| L'ESTREMISMO DI SINISTRA |
0. Nella seduta del 23 ottobre 1986 la Camera dei Deputati, approvando
una proposta del deputato Zolla deliberò di istituire una Commissione
parlamentare d'inchiesta per accertare, in relazione ai risultati della lotta
al terrorismo in Italia, le ragioni che avevano impedito l'individuazione dei
responsabili delle stragi verificatesi a partire dal 1969. Si era appena
concluso il quindicennio terribile ('69-'84) che la Commissione fa oggetto
della sua considerazione di insieme e nel quale il nostro Paese aveva
conosciuto tensioni sociali estreme, tali da porre in discussione la stessa
tenuta delle istituzioni democratiche. Altissimo era stato il numero degli
attentati e degli episodi di violenza dichiaratamente ispirati da ragioni
politiche o comunque immediatamente percepiti come tali dall'opinione pubblica
ed alto il prezzo di sangue che il paese aveva pagato: nel periodo più acuto
della crisi, e cioè dal 1969 al 1980, trecentosessantadue morti e
quattromilaquattrocentonovanta feriti, di cui rispettivamente centocinquanta e
cinquecentocinquantuno attribuibili ad episodi di strage lungo l'arco che lega
l'attentato di Piazza Fontana a Milano nel dicembre del 1969 a quello della
stazione di Bologna nell'agosto del 1980 (114). La risposta dello Stato era
stata complesisvamente ferma, le istituzioni democratiche avevano tenuto, i
terrorismi di opposta matrice politica sostanzialmente disvelati e sconfitti.
Tuttavia gli autori degli episodi di strage erano rimasti impuniti; da ciò la
determinazione parlamentare di cui innanzi si è detto con la quale si è
aperta una vicenda istituzionale che la presente relazione ambirebbe
concludere, almeno allo stato delle acquisizioni attuali. Significativo appare
peraltro che già nel 1986 il Parlamento manifestava di avvertire come le
ragioni che avevano impedito l'individuazione dei responsabili delle stragi
fossero da porre in relazione ai risultati della lotta al terrorismo in
Italia, fossero cioè da individuare nei probabili limiti di una risposta
istituzionale che pure nel suo complesso doveva (e deve) ritenersi positiva.
E' un approccio che dopo un decennio appare ancora estremamente fondato e che
la Commissione ritiene di mantenere fermo nell'analizzare separatamente,
appunto dall'angolo visuale della risposta istituzionale, fenomeni che nella
realtà storiva del periodo ebbero compresenza ed ambiti di reciproca
influenza: e cioè, da un lato, l'estremismo ed il terrorismo di sinistra,
dall'altro, l'estremismo ed il terrorismo di destra. E ciò al fine di
cogliere per entrambi nella risposta istituzionale identità o differenze di
risultati e di limiti. Tutto ciò nella ribadita avvertenza che ta le
approccio analitico può apparire utile a disvelare insieme - e cioè in
termini di una coincidenza almeno parziale - le ragioni dello stragismo e le
ragioni della mancata individuazione delle relative responsabilità.
1. Sulla base di queste scelte di metodo è quindi possibile comprendere
perché, nell'ordine espositivo, appaia opportuno affrontare innanzitutto
l'analisi dell'eversione e dell'estremismo di sinistra, atteso che più
diretta ne appare la connessione con due fenomeni che determinarono la grande
tensione sociale che segnò il finire degli anni '60 e cioè la contestazione
studentesca, da un lato, la protesta operaia e sindacale, dall'altro. Sul
punto alla riflessione della Commissione due appaiono i dati che meritano di
essere prelimibarmente sottolineati. La riflessione storiografica sul partito
armato, che ampiamente utilizza le fonti derivanti dall'analisi giudiziaria
del fenomeno e dalla ormai imponente memorialistica dei principali attori di
quella fosca stagione, consente di ritenere ormai acquisito che la lotta
armata sia stata un derivato della storia della sinistra italiana, in
particolare della sinistra di ispirazione marxista, per quanto riguarda
l'ideologia, gli orientamenti, i progetti ed anche per quanto riguarda
parziali insediamenti sociali. Sul punto non sembra ormai possibile nutrire
dubbi di qualche fondatezza, giovando semmai segnalare i ritardi con cui fu
percepita la reale natura di un fenomeno che, malgrado la sua natura
clandestina, solo in parte ebbe carattere occulto nel suo svolgimento. In
realtà le motivazioni politiche e gli obiettivi che il "partito
armato" si proponeva furono resi sempre immediatamente conoscibili,
sicché è il ritardo di percezione che potrebbe oggi assumere rilievo in una
prospetti va critica, (attivando una problematica che merita di essere
risolta), una volta che appare ben difficile ricondurre quel ritardo
esclusivamente ai fenomeni di rimozione collettiva, che pure vi furono in ampi
strati della pubblica opinione politicamente orientata a sinistra.
Analogamente indubbio è che originariamente il movimento di contestazione
studentesca, che prese il nome dal "sessantotto", non aveva come
componente prevalente un progetto rivoluzionario di ispirazione marxista
mediante lo strumento della lotta armata. Il movimento ebbe in realtà basi
culturali non diverse da forme anche intense di protesta giovanile che in
ambito occidentale si erano manifestate anni prima. Ovvio è il riferimento ai
moti universitari statunitensi del 1964 e ad analoghe esperienze francesi,
tedesche e inglesi degli anni successivi. I modelli culturali iniziali, solo
latamente politici, (gli hippies, i figli dei fiori, i Beatles, la
"contestazione", come venne definita, di stili di vita
"borghesi", i primi contatti con le culture orientali, una maggiore
libertà nei rapporti familiari e sessuali) erano ben diversi da quelli che
avrebbero assunto dominanza nella radicalizzazione successiva ed esprimevano
una aspirazione intensa quanto confusa ad un modello alternativo di società,
più libera, meno stratificata e massificante. Non a caso nell'originaria
atmosfera culturale il filosofo più letto era Marcuse (e non Marx) ed
alimentava una protesta genericamente antiautoritaria, che nell'ambito
universitario investiva innanzitutto il potere accademico. Con tali caratteri
non può sorprendere che la spinta che alimentava la protesta giovanile,
mentre profondamente incise sui costumi sociali liberalizzandoli, non seppe
trovare uno sbocco politico; rapidamente quindi, almeno come movimento di
massa, sfilacciandosi ed esaurendosi. Questa fu la tendenza in altre nazioni
dell'Occidente che conobbero il fenomeno. Non così in Italia dove
l'intrecciarsi dei moti studenteschi con le tensioni sindacali ed operaie che
caratterizzarono il medesimo periodo, determinò un naturale terreno di
cultura per una radicalità politica, già propria di gruppi sorti nel periodo
precedente ma rimasti sino a quel momento sostanzialmente quiescenti e non
operativi, che furono indicati da subito come sinistra extraparlamentare per
l'assenza di un riferimento istituzionale in partiti rappresentati in
Parlamento, ma anche perché intrisi di valori di fondo non coerenti con i
principi della democrazia parlamentare. Il passaggio decisivo alla
estremizzazione dello scontro sociale e quindi alla lotta armata può
individuarsi in due eventi che segnano il tardo autunno del 1969. Il primo è
lo sciopero generale proclamato dai sindacati per il 19 novembre 1969, che
indicono a Milano un comizio al Teatro Lirico al centro della città, dove il
sovrapporsi alla protesta sindacale di un corteo organizzato da formazioni di
sinistra extraparlamentare a prevalente componente studentesca, determinò i
disordini in cui morì Antonio Annarumma. Il secondo, sempre a Milano, è la
strage di piazza Fontana di cui ampiamente ci si occuperà in pagine seguenti,
ma della quale vuol qui sottolinearsi il carattere di spartiacque, che
fortemente incide sull'esplodere della violenza successiva. Vuol dirsi cioè
che nel "partito armato", dove le due componenti studentesca e
operaista continueranno a lungo a convivere, fu percepibile almeno nella sua
fase iniziale anche una ulteriore comp onente che potrebbe definirsi latamente
"resistenziale", (si pensi, come esempio certamente non esaustivo
all'esperienza individuale di Giangiacomo Feltrinelli, che giustificava la
scelta dell'organizzazione armata e clandestina, con la necessità di
contrastare un golpe autoritario e militare ritenuto imminente); anche se va
riconosciuto che tale aspetto scemò nell'evoluzione successiva, a mano che un
disegno sempre più segnatamente rivoluzionario e quindi antidemicratico venne
a delinearsi.
2. La storia del partito armato, come si è già accennato, è ormai
nota, perché ricostruita con sufficiente compiutezza dalla indagini
giudiziarie e dalla stessa memorialistica dei suoi protagonisti. Sicché
superfluo appare ripercorrerne sia pur sinteticamente le tappe, se non al fine
di articolare intorno alle fasi della sua evoluzione, il giudizio che la
Commissione ritiene compito suo proprio in ordine all'efficacia e ai limiti
dell'azione di contrasto che al partito armato fu opposta dagli apparati
istituzionali dello Stato. In tale prospettiva, ciò che colpisce allo stato
attuale della riflessione è la sostanziale fragilità ed insieme il carattere
di relativa segretezza che denunziano nella fase della loro costituzione i
vari gruppi eversivi di sinistra, sì da fondare l'avviso meditato che una
più ferma ed accorta risposta repressiva immediata avrebbe potuto almeno
limitare l'alto prezzo di sangue che il paese pagò negli anni successivi.
2.1 Quanto alla fragilità e cioè alla ridotta capacità offensiva, sul
piano di una lotta armata, dei vari gruppi eversivi che, pur tra notevoli
diversità, costituirono nel loro insieme il "partito armato", sarà
sufficiente il richiamo ad alcuni episodi che possono dirsi esemplari. Il
primo organico tentativo fatto da una personalità di rilievo avente a
disposizione molte risorse e molti legami internazionali, l'editore
Giangiacomo Feltrinelli, si conclude tragicamente in un disastro, denunciante,
per le sue modalità, improvvisazione e velleitarismo, portando rapidamente
alla dissoluzione dei pochi nuclei che si erano costituiti. Altrettanto
evidente è la fragilità di tentativi come quello della "Barbagia
Rossa" in Sardegna o dei "Primi fuochi di guerriglia" in
Calabria. Ed ancora: il 25 gennaio 1971 otto bombe incendiarie vengono
collocate su altrettanti autotreni fermi sulla pista di Linate dello
stabilimento Pirelli, solo tre, però esplodevano, non le altre cinque perché
difettose. L'impreparazione è confessata nel volantino di rivendicazione, che
commenta: "Sbagliando si impara. La prossima volta faremo meglio".
L'11 marzo 1973, a Napoli, il militante dei N.A.P., Giuseppe Vitaliano
Principe, è ucciso dall'esplosione di un ordigno che sta preparando, mentre
rimane gravemente ferito Giuseppe Papale. Il 30 maggio dello stesso anno un
altro militante dei NAP Giuseppe Taras è ucciso dall'esplosione dell'ordigno
che sta preparando sul tetto del manicomio giudiziario di Aversa. D'altro lato
le stesse Brigate Rosse nel documento teorico del settembre 1971 devono
constatare "lo stato di impreparazione in cui si trovano le forze
rivoluzionarie di fronte alle nuove scadenze di lotta".
2.2 A tale iniziale scarsa potenzialità offensiva, che alla luce dei
fatti innanzi ricordati appare innegabile, si aggiunge la constatazione
altrettanto dovuta del carattere di relativa segretezza e di permeabilità,
che i gruppi eversivi denotano nella fase costitutiva e di operatività
iniziale. Si pensi al gruppo "22 ottobre", operativo a Genova, che
risulta essere stato infiltrato sin dall'inizio da ambigui personaggi tra
malavitosi e confidenti della polizia (Adolfo Sanguinetti, Gianfranco Astra,
Diego Vandelli). A tale gruppo è attribuibile la prima vittima della lotta
armata, il fattorino portavalori dello IACP di Genova, Alessandro Floris,
ucciso durante una rapina destinata ad autofinanziamento. Il gruppo (che
all'inizio del mese si era inserito in un programma-radio annunciando:
"Attenzione proletari, la lotta contro la dittatura borghese è
cominciata") dopo la rapina è rapidamente liquidato. Per ciò che
concerne il gruppo eversivo di maggior consistenza, e cioè le B.R., basterà
rammentare ciò che riferisce Moretti, con riguardo alla fase preliminare di
costituzione della struttura, in ordine ad una riunione che nel novembre 1969
si tenne al pensionato Stella Maris di Chiavari per iniziativa del Comitato
Politico Metropolitano di cui furono fondatori tra gli altri Renato Curcio e
Alberto Franceschini e nel quale erano confluiti Comitati Unitari di base di
alcune fabbriche (tra cui la Sit-Siemens, ove operava lo stesso Moretti) e
collettivi autonomi costituiti in varie situazioni dalla sinistra
extraparlamentare. Riferisce Moretti: "A un certo punto ci accorgiamo che
il convegno, pure indetto con una certa riservatezza, è sorvegliato da alcuni
poliziotti della squadra politica di Milano: li conoscevamo benissimo, almeno
quanto loro conoscevano noi" (115). Esemplare ancora, il modo con cui
Franceschini descrive le prime esperienze di clandestinità con riferimento
alla situazione della Pirelli; "Ci conosciamo, nome per nome. Eravamo
clandestini per modo di dire, stavamo in quella clandestinità di massa, in
quella omertà proletaria che copriva tutti i comportamenti illegali. Vanno
alla clandestinità obbligata solo quelli che stanno per essere
arrestati" (116). E' nota peraltro una deposizione del generale Dalla
Chiesa che senza dare indicazioni ulteriori ha lasciato capire che l'opera di
infiltrazione soprattutto dell'Arma dei Carabineiri nelle organizzazioni
eversive di sinistra era stata quasi permanente e sin dall'inizio. Il dato è
stato direttamente confermato alla Commissione nel corso della X legislatura
dal generale Giovanni Romeo, ex capo dell'Ufficio "D" del SID:
"Abbiamo seguito l'intera problematica del terrorismo in modo molto
attento... Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante
infiltrazioni, il reparto D lo aveva già fatto, ed è per questo che è
pervenuto a quei risultati" (il riferimento è ai due arresti di Renato
Curcio). "Se questa informazione verrà fuori, molti uomini potranno
correre pericoli" (117) (il che esclude che il riferimento fosse a nomi
noti come quelli di Girotto e Pisetta). Sono dati che ricevono conferma anche
da altre fonti indubbiamente autorevoli. Con riferimento all'infiltrazione
iniziale di Girotto ai suoi risultati positivi ma anche alla possibilità non
sfruttata di risultati ulteriori, ha scritto il generale Vincenzo Morelli che
ha ricoperto vari incarichi di comando nell'Arma dei CC e che dal 1980 al 1982
è stato comandante della I Brigata CC di Torino: "L'arresto di questi
due brigatisti era stato infatti deciso ed eseguito in modo 'frettoloso' a
causa di sopravvenute difficoltà che minacciavano, di compromettere il
confidente; così almeno sidisse allora (il corsivo è della Commissione).
