FISICA/MENTE

 

 

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

27ª SEDUTA

GIOVEDI 6 NOVEMBRE 1997

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Seconda parte - Indice degli interventi

PRESIDENTE
COSSIGA
DE LUCA Athos (Verdi-l'Ulivo), senatore
FRAGALA' (AN), deputato
MANCA (Forza Italia), senatore
MANTICA (AN), senatore
ZANI (Sin.Dem.-l'Ulivo), deputato

PRESIDENTE. Riprendiamo la seduta. Ha facoltà di parlare il senatore Manca, che ha preparato delle domande da rivolgere al senatore Cossiga.

MANCA. Presidente Cossiga, ho letto il resoconto della sua precedente audizione presso questa Commissione che avvenne nel 1993. Da quanto risulta a pagina 342 del resoconto stenografico, lei disse: «Certo, al pensiero che siamo al quinto processo Moro, che Cossiga con la Kappa è volontariamente qui davanti alla Commissione stragi ( ... ). Mi chiedo se davvero le Brigate rosse hanno perduto o se, perdendo, non ci hanno lasciato una eredità analoga a tante altre eredità del passato». Presidente Cossiga, vuole esplicitare meglio il suo pensiero?

COSSIGA. Da allora io ho mutato opinione su molte cose. Come sa, ora sono anche un po' messo all'indice perché ho sottoposto ad autocritica almeno alcune mie posizioni nei confronti della sovversione di sinistra. Sono di quelli che apertamente appoggiano l'indulto e mi sono premurato di avere un colloquio, per quanto è possibile, con molti dei giovani travolti da questa utopia. Così come ho mutato opinione anche sull'autenticità delle lettere dell'onorevole Moro, ma questo è un discorso a parte. Credo che, senza che questo fosse un loro esplicito e consapevole disegno, le Brigate rosse abbiano ferito profondamente il sistema politico italiano che in quell'epoca si andava ricomponendo, perché il compromesso storico e la politica di solidarietà nazionale erano il primo tentativo di ricomposizione unitaria del corpo civile nel nostro paese, anche se mi trovavo nell'imbarazzo di collaborare mattina e sera con il senatore Pecchioli - mentre magari Santillo andava al Comitato di sicurezza della Nato a parlare dello stato del Partito comunista nel nostro paese, perché questo gli veniva richiesto - o mentre ricevevo informazioni relative alle riunioni della Direzione centrale del Partito comunista. Ugualmente - ne ho la prova - l'amico Pecchioli aveva informazioni dall'interno delle nostre strutture. C'era questa contraddizione. Le Brigate rosse hanno inferto delle ferite a questo processo. Adesso, per carità, parlare di me è una cosa assolutamente fastidiosa; lo posso fare solo perché sono al di fuori della politica. Ma pensiamo al cumulo di sospetti e di accuse che si sono caricati su di me in forma palpabile in questi anni: ero il Ministro simbolo della lotta contro il terrorismo e della collaborazione tra Dc e Pci. Tenga presente che il Partito comunista chiese a Moro, al momento della formazione del Governo Andreotti, che fossi riconfermato Ministro dell'interno e non era certamente per un fatto di parentela con Enrico Berlinguer che quando mi dovette picchiare addosso lo fece come si fa da noi quando è necessario, anche tra parenti, e poi si mangia assieme. Mi è capitato di essere chiamato tante volte ma questo riempie anche il grigiore di certe mie giornate. Era un fatto simbolico, ecco ciò che volevo dire. Siamo al quinto processo Moro, e se quello che era considerato il Ministro simbolo della lotta contro il terrorismo era anche il simbolo della collaborazione (perché non credo vi sia stato momento più alto di collaborazione a livello governativo se non quello mio con il Partito comunista, salvo un caso che il Partito comunista mi rimproverò e che riguardava la caduta di un satellite sovietico: non dissi niente a loro ma lo scoprirono lo stesso), vuol dire che le Brigate rosse hanno lasciato una ferita. Per carità, non mi erigo a simbolo ma pensi a che uomo simbolo fossi per la lotta al terrorismo! Tra l'altro ho conosciuto un paio di questi ragazzi che mi hanno confessato di aver inventato loro il Cossiga con la K e le due S runiche. Sono il simbolo di una tragedia di questa generazione. Rileggendo le cose a contatto con queste persone mi sono convinto che occorre chiudere anche l'epoca del terrorismo di sinistra e di destra, lasciando da parte lo stragismo. Quando mi riferisco al terrorismo di destra non voglio parlare dello stragismo, che è forse l'unica cosa collegabile veramente al contrasto tra Est e Ovest.

PRESIDENTE. Senatore Cossiga, lei ha detto una cosa che mi fa molto riflettere. Sono stato firmatario di disegni di legge sull'indulto in altre legislature; avvengono poi delle cose che fanno riflettere e spingono forse a cambiare idea. E’ venuto in questa Commissione Valerio Morucci che, al solito, si è chiuso dietro la purezza delle Brigate rosse contestando che esse potessero essere state in qualche modo condizionate dall'esterno, ma lanciandoci quasi una sfida. Ci ha detto che se erano stati condizionati non dovevamo chiederlo a loro, ma dovevamo indagare sui condizionatori. Poi ci ha detto un frase sibilina: «Io non lo so, ma se voi sapeste dove l'esecutivo delle Brigate rosse si riuniva a Firenze si potrebbero aprire nuovi scenari. Perché non lo domandate ad Azzolini e Bonisoli?» Lei ha sentito dal verbale, che è stato approvato all'inizio della seduta, che Azzolini e Bonisoli, tutti e due, rifiutano di venire in Commissione. Si ha l'impressione che nel momento in cui si sta per mettere in dubbio una verità ormai cristallizzata ci sia una chiusura e quasi un fenomeno di rimozione da parte dei protagonisti di quella stagione. Tenga conto che sono d'accordo con lei nel ritenere che una parte non piccola di quella generazione si è bruciata da una parte e dall'altra. Probabilmente leaders politici sono venuti meno, forse un vuoto generazionale nella nostra politica si è determinato perché da una parte e dall'altra personalità di indubbio spessore si sono bruciate in questa tragedia generazionale.

COSSIGA. Posso fare un'ipotesi: l'atteggiamento delle Br è stato sempre ed è tuttora (questo è uno dei problemi delicati) di fermissima avversione nei confronti della sinistra tradizionale. Io ho parlato anche con degli irriducibili ed uno di questi una volta mi disse che non avrebbe detto mai nulla e non avrebbe fatto mai autocritica fino a che l'ultimo dei suoi compagni fosse rimasto in galera. Che cosa Morucci abbia voluto dire questo non sono in grado di saperlo, però tenga presente che in loro questo spirito di corpo c'è, anche se in forma diversa da quello di Lotta continua, che ha tutta una storia diversa. Però, credo che la chiusura permetterebbe di sapere anche di più. Io credo nell'amnistia e nell'indulto come un mezzo per conoscere. Da questo punto di vista trovo di grandissima civiltà l'accordo tra i bianchi e i negri nel Sud Africa, che dopo le violenze inaudite di parte dei bianchi nei confronti dei negri (i bianchi di lingua inglese non parteciparono) e anche la reazione (pensiamo all'inchiesta penale nei confronti dell'ex moglie di Mandela, anche i negri non andarono per il sottile) hanno fatto questa legge per cui chi parla e confessa va esente da punizioni.

PRESIDENTE. Questa sarebbe una cosa diversa dall'indulto.

COSSIGA. Forse noi faremmo passi molto più avanti, sempre che riteniamo chiusa un'epoca. Se riteniamo chiusa un'epoca e vogliamo ricostruirla storicamente, anche al fine di evitare zone d'ombra nella nostra storia, forse questa è la strada, ma forse non siamo maturi.

PRESIDENTE. Sono d'accordo con lei, questo potrebbe anche essere il modo per risvegliare qualche memoria istituzionale; quello che avviene ogni tanto, ed è strano, è che a volte i magistrati inciampano in qualche carta di cui però nessuno fino a quel momento si è ricordato l'esistenza, perché probabilmente teme, ricordando, di potersi assumere responsabilità.

COSSIGA. Io sono convinto che vi è una parte della nostra storia oscura che è tutta ricostruibile con fatti interni; un'altra parte della nostra storia, invece, ricostruibile soltanto con il duello Est-Ovest, di questo sono convinto. Se domani mi dimostrassero un progetto di sovversione degli ordinamenti italiani per evitare che noi cadessimo nell'ambito dei paesi dell'Est non mi meraviglierebbe affatto; mi meraviglierebbe molto - e devo dire non ci credo - che a questo abbiano dato mano gli esponenti politici qualificati della prima Repubblica.

MANCA. Rimanendo nel campo della strategia politica, non quella apparente bensì quella sostanziale di base, lei Presidente sa bene che i termini atlantismo, filosovietismo, antisocietismo, filocomunismo ed anticomunismo sono stati spesso usati negli ultimi cinquant'anni della nostra storia. A me piacerebbe conoscere quali di questi termini, a suo parere, facevano veramente parte del credo democristiano. In altri termini, alla Dc interessava di più perseguire una politica antisovietica o anticomunista?

COSSIGA. Direi che alla Dc interessava molto di più perseguire una politica antisovietica che anticomunista, perché la Dc stessa ha proseguito nel suo atlantismo - e quindi nella sua politica antisovietica - nel momento in cui cominciava il dialogo con il Partito comunista, parte della Dc - me compreso ha sempre creduto che in realtà il Partito comunista italiano per la sua natura, per la sua storia e per la volontà di alcuni suoi capi fosse cosa diversa da tutto l'universo dei Partiti comunisti o che comunque fosse costretto a diventarlo. La Bolognina non è una cosa che accade così, l'ultimo congresso del Pds non è una cosa che sarebbe potuto accadere se il Partito comunista non fosse stato quello che era. Ecco perché quando un dirigente attuale del Pds ha dichiarato di non essere mai stato comunista gli ho risposto che di lui non mi fidavo perché non sapevo che cosa fosse. Per carità, si tratta di una batttuta. Senatore Manca, tenga presente che con queste domande lei mi porta in un'epoca in cui ero notoriamente della sinistra democratica cristiana ed ero notoriamente sostenitore della politica di riavvicinamento del Partito comunista italiano. Poi, su questa mia posizione, per eventi che non imputo a nessuno, si è addensata tanta polvere. Le sto rispondendo come le avrei risposto - con assoluta coerenza - anni fa.

PRESIDENTE. Lei ha detto della possibilità che una parte dell'Amministrazione americana - non dico tutta - potesse privilegiare una soluzione tipo quella dei colonnelli greci ove ci fosse stato un concreto pericolo che il Partito comunista assumesse il comando.

COSSIGA. Dirò di più: ritengo che, salvo alcuni casi dove poi tutto è stato riportato all'ordine - perché gli Stati Uniti hanno la grandissima capacità di sanzionare le deviazioni dei loro Servizi di sicurezza molto rapidamente, anche a costo di scoprirli - proprio l'Amministrazione americana in quanto tale, nei suoi piani globali per motivi strategici comprensibili data la posizione geografica, la presenza del Vaticano, tra una soluzione autoritaria ed una soluzione di instaurazione legale di un regime a guida comunista nel nostro paese, preferisse la prima. Non mi meraviglierei se trovassimo dei piani in questo senso.

PRESIDENTE. Di questo le do atto. Ma volevo dirle che il presidente Andreotti, sia pure nel modo in cui lui parla, perché va ricostruito il suo pensiero nello sminuzzamento di tanti piccoli episodi quotidiani, ha detto una cosa che a me è sembrata molto importante: uno dei meriti storici della Dc è stato anche quello di prevalere su interessi del proprio elettorato che potevano avere un momento di coincidenza con questo atteggiamento dell'Amministrazione americana; cioè che vi era una parte dell'elettorato, e direi del ceto dirigente italiano, che tra il valore della democrazia ed il pericolo di un Governo democratico a guida comunista era consentaneo a prevedere semmai una scelta di tipo autoritario.

COSSIGA. Non ne dubito assolutamente. Credo che uno dei meriti della Democrazia cristiana, nella sua funzione di partito nazionale, sia stato quello di impedire la costituzione di un partito di Destra eversiva nel nostro paese.

PRESIDENTE. Facendo forza su spinte che venivano dal suo elettorato?

COSSIGA. Non tanto dal suo elettorato quanto da parti della classe dirigente del nostro paese.

PRESIDENTE. Il senatore Andreotti, ad esempio, è rimasto colpito dalla partecipazione di De Biase a quel convegno dell'Istituto Pollio di cui parlavo prima.

COSSIGA. Io non lo enfatizzerei molto. Certamente però vi era una parte del ceto diligente italiano, che non si è mai identificato col ceto politico e che non ha avuto mai, a differenza che in altri paesi, un canale di comunicazione con...

PRESIDENTE. Diciamo che credeva nella democrazia finché questa non confliggeva con i suoi interessi.

COSSIGA. Non solo con i suoi interessi economici, ma anche ideali, in questa chiave di civiltà occidentale che, non a caso, fu termine molto usato da gruppi di estrema destra, in un quadro culturale che è quello dei fascismi europei con cui noi avevamo poco a che fare.

MANCA. Adesso una domanda che mi compete, e indubbiamente la preghiera dell'aviatore lo fa capire, riguarda Ustica. Sulla vicenda di Ustica il giudice Priore ha detto più volte in Commissione di avere incontrato da parte dell'Aeronautica militare, o perlomeno da parte di molti suoi ufficiali, una reticenza e anche, addirittura, una mancanza di collaborazione spinta. Lei non ritiene che questi casi siano, in definitiva, poco conciliabili con la elevata attenzione che le autorità politiche avranno certamente suggerito alle autorità militari, in considerazione anche del fatto che la tragedia ebbe una vasta eco in Parlamento, già fin dal 1980? Volevo sapere se trova qualcosa di strano o se addirittura non crede in questa reticenza o in questa mancanza di collaborazione da parte delle autorità militari, pensando che sia tutto frutto di un malinteso.

COSSIGA. La grande fiducia e stima che ho nel giudice Priore, nella sua intelligenza e nella sua posizione anche politicamente moderata, come è noto, mi deve indurre a ritenere che quanto egli afferma nei confronti di alcuni quadri dell'Aeronautica militare sia vero. Teniamo presente che poi vi sono stati alcuni aspetti che sono stati esagerati. Mi basta pensare a quanto è accaduto al mio ex consigliere militare e poi Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, generale Stelio Nardini, il quale, come lui mi ha detto con molto garbo, si è visto mettere la casa sottosopra dalla Digos, si è visto sequestrare un sacco di documenti e che si è dovuto dimettere da commissario dell'Anav. Poi tutto è stato archiviato perché non c'era a carico suo alcun reato. Può darsi che questo sia accaduto, e che alla fine dell'inchiesta di Priore accada lo stesso anche nei confronti di altri. Penso pure al Capo di stato maggiore dell'Aeronautica che poi è diventato Capo di stato maggiore della difesa.

MANCA. Bartolucci.

COSSIGA. Quando io penso a Bartolucci, a ciò che nell'ambito di una coloritura politica poteva essere Bartolucci, mi sembra strano. Io credo che, però qui bisogna attendere i risultati dell'inchiesta e vedere cosa c'è; se si dovesse scoprire che è stato un missile americano ad abbattere il DC9, si può pensare che un malinteso senso di solidarietà atlantica abbia spinto la gente a nascondere questo fatto.

MANCA. Per tanti anni e nonostante tutto?

COSSIGA. Questo non mi meraviglierebbe. Non mi meraviglierebbe perché noi non teniamo conto di come in molti anni l'atlantismo non sia stata una scelta politica ma etica.

MANCA. Sì, sì, capisco.

COSSIGA. Non è stata una scelta politica, ma etica. Come una scelta etica sta dall'altra parte. Dobbiamo tener conto di questo che poi a mio avviso è la chiave di interpretazione anche della P2. Ma questo è un altro discorso.

PRESIDENTE. Anche su questo siamo d'accordo.

COSSIGA. Io non conosco i documenti. Ricordo però cosa dissi io. E mi dispiace che non sia adesso presente la cara signora Bonfietti con la quale sono stato sempre in ottimi rapporti. E una delle persone che era in maggiore buoni rapporti con lei era anche il mio consigliere militare Nardini. In parte la lettera in cui dissi che era inconcepibile che non si ripescasse il relitto per motivi di bilancio era scritta da lui che aveva il tecnicismo per farlo.

MANCA. Certo.

COSSIGA. Quindi io non sono in grado di sapere se si sia trattato di bomba o di missile e francamente non mi metto a discettare di cose che non conosco e che non so. C'è una cosa però che posso dire: non ho mai compreso, tanto è vero che ne feci oggetto di una furibonda dichiarazione stampa e forse di un'interrogazione, tutta la faccenda dell'interpretazione dei tracciati radar.

MANCA. Che si è conclusa.

COSSIGA. E certo che si è conclusa. Perché io sono pronto a giurare che il codice lo avevamo noi, non la Nato.

MANCA. No, no.

COSSIGA. Non è esistita mai una rete radar Nato gestita da supposti militari della Nato. Esisteva una rete Nato che era l'integrazione delle reti nazionali.

MANCA. Certo! Con codici Nato però.

COSSIGA. E ognuno aveva il codice proprio.

MANCA. No, Presidente, non è così.

COSSIGA. Va bene, aveva il codice Nato che probabilmente veniva cambiato...

MANCA. Ma sempre dall'autorità Nato, non dall'autorità nazionale.

COSSIGA. Certo. Ma se il Governo italiano avesse voluto violare l'obbligo del segreto, avrebbe potuto decifrare i tracciati Nato dando ordine, sotto la sua responsabilità internazionale, alle autorità militari di farlo.

MANCA. E allora perché non lo hanno fatto? Secondo me non è avvenuto perché non potevano farlo. Sarebbe stato uno scandalo internazionale se fosse successo.

COSSIGA. Sa perché non lo hanno fatto a mio avviso? Sa la resistenza della Nato a che cosa si deve? Vado in base alle mie conoscenze di quella organizzazione. Si deve a due motivi: anzitutto perché rendere noti i codici, la loro decifrazione, significa aprire una breccia enorme nei codici stessi.

MANCA. Certo.

COSSIGA. In secondo luogo perché cambiare i codici sarebbe costato alla Nato un sacco di quattrini.

MANCA. Su questo siamo d'accordissimo

COSSIGA. I motivi sono questi. Non so come abbiano fatto adesso a riuscire. Devono aver trovato il modo di evitare la spesa. E poi, intendiamoci, adesso il pericolo ad Est è venuto assolutamente meno. Noi abbiamo al nostro confine nazioni più atlantiche di noi: l'Austria, la Slovenia, l'Ungheria, la Polonia; e mi duole molto che non abbia vinto di nuovo il partito post-comunista polacco, che è il partito più atlantista che esiste in Polonia.

FRAGALA’. Oltranzista.

COSSIGA. Io credo che il tutto sia dovuto in parte ai militari, in parte ad equivoco e per altra parte - è una cosa inspiegabile - alla paura di scoprire l'alleanza atlantica, o di scoprire l'alleato americano, meno alla paura di scoprire l'alleato francese perché verso l'alleato francese si sentono meno vincoli etici che non verso l'alleato americano e poi naturalmente all'obbligo del segreto da cui i militari dell'Aeronautica non sono mai stati disciolti. Quando il contrasto si è fatto alto invitai il Governo, così come si era fatto per il segreto riguardante Stay behind, ad avere il coraggio di fregarsene di questo segreto.

MANCA. Era un'altra cosa.

COSSIGA. Sì ma l'abbiamo violato. Ugualmente invitai a dare ai militari l'ordine di decrittare loro i tracciati. Oppure l'altra mia proposta era che i politici italiani prendessero essi visione decrittata dei tracciati Nato dichiarando al Parlamento se avesse o no rilevanza ai fini dell'inchiesta.

MANCA. Può darsi che alla fine si sia poi seguita questa soluzione.

PRESIDENTE. Comunque a questo si sta arrivando.

COSSIGA. Io vado in base alle conoscenze che ho dell'Alleanza atlantica.

MANCA. Mi rendo conto. Tenevo però ad avere un chiarimento perché all'inizio lei ci stava facendo capire che la violazione del segreto Nato può essere decisa da altri che l'organismo Nato. L'organismo nazionale non c'entra niente. Se lo fa commette una grave infrazione internazionale, con caduta del suo prestigio.

PRESIDENTE. Sono d'accordo con il presidente Cossiga: il Governo italiano avrebbe potuto tempestivamente sciogliere dal segreto militare o fare quanto altro è stato detto, assumendosi la responsabilità internazionale.

MANCA. Ho capito. Dunque il segreto sarebbe rimasto nell'ambito dell'autorità politica.

PRESIDENTE. Sono del parere che il segreto Nato non è una forma più elevata del segreto di Stato.

COSSIGA. Implica responsabilità internazionale.

PRESIDENTE. Certo in conseguenza della violazione.

COSSIGA. Tanto per intenderci, la classifica di segretezza Nato non può essere data da un'autorità nazionale ma da un'autorità Nato o in conformità alle istruzioni della Nato.

MANCA. Non significa che sia più o meno importante: è il soggetto che è diverso. Avrei domande a non finire da rivolgere al presidente Cossiga ma voglio dare spazio anche agli altri colleghi. Le voglio rivolgere un ultimo quesito che è più che altro una curiosità che non le avrei rivolto all'inizio ma lo faccio adesso soltanto adesso perché ho capito come lei legge gli avvenimenti. Mi scuserete ma è una domanda sulla mancata audizione di Craxi ad Hammamet. E’ accertato che Craxi non è ammalato o almeno la gravità della sua malattia non è tale da impedire l'audizione: secondo lei dobbiamo credere ad una difficoltà del Governo tunisino a ricevere quindici parlamentari e decine di giornalisti, con un'eco molto vasta, oppure ritiene che ci siano state pressioni, non si sa da parte di chi e per quale motivo, affinché non si tenesse l'audizione di Bettino Craxi. Lei crede che ci sia qualcuno che non voglia che Craxi parli o si tratta di fatti molto più semplici ed elementari di quanto si possa pensare.

