FISICA/MENTE

 

 

GLI ANNI SESSANTA

CAPITOLO III


0. L'esposizione che precede consente indubbiamente di rimarcare alcune differenze che segnano la vicenda Gladio rispetto ad altre che la avevano preceduta e che in essa in qualche modo confluirono. Ed infatti mentre Gladio è la storia di un segreto assoluto mantenuto per oltre quarant'anni, fenomeni anteriori oggetto di indagine da parte della Commissione (quali ad esempio la organizzazione Osoppo e per altro profilo l'associazione Pace e Libertà) ebbero nel loro svolgimento solo in parte carattere di segretezza. Sicché non soltanto la loro esistenza fu almeno in parte immediatamente percepibile, ma la loro storia, anche per i profili evolutivi, può oggi ricostruirsi su tracce documentali abbastanza copiose. Tale differenza è fenomeno in sé comprensibile ed insieme fortemente significativo per il suo collegamento (che alla Commissione appare indiscutibile), come effetto a causa, al consolidarsi delle istituzioni democratiche nel nostro Paese durante il sesto dece nnio del secolo. Non è dubbio infatti che negli ordinamenti democratici la pluralità dei centri di decisione e di controllo determinano una trasparenza che attenua - ottativamente sino a farlo scomparire - il carattere di parziale invisibilità connaturato al potere (87). Altrettanto indubbio è peraltro che nel concreto dell'esperienza storica tale obiettivo non è mai stato pienamente raggiunto, permanendo anche all'interno degli ordinamenti democratici contemporanei quello che in sede teorica è stato efficacemente definito un irriducibile "nucleo cesareo" (gli "arcana imperii"), un'area di "decisioni chiuse" (e come tali sottratte alla trasparenza e visibilità che caratterizza la decisione democratica) cui appartengono, peraltro senza esaurirla, gli apparati di sicurezza, quali organismi "armati" incorporanti forti elementi di emergenza e istituzionalmente operanti secondo principi di segretezza fortemente derogatori rispetto alle regole generali proprie di ogni altro settore. Su tali basi, sempre in sede teorica, è stato altresì sottolineato come tale duplicità di piani sia venuta ad accentuarsi a partire dal secondo dopoguerra in funzione della specificità della situazione internazionale. Nella stessa, infatti, i singoli stati nazionali sono venuti a trovarsi inseriti, sia pure in forme diverse, in due grandi aree economiche, politiche e militari: da ciò lo svilupparsi all'interno di ciascuno stato di un fenomeno che efficacemente è stato definito come il "sistema della doppia lealtà" (88). Tale sistema ha fortemente influito principalmente, ma non soltanto, sugli apparati di sicurezza in quanto parti di uno schieramento internazionale a difesa di un ordine dato contro un'insidia, determinandone l'assunzione di compiti che solo ad una prima approssimazione possono qualificarsi frutto di occasionali deviazioni. Gli stessi ad un'analisi più approfondita appaiono invece la conseguenza naturale della dilatazione che l a categoria della "sicurezza" assume per l'attenuarsi in modo quasi assoluto della differenza tra interno/esterno ed insieme per l'attitudine dei servizi (strumenti delicati funzionanti in un settore sempre più strategico del mondo contemporaneo: raccolta, analisi ed organizzazione di informazioni) ad un più alto grado di integrazione o per lo meno di coordinamento internazionale, non registrabile per gli altri apparati nazionali; ciò tanto più in situazioni specifiche come quella italiana, il cui carattere di "frontiera" è stato già prima più volte sottolineato. Dalla correttezza di tale impostazione teorica il materiale indagativo raccolto dalla Commissione sin dalla sua costituzione consente un ampio ed agevole riscontro; può dirsi anzi che tale impostazione è apparsa alla Commissione un criterio di analisi che consente un inquadramento sufficientemente unitario di un materiale che altrimenti apparirebbe eterogeneo. Da ciò una duplice conseguenza:
a) il dover riconoscere che in Italia, più intensamente che in altre democrazie occidentali, le istituzioni visibili sono state sottoposte ad una tensione e torsione continua per effetto di vicende sotterranee che assunsero negli anni '60/'70 una crescente drammatizzazione, fortemente influenzando anche lo svolgimento visibile degli eventi;
b) il dover prendere atto che al consolidarsi delle istituzioni democratiche ha corrisposto un più intenso livello di occultamento di tali flussi sotterranei, che divengono identificabili soltanto attraverso i loro ricorrenti e sempre più drammatici momenti di emersione. Tra questi, nella sequenza cronologica che caratterizza l'esposizione, assumono rilievo gli eventi già ampiamente noti che fortemente segnarono la situazione politica del Paese nell'estate del 1964 e che ebbero, come momento preliminare e preparatorio, un nuovo orientamento operativo dal Sifar assunto già sul finire del decennio anteriore.

