FISICA/MENTE

 

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE

CAPITOLO VI

0. Nel capitolo III la Commissione ha indicato con chiarezza le varie componenti di una realtà sommersa quanto complessa, che venne a costituirsi già nel corso degli anni '60, ma che oggi può affermarsi, in termini di certezza, attiva soprattutto nella prima metà del decennio successivo. In particolare la Commissione ha indicato e analizzato le fonti che consentono un saldo ancoraggio all'affermazione dell'esistenza nel periodo considerato:

a) di un complesso di reti clandestine composte di militari e civili di ampiezza ben superiore al livello ufficializzato di Gladio, non ancora conoscibili nel dettaglio - in particolare per quanto riguarda la loro riferibilità ad un unico centro di comando e controllo - nelle quali la finalità di controinsorgenza e più in generale anticomunista era divenuta prevalente sul compito originario di attivazione nella eventualità, sempre più improbabile, di una occupazione da est del territorio nazionale da parte di eserciti nemici;

b) di gruppi clandestini di estrema destra che avevano come finalità quella di determinare una forte involuzione autoritaria delle istituzioni dello Stato;

c) di rapporti di contiguità e di connessione tra settori istituzionali dello Stato e gruppi di destra eversiva;

d) del collante costituito dal comune apprezzamento che, nel mondo diviso in due blocchi, fosse già in corso anche nell'Occidente una guerra non convenzionale (la c.d. guerra rivoluzionaria), che imponeva una forte azione di contrasto al pericolo comunista, nutrita di adeguate strategie controrivoluzionarie. Trattasi, come già ricordato, di una realtà che il tempo ha consentito di percepire con sempre maggiore chiarezza ed alla quale sono attribuibili in termini di certezza eventi che nella prima metà degli anni '70 fortemente incisero, turbandola, sulla vita democratica del Paese. Alla Commissione è apparso opportuno, prima di misurarsi con il problema delle stragi insolute, che tragicamente segnarono il medesimo arco temporale, una analisi sia pur riassuntiva dei più noti e clamorosi tra tali episodi. Va peraltro preliminarmente sottolineato come appaia storicamente credibile e logico che le tensioni sociali di segno opposto, (la contestazione studentesca, la protesta sindacale ed operaia, l'azione sempre più intensa dei gruppi eversivi della sinistra) che caratterizzarono la vita nazionale a partire dalla fine degli anni '60, rendano pienamente conto del perché la realtà occulta, cui ora si ha riferimento, sia passata dalla potenzialità operativa che l'aveva caratterizzata nel periodo anteriore, ad una attivazione concreta. Vuol dirsi cioè che il tempo consente ad una riflessione serena di apprezzare il rapporto di interazione reciproca che venne a stabilirsi tra i due opposti focolai di tensione, nel senso che da un lato l'acuirsi della protesta sociale di sinistra attivò tentazioni di involuzione autoritaria rendendo apparentemente più concreto il c.d. pericolo rosso, dall'altro la percezione di tendenze golpiste presenti anche in apparati istituzionali dello Stato, spinse le tensioni sociali che alimentavano la protesta di sinistra ad assumere più intensamente forme eversive e rivoluzionarie; (la già ricordata personale esperienza di Gian Giacomo Feltrinelli appare in tal senso esemplare). Si è quindi in presenza di due fenomeni (eversione di destra e eversione di sinistra), che indubbiamente interagirono tra di loro e che non sono pienamente comprensibili se non complessivamente analizzati nell'unicità del contesto. Conseguentemente la stessa valutazione del rilievo che nei d ue fenomeni assume la risposta degli apparati di Stato, non appare correttamente operabile se non in una logica di insieme, che unitariamente rintracci una identità o almeno una coerenza delle ragioni che spinsero settori degli apparati dello Stato a comportamenti di copertura o addirittura di collusione rispetto all'eversione di destra, di relativo contrasto e in alcuni casi di tolleranza rispetto all'eversione di sinistra.

IL C.D. GOLPE BORGHESE


1.1 Può ritenersi ormai certo che nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 si attivò in Roma un tentativo di vero e proprio colpo di Stato, che tuttavia durò soltanto poche ore e fu subito interrotto ben prima che si raggiungesse uno stato insurrezionale. In merito può ormai ritenersi sufficientemente accertato che:

a) Un gran numero di uomini era stato raccolto e organizzato da Junio Valerio Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale in stretto collegamento con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

b) Sin dal 1969 il Fronte Nazionale aveva costituito gruppi clandestini armati e aveva stretto relazioni con settori delle Forze Armate.

c) Borghese stesso, con la collaborazione di altri dirigenti del Fronte Nazionale e di numerosi alti Ufficiali delle Forze Armate e funzionari di diversi Ministeri, aveva predisposto un piano, che prevedeva l'intervento di gruppi armati su diversi obiettivi di alta importanza strategica; sin dal 4 luglio 1970 era stata costituita una "Giunta nazionale". Avrebbero dovuto essere occupati il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, la sede della televisione e gli impianti telefonici e di radiocomunicazione; gli oppositori (e cioè gli esponenti politici dei diversi partiti rappresentanti in Parlamento), avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Il Principe Borghese avrebbe quindi letto in televisione un proclama, cui sarebbe seguito l'intervento delle Forze Armate a definitivo sostegno dell'insurrezione.

d) Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 il piano comincia ad essere attuato, con la concentrazione a Roma di alcune centinaia di congiurati e con iniziative analoghe in diverse cittˆ:

1) Militanti di Avanguardia Nazionale, comandati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli Interni e si impossessano di armi e munizioni che vengono distribuite ai congiurati.

2) Un secondo gruppo di militanti si riunisce in una palestra, in via Eleniana, ove attende la distribuzione delle armi, che dovrà avvenire a seguito dell'ordine di Sandro Saccucci (un tenete dei paracadutisti stretto collaboratore di Borghese) e a opera del Generale Ricci tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono anche ufficiali dei Carabinieri.

3) Lo stesso Saccucci (che avrebbe dovuto assumere il comando del SID) dirige personalmente un altro gruppo di congiurati, con il compito di arrestare uomini politici.

4) Il Generale Casero e il Colonnello Lo Vecchio (i quali garantiscono di avere l'appoggio del Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, generale Fanali) dovrebbero invece occupare il Ministero della Difesa.

5) Il Maggiore Berti, già condannato per apologia di collaborazionismo e ciò nonostante giunto ad alti gradi del Corpo forestale dello Stato, conduce una colonna di allievi della Guardia forestale, proveniente da Cittàducale presso Rieti, che attraversa Roma e va ad attestarsi non lontano dagli studi RAI-TV di via Teulada.

6) Il Colonnello Spiazzi (di cui si è già chiarito il ruolo nei Nuclei per la difesa dello Stato) muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con l'obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, in esecuzione di un piano di mobilitazione reso operativo da una parola d'ordine.

