. Credo che il Presidente abbia cercato in qualche modo di farle dire i nomi non dei dirigenti politici ma degli intellettuali politici, di quei soggetti a cui poi si abbeverano le persone che come lei… A 23 anni lei stava a via Montalcini e ripeto 23 anni. Non so se il suo modo di ragionare oggi possa essere ascritto o riferibile a quella sua esperienza. Lei afferma che sono passati 20 anni, che non si ricorda e che potrebbe – ha usato il condizionale – non essere preciso. Le dico che l’evento Moro è diviso in tre settori: il sequestro Moro, l’assassinio Moro e l’affare Moro. L’affare Moro è quanto di più squallido si sia verificato; dopo che c’è un evento c’è sempre lo squallore. Addirittura nell’affare Moro si sono fatte entrare la mafia, la banda della Magliana, le lotte fra Dalla Chiesa e Andreotti e tutto il resto. Una cosa veramente squallida. Tuttavia, l’evento porta a due fatti importanti che noi, come rappresentanti delle massime istituzioni dell’organizzazione politica nazionale, vorremmo appurare perché non si ripetano; perché non si ripeta lo sciacallaggio che poi dell’evento possono fare altri soggetti. Allora le voglio chiedere, dal momento che le domande sono state rivolte in maniera ampia, quando è stato ucciso Moro e si è inceppata la pistola del Moretti, se si è inceppata veramente o se il Moretti abbia avuto un momento di flessione psichica, forse morale, e qualcun altro abbia dato il colpo di grazia ad Aldo Moro. Questo è importante nell’azione processuale.

Personalmente le posso dire con molta franchezza, da uomo ad uomo, che ciò interessa non tanto, perché le domande che le ha rivolto anche il Presidente su chi c’era dopo Moro, su una sua affermazione con la quale sostiene che Moretti e tutti i brigatisti erano una spanna al di sotto del pensiero di Moro... Pensi che Moro non era il solo scienziato della politica nazionale. Pensi che in Italia, su 60 milioni di abitanti, ci sono moltissime persone che sono all’altezza di gestire una nazione, anche coloro i quali gestiscono un’azienda. Non creda che tutto sia fatto – per così dire – alla buona di Dio, perché c’è gente che scientificamente attua vuoi nel campo della tecnologia o della medicina – negli ospedali si fanno i trapianti – e c’è gente che studia e che approfondisce tutto. Non tutto viene casualmente. Capisco che lei si dichiara un soldato e mi ha fatto venire in mente una scena del film "I soliti ignoti", dove Totò insegnava ad aprire una cassaforte in una terrazza; ha parlato di Ponte Galeria e dei prati della Prenestina, però poi si è lasciato sfuggire che era lei che a 23 anni doveva preparare i silenziatori. Allora vorrei sapere se ci può aiutare, se può aiutare la nazione italiana a chiarire quei momenti, per sapere se c’era un qualcosa che stava al di sopra di voi o se voi ciecamente - come dice lei, come potrebbe dire un Priebke – avete semplicemente attuato gli ordini, perché c’erano – oserei dire - delle compartimentazioni stagne. Le voglio chiedere solo questo.

MACCARI. Non ho semplicemente eseguito degli ordini. Nelle Brigate rosse non c’era questa tipologia prettamente militare: non è che si ubbidiva, ma si discuteva di tutto; se una persona non era d’accordo su una cosa, poteva discutere anche un mese, ma certamente non nella circostanza del sequestro Moro, perché era un’operazione particolarmente delicata e pericolosa. Non è che io abbia ubbidito: potevo aprire la maniglia della porta e andarmene. L’ho detto. Non ho fatto questo per scelta perché non mi andava, né ho denunciato i miei compagni perché volevo salvare la vita di Moro. Tuttavia, come ho già detto al presidente durante il processo, non volevo neanche l’uccisione dei miei compagni. Quindi, ho vissuto questa contraddizione. Ripeto che non ero uno stinco di santo, né voglio attenuanti; non cerco nulla. Voglio soltanto una cosa, ossia la chiarezza; vorrei che questo paese capisca come sono andati i fatti – proprio come dice lei – per evitare che in futuro si possano riverificare gli stessi errori. Mi rendo anche conto che ciò è inevitabile, perché le società moderne dovrebbero forse imparare a convivere con certe forme endemiche magari di violenza, dalla violenza dettata dalla necessità - la persona che ruba perché deve sfamare sei figli e guadagna un milione e ottocentomila lire al mese – alla violenza poi criminale. Lo Stato che cosa fa per sconfiggere il fenomeno della mafia? Penso che l’arma sia una sola: quella di dare un lavoro ai giovani onde evitare che nuove leve possano…

VENTUCCI. Mi scusi. La ringrazio di questo, ma…

TARADASH. Te la sei tirata!

VENTUCCI. Non è che me la sono tirata, ma la mia domanda era se, inceppandosi la pistola, ci sia stato qualcun altro che abbia inferto il colpo di grazia. Infatti, sembra che Moretti abbia avuto una resipiscenza o si sia reso conto che l’ordine di assassinare Moro non era previsto nei piani del rapimento. Le voglio chiedere questo perché, se poi dobbiamo fare un discorso politico, la verrò a trovare e lo farò volentieri. Sia ben chiaro che non mi sono tirato niente. I fatti a volte danno fastidio ed è più interessante parlare se la cassa pesava cento chili, se entrava nella Ami8 o se era la cesta. A me non interessa questo. Ho voluto ringraziarla per il panorama che ci ha delineato, perché è stato veramente chiaro quando ha parlato di compagni di quartiere e di dirigenti politici.

MACCARI. Se la domanda è una, in particolare quella dell’attimo tragico della mattina, le ripeto che a Moretti si è inceppata la pistola, evento non dubitabile perché le pistole si inceppano. Le pistole che avevano in dotazione le Brigate Rosse non erano il massimo della tecnologia.

VENTUCCI. La PPK è una bella pistola.

MACCARI. Sì, però aveva una canna modificata. Credo che la pistola fosse una PPKS, perché c’era la PPK e la PPKS. La pistola era una PPKS, che è più corta, nella quale il Morucci aveva messo una canna leggermente più lunga in calibro 9 corto, per avere la possibilità di filettarla e di silenziarla. Questa pistola si è inceppata, fatto che succedeva normalmente e che succede anche alle pistole degli agenti di strada tutti i giorni. Si è inceppata e non è che Moretti abbia avuto un attimo d’esitazione: mi ha chiesto di dargli l’altra mitraglietta perché doveva finire quello che aveva compiuto, perché non si poteva lasciare il presidente Moro con uno o due colpi, come mi sembra. Se lei intende sapere quale era lo stato d’animo del Moretti…

VENTUCCI. Lei ha visto la scena e, quindi, le rivolgo nuovamente la domanda: ha sparato Moretti? Chi ha dato la Skorpion, che era cecoslovacca?

MACCARI. Gliel’ho data io.

VENTUCCI. Lei era presente alla scena e quindi l’ha vista?

MACCARI. Certo.

VENTUCCI. Quindi, lei ha dato la pistola a Moretti che ha premuto?

MACCARI. Sì.

PARDINI. I colpi erano tutti silenziati? Perché dall’autopsia sembra che due non lo fossero.

MACCARI. Erano tutti silenziati. Le due armi erano silenziate. Avevamo anche quella che veniva chiamata la pistola in dotazione personale. Erano silenziate tutte e due.

PRESIDENTE. Non escludo che le perizie balistiche possano essere sbagliate, perché nella mia esperienza personale mi è rimasta sempre impressa una perizia che stabiliva che a una persona avevano sparato alle spalle almeno a venti metri di distanza, poi invece si scoprì che lo sparo era avvenuto in automobile attraverso il sedile posteriore.

VENTUCCI. Presidente, ho fatto questa domanda solo perché ho letto i verbali del processo e mi sembra – anch’io debbo dire "mi sembra" – di ricordare che lei abbia detto di aver sentito solamente il rumore. Quindi questa scena, dove lei ha partecipato attivamente, era un po’ in contrasto con quello che…

MACCARI. No, le assicuro…

PRESIDENTE. No: nel processo il signor Maccari ha dato la stessa versione che ha esplicitato in questa sede, ossia che era vicino al Moretti; ha negato di aver sparato - è la corte d’assise di primo grado che non gli crede molto – e ha detto di avergli passato soltanto la pistola, senza nemmeno guardare.