Secondo alcuni esperti, tuttavia, era questo un rischio che poteva essere
corso di fronte alle inderogabili necessità di continuare le indagini: essi
suggerivano di non arrestare per il momento i due capi storici delle Brigate
Rosse ma di continuare a seguirne i movimenti attraverso quegli elementi
scaltri e di fiducia da tempo infiltrati nell'organizzazione eversiva"
(118). Appaiono quindi evidenti una serie di indici di una attività
informativa fin dall'inizio penetrante ed efficace, che lascia interdetti
dinanzi a risultati nell'attività di contrasto, che se non furono scarsi per
ciò che in seguito si dirà, non ebbero però quella rapida definitività che
lo stato delle informazioni di cui si era in possesso avrebbe potuto
consentire. Una spiegazione del fenomeno potrebbe rinvenirsi nella circostanza
che i gruppi eversivi, malgrado la loro scarsa organizzazione e la loro
relativa permeabilità, trovarono nelle tensioni sociali del periodo (la prima
metà degli anni settanta) una notevole capacità di radicamento. Il dato è
però ambivalente atteso che, con riferimento alla realta sociale e politica
in cui i gruppi venivano a radicarsi, la permeabilità ed il carattere di
relativa segretezza divenivano indubbiamente maggiori. Si pensi ad esempio a
periodici legali come "Nuova resistenza", che sorge per iniziativa
concordata dalle B.R. con Feltrinelli e nel cui primo numero poteva leggersi:
"Tutto il lavoro del nostro giornale vuol essere un contributo a
sciogliere ostacoli, presentando la pratica, le tesi e le tendenze di quei
movimenti di classe che hanno come base comune lo sviluppo della guerriglia,
come forma di lotta dominante per la liberazione della classe operaia da ogni
sfruttamento". Si pensi all'intera storia di Potere Operaio le cui
vicende, se da un lato sono intimamente legate al terrorismo diffuso di
Autonomia Operaia, dall'altro appartennero alla vita ufficiale del paese, sì
da essere state suscettibili di una piena conoscibilità contestuale al loro
svolgimento. Ha scritto riferendosi a Potere Operaio, Giorgio Bocca:
"Ogni quattro attivisti di P.O. due sono poliziotti" (119). A tanto
può aggiungersi l'indiscutibile patrimonio informativo che deve ritenersi
certamente derivato da una attività di contrasto che ha riguardato la confusa
nebulosa dell'estremismo di sinistra e che ha conosciuto anche momenti di
intensa efficacia; così negli ultimi mesi del 1971, quando hanno luogo
"operazioni setaccio" nelle aree metropolitane con centinaia di
arresti, migliaia di denuncie, sequestri di un imponente quantità di armi e
munizioni. Vuol dirsi in altri termini, che il magma protestatario in cui le
B.R. operano il loro radicamento sociale, era agevolmente conoscibile e noto,
sì da rendere più severo il giudizio in ordine all'assenza di più intensi
risultati nel contrasto al fenomeno eversivo.
3. Peraltro, sospendendo per ora il giudizio su tali aspetti almeno per
alcuni profili inquietanti, va sottolineato come anche in ragione di tale
radicamento in realtà sociali diffuse e nel loro complesso eversive, i gruppi
clandestini, pur tra ricorrenti insuccessi, (si pensi, oltre a quelli già
ricordati, al rapimento Gancia e alla sua sanguinosa conclusione nella cascina
Spiotta) ottengano anche clamorosi risultati (i rapimenti Costa e Sossi da
parte delle B.R., quello Di Gennaro ad opera dei NAP). Il successo di tali
operazioni e le dichiarazioni di alcuni sequestrati (che presentano
l'organizzazione delle BR come fortissima e in possesso di informazioni
penetranti e globali) alimentano il mito della invincibilità delle BR e
l'opinione diffusa che le stesse fossero qualcosa di diverso da ciò che erano
e che pubblicamente dichiaravano di essere incentivando quel moto collettivo
di rimozione, che già si è segnalato, nella pubblica opinione orientata a
sinistra e dando altresì fondamento all'ipotesi che alle spalle delle BR e
degli altri gruppi eversivi potesse esservi in Italia o all'estero un'unica
centrale (il mito del Grande Vecchio) di direzione e controllo. Sono ipotesi
che, per quanto autorevolmente e ripetutamente affacciate, non trovano
riscontro in una storia, quella del partito armato, che ormai può ritenersi
quasi compiutamente disvelata. Ma soprattutto giova sottolineare come il
patrimonio informativo di cui gli apparati di sicurezza erano in possesso già
all'epoca dei fatti, era già idoneo a smentire la fondatezza delle ipotesi
medesime e a fondare un'azione di contrasto ferma ed efficace. 4. D'altro
canto non vi è dubbio che un tal tipo di risposta vi sia stato; ciò che
colpisce è però il carattere altalenante di un'azione repressiva che conosce
momenti di forte intensità, inframmezzati a cali di tensione e a bruschi
ripiegamenti. Sicchè la valutazione d'insieme che la Commissione ritiene di
formulare sul punto è su un carattere di "stop and go" nella
risposta istituzionale, carattere che merita di essere investigato e nei
limiti del possibile chiarito ai fini di una sua meditata e motivata
valutazione. Ed invero può dirsi storicamente accertato che, ad onta della
presunta invincibilità delle B.R., fu ben possibile al generale Dalla Chiesa,
pochi mesi dopo il clamoroso successo dell'operazione Sossi, infiltrarne
addirittura il vertice nel giro di poche settimane (l'infiltrato è padre
Girotto detto "frate Mitra") giungendo così all'arresto di due dei
capi storici, Curcio e Franceschini, in occasione di un appuntamento al quale
sarebbe dovuto intervenire anche Moretti che riesce fortunosamente a sfuggire
alla cattura. In pochi mesi, quindi le B. R. sono decapitate, ma è disarmante
l'estrema facilità con cui un'operaziona guidata da Margherita Cagol riesce a
liberare Curcio dal carcere di Casale Monferrato. Tra il 1974 e il 1976
l'organizzazione appare comunque ridotta ai minimi termini, anche per effetto
di una pressione costante delle forze di sicerezza sul vertice delle B.R. che
culmina con il nuovo arresto di Curcio e di Nadia Mantovani, Angelo Basone,
Vincenzo Guagliardo e Silvia Rossi Marchese, nella base di via Maderno a
Milano, il 18 gennaio 1976, cui segue quello di Semeria, il 22 marzo, alla
stazione centrale, sempre a Milano. E si è già riferito in ordine alla fonte
che consente alla Commissione di ritenere che tali successi costituirono il
frutto di una attività informativa dei servizi di sicurezza operata mediante
infiltrati diversi dai noti Girotto e Pisetta. Appare quindi davvero singolare
che subito dopo sia stato possibile ai pochi brigatisti residui riorganizzare
sostanzialmente le proprie forze al fine di determinare un salto qualitativo
all'azione eversiva, la quale passa da una fase iniziale che può definirsi di
propaganda armata ad una fase successiva di vero e proprio terrorismo di
sinistra, che si concluderà soltanto nei primi anni del decennio successivo.
Ad un giudizio reso oggi sereno anche dagli anni trascorsi, tale recuperata
possibilità dei pochi brigatisti residui di riorganizzarsi, per raggiungere
come si vedrà un più elevato livello di aggressività, appare oggettivamente
collegabile a scelte operative degli apparati istituzionali assolutamente non
condivisibili e di ben difficile spiegabilità. Specifico è il riferimento
allo scioglimento del 1975 del nucleo antiterrorismo del generale Dalla
Chiesa. Tale scelta appare oggi ancora più grave, alla luce di acquisizioni
in base alle quali risulterebbe che i servizi di sicurezza avevano chiaramente
percepito che le BR avevano la possibilità di riorganizzarsi attingendo ad un
più elevato livello di pericolosità. Già nel giugno del 1976 il settimanale
"Tempo" pubblicò le seguenti dichiarazioni di uno dei massimi
responsabili dei Servizi, generale Maletti: "Nell'estate del 1975 (...)
avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio (delle BR,
n.d.r.) sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e
costituito da persone insospettabili anche per censo e per cultura, e con
programmi più cruenti. (...) Questa nuova organizzazione partiva colproposito
esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere. (...) Arruolavano
terroristi da tutte le parti e i mandati restavano nell'ombra, ma non direi
che si potessero definire di sinistra" (120). Lo stesso Maletti, in
un'intervista successiva, dichiarò: "Già nel luglio del 1975 inviai un
rapporto al Ministro dell'Interno che allora era Gui, per avvertirlo che d'ora
in poi gli eversori avrebbero inaugurato la tecnica dell'attentato alla
persona, in particolare quella della sparatoria alle gambe" (121).
5. Ed invero solo nel 1976 le B.R. alzano il tiro ponendo l'omicidio
politico a fine dichiarato della propria azione. Episodi omicidiari
precedenti, infatti,come l'uccisione di due militanti dell'M.S.I. a Padova,
furono eventi volontari ma non premeditati. Soltanto alla vigilia delle
elezioni politiche del 1976, le BR per la prima volta sparano per uccidere: la
vittima è il Procuratore della Repubblica di Genova, coco, (che era
considerato il responsabile del mancato avviarsi delle trattative al momento
del sequestro Sossi) e due uomini di scorta. Che si fosse in presenza di
un'evoluzione e quindi di una seconda fase del gruppo eversivo non può ormai
revocarsi in dubbio. Ciò è pacificamente riconosciuto dagli stessi
protagonisti della lotta clandestina. "Nel corso del 1976, l'impianto
organizzativo subisce una trasformazione radicale, che non resterà senza
conseguenze nel dibattito interno. Questa trasformazione costituisce una vera
e propria seconda fondazione delle BR, in seguito alla quale tutti i comparti
e tutte le attività dell'organizzazione vengono ripensti entro lo schema di
una impostazione che mette al centro l'attacco al cuore dello Stato" .
Sorprende che un simile ambizioso ed estremo programma sia nutrito da un
gruppo terroristico ridotto a poche unità e fortemente provato, come oggi
riconosce parlando di sé. Lauro Azzolini dichiara a un giornalista;
"Dopo Sossi, dopo la Spiotta, dopo la caduta di tanti compagni, con le
forze regolari ridotte a quindici persone, Moretti, Bonisoli ed io facemmo una
lunga riflessione e arrivammo a questa alternativa; qui, o questa guerra la
facciamo sul serio, o tanto vale piantarla. Qui o ci mettiamo in testa di
vincere, o siamo vinti in partenza. E' il fronte logistico che diventa il vero
centro dell'organizzazione, e lì ci siamo noi, Moretti, Bonisoli ed io. La
direzione strategica perde ogni importanza" (122). E il giornalista che
riceve tale dichiarazione ritiene di commentarla così: "I fondatori
delle B, i capi storici, dicono che l'esperienza era esaurita nel 1975. E
allora perché continuare per altri sette anni? Perché strascinamento e
involuzione militarista sono l'effetto di una crisi sociale ed economia che si
trascina: è la tesi fondamentale della nostra ricerca. La storia non si
scrive con i se, ma come ipotesi si può dire che, se fra il '75 e il '76 non
fosse ripartita l'eruzione sociale, la guerriglia urbana sarebbe probabilmente
finita lì" (123). E' valutazione che la Commissione ritiene solo in
parte da condividere. E' pur vero infatti che le forti tensioni sociali che
riesplodono nel Paese con il movimento del 1977 diedero nuova linfa
all'estremismo terroristico. Ma è altrettanto vero, da un lato, che
l'eruzione sociale segue di circa un anno il momento riorganizzativo delle BR,
dall'altro che la successione storica degli eventi nello spazio temporale
considerato denuncia momenti di forte debolezza e quasi di stallo nella
risposta istituzionale dello Stato. Attribuire tutto ciò a meri fenomeni
disorganizzativi sarebbe già grave nella prospettiva del giudizio storico
politico che alla Commissione compete. E per altro anche un simile giudizio
non può penamente apparire satisfattivo, perchè contrastato dai notevoli
successi del periodo precedente, consentiti anche dal cospicuo patrimonio
informativo sul fenomeno di cui gli apparati di sicurezza erano in possesso.
