FISICA/MENTE

 

 

 

L'ESTREMISMO DI SINISTRA

CAPITOLO IV


0. Nella seduta del 23 ottobre 1986 la Camera dei Deputati, approvando una proposta del deputato Zolla deliberò di istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta per accertare, in relazione ai risultati della lotta al terrorismo in Italia, le ragioni che avevano impedito l'individuazione dei responsabili delle stragi verificatesi a partire dal 1969. Si era appena concluso il quindicennio terribile ('69-'84) che la Commissione fa oggetto della sua considerazione di insieme e nel quale il nostro Paese aveva conosciuto tensioni sociali estreme, tali da porre in discussione la stessa tenuta delle istituzioni democratiche. Altissimo era stato il numero degli attentati e degli episodi di violenza dichiaratamente ispirati da ragioni politiche o comunque immediatamente percepiti come tali dall'opinione pubblica ed alto il prezzo di sangue che il paese aveva pagato: nel periodo più acuto della crisi, e cioè dal 1969 al 1980, trecentosessantadue morti e quattromilaquattrocentonovanta feriti, di cui rispettivamente centocinquanta e cinquecentocinquantuno attribuibili ad episodi di strage lungo l'arco che lega l'attentato di Piazza Fontana a Milano nel dicembre del 1969 a quello della stazione di Bologna nell'agosto del 1980 (114). La risposta dello Stato era stata complesisvamente ferma, le istituzioni democratiche avevano tenuto, i terrorismi di opposta matrice politica sostanzialmente disvelati e sconfitti. Tuttavia gli autori degli episodi di strage erano rimasti impuniti; da ciò la determinazione parlamentare di cui innanzi si è detto con la quale si è aperta una vicenda istituzionale che la presente relazione ambirebbe concludere, almeno allo stato delle acquisizioni attuali. Significativo appare peraltro che già nel 1986 il Parlamento manifestava di avvertire come le ragioni che avevano impedito l'individuazione dei responsabili delle stragi fossero da porre in relazione ai risultati della lotta al terrorismo in Italia, fossero cioè da individuare nei probabili limiti di una risposta istituzionale che pure nel suo complesso doveva (e deve) ritenersi positiva. E' un approccio che dopo un decennio appare ancora estremamente fondato e che la Commissione ritiene di mantenere fermo nell'analizzare separatamente, appunto dall'angolo visuale della risposta istituzionale, fenomeni che nella realtà storiva del periodo ebbero compresenza ed ambiti di reciproca influenza: e cioè, da un lato, l'estremismo ed il terrorismo di sinistra, dall'altro, l'estremismo ed il terrorismo di destra. E ciò al fine di cogliere per entrambi nella risposta istituzionale identità o differenze di risultati e di limiti. Tutto ciò nella ribadita avvertenza che ta le approccio analitico può apparire utile a disvelare insieme - e cioè in termini di una coincidenza almeno parziale - le ragioni dello stragismo e le ragioni della mancata individuazione delle relative responsabilità.

1. Sulla base di queste scelte di metodo è quindi possibile comprendere perché, nell'ordine espositivo, appaia opportuno affrontare innanzitutto l'analisi dell'eversione e dell'estremismo di sinistra, atteso che più diretta ne appare la connessione con due fenomeni che determinarono la grande tensione sociale che segnò il finire degli anni '60 e cioè la contestazione studentesca, da un lato, la protesta operaia e sindacale, dall'altro. Sul punto alla riflessione della Commissione due appaiono i dati che meritano di essere prelimibarmente sottolineati. La riflessione storiografica sul partito armato, che ampiamente utilizza le fonti derivanti dall'analisi giudiziaria del fenomeno e dalla ormai imponente memorialistica dei principali attori di quella fosca stagione, consente di ritenere ormai acquisito che la lotta armata sia stata un derivato della storia della sinistra italiana, in particolare della sinistra di ispirazione marxista, per quanto riguarda l'ideologia, gli orientamenti, i progetti ed anche per quanto riguarda parziali insediamenti sociali. Sul punto non sembra ormai possibile nutrire dubbi di qualche fondatezza, giovando semmai segnalare i ritardi con cui fu percepita la reale natura di un fenomeno che, malgrado la sua natura clandestina, solo in parte ebbe carattere occulto nel suo svolgimento. In realtà le motivazioni politiche e gli obiettivi che il "partito armato" si proponeva furono resi sempre immediatamente conoscibili, sicché è il ritardo di percezione che potrebbe oggi assumere rilievo in una prospetti va critica, (attivando una problematica che merita di essere risolta), una volta che appare ben difficile ricondurre quel ritardo esclusivamente ai fenomeni di rimozione collettiva, che pure vi furono in ampi strati della pubblica opinione politicamente orientata a sinistra. Analogamente indubbio è che originariamente il movimento di contestazione studentesca, che prese il nome dal "sessantotto", non aveva come componente prevalente un progetto rivoluzionario di ispirazione marxista mediante lo strumento della lotta armata. Il movimento ebbe in realtà basi culturali non diverse da forme anche intense di protesta giovanile che in ambito occidentale si erano manifestate anni prima. Ovvio è il riferimento ai moti universitari statunitensi del 1964 e ad analoghe esperienze francesi, tedesche e inglesi degli anni successivi. I modelli culturali iniziali, solo latamente politici, (gli hippies, i figli dei fiori, i Beatles, la "contestazione", come venne definita, di stili di vita "borghesi", i primi contatti con le culture orientali, una maggiore libertà nei rapporti familiari e sessuali) erano ben diversi da quelli che avrebbero assunto dominanza nella radicalizzazione successiva ed esprimevano una aspirazione intensa quanto confusa ad un modello alternativo di società, più libera, meno stratificata e massificante. Non a caso nell'originaria atmosfera culturale il filosofo più letto era Marcuse (e non Marx) ed alimentava una protesta genericamente antiautoritaria, che nell'ambito universitario investiva innanzitutto il potere accademico. Con tali caratteri non può sorprendere che la spinta che alimentava la protesta giovanile, mentre profondamente incise sui costumi sociali liberalizzandoli, non seppe trovare uno sbocco politico; rapidamente quindi, almeno come movimento di massa, sfilacciandosi ed esaurendosi. Questa fu la tendenza in altre nazioni dell'Occidente che conobbero il fenomeno. Non così in Italia dove l'intrecciarsi dei moti studenteschi con le tensioni sindacali ed operaie che caratterizzarono il medesimo periodo, determinò un naturale terreno di cultura per una radicalità politica, già propria di gruppi sorti nel periodo precedente ma rimasti sino a quel momento sostanzialmente quiescenti e non operativi, che furono indicati da subito come sinistra extraparlamentare per l'assenza di un riferimento istituzionale in partiti rappresentati in Parlamento, ma anche perché intrisi di valori di fondo non coerenti con i principi della democrazia parlamentare. Il passaggio decisivo alla estremizzazione dello scontro sociale e quindi alla lotta armata può individuarsi in due eventi che segnano il tardo autunno del 1969. Il primo è lo sciopero generale proclamato dai sindacati per il 19 novembre 1969, che indicono a Milano un comizio al Teatro Lirico al centro della città, dove il sovrapporsi alla protesta sindacale di un corteo organizzato da formazioni di sinistra extraparlamentare a prevalente componente studentesca, determinò i disordini in cui morì Antonio Annarumma. Il secondo, sempre a Milano, è la strage di piazza Fontana di cui ampiamente ci si occuperà in pagine seguenti, ma della quale vuol qui sottolinearsi il carattere di spartiacque, che fortemente incide sull'esplodere della violenza successiva. Vuol dirsi cioè che nel "partito armato", dove le due componenti studentesca e operaista continueranno a lungo a convivere, fu percepibile almeno nella sua fase iniziale anche una ulteriore comp onente che potrebbe definirsi latamente "resistenziale", (si pensi, come esempio certamente non esaustivo all'esperienza individuale di Giangiacomo Feltrinelli, che giustificava la scelta dell'organizzazione armata e clandestina, con la necessità di contrastare un golpe autoritario e militare ritenuto imminente); anche se va riconosciuto che tale aspetto scemò nell'evoluzione successiva, a mano che un disegno sempre più segnatamente rivoluzionario e quindi antidemicratico venne a delinearsi.

2. La storia del partito armato, come si è già accennato, è ormai nota, perché ricostruita con sufficiente compiutezza dalla indagini giudiziarie e dalla stessa memorialistica dei suoi protagonisti. Sicché superfluo appare ripercorrerne sia pur sinteticamente le tappe, se non al fine di articolare intorno alle fasi della sua evoluzione, il giudizio che la Commissione ritiene compito suo proprio in ordine all'efficacia e ai limiti dell'azione di contrasto che al partito armato fu opposta dagli apparati istituzionali dello Stato. In tale prospettiva, ciò che colpisce allo stato attuale della riflessione è la sostanziale fragilità ed insieme il carattere di relativa segretezza che denunziano nella fase della loro costituzione i vari gruppi eversivi di sinistra, sì da fondare l'avviso meditato che una più ferma ed accorta risposta repressiva immediata avrebbe potuto almeno limitare l'alto prezzo di sangue che il paese pagò negli anni successivi.

2.1 Quanto alla fragilità e cioè alla ridotta capacità offensiva, sul piano di una lotta armata, dei vari gruppi eversivi che, pur tra notevoli diversità, costituirono nel loro insieme il "partito armato", sarà sufficiente il richiamo ad alcuni episodi che possono dirsi esemplari. Il primo organico tentativo fatto da una personalità di rilievo avente a disposizione molte risorse e molti legami internazionali, l'editore Giangiacomo Feltrinelli, si conclude tragicamente in un disastro, denunciante, per le sue modalità, improvvisazione e velleitarismo, portando rapidamente alla dissoluzione dei pochi nuclei che si erano costituiti. Altrettanto evidente è la fragilità di tentativi come quello della "Barbagia Rossa" in Sardegna o dei "Primi fuochi di guerriglia" in Calabria. Ed ancora: il 25 gennaio 1971 otto bombe incendiarie vengono collocate su altrettanti autotreni fermi sulla pista di Linate dello stabilimento Pirelli, solo tre, però esplodevano, non le altre cinque perché difettose. L'impreparazione è confessata nel volantino di rivendicazione, che commenta: "Sbagliando si impara. La prossima volta faremo meglio". L'11 marzo 1973, a Napoli, il militante dei N.A.P., Giuseppe Vitaliano Principe, è ucciso dall'esplosione di un ordigno che sta preparando, mentre rimane gravemente ferito Giuseppe Papale. Il 30 maggio dello stesso anno un altro militante dei NAP Giuseppe Taras è ucciso dall'esplosione dell'ordigno che sta preparando sul tetto del manicomio giudiziario di Aversa. D'altro lato le stesse Brigate Rosse nel documento teorico del settembre 1971 devono constatare "lo stato di impreparazione in cui si trovano le forze rivoluzionarie di fronte alle nuove scadenze di lotta".