MACCARI. Sì, perché mi ero voltato un attimo, cercavo di guardare la porta basculante che era chiusa anziché guardare …

PRESIDENTE. La domanda del senatore Ventucci era volta a sapere se tra i dirigenti politici del quartiere vi fosse qualcuno al di sopra delle Brigate rosse.

MACCARI. In effetti, le domande erano più di una. Quando entrai a far parte delle Brigate rosse mi presentarono Mario Moretti come un membro dell'esecutivo nazionale delle Brigate rosse, vale a dire come la più alta carica all'interno di tale organizzazione. Sopra l'esecutivo nazionale non c'era nessuno - erano loro gli elementi più importanti - per cui mi trovai a parlare con il massimo esponente delle Brigate rosse e non avevo motivo di pensare diversamente.

PRESIDENTE. Nelle esperienze di quartiere, anche quelle precedenti, c'era qualche cattivo maestro, mi sembra fosse questo il senso della domanda?

MACCARI. Se il senso della domanda è questo, allora è molto più semplice rispondere. Se parliamo di cattivi maestri vi sono milioni di pagine da leggere. In questo caso non stiamo parlando delle Brigate rosse bensì del movimento, della cosiddetta "geometrica potenza".

VENTUCCI. Lei parlava di quarantamila che tifano.

MACCARI. Si, esattamente. So con certezza che oggi vi sono persone, magari giornalisti o sindacalisti che ricoprono incarichi importanti, che allora tifavano ed erano onorate di avere in casa il cavaliere impavido. Il terrorista, il guerrigliero era una figura affascinante, romantica, ovviamente in quegli anni. Vi sono anche filosofi e sociologi, insomma, l'intellighenzia di sinistra. Non nascondiamoci dietro queste cose. Quando nel 1973 ho sparato alle gambe del povero caporeparto Uras, un fascistoide che toccava il sedere alle operaie, il suo nome mi fu indicato da operai del sindacato, del consiglio di fabbrica che mi dissero: "Quello è un mascalzone, magari gli succedesse qualcosa". E' fuori discussione che in quegli anni le Brigate rosse avessero un minimo di consenso popolare, se no non si capisce perché dopo il sequestro Moro si era formata una coda per entrare a far parte delle Brigate rosse. Io, invece, ne sono uscito ed è questa la differenza in base alla quale posso dire di essere un brigatista atipico.

PRESIDENTE. Su questo punto le do ragione. Nel fascicolo che avevo preparato per l'audizione di oggi ho il Preprint di Metropoli e anche di articoli che sono stati scritti immediatamente prima del 7 aprile. Lì si discute politicamente della vostra scelta, ma non c'è alcuna parola di condanna, tanto meno di condanna morale; semmai, si dice che forse la condanna morale rappresentava un vizio borghese da cui gli intellettuali dovevano prendere le distanze.

MACCARI. Vi siete dimenticati che nel 1972, quando fu ucciso il commissario Calabresi, il giornale "Lotta continua" scrisse un articolo…

PRESIDENTE. Nel processo Sofri non si parla di altro.

MACCARI. Ci fu un appello di intellettuali, inizialmente 72 per poi arrivare addirittura ad 800 firme, che sostenevano che fare una rapina in banca…

PARDINI. Pensi che oggi vengono fatti appelli in cui si sostiene che allora Sofri raccoglieva le mammolette.

TARADASH. Alcuni brigatisti molto importanti hanno sempre ritenuto e detto che non era lei il quarto uomo. Lei questo come se lo spiega?

MACCARI. A quali brigatisti si riferisce?

TARADASH. Mi riferisco, ad esempio, ad Alberto Franceschini che pochi giorni dopo il suo arresto dichiarò di ritenere che non fosse possibile per il quarto uomo entrare ed uscire dalle Brigate rosse in un modo così semplice o a Savasta che ripete la stessa cosa. Sono personaggi abbastanza importanti. Come se lo spiega?

MACCARI. Onorevole Taradash, ho già risposto prima quando ho detto che queste persone non erano al corrente del fatto che io facessi parte delle Brigate rosse. Il mio ingresso è avvenuto in un momento molto particolare. Infatti, appena entrato a farne parte, mi è stato subito proposto di partecipare a quest'azione, che è stata senz'altro la più importante - anche se drammaticamente e sciaguratamente importante - tra le azioni intraprese dalle Brigate rosse. Si è trattato di un'azione in cui tutta l'organizzazione a livello nazionale ha fatto uno sforzo notevole per mantenere rigorosamente le regole. Pertanto il Savasta non ha mai saputo che ero entrato a far parte delle Brigate rosse, forse neanche per sentito dire. Anche Adriana Faranda ignorava che io facessi parte delle Brigate rosse. Adriana Faranda mi conosce benissimo per aver partecipato con me ad altre piccole bande armate prima di far parte delle Brigate rosse. Vi sono poi argomenti che vengono portati per avvalorare qualche tesi come, ad esempio, che io fossi un killer dagli occhi spietati. Io non ho conosciuto Adriana Faranda nell'ambito delle Brigate rosse. L'ho lasciata nel 1976 quando si sciolse il LAPP (Lotta armata per il potere proletario), una piccola banda armata con sede a Roma, e l'ho poi rivista dopo il 9 maggio di quell'anno quando parlai con Morucci. All'epoca avevo già comunicato al Moretti che sarei uscito dalle Brigate rosse. Lui mi disse di pensarci bene per cui alla fine gli chiesi di parlare con Morucci perché lui sapeva che ne facevo parte dal momento che era stato lui a farmici entrare. Incontrai Morucci due o tre volte con la solita tecnica dell'appuntamento che si usava nelle Brigate rosse. In uno di questi appuntamenti Morucci portò la Faranda che rimase a sette o otto metri di distanza mentre noi parlavamo. La Faranda in quell'occasione, avendomi visto, ebbe la possibilità di capire che facevo parte delle Brigate rosse. Il fatto che poi Morucci, dal momento che la Faranda era la sua donna, la compagna di cui si fidava ciecamente, trasgredendo le regole della compartimentazione dell'organizzazione abbia potuto raccontargli qualcosa, lo ignoro.

TARADASH. Franceschini e Savasta portano un'argomentazione logica sostenendo che non è assolutamente possibile, considerati gli schemi operativi delle Brigate rosse, che una persona con un incarico così importante come quello di allestire il covo per la detenzione di Moro e che partecipa direttamente al suo assassinio, possa uscire dalle Brigate rosse e prendere tranquillamente un'altra strada. Mi sembra un argomento assolutamente logico anche per chi non mitizza le Brigate rosse.

MACCARI. Capisco che questo aspetto possa suscitare delle perplessità che vorrei cercare di diradare. Innanzitutto tenga presente che nell'operazione del sequestro Moro viene impiegata una persona coma Anna Laura Braghetti che fino a quel momento non aveva avuto parte in niente. Era una femminista, una compagnuccia di quartiere, conosciuta, ex fidanzata del Bruno Seghetti che però non ha mai partecipato ad alcuna banda armata prima. E' entrata a far parte delle Brigate rosse per comprare un appartamento ed è stata poi partecipe di tutto ciò che successivamente è successo in Italia. Rispetto alla Braghetti, avevo un curriculum politico molto più lungo. La Braghetti ha partecipato al sequestro Moro ma questo non significa che le Brigate rosse…

TARADASH. E' il dopo che ci interessa.

PRESIDENTE. Tra l'altro successivamente uccide Bachelet.

MACCARI. Sì.

TARADASH. E' molto difficile rompere un legame di sangue.

MACCARI. Non c'era un legame di sangue, una sorta di punzonatura.

TARADASH. Con l'espressione legame di sangue mi riferivo a Moro. E' molto difficile spezzare questo vincolo ed ignoro cosa lei abbia fatto dopo essere uscito dalle Brigate rosse.

MACCARI. Ho continuato a lavorare rivedendo ogni tanto vecchi compagni che non erano entrati nelle Brigate rosse.

TARADASH. C'era questa assoluta e cieca fiducia nei suoi confronti.