COSSIGA. Esprimerò la mia valutazione sulla base di quanto ho letto ma anche in base ad un fatto che so e per il quale ho elevato urla che forse non sono giunte fino qui, ma senz'altro dentro il Ministero degli esteri. Non lo dico perché presto o tardi tanto si viene a sapere, ma perché ritengo doveroso farlo.

PRESIDENTE. E noi di ciò la ringraziamo.

COSSIGA. Possiamo pensare ad un mutamento di umore e di giudizio di Bettino Craxi. Conosco Craxi, ne ho grande stima e gli sono amico. Su altri aspetti non entro finché non saranno chiariti definitivamente. Non ho mai avuto difficoltà ad alzare il telefono e chiedere notizie sulla sua salute ancorché sapessi benissimo di essere intercettato da quella parte. Non avrei dovuto esserlo, perché sono solito dire che la comunicazione è coperta dal comma 2 dell'articolo 68 della Costituzione, ma alcune procure ritengono che siamo esenti da intercettazioni soltanto quando chiamiamo noi e dalla nostra abitazione: hanno introdotto l'idea dell'immunità dell'apparecchio, dell'utenza e non del parlamentare: è stato intercettato anche il Capo dello Stato, figuriamoci se non possiamo esserlo noi. Però è politicamente corretto lamentarsi dell'intercettazione telefonica salvo che siano fatte da alcune procure. Ad esempio, se la fa la Procura di Caltanissetta si può sparare contro di essa liberamente perché notoriamente non è assistita dallo spirito santo mentre lo sono altre vicine a quella di Caltanissetta.

MANCA. Ci faccia un esempio delle procure assistite dallo spirito santo.

COSSIGA. Dovrei avere la carta geografica per vedere quali sono quelle vicino a Caltanissetta. Può darsi dunque che il Governo tunisino abbia avuto paura di essere in certo qual senso coinvolto in fatti che riguardano il nostro paese, che si risollevasse il problema dell'asilo politico, che in ogni caso non abbia voluto scocciature. C'è anche una tesi giuridica: le Commissioni di inchiesta hanno il potere dell'autorità giudiziaria ma non sono tali, quindi vanno a svolgere negli altri paesi un'attività politica che non considerano giudiziaria e questo può essere un altro motivo. Adesso dirò quanto mi sarebbe potuto capitare. Un imprudente ragazzo del Ministero degli affari esteri, di cui non faccio il nome, parlando con - credo - esponenti dei partiti attualmente al Governo ha detto che dell'affare dell'audizione si era occupato il vice direttore generale dell'emigrazione e degli affari sociali che, guarda caso, era stato mio collaboratore al Quirinale: si tratta del ministro Caracciolo il quale se ne era occupato dal punto di vista burocratico. Ma lei pensi, se la cosa fosse filtrata in questo modo, quanti avrebbero detto che avevo utilizzato il mio ex collaboratore per condurre un'operazione di questo genere. Essendone stato informato a posteriori ho alzato il telefono ed ho coperto di notazioni critiche molto vivaci un tal modo di fare. Debbo dire che le autorità politiche hanno praticamente chiesto scusa al mio ex collaboratore per l'incauto atteggiamento di questo ragazzo. Si capisce come si può finire nei pasticci e come l'imprudenza talvolta può condurre a tali fatti. Sono convinto che se la Commissione insisterà avrà la meglio e ritengo che a questo punto sia indispensabile perché, specialmente dopo che è stato riferito che Craxi avrebbe detto di avere appreso dai coniugi Leone quale era la prigione di Moro, non si può lasciare sospesa tale questione. Teniamo conto che come Ministro dell'interno fui sollecitato da ambienti vicino alla famiglia Moro a mettere sotto controllo l'ambasciata della Cecoslovacchia: il che era una grande stupidagine. Durante quei 55 giorni abbiamo fatto di tutto: ho messo a disposizione un aereo dello Stato ai dirigenti della Dc perché andassero ad interrogare il veggente di Amsterdam; ho avuto dalla direzione del Pci nastri con registrazioni di veggenti perché non si sa mai se attraverso di essi venivano filtrate altre cose.

MANCA. A proposito di veggenti, non ha approfondito la questione della seduta spiritica a cui partecipò Prodi?

PRESIDENTE. Cossiga è del parere che solo in un paese come l'Italia lo spiritismo diventa verità giudiziaria: anticipo io la sua risposta.

COSSIGA. Se lei vuole, se questa è una domanda; glielo racconto; lasci fare le domande a lui. Ecco, ho voluto raccontare spontaneamente questo episodio, senza fare il nome dell'incauto ragazzo, per dire come nel nostro paese un atteggiamento incauto può provocare danni.

MANCA. La ringrazio, signor Presidente.

MANTICA. Signor Presidente, io credo doveroso fare una brevissima presentazione di chi le parla, perché forse le domande che ho da farle si giustificano se lei pensa che io ho cominciato la mia attività politica nel 1956 nelle file del Movimento sociale italiano; ho continuato questa attività, fino a diventare senatore di Alleanza nazionale e non ho nulla di cui pentirmi nel mio passato di uomo del Movimento sociale italiano.

COSSIGA. Grazie a Dio.

MANTICA. Però devo dire che come uomo politico e come attore, in qualche caso, di alcune vicende, per mia sfortuna pare, da come pensa il presidente Pellegrino ...

COSSIGA. Chiedo scusa, volevo dire una cosa. Io non ritengo di poter individuare in nessuno degli attuali dirigenti della politica del nostro paese, diciamo a livello di responsabilità governativa, un qualunque interesse ad impedire l'audizione dell'onorevole Craxi e non mi sembra, diciamolo sinceramente, in un'ottica complottista un interesse ... le sembra che io sia persona che con tanti chiari di luna ... anche perché francamente io stesso ho interesse a capire che cosa mai Craxi abbia voluto dire. L'idea che la famiglia Leone fosse depositaria di un siffatto segreto e non ne abbia fatto parte le autorità; ma lei crede che se ne avesse fatto parte, in una struttura come quella italiana in cui si è fatto un casino -scusate il termine - per Gradoli, sarebbe rimasto segreto il fatto che noi sapevamo dov'era la prigione di Moro e non l'abbiamo utilizzato? Io sarei davanti al tribunale dei Ministri e al tribunale ordinario ormai da anni.

MANTICA. Dicevo però che credo sia venuto il momento, anche perché questa Commissione fa politica ed ha ragione lei quando, parlando del presidente Pellegrino, dice che questa Commissione tenta di dare un'interpretazione politica agli avvenimenti; ma credo che questo sia anche doveroso. Che poi si possa condividere o meno la linea del presidente Pellegrino, ciò riguarda un'altra questione e francamente anch'io devo capire dove va a parare la linea politica del presidente Pellegrino. Torno però alla prima domanda. La Prima Repubblica, lei lo ha orgogliosamente rivendicato, aveva un valore fondante - l'unità nazionale antifascista - ed è in questa logica che lei per esempio ha mostrato, direi con grande coerenza, una simpatia quasi più per il Partito comunista che per il Partito democratico della sinistra. In questa Prima repubblica, in cui era presente tale valore fondante, esisteva però anche il Movimento sociale italiano che, di primo acchito, sembrerebbe un corpo anomalo rispetto a quella realtà. C'è una prima domanda che vorrei rivolgere a lei come cultore di queste cose, non certo come protagonista, perché è una domanda che si riferisce al periodo 1945-1946. E’ ormai accertato - lo avete ripetuto anche stamattina - che in quegli anni esistevano due Strutture clandestine, o paramilitari, o comunque delle armi controllate dal Partito comunista e dalla Democrazia cristiana o dai partigiani bianchi. Io credo, non svelando alcun segreto, che vi fosse un terzo sistema di deposito di armi in quegli anni. Le carte non sono ancora chiare perché evidentemente, forse, in questo paese tranne Renzo De Felice alcune attenzioni, in questa unità antifascista, a quello che era avvenuto dall'altra parte non vi sono state. Io però posso immaginare che i Servizi segreti della Repubblica sociale italiana, cioè di uno Stato (giusto o sbagliato, legittimo o illegittimo, aveva i poteri di uno stato) si siano preoccupati alla fine non tutti erano convinti che il ridotto della Valtellina sarebbe stato una cosa seria; e questo è agli atti di una riunione ...

COSSIGA. C'è un bel libro del povero Pisanò sul ridotto della Valtellina.

MANTICA. Il libro di Pisanò l'ho letto; devo dire, ma è molto personale, che su questo di più si trova nel libro "Fascismo repubblicano" di Romualdi, che partecipa all'ultima riunione nel marzo del 1945 a Garniano e insieme ad altri esterna alcuni dubbi su questa ipotesi. Viene però avanzata l'ipotesi di una capacità di presenza sul territorio nazionale (non della Repubblica sociale italiana, ma italiano) di una rete clandestina; qualcuno l'ha chiamata "Uova di Struzzo"; nel giornalismo più che nella storia, viene chiamata la rete delle uova di struzzo, quella che da un lato può essere immaginata come una rete di salvaguardia di chi andava incontro ad una situazione difficile con la fine della guerra, e dall'altro può anche essere immaginata come una rete capace di essere uno strumento di battaglia politica in una vicenda ancora delicata come quella di quegli anni. C'è ormai anche qui una certa diffusione di notizie - e qui arrivo al cuore della domanda - c'è un attentato all'ambasciata di Israele a Roma nel momento in cui attentati analoghi avvengono sul territorio dell'ex Palestina. Siamo in quegli anni in cui pare che le armi e gli esplosivi vengano forniti agli attentori dell' Haganà da queste organizzazioni clandestine risalenti alla Repubblica sociale italiana. La domanda, allora, è la seguente: per quello che lei sa, che ha saputo e che può immaginare, questa struttura che ruolo gioca fino al 1948? Fa parte dei vincitori o dei vinti? Chi la usa e come? Siamo all'amnistia Togliatti; che viene concordata tra il Ministro di grazia e giustizia e un latitante ufficiale in quel momento perché condannato a morte, perché ricercato, eppure c'è l'accordo. C'è il referendum monarchico e certamente queste strutture che vengono dalla Repubblica sociale italiana molto monarchiche non sono, per ovvi ed evidenti motivi, e quindi c'è anche un tentativo di acquisire un consenso. A lei risulta, ha mai sentito parlare di una struttura che viene usata, da chi, dal Governo italiano, da alcune forze politiche italiane, a scavalco viene utilizzata dai Servizi segreti americani; può essere immaginata come l'ultimo baluardo. Perché da ciò, come lei può immaginare, può nascere tutta una logica che si sviluppa nel tempo e si modifica: non ci sono più le armi, non ci sono più i depositi, restano alcuni legami, conoscenze perché poi tutto questo si basa su tale tipo di realtà. Questa è la prima domanda.

COSSIGA. Allora mi lasci rispondere. Io debbo dire che di questa struttura non sapevo niente e nessuno mi ha mai detto niente; al Ministero dell'interno non è stata assolutamente presa in considerazione, nessuno mi ha mai fatto un briefing su questa struttura. Esisteva soltanto un'eversione di destra; l'unica prova di tentativo di uccisione e di rapimento del sottoscritto fornitami dall'autorità giudiziaria evidentemente non si deve imputare alle Brigate rosse, ma ai Nar.

MANTICA. Sto parlando, Presidente, di qualcosa di molto più lontano.

COSSIGA. Lo avrei saputo. Poi esisteva un mondo, diciamo così, dell'eversione di destra. Ordine nuovo, eccetera, tutto questo mondo. Devo dire a questo proposito che bisogna riconoscere al Movimento sociale italiano un merito: che con la sua costituzione ha cercato - non so se lo abbia fatto volontariamente, ma è stato questo certamente un risultato - di dare un orizzonte politico ad una molteplicità di persone, di soggetti specie derivanti dalla Repubblica sociale, che altrimenti sarebbero potuti andare ad ingrossare le file dell'eversione di destra. Quello che so in modo preciso è che una preoccupazione permanente di Almirante era quella di impedire la contaminazione e, diciamo così, purificare, convertire tutta questa gente o, qualora non fosse possibile, di reciderla totalmente dal corpo del Movimento sociale. Per quanto ricordo io della storia, diciamo, i fascisti della Repubblica sociale - che poi chiamarli fascisti è un modo di dire improprio, perché la Repubblica sociale è stata cosa diversa dal fascismo - non si considerarono vincitori né certamente si considerarono vincitori il 18 aprile; forse si considerarono vincitori quando fu battuta la monarchia e vinse la Repubblica. E non erano precisamente filoatlantici e filoamericani: non dimentichiamoci che vi è stato un periodo in cui nella destra della Repubblica sociale postfascista vi era più un atteggiamento terzaforzista che non un atteggiamento atlantico. Nella strategia generale, della quale ho fatto cenno, del mondo occidentale, nella quale noi contavamo pochissimo; e qui bisogna dire una volta per tutte, noi ci rendiamo conto che siamo ed eravamo una media potenza, e forse adesso siamo una media potenza più che all'interno del mondo occidentale, con il mondo diviso, perché allora eravamo decisamente una piccola potenza. Adesso possiamo cominciare ad avere una politica estera, però allora la nostra politica estera aveva dei punti di riferimento ben fissati: l'America, la Comunità europea, l'Alleanza atlantica - io non potrei assolutamente escludere che vi fossero rapporti tra i servizi del mondo occidentale ed i frammenti che erano rimasti della Repubblica sociale italiana, utilizzati probabilmente nei più diversi modi. Ciò che lei mi dice, di forniture di armi all'Haganà, poteva essere fatto solo da chi avesse compiuto una scelta di campo occidentale, perché altrimenti comprenderei di più una fornitura di armi ai palestinesi che non ai membri dell' Haganà, se me lo consente. Quindi, di tutto ciò io non so nulla; faccio considerazioni generali, sempre nell'ambito di quella grande considerazione che faccio e nella quale rimango fermo, che cioè il mondo occidentale (diciamo così) tra il mantenimento di un regime democratico convenzionale in Italia a guida comunista ed un regime autoritario avrebbe scelto il regime autoritario; o meglio avrebbe tentato di sceglierlo, poi, a mio avviso, non ci sarebbe riuscito.

PRESIDENTE. Io trovo che quello che ha detto il collega Mantica, al quale successivamente devo una risposta, abbia però grossi connotati di realismo, perché in realtà trova un pendant istituzionale nella forte utilizzazione che anche Scelba fa di elementi che venivano dall'Ovra.

COSSIGA. Mi scusi, ma devo intervenire. La questione dell'Ovra rappresenta un discorso completamente diverso.

PRESIDENTE. Perché?

COSSIGA. L'Ovra con il Partito fascista contrariamente a quello che crede la gente non ha a che vedere niente. (Commenti). L'Ovra non è l'opera volontaria repressione antifascismo; l'Ovra è il servizio investigativo politico, formato di poliziotti bravissimi (Pertini mi diceva: io mi accorgevo di quando venivo interrogato dall'Ovra e quando venivo interrogato dai poliziotti normali, e voi incapaci non siete riusciti a creare un altro Ovra, un altro servizio così efficiente). Che l'Ovra venisse conglobata è una cosa abbastanza naturale; teniamo presente che quando il regime dovette far assassinare i fratelli Rosselli si rivolse al servizio militare e che arrivò dal presidente del Sip, il servizio investigativo politico (così si chiama; fu istituito con decreto-legge a Parigi) una reprimenda di questo tenore: siete una manica di matti e come al solito vi siete messi nelle mani di una manica di incompetenti; queste erano due brave persone che non facevano male a nessuno, e che godono di tante estimazione che la condanna che ne deriverà nei confronti del regime sarà durissima. Quindi l'assorbimento dell'Ovra non deve meravigliare; erano dei poveracci.

MANTICA. La ringrazio della risposta; io credo che questo sia un filone che avrà un seguito, perché non è tanto quello delle armi che restano, ripeto quanto invece quello di un certo tipo di cultura. Il presidente Cossiga ha ricordato giustamente il grande dibattito avvenuto nel Movimento sociale italiano sull'adesione o meno alla Nato, che si risolve poi con un'accettazione da parte del partito dell'adesione, con grandi contrasti interni; allora giocò un grande ruolo Filippo Anfuso, che era stato ambasciatore.

COSSIGA. Non che era stato ambasciatore, ma perché era stato ambasciatore.

MANTICA. Veniva da una scuola diversa da quella strettamente politica, oltre ad essere un grande uomo politico. Vengo ora alla secondo domanda. Lei ha fatto un'affermazione molto precisa prima, e questo, devo dire, mi ha lasciato molto perplesso perché la sua affermazione era netta, ho qualche dubbio, ascoltando alcune audizioni, l'ho avuto. Lei ci ha parlato di Gladio, ha sostenuto che la struttura di Gladio era assolutamente congruente con il sistema di Alleanza atlantica ed ha escluso nettamente che accanto, a fianco, sotto, di lato alla struttura di Gladio vi fossero delle strutture più o meno clandestine, più o meno parallele.

COSSIGA. Non l'ho escluso; non lo so.

MANTICA. Allora chiedo venia: perché invece da un ragionamento qui esposto sia dal giudice Arcai sia dal generale Delfino era apparso abbastanza chiaro che il Mar (Movimento di azione rivoluzionaria) di Fumagalli qualche tipo di rapporto, di parentela con queste strutture o con le formazioni partigiane bianche lo avesse avuto.

COSSIGA. Lui era un noto partigiano verde, decorato anche al valor militare.

MANTICA. Sui partigiani so poco, Presidente: faccio fatica a distinguere fra i rossi e i bianchi, i verdi mi mettono in imbarazzo.

COSSIGA. Glielo dico io. Fumagalli era un famoso capo partigiano.

MANTICA. Sì, ma lei ha parlato di partigiani verdi.

COSSIGA. C'erano i bianchi, i rossi e i verdi.

FRAGALA’. E anche gli azzurri.

MANTICA. Un'ultima domanda, che ha un valore politico ma anche simbolico in questo momento. Lei in qualità di Presidente del Consiglio disse all'indomani della strage di Bologna che la matrice della strage era chiaramente fascista.

COSSIGA. E ne chiesi scusa.

MANTICA. Gliene do atto. Tempo dopo, nel 1992, lei ebbe l'occasione, parlando con esponente dell'allora Movimento sociale italiano, di presentare pubbliche scuse alla destra e aggiunse anche che era stato fuorviato ed intossicato da informazioni dei servizi e dal clima del momento. Lei sa che per questa strage in questo momento scontano l'ergastolo Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, i quali non hanno mai chiesto nulla in merito alla loro situazione giudiziaria, se non di togliere questa macchia: non chiedono altro se non di essere rigiudicati per la strage di Bologna negando di avere ogni rapporto con essa. Signor Presidente, visto che lei ha avuto il coraggio di cambiare opinione e quindi devo pensare che, come ha avuto informazioni prima, ha avuto informazioni dopo per chiedere scusa, ritiene che la sentenza ultima di Bologna sia da ridiscutere, da rivedere; che sia giusta, che sia sbagliata?

PRESIDENTE. Il presidente Cossiga ha già espresso un giudizio molto chiaro su quella sentenza.

COSSIGA. Se vuole, non ho difficoltà a dirglielo. Anzitutto, debbo dire che l'ascrivere alla categoria di fascisti gli stragisti di Bologna, ancorché fossero il Fioravanti e la Mambro, è una cosa altrettanto ingiusta quanto l'andare nella zona del triangolo rosso e mettere una lapide in ricordo degli 82 parroci uccisi dicendo: trucidati dai comunisti. Errore; così come nel monumento che io spero sarà eretto a Porzus è un errore scrivere che le vittime sono state trucidate dai partigiani comunisti. Debbo dire che il depistaggio per il quale sono stati condannati agenti del Sismi...

PRESIDENTE. Musumeci e Belmonte.

COSSIGA. …era un depistaggio per far vedere che loro contavano. Altrimenti, si immagini se non li avrebbero trascinati dentro e condannati per favoreggiatori o coautori della strage! Hanno agito, così come hanno fatto molte volte i nostri servizi di informazione, ponendo in essere dei grandi pasticci, e così agendo si sono creati dei grandi pasticci. Le dico che chi è venuto da me - e mal me ne incolse! - a testimoniare moralmente a favore della Mambro e di Fioravanti sono stati esponenti della sovversione di sinistra.

PRESIDENTE. E’ noto.

COSSIGA. Tanto è noto che su questo fatto - comprendo questi doloranti partecipanti dell'Associazione delle famiglie delle vittime di Bologna - mi sbatterono sul famoso manifesto "Wanted", considerandomi mandante della strage. E a chi chiedeva loro spiegazioni rispondevano: così lui impara a parlare con questi e a dire che loro due non sono i responsabili di tale strage. Guardi come mai si può pensare di andare a ricevere notizie dalla sovversione di sinistra in libertà provvisoria o cose del genere, e finire poi sbattuti sui manifesti e accusati in piazza davanti ad autorità dello Stato di essere mandanti della strage di Bologna! Meglio avrei fatto se avessi frequentato direttamente esponenti dell'eversione di destra: forse mi sarebbe successo di meno. Lei, senatore Mantica, chiede una mia opinione in merito. Le rispondo che innanzitutto la contraddittorietà esistente tra le varie sentenze è un qualcosa che balza agli occhi. Io sono rimasto molto più convinto dalle sentenze di assoluzione che non da quelle di condanna, anche perché quello di queste ultime appartiene molto di più ad un ragionamento di carattere storico-politico che non di carattere giudiziario. L'elenco delle stragi che hanno compiuto gli estremisti di destra non sarebbe stato ammesso in nessuna corte di nessun paese diverso dal nostro come prova che quelli sono gli stragisti. Si immagini se ciò può accadere in una corte americana.

PRESIDENTE. Di questo mi dà atto di aver detto qualche parola nella relazione!