IL GENERALE DE LORENZO E IL PIANO SOLO

1. Gli eventi dell'estate del 1964 sono notissimi tanto da escludere l'utilità di ripercorrere nel dettaglio il loro svolgimento. Basterà qui ricordare come la prima esperienza di un governo di centro sinistra (e cioè con la partecipazione organica del PSI alla maggioranza e al governo), che fu presieduto dall'on. Aldo Moro, ebbe vita difficile e breve anche quale esito delle tensioni che ne avevano preceduto la costituzione e ne accompagnarono, frenandola, l'azione. La crisi che seguì non sembrò apparentemente più complessa di altre che l'avevano preceduta o che l'avrebbero seguita. Fu risolta con la costituzione di un nuovo governo sempre presieduto dall'on. Aldo Moro, avente la medesima base parlamentare, ma nel cui programma la spinta riformatrice risultò fortemente attenuata. Apparentemente l'esito politico apparve determinato dalle forti preoccupazioni nutrite in larghi strati del ceto dirigente italiano sulla possibilità che l'esperienza del centro sinistra determinasse non soltanto una modificazione della collocazione dell'Italia nel quadro internazionale, ma anche una fuoriuscita dell'ordinamento italiano dal modello occidentale. Basterà, come esempio di tale diffuso disagio, rimarcare quanto scrisse in sede enciclopedica uno dei maggiori giuristi dell'epoca, nei primi anni sessanta, spingendosi a manifestare la preoccupazione che, proseguendo sul cammino di ulteriori riforme strutturali (implicito era il riferimento, dopo la nazionalizzazione dell'energia elettrica, alla progettata riforma del regime di appartenenza dei suoli edificabili e alle leggi di programmazione economica) la sovrapposizione di un momento finalistico superindividuale all'interesse individuale avrebbe potuto condurre ad una così intensa funzionalizzazione delle categorie astratte de l diritto soggettivo e dell'atto di autonomia privata, da determinare addirittura "la fine del diritto civile... splendida creazione dell'intelletto e dell'attività umana" ed insieme "la fine sul piano etico e sociale di valori ancora più sostanziali che investono la stessa dignità dell'uomo, come essere libero e dei quali il diritto civile costituisce la forma giuridica" (89). La preoccupazione che le istanze riformatrici potessero minare in qualche modo i valori e gli assetti garantiti dall'ordinamento ed attentare al complesso delle libertà (anche economiche) individuali - pur nutrita in alcuni casi, come quello ricordato, da alte idealità - era indubbiamente ingiustificata ed eccessiva, ma valse a raffreddare, con la svolta del 1964, il processo di attuazione della Costituzione nella sue parti di più forte impatto sociale. Ciò che peraltro si vuole qui sottolineare è soltanto che l'involuzione del centro sinistra e l'attenuazione della sua spinta riformatrice apparvero come l'esito naturale di un clima culturale diffuso nel paese, dato che l'unico indice di un'anomalia nella soluzione della crisi governativa del 1964 fu quanto il segretario del PSI Pietro Nenni scrisse a caldo sull'Avanti "Improvvisamente i partiti ed il Parlamento hanno avvertito che potevano essere scavalcati. La sola alternativa che si è delineata nei confronti del vuoto di potere conseguente ad una rinuncia del centro sinistra, è stata quella di un governo di emergenza, affidato a personalità cosiddette eminenti, a tecnici, a servitori disinteressati dello Stato che nella realtà del Paese qual è, sarebbe stato il Governo delle destre, con un contenuto fascistico-agrario-industriale, nei cui confronti il ricordo del 1960 sarebbe impallidito" (90). E' notissimo peraltro come soltanto dopo pochi anni due famose campagne di stampa portarono in luce vicende sotterranee che indubbiamente avevano influito sugli eventi e cioè da un lato un'intensa ed assidua attività di controllo operata dal SIFAR su gran parte del ceto dirigente nazionale, dall'altro il ruolo avuto nella soluzione della crisi da parte del massimo vertice militare, nel suo rapporto con il Capo dello Stato, con l'approntamento di uno specifico piano emergenziale denominato Piano Solo. La completa emersione di tali vicende é stato il risultato di un lungo processo istituzionale che ha coperto uno spazio temporale superiore al ventennio. In estrema sintesi basterà quindi ricordare le inchieste amministrative affidate alle Commissioni Beolchini e Lombardi ed al generale Manes, il segreto di Stato posto dal Governo sulle loro risultanze, le resistenze governative opposte alla costituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta, la cui legge istitutiva fu approvata soltanto in data 31 marzo 1969, la defatigante delle acquisizioni documentali da parte della stessa Commissione, che concluse i suoi lavori sulla base di una documentazione ancora incompleta. La possibilità di una completa conoscenza (peraltro nei limiti di cui in seguito si dirà) di tali avvenimenti si è avuta soltanto quando il Governo assunse l'autonoma decisione di rimuovere il segreto di Stato a suo tempo opposto su alcune parti dei documenti relativi al cosiddetto Piano Solo e alle ricordate inchieste amministrative e conseguentemente il Presidente del Consiglio trasmise in data 28 dicembre 1990 (e quindi dopo più di un quarto di secolo dello svolgersi degli eventi!) la versione integrale di tale documentazione alle Presidenze della Camera e del Senato, che a loro volta l'hanno trasmessa al Comitato parlamentare per i servizi e a questa Commissione di inchiesta. Quest'ultima nella seduta del 10 gennaio 1991 deliberò di trasmettere al Parlamento, per la pubblicazione, gli atti ricevuti ad eccezione di alcune parti che si é ritenuto apportuno mantenere riservate, in applicazione del criterio suggerito dai Presidenti della Camera e del Senato di non divulgare quelle parti di documenti che avessero carattere esclusivamente privato o familiare ininfluenti ai fini dell'indagine. Per vero anche tale documentazione non può ritenersi completa mancando all'interno della stessa un documento di notevole importanza e cioé la lista dele personalità che secondo il Piano Solo dovevano essere "enucleate" (e cioé in sostanza arrestate) per essere trasferite in Sardegna. Inoltre sulla genuinità della documentazione acquisita sono insorte perplessità a seguito di note dichiarazioni del colonnello La Bruna; indagini esperite sia in sede giudiziaria sia direttamente da questa Commissione non sono valse a sciogliere tali dubbi.

Peraltro é avviso della Commissione che la documentazione di cui è in possesso è ben sufficiente ad una ricostruzione delle vicende in discorso sostanzialmente completa e alla formulazione sulle medesime, a tanta distanza di anni, di un giudizio meditato e sereno. Anche perché le vicende, per come ricostruite, vengono coerentemente ad inserirsi nel mosaico di eventi anteriori e successivi che la Commissione va ricostruendo ed acquistano all'interno dello stesso, senza alcuna forzatura, un significato che può ragionevolmente affermarsi univoco. Opportunità di sintesi espositiva convincono la Commissione a non indugiare nel ridescrivere in dettaglio vicende ormai note quali le "deviazioni" del SIFAR dei compiti istituzionali, il ruolo avuto dal generale De Lorenzo nella soluzione governativa dell'estate del 1964, i contenuti del Piano Solo (quest'ultimo documentalmente acquisito e pubblicato), limitandosi quindi ad evidenziare di tali vicende ormai note gli elementi di continuità e/o di contiguità che consentono un loro coerente inserirsi in un quadro complessivo; nonché ad esplicitare le valutazioni che tale inserimento rende ora possibile.

2.1 Per ciò che concerne le deviazioni del SIFAR può ormai ritenersi certo quanto risulta dalla relazione Beolchini: "L'indagine ha portato anzitutto alla contestazione che nell'ambito della prima sezione dell'Ufficio "D" l'estensione anomala dei fascicoli ha avuto luogo verso il 1959 ed anzi ha assunto proporzioni allarmanti proprio in quell'anno e nell'anno successiv. Con circolare del 26 febbraio 1959 sono state richieste a tutti i capi degli uffici periferici note biografiche e dettagliate notizie sull'attività 'comunque svolta' dai deputati e dai senatori. Ogni centro di controspionaggio dovette così compiere un'indagine biografica sui parlamentari compresi nella propria giurisdizione e per ognuno di essi è stato formato un fascicolo" (91). A questo punto vi sono quattro righe che fino al dicembre 1990 erano coperte da "omissis", nelle quali si legge. "Si veda, ad esempio, il registro relativo ai parlamentari del Piemonte, nel quale sono indicati i numeri dei fascicoli sulle matrici delle schede biografiche". Il testo poi prosegue affermando: "Nel 1960 vengono raccolte le notizie biografiche relative a prelati, vescovi e sacerdoti delle varie diocesi (...) Si è avuta così in quel periodo e negli anni successivi una espansione enorme del numero dei fascicoli, fino a giungere alle cifre odierne di 157 mila fascicoli, nei quali 34 mila dedicati ad appartenenti al mondo economico, a uomini politici e ad altre categorie di interesse rilevante per la vita della nazione" (92). La Commissione presieduta dal generale Beolchini individua, nell'ambito delle schedature illegali, una serie di ulteriori gravi irregolarità e nella relazione riferisce di aver raccolto prove che i profili delle persone schedate erano talora riscritti a distanza di tempo, con diverso orientamento, il che accentuava il carattere arbitrario del modo di procedere dell'uffico. Era stato accertato che, a partire dal 1960 circa, la ricerca delle notizie si era estesa gradualmente anche alle attività economiche e finanziarie e alle manifestazioni firvole, ordinando indagini, anche con documentazione fotografica, su relazioni extra coniugali, o comunque irregolari, sulla nascita di figli illegittimi, sulle consuetudini sessuali.