MACCARI. Sì, anche perché un militante - lo ripeto - può uscire dalle Brigate rosse. Forse lei pensa all'episodio in cui, un volta usciti Morucci e Faranda qualcuno aveva scritto sulla soglia di casa: "No al fermo di polizia", le Brigate rosse li cercavano. Qualcuno potrebbe pensare che una volta usciti qualcuno cercasse di ucciderli. Niente di tutto questo. E' vero che le critiche erano molte ma le Brigate rosse, non hanno mai cercato di ammazzare Morucci e Faranda. Se avessero voluto farlo lo avrebbero fatto. Non so se Morucci ve lo ha detto, ma Seghetti e Gallinari – questo lo ho saputo successivamente in carcere – li cercavano ma per non trovarli. Le Brigate Rosse non avrebbero potuto reggere politicamente al fatto di uccidere due militanti usciti.

TARADASH. Quando Peci parlò ci fu una reazione, se non sbaglio.

MACCARI. Peci parlò, ma poi sono passati altri anni e c’è stato il partito guerriglia che all’interno delle Brigate Rosse è stato la schiuma della schiuma.

PRESIDENTE. La condanna che le Brigate Rosse fanno di Morucci e Faranda prima della loro cattura è una condanna politica durissima. Ricordo ancora che uscì un articolo su Panorama.

MACCARI. Morucci vi avrà spiegato come mai quando fu arrestato e mandato a Bad e Carros, un carcere terribile, l’inferno sulla terra, non gli fecero nulla. Se volevano ucciderlo in carcere potevano farlo. Eppure gli serviva perché era l’unico che sapeva usare gli esplosivi, colui che ha insegnato loro come si facevano gli esplosivi con le macchine del caffè. Peci è tutta un’altra storia e non si può fare questo paragone.

TARADASH. Lei come spiega che un brigatista come Casimirri, nel quadro di una trattativa con lo Stato dalla quale è uscito molto bene, abbia fatto il nome di Morbioli, come quarto uomo del caso Moro.

MACCARI. Non me lo sono mai spiegato. Ho soltanto il rammarico di aver fatto passare qualche brutto mese a Morbioli. Era il periodo in cui mi difendevo e non potevo dire che non era lui. Tuttavia sapevo con certezza che Morbioli non avrebbe mai pagato per questa cosa, se non altro perché Morucci e Faranda l’avrebbero scagionato. Non capisco che trattativa abbia fatto Casimirri con lo Stato. Non so perché abbia tirato fuori il nome di Morbioli. Probabilmente avevano litigato in Nicaragua e Morbioli fu anche minacciato, episodio quest’ultimo raccontatomi dallo stesso Morbioli quando lo incontrai nel 1994-95 uscito dal carcere. Morbioli non aveva i requisiti per quel ruolo. Non poteva essere lui il quarto uomo. Pare che in Nicaragua Casimirri lo avesse minacciato con una pistola. Non so perché Casimirri abbia fatto il suo nome, come non mi so spiegare per quale ragione durante il mio processo, mentre mi difendevo, mi arrivò un aiuto insperato da parte del Sisde che inviò due signori a dire che io non ero il quarto uomo.

TARADASH. Durante il suo processo lei si è dichiarato a lungo innocente, ha chiesto un confronto con gli abitanti di Via Montalcini – confronto che vi fu e a seguito del quale non fu riconosciuto – e una comparazione tra la sua grafia e le firme dell’ingegnere Altobelli; due elementi che chiesti in difesa possono valere effettivamente perché soggetti a verifica. Tuttavia, prima che arrivasse la perizia calligrafica lei ha confessato in modo abbastanza sorprendente perché il processo stava andando piuttosto bene per lei. Come è accaduto?

PRESIDENTE. Io dico "per colpa" dei nostri Uffici.

MACCARI. Gli Uffici purtroppo sono stati bravi.

PRESIDENTE. Quei documenti di comparazione non facevano parte dell’incarto processuale per cui se non li avessero trovati qui quella perizia non si sarebbe potuta fare. E’ il rinvenimento in questa sede di quei documenti che cambia la situazione e a quel punto, se vogliamo ipotizzare una versione negativa a Maccari, quest’ultimo cambia idea.

TARADASH. Mi scusi Presidente, ma Maccari non poteva saperlo.

MACCARI. Io sapevo dell’esistenza di qualche foglio. La testa in tutti questi anni aveva cercato di cancellarlo. Ho sempre sperato che nessuno delle 4-5 persone che sapevano crollasse. Qualcuno si può chiedere come ho fatto a restare tutti questi anni tranquillo. In realtà non sono mai stato tranquillo, ma ero consapevole che del mio ruolo erano a conoscenza Morucci, Seghetti, Moretti, Gallinari e Braghetti, persone che ragionevolmente non si sarebbero pentite. Il carcere non è una cosa bella e in carcere un uomo non migliora. Il carcere non serve per riabilitare. E’ un paradosso cercare di educare alla libertà privando un soggetto della libertà. Tutti hanno paura del carcere e io pure avevo paura. Ho vissuto dentro di me questo macigno tant’è che in quegli anni non mi sono formato una famiglia e non ho avuto dei figli. L’ho fatto adesso e oggi ho una bambina di 2 anni. Ho due figli di cui uno acquisito. Ho vissuto con grande rimorso l’intera vicenda. Poi, in seguito all’arresto mi sono difeso durante il processo con un istinto animalesco di autodifesa che spero che in questa aula capirete. Non ho accusato nessuno per difendermi.

TARADASH. Io le sto chiedendo il contrario, non perché si è difeso ma perché ha confessato.

MACCARI. Ho confessato perché sapevo che sarebbe uscita fuori questa carta che costituiva una prova. Tuttavia avrei potuto benissimo continuare a proclamarmi innocente nonostante una perizia affermasse il contrario. In fondo era solo una perizia. Nel caso Dreyfus le perizie si andavano a far benedire. Avrei lasciato il sospetto negli italiani. Magari sarei fuggito in Francia o a Cuba anche con l’aureola del perseguitato politico.

TARADASH. E’ proprio questo che le chiedo.

MACCARI. Non l’ho fatto perché ero stanco e non mi andava più di vivere così. L’ho fatto per una sorta di fatalismo, perché ho maturato delle convinzioni e perché durante il processo c’è stata la morte per cancro di mio padre al quale non volevo dare questo dolore. Mio padre era un vecchio comunista del PCI ed ex partigiano. Oltre alla morte di mio padre vi è stata una serie di fattori tra cui il rimorso per la morte di Moro che ritenevo un uomo giusto benché con una veste particolare. Sapete com’è la storia del gappista Bruno che spara al filosofo Gentile affermando "io non uccido l’uomo uccido la veste". Avevo questo rimorso. Purtroppo avevo conosciuto questo uomo, lo avevo visto pregare, scrivere ai familiari, avevo letto le lettere indirizzate al nipotino, avevo visto che era un uomo tradito e abbandonato dagli amici per cui era nata in me una sorta di solidarietà. Ad un certo punto è scoppiata in me una lacerazione che ho portato avanti negli anni fino a quando ho detto basta. Lo Stato nel frattempo aveva riconosciuto la dissociazione politica e ridotto gli anni di carcere per cui ritenevo anche che gli italiani meritassero la verità. Non se ne poteva più del caso Moro, anche perché si pensava al quarto uomo come ad un fine intellettuale quando invece era un proletario di Centocelle. C’è stato anche questo e alla fine ho confessato.

TARADASH. Nessuna delle sue argomentazioni è convincente, ma magari sono tutte vere. Lei chiede l’indulto, vorrei sapere però qual è la sua condizione attuale. Quanti anni di carcere ha fatto dopo la confessione?

MACCARI. Chiedo l’indulto, del quale evidentemente beneficerei, senza fare il calcolo del bottegaio. Spero non mi riteniate così meschino.

PRESIDENTE. Lei è in attesa della sentenza definitiva da parte della Corte d’assise d’appello de L’Aquila.

MACCARI. Spero che questo Stato faccia l’indulto perché ritengo veramente che sia l’unica arma, la più intelligente, per contrastare l’eventuale ricrescita di un fenomeno non simile ma che comunque scimmiotta quello delle Brigate rosse.

TARADASH. Io sono a favore dell’indulto, ma ritengo che nei confronti di molti, e anche nei suoi, lo Stato non sia così feroce.

MACCARI. Non ho mai detto questo, anzi.

TARADASH. In Italia non c’è l’indulto e quindi c’è una grande ingiustizia perché alcuni vengono trattati molto male e altri molto bene. L’indulto almeno metterebbe tutti sullo stesso piano. Questa è la ragione per cui credo sarebbe giusto. Tornando ai giorni in cui lei era il quarto uomo, vorrei sapere chi veniva a prendere le lettere di Moro o chi le portava e come mai si riusciva a sfuggire così abilmente alle maglie dello Stato.