7) L'insurrezione, già in fase di avanzata esecuzione, fu improvvisamente interrotta. Fu Borghese in persona a impartire il contrordine; ne sono tuttora ignote le ragioni, giacché Borghese rifiutò di spiegarle persino ai suoi più fidati collaboratori.

1.2. Sono questi fatti noti, di cui acquisizioni anche recenti hanno consentito una più ampia ricostruzione e una più approfondita lettura. E tuttavia gli stessi, anche per come percepiti nella immediatezza degli accedimenti, appaiono alla Commissione tali da non giustificarne la valutazione minimizzante che hanno avuto in sede giudiziaria (sentenza Corte d'Assise di Roma 14 novembre 1978 e Corte di Assise di Appello del 14 novembre 1984 che condussero al noto esito globalmente assolutorio) ed anche da gran parte dell'opinione pubblica, apparsa spesso orientata da aspetti velleitari dell'operazione e dallo scarso spessore di molti dei suoi protagonisti, a definire l'episodio come un "golpe da operetta". Per ciò che concerne la valutazione giudiziaria, scarsamente condivisibili appaiono alla Commissione innanzitutto le motivazioni con cui già in sede istruttoria furono prosciolti molti di coloro che si erano radunati, agli ordini del Fronte Nazionale; il proscioglimento fu infatti così motivato: "molte persone aderirono al Fronte Nazionale perché illuse e confuse da ingannevolepubblicità... Nei loro confronti non sono state avanzate istanze punitive nella presunzione che l'iscrizione, il gesto isolato e sporadico, il sostegno 'esterno', la convergenza spirituale di per sé rilevano, piuttosto che un permanente legame, un atteggiamento psicologico non incidente sulla 'condizione' processuale degli interessati". Indipendentemente dalla fondatezza giuridica di tale dichiarata presunzione, va rilevato che tra le posizioni così archiviate ve ne erano alcune riferibili a soggetti che negli anni successivi compariranno in momenti di rilievo dell'eversione di destra, quali Carmine Palladino, Giulio Crescenzi, Stefano Serpieri, Gianfranco Bertoli (autore della strage di via Fatebenefratelli a Milano), Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati, Carlo Fumagalli, Nico Azzi (autore della tentata strage del 7 aprile 1973 di cui si è già detto). Analogamente alcuni dati di fatto - pur non contestati - furono incomprensibilmente svalutati nella decisione della Corte di Assise di primo grado, vhe accetto le più ridicole giustificazioni di condotte che apparivano ictu oculi di straordinaria gravità (come quella del Generale Berti nell'avere condotto un'intera colonna di militari armati di tutto punto e muniti di manette, acquistate senza autorizzazione ministeriale appena pochi giorni prima, fino a poche centinaia di metri dalla sede della radiotelevisione). Esito di tale complessiva lettura minimizzate può ritenersi la finale ricostruzione della vicenda, cui approda la Corte di Assise di Appello romana nella già ricordata sentenza, affermando: "che i 'clamorosi' eventi della notte in argomento si siano concretati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni nello studio di commercialista dell'imputato Mario Rosa, nella adunata semipubblica di qualche decina di persone nei locali della sede centrale del Fronte Nazionale (adunata cui potettero presenziare anche estranei al movimento, e cioè attivisti dell'M.S.I., incaricati dal loro partito di sorvegliare, senza neppure tanta discrezione, le attività di J. V. Borghese e dei suoi seguaci), nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica e strategicamente insignificante dell'agglomerato urbano, nel concentramento di un imprecisato numero di individui, alcuni certamente armati ma i più sicuramente non molto determinati, nella zona di Montesacro , in un cantiere impiantato dall'impresa di Remo Orlandini, e, da ultimo, nella riunione di cento o duecento persone, fra uomini e donne, senza armi in una palestra gestita dall'associazione paracadutisti nella via Eleniana di Roma". Così come analogamente minimizzate appare la valutazione che nella medesima sede viene operata del Fronte Nazionale e del suo oraganizzatore: "La formazione creata e capeggiata da J. V. Borghese, con l'apporto determinante soprattutto di elementi legati, se non politicamente ed ideologicamente, almeno sentimentalmente al fascismo, ed al fascismo più deteriore, quello repubblichino, accolse nel suo seno esaltati, se non mentecatti, di ogni risma pronti a conclamare in ogni occasione la propria viscerale avversione al sistema della democrazia liberale, avversione condivisa dal loro capo, nonché ad alimentare deliranti segni di rivalsa e speranze e propositi illusori di rovesciare il regime creato dalle forze andate al potere dopo la disfatta del facsismo: conseguentemente è indubbio e risulta documentato in atti, che all'organizzazione del Fronte Nazionale apppartennero individui che, in assenza di qualsiasi elemento che potesse conferire caratteri di concretezza ai loro discor si, presero a farneticare di imminenti colpi di Stato, nei quali essi stessi e il movimento cui si erano affiliati avrebbero dovuto avere un ruolo determinante, o almeno significativo, a spingere le proprie sfrenate fantasie, apparse subito comiche alla generalità dei compari, un po' meno sprovveduti di loro, sino al punto di vagheggiare spartizioni di cariche per sé e per i propri amici e conoscenti nell'aministrazione centrale e periferica dello Stato, a predisporre proclami da rivolgere al popolo dopo la auspicata instaurazione del fantasticato "ordine nuovo", ad immaginare come imminenti sovvertimenti istituzionali....". Sorprendente appare alla Commissione che a valutazioni siffatte si sia potuto giungere nel 1984, cioè al termine del terribile quindicennio che ha insanguinato la Repubblica; e cioè dopo che una serie di eventi, con la tragicità della loro evidenza, avevano dimostrato la estrema pericolosità dei fenomeni, in cui la vicenda della notte dell'Immacolata veniva ad inserirsi, preannunciando in qualche modo episodi successivi, di cui molti degli aderenti al Fronte Nazionale furono, come già segnalato, i negativi protagonisti. Vuol dirsi cioè che una valutazione giudiziaria così minimizzante dell'episodio avrebbe avuto senso se lo stesso fosse venuto ad inserirsi in un contesto storico sociale assolutamente pacifico; e cioè affatto diverso da quello che caratterizzò il Paese per l'intero decennio degli anni '70. In quel contesto la vicenda della notte dell'Immacolata non può meritare una così intensa sottovalutazione che stride, fino alla inverosimiglianza, con la stessa personalità del suo protagonista, (il Comandante Borghese), quale già all'epoca nota e quale meglio è venuta a precisarsi a seguito di più recenti acquisizioni: un coraggioso uomo d'armi, avvezzo a responsabilità di elevato comando, esperto di guerra e di guerriglia, conoscitore degli aspetti e dei profili occulti del potere, sia in ambito nazionale che internazionale. Appare francamente inverosimile che personalità siffatta si sia posta alla testa di un gruppo di "mentecatti" o di "giovinastri" quali alla autorità giudiziaria sono apparsi gli affiliati al Fronte Nazionale, per assumere i rischi di pesanti responsabilità senza alcun tornaconto personale ovvero senza alcuna concreta posibilità di succeso.

