FISICA/MENTE

 

 

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

17a SEDUTA

GIOVEDI 8 MAGGIO 1997

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Prima parte

Indice interventi

PRESIDENTE
ANDREOTTI
CIRAMI (CCD), senatore
FRAGALA' (AN), deputato
GUALTIERI (Sin.Dem.-l'Ulivo), senatore

 

La seduta ha inizio alle ore 10,00.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito l'onorevole Gnaga a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

GNAGA, segretario f.f., dà lettura dei processo verbale della seduta dei 29 aprile 1997.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

 

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l'ultima seduta, sono pervenuti alcuni documenti, il cui elenco è in distribuzione, che la Commissione acquisisce formalmente agli atti dell'inchiesta.

 

INCHIESTA SU STRAGI E DEPISTAGGI: SEGUITO DELL’AUDIZIONE DEL SENATORE GIULIO ANDREOTTI

PRESIDENTE. Abbiamo oggi all'ordine del giorno il seguito dell'audizione del senatore Andreotti, che per la terza volta è con noi. Lo ringrazio per essere presente. Fra le acquisizioni documentali cui mi sono riferito poc'anzi è stata presentata ieri una lettera del generale Inzerilli, che riguarda alcune delle dichiarazioni che il senatore Andreotti ci ha fatto in ordine alla discovery di Gladio del 1990. Ho dato al senatore Andreotti copia di questa lettera e se nel corso dell'audizione qualche collega farà qualche domanda che riguardi Gladio faremo emergere l'argomento: voglio evitare di fare prolusioni in merito, per venire incontro al desiderio espresso dall'onorevole Fragalà. Il senatore Andreotti vuole forse integrare le risposte già fornite nel corso della precedente seduta al senatore Cò.

ANDREOTTI. Sì, vorrei che le mie risposte rimanessero agli atti, proprio perché il senatore Cò non è qui presente. Nel corso della precedente seduta, infatti, mi ero riservato di approfondire alcune questioni su cui non avevo elementi diretti o personali per poter fare riscontri.

Per quel che riguarda l'atteggiamento italiano in seno al Consiglio d'Europa nei confronti della Grecia quando vi fu il golpe dei colonnelli, ho fatto raccogliere un'ampia documentazione, che fra l'altro riporta anche i singoli atteggiamenti dei nostri rappresentanti nell'Assemblea parlamentare. Per quel che può essere utile, la consegno agli uffici della Commissione, anche per permettere al senatore Cò di svolgere ulteriori approfondimenti al riguardo. Ricordo solo che in quel periodo noi intervenimmo con una certa fermezza nei confronti del Governo greco a favore dell'ex Ministro degli esteri e della difesa Averoff, che era stato arrestato e che è sempre stato un grande amico dell'Italia, nel dopoguerra, nelle assemblee internazionali: la cosa ebbe un certo successo in quanto egli, dopo di ciò, fu liberato e venne anche a ringraziare.

PRESIDENTE. Con il consenso del collega, acquisiamo questa documentazione agli atti della Commissione.

ANDREOTTI. Forse è troppo ampia, ma per chi vuole approfondire la questione potrà rivelarsi utile.

PRESIDENTE. Abbiamo ormai superato "il milione" di documenti!

ANDREOTTI. Non ne ho conservato copia per me, ma se vorrete farmi copia fotostatica dei documenti che consegnerò agli uffici, per mia pignoleria archivistica, ve ne sarò grato.

Per quanto riguarda un personaggio evocato dal senatore Cò, questa signora o signorina Suzanne Labenne, l'unica cosa che ho trovato presso la biblioteca del Senato è che vi sono due libri di questa signora (che però non conosco). Per la verità, ho dato un'occhiata ad un'edizione de "II Borghese" sul "Tradimento nel Vietnam" e ad un'altra. Certamente è un orientamento di destra molto accentuato. Chi lo vorrà leggere, lo faccia pure: io ho ritenuto di non dovermi sottoporre a questo. L'unica cosa che ho trovato qui in biblioteca al Senato è questo; credevo di aver fatto la fotocopia della copertina anche del secondo libro, che però in questo momento non trovo. Comunque, ripeto, un volume è intitolato "Tradimento nel Vietnam", delle edizioni "II Borghese"...

PRESIDENTE. In che anno è stato stampato?

ANDREOTTI. Come dicevo, i documenti sono presso la biblioteca del Senato e non sono in grado di evincerlo da quanto ho qui. C'è un altro testo di Ugo D'Andrea, che era collegato a quello cui mi sono riferito, ma che non c'entrava direttamente, ed è dell'aprile 1965. Non so se questo possa risultare utile. Comunque - ripeto ancora - siccome questi testi sono depositati presso la biblioteca del Senato, è facile poter rilevare questi dati.

E’ rimasta poi da chiarire la questione del generale Ciglieri "designato d'armata". Vorrei chiarire alcune cose. Preliminarmente, ai corpi d'armata che avevo citato andava aggiunto il Terzo corpo d'armata, che tuttora ha sede a Milano. Il grado di generale d'armata fu soppresso nel riordinamento dei quadri militari del dopoguerra; però fu conservato per un certo tempo (anche se non sono riuscito a conoscere la data precisa della soppressione di fatto) un incarico potenziale di "designato d'armata" che sarebbe entrato nelle funzioni nel caso di un conflitto; avente per il momento con una struttura minima, che aveva sede a Padova. Questo incarico fu ricoperto, come ultima delle sue mansioni, dal generale Ciglieri. Io non sono riuscito, ripeto, a conoscere la data esatta di tale soppressione, ma in via d'ufficio si può risolvere la questione.

GUALTIERI. Fu soppresso due anni fa!

ANDREOTTI. Rilevo che il senatore Gualtieri ha fonti più penetranti delle mie. Io non sono riuscito a saperlo dal Ministero, perché non si sapeva quale ufficio potesse conoscere questo dato. Comunque, questa è la soluzione nei confronti di Ciglieri, in relazione alla specifica domanda che mi era stata posta. Sulle altre cose non ho elementi di approfondimento. Sul comitato che era collegato a questa Labenne non sono riuscito a trovare niente, nemmeno in agenzie.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, le ho chiesto l'anno in cui erano stati pubblicati questi documenti, perché il tema della guerra nel Vietnam era uno di quelli che ricorreva nel convegno dell'Istituto Pollio in quanto, nella logica che la terza guerra mondiale fosse già in corso, la tesi era che vi erano dei focolai di guerra tradizionale, ortodossa (la Corea prima, il Vietnam poi) e vi era invece una diffusa guerra rivoluzionaria che avveniva invece secondo forme diverse e rispetto alla quale occorreva organizzare l'esercito controrivoluzionario ed una manovra controrivoluzionaria.

ANDREOTTI. Comunque, recandosi presso la biblioteca del Senato sarà facile accertare anche questo.

PRESIDENTE. Ha avuto modo di riesaminare, poi, questo problema degli atti del convegno dell'Istituto Pollio?

ANDREOTTI. Sono riuscito ad avere anche questo dal Ministero. Anzi, su una cosa vorrei fare un rilievo. Ci sono degli atti che sono stati pubblicati dalle edizioni Giovanni Volpe. Mi ha meravigliato il fatto che accanto a persone note nella militanza politica, direttamente o indirettamente (Rauti, Pisanò), ho rilevato due relazioni, una di Vittorio De Biasi, che era uno degli amministratori delegati della Edison (e questo, in verità, mi ha un po' meravigliato) e l'altra del professor Marino Bonsassima che pure scriveva su giornali di politica...

FRAGALA’. Liberale!

ANDREOTTI. Sì. Gli altri nomi sono piuttosto noti. Confermo che nel momento il convegno stesso e l'attività di questo istituto non suscitò nessuna valutazione di importanza: fu considerato uno dei tanti centri che esistono. Forse, riletto adesso, può vedersi una connessione con le linee, anche operative, che sono state poi condotte avanti da gruppi.

PRESIDENTE. Questo, però, potrebbe confermare quel rilievo che lei ci fece l'altra volta e che mi sembrò molto importante, e cioè che ampi settori del ceto moderato italiano, ma anche del ceto imprenditoriale, tutto sommato avevano una cultura democratica limitata. La democrazia era una buona cosa finchè le cose andavano bene. Nel momento in cui, ad esempio, per la Edison si era appena determinata la nazionalizzazione dell'energia elettrica potevano invece nascere preferenze per soluzioni autoritarie e addirittura per pronunciamenti militari.

ANDREOTTI. Però, quanto questo fosse diffuso, non sono in grado di dirlo. Sulla nazionalizzazione dell'energia elettrica feci molta fatica a convincermi che fosse una cosa buona, allora: adesso, però, rilevo che gli stessi che ne hanno fatto il panegirico stanno dimostrando "con le righe e con il compasso" che invece è buono il contrario. Io ritengo, invece che la spiegazione della nazionalizzazione dell'energia elettrica (anche se ciò non c'entra direttamente qui, ma indirettamente può essere connesso) è solo di carattere politico, nel senso che era necessario per consentire politicamente al Partito socialista - diciamolo pure - di abbandonare una linea di collocazione a sinistra, di offrire quelli che Nenni chiamava "i banchi di prova". Allora uno di questi banchi di prova fu la nazionalizzazione dell'energia elettrica. Dico subito a chi andrà a riguardare gli atti del Consiglio che troverà qualche mio dubbio. Infatti io avevo notato che si trattava di un settore nel quale già lo Stato dava la licenza per costruire centrali e fissava le tariffe. Per quale motivo si doveva spendere del denaro per avere il dominio in questo settore? Mi venne spiegato da un autorevole collega adesso deceduto che siccome andavamo verso l'energia nucleare forse se questo settore fosse stato dello Stato nessuno avrebbe fatto obiezioni, invece, se fosse stato in mano ai privati obiezioni ve ne sarebbero state. Erano state fatte poi anche altre considerazioni. Probabilmente ci fu un suggerimento tecnico-finanziario, per fondere Montecatini ed Edison. Ricordo che la Montecatini era piena di debiti mentre la Edison con le semestralità avrebbe incassato forti somme. Quindi questa operazione si inquadrava in un esercizio che si chiama di ingegneria finanziaria. Fatta questa considerazione, devo dire che c'era una certa preoccupazione nel confronti di una insufficiente conoscenza e sensibilità, anche economica, nel quadro sia della lotta politica che di quella sindacale. Però ritengo che di fatto i velleitari eversivi, non abbiano mai avuto la possibilità concreta di svolgere una azione negativa operativa, perché ritengo che le forze militari fossero - l'ho già detto l'altra volta e ne sono straconvinto - estranee a tentazioni di questo genere. Di ciò sono convinto. Tuttavia leggere il nome di De Biasi in questo elenco di relatori mi ha fatto una certa impressione, perché era un uomo di notevole prestigio sociale. Se il Presidente me lo consente vorrei fare qualche osservazione sulla lettera del generale Inzerilli.

PRESIDENTE. Desidero chiarire che il generale Inzerilli, a parte una vicenda personale sulla mancata promozione...

CIRAMI. Signor Presidente, la pregherei di riassumerci il contenuto di questa lettera.

PRESIDENTE. Senatore Cirami, la sto riassumendo. Si può dire che essa riguardi due profili: uno che non concerne per niente la Commissione stragi in quanto si riferisce alla sua mancata promozione, che viene addebitata all'allora Presidente del Consiglio, onorevole Andreotti. Gli aspetti, invece, che riguardano la materia di competenza della Commissione sono due. In sostanza, il generale Inzerilli sostiene che non è vero che il fatto che il senatore Andreotti abbia informato il Parlamento dell'esistenza di Gladio derivi da una già intervenuta valutazione della inutilità della struttura nel nuovo quadro internazionale che si era verificato dopo la caduta del muro di Berlino. Tanto è vero, sostiene Inzerilli, che nell'ottobre del 1990 gli fu detto dal Ministro della difesa, che aveva parlato con il Presidente del Consiglio, nel collaborare con la magistratura, di non fornire le notizie che potessero riguardare persone o strutture sulla cui perdurante operatività non erano state ancora assunte decisioni. L'altro aspetto che Inzerilli sostiene è che tal Mitchel della Cia, dopo la relazione che l'onorevole Andreotti fece al Parlamento e alla Commissione stragi, chiese di sapere a quale livello (cito testualmente) "l'organízzazione Gladio è stata sputtanata" e che ancora ai primi di ottobre del 1990 il rappresentante del Sismi a Parigi telefonò per dire che i francesi "si sono incavolati per le nostre dichiarazioni". Quindi, come se la decisione politica assunta dal Presidente del Consiglio dell'epoca di svelare il segreto di Gladio fosse una decisione assunta individualmente dal senatore Andreotti, non concordata con gli alleati, che in questi ultimi avrebbe creato un forte malumore. Sottolinea, inoltre, che lo scioglimento del patto di Varsavia è datato 1° aprile 1991. Pertanto sostiene che in quel momento l'avversario rispetto al quale noi avevamo costruito le strutture dello stare indietro era ancora un avversario operativo. Sono questi i punti della lettera: il malumore degli alleati e una decisione di rivelazione che precede la decisione della inutilità o la valutazione della inutilità. In sostanza la valutazione della inutilità nasce dalla già intervenuta rivelazione. Mi sembra di aver sintetizzato a sufficienza il pensiero del generale Inzerilli.

ANDREOTTI. Signor Presidente, vorrei chiarire che non ho niente di personale nei confronti del generale Inzerilli. Lui sostiene che la promozione era un atto dovuto. Se era dovuto allora per quale motivo era necessario chiedere un parere all'organo da me presieduto? Se si chiede un parere, lo si può dare favorevole oppure contrario. Noi, motivandolo, abbiamo dato un parere contrario. Quali siano state le vicende successive nei ricorsi giurisdizionali non le conosco e per la verità non mi interessano molto. Sulla sostanza di questo problema, invece, mi sembra che questa lettera contenga due elementi a mio giudizio molto inquietanti. Innanzitutto uno sul piano storico. In fondo, pensare che un fatto accaduto nel 1989, cioè la caduta del muro di Berlino, fosse abbastanza irrilevante agli effetti di considerare che si era voltata pagina e che la situazione era diversa, mi sembra abbastanza singolare.