2.2 A tale iniziale scarsa potenzialità offensiva, che alla luce dei fatti innanzi ricordati appare innegabile, si aggiunge la constatazione altrettanto dovuta del carattere di relativa segretezza e di permeabilità, che i gruppi eversivi denotano nella fase costitutiva e di operatività iniziale. Si pensi al gruppo "22 ottobre", operativo a Genova, che risulta essere stato infiltrato sin dall'inizio da ambigui personaggi tra malavitosi e confidenti della polizia (Adolfo Sanguinetti, Gianfranco Astra, Diego Vandelli). A tale gruppo è attribuibile la prima vittima della lotta armata, il fattorino portavalori dello IACP di Genova, Alessandro Floris, ucciso durante una rapina destinata ad autofinanziamento. Il gruppo (che all'inizio del mese si era inserito in un programma-radio annunciando: "Attenzione proletari, la lotta contro la dittatura borghese è cominciata") dopo la rapina è rapidamente liquidato. Per ciò che concerne il gruppo eversivo di maggior consistenza, e cioè le B.R., basterà rammentare ciò che riferisce Moretti, con riguardo alla fase preliminare di costituzione della struttura, in ordine ad una riunione che nel novembre 1969 si tenne al pensionato Stella Maris di Chiavari per iniziativa del Comitato Politico Metropolitano di cui furono fondatori tra gli altri Renato Curcio e Alberto Franceschini e nel quale erano confluiti Comitati Unitari di base di alcune fabbriche (tra cui la Sit-Siemens, ove operava lo stesso Moretti) e collettivi autonomi costituiti in varie situazioni dalla sinistra extraparlamentare. Riferisce Moretti: "A un certo punto ci accorgiamo che il convegno, pure indetto con una certa riservatezza, è sorvegliato da alcuni poliziotti della squadra politica di Milano: li conoscevamo benissimo, almeno quanto loro conoscevano noi" (115). Esemplare ancora, il modo con cui Franceschini descrive le prime esperienze di clandestinità con riferimento alla situazione della Pirelli; "Ci conosciamo, nome per nome. Eravamo clandestini per modo di dire, stavamo in quella clandestinità di massa, in quella omertà proletaria che copriva tutti i comportamenti illegali. Vanno alla clandestinità obbligata solo quelli che stanno per essere arrestati" (116). E' nota peraltro una deposizione del generale Dalla Chiesa che senza dare indicazioni ulteriori ha lasciato capire che l'opera di infiltrazione soprattutto dell'Arma dei Carabineiri nelle organizzazioni eversive di sinistra era stata quasi permanente e sin dall'inizio. Il dato è stato direttamente confermato alla Commissione nel corso della X legislatura dal generale Giovanni Romeo, ex capo dell'Ufficio "D" del SID: "Abbiamo seguito l'intera problematica del terrorismo in modo molto attento... Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto D lo aveva già fatto, ed è per questo che è pervenuto a quei risultati" (il riferimento è ai due arresti di Renato Curcio). "Se questa informazione verrà fuori, molti uomini potranno correre pericoli" (117) (il che esclude che il riferimento fosse a nomi noti come quelli di Girotto e Pisetta). Sono dati che ricevono conferma anche da altre fonti indubbiamente autorevoli. Con riferimento all'infiltrazione iniziale di Girotto ai suoi risultati positivi ma anche alla possibilità non sfruttata di risultati ulteriori, ha scritto il generale Vincenzo Morelli che ha ricoperto vari incarichi di comando nell'Arma dei CC e che dal 1980 al 1982 è stato comandante della I Brigata CC di Torino: "L'arresto di questi due brigatisti era stato infatti deciso ed eseguito in modo 'frettoloso' a causa di sopravvenute difficoltà che minacciavano, di compromettere il confidente; così almeno sidisse allora (il corsivo è della Commissione). Secondo alcuni esperti, tuttavia, era questo un rischio che poteva essere corso di fronte alle inderogabili necessità di continuare le indagini: essi suggerivano di non arrestare per il momento i due capi storici delle Brigate Rosse ma di continuare a seguirne i movimenti attraverso quegli elementi scaltri e di fiducia da tempo infiltrati nell'organizzazione eversiva" (118). Appaiono quindi evidenti una serie di indici di una attività informativa fin dall'inizio penetrante ed efficace, che lascia interdetti dinanzi a risultati nell'attività di contrasto, che se non furono scarsi per ciò che in seguito si dirà, non ebbero però quella rapida definitività che lo stato delle informazioni di cui si era in possesso avrebbe potuto consentire. Una spiegazione del fenomeno potrebbe rinvenirsi nella circostanza che i gruppi eversivi, malgrado la loro scarsa organizzazione e la loro relativa permeabilità, trovarono nelle tensioni sociali del periodo (la prima metà degli anni settanta) una notevole capacità di radicamento. Il dato è però ambivalente atteso che, con riferimento alla realta sociale e politica in cui i gruppi venivano a radicarsi, la permeabilità ed il carattere di relativa segretezza divenivano indubbiamente maggiori. Si pensi ad esempio a periodici legali come "Nuova resistenza", che sorge per iniziativa concordata dalle B.R. con Feltrinelli e nel cui primo numero poteva leggersi: "Tutto il lavoro del nostro giornale vuol essere un contributo a sciogliere ostacoli, presentando la pratica, le tesi e le tendenze di quei movimenti di classe che hanno come base comune lo sviluppo della guerriglia, come forma di lotta dominante per la liberazione della classe operaia da ogni sfruttamento". Si pensi all'intera storia di Potere Operaio le cui vicende, se da un lato sono intimamente legate al terrorismo diffuso di Autonomia Operaia, dall'altro appartennero alla vita ufficiale del paese, sì da essere state suscettibili di una piena conoscibilità contestuale al loro svolgimento. Ha scritto riferendosi a Potere Operaio, Giorgio Bocca: "Ogni quattro attivisti di P.O. due sono poliziotti" (119). A tanto può aggiungersi l'indiscutibile patrimonio informativo che deve ritenersi certamente derivato da una attività di contrasto che ha riguardato la confusa nebulosa dell'estremismo di sinistra e che ha conosciuto anche momenti di intensa efficacia; così negli ultimi mesi del 1971, quando hanno luogo "operazioni setaccio" nelle aree metropolitane con centinaia di arresti, migliaia di denuncie, sequestri di un imponente quantità di armi e munizioni. Vuol dirsi in altri termini, che il magma protestatario in cui le B.R. operano il loro radicamento sociale, era agevolmente conoscibile e noto, sì da rendere più severo il giudizio in ordine all'assenza di più intensi risultati nel contrasto al fenomeno eversivo.

3. Peraltro, sospendendo per ora il giudizio su tali aspetti almeno per alcuni profili inquietanti, va sottolineato come anche in ragione di tale radicamento in realtà sociali diffuse e nel loro complesso eversive, i gruppi clandestini, pur tra ricorrenti insuccessi, (si pensi, oltre a quelli già ricordati, al rapimento Gancia e alla sua sanguinosa conclusione nella cascina Spiotta) ottengano anche clamorosi risultati (i rapimenti Costa e Sossi da parte delle B.R., quello Di Gennaro ad opera dei NAP). Il successo di tali operazioni e le dichiarazioni di alcuni sequestrati (che presentano l'organizzazione delle BR come fortissima e in possesso di informazioni penetranti e globali) alimentano il mito della invincibilità delle BR e l'opinione diffusa che le stesse fossero qualcosa di diverso da ciò che erano e che pubblicamente dichiaravano di essere incentivando quel moto collettivo di rimozione, che già si è segnalato, nella pubblica opinione orientata a sinistra e dando altresì fondamento all'ipotesi che alle spalle delle BR e degli altri gruppi eversivi potesse esservi in Italia o all'estero un'unica centrale (il mito del Grande Vecchio) di direzione e controllo. Sono ipotesi che, per quanto autorevolmente e ripetutamente affacciate, non trovano riscontro in una storia, quella del partito armato, che ormai può ritenersi quasi compiutamente disvelata. Ma soprattutto giova sottolineare come il patrimonio informativo di cui gli apparati di sicurezza erano in possesso già all'epoca dei fatti, era già idoneo a smentire la fondatezza delle ipotesi medesime e a fondare un'azione di contrasto ferma ed efficace. 4. D'altro canto non vi è dubbio che un tal tipo di risposta vi sia stato; ciò che colpisce è però il carattere altalenante di un'azione repressiva che conosce momenti di forte intensità, inframmezzati a cali di tensione e a bruschi ripiegamenti. Sicchè la valutazione d'insieme che la Commissione ritiene di formulare sul punto è su un carattere di "stop and go" nella risposta istituzionale, carattere che merita di essere investigato e nei limiti del possibile chiarito ai fini di una sua meditata e motivata valutazione. Ed invero può dirsi storicamente accertato che, ad onta della presunta invincibilità delle B.R., fu ben possibile al generale Dalla Chiesa, pochi mesi dopo il clamoroso successo dell'operazione Sossi, infiltrarne addirittura il vertice nel giro di poche settimane (l'infiltrato è padre Girotto detto "frate Mitra") giungendo così all'arresto di due dei capi storici, Curcio e Franceschini, in occasione di un appuntamento al quale sarebbe dovuto intervenire anche Moretti che riesce fortunosamente a sfuggire alla cattura. In pochi mesi, quindi le B. R. sono decapitate, ma è disarmante l'estrema facilità con cui un'operaziona guidata da Margherita Cagol riesce a liberare Curcio dal carcere di Casale Monferrato. Tra il 1974 e il 1976 l'organizzazione appare comunque ridotta ai minimi termini, anche per effetto di una pressione costante delle forze di sicerezza sul vertice delle B.R. che culmina con il nuovo arresto di Curcio e di Nadia Mantovani, Angelo Basone, Vincenzo Guagliardo e Silvia Rossi Marchese, nella base di via Maderno a Milano, il 18 gennaio 1976, cui segue quello di Semeria, il 22 marzo, alla stazione centrale, sempre a Milano. E si è già riferito in ordine alla fonte che consente alla Commissione di ritenere che tali successi costituirono il frutto di una attività informativa dei servizi di sicurezza operata mediante infiltrati diversi dai noti Girotto e Pisetta. Appare quindi davvero singolare che subito dopo sia stato possibile ai pochi brigatisti residui riorganizzare sostanzialmente le proprie forze al fine di determinare un salto qualitativo all'azione eversiva, la quale passa da una fase iniziale che può definirsi di propaganda armata ad una fase successiva di vero e proprio terrorismo di sinistra, che si concluderà soltanto nei primi anni del decennio successivo. Ad un giudizio reso oggi sereno anche dagli anni trascorsi, tale recuperata possibilità dei pochi brigatisti residui di riorganizzarsi, per raggiungere come si vedrà un più elevato livello di aggressività, appare oggettivamente collegabile a scelte operative degli apparati istituzionali assolutamente non condivisibili e di ben difficile spiegabilità. Specifico è il riferimento allo scioglimento del 1975 del nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa. Tale scelta appare oggi ancora più grave, alla luce di acquisizioni in base alle quali risulterebbe che i servizi di sicurezza avevano chiaramente percepito che le BR avevano la possibilità di riorganizzarsi attingendo ad un più elevato livello di pericolosità. Già nel giugno del 1976 il settimanale "Tempo" pubblicò le seguenti dichiarazioni di uno dei massimi responsabili dei Servizi, generale Maletti: "Nell'estate del 1975 (...) avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio (delle BR, n.d.r.) sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da persone insospettabili anche per censo e per cultura, e con programmi più cruenti. (...) Questa nuova organizzazione partiva colproposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere. (...) Arruolavano terroristi da tutte le parti e i mandati restavano nell'ombra, ma non direi che si potessero definire di sinistra" (120). Lo stesso Maletti, in un'intervista successiva, dichiarò: "Già nel luglio del 1975 inviai un rapporto al Ministro dell'Interno che allora era Gui, per avvertirlo che d'ora in poi gli eversori avrebbero inaugurato la tecnica dell'attentato alla persona, in particolare quella della sparatoria alle gambe" (121).

5. Ed invero solo nel 1976 le B.R. alzano il tiro ponendo l'omicidio politico a fine dichiarato della propria azione. Episodi omicidiari precedenti, infatti,come l'uccisione di due militanti dell'M.S.I. a Padova, furono eventi volontari ma non premeditati. Soltanto alla vigilia delle elezioni politiche del 1976, le BR per la prima volta sparano per uccidere: la vittima è il Procuratore della Repubblica di Genova, coco, (che era considerato il responsabile del mancato avviarsi delle trattative al momento del sequestro Sossi) e due uomini di scorta. Che si fosse in presenza di un'evoluzione e quindi di una seconda fase del gruppo eversivo non può ormai revocarsi in dubbio. Ciò è pacificamente riconosciuto dagli stessi protagonisti della lotta clandestina. "Nel corso del 1976, l'impianto organizzativo subisce una trasformazione radicale, che non resterà senza conseguenze nel dibattito interno. Questa trasformazione costituisce una vera e propria seconda fondazione delle BR, in seguito alla quale tutti i comparti e tutte le attività dell'organizzazione vengono ripensti entro lo schema di una impostazione che mette al centro l'attacco al cuore dello Stato" . Sorprende che un simile ambizioso ed estremo programma sia nutrito da un gruppo terroristico ridotto a poche unità e fortemente provato, come oggi riconosce parlando di sé. Lauro Azzolini dichiara a un giornalista; "Dopo Sossi, dopo la Spiotta, dopo la caduta di tanti compagni, con le forze regolari ridotte a quindici persone, Moretti, Bonisoli ed io facemmo una lunga riflessione e arrivammo a questa alternativa; qui, o questa guerra la facciamo sul serio, o tanto vale piantarla. Qui o ci mettiamo in testa di vincere, o siamo vinti in partenza. E' il fronte logistico che diventa il vero centro dell'organizzazione, e lì ci siamo noi, Moretti, Bonisoli ed io. La direzione strategica perde ogni importanza" (122). E il giornalista che riceve tale dichiarazione ritiene di commentarla così: "I fondatori delle B, i capi storici, dicono che l'esperienza era esaurita nel 1975. E allora perché continuare per altri sette anni? Perché strascinamento e involuzione militarista sono l'effetto di una crisi sociale ed economia che si trascina: è la tesi fondamentale della nostra ricerca. La storia non si scrive con i se, ma come ipotesi si può dire che, se fra il '75 e il '76 non fosse ripartita l'eruzione sociale, la guerriglia urbana sarebbe probabilmente finita lì" (123). E' valutazione che la Commissione ritiene solo in parte da condividere. E' pur vero infatti che le forti tensioni sociali che riesplodono nel Paese con il movimento del 1977 diedero nuova linfa all'estremismo terroristico. Ma è altrettanto vero, da un lato, che l'eruzione sociale segue di circa un anno il momento riorganizzativo delle BR, dall'altro che la successione storica degli eventi nello spazio temporale considerato denuncia momenti di forte debolezza e quasi di stallo nella risposta istituzionale dello Stato. Attribuire tutto ciò a meri fenomeni disorganizzativi sarebbe già grave nella prospettiva del giudizio storico politico che alla Commissione compete. E per altro anche un simile giudizio non può penamente apparire satisfattivo, perchè contrastato dai notevoli successi del periodo precedente, consentiti anche dal cospicuo patrimonio informativo sul fenomeno di cui gli apparati di sicurezza erano in possesso.