6. Certo sul piano dell'oggettività storica non soltanto dal 1975 in
poi le nuove BR (sostanzialmente rifondate) sotto la direzione di Moretti ed
articolate soprattutto nelle due colonne di Genova e di Roma (la prima con un
isediamento socciale di tradizione operaia, la seconda di tipo giovanile
studentesco) appaiono abbastanza diverse da quelle del periodo di propaganda
armata, ma subiscono per alcuni anni un'azione di contrasto abbastanza
evanescente. Sul punto non può non sottolinearsi, tra l'altro, che alcuni dei
protagonisti di sanguinosi eventi immediantemente successivi erano stati
addirittura arrestati e poi rilasciati (come Morucci) o erano riusciti ad
evadere (come Gallinari). E' in questa situazione che l'eruzione del movimento
del '77 innalza in maniera esponenziale le possibilità di insediamento
sociale dei gruppi terroristici. Il movimento ha una precisa data di nascita:
il 1° febbraio 1977, quando durante scontri tra studenti di sinistra e di
destra a Roma, nell'aula magna di Statistica (occupata) viene ferito alla
testa da un colpo di pistola lo studente di sinistra Guido Bellachioma. I
gruppi dell'ultrasinistra replicano con quella che definiscono "una
risposta di massa" - nella quale, in un primo momento, hanno un ruolo gli
"indiani metropolitani", più folcloristici che violenti - con
l'occupazione dell'università, sino algli scontri col srvizio d'ordine che
perotegge Lama, (sono in prima fila i futuri brigatisti Emilia Libera e
Antonio Savasta). E' da tale area ribollente di protesta e conflittualità
sociale che affluicono alle BR centinaia di militanti, parte
"regolari", parte no, che farà loro superare la stagnazione dl '76,
col solo segnale nazionale - a Genova - che ora si spara per uccidere. Dirà
Morucci: "A un certo punto c'è stata in Italia un'area di circa 200 mila
giovani che è passata al comunismo marxista per mancanza di alternativa"
(intervista a "il Giorno", 26 aprile 1984) (124). Le BR divengono
così il punto di riferimento di una parte dell'eredità (marxista-leninista
oltreché anarco-libertaria) della sinistra italiana, alla quale si
rivolgeranno centinaia di militanti che dai comportamenti collettivi ribelli
che coinvolgono decine di migliaia di giovani (dai cortei che scandiscono:
"Attento poliziotto è arrivata la compagna P38") passano alla
pratica delle armi. Ciò non può essere storicamente dimenticato per negare
di tali fenomeni la reale e dichiarata natura. Ma altrettanto impossibile è
negare che nella fase la risposta dello Stato appare complessivamente
deludente, per giungere a risultati di grottesca inefficienza nei giorni
drammatici del sequestro Moro, che saranno oggetto in seguito di un'analisi
separata e che tuttavia si situano in tale panorama complessivo, in cui viene
a collocarsi il sorgere di un nuovo soggetto della lotta armata che del
movimento del '77 deve ritenersi il più tipico prodotto: Prima Linea.
7. Anche per tale formazione terroristica, come già per le BR e forse
in maniera più intensa, risalta alla riflessione della Commissione una
notevole permeabilità e quindi conoscibilità già nella fase fondativa, che
suscita forti perplessità intorno ai limiti dei risultati conseguiti
nell'azione di contrasto immediato da parte degli apparati istituzionali di
sicurezza pubblica. Prima Linea nasce infatti da un vero e proprio congresso
costitutivo a San Michele a Torre presso Firenze nell'aprile 1977 e preceduto
da riunioni a Salò e Stresa dell'autunno '76, promosse dalle componenti più
estreme di una formazione extraparlamentare notissima e che non aveva in sé
nulla di clandestino: "Lotta continua". PL costituisce quindi una
sostanziale evoluzione dei cosiddetti "servizi d'ordine" di LC, con
abitudine alla violenza e presenza riconosciuta sul territorio; A Milano,
Torino, Bergamo, Napoli, in Brianza, a Sesto San Giovanni. "Prima Linea
non è un nuovo nucleo combattente comunista, ma l'aggregazione di vari nuclei
guerriglieri che finora hanno agito con sigle diverse", come può
leggersi nel volantino che rivendica la prima clamorosa azione del nuovo
soggetto della lotta armata, l'irruzione nella sede dei dirigenti FIAT a
Torino, il 30 novembre 1976. La trasparenza della fase costitutiva non sembra
quindi essere discutibile, se è vero che a San Michele a Torri viene
approvato uno statuto: al vertice vi è una "conferenza di
organizzazione", di fronte alla quale il comando nazionale deve
rispondere del proprio operato. Vengono costituiti un settore tecnico
logistico e uno informativo, ma quella che pesa è la struttura armata, che va
dalle "ronde proletarie", ai "gruppi di fuoco" (che
possono anche decidere le azioni) alle "squadre di combattimento"
(che si limitano ad eseguirli). Ancora una volta è la stessa memorialistica
dei protagonisti a dar conto di un livello di clandestinità davvero esile.
"I sergenti (dei servizi d'ordine), noti a tutti (come Chicco Galmozzi,
arrestato nel marzo '76 dopo un'allegra serata con cibi e liquori
espropriati), potevano entrare alla mensa della Marelli (a Sesto) e sedere
ammirati, come i moschettieri del re, al tavolo delle impiegate". Ed
ancora Pietro Villa (uno dei fondatori) ricorda: "A Salò abbiamo
discusso praticamente in pubblico. A Firenze ci trovavamo in una cascina (S.
Michele a Torri), ma alla sera io e i compagni milanesi tornavamo in città
per dormire in albergo, figurati che clandestinità. 'Senza tregua' (rivista
legale sotto il cui striscione i militanti sfilavano nei cortei) esibiva le
armi e scandiva 'Basta parolai, armi agli operai', senza subire
conseguenze" (125). Appare in proposito esemplare la vicenda del gruppo
che si articolare intorno alla redazione di tale rivista. Il gruppo di Torino,
guidato da Marco Donat Cattin (figlio del ministro DC Carlo) con nome di
battaglia di "comandante Alberto", compie un'irruzione nel centro
studi Donati (della DC e proprio della corrente di Carlo Donat Cattin), nel
corso della quale una componente del commando, Barbara Graglia, perde
ingenuamente un paio di guanti facilmente a lei collegabili: recano infatti il
numero di matricola 236 delle allieve del collegio del Sacro Cuore. Durante
una perquisizione del suo alloggio vengono trovati manifestini dal titolo
'Costruiamo i comitati comunisti per il potere operaio', che esprimono la
necessità della guerra civile, ciclostilati in via della Consolata 1 bis, la
vecchia sede di Potere operaio, intestata ora al centro Lafargue dove viene
redatto il periodico 'Senza tregua'. Con Barbara Graglia frequentano la sede
Marco Scavino, che è stato dirigente di Potere ope raio - possiede lui le
chiavi dell'appartamento -, Felice Maresca, un operaio della Fiat, Valeria
Cora, Marco Fagiano, Carlo Favero e una ottantina di giovani provenienti da
Potere operaio e da Lotta continua. Vuol dirsi cioe, come ormai più volte
sottolineato in sede saggistica, che con riguardo a Prima Linea si accentuano
i due caratteri già innanzi sottolineati con riferimento alle BR dopo la fase
rifondativa del 1975 e cioè: da un lato l'ampiezza dell'insediamento sociale,
dall'altro nella risposta dello Stato, forti elementi di colpevole
sottovalutazione e comunque di notevole debolezza (126). E' un giudizio già
più volte formulato con argomentazioni che alla Commissione paiono
sostanzialmente condivisibili, stante la esemplarità di episodi e sequenze
oggettive. Leader come Galmozzi, Borelli, Scavini sono arrestati nel maggio
'77, appena costituita l'organizzazione con statuto, ma tornano in libertà.
Baglioni viene liberato mentre è in corso il sequestro Moro; Rosso e Libardi
subito dopo. Marco Donat Cattin svolge tranquillamente il suo lavoro di
bibliotecario, presso l'Istituto Galileo Ferraris, prendendo regolari permessi
per partecipare alle azioni armate. In una di queste, in vista del processo di
Torino alle Br, Prima linea uccide il maresciallo Rosario Berardi, uomo di
punta dell'antiterrorismo (10 marzo '78) e la rivendicazione telefonica viene
addirittura dalla casa dell'on. Carlo Donat Cattin, con relativa registrazione
degli inquirenti. Un altro leader di PL, Roberto Sandalo, dalle future
clamorose confessioni (marzo 1980), ben noto come "Roby il p azzo",
capo del servizio d'ordine di Lotta continua, può frequentare la qualificata
scuola allievi ufficiali alpini, ad Aosta, che controlla i curricula; e, come
ufficiale, trasporta armi per l'organizzazione.
8. Non può quindi sorprendere come già nel 1984 e cioè al concludersi
della fosca stagione, in sede saggistica fu da più parti avanzata l'ipotesi
che sarebbe stato possibile stroncare il terrorismo sul nascere o almeno sin
dal 1972 e ridurlo a fenomeno sporadico; e che pertanto la violenza
estremistica aveva potuto dispiegarsi impunita per un decennio e il terrorismo
rosso svilupparsi pressoché indisturbato fino al delitto Moro, solo in quanto
dall'interno degli apparati dello Stato alcune forze avevano preferito
lasciare mano libera ad un fenomeno che screditava le forze della sinistra
parlamentare e i sindacati, inficiandone la capacità di rappresentanza
sociale; o addirittura aveva ritenuto di usare l'estremismo e poi il
terrorismo rosso per determinare allarme sociale con esiti politici
stabilizzanti. Misurandosi con tale giudizio, come indubbiamente è dovuto, la
Commissione osserva che, alla stregua dei dati già esposti, va riconosciuto
che una risposta dello Stato all'estremismo di sinistra vi è stata, ha avuto
carattere di fermezza ed ha conseguito successo finale. Le forze politiche -
anche di sinistra e segnatamente il PCI - furono fermissime nella condanna del
terrorismo e nel riaffermare i valori dello Stato democratico nato dalla
Resistenza e ostacolarono con successo la possibilità che movimenti eversivi
realizzassero un più ampio insediamento sociale. Il Parlamento varò
provvedimenti legislativi rigorosi atti a combattere il terrorismo. Ottima fu
nel suo complesso la tenuta e la risposta della istituzione giudiziaria, che
pagò un doloroso prezzo di sangue in tutte le sue componenti (Bachelet,
Alessandrini, Croce). In particolare la magistratura inquirente seppe trovare
forme efficaci di conduzione e coordinamento delle indagini, che avrebbero
dato positivi risultati anche in anni successivi nel contrasto a forme diverse
di criminalità. Una democrazia ancor giovane seppe, nel suo complesso,
reggere ad una difficile prova. Tutto ciò è indubbio, ma altrettanto
innegabile è che nel corso del tempo la risposta istituzionale degli apparati
di sicurezza ha conosciuto l'alternarsi di momenti di fermezza con momenti di
minore tensione e di stallo spinti in alcuni casi fino alla colpevole
tolleranza; giudizio negativo che ovviamente coinvolge - e sia pure in maniera
indiretta - l'azione degli Esecutivi succedutisi nel tempo. Per tali ultimi
profili peraltro, oggettività impone di riconoscere che consimili
atteggiamenti di colpevole minimizzazione, o di tolleranza, furono presenti
anche nel corpo sociale almeno con riguardo alla violenza diffusa e si
accompagnarono ad una ritardata presa di coscienza della reale natura di un
terrorismo, cui a lungo ci si intestardì ad attribuire "colore
politico" diversa da quello palese e palesemente dichiarato. Si pensi con
riferimento all'opinione pubblica orientata a sinistra al peso della coscienza
di una affinità di matrice culturale, ai riflessi, a volte inconsci,
dell'antica diffidenza verso lo Stato e di miti rivoluzionari non ancora
superati che indicevano spesso ad atteggiamenti di comprensione verso i gruppi
estremisti, a volte anche al fine di tentarne il recupero politico. Si pensi
ancora, in termini più generali e con particolare riferimento alla vicenda di
Prima Linea, a quanto la collocazione in fasce medio-alte di molti dei suoi
protagonisti abbia influito nel determinare in ampi settori del ceto dirigente
un atteggiamento minimizzante che caratterizzò anche specifici episodi
giudiziari. Esemplari in tal senso possono ritenersi:
- da un lato, nella sua drammaticità, la vicenda della famiglia Donat
Cattin, che vedeva riuniti al suo interno un Ministro della Repubblica e uno
dei capi delle formazioni militari che attentavano al cuore dello Stato; a
riprova che per ampi strati della borghesia italiana i moti studenteschi,
prima, e la contestazione armata, poi, furono anche un conflitto
generazionale, dove "l'uccisione della figura paterna" come via di
crescita e di accesso alla maturità, perdeva il suo connotato metaforico per
acquisire i caratteri di una tragica realtà quotidiana;
- dall'altro la nota sentenza dell'11 marzo 1979 con cui la Corte di
assise di Torino escluse che il Gruppo della Consolata, di cui si è già
detto, costituisse una banda armata, e sminuendone la pericolosità, la
qualificò come una mera associazione sovversiva per la rudimentalità della
sua composizione, per la carenza di mezzi, per l'inefficienza operativa.
Sicché giova avvertire fin da ora (in parte anticipando il giudizio
conclusivo cui la Commissione ritiene di giungere e ribadendo la scelta di
metodo che la Commissione ha operato), che non è soltanto l'altalenanza della
risposta (degli apparati di sicurezza) dello Stato in sé considerata a
fondare un giudizio valutativo più grave, quanto piuttosto il suo inserirsi
in un ben più ampio quadro di riferimento, che oggi è possibile ricostruire
pur sempre su base oggettiva come esito di una riflessione complessiva che
abbracci l'intero periodo 1969-84 in tutti i suoi aspetti ed insieme valorizzi
dati emergenti dalla analisi del periodo anteriore.
9. Con il sequestro dell'onorevole Moro, la strage degli uomini di
scorta, la prigionia e quindi l'uccisione dell'ostaggio, le BR raggiungono il
più elevato livello di aggressività e sembrano saper rendere concreto e
veritiero il loro disegno di portare un attacco al cuore dello Stato. Pure il
sanguinoso esito della vicenda apre all'interno delle BR ferite e
contraddizioni ed al contempo svela la sterilità dell'operazione militare
nella sua incapacità di raggiungere sbocchi politici ulteriori. In realtà il
risultato sperato di un riconoscimento politico viene sfiorato ma non
raggiunto, in questo - e solo in questo - dovendosi ritenere efficace la
scelta politica di rifiutare l'apertura della trattativa. (Secondo quanto
riferito alla Commissione dall'addetto stampa di Moro, dottor Guerzoni é
possibile che vi sia stato un intervento della Presidenza del Consiglio sul
Pontefice perché il suo elevato appello agli "uomini delle BR" non
contenesse un riconoscimento politico seppure in forma larvata). L'apparato
istituzionale registra per converso una secca sconfitta, apparendo disarmato e
incapace di elaborare vuoi una strategia politica, vuoi una adeguata risposta
repressiva. Né vi è dubbio che la totale negatività di risultati nel
contrasto al più grave degli atti terroristici del partito armato sia da
collegare, come effetto a causa, a decisioni istituzionali del periodo
immediatamente anteriore che appaiono inspiegabili al limite della
dissennatezza. E' un giudizio che sostanzialmente è stato già espresso in
sede parlamentare e che alla Commissione è consentito rafforzare sia per la
maggior distanza temporale che oggi separa da quei tragici eventi, sia
soprattutto per la maggiore ampiezza di ambito investigativo in cui gli
episodi specifici vengono a situarsi. Già nella relazione della Commissione
parlamentare d'inchiesta sulla strage di Via Fani era infatti possibile
leggere: "La Commissione non ha potuto avere risposte convincenti sul
perché l'Ispettorato antiterrorismo, costituito sotto la direzione del
questore Santillo il 1º giugno 1974, sia stato, nel pieno "boom"
del terrorismo (gennaio 1978), disciolto, e perché non ne sia stata
utilizzata l'esperienza organizzativa ed il personale addetto. [...].