1.3 Peraltro è estremamente probabile che anche gli esiti giudiziari della vicenda sarebbero stati diversi se intense e molteplici non fossero state le condotte di occultamento della verità anche da parte degli apparati. Le varie fasi del tentativo insurrezionale furono infatti costellate da contatti tra uomini del Fronte Nazionale e pubblici funzionari, in cui è difficile distinguere le condotte partecipative di questi ultimi da quelle di mero favoreggiamento successivo. Con nota del 13 agosto 1971, infatti, il SID comunicò all'autorità giudiziaria che le notizie in possesso del Servizio "portavano all'esclusione di collusioni, connivenze o partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio". Sin dal 1974 emerse, invece, che il SID aveva occultato rilevanti elementi di prova sugli avvenimenti della notte dell'Immacolata. Erano infatti state raccolte, nell'immediatezza dei fatti (e per alcuni versi persino prima che essi accadessero), informazioni assai particolareggiate sulla organizzazione del colpo di Stato e sulla identificazione di coloro che - a diverso titolo - vi avevano avuto parte. Tra queste informazioni ve ne erano di provenienza non meramente confidenziale, come le registrazioni dei colloqui avvenuti tra il Capitano del SID Antonio Labruna e uno dei congiurati, Remo Orlandini, nonché registrazioni di conversazioni telefoniche raccolte sin dal giorno successivo al fallimento dell'iniziativa. Nel settembre 1974 il Ministro della Difesa, Giulio Andreotti, impose al SID (e per esso al nuovo direttore Casardi e a quello del Reparto D, Gian Adelio Maletti) di comunicare all'autorità giudiziaria le informazioni in possesso del servizio. Furono quindi inviate tre distinte memorie, che riguardavano rispettivamente il Golpe Borghese, la "Rosa dei Venti" e ulteriori fatti di cospirazione dell'estate 1974, a seguito delle quali fu infine esibito il materiale (che all'epoca si ritenne integrale) raccolto dl Reparto D. Già da questo materiale risultò evidente che ilServizio aveva seguito sin dalla nascita il Fronte Nazionale; risultano accuratamente descritti i contatti con i dirigenti di Ordine Nuovo (tra cui Pino Rauti) e di Avanguardia Nazionale (tra cui Stefano Delle Chiaie, definito "un tecnico della agitazione di massa e della cospirazione"); l'addestramento all'uso delle armi individuali; la preparazioni del colpo di Stato; la disponibilità di armi e i collegamenti con settori delle Forze Armate (ivi compreso il ricorso alle caserme per l'approvigionamento delle armi e munizioni in caso di necessità). Nessuna contromisura risultò però essere stata predisposta e il disvelamento della condotta del Servizio al suo interno portò all'ontanamento del suo Direttore generale Miceli e al rafforzamento di Casardi e Maletti. Fu però soltanto a seguito dell'asssassinio del giornalista Mino Pecorelli (avvenuto in Roma il 21 marzo 1979) che si accertò come solo una parte delle informazioni fosse stata effettivamente posta a disposizione degli inquirenti: quelle concernenti il coinvolgimento di alti ufficiali delle Forze Armate e dello stesso Servizio di informazione erano state in realtà in larga parte soppresse. Nel colorito linguaggio del settimanale OP - che appare sempre di più un singolarissimo crocevia, un luogo fitto di intrecci di svariati "fiumi carsici" che attraversarono la vita del Paese - ciò verrà sintetizzato nella espressione "malloppone e mallopponi" a segnalare che da un originario, grande rapporto erano state ricavate più modeste, purgate informative. I contenuti di OP, decrittati alla luce delle acquisizioni di cui oggi si è in possesso, convincono che tra le responsabilità da occultare vi fu anche con ogni probabilità quella di Lucio Gelli il cui ruolo sarebbe stato quello di cosegnare la persona del Presidente della Repubblica in mano al Fronte Nazionale, avvantaggiato in ciò dai rapporti diretti con il Generale Miceli che davano a Gelli libero accesso al Quirinale. Questo è il ruolo che a Gelli sarebbe stato assegnato nel colpo di Stato del 1970 in danno del Presidente Saragat; analogo ruolo Gelli avrebbe dovuto svolgere in danno del Presidente Leone secondo un altro progetto eversivo del '73-'74, di cui in seguito più ampiamente si dirà.

1.4. In più recenti indagini giudiziarie (159), sulla base di nuovi apporti collaborativi di Spiazzi e Labruna, meritevoli indubbiamente di ulteriori verifiche, è in particolare emerso:

1. L'attività informativa svolta sul Golpe Borghese e sulla Rosa dei Venti, contattando soprattutto Remo Orlandini, e la successiva espunzione e manipolazione dei nastri operata dai responsabili del Reparto D, affinché non divenisse pubblico il coinvolgimento in tali progetti di alcuni alti ufficiali, di Licio Gelli e di parte della massoneria, nonché la piena conoscenza del progetto Borghese e di quelli successivi da parte degli ambienti militari americani.

2. La consegna allo stesso Labruna ad opera del giornalista Guido Paglia, divenuto alla fine del 1972 informatore del SID, di una dettagliata relazione sul ruolo svolto da Avanguardia nazionale nel golpe Borghese e sugli avvenimenti della notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970, relazione poi trasmessa al Generale Maletti e mai inviata da questi all'autorità giudiziaria, rimanendo praticamente inutilizzata.

3. La consegna da parte di Guido Giannettini sempre a Labruna di un'analoga relazione sul golpe Borghese, dalla quale i responsabili del Reparto D avevano soppresso la nota relativa all'ammiraglio Giovanni Torrisi affinché non ne emergesse il coinvolgimento nei fatti del 1970. Vengono in tal modo ad aprirsi nuove prospettive di indagine, di cui non è qui il caso di dar compiutamente conto, ma che se utilmente percorse porterebbero in luce più ampie connessioni di apparati istituzionali e con il golpe tentato del '70 e con un successivo progetto eversivo del '73-'74, che avrebbe dovuto perseguire, sempre con modalità sostanzialmente insurrezionali, la realizzazione di un progetto di revisione costituzionale, che portasse all'instaurazione di una Repubblica presidenziale, caratterizzata da programmi socialmente avanzati, ma da forti limitazioni dei diritti sindacali, concentrazione dei mezzi di informazione e da una forte scelta atlantista; un progetto di "stabilizzazione" quindi da realizzarsi attraverso mezzi destabilizzanti (attentati sui treni e in luoghi pubblici, eliminazione di avversari politici, scontri di piazza) la cui responsabilità sarebbe stata apparentemente attribuibile alla sovversione di sinistra, sì da determinare una f orte domanda d'ordine e quindi giustificare l'intervento delle Forze Armate.