6. Certo sul piano dell'oggettività storica non soltanto dal 1975 in poi le nuove BR (sostanzialmente rifondate) sotto la direzione di Moretti ed articolate soprattutto nelle due colonne di Genova e di Roma (la prima con un isediamento socciale di tradizione operaia, la seconda di tipo giovanile studentesco) appaiono abbastanza diverse da quelle del periodo di propaganda armata, ma subiscono per alcuni anni un'azione di contrasto abbastanza evanescente. Sul punto non può non sottolinearsi, tra l'altro, che alcuni dei protagonisti di sanguinosi eventi immediantemente successivi erano stati addirittura arrestati e poi rilasciati (come Morucci) o erano riusciti ad evadere (come Gallinari). E' in questa situazione che l'eruzione del movimento del '77 innalza in maniera esponenziale le possibilità di insediamento sociale dei gruppi terroristici. Il movimento ha una precisa data di nascita: il 1° febbraio 1977, quando durante scontri tra studenti di sinistra e di destra a Roma, nell'aula magna di Statistica (occupata) viene ferito alla testa da un colpo di pistola lo studente di sinistra Guido Bellachioma. I gruppi dell'ultrasinistra replicano con quella che definiscono "una risposta di massa" - nella quale, in un primo momento, hanno un ruolo gli "indiani metropolitani", più folcloristici che violenti - con l'occupazione dell'università, sino algli scontri col srvizio d'ordine che perotegge Lama, (sono in prima fila i futuri brigatisti Emilia Libera e Antonio Savasta). E' da tale area ribollente di protesta e conflittualità sociale che affluicono alle BR centinaia di militanti, parte "regolari", parte no, che farà loro superare la stagnazione dl '76, col solo segnale nazionale - a Genova - che ora si spara per uccidere. Dirà Morucci: "A un certo punto c'è stata in Italia un'area di circa 200 mila giovani che è passata al comunismo marxista per mancanza di alternativa" (intervista a "il Giorno", 26 aprile 1984) (124). Le BR divengono così il punto di riferimento di una parte dell'eredità (marxista-leninista oltreché anarco-libertaria) della sinistra italiana, alla quale si rivolgeranno centinaia di militanti che dai comportamenti collettivi ribelli che coinvolgono decine di migliaia di giovani (dai cortei che scandiscono: "Attento poliziotto è arrivata la compagna P38") passano alla pratica delle armi. Ciò non può essere storicamente dimenticato per negare di tali fenomeni la reale e dichiarata natura. Ma altrettanto impossibile è negare che nella fase la risposta dello Stato appare complessivamente deludente, per giungere a risultati di grottesca inefficienza nei giorni drammatici del sequestro Moro, che saranno oggetto in seguito di un'analisi separata e che tuttavia si situano in tale panorama complessivo, in cui viene a collocarsi il sorgere di un nuovo soggetto della lotta armata che del movimento del '77 deve ritenersi il più tipico prodotto: Prima Linea.

7. Anche per tale formazione terroristica, come già per le BR e forse in maniera più intensa, risalta alla riflessione della Commissione una notevole permeabilità e quindi conoscibilità già nella fase fondativa, che suscita forti perplessità intorno ai limiti dei risultati conseguiti nell'azione di contrasto immediato da parte degli apparati istituzionali di sicurezza pubblica. Prima Linea nasce infatti da un vero e proprio congresso costitutivo a San Michele a Torre presso Firenze nell'aprile 1977 e preceduto da riunioni a Salò e Stresa dell'autunno '76, promosse dalle componenti più estreme di una formazione extraparlamentare notissima e che non aveva in sé nulla di clandestino: "Lotta continua". PL costituisce quindi una sostanziale evoluzione dei cosiddetti "servizi d'ordine" di LC, con abitudine alla violenza e presenza riconosciuta sul territorio; A Milano, Torino, Bergamo, Napoli, in Brianza, a Sesto San Giovanni. "Prima Linea non è un nuovo nucleo combattente comunista, ma l'aggregazione di vari nuclei guerriglieri che finora hanno agito con sigle diverse", come può leggersi nel volantino che rivendica la prima clamorosa azione del nuovo soggetto della lotta armata, l'irruzione nella sede dei dirigenti FIAT a Torino, il 30 novembre 1976. La trasparenza della fase costitutiva non sembra quindi essere discutibile, se è vero che a San Michele a Torri viene approvato uno statuto: al vertice vi è una "conferenza di organizzazione", di fronte alla quale il comando nazionale deve rispondere del proprio operato. Vengono costituiti un settore tecnico logistico e uno informativo, ma quella che pesa è la struttura armata, che va dalle "ronde proletarie", ai "gruppi di fuoco" (che possono anche decidere le azioni) alle "squadre di combattimento" (che si limitano ad eseguirli). Ancora una volta è la stessa memorialistica dei protagonisti a dar conto di un livello di clandestinità davvero esile. "I sergenti (dei servizi d'ordine), noti a tutti (come Chicco Galmozzi, arrestato nel marzo '76 dopo un'allegra serata con cibi e liquori espropriati), potevano entrare alla mensa della Marelli (a Sesto) e sedere ammirati, come i moschettieri del re, al tavolo delle impiegate". Ed ancora Pietro Villa (uno dei fondatori) ricorda: "A Salò abbiamo discusso praticamente in pubblico. A Firenze ci trovavamo in una cascina (S. Michele a Torri), ma alla sera io e i compagni milanesi tornavamo in città per dormire in albergo, figurati che clandestinità. 'Senza tregua' (rivista legale sotto il cui striscione i militanti sfilavano nei cortei) esibiva le armi e scandiva 'Basta parolai, armi agli operai', senza subire conseguenze" (125). Appare in proposito esemplare la vicenda del gruppo che si articolare intorno alla redazione di tale rivista. Il gruppo di Torino, guidato da Marco Donat Cattin (figlio del ministro DC Carlo) con nome di battaglia di "comandante Alberto", compie un'irruzione nel centro studi Donati (della DC e proprio della corrente di Carlo Donat Cattin), nel corso della quale una componente del commando, Barbara Graglia, perde ingenuamente un paio di guanti facilmente a lei collegabili: recano infatti il numero di matricola 236 delle allieve del collegio del Sacro Cuore. Durante una perquisizione del suo alloggio vengono trovati manifestini dal titolo 'Costruiamo i comitati comunisti per il potere operaio', che esprimono la necessità della guerra civile, ciclostilati in via della Consolata 1 bis, la vecchia sede di Potere operaio, intestata ora al centro Lafargue dove viene redatto il periodico 'Senza tregua'. Con Barbara Graglia frequentano la sede Marco Scavino, che è stato dirigente di Potere ope raio - possiede lui le chiavi dell'appartamento -, Felice Maresca, un operaio della Fiat, Valeria Cora, Marco Fagiano, Carlo Favero e una ottantina di giovani provenienti da Potere operaio e da Lotta continua. Vuol dirsi cioe, come ormai più volte sottolineato in sede saggistica, che con riguardo a Prima Linea si accentuano i due caratteri già innanzi sottolineati con riferimento alle BR dopo la fase rifondativa del 1975 e cioè: da un lato l'ampiezza dell'insediamento sociale, dall'altro nella risposta dello Stato, forti elementi di colpevole sottovalutazione e comunque di notevole debolezza (126). E' un giudizio già più volte formulato con argomentazioni che alla Commissione paiono sostanzialmente condivisibili, stante la esemplarità di episodi e sequenze oggettive. Leader come Galmozzi, Borelli, Scavini sono arrestati nel maggio '77, appena costituita l'organizzazione con statuto, ma tornano in libertà. Baglioni viene liberato mentre è in corso il sequestro Moro; Rosso e Libardi subito dopo. Marco Donat Cattin svolge tranquillamente il suo lavoro di bibliotecario, presso l'Istituto Galileo Ferraris, prendendo regolari permessi per partecipare alle azioni armate. In una di queste, in vista del processo di Torino alle Br, Prima linea uccide il maresciallo Rosario Berardi, uomo di punta dell'antiterrorismo (10 marzo '78) e la rivendicazione telefonica viene addirittura dalla casa dell'on. Carlo Donat Cattin, con relativa registrazione degli inquirenti. Un altro leader di PL, Roberto Sandalo, dalle future clamorose confessioni (marzo 1980), ben noto come "Roby il p azzo", capo del servizio d'ordine di Lotta continua, può frequentare la qualificata scuola allievi ufficiali alpini, ad Aosta, che controlla i curricula; e, come ufficiale, trasporta armi per l'organizzazione.

8. Non può quindi sorprendere come già nel 1984 e cioè al concludersi della fosca stagione, in sede saggistica fu da più parti avanzata l'ipotesi che sarebbe stato possibile stroncare il terrorismo sul nascere o almeno sin dal 1972 e ridurlo a fenomeno sporadico; e che pertanto la violenza estremistica aveva potuto dispiegarsi impunita per un decennio e il terrorismo rosso svilupparsi pressoché indisturbato fino al delitto Moro, solo in quanto dall'interno degli apparati dello Stato alcune forze avevano preferito lasciare mano libera ad un fenomeno che screditava le forze della sinistra parlamentare e i sindacati, inficiandone la capacità di rappresentanza sociale; o addirittura aveva ritenuto di usare l'estremismo e poi il terrorismo rosso per determinare allarme sociale con esiti politici stabilizzanti. Misurandosi con tale giudizio, come indubbiamente è dovuto, la Commissione osserva che, alla stregua dei dati già esposti, va riconosciuto che una risposta dello Stato all'estremismo di sinistra vi è stata, ha avuto carattere di fermezza ed ha conseguito successo finale. Le forze politiche - anche di sinistra e segnatamente il PCI - furono fermissime nella condanna del terrorismo e nel riaffermare i valori dello Stato democratico nato dalla Resistenza e ostacolarono con successo la possibilità che movimenti eversivi realizzassero un più ampio insediamento sociale. Il Parlamento varò provvedimenti legislativi rigorosi atti a combattere il terrorismo. Ottima fu nel suo complesso la tenuta e la risposta della istituzione giudiziaria, che pagò un doloroso prezzo di sangue in tutte le sue componenti (Bachelet, Alessandrini, Croce). In particolare la magistratura inquirente seppe trovare forme efficaci di conduzione e coordinamento delle indagini, che avrebbero dato positivi risultati anche in anni successivi nel contrasto a forme diverse di criminalità. Una democrazia ancor giovane seppe, nel suo complesso, reggere ad una difficile prova. Tutto ciò è indubbio, ma altrettanto innegabile è che nel corso del tempo la risposta istituzionale degli apparati di sicurezza ha conosciuto l'alternarsi di momenti di fermezza con momenti di minore tensione e di stallo spinti in alcuni casi fino alla colpevole tolleranza; giudizio negativo che ovviamente coinvolge - e sia pure in maniera indiretta - l'azione degli Esecutivi succedutisi nel tempo. Per tali ultimi profili peraltro, oggettività impone di riconoscere che consimili atteggiamenti di colpevole minimizzazione, o di tolleranza, furono presenti anche nel corpo sociale almeno con riguardo alla violenza diffusa e si accompagnarono ad una ritardata presa di coscienza della reale natura di un terrorismo, cui a lungo ci si intestardì ad attribuire "colore politico" diversa da quello palese e palesemente dichiarato. Si pensi con riferimento all'opinione pubblica orientata a sinistra al peso della coscienza di una affinità di matrice culturale, ai riflessi, a volte inconsci, dell'antica diffidenza verso lo Stato e di miti rivoluzionari non ancora superati che indicevano spesso ad atteggiamenti di comprensione verso i gruppi estremisti, a volte anche al fine di tentarne il recupero politico. Si pensi ancora, in termini più generali e con particolare riferimento alla vicenda di Prima Linea, a quanto la collocazione in fasce medio-alte di molti dei suoi protagonisti abbia influito nel determinare in ampi settori del ceto dirigente un atteggiamento minimizzante che caratterizzò anche specifici episodi giudiziari. Esemplari in tal senso possono ritenersi:

- da un lato, nella sua drammaticità, la vicenda della famiglia Donat Cattin, che vedeva riuniti al suo interno un Ministro della Repubblica e uno dei capi delle formazioni militari che attentavano al cuore dello Stato; a riprova che per ampi strati della borghesia italiana i moti studenteschi, prima, e la contestazione armata, poi, furono anche un conflitto generazionale, dove "l'uccisione della figura paterna" come via di crescita e di accesso alla maturità, perdeva il suo connotato metaforico per acquisire i caratteri di una tragica realtà quotidiana;

- dall'altro la nota sentenza dell'11 marzo 1979 con cui la Corte di assise di Torino escluse che il Gruppo della Consolata, di cui si è già detto, costituisse una banda armata, e sminuendone la pericolosità, la qualificò come una mera associazione sovversiva per la rudimentalità della sua composizione, per la carenza di mezzi, per l'inefficienza operativa. Sicché giova avvertire fin da ora (in parte anticipando il giudizio conclusivo cui la Commissione ritiene di giungere e ribadendo la scelta di metodo che la Commissione ha operato), che non è soltanto l'altalenanza della risposta (degli apparati di sicurezza) dello Stato in sé considerata a fondare un giudizio valutativo più grave, quanto piuttosto il suo inserirsi in un ben più ampio quadro di riferimento, che oggi è possibile ricostruire pur sempre su base oggettiva come esito di una riflessione complessiva che abbracci l'intero periodo 1969-84 in tutti i suoi aspetti ed insieme valorizzi dati emergenti dalla analisi del periodo anteriore.