MACCARI. Le lettere le faceva uscire dalla prigione Mario Moretti il quale le consegnava al postino Morucci. Al Presidente Moro è stato espressamente chiesto come far giungere le lettere: egli ha collaborato anche in questo senso, indicando il nome di un prete e altri personaggi, quali il dottor Rana, egli aveva interesse a che la lettera venisse recapitata direttamente. E’ come il sequestrato che dice di pagare il riscatto, di non sperare nella polizia che lo libera, accetta di pagare i soldi, si convince che questa è l’unica strada e magari facilita anche la trattativa. Questo è il pensiero, espresso semplicemente. Il presidente Moro segnalò nomi di persone fidate ai quali far recapitare le lettere. C’è stato l’esempio - Presidente, mi corregga se sbaglio - della lettera a Cossiga rispetto alla quale il Presidente si raccomandò di farla rimanere segreta.

PRESIDENTE. Stavo per rivolgerle questa domanda. Invece Moretti la pubblica.

MACCARI. Perché Moretti, nella sua ubriacatura di potere ……. Non so cosa sia potuto succedere.

PRESIDENTE. Ma voi non criticaste questa decisione?

MACCARI. Sì, la criticammo, non ricordo le motivazioni. Moretti dapprima concordò con il Presidente sul fatto che la lettera doveva rimanere segreta, quando gli chiedemmo per quali motivi l’avesse pubblicata rispose: "Non ci fidiamo, niente deve essere nascosto al popolo, tutto deve essere cristallino."

PARDINI. Non le venne il dubbio sul ruolo di Moretti? Stavate insieme tutto il giorno nella responsabilità dell’atto più importante in quel momento nel mondo occidentale e Moretti contravviene ad una delle regole minime: non le venne il dubbio che Moretti era un uomo dei servizi?

MACCARI. Da qui a pensare una cosa del genere no. L’unico che ha avanzato questo dubbio è Franceschini ma, ripeto, c’è motivo di pensare che Franceschini abbia del risentimento. La responsabilità, poi, non era di Moretti: quando egli parlava lo faceva per bocca dell’esecutivo nazionale, quindi minimo quattro persone, quattro teste pensanti, non Moretti, ma l’esecutivo.

TARADASH. Nessuno comunque venne mai a prendere le lettere?

MACCARI. No, assolutamente.

TARADASH. C’era sempre questo passaggio che però non è mai stato intercettato, è un fatto che rimane sempre abbastanza oscuro anche se non la penso come il mio collega.

PRESIDENTE. Sapeva se si facevano fotocopie e se si conservavano copie delle lettere di Moro? A Via Montenevoso si sono trovate copie di lettere.

MACCARI. Non lo so. Probabilmente sono state fatte delle copie; è il famoso discorso sull’originale scritto di pugno che non è stato trovato. Per me c’è un’unica motivazione: le Brigate rosse non hanno un problema di essere biblioteca, amanuensi, di lasciare un cimelio. Per le Brigate rosse l’originale o la fotocopia è la stessa cosa, anzi l’unica differenza è che se ti trovano con l’originale ti danno il sequestro, se ti trovano con la fotocopia è un volantino che potrebbe essere stato distribuito per le strade. Se hai l’originale non ti puoi difendere, sei delle Brigate rosse. Ho sempre pensato che si tratta di un problema elementare, di sicurezza. Le Brigate rosse non erano Mitrokhin che metteva da parte gli scritti, per la mentalità delle Brigate rosse le fotocopie sono la stessa cosa.

TARADASH. Lei è stato portato nelle Brigate rosse da Morucci. Come abbiamo letto Morucci e Faranda vengono arrestati nell’appartamento di Giuliana Conforto. Lei era a conoscenza di questo rapporto, la conosceva?

MACCARI. No, non conoscevo la Conforto. Ho saputo dopo che faceva parte di Potere operaio, ma all’interno di questa organizzazione hanno girato tante persone, tanti militanti.

TARADASH. E non sapeva nulla allora del padre che era il rappresentante…….

MACCARI. No allora non ne sapevo nulla.

TARADASH. In quei giorni del sequestro Moro c’era il partito della fermezza, ma ce ne erano almeno altri due: quello del dialogo non violento, con Pannella che lanciava continui appelli alle Brigate rosse perché si instaurasse non una trattativa ma un dialogo per aprire un canale di comunicazione diverso da quello del morto ammazzato con comunicato annesso, e c’era il partito della trattativa, dei socialisti, di Craxi, che operava anche attivamente nei vostri confronti. Voi discutevate di politica in quei giorni, non era un sequestro di interesse, era un sequestro politico, quindi vi confrontavate su quelle che erano le posizioni politiche che venivano assunte. C’era una valutazione di questi due canali differenti, il dialogo, che poi si sarebbe aperto invece in modo diverso in occasione del sequestro D’Urso, e la trattativa?

MACCARI. Sì, tenga presente che comunque la cellula che operava in via Montalcini non aveva potere decisionale nella maniera più assoluta, poteva commentare, chiedere, domandare, parlare, dialogare ma le decisioni non si prendevano là dentro.

VENTUCCI. Quanti anni avevate, lei mi pare ventiquattro, e gli altri?

MACCARI. Io ventiquattro, Moretti e Gallinari erano sicuramente più grandi, la Braghetti addirittura forse era più giovane di me, non ricordo esattamente.

TARADASH. Le stavo chiedendo se c’era la discussione politica, non la decisione, che poi non ci fu, ma la discussione.

MACCARI. La discussione politica c’era e, non essendo quella una sede decisionale, era una discussione puramente accademica per confrontare le proprie ansie. E’ chiaro che si commentava, si sperava che questo muro della fermezza si sgretolasse. Personalmente, vi ho sperato fino all’ultimo. Certo, i momenti critici sono stati il volantino del lago della Duchessa, poi soprattutto l’appello del Papa con quella frase.

PRESIDENTE. Lei conferma che quel "senza condizioni" fu letto negativamente?

MACCARI. Sì, fu letto negativamente. Sapevamo anche che Fanfani doveva parlare il giorno dopo, ma ormai le Brigate rosse non ci credevano più, si diceva "Vedrai non succederà niente", anzi, cominciava a serpeggiare nelle Brigate rosse, non dico in me o nei singoli, l’idea che lo Stato cercasse di prendere tempo per poter fare un blitz.

VENTUCCI. Il sequestro era diventato ormai l’affare Moro.

TARADASH. Quindi non era stato preso in considerazione nessuno di questi fattori diversi.

MACCARI. Si seguivano attentamente, si sapeva della Croce rossa, uscivano sui giornali.

TARADASH. Di Lanfranco Pace…….

MACCARI. No, di Lanfranco Pace noi per lo meno non lo sapevamo. Moretti lo sapeva sicuramente, penso, perché non credo che Morucci faceva queste cose da solo. Poi è stato pure detto, anche se uno come Moretti per sua esperienza guardava come fumo agli occhi Potere operaio. C’è stata una cosa che ha scritto Morucci nell’ultimo libro quando parlava degli incontri con Moretti, che Morucci gli comprava le armi e venivano questi personaggi. Era un’altra cultura, sembrava un altro mondo. Loro, queste Brigate rosse operaie del Nord diffidavano dei romani perché i romani erano come gli "indiani metropolitani"…

PRESIDENTE. Il cappotto, la spider

MACCARI. Sì, queste cose. Loro parlavano di atteggiamento maniacale, la spesa il foglietto, le cose… Moretti comprava armi, Morucci quasi gliele regalava. Lo dice Morucci stesso: c’era questo mondo differente, quindi, figuriamoci se uno come Mario Moretti poteva avere simpatia per uno come Lanfranco Pace, noto giocatore di poker, vitellone romano. Però, ovviamente, se uno glielo proponeva lui diceva: bèh, proviamo. Ma io penso che ad un certo punto mano a mano ci sia proprio stato lo sconforto e si sia detto: non c’è più niente da fare, lo Stato non si muove, ci sono stati dei segnali precisi.

TARADASH. Però il segnale che stava arrivando era invece opposto, perché quella stessa mattina in cui Moro fu ucciso ci sarebbe potuto essere un segnale quasi equivalente al riconoscimento politico delle Brigate rosse, una dichiarazione della Democrazia cristiana. Quando è stato deciso l’assassinio di Moro, qualche giorno prima, qualche ora prima?