In secondo luogo, per quanto riguarda questi passi critici che apprendo da questa lettera, con nomi e cognomi, non capisco bene che cosa centri di fatto la Cia nei confronti di una valutazione su Gladio. Comunque questi passi furono fatti al loro livello (a parte il linguaggio che è emerso dalla citazione di prima del Presidente, che una volta si definiva linguaggio da caserma, mentre oggi forse il linguaggio è più spedito). Comunque ciò che mi pare abbastanza grave è che oltretutto nessuno senti la necessità in quel momento di dirci quello che queste persone sostenevano. Non capisco bene su una struttura che aveva una finalità esclusivamente militare per l'ipotesi di invasione dell'Italia, per quale motivo ci dovesse entrare la valutazione o preventiva o successiva della Cia. Ho già detto l'altra volta che, dopo, l'ammiraglio Martini mi disse che vi erano stati dei malumori da parte di alleati, ma ciò è avvenuto molto tempo dopo. In quel periodo alla domanda se vi erano dei validi motivi di sicurezza o di carattere internazionale per non fare quella comunicazione, nessuno dei responsabili disse che sussistevano. Quindi, sotto questo profilo, non posso che confermare tutto ciò che ho detto l'altra volta. Anzi a tale proposito ho preparato una risposta scritta che consegno alla Presidenza, per precisione di termini. Quali siano stati poi i colloqui del generale con l'onorevole Rognoni, ciò va chiesto a quest'ultimo e non a me.

PRESIDENTE. Senatrice Bonfietti, desidera intervenire subito oppure successivamente?

BONFIETTI. Signor Presidente interverrò dopo.

FRAGALA’. Senatore Andreotti, il primo chiarimento riguarda la lettera del generale Inzerilli e quanto lei ha or ora replicato. Mi pare che alla base di tale lettera e dei rilievi che risultano dalla sua precedente audizione, si colga nel dibattito politico di allora, al momento della rivelazione di Gladio, una censura nei suoi confronti. Si disse che il presidente Andreotti aveva voluto fare un favore al Pci e, senza avvertire praticamente nessuno, né gli alleati né i capi delle Forze armate, aveva ritenuto di rivelare l'esistenza di questa organizzazione. Vorrei sapere se effettivamente in quell'occasione lei ha voluto fare un favore al Pci e, in seconda battuta, per quale motivo, rispetto ad una struttura così segreta - tanto è vero che il generale Inzerilli sostiene di averne parlato per la prima volta con un uomo politico, mi sembra con l'allora ministro della difesa Forlani nel 1974 e lo stesso Moro nei suoi memoriali, durante la prigionia successiva al rapimento, mostra di non conoscere assolutamente e anzi ha informazioni diverse in quanto non parla di una struttura anti invasione bensì anti guerriglia - lei, al di là del piacere che avrebbe inteso fare al Pci, ha ritenuto di rivelarla in quei modi. A mio avviso è questo il problema posto dalla lettera del generale Inzerilli.

ANDREOTTI. Vorrei far presente non tanto all'onorevole Fragalà quanto a coloro che hanno dato un'interpretazione del genere, allora ma anche dopo, che si tratta di un'interpretazione di una meschinità sconcertante. Ritengo che la genesi dì quella comunicazione si basasse sulla necessità di chiudere una struttura che non aveva più una sua finalità e che stava venendo allo scoperto in seguito alle prime questioni di carattere giudiziario. E’ in quella occasione che il Parlamento chiese di essere informato. Inoltre, non è affatto vero che i capi militari non fossero consultati.

GUALTIERI. Esiste una relazione in proposito.

ANDREOTTI. In proposito sono sorte delle discussioni e io stesso volli conoscere meglio che In passato quei fatti. Sapevo dell'esistenza di questa struttura ma solo superficialmente. Era stata fatta una certa confusione di date rispetto allo smantellamento dei centri nonché qualche verifica abbastanza inquietante sul funzionamento degli stessi. Il controllo di questi depositi non era poi così accurato, dal momento che in seguito si accertò che sopra una di queste strutture era stata costruita una chiesa. Questo non accade da un giorno all'altro, per cui è evidente che i controlli venivano eseguiti in tempi estremamente distanziati. A parte queste interessanti constatazioni, il punto centrale era il seguente. Si trattava di una struttura sacrosanta nella sua necessità e tutto ciò che si è saputo in seguito ha confermato quanto questo pericolo potenziale fosse reale e non una fisima di carattere propagandistico. Non esisteva alcuna ragione per fare una considerazione che potesse venire incontro a una parte piuttosto che ad un'altra. Ho sempre cercato di avere un rapporto di relazione con il Partito comunista come il Ministro della difesa, anche se ovviamente su questioni non soggette a particolare riservatezza o segretezza. In particolare, con la Commissione parlamentare difesa ho cercato di avviare una collaborazione piuttosto ampia di reciproca utilità sia per i parlamentari in generale che per le Forze armate in particolare. Furono presentati molti provvedimenti, alcuni dei quali ebbero un voto contrario ma furono comunque apprezzati e non ebbero contrasti di carattere pregiudiziale, proprio perché si era cercato di creare un rapporto di collaborazione. Di fatto ci fu una differenza perché mentre i comunisti francesi con Marchais avevano dichiarato che nel caso di una guerra sarebbero stati dalla parte dell'Unione sovietica, i comunisti italiani non avevano mai dichiarato una cosa del genere. Mi pare una differenza notevole. Il fatto che anche in tema di Forze armate si cercasse di far conoscere quanto stava accadendo mi sembra giusto, anche se respingo nella maniera più assoluta una interpretazione che, anche storicamente, è abbastanza offensiva e banale. Ritengo invece che sia stato giusto troncare qualunque discussione e penso che se gli stessi responsabili avessero poi seguito un atteggiamento diverso e non polemico, ciò avrebbe aiutato a chiarire quali fossero nella realtà i fini di questa organizzazione.

FRAGALA’. Pertanto, fu una scelta politica non avvertire gli alleati prima di rendere pubblica la notizia.

ANDREOTTI. Certamente, anche perché non esisteva la necessità di avvertirli. Il fatto che in tutte le riunioni politiche, sia a livello intergovernativo atlantico sia a livello europeo, si era concordi nel dire che la pagina era stata voltata e che il pericolo sovietico non esistesse più, era pacifico. Non esistevano contestazioni di carattere politico né si temevano dei ritorni indietro. Non esistevano contestazioni di carattere politico né si temevano dei ritorni indietro. Non esisteva alcun obbligo né ad alcuno veniva in mente di dovere rendere nota in anticipo questa notizia. Credo che l'aver reso noto questa struttura ormai non più necessaria non sia da considerare negativo.

FRAGALA’. Non fu così.

ANDREOTTI. Non fu così anche perché oggi continuano ad essere fatte delle prese di posizione che facilitano un'interpretazione che non ritengo in alcun modo corrette.

PRESIDENTE. Penso che la decisone del Presidente del Consiglio fu un atto politicamente opportuno -è una mia opinione-. Fa parte della storia delle istituzioni il tentativo da parte dell'istituzione stessa di sopravvivere a compiti per i quali è stata istituita e di assumere successivamente compiti diversi, una volta sopravvissuta. Vorrei ricordare che era stata anche ventilata una proposta dell'ammiraglio Martini di utilizzare tale struttura come forma di contrasto alla mafia. Meno strutture segrete esistono meglio è. Devono esserci finchè sono utili, ma nel momento in cui non lo sono più fa parte della logica istituzionale che esse tentino di sopravvivere inventandosi compiti nuovi. Aver preso - dal momento che nella mia relazione ho dato un giudizio di eccessiva subalternità agli alleati - l'iniziativa e aver anticipato le decisioni degli alleati la ritengo una decisione opportuna del presidente Andreotti. Probabilmente - e in questo sono d'accordo con la valutazione che sin dall'inizio fu data dall'onorevole Gualtieri - sarebbe stato opportuno farlo prima perché in realtà il pericolo di questa invasione e stato reale e tale da giustificare l'esistenza di strutture di questo tipo per lungo tempo. Comunque, già dall'inizio degli anni '80, diventava un fatto tralaticio, un'inerzia di una valutazione che era stata valida in epoche precedenti ma già cominciava a diventare superata.

FRAGALA’. Col senno del poi...

PRESIDENTE. Una delle cose che questa Commissione dovrebbe sforzarsi di fare è proprio di valutare i fatti del passato nella prospettiva dell'oggi. Naturalmente ciò va fatto moderando il giudizio e, pur sapendo che si tratta del senno del poi, formulare il giudizio.

GUALTIERI. Signor Presidente, vorrei ricordare che ebbi due incontri con l'allora Presidente del Consiglio Andreotti, in quanto ero destinatario della relazione che lo stesso presidente Andreotti si era impegnato a presentare - a seguito di un ordine del giorno approvato dalla Camera dei deputati e firmato, se non sbaglio, dagli onorevoli Quercini, Violante ed altri - inizialmente al Parlamento; successivamente si decise di trasmettere la relazione alla sede più ristretta della Commissione stragi. Fu questa la decisione assunta dalla Camera dei deputati. Pertanto, io, in qualità di Presidente della Commissione stragi fui il destinatario della seconda relazione che il presidente Andreotti trasmise alla Commissione e, ovviamente, al Parlamento. In base a quanto ricordo, il presidente Andreotti consegnò una prima relazione nella quale sosteneva (e credo che questo debba essere sottolineato) che la struttura di cui si era chiesto conto alla Camera dei deputati fosse stata sciolta o avesse cessato la sua attività nel 1972. Poiché in base agli atti che egli ci aveva trasmesso risultava che nel 1990 la struttura era ancora in qualche modo attiva - se il presidente Andreotti ricorda - avemmo due incontri, in occasione dei quali egli mi spiegò che i dati di cui si era servito per predisporre la prima relazione da sottoporre al Parlamento si sostanziavano in una serie di informative che gli erano state trasmesse dal Capo di stato maggiore generale della difesa insomma dal Capo dei Servizi. Detta relazione era pertanto il frutto di una serie di informative che, se non sbaglio, il suo allora Capo di Gabinetto, ambasciatore Cavalchini, aveva predisposto. Questa è la prima considerazione che voglio esprimere. A seguito della sua dichiarazione in merito allo scioglimento della struttura nel 1972, nacque la richiesta della seconda informativa che subito lei ci trasmise. In relazione alle dichiarazioni relative al 1972, come credo risulti anche agli atti, devo anche aggiungere che la Cia, che nei primi anni aveva finanziato la struttura Gladio, fornendo armi ed aerei, nel 1972 smise di finanziare tale struttura. Avemmo allora l'impressione che questa struttura da mista (americana e italiana) diventasse da quel momento in avanti progressivamente sempre più italiana, fino ad diventarlo totalmente. Da lì nacque la dizione: "illegittimità costituzionale progressiva" che utilizzai nella mia relazione conclusiva. Ad un certo punto i Servizi di informazione degli Stati Uniti d'America, come risulta anche dagli atti riportati nei verbali dell'epoca, cessarono di finanziare la loro partecipazione alla struttura Gladio. La cessazione di questa attività mista si verificò soprattutto nel 1972, anno in cui fu scoperto il famoso deposito delle armi, che furono poi ritirate. Ho ricordato questi punti come memoria storica della situazione verificatasi allora.

ANDREOTTI. Vorrei aggiungere soltanto una breve considerazione. Sono assolutamente concorde e ricordo benissimo che l'equivoco in merito alle vicende al 1972 era nato perché lo smantellamento del deposito era avvenuto proprio in quegli anni: da ciò era conseguita l'interpretazione che con questo si intendesse affermare lo smantellamento della struttura. Successivamente invece le dotazioni prese dal deposito furono concentrate non ricordo se in un'unica base o in più basi. Per la verità, non sono al corrente tutta la parte che riguarda il finanziamento fornito da parte degli americani.

GUALTIERI. Io ho detto che in base agli atti risulta che vi furono molte lamentele perché gli americani non avevano più versato i fondi per finanziare la struttura.

ANDREOTTI. Personalmente, non ricordo la compartecipazione finanziaria con gli americani, perché probabilmente era avvenuta in tempi precedenti.

FRAGALA’. Senatore Andreotti, prendo atto delle sue buone intenzioni, dalle quali è scaturita la sua volontà di rilevare la sua esistenza segreta. Naturalmente non faccio peccato a pensare male, non vi è dubbio però che gli effetti politici di questa rivelazione sono stati un manna caduta dal cielo per l'allora Partito comunista italiano, che era nella fogna della caduta del muro di Berlino e delle manifestazioni a Mosca dove sfilava il famoso cartello che riportava: "abbiamo marciato settant'anni verso il nulla". Su questa sua rivelazione il Partito comunista italiano ha imbastito una speculazione politica incredibile. Adesso, da parte del presidente Pellegrino, di cui abbiamo sempre apprezzato l'indipendenza di giudizio...

SARACENI. Quello che non è da tollerare è la parola fogna; ricordo che questo era lo slogan dei fascisti.

FRAGALA’. Onorevole Saraceni, lei non ha capito nulla. Io non ho detto che era una fogna, ma ho affermato che il Partito comunista italiano si trovava nella fogna di una condizione politica difficile, era nell'impasse di una condizione politica difficile. Forse lei voleva fare polemica. Ora noi dal presidente Pellegrino, di cui apprezziamo l'indipendenza di giudizio, apprendiamo che questa struttura non solo era legittima ma necessaria rispetto a pericoli concreti e reali. Tuttavia, i risultati della sua azione politica, esaminati con il senno del poi e con gli effetti che hanno avuto, hanno potuto far sorgere anche il sospetto, da parte di chi pensava male e faceva peccato, di un suo intendimento in quel senso. Ciò naturalmente era frutto della polemica politica e non è una mia presa di posizione.