9. Con il sequestro dell'onorevole Moro, la strage degli uomini di scorta, la prigionia e quindi l'uccisione dell'ostaggio, le BR raggiungono il più elevato livello di aggressività e sembrano saper rendere concreto e veritiero il loro disegno di portare un attacco al cuore dello Stato. Pure il sanguinoso esito della vicenda apre all'interno delle BR ferite e contraddizioni ed al contempo svela la sterilità dell'operazione militare nella sua incapacità di raggiungere sbocchi politici ulteriori. In realtà il risultato sperato di un riconoscimento politico viene sfiorato ma non raggiunto, in questo - e solo in questo - dovendosi ritenere efficace la scelta politica di rifiutare l'apertura della trattativa. (Secondo quanto riferito alla Commissione dall'addetto stampa di Moro, dottor Guerzoni é possibile che vi sia stato un intervento della Presidenza del Consiglio sul Pontefice perché il suo elevato appello agli "uomini delle BR" non contenesse un riconoscimento politico seppure in forma larvata). L'apparato istituzionale registra per converso una secca sconfitta, apparendo disarmato e incapace di elaborare vuoi una strategia politica, vuoi una adeguata risposta repressiva. Né vi è dubbio che la totale negatività di risultati nel contrasto al più grave degli atti terroristici del partito armato sia da collegare, come effetto a causa, a decisioni istituzionali del periodo immediatamente anteriore che appaiono inspiegabili al limite della dissennatezza. E' un giudizio che sostanzialmente è stato già espresso in sede parlamentare e che alla Commissione è consentito rafforzare sia per la maggior distanza temporale che oggi separa da quei tragici eventi, sia soprattutto per la maggiore ampiezza di ambito investigativo in cui gli episodi specifici vengono a situarsi. Già nella relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di Via Fani era infatti possibile leggere: "La Commissione non ha potuto avere risposte convincenti sul perché l'Ispettorato antiterrorismo, costituito sotto la direzione del questore Santillo il 1º giugno 1974, sia stato, nel pieno "boom" del terrorismo (gennaio 1978), disciolto, e perché non ne sia stata utilizzata l'esperienza organizzativa ed il personale addetto. [...]. L'Ispettorato antiterrorismo aveva cominciato a costruire una mappa dei movimenti eversivi e a raccogliere informazioni sui singoli presunti terroristi, in una visione unitaria del fenomeno, la sola capace di consentire un corretto apprezzamento e una lotta efficace. [...]. Gli stessi interrogativi la Commissione si è posta in ordine alle esperienze accumulate dal Nucleo antiterrorismo costituito nel maggio 1974 presso il Comando Carabinieri di Torino, che svolse un importante lavoro investigativo ai tempi del seque sto Sossi [...]". Sono perplessità che, come già accennato, possono oggi trasformarsi in una valutazione più marcatamente negativa, considerando come scelte opposte a quelle oggetto di critica determinarono con immediatezza positività di risultati. Ed infatti pochi mesi dopo l'epilogo della vicenda Moro e cioè il 9 agosto 1978 il Presidente del Consiglio Andreotti e i ministro dell'interno Rognoni e della difesa Ruffini, riuniti a Merano, conferiscono a Dalla Chiesa "compiti speciali operativi" nella lotta al terrorismo, sui quali doveva riferire "direttamente al Ministro dell'interno" (127), con decorrenza dal 10 settembre 1978. Il generale Dalla Chiesa ricostruisce il Nucleo antiterrorismo e consegue in poche settimane un risultato di elevato livello, quando nell'autunno del 1978 le forze del Nucleo fanno irruzione nell'individuato covo milanese di via Monte Nevoso. Si tratta in realtà del quartiere generale delle BR dove vengono arrestati due dei cinque membri dell'esecutivo (128). L'importanza del risultato non viene colta appieno dagli organi di informazione che minimizzano l'episodio quasi che si trattasse dell'arresto di due militanti stampatori dei documenti relativi al sequestro Moro, mentre è sul contenuto di questi che si accentra l'attenzione dell'opinione pubblica, trascurando l'importanza operativa intrinseca del risultato. Ancora una volta quindi le BR denunciano una loro fragilità ed una loro incapacità a resistere veramente ad una azione repressiva condotta con la professionalità e l'efficienza propria degli apparati di sicurezza di uno Stato moderno. La contraddizione con la disarmante inefficienza che ha caratterizzato la risposta istituzionale durante la prigionia di Moro, è evidente. Parrebbe quasi che gli apparati istituzionali che non hanno saputo proteggere Moro né individuarne la prigione né liberarlo, dimostrino una improvvisa efficienza nell'individuare il luogo altrettanto segreto dove erano custodite "le ca rte di Moro" ed entrarne in possesso, attivando peraltro in ordine all'utilizzazione di tali documenti una vicenda oscura che si snoderà negli anni successivi e che appare oggi - almeno a livello di ipotesi giudiziarie - collegata all'omicidio dello stesso generale Dalla Chiesa. Potrebbe pensarsi che, imboccata una nuova via, ci si avvicini ad un successo finale. Ma ciò non avviene. Per circa tre anni il partito armato continua in una alternanza singolare di successi parziali e di sconfitte altrettanto parziali. Sul piano degli esiti politici alcuni omicidi appaiono addirittura controproducenti, come l'assassinio di Emilio Alessandrini, organizzato da Donat-Cattin all'inizio del 1979 e teorizzato con la singolare affermazione della necessità di colpire i magistrati riformisti perché più pericolosi dei magistrati reazionari; come l'assassinio dell'operaio Guido Rossa, che vanamente le BR tentarono di giustificare affermandone la natura preterintenzionale. Si tratta, come già per l'uccisione di Moro, di fatti che per il partito armato ebbero valenza negativa sotto il profilo propagandistico, perché posero in difficoltà il raggiungimento dell'obiettivo, pure dichiarato, di conseguire più ampi radicamenti sociali. Altri episodi costituiscono invece un indubbio successo come il sequestro del giudice D'Urso, nel corso del quale le BR riescono a piegare lo Stato alla trattativa giungendo ad ottenere che sia la stessa figlia del magistrato a leggere da una emittente radiofoni ca il testo di un loro comunicato accusatorio. Tuttavia, dopo poche settimane, l'inafferrabile capo delle BR, Mario Moretti, viene catturato all'esito di una banale azione di infiltrazione ad opera della pubblica sicurezza; ciò a conferma di una permanente fragilità dello stesso vertice operativo dell'organizzazione terroristica. Ma ancora una volta il colpo decisivo non viene sferrato e le BR seppur divise (si autonomizza a Milano la Brigata Walter Alasia, che aveva come punto di riferimento sociale l'Alfa Romeo; alcuni dei suoi componenti erano anche nel consiglio di fabbrica), seppur distinte (l'ala cosiddetta movimentista, che dovrebbe far capo a Senzani, che poi diventerà il partito della guerriglia, e l'ala cosiddeta militarista), e seppure prive del leader che le aveva guidate per dodici anni, il Moretti appunto, mettono a segno nel giro di pochi mesi quattro rapimenti: Sandrucci, dirigente dell'Alfa a Milano; Taliercio, dirigente del Petrolchimico; Roberto Peci, fratello di Patriz io, uno dei grandi pentiti, nell'estate del 1981; l'assessore democristiano Ciro Cirillo. In tale ultimo episodio non solo lo Stato è piegato alla trattativa ma questa ultima ha disvelato con il tempo un torbido retroscena del rapporto tra terrorismo, servizi di sicurezza e malavita organizzata. Di fatto in cambio di denaro e di reciproci favori fra la malavita e il terrorismo, Cirillo sarà rilasciato in luglio.

10. Ma ormai un nuovo decennio è iniziato; e la situazione sociale del Paese è profondamente mutata. La ristrutturazione industriale della fine del decennio ha profondamente mutato il mondo delle fabbriche e la stessa condizione del lavoro dipendente venendo così meno, o almeno fortemente attenuandosi, la possibilità di un radicarsi in quel mondo dell'azione politica dei gruppi estremisti e di elementi della protesta giovanile e della contestazione studentesca. Il mutamento sociale e le difficoltà esterne che ne derivavano per la realizzazione di un progetto già originariamente velleitario sono percepiti all'interno del partito armato già sul finire degli anni Settanta. Poco dopo l'attentato ad Alessandrini l'ala militarista di Prima Linea e lo stesso Donat-Cattin riconoscono che non esistono più le condizioni per la lotta armata in Italia ed emigrano in Francia. Il resto dell'organizzazione si scioglie in un convegno avvenuto a Barzio nella Pasqua del 1981 ed evolve in un "polo organizzato", una rete di protezione di militanti ricercati che daranno poi vita ai Comunisti organizzati per la liberazione proletaria (Colp). La lotta armata è dunque in una fase di declino e le operazioni delle BR, che pur proseguono, non possono essere più presentate come un attacco al cuore dello Stato. Conscia di questa difficoltà derivante dalla profonda mutazione economico-sociale che il Paese ha conosciuto, la stessa area movimentista delle BR, diretta da Senzani, tenta una nuova via di radicamento sociale in direzione del sottoproletariato meridionale urbano e sconta fatalmente, nella nuova realtà, un più intenso inquinamento da parte della criminalità organizzata.

11. La parabola del partito armato si chiude sostanzialmente quando, il 17 dicembre 1981, alcuni brigatisti travestiti da idraulici rapiscono il generale James Lee Dozier, responsabile logistico del settore sud-est della Nato. Da Verona lo portano senza difficoltà a Padova. E' un'operazione eclatante, perché nessun movimento guerrigliero era riuscito a sequestrare un generale americano. L'azione è quindi clamorosa, quanto confuso e fragile è il disegno politico che la sostiene. Alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul sequestro Moro, Savasta, che gestì l'operazione Dozier, molto confusamente dirà: "(Vi era) la possibilità di propagandare un programma rivoluzionario valido per tutti i settori di classe, dall'operaio a quello extra-legale. Anche il problema della guerra, della crisi, dell'abbassamento dei costi di produzione sociale. Rispetto al movimento pacifista noi davamo questo tipo di interpretazione che era antagonista alla politica dei due blocchi. Il problema del non allineamento viene ripreso anche ne 'L'ape e il comunista' e questa politica ci interessava. Sono sempre due facce: il movimento pacifista ha con sé il pacifismo, cioè qualcosa da abbattere, perché si va verso la guerra civile, però ha con sé anche questi termini politici, per cui è giusto riallacciarsi per poi svilupparli all'interno del programma rivoluzionario" (129). Lo stesso Savasta aggiungerà poi: "Due coniugi romani (Luigi Scricciolo e Paola Elia) ci dissero che i paesi dell'Est erano interessati alla vicenda Dozier e volevano un incontro con noi per aiutarci con l'invio di armi e soldi. A noi facevano comodo, ma non eravamo disposti a cedere la gestione del sequestro. La Bulgaria puntava alla destabilizzazione dell'Italia" (130). Di fatto i brigatisti tennero prigioniero il generale per sei settimane senza fare nulla, dopo un primo breve interrogatorio, l'invio di una sua foto e amcuni comunicati. Altre iniziative falliscono (come il tentativo di sequestrare a Roma il dirigente della DIGOS Nicola Simone, che rimane ferito) o sono puramente velleitarie (come il progetto di Senzani di colpire con un missile la sede della CD, mentre si teneva una riunione del consiglio nazionale). Un disegno così approssimativo in una organizzazione residuale sostanzialmente fragile riceve dall'apparato istituzionale di sicurezza finalmente una risposta adeguata. In realtà la paradossalità della situazione che nel tempo era venuta a determinarsi è stigmatizzata da una fonte autorevole quanto insospettabile: il Presidente degli USA Reagan, che espresse personalmente la sua indignazione per il fatto che, in un paese alleato, "quattro straccioni vagabondi" (questa la traduzione delle sue parole) potessero impunemente rapire un generale degli Stati Uniti. E' una stigmatizzazione che sottende un implicito giudizio, che la Commissione condivide e fa proprio, in ordine alla intrinseca debolezza di un fenomeno aggressivo che ben prima poteva essere ridotto a termini minimali, evitando al Paese l'elevato prezzo di sangue che invece ha pagato; solo che la risposta repressiva avesse avuto il carattere deciso che nel caso si innescò per effetto di un così autorevole impulso. L'ostaggio venne liberato senza spargimento di sangue e con modalità di tale semplicità, almeno secondo la versioe ufficiale, da essere definite apparentemente incredibili. Vero è che oltre a tale versione ufficiale esistono numerose altre versioni in ordine alle effettive modalità di liberazione del generale americano, tutte però prive di adeguati riscontri. Sul punto peraltro vi è una conclusione che alla Commissione appare ineludibile: quali che siano state le modalità con cui si giunge alla liberazione di Dozier, quest'ultima dimostra, con l'evidenza dei fatti come falsa fosse l'alternativa tra le linee di sterile fermezza seguita nell'affaire Moro e la opaca e per più profili illecita trattativa che portò alla liberazione di Cirillo. E cioè una linea - che nel caso Dozier fu utilmente seguita - che accompagnava al rifiuto della trattativa una risposta operativa utile all'individuazione del luogo di prigionia e alla liberazione dell'os taggio senza spargimento di sangue. E' comunque certo che, dopo il rapimento Dozier, il terrorismo viene sradicato con una risposta finalmente piena e decisa: in pochi mesi oltre un migliaio di arresti smantellano ciò che rimane dell'organizzazione brigatista. Ulteriori eventi sanguinosi degli anni successivi sono quindi i colpi di coda dei superstiti del partito armato che con il linguaggio tipico degli sconfitti vicini (ma non ancora giunti) alla resa, negano la realtà della disfatta, attribuendole il carattere di una "ritirata strategica". Il gruppo che ucciderà Ezio Tarantelli il 27 marzo 1985 dirà, infatti, in un comunicato: "Lanciando, all'indomani della liberazione del criminale Dozier, la parola d'ordine della ritirata strategica, la nostra organizzazione aveva ben presenti tutti i pericoli di aprire, in presenza di una controffensiva dello Stato senza precedenti, lo spazio sia all'opportunismo, sia all'avventurismo".