MACCARI. Non lo so. So soltanto che la sera dell’8 maggio è venuto Mario Moretti in via Montalcini e ha riportato la decisione dell’esecutivo nazionale delle Brigate rosse di uccidere il presidente Moro.

PRESIDENTE. La decisione, secondo quello che racconta Moretti, era stata assunta due giorni prima. Lui dice che si era preso lui stesso la responsabilità di tardare quegli ultimi due giorni.

MACCARI. E’ cosa possibile, alla quale credo, perché nonostante io oggi non è che abbia grande simpatia né per Moretti, né per Gallinari, devo riconoscere che ho vissuto anche in loro il dramma, la difficoltà di compiere quel gesto. Ad onor del vero non è stata una cosa leggera, è stata una cosa sofferta.

TARADASH. Lei dice che Savasta non la conosceva.

MACCARI. No, Savasta mi conosceva benissimo.

TARADASH. Non la conosceva come quarto uomo.

MACCARI. Neanche come militante delle Brigate rosse.

TARADASH. Quindi nel 1982 quando lei venne interrogato dal dottor Priore sulla base di dichiarazioni di Savasta lei non ebbe nessun timore di essere scoperto?

MACCARI. Non mi pare di essere mai stato interrogato dal dottor Priore; oppure non mi ricordo.

TARADASH. Per le Fac. Quando lei venne interrogato dal dottor Priore lei non ebbe nessun timore, nel 1982, malgrado Savasta avesse fatto direttamente il suo nome, che avesse potuto dire qualcosa di più rispetto a questo?

MACCARI. No, non ebbi alcun timore. L’unico timore lo ebbi nel 1983 o 1984 ed io stavo in carcere per il Lac. Vede, io sono stato condannato per le Fac, ma io non ho mai fatto parte delle Fac, io ho fatto parte del Lap. Oggi nel libro Morucci lo dice: quelli del Lap hanno fatto la Sip e varie altre azioni, poi i Lap si sono sciolti, lui con pochi altri hanno fatto le Fac, che hanno fatto alcuni attentati, tipo il marchese Teodoli, eccetera. Io con le Fac non c’entro niente e sono stato condannato; come oggi vengo condannato per la strage di via Fani, che poi è omicidio plurimo non è una strage, le stragi sono un'altra cosa. Ad onor del vero a via Fani io non ho partecipato, neanche lo sapevo. Si, forse moralmente, a quel livello si, però io non ero presente né in via Fani, né alla Standa dei Colli Portuensi e non sapevo come questo personaggio della DC sarebbe stato sequestrato, come, dove e quando.

TARADASH. E’ il minimo, mi pare, visto che lei ha predisposto organizzativamente l’esito del sequestro. Quando si va a sequestrare una persona si può anche immaginare che non venga offerto il guanto di sfida.

MACCARI. E allora mi si condanni per il dolo eventuale.

PRESIDENTE. Però la sentenza di primo grado fa anche riferimento al dolo eventuale, l’ho letta.

BIELLI. Lei sa sicuramente che la mitraglietta Skorpion è stata utilizzata in più occasioni e quando è stata utilizzata non si è mai inceppata, nel senso che è servita per uccidere l’onorevole Moro, ma quella mitraglietta è stata anche utilizzata nel 1978 davanti alla sede del Movimento sociale di via Acca Larentia a Roma uccidendo due giovani militanti missini. E lei sa anche che per questo omicidio non sono mai stati individuati i responsabili e mi pare, ma non ne sono sicuro, che il reato non risulta ancora passato in prescrizione. Questa mitraglietta è importante: lei che cosa sa di questa arma? Sa come venne procurata? Era a conoscenza nel 1978 del suo impiego nella vicenda di via Acca Larentia? E cosa sa su quell’ episodio.

MACCARI. Dalla domanda che mi fa mi pare che ne sappia molto più lei di me. Lei da per assodate alcune cose che io neppure conoscevo. Lei dice che la mitraglietta che ha ucciso Moro è stata usata in via Acca Larentia. Io non lo so. So che le mitragliette Skorpion delle Brigate rosse erano due.

PRESIDENTE. E chi le aveva portate in via Moltancini?

MACCARI. Quella era la mitraglietta di Valerio Morucci, che egli aveva comprato in un’armeria di Roma in via Appia. Questa mitraglietta prima di entrare nelle Brigate rosse è stata nelle Fac e prima ancora nel Lap. Noi l’avevamo in mano e anche io l’ho maneggiata nel Lap negli anni fino al 1976. Poi c’era l’abitudine che, almeno in una parte della Sinistra rivoluzionaria, quando uno usciva si portavano via armi e bagagli. Morucci ha sempre fatto questo: quando andava via si portava via soldi, armi, bagagli, eccetera. Io so di questa mitraglietta Skorpion silenziata e mi sembra di poter dire che la mitraglietta che ha ucciso il presidente Moro sia la stessa che Morucci ha portato dentro le Brigate rosse. Chi ha portato quella mitraglietta nella prigione la sera dell’8 maggio è stato Moretti.

PRESIDENTE. Nell’agguato di via Fani la mitraglietta ce l’aveva la Balzerani, perché era l’arma corta che poteva portare una donna senza farsela vedere.

MACCARI. Strano, perché in via Fani la Balzerani aveva una funzione per cui avrebbe dovuto avere semmai un’arma molto più potente. Portare una mitraglietta 7,65 in via Fani non aveva senso.

PRESIDENTE. Ma lei non era fra quelli che dovevano sparare sulla macchina.

MACCARI. Io so di questa mitraglietta; però, ripeto, le mitragliette erano due. E poi, nel box si è inceppata la Walter PPK, che è una pistola semi automatica.

BIELLI. Volevo dire che, quando è stata utilizzata, la mitraglietta ha sempre funzionato benissimo.

MACCARI. La mattina del 9 maggio purtroppo ha funzionato benissimo.

BIELLI. Lei stesso si è definito in qualche modo un brigatista atipico. Convengo sulla definizione che lei ha dato, perché nelle sue argomentazioni ci sono degli elementi che meritano riflessione e forse, più che usare il termine "atipico", userei il termine "anomalo", perché c’è qualcosa su cui noto, da parte sua, una preparazione credo significativa, nel senso che coloro che mettevano in dubbio il fatto che lei non potesse essere l’ingegner Altobelli, per quanto mi riguarda, lei poteva benissimo esserlo, perché mi sembra una persona capace e intelligente, che con attenzione segue le questioni ed esegue con altrettanta attenzione i compiti affidati. L’atipicità che io vedo nasce dal fatto che quando andiamo non a chiedere di tradire qualcuno (tra l’altro prima lei ha detto che non avrebbe mai tradito e io ne prendo atto) ma quando c’è la possibilità di darci un contributo vero per scoprire qualcosa, ecco che viene fuori l’anomalia: le altre cose sono chiare, ma quando ci può dire qualcosa di più sembra quasi che non riesca o non possa.

MACCARI. Mi chieda cosa, può darsi che io possa risponderle. Io sto qui con animo sereno.

BIELLI. Anche noi, perché vede, la ricerca della verità è qualcosa che riguarda lei per il masso che ha sullo stomaco, ma anche noi, per alcuni versi, almeno per riuscire in qualche modo ad inquadrare la situazione.

MACCARI. Mi sembra che finora non mi sono avvalso della facoltà di non rispondere. Ho risposto a tutte le domande. Fatemi domande.

BIELLI. Ho detto un’altra cosa, ho detto che arriva ad un certo punto e poi ho l’impressione che si fermi. Pongo adesso un’altra domanda: il rapporto tra Potere operaio, l’Hyperion e Piperno. Lei in qualche modo ha detto che non conosceva questo rapporto che ci poteva essere con questo istituto francese. Lei, che risulta essere stato legato a Potere operaio non in forma secondaria ma in modo organico, come fa a dire che non conosceva di questi rapporti quando questi rapporti erano connaturati alla struttura di Potere operaio? Mi sembra non una questione secondaria su cui le chiedo di poter specificare.

La seconda questione è un po’ connaturata a questo suo modo di arrivare ad una certa fase e di non riuscire poi ad andare avanti. Lei ci ha detto che in qualche modo non ha mai ritenuto che nel Ghetto ci potesse essere un covo brigatista. Lei sa bene – e dalle cose che ha detto ha letto ogni cosa – che Mortati ha girato nel Ghetto per individuare in ogni caso un luogo che sicuramente, se non era una base brigatista, era un luogo in cui Mortati si è fermato a soggiornare.