L'Ispettorato antiterrorismo aveva cominciato a costruire una mappa dei
movimenti eversivi e a raccogliere informazioni sui singoli presunti
terroristi, in una visione unitaria del fenomeno, la sola capace di consentire
un corretto apprezzamento e una lotta efficace. [...]. Gli stessi
interrogativi la Commissione si è posta in ordine alle esperienze accumulate
dal Nucleo antiterrorismo costituito nel maggio 1974 presso il Comando
Carabinieri di Torino, che svolse un importante lavoro investigativo ai tempi
del seque sto Sossi [...]". Sono perplessità che, come già accennato,
possono oggi trasformarsi in una valutazione più marcatamente negativa,
considerando come scelte opposte a quelle oggetto di critica determinarono con
immediatezza positività di risultati. Ed infatti pochi mesi dopo l'epilogo
della vicenda Moro e cioè il 9 agosto 1978 il Presidente del Consiglio
Andreotti e i ministro dell'interno Rognoni e della difesa Ruffini, riuniti a
Merano, conferiscono a Dalla Chiesa "compiti speciali operativi"
nella lotta al terrorismo, sui quali doveva riferire "direttamente al
Ministro dell'interno" (127), con decorrenza dal 10 settembre 1978. Il
generale Dalla Chiesa ricostruisce il Nucleo antiterrorismo e consegue in
poche settimane un risultato di elevato livello, quando nell'autunno del 1978
le forze del Nucleo fanno irruzione nell'individuato covo milanese di via
Monte Nevoso. Si tratta in realtà del quartiere generale delle BR dove
vengono arrestati due dei cinque membri dell'esecutivo (128). L'importanza del
risultato non viene colta appieno dagli organi di informazione che minimizzano
l'episodio quasi che si trattasse dell'arresto di due militanti stampatori dei
documenti relativi al sequestro Moro, mentre è sul contenuto di questi che si
accentra l'attenzione dell'opinione pubblica, trascurando l'importanza
operativa intrinseca del risultato. Ancora una volta quindi le BR denunciano
una loro fragilità ed una loro incapacità a resistere veramente ad una
azione repressiva condotta con la professionalità e l'efficienza propria
degli apparati di sicurezza di uno Stato moderno. La contraddizione con la
disarmante inefficienza che ha caratterizzato la risposta istituzionale
durante la prigionia di Moro, è evidente. Parrebbe quasi che gli apparati
istituzionali che non hanno saputo proteggere Moro né individuarne la
prigione né liberarlo, dimostrino una improvvisa efficienza nell'individuare
il luogo altrettanto segreto dove erano custodite "le ca rte di
Moro" ed entrarne in possesso, attivando peraltro in ordine
all'utilizzazione di tali documenti una vicenda oscura che si snoderà negli
anni successivi e che appare oggi - almeno a livello di ipotesi giudiziarie -
collegata all'omicidio dello stesso generale Dalla Chiesa. Potrebbe pensarsi
che, imboccata una nuova via, ci si avvicini ad un successo finale. Ma ciò
non avviene. Per circa tre anni il partito armato continua in una alternanza
singolare di successi parziali e di sconfitte altrettanto parziali. Sul piano
degli esiti politici alcuni omicidi appaiono addirittura controproducenti,
come l'assassinio di Emilio Alessandrini, organizzato da Donat-Cattin
all'inizio del 1979 e teorizzato con la singolare affermazione della
necessità di colpire i magistrati riformisti perché più pericolosi dei
magistrati reazionari; come l'assassinio dell'operaio Guido Rossa, che
vanamente le BR tentarono di giustificare affermandone la natura
preterintenzionale. Si tratta, come già per l'uccisione di Moro, di fatti che
per il partito armato ebbero valenza negativa sotto il profilo
propagandistico, perché posero in difficoltà il raggiungimento
dell'obiettivo, pure dichiarato, di conseguire più ampi radicamenti sociali.
Altri episodi costituiscono invece un indubbio successo come il sequestro del
giudice D'Urso, nel corso del quale le BR riescono a piegare lo Stato alla
trattativa giungendo ad ottenere che sia la stessa figlia del magistrato a
leggere da una emittente radiofoni ca il testo di un loro comunicato
accusatorio. Tuttavia, dopo poche settimane, l'inafferrabile capo delle BR,
Mario Moretti, viene catturato all'esito di una banale azione di infiltrazione
ad opera della pubblica sicurezza; ciò a conferma di una permanente
fragilità dello stesso vertice operativo dell'organizzazione terroristica. Ma
ancora una volta il colpo decisivo non viene sferrato e le BR seppur divise
(si autonomizza a Milano la Brigata Walter Alasia, che aveva come punto di
riferimento sociale l'Alfa Romeo; alcuni dei suoi componenti erano anche nel
consiglio di fabbrica), seppur distinte (l'ala cosiddetta movimentista, che
dovrebbe far capo a Senzani, che poi diventerà il partito della guerriglia, e
l'ala cosiddeta militarista), e seppure prive del leader che le aveva guidate
per dodici anni, il Moretti appunto, mettono a segno nel giro di pochi mesi
quattro rapimenti: Sandrucci, dirigente dell'Alfa a Milano; Taliercio,
dirigente del Petrolchimico; Roberto Peci, fratello di Patriz io, uno dei
grandi pentiti, nell'estate del 1981; l'assessore democristiano Ciro Cirillo.
In tale ultimo episodio non solo lo Stato è piegato alla trattativa ma questa
ultima ha disvelato con il tempo un torbido retroscena del rapporto tra
terrorismo, servizi di sicurezza e malavita organizzata. Di fatto in cambio di
denaro e di reciproci favori fra la malavita e il terrorismo, Cirillo sarà
rilasciato in luglio.
10. Ma ormai un nuovo decennio è iniziato; e la situazione sociale del
Paese è profondamente mutata. La ristrutturazione industriale della fine del
decennio ha profondamente mutato il mondo delle fabbriche e la stessa
condizione del lavoro dipendente venendo così meno, o almeno fortemente
attenuandosi, la possibilità di un radicarsi in quel mondo dell'azione
politica dei gruppi estremisti e di elementi della protesta giovanile e della
contestazione studentesca. Il mutamento sociale e le difficoltà esterne che
ne derivavano per la realizzazione di un progetto già originariamente
velleitario sono percepiti all'interno del partito armato già sul finire
degli anni Settanta. Poco dopo l'attentato ad Alessandrini l'ala militarista
di Prima Linea e lo stesso Donat-Cattin riconoscono che non esistono più le
condizioni per la lotta armata in Italia ed emigrano in Francia. Il resto
dell'organizzazione si scioglie in un convegno avvenuto a Barzio nella Pasqua
del 1981 ed evolve in un "polo organizzato", una rete di protezione
di militanti ricercati che daranno poi vita ai Comunisti organizzati per la
liberazione proletaria (Colp). La lotta armata è dunque in una fase di
declino e le operazioni delle BR, che pur proseguono, non possono essere più
presentate come un attacco al cuore dello Stato. Conscia di questa difficoltà
derivante dalla profonda mutazione economico-sociale che il Paese ha
conosciuto, la stessa area movimentista delle BR, diretta da Senzani, tenta
una nuova via di radicamento sociale in direzione del sottoproletariato
meridionale urbano e sconta fatalmente, nella nuova realtà, un più intenso
inquinamento da parte della criminalità organizzata.
11. La parabola del partito armato si chiude sostanzialmente quando, il
17 dicembre 1981, alcuni brigatisti travestiti da idraulici rapiscono il
generale James Lee Dozier, responsabile logistico del settore sud-est della
Nato. Da Verona lo portano senza difficoltà a Padova. E' un'operazione
eclatante, perché nessun movimento guerrigliero era riuscito a sequestrare un
generale americano. L'azione è quindi clamorosa, quanto confuso e fragile è
il disegno politico che la sostiene. Alla Commissione parlamentare d'inchiesta
sul sequestro Moro, Savasta, che gestì l'operazione Dozier, molto
confusamente dirà: "(Vi era) la possibilità di propagandare un
programma rivoluzionario valido per tutti i settori di classe, dall'operaio a
quello extra-legale. Anche il problema della guerra, della crisi,
dell'abbassamento dei costi di produzione sociale. Rispetto al movimento
pacifista noi davamo questo tipo di interpretazione che era antagonista alla
politica dei due blocchi. Il problema del non allineamento viene ripreso anche
ne 'L'ape e il comunista' e questa politica ci interessava. Sono sempre due
facce: il movimento pacifista ha con sé il pacifismo, cioè qualcosa da
abbattere, perché si va verso la guerra civile, però ha con sé anche questi
termini politici, per cui è giusto riallacciarsi per poi svilupparli
all'interno del programma rivoluzionario" (129). Lo stesso Savasta
aggiungerà poi: "Due coniugi romani (Luigi Scricciolo e Paola Elia) ci
dissero che i paesi dell'Est erano interessati alla vicenda Dozier e volevano
un incontro con noi per aiutarci con l'invio di armi e soldi. A noi facevano
comodo, ma non eravamo disposti a cedere la gestione del sequestro. La
Bulgaria puntava alla destabilizzazione dell'Italia" (130). Di fatto i
brigatisti tennero prigioniero il generale per sei settimane senza fare nulla,
dopo un primo breve interrogatorio, l'invio di una sua foto e amcuni
comunicati. Altre iniziative falliscono (come il tentativo di sequestrare a
Roma il dirigente della DIGOS Nicola Simone, che rimane ferito) o sono
puramente velleitarie (come il progetto di Senzani di colpire con un missile
la sede della CD, mentre si teneva una riunione del consiglio nazionale). Un
disegno così approssimativo in una organizzazione residuale sostanzialmente
fragile riceve dall'apparato istituzionale di sicurezza finalmente una
risposta adeguata. In realtà la paradossalità della situazione che nel tempo
era venuta a determinarsi è stigmatizzata da una fonte autorevole quanto
insospettabile: il Presidente degli USA Reagan, che espresse personalmente la
sua indignazione per il fatto che, in un paese alleato, "quattro
straccioni vagabondi" (questa la traduzione delle sue parole) potessero
impunemente rapire un generale degli Stati Uniti. E' una stigmatizzazione che
sottende un implicito giudizio, che la Commissione condivide e fa proprio, in
ordine alla intrinseca debolezza di un fenomeno aggressivo che ben prima
poteva essere ridotto a termini minimali, evitando al Paese l'elevato prezzo
di sangue che invece ha pagato; solo che la risposta repressiva avesse avuto
il carattere deciso che nel caso si innescò per effetto di un così
autorevole impulso. L'ostaggio venne liberato senza spargimento di sangue e
con modalità di tale semplicità, almeno secondo la versioe ufficiale, da
essere definite apparentemente incredibili. Vero è che oltre a tale versione
ufficiale esistono numerose altre versioni in ordine alle effettive modalità
di liberazione del generale americano, tutte però prive di adeguati
riscontri. Sul punto peraltro vi è una conclusione che alla Commissione
appare ineludibile: quali che siano state le modalità con cui si giunge alla
liberazione di Dozier, quest'ultima dimostra, con l'evidenza dei fatti come
falsa fosse l'alternativa tra le linee di sterile fermezza seguita
nell'affaire Moro e la opaca e per più profili illecita trattativa che portò
alla liberazione di Cirillo. E cioè una linea - che nel caso Dozier fu
utilmente seguita - che accompagnava al rifiuto della trattativa una risposta
operativa utile all'individuazione del luogo di prigionia e alla liberazione
dell'os taggio senza spargimento di sangue. E' comunque certo che, dopo il
rapimento Dozier, il terrorismo viene sradicato con una risposta finalmente
piena e decisa: in pochi mesi oltre un migliaio di arresti smantellano ciò
che rimane dell'organizzazione brigatista. Ulteriori eventi sanguinosi degli
anni successivi sono quindi i colpi di coda dei superstiti del partito armato
che con il linguaggio tipico degli sconfitti vicini (ma non ancora giunti)
alla resa, negano la realtà della disfatta, attribuendole il carattere di una
"ritirata strategica". Il gruppo che ucciderà Ezio Tarantelli il 27
marzo 1985 dirà, infatti, in un comunicato: "Lanciando, all'indomani
della liberazione del criminale Dozier, la parola d'ordine della ritirata
strategica, la nostra organizzazione aveva ben presenti tutti i pericoli di
aprire, in presenza di una controffensiva dello Stato senza precedenti, lo
spazio sia all'opportunismo, sia all'avventurismo".