COSSIGA. Certamente, tanto è vero che non l'ho criticata; se vuole che gliene dia atto pubblicamente lo posso fare. Se avessi dovuto darle atto di tutte le cose giuste che ha scritto, ne starei ancora parlando! Inoltre, non riesco facilmente a comprendere perché i due avrebbero dovuto fare una strage di quel genere e quale utilità ne sarebbe derivata al loro movimento e alla loro impostazione. Questi non erano due stupidi, perché avevano ucciso altra gente. Che cosa ha significato quella bomba se non uno scatenamento poliziesco e politico contro l'estremismo di destra e contro la destra in generale? Per carità, questa è la mia opinione, perché i magistrati avranno avuto le loro ragioni. Mi preoccupa soltanto l'indicazione di tutte le stragi fatte dall'estrema destra come prova nei confronti di quella strage. Questo è un modo di ragionare del quale avrei paura, tant'è vero che se dovessi essere condannato per qualche cosa, sinceramente non vorrei andare dinanzi a quella sezione della Corte di cassazione; e ovviamente sconsiglierei a ciascuno di voi di andarci.

PRESIDENTE. Prendo atto di queste sue dichiarazioni: una cosa è la valutazione giudiziaria, altra è la valutazione che possiamo fare dal nostro punto di vista. Pur avendo scritto alcune cose su quelle sentenze...

COSSIGA. Mi scusi, ma finché ci troviamo con un regime che si allontana dallo Stato di diritto - ma cerchiamo di farlo allontanare meno possibile -, sto fermo alle sentenze della Cassazione, anche se le posso criticare.

PRESIDENTE. E mi sembra giusto. Diciamo che in quella sentenza della Cassazione non solo ci sono fatti lontani compiuti dalla destra eversiva - ad esempio, da Freda -, ma anche episodi più vicini alla strage di Bologna che non ebbero esito sanguinoso perché poi non riuscirono gli attentati, ma di cui persone politicamente vicine alla Mambro e a Fioravanti si sono in seguito riconosciuti colpevoli.

COSSIGA. Meno male che l'ho trattata male, perché se domani colloco una bomba e dicono che le sono vicino, lei avrebbe potuto passare dei guai!

PRESIDENTE. Però, le vorrei rivolgere un'altra domanda. Lei allora era Presidente del Consiglio. In questa sede è venuto il prefetto Parisi, capo della Polizia, e ci ha detto che gli attentati terroristici sono sempre dei messaggi. Addirittura lui creava un collegamento fra le stragi di Ustica e di Bologna, dicendo che la prima era stata un messaggio, non era stata percepita perché prevalse la tesi del cedimento strutturale, per cui il messaggio è stato replicato a Bologna in maniera più sanguinosa. Lei era allora Presidente del Consiglio e quindi non penso che nel 1980 ci potesse essere chi in Italia pensava ad un'involuzione autoritaria dell'ordinamento con Pertini al Quirinale; mi sembrerebbe un'ipotesi azzardata. Di conseguenza, quale poteva essere il messaggio, e cosa era in gioco: problemi finanziari, problemi politici? Forse, ad esempio, si voleva rafforzare una svolta del Psi?

COSSIGA. Quando vi fu la strage di Bologna, lei pensi che la confusione iniziale fu tale che la prima ipotesi che si fece è che fosse scoppiata una caldaia.

MANTICA. Anche a piazza Fontana.

ZANI. Sì, ma ci mettemmo dieci minuti, perché fui proprio io a verificare che non vi erano caldaie.

COSSIGA. Dopo di che, le ipotesi che si potevano fare erano due: da una parte, che uno avesse messo le bombe - ma non era cosa facile far questo, innescarle ed andarsene -; dall'altra, che si trattasse invece di un incidente di qualcuno che stava trasportando bombe e che vi sia rimasto esploso sopra. Poiché lo stragismo è proprio dell'eversione di destra e non è mai opera della sovversione di sinistra, perché non si conoscono episodi di stragismo ad opera di quest'ultima, anche su indicazione dei servizi di informazione e degli organi di polizia, subito tutti dissero che era stata la Destra radicale, E allora - in generale tennero conto dell'educazione personale e culturale che avevo avuto in famiglia - questo dire "fascista, fascista" (per me era una cosa imprudente tanto è vero che poi ne chiesi scusa) fu una cosa piuttosto semplice. Tanto è vero che una mia collaboratrice, correggendomi un discorso, mi disse che io condannavo la teoria del complotto e la teoria del politically correct ma dovevo spiegarle perché parlavo sempre di sovversione di sinistra ed eversione di destra. E questo è vero.

FRAGALA’. Perché è "politicamente corretto".

COSSIGA. Esatto, ma non è solo questo il motivo perché la sovversione è una cosa diversa.

ZANI. Il motivo è un po' più fine.

COSSIGA. Tenete presente, che quello è stato un periodo nel quale poi io sono andato rapidamente via per volontà del mio partito, perché i franchi tiratori facevano parte del mio partito e non di altri. Quindi, vi fu un accavallarsi di fatti, quali scioperi, accordi sindacali governati dal Partito comunista, eccetera. Ciò che ha detto il buon prefetto Parisi credo che forse si ricolleghi a quella che chiamo la "teoria zamberlettiana", e cioè che questo fatto si possa collegare ad una matrice libica. Avendo io stretto degli accordi con Malta ricordo benissimo di cosa si trattava; qualche giorno dopo la conclusione di tali accordi fummo costretti ad inviare delle unità navali per proteggere una piattaforma dell'Eni che era stata affittata da Malta. Però, non si può onestamente ritenere che le due cose fossero collegate. Non è che vi fossero state turbolenze o operazioni finanziarie. L'unica cosa importante in quel periodo fu il mio accordo con i tre sindacati, il famoso 0,50 per cento, condannato già da Bertinotti allora e che ebbe la famosa ripulsa del Partito comunista. Il senatore Gerardo Chiaromonte nel suo discorso contro di me al Senato disse: "Siamo noi i rappresentanti della classe operaia e non ci faremo "circuitare" da accordi con i sindacati". Il povero Lama imprudentemente non era andato a Botteghe oscure; allora il sindacato era saldamente controllato dal Partito comunista, poi tutto con la cosiddetta liberalizzazione è andato a finire male con i danni enormi che ne sono conseguiti. Sinceramente non saprei cosa dire. Francamente mi sembra che qui andiamo veramente nella fantasia. Se uno afferma che c'è un collegamento - mi dispiace per l'anima del buon amico Parisí - entra nel complottismo o nella dietrologia. Ma finché non mi convinco del contrario mi sembrano due episodi distinti, uno dei quali secondo la giustizia del mio paese è stato attribuito all'eversione di destra (la cosa mi sembra un po' confusa ma non so quale altra soluzione dare), mentre per l'altro siamo ancora alla bomba o al missile, che sarebbero cose radicalmente diverse. E poi, missile sparato da sotto o sparato in un combattimento aereo? Sono cose totalmente diverse.

MANTICA. Chiedo scusa al presidente Cossiga ma faccio parte della Commissione finanze del Senato e c'è il problema della riforma delle pensioni.

COSSIGA. Perché, hanno riformato le pensioni?

MANTICA. Pare, c'è un maxi emendamento del Governo. Chiedo scusa ma devo lasciare l'aula.

PRESIDENTE. Un attimo solo, senatore Mantica, le devo una risposta. Mi sembra politicamente corretto che lei si domandi quale sia la linea politica che io seguo, però nel rispondere a questo interrogativo la pregherei di non trascurare una possibilità: che io non segua una linea politica ma una linea istituzionale. Questo è un paese che ha pagato un prezzo enorme alle stragi e al terrorismo e penso che spetti alla giurisdizione dire chi è stato, ma che spetti al Parlamento dire perché è successo e perché è successo così a lungo, proprio per arrivare a una storia condivisa e a una riconciliazione nazionale. Non ho difficoltà a dichiarare che questo è il mio obiettivo. Lei può crederci o no: mi auguro che il futuro dei lavori della Commissione la possa convincere di questo.

MANTICA. Mi consenta una brevissima replica. Credo di averle dato atto più volte anche nei miei interventi del giudizio politico della Commissione, anche perché non sono avvocato e quindi non mi interessano i particolari ma la logica della politica. Tuttavia, signor Presidente, non vorrei che avessero vinto le Brigate rosse. E mi spiego: c'è stato il tentativo, che in fondo mi pare riuscito con l'assassinio dell'onorevole Moro, di far saltare, attraverso forse l'uomo simbolo di quella operazione, quello che era in itinere un grande accordo politico tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista che poi ha portato in una seconda istanza a un attacco più deciso alla Democrazia cristiana e quindi al crollo della prima Repubblica. Non vorrei che oggi noi cercassimo la riconciliazione nazionale - ecco il mio dubbio e me lo lasci - non per un motivo profondo, morale, anche di ricucitura della nostra storia ma per ricostruire in questa seconda Repubblica non ancora nata e un po' aliena (perché ancora non ho capito cosa sia) una specie di unità nazionale tra i vinti della prima Repubblica che vorrebbero diventare vincitori, noi compresi come Alleanza nazionale.

PRESIDENTE. Penso che l'audizione di oggi dimostri che questa sarebbe la cosa più difficile.

MANTICA. Vorrei che lo sforzo della Commissione fosse quello di ricostruire una logica della politica per cercare di riportare in questo paese una storia comune, che riconosca a ciascuno il proprio ruolo legittimo e le proprie colpe perché evidentemente vi sono delle responsabilità (lei sa che su questo non credo di avere mai difeso la mia parte a priori).

PRESIDENTE. Di questo le do atto.

MANTICA. Vorrei ci fosse questo sforzo, cioè che non entrassimo nella creazione di un nuovo meccanismo di logica politica (peraltro anche il presidente Violante ha espresso un parere sui ragazzi di Salò), in cui la riconciliazione avesse però un fine strettamente politico e partitico.

COSSIGA. Con tutto il rispetto per il presidente Violante, l'avevo detto prima io in un discorso al Parlamento.

MANTICA. Di questo gliene do atto, anche perché lei sa le simpatie che certi suoi discorsi aprirono nel nostro mondo. Questo è l'unico dubbio, Presidente.

PRESIDENTE. Mi auguro che i successivi lavori della Commissione possano dissiparlo.

MANTICA. Sarò lieto se ciò accadrà.

 

I lavori, sospesi alle ore 15,30, riprendono alle ore 15,35.

 

DE LUCA Athos. Vorrei approfittare dei segni di simpatia che lei, mi ha dimostrato per potere avere delle risposte chiare, anche perché lei ci ha ricordato che è una persona libera, perché non ha più aspirazioni particolari, non è più condizionato e queste sono le condizioni ottimali per dare un contributo di chiarezza su alcuni punti che ci sono sulla storia dello stragismo. Vorrei subito sottoporle una questione, visto che il confronto ha ripreso un canale di tranquillità.

COSSIGA. Quello non era un canale di non tranquillità, dipende dal tipo di argomenti che si trattano. La parte finale di una sinfonia, un crescendo, comporta l'uso di certi strumenti (dai piatti ai timpani, eccetera); quando c'è il pezzo andante o leggero si usano altri strumenti.

DE LUCA Athos. Benissimo, ma io volevo fare una riflessione; c'è una tesi che può essere non condivisa, ma che ho sentito qui avanzare da molti personaggi e che ha una sua legittimità rispetto agli anni dello stragismo. Tale tesi è che in qualche modo la teoria degli opposti estremismi e una strategia della tensione fossero funzionali a un disegno di mantenimento di quella stabilità, di quella sicurezza che stava bene agli americani, da una parte, e alla Dc che era il partito-Stato che governava da molti anni, dall'altra.

COSSIGA. Ci aggiunga anche un altro partito, il Partito comunista.

DE LUCA Athos. In questo senso, se è un quadro credibile e possibile che questi opposti estremismi (da una parte l'estrema sinistra che faceva le sue azioni, dall'altra parte l'estrema destra) fossero funzionali ad un disegno. In questo contesto qualcuno sostiene che fosse nell'interesse dei centri di potere tener vivi questi opposti estremismi lasciando un po' le briglie più sciolte e facendo sì che i giovani con l'utopia di destra e con l'utopia di sinistra fossero strumentalizzati ed in qualche modo anche protetti (perché abbiamo testimonianze di giovani romani che si comportavano violando le leggi mentre la forza pubblica non interveniva, per cui in qualche modo si lasciavano fare). Questo è un disegno che può avere un suo credito? Senatore Cossiga, lei dice: signori miei, è vero che in quegli anni c'era un ceto politico, una classe politica moderata in Italia che prima di vedere i comunisti - usiamo questo termine - al Governo avrebbe preferito la svolta autoritaria.

COSSIGA. Non ho parlato di un ceto politico.

DE LUCA Athos. Ha parlato di un partito politico.

COSSIGA. Ho parlato di una parte del ceto dirigente di questo paese che non è ceto politico. Al convegno dell'Istituto Pollio Rumor, Antonio Segni o Moro non avrebbero mai lontanamente pensato di andare.

PRESIDENTE. Non vorrei mettere in mezzo un nome ma lo debbo fare per dovere istituzionale, perché si tratta di una persona che mi è simpatica. Noi ancora non siamo riusciti ad ottenere la documentazione di una specie di seconda edizione del convegno Pollio a cui partecipò Zamberletti.

COSSIGA. Non mi resta che andare ad un convegno di ex spioni, ma non mi hanno invitato perché mi hanno detto che non era prudente che andassi ad un convegno di ex spioni Kgb.

DE LUCA Athos. Quindi, senatore Cossiga, se una parte era disposta ad una svolta di destra pur di non vedere i comunisti al Governo, lei ha detto in questa audizione che la classe dirigente politica di quegli anni assolutamente non aveva connivenze tali da poter innescare lo stragismo. Vorrei allora approfondire questo passaggio: se c'era una classe politica che era disposta...

COSSIGA. Non una classe politica.

DE LUCA Athos. Ripeto, c'era una parte del ceto dirigente non politico che era disposto a quanto dicevamo prima. Questo vuol dire che le domande alle quali cerchiamo risposta, chi è che ha messo le bombe, quali sono le responsabilità politiche, tutto rimane da scoprire anche alla luce di tutte le cose che lei ha detto. Questo rimane un interrogativo al quale vorrei che desse risposta.

COSSIGA. Dio volesse che io fossi in grado di darle delucidazioni. E’ una domanda che mi potrei porre anche io che avevo idea diversa circa il modo di stabilizzare la situazione politica italiana e che, per quanto mi è stato possibile, ho contribuito a cercare la stabilizzazione in altri modi. Una cosa possibile non è di per sé probabile e sulla base della possibilità non si può andare a ricercare le responsabilità. Un'azione prima la si deve considerare probabile, anzi certa e poi se ne cercano i responsabili. Se Francesco Cossiga è morto può essere stato ucciso. Si può pensare che è stato ucciso. Si cerca l'omicida di Francesco Cossiga, però, solo dopo che si è accertato che Francesco Cossiga è stato ucciso, non prima. Altrimenti sì che siamo nella dietrologia. Sono convinto - e può darsi che sbagli - che il fenomeno della sovversione di sinistra sia un fenomeno nobile. Mi costa affermarlo e chissà cosa mi diranno per aver usato questo termine. E’ l'espressione sbagliata di una tensione reale e di un conflitto reale nella società italiana, soprattutto nella sinistra. Respingo assolutamente l'idea che la sovversione di sinistra abbia origini estranee alla situazione italiana e alla situazione della classe operaia nel senso politico del termine. Questo per la convinzione che mi sono fatto, ma anche attraverso i colloqui che ho avuto con alcuni dei personaggi di quella lotta. Tenga presente che oggi tutto ci sembra chiaro. Si rende conto però che quando da Ministro dell'interno chiusi la sede di via dei Volsci, la magistratura revocò la mia ordinanza affermando che si trattava di un circolo culturale? Lei si rende conto di com'era l'atmosfera? Perché non dobbiamo dimenticare la grande difficoltà che la sinistra e la cultura di sinistra provò ad avvicinarsi allo Stato e a combattere con lo Stato. Non dimentichiamoci di chi ha detto: né con lo Stato, né con le Br. Oggi tutto sembra semplice. Per lei, soprattutto, che è giovane, senatore De Luca. Quando durante il sequestro Moro compimmo una perquisizione a tappeto e caddero nella rete quelli che si scoprì poi essere dei fiancheggiatori, la magistratura li mise fuori tutti. Io dovetti protestare con le Botteghe Oscure per un articolo dell'Unità che stigmatizzava quell'operazione. Poi intervennero le Botteghe Oscure e "l'Unità" di fronte alle operazioni di polizia articoli del genere non ne scrisse più. Ma intanto quello lo scrisse e lo capisco. Quando in un'intervista al GR di allora, a Torino, dichiarai che l'origine delle Brigate rosse era marxista-leninista venne da me Tatò a protestare a nome della Direzione del Parito comunista. Una settimana dopo la segreteria regionale del Partito comunista del Piemonte diede lo stesso mio giudizio. Oggi tutto ci sembra semplice, ma non lo era affatto. Pensate solo che fu messo il veto alla nomina di Dalla Chiesa a direttore del Sisde, mentre nulla fu detto per la nomina di Grassini e degli altri.

FRAGALA’. Perché era il carnefice del carcere di Alessandria.

COSSIGA. Fu proprio questa la motivazione che mi venne data: ci metteresti in grave imbarazzo perché noi non possiamo dimenticare cosa lui ha fatto al carcere di Alessandria. Io credo che la sovversione di sinistra sia un fatto totalmente endogeno. La sovversione di sinistra è stata combattuta e lo dimostra - io non ero Ministro dell'interno - l'arresto di Curcio e degli altri. La fuga di Curcio non meraviglierà invece chi si ricorda come si usciva e si entrava allora dalle carceri. Pensare ad un'infiltrazione occidentale nelle Br non è neanche da prendere in considerazione e non credo neppure, assolutamente, ad un'infiltrazione dei servizi dell'Est. Può darsi che questi ultimi avessero qualcuno all'interno delle Brigate rosse, ma al solo scopo di capire. Se domani si dimostrasse che vi erano agenti del Kgb nelle Brigate rosse la cosa non mi meraviglierebbe per niente. Questo non significherebbe assolutamente, però, che io ritenga che sia stata l'Unione Sovietica ad avere acceso la sovversione di sinistra nel nostro paese. Questa è una sciocchezza. Se io fossi stato comandante capo del Patto di Varsavia e avessi potuto ascrivere tra le forze di utilizzazione possibile in caso di invasione le Brigate rosse (e come lei sa esistono, li abbiamo conosciuti i piani di invasione dall'Est), lo avrei fatto tranquillamente. Non vi è prova però che l'abbiano fatto. Se invece lei mi dice che qualche spezzone di Servizi dell'Occidente, non per una pianificazione compiuta a livello alto (mi riferisco all'amico Colby che è morto in mare e non è potuto neanche morire in santa pace perché hanno detto che lo avevano affogato), ha blandito elementi dell'estrema destra, le rispondo che lo ritengo possibile. Come vede sto difendendo la sovversione di sinistra e l'Unione Sovietica e sto mettendo sotto possibile accusa l'eversione di destra e i paesi Occidentali.

PRESIDENTE. Nelle blandizie di questi settori non poteva rientrare anche la promessa di un affidamento politico che non avveniva direttamente ma attraverso questa mediazione, una promessa probabilmente falsa?

COSSIGA. Gli elementi della eversione di destra, sono, come lei ha detto, elementi di così basso livello politico che nessun occidentale poteva pensare di utilizzarli in chiave politica. Facciamo i nomi di chi erano i dirigenti politici di allora. Per tutto questo periodo che lei traccia il vero leader incontrastato della Democrazia cristiana era Aldo Moro. Gli altri grandi leaders erano Saragat e La Malfa. Li vede lei Aldo Moro, Saragat e La Malfa che danno luogo...

PRESIDENTE. Non dico questo. Chi blandiva questi gruppi però avrà potuto dirgli che godeva di protezioni in alto loco; che Tizio, Caio e Sempronio erano con loro anche se magari non era vero, per creare un'aspettativa.

COSSIGA. Ho capito. Non servizi occidentali, qualche spezzone dei nostri servizi che li ha blanditi? Questo è possibilissimo. E’ possibile che qualcuno sia andato a dire guardate che Rumor è con noi, il mite Rumor. Come può fare qualcosa del genere chi ha discusso una tesi su Gozzano? Quella a mio avviso è una pagina scura su cui voi dovreste indagare, rimane una delle pagine più buie. A Rumor e al Capo della Polizia stavano per ammazzarli sul serio. Non lo hanno fatto solo per un ritardo, perché credo che una persona li abbia fermati per consegnare una lettera di raccomandazioni.

PRESIDENTE. Anche per il verbale io devo correggere una mia precedente affermazione. Il mio era un falso ricordo. L'onorevole Zamberletti partecipa ai lavori dell'Istituto di Studi Militari N. Marselli; il convegno di cui parlavo invece è organizzato da un diverso istituto, anche se poi è omonimo, l'Istituto di Studi Militari. Ed è questa una riedizione del convegno dell'Istituto Pollio. Avviene nel 1971. Infatti i partecipanti sono quasi gli stessi: Beltrametti, Ivan Matteo Lombardo, Giannettini, Araldi. Volevo correggere per il verbale.

COSSIGA. Avevano fatto male, se volevano fare uno studio scientifico a non convocare quegli esponenti della sinistra extra parlamentare di allora che erano ben acculturati sulla base di manuali sulla guerriglia.

DE LUCA Athos. Ho ancora qualche domanda da rivolgerle. Si è parlato spesso di questo comitato di emergenza da lei costituito per il caso Moro e si è parlato di verbali che non sono mai stati richiesti. Senza alcuna polemica vorrei sapere se può dirci qualcosa su questi verbali.