MACCARI. Mi scusi, chi è Mortati?

BIELLI. Se non lo sa lei. Dopo ci ritorniamo e parliamo anche di questo.

PRESIDENTE. E’ un brigatista toscano.

BIELLI. A me pare che qui c’è un dato su cui varrebbe la pena riflettere, nel senso che nel Ghetto sicuramente una qualche anomalia si era determinata.

MACCARI. La prima domanda riguarda Potere operaio-Hyperion: per la prima volta ho sentito questa parola, Hyperion, nel carcere di Trani nel 1982, quando incontrai un personaggio dell’Hyperion, un professore che stava in quel carcere con me, che fu scarcerato e poi deve essere scappato, il professor Vanni Mulinaris. Ho sentito questo termine Hyperion. Adesso lei mi chiede una cosa, ma io sono stato responsabile militare del servizio d’ordine di Potere operaio per la zona Roma sud, il quartiere di Centocelle. Non so quanti militanti avesse Potere operaio, ma io non stavo nella direzione nazionale; Potere operaio stava a Nord d’Italia, è arrivato fino a Gela in Sicilia, perché quindi dovrei sapere dei rapporti? Lei mi fa più grande di quello che sono stato anche dentro Potere operaio, non solo nelle Brigate rosse. Perché avrei dovuto sapere dei contatti internazionali che poteva avere Potere operaio? Ero responsabile del servizio d’ordine di Centocelle dentro Potere operaio. L’Hyperion sta a Parigi, non ero io quello che teneva i contatti, nemmeno viaggiavo. Quindi, nulla so dell’Hyperion se non le cose che ho letto, perché giustamente dopo, negli anni in carcere e fuori, mi sono interessato a queste cose.

BIELLI. Non sapeva nulla neanche di Mortati, di questa visita al Ghetto, delle foto di quel periodo, di quando stavano girando nel Ghetto? Lei seguiva le altre questioni?

MACCARI. Queste cose le ho seguite, ho saputo del Ghetto, la seconda prigione, ma non sapevo di Mortati, mi dispiace, non so chi sia. Ho seguito con attenzione la serie dei "misteri", sono entrato anche in polemica accesa con il dottor Li Gotti quando nel mio processo continuava a dire: "ma noi abbiamo trovato la terra sotto la Renault 4" - e le parlo del primo processo che ho fatto io, quindi nel 1995 - "questa terra appartiene alla zona del braccianese, ergo, voi siete andati nel braccianese". Allora io mi sono ricordato che già nel processo Moro-uno il presidente Santiapichi aveva dipanato questa matassa, perché avevano interrogato il proprietario della Renault rossa, il quale aveva detto che era cacciatore e andava spesso a caccia nel braccianese. Ecco crollato un mistero. Però il dottor Li Gotti lo riportava ancora pedantemente e caparbiamente come uno dei grandi misteri d’Italia. Non capisco come un intellettuale, un’avvocato di fama che era presente al processo Moro-uno, nel processo Moro-cinque continuasse ancora ad insistere con questa storia. Questo è uno dei miti che spero di avere sciolto nel 1995, ma vedo che se devo scioglierlo ancora oggi, qui, questi misteri non si sciolgono, qualcuno non li vuole sciogliere.

PRESIDENTE. Però lei conferma che la sabbia sul risvolto dei pantaloni l’avevate messa voi per creare un depistaggio?

MACCARI. Sì, lo confermo. Questa sabbia fu portata da Moretti e poi, in seguito, ho saputo – perché lo ha detto Barbara Balzerani – che fu lei ad andarla a prendere nel litorale laziale, non so bene dove.

PARDINI. Quando gli è stata messa la sabbia? Lei è stato con Moro tutto il tempo: è stata messa da morto, da vivo, prima o dopo?

MACCARI. Non ricordo esattamente se la sabbia fu messa la mattina del 9 o la sera dell’8 maggio...

BIELLI. Le chiedo un’altra cosa: avrà notato che le ho fatto delle domande perché ho riscontrato in lei una persona che, a mio parere, può, attraverso certi ragionamenti, darci un contributo, non per operazioni di bassa lega, ma per una esigenza che è sotto gli occhi di tutti, nel senso che su alcune questioni vogliamo vedere se diradiamo alcuni dubbi. Però, ripeto, non amo la delazione, quindi da parte mia noterà che non è questa la partita che le chiedo. Ma credo che lei ci possa dare un contributo: qual è l’altro tema su cui io credo che possa provare a darci un contributo? Lei ha fatto un’affermazione che condivido nella logica brigatista quando ha detto che Moretti, rispetto agli altri brigatisti, era un uomo che i temi della segretezza e della compartimentazione li aveva ben presenti, nel senso che si muoveva in un’ottica precisa. Ma i fatti oggettivi vanno in un'altra direzione rispetto alle cose che lei ha detto. Ad esempio, vorrei soffermarmi su via Gradoli. Se c‘è una logica di segretezza, come fa un brigatista del livello di Moretti ad infognarsi in via Gradoli, in cui ci sono appartamenti del Sisde…..

MACCARI. Come fanno le Brigate rosse a sapere che in quella via ci sono appartamenti del Sisde?

BIELLI. E’ una via che ha un’unica uscita, se c’è l’esigenza di fuggire, non può risultare conveniente rispetto ad altre situazioni. Come fa lei a dire che la segretezza era la caratteristica dle Moretti? Mi sembra che sia in contraddizione rispetto alla scelta di quell’appartamento. Ancora, non sono fra quelli che sono convinti che sulla vicenda Moro ci sia un problema di servizi segreti che hanno coinvolto tutto e tutti. C’è sempre il dato oggettivo delle Brigate Rosse in quanto tali che dovevano portare avanti un obiettivo. Sono convinto che possano esserci poi state interferenze e tentativi di depistaggio. Sulla figura di Moretti, qual è la questione su cui si può riflettere? Lei prima ha detto che in qualche modo si fida di Moretti, ma Moretti, ad un certo punto, nel libro, indica lei come il quarto uomo.

MACCARI. E’ una mia impressione.

BIELLI. Non se ne capisce la ragione, perché a quel punto Moretti doveva indicare una persona che non tradiva, che era diventata, nell’operazione Moro, un uomo di grande fiducia per lui. Se è vero quello che lei ha detto, che le azioni che ha compiuto con Moretti nascevano dal grande rapporto di fiducia esistente nei suoi confronti, altrimenti avrebbe preso Gallinari, perchè alla fine lei viene indicato da Moretti?

MACCARI. Lo chiesi. Quando la sera dell’8 maggio venne Moretti e mi disse che si sarebbe dovuta svolgere la cosa, la prima affermazione che fece, sapendo che ero in dissidio, fu "me ne occuperò io". Io gli chiesi perché non Gallinari. Mi rispose che Gallinari era ricercato da tutte le polizie del mondo, che era visibile, che doveva andare in macchina. Fu una risposta così, magari poteva mettersi gli occhiali, magari ha scelto me forse - ma è una mia impressione - perché militarmente, non certo per determinazione politica, potevo essere considerato più idoneo. Tra l’altro, Moretti non mi conosceva, si è fidato delle cose che gli erano state dette da Morucci e Seghetti, che gli hanno raccontato il mio passato politico. Mi avete chiesto perché Moretti indica me nel suo libro. Penso che Moretti, a quel punto, oberato da richieste, in quel clima politico in cui si chiedeva tutta la verità per poi parlare di clemenza e di perdono - ricorderete le posizioni del dottor Conso e del dottor Marini - sollecitato da Rossana Rossanda e da Carla Mosca per il loro libro, ha risposto che non c’erano misteri – sempre ha detto che non c’erano misteri – e che l’unico mistero riguardava il quarto uomo. E’ una mia supposizione.

PRESIDENTE. Ho aggiunto una spiegazione, che Moretti dicendo una novità, che non portava a una nuova ricostruzione del quadro, esorcizzava la possibilità di dirne altre.