1.5. In particolare, con specifico riferimento al tentativo insurrezionale del '70, recenti acquisizioni processuali, soprattutto dell'autorità giudiziaria di Milano e di Bologna, consentono una lettura dell'episodio che ne aggrava la rilevanza, avuto riguardo ad una più precisa individuazione di quanto si sarebbe dovuto verificare. Ad agire in supporto degli insorti non avrebbero dovuto essere solo manipoli di congiurati, raccolti intorno a ufficiali infedeli. In realtà la notte del 7 dicembre sarebbe stato impartito (come afferma lo stesso Spiazzi) l'ordine di mobilitazione delle strutture costituite nell'ambito degli uffici I dell'Esercito con funzione di contrasto di moti comunisti. Si sarebbe trattato dunque della mobilitazione delle strutture miste, costituite da civili e militari, denominate Nuclei di difesa dello Stato, e di cui si è detto in altra parte della relazione. Ciò sembra confermato dalle dichiarazioni di uno dei componenti di questa struttura, direttamente dipendente dallo Spiazzi (Enzo Ferro) e da quelle rese sin dal 1974 da altro componente (con ruoli di maggior rilievo) Roberto Cavallaro. L'ordine, come riferito da Spiazzi, sarebbe stato impartito per radio, attraverso i codici del piano di mobilitazione; Spiazzi afferma che ricevendo, ne chiese conferma, ottenendola, e quindi si mosse; ricevette poi il contrordine, quando ormai aveva raggiunto le porte di Milano e fece ritorno in caserma. Se queste furono le modalità di comunicazione dell'ordine di mobilitazione, è da presumere che anche gli altri Nuclei siano stati attivati, anche se la loro stessa esistenza e poi rimasta coperta dal segreto per oltre vent'anni. E in effetti plurime fonti di recente acquisizione indicherebbero che la mobilitazione ebbe luogo:

1. a Venezia, di civili e militari, d'innanzi al comando della Marina militare;

2. a Verona di civili e militari;

3. in Toscana e Umbria, dove i militanti erano stati dotati ciascuno di un'arma lunga e di una corta e gli obiettivi assegnati;

4. a Reggio Calabria, ove avrebbe dovuto aver luogo la distribuzione di divise dei Carabinieri.

1.6. Si è in presenza, giova ribadirlo ancora, di nuove acquisizioni processuali non ancora sottoposte al necessario vaglio dibattimentale. E tuttavia le stessa appaiono idonee a rafforzare il convincimento della Commissione, nell'ambito delle competenze sue proprie, in ordine alla sottovalutazione già sottolineata che gli avvenimenti della notte dell'Immacolata ebbero nelle segnalate sentenze delle Corti di Assise romane e anche in sede pubblicistica. Ad una riflessione più meditata che tenga conto, come è alla Commissione possibile per la specificità dell'angolo prospettico che ne caratterizza l'indagine, gli avvenimenti oggetto di esame appaiono non già un "golpe da operetta", quanto il punto di emersione di un ampio intreccio di forze, cospirative che furono occultamente attive per un lungo periodo; e che, analizzato nelle sue diverse componenti, rende leggibili una pluralità di avvenimenti anteriori e successivi, che altrimenti sarebbero destinati a restare oscuri e quindi inconoscibili nelle loro nascoste ragioni. Va peraltro riconosciuto che anche in tale più ampia ricostruzione resta irrisolto quello che sin dall'inizio apparve come uno dei nodi principali posti in sede analitica dagli avvenimenti del dicembre 1970; e che attiene alle ragioni per cui il tentativo insurrezionale, che oggi può ritenersi il frutto di un'ampia cospirazione, rientrò quasi immediatamente dopo l'iniziale attivazione. Si è già detto che il contrordine venne dato dallo stesso Borghese che non ne ha mai voluto spiegare le ragioni nemmeno ai suoi più fidati collaboratori. In merito resta aperta l'alternativa tra due ipotesi. La prima suppone che all'ultimo momento solidarietà promesse o sperate sarebbero venute meno, determinando in Borghese il convincimento che il tentativo insurrezionale diveniva a quel punto velleitario e senza possibilità di successo. Sicché lo stesso fu rapidamente abbandonato, fidando nella probabile impunità assicurata dalle "coperture", che poi puntualmente scattarono. Una seconda lettura più articolata ipotizzerebbe invece in Borghese o in suoi inspiratori l'intenzione, sin dall'origine, di non portare a termine il tentativo insurrezionale. Quest'ultimo anche nella sua iniziale attivazione sarebbe stato concepito soltanto come un greve messaggio ammonitore inviato ad amici e nemici, all'interno e all'esterno, con finalità dichiaratamente stabilizzanti. Si sarebbe trattato in altri termini di un ulteriore avanzamento della logica della minaccia autoritaria, già sperimentata con il "tintinnare di sciabole", che come si è visto fortemente condizionò la crisi politica dell'estate del 1964. Paolo Aleandri riferì alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla Loggia P 2 l'interpretazione che ne era stata data da uno dei protagonisti, Fabio De Felice, a Gelli molto vicino. Il contrordine, secondo il De Felice, sarebbe giunto proprio da Gelli, essendo venuta meno la disponibilità dell'Arma dei Carabinieri e non essendo stato assicurato l'appoggio finale degli U.S.A.; Alfredo De Felice, poi, aveva aggiunto che la mobilitazione non aveva una reale possibilità di riuscita e il fantasma di una svolta autoritaria era stato utilizzato da Licio Gelli come una sorta d'arma di ricatto. Queste indicazioni trovano ora conferma nelle dichiarazioni di Andrea Brogi, il quale riferisce informazioni provenienti da Augusto Cauchi, del quale risultano i diretti rapporti con Gelli.

L'ATTENTATO DI PETEANO

 

2.1. L'attentato di Peteano, che con qualche improprietà viene annoverato nella pubblicistica tra gli eventi di strage, costituisce uno degli episodi attribuiti alla destra radicale per i quali in sede giudiziaria si è giunti ad una conclusione di colpevolezza passata in giudicato, resa possibile dalla confessione dell'esecutore. Trattasi di un attentato che per il numero delle vittime da un lato può considerarsi minore rispetto ad altri che tragicamente segnarono la prima metà degli anni '70, dall'altro e anche per la specificità dell'obiettivo non può considerarsi, come già affermato, un atto di strage indiscriminato. Tuttavia esso assume importanza nell'analisi della Commissione perché nella sua ormai certa attribuibilità ad una cellula periferica di Ordine Nuovo, consente di penetrare nel complesso di una realtà occulta più ampia, idonea a consentire sul piano storico un attendibile lettura ricostruttiva dell'intero periodo. Ciò giustifica, ad avviso della Commissione, la persistenza, anche a molti anni di distanza della formazione del giudicato penale di condanna, di indagini giudiziarie ancora in corso e che potranno avere in un futuro anche immediato ulteriori utili sviluppi.