12. Possono quindi trarsi finali conclusioni valutative a valle di un excursus che ha ripercorso solo per sommi capi l'evoluzione dell'eversione di sinistra nell'arco di circa un quindicennio. Si è già osservato come nel tempo da più parti ed anche autorevolmente sia stata avanzata l'ipotesi che alle spalle delle BR e degli altri gruppi eversivi potesse esservi in Italia o all'estero un Grande Vecchio e cioè una unica centrale di direzione e controllo. E si è già osservato come lo stato attuale delle acquisizioni non consenta alla Commissione di ritenere fondata una simile ipotesi. Vero è che a margine e all'interno di una storia, quella del partito armato, permangono zone opache che probabilmente con il passare degli anni potranno essere più compiutamente disvelate. Altrettanto vero è che l'ombra si addensa in particolare intorno all'episodio più grave, sotto il profilo istituzionale, di cui il partito armato fu protagonista: e cioè l'affaire Moro. Si pensi, ad esempio, ad enigmatiche figure (quale Corrado Simioni (131)) che ruotano intorno all'interno della nebulosa dell'eversione di sinistra; o ancora a momenti non pienamente chiariti delle vicende individuali di alcuni dei suoi maggiori protagonisti (132). Tuttavia si tratta di momenti che alla riflessione della Commissione appaiono comunque marginali e non tali da incidere sulla innegabile realtà del fenomeno eversivo, che innanzi si è più volte sottolineata. Assai più consistente è invece per la Commissione una diversa ipotesi che pure è stata da più parti avanzata: e cioè che le deficienze storicamente ormai certe nell'azione di contrasto da parte delle forze di sicurezza, siano state in qualche modo volute o almeno ispirate dal fine di determinare, con il permanere del fenomeno eversivo, una situazione di allarme nell'opinione pubblica con finalità deliberatamente stabilizzanti del quadro politico nazionale. E mentre le zone d'ombra, di opacità, di ambiguità di cui innanzi si è detto potrebbero trovare coerente collocazione anche in questa seconda ipotesi (ponendo in luce anche possibili rapporti di singoli membri del partito armato con servizi segreti esteri e in particolare orientali), deve comunque ritenersi certo che la stabilizzazione del quadro politico nazionale fosse obiettivo rientrante nel quadro di un più ampio disegno strategico occidentale, così come in pagine che precedo no si è potuto affermare su basi di documentale certezza. Uno dei protagonisti della risposta giudiziaria al terrorismo di sinistra, che visse quegli anni in una difficile posizione di frontiera, ha di recente osservato: "Certo è che, tra il 1976 e la metà del 1978 ci fu un vuoto. Un meccanismo che marciava smise di funzionare. O per sottovalutazione del pericolo, o per troppi contrasti, o per strumentalizzare la situazione per altri fini. Queste, è vero, sono soltanto ipotesi, l'ultima della quali mi sembra la meno probabile. Ma se contenesse un frammento di verità, è quella che bisognerebbe maggiormente chiarire. A noi magistrati mancano troppi elementi per poter tentare una risposta" (133). La Commissione non può non apprezzare la prudenza istituzionale che nutre tale riflessione. Osserva tuttavia - dal proprio angolo visuale e nell'adempimento di una funzione (quella di inchiesta parlamentare) che ha fini e regole diverse dall'accertamento giudiziario - come l'ipotesi estrema acquisti un più alto grado di probabilità per la coerenza che ha con altri tasselli del mosaico oggetto di ricostruzione. Ancora una volta, nell'ampiezza dell'angolo visuale che le è consentito dalla pluralità degli oggetti di inchiesta che le sono stati attribuiti, la Commissione rileva che ai suoi atti è acquisita la direttiva FM 30-31 B del 18 marzo 1970 di W. C. Westmoreland, generale del quartier generale dell'esercito USA, che si inserisce in precedenti direttive (FM 30-31 e FM 30-31A), tutte aventi ad oggetto studi operativi di penetrazione dei servizi USA in settori ed organi dei "Paesi amici" a fini di controinsorgenza e al dichiarato scopo di garantire nei Paesi amici "la stabilità degli stessi". Con specifico riferimento alla "eversione comunista o comunque di ispirazione comunista" la direttiva pone come fine dei servizi dell'esercito USA "particolari operazioni atte a convincere i Governi e l'opinione pubblica sulla realtà del pericolo dell'insorgenza e della necessità delle azioni per contrastarla"; cercando "di penetrare l'isorgenza mediante agenti in missioni particolari e speciali con il compito di formare gruppi di azione tra gli elementi più radicali dell'insorgenza [...] nei casi in cui l'infiltrazione di tali agenti nel gruppo guida dell'insorgenza non sia stata efficacemente attuata, si possono ottenere gli effetti summenzionati utilizzando le organizzazioni di estrema sinistra". Risulta altresì alla Commissione che indagini giudiziarie in corso, relative all'eversione di destra, stanno valorizzando i risultati di inchieste parlamentari statunitensi (Commissione Rockfeller) che avrebbero posto in luce, con riferimento al periodo '74-'77, una operation denominata chaos gestita da un gruppo omonimo "supersegreto" guidato da G. G. Angleton e R. Helm. L'operazione avrebbe avuto come obiettivo l'infiltrazione dei gruppi dissidenti americani (marxisti, pacifisti, antinucleari e hippies) allo scopo di verificare i contatti esterni. Sarebbero state ritenute illecite solo le attività svolte nei confronti di cittadini statunitensi che andavano dalle intercettazioni telefoniche ed epistolari al pedinamento, all'infiltrazione, ma sarebbe peraltro risultato che l'operazione chaos fu svolta ancje all'estero, in particolare in Europa, con l'aiuto dei rispettivi servizi collegati. Non vi è dubbio che si tratta di spunti investigativi che nel tempo potranno avere ulteri ori sviluppi chiarendo, con probabilità, anche molte delle zone d'ombra di cui innanzi si è detto, che già allo stato rendono possibile ritenere fondata almeno in termini di probabilità, l'ipotesi più grave tra quelle innanzi delineate in ordine ai limiti (oggettivamente certi) con cui gli apparati di sicurezza italiani diedero nel tempo risposta al partito armato (134).
| L'ESTREMISMO DI DESTRA NELLA PRIMA META' DEGLI ANNI SETTANTA |
O.1. La storia dell'estremismo di sinistra e del partito armato è
apparsa alla Commissione pienamente conoscibile e sufficientemente conosciuta;
e ciò non soltanto per i profili (la contestazione studentesca, le lotte
sindacale ed operaie, la vita ufficiale dei gruppi della sinistra
extraparlamentare, il movimento del '77) che appartennero al piano
immediatamente leggibile degli eventi, ma anche per gli aspetti che la scelta
della clandestinità rese inizialmente occulti e coperti da un velo - per vero
abbastanza esile - di mistero. Permangono ancora marginali ambiti di
inconoscibilità, zone opache o caratterizzate da una permanente ambiguità; e
tuttavia il fenomeno si presta ad una lettura non equivoca, che la Commissione
ha operato. Considerazione appena diversa merita la storia della destra
eversiva e cioè dell'altra grande protagonista delle tensioni sociali che
hanno insanguinato per oltre quindici anni la vita del Paese. Anche per la
tale diversa e opposta forma di estremismo politico può infatti ritenersi
già sufficiente il grado di avanzamento degli accertamenti giudiziari, che
hanno consentito di chiarire una miriade di episodi piccoli e grandi con
precise attribuzioni di responsabilità individuale. Il copioso materiale
acquisito dalla Commissione chiarisce altresì come tale disvelamento abbia
riguardato in una prima fase episodi che sin dal loro verificarsi furono
percepiti come frutto di terrorismo politico; in una seconda fase episodi che
originariamente apparvero come di delinquenza ordinaria e che invece si sono
rivelati connessi a vicende di criminalità politica, di cui hanno consentito
una più ampia e completa lettura. Può quindi ritenersi che anche per
l'eversione di destra, come per quella di sinistra, un lungo cammino, anche se
più lento e faticoso, sia stato già compiuto verso l'acquisizione di una
piena conoscenza del fenomeno, fondata ancora per parte notevole su apporti di
appartenenti ai gruppi eversivi, la cui collaborazione peraltro ha manifestato
una progressione molto più complessa e complicata di quella, pur analoga,
degli appartenenti alle formazioni di sinistra. Si è in genere trattato di
collaborazioni che, muovendo da riferimenti iniziali a specifici episodi,
hanno in seguito avuto una maturazione molto lenta, spesso fortemente
condizionata da dinamiche interne al gruppo o al movimento di appartenenza,
nonché dai vincoli di amicizia che fortemente ne legavano gli aderenti,
sicché la progressione delle diverse collaborazioni da un lato si è
determinata in termini di reciproca influenza, dall'altro assai di rado ha
raggiunto il livello di una radicale rottura con il passato e quindi di un
effettivo "pentimento", dovuto vuoi ad una revisione critica della
personale esperienza del collaborante, vuoi all'intento utilitaristico di
avvalersi dei benefici della legislazione premiale. Tipica, come esempio, può
ritenersi la figura di Vincenzo Vinciguerra, che, pure essendosi confessato
esecutore materiale dell'attentato di Peteano, ha rifiutato qualsiasi
beneficio derivante dalla collaborazione che ha iniziato solo dopo che la su a
condanna all'ergastolo era divenuta inoppugnabile. Vinciguerra continua a
definirsi un soldato politico e querela chiunque lo definisca un collaboratore
di giustizia. Né si tratta di un esempio isolato. Anche Sergio Calore, ad
esempio, che pure ha dato notevole contributo agli accertamenti giudiziari, ha
a lungo rifiutato di considerarsi un collaboratore di giustizia, perché
almeno nella fase iniziale il suo interlocutore non è stato il magistrato,
né il suo obiettivo quello di ottenere i benefici previsti dalla legislazione
premiale; il suo interlocutore è stata la stessa destra rivoluzionaria e il
suo obiettivo quello di accreditarsi come combattente rivoluzionario, che ha
lottato contro lo Stato con mezzi che riteneva legittimi perché diversi dallo
stragismo e che ora chiamava gli altri ad un processo di chiarificazione che
disvelasse i meccanismi e le ragioni della sconfitta.
0.2. Peraltro se può ormai parlarsi di una sufficiente ricostruzione
della dinamiche dei gruppi eversivi e di destra e di sinistra (che ha
consentito notevoli accertamenti di responsabilità personali per i singoli
episodi), non vi è dubbio che altrettanto non può dirsi molti degli episodi
più gravi che segnarono sanguinosamente la stagione eversiva e cioè gli
episodi di strage. Vero è che alla riflessione della Commissione appare poco
più di un luogo comune la ripetuta affermazione che sulle stragi non si
conosca nulla, mentre luce piena o almeno sufficiente si sarebbe fatta su
tutti gli altri settori ed episodi del terrorismo. In realtà il materiale
raccolto nei vari processi per strage appare alla Commissione di notevole
qualità e forza probatoria ai fini di una già credibile ricostruzione
storica del periodo, anche se è innegabile che soltanto in pochi casi ha
consentito di giungere ad un accertamento giudiziario definitivo di condanna e
cioè alla affermazione di individuali responsabilità. Senza volere
anticipare un'analisi ed un'esposizione compiuta delle ragioni per cui ciò
sia avvenuto, sembra opportuno rammentare in limine che il fatto di strage
indiscriminata, proprio per la sua caratterizzazione, fin dal primo momento
prospetta un'intensa difficoltà di individuare la fonte di provenienza
dell'attentato. E in ciò il fatto di strage si differenzia dall'atto
terroristico, che anche quando non viene - come pur spesso accade -
immediatamente rivendicato, presuppone sempre la possibilità di risalire con
chiarezza al gruppo che l'ha commesso e che, appunto attraverso la
leggibilità dell'attentato, riesce a conseguire il risultato
"educativo" e di terrore finalizzato al proprio progetto politico.
E' quindi coerente alla stessa natura del fenomeno che gli autori di una
strage di tipo indiscriminato si pongano contestualmente l'obiettivo di
evitare in qualunque maniera e ad ogni costo che la strage possa essere
ricondotta al gruppo che l'ha effettivamen te commessa; anzi in genere gli
autori della strage si propongono l'obiettivo di rendere attribuibile la
responsabilità ad altri e cioè o a settori degli apparati che combattono o a
formazioni eversive di segno politico opposto. Tutto ciò serve non solo ad
individuare la specifica diversità del fatto di strage, ma anche a
comprendere perché in ordine ad indagini giudiziarie su fatti di strage non
si siano ancora sviluppate le collaborazioni processuali, che invece hanno
caratterizzato ormai da tempo le indagini sugli altri episodi di terrorismo.
Ed infatti la collaborazione processuale per un fatto di strage presuppone il
riconoscimento di una responsabilità che a livello individuale appare
difficilissimo sopportare. Ciò non toglie che gli apporti collaborativi che
provengono dalla destra eversiva possano già oggi considerarsi sufficienti ad
attestare un'attitudine di tali gruppi, persistente per tutto l'arco della
loro evoluzione, a rendersi protagonisti di atti di strage, logicamente
inseribili in una strategia di terrore indiscriminato. Il riferimento non è
tanto alla già citata ammissione di responsabilità di Vincenzo Vinciguerra
per l'attentato di Peteano, trattandosi di un episodio che può essere ancora
letto come un attentato inserito nell'ambito di una strategia militare di
opposizione allo Stato (in questo non diverso da molti degli attentati tipic
anche del terrorismo di sinistra); e che quindi può essere rivendicato,
stante anche il ridotto numero delle vittime, da chi, come Vinciguerra, non
voglia abbandonare i panni del combattente rivoluzionario. Il riferimento è
semmai a quegli apporti collaborativi che - sia pure in termini mai
definitivamente chiariti - già consentono di ritenere riferibili in termini
di certezza ai gruppi della destra eversiva attentati gravissimi, che a pieno
titolo possono essere considerati "stragi mancate". Si pensi ad
esempio alla collaborazione di Sergio Calore e di Paolo Aleandri che hanno
fornito chiavi di lettura indispensabili per comprendere episodi di
fondamentale importanza come quello dell'attentato al CSM del quale Iannilli e
Mariani si sono assunti la responsabilità materiale tentando di accreditare
una lettura riduttiva e fuorviante. Il 20 maggio 1979 un'auto bomba fu
collocata in piazza Indipendenza, e secondo le intenzioni di alcuni degli
autori dell'attentato sarebbe dovuta esplodere di notte, quando probabilmente
vi sarebbero stati danni soltanto agli edifici e forse qualche morto; e il cui
timer invece da altri coautori dell'attentato fu regolato per l'ora in cui la
piazza Indi pendenza si sarebbe concentrato un raduno nazionale degli alpini.
La bomba non esplose per un errore nell'innesco, ma dalle dichiarazione di
Aleandri e Calore è possibile comprendere come nei gruppi della destra
eversiva persisteva ancora alla fine degli anni '70 un'indiscutibile
attitudine a compiere un atto dagli effetti devastanti e che, per il tipo di
obiettivo scelto (il raduno nazionale degli alpini), avrebbe reso possibile
l'attribuzione della strage ad un settore diverso da quello da cui proveniva.