2.2 Di tale attività del servizio è stata in sede storiografica peraltro sottolineata la continuità con pratiche analoghe dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'interno e quindi il suo collegamento diretto all'esperienza fascista dell'Ovra e della sua riproposizione, anche mediante lo stesso personale, nella direzione Affari Riservati. In sede saggistica si è altresì avanzata l'ipotesi che tale indirizzo, che si istituzionalizzò nel SIFAR nel 1959, derivava da un input proveniente dal Capo Stazione CIA, Thomas Karamessines, nell'ambito delle tensioni politiche derivanti dalla previsione di una possibile apertura al PSI della maggioranza governativa. Comunque sia di ciò certo può dirsi che le tensioni politiche innescate in Italia dalla prospettiva della cosiddetta "apertura a sinistra" riproducevano specularmente analoghe tensioni determinatesi sul punto in ambiente statunitense. Come già rammentato in precedenza, era all'epoca in vigore la direttiva NSC 6014 del 16 agosto 1960 che, pur auspicando l'evoluzione del PSI verso posizioni autonome nei confronti del PCI, ribadiva la necessità di continuare a contrastarne l'ingresso nell'area del Governo finché tale evoluzione non fosse stata completata. Ma l'elezione di John Kennedy alla Presidenza degli Stati Uniti nel novembre 1960 aveva introdotto delle divergenze di valutazione all'interno del vertice politico statunitense. Nel gennaio 1961, appena insediato nella sua carica, Kennedy aveva incaricato Arthur Schlesinger di rielaborare la politica statunitense nei confronti di un possibile esperimento di centro sinistra. Nel marzo successivo, l'ambasciatore viaggiante del Presidente, Averell Harriman, dopo una breve visita a Roma, riferì in termini positivi nei confronti di un'apertura ai socialisti. Ma la burocrazia del Dipartimento di Stato, la maggior parte dei diplomatici a Roma, la stazione CIA nella capi tale italiana ed i rappresentanti in Europa del potente sindacato statunitense AFL-CIO erano nettamente contrari (93). L'8 novembre 1961, il segretario di Stato Bean Rusk inviò un telegramma di istruzioni al personale dell'ambasciata statunitense a Roma nel quale era scritto: "nelle discussioni con i vertici della DC, in particolare Fanfani e Moro, i rappresentanti dell'Ambasciata devono confidenzialmente far capire come siano sensibili ai vantaggi in termini di isolamento del PCI [...] che si possono trarre da un sostegno socialista al Governo. Purché esso sia ottenuto senza alcun compromesso con il PSI in materia di politica estera" (94). La pur cauta apertura di Risk provocò durissime reazioni nell'Ambasciata. Vi fu una riunione collegiale nella quale sarebbero emerse posizioni estreme, fino ad auspicare un intervento militare statunitense in caso di apertura al PSI (95).

2.3 Viene così ad essere confermata, sostanzialmente sulla base di certezze documentali, l'ipotesi teorica secondo cui nel sistema della doppia lealtà la dinamica del doppio Stato si attiva in momenti di tensione politica e cioè di acuta frizione tra gruppi dirigenti. In tale contesto di verifica dell'esattezza di un criterio di analisi interpretativa, assume significato un ulteriore profilo emergente dalla documentazione in atto e cioè la possibilità di addebitare al potere politico in ordine a tale deviazione dei servizi non solo un omesso controllo, ma anche una più pesante corresponsabilità. Il colonnello Rocca riferì alla Commissione Beolchini: "... Ed è qui che forse comincia la deviazione dai compiti istituzionali. Bisogna vedere però di chi è la colpa. All'inizio il generale De Lorenzo non era in grado di rispondere alle continue domande che gli venivano rivolte dal presidente Gronchi per cui si organizzò e organizzò il servizio per sopperire alle esigenze. [...] Una volta messo in moto l'organismo, non ci fu più bisogno di sollecitazioni, anche perché il generale De Lorenzo, attraverso i suoi contatti con autorità politiche e finanziarie, aveva acquisito una tale conos cenza dei problemi generali che si trovava nelle condizioni di rispondere anche sulla battuta. In quel periodo, dunque, fu avviata questa attività politica extra istituzionale. E' però dubbia la responsabilità di tale deviazione: non si può dire se la colpa fosse di chi dava gli ordini o di chi li eseguiva o di chi aveva il controllo sul funzionamento del Servizio" (96). Su tali basi diviene quindi possibile alla Commissione affermare che nell'eziologia della sostanziale delega, pressoché costante, della responsabilità per la sicurezza da parte del potere politico al vertice dei servizi, di cui innanzi ci si è già ampiamente occupati, coagirono probabilmente due elementi distinti: - da un lato il fenomeno della doppia lealtà derivante dal quadro internazionale presupposto; fenomeno che ha quindi influito sull'agire concreto non soltanto degli apparati di sicurezza, ma di una ben più ampia sfera di soggetti politici ed istituzionali; - dall'altro lo scambio che veniva a realizzarsi tra un potere politico che utilizzando l'attività dei servizi a fini di competizione interna restava largamente "disarmato" dinanzi alla richiesta di una più accentuata autonomia da parte dei servizi medesimi. Per ciò che concerne più specificatamente il Piano Solo, sono noti alla Commissione i contrasti valutativi che lo stesso diede luogo nelle conclusioni della Commissione d'inchiesta Alessi. In merito, sulla base complessiva delle proprie acquisizioni, alla Commissione appare difficilmente condivisibile la tesi che il Piano Solo abbia costituito il risultato dell'approntamento di un normale piano antinsurrezionale. Già in sede di Commissione di inchiesta si sottolineò infatti che i piani di tal tipo - di regola predisposti in ogni provincia dal locale comando dei carabinieri sotto la direzione del prefetto e di concerto con le forze di Polizia - prevedono anche il concorso delle altre Forze Armate, i cui comandi sono in possesso di particolari disposizioni da adottare in caso di gravi perturbamenti dell'ordine pubblico (97). Nel caso, invece, la predisposizione del Piano avvenne esclusivamente all'interno dell'Arma dei Carabinieri, e tale esclusività ne determinò la de nominazione: Piano Solo. Inoltre dalla copia del Piano acquisita da questa Commissione e da alcuni degli interrogatori resi al generale Manes, emergono gli ordini di occupazione di sedi di uffici governativi, dei più importanti centri di comunicazione, delle sedi dei partiti di sinistra e dei giornali ad essi più vicini, così come delle sedi della radio e della televisione. L'occupazione dei giornali doveva protrarsi "per il tempo strettamente necessario a rendere inefficienti tutte le macchine tipografiche, onde rendere impossibile la stampa dei giornali" (98). A ciò si aggiunga che del preteso piano di prevenzione dell'ordine pubblico furono redatte due sole copie, con l'annotazione "appunti e minute, ad essa relativi, sono stati distrutti col fuoco" (99). Se si fosse trattato di un piano di prevenzione di eventuali disordini, precauzioni così impegnative sarebbero state eccessive. Nella premessa dello stesso documento si legge inoltre: "Il success o dell'azione è condizionato - tra l'altro - dai seguenti fattori: [...] atteggiamento improntato alla massima decisione ed energia, scevra da qualsiasi dubbio o tentennamento, galvanizzazione degli uomini "caricandoli di mordente" (100). I documenti mostrano insomma anche modalità più proprie del passaggio alla fase esecutiva di un vero e proprio golpe, mentre sembrano adattarsi con molta difficoltà ad un piano preventivo antinsurrezionale. D'altro canto, le stesse modalità di convocazione degli ufficiali dell'Arma alle riunioni preparatorie sono del tutto irrituali: molti ufficiali superiori furono esclusi dalle riunioni, cui parteciparono, al contrario, vari loro subalterni, evidentemente ritenuti più affidabili. I piani furono materialmente redatti dagli stessi ufficiali responsabili, escludendo l'ausilio di dattilografi, ancorché sottufficiali dell'Arma. Si è quindi in presenza di una serie di dati oggettivi, che nel loro complesso situano la vicenda ben al di là della predisposizione di una risposta adeguata ad una eventuale insurrezione. Peraltro è avviso della Commissione che la valenza e la destinazione funzionale del Piano non può cogliersi astraendosi: - da un lato dalla considerazione che il piano non fu mai attuato, sicché si è in presenza - come già per Gladio - di una sostanziale potenzialità operativa; - dall'altro dalla circostanza che ciò malgrado sembra difficile negare che la predisposizione del piano ebbe un'indubbia influenza sugli esiti della vicenda politica nell'estate del 1964. Sul punto, in altri termini appare improduttivo alla Commissione indugiare sulla "realtà" di un progetto golpista da parte del generale De Lorenzo (e cioè domandarsi se si trattò di una minaccia reale, poi non realizzata per motivi che resterebbero oscuri, dato che di essa si ebbe notizia solo alcuni anni dopo) ovvero se non vi sia stato nulla di tutto ciò ma soltanto un improvvido attivismo del generale, un maldestro eccesso di zelo la cui importanza sarebbe stata a torto enfatizzata negli anni successivi. Più fondato appare alla Commissione riconoscere che a fondamento di una valutazione finale possano valere i giudizi espressi sul punto da due protagonisti della vicenda politica e cioè l'on. Nenni da un lato, l'on. Moro dall'altro, giudizi che, pure formulati a circa un quindicennio di distanza l'uno dall'altro in condizioni diversissime, appaiono sostanzialmente coincidenti. Molti anni dopo, prigioniero delle Brigate Rosse, l'on. Moro avrebbe così descritto la vicenda: "Nel 1964 si era determinato uno stato di notevole tensione per la recente costituzione del centro-sinistra [...], per la crisi economica che per ragioni cicliche e per i concorrenti fatti politici si andava manifestando. Il presidente Segni, uomo di scrupolo, ma anche estremamente ansioso, tra l'altro, per la malattia che avrebbe dovuto colpirlo di lì a poco, era fortemente preoccupato. Era contrario alla politica di centro-sinistra. Non aveva particolare fiducia nella mia persona che avrebbe volentieri cambiato alla direzione del Governo. Era terrorizzato da consiglieri economici che gli agitavano lo spettro di un milione di disoccupati di lì a quattro mesi. [...] Fu allora che avvenne l'incontro con il generale De Lorenzo [...]. Per quanto io so il generale De Lorenzo evocò uno dei piani di contingenza, come poi fu appurato nell'apposita Commissione parlamentare di inchiesta, co n l'intento soprattutto di rassicurare il Capo dello Stato e di pervenire alla soluzione della crisi" (101). E' un giudizio che viene ulteriormente precisato, nel corso del memoriale, laddove può leggersi: "Il tentativo di colpo di Stato nel '64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell'Arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centro sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento" (102). E' un giudizio che sostanzialmente coincide con quello espresso dall'on. Nenni nell'immediatezza dei fatti e che si è già ricordato, dove chiaramente si evidenzia come l'alternativa che apparve profilarsi ad una riedizione del governo di centro-sinistra fu quella di un Governo di emergenza affidato a tecnici che nella realtà del Paes e qual era, avrebbe avuto il sostegno delle destre ed avrebbe attivato una situazione di tensione "nei cui confronti il ricordo del 1960 sarebbe impallidito". Non sembra dubbio alla Commissione che il Piano Solo era destinato ad acquisire attualità operativa appunto in previsione di tale evenienza, con modalità che si ponevano al di fuori dell'ordinamento costituzionale. Così come è indubbio che la percezione in sede politica di tale possibile evenienza valse a determinare, come l'on. Moro esattamente noterà quindici anni più tardi, un forte ridimensionamento della politica di centro sinistra ai primi momenti del suo svolgimento. Né vi è dubbio che ciò corrispondesse agli interessi perseguiti da settori dell'amministrazione statunitense (e cioè il depotenziamento del centro sinistra, così esorcizzando le preoccupazioni nutrite da ampi strati del ceto dirigente e imprenditoriale italiano) e che si situava all'interno di un d isegno strategico più ampio, già evidenziato nelle pagine che precedono, di stabilizzazione del quadro politico italiano, rispetto al quale un'ivoluzione autoritaria costituiva esito estremo e non gradito.