2.2. Nel maggio del 1972 una Fiat 500 fu abbandonata in un bosco vicino a Peteano, in provincia di Gorizia, imbottita di esplosivo innescato. Alcuni colpi di pistola furono esplosi contro il suo parabrezza; una telefonata anonima richiamò sul posto una pattuglia dei Carabinieri; quando i militari aprirono il cofano la bomba esplose uccidendo tre di loro e ferendone gravemente un quarto. Per una dozzina d'anni le indagini ed i procedimenti giudiziari ignorarono i veri colpevoli, focalizzandosi invece su una varietà di indiziati e imputati che nulla avevano a che fare con il crimine. Fu imboccata dapprima una "pista rossa", poi rapidamente abbandonata per la sua palese inconsistenza. Le indagini puntarono su un nucleo di Lotta Continua ed erano basate sulle presunte affermazioni che un celebre protopentito di sinistra, Marco Pisetta, avrebbe rilasciato al comandante del Gruppo CC di Trento, colonnello Michele Santoro. Ma sia i magistrati presenti all'incontro con Santoro che lo stesso Pisetta hanno smentito che quest'ultimo abbia mai parlato di Peteano. La "velina" col riferimento a Lotta Continua era stata inviata, in maniera del tutto anomala (fuor di protocollo, tramite corriere e soprattutto senza seguire le vie gerarchiche) al colonnello Dino Mingarelli, comandante la Legione di Udine, che aveva avocato a sè la responsabilità delle indagini, dal g enerale Palumbo, comandante della Divisione Pastrengo di Milano, che si era precipitato a Gorizia già il 1 giugno 1972. "Quella fu l'origine della cosiddetta pista rossa", dichiarò Mingarelli, "io sapevo che quelle notizie arrivavano da Trento e che la fonte confidenziale era Marco Pisetta" (160). La succesisva "pista gialla" sembrava più solida, e fu seguita più a lungo. Anche questa era basata su pretese affermazioni di un informatore dei Carabinieri, che, pure, davanti alla Corte rifiutò di riconoscere le affermazioni attribuitegli (161). Essa riguardava alcuni piccoli pregiudicati locali che, fra il 1974 e il 1979, furono sottoposti a lunghe indagini e a vari giudizi, prima che fosse provata la loro innocenza. Per contro, tutti gli indizi a sostegno di una "pista nera" furono ignorati o scartati (ci sarebbe anzi addirittura stato un preciso ordine di bloccare ogni indagine sugli ambienti di destra) (162).

2.3. Ma le responsabilità dei veri autori dell'attentato e quindi la sua attribuibilità alla destra radicale divennero chiare solo molto più tardi e cioè quando si era ormai concluso il fosco quindicennio ('69-'84) che la Commissione fa oggetto della sua indagine specifica. Fu infatti soltanto nel 1984 che la responsabilità dell'ideazione e dell'esecuzione materiale dell'attentato di Peteano fu confessata da Vincenzo Vinciguerra, un militante di Ordine Nuovo che era latitante dal 1974, prima in Spagna (dove aderì ad Avanguardia Nazionale gravitando intorno all'immancabile Stefano Delle Chiaie) e quindi in Argentina; si costituì nel 1979 (asseritamente perché la vita di latitante lo avrebbe costretto a compromettere la sua dignità di militante rivoluzionario). Al momento della confessione Vinciguerra era in carcere per una accusa connessa ad un episodio avvenuto nell'ottobre del 1972 nell'aeroporto di Ronchi dei Legionali, dove un altro mili tante di Ordine Nuovo, un ex paracadutista di nome Ivano Boccaccio tentò di dirottare un aereo, al fine di ottenere un riscatto per finanziare il gruppo. Quando l'aereo fu circondato, Boccaccio aprì il fuoco sulla Polizia che, rispondendo ai colpi, lo uccise. Vinciguerra detenuto confessa spontaneamente l'attentato di Peteano, senza ripudiare le sue azioni passate, rivendicando anzi con orgoglio la propria qualità di soldato politico. Egli affermò di confessare allo scopo di "fare chiarezza", avendo compreso che tutte le precedenti azioni della destra radicale, incluse le stragi, in realtà erano state manovrate da quello stesso regime che si proponeva di attaccare: "Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell'ideazione, dell'organizzazione e dell'esecuzione materiale dell'attentato di Peteano, che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che viniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie, cosiddette di destra, e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato. [...] Il fine politico che attraverso le stragi si è tentato di raggiungere è molto chiaro: attraverso gravi provocazioni innescare una r isposta popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione. In ultima analisi il fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza. In tal modo si sarebbe realizzata quell'operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta sentiva vacillare il proprio dominio. Il tutto, ovviamente inserito in un contesto internazionale nel quadro dell'inserimento italiano nel sistema delle alleanze occidentali" (163). L'unico fatto realmente rivoluzionario, secondo Vinciguerra, fu quello di Peteano, un'azione di guerra, esplicitamente rivolta contro lo Stato (nelle persone dei Carabinieri) e non contro una folla indiscriminata. La confessione di Vinciguerra ne determinò la condanna all'ergastolo. Solo dopo che questa passò in giudicato Vinciguerra ha assunto nei confronti della Magistratura inquirente un atteggiamento collaborativo che dura tuttora, da cui non trae alcun beneficio e il cui carattere progressivo la Commissione ha già illustrato. In tal modo è divenuto possibile ricostruire la specifica attività di Ordine Nuovo di Udine, che Vincenzo Vinciguerra guidò insieme ad un suo fratello gemello, Gaetano a partire dalla fine degli anni '60. Il repertorio d'azione del gruppo si sviluppò attraverso il consueto crescendo, cioè "propaganda attiva", risse e pestaggi degli avversari, ed almeno un caso di autofinanziamento tramite rapina ad ufficio postale (aprile 1970). Nel 1971 il gruppo iniziò a far uso di esplosivo: prima una bomba carta contro la sede della D.C., quindi attentati dinamitardi alle linee ferroviarie per protestare contro la visita ufficiale d el Maresciallo Tito in Italia. Seguirono l'esplosione di un ordigno al monumento ai caduti di Latisana, vicino a Udine, e l'incendio all'auto di un militante di sinistra. Quest'ultimo perì alcuni mesi dopo in un oscuro incidente. Dopo breve tempo (gennaio 1972), il gruppo danneggiò gravemente con una bomba la casa di un deputato missino: prevedibilmente, la sinistra fu accusata dell'accaduto (164). E' comprensibile che un simile curriculum abbia suscitato l'entusiasmo di Franco Freda. Secondo G. Ventura egli parlava compiaciuto dell'esistenza, a Udine, di "un gruppo di giovani decisi, disposti a tutto, anche a commettere attentati per simulare l'esistenza di gruppi terroristici di diversa estrazione politica" (165). L'acme dell'attività di questo gruppo di Ordine Nuovo fu l'attentato di Peteano cui seguì il già ricordato tentativo di dirottamento aereo nell'aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove morì Ivano Boccaccio, altro componente del gruppo cui G. Vinciguerra aveva dato "uno scopo nuovo nella vita".