Nella medesima direzione possono essere altresì ricordati episodi più
antichi come, ad esempio, gli attentati ai treni consumati nei primi anni '70
(attentati spesso attribuiti alla sinistra o che avrebbero dovuto essere
attribuiti alla sinistra, nell'ambito di quel disegno depistante al quale
prima si è accennato). Alcuni partecipanti a tali attentati hanno
credibilmente dichiarato di aver ritenuto che le bombe dovessero essere
collocate in luoghi dove il danno sarebbe stato limitato (ad esempio in una
toilette). In realtà in molti casi, contrariamente agli accordi, le bombe
vennero collocate in scompartimenti e in alcuni casi ne era prevista
l'esplosione in luoghi o punti (in galleria), che avrebbero determinato danni
molto più gravi rispetto al progetto originariamente condiviso. Specifico è
il riferimento all'episodio avvenuto il 7 aprile 1973 in cui un personaggio
come Nico Azzi (un estremista di destra appartenente al gruppo milanese
"La Fenice" diretto da Giancarlo Rognoni, che aveva come punto di
riferimento ideale Pino Rauti e stretti contatti con il Circolo Drieu La
Rochelle di Tivoli cui apparteneva il già citato Sergio Calore), venne
gravemente ferito dall'esplosione anticipata di un ordigno che stava
collocando sul treno Torino-Roma. Perizie giudiziarie hanno accertato che se
l'esplosione fosse avvenuta effettivamente nel luogo programmato avrebbe
causato una strage tra i passeggeri. Azzi aveva con sé del materiale
(giornali e documenti) che avrebbe portato ad attribuire la strage all'estrema
sinistra. La gravità e le finalità dell'episodio furono già pienamente
valutate ed intuite in sede del primo esame giudiziario della vicenda.
Scriveva infatti il G.I. di Genova: "La prospettiva d'azione era quella
di creare uno stato di tensione nel Paese: e a ciò sarebbe riuscito in
maniera egregia l'eccidio ferroviario che, falsamente attribuito all'opposta
fazione secondo una raffinata tecnica di lotta ormai collaudata dalla storia,
avrebbe sconvolto l'opinione pubblica e cagionato universale esecrazione in
una intensità proporzionale all'entità del delitto senza precedenti".
Sono tutti episodi che considerati nell'insieme consentono di ritenere fondata
su elementi di certezza la valutazione di un'attitudine stragista dei gruppi
della destra eversiva. Si trattava ovviamente non di un'attitudine
generalizzata, perché gli episodi rammentati attestano una contraddizione
interna ai gruppi medesimi, dove evidentemente non tutti accettavano fino in
fondo il ricorso alla strage indiscriminata come mezzo di lotta. E' anche
evidente come una conclusione di tal tipo sia del tutto insufficiente a
fondare un'automatica attribuzione alla destra eversiva delle responsabilità
delle grandi stragi insolute, che segnarono tragicamente la vita del Paese
nella prima metà degli anni '70. La stessa conclusione infatti è sufficiente
soltanto ad escludere che possa essere attribuita ad un aprioristico ed
indiscriminato teorema la circostanza che indagini e investigazioni sulle
stragi insolute si siano prevalentemente e reiteratamente orientate in
direzione della destra eversiva.
0.3. Un'ulteriore notazione appare peraltro alla Commissione dovuta in
limine e cioè prima di accingersi ad una riassuntiva ricostruzione del
sorgere e dello svilupparsi dei principali gruppi della destra eversiva: il
richiamo a quanto in pagine che precedono si è scritto sul complessivo quadro
caratterizzante la seconda metà degli anni '60 e cioè il periodo
immediatamente anteriore al quindicennio terribile (1969-1984) che la
Commissione fa oggetto della sua analisi specifica. Per rammentare come le
strette connessioni tra destra eversiva e settori degli apparati istituzionali
dello Stato, in particolare degli apparati militari e di sicurezza,
costituisca un dato storico ormai universalmente riconosciuto sulla base di
documentali certezze. Basti a mero titolo di esempio ricordare la
partecipazione al convegno dell'Istituto Pollio, e cioè ad un convegno
organizzato dai vertici delle istituzioni militari, di noti partecipanti della
destra eversiva come Giannettini, Rau ti e Delle Chiaie. Come si vedrà tali
connessioni accompagnarono, anche se con intensità decrescente, l'intera
storia della eversione di destra. Ed è un fenomeno che ha contribuito a
determinare una progressione delle collaborazioni, ben più lenta rispetto a
quella che ha caratterizzato gli apporti collaborativi di appartenenti alle
formazioni eversive di sinistra. Ed infatti la passata esperienza di ambiguo
rapporto con l'apparato istituzionale, ha spesso portato l'appartenente al
gruppo eversivo di destra, che andava maturando l'idea di collaborare con la
giustizia, a non fidarsi delle persone che aveva di fronte, a non ritenere
cioè che il suo interlocutore rappresentasse effettivamente lo Stato, perché
aveva conosciuto l'istituzione sotto forma diversa, aveva cioè conoscenza di
meccanismi attraverso i quali il suo interlocutore poteva improvvisamente
divenire non più credibile, non più affidabile, sì da porre in dubbio che
la sorte del collaborante potesse essere effettivamente quella che gli veniva
prospettata dal magistrato o dal funzionario proponente la collaborazione.
Malgrado tali limiti specifici degli apporti collaborativi, la storia dei
principali gruppi della destra eversiva è stata ormai oggetto di una compiuta
lettura in sede e giudiziaria e storiografica; con risultati di cui la
Commissione è tenuta a prendere atto.
1. Fino alla metà degli anni '70 lo scenario delle
organizzazioni dell'estrema destra è denominato da Ordine Nuovo e
Avanguardia Nazionale (135); sigle minori in ambito studentesco ed
universitario sono comunque riconducibili ad esponenti che si muovono nelle
file dell'una o dell'altra organizzazione o ad articolazioni delle stesse
organizzazioni che tendono ad essere presenti nelle diverse realtà
con sigle autonome (come il F.A.S., Fronte di Azione Studentesca, con cui
Ordine Nuovo organizza la sua Úquot;penetrazione tra i giovani, poiché
la rivoluzione la fanno i giovani... salvo ovviamente le poche eccezioni tra
noi rappresentateÚquot; o come Caravella e Lotta di Popolo, in cui è
forte la presenza di appartenenti ad AN). Tra le due formazioni non vi sono
discriminanti ideologiche nette, ma solo una diversità di
atteggiamento. I due movimenti occupano spazi politici ben determinati e sono
complementari, l'uno (O.N.) privi legiando il momento strategico, costruendo
così il discorso teorico della rivoluzione per i tempi lunghi, per
le generazioni avvenire, l'altro (AN) esaltando nella sua azione il momento
tattico e quindi immediato (136). Le comuni radici ideologiche, che risalgono
alla tradizione storica del fascismo rivoluzionario e della Repubblica Sociale
Italiana, si alimentano dell'analisi e della critica che di quelle esperienze
viene fatta da Julius Evola. La concezione dello Stato e quella della missione
delle avanguardie politiche da lui elaborate costituiscono l'humus di cui si
nutrono le posizioni di entrambe le formazioni e che, al di là del
processo più volte tentato di vera e propria fusione, hanno
determinato nel tempo fenomeni di osmosi tra i militanti dell'una e
dell'altra; e che quindi rendono la distinzione innanzi delineata
sostanzialmente tendenziale.
2. Ordine Nuovo nasce nel 1956, come Centro Studi Ordine Nuovo, dopo il
congresso di Milano del MSI, dal quale si scinde nel nome della continuità
con gli ideali della RSI, sotto la guida di Pino Rauti che, all'interno del
partito, aveva già dato vita ad una aggregazione denominata Ordine Nuovo.
Promotori della scissione, insieme a Rauti, sono Graziani, Massagrande, Delle
Chiaie. Dopo la morte del segretario Michelini, il nuovo segretario del M.S.I.
Giorgio Almirante, che aveva guidato all'interno del partito l'opposizione
interna più vicina alle posizioni degli ordinovisti scissionisti, avviò il
tentativo di recupero di tutti i gruppi dissidenti. Il processo di
riassorbimento arrivò a compimento nel dicembre del 1969 con il ritorno di
Rauti nel MSI, che motivò tale rientro con la necessità, a fronte dei
mutamenti in atto nella situazione politica nazionale, di procedere a
"una revisione globale della sua posizione nel quadro delle contingenze
globa li che indicano, senza alcun dubbio, una possibilità di rottura degli
equilibri, di estrema pericolosità... Ne consegue che è necessità vitale
per la vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo inserirsi dalla finestra
nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta, per poter usufruire delle
difese che il sistema offre attraverso il parlamento, con tutte le possibili
voci propagandistiche che ne derivano... Necessità contingente dunque,
assoluta e drammatica...". Alla posizione di Rauti si contrappone quella
di Graziani, Massagrande, Saccucci Tedeschi, Besutti ed altri, che rifiutano
di rientrare nei ranghi del MSI per la costituzione di un "movimento
rivoluzionario al di fuori degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una
formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e
strutturata secondo criteri propri delle minoranze rivoluzionarie", che
assume il nome di Movimento Politico Ordine Nuovo. Il movimento, che si
autodefinisce come l'unico movimento politico fautore di una strategia globale
nazional-rivoluzionaria, si dà una prima organizzazione provvisoria nel corso
di una riunione del 21 dicembre 1969 e una organizzazione più complessa dopo
il I congresso tenutosi a Lucca nell'ottobre del 1970, comunicata agli
aderenti con il Notiziario Riservato del 5 novembre 1970. L'attività ed il
progetto politico del movimento vennero all'attenzione dell'autorità
giudiziaria, dopo che gli aderenti si erano resi protagonisti di più di
quaranta episodi di aggressione e avevano giocato un ruolo significativo nei
disordini di Reggio Calabria del 1970, quando nel giugno 1973, Ordine Nuovo
formò oggetto di un dettagliato rapporto della Questura di Roma. Quel
rapporto e gli atti che ne scaturirono portarono i quadri dirigenti del
movimento prima a giudizio avanti al Tribunale di Roma per il reato di
ricostituzione del partito fascista e, dopo la condanna del 21 novembre 1973
(137), al decreto di scioglimento dell'organizzazione, del 23 novembre
successivo. L'ipotesi accusatoria ha vincolato l'accertamento del Tribunale
alla verifica della corrispondenza tra il progetto, i fini e l'organizzazione
del movimento e quelli propri del fascismo. Gli elementi che col tempo sono
emersi consentono oggi di dire che già all'epoca erano stati consumati fatti
delittuos i di maggiore gravità e relativi a impotesi associative di diverso
rilievo, che solo molto tempo dopo sarebbe stato possibile ricondurre
nell'ambito dell'organizzazione. Pur con tali limiti, gli atti di quel
processo e la sentenza che lo concluse costituisvono un punto di partenza
ineliminabile per comprendere sia gli ulteriori sviluppi del movimento che i
meccanismi delle dinamiche interne alla destra radicale. Ordine Nuovo
risultava già caratterizzato come un movimento semiclandestino, fortemente
gerarchizzato, con una direzione politica centralizzata, orientato a muoversi
in gruppi di pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta
di mobilitare un'area di simpatizzanti, ispirato ad una concezione elitaria e
mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in assoluta
contrapposizione con la democrazia parlamentare e l'organizzazione del
consenso attraverso i partiti, ma almeno in parte non antistituzionael (138).
Il movimento è infatti caratterizzato da una "concezione
antidemocratica, antisocialista, aristocratica ed eroica della vita", ma
la stessa matrice evoliana gli conferisce un ruolo non antagonista rispetto
allo Stato; anzi, come è stato osservato, la possibilità di utilizzare il
"movimento nazionale" in funzione antisovversiva di difesa dello
Stato è una costante, almeno nella prima fase, del pensiero di Evola: per
difendere lo Stato ormai ostaggio delle masse organizzate, capaci in ogni
momento di paralizzarne la vita, occorreva creare "una rete capillare
intesa a fornire prontamente elementi di impiego per fronteggiare dovunque...
l'emergenza", avendo come fine "anzitutto e prima di tutto la difesa
contro la piazza dello Stato e dell'autorità dello Stato (persino quando esso
è uno "Stato vuoto") e non la loro negazione" (139). In tale
prospettiva il movimento nazionale doveva individuare, all'interno dello
Stato, qu ei "corpi sani" cui era possibile far riferimento, come i
paracadutisti, la polizia, i carabinieri. Tale originaria impostazione
favorirà, fin dall'inizio, il contatto con quei settori dell'arma dei
carabinieri e dei servizi di informazione che all'interno e contro le
istituzioni si muovevano per condizionare la situazione politica in chiave
autoritaria. Il tratto distintivo più significativo, dal punto di vista della
risposta delle istituzioni, tra l'azione di contrasto all'estremismo di destra
e a quello di sinistra, è proprio la sintonia tra i disegni degli eversori e
quelli di una parte degli apparati che li avrebbero dovuti combattere ed ha
radici profonde e risalenti nel tempo, che poco hanno a che fare con la
episodica strumentalizzazione del singolo fatto. Ciò ha contribuito in modo
determinante a rendere impervio e a volte impossibile il compito degli
inquirenti che solo assai faticosamente e a distanza di anni hanno potuto
ricostruire ormai con sufficiente chiarezza i tratti significativi dei
percorsi eversivi.