COSSIGA. Tutto questo è già stato scritto, ma le consiglio di leggersi i grandi romanzieri di oggi anziché queste cose noiosissime. Vi era un comitato di emergenza costituto dai capi delle forze di polizia e dai capi dei servizi, presieduto dal sottosegretario Lettieri. Questa cosa funzionò ma non credo che abbiano tenuto alcun verbale, detto onestamente. Non so proprio tutto, in quanto poi scappai dal Ministero: comunque preferivano venire a parlare direttamente con il Ministro. Vi era poi un altro comitato che però non era tale nel senso stretto. Facciamo un passo indietro: quando ci fu il sequestro Moro chiedemmo aiuto ai paesi alleati che si misero a nostra disposizione. Risposero i tedeschi che inviarono in Italia due rappresentanti del Bundeskrimalamt; più difficile fu con gli americani per il loro legalismo in quanto in America avevano scoperto che la Cia era andata facendo operazioni all'interno del paese. Il presidente Carter aveva emanato un executive order impedendo alle agenzie di intelligence ed all'Enforcement agency di occuparsi di casi di terrorismo dove non fossero coinvolti interessi americani e non ritennero che il rapimento Moro rientrasse in questo caso. Anche perché, avendo noi chiesto immediatamente alla Nato che cosa Moro potesse sapere di segreti Nato (potevamo infatti pensare che il rapimento fosse stato fatto su mandato dei servizi dell'Est), ci fu risposto di non ritenere che il rapimento di Moro costituisse un pericolo per la sicurezza Nato: e sbagliarono in quanto non tennero conto che Moro aveva una memoria di ferro tanto da ricordarsi perfettamente di come era fatta stay behind. Le mie insistenze fecero adottare agli Stati Uniti d'America una via intermedia: non mandarono nessuno della Cia, né dell'Fbi, bensì mandarono una persona dell'ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato, il professor Pieczenik, che era insieme uno psicologo ed un politologo che aveva gestito circa 90 casi di sequestri di persona. Venne in Italia e lo collocammo in una casa sicura del Sismi ma ci disse di non stare bene e quindi lo collocammo in un appartamento in un grande hotel sotto falso nome. La prima cosa che mi disse quando arrivò fu che avevamo fatto una grande sciocchezza nell'aver detto che non si trattava. Secondo il professor Pieczenik potevamo decidere di non trattare ma non dovevamo dirlo. Gli risposi che siamo in Italia dove non dire subito che non si tratta vuol dire che si tratta: se non avessimo subito detto che non trattavamo tutti avrebbero capito che si trattava e a me, Ministro dell'interno, sarebbero saltate le forze dell'ordine e tutti si sarebbero accodati a trattare. Pertanto dissi al professore che la cosa andava bene per gli americani ma in Italia non si poteva fare. Lui mi chiese di essere messo in contatto con il nucleo di psicologi del Ministero. Un nucleo di psicologi al Ministero dell'interno? Non esisteva proprio. Chiesi allora consiglio al mio amico, attuale vice presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, professor Cappelletti - si tratta di tutti fatti già detti che ripeto per non costringerla a leggersi tutto il materiale - che costituì non un comitato di emergenza ma un comitato di psichiatri. C'erano D'Addio, Silvestri ed altri che mi assistevano immaginando scenari. Nelle carte ci sono i nomi di tutti compreso il grande psichiatra di Milano di cui non ricordo il nome, esperto in sindrome di Stoccolma, c'era poi anche Ferracuti che fu trovato nelle liste della P2, convinto ad iscriversi - ahimè - dal generale Grassini che ne aveva bisogno perché è il più grande criminologo italiano. Questi sono i due comitati di emergenza: per il resto sbrigai quasi tutto io.

PRESIDENTE. Può darsi che lei mi chiami di nuovo mascalzone politico ma voglio correre il rischio. L'onorevole Craxi ad un certo punto lancia la trattativa e va a parlare con Lanfranco Pace che non era soltanto un uomo dell'autonomia. Infatti, sappiamo oggi che incontrava frequentemente Morucci e Faranda. Morucci è il Tex Willer dell'assalto a via Fani secondo la versione ufficiale: infatti sparò 44 colpi in meno di un minuto. Egli conduceva a via Gradoli, quindi a Moretti e quest'ultimo a via Montalcini. La domanda che voglio rivolgerle, non c'è alcuna dietrologia politica, è perché non è venuta alla polizia l'idea di pedinare Pace. Come mai Craxi, che non era un poliziotto, individua in Pace un possibile interlocutore per aprire l'alternativa e la nostra polizia non prevede un pedinamento di Pace. Era un personaggio molto conosciuto a Roma: alla storia del cubo d'acciaio io non ci credo. Già vedo Piperno nei salotti romani con un bicchiere di champagne in mano che sproloquia ogni sera di eversione, sovversione, marxismo e leninismo e così via: è un mondo poroso, fragile. Come mai non si fa una banale operazione di polizia quale un pedinamento. Capisco la preoccupazione di pedinare Don Mennini, che non ha voluto essere ascoltato dalla Commissione stragi.

COSSIGA. Abbiamo pedinato tutti gli amici della famiglia Moro e la famiglia stessa.

PRESIDENTE. E questo Pace non si poteva pedinare?

COSSIGA. Il Ministro dell'interno non è il capo della polizia, né il capo del servizio di sicurezza, che era un grande galantuomo quale Santillo, e purtroppo ci è mancato Umberto Federico D'Amato. Se avessimo potuto utilizzarlo, ma non era a nostra disposizione ed era politically uncorrect usarlo. Umberto Federico D'Amato fu cacciato - è qui presente un esperto consulente - dall'uffico Affari riservati non perché fosse sospettato di connivenza con l'estremismo di destra, ma su richiesta del Partito socialista. Infatti il generale Maletti, volendosi liberare di un fastidioso concorrente (perché la storia era data da una lotta tra il Ministero dell'interno ed il servizio militare e da una lotta all'interno del servizio militare tra due persone, Maletti e Miceli, peraltro entrambi iscritti alla P2) convinse una persona che non nomino del Partito socialista che la causa dei suoi guai era stato Umberto Federico D'Amato. Questo è il motivo per cui fu cacciato.

PRESIDENTE. Abbiamo una dichiarazione di D'Amato, il quale sostiene che avrebbe sempre continuato a svolgere un ruolo alto nella sicurezza. C'è una lettera in tal senso al ministro Rognoni.

COSSIGA. Al ministro Rognoni. Allora le dirò che quando fui nominato Ministro dell'interno Santillo si presentò e mi disse: "Di queste cose non ne capisco niente, perché sono un poliziotto criminale. Però il Governo mi ha voluto qui e io cercherò di fare del mio meglio". Venne D'Amato e mi disse: "Non pensi di poter contare su di me, perché ho avuto tanti guai". Infatti c'era stato lo "scandalo" delle microspie: oggi abbiamo quarantaduemila intercettazioni ed allora andarono a scocciare Vicari e D'Amato per quattro scassate microspie, del tipo di quella che fu messa nello studio dell'onorevole Berlusconi, un oggetto che non comprerei neppure per far giocare i nipotini. Ma leggiamo cosa si dice di Umberto Federico D'Amato: "Già direttore per molti anni dell'ufficio Affari riservati del Ministero dell'interno, si è sempre occupato in tutta la sua lunga carriera dei problemi della sicurezza interna ed esterna dello Stato e può a ragione definirsi un esperto in materia. Appare perciò del tutto giustificata la sua opera di consulente e il compenso di circa 5 milioni mensili per l'opera fornita al Sisde. In realtà è di tutta evidenza l'utilità per il Servizio di poter usufruire dell'esperienza e della conoscenza di fatti e persone del D'Amato, che rappresenta una sorta di memoria storica dell'attività di sicurezza nel nostro paese. E’ del pari evidente la natura strettamente riservata di tale collaborazione, sia per il contenuto dell'attività svolta, sia per l'identità del consulente". Firmato: Michele Coiro. E’ una richiesta di archiviazione: ci siamo dovuti far dire poi da un egregio magistrato, cosiddetto di sinistra, che avevamo fatto a meno per anni di una persona di questo genere.

PRESIDENTE. In quella lettera a Rognoni, per la verità D'Amato dice che di lui non avevano mai fatto a meno.

COSSIGA. Ognuno parla per se stesso: io non consultai mai D'Amato su nulla.

PRESIDENTE. Perché non era politicamente corretto.

COSSIGA. Perché non era politicamente corretto. Quello che voglio dire è che l'avvicinamento del mondo di sinistra, non dico soltanto del Partito comunista, che anzi fu il più deciso e robusto, ma dell'intera area, alla repressione fu difficilissimo. Mi assunsi la responsabilità, d'accordo con la magistratura...

PRESIDENTE. Ma Craxi non le disse niente dei suoi contatti con Pace?

COSSIGA. Nulla.

PRESIDENTE. Secondo me un'altra spiegazione potrebbe essere la seguente: la famiglia non vi diceva tutte le notizie di cui era in possesso...

COSSIGA. Non ce ne diceva nessuna.

PRESIDENTE. …perché probabilmente avevano paura che un'azione militare potesse concludersi tragicamente.

COSSIGA. Questo lo capisco.

PRESIDENTE. Il Partito socialista non vi diceva niente perché era fautore della trattativa ed una eventuale azione militare avrebbe costituito una grande sconfitta. Ma non può essere che anche nel partito della fermezza sia nata una volontà politica di inerzia, per la paura che un'azione militare potesse concludersi tragicamente?

COSSIGA. Va tenuto conto che all'epoca le persone erano tre: il primo era Andreotti, ma oggi forse dimentichiamo che l'uomo del primo Governo di unità nazionale non si chiamava Moro, ma Andreotti. E fu Andreotti non perché lo avesse scelto soltanto la Dc, ma anche perché l'aveva scelto il Partito comunista, preferendolo a Moro. Il secondo era Zaccagnini e l'ultimo era il sottoscritto, che però era un caso particolare in quanto considerato soltanto una creatura di Moro, come si evince dalle lettere. In realtà, il cosiddetto partito della fermezza era incrinato anche dentro la Dc. Le Brigate rosse non si sono accorte di aver vinto: se non avessero ucciso Moro avrebbero vinto. Il giorno che hanno ucciso Moro si doveva riunire la Direzione centrale della Dc per esaminare l'ipotesi di riunire il Consiglio nazionale per valutare la situazione. E il Consiglio nazionale avrebbe dato il via alle trattative.

DE LUCA Athos. C'è chi sostiene che lo abbiano ucciso proprio per quel motivo.

COSSIGA. Non ci hanno creduto.

PRESIDENTE. Non può essere che si fosse creato un contrasto interno tra coloro che miravano alla leadership delle Brigate rosse? Non può darsi che Moretti abbia eseguito quella sentenza perché temeva, in caso di apertura delle trattative, che quella di Morucci avrebbe potuto diventare la linea vincente?

COSSIGA. La trattativa era ciò per cui si sono sempre battuti fino allo spasimo. E dentro la Democrazia cristiana c'era in parte una voglia spasmodica di trattativa. Il giorno in cui Moro fu ucciso andai al Ministero dell'interno con la lettera di dimissioni, perché appena fosse stato convocato il Consiglio nazionale della Dc, mi sarei dimesso non per protesta ma perché il Ministro dell'interno della fermezza non avrebbe potuto gestire le trattative. Guerzoni era uno del partito della trattativa e dice il vero quando sostiene che sono intervenuto ad interrompere tutto quello che ritenevo pericoloso. Dice il vero quando sostiene che sono intervenuto per interrompere il pasticcio fatto con l'avvocato Payot. Infatti mi misi in contatto con il dipartimento della giustizia svizzero per chiedere che l'avvocato Payot se ne restasse fuori. Noi tutte le cose lecite le abbiamo lasciate fare. Non abbiamo impedito che si muovessero Amnesty international e la Croce Rossa, anche se quest'ultima più di tanto non poteva fare perché, ci dissero, potevano agire soltanto se riconoscevamo di fatto l'altra parte come legittimi combattenti. Grazie, era quello che volevano! Si badi, non me la piglio con Guerzoni: si capisce, allora era dall'altra parte.

DE LUCA Athos. Volevo conoscere la sua opinione sulla testimonianza che ci ha reso il senatore Taviani, dicendo che nel 1973 ci fu sostanzialmente un accordo tra il Pci di allora, la Nato e la Dc e che questo fece crollare la strategia della tensione. In altre parole ci sarebbe stato un accordo che consentì al paese di uscire da quel tunnel.

COSSIGA. No, perché adesso lei mi fa ricordare una cosa, e vi dirò qualcosa che interesserà, vi do un'altra chicca di carattere storico: io non so di altri contatti tra il Partito comunista e l'amministrazione americana, se non di quelli che io gestii. Nel 1980, recatomi negli Stati Uniti per essere incoronato come l'uomo dei missili - perché purtroppo nelle cerchie sempre più ristrette delle persone che si ricordano di me in quel paese io sono l'uomo dei missili, cosa che non importa più a nessuno, e l'uomo dell'antiterrorismo che si è dimesso, cosa che non importa più a nessuno, quindi la mia fama negli Stati Uniti va rapidamente decrescendo - ebbene, in quella occasione si ebbe il primo contatto ufficiale tra il Partito comunista e l'amministrazione americana. E vi fu una difficoltà, perché gli americani non volevano rilasciare il visto ai rappresentanti del Partito comunista. Io dissi: come, vengo io in America e voi rifiutate il visto che vi chiedo? Si ebbe un primo contatto in un ristorante italo-americano, quello è il primo contatto tra americani e rappresentanti del Partito comunista che io conosca e del quale fino a questo momento - adesso si può dire perché non fa male a nessuno - abbia notizia. Io lo agevolai perché, e questa è un'altra cosa che vi dico, se noi abbiamo messo i missili, se io ho potuto fare la scelta che ho fatto, è perché nella opposizione all'installazione dei missili il Partito comunista si tenne su una linea difforme rispetto a quella del comunismo internazionale, cioè la "doppia scelta": trattiamo, se poi veramente i sovietici non tornano indietro, rivedremo; e poi perché tennero la loro posizione rigidamente entro limiti parlamentari, cosa di cui li accusò poi il mio amico Ponomariov che venne a minacciarmi. Minacciò prima me e poi alle Botteghe Oscure, tanto che, avendo io detto nel discorso di replica all'opposizione "il simpatico vecchietto" venne da me Paolo Bufalini e mi disse: senti, simpatico sarà a te, a noi simpatico non è affatto.

DE LUCA Athos. La ringrazio, signor Presidente. Venendo ai giorni nostri, ho apprezzato molte delle cose che lei ha detto e anche una certa sua sincerità, credo che questa audizione rappresenti un contributo utile, la rileggeremo poi con calma. Non condivido l'assoluzione di principio che lei dà a tutta la classe politica di allora; è un mio giudizio, perché credo che se quello che è successo non avesse avuto una sponda politica, non sarebbe successo. Veramente in questo paese c'era una realtà parallela che operava e sfuggiva al controllo del partito-stato, che invece quello che gli interessava lo controllava.

COSSIGA. L'Eni e l'Iri. Tenga presente che io sono stato sempre considerato un eccentrico e si andava in giro dicendo che giocavo con i soldatini perché mi occupavo delle questioni militari, strategiche e d'intelligence. Io sono stato sempre considerato un fissato; quando parleremo dei piano Pater vedremo che alcune cose che sono accadute erano dovute al fatto che si diceva: ma guarda questo qui che si mette in testa di fare piani, in uno stato come l'Italia fa i piani; ma vada a quel paese!

PRESIDENTE. Non pensa che questa sua solitudine sia almeno sufficiente a dare un giudizio di responsabilità politica? Un paese moderno che non fa piani che paese è? Nessuno la criminalizza per aver fatto i piani, il problema è...

COSSIGA. Non mi criminalizzavano, mi prendevano in giro. Lei non sa, se non mi fossi occupato della famosa domanda per la quale sono stato ridicolizzato: "chi comanda in caso di guerra?". Noi non avremmo saputo come dare gli ordini al momento delle operazioni di polizia internazionale - come io le chiamo, invece di chiamarle guerra -nel Golfo. Ma lei sa che in quel periodo a nessuno era venuto in mente di informare il maggior partito di opposizione di quello che stava accadendo e dovetti chiamare io Occhetto per dirgli non dico di fare una politica bipartisan, perché non sono il Presidente del Consiglio, ma che ritenevo doveroso che il partito di opposizione sapesse che cosa stava bollendo in pentola. Ma eravamo tutti così. Sono stato preso in giro, svillaneggiato da vari giornalisti. Voglio dire tra parentesi, prima che me lo dimentichi: lei ricorderà che fu scritto su giornali che io ero pazzo. Se lo ricorda?

DE LUCA Athos. In questi termini no.

COSSIGA. Sì, in questi termini.

PRESIDENTE. Io ero diventato senatore da poco e posso dire che era voce corrente, anche nel suo partito.

COSSIGA. Non anche; nel mio partito.

DE LUCA Athos. Questo però succede anche adesso.

COSSIGA. No no, pazzo in senso clinico. Il fatto che dicessi: guardate che la Democrazia cristiana sta per finire e che qui andiamo tutti alla malora, capisco benissimo che sembrasse una verità folle; debbo dire che Occhetto e poi D'Alema hanno affermato che le due uniche persone che hanno capito che cosa stava accadendo nel paese eravamo io e Occhetto. Ebbene, lei lo sa che l'origine del "pazzo" non è da ascrivere ad un dirigente della Democrazia cristiana? L'idea del pazzo deve ascriversi al nostro servizio militare d'informazione, che in un rapporto riguardante un viaggio, che fui costretto a fare dal Governo, in Romania, scrisse che in Romania io ero andato per farmi fare gli elettroshock.

DE LUCA Athos. Si facevano anche in Italia.

COSSIGA. Scusi, ma come avrebbero giustificato di aver pagato magari un ragazzotto del Sid per andare in Romania al mio seguito, magari come giornalista, se non si dava questa cosa?

DE LUCA Athos. Anzi, l'elettroshock è nato proprio in Italia, a Roma.

COSSIGA. Adesso viene riabilitato. E poi, quando dissero che ero pazzo io chiesi: di che genere di follia? Perché se mi dite che sono ciclotimico, allora vi faccio un elenco dei grandi ciclotimici della storia: Winston Churchill, Newton, Dostojevskij, e così via. Se avessero detto che ero schizofrenico avrei detto: ho dalla mia Nietchze. Le do questa chicca, che l'origine non era l'ambiente del mio partito. Poi sa che cosa temevano i membri del mio partito?

DE LUCA Athos. Ce lo dica.

COSSIGA. Glielo dico subito: che io mi mettessi d'accordo con il Partito comunista per farmi rieleggere. Il terrore ai membri del mio partito venne quando io feci il discorso in occasione dell'anniversario della Cgil, a Milano, quando videro che tutta la platea di sinistra batteva le mani (perché io dissi: ricordiamo anche i morti di Modena uccisi dalla polizia) ed il primo a venirmi a stringere la mano fu Occhetto. Dio mio! Che accade? Questo ci frega un posto nell'organigramma; già abbiamo commesso un errore a occupare quel posto; e se questo si mette d'accordo? Poi quando spiegai che stavano tutti per finire come siamo finiti, un alto esponente della Democrazia cristiana venne una volta da me dopo il famoso messaggio e mi disse: tu vuoi riformare le istituzioni, ma perché? Abbiamo governato cinquant'anni così bene con questo sistema e tu lo vuoi cambiare? Io gli risposi: è imminente il momento in cui vi prenderanno a colpi di pietre nelle strade.

PRESIDENTE. Io voglio dirle che ero diventato appena senatore e trovai demenziale che le Camere non discutessero quel suo messaggio; non ho nessuna difficoltà a riconoscerglielo.

DE LUCA Athos. Volevo dirle un'ultima cosa.

COSSIGA. La sua simpatia mi fa fare tante confessioni!

DE LUCA Athos. Questo sarà utile per l'intera Commissione, se di questo si tratta.

COSSIGA. Forse serve a capire un clima che c'era, un clima di approssimazione in tutto. Lei si rende conto dell'approssimazione che c'era nello stesso Scelba, grande uomo nel credere alle iniziative di Sogno e cose del genere. Per carità, riconosco tanti ed enormi interessi a Scelba, che adesso è una delle persone che i membri del mio ex partito hanno totalmente censurato. Sa certamente che Scelba non era democristiano, anzi a dire il vero Scelba non è mai esistito! Scelba è un'invenzione, come non vorrei che tra poco fosse un'invenzione Enrico Berlinguer!

FRAGALA’. Siamo sulla strada.

DE LUCA Athos. Di recente, sulla vicenda relativa al rapporto Pater...

COSSIGA. Non mi faccia andare in galera!

DE LUCA Athos. Non ne parliamo, ma mi consenta di rivolgerle un'altra domanda. Qualcuno ha interpretato questa vicenda e l'ha posta in relazione a quella relativa all'audizione di Craxi, come se appunto fosse un segnale diretto a lei il ritrovamento di tale rapporto; che qualcuno volesse inviarle un certo segnale.

COSSIGA. Allora...

DE LUCA Athos. Aspetti, mi faccia concludere il mio intervento.

COSSIGA. Ma io capisco quello che lei vuol dire.

DE LUCA Athos. Volevo dire un'altra cosa. Prima le è stato chiesto di pronunciarsi sulle cause del rinvio dell'audizione di Craxi, mentre ora io le rivolgo un'altra domanda, e cioè se lei, alla luce della sua esperienza, ritiene che per il lavoro che sta facendo questa Commissione può rivelarsi utile l'audizione con l'ex presidente del Consiglio Craxi.

COSSIGA. Iniziamo dall'ultima domanda. Non la ritengo solo utile, giunti al punto in cui siamo, anche se credo che il fatto che la famiglia Leone conoscesse e abbia detto dove si trovava Moro sia una "bufala"...

PRESIDENTE. Però, Craxi non ha detto proprio questo, perché ha affermato che la signora Leone avrebbe detto: ci arrivò una lettera in cui si parlava genericamente di via Montalcini; quindi, non avrebbe escluso un'ispezione nelle zone del Brunello di Montalcini.