2.4. Alla Commissione in ordine a tale episodio non resta che prendere atto di ciò che può ritenersi rmai un fatto storico accertato e consacrato in giudicati penali di condanna; e cioè l'illecita copertura attribuita agli estremisti di destra autori dell'attentato da parte di alti ufficiali dell'Arma dei Carabinieri, tra questi il colonnello Mingarelli condannato dalla Corte di Assise di Appello di Venezia per falso materiale ed ideologico e per soppressione di prove, con decisione confermata dalla Cassazione nel maggio del 1992. Appare sul punto innegabile che i Carabinieri disponessero di un elemento chiarissimo per l'individuazione della matrice della strage, in quanto l'ordinovista Ivano Boccaccio, ucciso nel conflitto a fuoco nel corso del tentativo di dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, era stato trovato in possesso della stessa arma utilizzata per sparare contro i vetri della "500", ove era stata collocata la bomba di Peteano, e i cui bossoli esplosi erano stati repertati dai Carabinieri. Alla luce di ciò, è del tutto evidente come la "pista rossa" subito imboccata non può giustificarsi neppure con una volontà di trovare "comunque" il colpevole, anche a fini di "immagine"; emerge infatti chiaro l'intento deliberato di strumentalizzare un episodio, pure così tragico ed una criminalizzazione della sinistra eversiva, secondo un disegno strategico preciso. Certo o almeno estremamente probabile deve ritenersi altresì che altro settore degli apparati, e cioè il SID, conoscesse l'identità dei colpevoli fin dal 1972, come proverebbe secondo le dichiarazioni di Vinciguerra un intervento del capitano Labruna che, sempre secondo il reo confesso, si era recato a Padova pochi giorni dopo il dirottamento aereo e aveva parlato con Massimiliano Fachini dell'episodio di Ronchi dei Legionari e anche di Peteano. Labruna avrebbe detto testualmente: 'ora basta fare fesserie', ritenendo erroneamente che Vinciguerra dipendesse gerarchicamente da Fachini o comunque da elementi vicini a lui" (166). D'altro canto nell'ambiente della destra radicale in tutta Italia la convinzione che Peteano fosse opera di destra appunto era del tutto pacifica (167), anche perché la fuga in Spagna di uno dei principali imputati, C. Cicuttini era stata organizzata dalla rete ordinovista italiana ed internazionale. Cicuttini è il proprietario della pistola calibro 22 utilizzata dal Boccaccio nel già ricordato tentativo di dirottamento aereo. Secondo la Corte di Assise veneziana la sostituzione dei rapporti, le false affermazioni circa calibro e destinazione dei bossoli e l'apposizione delle firme false ebbero luogo nell'ottobre del 1972, dopo il tentato dirottamento di Ronchi, nel corso del quale il dirottatore aveva usato la pistola calibro 22 di Cicuttini, già utilizzata a Peteano. Un accurato esame dei bossoli di Peteano, ragionò la Corte, avrebbe rivelato che i colpi erano partiti dalla stessa pistola, indirizzando così le indagini sul gruppo di Ordine Nuovo, che, al contrario, non fu toccato, malgrado i numerosi e convergenti indizi a suo carico (168). Cicuttini, il proprietario della pistola, era non soltanto un membro di Ordine Nuovo, ma anche segretario di sezione dell'MSI in un vicino paese. La sua fuga in Spagna (dove si unì al gruppo di rifugiati guidato da Stefano D elle Chiaie) fu, come si è detto, favorita da un massiccio intervento dalla rete neofascista italiana ed internazionale. Vinciguerra denuncia in modo esplicito il coinvolgimento, a vario titolo, nell'episodio di alcuni dei più prestigiosi dirigenti della destra estrema e radicale, da Paolo Signorelli a Massimiliano Fachini, fino a Pino Rauti (che ne sarebbe stato solo a conoscenza). Una volta in Spagna, Cicuttini continuò ad essere protetto dai massimi vertici del partito neofascista. Egli fu poi riconosciuto autore della telefonata anonima che aveva chiamato i Carabinieri sul luogo della strage e condannato all'ergastolo. La Spagna però rifiutò di concedere l'estradizione, e Cicuttini è sempre rimasto in libertà (169). Gli ufficiali dei Carabinieri che assunsero l'incarico delle indagini, non soltanto le monopolizzarono ad esclusione di forze come la Polizia (suscitando così le vibrateproteste del Questore), ma istituirono una catena di comando eterodossa, che escludeva anche altri ufficiali dei Carabinieri non appartenenti al loro gruppo (170). Essi costituivano un gruppo strettamente coeso, che faceva riferimento al generale Palumbo, già collaboratore di De Lorenzo all'epoca del Sifar (comandava la Legione di Genova), poi risultato iscritto alla P2 e nei cui confronti la Commissione Anselmi aveva avuto parole durissime (171), identificando fra l'altro il suo comando della divisione Pastrengo di Milano con la creazione di "un vero e proprio gruppo di potere al di fuori della gerarchia" (172).

2.5 Nei due episodi che la Commissione ha fatto oggetto di analisi specifica (e cioé il tentato golpe del dicembre 1970 e l'attentato di Peteano) emergono quali caratteri comuni il diretto coinvolgimento della destra radicale da un lato, rilevanti episodi di copertura delle sue responsabilità da parte del Servizio di informazione e di settori istituzionali dall'altro. Tale secondo elemento è di per sé sufficiente a fondare, sia pure in via presuntiva, la convinzione di un coinvolgimento di apparati e strutture istituzionali nelle vicende medesime o in altre alle stesse collegate, perché la presupposizione di un tessuto collusivo è idonea a motivare logicamente la successiva attività di copertura. Peraltro un tal tipo di coinvolgimento, almeno con riferimento al golpe Borghese, può affermarsi risultato di unaccertamento diretto e non soltanto di una ragionevole presunzione. Le costanti innanzi ricordate sono rinvenibili altresì in molti degli episodi, tutti relativi alla prima metà degli anni '70, evidenziati nella parte finale del precedente capitolo; e caratterizzano l'attività di due gruppi (di minore ampiezza rispetto ai già esaminati ON e AN), il cui ruolo negli eventi del periodo tende ad assumere maggior rilievo in indagini recenti, cui si è già fatto più volte riferimento.