ANDREOTTI. Tuttavia, se ci fossimo rifiutati di dare tutte le indicazioni, ho l'impressione che avremmo reso agli altri un servizio, definiamolo propagandistico, superiore.

PRESIDENTE. Sarebbe stato in questo modo se i giudici lo avessero scoperto.

ANDREOTTI. A parte questo, sembrava chi sa che cosa, anche se ormai era noto che la struttura esisteva.

CIRAMI. La magistratura ne era a conoscenza.

FRAGALA. Vorrei un attimo riaffrontare la questione di via Gradoli. Premesso che non intendo disturbare nessun navigatore altrimenti si rischia un incagliamento come è avvenuto in Albania, dopo la sua prima dichiarazione, l'ex presidente della Democrazia cristiana, onorevole Flaminio Piccoli, intervistato dall'agenzia Adn-Kronos ha dichiarato che la storia della seduta spiritica è stata una vergogna utile a coprire una inconfessabile fonte di provenienza di Autonomia operaia: questo quindi in sintonia con quanto da lei dichiarato. La mia domanda è questa: per ben tre volte dall'interno dell'ala, presumo, trattativista delle Brigate rosse sono arrivate alcune segnalazioni precise per consentire agli inquirenti di scoprire il covo di via Gradoli. Una prima volta la segnalazione è arrivata il 18 marzo, addirittura due giorni dopo il rapimento di via Fani e dopo che vi fu la famosa bussata alla porta del brigadiere Merola, mandato dal Commissariato di zona del Flaminio Nuovo, alle sette del mattino e, non essendovi nessuno, la polizia non poté che andarsene. La seconda volta sempre l'ala trattativista delle Brigate rosse fece pervenire una seconda segnalazione il 2 aprile del 1978, direttamente o attraverso un intermediario di Autonomia, e non certamente attraverso gli spiriti, al professore Prodi. La terza volta il 18 aprile, l'ala garantista delle Brigate rosse, stanca e prostrata dalla sordità che mostravano gli inquirenti e gli esponenti politici rispetto all'esistenza di questo covo, lasciò il telefono della doccia aperta rivolto verso il muro, tant'è che dovettero intervenire i pompieri. Quindi il 18 aprile, fu finalmente scoperto il covo quando però era ormai troppo tardi. Abbiamo anche saputo, attraverso l'attività della Commissione, che via Gradoli era sotto l'osservazione continua dell'Ucigos prima della strage di via Fani, cioè prima del 16 marzo 1978. Le chiedo, nella sua qualità di Presidente del Consiglio dell'epoca e di esponente politico di primissimo piano della Democrazia cristiana, come è potuto accadere che segnalazioni di prima mano, di cui la prima arrivò direttamente al dottor Antonio Parlato, capo della polizia di allora, mi riferisco a quella del 18 marzo; la seconda segnalazione arrivò a Prodi e la terza al pompieri con il sistema che ho precedentemente descritto. Come è stato possibile che nonostante queste segnalazioni così eclatanti non si sia riusciti ad arrivare a scoprire il covo di via Gradoli, e quindi di Moretti, e di via Montalcini e, quindi, a liberare Moro?

ANDREOTTI. Posso dire in chiave positiva che certamente l'indirizzo, vorrei dire l'angoscia quotidiana che provavamo portava a fare di tutto per riuscire ad individuare dove fosse Moro. Ricostruendo questi aspetti successivamente, essi vengono ad essere inquadrati in una specie di certezza; per quello che so, sia da allora che da dopo, di segnalazioni ne arriva un numero enorme come spesso accade in queste situazioni - abbiamo visto nella vicenda del bambino scomparso degli ultimi giorni che egli veniva segnalato a Napoli, di qua, di là -; inoltre, certamente non so che grado di serietà l'interlocutore che riceveva queste informazioni abbia attribuito alle stesse. Nella scorsa seduta e me ne dispiace perché anche in questo caso si fanno sempre induzioni e deduzioni - a seconda da che punto di vista le si osserva - di carattere politico, è sembrato che lo rievocassi il dubbio sugli spiriti per finalità attuali. In realtà non ci pensavo nemmeno lontanamente, non ricordavo neanche che tra i professori vi fosse il presidente Prodi, forse in quel momento non lo sapevo neppure, anche perché può essere benissimo che Prodi non ne sapesse nulla, anzi ritengo che sia così. Se poi hanno voluto intendere, come è probabile, che qualcuno abbia voluto coprire il fatto di aver ricevuto una confidenza, ritengo che ciò sia normale in quanto, se si riceve una confidenza, non è che si debba esporre la persona da cui la si è ricevuta. Pertanto, secondo quanto e stato detto, quando sono venute fuori le polemiche, probabilmente l'equivoco era quello tra Gradoli e via Gradoli, in quanto certamente visto successivamente si doveva capire che si trattava di Roma e di via Gradoli e probabilmente l'informazione fu invece presa come riferita ad un comune di Gradoli che esiste, si tratta di un comune non molto distante da Roma dove sarebbe stato teoricamente possibile che vi fosse un centro di terroristi dove avessero potuto portare Moro.

FRAGALA’. Però vede, senatore Andreotti quando l'ex presidente della Dc, onorevole Piccoli, dichiara che la storia della seduta spiritica e stata una vergogna, trova un riferimento nel fatto che durante queste segnalazioni mirate a via Gradoli 96, scala A, interno 11, una certa signora Mobkel che abitava nell'appartamento di fronte a quello dell'ingegner Borghi-Moretti, di notte ascoltò che da quell'appartamento si trasmetteva attraverso l'alfabeto Morse e ne informò sempre la polizia del commissariato di Flaminio Nuovo. Successivamente, al processo, il brigadiere Merola negò di essere stato informato di tale circostanza. I familiari di Moro - lei ne è a conoscenza - suggerirono subito, rispetto alla seduta spiritica, di cercare una strada a Roma, una via Gradoli, e fu subito detto loro che a Roma non esisteva, alcuna via Gradoli. Quindi, ovviamente quando l'onorevole Piccoli parla di una vergogna, il problema assume un carattere diverso rispetto alle superficialità o alle noncuranze consuetudinarie di una attività investigativa.

ANDREOTTI. Risulta strano che si contesti l'esistenza di una strada; per consultare l'elenco delle strade basta prendere una guida telefonica.

FRAGALA’. Sì, senatore Andreotti, come hanno riferito i familiari di Moro sia al processo che durante l'indagine pare che abbiano risposto loro che non esisteva nelle Pagine gialle alcuna via Gradoli, che invece era ed è una via conosciutissima a Roma.

PRESIDENTE. Il senatore Andreotti voleva dire: perché i familiari di Moro non consultavano direttamente le Pagine gialle, lo possono fare tutti.

FRAGALA’. Senatore Andreotti, desidero ancora porre un argomento sul caso Moro. Lei nella scorsa audizione ha dichiarato di non sapere nulla e di non aver partecipato né alla stesura, ne tantomeno di aver corretto la lettera di Paolo VI indirizzata ai brigatisti. Le chiedo: lei ha saputo, rispetto all'epoca in cui questa lettera fu scritta e pubblicizzata, chi fu a superare le resistenze di Paolo VI rispetto alla stesura della lettera? Ma soprattutto come potè accadere che Paolo VI si occupasse della stesura di tale testo visto che in quel momento era intubato, aveva infatti una grossa crisi patologica alla prostata ed era in condizioni psico-fisiche particolarmente gravi? Ripeto, Paolo VI nel momento in cui fu pubblicata la lettera era a Castel Gandolfo, praticamente ricoverato, intubato e non era quindi in condizioni ottimali. Inoltre nella lettera c'è scritta una frase assolutamente inusuale rispetto alla semantica e alla terminologia delle lettere dei papi, con cui si chiedeva alle Brigate rosse di liberare Moro: "senza condizioni" e questa terminologia appartiene a quella degli uomini politici, dei generali e dei militari. Senatore Andreotti, dal momento che lei ha già dichiarato di non aver partecipato a questa vicenda, lei sa chi sia riuscito a superare queste obiettive e soggettive condizioni di malattia di Paolo VI e a fargli scrivere la lettera? Inoltre, come mai quel documento a suo avviso - mi rivolgo a lei quale acuto osservatore di storia della Chiesa e del Vaticano - conteneva questa frase assolutamente inusuale nella terminologia usata nelle lettere dei papi?

ANDREOTTI. Senatore Fragalà questi sono interna corporis della Santa Sede che io non conosco. Tra l'altro, ho l'impressione che sulla cosiddetta cartella clinica del Papa lei faccia qualche confusione di date compresa quella dell'operazione alla prostata.

FRAGALA’. No parlo del periodo prima dell'operazione: Paolo VI soffriva di una grandissima crisi per una patologia alla prostata che portò proprio all'operazione, ripeto, era addirittura intubato a Castel Gandolfo. Si tratta a questo punto di elementi non più della cronaca ma della storia.

ANDREOTTI. Senatore Fragalà il fatto però di essere intubato non gli impedì di venire al funerale di Moro; quindi in quel momento non era intubato.

FRAGALA’. Però tra la scrittura della lettera e il funerale di Moro passò qualche giorno, se lei ricorda.

ANDREOTTI. Sì, ma il Papa non fu operato in quel momento.

FRAGALA’. A me risulta invece di sì, senatore Andreotti.

ANDREOTTI. Credo che l'operazione del Papa sia precedente, ma comunque questo fa parte degli Atti apostolici. In ogni caso mi sembra che la frase della lettera del Papa da lei citata sia ragionevole perché è chiaro che Paolo VI sapeva che le condizioni che i brigatisti avevano posto erano quelle di liberare...

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, l'onorevole Fragalà le poneva questa domanda perché Guerzoni ha dichiarato a questa Commissione che quella lettera venne stilata su input della Presidenza del Consiglio.

ANDREOTTI. Come ho già dichiarato precedentemente, ho avuto modo di leggere quella lettera quando era già stata resa pubblica o forse mezz'ora prima che ciò accadesse, ma non ho partecipato alla stesura del suo testo; so che il Papa dedico alla sua scrittura una notte e poi la dettò a don Macchi e che non ci sono state interferenze di nessuno.

PRESIDENTE. Fonti vaticane hanno anche dichiarato che poichè c'era stato un errore di colui che scriveva a mano quella lettera, il Papa la volle riscrivere tutta per evitare errori di grafia.

FRAGALA’. Passiamo ad altro argomento: i rapporti con la Libia.

PRESIDENTE. Le chiedo scusa, onorevole Fragalà, la interrompo solo per dare ordine ai nostri lavori riguardo a questo fatto specifico ora richiamato. Capisco quanto lei ci dice, senatore Andreotti, circa la confusione, il momento, il dramma, la fibrillazione complessiva del mondo politico ed istituzionale. Tuttavia il dato che rispetto a Via Gradoli una serie di indicazioni fu trascurata mi sembra oggettivo ed innegabile, così come l'episodio della doccia, che ricordava prima l'onorevole Fragalà: quell'episodio può trovare spiegazioni logiche, ma in ogni caso merita una spiegazione, altrimenti rischia di diventare un fatto inspiegabile.

FRAGALA’. Posso spiegare il fatto della doccia?

PRESIDENTE. Conosco la sua spiegazione, onorevole Fragalà: lei ritiene che fosse un segnale dell'area "trattativistica" delle Brigate rosse.

FRAGALA’. Come per la seduta spiritica, anche per l'episodio della doccia fu organizzato un depistaggio: si disse, depistando da parte degli inquirenti che si era rotto un flessibile. In realtà non si era rotto nessun flessibile...

PRESIDENTE... era stata appoggiata una scopa affinché l'acqua spruzzasse contro l'angolo di un muro e scendesse nell'appartamento sottostante.

FRAGALA’. Si è trattato di una serie di depistaggi.

PRESIDENTE. Conosco la questione: lei ha ragione, sono fatti che andrebbero spiegati, fatti apparentemente inspiegabili, che meritano una spiegazione. Del resto, dare una spiegazione è uno dei compiti di questa Commissione. Al senatore Andreotti vorrei però rivolgere due domande. Quando nella precedente riunione le chiesi come fece Dalla Chiesa in così poco tempo a rintracciare il covo di via Monte Nevoso e quindi le carte di Moro (indubbiamente erano carte che potevano "bruciare", interessare, sia per problemi di sicurezza dello Stato sia per il rilievo politico che potevano avere), lei ci rispose che probabilmente Dalla Chiesa aveva i suoi informatori. Faccio un passo indietro: alla Commissione P2 anche il prefetto D'Amato dichiarò che chi fossero i brigatisti rossi lo sapevano benissimo, che erano trenta o quaranta persone di cui conoscevano nome, cognome e professione, che furono anche da loro prese ma che poi furono liberate dai giudici. Effettivamente resta un fatto sorprendente la semplicità con cui la Cagol riuscì a far uscire dal carcere di Casale Curcio.

(Commenti dell'onorevole Saraceni)

Viene fatta un'opera di infiltrazione accuratissima attraverso frate Girotto e vengono catturati il numero 1 e il numero 2 delle Brigate rosse; vengono quindi portati in carcere dove successivamente si presentano alcuni elettricisti che dicono: "Buongiorno, dobbiamo aggiustare ... ", con il risultato che sappiamo: penso che tutto questo porti a dire che si è trattato di un fatto singolare, almeno di uno Stato che non percepiva la potenzialità offensiva delle Brigate rosse (questo lo scrissi anche nella relazione). Al senatore Andreotti volevo chiedere: personaggi come Dalla Chiesa e D'Amato furono ascoltati, furono utilizzati prima di rivolgersi a parapsicologi, a personaggi stranissimi? Ammetto che è una domanda che dovremmo rivolgere maggiormente al senatore Cossiga, ma lei all'epoca era Presidente del Consiglio. Come mai questi uomini di íntellígence (ovviamente nelle ombre e nelle luci che caratterizzano e loro esperienze personali) forti (le vere risorse operative dello Stato erano loro: D'Amato, Dalla Chiesa e Santillo), non furono consultati? Oppure essi furono consultati ma non vollero dire chi fossero i loro informatori, o Dalla Chiesa pretese che finché non fosse reinvestito della funzione di antiterrorismo non avrebbe collaborato?