2.4 A tali valutazioni appare opportuno soltanto aggiungere alcune brevi considerazioni sull'unico (o almeno il principale) punto della vicenda che non appare ancora sufficientemente chiarito: e cioè l'esistenza e (quindi) il mancato ritrovamento della lista delle persone che allo scattare operativo del Piano (il giorno "x") sarebbero state enucleate e forzosamente condotte in una località della Sardegna, che oggi può sicuramente identificarsi nella base Gladio di Capo Marargiu. Dell'esistenza di tale lista vi sono prove testimoniali plurime agli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta a suo tempo istituita; ma tale lista non fu posta a disposizione della Commissione sul SIFAR, né essa è compresa nella documentazione resa consultabile nel dicembre 1990. Peraltro la relazione conclusiva dell'inchiesta amministrativa a suo tempo svolta dalla Commissione Lombardi fornisce conferma di un primo invio, avvenuto nell'aprile del 1964, di liste di "enucl eandi" da parte del SIFAR ai comandi di divisione dell'Arma. Alcuni ufficiali superiori del SIFAR affermarono che la spedizione fu effettuata a fine di aggiornamento, ma nelle note di trasmissione, reperite nell'ambito dell'inchiesta amministrativa citata, non si parla di aggiornamento, e nessun comandante di divisione diede ordini in tal senso. Il 28 giugno vi fu poi una riunione a Roma, dedicata esclusivamente alla distribuzione delle liste, alle disposizioni per il fermo, il trasporto ed il concentramento delle persone che vi erano comprese. Sempre secondo le conclusioni della Commissione Lombardi, i nomi dei 731 "enucleandi" erano tratti da una rubrica "E" (estremisti), istituita nel 1952-53 e dunque l'elenco non conteneva nomi di personalità politiche, ma soltanto di possibili sabotatori ed eversori. La Commissione parlamentare d'inchiesta Alessi, però, recepì indicazioni diverse, tra le quali la testimonianza del colonnello Bianchi, il quale affermò di aver personalmente incluso nelle liste anche nomi di "persone che svolgevano una normale attività politica, ma che soprattutto per la posizione organizzativa rivestita nell'ambito di organizzazioni di opposizione, potevano assumere, in certe evenienze, un ruolo di grande rilievo" (103). Sulla base di questa e di altre testimonianze, la relazione di minoranza giunge alla conclusione che le liste consegnate il 28 giugno non contenessero 731 nominativi, ma un numero non inferiore a 1100-1200. Una indiretta conferma della rilevanza de l numero delle persone da arrestare viene anche dal fatto che non si ritennero sufficienti gli aerei, ma si valutò di dover ricorrere anche a mezzi navali. La lista, della cui esistenza non può dubitarsi, non fu consegnata, come si è detto, alla Commissione parlamentare sugli eventi del giugno-luglio 1964, né è presente tra i documenti desecretati il 28 dicembre 1990, il che appare una circostanza di rilevante gravità, poiché lascia supporre che la lista stessa contenesse nomi di parlamentari e dirigenti politici, la cui pubblicazione renderebbe impraticabile ogni ipotesi tendente a presentare gli eventi del 1964 come atti acutelativi in previsione di possibili disordini. A confermare l'esattezza di una tale conclusione sta poi, a meditato avviso della Commissione, un'argomentazione di ordine logico che nasce da una considerazione complessiva dell'intera vicenda, idonea ad individuare nell'indebita prassi di controllo e fascicolazione instauratasi presso il SIFAR dal 1959 un momento comunque (e sia pur latamente) preparatorio della predisposizione del Piano. Vuol dirsi cioè che se la destinazione funzionale del Piano fu quella già individuata di predisposizione di uno strumento repressivo a fronte della situazione di estrema tensione sociale ("da far impallidire il ricordo del luglio 1960", secondo il giudizio di Nenni), sarebbe davvero illogico ritenere che i risultati dell'attività informativa, instauratasi da anni presso il SIFAR per iniziativa di De Lorenzo, non siano stati tenuti presenti nella predisposizione delle liste degli "enucleandi", inserendo in tali liste anche quelle personalità sindacali e politiche che della protesta popolare avrebbero assunto indubbiamente funzione di guida.