COSSIGA. Allora, se era in via Montalcini avrebbe richiesto una visita in quel luogo, come l'indicazione giuntaci - che si riferiva a Gradoli, abitanti tot, strada statale tot, bivio tot - dall'ufficio stampa della Democrazia Cristiana, fu interpretato come Gradoli. Perché se a me parlano di Giovanni Pellegrino io penso subito a lei, signor Presidente; può darsi che nella storia vi sia un Giovanni Pellegrino abate, ma se mi nominano Giovanni Pellegrino non vado sull'enciclopedia a vedere se è l'abate. Giunti però a questo punto, dicevo, poiché la questione è delicatissima e coinvolge un ex Capo di Stato e la sua signora, credo non utile ma indispensabile andare in Tunisia, anche perché così troverò modo di dare un'altra mazzata in testa al "ragazzo" del Ministero degli affari esteri. Egli ha chiesto scusa, perdono, ha detto che non lo farà più, che si è sbagliato, ma gli darei un'altra legnata in testa, perché questa volta non ho fatto il nome e magari poi lo farò. Ovviamente non lo farò mai perché, anche se non è utile ai fini di questa Commissione, se finisce sui verbali di tale organo, i malevoli possono sbatterlo sul tavolo del consiglio di amministrazione.

DE LUCA Athos. Vi era anche una mia domanda sul Piano Pater.

COSSIGA. Mettiamo tutto a verbale. Sul Piano Pater e sulle questioni ad esso connesse - non la sua - non posso rispondere per due ordini di motivi. In primo luogo, mi è stato notificato che il Piano Pater era classificato "segreto" anche se - e qui non credo di svelare un segreto - non si trattava di un piano, bensì di un progetto di piano. In secondo luogo, perché quando sono stato ascoltato dal Collegio per i reati ministeriali, il suo Presidente mi ha notificato, come d'altronde mi aveva già informato il Ministro dell'interno, che l'autorità giudiziaria speciale - chiamiamola così - aveva deciso di segretare il Piano Pater con tutto quello che ad esso era connesso, e quindi anche la mia deposizione. Non ne parlo solo per questo.

DE LUCA Athos. Lei la considera un'iniziativa rivolta in qualche modo contro la sua persona?

COSSIGA. Guardi, contro di me, per l'antipatia di cui godo presso certi ambienti anomali di destra - anche perché poi sono un rompiballe del centrodestra - e verso alcune inguaribili frange della sinistra, non del Partito democratico della sinistra - penso ad una rivista di fantapolitica qual è "Avvenimenti" -, certamente si tratta del classico cacio sui maccheroni. Non è che tale vicenda sia frutto di una specie di "complotto", ma è come ha scritto "L'Unità": ma guarda il caso strano che ogni volta che Cossiga va a dire delle cose che possono urtare, esce fuori sempre qualcosa. Ovviamente, è una coincidenza.

PRESIDENTE. Finché non ne parla l'Adn-Kronos non se ne sapeva nulla, perché chi parla aveva mantenuto un notevole riserbo.

COSSIGA. Come sia nata la vicenda lo posso dire, perché è stata riportata sui giornali e quindi non è un segreto. Può essere utile.

PRESIDENTE. Prego.

COSSIGA. Mi telefonò una mattina il mio amico - notoriamente -Pippo Marra e disse che voleva parlarmi. Ci vedemmo verso mezzogiorno in ufficio e lui mi disse che erano andati da lui due giornalisti dicendogli che nella casella avevano trovato un documento; e mi consegnò una fotocopia che lessi. Capii subito che non doveva essere un documento originale, ma la battitura a macchina di un appunto...

PRESIDENTE. Manoscritto.

COSSIGA. ... che era stato scritto in bella copia per renderlo più credibile, anche perché figurava un "Ionta" sotto l'intitolazione "Tribunale di Roma - Ufficio del Giudice Istruttore" a stralcio, mentre sappiamo che Ionta non c'entra nulla con Priore. Guardando le carte compresi facilmente che evidentemente il giudice Priore, che giustamente prende tutto quello che trova, doveva aver messo le mani - si fa per dire - sulla segreteria speciale, dai nomi che poi ho letto, del Ministero, trovando questo appunto che mi fu consegnato.

PRESIDENTE. Ciò farà molto piacere al senatore De Luca, perché tutto questo avviene prima che egli leggesse questi appunti.

COSSIGA. Tra l'altro, la cosa strana è che mentre il Piano Pater, o per meglio dire il progetto di Piano Paters aveva una proposta qualifica di "segreto", la cartellina che avrebbe dovuto contenere tale piano aveva la dizione "riservato 14", o 140, dove per le norme sulla tutela del segreto il contenitore deve avere la stessa classifica del documento che vi è all'interno. Pippo Marra mi raccontò che però lo doveva pubblicare. Risposi che prima di tutto doveva consultarsi con il proprio avvocato e che mi avrebbe fatto un piacere a pubblicarlo, perché se per caso era stato recapitato ad altre agenzie e lui non lo pubblicava, se lo avessero fatto le altre agenzie, sarebbe potuta arrivare un'altra lettera, in cui si sarebbe potuto affermare che tale documento era stato inviato a Pippo Marra, ma Francesco Cossiga gli aveva impedito di pubblicarlo. Questo perché io sono maligno! Avvisai Pippo Marra che appena fosse uscito dal mio ufficio avrei alzato il telefono e chiamato la procura della Repubblica; cosa che feci, e la conseguenza fu che i due giornalisti furono convocati in questura. Telefonai quindi al procuratore capo e con una mia lettera gli inviai il documento. Dalla procura mi fecero sapere che questo mio atto di trasmissione doveva essere formalizzato con il racconto del modo in cui io avevo ricevuto tale appunto. E’ per questo che fui convocato - per carità, il giudice Ionta è una persona tanto cortese - ed è in quell'occasione che nacque, sulla base dell'elenco delle mie visite, l'idea che forse non sarebbe male che il Ministro di grazia e giustizia mi desse l'ufficio a piazzale Clodio.

DE LUCA Athos. Grazie, Presidente.

COSSIGA. Più di questo non posso dirvi. Vi rivelo che la voglia che ho di dirvi il resto è grandissima, però non lo posso fare. Mi auguro che questo problema dei rapporti una volta relativi alla segretazione possa essere risolto, altrimenti il tutto rimane "appeso"...

PRESIDENTE. Il Piano Pater ci verrà inviato, e quindi la Commissione avrà modo di esaminarlo.

COSSIGA. Perché poi lì vedremo lo straordinario genio di Moro, perché anche di questo c'è traccia nel memoriale di via Monte Nevoso.

FRAGALA’. Del Piano Paters?

COSSIGA. Indirettamente. E la inviterò a pranzo, senatore De Luca. Il giorno che discuteremo del Piano Paters la inviterò a pranzo, mentre qui non metterò più piede.

PRESIDENTE. Registriamo questa sua promessa.

COSSIGA. Si immagini che lei, senatore De Luca, con le sue esternazioni mi ha bruciato un pomeriggio perché avevo sempre detto che non ricordavo questo Piano Pater. Infatti quando da giovane fui indottrinato sulla tutela del segreto mi venne detto che non bisogna ammettere l'esistenza di un documento, dicendo poi che non se ne può parlare: o si nega l'esistenza del documento - perché ammetterla è già violazione del segreto - o si dice: non me ne ricordo.

PRESIDENTE. Devo dire che anche a me disse che non ricordava niente.

COSSIGA. Poi lei se ne uscì con un "Piano Panters". Io mi misi a letto e dissi: il Piano Pater lo conosco perché l'ho scritto io, il Piano Panters no. Non esisterà forse un Piano Panters? Mi feci autorizzare, contattai il Ministro dell'interno - perché un ex ministro ha diritto di vedere tutte le carte del suo periodo - e mi assicurarono che il Piano era quello. Il Pianto Panters mi ha bruciato una pennichella, senatore De Luca.

PRESIDENTE. Il senatore De Luca si dispiace di averle bruciato una pennichella, però è contento.

COSSIGA. Comunque la perdono e la inviterò a cena.

FRAGALA’. Presidente Cossiga, innanzitutto le rivolgo il mio personale apprezzamento per le cose che oggi ci ha detto con la consueta sincerità, ma soprattutto con la consueta efficacia. Ritengo che questa audizione sia particolarmente utile perché oggi per la prima volta ho sentito dire dal presidente Pellegrino che, se a due anni di distanza egli dovesse rivedere la sua posizione sulla bozza di relazione, sicuramente scriverebbe cose ben diverse e non, come è stato sostenuto fino ad ora, che tutto era chiaro, non c'era nulla di nuovo da scoprire...

PRESIDENTE. Questo però lo sta aggiungendo lei.

FRAGALA’. Tant'è che la Commissione stava per chiudere i lavori appena un mese fa.

COSSIGA. Vedo che anche lei, onorevole Fragalà, è di quelli che aspira all'eternità, come dice Cesare Salvi alla costituzionalizzazione della Commissione. E lei, professor De Lutiis, insieme ai suoi colleghi viene nominato senatore rotante come i regionali.

FRAGALA’. Per questo, per evitare che nel 2023 un'altra Commissione stragi convochi il senatore Cossiga per chiedergli chiarimenti su via Gradoli, via Montalcini...

COSSIGA. Mi scusi. Ho un solo timore e non nel 2023. Ho il timore che quando verrà il momento, io mi auguro sul letto, dopo aver ricevuto i sacramenti, perché mi auguro che ci sia il tempo di farmi dare i sacramenti, l'ultimo che vedrò non sarà il sacerdote, come normale, ma un rappresentante della Commissione stragi che mi si avvicinerà per chiedermi: "Ma, a proposito, via Gradoli?".

FRAGALA’. Proprio per evitare questi scenari desidero farle alcune domande mirate su fatti specifici, chiedendole però prima un giudizio storico-politico complessivo. Da quello che lei ha detto mi pare che la ragione per cui è finita la cosiddetta prima Repubblica non sia stato il fatto che è venuta meno la Dc ma che è venuto meno il vecchio Partito comunista italiano. Questo è il giudizio che do io: che con la caduta del muro di Berlino e con la fine del comunismo a Mosca nel 1991 in Italia sia venuto meno il bastione principale del vecchio sistema che era il Partito comunista e non la Democrazia cristiana. Qual è il suo giudizio?

COSSIGA. Non è questo, il mio giudizio è del tutto diverso. Anzitutto, come è chiaro, il muro di Berlino non è crollato addosso al Partito comunista ma è crollato addosso agli altri, e soprattutto alla Democrazia cristiana. Capisco benissimo che alcuni eminenti magistrati possano adombrarsi di questo, ma loro con la fine della prima Repubblica c'entrano pochissimo! Forse questo bisogna toglierlo dal resoconto perché è intromissione in una campagna elettorale!

FRAGALA’. Quella del Mugello!

COSSIGA. Questo lo dice lei. La prima Repubblica è finita perché, dopo un inizio di unità nazionale durato fino a metà della Costituente, essa era funzionale ad un certo assetto internazionale. La forza portante della prima Repubblica era anzitutto la Democrazia cristiana, che impropriamente si chiamava Democrazia cristiana; si sarebbe potuta chiamare partito nazionale e poi partito-Stato, e non è finita per Tangentopoli. E’ una sciocchezza: è finita perché si erano esauriti i motivi di carattere civile ed ecclesiale per cui la Democrazia cristiana non tanto era nata ma si era affermata come partito nazionale. Il Partito democratico della sinistra non ha soluzione di continuità con il Partito comunista, anzi la sola soluzione di continuità è data dal passaggio dalla prima al tentativo di seconda Repubblica (la limousine con le ruote quadrate, insomma). Ma non c'è grande soluzione di continuità perché, sia che la svolta di Salerno sia stata voluta da Togliatti, sia che sia stata suggerita o imposta da Stalin a Togliatti (il che farebbe sempre di più crescere la mia stima per Stalin), è un fatto oggettivo che il Partito comunista italiano è stato sempre una cosa diversa. Se non fosse stato una cosa diversa il muro di Berlino gli sarebbe crollato addosso. In conclusione, la prima Repubblica era funzionale a quell'assetto internazionale: è una cosa vera, mentre alcuni miei compagni continuano a fingere. Faccio un esempio. Voi sapete l'affetto che nutro per Taviani ma - vedete la contraddizione che c'era - egli, al mattino, partecipava alle grandi celebrazioni del 25 aprile, con Boldrini e gli altri, e, probabilmente, la sera andava a dare istruzioni per la discriminazione dei figli dei comunisti dai concorsi per ufficiali di complemento. Vi rendete conto? Oppure rivedeva quello che rappresentanti del Sifar o degli Affari riservati andavano a dire sul Partito comunista italiano al Comitato di sicurezza della Nato. Era una cosa dissacrante. Non feci questa esperienza perché ai miei tempi le cose erano molto migliorate. Comunque quello che voglio dire è che la fine della prima Repubblica è la fine della Dc. Chi me la toglie adesso l'accusa di essere pazzo e, oltre che pazzo, pazzo maligno e vendicativo?

FRAGALA’. Lei nel corso dell'audizione di oggi ha fatto riferimento alla cultura del complotto, a quella del sospetto e al fatto che si voglia tentare di processare e criminalizzare una classe dirigente o un pezzo di storia sia nelle aule dei tribunali sia nelle Commissioni parlamentari. Perché la nostra Commissione su tutta una serie di elementi precisi, non riesce ancora a fare chiarezza sullo stragismo e sulla strategia della tensione? Io le dico che - come lei ha letto nella relazione Pellegrino - si sostiene la teoria che vi è stata in Italia una democrazia a sovranità limitata, come tra l'altro lei ha detto poco fa, perché nel momento in cui il Partito comunista stava per ottenere la maggioranza dei consensi sul piano democratico ed elettorale, improvvisamente venivano agitate delle attività eversive, le stragi o attività eversive di altro tipo per bloccare l'ascesa del Partito comunista. Tutto questo era fatto - secondo questa teoria - con ispirazione da parte della destra, o della destra politica o della destra economica, allo scopo di instaurare in Italia un regime autoritario e di impedire l'affermazione attraverso il consenso elettorale del Partito comunista. Ora io le chiedo: alla luce della sua lunga esperienza come sottosegretario prima alla difesa e poi come Ministro dell'interno e come Presidente del Consiglio, in che modo questa teoria ha potuto reggere (al di là dell'affermazione propagandistica e politica attraverso la famosa pregiudiziale favorevole da parte della stampa, eccetera) quando i passaggi cruciali della eversione in Italia hanno avuto tutti il marchio di sinistra e si sono rivoltati contro la destra mentre in quel momento la sinistra era al minimo storico del consenso elettorale? Faccio delle esemplificazioni. Nel 1960 la sinistra, con un atto non sovversivo ma eversivo, butta giù il Governo Tambroni, un Governo democraticamente eletto...

COSSIGA. Con un atto di massa!

FRAGALA’. Con un atto di piazza e di massa. Secondo fatto: la sinistra in Italia, negli anni dal 1968 al 1974 oltre ad una organizzazione paramilitare e militare che risulta dagli atti della procura della Repubblica di Roma, su Gladio rossa contava 250.000 militanti e vasti depositi di armi che sono stati conservati fino al dopo sequestro Moro. Questo è un atto giudiziario.

COSSIGA. Per quanto mi consta, quando Enrico Berlinguer diventò segretario del Partito, questa organizzazione paramilitare, che era una cosa probabilmente fatta di vecchietti, disse che tutti dovevano andare a casa e che non se ne parlasse più. Si tratta del 1974. Guardate che in quell'anno questa Gladio rossa era meno incidente che la Gladio dell'altra parte: erano pochi, ma avevano rapporti con organismi internazionali eccetera. Si trattava, invece, nel primo caso, di depositi di armi e di qualche nostalgico partigiano.

ZANI. Erano depositi d'armi?

COSSIGA. Abbiamo trovato tante armi, certamente nascoste dai partigiani, che ci sarebbe da armare un esercito. Spero che il Governo italiano le abbia vendute piuttosto che farle diventare ferraglia.

PRESIDENTE. Senatore Cossiga, se lascia chiudere la domanda all'onorevole Fragalà capirà dove vuole arrivare: la sua teoria è che la strategia della tensione l'ha fatta il Partito comunista perché questo ha giovato al suo successo elettorale.

FRAGALA’. No, Presidente, la mia è un'altra teoria. Tra il 1968 ed il 1980 si è affermata in Italia una letteratura politica, che lei chiama corretta politicamente, per cui i Gap di Feltrinelli erano fascisti, l'attentato a Feltrinelli, riferito da Camilla Cederna su l'Espresso fu un attentato della polizia.

COSSIGA. Mi consenta, c'è un manifesto con nomi che è bene non ripetere, ma vi è anche qualche attuale deputato di Forza Italia. Firmarono il manifesto contro Calabresi, dicendo che la polizia aveva fatto saltare Feltrinelli. Le darò poi una spiegazione anche su questo.

FRAGALA’. Poi abbiamo le Br: addirittura il 24 maggio 1974, giorno in cui viene fatta esplodere la bomba in piazza della Loggia a Brescia, i sindacati ed il Partito comunista di Brescia organizzano una manifestazione antifascista non contro il Movimento sociale, il fascismo, la destra, eccetera, ma contro le Br: quella manifestazione che innesca, almeno sul piano cronologico, la bomba, è una manifestazione contro le Br, ritenute fasciste, quindi con una parola d'ordine che da Bolzano a Siracusa era assolutamente un credo religioso per tutta la sinistra italiana. Ebbene, di fronte a questo la Commissione stragi ha rilevato una serie di elementi che dimostrano come tutti i depistaggi sulle stragi vengono organizzati da apparati dello Stato ai danni della cosiddetta "eversione di destra", come dice la sua collaboratrice, politicamente parlando.

PRESIDENTE. Perché ai danni?

FRAGALA’. Lo spiego subito. Il 6 gennaio 1980, dopo l'omicidio Mattarella, un anonimo telefonista telefona al giornale L'Ora e all'Ansa di Palermo e dice che per vendicare i camerati di Acca Larentia i Nar avevano ucciso Mattarella; il 28 giugno 1980, all'indomani della strage di Ustica, un altro anonimo telefonista dice che i Nar avevano fatto saltare l'aereo su Ustica.

COSSIGA. Che i Nar abbiano cercato di far fuori me questo è certo, ma non gli serbo rancore.

FRAGALA’. Terzo elemento: strage di Bologna. All'indomani un altro anonimo telefonista attribuisce ai Nar la paternità della strage. Ebbene, di questi tre episodi del 1980, due giudiziariamente sono accertati come depistaggio organizzato da elementi del servizio segreto militare, quello di Mattarella non accertato ma è addirittura inquietante perché anche la moglie dell'onorevole Mattarella, la signora Irma Chiazzese, fu convinta al riconoscimento di Valerio Fioravanti come autore dell'assassinio di suo marito. Ebbene tutto questo evidentemente dimostra che vi sono fatti che vanno nella direzione di una complicità di apparati dello Stato per depistare ai danni della destra, non certo ai danni della sinistra. Ma c'è di più: abbiamo ritrovato una pagina della agenda del generale Santovito in cui in un appunto scrive di attribuire alla destra una serie di attentati perché ciò era politicamente corretto, perché avrebbero avuto l'appoggio della stampa, dei mass-media, della televisione, dell'opinione pubblica e del Partito comunista. Abbiamo ritrovato, ad opera del capitano Giraudo, un altro appunto del Ministero dell'interno in cui si attribuisce al Ministero dell'interno nel 1974 di aver inventato la sigla Ordine Nero per compiere ai danni della destra una serie di attentati da attribuire alla destra. Quindi, addirittura non si parla di depistaggio.

COSSIGA. Tutta gente al servizio della sinistra.

FRAGALA’. Il problema è questo. O la chiave di lettura di tutti questi episodi è quella di immaginare che vi era una complicità di pazzi, di ciclotimici,...

COSSIGA. Quelli li lasci stare, perché le ho fatto già un elenco di ciclotimici: Winston Churchill, Newton...

FRAGALA’. … di autolesionisti i quali mettevano la bomba, facevano il depistaggio ai propri danni e poi lasciavano sfruttare alla sinistra, ai danni della destra, il risultato politico e propagandistico della strage o della bomba, oppure qualcosa non funziona. Lei ha elementi di fatto per far comprendere alla Commissione stragi perché apparati dello Stato e dei Servizi hanno compiuto tutta questa serie di depistaggi, hanno inventato gli attentati o, addirittura, hanno utilizzato gli attentati stessi per criminalizzare la destra politica e invece vittimizzare la sinistra?

PRESIDENTE. Se mi è consentito, Presidente, le chiedo di periodizzare, perché le stragi sono quelle del 1969 e quelle del 1974.

FRAGALA’. Io sono partito dai Gap e da Feltrinelli, che sono del 1969.

PRESIDENTE. Non diciamo però che i depistaggi del 1969 e del 1974 sono stati a favore della sinistra, collega Fragalà.

FRAGALA’. Quelli dei Gap e di Feltrinelli!

PRESIDENTE. A cominciare da Valpreda e da piazza Fontana come si può dire che siano stati sulla destra?

COSSIGA. Quando io parlo della cultura del complotto e di dietrologia, parlo di una cultura generale che è anch'essa funzionale alla divisione del paese in due. Persone egregie hanno creduto e affermato che Feltrinelli lo avesse fatto saltare la polizia. Questo perché Feltrinelli non doveva essere saltato da solo, non doveva: perché ad un giudizio culturale complessivo, Feltrinelli doveva essere vittima della polizia. In buona fede questo.

PRESIDENTE. Di questa cultura faceva parte o meno l'idea che nel 1969 la strage era stata compiuta dagli anarchici?

COSSIGA. Le dirò poi la mia opinione sugli anarchici. Quando lei mi dice che il Partito comunista, per lungo tempo, parlava delle Brigate supposte rosse e cose del genere lo ha fatto in parte per la stessa cultura del complotto e della dietrologia, da cui era travolto, e dall'altro perché stava esorcizzando il ritratto dí famiglia.

PRESIDENTE. Non c'è dubbio.

FRAGALA’. Ecco.