ANDREOTTI. Non mi risulta affatto né che Dalla Chiesa non volesse collaborare né che non sia stato consultato.

PRESIDENTE. E’ questa la domanda: fu consultato?

ANDREOTTI. Tutta la parte operativa della vicenda - a questo proposito voglio essere molto chiaro; non voglio scaricare su nessuno le responsabilità - veniva seguita ora per ora dal comitato di crisi e dal Ministero dell'interno. Devo ritenere, come logica elementare, che certamente il Ministero dell'interno abbia tra l'altro consultato queste persone. Prima si parlava dei parapsicologi: l'aver ascoltato addirittura queste persone vuol dire proprio che con l'audizione di queste figure aggiunte (rispetto alle quali si è fatta anche un po' di ironia) si ampliava il quadro delle possibili fonti di informazione. Farei una enorme fatica a ritenere che non siano stati consultati né il D'Amato né il generale Dalla Chiesa oppure che i due, avendo degli elementi, non li abbiano comunicati a chi di dovere: in tal caso il discorso si sposterebbe in tutt'altra direzione. Ritengo che decidemmo di fare tutto quello che era possibile fare.

PRESIDENTE. Perché quella "direzione" le sembra impercorribile? Lei ha detto che se dovesse pensare che non sono stati consultati o che una volta consultati non abbiano dato la maggior collaborazione possibile, il discorso porterebbe in tutt'altra direzione. Perché quest'altra direzione non è percorribile? Se non le facessi questa domanda non meriterei di stare seduto qua.

ANDREOTTI. Per carità, anche prima sentivo dire che forse non si è voluto andare in fondo nella conoscenza delle Brigate rosse: la verità è che probabilmente lo Stato era impreparato, non solo ad un episodio come quello di Moro, ma complessivamente ad un tipo di lotta come quella che fu condotta con una determinazione così forte dalle Brigate rosse. Forse non eravamo sufficientemente preparati. Guardando a posteriori che cosa erano le carceri di massima sicurezza si ha una sensazione diversa: abbiamo letto d'altronde che chi ha condotto l'attentato contro il Papa era riuscito ad evadere da un carcere di massima sicurezza turco, dove non credo fossero al potere all'epoca le "figlie di Maria". Per quanto concerne la serie di risposte specifiche ai quesiti posti, credo possano essere fornite da chi conosce direttamente la questione. Anche qui non vorrei suscitare grane nei confronti di Cossiga (visto che l'altra volta ne ho suscitate nei confronti del Presidente del Consiglio): sicuramente egli avrà fatto tutto quello che poteva, ma ritengo che il Ministro dell'interno sia in grado di fornire tutte le informazioni, anche rispetto a questo quadro che è stato tracciato. Anche se non mi sembra che si possa considerare così semplice: si è detto che qualcuno aveva indicato l'indirizzo o il numero e altri lo trascurarono. Dovremmo allora andare ad una interpretazione dei fatti completamente diversa o aggiuntiva rispetto a quella che siamo stati in condizione di dare.

SARACENI. Signor Presidente, vorrei sapere se procediamo per argomenti o secondo l'elenco degli interventi, se l'intervento per argomento è prerogativa solo del Presidente o anche dei commissari. Stabiliamo un metodo che valga per tutti.

PRESIDENTE. Lascerei a voi la scelta: lei può avere una serie di domande da porre che io non conosco e che hanno una loro consequenzialità.

SARACENI. Ovviamente l'occasione della mia richiesta di chiarimento nasce dal fatto che anch'io avrei da porre delle domande sul punto riguardante Moro.

PRESIDENTE. Forse è meglio che intervenga successivamente, onorevole Saraceni.

DE LUCA Athos. Signor Presidente, io ho già fatto domande e ho già avuto risposte, però vorrei che lei ponesse una domanda all'onorevole Andreotti rispetto ad un argomento che mi pare...

PRESIDENTE. Le darò la parola dopo, senatore De Luca, così la formulerà direttamente lei la domanda.

DE LUCA Athos. Va bene.

FRAGALA’. Senatore Andreotti, le risulta, dalle carte che lei ha avuto dal Ministero sul convegno dell'Istituto Pollio, che vi partecipò anche lo storico ex comunista professor Renato Mieli che si dimise dal Partito comunista nel 1956 dopo la repressione di Budapest nell'Ungheria? Le risulta questo?

ANDREOTTI. Guardi, onorevole Fragalà, io posso anche darvi, ma può darsi che voi l'abbiate già, la pubblicazione sugli atti di questo convegno.

PRESIDENTE. Sì.

FRAGALA’. A me hanno dato un estratto, che ho qui, della pubblicazione degli atti, nel quale c'è, all'inizio, l'indice di tutti gli interventi che sono stati fatti al convegno e comunque qui pubblicati: se ci siano degli interventi aggiuntivi questo non lo so, io so quello che risulta da questo estratto e tale nome non risulta.

PRESIDENTE. Qual era il nome, onorevole Fragalà?

FRAGALA’. Quello del professor Renato Mieli.

ANDREOTTI. Sì, sappiamo chi è Renato Mieli.

FRAGALA’. Lo storico.

PRESIDENTE. Il padre di Paolo Mieli.

FRAGALA’. Il padre di Paolo Mieli, esatto. Senatore Andreotti, ora passiamo al problema dei rapporti con la Libia. Lei sa, avendo letto gli atti della Commissione e la relazione del senatore Pellegrino, che noi abbiamo acquisito una serie di elementi sulla cosiddetta politica del doppio binario tenuta dall'Italia negli anni che vanno dal 1970 al 1980, la politica detta della "moglie americana" e dell'"amante libica". Lei saprà che addirittura l'ammiraglio Martini è venuto a dirci che da una telefonata del capo dei servizi segreti libico, seppe che lei si doveva incontrare di notte ai Parioli con Jallud, cioè il numero due del regime libico, nel 1980, e che i libici chiedevano al nostro servizio segreto di organizzare una protezione rispetto a quest'incontro. Poi abbiamo appreso anche, dal generale Maletti, che vi era stata tutta una serie di iniziative come la procurata assoluzione di terroristi palestinesi o libici e il loro rimpatrio su aerei italiani; poi vi è questione dei rapporti economici riguardanti il petrolio e riguardanti anche finanziamenti, per esempio, alla Fiat, da parte del regime libico, prestiti occultati attraverso l'acquisto di azioni poi rivendute.

Abbiamo anche saputo che, alla base delle inchieste su Ustica, vi è una indicazione di una pista terroristica libica per l'abbattimento di quell'aereo, pista terroristica che fu subito comunicata dal ministro dell'interno tedesco Baun al nostro ministro Bisaglia, e abbiamo saputo che fu discussa questa pista il 5 agosto del 1980, tre giorni dopo la strage di Bologna, all'interno del Ciis, cioè del Comitato interministeriale di sicurezza presieduto allora dal presidente Cossiga, alla presenza del Capo della polizia, dei Capi dei servizi, di tutti i Ministri interessati. Abbiamo anche saputo che, su questa pista, altri servizi segreti stranieri avevano informato i nostri Servizi e i nostri Ministri che vi era un collegamento tra la strage di Ustica e la strage di Bologna, fino al punto che l'ex sottosegretario Zamberletti presente a quella riunione del 5 agosto, ha scritto un libro, "La minaccia e la vendetta", dove ha spiegato che la nostra sovrapposizione nel rapporto economico e commerciale con Malta aveva scatenato le ire di Gheddafi. Vi è poi la storia dell'Iman, il capo della setta religiosa musulmana che raccoglie milioni di adepti e che ha sempre impedito a Gheddafi di poter essere ricevuto in tanti paesi arabi, e del tentativo di Gheddafi di accreditare una fuga dell'Iman a Roma per evitare il sospetto che lo avesse eliminato lui a Tripoli. Ebbene, rispetto a tutti questi elementi, ci sono due episodi particolari che la riguardano, senatore Andreotti. Un episodio è quello della sua dichiarazione, all'inizio delle vicende giudiziarie che la hanno riguardata e che la riguardano, secondo la quale i suoi guai vengono dall'America, dove alcuni pentiti sarebbero stati indirizzati. L'altro episodio si riferisce ad un'altra dichiarazione stavolta di Gheddafi; Gheddafi è stato l'unico uomo di Stato che si è offerto, nella storia recente, che io ricordi, di pagare le spese processuali di un uomo politico straniero che aveva delle questioni processuali: l'uomo politico era lei senatore Andreotti. Ora rispetto a tutto questo che naturalmente incide particolarmente sulla questione delle stragi di Ustica e di Bologna (anche perché nel 1980, prima della strage di Ustica, furono eliminati i sette oppositori del regime libico che abitavano in Italia e che erano in teoria protetti dai nostri Servizi; vennero raggiunti nelle loro abitazioni ed eliminati dai killers del colonnello), ecco, rispetto a tutto questo, ripeto, io desidero una sua valutazione, senatore Andreotti. Cioè, le domando se questa politica del doppio binario, questa "moglie americana e amante libica" è un fatto che lei conferma ed eventualmente in che termini, anche per quanto riguarda i particolari che le ho riferito dell'incontro con Jallud, del rimpatrio e della procurata assoluzione dei terroristi palestinesi e libici dell'assassinio degli esponenti dell'opposizione di Gheddafi, della strage di Ustica, della strage di Bologna e anche delle sue dichiarazioni sulla fonte americana dei suoi guai giudiziari e delle spese processuali cioè se lei ha effettivamente avuto pagate da Gheddafi le spese dei suoi avvocati.

SARACENI. Ma non si era detto che non si sarebbe parlato di questi argomenti?

FRAGALA’. Ma non sono argomenti processuali, sono argomenti politici; il processo non c'entra niente, altrimenti mi sarei astenuto.

ANDREOTTI. Intanto vorrei dire che come concezione, scusi onorevole Fragalà, è un po' singolare quella di parlare di moglie americana e di amante libica: io penso che nella politica di un paese e anche di un persona ci debba essere, sotto questo aspetto, un "celibato virtuoso" per cui uno non debba essere né legato a filo doppio e indissolubile d una parte né, avendo libera uscita, da un'altra parte. Nei confronti della Libia la posizione, secondo me, è la seguente. Intanto noi siamo un paese che, essendo più vicino e avendo anche una serie di tradizioni di carattere storico nei confronti della Libia, è chiaro che le portiamo un'attenzione maggiore, e la dobbiamo portare rispetto a quella che possono avere altri che sono lontani e per i quali la Libia è uno dei tanti punti geopolitici del mondo. Poi, io qui, risponderò solo ad alcune domande perché altrimenti bisognerebbe scrivere un libro su tutte queste vicende. Intanto rispondo per quanto riguarda i rapporti, diciamo, personali. Jallud io l'ho visto alcune volte: una volta venne ospite ufficiale dello Stato; fu invitato a pranzo, era Rumor presidente del Consiglio, e allora ci fu un incontro, appunto, di carattere ufficiale. Un'altra volta l'ho visto qui a Roma una sera, a cena, a palazzo Odescalchi, a piazza Santi Apostoli, quindi non ai Parioli, ma non ho mai saputo che ci fossero preoccupazioni di sicurezza: Jallud negli ultimi anni no, ma prima veniva molto spesso in Italia e non credo che ci fossero particolari apparati di sicurezza. Comunque, rispetto a quella sera, se lei, onorevole Fragalà mi domanda questo, io non lo so se abbiano rinforzato i Servizi: comunque era un pranzo, non posso dire alla luce del sole perché era sera, ma con presenti tante persone, quindi senza carattere di clandestinità. Naturalmente, vede, nei confronti della Libia noi appariamo sotto alcuni aspetti, chiamiamoli pubblicisti, come un paese debole e arrendevole. Do un dato: in Libia avevamo 17.000 tra operai e tecnici italiani, quando è cominciata l'azione, chiamiamola di sanzioni, che le Nazioni Unite hanno posto, siamo un paese che l'ha rispettata e da 17.000 soggetti siamo passati ad averne meno di mille. Tanto per fare un altro esempio, l'Inghilterra, a causa di un incidente grave (l'uccisione di una donna della polizia presso l'ambasciata libica di Londra), ha rotto da tempo le relazioni diplomatiche, i loro interessi sono tutelati proprio dalla rappresentanza diplomatica italiana: aveva allora meno di 2.000 persone ed è arrivata ad averne 6.000! C'è una certa tendenza a presentare l'Italia come un paese debole: secondo me, anzi, avremmo dovuto tutelare meglio i nostri interessi. Non perché dobbiamo essere contrari (Dio ce ne guardi!) ad una linea di grandissimo rigore nei confronti di tutti i regimi che non sono come quelli che noi configuriamo come democratici, però su questo dovremmo forse fare una riconsiderazione. Prima lei ha citato la Santa Sede. Certo, non per mio consiglio, se posso dirlo incidentalmente, ma ammiro molto la politica autonoma della Santa Sede che, dopo aver instaurato i rapporti diplomatici con Israele, lo ha fatto anche con la Libia; tre giorni fa (cosa che negli ultimi settanta anni, da quando leggo l'Osservatore Romano, non avevo mai visto) ha dedicato una pagina intera al nuovo ambasciatore dell'Iran, con tre fotografie. Probabilmente si preoccupano di intrattenere un certo rapporto con il mondo islamico, con una lungimiranza forse migliore di quella che mostriamo delle volte nell'ambito di carattere politico guardando a cose più ravvicinate. Per quanto riguarda i guai giudiziari, quando qui era venuta una richiesta di autorizzazione a procedere, in pendenza di questa richiesta era stata fatta una duplice operazione. Una riguardava l'Italia, e non ne parlo. In merito all'altra, si erano precipitati a New York e nel verbale che è stampato nei nostri atti, è detto su uno dei due personaggi che sono stati interrogati che il procuratore Fitzgerald imponeva al Governo italiano di non utilizzare comunque nel confronti di questo soggetto le cose che diceva contro di lui: mi è sembrata un'eccessiva interpretazione dell'accordo di cooperazione giudiziaria! Lui stesso, negli atti, dichiarava di aver compiuto ventitrè assassini, ma si scusava se poi se ne sarebbe ricordati degli altri, perché non voleva apparire reticente. Quindi, sotto questo aspetto mi riferivo all'America, ma non sulle questioni di "America o non America".