3. Avanguardia Nazionale fu fondata nel 1960 da Delle Chiaie, che si
allontana con questo da O.N., della cui separazione dal MSI era stato
sostenitore. Nel 1965 A.N. si sciolse e gli aderenti, pur non rompendo i
collegamenti tra loro, parteciparono sotto altre sigle all'esperienza politica
della destra radicale non dissimilmente da quanto faceva ON. Fu poi
ricostituita nel 1970, in concomitanza con il processo di parziale
riassorbimento di O.N. nel MSI. Animata da una pari ostilità nei confronti
dei regimi comunisti e dello stato liberal-democratico, A.N. propugna l'idea
di una rivoluzione europea per ripristinare le naturali differenze tra gli
uomini e dar vita alla formazione di una élite rivoluzionaria che funga da
avanguardia, organizzata in piccoli gruppi o in nuclei qualificati che
nell'azione concretizzano la fusione tra ideale e sua realizzazione. Il
movimento teorizza l'ipotesi golpista classica, richiamandosi, come O.N., al
fascismo storico e alla RSI, ma ricollegandosi all'espe rienza allora attuale
dei regimi militari in Europa e America Latina. Si prefigge inoltre lo scopo
di determinare "una definitiva divisione verticale nelle forze politiche
in due fronti contrapposti: il demo-marxista e il nazionale
rivoluzionaria". L'esasperazione del clima di tensione è strumentale a
tale disegno e può essere raggiunta sia attraverso lo scontro con
l'avversario che attraverso azioni di provocazione non riconducibili alla loro
reale matrice. Funzionale a tale disegno è anche e soprattutto il
mantenimento di contatti con gli apparati che, una volta determinata una
lacerazione del tessuto del potere, sono destinati ad intervenire per
ripristinare l'ordine. Anche A.N., sulla base della stessa attività di
poliziagiudiziaria che aveva portato al rapporto contro O.N., fu, attraverso i
suoi maggiori esponenti, sottoposta a procedimento per ricostituzione del
partito fascista e, sebbene in tempi più lunghi e con condanne più miti, si
pervenne prima alla condanna, nel 1976, quindi allo sciogliemento
dell'organizzazione (140). Fonti che furono rese disponibili solo molto tempo
dopo la conclusione di quel processo (141) riferiscono dettagliatamente
dell'esistenza all'interno di A.N. di due livelli: un livello
"ufficiale", destinato allo svolgimento delle attività pubbliche e
legali, e una struttura "secondaria" che costituiva un vero e
proprio apparato clandestino. Di tale seconda struttura, secondo una
metodologia assai raffinata, facevano parte i militanti dotati di capacità
organizzative più adatte al lavoro clandestino, scelti fra coloro che non
erano noti alla polizia ed ai carabineiri per la loro attività politica
pubblica e fra quanti avevano finto di abbandonare l'attività politica. Il
lavoro di tale struttura, dedita ad attività terroristiche, era regolato da
norme assai precise tra cui la conoscenza limitata ad un numero ristretto di
altri membri dell'apparato e la non conoscenza di chi avesse compiuto una
certa "azione" se appartenente a un'altra &qu ot;cellula".
Chi apparteneva alla struttura "secondaria" doveva godere della
piane fiducia del vertice e collaborare al "filtraggio" dei
militanti. Nel frattempo la condanna degli ordinovisti e lo scioglimento
dell'organizzazione O.N. aveva colpito l'ambiente della destra eversiva nel
quale si faceva affidamento su una risposta più impacciata da parte
dell'ordinamento e aveva determinato uno sbandamento nelle file ordinoviste,
ma al tempo stesso costituì una sorta di trauma unificante richiamando
attorno all'organizzazione colpita la solidarietà delle altre formazioni e
quella di A.N. in particolare (142).
4. La risposta allo scioglimento di Ordine Nuovo (143) è costituita dal
tentativo di riunificazione tra O.N. e A.N. che viene lungamente preparata con
contatti tra gli ordinovisti in Italia e voluta fortemente da Stefano Delle
Chiaie e che fu sancita in una riunione svoltasi ad Albano nel 1975. Alla
presenza degli stati maggiori dell'eversione e di diversi latitanti (come
Delle Chiaie e Concutelli) rientrati clandestinamente, fu dato corpo alla
struttura riunita, che, utilizzando quale schermo la sigla ancora legale di
A.N., non doveva essere la somma delle due strutture, ma la risultante della
loro fusione, riconoscendo zona per zona la leadership all'organizzazione
localmente più rappresentativa. L'organizzazione riunita doveva avere un suo
organigramma e mettere in comune le armi, le strutture logistiche e il piano
d'azione attorno ad una strategia che sanziona un radicale cambiamento di
atteggiamento. Delle Chiaie, secondo quanto poi appreso dall'autorità
giudiziaria, avrebbe e sordito senza mezzi termini annunciando che: "noi
siamo qui non per fare stupidaggini come seguire linee politiche o fare
giornali, noi siamo qui per prenderci il potere" secondo una linea
d'azione così sintetizzata da Calore: "arrivare ad ottenere la
disarticolazione del potere colpendo le cinghie di trasmissione del potere
statale". Come si vede il baricentro si sposta verso una scelta
spiccatamente antisistemica. L'indicazione data in quella sede da Delle Chiaie
proclamando che "Occorsio era un nemico da abbattere" fornisce una
tragica esemplificazione del nuovo atteggiamento, ed avrà l'anno successivo
puntuale esecuzione per mano dell'ordinovista Concutelli. Ad avviso della
Commissione il processo di riunificazione appare estremamente significativo
per comprendere lo sviluppo della strategia della destra eversiva nel suo
complesso. Esso non ha potuto avere in sede processuale - per ragioni
necessariamente legate ai limiti e agli obiettivi di ogni vicenda giudiziaria
- una adeguata valorizzazione ricostruttiva, rimanendo schiacciato tra le
valutazioni in punto di diritto sugli elementi della fattispecie associativa e
i vincoli derivanti dal principio del ne bis in idem. Tuttavia si può
storicamente affermare che la riunificazione si pone come passaggio tattico di
una strategia che vede intrecciarsi i percorsi degli ordinovisti e degli
avanguardisti. Il delitto Occorsio, già ricordato, il sequestro Mariano,
l'attentato a Leighton, si inseriscono in tale contesto. L'arresto degli
appartenenti alle due organizzazioni (Tilgher, Vinciguerra, Crescenzi, Di Luia,
tutti di A.N. e Gubbini di O.N.) nell'appartamento di via Sartorio in Roma nel
dicembre del 19 75, fornisce, insieme al rinvenimento dell'organigramma della
struttura unificata e di copioso materiale documentale (144), tra cui
documenti ideologici di pugno di Concutelli e di Delle Chiaie, la
dimostrazione evidente dell'avvenuta fusione.
5.0. Come si è avuto modo di sottolineare all'inizio del presente
capitolo, le nuove acquisizioni processuali offrono elementi di conoscenza che
concorrono a rendere intellegibile il contesto generale in cui si è iscritta
la strategia della tensione. Il materiale reso disponibile alla Commissione da
recenti inchieste - ancorché non formi ancora oggetto di giudicato penale e
richieda ulteriori verifiche giudiziarie - appare sufficientemente idoneo a
consentire la formulazione del giudizio storico-politico che la Commissione è
chiamata ad esprimere circa il grado e l'effettività dell'azione di contrasto
che le istituzioni dispiegarono per arginare il fenomeno dell'eversione e
dello stragismo; e tutto ciò anche a prescindere dalla concreta possibilità
che le autorità giudiziarie pervengano all'accertamento di responsabilità
individuali. Le più recenti acquisizioni processuali chiariscono con maggiore
evidenza come il tentativo di riunificazione tra Ordine Nuovo e Avanguardia
Nazionale sia nato nel contesto di uno scambio di antica data tra le due
formazioni, ma soprattutto collocano organicamente entrambe le formazioni nel
disegno di destabilizzazione, o meglio di "stabilizzazione" in senso
autoritario del sistema, che si esprime con i progetti golpisti e con la
strategia della tensione. Dopo la prima stagione dei processi per
ricostituzione del partito fascista e le condanne dei vertici delle due
organizzazioni, si è già ricordata la fase nella quale aderenti di O.N. ed
A.N. riportarono condanne per reati associativi e per episodi specifici che,
al momento del loro accadimento, non erano stati ricondotti alle predette
organizzazioni. Ma le novità di maggior rilievo per quanto concerne i profili
di interesse e la competenza della Commissione vengono da procedimenti in
corso a Bologna (processo Italicus bis) e a Milano (che dall'attività del
gruppo La Fenice risalgono fino alla strage di piazza Fontana). Le
ricostruzioni istruttorie hanno confermato un disegno che nelle grandi linee
era già tracciato, e cioè quello di una sostanziale contiguità tra O.N. e
AN, ma soprattutto della stabilità dei rapporti di entrambe con settori dei
servizi di informazione e alcuni apparati militari, di un loro coinvolgimento
già dalla fine degli anni '60 (a livello operativo, cioè concretizzatosi
attraverso fatti delittuosi) nei progetti golpisti succedutisi fino al 1974.
Tali ricostruzioni hanno anche introdotto elementi di novità che
qualitativamente mutano il quadro precedente. In particolare, l'inserimento a
pieno titolo di O.N. nelle strutture dei Nuclei di Difesa dello Stato (145),
che sembrerebbe potersi affermare sulla base delle risultanze degli
accertamenti milanesi - induce a riconsiderare la qualificazione
dell'attività del gruppo mentre lo stesso numero degli episodi di copertura e
depistaggio accertati aggrava la qualità di un collegamento con ambienti
interni alle istituzioni che già nelle istruttorie precedenti era risultato
evidente. Benché la serietà e lo scrupolo delle istruttorie consentano di
attribuire ad essi un grado di attendibilità elevato, è comunque doveroso
precisare che si tratta di accertamenti limitati alla fase istruttoria e che
la Commissione ha potuto prendere in esame solo i documenti conclusivi di tale
fase (l'ordinanza del g.i. Grassi e la prima ordinanza del G.I. Salvini) e
non, direttamente, tutti gli atti del procedimento. L'esito della ulteriore
verifica di ogni singolo episodio non appare comunque passibile, nel complesso
delle risultanze, di depotenziare il quadro emergente dagli atti. Nei
paragrafi che seguono, la Commissione ritiene di dover dar conto, in forma
sintetica, di alcune delle indicazioni ricavabili dalle due sentenze-ordinanze
testé ricordate. Tali indicazioni riguardano:
a) i contatti tra A.N., il Sid e l'Ufficio affari riservati del
Ministero dell'interno,
b) i rapporti tra O.N., il Sid e ufficiali dell'Esercito,
c) le coperture fornite dal Servizio e le fonti (interne alle strutture
eversive) mai utilizzate per un'azione di contrasto,
d) le attivià di provocazione e/o i delitti commessi dalla destra
eversiva o dal Servizio, da attribuire alla sinistra.
5.1. I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi di informazione,
prima con l'Ufficio affari riservati, poi con il SID, hanno origini risalenti
ai primi anni 60, quando l'area di A.N., tramite il giornalista Mario
Tedeschi, fu coinvolta dall'Ufficio affari riservati del Ministero
dell'interno nell'attività di affissione dei "manifesti cinesi",
una campagna di attacco al partito comunista apparentemente proveniente dalla
sua sinistra (146). Tale attività du ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la
ricondusse ad una iniziativa dell'Ufficio affari riservati, condivisa
tatticamente da A.N. come valida manifestazione di "guerra
psicologica" nei confronti del partito comunista. A prova della
"copertura" fornita all'operazione da parte delle forze dell'ordine,
secondo quanto riferisce Vinciguerra, Delle Chiaie (147) avrebbe appreso da un
funzionario della Questura che la immediata liberazione di alcuni
avanguardisti fermati durante l'affissione dei manifesti e ra stata frutto di
un preciso intervento in tal senso. Nell'operazione fu coinvolta AN a livello
nazionale e non soltanto a Roma. La collaborazione tra A.N. e l'Ufficio affari
riservati è riferita poi dal capitano Labruna, che dice di averla appresa da
Giannettini e da Guido Paglia. Tale circostanza trova conferma nelle
dichiarazioni di Giannettini e nella nota relazione su "attività di
Avanguardia nazionale e gruppi collegati" consegnata da Guido Paglia al
Sid e non trasmessa all'autorità giudiziaria (148). La relazione fu invece
utilizzata, secondo Vinciguerra (149), proprio come prova di affidabilità del
servizio nei confronti di Delle Chiaie, con il quale Labruna si incontrò in
Spagna poco dopo la ricezione della nota. Labruna faceva così sapere a Delle
Chiaie che il Sid sapeva che il coinvolgimento di A.N. nel golpe Borghese era
passato proprio attraverso la struttura di intelligence del Ministero
dell'interno, ma teneva la cosa segreta. I contatti istituzionali di Delle
Chiaie all'estero non furono peraltro occasionali, come dimostrano altresì
gli incontri di questo con Labruna e con lo stesso Federico Umberto D'Amato
(150).
5.2. Numerosi sono i riferimenti a contatti tra O.N. e ambienti
informativi e militari; tali contatti devono collocarsi nel quadro della
mobilitazione della destra eversiva al servizio dei progetti di
detsabilizzazione cui facevano riferimento le dichiarazioni di Spiazzi e di
Vinciguerra già negli anni '80 e che ora sono andate delineando un quadro
sempre più completo. A tal riguardo appaiono significative le dichiarazioni
di Graziano Gubbini, ordinovista perugino che tra il 1971 ed il 1972 si era
trasferito in Veneto ed era entrato nelle formazioni ordinoviste locali. (151)
Questi riferisce di incontri con militari e di una riunione nella caserma di
Montorio, cui Guubini partecipò come rappresentante del centro Italia
unitamente ad un rappresentante per il sud e per il nord per "dar vita ad
una struutura di civili di ispirazione ordinovista che, in collegamento con
ambienti militari, avrebbe dovuto organizzarsi con basi, armi ecc.. con
finalità anticomuniste"..."L'operazione venne denominata
"Operazione Patria" e prevedeva la costituzione di una struttura
organizzata inmodo analogo al F.N.L., con a disposizione basi, armi ed il
nostro addestramento. Avremmo avuto a nostra disposizione per il nostro
addestramento delle basi militari cioè la creazione di una struttura mista di
militari e civili che avrebbe potuto avvvalersi dei supporti logistici e
addestrativi dell'esercito"; L'operazione si sarebbe arenata per la
resistenza degli ordinovisti del centro e del sud alla consegna dell'elenco
completo dei militanti dell'organizzazione. Anche il gruppo perugino di O.N.
risulta aver avuto contatti con il servizio di informazione tramite Maurizio
Bistocchi e Luciano Bertazzoni (indicato agli atti del servizio come fonte
CAPE), contatti non negati dagliinteressati i quali tuttavia cercano di
sminuirne la portata, ma collocati invece da Graziano Gubbini in un contesto
ben più articolato: "Effettivamente mi risulta che il Bistocchi venne
contattato da un ufficiale dei carabinieri e sia lui che il Bertazzoni
mantennero contatti con questa persona. Io stesso fui avvicinato,
precedentemente, da un sedicente ufficiale dei carabinieri che mi propose di
collaborare organicamente nell'ambito di una struttura anticomunista. Questa
persona mi disse che avremmo avuto a disposizione armi e quant'altro fosse
servito...." (152) Per quanto riguarda poi i rapporti con ufficiali
dell'esercito per il procacciamento di esplosivi ed altro analogo materiale,
occorrerà ricordare quanto emerge dal documento Azzi (153) sulla
possibilità, confermata da più fonti, di prelevare materiale proveniente
dalle caserme di Pisa e di LIvorno e sulla messa a disposizione di esplosivo
da parte del colonnello Santoro, che a tal fine era in stretto contatto con
l'industriale Magni.