COSSIGA. Stava esorcizzando il ritratto di famiglia. Lei pensa che le gerarchie vere e quella che veniva chiamata la "Vigilanza" del Partito comunista non sapessero chi erano costoro? E’ noto che fino all'ultimo, quando già erano in latitanza, hanno cercato di farli rientrare, dalla latitanza, e non certamente elementi di sinistra del Partito comunista; Malagugini, che non era certo elemento di sinistra, tentò fino all'ultimo di far rientrare quelli che erano usciti da poco. Questo perché il Partito comunista comprendeva cosa fosse l'identificazione nella immagine generale del rosso col Partito comunista, tanto è vero che con la morte di Moro il Partito comunista ha pagato. Enrico Berlinguer si è spaventato, ha rotto la politica di solidarietà nazionale ed ha fatto slittare l'evolversi della politica italiana di due, tre o quattro, cinque anni: per un insuccesso elettorale anche piuttosto limitato e che era dovuto al fatto che noi avevamo il morto, eravamo i penalizzati, e che il rosso era rosso.

FRAGALA’. E non era nero.

COSSIGA. Certo. Quindi il tentativo di esorcizzare l'album di famiglia certamente vi è stato, insieme con la cultura di persone, non voglio farne i nomi, che appartengono all'aristocrazia intellettuale italiana e che per lungo tempo avranno creduto che le Brigate rosse erano fasciste perché non potevano che essere tali e che non ci poteva essere una eversione di sinistra.

FRAGALA’. Bravo!

COSSIGA. E’ logico. Non ci poteva essere un'eversione di sinistra. Quando si scoprì che c'era, il Partito comunista ha pagato. Le due persone paganti per le Br erano Moro o Berlinguer. Hanno preso Moro perché la reazione che c'è stata è stata minore che se avessero preso Berlinguer. Se avessero preso Berlinguer, avrebbero rotto i ponti che invece volevano mantenere con il mondo della sinistra. Diversamente da Prima Linea, le Br stavano per rientrare dalla lotta armata. Tanto è vero - e ricordo le lotte interne per le altre operazioni militare fatte - che il sequestro di Moro doveva essere il punto più alto da cui rientravano nel movimento di massa.

PRESIDENTE. E io su questo sono d'accordo con lei. Perché lei dia una risposta a Fragalà che resti a verbale, però, io le chiedo se ritiene che faccia parte delle ipotesi ragionevoli pensare che le stragi del 1969 e del 1974 siano attribuibili all'eversione di sinistra.

COSSIGA. No. Però, se lei mi chiede se ci sono cose confuse rispetto all'anarchia, questo sì. Mi baso sulle cose che ho letto. Non era difficile trovare contiguità fra certa eversione di destra e certe forme di anarchismo. Anche perché mi chiedo se, ad esempio, la bomba della Banca Nazionale dell'Agricoltura non sia veramente una bomba che è scoppiata se non per caso, per non aver tenuto conto...

PRESIDENTE. Questo Taviani ce lo ha detto.

I lavori proseguono in seduta segreta alle ore 17,02.

... omissis ...

I lavori riprendono in seduta pubblica alle ore 17,03.

FRAGALA’. Lei, presidente Cossiga, ci ha riferito che in Italia non si è fatta mai alcuna operazione contro elementi del Kgb sovietico in servizio spionistico nel nostro paese. Durante l'audizione del presidente Andreotti ho chiesto personalmente il motivo per cui, quando il Governo inglese segnalò a tutti i Governi europei la scoperta di una rete spionistica del Kgb, facendo espellere da tutti i paesi d'Europa, compresi la Gran Bretagna, la Francia e la Germania, centinaia e centinaia di spie, e fu mandato un elenco di oltre cinquanta spie del Kgb operanti in Italia, il Governo italiano ritenne di non dover assumere alcuna iniziativa. Le chiedo per quale motivo concreto in tutti questi anni in Italia si sono chiusi tutti e due gli occhi sull'enorme apparato spionistico dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia.

COSSIGA. Distinguiamo. Tenga presente che, come Ministro dell'interno, io di cose di controspionaggio non sapevo quasi nulla, perché i militari lo consideravano loro appannaggio esclusivo e riservato. Interessavano il Ministro dell'interno solo quando c'era da arrestare qualcuno o da respingerlo alle frontiere. Lei deve tener presente che il Ministero dell'interno italiano è stato sempre a sovranità limitata. Noi nel comitato sicurezza della Nato e nel club di Berna eravamo gli unici ad avere due rappresentanti, uno civile ed uno militare, che quindi non erano controllati da me. Io, che ero Ministro per la sicurezza, controllavo il 10 per cento dell’intelligence interna, forse, e nulla di quella esterna. In Italia si è scoperto pochissimo anzitutto perché eravamo occupati a dire che forse io ero matto e che andavo a mangiare da Berlinguer. Lei pensi che un giorno, quando ero Presidente della Repubblica, venne da me il mio capo consigliere per gli affari legislativi e mi disse di stare calmo, di non dare in escandescenze, se necessario di chiamare un medico per farmi dare un Tavor e, poi, mi sottopose la promozione a generale in riserva di un colonnello dei carabinieri: temetti che mi venisse l'infarto, ma senza battere ciglio firmai. Questa persona è venuta anche qui e ha detto che avevo coperto tutto su Ustica: gli avete sequestrato i documenti e così via.

FRAGALA’. E’ il generale Cogliandro.

COSSIGA. Senza battere ciglio firmai la promozione del colonnello, il quale poi - queste sono le cose belle della Repubblica - era al soldo del servizio per raccogliere roba di pattumiera nei miei confronti: è bene che si sappia come è organizzato lo Stato italiano! L'Inghilterra si poteva permettere di espellere 40 sovietici, noi no.

FRAGALA’. Per motivi interni o internazionali?

COSSIGA. No, alcun motivo interno perché credo che gli ebrei e i comunisti sarebbero stati ben lieti se avessimo buttato fuori persone che erano destinate anche a controllare loro. Ma c'erano gli interessi di Eni, Fiat, del commercio ed inoltre la velleità di fare una nostra ost-politik. Questo nel migliore dei casi: temo invece che non abbiano scoperto nulla. Anche la rete delle 40 spie di cui fui informato qualche giorno prima di lasciare la Presidenza della Repubblica fu scoperta per iniziativa del controspionaggio della Cia. Noi, devo dire onestamente, abbiamo dato una mano, collaborammo perché ci accorgemmo che i ragazzi di via Veneto, come sono chiamati in gergo quelli della Cia, stavano facendo operazioni sul nostro territorio. Collaborammo affinché un signore, uscito a prendere un caffè si ritrovasse poi a Angleton, dove ha la sede la Cia. Questo signore, a Genova, è uscito a prendere un caffè, ha preso un taxi e qualche ora dopo si è ritrovato negli Stati Uniti. La cosa bella è che l'Ambasciata sovietica disse: è scomparso un nostro diplomatico! E la polizia italiana rispose: davvero? E che lo avrebbe cercato subito.

ZANI. Mi voglio scusare con il presidente Cossiga ma debbo recarmi alla Camera dei deputati in quanto è in corso la votazione sulla fiducia.

FRAGALA’. Il 5 agosto del 1980, come lei sa, avvenne una famosa riunione del Ciis, tre giorni dopo la strage di Bologna, il cui verbale segreto fu ritrovato dal giudice Priore a Forte Braschi dopo 15 anni.

COSSIGA. Non è vero che fu ritrovato: era a Forte Braschi e nessuno lo aveva mai cercato.

PRESIDENTE. Come il Piano Pater: era regolarmente custodito dal Ministero dell'interno.

FRAGALA’. In questo verbale c'è un'indicazione venuta fuori soltanto un anno e mezzo fa dopo l'invio da parte del giudice Priore alla Commissione stragi. E’ venuto fuori che in quella riunione da parte del ministro Bisaglia si riferì che i Servizi segreti tedeschi, ma soprattutto il ministro dell'interno tedesco Baum, facevano sapere che la strage di Bologna come l'abbattimento dell'aereo di Ustica erano riferibili all'attività del terrorismo libico e alla responsabilità del dittatore Gheddafi. Oltre questo elemento, l'allora sottosegretario agli esteri, Zamberletti, poi diventato ministro della protezione civile, il 5 agosto 1980 si trovava a Malta per firmare il trattato di garanzia della neutralità assieme a Dom Mintoff e, in quell'occasione, riferisce Zamberletti nel suo libro, a proposito dell'abbattimento dell'aereo e poi della strage di Bologna, Dom Mintoff disse che erano stati i libici. Un terzo elemento di questa vicenda riferibile ai libici è venuto dal fatto che la Commissione stragi ha acquisito da poco un importantissimo rapporto di un eroico ufficiale dei carabinieri, generale Jucci...

COSSIGA. Generale dell'esercito, già numero due del controspionaggio italiano e poi capo del Sios.

FRAGALA’. Egli fece un rapporto di una missione che fu gli fu affida da lei personalmente, in cui riferisce che in pratica Gheddafi chiedeva all'Italia due operazioni assolutamente irricevibili e cioè l'attribuzione da parte dell'Italia della scomparsa, del sequestro e della uccisione del capo musulmano Imam Moussa Sadr.

COSSIGA. Chiedeva che noi riconoscessimo che era scomparso in Italia e non che la colpa fosse nostra.

FRAGALA’. Che fosse scomparso in Italia e sequestrato all'hotel Excelsior. Per questo fu imbastita una messa in scena nei confronti della stessa polizia italiana ma che fu sventata dal sostituto procuratore che si occupò dell'indagine. Poi, visto l'isolamento in cui Gheddafi si venne a trovare perché il mondo musulmano gli attribuiva l'omicidio di Moussa Sadr, chiedeva di essere ricevuto come capo di Stato in una visita ufficiale a Roma. Queste due richieste vennero ritenute irricevibili ed il generale Jucci conclude questo rapporto scrivendo: "Ho trattato per un anno, ma alla fine non ho potuto tirarla per le lunghe ed è accaduto quanto è accaduto".

PRESIDENTE. Perché eroico?

COSSIGA. Perché andò a ficcarsi in quel pasticcio: gliel'ho ordinato io.

FRAGALA’. Rischiò la sua incolumità personale. Infatti i libici se la stavano prendendo con lui e soltanto grazie ai rapporti personali che aveva con alcuni dirigenti libici e con il capo dei Servizi segreti libici, Jallud, riuscì a salvare la vita. Tra l'altro questa missione aveva una copertura, perché ufficialmente era volta a liberare dei pescatori.

COSSIGA. Aveva solo quello scopo.

FRAGALA’. Lei allora era Presidente del Consiglio. Di fronte a questi tre elementi fortemente indizianti, che il prefetto Parisi ci ha confermato in un'audizione in Commissione, affermando che era anche sua opinione che le stragi di Ustica e di Bologna fossero opera dei libici, perché - lo chiedo senza fare dietrologia - il paese e l'opinione pubblica, l'autorità giudiziaria, nessuno ebbe mai uno spunto anche di tipo investigativo per indagare sulla pista libica? Perché la pista rimase segretata, coperta?

COSSIGA. Non ricordo affatto (ma che io non ricordi non significa che il buon Bisaglia non me l'abbia detto) di quel che mi disse Bisaglia: l'ho detto anche al magistrato. O forse non lo ricordo perché non gli attribuii alcuna importanza. O forse non lo ricordo perché avevo ragione di dolermi che il Ministro delle partecipazioni statali avesse comunicazioni dal ministro tedesco Baum di cui il Presidente del Consiglio era stato tenuto totalmente all'oscuro. Per carità, non è che fosse obbligatorio dirmelo, ma siccome una legge stabilisce che è il Ministro dell'interno ad avere competenza su questi fatti, il ministro Baum prima di parlarne ad altri l'avrebbe dovuto dire a me. Del resto non mi sono state dette tante cose. Poi devo dirle che la pista libica era di una tenuità tale da non configurare non dico notizia di reato, ma neppure indizio di reato. E prima di entrare in un contrasto diplomatico con la Libia, con tutte le grane che abbiamo, sicuramente bisognava pensarci due volte. Sarebbe stato come se, sulla base dell'indicazione datami da alcune persone vicine alla famiglia Moro che bisognasse cercarlo nell'ambasciata cecoslovacca, il Ministro dell'interno avesse detto all'autorità giudiziaria: l'onorevole Moro è nell'ambasciata cecoslovacca. Non è che il Ministro dell'interno riferisce all'autorità giudiziaria tutto quello che gli viene detto, soprattutto quello che può creare simili pericoli: se un matto mi dice che Moro è stato ucciso dalla regina Elisabetta non prendo un foglio di carta e scrivo all'autorità giudiziaria. A dire il vero, secondo l'attuale filosofia dell'autorità giudiziaria bisognerebbe fargli sapere anche che qualcuno ha detto che Giovanni Pellegrino ha ucciso Giulio Cesare: si inizia un procedimento penale, e speriamo di trovare un Gip che archivia! Le devo dire chiaramente, pur con tutto l'affetto che porto nei confronti di Peppino Zamberletti, che pensare che i libici si siano messi a rischio così gravemente per due volte nel nostro paese mi sembra assurdo. Per dirci che cosa? Per avvertirci di cosa? Capisco se avessero fatto saltare in aria un aereo diretto in Libia, ma chi mai poteva pensare che fossero i libici a mettere una bomba a Bologna? A che scopo e per avvertire di cosa?

FRAGALA’. C'era stato l'abbattimento dell'aereo in Ciad. Era una tecnica specifica dei libici.

COSSIGA. Ma se la sono presa con la Francia! Noi avevamo già firmato e forse ratificato, ahimè, il trattato di garanzia con Malta. Cosa pensavano, che l'avremmo disdetto? E poi i libici hanno sempre cercato di andare d'accordo con noi e ci sono sempre andati. Sinceramente, con tutto il rispetto per il prefetto Parisi e per Zamberletti, se lei mi chiede quale grado di probabilità o di credibilità io dia alla connessione tra queste due stragi ed al coinvolgimento dei libici, le rispondo che non ne do zero, perché a questo mondo non si può mai dire, ma certo gliene do uno bassissimo. La questione di Baum a me non fu mai detta da nessuno.

FRAGALA’. Ma risulta da un verbale ufficiale.

COSSIGA. A me non risulta. Se non la ricordo devo averla considerata una baggianata, anche perché non posso ritenere che il Ministro dell'interno presente alla riunione, avendo avuto una notizia di questo genere, non me l'abbia riferita almeno durante quella riunione del Ciis. A meno che tra il Presidente del Consiglio e il Ministro dell'interno vi fosse un corto circuito tale che il ministro Baum si rivolgeva direttamente a Bisaglia; o che i Servizi, avendo avuto la notizia, non fossero venuti a dirlo né a me, né al Ministro dell'interno, ma al ministro Bisaglia. Mi sembrano pettegolezzi da anticamera del Ministero.

FRAGALA’. Le attività illegali e criminali dei libici sul nostro territorio erano di tale livello che il Servizio segreto libico pretese dal nostro Servizio l'elenco delle vie dove avevano l'appartamento dodici esponenti dell'opposizione libica rifugiati in Italia, che vennero immediatamente assassinati.

PRESIDENTE. Era quello che facevano: uccidevano gli altri libici. Perché dovevano fare la strage di Bologna?

FRAGALA’. Sì, ma ebbero dal nostro Servizio segreto gli indirizzi dei rifugi degli esponenti politici oppositori.

COSSIGA. Questo non l'ho mai saputo, perché se lo avessi saputo il capo dei Servizi sarebbe volato, lui con l'intero palazzo in cui si trovava. Quando il generale De Lorenzo era a capo del Sifar e si accorse che i francesi facevano fuori gli algerini da noi protetti, fece cacciare via il rappresentante dei Servizi francesi nel giro di dodici ore.

FRAGALA’. Quindi lei non l'ha mai saputo?

COSSIGA. Mai.

FRAGALA’. Ha mai saputo che il presidente Andreotti incontrava segretamente Jallud ai Parioli e che i Servizi italiani erano chiamati a proteggere la clandestinità e la riservatezza degli incontri?

PRESIDENTE. Per assecondare il Servizio libico.

COSSIGA. Non capisco la prudenza del presidente del Consiglio Andreotti, perché io, come Presidente della Repubblica, ricevevo Jallud al Quirinale, non nella lista delle udienze, forse nella lista delle udienze con un nome falso, ma non avevo nessuna difficoltà, tutt'altro, data la natura dei nostri rapporti economici con la Libia, a ricevere Jallud; mi ricordo anzi che fui colpito dalla eccezionale eleganza di Jallud. I servizi segreti svolgono sempre questa opera paradiplomatica: la prima volta che incontrai da Presidente del Consiglio il ministro dell'interno dell'autorità palestinese fu in casa del generale Santovito. Perché lo incontrai in casa del generale Santovito? Perché in quel momento, per mille e uno motivi, che il Presidente del Consiglio dei ministri avesse contatti diretti con i rappresentanti dell'autorità nazionale palestinese era cosa che poteva seccare gli alleati. Se avessi dovuto incontrare sul territorio italiano Arafat, avrei dato certamente incarico al Servizio segreto - sempre quello militare, perché l'altro poco ci aveva a che fare - di fare sì che il mio incontro fosse il più segreto possibile; non per motivi interni, ma per motivi internazionali. Io ho incontrato il Ministro dell'interno, il Capo del servizio segreto, diciamo così, di Arafat dopo che noi decidemmo che era bene che io lo incontrassi in vista dell'incontro dei Ministri di Venezia, dove riuscimmo ad ottenere qualcosa di più nei confronti del Movimento di liberazione palestinese (è una riunione che feci io); lo ritenni necessario, così come mi vedevo regolarmente con l'amico Ammad che fu il rappresentante segreto, per un certo periodo, dell'autorità palestinese. Se quindi il Presidente del Consiglio ha ritenuto che non fosse opportuno vederlo alla Presidenza del Consiglio perché c'erano i giornalisti, che non era opportuno vederlo a casa sua, che era opportuno vederlo a casa di Santovito - o di chi c'era allora; allora c'era Martini - e che abbia incaricato il Servizio segreto di combinargli questo incontro...

PRESIDENTE. A noi lo ha riferito Martini.

COSSIGA. Ebbene, che gli abbia dato quest'incarico mi sembra una cosa perfettamente legittima e rientrava nei compiti di un Servizio segreto gestire questi rapporti paradiplomatici.

FRAGALA’. Signor Presidente, il fatto totalmente anomalo che ci ha impressionato è che il servizio segreto italiano non sapeva nulla di questo incontro: fu avvertito dal Servizio segreto libico di organizzare un sistema di protezione dell'incontro. Quindi Andreotti non si è rivolto a Martini per organizzare l'incontro: Andreotti e Jallud hanno organizzato l'incontro, il servizio segreto libico ha avvertito Martini.

COSSIGA. Poco corretto. Poco corretto il servizio libico, perché di un atto di fiducia del Presidente del Consiglio nei confronti del loro capo sono andati a parlare con il servizio segreto italiano. Il Presidente del Consiglio dei ministri italiano è anche quello che è stato costretto ad organizzare un incontro, richiestogli dall'ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, con Gheddafi; poi è successo un pasticcio, ma l'incontro l'aveva chiesto l'ambasciatore degli Stati Uniti, per input del Dipartimento di stato, che infatti poi ne chiese la testa.

FRAGALA’. Signor Presidente, un altro argomento. Oggi su "II Tempo", quotidiano romano, è uscita un'intervista a un ex Ministro degli esteri nel periodo in cui lei era Presidente della Repubblica. Il Ministro degli esteri in questione, rispondendo ad una domanda...

COSSIGA. Chi è? Perché ne ho avuto tanti.

FRAGALA’. De Michelis. Disse che fra il 1989 e il 1991 i comunisti erano sull'orlo del baratro: "avremmo potuto buttarceli dentro. Dagli archivi segreti dei paesi comunisti arrivavano fatti e nomi imbarazzanti. Sarebbe stato facile delegittimare migliaia di ex dirigenti per spionaggio e intelligenza col nemico, ma noi eravamo indulgenti e un poco fessi, e li abbiamo salvati. Non così fessi i tedeschi di Bonn, che quando hanno riunito le due Germanie hanno messo in quarantena tutti i quadri comunisti; non si fidavano".

PRESIDENTE. Vorrei chiederle: così fessi da non conservarsi nemmeno le fotocopie di questi documenti?

FRAGALA’. Deve fare questa domanda al Ministro, non a me.

COSSIGA. Non posso rispondere. Delle cose che io so per averne trattato direttamente con il presidente Eltzin, il quale fu poi così cortese da mandarmi una delegazione del Kgb, che ancora era unitario, capitanata dall'attuale ministro degli esteri della Repubblica federale di Russia, Ponomariov (e devo dire che questi spioni sovietici non si distinguevano molto, per il modo di parlare e di vestire, da quello dei loro colleghi atlantici)...

PRESIDENTE. Su questo non ho alcun dubbio.