Ho letto anch'io la dichiarazione in cui Gheddafì si dichiarava disponibile a pagarmi le spese processuali, ma non mi è stato mai detto in maniera ufficiale. Posso assicurarvi che questo non è mai avvenuto, né io l'accetto anche se, forse, mi farebbe anche comodo. Sarebbe fuori da una certa linea che ho sempre seguito nel rapporti con gli stranieri, comunque siano catalogati. Parlo di cose che si riferiscono a periodi che conosco direttamente, non entro, quindi, sulle questioni di Ustica perché, quello era uno dei rari momenti in cui non ero al Governo. Quindi non ho direttamente notizia di questa riunione. Ho letto, come avete fatto tutti voi, quello che poi si è scritto dopo questa riunione, nella quale Bisaglia avrebbe detto che c'era una connessione con Bologna. Ma questo bisogna domandarlo a chi ha gestito le cose in quel momento; io non ne sono direttamente informato e quindi potrei fare dei commenti personali, ma non utili per dare informazioni alla Commissione. Per quel che riguarda i rapporti economici, certamente sono informato di una cosa. Nel momento in cui l'Eni (Ente pubblico "in assoluto", ora società per azioni) aveva delle difficoltà, gli fu dato un aiuto proprio da parte di uno degli ufficiali dei Servizi che in passato, avendo avuto rapporti con la Libia, aveva un certo "colloquio", e l'Eni fu aiutato; noi abbiamo degli interessi pubblici italiani che sono stati salvaguardati rispetto a molti altri interessi. Mentre non sono informato del perché comprarono le azioni Fiat, ritengo che l'affare più grande che abbia fatto Gheddaf! Si è determinato quando la Fiat, credo che suggerimenti lontani, l'abbia praticamente estromesso. Infatti, credo che mai utile di congiuntura sia stato più forte della differenza tra quanto aveva pagato le azioni e quanto aveva ricevuto in sede di vendita per le stesse; tanto è vero che dissi scherzosamente a chi me ne parlava che se essere iscritto all'albo dei nemici dell'America portava a queste utilità di congiuntura, forse avrebbero avuto una serie di iscrizioni. Questo però riguarda rapporti che si sono svolti al di fuori del Governo. La questione dell'Iman, è una questione lontana. Su questa scomparsa, da tutte le testimonianze mi sembra sia emerso poi che non era vero che vi fosse stato questo imbarco in un aereo italiano. Ma questo -ripeto - è un fatto lontano. Per quel che riguarda la connessione Malta (ne ho già parlato la scorsa volta) anche qui bisogna spostare i termini della questione. Per Malta, quando andavano via anche dalla loro base gli inglesi, e quindi c'era da parte dell'attivissimo Dom Mintoff una ricerca di sostegni di carattere internazionale, si era profilata un'ipotesi di una specie di aiuto-garanzia da parte di tre paesi della sponda africana e di tre paesi europei. La cosa non andò in porto per molte difficoltà. Io la seguivo dalla Camera perché allora ero presidente della Commissione esteri. Venne poi, invece, alla nostra ratifica l'accordo fatto dall'Italia con Malta, un accordo di una garanzia un po' sui generis, e però anche un contributo annuo non sui generis che l'Italia dava a Malta. Tutto questo era fatto in chiave antilibica o di prevenzione acché la Libia avesse troppi rapporti con Malta: può essere una spiegazione, ma l'origine di questo disegno invece era stata il contrario, di cercare cioè delle forme che collegassero un interesse di Malta non agli uni agli altri, ma a tutti. Quindi non vedo, anche qui, né problema di amanti né di conviventi occasionali.

FRAGALA’. Le assoluzioni procurate? Abbiamo ascoltato il giudice Priore e vari esponenti istituzionali!

ANDREOTTI. Onorevole Fragalà, siccome fa parte dello stesso periodo a cui mi sono riferito prima, devo dire che lo conosco solo de relato, non sono cose cioè che conosco direttamente. Non so se ci sono state pressioni sui magistrati e chi le abbia fatte; lo dica chi le ha fatte e chi le ha ricevute.

SARACENI. Chi le ha ricevute é morto.

ANDREOTTI. Comunque non fanno parte di periodi di cui ho avuto la responsabilità e la conoscenza. Anche per quanto riguarda quel trasferimento di terroristi, che poi andando a Malta con così poca riservatezza sono stati fotografati in un ristorante (fotografia pubblicata da un giornale di Malta) tutti impettiti, compreso l'ufficiale dei Servizi che li accompagnava in questa operazione segreta...

PRESIDENTE. Moro ne parlava ripetutamente.

ANDREOTTI. Che sia avvenuto questo fatto è vero, ma non è avvenuto in un mio periodo. Ciò che contesto e il seguente aspetto che ogni tanto viene fuori, anche da parte di qualche magistrato: che ci fosse una specie di accordo di non belligeranza; i palestinesi ci dovevano rispettare e noi chiudevamo un occhio. Non è vero che c'è stato un accordo di questo genere; anzi si sono verificati qui da noi anche dei fatti gravi che hanno riguardato dei palestinesi. Che poi i palestinesi potessero guardare...

PRESIDENTE. Quando si parla di un accordo, non si fa riferimento ad un accordo scritto, ma ad un accordo concluso per fatti concludenti.

ANDREOTTI. Devo dire che, ad esempio, di tante navi che i palestinesi potevano andare a "disturbare" si sono rivolti proprio contro l'Achille Lauro. Che poi i palestinesi potessero guardare con una certa amicizia ad un paese che aveva sempre lottato per giungere a quella strada a cui altri sono arrivati con dieci anni di ritardo (cioè che dovessero fare un negoziato con Israele) direi che è logico e che rappresenta un dato positivo della nostra politica.

FRAGALA’. Senatore Andreotti, le farà alcune domande sull'argomento strategia della tensione, anni 1969-1978, fino all'omicidio Moro. C'è una certa ricostruzione delle vicende politiche italiane che sostiene che Fanfani, spinto sulla strada del centro-sinistra, ad un certo punto fu scavalcato da Moro. A partire dal 1972 Moro venne scavalcato da lei sempre nel traguardo di un accordo a sinistra, accordo che poi si realizzò con il governo di unità nazionale durante la vicenda del rapimento e dell'omicidio dell'onorevole Moro. In questo periodo ci sono state le bombe. Lei ha detto, l'altra volta, che quella di piazza Fontana - probabilmente come è successo a Roma - doveva essere una bomba dimostrativa perché quel venerdì la banca doveva essere chiusa. Probabilmente ciò è anche riferibile a piazza della Loggia, perché se non si fosse messo a piovere nessuno si sarebbe ricoverato sotto la loggia e probabilmente non sarebbe morto nessuno anche in quella occasione. Però, obiettivamente, dal punto di vista politico, in quel periodo – è quello che tutti dicono, compreso il generale Maletti - vi è stata una sua inversione di rotta...

PRESIDENTE. Onorevole Fragalà, veramente la versione è che se non avesse piovuto sotto i portici vi sarebbero state le forze dell'ordine: non che non ci sarebbe stato nessuno.

FRAGALA’. Da alcuni atti giudiziari ho letto questo tipo di interpretazione; però prendo atto anche di quella che dice il Presidente. Comunque mi riferivo soprattutto a quanto ha detto il senatore Andreotti, cioè che probabilmente quella di piazza Fontana doveva essere una bomba dimostrativa, come era successo a Roma. Senatore Andreotti, in questo periodo, quando si parla della sua inversione di rotta di 180 gradi verso sinistra, vi sono questi accadimenti stragistici ed omicidiali, per cui si teorizza una cosiddetta strategia della tensione, che qualcuno sostiene sia stata organizzata dall'estero, dalla Cia, e via dicendo, per stabilizzare al centro il governo e l'asse politico italiano; da parte di altri, invece, si dice che il risultato è stato che si è accreditato il Partito comunista come partito di ordine e di governo, fino al partito della fermezza del marzo-maggio 1978. La mia domanda è la seguente. In questo periodo, lei ricorda che l'allora Movimento sociale italiano, per la politica a sinistra della Democrazia cristiana, raccolse come reazione una serie di consensi incredibile. Per esempio, nel giugno del 1971 furono eletti ben quindici deputati del Movimento sociale italiano all'Assemblea regionale siciliana, il primo campanello d'allarme rispetto alla legge De Marzi-Cipolla. Nel 1972 ci furono le elezioni nazionali e il Movimento sociale italiano addirittura conquistò 56 seggi alla sola Camera dei deputati e circa 35-40 al Senato della Repubblica. Ebbene, rispetto a questa avanzata elettorale del Movimento sociale italiano scoppiarono dei fatti particolari, per cui le chiedo cosa lei sappia dirci a proposito. Il primo: i depistaggi e la criminalizzazione della Destra organizzata a tavolino dal Servizi. Attraverso documenti e carte che la Commissione ha acquisito è possibile provare che appunto vi erano degli input precisi affinché i Servizi attribuissero l'eversione e lo stragismo alla Destra e degli input affinché le Brigate rosse, il fenomeno eversivo, venisse chiamato solo sovversivo con correttezza politica e si parlasse di "sedicenti Brigate rosse", si parlasse di opposti estremismi, dove l'estremismo di sinistra o era fascista o era vicino ad essere tale. Nel 1976 avviene un altro fatto specifico: viene scisso il Movimento sociale italiano in due tronconi. Democrazia nazionale elimina ogni possibilità per il Movimento sociale italiano di fare ulteriori progressi. Quindi succede che da quell'unico gruppo parlamentare se ne stacca uno ancora più forte e la Destra oltre ad avere la criminalizzazione, l'emarginazione, e la demonizzazione di tipo giudiziario o da parte della campagna organizzata dai Servizi, sul piano politico viene praticamente divisa in due ed annullata. Lei, senatore Andreotti, nel 1972 - dicevano le polemiche politiche di allora, non lo dico io - fa un regalo alle sinistre e al Partito comunista con la famosa legge Valpreda. Le chiedo se queste tappe che ho citato facevano parte di un unico disegno per consentire l'accreditamento nel Governo, come partito d'ordine e come partito dello Stato, del Partito comunista e nel contempo impedire la concorrenza elettorale da parte della Destra rispetto alla Democrazia cristiana.

PRESIDENTE. Onorevole Fragalà, affinché la domanda sia chiara, le chiedo quali sono gli episodi specifici di depistaggio dei Servizi che tendono...

FRAGALA’. Adesso...

PRESIDENTE. Salvo di quello di Pian del Rascino non ne ricordo altri.

FRAGALA’. C'è innanzitutto quello di piazza della Loggia: poi la famosa pagina dell'agenda del generale Santovito del Sismi in cui si dice che bisognava continuare il clima di unità antifascista, inventando dei depistaggi per quanto riguarda le stragi o le attività eversive nei confronti della Destra. Inoltre c'è una serie...

PRESIDENTE. Piazza della Loggia, perché? L'indagine che andava verso la Destra era quella di Arcai; poi scoppiò il problema che c'era di mezzo il figlio...

FRAGALA’. Perché su piazza della Loggia c'è una lettera-testimonianza del generale Delfino che dice chiaramente che l'input di quella operazione fu di tipo "politico e istituzionale".

PRESIDENTE. Lo dice lui.

FRAGALA’. La leggiamo. Quindi, sono questi i fatti.

PRESIDENTE. Per piazza della Loggia l'unica cosa che mi ha colpito era l'identikit del bombarolo che sarebbe stato molto somigliante all'Esposti se, al momento della sua uccisione, non avesse avuto la barba, cosa che smentiva l'identikit. Non ricordo altri particolari.