ULTERIORI INSORGENZE


3.1 Il primo dei due gruppi suddetti, che la Commissione ritiene meritevole di specifica attenzione, è il Movimento di azione Rivoluzionaria diretto da Carlo Fumagalli. L'esistenza del gruppo, la sua pericolosità e la sua attitudine eversiva sono noti da tempo, a seguito di accertamenti giudiziari, che mossero da un episodio avvenuto il 30 maggio 1974 - e cioè appena due giorni dopo la strage di piazza della Loggia in Brescia - in una località dell'Appennino (Pian del Rascino) dove una pattuglia dei Carabinieri sorprese, accampati in una tenda, tre estremisti; uno di questi riuscì a sparare ferendo due Carabinieri; gli altri militari della pattuglia risposero al fuoco uccidendolo. E' Giancarlo Esposti, un aderente di A.N. vicino al MAR, già processato e condannato a Milano per attentati organizzati dalle SAM (squadre di azione Mussolini) (173). In Brescia 20 giorni prima della strage di piazza della Loggia era stato arrestato il leader del gruppo Carlo Fumagalli insieme ad altre undici persone, con le quali trasportava ingenti quantità di esplosivo e di armi (compreso un bazooka, divise militari, 200 targhe false di automobili, passaporti falsi e due tende cabine insonorizzate del tipo usato per detenervi persone sequestrate). Le successive indagini giudiziarie che si conclusero con sentenza di condanna concernente una lunga serie di attentati a cose e persone e financo un sequestro di persone a scopo di estorsione, consentirono una prima ricostruzione dell'attività del MAR; che aveva raggiunto la massima dimensione negli anni '70-'74, ma con una dislocazione nella sola Lombardia (in particolare nella Valtellina) e con al vertice Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Gli accertamenti giudiziari riguardarono però prevalentemente gli specifici episodi criminali innanzi ricordati, mentre ne restarono almeno parzialmente in ombra le finalità più propriamente politiche e i collegamenti con altre strutture eversive. Tale deficit di conoscenza tende ad essere colmato dalle più recenti indagini giudiziarie, cui si è già fatto ripetuto riferimento. Sulla scorta delle stesse può ritenersi che il MAR fin dal primo momento si pose in una posizione più marcatamente 'foloatlantica' rispetto ad ON e AN (con cui peraltro stringerà una solida alleanza nel periodo di attività piena nel '73-'74, culminata nel già descritto episodio del conflitto a fuoco di 'Pian del Rascino'): più in particolare è emerso che Carlo Fumagalli durante la 'Resistenza' aveva comandato una formazione di 'Partigiani Bianchi' chiamata 'I Gufi', venendo così in contatto con Servizi segreti statunitensi (OSS), tanto da essere decorato, ed avere successivamente operato nello Yemen del Sud con la CIA. Nel '70, detto gruppo, si era schierato, sia pure con posizioni meno oltranziste con la struttura del principe 'Borghese', rimanendone, però, autonomo e separato; negli anni '73-'74 aveva operato in numerose azioni terroristiche anche grazie alla grande disponibilità di armi ed esplosivo (ciò in particolare era avvenu to facendo esplodere i tralicci Enel della Valtellina, il cui controllo militare era ritenuto fondamentale per via del fatto che detta zona riforniva di energia elettrica l'intera Italia Settentrionale). Di grande rilievo è stata la ricostruzione fornita da Gaetano Orlando, prima al G.I. di Bologna e poi al G.I. Salvini, nel corso della quale è emerso il contrasto intervenuto tra lo stesso Orlando ed il Fumagalli, in relazione alla fusione tra M.A.R., A.N. e O.N. in funzione golpista, cui Orlando si era dichiarato contrario preferendo un ruolo maggiormente "legalitario" per il movimento. In pratica Orlando attribuisce al M.A.R. (primo periodo) un carattere fortemente anticomunista ed un'attività, anche di tipo militare, in veste però unicamente difensiva e di deterrenza. In tale ottica afferma di aver partecipato a numerose riunioni con Ufficiali dei Carabinieri, dell'esercito e della NATO, nel corso delle quali il gruppo era stato anche rifornito di armi. Poco alla volta si era fatta strada l'idea che il M.A.R. potesse contribuire da detonatore alla strategia della tensione, soprattutto con gli attentati nel periodo più prossimo al progetto della 'Rosa dei Venti' . La ricostruzione operata da Orlando è altresì riscontrata dalle parziali amminssioni dello stesso Fumagalli, in particolare in relazione agli stretti rapporti, e in parte all'univocità d'intenti, con i Carabinieri della 'Pastrengo' di Milano ed altri Ufficiali dell' 'Arma' in Lombardia, giunti persino a rifornire di armi il gruppo, e a non intervenire pur essendo al corrente delle responsabilità individuali degli attentati ai tralicci. L'esperienza del M.A.R. si era conclusa nel '74 anche per la sostanziale unificazione con i gruppi di O.N. e A.N. (contrastata da parte di molti 'partigiani bianchi' che si erano perciò allontanati) culminata e comprovata dall'episodio di 'Pian del Rascino' in cui, nel corso di un addestramento paramilitare del gruppo in Valtellina, aveva perso la vita come si è descritto, in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine, l'avanguardista Esposti".

3.2. Analogamente un maggior rilievo negli avvenimenti oggetto di considerazione sembra assumere in recenti acquisizioni giudiziarie un altro e sia pur ristretto gruppo eversivo costituitosi a Milano nel 1971, sotto il nome di Circolo La Fenice, per opera di alcuni estremisti di destra, in parte già richiamati in pagine che precedono: Giancarlo Rognoni (che ne fu l'ideologo), Nico Azzi, Piero Battiston, Mauro Marzorati e Francesco De Min. Il gruppo può ritenersi vicinissimo a O.N., tanto da avere come principali riferimenti ideologici Pino Rauti e Paolo Signorelli; in particolare ne sono noti i rapporti con i gruppi di O.N. di Padova e Verona. Il gruppo venne individuato a seguito del più volte richiamato attentato del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma, che fallì per la prematura esplosione dell'ordigno che Nico Azzi si accingeva a collocare. Nell'istruttoria del G.I. di Padova dottor Tamburino, il gruppo La Fenice era già risultato organicamente coinvolto nel proge tto golpista della "Rosa dei Venti"; tale circostanza è stata ampiamente riscontrata dalle nuove prove emerse nell'istruttoria condotta dal G.I. milanese Salvini. Alcuni testi recentemente escussi in tale ultima istruttoria hanno consentito di ricostruire la logica del citato attentato nel senso seguente:

a) era stata prevista una rivendicazione di "sinistra" finalizzata a mettere in difficoltà l'indagine dell'A.G. di Milano su Piazza Fontana, che puntava decisamente sulle cellule di O.N. di Padova, tentando di dimostrare la comune matrice di sinistra dei due episodi. Tale iniziativa mirava anche a inviare un segnale a Giovanni Ventura che aveva cominciato a cedere davanti ai giudici, facendo le prime timide ammissioni.