12. Possono quindi trarsi finali conclusioni valutative a valle di un excursus che ha ripercorso solo per sommi capi l'evoluzione dell'eversione di sinistra nell'arco di circa un quindicennio. Si è già osservato come nel tempo da più parti ed anche autorevolmente sia stata avanzata l'ipotesi che alle spalle delle BR e degli altri gruppi eversivi potesse esservi in Italia o all'estero un Grande Vecchio e cioè una unica centrale di direzione e controllo. E si è già osservato come lo stato attuale delle acquisizioni non consenta alla Commissione di ritenere fondata una simile ipotesi. Vero è che a margine e all'interno di una storia, quella del partito armato, permangono zone opache che probabilmente con il passare degli anni potranno essere più compiutamente disvelate. Altrettanto vero è che l'ombra si addensa in particolare intorno all'episodio più grave, sotto il profilo istituzionale, di cui il partito armato fu protagonista: e cioè l'affaire Moro. Si pensi, ad esempio, ad enigmatiche figure (quale Corrado Simioni (131)) che ruotano intorno all'interno della nebulosa dell'eversione di sinistra; o ancora a momenti non pienamente chiariti delle vicende individuali di alcuni dei suoi maggiori protagonisti (132). Tuttavia si tratta di momenti che alla riflessione della Commissione appaiono comunque marginali e non tali da incidere sulla innegabile realtà del fenomeno eversivo, che innanzi si è più volte sottolineata. Assai più consistente è invece per la Commissione una diversa ipotesi che pure è stata da più parti avanzata: e cioè che le deficienze storicamente ormai certe nell'azione di contrasto da parte delle forze di sicurezza, siano state in qualche modo volute o almeno ispirate dal fine di determinare, con il permanere del fenomeno eversivo, una situazione di allarme nell'opinione pubblica con finalità deliberatamente stabilizzanti del quadro politico nazionale. E mentre le zone d'ombra, di opacità, di ambiguità di cui innanzi si è detto potrebbero trovare coerente collocazione anche in questa seconda ipotesi (ponendo in luce anche possibili rapporti di singoli membri del partito armato con servizi segreti esteri e in particolare orientali), deve comunque ritenersi certo che la stabilizzazione del quadro politico nazionale fosse obiettivo rientrante nel quadro di un più ampio disegno strategico occidentale, così come in pagine che precedo no si è potuto affermare su basi di documentale certezza. Uno dei protagonisti della risposta giudiziaria al terrorismo di sinistra, che visse quegli anni in una difficile posizione di frontiera, ha di recente osservato: "Certo è che, tra il 1976 e la metà del 1978 ci fu un vuoto. Un meccanismo che marciava smise di funzionare. O per sottovalutazione del pericolo, o per troppi contrasti, o per strumentalizzare la situazione per altri fini. Queste, è vero, sono soltanto ipotesi, l'ultima della quali mi sembra la meno probabile. Ma se contenesse un frammento di verità, è quella che bisognerebbe maggiormente chiarire. A noi magistrati mancano troppi elementi per poter tentare una risposta" (133). La Commissione non può non apprezzare la prudenza istituzionale che nutre tale riflessione. Osserva tuttavia - dal proprio angolo visuale e nell'adempimento di una funzione (quella di inchiesta parlamentare) che ha fini e regole diverse dall'accertamento giudiziario - come l'ipotesi estrema acquisti un più alto grado di probabilità per la coerenza che ha con altri tasselli del mosaico oggetto di ricostruzione. Ancora una volta, nell'ampiezza dell'angolo visuale che le è consentito dalla pluralità degli oggetti di inchiesta che le sono stati attribuiti, la Commissione rileva che ai suoi atti è acquisita la direttiva FM 30-31 B del 18 marzo 1970 di W. C. Westmoreland, generale del quartier generale dell'esercito USA, che si inserisce in precedenti direttive (FM 30-31 e FM 30-31A), tutte aventi ad oggetto studi operativi di penetrazione dei servizi USA in settori ed organi dei "Paesi amici" a fini di controinsorgenza e al dichiarato scopo di garantire nei Paesi amici "la stabilità degli stessi". Con specifico riferimento alla "eversione comunista o comunque di ispirazione comunista" la direttiva pone come fine dei servizi dell'esercito USA "particolari operazioni atte a convincere i Governi e l'opinione pubblica sulla realtà del pericolo dell'insorgenza e della necessità delle azioni per contrastarla"; cercando "di penetrare l'isorgenza mediante agenti in missioni particolari e speciali con il compito di formare gruppi di azione tra gli elementi più radicali dell'insorgenza [...] nei casi in cui l'infiltrazione di tali agenti nel gruppo guida dell'insorgenza non sia stata efficacemente attuata, si possono ottenere gli effetti summenzionati utilizzando le organizzazioni di estrema sinistra". Risulta altresì alla Commissione che indagini giudiziarie in corso, relative all'eversione di destra, stanno valorizzando i risultati di inchieste parlamentari statunitensi (Commissione Rockfeller) che avrebbero posto in luce, con riferimento al periodo '74-'77, una operation denominata chaos gestita da un gruppo omonimo "supersegreto" guidato da G. G. Angleton e R. Helm. L'operazione avrebbe avuto come obiettivo l'infiltrazione dei gruppi dissidenti americani (marxisti, pacifisti, antinucleari e hippies) allo scopo di verificare i contatti esterni. Sarebbero state ritenute illecite solo le attività svolte nei confronti di cittadini statunitensi che andavano dalle intercettazioni telefoniche ed epistolari al pedinamento, all'infiltrazione, ma sarebbe peraltro risultato che l'operazione chaos fu svolta ancje all'estero, in particolare in Europa, con l'aiuto dei rispettivi servizi collegati. Non vi è dubbio che si tratta di spunti investigativi che nel tempo potranno avere ulteri ori sviluppi chiarendo, con probabilità, anche molte delle zone d'ombra di cui innanzi si è detto, che già allo stato rendono possibile ritenere fondata almeno in termini di probabilità, l'ipotesi più grave tra quelle innanzi delineate in ordine ai limiti (oggettivamente certi) con cui gli apparati di sicurezza italiani diedero nel tempo risposta al partito armato (134).

L'ESTREMISMO DI DESTRA NELLA PRIMA META' DEGLI ANNI SETTANTA

CAPITOLO V

O.1. La storia dell'estremismo di sinistra e del partito armato è apparsa alla Commissione pienamente conoscibile e sufficientemente conosciuta; e ciò non soltanto per i profili (la contestazione studentesca, le lotte sindacale ed operaie, la vita ufficiale dei gruppi della sinistra extraparlamentare, il movimento del '77) che appartennero al piano immediatamente leggibile degli eventi, ma anche per gli aspetti che la scelta della clandestinità rese inizialmente occulti e coperti da un velo - per vero abbastanza esile - di mistero. Permangono ancora marginali ambiti di inconoscibilità, zone opache o caratterizzate da una permanente ambiguità; e tuttavia il fenomeno si presta ad una lettura non equivoca, che la Commissione ha operato. Considerazione appena diversa merita la storia della destra eversiva e cioè dell'altra grande protagonista delle tensioni sociali che hanno insanguinato per oltre quindici anni la vita del Paese. Anche per la tale diversa e opposta forma di estremismo politico può infatti ritenersi già sufficiente il grado di avanzamento degli accertamenti giudiziari, che hanno consentito di chiarire una miriade di episodi piccoli e grandi con precise attribuzioni di responsabilità individuale. Il copioso materiale acquisito dalla Commissione chiarisce altresì come tale disvelamento abbia riguardato in una prima fase episodi che sin dal loro verificarsi furono percepiti come frutto di terrorismo politico; in una seconda fase episodi che originariamente apparvero come di delinquenza ordinaria e che invece si sono rivelati connessi a vicende di criminalità politica, di cui hanno consentito una più ampia e completa lettura. Può quindi ritenersi che anche per l'eversione di destra, come per quella di sinistra, un lungo cammino, anche se più lento e faticoso, sia stato già compiuto verso l'acquisizione di una piena conoscenza del fenomeno, fondata ancora per parte notevole su apporti di appartenenti ai gruppi eversivi, la cui collaborazione peraltro ha manifestato una progressione molto più complessa e complicata di quella, pur analoga, degli appartenenti alle formazioni di sinistra. Si è in genere trattato di collaborazioni che, muovendo da riferimenti iniziali a specifici episodi, hanno in seguito avuto una maturazione molto lenta, spesso fortemente condizionata da dinamiche interne al gruppo o al movimento di appartenenza, nonché dai vincoli di amicizia che fortemente ne legavano gli aderenti, sicché la progressione delle diverse collaborazioni da un lato si è determinata in termini di reciproca influenza, dall'altro assai di rado ha raggiunto il livello di una radicale rottura con il passato e quindi di un effettivo "pentimento", dovuto vuoi ad una revisione critica della personale esperienza del collaborante, vuoi all'intento utilitaristico di avvalersi dei benefici della legislazione premiale. Tipica, come esempio, può ritenersi la figura di Vincenzo Vinciguerra, che, pure essendosi confessato esecutore materiale dell'attentato di Peteano, ha rifiutato qualsiasi beneficio derivante dalla collaborazione che ha iniziato solo dopo che la su a condanna all'ergastolo era divenuta inoppugnabile. Vinciguerra continua a definirsi un soldato politico e querela chiunque lo definisca un collaboratore di giustizia. Né si tratta di un esempio isolato. Anche Sergio Calore, ad esempio, che pure ha dato notevole contributo agli accertamenti giudiziari, ha a lungo rifiutato di considerarsi un collaboratore di giustizia, perché almeno nella fase iniziale il suo interlocutore non è stato il magistrato, né il suo obiettivo quello di ottenere i benefici previsti dalla legislazione premiale; il suo interlocutore è stata la stessa destra rivoluzionaria e il suo obiettivo quello di accreditarsi come combattente rivoluzionario, che ha lottato contro lo Stato con mezzi che riteneva legittimi perché diversi dallo stragismo e che ora chiamava gli altri ad un processo di chiarificazione che disvelasse i meccanismi e le ragioni della sconfitta.

0.2. Peraltro se può ormai parlarsi di una sufficiente ricostruzione della dinamiche dei gruppi eversivi e di destra e di sinistra (che ha consentito notevoli accertamenti di responsabilità personali per i singoli episodi), non vi è dubbio che altrettanto non può dirsi molti degli episodi più gravi che segnarono sanguinosamente la stagione eversiva e cioè gli episodi di strage. Vero è che alla riflessione della Commissione appare poco più di un luogo comune la ripetuta affermazione che sulle stragi non si conosca nulla, mentre luce piena o almeno sufficiente si sarebbe fatta su tutti gli altri settori ed episodi del terrorismo. In realtà il materiale raccolto nei vari processi per strage appare alla Commissione di notevole qualità e forza probatoria ai fini di una già credibile ricostruzione storica del periodo, anche se è innegabile che soltanto in pochi casi ha consentito di giungere ad un accertamento giudiziario definitivo di condanna e cioè alla affermazione di individuali responsabilità. Senza volere anticipare un'analisi ed un'esposizione compiuta delle ragioni per cui ciò sia avvenuto, sembra opportuno rammentare in limine che il fatto di strage indiscriminata, proprio per la sua caratterizzazione, fin dal primo momento prospetta un'intensa difficoltà di individuare la fonte di provenienza dell'attentato. E in ciò il fatto di strage si differenzia dall'atto terroristico, che anche quando non viene - come pur spesso accade - immediatamente rivendicato, presuppone sempre la possibilità di risalire con chiarezza al gruppo che l'ha commesso e che, appunto attraverso la leggibilità dell'attentato, riesce a conseguire il risultato "educativo" e di terrore finalizzato al proprio progetto politico. E' quindi coerente alla stessa natura del fenomeno che gli autori di una strage di tipo indiscriminato si pongano contestualmente l'obiettivo di evitare in qualunque maniera e ad ogni costo che la strage possa essere ricondotta al gruppo che l'ha effettivamen te commessa; anzi in genere gli autori della strage si propongono l'obiettivo di rendere attribuibile la responsabilità ad altri e cioè o a settori degli apparati che combattono o a formazioni eversive di segno politico opposto. Tutto ciò serve non solo ad individuare la specifica diversità del fatto di strage, ma anche a comprendere perché in ordine ad indagini giudiziarie su fatti di strage non si siano ancora sviluppate le collaborazioni processuali, che invece hanno caratterizzato ormai da tempo le indagini sugli altri episodi di terrorismo. Ed infatti la collaborazione processuale per un fatto di strage presuppone il riconoscimento di una responsabilità che a livello individuale appare difficilissimo sopportare. Ciò non toglie che gli apporti collaborativi che provengono dalla destra eversiva possano già oggi considerarsi sufficienti ad attestare un'attitudine di tali gruppi, persistente per tutto l'arco della loro evoluzione, a rendersi protagonisti di atti di strage, logicamente inseribili in una strategia di terrore indiscriminato. Il riferimento non è tanto alla già citata ammissione di responsabilità di Vincenzo Vinciguerra per l'attentato di Peteano, trattandosi di un episodio che può essere ancora letto come un attentato inserito nell'ambito di una strategia militare di opposizione allo Stato (in questo non diverso da molti degli attentati tipic anche del terrorismo di sinistra); e che quindi può essere rivendicato, stante anche il ridotto numero delle vittime, da chi, come Vinciguerra, non voglia abbandonare i panni del combattente rivoluzionario. Il riferimento è semmai a quegli apporti collaborativi che - sia pure in termini mai definitivamente chiariti - già consentono di ritenere riferibili in termini di certezza ai gruppi della destra eversiva attentati gravissimi, che a pieno titolo possono essere considerati "stragi mancate". Si pensi ad esempio alla collaborazione di Sergio Calore e di Paolo Aleandri che hanno fornito chiavi di lettura indispensabili per comprendere episodi di fondamentale importanza come quello dell'attentato al CSM del quale Iannilli e Mariani si sono assunti la responsabilità materiale tentando di accreditare una lettura riduttiva e fuorviante. Il 20 maggio 1979 un'auto bomba fu collocata in piazza Indipendenza, e secondo le intenzioni di alcuni degli autori dell'attentato sarebbe dovuta esplodere di notte, quando probabilmente vi sarebbero stati danni soltanto agli edifici e forse qualche morto; e il cui timer invece da altri coautori dell'attentato fu regolato per l'ora in cui la piazza Indi pendenza si sarebbe concentrato un raduno nazionale degli alpini. La bomba non esplose per un errore nell'innesco, ma dalle dichiarazione di Aleandri e Calore è possibile comprendere come nei gruppi della destra eversiva persisteva ancora alla fine degli anni '70 un'indiscutibile attitudine a compiere un atto dagli effetti devastanti e che, per il tipo di obiettivo scelto (il raduno nazionale degli alpini), avrebbe reso possibile l'attribuzione della strage ad un settore diverso da quello da cui proveniva. Nella medesima direzione possono essere altresì ricordati episodi più antichi come, ad esempio, gli attentati ai treni consumati nei primi anni '70 (attentati spesso attribuiti alla sinistra o che avrebbero dovuto essere attribuiti alla sinistra, nell'ambito di quel disegno depistante al quale prima si è accennato). Alcuni partecipanti a tali attentati hanno credibilmente dichiarato di aver ritenuto che le bombe dovessero essere collocate in luoghi dove il danno sarebbe stato limitato (ad esempio in una toilette). In realtà in molti casi, contrariamente agli accordi, le bombe vennero collocate in scompartimenti e in alcuni casi ne era prevista l'esplosione in luoghi o punti (in galleria), che avrebbero determinato danni molto più gravi rispetto al progetto originariamente condiviso. Specifico è il riferimento all'episodio avvenuto il 7 aprile 1973 in cui un personaggio come Nico Azzi (un estremista di destra appartenente al gruppo milanese "La Fenice" diretto da Giancarlo Rognoni, che aveva come punto di riferimento ideale Pino Rauti e stretti contatti con il Circolo Drieu La Rochelle di Tivoli cui apparteneva il già citato Sergio Calore), venne gravemente ferito dall'esplosione anticipata di un ordigno che stava collocando sul treno Torino-Roma. Perizie giudiziarie hanno accertato che se l'esplosione fosse avvenuta effettivamente nel luogo programmato avrebbe causato una strage tra i passeggeri. Azzi aveva con sé del materiale (giornali e documenti) che avrebbe portato ad attribuire la strage all'estrema sinistra. La gravità e le finalità dell'episodio furono già pienamente valutate ed intuite in sede del primo esame giudiziario della vicenda. Scriveva infatti il G.I. di Genova: "La prospettiva d'azione era quella di creare uno stato di tensione nel Paese: e a ciò sarebbe riuscito in maniera egregia l'eccidio ferroviario che, falsamente attribuito all'opposta fazione secondo una raffinata tecnica di lotta ormai collaudata dalla storia, avrebbe sconvolto l'opinione pubblica e cagionato universale esecrazione in una intensità proporzionale all'entità del delitto senza precedenti". Sono tutti episodi che considerati nell'insieme consentono di ritenere fondata su elementi di certezza la valutazione di un'attitudine stragista dei gruppi della destra eversiva. Si trattava ovviamente non di un'attitudine generalizzata, perché gli episodi rammentati attestano una contraddizione interna ai gruppi medesimi, dove evidentemente non tutti accettavano fino in fondo il ricorso alla strage indiscriminata come mezzo di lotta. E' anche evidente come una conclusione di tal tipo sia del tutto insufficiente a fondare un'automatica attribuzione alla destra eversiva delle responsabilità delle grandi stragi insolute, che segnarono tragicamente la vita del Paese nella prima metà degli anni '70. La stessa conclusione infatti è sufficiente soltanto ad escludere che possa essere attribuita ad un aprioristico ed indiscriminato teorema la circostanza che indagini e investigazioni sulle stragi insolute si siano prevalentemente e reiteratamente orientate in direzione della destra eversiva.