ANDREOTTI. Si tratta di uno squarcio di storia patria molto lungo, rispetto al quale credo che il mio ruolo sia quello di raccontare quanto so e di dare un orientamento di massima. E’ vero che ad un certo momento per il centro-sinistra c'era una propensione maggiore di Fanfani piuttosto che di Moro. E’ un fatto cronistorico. Il congresso della Dc di Firenze si svolse in quest'ottica ma durò per poco tempo. Tanto è vero che già nel congresso successivo - non vorrei banalizzare - utilizzando uno slogan in voga nella pubblicità di allora dissi: "Credevo che il centro-sinistra fosse quello di Fanfani ma non avevo ancora conosciuto quello più avanzato di Moro". Vi risparmio una serie di catalogazioni giornalistiche che lo definivano "centro-sinistra pulito", cosa abbastanza scorretta ed inelegante. La mia opinione era che un cambiamento politico importante dovesse partire dal basso e non dall'alto. Si tratta di una questione di metodo anche se nella politica, compresa quella internazionale, molte volte un fatto magari imprevisto e non programmato dà un indirizzo del tutto diverso. Quando venne formato quel Governo avrei preferito - è un fatto pubblico - rimanerne fuori ma non perché ritenessi che la verità fosse da una parte e l'errore dall'altra, bensì perché mi sembrava la posizione più opportuna da un punto di vista politico. Inoltre, dal momento che si è parlato del fatto che avrei fatto dei favori ai comunisti - per inciso mi pare di non averne né fatti, né tanto meno di averne ricevuti - vorrei chiarire che mi ha sempre preoccupato, sul piano della sicurezza del paese, una forte presenza comunista. Per fortuna le cose successivamente hanno avuto un corso diverso, ma certamente il nostro paese, se disgraziatamente avesse dovuto affrontare un conflitto internazionale in quelle condizioni - anche se in precedenza avevo parlato delle differenze esistenti tra la posizione ufficiale del Partito comunista francese e di quello italiano - con un terzo o addirittura quasi metà della popolazione contro una determinata politica sarebbe stato di una debolezza assoluta. Pertanto un certo tentativo di non provocare degli strappi, come di fatto avvenne con il centro-sinistra, mi sembrava più giusto. Si tratta di una tesi altrettanto valida quanto lo sono altre. Inoltre, non si può assolutamente dire che nel 1972 ho scavalcato Moro. In altri momenti avevamo all'interno del nostro Partito molti concorrenti alla Presidenza del Consiglio, ma certamente non in quel momento, un momento di una difficoltà enorme. Anche se nel 1976 la situazione risultò ancora più grave sotto altri profili, nel 1972 ero ormai da alcuni anni il capogruppo. La mia era un’esperienza alquanto anomala, perché in passato avevo ricoperto incarichi quasi esclusivamente governativi e quindi avevo necessità di fare conoscenza con altre forze politiche. Nel 1970 - era la prima volta che avevo ricevuto questo incarico che poi non riuscii a svolgere -, mentre stavo ancora scrivendo il programma di governo, lessi una notizia dell'Ansa secondo cui Tanassi, segretario dei socialdemocratici, affermava di non gradire tale programma. Restituii immediatamente l'incarico perché capii che non era possibile andare avanti. Non penso che Saragat, che mi aveva affidato tale incarico, fosse a conoscenza di tale situazione perché altrimenti si sarebbe trattato di una sorta di "ammuina" spiacevole anche sul piano personale. Due anni dopo si svolsero le elezioni. Dal momento che esisteva una sorta di consenso tendente a favorire il superamento delle difficoltà che ostavano alla possibilità di ricostruire quella piattaforma che aveva funzionato in passato, invitammo i cinque Partiti della coalizione a partecipare alla formazione del Governo. La dichiarazione del Partito socialista fu che non si sarebbero neanche seduti al tavolo con i liberali. In quel momento non c'era altra scelta e, quindi, fu necessario costituire un Governo di una debolezza estrema. I franchi tiratori ci mandavano a picco due volte la settimana, aumentando in maniera considerevole la spesa pubblica. Se si vanno a rivedere gli addendi di quel periodo si evidenziano cifre micidiali. Nei successivi Governi del 1976 e del 1978, da me presieduti, si è avuta prima l'astensione e poi l'appoggio dei comunisti. Ci trovavamo a muoverci in un momento di grandissima responsabilità, in modo particolare di carattere finanziario, in quanto la situazione delle riserve valutarle e dei conti pubblici era disastrosa. Inoltre, cominciava ad avvertirsi la pressione delle Brigate rosse. In questo senso si spiega poi quanto è accaduto dopo, vale a dire, la scissione del Msi. Il disegno di indebolire la Destra con la creazione di Democrazia nazionale fu un fatto non solo compiuto alle mie spalle ma assolutamente contro la mia linea di azione. La prova di questo fatto era costituita dalle uniche due condizioni che avevo posto nel 1976 per dare vita al Governo di solidarietà nazionale. Da un lato non dovevano essere fatte da parte comunista obiezioni alla politica estera. Di fatto nel 1977 fu accolto il famoso ordine del giorno sottoscritto e votato anche dai comunisti - è un fatto che appartiene alla storia, anche se a qualcuno non piace, e non può essere soggetto ad interpretazioni - il nostro Partito non aveva voluto discutere con i comunisti e quindi soltanto il Presidente del Consiglio aveva la possibilità di dialogare con Berlinguer. Sono vicende in qualche modo bizantine se vogliamo e il mio unico impegno, nel caso in cui i comunisti si fossero ritirati facendo venire meno il loro appoggio, sarebbe stato quello di dimettermi e di non fare cambiamenti di maggioranza.

FRAGALA’. Chi fece questa operazione?

ANDREOTTI. Non spetta a me dirlo anche se fu certamente avallata.

PRESIDENTE. Perché non spetta a lei dirlo?

ANDREOTTI. Ritengo si sia trattato di Fanfani. Credo che avesse per lo meno incoraggiato questa operazione anche se certamente vi era stata l'adesione di Zaccagnini che, a mio avviso, era stato tratto in inganno rispetto ad una certa linea. Si pensava, dal momento che l'avevano dichiarato, che i comunisti avrebbero votato contro. In questa maniera si sarebbe potuto supplire ad altre assenze. Naturalmente dovetti fare quello che era il meno che potesse essere fatto. E’ vero che si trattava di un impegno personale ma, visto che il Partito non aveva voluto trattare ed io invece lo avevo fatto, ritenevo questo impegno assolutamente ineludibile anche da parte politica. Poichè in Senato era in discussione la mozione di fiducia al Governo, facendo alcuni calcoli che non erano molto difficili, in quanto avevamo soltanto due voti di maggioranza, pregai due senatori del Lazio, con i quali avevo una dimestichezza maggiore, di uscire dall'Aula; conseguentemente non ottenemmo la maggioranza per un voto e lo stesso giorno il presidente della Repubblica Pertini procedette allo scioglimento delle Camere. A mio avviso è assolutamente limpido il fatto che in questo caso non si trattasse di un piacere da fare a qualcuno. Vorrei a questo punto spiegare come si inserisce in questa vicenda il caso Valpreda. Motore della situazione fu Gonella, persona ineccepibile: del resto io stesso ero preoccupatissimo perché allora, come ricorderete, si diceva che Valpreda fosse molto ammalato. Poichè dalle finestre di casa mia che danno sul Tevere riesco a vedere anche quello che avviene in via della Lungara n. 29, devo confessare, in verità, che la mattina e la sera, quando mi affacciavo, mi preoccupava molto l'eventualità che Valpreda morisse in carcere. Poi si è visto che possono verificarsi miracoli come quelli descritti dal Boccaccio.

FRAGALA’. La storia giudiziaria è piena di questi miracoli!

ANDREOTTI. Allora conoscevo la storia un po' meno, ora forse la conosco di più. Tuttavia, avevo questa preoccupazione. Per tali ragioni fu approvata la legge prima richiamata che, come tale, è tutt'altro criticabile, anzi a me sembra soltanto civile. Pertanto, non credo si possa affermare che sia stato fatto un piacere a qualcuno. L'opinione corrente era proprio quella che vi ho riferito nella precedente seduta. Comunque non spetta a me valutare se si trattava di una operazione che non mirava a distruggere persone ma soltanto a compiere atti dimostrativi. Ritengo comunque opportuno ricordare questo aspetto. Anche per quanto riguarda la storia degli attentati e degli input, vorrei sapere a chi si riferisce quando si parla di input di carattere politico, può darsi che qualcuno ritenesse, fra l'altro, che fosse suo dovere sostituirsi, magari nella debolezza politica altrui nell'avere delle linee più avanzate nei confronti dei comunisti o viceversa del Movimento sociale italiano o ancora di altre forze di Destra. Io ritengo però chi ha dato questi input ai Servizi, se ciò è effettivamente accaduto, sia certamente uscito dai binari non solo dei suoi doveri, ma anche della sua intelligenza politica. Non ci si può lamentare se i Servizi o altri fanno cose che non rientrano nei loro compiti, quando vi è qualcuno che li spinge ad agire fuori competenza. Tuttavia si deve assolutamente accertare se vi è stato qualcuno che ha agito in un certo modo.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, lei però una volta ha dichiarato alla stampa di non escludere che i Servizi, nella loro autonomia, abbiano potuto assumere iniziative pensando di fare piacere a qualcuno che non aveva chiesto piaceri.

ANDREOTTI. Poco fa ho detto la stessa cosa.

FRAGALA’. Più realisti del re!

ANDREOTTI. Queste persone si sono ritenute investite di una sorta di missione sacra e hanno ritenuto opportuno di doversi muovere in una direzione o nell'altra; un atteggiamento del genere spoglia di responsabilità chi ne ha effettivamente competenza; pertanto, ritengo si sia in presenza di una deformazione di una corretta gestione dei propri diritti e dei propri doveri. Spero di aver risposto in maniera esaustiva.

PRESIDENTE. Fra le critiche che mi sono state avanzate vi è quella di aver dichiarato che non aveva trovato la prova dell'input politico. Tuttavia, la prova dell'altro fenomeno, a mio giudizio, è clamorosa.

FRAGALA’. C'è anche la prova dell'input politico.

PRESIDENTE. Di questo aspetto discuteremo in un secondo momento. Lo stato delle mie acquisizioni al dicembre 1995 è forse sbagliato; forse per un difetto di capacità interpretativa delle carte non mi è sembrato di rinvenire questa prova, ho rinvenuto però in modo chiarissimo la prova di una attivazione oggettiva. Purtroppo quasi sempre usiamo il termine Servizi in maniera impropria, soprattutto quando si fa riferimento a questi apparati clandestini o semi-clandestini. Oggi, presidente Andreotti, sembra che si affermi sempre più l'idea che, anche nell'ambito del Ministero dell'interno, vi siano state strutture di questo tipo. Sembra sempre più chiaro che il prefetto D'Amato quando ha lasciato gli uffici Affari riservati abbia continuato, in qualche modo, a dirigerli o sembra, addirittura, che avesse una sua rete informativa che, in determinati momenti, poteva anche diventare operativa. Lei oggi - e lo sottolineo -, sulla base delle conoscenze che tutti stiamo acquisendo su questa vicenda, che valutazione può esprimere al riguardo?

ANDREOTTI. Per quanto riguarda, in particolare, la figura estremamente complessa del prefetto D'Amato, come ho dichiarato nella precedente seduta, l'ho incontrato una volta e mezza: una volta in occasione di una riunione presso il Ministero dell'interno, un'altra volta perché mi è venuto a trovare per una questione del tutto banale. Devo dire che non mi piacque, ma specialmente non mi piaceva, in linea generale, l'attività investigativa che si diceva che egli svolgesse sia pure con abilità professionale; peraltro non so neppure se questo fosse vero o meno. Vorrei inoltre ricordare che, negli anni in cui ho avuto la responsabilità di governo, come è stato ricordato in precedenza, non essendo mai stato Ministro dell'interno (non perché non ci volessi andare ma perché nessuno mi ha mai offerto questa carica) non ho avuto modo di acquisire una conoscenza del fenomeno dall'interno, salvo le poche settimane del governo Fanfani che non avendo avuto la fiducia, comportò inevitabilmente che nemmeno il Ministro dell'interno entrasse operativamente a regime. Tutto quello che si legge sugli archivi conservati in una parte o in un'altra e che ora emerge solleva un certo senso di dubbio e di preoccupazione sul funzionamento di questa macchina e sulle persone a cui la stessa rispondeva. Ufficialmente una persona che è stata, come me, Presidente del Consiglio dei Ministri dovrebbe conoscere tutto dell'Italia, non dico gli informatori perché i Servizi non devono fare rivelazioni in proposito, ma senza dubbio dovrebbe conoscere un po' meglio l'esistenza degli apparati in penombra. Sorge un quadro inquietante ma nello stesso tempo prima di analizzare o meglio definire e classificare questo quadro occorre essere cauti.

PRESIDENTE. Dagli atti che ci provengono dall'archivio della Commissione P2, ci risulta una lettera del prefetto D'Amato al Ministro dell'interno, con cui risponde a contestazioni che gli erano state avanzate. In questa lettera il prefetto D'Amato afferma di aver diretto gli uffici Affari riservati fino al 1974 (se non sbaglio), di avere poi lasciato quell'incarico per dirigere la Polizia stradale di frontiera ed altre strutture, di avere però continuato, sempre con l'autorizzazione del Ministro dell'interno, a mettere al servizio dello Stato la sua massa di conoscenze: pertanto - egli prosegue - se avesse dovuto essere criminalizzato, avrebbe potuto, di volta in volta, risultare contiguo o ai Servizi americani o a quelli sovietici o, addirittura ad Autonomia operaia. Che una persona come il prefetto D'Amato, per quello che era, potesse mantenere rapporti personali con i vertici dei Servizi americani e sovietici mi sembra credibile, ma che il prefetto D'Amato da solo (perché è questo che lui afferma) avesse contatti con Autonomia operaia mi ha lasciato sbalordito, dato il tipo di persona che egli era. Questo fa pensare che egli, in realtà, si avvalesse di una rete informativa sua personale da quello che mi è parso di capire sul funzionamento dell'Italia di allora, come poteva a continuare a svolgere quel ruolo una persona che a lei non piaceva?

ANDREOTTI. Vede, Presidente, non aveva rapporti organici, fra l'altro, tra le molteplici iniziative - l'abbiamo ricordato - curava anche la rubrica gastronomica de "l'Espresso".

PRESIDENTE. Che il personaggio fosse complesso non lo escludo, però perché aveva questo credito? Sembra infatti che lui abbia mostrato di avere un credito istituzionale interno.

ANDREOTTI. A me direttamente questo credito non risulta, né risulta una cosa utile per la vita dello Stato, naturalmente dico per quanto mi consta; ad altri può risultare diversamente, su ciò che proveniva da questa rete informativa del dottor D'Amato. Ma comunque non ho mai avuto l'occasione di conoscerne una manifestazione.

PRESIDENTE. Le leggo alcuni passi della lettera di cui abbiamo parlato: "Dal Ministro dell'interno e dal Capo della polizia dell'epoca e con implicita conferma da tutti i successori nel detti incarichi, mi fu fatto presente che pur nelle nuove funzioni ... " (egli infatti lascia gli Affari riservati e assume la direzione del Servizio polizia stradale, di frontiera e postale) " ... non avrei potuto esimermi dal continuare a mettere al servizio dello Stato, certamente con modalità diverse, il mio personale patrimonio di esperienze e di conoscenze. Operando come ho detto, in modo autonomo e personale, ho preso contatto e ho sviluppato rapporti in tutti i settori o con ogni persona che giudicavo utile a tali fini. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate come una scelta io, come chiunque peraltro svolga compiti del genere, potrei essere considerato, caso per caso, fiancheggiatore di Autonomia operala o del terrorismo palestinese, agente dei servizi americano o sovietico, emissario di questo o di quel partito politico". Ciò viene scritto al Ministro dell'interno e fa parte degli atti parlamentari, è un documento che conserviamo nel nostro archivio e che francamente lascia sconcertati. Siamo in presenza di una specie di 007 con licenza non dico di uccidere ma...