MACCARI. A questo mi ci ha fatto pensare adesso lei, signor Presidente, non posso escluderlo, non ero un personaggio importante e significativo nelle BR. Mi avevano preso come militante. Quando stavo nel carcere di Trani, mi sono tenuto lontano dagli ambienti brigatisti; tra l’altro, a Trani c’era il partito guerriglia, che era la schiuma della schiuma. Ero una persona sacrificabile, non c’era mai stato feeling tra me e loro. Ha detto che era quello l’unico mistero, ma è una mia supposizione.

BIELLI. Abbiamo una opinione comune su questo che consideriamo un mistero. Durante il sequestro Moro, ha mai sentito il nome di Senzani? Per quanto riguarda l’appartamento di via Montalcini, a parte la segretezza ed il non poter uscire, le risulta che ci potesse essere una vigilanza esterna all’appartamento da parte delle BR?

MACCARI. Non c’era assolutamente una vigilanza esterna, fatta da chi, tra l’altro, se nessuno doveva sapere, se la sede doveva essere supersegreta? Non l’ho mai saputo, se ci fosse stata una vigilanza esterna, forse ci sarebbe stato motivo di mettere le grate all’appartamento. Fui io a consigliare di farlo, perché avevamo un ostaggio importante, che lo avrebbero cercato, che avrebbero impiegato tutte le forze. C’era il rischio che giungessero. Poiché dicevano che era necessario un attimo - perché dovevano pensare a trattare la loro vita e quella del Presidente - non essendo dotati di grandi mezzi, l’unica possibilità era rappresentata dalle grate alle finestre.

PRESIDENTE. Cioè, mettevate le grate alle finestre per avere una unicità di accesso e da essa poter trattare.

MACCARI. Esatto. In tal modo, l’appartamento avrebbe avuto un’unica via d’accesso, in modo da fermare l’attacco di un commando il tempo necessario perché Gallinari entrasse nella cella, puntasse la pistola al Presidente, trattasse e dicesse "se ci uccidete, uccido….". Mai c’è stata sorveglianza, assolutamente. Non ho mai sentito parlare di Senzani, e come avrei potuto saperlo in quei 55 giorni, se non si facevano i nomi di altri compagni.

BIELLI. Lei ha affermato che si facevano discussioni e dai suoi interventi risulta che lei era a conoscenza del contenuto delle lettere di Moro. Poc’anzi, ha detto che era stato colpito dalle lettere che inviava al nipotino, alla moglie, alla famiglia e quindi lei ne era a conoscenza e ne discutevate. In un organismo così ristretto, le discussioni a volte potevano portare a talune riflessioni sulle prospettive e il nome di Senzani, magari in codice, potrebbe essere venuto fuori. Lei sa bene che il nome di Senzani l’ho fatto in relazione al fatto che si parla molto di Firenze. Moretti va a Firenze, Senzani era di Firenze. Lei nega che ci potesse essere un "grande vecchio" e sono d’accordo con lei.

MACCARI. Non lo nego, ho detto che non lo so, che presumo che non ci sia.

BIELLI. C’era un qualcosa, oltre Moretti. Siamo alla ricerca, come dicevo, non di delazioni su qualcuno ma di capire l’accaduto e mi aspettavo che rispetto a certe situazioni lei potesse dirci qualcosa di più. Lei dice quello che sa, quello che pensa e, per quanto mi riguarda, rimango su alcuni mie opinioni rispetto a quanto lei ha detto.

MACCARI. Sì, però lei si dovrebbero convincere del fatto… Ripeto: se ciascuno di voi si sforza di immedesimarsi per un attimo in quel periodo, in quell’ambiente, in quel clima di rivoluzione dietro l’angolo… Esiste un’organizzazione, c’è la compartimentazione che non è un fatto da poco nelle Brigate rosse. La compartimentazione è un fatto serio; si cerca, fin quando è possibile, di mantenerla, anche se poi a volte viene trasgredita. La regola, però, è che bisogna mantenerla. Lei pensa che noi quattro, seduti a tavolino, a cena – poniamo il caso – ci mettiamo a… Certamente discutiamo, ma il fatto che escano i nomi di altri militanti è assurdo, illogico; non si può pensare una cosa del genere: non ha senso, perché non si tratta di quattro amici al bar, come dice la canzone (tra l’altro molto bella). Si tratta di un’altra cosa: non si fanno i nomi, né si chiedono; si parla certamente di militanti, del capo della colonna, si discute, ma non si fanno i nomi. Quindi, non ho mai sentito il nome di Senzani. L’ho sentito tristemente dopo. Lei dice Senzani ma, se Senzani fosse… Dico una cosa. Non so certe cose, ma la mia logica mi porta magari a dire: se Senzani voleva tirare un missile nella sede della Democrazia Cristiana, che problema avrebbe a dire che era l’affittuario del covo di Rapallo o di Firenze? Quando uno dice di avere fatto la strage degli innocenti e non vuole dire di avere affittato anche una casa, mi sembra una cosa… Certo, Senzani è un intellettuale e anche Fenzi, suo cognato, è un professore, un intellettuale.

PARDINI. Ho una curiosità. Vorrei sapere se avevate previsto l’eventualità di un attacco armato di un commando. Nel caso di una soluzione finale, chi era incaricato di ammazzare Moro? Era Gallinari?

MACCARI. No. Non ho detto di ammazzare, ma ho detto che Gallinari sarebbe stato incaricato ad entrare dentro l’abitacolo dove era tenuto prigioniero il Presidente, a puntargli la pistola alla testa e a trattare.

PRESIDENTE. L’idea in quel caso era di arrendersi, evitando però di essere uccisi come avvenne a quelli di Genova?

MACCARI. Si, una cosa del genere. L’idea metteva anche paura, per cui non ci si soffermava più di tanto.

PARDINI. In un primo momento venne individuato lei. Per quale motivo poi invece venne preferito il Gallinari, che non aveva titoli militari? Lei era considerato dal Moretti più adatto ad un’azione militare.

MACCARI. Militarmente. Nell’idea io dovevo essere quello che intratteneva sulla porta e sbarrava il passo e Gallinari... Probabilmente – badate bene che questa è una mia interpretazione personale e, quindi, posso anche sbagliare – Moretti non si fidava del fatto che io poi, in una situazione del genere, potessi sparare al presidente Moro, mentre era sicuro che Gallinari lo avrebbe fatto.

PRESIDENTE. Innanzitutto vorrei dirle una cosa. Il fatto della Skorpion che aveva la Balzerani lo ha raccontato Moretti. Egli ha detto: "In via Fani avevamo soltanto due armi efficienti e moderne, una M12 che è anche in dotazione alle forze di polizia e la usa Fiore, e la famosa mitraglietta Skorpion che ovviamente tiene Barbara". Alla domanda: "Perché ovviamente?", "Perché è un’arma molto piccola; un mitra normale pesa alcuni chili, è grande è difficile per una donna occultarlo sotto il cappotto". Ha ragione però anche lei quando dice che la Skorpion non poteva essere un’arma di attacco alla scorta…, ma perché il ruolo della Balzerani è diverso.

MACCARI. Non della scorta; può non essere anche un’arma per fermare una volante della polizia che sopraggiunge in quel momento.

PRESIDENTE. Infatti dice: "Barbara è già in mezzo all’incrocio. A due metri dallo stop di via Fani ha fermato il traffico che risale da via Stresa". Quindi, aveva un compito operativo…

MACCARI. Esatto. Però, anche nella logica uno dice: "Tu devi stare qui e il compito tuo è che, se viene un’eventuale macchina della polizia, la devi fermare. Allora ti serve un’arma che abbia un effetto deterrente". Però, se poi il militante dice che quell’arma è pesante, non la sa maneggiare e che ne maneggia una più piccola, è evidente che l’organizzazione gliene da una più piccola, anche andando contro una logica militare.

PRESIDENTE. Abbiamo finito quest’audizione. Tuttavia, le voglio rivolgere un’ultima domanda che si ricollega a quelle fatte dall’onorevole Bielli. Le do atto che le Brigate rosse che uccidono il fratello di Peci sono ormai diventate una cosa diversa dalle Brigate Rosse dell’epoca in cui lei ne ha fatto parte. Diciamo che sono diventate più ciecamente feroci, come spesso succede agli eserciti in ritirata nella vicinanza della sconfitta finale. In realtà, però, il fratello di Peci viene in qualche modo offerto alla vendetta delle Brigate Rosse, perché un alto funzionario del Ministero dell’interno, Russomanno, passa ad un giornalista, Isman, le copie degli interrogatori di Peci. Lei ha mai saputo questo fatto? Ci ha mai riflettuto?