0.3. Un'ulteriore notazione appare peraltro alla Commissione dovuta in limine e cioè prima di accingersi ad una riassuntiva ricostruzione del sorgere e dello svilupparsi dei principali gruppi della destra eversiva: il richiamo a quanto in pagine che precedono si è scritto sul complessivo quadro caratterizzante la seconda metà degli anni '60 e cioè il periodo immediatamente anteriore al quindicennio terribile (1969-1984) che la Commissione fa oggetto della sua analisi specifica. Per rammentare come le strette connessioni tra destra eversiva e settori degli apparati istituzionali dello Stato, in particolare degli apparati militari e di sicurezza, costituisca un dato storico ormai universalmente riconosciuto sulla base di documentali certezze. Basti a mero titolo di esempio ricordare la partecipazione al convegno dell'Istituto Pollio, e cioè ad un convegno organizzato dai vertici delle istituzioni militari, di noti partecipanti della destra eversiva come Giannettini, Rau ti e Delle Chiaie. Come si vedrà tali connessioni accompagnarono, anche se con intensità decrescente, l'intera storia della eversione di destra. Ed è un fenomeno che ha contribuito a determinare una progressione delle collaborazioni, ben più lenta rispetto a quella che ha caratterizzato gli apporti collaborativi di appartenenti alle formazioni eversive di sinistra. Ed infatti la passata esperienza di ambiguo rapporto con l'apparato istituzionale, ha spesso portato l'appartenente al gruppo eversivo di destra, che andava maturando l'idea di collaborare con la giustizia, a non fidarsi delle persone che aveva di fronte, a non ritenere cioè che il suo interlocutore rappresentasse effettivamente lo Stato, perché aveva conosciuto l'istituzione sotto forma diversa, aveva cioè conoscenza di meccanismi attraverso i quali il suo interlocutore poteva improvvisamente divenire non più credibile, non più affidabile, sì da porre in dubbio che la sorte del collaborante potesse essere effettivamente quella che gli veniva prospettata dal magistrato o dal funzionario proponente la collaborazione. Malgrado tali limiti specifici degli apporti collaborativi, la storia dei principali gruppi della destra eversiva è stata ormai oggetto di una compiuta lettura in sede e giudiziaria e storiografica; con risultati di cui la Commissione è tenuta a prendere atto.

1. Fino alla metà degli anni '70 lo scenario delle organizzazioni dell'estrema destra è denominato da Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale (135); sigle minori in ambito studentesco ed universitario sono comunque riconducibili ad esponenti che si muovono nelle file dell'una o dell'altra organizzazione o ad articolazioni delle stesse organizzazioni che tendono ad essere presenti nelle diverse realtà con sigle autonome (come il F.A.S., Fronte di Azione Studentesca, con cui Ordine Nuovo organizza la sua Úquot;penetrazione tra i giovani, poiché la rivoluzione la fanno i giovani... salvo ovviamente le poche eccezioni tra noi rappresentateÚquot; o come Caravella e Lotta di Popolo, in cui è forte la presenza di appartenenti ad AN). Tra le due formazioni non vi sono discriminanti ideologiche nette, ma solo una diversità di atteggiamento. I due movimenti occupano spazi politici ben determinati e sono complementari, l'uno (O.N.) privi legiando il momento strategico, costruendo così il discorso teorico della rivoluzione per i tempi lunghi, per le generazioni avvenire, l'altro (AN) esaltando nella sua azione il momento tattico e quindi immediato (136). Le comuni radici ideologiche, che risalgono alla tradizione storica del fascismo rivoluzionario e della Repubblica Sociale Italiana, si alimentano dell'analisi e della critica che di quelle esperienze viene fatta da Julius Evola. La concezione dello Stato e quella della missione delle avanguardie politiche da lui elaborate costituiscono l'humus di cui si nutrono le posizioni di entrambe le formazioni e che, al di là del processo più volte tentato di vera e propria fusione, hanno determinato nel tempo fenomeni di osmosi tra i militanti dell'una e dell'altra; e che quindi rendono la distinzione innanzi delineata sostanzialmente tendenziale.

2. Ordine Nuovo nasce nel 1956, come Centro Studi Ordine Nuovo, dopo il congresso di Milano del MSI, dal quale si scinde nel nome della continuità con gli ideali della RSI, sotto la guida di Pino Rauti che, all'interno del partito, aveva già dato vita ad una aggregazione denominata Ordine Nuovo. Promotori della scissione, insieme a Rauti, sono Graziani, Massagrande, Delle Chiaie. Dopo la morte del segretario Michelini, il nuovo segretario del M.S.I. Giorgio Almirante, che aveva guidato all'interno del partito l'opposizione interna più vicina alle posizioni degli ordinovisti scissionisti, avviò il tentativo di recupero di tutti i gruppi dissidenti. Il processo di riassorbimento arrivò a compimento nel dicembre del 1969 con il ritorno di Rauti nel MSI, che motivò tale rientro con la necessità, a fronte dei mutamenti in atto nella situazione politica nazionale, di procedere a "una revisione globale della sua posizione nel quadro delle contingenze globa li che indicano, senza alcun dubbio, una possibilità di rottura degli equilibri, di estrema pericolosità... Ne consegue che è necessità vitale per la vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo inserirsi dalla finestra nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta, per poter usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il parlamento, con tutte le possibili voci propagandistiche che ne derivano... Necessità contingente dunque, assoluta e drammatica...". Alla posizione di Rauti si contrappone quella di Graziani, Massagrande, Saccucci Tedeschi, Besutti ed altri, che rifiutano di rientrare nei ranghi del MSI per la costituzione di un "movimento rivoluzionario al di fuori degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e strutturata secondo criteri propri delle minoranze rivoluzionarie", che assume il nome di Movimento Politico Ordine Nuovo. Il movimento, che si autodefinisce come l'unico movimento politico fautore di una strategia globale nazional-rivoluzionaria, si dà una prima organizzazione provvisoria nel corso di una riunione del 21 dicembre 1969 e una organizzazione più complessa dopo il I congresso tenutosi a Lucca nell'ottobre del 1970, comunicata agli aderenti con il Notiziario Riservato del 5 novembre 1970. L'attività ed il progetto politico del movimento vennero all'attenzione dell'autorità giudiziaria, dopo che gli aderenti si erano resi protagonisti di più di quaranta episodi di aggressione e avevano giocato un ruolo significativo nei disordini di Reggio Calabria del 1970, quando nel giugno 1973, Ordine Nuovo formò oggetto di un dettagliato rapporto della Questura di Roma. Quel rapporto e gli atti che ne scaturirono portarono i quadri dirigenti del movimento prima a giudizio avanti al Tribunale di Roma per il reato di ricostituzione del partito fascista e, dopo la condanna del 21 novembre 1973 (137), al decreto di scioglimento dell'organizzazione, del 23 novembre successivo. L'ipotesi accusatoria ha vincolato l'accertamento del Tribunale alla verifica della corrispondenza tra il progetto, i fini e l'organizzazione del movimento e quelli propri del fascismo. Gli elementi che col tempo sono emersi consentono oggi di dire che già all'epoca erano stati consumati fatti delittuos i di maggiore gravità e relativi a impotesi associative di diverso rilievo, che solo molto tempo dopo sarebbe stato possibile ricondurre nell'ambito dell'organizzazione. Pur con tali limiti, gli atti di quel processo e la sentenza che lo concluse costituisvono un punto di partenza ineliminabile per comprendere sia gli ulteriori sviluppi del movimento che i meccanismi delle dinamiche interne alla destra radicale. Ordine Nuovo risultava già caratterizzato come un movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato, con una direzione politica centralizzata, orientato a muoversi in gruppi di pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta di mobilitare un'area di simpatizzanti, ispirato ad una concezione elitaria e mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in assoluta contrapposizione con la democrazia parlamentare e l'organizzazione del consenso attraverso i partiti, ma almeno in parte non antistituzionael (138). Il movimento è infatti caratterizzato da una "concezione antidemocratica, antisocialista, aristocratica ed eroica della vita", ma la stessa matrice evoliana gli conferisce un ruolo non antagonista rispetto allo Stato; anzi, come è stato osservato, la possibilità di utilizzare il "movimento nazionale" in funzione antisovversiva di difesa dello Stato è una costante, almeno nella prima fase, del pensiero di Evola: per difendere lo Stato ormai ostaggio delle masse organizzate, capaci in ogni momento di paralizzarne la vita, occorreva creare "una rete capillare intesa a fornire prontamente elementi di impiego per fronteggiare dovunque... l'emergenza", avendo come fine "anzitutto e prima di tutto la difesa contro la piazza dello Stato e dell'autorità dello Stato (persino quando esso è uno "Stato vuoto") e non la loro negazione" (139). In tale prospettiva il movimento nazionale doveva individuare, all'interno dello Stato, qu ei "corpi sani" cui era possibile far riferimento, come i paracadutisti, la polizia, i carabinieri. Tale originaria impostazione favorirà, fin dall'inizio, il contatto con quei settori dell'arma dei carabinieri e dei servizi di informazione che all'interno e contro le istituzioni si muovevano per condizionare la situazione politica in chiave autoritaria. Il tratto distintivo più significativo, dal punto di vista della risposta delle istituzioni, tra l'azione di contrasto all'estremismo di destra e a quello di sinistra, è proprio la sintonia tra i disegni degli eversori e quelli di una parte degli apparati che li avrebbero dovuti combattere ed ha radici profonde e risalenti nel tempo, che poco hanno a che fare con la episodica strumentalizzazione del singolo fatto. Ciò ha contribuito in modo determinante a rendere impervio e a volte impossibile il compito degli inquirenti che solo assai faticosamente e a distanza di anni hanno potuto ricostruire ormai con sufficiente chiarezza i tratti significativi dei percorsi eversivi.