3. Peraltro nel quadro complessivo che la Commissione va ricostruendo, particolare rilievo assumono ulteriori elementi che invece, in una considerazione "isolata" delle vicende dell'estate del '64, hanno avuto importanza minore. Il riferimento è all'arruolamento sia di carabinieri in congedo richiamati nel quadro di un altro piano riservato, il piano "Sigma", sia (e soprattutto) di gruppi irregolari di civili reclutati dall'Ufficio REI dello stesso SIFAR, un ufficio che teoricamente avrebbe dovuto presiedere alla sicurezza economica e industriale, ma che all'epoca svolse prevalentemente un'attività di distribuzione di denaro che la Confindustria, e forse fonti esterne, destinavano ad azioni di finanziamento di attività anticomuniste. Su questi reclutamenti riferiscono alla Commissione parlamentare Alessi il senatore Parri ed il colonnello Cerica. Interrogato il 1º ottobre 1969, il senatore Parri dichiarò: "Sono gruppi di civili, di ex militari, di ex carabinieri, ma anche di [...] congedati dalla Marina Militare. Questi gruppi avrebbero dovuto assecondare questo colpo che il generale De Lorenzo aveva preparato, anche in funzione di agenti provocatori, con funzioni di squadre di appoggio dei reparti dei carabinieri. [...] Ma qui non si tratta neanche di carabinieri, si tratta di ragazzi di avventura che, messi in contatto con un ufficiale dei carabinieri, avevano persino avuto un po' di armi, un po' di moschetti, avevano avuto delle divise" (104). In una successiva deposizione, Parri aggiungerà altri dati: "Questo particolare dei nuclei di azione [...] si ricollega alle notizie purtroppo incomplete che si sono avute nei riguardi dei nuclei di azione preparati dal generale De Lorenzo per appoggiare, se del caso, eventuali colpi di forza. [...] Coincidono con preparativi, con intese note per altre fonti, esistenti soprattutto in Torino, per quanto riguarda questi nuclei di azione, già preparati, tenuti pronti, finanziati sempre - mi rincresce - principalmente da Valletta, e allestiti per appoggiare le possibili azioni. E questo incarico dato alla Confindustria non posso dire in che modo preciso si ricollega, ma rientra peraltro in tale quadro" (105). A sua volta, il colonnello Cerica confermò di aver avuto notizie che il colonnello Rocca in quel periodo, per incarico ricevuto, aveva preso contatto in Liguria ed in Piemonte con ex paracadutisti ed ex marinai, ma non escluse che potesse averlo fatto per compiti di natura informativa. Più in particolare, deponendo il 1º aprile 1968 dinanzi alla Commissione Lombardi, Cerica riferisce, in un brano coperto fino al dicembre 1990 da segreto politico-militare, che nell'autunno 1963 aveva avuto notizia che a Genova e Torino elementi del centro di controspionaggio stavano reclutando elementi già appartenenti alla X MASS e al Battaglione S. Marco (106). La Commissione parlamentare Alessi non approfondì sufficientemente il problema che, peraltro, oggi, alla luce della documentazione successivamente emersa sulla struttura Gladio assume una rilevanza ben superiore. Gli elementi di continuità rispetto a fenomeni anteriori e di contiguità con la vicenda Gladio sono davvero innegabili, mentre la utilizzazione da parte del colonnello Rocca di risorse provenienti da gruppi finanziari privati rimanda a fenomeni come Pace e Libertà e a personaggi di frontiera come Luigi Cavallo (107). Emerge quindi, in termini inequivoci, con riferimento allo specifico periodo considerato l'esistenza di una pluralità di reti clandestine aventi tutte le medesime caratteristiche ed in particolare quella di essere tutte (almeno quelle fin qui considerate) nella disponibilità del servizio segreto militare. Sicché, dal punto di vista dell'analisi ricostruttiva in cui la Commissione è impegnata, giova assai poco domandarsi se si sia trattato di un'unica rete articolata su più livelli, ovvero di più reti collegate dall'unicità di comando, atteso che in entrambe le ipotesi la potenzialità operativa non sarebbe cambiata. E ciò è quello che conta. Un tal tipo di verifiche consente quindi alla Commissione di confermare l'esattezza di valutazioni già espresse in ordine alla struttura Gladio. Il riferimento è innanzitutto alla strutturazione di Gladio, in funzione alla sua capacità di attivare una mobilitazione più ampia rispetto al numero noto degli arruolati, e, insieme, alla "presupposizione di Gladio" da parte di altre vicende, che pur non riconducibili alla storia della struttura clandestina divengono pienamente comprensibili solo in funzione della coesistenza di questa. In tale prospettiva la stessa discussione in ordine alla destinazione di Gladio allo scopo (pretesamente unico) di contrastare dalla retrovie forze di invasione di parte del territorio nazionale, perde di importanza e forse anche di senso, una volta che è certa la compresenza di altre reti clandestine, certamente create con scopi e per finalità diverse.

4. Un'ultima considerazione è infine dovuta. Le vicende dell'estate del 1964 accentrano intorno alla figura di Aldo Moro un momento in cui gli avvenimenti della storia visibile del Paese subiscono un'intensa torsione per effetto di vicende sotterranee: un fenomeno che si ripeterà con esiti questa volta sanguinosi e tradici tredici anni più tardi, come punto di arrivo della drammatizzazione complessiva che la vicenda nazionale conoscerà nel periodo.


IL CONVEGNO DEL PARCO DEI PRINCIPI DEL MAGGIO 1965

 