CIRAMI. Si tratta di un libero battitore.

PRESIDENTE. Ecco, esattamente un libero battitore. La lettera continua e in essa D'Amato si giustifica rispetto ai suoi rapporti con Gelli perché quello in quel momento era l'argomento principale. In ogni caso c'è questo incipit generale del ruolo che D'Amato avrebbe avuto nel sistema di sicurezza italiano dal giugno del 1974 in poi. Le chiedo, senatore Andreotti un giudizio su questo documento: non ritiene che si tratti di un documento impressionante, oppure è il ruolo che svolgo che mi porta ad enfatizzare dati di questo genere?

ANDREOTTI. Certamente la lettura di questa lettera, in modo particolare, essendo indirizzata al Ministro - fosse stata una sua dichiarazione esterna poteva essere considerata millantato credito ed espressione di vanagloria - risulta essere molto inquietante. Tuttavia, visto che purtroppo questi atti sono decine di migliaia, in questo caso mi trovo a dover affermare che non lo conoscevo e che non ho avuto occasione di leggerlo. In ogni caso la sua lettura risulta certamente impressionante. Qual è la data di questo documento?

PRESIDENTE. Risale a quando scoppiò lo scandalo P2. Noi lo abbiamo come allegato ad un interrogatorio al giudice Cudillo che è dell'ottobre 1981. La lettera è senza data e dall'interrogatorio non si capisce bene, in ogni caso si tratta di D'Amato che interrogato dal giudice Cudillo dichiara di riferirsi a quanto egli stesso aveva scritto al Ministro.

CIRAMI. Chi era in quell'epoca il Ministro dell'interno?

PRESIDENTE. Probabilmente Rognoni, ma non ne sono sicuro.

ANDREOTTI. Come ho già detto la lettera fa molta impressione. Tuttavia non ho la sensazione che ci fosse un uomo così potente e dalle conoscenze così vaste. Prima abbiamo ricordato il sequestro di Moro, probabilmente se costui avesse veramente avuto tutte queste possibilità, risulterebbe opportuno approfondire se...

PRESIDENTE .... Se costui sia stato utilizzato.

ANDREOTTI. Certamente è stato utilizzato.

PRESIDENTE. Questo costituisce il punto importante perché se costui fu utilizzato, e non ha dato aiuto, ecco che sorgono una serie di dubbi.

ANDREOTTI. Può anche darsi che in quel caso specifico non avesse elementi.

PRESIDENTE. Sì, ma nella lettera lui cita Autonomia operala per quanto riguarda l'anno 1981. Ebbene, se c'era un uomo che a mio avviso non poteva infiltrarsi in Autonomia operaia - proprio per come era e per come lei lo ha descritto, senatore Andreotti - questo era D'Amato. Quindi, a mio avviso, egli possedeva una rete di informatori che erano inseriti un po' dappertutto e che probabilmente gestiva in maniera personale, effettuando un gioco complicato che a mio avviso - al riguardo il Ministro dell'interno ha dichiarato che verrà a riferire in Commissione - continua ancora. Infatti, perché certe carte si trovano nella cassaforte di un funzionario? Ma che un maresciallo va a raccontare a un giudice che le può trovare proprio in quel luogo, ciò è un aspetto che anche ad una persona come me che mai si è trovata nelle stanze del potere sembra di una significanza clamorosa. Non mi riferisco tanto al fatto che quelle carte fossero conservate in quella cassaforte - aspetto che in ogni caso ha già un suo significato - quanto al fatto che vi sia stato un altro soggetto che è andato a raccontare a un giudice che avrebbe potuto trovare a colpo sicuro quei documenti in quel certo luogo.

ANDREOTTI. Questo probabilmente è un potere fuori stanza. Se è esatto quello che ho letto, una parte di questi archivi è stata trovata e quindi può darsi che qualche cosa ne venga fuori.

PRESIDENTE. Chiedo all'onorevole Fragalà di essere breve per cortesia nei confronti degli altri colleghi.

ANDREOTTI. Cercherò di essere anche io breve nelle mie risposte.

FRAGALA’. Senatore Andreotti, è vero che nel maggio del 1992 lei era il personaggio politico più accreditato per l'elezione a Presidente della Repubblica e aveva avuto già la promessa di appoggio del Pds, ed altresì che il 23 maggio 1992 stava per avere quella del Partito socialista, trovandosi assieme all'onorevole Martelli - allora Ministro della giustizia - nel suo ufficio quando insieme foste raggiunti dalla notizia della strage di Capaci e dell'assassinio del giudice Falcone, evento stragistico questo che avrebbe fatto saltare completamente l'ipotesi della sua elezione a Presidente della Repubblica? Ripeto, sono vere queste circostanze?

ANDREOTTI. Alla prima domanda rispondo no, non avevo chiesto, né avuto promesse di voto da parte del Pds. E’ vero che stavo per parlare con Martelli in quanto il Ministro della giustizia era appena arrivato.

PRESIDENTE. Posso personalmente testimoniare che fui in quell'occasione contattato e risposi che non avrei votato per Andreotti come Presidente della Repubblica. Un mio caro amico, un senatore democristiano vicino al senatore Andreotti, mi chiese che cosa avrei fatto se il candidato fosse stato Andreotti e io risposi: "Ti posso assicurare che nel Pds non troverai spazio per questa proposta".

ANDREOTTI. Questo non mi meraviglia affatto anche se in una elezione precedente era stato da qualche amico; ma gli amici in questi casi bisogna sempre prenderli con beneficio di inventario...

PRESIDENTE. Scusi senatore Andreotti ma desidero completare la mia dichiarazione. Nell'estate del 1992, poichè le sfortune del senatore Andreotti non mi avevano ancora portato a un buon livello di visibilità, nel Pds contavo pochissimo.

ANDREOTTI. Ripeto, in una elezione precedente era stato da qualcuno come atto individuale dichiarato che sarebbe stato opportuno lasciar passare le prime tre votazioni con maggioranze qualificate...

FRAGALA’. Da parte di chi?

ANDREOTTI. Di amici, ma questo non ha importanza. In ogni caso, che nel 1992 ci fossero delle persone che si agitavano per questi motivi va benissimo, ciò può capitare a tutti; è vero altresì che c'era in corso una discussione, nel quadro della maggioranza governativa, riguardo alla scelta di un candidato appartenente a quella stessa maggioranza e che da parte dei socialisti era riconosciuto che si dovesse trattare di un candidato democristiano, perché non era un mistero che i socialisti pensavano di presiedere il governo successivamente alle elezioni. Nel corso di tale discussione, una sera Forlani dichiarò che assolutamente non voleva essere candidato e che avrebbe lavorato nella mia direzione. La sera stessa ci fu riferito per telefono che in un incontro tra lo stesso Forlani, Gava e Craxi quest'ultimo aveva manifestato invece il desiderio, o comunque l'opinione, che per i socialisti fosse più facile votare per Forlani, pertanto la mia candidatura non fu mai posta.

FRAGALA’. Il 23 maggio lei si trovava nello studio di Martelli quando foste raggiunti dalla notizia della strage di Capaci?

ANDREOTTI. Per l'esattezza, Martelli era venuto nel mio studio; stavamo esaminando la situazione, ne avevamo appena iniziato a parlare. Certamente non è che spingessi per una mia elezione; se mi avessero eletto Presidente della Repubblica ne sarei stato contento, ma non era affatto una delle cose che mi entusiasmavano di più. Una certa vita più attiva mi piace di più. Oltre tutto, da vecchio romano, da quando Pio IX ha lasciato il Quirinale ricordo fatti che ad esempio per la Monarchia sono andati malissimo. Vittorio Emanuele II mori abbastanza giovane, Umberto I è morto ammazzato, Vittorio Emanuele III è morto in esilio, Umberto II è morto in esilio; mi è sempre rimasta l'idea che su quel palazzo incombesse una grande maledizione.

PRESIDENTE. Per i Presidenti della Repubblica - salvo Leone non si può dire lo stesso.

ANDREOTTI. Beh, Segni ha avuto il "coccolone". (Ilarità). Adesso comunque è prescritta ogni controversia storica: tutti abbiamo celebrato il 1870 con grande entusiasmo unitario e quindi adesso non contano più. Detto questo però, anche il fatto che qualcuno ha detto che ci fossero dei legami tra l'emozione per l'assassinio di Falcone con la mia mancata elezione non è vero: no, non ho lavorato alla mia candidatura, né ho chiesto ad alcuno di votarmi. Questo tanto per essere precisi.

FRAGALA’. Alcune brevissime domande su fatti specifici. Il giudice istruttore di Milano Salvini il 20 marzo in questa Commissione ha sostenuto (inviando anche documenti e relazioni in proposito) che è esistito in Italia un certo partito americano, che reti di spionaggio americane (Cia ed altre entità non meglio definite) hanno operato in Italia per 50 anni fino a fare delle stragi o comunque essere registi dello stragismo, acceleratori dello stragismo. Desidero chiederle se lei, come Presidente del Consiglio, è stato mai messo a conoscenza delle attività non ortodosse di queste reti e se esse siano mai esistite; se lei è stato mai messo a conoscenza dai servizi di informazione italiani che personaggi come Digilio, in arte Erodoto, o come Ninetto (dal giudice Salvini definiti "uomini di una struttura responsabile della strategia stragista degli anni '60 e '70") o come il maggiore Karl Haas venissero reclutati dai servizi di informazione militare americani con un preciso obiettivo geo-stragistico. Lei ha mai saputo nulla di queste cose?

ANDREOTTI. No; che esistesse un partito americano mi sembra anche un po' curioso, sono delle catalogazioni. Io stesso quando fui pregato da Moro di rimanere alla Difesa, nel governo di Centro-Sinistra fu proprio perché diceva che avevo dei rapporti con la struttura della difesa americana e quindi nessuno avrebbe potuto dubitare che si stesse compiendo una inversione di tendenza rispetto alle alleanze e perciò lo rimasi. Ho sempre avuto dei rapporti con il governo americano, ma anche quando ci sono stati momenti in cui ho dissentito l'ho sempre detto con molta chiarezza. Ritengo che l'alleanza vera stia proprio in questo e non nel dover stare sull'attenti ad aspettare che arrivino input altrui. Non so dirle chi potesse far parte di questo partito americano: sono delle catalogazioni. Anch'io ho letto di questi nomi negli atti che conosco del giudice istruttore di Milano: questi tre nomi li ho letti per la prima volta nelle carte di quel giudice. Nessuno mi ha mai detto che c'era una struttura che addirittura agiva in forme eversive o quanto meno o tanto più con forme di organizzazione o di incoraggiamento di attentati. Rispetto a questo, di scienza mia non posso dare alcuna risposta.

FRAGALA’. Passiamo alla questione Giannettini: lei nel settembre del 1974 come Ministro della difesa impose al Sid di comunicare all'autorità giudiziaria le informazioni in possesso dei servizi. t noto che già nel giugno del 1974 lei aveva bruciato l'informatore del Sid Guido Giannettini sostenendo per altro che era stato un grave errore averlo coperto con il segreto di Stato e che la decisione era stata presa nel corso di una riunione a Palazzo Chigi. Le chiedo chi partecipò a quella riunione e se essa si tenne prima o dopo il 10 luglio 1973.

ANDREOTTI. Non sono uno schedario elettronico: rispetto al fatto in sè posso ripetere quanto ho già detto dieci volte. Quando nel 1974 tornai al Ministero della difesa, dopo che c'erano state tutte le vicende della commissione Alessi e le discussioni sul Servizi, trovai tra le altre cose una informazione: che il giudice D'Ambrosio avrebbe interrotto (non so in quale forma) comunque non avrebbe potuto proseguire l'inchiesta su piazza Fontana perché il Servizio si era rifiutato di comunicargli se Guido Giannettini fosse o no un informatore del Servizio stesso. Questa cosa mi preoccupava molto, dato che il Ministero della difesa già era uscito piuttosto male da tutta una polemica registratasi nel passato.

PRESIDENTE. La pregherei di essere un po' più sintetico.

FRAGALA’. Mi interessa soltanto sapere chi partecipò alla riunione di Palazzo Chigi.

ANDREOTTI. Per quel che io so, la riunione avvenne nell'ambito militare; poi sottoposero la lettera da inviare al Presidente del Consiglio al Ministro della difesa mio predecessore. Questo fu comunicato dagli uffici. Questo non per motivi di difformità: ritenevo che tra il mantenimento di una copertura di una fonte e una clamorosa sospensione di una procedura giudiziaria relativa ad un fatto così grave come la strage di piazza Fontana non esistesse proporzione. Poi le forme da adottare potevano essere anche più diplomatiche, ma la preoccupazione che io ebbi era che ci esplodesse questa nuova vicenda, che avrebbe davvero prodotto un forte contraccolpo. Certamente mi risulta che nei Servizi siano stati scontentissimi di questo, per una ragione di principio che posso anche rispettare. Mi sembra però che a volte ci siano ragioni di opportunità rispetto alle quali bisogna valutare che cosa significa una questione di principio.

FRAGALA’. Parliamo dei Nuclei di Difesa dello Stato, una struttura segreta e con finalità eversive alla quale fa riferimento il giudice Salvini nelle carte che lei ha letto, vale a dire la sentenza ordinanza del 1995: il colonnello Amos Spiazzi nel suo libro parla specificatamente di una riunione tenutasi vicino Roma nel 1972 alla quale parteciparono più di cento ufficiali appartenenti alla catena di comando del Sios dell'esercito. Lei, in qualità di capo del Governo, ne è stato messo a conoscenza?