COSSIGA. Salvo che i nostri erano più "bonaccioni"; ebbene, documenti imbarazzanti a livello di accusa di spionaggio nei confronti dei rappresentanti del Partito comunista italiano non me ne sono stati mai rappresentati. Vi erano alcuni di questi documenti che riguardavano i finanziamenti, cosa che poi Cervetti rese pubblica e Zagladin venne a confermare quello che diceva Cervetti. E’ vero che Cervetti non ha detto tutto nel suo libro, chiaramente, ma questo riguarda una questione di finanziamento degli uni e degli altri. Si può realizzare una equa compensazione, anche perché non so... nel bilancio, credo che ci abbia guadagnato il Partito comunista perché erano molto più attenti gli americani, ma grosso modo devono essere state le stesse cifre. Se i due partiti, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, si fossero messi d'accordo e avessero ognuno detto che l'altro prendeva di più ci avremmo guadagnato tutti un po' di più; ancora la politica democratica non è arrivata a questo punto! Altra cosa. Il Governo russo e la procura generale russa chiesero la collaborazione del Governo italiano, a quanto mi fu detto - perché non è che al Quirinale mi si dicesse tutto - per due cose: per accertare gli illeciti arricchimenti di dirigenti sovietici e per accertare se, come loro pensano, fondi del Partito comunista, dell'Unione Sovietica, del Kgb prima dello scioglimento di questi organismi non fossero stati esportati all'estero. Debbo dirvelo, il sospetto che le autorità russe avevano e che forse non è infondato è che i dirigenti del Partito comunista dell'Unione Sovietica e il Kgb avessero esportato fondi all'estero presso amici dei partiti degli altri paesi. Le posso dire che un tentativo di questo genere fu adombrato anche con il Partito comunista italiano, il quale respinse fermamente questa proposta. Altre cose, per dirla tutta. Lei deve sapere che le ambasciate dell'Unione Sovietica erano fatte sulla base del modello delle nunziature: l'ambasciata dell'Unione Sovietica era la rappresentante dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche presso lo Stato presso cui era accreditata e in più era l'ambasciata del Partito comunista dell'Unione Sovietica presso il Partito comunista nazionale. Ad esempio, la notizia e la giustificazione della repressione in Ungheria, la notizia che stava per iniziare la repressione in Ungheria passò al Partito comunista italiano tramite l'ambasciata; la notizia dell'invasione della Cecoslovacchia passò attraverso una telefonata notturna dell'ambasciatore sovietico al funzionario, al capo della segreteria organizzativa che era di turno durante il mese di agosto, che era Cossutta e che informò subito gli altri; così come i messaggi dal Pci al Pcus, quelli ordinari che non si volevano inviare tramite le normali comunicazioni, passavano attraverso l'Ambasciata sovietica. Può accadere benissimo - anzi credo che sia avvenuto - che se si vanno a prendere i nastri delle intercettazioni che noi facevamo, ovviamente, nei riguardi dell'Ambasciata dell'Unione Sovietica, si troveranno le intercettazioni di telefonate di esponenti del Pci con funzionari dell'Ambasciata per consuetudine. E’ come che si rinvenga una mia telefonata con il Nunzio; sono cattolico e quindi parlo con il Nunzio. Se non storicizziamo tutto, non ne usciamo più. Questo non era spionaggio, perché è come se si considerasse spionaggio il fatto che Togliatti andasse a parlare con Stalin: è chiaro che andava a parlare con Stalin, con chi volete che andasse a parlare? Lei crede che se in Italia vi fosse stato un regime comunista, non sarei andato a parlare con il Papa? E potendolo non sarei andato a parlare con il Presidente degli Stati Uniti? Certo che ci sarei andato.

FRAGALA’. Da dove: dal carcere?

COSSIGA. Se possibile, anche dal carcere, ma, data la parentela che avevo, probabilmente il carcere mi sarebbe stato risparmiato... sempre che non avessero messo - cosa estremamente possibile - in carcere anche lui!

FRAGALA’. Presidente, come lei sa c'è un giudice istruttore - ne abbiamo parlato poco fa per l'attentato a Rumor, su cui lei è stato assolutamente chiaro ed inequivocabile - o un giudice per le indagini preliminari italiano (non ricordo se col vecchio o col nuovo rito) che insiste nel sostenere...

PRESIDENTE. C'è un giudice istruttore che è il dottor Lombardi, di cui non conosciamo ancora le conclusioni, e c'è un Gip che ha firmato un ordine di custodia cautelare che è la dottoressa Forleo.

FRAGALA’. Esatto. Tra l'altro, il presidente Pellegrino ha detto che vi è un cittadino italiano in questo momento in carcere, perché tra l'altro si sostiene, in questa trama storico-politico-giallista, che Bertoli non è un anarchico ma un fascista, tanto è vero che Bertoli qualche mese fa, quando è stata tirata fuori di nuovo questa storia, prima ha minacciato il suicidio e poi lo ha veramente tentato perché non ne può più dopo vent'anni che continuano ad accusarlo di essere fascista, mentre lui invece continua a dire di essere anarchico, e quello era un puro attentato anarchico senza alcun tipo di dietrologia.

PRESIDENTE. Diciamo che il presidente Cossiga ha dimostrato di non credere a questa versione.

FRAGALA’. Questo già l'ha dimostrato, ma le chiedo: allora, al momento dei fatti, su questa vicenda dell'attentato a Rumor compiuto da Bertoli, vi furono delle segnalazioni da parte dei Servizi?

COSSIGA. Nel 1973 non ricoprivo alcuna carica; è uno dei pochi periodi della mia vita politica in cui non ho ricoperto alcun incarico.

PRESIDENTE. E’ vero, dal 1970 al 1974.

FRAGALA’. Allora, mi rifaccio a quello che ci ha dichiarato, sul suo giudizio politico sulla personalità di Rumor.

COSSIGA. L'onorevole Rumor, autore di una pregevole tesi pubblicata su Gozzano, stroncata peraltro da Benedetto Croce - con grande onore per Rumor (perché è un grande onore che per stroncare una tesi su Gozzano Benedetto Croce impiegasse due colonne della sua rivista) - persona mite...

PRESIDENTE. Indubbiamente.

COSSIGA. … sinceramente non credo che andasse ad ordire complotti. L'onorevole Rumor era grato che qualcuno dei "famigli" della Democrazia cristiana per consegnargli una lettera l'abbia fermato proprio in quel momento. Oggi noi avremmo piazze intitolate a Rumor, monumenti a Rumor ed egli sarebbe un eroe della Resistenza, mentre invece è morto tranquillamente nel suo letto.

PRESIDENTE. Presidente Cossiga, su questo continuo ad insistere: una cosa è ciò che Rumor ha potuto promettere, altro è ciò che si poteva attendere da lui. Infatti, questo è un mondo di oscuri messaggi, di trasmissione di notizie e nel tam tam la notizia si trasforma. Ad esempio, non escludo che l'onorevole Rumor, di cui condivido pienamente il giudizio umano e politico da lei dato, possa aver detto: qui siamo ai limiti dello stato d'emergenza, e che questa notizia lentamente abbia dato luogo a frasi del tipo: forse, se mettiamo una bomba dichiara lo stato d'emergenza.

COSSIGA. Sono stato diretto collaboratore dell'onorevole Rumor quando mi fu dato l'incarico di svolgere l'inchiesta parallela in collegamento con la Commissione Alessi; per questo sono stato anche regolarmente processato ed archiviato.

PRESIDENTE. Non processato ma indagato.

COSSIGA. "Fortemente" indagato per soppressione di atti relativi alla sicurezza dello Stato. Per questo vado ancora oggi in tribunale in qualità di teste d'accusa, e quindi non se ne può più. Signor Presidente, non credo che l'onorevole Rumor sapesse neanche cosa fosse lo stato di emergenza. Quando a palazzo Chigi, per incarico suo, oltre che dei Ministri dell'interno, della difesa e di grazia e giustizia, gli facevo da adviser per cercare, se non altro, di non essere ridicoli negli omissis - io che passo alla storia come l'uomo degli omissis (giustamente, ma per averli tolti) - ricordo che Aldo Moro era seccato da questa mia attività - perché era sotto la sua gestione che erano stati apposti gli omissis - ma lui affermava di non entrare nel merito. L'Autorità nazionale per la sicurezza - altra cosa stramba - era allora il Capo del Servizio. Il grosso della fascicolazione De Lorenzo non lo fece come capo del servizio di informazione ma come Autorità nazionale per la sicurezza, perché appena io avevo il nulla osta lui predisponeva il relativo fascicolo. Chissà quanti miei fascicoli ci sono tuttora, anche come Presidente della Repubblica. L'onorevole Moro era dell'opinione che l'Autorità nazionale per la sicurezza appone gli omissis anche se sciocchi. Ad esempio: "II colonnello dei carabinieri Francesco Cossiga, comandante della Legione di Bolzano, ... omissis ... ", perché il decreto del 1941, emanato in tempo di guerra ma mai revocato, prevedeva questa procedura. Ricordo la sofferenza di Rumor nello starmi a sentire e la mia difficoltà nello stare a spiegargli cose quali il segreto Nato, il segreto nazionale, eccetera. Noti bene che questi bombaroli erano non solo criminali ma anche stupidi nel credere che Rumor potesse fare un colpo di Stato!

PRESIDENTE. Su questo sono d'accordo. In altre audizioni avevo segnalato agli uffici che poteva essere interessante vedere - se possibile - di acquisire dalla Rai-Tv la dichiarazione che Rumor fece in televisione la sera della strage di piazza Fontana. Non posso ricordarmi le parole, ma solo che si percepiva un enorme stato di tensione nell'uomo.

COSSIGA. Sì, ma tenga presente, e non dimentichiamo, che il giorno del sequestro di Moro passai il pomeriggio a convincere l'onorevole La Malfa che era perfettamente inutile proclamare lo stato di guerra, ai sensi del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, perché gli spiegai che tale stato si sarebbe dovuto proclamare se vi fosse stata una parte del paese in mano alle Brigate rosse: essendo stata sequestrata una persona, lo stato di guerra era del tutto impossibile. Non lo chiese in via privata, lo chiese in Aula: la pena di morte e lo stato di guerra. Passai due o tre ore a spiegare ad un uomo avvertito che voleva proclamare lo stato di guerra a difesa della Repubblica, in quel caso, che se ci fosse stata una parte del paese o una parte della città di Roma in mano alle Brigate rosse ciò sarebbe stato possibile, e ne avrei assunto anche la responsabilità perché tutti me lo avrebbero fatto passare. Ma per un sequestro di persona lo stato di guerra era totalmente da rifiutare. La frase di La Malfa, però, non si può assolutamente intendere come se fosse favorevole al colpo di Stato: compiva un errore a favore della Repubblica.

FRAGALA’. Presidente, lei nel 1993 e anche oggi ha ribadito il concetto che Moro venne ucciso perché le Brigate rosse non avevano compreso di essere a un passo dalla vittoria perché quel giorno era riunita la direzione della Democrazia cristiana per rispondere all'appello che Moro, direttamente e con una lettera inviata a Riccardo Misasi, aveva rivolto affinché il Consiglio nazionale si riunisse per decidere l'avvio delle trattative. L'onorevole Craxi da Hammamet qualche giorno fa, rispondendo ad un'intervista, ha detto che il presidente Leone aveva addirittura la penna in mano per firmare, come chiedevano le Brigate rosse, un atto di clemenza nei confronti di un detenuto.

COSSIGA. Era la Besuschio, lo ricordo benissimo.

FRAGALA’. Condividendo in pieno la sua posizione di esponente del partito della fermezza non pentito, le chiedo: se quella mattina le Brigate rosse avessero, come qualcuno sostiene, fatto uscire Moro dalla casa di via Montalcini non per ucciderlo, ma per altro e, invece, fosse venuta improvvisamente da parte di qualcuno un'indicazione diversa tale per cui Moro - lei stesso dice illogicamente - venne ucciso, perché quella mattina tutti sapevano...

COSSIGA. Loro non lo sapevano.

FRAGALA’. Se quella mattina Moro non fosse stato ucciso dalle Brigate rosse e la Democrazia cristiana avesse aperto ufficialmente la trattativa, e quindi il Partito comunista in quel momento fosse stato messo di fatto politicamente nell'angolo, cosa sarebbe accaduto secondo lei? Le chiedo un'ipotesi, un giudizio.

PRESIDENTE. Non so se questo fa parte delle mascalzonate politiche, perché l'idea di Fragalà è che sia stato il Partito comunista a dare l'ordine di uccidere Moro, se ho ben capito.

FRAGALA’. No, al contrario.

COSSIGA. Questa, da parte dell'onorevole Fragalà, sarebbe una mascalzonata, politica.

FRAGALA’. Comunque, poiché il senatore Pellegrino non apparteneva allora al Partito comunista, non è diretta contro di lui.

COSSIGA. Questo è uno dei pochi limiti del senatore Pellegrino, che non sia appartenuto al Partito comunista. Sarebbe meno anima candida. Quel giorno uscii di casa con la lettera di dimissioni in tasca, la cui bozza avevo scritto fin dal giorno in cui fu rapito Moro, quando avevo convocato i miei collaboratori e avevo loro detto: "D'ora innanzi fregatevene del mio avvenire politico, che tra l'altro non c’è più", e in questo sbagliavo; "Io mi dimetterò sia che Moro venga liberato, sia che venga ucciso". Ho pensato dal primo momento che Moro sarebbe stato ucciso. Assolutamente, e se vuole le do le spiegazioni.

PRESIDENTE. Mi faccia capire. Perché era così pessimista sulla possibilità che Moro venisse liberato con una operazione militare, che si individuasse il covo?

COSSIGA. Non mi sono spiegato. Ho sempre sperato fino all'ultimo che venisse liberato. Però, se non fosse stato liberato militarmente, di fronte alla linea della fermezza sarebbe stato ucciso. Con la morte nel cuore nella riunione della Democrazia cristiana alla Camilluccia, in cui si discusse questo aspetto, e nella riunione a palazzo Chigi a livello dei partiti che sostenevano il Governo (c'erano Berlinguer, Craxi ed altri) capii che schierarsi per la fermezza significava esporre Moro alla quasi certezza che fosse ucciso. Questo lo dissi sempre. Infatti, dopo un’operazione del genere, i brigatisti dovevano imitare i grandi processi rivoluzionari, in quanto si ritenevano una grande forza rivoluzionaria. Il processo fatto da una grande forza rivoluzionaria può avere solo un esito: la condanna a morte.

PRESIDENTE. E’ vero: se il codice era quello, non poteva che esserci un esito.

COSSIGA. Non potevano non uccidere Moro una volta processato.

FRAGALA’. Perché il giudizio, al solito, non segue le prove.

COSSIGA. Ma quello era un giudizio politico.

FRAGALA’. Anche quello di alcuni tribunali!

COSSIGA. Questa è un'altra cosa che le consiglio di non dire fuori di qui, dove lei non è assistito dall'immunità parlamentare. Secondo l'interpretazione lo può dire nei corridoi o forse, riferendosi a questa seduta, anche in un comizio, ma riferendosi a questa seduta. Che cosa avrebbe provocato la liberazione di Moro a seguito della trattativa? Perché c'era anche la possibilità della liberazione di Moro a seguito di una trattativa. La decisione della Dc di aprire le trattative sarebbe stata valutata dal Partito comunista (io me ne sarei andato o forse sarei stato pregato da Botteghe oscure di aspettare un momento) che avrebbe detto: lasciamo riunire il Consiglio nazionale e vediamo che cosa decide. Io ero deciso ad andarmene subito, ma forse perché sono un po' irruento. Il Partito comunista non sarebbe stato in grado di sopportare una trattativa.

FRAGALA’. E’ chiaro. Che cosa sarebbe accaduto secondo lei?

COSSIGA. Sarebbe saltato in aria il Governo Andreotti.

FRAGALA’. E non sarebbe accaduto qualcos'altro di più grave?

COSSIGA. No, sarebbe saltato in aria il Governo Andreotti.

FRAGALA’. Poco fa, parlando della capacità di penetrazione e di organizzazione del Partito comunista, lei ha parlato addirittura di guerra civile.

COSSIGA. No, mi sono domandato perché il Partito comunista, che ritengo sia sempre stato in grado politicamente e militarmente di impadronirsi del potere, non l'abbia fatto. Mi sono risposto che non l'ha fatto per tre motivi: perché Mosca glielo aveva già fatto capire quando alcuni imprudenti del Partito comunista andarono a parlare con Stalin e questi li mise alla porta (non Togliatti); perché la divisione in sfere di influenza non lo avrebbe permesso, in quanto avremmo avuto qui gli americani. Vi sono atti del Consiglio nazionale di sicurezza che prevedevano l'occupazione della Sardegna o della Sicilia come basi se in Italia avesse vinto legittimamente il Partito comunista; tanto è vero che si pensa che la grande opera di bonifica dalla malaria fatta dagli americani in Sardegna sia stata fatta per prepararsi la base in quella regione.

FRAGALA’. Ritorniamo all'ipotesi di prima. Quella mattina il Consiglio nazionale della Dc approva la linea della trattativa.

COSSIGA. No, mai.

FRAGALA’. Moro non viene ucciso. Si avvia la trattativa e Moro viene liberato con lo scambio di prigionieri, dopo la firma di Leone. Cosa sarebbe accaduto?

COSSIGA. Vuole che le dica una cosa? Credo che le Brigate rosse non abbiano pensato neanche per un istante che fosse possibile provvedere ad un scambio. Loro pensavano a minare la presa che il Partito comunista aveva sulla base. Non confondiamo Prima linea con le Brigate rosse: queste ultime sono sempre rimaste legate al movimento di massa, mentre Prima linea era un movimento militare piuttosto elitario (non per niente proveniva da Lotta continua che era un movimento elitario, come ha dimostrato il successo mondano e politico ottenuto in seguito da molti dei suoi rappresentanti).

FRAGALA’. Quale sarebbe stata la reazione del Partito comunista a suo giudizio?

COSSIGA. Lei pensi che la trattativa sarebbe stata il messaggio delle Br ad un vasto mondo che stava a sentirle: mentre il Partito comunista ha capitolato, noi siamo in grado di trattare con la Dc. Loro si sarebbero accontentati non di trattare con lo Stato ma di trattare con la Dc.

FRAGALA’. Ne sarebbe scaturito uno scontro a sinistra.

COSSIGA. Loro speravano questo. Comunque, avrebbe vinto certamente il Partito comunista se questo scontro si fosse verificato. Teniamo presente il famoso articolo di Pansa: noi abbiamo cercato di dissimularlo, ma nel mondo vasto del proletariato la linea del Partito comunista della fermezza e della condanna delle Br non passò facilmente.

FRAGALA’. Alcuni brigatisti ci hanno detto ed hanno anche scritto che quando sequestrarono Moro si erano preparati al sequestro e al suo interrogatorio avendo studiato la storia della Dc, delle correnti, del personaggio, eccetera, ma essendo convinti, poiché erano marxisti-leninisti, al di fuori della storia, di aver catturato l'uomo del Sim, dello Stato imperialista delle multinazionali.

COSSIGA. Questo era lo slogan che era facile da propagandare in certe zone del proletariato. Non crederà lei che Curcio, raffinato intellettuale, credesse a questa balla del Sim?

FRAGALA’. Sì, però Curcio con il rapimento non c'entra.

COSSIGA. Queste cose le scrivevano anche quando Curcio era libero e il rapimento non era avvenuto.

PRESIDENTE. Onorevole Fragalà, perché vuol far dire al presidente Cossiga quello che pensa lei? Mi sembra chiaro che quello che pensa il presidente Cossiga con quello che pensa lei non coincide.

COSSIGA. Vorrei chiarire una cosa: la linea trattativista della Dc e che è presente ancora in molti dei miei compagni dell'ex partito, innanzitutto è una convinzione politica, perché alcuni compagni del mio ex partito non possono accettare che Moro, uomo del progresso, sia ucciso a sinistra. Moro non deve essere ucciso a sinistra: deve essere ucciso a destra o dal capitalismo americano.

FRAGALA’. E’ una bestemmia, è chiaro.

COSSIGA. La teoria del complotto è la teoria della dietrologia: il fatto non è vero perché non deve essere vero. Ma è possibile che qualcuno possa pensare che Kissinger, solo per aver bisticciato con Moro, sia il mandante dell'omicidio Moro. Invece lo si crede e in buona fede, perché Moro non può essere ucciso a sinistra. Così come le Br non possono essere rosse. E’ la filosofia politica personalista di una parte del mondo cattolico. Il brano del discorso di Andreotti in cui parlando delle lettere, disse che non erano moralmente autentiche, lo scrissi io e lo feci in buona fede, tanto in buona fede che tra gli amici di Moro si crearono due partiti, uno dei quali che contava fra gli altri Pietro Scoppola e Monsignor Riva (io non firmai perché ero Ministro) affermò che le lettere non erano moralmente autentiche. Invece in seguito io mi son convinto che le lettere erano autentiche perché, a ben vedere, mi sono letto anche gli scritti di Moro; e non c'è in questo il giudizio tremendo che Pertini subito dopo diede della prima lettera di Moro, e cioè "si vede che non l'ha fatta lui ma l'hanno fatta gli altri". Ricordo che noi reagimmo anche per questo fatto. Innanzitutto, prima di dare questo giudizio tenga presente che c'era anche un fatto psicologico. Io mi emoziono a dire queste cose: Moro era uomo mitissimo e insieme durissimo; aveva un senso spiccato della propria dignità personale e della propria delimitazione fisica, tanto che io non ricordo - con l'affetto che io gli portavo e che lui ricambiava - di averlo mai preso sotto braccio.

PRESIDENTE. Ai suoi collaboratori non dava del tu ma del lei. Questo era noto.

COSSIGA. Parlando del senatore Andreotti posso dire che Aldo Moro e Giulio Andreotti sono due facce della stessa moneta culturale, sociale e storica, due grandi allievi di Giovanni Battista Montini. Questo immagini come farà andare in bestia alcuni miei ex compagni di partito, quelli dell'ala penitente della Dc i quali non vanno d'accordo con il Pds perché quest'ultimo afferma che probabilmente in parte della sua storia aveva torto. No, essi ritengono che il Pci aveva ragione in tutto. L'ala penitente dell'ex Dc non vede con favore il revisionismo del Pds, perché loro vorrebbero che il Pds avesse ragione, anche l'Unione Sovietica e, perché no, anche Stalin. L'ala penitente della Dc, quella che mi è amica! Aldo Moro era un grande statista diversamente dal giudizio che ne davano Pertini e tanti altri, perché lui faceva non operazioni di Governo, tanto è vero che condusse l'operazione del compromesso storico non a suo beneficio bensì a beneficio della persona che considerava sua dirimpettaia e cioè Giullo Andreotti, Moro condusse la cosa con estrema onestà; il Governo ad Andreotti glielo preparò Moro, non se lo fece Andreotti. Io ero convinto che per essere grandi statisti occorresse essere liberali, comunisti o fascisti, avere cioè una concezione dello Stato che ritiene che lo Stato stesso non sia una pura sovrastruttura organizzativa bensì una forma moralmente identificata ed identificabile della comunità nazionale. Esiste quindi un senso dello Stato, un'attività ed un interesse dello Stato. Un cattolico può avere un'altra visione e dire che lo Stato è soltanto una struttura, tant'è vero che siamo stati noi cattolici ad inventare le parole "comunità" e "società civile" per non dire Stato.

FRAGALA’. Una struttura di servizi.