5. Dal 3 al 5 maggio del 1965 si svolse in Roma il primo convegno di studi politici e militari indetto dall'Istituto Alberto Pollio, organismo privato da poco costituito in ambienti vicini allo Stato Maggiore della Difesa per iniziativa di due giornalisti di estrema destra, Enrico De Boccard e Gianfranco Finaldi, subito affiancati da un terzo, Edgardo Beltrametti (stretto collaboratore del Capo di Stato Maggiore della Difesa), che curerà la pubblicazione degli atti del convegno. In sede saggistica è stata avanzata l'ipotesi, mai smentita, che l'organizzazione del convegno sia stata resa possibile da fondi forniti dal SIFAR e in particolare dall'Ufficio REI diretto dal colonnello Rocca, di cui innanzi ci si è ampiamente occupati. Nella relazione introduttiva del convegno, il Finaldi così ne individua la direzione programmatica con riferimento ai fini generali dell'Istituto organizzatore: "L'Istituto Alberto Pollio di Studi Storici e Militari, intitolato al nome di un grande capo militare e di un grande studioso di cose militari - alla memoria del quale intendiamo qui rendere omaggio - è sorto pochi mesi or sono, per iniziativa di alcuni amici, dediti con passione alle indagini su questi argomenti, con lo scopo di raccogliere, coordinare e convogliare energie, nel campo culturale, per l'approfondimento di alcuni temi che - a noi sembra - sono destinati ad incidere in modo straordinario e diretto sullo sviluppo delle idee e dei problemi del nostro tempo". Il convegno fu presieduto da un magistrato e da due alti ufficiali dell'esercito. Fra i relatori i nomi di Guido Giannettini e Pino Rauti; allo stesso partecipano personalità del mondo imprenditoriale e, come risulta dalla relazione introduttiva "venti studenti universitari che l'istituto ha pregato - dopo una selezione di merito - di prendere parte ai lavori appunto come gruppo". Tra questi è stata accertata la presenza di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino, noti protagonisti di eventi successivi. Il convegno ebbe ad oggetto "La guerra rivoluzionaria" e cioè una dottrina che circolava ormai da qualche anno negli ambienti militari, soprattutto sotto l'influsso di anteriori esperienze francesi, ed oggetto infatti di analoghi convegni iniziati a Parigi nel 1960 (108). Assunto fondativo era che una terza guerra mondiale fosse già in atto, non nelle forme tradizionali del conflitto dichiarato, ma condotta "secondo dottrine, tecniche, procedimenti, formule e concetti totalmente inediti... elaborati adottati e sperimentati dai comunisti in termini globali e su scala planetaria" ai cui "principi è ispirata comunque e dovunque la condotta non soltanto degli stati comunisti ma anche dei partiti comunisti che operano nei paesi del mondo libero" e per i quali "la competizione politica è in ultima analisi un fatto bellico avente come obiettivo la sconfitta totale dell'avversario". (Così Finaldi nella già citata relazione introduttiva ). Da ciò la necessità per la parte avvertita del mondo occidentale di una risposta adeguata ed efficace sullo stesso terreno e cioè mediante tecniche appropriate che il convegno, appunto in tale prospettiva di studio, si poneva il compito di individuare. In sede saggistica si è osservato che, se da un lato il convegno non presentò particolari novità dal punto di vista delle analisi della guerra rivoluzionaria e delle strategie di risposta, lo stesso fu caratterizzato da una forte enfasi sull'imminenza del pericolo e sulla necessità di passare immediatamente all'azione in un tono di ossessivo anticomunismo; spinto, si è scritto, "ai confini della paranoia" (109). E' un giudizio, quest'ultimo, che non può condividersi appieno. In realtà alla riflessione della Commissione i contenuti culturali del convegno appaiono in linea con i dettami della dottrina Truman e della politica estera statunitense da questa ispirata, così come emerge dalle fonti documentali, di cui nelle pagine che precedono si è ampiamente riferito. E' questa una valutazione serena non contraddetta dal rilievo che tra l'enunciazione della dottrina Truman e il convegno dell'istituto Pollio era intercorso quasi un ventennio. La storia delle idee conosce pure momenti inerziali che si verificano quando un sistema di pensiero, un'ideologia, un progetto politico sopravvivono al di là del venir meno delle condizioni storiche in cui erano sorti, trovandovi giustificazione. Ed è vero altresì che in tali fasi di inerziale sopravvivenza le idee conoscono spesso momenti di forte radicalizzazione. Dal 1947 al 1965 il mondo era cambiato: il ventesimo congresso del PCUS aveva avviato un sia pur lento processo di revisione nell'ambito delle forze politiche che all'esperienza staliniana si erano richiamate in ambito occidentale nell'immediato dopoguerra. (Per il PCI, della effettività, ma anche della lentezza di questo processo di revisione è testimonianza il "memoriale" redatto a Yalta da Togliatti nell'estate del 1964, poch i giorni prima della morte; tappa sostanzialmente iniziale di un percorso che si snoderà, attraverso fasi successive nel quarto di secolo seguente). D'altro canto con la presidenza Kennedy lo stesso clima culturale prevalente negli USA non era più quello del maccartismo, mentre il papato, breve ma intenso, di Giovanni XXIII aveva determinato profondi mutamenti nell'atteggiamento complessivo della Chiesa cattolica. Su tali basi si articolava, pur tra alti e bassi, la sempre più diffusa speranza di una distensione dei rapporti tra i due blocchi internazionali contrapposti. Ma di tutto ciò negli atti del convegno dell'istituto è esplicita un'avvertita coscienza, che però determina allarme e rafforza l'idea dell'imminenza di un pericolo con specifico riferimento alla situazione italiana. Negli atti del convegno può leggersi esemplarmente quanto segue: "Al contrario, in caso di distensione o, come si dice oggi, di colloquio - vedi situazione italiana - l'infilt razione può operare in profondità, direttamente, giungendo fino ai gangli vitali della nazione. Perché in caso di distensione, di colloquio, o addirittura di apertura a sinistra, o se vogliamo, di allargamento dell'area democratica, non soltanto l'opinione pubblica non avverte chiaramente la presenza della guerra rivoluzionaria, ma non è neppure sensibilizzata relativamente allo svolgersi delle sue operazioni; anzi, non conosce neppure il nemico, che si evita di denunciare per timore di interrompere appunto distensione e colloquio. Così, con le masse opportunamente cloroformizzate, la guerra rivoluzionaria può proseguire impunemente la sua penetrazione fino al cuore dello Stato attaccato; e si guarderà bene dall'arrischiare operazioni troppo brutali, per non svegliare le masse dal loro pesante sonno. E' esattamente quanto sta accadendo in Italia" (110). Vi è quindi un dato che appare innegabile: l'obiettivo strategico che il convegno individuava appare nella prospettiva odierna indubbiamente irrealistico; perché irrealistica era l'ipotesi teorica da cui muoveva (e cioè l'attualità di una terza guerra mondiale combattuta secondo logiche e metodi non convenzionali). Ma concretezza va riconosciuta (per escludere la fondatezza di valutazioni minimizzanti) ad un obiettivo più immediato, e quindi tattico, che negli atti del convegno appare individuato con sufficiente precisione; e cioè la necessità di contrastare la tendenza culturale e politica, indubbiamente in atto verso la distensione e la coesistenza tra i due blocchi internazionali contrapposti in una logica di superamento della guerra fredda. In questa prospettiva il convegno dell'istituto Pollio è nella saggistica - ma ora anche in sede giudiziaria - prevalentemente inquadrato come "l'inizio di qualcosa" e cioè come il momento di formalizzazione di un disegno strategico di contrasto alla distensione, che sarebbe stato attuato in anni successivi. Ma gli atti