3. Avanguardia Nazionale fu fondata nel 1960 da Delle Chiaie, che si allontana con questo da O.N., della cui separazione dal MSI era stato sostenitore. Nel 1965 A.N. si sciolse e gli aderenti, pur non rompendo i collegamenti tra loro, parteciparono sotto altre sigle all'esperienza politica della destra radicale non dissimilmente da quanto faceva ON. Fu poi ricostituita nel 1970, in concomitanza con il processo di parziale riassorbimento di O.N. nel MSI. Animata da una pari ostilità nei confronti dei regimi comunisti e dello stato liberal-democratico, A.N. propugna l'idea di una rivoluzione europea per ripristinare le naturali differenze tra gli uomini e dar vita alla formazione di una élite rivoluzionaria che funga da avanguardia, organizzata in piccoli gruppi o in nuclei qualificati che nell'azione concretizzano la fusione tra ideale e sua realizzazione. Il movimento teorizza l'ipotesi golpista classica, richiamandosi, come O.N., al fascismo storico e alla RSI, ma ricollegandosi all'espe rienza allora attuale dei regimi militari in Europa e America Latina. Si prefigge inoltre lo scopo di determinare "una definitiva divisione verticale nelle forze politiche in due fronti contrapposti: il demo-marxista e il nazionale rivoluzionaria". L'esasperazione del clima di tensione è strumentale a tale disegno e può essere raggiunta sia attraverso lo scontro con l'avversario che attraverso azioni di provocazione non riconducibili alla loro reale matrice. Funzionale a tale disegno è anche e soprattutto il mantenimento di contatti con gli apparati che, una volta determinata una lacerazione del tessuto del potere, sono destinati ad intervenire per ripristinare l'ordine. Anche A.N., sulla base della stessa attività di poliziagiudiziaria che aveva portato al rapporto contro O.N., fu, attraverso i suoi maggiori esponenti, sottoposta a procedimento per ricostituzione del partito fascista e, sebbene in tempi più lunghi e con condanne più miti, si pervenne prima alla condanna, nel 1976, quindi allo sciogliemento dell'organizzazione (140). Fonti che furono rese disponibili solo molto tempo dopo la conclusione di quel processo (141) riferiscono dettagliatamente dell'esistenza all'interno di A.N. di due livelli: un livello "ufficiale", destinato allo svolgimento delle attività pubbliche e legali, e una struttura "secondaria" che costituiva un vero e proprio apparato clandestino. Di tale seconda struttura, secondo una metodologia assai raffinata, facevano parte i militanti dotati di capacità organizzative più adatte al lavoro clandestino, scelti fra coloro che non erano noti alla polizia ed ai carabineiri per la loro attività politica pubblica e fra quanti avevano finto di abbandonare l'attività politica. Il lavoro di tale struttura, dedita ad attività terroristiche, era regolato da norme assai precise tra cui la conoscenza limitata ad un numero ristretto di altri membri dell'apparato e la non conoscenza di chi avesse compiuto una certa "azione" se appartenente a un'altra &qu ot;cellula". Chi apparteneva alla struttura "secondaria" doveva godere della piane fiducia del vertice e collaborare al "filtraggio" dei militanti. Nel frattempo la condanna degli ordinovisti e lo scioglimento dell'organizzazione O.N. aveva colpito l'ambiente della destra eversiva nel quale si faceva affidamento su una risposta più impacciata da parte dell'ordinamento e aveva determinato uno sbandamento nelle file ordinoviste, ma al tempo stesso costituì una sorta di trauma unificante richiamando attorno all'organizzazione colpita la solidarietà delle altre formazioni e quella di A.N. in particolare (142).

4. La risposta allo scioglimento di Ordine Nuovo (143) è costituita dal tentativo di riunificazione tra O.N. e A.N. che viene lungamente preparata con contatti tra gli ordinovisti in Italia e voluta fortemente da Stefano Delle Chiaie e che fu sancita in una riunione svoltasi ad Albano nel 1975. Alla presenza degli stati maggiori dell'eversione e di diversi latitanti (come Delle Chiaie e Concutelli) rientrati clandestinamente, fu dato corpo alla struttura riunita, che, utilizzando quale schermo la sigla ancora legale di A.N., non doveva essere la somma delle due strutture, ma la risultante della loro fusione, riconoscendo zona per zona la leadership all'organizzazione localmente più rappresentativa. L'organizzazione riunita doveva avere un suo organigramma e mettere in comune le armi, le strutture logistiche e il piano d'azione attorno ad una strategia che sanziona un radicale cambiamento di atteggiamento. Delle Chiaie, secondo quanto poi appreso dall'autorità giudiziaria, avrebbe e sordito senza mezzi termini annunciando che: "noi siamo qui non per fare stupidaggini come seguire linee politiche o fare giornali, noi siamo qui per prenderci il potere" secondo una linea d'azione così sintetizzata da Calore: "arrivare ad ottenere la disarticolazione del potere colpendo le cinghie di trasmissione del potere statale". Come si vede il baricentro si sposta verso una scelta spiccatamente antisistemica. L'indicazione data in quella sede da Delle Chiaie proclamando che "Occorsio era un nemico da abbattere" fornisce una tragica esemplificazione del nuovo atteggiamento, ed avrà l'anno successivo puntuale esecuzione per mano dell'ordinovista Concutelli. Ad avviso della Commissione il processo di riunificazione appare estremamente significativo per comprendere lo sviluppo della strategia della destra eversiva nel suo complesso. Esso non ha potuto avere in sede processuale - per ragioni necessariamente legate ai limiti e agli obiettivi di ogni vicenda giudiziaria - una adeguata valorizzazione ricostruttiva, rimanendo schiacciato tra le valutazioni in punto di diritto sugli elementi della fattispecie associativa e i vincoli derivanti dal principio del ne bis in idem. Tuttavia si può storicamente affermare che la riunificazione si pone come passaggio tattico di una strategia che vede intrecciarsi i percorsi degli ordinovisti e degli avanguardisti. Il delitto Occorsio, già ricordato, il sequestro Mariano, l'attentato a Leighton, si inseriscono in tale contesto. L'arresto degli appartenenti alle due organizzazioni (Tilgher, Vinciguerra, Crescenzi, Di Luia, tutti di A.N. e Gubbini di O.N.) nell'appartamento di via Sartorio in Roma nel dicembre del 19 75, fornisce, insieme al rinvenimento dell'organigramma della struttura unificata e di copioso materiale documentale (144), tra cui documenti ideologici di pugno di Concutelli e di Delle Chiaie, la dimostrazione evidente dell'avvenuta fusione.

5.0. Come si è avuto modo di sottolineare all'inizio del presente capitolo, le nuove acquisizioni processuali offrono elementi di conoscenza che concorrono a rendere intellegibile il contesto generale in cui si è iscritta la strategia della tensione. Il materiale reso disponibile alla Commissione da recenti inchieste - ancorché non formi ancora oggetto di giudicato penale e richieda ulteriori verifiche giudiziarie - appare sufficientemente idoneo a consentire la formulazione del giudizio storico-politico che la Commissione è chiamata ad esprimere circa il grado e l'effettività dell'azione di contrasto che le istituzioni dispiegarono per arginare il fenomeno dell'eversione e dello stragismo; e tutto ciò anche a prescindere dalla concreta possibilità che le autorità giudiziarie pervengano all'accertamento di responsabilità individuali. Le più recenti acquisizioni processuali chiariscono con maggiore evidenza come il tentativo di riunificazione tra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale sia nato nel contesto di uno scambio di antica data tra le due formazioni, ma soprattutto collocano organicamente entrambe le formazioni nel disegno di destabilizzazione, o meglio di "stabilizzazione" in senso autoritario del sistema, che si esprime con i progetti golpisti e con la strategia della tensione. Dopo la prima stagione dei processi per ricostituzione del partito fascista e le condanne dei vertici delle due organizzazioni, si è già ricordata la fase nella quale aderenti di O.N. ed A.N. riportarono condanne per reati associativi e per episodi specifici che, al momento del loro accadimento, non erano stati ricondotti alle predette organizzazioni. Ma le novità di maggior rilievo per quanto concerne i profili di interesse e la competenza della Commissione vengono da procedimenti in corso a Bologna (processo Italicus bis) e a Milano (che dall'attività del gruppo La Fenice risalgono fino alla strage di piazza Fontana). Le ricostruzioni istruttorie hanno confermato un disegno che nelle grandi linee era già tracciato, e cioè quello di una sostanziale contiguità tra O.N. e AN, ma soprattutto della stabilità dei rapporti di entrambe con settori dei servizi di informazione e alcuni apparati militari, di un loro coinvolgimento già dalla fine degli anni '60 (a livello operativo, cioè concretizzatosi attraverso fatti delittuosi) nei progetti golpisti succedutisi fino al 1974. Tali ricostruzioni hanno anche introdotto elementi di novità che qualitativamente mutano il quadro precedente. In particolare, l'inserimento a pieno titolo di O.N. nelle strutture dei Nuclei di Difesa dello Stato (145), che sembrerebbe potersi affermare sulla base delle risultanze degli accertamenti milanesi - induce a riconsiderare la qualificazione dell'attività del gruppo mentre lo stesso numero degli episodi di copertura e depistaggio accertati aggrava la qualità di un collegamento con ambienti interni alle istituzioni che già nelle istruttorie precedenti era risultato evidente. Benché la serietà e lo scrupolo delle istruttorie consentano di attribuire ad essi un grado di attendibilità elevato, è comunque doveroso precisare che si tratta di accertamenti limitati alla fase istruttoria e che la Commissione ha potuto prendere in esame solo i documenti conclusivi di tale fase (l'ordinanza del g.i. Grassi e la prima ordinanza del G.I. Salvini) e non, direttamente, tutti gli atti del procedimento. L'esito della ulteriore verifica di ogni singolo episodio non appare comunque passibile, nel complesso delle risultanze, di depotenziare il quadro emergente dagli atti. Nei paragrafi che seguono, la Commissione ritiene di dover dar conto, in forma sintetica, di alcune delle indicazioni ricavabili dalle due sentenze-ordinanze testé ricordate. Tali indicazioni riguardano:

a) i contatti tra A.N., il Sid e l'Ufficio affari riservati del Ministero dell'interno,

b) i rapporti tra O.N., il Sid e ufficiali dell'Esercito,

c) le coperture fornite dal Servizio e le fonti (interne alle strutture eversive) mai utilizzate per un'azione di contrasto,

d) le attivià di provocazione e/o i delitti commessi dalla destra eversiva o dal Servizio, da attribuire alla sinistra.

5.1. I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi di informazione, prima con l'Ufficio affari riservati, poi con il SID, hanno origini risalenti ai primi anni 60, quando l'area di A.N., tramite il giornalista Mario Tedeschi, fu coinvolta dall'Ufficio affari riservati del Ministero dell'interno nell'attività di affissione dei "manifesti cinesi", una campagna di attacco al partito comunista apparentemente proveniente dalla sua sinistra (146). Tale attività du ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la ricondusse ad una iniziativa dell'Ufficio affari riservati, condivisa tatticamente da A.N. come valida manifestazione di "guerra psicologica" nei confronti del partito comunista. A prova della "copertura" fornita all'operazione da parte delle forze dell'ordine, secondo quanto riferisce Vinciguerra, Delle Chiaie (147) avrebbe appreso da un funzionario della Questura che la immediata liberazione di alcuni avanguardisti fermati durante l'affissione dei manifesti e ra stata frutto di un preciso intervento in tal senso. Nell'operazione fu coinvolta AN a livello nazionale e non soltanto a Roma. La collaborazione tra A.N. e l'Ufficio affari riservati è riferita poi dal capitano Labruna, che dice di averla appresa da Giannettini e da Guido Paglia. Tale circostanza trova conferma nelle dichiarazioni di Giannettini e nella nota relazione su "attività di Avanguardia nazionale e gruppi collegati" consegnata da Guido Paglia al Sid e non trasmessa all'autorità giudiziaria (148). La relazione fu invece utilizzata, secondo Vinciguerra (149), proprio come prova di affidabilità del servizio nei confronti di Delle Chiaie, con il quale Labruna si incontrò in Spagna poco dopo la ricezione della nota. Labruna faceva così sapere a Delle Chiaie che il Sid sapeva che il coinvolgimento di A.N. nel golpe Borghese era passato proprio attraverso la struttura di intelligence del Ministero dell'interno, ma teneva la cosa segreta. I contatti istituzionali di Delle Chiaie all'estero non furono peraltro occasionali, come dimostrano altresì gli incontri di questo con Labruna e con lo stesso Federico Umberto D'Amato (150).

5.2. Numerosi sono i riferimenti a contatti tra O.N. e ambienti informativi e militari; tali contatti devono collocarsi nel quadro della mobilitazione della destra eversiva al servizio dei progetti di detsabilizzazione cui facevano riferimento le dichiarazioni di Spiazzi e di Vinciguerra già negli anni '80 e che ora sono andate delineando un quadro sempre più completo. A tal riguardo appaiono significative le dichiarazioni di Graziano Gubbini, ordinovista perugino che tra il 1971 ed il 1972 si era trasferito in Veneto ed era entrato nelle formazioni ordinoviste locali. (151) Questi riferisce di incontri con militari e di una riunione nella caserma di Montorio, cui Guubini partecipò come rappresentante del centro Italia unitamente ad un rappresentante per il sud e per il nord per "dar vita ad una struutura di civili di ispirazione ordinovista che, in collegamento con ambienti militari, avrebbe dovuto organizzarsi con basi, armi ecc.. con finalità anticomuniste"..."L'operazione venne denominata "Operazione Patria" e prevedeva la costituzione di una struttura organizzata inmodo analogo al F.N.L., con a disposizione basi, armi ed il nostro addestramento. Avremmo avuto a nostra disposizione per il nostro addestramento delle basi militari cioè la creazione di una struttura mista di militari e civili che avrebbe potuto avvvalersi dei supporti logistici e addestrativi dell'esercito"; L'operazione si sarebbe arenata per la resistenza degli ordinovisti del centro e del sud alla consegna dell'elenco completo dei militanti dell'organizzazione. Anche il gruppo perugino di O.N. risulta aver avuto contatti con il servizio di informazione tramite Maurizio Bistocchi e Luciano Bertazzoni (indicato agli atti del servizio come fonte CAPE), contatti non negati dagliinteressati i quali tuttavia cercano di sminuirne la portata, ma collocati invece da Graziano Gubbini in un contesto ben più articolato: "Effettivamente mi risulta che il Bistocchi venne contattato da un ufficiale dei carabinieri e sia lui che il Bertazzoni mantennero contatti con questa persona. Io stesso fui avvicinato, precedentemente, da un sedicente ufficiale dei carabinieri che mi propose di collaborare organicamente nell'ambito di una struttura anticomunista. Questa persona mi disse che avremmo avuto a disposizione armi e quant'altro fosse servito...." (152) Per quanto riguarda poi i rapporti con ufficiali dell'esercito per il procacciamento di esplosivi ed altro analogo materiale, occorrerà ricordare quanto emerge dal documento Azzi (153) sulla possibilità, confermata da più fonti, di prelevare materiale proveniente dalle caserme di Pisa e di LIvorno e sulla messa a disposizione di esplosivo da parte del colonnello Santoro, che a tal fine era in stretto contatto con l'industriale Magni.