COSSIGA. Quindi, di fronte al valore concreto della vita di una persona - guardi la tragicità - al valore concreto di una famiglia, di un bambino che sarebbe rimasto senza nonno. Allora, per il valore della persona, vadano pure a quel paese gli interessi e la dignità dello Stato. Non è questa una posizione di interesse. Certo, lui voleva salvare anche la sua vita; voleva riservarsi per il nipotino e per la famiglia, con tutti i problemi che quella famiglia aveva.

PRESIDENTE. Infatti lui nelle lettere insiste molto per dire che in altre occasioni aveva dimostrato di pensarla in quel modo.

COSSIGA. Allora il raptus trattativista della Dc deriva in parte dallo sgomento, dal voler salvare l'uomo che si capiva essere il suo leader naturale, il grande leader. E in secondo luogo dal fatto che c'è una parte del mondo cattolico che questo lo sente ed era in sintonia. Io debbo ricordare le angosciose conversazioni che ebbi con Riccardo Misasi che di noi della sinistra di base era forse l'unico trattativista.

PRESIDENTE. E, secondo lei, Moro come aveva fatto a saperlo questo? Tutti i suoi richiami a Misasi, infatti, sono sproporzionati rispetto a quella che a noi sembrava e sembra tuttora essere la figura di Misasi. Quasi egli sapesse che era a favore della trattativa.

COSSIGA. L'ufficiale di collegamento tra la direzione della Dc, il Pecchioli della Dc, con minori conoscenze pratiche, era Giovanni Galloni. Una sera venne da me e mi disse - io non lo sapevo -, ma come ha fatto Moro a sapere una cosa che Riccardo Misasi ha detto in una riunione ristretta?

PRESIDENTE. Io sarò un mascalzone politico, però queste domande me le faccio.

COSSIGA. No, lei non è un mascalzone. Se lo fosse lo riconoscerei, ma non lo è. Ci ponemmo allora il problema se non esistesse un canale di ritorno.

FRAGALA’. C'era.

COSSIGA. Questo non lo so. La famiglia Moro era tutta sotto controllo. Don Mennini no, perché della sua esistenza ho appreso solo dopo.

FRAGALA’. Lei, Presidente, sa che ci fu una trattativa separata con il Vaticano?

COSSIGA. No, non ci fu una trattativa separata con il Vaticano. Il presidente Andreotti, molto tempo dopo che io avevo lasciato la carica, mi raccontò (e non aveva alcun obbligo di farlo, direi anzi che fece bene a non dirmelo perché io come Ministro dell'interno dovevo avere una linea e basta) che il Vaticano raccolse denari, ove il denaro fosse stato necessario. Noi avremmo pagato qualunque somma. Avvertii di questo il Partito comunista attraverso il senatore Pecchioli il quale mi disse: comprendo, fatelo, ma non ditecelo. Se si tratta di denari, via. Guardate che poi noi vi critichiamo, ma non c'entra nulla. Fatelo, ma non ditecelo, oppure ditecelo ma rimaniamo d'accordo che non ce lo avete detto. A quanto mi fu raccontato, allora, il Vaticano aveva raccolto dei denari. In più il Vaticano doveva aver cercato, per via io credo dei cappellani carcerari, di contattare elementi delle Br, Curcio, o, chissà, altri. Il senatore Andreotti sembra un uomo molto freddo; io sono stato abbracciato da lui una sola volta quando mi sono dimesso; quando andai a comunicargli le dimissioni, mi abbracciò e mi disse: capisco, ma non è giusto che sia tu a pagare, a fare il botto. Ma se io non facevo il botto saltava la santabarbara, cioè il Governo e la politica di solidarietà nazionale. Questa è la frase. Uno dei dolori di quest'uomo che sembra così freddo è di essere ritenuto insensibile a quanto accadeva a Moro. L'onorevole Andreotti ha tenuto senz'altro rapporti con la Santa Sede, legittimamente. Tanto che, evidentemente, quel mondo tanto lo aveva rassicurato che la sera prima dell'uccisione di Moro (senza dirmi il perché e il per come non era tenuto a farlo ed era anzi bene che non me lo dicesse perché il Ministro dell'interno doveva continuare a fare il suo lavoro e basta) se ne uscì con uno: "speriamo bene". Questo dopo aver avuto qualche informazione, aver saputo che avevano stabilito un contatto.

FRAGALA’. La lettera di papa Montini l'ha scritta Andreotti?

COSSIGA. Questo papa Montini non me lo ha detto, né me lo ha detto Andreotti. La lettera di papa Montini, mi creda, l'ha scritta Montini.

FRAGALA’. Glielo chiedo perché ci siamo sempre posti il problema di come mai quella lettera contenesse una frase totalmente estranea: "senza alcuna condizione",

COSSIGA. Questo ve lo ha detto Guerzoni!

PRESIDENTE. Non c'è dubbio, ce lo ha detto Guerzoni.

COSSIGA. Per Guerzoni, Montini doveva essere come lo pensava lui. E, siccome Montini doveva essere come lo pensava lui, il Montini diverso da quello che pensa Guerzoni doveva essere stato influenzato da altri.

FRAGALA’. Però, così, Presidente, un mascalzone politico potrebbe dire che la fermezza non serviva a salvare lo Stato, la dignità e l'interesse dello Stato. Serviva solo a salvare il Pci.

COSSIGA. Serviva a salvare il paese come il primo compromesso storico fra Togliatti e De Gasperi, che è il vero compromesso storico: io non ti metto fuori legge, tu non fai la rivoluzione. Perché di questo si tratta. Noi siamo stati sempre vicini. Si spara a Togliatti e uno ha scritto il fascista Pallante. E’ un cretino del Partito liberale chiamato Pallante.

FRAGALA’. Figlio di un antifascista, appartenente a una famiglia antifascista.

COSSIGA. Allora la prima preoccupazione di Togliatti quando probabilmente si mobilitò il famoso apparato, Monte Amiata e cose del genere, fu: tutti fermi.

PRESIDENTE. Della sua memoria politica fa parte la notizia di un grosso scontro politico all'interno del Pci in quei giorni dell'attentato Pallante?

COSSIGA. No.

PRESIDENTE. E’ una cosa che se non sbaglio ha detto Guido Rosso.

COSSIGA. Teniamo presente che c'era nel Partito comunista un'ala militarista.

FRAGALA’. Secchia.

COSSIGA. Un'ala militarista. C'è il famoso libro scritto dalla giornalista compagna di Pajetta.

FRAGALA’. Miriam Mafai.

COSSIGA. In cui si indica in Secchia il capo di un'ala militarista, rendendolo quasi responsabile poi della nascita delle Br.

PRESIDENTE. Perché Rosso vedeva l'adesione alla democrazia del Pci nelle due fasi: svolta di Salerno e fase immediatamente successiva all'attentato di Pallante.

FRAGALA’. Presidente, lei ha sostenuto che il Capo della P2 non fosse Gelli, perché?

COSSIGA. Sì, sì. Il commendator Gelli fece anche un'intervista dicendo: mi dispiace, Cossiga è persona che stimo ma qui sbaglia. O le liste della P2 sono vere o sono false. Diciamo che sono vere. Probabilmente battute sotto dettatura di Gelli poche ore prima di farle trovare. Pensi: un segretario generale del Ministero degli affari esteri, persona di fiducia di Aldo Moro, da lui voluto al Segretariato Generale del Ministero degli esteri, sacrificando il suo prediletto ambasciatore Pompei (lo so perché Aldo Moro che si serviva di me per queste incombenze, mi pregò di andare io a spiegare a Pompei, suo ex consigliere diplomatico, che gli dispiaceva molto, ma lo mandava a Parigi e che al Segretariato Generale mandava il barone Malfatti. Sempreché il barone Malfatti fosse come dicono le liste nella P2). Pensi poi all'ammiraglio Torrisi imposto al Governo da me presieduto quale Capo di Stato Maggiore dal presidente Pertini (perché il Governo, me presidente, su mia proposta aveva deciso di proporre al Capo dello Stato la nomina del generale Rambaldi. Pur affezionato a Torrisi, infatti, ritenevo fosse già molto che lui, che si era sempre occupato di logistica e di personale, fosse diventato Capo di Stato Maggiore della Marina, me Ministro. Tanto che, avendo detto già al generale Rambaldi che lui sarebbe stato il prossimo Capo di Stato Maggiore della Difesa, avendoglielo fatto capire, poi lo dovetti chiamare a casa mia e chiedergli scusa). I due direttori dei servizi nella nomina non c'entravano nulla perché Grassini lo scelsi io dopo che mi fu messo il veto sul generale Dalla Chiesa, che è la prima persona alla quale pensai, e dopo che i militari impedirono al contrammiraglio Martini di venire a fare il direttore del Sisde dicendo che non era decoroso che un contrammiraglio si mettesse alle dipendenze del Ministro dell'interno. Non sapendo chi scegliere: Grassini, medaglia d'oro della guerra di liberazione, probabilmente massone e figlio di massone dell'Arma dei carabinieri, quindi massoneria buona e fedeltà allo Stato assoluta, amico di democristiani veneti di ambo i sessi (e qui mi fermo), uomo che era stato il numero due del Sios Marina, che si era comportato egregiamente come comandante della legione di Bolzano nella lotta contro il terrorismo alto atesino. Questa è la persona che io scelsi personalmente nel giro di dodici ore: non scelsi Santillo perché l'Arma dei carabinieri non lo voleva.

PRESIDENTE. Il senso della sua posizione è questo: perché personalità di questo livello si mettevano agli ordini di Gelli?

COSSIGA. Ho sempre ritenuto che Gelli fosse un grande segretario generale organizzativo.

PRESIDENTE. E se quelle liste sono vere, a chi facevano capo?

COSSIGA. Non erano agli ordini di nessuno, era qualcosa di simile a quello che durante la guerra si determinò in Svizzera quando fu istituita tra gli ufficiali la famosa associazione del Gottardo, pronta a prendere il potere ove il Governo elvetico avesse ceduto alle pressioni dei tedeschi.

PRESIDENTE. In questo senso lei ha parlato di oltranzismo atlantico. Adesso dopo tanti anni come giustifica il fatto che in sede parlamentare, nella relazione Anselmi, questa ipotesi non viene nemmeno considerata?

COSSIGA. Me lo sono chiesto: siamo in quattro a chiedercelo. Oltre a lei e a me, il senatore Petruccioli e l'onorevole Teodori.

PRESIDENTE. E’ quasi come ci fosse stata una forma di rimozione, cioè qualcosa che c'era ma di cui non si poteva parlare.

COSSIGA. Molte furono vittime: penso ad uno splendido colonnello dei carabinieri la cui moglie fu presa da infarto perché le Br misero una bomba quando era comandante del gruppo di Torino. Penso a tanta gente che è stata trascinata: penso all'intera generazione di ufficiali di marina travolti dalla faccenda P2. Ma ci sono casi in cui alcune persone, avendo detto gli americani: giù le mani dal valoroso popolo afghano, non furono toccate.

FRAGALA’. Il passato che non passa: sono completamente d'accordo con lei sul tema dell'amnistia e dell'indulto per i fatti riguardanti gli ex terroristi.

COSSIGA. Non le stragi. Le stragi non sono giustificabili in alcuna situazione economico-sociale e in nessun contrasto, ancorché duro, tra le due parti della guerra.

FRAGALA’. L'unica sentenza per le stragi è quella di Bologna emessa a mio avviso nei confronti di due innocenti.

PRESIDENTE. Ce n'è un'altra: Pippo Calò, Cercola, Schaudinn sono stati condannati per la strage sul treno 904. La cosa singolare è che nessun pentito, grande o piccolo, di mafia ha mai detto mezza parola sulla strage che avrebbe compiuto Pippo Calò.

FRAGALA’. L'ha fatta lui da solo e non l'ha saputo mai nessuno. La domanda che volevo porre è se lei non crede che la soluzione dell'indulto e dell'amnistia per gli ex terroristi debba essere anche il frutto, importato, di una riflessione di una classe dirigente che tra gli anni '70 ed '80 ritenne di mettere a fronte della stragrande maggioranza della gioventù italiana degli pseudovalori: fascismo-antifascismo, comunismo e anticomunismo. Migliaia di giovani hanno preso una strada ed un destino che sicuramente non era il loro. Tra questi ci sono tanti studenti, intellettuali e professori.

COSSIGA. Sessanta ragazzi di un istituto di studi superiori di Roma passarono alle Br e finirono in carcere.

FRAGALA’. Secondo lei non ci dovrebbe essere una riflessione su tale questione? Cito un caso emblematico: ero un giovane studente del Fuan a Palermo il giorno in cui Berlinguer disse che non sarebbe andato l'indomani alla trasmissione televisiva con l'onorevole Almirante perché con i fascisti non si parla. L'indomani centinaia di ragazzi di destra ebbero la testa sfasciata nelle piazze di tutta Italia a causa di quella frase di Berlinguer e magari il giorno dopo altri cento ragazzi di sinistra ebbero la testa sfasciata per lo stesso motivo. Dunque quella classe dirigente di allora che magari in Parlamento votava le stesse leggi o addirittura faceva gli accordi politici e poi nelle piazze poneva ai giovani di opposte tendenze gli pseudovalori del fascismo e dell'antifascismo, del comunismo e dell'anticomunismo, non dovrebbe fare una riflessione nel senso dell'amnistia e dell'indulto per tante vite spezzate o incarcerate?

COSSIGA. Innanzitutto non sono d'accordo con la sua definizione di pseudovalore. Io che pure ho contribuito a sdoganarvi prima dell'onorevole Berlusconi e dell'onorevole D'Alema; mi sembra che voi siate sempre alla ricerca di sdoganamenti. L'ho detto al suo leader: lasci stare, voi siete già sdoganati, non fatevi fregare dalla gente che dice: vi sdogano io. E’ finita. Può essere un rimprovero per aver contribuito alla limousine con le ruote quadrate. Lo capisco anche: siete padri costituenti mentre, a quanto mi si dice, l'onorevole Berlusconi è soltanto il papà.

PRESIDENTE. Io sono uno degli artefici della limousine con le ruote quadrate. Accetto questo suo giudizio pur non condividendolo.

COSSIGA. Padre e papà: la differenza pare che sia questa. Sembra che Gianfranco Fini sia chiamato nei corridoi padre, mentre l'onorevole Berlusconi, secondo quanto ho letto, quando entra in Commissione bicamerale viene interpellato con un amorevole papà. Non si tratta di pseudovalori: l'antifascismo non è uno pseudovalore e neanche il fascismo, da un certo punto di vista. Il problema è che noi non abbiamo aggiornato questi valori, non siamo riusciti, ma non è soltanto colpa nostra.

FRAGALA’. Negli anni '70-'80 erano temi che potevano dividere la gioventù italiana.

COSSIGA. Non siamo riusciti a veicolare le cose positive che abbiamo fatto, per esempio i valori positivi della Democrazia cristiana. Tenga presente quanto ci vuole ancora.

PRESIDENTE. E non ci riusciremo, caro Fragalà, se vogliamo a tutti i costi costruire verità storiche di comodo, ma solo se ognuno assumerà la sua parte di responsabilità.

COSSIGA. Io ho un'opinione diversa da quella del presidente Pellegrino: non credo che si riesca a costruire in breve tempo una storia comune, se non formalmente, nei termini che ho detto. Riconoscendo io che noi abbiamo brutalmente discriminato i comunisti e riconoscendo i comunisti che se fossero andati al potere avrebbero discriminato noi. Ora è sufficiente che ognuno riconosca la dignità della storia dell'altro e non vi si contrapponga. E’ sufficiente che noi, onorevole Fragalà - in questo caso dico noi rispetto a lei -, riconosciamo il dramma della buona fede di tanti ragazzi della Repubblica sociale italiana (e bene ha fatto il presidente Violante) senza per questo fare propri i valori della Rsi; dall'altra parte è sufficiente che quanti hanno militato nella Repubblica sociale, pur non potendo certamente farle proprie, riconoscano la dignità delle scelte di coloro che hanno militato dall'altra parte. E soprattutto che entrambi ritengano che questi problemi non possano essere più causa di divisione del paese.

FRAGALA’. Sono d'accordo con lei.

PRESIDENTE. Desidero farle un'ultima domanda. Sono pienamente convinto che le Brigate rosse facciano parte della storia della sinistra italiana. Sono d'accordo con lei sulle ragioni che portarono ad una forma di rimozione e di disconoscimento; ragioni di opportunità politica e ragioni culturali. Condivido quanto ha detto e ho sostenuto queste posizioni in Commissione, come i colleghi sanno. Aver detto "farneticanti proclami delle sedicenti Brigate rosse" probabilmente ha impedito di capire cosa stava succedendo, perché esse non erano sedicenti, erano rosse e non erano farneticanti visto che lanciavano proclami di uccisioni e di azioni terroristiche; proclami che forse, meglio compresi, avrebbero potuto essere sventati. Però sia il generale Maletti, sia, a quel che ricordo, Taviani, Forlani e Andreotti, comunque sicuramente uomini del suo partito...

COSSIGA. Del mio ex partito.

PRESIDENTE. … ci hanno detto che secondo loro le Brigate rosse erano una cosa, mentre le Brigate rosse più Moretti erano qualcosa di diverso. Questa è anche l'idea di un ex brigatista, Franceschini, che ha scritto un libro di fantasia, ma molto poco di fantasia, intitolato: "La borsa del presidente", in cui questo viene detto con grande chiarezza. Il riferimento trasparente di Franceschini è all'Hyperion, visto come una struttura nella quale potevano addirittura incrociarsi i Servizi occidentali e quelli orientali. Vorremmo avere una sua valutazione su questo con la sua autorevolezza e la sua conoscenza dei fatti.

COSSIGA. L'Hyperion, come lei sa, era considerato una perla dell’intellighenzia della sinistra francese. Che poi questa perla potesse essere contattata dalla Cia... E’ noto che il migliore rapporto sulla contestazione in America è stato scritto per la Cia da Marcuse, che era un uomo pratico, che non si limitava ad aizzare gli studenti: veniva pagato non per aizzare gli studenti, ma per spiegare agli americani perché aizzava gli studenti. Questo Franceschini viene presentato dai suoi ex compagni come una persona poco raccomandabile, usiamo questo termine. Così come non mi sento di dire a un ex brigatista rosso che erano uomini di Gelli, così non mi sento di parlare bene di Franceschini. Alcuni di questi sono stati in carcere, hanno fatto tante belle cose; era gente prestante. Uno di questi è venuto e mi ha rotto la sedia soltanto sedendosi. Comunque da quanto lei dice, signor Presidente, mi convinco sempre di più che lei non solo mi fa una cortesia perché mi apre gli occhi, ma mi informa di una realtà storica dandomi del cretino. Infatti, a me come Ministro dell'interno e Presidente del Consiglio né l'onorevole Forlani, né l'onorevole Taviani, né l'onorevole Andreotti hanno mai detto queste cose. E si capisce perché.

PRESIDENTE. Maletti ci ha detto di averlo detto a Gui e di aver ricevuto l'impressione che Gui non volesse sentirselo dire.

COSSIGA. Questo non lo so, ma mi accorgo sempre di più che non mi dicevano niente. Il ministro Baum dà delle indicazioni precise circa i libici e né io né il Ministro dell'interno - perché non posso credere che Virginio Rognoni non passasse al Presidente del Consiglio notizie del genere - ne venivamo informati. Né credo lo sapesse il generale Santovito, persona amabile che feci anche liberare dal carcere quando fu arrestato per una cosa banale: il Sisde stava facendo una grande propaganda sulla sua azione e diceva alla stampa che stavano facendo tutto loro contro il terrorismo: allora il generale Santovito chiamò un giornalista dell'Espresso per spiegargli che anche il Sismi stava facendo tante cose e gli mise sotto gli occhi dei documenti con la scritta "segreto". Il giornalista pubblicò la notizia dicendo che il generale Santovito gli aveva fatto vedere dei documenti riservati. Il sostituto procuratore Sica fece gli accertamenti e fece arrestare Santovito. Soltanto in Italia si può condannare uno a quattordici anni, come è stato fatto a Maletti, per aver passato quattro carte che erano a conoscenza di tutti, a Pecorelli, il quale peraltro riceveva carte da tutti: dai carabinieri, dalla polizia, da Santovito. Anche da Carlo Alberto Dalla Chiesa, grande amico di Pecorelli: perché se un generale dell'Arma non è amico di personaggi come Pecorelli, ma di chi deve essere amico? Un generale dei Carabinieri, non uno dell'Esercito. Maletti ha dato i documenti a Pecorelli e gli hanno dato quattordici anni.

PRESIDENTE. Qualcuno mi ha criticato perché all'inizio dell'audizione di Maletti ho detto che mi sembrava una condanna esagerata. Come vede su molti punti siamo d'accordo.

COSSIGA. La Corte americana diede a Fuchs, che aveva passato ai russi i segreti militari che permisero all'Unione Sovietica di costruire la bomba nucleare, otto anni e dopo quattro anni lo hanno rispedito in Germania orientale. Otto anni per aver rivelato segreti nucleari e quattordici anni a Maletti per le carte che tutti conoscevano, quando i Servizi usavano Pecorelli a favore dell'uno o dell'altro. Ora, questo debbo proprio dirle che non lo so; l'Hyperion è stato certamente il crocevia di tante cose e credo che sia stato più che altro il crocevia, più che delle Brigate rosse che erano costituite da persone di un certo tipo, di tutta quella vasta zona dell'autonomia operaia che è meno facilmente individuabile e giudicabile che non le Brigate rosse.

PRESIDENTE. Ringrazio il Presidente Cossiga del tempo che ci ha dedicato.

COSSIGA. Io mi scuso per le intemperanze puramente politiche.

PRESIDENTE. Io accetto anche le sue intemperanze, di cui capisco il valore e il contenuto politico. Aggiungo che l'impressione che ho avuto è che lei ci ha detto quello che sa e ci ha detto una serie di cose in cui crede; che ci ha spiegato con chiarezza, legittimamente difendendolo, quale è stato il suo ruolo in tutte queste vicende. Mi consentirà in chiusura di seduta di dire che alcuni giudizi da lei espressi su altri io posso non pienamente condividerli.

COSSIGA. Certamente.

PRESIDENTE. Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle ore 18,37.

Fine seconda parte


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