del convegno sembrano alla Commissione utilizzabili innanzitutto per poter procedere alla verifica dell'esattezza di ipotesi ricostruttive avanzate nelle pagine che precedono in ordine ad avvenimenti del pariodo anteriore. Questi ultimi infatti appartengono ad una storia segreta non ancora pienamente conosciuta. Non così il convegno di cui ci si occupa, che è un evento palese pienamente conoscibile già all'atto del suo svolgimento e la cui agevole ricostruzione può valere a colmare, senza forzature, i vuoti di conoscenza che permangono in ordine a vicende occulte, non solo successive ma anche anteriori. In tale ultima direzione non può ; trascurarsi, da un lato la circostanza che alla data di svolgimento del convegno la struttura Gladio era già stata costituita da circa un decennio; dall'altro i ripetuti riferimenti che numerosi convegnisti, pur nell'ambito di interventi volti principalmente alla formulazione di programmi per il futuro, operano a "qualcosa che già c'era". Così ad esempio nell'ampia relazione di Beltrametti nell'affermare la necessità di approntare "uno strumento ad hoc" per dare "risposta alla guerra sovversiva, manifestazione caratteristica della guerra rivoluzionaria", espresso è il riconoscimento che "le autorità militari hanno dimostrato sensibilità di fronte a questo problema ed hanno conferito la massima importanza sia alla flessibilità del dispositivo sia al fattore uomo, alla formazione del suo carattere, al suo addestramento, alla sua solidità morale al suo spirito di iniziativa individuale e di devozione al dovere&quo t;. Sembra quindi indubitabile l'esistenza in ambito militare intorno alla metà degli anni 60 di un dispositivo flessibile volto al contrasto di "sovvertimenti interni". Estremamente ragionevole è l'identificazione di tale dispositivo con la organizzazione Gladio, nella impossibilità di dare al riferimento una base diversa. Da ciò l'ulteriore conferma dell'esattezza di un'ipotesi già in precedenza avanzata; e cioè l'impossibilità di ridurre i fini per cui la struttura Gladio era stata costituita allo "stare indietro" nell'ipotesi di occupazione di parte del territorio nazionale da parte di esercito nemico. Ipotesi che veniva riconosciuta dallo stesso Beltrametti come ormai (già nel 1965) estremamente improbabile. A ciò si aggiunga che il convegno, stante l'ampiezza e la qualità della partecipazione costituisce una conferma della impossibilità di ridurre i fenomeni di cui la Commissione è chiamata ad occuparsi, a meri momenti di deviazione degli apparati di sicurezza, sul presupposto che la istituzionale segretezza di tali strutture ne legittimi una considerazione come monadi isolate. Gli atti del convegno attestano invece una ben più ampia rete di convergenti interessi, che riguardarono non soltanto le forze armate nello loro complessiva e articolata realtà, ma anche vasti settori del mondo imprenditoriale, politico e culturale. Parteciparono infatti al convegno tra gli altri un qualificato esponente del ceto industriale come Vittorio De Biase che svolse un intervento dal titolo significativo: "Necessità di una azione concreta contro la penetrazione comunista"; politici come Marino Bon Valsassina e Ivan Matteo Lombardo, alti ufficiali, un magistrato chiamato alla Presidenza, giornalisti (oltre ai già ricordati Pisanò e F. Accame tra gli altri) e intellettuali: uno spaccato sociale che indubbiamente testimonia la diffusione di una cultura e la conseguente ampia disponibilità ad un impegno operativo comune. Peraltro se nella riflessione degli organizzatori del convegno i risultati già raggiunti (nell'approntare un dispositivo flessibile di risposta alla guerra sovversiva) apparivano eccellenti, diffusissima ed anzi unanime era la valutazione della necessità di un salto qualitativo ulteriore. Mentre sul punto lo stesso De Boccard si spingeva sino a progettare una modifica radicale dell'intero apparato bellico italiano ai fini di una risposta controrivoluzionaria, in vista cioè di un "pericolo maggiore di un conflitto tradizionale", da altri convegnisti si prospettavano proposte diverse che a lato (rectius al di sotto) dell'apparato bellico tradizionale prevedevano di affidare il compito controrivoluzionaria a reti clandestine composte in gran parte da civili, anche se sempre a direzione (almeno prevalentemente) militare. Particolarmente interessante appare alla riflessione della Commissione la proposta avanzata dal professor Filippani Ronconi (un docente universitario di sanscrito, probabilmente utilizzato dagli apparati di sicurezza in compiti di decodificazione in ragione della sua specifica competenza) di opporre "un piano di difesa e contrattacco rispetto alle forze di sovversione" predisponendo uno "schieramento differenziato su tre piani complementari, ma tatticamente impermeabili l'uno rispetto all'altro", utilizzando "le tre categorie di persone sulle quali si può in diversa misura contare". Più in analisi:
"a) Su un piano più elementare disponiamo di individui i quali, seppure ben orientati... nei riguardi di un'ipotetica controrivoluzione, sono capaci di compiere un'azione puramente passiva... Questa prima, rudimentale rete, potrà servire per una prima "conta" delle persone delle quali si potrà disporre...
b) Il secondo livello potrà essere costituito da quelle altre persone naturalmente inclini o adatte a compiti che impegnino "azioni di pressione", come manifestazioni sul piano ufficiale, nell'ambito della legalità, anzi in difesa dello Stato e della legge conculcati dagli avversari. Queste persone, ... potrebbero provenire da associazioni d'arma, nazionalistiche, irredentistiche, ginnastiche, di militari in congedo (e) dovrebbero essere pronte ad affiancare come difesa civile le forze dell'ordine nel caso che fossero costrette ad intervenire per stroncare una rivolta di piazza.
c) A un terzo livello, molto più qualificato e professionalmente specializzato, dovrebbero costituirsi - in pieno anonimato sin da adesso - nuclei scelti di pochissime unità, addestrati a compiti di controterrore e di "rotture" eventuali dei punti di precario equilibrio, in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere. Questi nuclei, possibilmente l'un l'altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo, potrebbero essere composti in parte da questi giovani che attualmente esauriscono sterilmente le loro energie, il loro tempo e, peggio ancora, il loro anonimato in nobili imprese dimostrative che non riescono a scuotere l'indifferenza della massa di fronte al deteriorarsi della situazione nazionale." Sono affermazioni che non sembra legittimo minimizzare, se non in una logica sostanzialmente abdicativa rispetto ai compiti che la Commissione ha ritenuto esserle propri, non fosse altro che per la notevolissima somiglianza (spinta fino alla piena sovrapponibilità) tra tale proposta ed un documento che fa parte della storia della organizzazione Gladio, anche se all'interno di questa non sembrerebbe mai avere avuto pratica attuazione. Ci si riferisce al documento "Ipotesi su una nuova struttura S/B" senza firma e senza data, già allegato alla relazione 22 aprile 1992 di questa Commissione. Trattasi di un documento di incerta datazione, che si è ritenuto collocabile nella metà dei primi anni ottanta, nel quale si prevedeva una ristrutturazione dell'organizzazione secondo tre livelli o sub-strutture (verde, gialla, rossa) che ricalcano la proposta Filippano Ronconi formulata circa venti anni prima. Ciò a riprova di una continuità ideale che permea di sé , consentendone una logica ricostruzione, il complesso delle vicende oggetto di indagine, di cui Gladio fa parte, ma che in Gladio non si esaurisce. A ciò si aggiunga che allo schema organizzativo proposto da Filippani Ronconi sembra abbia corrisposto lo strutturarsi concreto di un'altra vasta rete clandestina di cui subito si dirà.