5.3 Parallelamente alla rete di connessioni e di contatti, si sviluppa
anche una intensa attività di copertura da parte dei servizi in favore degli
estremisti di destra. Il quadro che i più recenti accertamenti hanno
riassunto riprendendo le fila di precedenti istruttorie e approfondito con
nuove acquisizioni, sgombra il campo dall'equivoco nel quale si incorre
allorchè si affronta il tema della responsabilità dei servizi stessi, fino a
svuotare di contenuto poitico la inadeguata risposta dello Stato alle minacce
terroristiche, stragiste e golpiste. L'equivoco riguarda la asserita,
congenita incapacità e la cronica disorganizzazione di tali apparati di
sicurezza. I servizi di informazione in realtà disponevano di notizie, di
elementi di valutazione, di stabili fonti di informazione e di capacità
professionali per la loro valorizzazione che li avrebbero messi in condizione
di dare un aiuto determinante all'autorità giudiziaria e alla polizia giudiz
iaria se solo questo fosse stato il reale intendimento con cui l'attività di
servizio veniva svolta e non piuttosto la sua strumentalità a disegni e
progetti politici che, peraltro, sembra non avessero nelle sedi istituzionali
la loro fucina di elaborazione. E' chiaro che, al riguardo, in nessun momento
tale giudizio drastico può colpire i servizi nella loro totalità e che,
sempre, vi sono stati tra le loro fila funzionari leali e di piena
affidabilità democratica; tuttavia l'ormai consolidato riferimento ai
"settori deviati dei servizi" diventa fuorviante quando venga
riferito ad epoche e situazioni in cui alle deviazioni hanno partecipato i
massimi vertici degli stessi o i responsabili di settori determinanti. Le
coperture per l'espatrio di Giannettini e di Pozzan, le falsità
dibattimentali suggerite a Lubruna, le risposte evasive provenienti dai
massimi vertici dello stato, le produzioni documentali monche e ed elusive
fornite frequentemente alle più diverse autorità giudiziarie da parte dei
servizi appartengono ormai alla consolidata conoscenza collettiva; ma molti
altri episodi posono essere ricordati. Il servizio di informazione militare ha
costantemente disposto di informatori e di infiltrati nei gruppi ordinovisti
ed in avanguardia nazionale. La fonte "Tritone", interna a O.N. di
Padova, che non è stato possibile identificare per il tempo trascorso,
riferì tempestivamente sul contanuto di riunioni tenute poco dopo la strage
di piazza della Loggia nel corso delle quali Maggi ebbe a spiegare agli
intervenuti come l'attentato non dovesse costituire altro che il primo passo
di ua programmata escalation di attentati che dovevano rendere ingovernabile
il paese. L'istruttoria milanese ha poi portato alla luce il gravissimo
episodio della chiusura, da parte del generale Maletti, della fonte Casalini
(fonte "Turco" negli atti del servizio) proprio nel momento in cui
questi stava per "scaricarsi la coscienza" riferendo quanto a lui
noto sulle implicazioni di Freda e dei suoi negli attentati della primavera
del 1969 a Milano e nella strage del dicembre successivo. Oltre alla
intrinseca gravità di tale fatto, è allarmante ilmodo in cui l'intervento di
Maletti fu reso possibile. Risulta infatti che i sottufficiale che tenevano i
contatti con Gianni Casalini ne informarono il responsabile del centro CS di
Padova, colonnello Bottallo, che non investì l'ufficio D della questione
anche per timore "che le notizie contenute potessero essere distirte".
Agli atti del centro CS non fu conservato alcun appunto, ma fu informata la
polizia giudiziaria che procedette ad un ulteriore esame della fonte con la
partecipazione di un sottufficiale (il brigadiere Fanciulli) della divisione
Pastrengo di Milano, il quale riferì il contenuto del colloquio con una
relazione al generale comandante la divisione, relazione che non fu mai
trasmessa alla polizia giudiziaria e scomparve dagli atti della divisione, ma
che fu tempestivamente seguita, secondo l'appunto trovato presso Maletti,
dalla tassativa indicazione di chiudere la fonte (154). La stessa cosa era
avven uta per gli accertamenti su Gelli attivati nel 1974 e bloccati
perentoriamente sempre da Maletti, che ne viene trasversalmente informato dal
capitano Tuminiello (anch'egli della P2) o dallo stesso Labruna tramite
Viezzer, con la minaccia della restituzione all'arma terrioriale di chiunque
avesse continuato a svolgere accertamenti sulpersonaggio. Anche nell'episodio
della fonte Casalini scatta una catena di comando di matrice piduistica che ha
una sua determinante articolazione nel gruppo di ufficiali che facevano allora
capo alla divisione Pastrengo. Occorre in proposito rinviare alle
circostanziate dichiarazioni rese dal generale Bozzo in più sedi giudiziarie,
a Roma, Bologna, Venezia, Palermo e tenute in così scarsa considerazione
dalla Corte di Assise che ha escluso la cospirazione politica per la loggia
P2, e alle affremazioni fatte a suo tempo in proposito dal generale Carlo
AlbertoDalla Chiesa. L'appunto rinvenuto tra le carte di Maletti si chiude con
l'indicazione di conferimento del comp ito di "procedere" al
capitano Del Gaudio (anch'egli piduista e di sicura affidabilità per Maletti)
ottenendo così la sterilizzazione di una importante fonte investigativa. Per
le sue false dichiarazioni in merito all'appunto e all'incarico avuto da
Maletti il capitano Del Gaudio è già stato condannato con rito abbreviato ad
un anno di reclusione dal tribunale di Venezia all'esito dell'istruttoria nata
dallo stralcio di parte degli atti relativi alla strage di Peteano (155). Che
i servizi fossero in possesso di altre fondamentali notizie, cui non dettero
il legittimo sbocco processuale, emerge soprattutto dal documento Azzi (56).
In esso si fa riferimento alla attribuibilità al gruppo La Fenice (e a
Rognoni personalmente) dell'attentato alla Coop (individuato in quello
avvenuto il primo marzo del 1973) e all'idea di convincere Fumagalli e
l'avanguardista Di Giovanni a prendervi parte, come pure si fa riferimento al
progetto, confermato da altre fonti, di far rinvenire nelle adiacenze delle
villa di Giangiacomo Feltrinelli nei pressi di Casale Monferrato una cassetta
di esplosivo e parte dei timers residui dalla strage di Piazza Fontana per
avvalorare l'attribuibilità della strage a quell'area. La cassetta fu poi
rinvenuta in una località dell'appennino ligure subito dopo il fallito
attentato al treno Torino-Roma dell'aprile del 1973. Dallo stesso documento
sono ricavabili indicazioni sulle responsabilità per l'attentato alla scuola
Italo-Slovena dell'aprile del 1974 (ultimo degli episodi riferiti nell'appunto
e l'unico verificatosi quando Azzi era già detenuto), fatto per il quale il
Sid tentò una attribuizione alla sinistra, nonostante si collocasse
temporalmente in una fase di estrema tensione tra la destra locale e la
comunità slovena triestina. Agli atti del servizio è stato infatti ritrovato
un appunto, anche questo di pugno di Maletti, nel quale egli fa riferimento ad
una "fonte direttamia" che indica una matrice di sinistra per
l'attentato e, riprendendo una nota pervenuta dal centro CS locale, incarica
Genovesi di predisporre un appunto in tale senso per il direttore del
servizio, consigliandone l'inoltro al Ministero dell'interno.
5.4 Altro tema di estrema impirtanza è quello dell'opera di inquinamento e di ostacolo svolta dai gruppi eversivi e da settori dei servizi per pilotare politicamente gli avvenimenti di quegli anni determinando un deterioramento della situazione dell'ordine pubblico così da alimetare una reazione dell'opinione pubblica nei confronti della sinistra. Alcuni di essi sono allo stato collocabili tra i depistaggi successivi agli eventi e destinati ad impedire che venissero individuati i veri responsabili. Altri episodi invece dimostrano una volontà di precostituzione di prove a carico della opposta fazione: la strage di piazza Fontana costituisce, in quest'ambito, un capitolo a sè per la straordinaria gravità dell'evento e per la complessità delle implicazioni, la lo stesso attentato, già richiamato, in cui rimase ferito Nico Azzi doveva essere attribuito alla sinistra e, per tale ragione, era stata ostentata la copia di "Lotta continua" nella tasca dell'impermeabile dell'attentatore. Alla sinistra doveva essere attribuito anche l'attentato al treno Brennero-Roma, attentato che doveva avvenire presso Bologna e che avrebbe dovuto determinare una situazione di panico generale destinata a sfociare in una richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza nel corso della manifestazione della maggioranza sileziosa prevista per il 12 aprile (cinque giorni dopo) a Milano. Lo stesso disegno - cioè la creazione di una situazione di intollerabile allarme e la precost ituzione di una situazione favorevole ad iniziative autoritarie - proseguirà peraltro con la campagna di attentati ai treni del 1974 che avrebbe dovuto avere inizio a Silvi Marina (29 gennaio 1974) e svilupparsi in un crescendo di atti delittuosi, alcuni dei quali programmati, altri portati a termine, che doveva tragicamente raggiungere l'acme nell'attentato dell'Italicus del 4 agosto. E' emerso che anche l'attentato avvenuto nel novembre del 1971 e che provocò il danneggiamento delle mura di cinta dell'università Cattolica a Milano, doveva essere attribuito alla sinistra (157). Nell'ambito di una sofistica azione di provocazione si collocò poi l'operazione di Camerino, dettagliatamente ricostruita sia nell'ultima istruttoria di Bologna che in quella di Milano. In quella occasione furono fatti rinvenire armi ed esplosivi unitamente a moduli di documenti in bianco e materiale cifrato che ne consentissero l'attribuzione ad esponenti di sinistra, coinvolgendo così gruppi politici di diversa provenienza geografica e anche uno studente greco. L'operazione fu compiuta con materiale esplosivo fornito, secondo quanto affermato da Delle Chiaie, da Massimiliano Fachini, mentre i documenti ed il cifrario furono chiesti a Guelfo Osmani dall'allora tenente D'Ovidio che comandava il presidio territoriale dei carabinieri a Camerino. L'indicazione che fece scattare formalmente l'operazione di polizia giudiziaria partì dalla compagnia Trionfale dei Carabinieri di Roma ed in particolare dal capitano Servolini. Questi rese a tal proposito al giudice istruttore una deposizione che lo stesso magistrato ha severamente valutato ("si caratterizza per le contraddizioni e l'assoluta inattendibilità") mentre, secondo il racconto di Guelfo Osmani, sarebbe stato proprio l'ufficiale a consegnare a D'Ovidio, in presenza dello stesso Osmani, la canna di fucile poi ritrovata insieme all'esplosivo, alle bombolette di gas e all'altro materiale nell'arsenale. La matrice si "sinistra" del deposito fu raccolta e rilanciata con sospetta tempestività dal giornalista Guido Paglia, che aveva da non molto lasciato i vertici di A.N., e che, in un articolo pubblicato nella stessa data del rinvenimento, riferisce dati che la decrittazione del cifrario, operazione anch'essa di facciata, avrebbe reso disponibili agli inquirenti solo qualche giorno dopo. La vicenda vede pesantemente implicato il Servizio se è vero che tra le carte sequestrate al generale Maletti nel novembre del 1980 è stata trovata, in uno degli appunti relativi agli incontri con il direttore del se rvizio, alla data del 7 gennaio 1973, l'annotazione, accanto all'indicazione "Eversione di sin.": "Camerino (armi dx)". Ciò dimostra la consapevolezza dei vertici del servizio della operazione di provocazione che sarebbe costata l'incriminazione di alcuni esponenti dei gruppi di sinistra, prosciolti definitivamente dalla Corte di Assise di Macerata solo il 7 dicembre del 1977. Alla data dell'appunto Maletti non doveva essere soddisfatto dello sviluppo degli accertamenti giudiziari tanto che l'annotazione prosegue con una indicazione, non perfettamente comprensibile, ma dalla quale si capisce la volontà di inviare un anonimo alla Procura Generale della Repubblica di Ancona, secondo una prassi della quale le istruttorie relative alla strage di Bologna, a quella di Ustica, all'omicidio Pecorelli hanno dato non edificanti esempi. Si noti che l'operazione non nasce da una estemporanea iniziativa della periferia, ma è nota e meticolosamente sorvegliata dagli ufficiale centrali che ne controllano attentamente gli effetti pronti ad intervenire con aggiustamenti di tiro e correzioni; l'operazione obbedisce inoltre ad un principio di economicità, ponendosi allo stesso tempo più obiettivi ugualmente utili al servizio: dal coinvolgimento di dissidenti greci alla polarizzazione dell'attenzione sulla violenza e la pericolosità dei gruppi di sinistra in concomitanza con il depistaggio operato per la strage di Peteano. Osmani afferma inoltre di aver consegnato anche un rilevante numero di moduli di patenti al capitano D'Ovidio, moduli poi rinvenuti nel deposito di Camerino. I 604 documenti consegnati al capitano D'Ovidio facevano parte di uno stock di 4.700 moduli rubati al Comune di Roma il 14 maggio 1972 e da quello stesso stock proviene il modulo del falso documento intestato a Enrico Vaileti rinvenuto sulla persona di Sergio Picciafuoco a Bologna il giorno della strage. Questo particolare impone inquietanti interrogativi sui mai chiariti rapporti di Picciafuoco con i Servizi di informazione (158).