b) si era comunque progettato l'attentato in funzione ("politica") destabilizzante nell'ambito della strategia del terrore prodromica ai progetti golpisti del '73-'74, creando un'ondata di sdegno nel paese. Prova ne è che da tempo, a Milano, era stata programmata per il 12 aprile 1973 la manifestazione della "Maggioranza Silenziosa", movimento capeggiato dall'avvocato Adamo Dagli Occhi, poi risultato anche in rapporto con A.N. e O.N. Alla luce di questa ricostruzione risulta certamente riscontrato quanto dichiarato da Vinciguerra circa "l'unitarietà" del disegno della destra terroristica, della supremazia di O.N. e del rapporto strettissimo tra O.N. e La Fenice di cui Azzi era uno dei principali rappresentanti. Peraltro Sergio Calore ha in ultimo riferito di aver saputo dalla viva voce di Nico Azzi che alla riunione tenutasi il 6 aprile 1973 (cioè il giorno prima dell'attentato al treno) presso la birreria Winervald ove, si decisero gli ultimi dettagli dell'azione, insieme alla dirigenza della Fenice, era anche presente Paolo Signorelli. Il coinvolgimento del Signorelli è anche riferito da Marco Affatigato, al quale venne comunicato da Clemente Graziani (uno dei capi di O.N.) latitante a Londra. L'episodio è infine confermato da Mauro Marzorati, presente nella birreria. Di fondamentale importanza, per ciò che attiene le "novità" emerse nell'ambito della strage di piazza Fontana, ma anche per ulteriormente riscontrare la tesi della "unitarietà" di strategia terroristica dei gruppi eversivi di destra (in particolare O.N. e La Fenice) devono essere considerati i "contributi" di Sergio Calore, Angelo Izzo ed Edgardo Bonazzi. I tre esponenti dell'area facente capo ad O.N. (o contigua come Izzo) hanno riferito di aver appreso direttamente da Massimiliano Fachini, Nico Azzi e Guido Giannettini, che il modo di interrompere l'iniziativa dei giudici di Milano (pista O.N. sulla responsabilità della strage di Piazza Fontana) sarebbe stato quello di far trovare in una cassetta piena di armi ed esplosivo nascosta sull'Appenninno ligure, presso la villa di Giacomo Feltrinelli (in effetti poi rinvenuta nella zona pochi giorni dopo il fallito attentato del 7 aprile 1973 di Azzi), gli stessi timers utilizzati per piazza Fontana. Ci&og rave;, unitamente alla rivendicazione di "sinistra" dell'attentato al treno, avrebbe certamente messo in difficoltà il giudice istruttore di Milano, e orientato nuovamente verso gli anarchici o i G.A.P., le indagini per piazza Fontana. Tutto l'episodio, peraltro, oggi mostra la sua importanza per il fatto che riconduce nella disponibilità della Fenice e della cellula padovana di O.N. (di cui Fachini faceva parte) alcuni timers dello stesso lotto di quelli usati per piazza Fontana, ben quattro mesi dopo tale episodio. Si noti che la tesi difensiva di Freda (in base alla quale sostanzialmente questi viene assolto sia pure con formula dubitativa) fu quella che, pur avendo ammesso di aver acquistato a Bologna circa cinquanta timers come quelli usati per piazza Fontana, detti congegni erano stati poi ceduti, prima della strage ad un capitano della resistenza algerina. Si è potuto accertare, infine che tra il '73 ed il '74 La Fenice è venuta in possesso di una grandissima quantità di armi ed esplosivi, in parte rinvenuti ed in parte ancora occultati.

4. Può dunque affermarsi che nel periodo 1970-1974 gruppi eversivi di ispirazione ideale anche in parte diversa convergevano operativamente per determinare un pronunciamento militare. A tal fine si ritenevano necessarie azioni violente, anche di carattere indiscriminato, finalizzate a causare un clima di forte tensione politica che giustificasse l'intervento militare. Le azioni indiscriminate (attentati di tipo stragista) erano considerate indispensabili e se ne postulava l'attribuzione agli oppositori politici. Azioni di provocazione di minore gravità furono organizzate direttamente dal SID e appartenenti all'Arma dei Carabinieri. Molti attentati furono causati da questa impostazione, con un gran numero di vittime. Alcuni di questi sono direttamente riconducibili ad azioni finalizzate al problema eversivo, per altri non vi è prova di tale diretta relazione; tutti, comunque, furono favoriti dalla valutazione, diffusa negli ambienti dell'eversione di destra, che azioni di indiscriminata violenza fossero funzionali a determinare un clima di terrore, indispensabile premessa di una stabilizzazione del quadro politico. Queste trame furono sempre note, sin nei dettagli, ai vertici del Servizio Informazione Difesa. Mai coloro che vi presero parte furono perseguiti di iniziativa; informazioni essenziali furono occultate, anche dopo che era stata manifestata la volontà politica di porre a disposizione dell'A.G. dette informazioni. Le informazioni furono occultate anche attraverso la distribuzione dei documenti a essi relativi (smagnetizzazione dei nastri; distribuzione delle trascrizioni). Non è possibile risalire con certezza ai responsabili dell'occultamento delle informazioni: non vi è documentazione di tale distruzione e resta un contrasto tra coloro che assunsero le decisioni, circa il carattere politico (Ministro della Difesa) o amministrativo (SID) di esse. All'interno del SID si verificò una frattura tra Miceli e Maletti. Anche costui, tuttavia, mantenne nello stesso torno di tempo condotte favoreggiatrici dei congiurati; proprio a Maletti, poi, sono riferibili alcune azioni di provocazione in danno di uomini e movimenti di estrema sinistra. Tranne coloro che furono direttamente investiti dalle indagini giudiziarie, nessuno di coloro che ebbe parte nelle trame eversive subì conseguenze di carattere interno; alcuni di costoro, al contrario, progredirono nelle carriere, fino a giungere a ricoprire incarichi di massima responsabilità, dall'alto dei quali continuarono a tramare contro la Repubblica. La ricerca della verità fu ostacolata in ogni modo. Quando le indagini si approssimarono al nodo della esistenza di strutture di guerra non ortodossa, utilizzate per finalità di condizionamento della vita politica interna, fu opposto tra l'altro il segreto di Stato. Questo fu opposto sul memoriale e sulla deposizione di Roberto Cavallaro; sui documenti relativi al golpe Sogno ed in particolare sui rapporti tra Edgardo Sogno e Servizi italiani e stranieri e sui rapporti tra Cavallo e Servizi italiani; sul cosiddetto "rapporto Pike". Il segreto fu confermato dalle autorità politiche con motivazioni che lasciarono sussistere il dubbio della esistenza di siffatte deviazioni. Furono adottate misure interne, ma limitatamente alle più gravi ed evidenti violazioni, già di dominio pubblico. In nessun caso queste misure colpirono le strutture di guerra non ortodossa. E' però possibile che lo smantellamento della parte militare di queste ed il trasferimento dell'armam ento presso Enti militari sia stato reso necessario dalle gravissime deviazioni verificatesi. Per una parte consistente di coloro che operavano in queste strutture l'uso di esse per finalità di politica interna e persino il ricorso ai mezzi violenti per creare le premesse di tale utilizzo non erano (e non sono tuttora) considerate "deviazioni", ma legittimo esercizio di poteri per contrastare il nemico.

 

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