I NUCLEI PER LA DIFESA DELLO STATO


III - In sede giudiziaria (111) di recente e sulla base di riscontri istruttori di già apprezzabile consistenza è stato ipotizzato che gli intenti programmatici ampiamente enunciati nel convegno dell'istituto Pollio avrebbero avuto pratica attuazione nei due anni immediatamente successivi mediante la creazione di una vasta rete clandestina denominata "Nuclei di (o per la) difesa dello Stato", che avrebbe avuto notevolissima consistenza numerica e diffusione su vasta parte del territorio nazionale. La rete sarebbe stata operativa fin verso la fine del 1973, quando sarebbe stata sciolta per il timore che indagini giudiziarie su avvenimenti in cui la stessa era stata coinvolta, ne potessero consentire la individuazione. Sul piano di un primo riscontro oggettivo va sottolineato come la sigla "Nuclei di difesa dello Stato" compaia per la prima volta in una lettera che sul finire del 1966 fu inviata a molti ufficiali dell'esercito italiano per iniziativa - come ormai può ritenersi accertato - di due noti estremisti di destra quali Franco Freda e Giovanni Ventura. La missiva anonima conteneva un invito pressante e minaccioso ad aderire alla nuova struttura, che si affermava costituita "in seno alle forze armate" da "militari di grande prestigio e di autentica fedeltà" con "il compito di stroncare l'infezione prima che essa divenga mortale", partecipando ad una "lotta vittoriosa contro la sovversione". Nei suoi contenuti, quindi, sembrava muoversi nella logica ispiratrice di un noto pamphlet intitolato "Le mani rosse sulle forze armate" redatto da Pino Rauti e Guido Giannettini (112), che, come si è visto, furono tra i partecipanti di rilievo al con vegno dell'Istituto Pollio. L'inchiesta giudiziaria attualmente in corso ed alla quale si fa riferimento riprende e approfondisce spunti investigativi già presenti in vicende giudiziarie anteriori, in particolare nella nota indagine del G.I. di Padova, dottor Tamburrino, sulla "Rosa dei Venti". Di tali inchieste più antiche verrebbe ad essere confermata la principale intuizione: e cioè la non riducibilità di eventi che caratterizzarono drammaticamente la vita nazionale negli inizi degli anni settanta - e di cui in seguito ampiamente si dirà - ad una matrice esclusivamente "terroristico-insurrezionale", essendo possibile intravvedervi regie paraistituzionali e coinvolgimenti istituzionali. La nuova inchiesta si fonda su di una maggiore attitudine collaborativa di fonti già utilizzate nella indagine padovana, nonché su nuove emergenze istruttorie, le une e le altre idonee nel loro complesso a determinare una conferma delle già intuite responsabilità istituzionali, in particolare di un alto numero di ufficiali dei carabinieri e di settori del servizio di informazioni con funzioni di copertura. Il nuovo quadro indiziario è particolarmente arricchito:
A) dalla più ampia disponibilità offerta dal Colonnello Amos Spiazzi, che ha aperto uno squarcio sul "livello organizzativo e militare" del progetto;
B) dalle dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra relative al coinvolgimento di gruppi di destra e alla loro partecipazione organica nei Úquot;Nuclei di difesa dello StatoÚquot;;
C) dalla collaborazione di un ufficiale del Servizio Segreto, Capitano Labruna, già ampiamente noto alle cronache giudiziarie e alla pubblicistica che si è occupata del periodo;
D) dalle ammissioni di personaggi organicamente inseriti in gruppi di destra quali Ferro, Cavallaro e Stimaniglio. Secondo quanto prevalentemente emerge da tale quadro indiziario, (che peraltro, come meglio in seguito si dirà, non è completamente univoco) si tratterebbe di una struttura occulta nettamente distinta da Gladio e che solo in piccola parte in Gladio sarebbe confluita dopo il suo scioglimento. Diversa sarebbe anche la catena di comando e cioè il punto di riferimento istituzionale, individuato nello Stato maggiore della difesa. Secondo le nuove ammissioni di Spiazzi, invece, che appaiono comunque tese a minimizzare i fatti e il ruolo del dichiarante, si tratterebbe di una evoluzione e di uno sdoppiamento della struttura Gladio e quindi ancora di una organizzazione dipendente dal Servizio di sicurezza militare e volta principalmente ad assicurare la difesa del paese in caso di aggressioni esterne (113). Secondo altre fonti utilizzate nell'inchiesta, peraltro, non solo i Nuclei per la difesa dello Stato serebbero cosa diversa da Gladio, ma altre reti clandestine distinte dall'uno e dall'altra sarebbero state coevamente operative (così ad esempio il gruppo "Sigfried" di cui parlano, tra gli altri, Ferro e Digilio). Trattasi peraltro e complesisvamente di risultanze istruttorie che attendono ancora una verifica dibattimentale e che quindi meritano, da parte di questa Commissione, una valutazione ed una utilizzazione prudente. La stessa sarà operata, per rispettare l'ordine espositivo, quando si affronteranno i profili relativi alla ricostruzione di una serie di eventi che alla rete clandestina sarebbero riconducibili o nei quali la rete stessa avrebbe avuto un ruolo non marginale. E' altra tuttavia la conclusione che sin da ora appare possibile assumere: una pluralità di elementi convergenti convince che la realtà delle reti clandestine presenti nel paese nella seconda metà degli anni sessanta non è riconducibile, né strutturalmente, né funzionalmente, alla struttura Gladio per come resa nota alla Commissione ed al Paese dall'autorità di Governo. Chiaramente percepibile è infatti una realtà di dimensioni ben più ampie probabilmente polimorfa e riconducibile ad una pluralità di catene di comando di cui restano oscure le modalità di un collegamento, che pure in termini ragionevoli può ritenersi esistente. Si è già osservato affrontando il nodo Gladio, che nella prospettiva di indagine assunta dalla Commissione non appare poi decisivo affermare che la Gladio sia stata organizzata per "cerchi concentrici" o per "livelli distinti", ciascuno attivabile in ragione di un diverso obiettivo specifico; ovvero affermare che con Gladio convissero e da Gladio furono presupposte altre strutture paramilitari, che rispondevano a diverse catene di comando. La soluzione del problema può avere rilievo in una indagine giudiziaria volta ad individuare specifiche ed individuali responsabilità; vede invece scemare, anche se non sino all'annullamento, la sua importanza in un'indagine storico-politica, dove può essere sufficiente una ricostruzione anche per grandi linee di tale realtà occulta, per cogliere il senso di (e per esprimere una valutazione in ordine a) molti eventi che drammaticamente sconvolsero la vita del apese o tragicamente lo insanguinarono. Tutto ci&ogra ve; in una prospettiva di metodo che rifiuti l'azzardo di ipotesi e si ancori ad un ambito di certezze o almeno di elevate probabilità. In tali limiti è quindi già possibile riaffermare nel periodo storico considerato (e cioè nella prima metà degli anni sessanta) la realtà di strutture paramilitari che furono pensate per compiti che andavano ben al di là dello "stare dietro", nell'ipotesi sempre più improbabile di una occupazione bellica di parte del territorio nazionale, perché ebbero non solo compiti informativi, ma anche destinazione a fini di controinsorgenza e di contrasto politico, spinti in alcuni casi sino a progetti di natura golpista. Trattasi di una realtà che appare non riconducibile, nei suoi riferimenti istituzionali, soltanto agli apparati di sicurezza, bensì ad ambiti ben più ampi, anche in considerazione della circostanza che la stessa costituiva la traduzione in termini operativi di culture e interessi diffusi in strati ancora larghi del ceto dirigente italiano, anche se indubbiamente più ristretti di quanto fossero in un periodo anteriore. Anche in ragione di ciò può giustificarsi: - da un lato la maggiore "profondità" del livello sotterraneo in cui tale realtà venne in concreto ad articolarsi rispetto sia a strutture clandestine dell'immediato dopoguerra, sia al livello oggi conosciuto di Gladio, - dall'altro la non riducibilità al solo P.C.I. di un obiettivo di contrasto politico, che invece abbracciava tutte le componenti culturali e politiche e le singole personalità dei vari schieramenti, che operavano per una distensione internazionale, ovvero per instaurare democraticamente nel paesi nuovi e più avanzati equilibri politici. Anche ciò chiarisce un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato: la maggiore inerenza, rispetto a quella verificabile per il livello conosciuto di Gladio, di personaggi e gruppi della destra eversiva a tale più ampia realtà clandestina. Si è in presenza peraltro, ancora nel periodo considerato, come nel precedente quindicennio, di una sostanziale potenzialità operativa e cioè di strutture che non conobbero forme di attivazione fino a quando il quadro sociale e politico del paese non mutò profondamente per l'esplodere di un fenomeno opposto, (la contestazione studentesca e operaia), che caratterizzò il finire del decennio.

 

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