MACCARI. No, non lo conoscevo.

PRESIDENTE. Ora che gliel’ho detto, la inviterei a riflettere su un fatto che lei stesso ci ha raccontato. Perché il Sisde si prende il fastidio di andare in Nicaragua per farsi dare da Casimirri quello che era un depistaggio rispetto alla sua identità? Può escludere che il Sisde avesse paura che lei, in via Montalcini, avesse saputo qualche cosa, che forse poi non ha saputo, che poteva in qualche modo rivelare.

MACCARI. Facevano prima ad eliminarmi fisicamente, anziché andare lì a spendere un miliardo e quattrocento milioni per parlare con Casimirri.

PRESIDENTE. Ma l’avevano già catturata.

MACCARI. Ha ragione. Stavo in carcere.

PRESIDENTE. Vorrei rispondere ad una domanda che mi ha rivolto e che mi aveva detto che voleva pormi privatamente. Effettivamente in due legislature, nella X e nella XI, ho firmato proposte di indulto. Devo poi affermare che invece l’esperienza che ho maturato nella Commissione stragi, nelle due successive legislature, mi ha fatto cambiare idea. Infatti, secondo me, soltanto uno Stato forte può compiere un atto di clemenza verso una parte del paese che indubbiamente ha commesso dei crimini e che poi alla fine è stata sconfitta. Secondo me, non è forte lo Stato di un paese che non ha fatto pienamente i conti con se stesso. Quindi, non voglio adesso iniziare la seconda parte della audizione, ma penso che ci sarebbe un ruolo che voi potreste svolgere, pur restando all’interno dell’atteggiamento politico della dissociazione, che non è quello di fare nomi. Infatti, questo sarebbe contro il vostro punto di vista e non mi sembrerebbe giusto forzarvi o dirvi che, finchè non fate altri nomi, non se ne parla. Tuttavia, voi potreste aiutarci in quello che io ritengo il vostro compito principale, che è proprio quello di trovare quelle parole di cui Curcio parlava in quella frase che ha colpito lei e nello stesso modo, anni fa, anche me. Ho l’impressione che ogni tanto qualcuno di voi accenni a pronunciare qualcuna di queste parole e poi fa immediatamente marcia indietro. Questo può dipendere anche dal fatto che, da questo accenno e poi dalla marcia indietro successiva, gli vengano dei piccoli vantaggi. Faccio riferimento all’audizione di Valerio Morucci, il quale ci ha chiaramente lanciato qualche segnale e poi – come sappiamo - immediatamente, in sede giudiziaria, ha cercato di minimizzare le cose che aveva detto in questa sede. Il problema non è capire chi erano i due che stavano sull’Honda. Secondo me, molte delle aporie o delle inverosimiglianze, che rileviamo nel modo in cui la vicenda è stata ricostruita in sede giudiziaria, alla fine dei fatti non sono tali. Alcuni hanno un parere diverso. Non escludo affatto, anzi sono abbastanza convinto che Moro non si sia mai mosso da via Montalcini. Il fatto che voi arriviate a via Caetani con un certo ritardo può dipendere anche dal fatto che, nella concitazione di quel momento, abbiate perduto la percezione del tempo. Può darsi che, da quando avete cominciato a scendere dalla casa con la cesta alle 6,30 di mattina, e finchè la Braghetti ha parlato con la Ciccotti, finchè l’avete ucciso, finchè Moro è morto e via dicendo, sia passato quel tanto di tempo necessario per cui arrivate a via Caetani un po’ più tardi rispetto a quanto lei ricordi. Il problema non è questo. Il punto che resta irrisolto è qual è stata la zona grigia del rapporto fra voi ed un mondo esterno a voi, un mondo di intellettuali, che oggi possono anche occupare ruoli importanti nella società italiana e che tutto sommato hanno un ruolo in un paese che vuole fare i conti con se stesso e che dovrebbe poter accertare, tramite questi intellettuali, con il sistema, con il potere. Alla fine mi sono reso conto che oggi dire che siamo favorevoli all’indulto significa essere d’accordo con Cossiga, il quale però afferma che non serve una Commissione d’indagine. È un incitamento che abbiamo da tante persone. Tanti illustri intellettuali ci dicono che l’insistenza giudiziaria e quella delle Commissioni parlamentari d’inchiesta è un esercizio inutile, non produttivo e che ormai bisognerebbe avere la capacità di chiudere con quella stagione. Penso che questo sia giusto, ossia il fatto di chiudere con quella stagione però solo se il paese, nel suo complesso, fa veramente i conti con se stesso. Fa pensare il fatto che un alto funzionario del Ministero dell’interno passi ad un giornalista gli interrogatori del primo grande pentito delle Brigate rosse. Nel momento in cui lei viene individuato come il possibile ingegner Altobelli, il servizio segreto italiano spende un miliardo e quattrocento milioni per fare in modo che Casimirri faccia un depistaggio: sono tutti fatti che ci lasciano pensare. Secondo me, la gestione delle carte della vicenda Moro resta il vero nodo per la nostra Commissione, perché non credo che il sistema non fosse preoccupato di quello che Moro vi poteva dire. Mi sembra inverosimile - non lei per il ruolo che aveva – che un uomo come Moretti non abbia cercato in qualche modo di gestire questo che era un aspetto importante, perché poi è tutto ciò che si riaggancia dopo. Lei è venuto in Commissione - mi unisco ai ringraziamenti che le sono stati rivolti dagli altri colleghi - ma perché non vengono Azzolini e Bonisoli? E’ possibile che Azzolini e Bonisoli non riflettano sul fatto che qualcuno li ha venduti, quando li prendono a via Monte Nevoso, due giorni dopo che erano arrivate le carte di Moro a Via Monte Nevoso e che tutta quella storia delle due edizioni del memoriale.........

MACCARI. Perché aspettare che personaggi come Azzolini o Seghetti…Essi, avendo scontato la pena, stanno uscendo dal carcere e lo Stato italiano li deve mettere in libertà dopo aver scontato fino a 26 anni e mezzo di carcere.

PRESIDENTE. Alcuni componenti della Commissione sanno che si tratta di un problema che mi pongo spesso.

MACCARI. Lo Stato sta aspettando e vuole conoscere queste cose da persone che magari quando escono, pur essendo ormai vecchi e innocui si portano dentro un po’ di acrimonia perché lo Stato non gli ha dato niente e hanno dovuto scontare tutta la pena. Perché non tener conto anche di quanto disse Curcio che propose l'indulto perché poi non sarebbe stato difficile mettere gli ultimi puntini rimasti. Questo, ammesso che lui sappia che vi sono ancora puntini da mettere. Perché è stato possibile che in Sudafrica, dove ha lavorato una Commissione non so se parlamentare oppure se composta da saggi, fossero confessate atrocità e torture? Lo Stato si priva del suo potere di incarcerare in nome della verità storica. Allora questo Stato vuole la verità storica. Questo Stato non vuole tanto la verità storica sul terrorismo rosso, di cui ormai si conosce tutto, quanto sulle stragi. La verità storico-politica, come lei ha giustamente detto, si conosce.

PRESIDENTE. Non è presente il senatore Ventucci che aveva parlato del fatto che lei all'epoca aveva 23 anni e che la Braghetti era addirittura più giovane. Questo discorso vale anche per coloro che si trovavano dall'altra parte e che, in fondo, erano tutti ragazzi. Bisogna trovare di chi è la responsabilità di aver seminato il veleno.

MACCARI. Sono d'accordo con il presidente Violante quando anni fa propose una riconciliazione nazionale sostenendo di essere favorevole a far tornare in Italia i Savoia, a riconoscere le ragioni di quei giovani che avevano fatto parte della Repubblica sociale di Salò e a chiedere un indulto per i reati di terrorismo. Oggi il presidente D'Alema risponde che l'Italia è una società pacificata. Vi sono delle contraddizioni. Per una volta, lo Stato può rinunciare…Togliatti nel 1946 chiese l'amnistia e alla fine furono liberati anche esponenti della banda Koch che avevano compiuto atrocità terribili.

PRESIDENTE. Non tanto in voi, quanto intorno a voi, esiste una zona grigia che ancora non si riesce a conoscere.

Ringrazio il signor Maccari per la sua audizione e dichiaro conclusa la seduta.

La seduta termina alle ore 14,40.

Fine seconda parte


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