5.3 Parallelamente alla rete di connessioni e di contatti, si sviluppa anche una intensa attività di copertura da parte dei servizi in favore degli estremisti di destra. Il quadro che i più recenti accertamenti hanno riassunto riprendendo le fila di precedenti istruttorie e approfondito con nuove acquisizioni, sgombra il campo dall'equivoco nel quale si incorre allorchè si affronta il tema della responsabilità dei servizi stessi, fino a svuotare di contenuto poitico la inadeguata risposta dello Stato alle minacce terroristiche, stragiste e golpiste. L'equivoco riguarda la asserita, congenita incapacità e la cronica disorganizzazione di tali apparati di sicurezza. I servizi di informazione in realtà disponevano di notizie, di elementi di valutazione, di stabili fonti di informazione e di capacità professionali per la loro valorizzazione che li avrebbero messi in condizione di dare un aiuto determinante all'autorità giudiziaria e alla polizia giudiz iaria se solo questo fosse stato il reale intendimento con cui l'attività di servizio veniva svolta e non piuttosto la sua strumentalità a disegni e progetti politici che, peraltro, sembra non avessero nelle sedi istituzionali la loro fucina di elaborazione. E' chiaro che, al riguardo, in nessun momento tale giudizio drastico può colpire i servizi nella loro totalità e che, sempre, vi sono stati tra le loro fila funzionari leali e di piena affidabilità democratica; tuttavia l'ormai consolidato riferimento ai "settori deviati dei servizi" diventa fuorviante quando venga riferito ad epoche e situazioni in cui alle deviazioni hanno partecipato i massimi vertici degli stessi o i responsabili di settori determinanti. Le coperture per l'espatrio di Giannettini e di Pozzan, le falsità dibattimentali suggerite a Lubruna, le risposte evasive provenienti dai massimi vertici dello stato, le produzioni documentali monche e ed elusive fornite frequentemente alle più diverse autorità giudiziarie da parte dei servizi appartengono ormai alla consolidata conoscenza collettiva; ma molti altri episodi posono essere ricordati. Il servizio di informazione militare ha costantemente disposto di informatori e di infiltrati nei gruppi ordinovisti ed in avanguardia nazionale. La fonte "Tritone", interna a O.N. di Padova, che non è stato possibile identificare per il tempo trascorso, riferì tempestivamente sul contanuto di riunioni tenute poco dopo la strage di piazza della Loggia nel corso delle quali Maggi ebbe a spiegare agli intervenuti come l'attentato non dovesse costituire altro che il primo passo di ua programmata escalation di attentati che dovevano rendere ingovernabile il paese. L'istruttoria milanese ha poi portato alla luce il gravissimo episodio della chiusura, da parte del generale Maletti, della fonte Casalini (fonte "Turco" negli atti del servizio) proprio nel momento in cui questi stava per "scaricarsi la coscienza" riferendo quanto a lui noto sulle implicazioni di Freda e dei suoi negli attentati della primavera del 1969 a Milano e nella strage del dicembre successivo. Oltre alla intrinseca gravità di tale fatto, è allarmante ilmodo in cui l'intervento di Maletti fu reso possibile. Risulta infatti che i sottufficiale che tenevano i contatti con Gianni Casalini ne informarono il responsabile del centro CS di Padova, colonnello Bottallo, che non investì l'ufficio D della questione anche per timore "che le notizie contenute potessero essere distirte". Agli atti del centro CS non fu conservato alcun appunto, ma fu informata la polizia giudiziaria che procedette ad un ulteriore esame della fonte con la partecipazione di un sottufficiale (il brigadiere Fanciulli) della divisione Pastrengo di Milano, il quale riferì il contenuto del colloquio con una relazione al generale comandante la divisione, relazione che non fu mai trasmessa alla polizia giudiziaria e scomparve dagli atti della divisione, ma che fu tempestivamente seguita, secondo l'appunto trovato presso Maletti, dalla tassativa indicazione di chiudere la fonte (154). La stessa cosa era avven uta per gli accertamenti su Gelli attivati nel 1974 e bloccati perentoriamente sempre da Maletti, che ne viene trasversalmente informato dal capitano Tuminiello (anch'egli della P2) o dallo stesso Labruna tramite Viezzer, con la minaccia della restituzione all'arma terrioriale di chiunque avesse continuato a svolgere accertamenti sulpersonaggio. Anche nell'episodio della fonte Casalini scatta una catena di comando di matrice piduistica che ha una sua determinante articolazione nel gruppo di ufficiali che facevano allora capo alla divisione Pastrengo. Occorre in proposito rinviare alle circostanziate dichiarazioni rese dal generale Bozzo in più sedi giudiziarie, a Roma, Bologna, Venezia, Palermo e tenute in così scarsa considerazione dalla Corte di Assise che ha escluso la cospirazione politica per la loggia P2, e alle affremazioni fatte a suo tempo in proposito dal generale Carlo AlbertoDalla Chiesa. L'appunto rinvenuto tra le carte di Maletti si chiude con l'indicazione di conferimento del comp ito di "procedere" al capitano Del Gaudio (anch'egli piduista e di sicura affidabilità per Maletti) ottenendo così la sterilizzazione di una importante fonte investigativa. Per le sue false dichiarazioni in merito all'appunto e all'incarico avuto da Maletti il capitano Del Gaudio è già stato condannato con rito abbreviato ad un anno di reclusione dal tribunale di Venezia all'esito dell'istruttoria nata dallo stralcio di parte degli atti relativi alla strage di Peteano (155). Che i servizi fossero in possesso di altre fondamentali notizie, cui non dettero il legittimo sbocco processuale, emerge soprattutto dal documento Azzi (56). In esso si fa riferimento alla attribuibilità al gruppo La Fenice (e a Rognoni personalmente) dell'attentato alla Coop (individuato in quello avvenuto il primo marzo del 1973) e all'idea di convincere Fumagalli e l'avanguardista Di Giovanni a prendervi parte, come pure si fa riferimento al progetto, confermato da altre fonti, di far rinvenire nelle adiacenze delle villa di Giangiacomo Feltrinelli nei pressi di Casale Monferrato una cassetta di esplosivo e parte dei timers residui dalla strage di Piazza Fontana per avvalorare l'attribuibilità della strage a quell'area. La cassetta fu poi rinvenuta in una località dell'appennino ligure subito dopo il fallito attentato al treno Torino-Roma dell'aprile del 1973. Dallo stesso documento sono ricavabili indicazioni sulle responsabilità per l'attentato alla scuola Italo-Slovena dell'aprile del 1974 (ultimo degli episodi riferiti nell'appunto e l'unico verificatosi quando Azzi era già detenuto), fatto per il quale il Sid tentò una attribuizione alla sinistra, nonostante si collocasse temporalmente in una fase di estrema tensione tra la destra locale e la comunità slovena triestina. Agli atti del servizio è stato infatti ritrovato un appunto, anche questo di pugno di Maletti, nel quale egli fa riferimento ad una "fonte direttamia" che indica una matrice di sinistra per l'attentato e, riprendendo una nota pervenuta dal centro CS locale, incarica Genovesi di predisporre un appunto in tale senso per il direttore del servizio, consigliandone l'inoltro al Ministero dell'interno.

5.4 Altro tema di estrema impirtanza è quello dell'opera di inquinamento e di ostacolo svolta dai gruppi eversivi e da settori dei servizi per pilotare politicamente gli avvenimenti di quegli anni determinando un deterioramento della situazione dell'ordine pubblico così da alimetare una reazione dell'opinione pubblica nei confronti della sinistra. Alcuni di essi sono allo stato collocabili tra i depistaggi successivi agli eventi e destinati ad impedire che venissero individuati i veri responsabili. Altri episodi invece dimostrano una volontà di precostituzione di prove a carico della opposta fazione: la strage di piazza Fontana costituisce, in quest'ambito, un capitolo a sè per la straordinaria gravità dell'evento e per la complessità delle implicazioni, la lo stesso attentato, già richiamato, in cui rimase ferito Nico Azzi doveva essere attribuito alla sinistra e, per tale ragione, era stata ostentata la copia di "Lotta continua" nella tasca dell'impermeabile dell'attentatore. Alla sinistra doveva essere attribuito anche l'attentato al treno Brennero-Roma, attentato che doveva avvenire presso Bologna e che avrebbe dovuto determinare una situazione di panico generale destinata a sfociare in una richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza nel corso della manifestazione della maggioranza sileziosa prevista per il 12 aprile (cinque giorni dopo) a Milano. Lo stesso disegno - cioè la creazione di una situazione di intollerabile allarme e la precost ituzione di una situazione favorevole ad iniziative autoritarie - proseguirà peraltro con la campagna di attentati ai treni del 1974 che avrebbe dovuto avere inizio a Silvi Marina (29 gennaio 1974) e svilupparsi in un crescendo di atti delittuosi, alcuni dei quali programmati, altri portati a termine, che doveva tragicamente raggiungere l'acme nell'attentato dell'Italicus del 4 agosto. E' emerso che anche l'attentato avvenuto nel novembre del 1971 e che provocò il danneggiamento delle mura di cinta dell'università Cattolica a Milano, doveva essere attribuito alla sinistra (157). Nell'ambito di una sofistica azione di provocazione si collocò poi l'operazione di Camerino, dettagliatamente ricostruita sia nell'ultima istruttoria di Bologna che in quella di Milano. In quella occasione furono fatti rinvenire armi ed esplosivi unitamente a moduli di documenti in bianco e materiale cifrato che ne consentissero l'attribuzione ad esponenti di sinistra, coinvolgendo così gruppi politici di diversa provenienza geografica e anche uno studente greco. L'operazione fu compiuta con materiale esplosivo fornito, secondo quanto affermato da Delle Chiaie, da Massimiliano Fachini, mentre i documenti ed il cifrario furono chiesti a Guelfo Osmani dall'allora tenente D'Ovidio che comandava il presidio territoriale dei carabinieri a Camerino. L'indicazione che fece scattare formalmente l'operazione di polizia giudiziaria partì dalla compagnia Trionfale dei Carabinieri di Roma ed in particolare dal capitano Servolini. Questi rese a tal proposito al giudice istruttore una deposizione che lo stesso magistrato ha severamente valutato ("si caratterizza per le contraddizioni e l'assoluta inattendibilità") mentre, secondo il racconto di Guelfo Osmani, sarebbe stato proprio l'ufficiale a consegnare a D'Ovidio, in presenza dello stesso Osmani, la canna di fucile poi ritrovata insieme all'esplosivo, alle bombolette di gas e all'altro materiale nell'arsenale. La matrice si "sinistra" del deposito fu raccolta e rilanciata con sospetta tempestività dal giornalista Guido Paglia, che aveva da non molto lasciato i vertici di A.N., e che, in un articolo pubblicato nella stessa data del rinvenimento, riferisce dati che la decrittazione del cifrario, operazione anch'essa di facciata, avrebbe reso disponibili agli inquirenti solo qualche giorno dopo. La vicenda vede pesantemente implicato il Servizio se è vero che tra le carte sequestrate al generale Maletti nel novembre del 1980 è stata trovata, in uno degli appunti relativi agli incontri con il direttore del se rvizio, alla data del 7 gennaio 1973, l'annotazione, accanto all'indicazione "Eversione di sin.": "Camerino (armi dx)". Ciò dimostra la consapevolezza dei vertici del servizio della operazione di provocazione che sarebbe costata l'incriminazione di alcuni esponenti dei gruppi di sinistra, prosciolti definitivamente dalla Corte di Assise di Macerata solo il 7 dicembre del 1977. Alla data dell'appunto Maletti non doveva essere soddisfatto dello sviluppo degli accertamenti giudiziari tanto che l'annotazione prosegue con una indicazione, non perfettamente comprensibile, ma dalla quale si capisce la volontà di inviare un anonimo alla Procura Generale della Repubblica di Ancona, secondo una prassi della quale le istruttorie relative alla strage di Bologna, a quella di Ustica, all'omicidio Pecorelli hanno dato non edificanti esempi. Si noti che l'operazione non nasce da una estemporanea iniziativa della periferia, ma è nota e meticolosamente sorvegliata dagli ufficiale centrali che ne controllano attentamente gli effetti pronti ad intervenire con aggiustamenti di tiro e correzioni; l'operazione obbedisce inoltre ad un principio di economicità, ponendosi allo stesso tempo più obiettivi ugualmente utili al servizio: dal coinvolgimento di dissidenti greci alla polarizzazione dell'attenzione sulla violenza e la pericolosità dei gruppi di sinistra in concomitanza con il depistaggio operato per la strage di Peteano. Osmani afferma inoltre di aver consegnato anche un rilevante numero di moduli di patenti al capitano D'Ovidio, moduli poi rinvenuti nel deposito di Camerino. I 604 documenti consegnati al capitano D'Ovidio facevano parte di uno stock di 4.700 moduli rubati al Comune di Roma il 14 maggio 1972 e da quello stesso stock proviene il modulo del falso documento intestato a Enrico Vaileti rinvenuto sulla persona di Sergio Picciafuoco a Bologna il giorno della strage. Questo particolare impone inquietanti interrogativi sui mai chiariti rapporti di Picciafuoco con i Servizi di informazione (158).

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