ANDREOTTI. Assolutamente no. Ovviamente ho conosciuto la vicenda Spiazzi, figlio di un nostro deputato vecchia medaglia d'argento al valor militare della prima guerra mondiale, ma lui personalmente non l'ho conosciuto. Se questa riunione ci sia stata, non ho alcun elemento né a maggior ragione ne ebbi allora per dirlo. Tuttavia la valutazione che si dava dell'attività del colonnello Spiazzi era negativa come tale, ma estremamente circoscritta.

FRAGALA’. Lei ricorda che nel giugno del 1995, nel presentare il suo libro su Gladio, il generale Paolo Inzerilli ha sostenuto che l'organizzazione da lui diretta dal 1974 al 1986 è stata vittima di una criminalizzazione mirata messa in atto nel 1990 da Giulio Andreotti con l'intendimento di coprire l'organizzazione "X Gladio 2" o Nuclei di difesa dello Stato che era la vera responsabile delle attività eversive. Ora, rispetto a questa dichiarazione pubblica di Paolo Inzerilli.......

ANDREOTTI. E’ una dichiarazione pubblica non solo infondata ma rispetto alla quale aggiungo che se Inzerilli conosce che cos'è questa seconda organizzazione lo dica, dica tutto quello che sa: io non ne so niente.

PRESIDENTE. Scusi, onorevole Fragalà, faccio un intervento. Senatore Andreotti, in una intervista del 1981 a Mieli che apparve su "L'Espresso", il generale Maletti enumerò cinque tentativi di colpo di Stato. Il primo sarebbe quello Borghese, su cui abbiamo parlato tanto e non le faccio più domande. Il secondo sarebbe quello della Rosa dei Venti: dice Maletti: "In questo caso il golpe non entrò mai nella fase operativa, però i congiurati avevano cominciato a fare proselitismo tra gli alti ufficiali e questo avrebbe potuto creare problemi molto seri"; questo si riallaccia a quello che Maletti ha detto alla Commissione su un'attività di proselitismo fatta da un uomo dell'intelligence americana. Il terzo tentativo di golpe sarebbe quello di Edgardo Sogno. Alla domanda: "Corne lo ricorda?", Maletti rispose "Si chiamava golpe bianco però non avrebbe dovuto essere un vero e proprio colpo di Stato; avvalendosi del suo prestigio e della sua autorità di ex capo partigiano, Sogno prendeva contatto e creava consenso intorno ad un progetto di svolta istituzionale". Sogno ne ha parlato anche recentemente come di un fatto reale. "E gli altri due colpi quali furono?", chiese l'intervistatore; e Maletti: "Se ne è parlato meno, ma sono stati forse i più pericolosi. Il primo doveva scattare nell'agosto del 1974: un gruppo di ufficiali inferiori aveva preso contatto con degli alti ufficiali ed era pronto a impadronirsi di Roma con un colpo di mano; il piano prevedeva anche la cattura del presidente della Repubblica Leone che, una volta fatto prigioniero, sarebbe stato costretto a pronunciarsi alla radio a favore del golpe. Fu sventato all'ultimo momento perché gli alti ufficiali coinvolti seppero che i servizi segreti li tenevano d'occhio e avevano già segnalato alla giustizia i loro nomi. L'altro colpo di Stato doveva scattare nel settembre del 1974 ad opera degli ultimi eredi del golpe Borghese. Anche questo complotto fu sventato dal controspionaggio".

Quindi sembrerebbe che ben cinque siano stati i tentativi di colpo di Stato, sia pure tutti restati allo stato embrionale, tutti sorvegliati e resi inoffensivi dagli apparati di sicurezza; però la tensione sembra fosse notevole nel paese. Lei oggi che valutazione ne dà, senatore Andreotti? Sono enfatizzazioni di Maletti? Per la verità, Maletti, parlando con noi, ha un po' sfumato, minimizzato.

ANDREOTTI. Guardi, vanno distinti i colpi di Stato. Su quello di Borghese ho già parlato l'altra volta e quindi non ci torniamo. Su quello della Rosa dei Venti, l'ho detto prima, certamente...

PRESIDENTE. Ma sugli ultimi due? Del golpe Sogno anche sappiamo: su quelli del 1974 cosa può dire?

ANDREOTTI. Sul golpe di Sogno è difficile parlare di colpo di Stato: era un precursore del presidenzialismo, in un certo senso, da questo punto di vista. Per quello che riguarda il 1974, lo ricordo benissimo che in agosto ci fu un allarme (non so qual era stata la fonte), tant'è vero che, a differenza degli altri anni, quando in occasione del ferragosto si largheggia molto in licenze, bloccammo le licenze stesse. L'allarme poi non solo non ebbe alcun seguito, ma da parte degli stessi Servizi si disse che era stato sopravvalutato: comunque in questi casi è meglio sopravvalutare che non sottovalutare. In settembre non ricordo adesso se l'allarme fu più o meno identico; quello di agosto che ricordo perché me ne informarono e bloccammo le licenze - questo me lo ricordo con chiarezza - a titolo precauzionale.

PRESIDENTE. Però il 1974 è l'anno di due grandi stragi, quindi un collegamento fra le stragi e queste tensioni eversive salta agli occhi.

ANDREOTTI. Questo non lo so; il 1974 è anche l'anno nel quale, però, forse con non gradimento di alcuni ambienti, io sono tornato al Ministero della difesa (e infatti poi, prima della fine dell'anno, ne fui sbarcato).

PRESIDENTE. Sì, per questo la mia domanda era: è al nuovo input dato al Servizi che si deve questa attenta sorveglianza, questa piena fedeltà?

ANDREOTTI. Guardi, io so che in quel caso le informazioni ce le hanno date e si è potuto prendere tutte le misure che erano necessarie, se nel passato o in seguito queste informazioni non sono state date, io non lo so. Certamente l'input fu di una grandissima severità, perché eravamo scottati da esperienze precedenti.

PRESIDENTE. Sì, ma vorrei essere chiaro: io non penso minimamente di attribuirle una responsabilità golpista: quello che non condivido è però la minimizzazione che ne facciamo oggi sul piano storico, visto che sono fatti che comunque hanno insanguinato il paese, hanno determinato una tensione reale.

FRAGALA’. I finti golpe no, però.

ANDREOTTI. Signor Presidente, è che lo non so se si può però fare un collegamento tra questa informazione, dimostratasi poi infondata, dell'agosto 1974, ed i fatti, ahimè, purtroppo altroché se esistenti, di eversione. Quindi va analizzato se è una coincidenza temporale o se è una coincidenza obiettiva, se ci siano dei legami. Questo è un approfondimento che dobbiamo fare.

PRESIDENTE. Quando parlo di legami parlo di legami molto indiretti, ovviamente, cioè del fatto che c'erano ambienti estremisti che percepivano l'esistenza di questi progetti e si attivavano nel tentativo di creare le condizioni che li rendessero più reali e più facili.

ANDREOTTI. Però io ritengo sempre (non è una mania) che chiunque lavorava in questa direzione, se faceva affidamento su una acquiescenza o, a maggior ragione, su una cooperazione delle Forze armate, sbagliava, perché le Forze armate come tali non hanno questa tradizione e non hanno questa disposizione, a mio avviso: questa è proprio una grossa garanzia che la nostra nazione ha avuto.

PRESIDENTE. Però Maletti, che era un uomo delle Forze armate, parla di coinvolgimenti anche di alti ufficiali, sia pure come diciamo, terminali, cioè come persone che ad un certo punto potevano essere tentate di essere coinvolte.

ANDREOTTI. Senta, non so se questa è, direi, opinione di Maletti nelle sue riflessioni sudafricane o se ne fosse convinto già allora. Io sono grato a lui per avere avuto da lui la conoscenza di tutto quello che era stato relativo al golpe Borghese, ma di queste altre questioni non ne ho avuta da lui notizia; forse non spettava a lui venirmelo a dire perché non c'era una incompatibilità con il suo superiore come c'era nella questione del dicembre 1970: ma certamente allora non ho avuto mai da lui notizia che ci fossero delle possibilità, ripeto, nelle Forze armate, che attecchisse questo tentativo. Questa devo dire è una convinzione che io ho e ritengo di averla fondata per tanti anni di lavoro che ho svolto al Ministero.

PRESIDENTE. Quindi i semi c'erano, ma non c'erano le condizioni perché la pianta crescesse.

ANDREOTTI. Io penso assolutamente così.

FRAGALA’. Senatore Andreotti, nel primi mesi del 1974 un agente dello spionaggio russo consegnò alla Cia, alla quale chiese asilo politico, documenti relativi a piani elaborati da esperti comunisti per un possibile sovvertimento delle istituzioni in alcuni paesi, fra cui l'Italia. Il documento venne trasmesso e successivamente valutato dai Servizi del nostro paese e venne sottolineato anche il fatto che alcuni dipendenti dell'ambasciata russa, accreditati come diplomatici, in realtà svolgevano mansioni di spionaggio. Delle rivelazioni dell'agente lei fu informato in qualità di Ministro della difesa dell'epoca? E quali provvedimenti adottò?

ANDREOTTI. No, non ricordo di essere stato informato di questo.

FRAGALA’. Quindi non adottò nessun provvedimento.

ANDREOTTI. No. Dopo invece (ma questo l'ho detto altre volte), quando volevano fare una specie di "tutti a casa" dell'ambasciata sovietica, adottai provvedimenti, ma quello è un periodo successivo.

FRAGALA’. Sempre nel 1974, a Padova ... ?

ANDREOTTI. Mi correggo: quello non è un periodo successivo ma antecedente, perché si tratta del 1972, quando Miceli voleva sgombrare l'ambasciata russa.

FRAGALA’. Sì, e quando Londra cacciò via 124 diplomatici perché erano stati scoperti con le mani nel sacco di attività spionistiche.

ANDREOTTI. Sì, ma qui non c'era il sacco.

FRAGALA’. O c'era la politica del doppio binario.

ANDREOTTI. No, macché doppio binario: c'era una certa superficialità nel condurre alcune questioni.

FRAGALA’. Dicevo, nel 1974, a Padova, il colonnello Spiazzi, interrogato sulla Rosa dei Venti, inchiesta nata dal golpe Borghese, dichiarava al giudice Tamburino: "Il nome di Sindona mi veniva fatto da Zagolin, che fin dal primo momento mi disse che la pista genovese portava molto in alto". Lei, senatore Andreotti, ci può dire cosa pensa a questo riguardo?

PRESIDENTE. La pista genovese qual era?

FRAGALA’. La pista genovese riguardante la questione Rosa dei Venti e Sindona.

ANDREOTTI. Non ho elementi su questo, né so chi è questo Zagolin.

FRAGALA’. Ancora. Agli inizi del 1977 il Governo da lei presieduto istituì una Commissione d'indagine su tutte le commesse militari. Lei ci disse la scorsa seduta che quando divenne Ministro della difesa le consigliarono di non immischiarsi nelle forniture militari. Ebbene, questa Commissione per le commesse militari che erano state effettuate da e per il nostro paese ha limitato l'ambito della propria ricerca agli ultimi dieci anni. Io le chiedo: perché dieci e non quindici anni, che rappresentavano (allora come ora) il limite di prescrizione del reato di peculato? Se questa Commissione aveva come obiettivo quello di scoprire un possibile peculato nella storia delle commesse militari, perché limitava le proprie indagini ad un periodo di soli dieci anni? E’ un'incongruenza che non sono riuscito a spiegarmi.

ANDREOTTI. Né gliela so spiegare io adesso. Bisognerebbe sapere perché è nata e come è nata questa Commissione; bisognerebbe fare degli accertamenti. Comunque, non me lo ricordo.

FRAGALA’. L'ultima domanda, senatore, è molto delicata e la prego di darci una risposta esauriente. Per quanto riguarda la tragedia di Ustica nel 1992 dopo l'incriminazione per alto tradimento di alcuni ufficiali dell'Aeronautica militare, il Governo presentò una bozza di disegno di legge con la quale subordinava - di fatto - l'esercizio dell'azione penale alla Presidenza del Consiglio. Tra gli altri reati vi era quello di "corruzione di cittadini italiani da parte di potenze straniere". Come mai fu adottata questa singolare decisione di presentare un siffatto disegno di legge? Chi si voleva tutelare, nel problema di Ustica?

ANDREOTTI. Che significato ha la parola "bozza", che poi non fu adottata?

FRAGALA’. Una bozza di disegno di legge fu presentata al Consiglio dei ministri, il quale non volle adottarla!

ANDREOTTI. Non ricordo assolutamente una cosa di questo genere, ma controllerò.

FRAGALA’. La cosa singolare era che tra altri reati - ripeto - era ricompreso quello di corruzione di cittadini italiani da parte di potenze straniere.

ANDREOTTI. Comunque ho copia di tutti i verbali di Consigli dei ministri tenutisi sotto la mia presidenza: quindi, se è stato presentato al Consiglio dei ministri qualcosa in merito sotto la mia presidenza, lo posso verificare. Per la verità, non ho mai sentito parlare di questa storia, che mi avrebbe senz'altro colpito. Tra l'altro, c'era l'esercizio del segreto di Stato: ma allora non c'era bisogno di una legge, perché ne esiste già una.

FRAGALA’. Subordinava di fatto, evidentemente, e non di diritto (il che non era possibile), attraverso una serie di...

ANDREOTTI. Potrei conoscere la fonte, per sapere da dove nasce tale questione?

FRAGALA’. Produrrò la bozza di questo disegno di legge alla Commissione e la trasmetterò anche a lei, naturalmente.

ANDREOTTI. Le ho fatto quella domanda, poc'anzi, per sapere che origine aveva quel documento e da che Ministero proveniva.

PRESIDENTE. Si tratta, comunque, di uno spunto interessante che esamineremo in futuro.

Fine prima parte


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