«Per non dimenticare»: la memoria delle stragi italiane
e delle vittime senza verità e giustizia
di Gianni Barbacetto
La politica visibile e
la politica invisibile «È un momento pericoloso per la democrazia.
A quel giorno seguirono altri giorni, a quella bomba altre bombe, a quei
morti altri morti. A chi restava, rimaneva il senso di un’offesa subita,
di una perdita irreparabile, di una ingiustizia che perdura. Perché la
violenza era rivolta contro cittadini inermi, scelti solo dal caso mentre
erano in una banca, in una piazza, in una stazione, su un treno, senza altra
colpa che quella di trovarsi lì. E perché mentre gli anni passavano e le
conoscenze aumentavano, su quelle storie di bombe e di morti restava l’impossibilità
di avere giustizia: le indagini giravano a vuoto, i processi finivano con
assoluzioni, gli apparati dello Stato imbrogliavano le carte, sottraevano i
testimoni, inventavano piste inesistenti.
«Per non dimenticare»: la rabbia per la violenza subita e l’ingiustizia
perdurante era via via alimentata dalla coscienza di sapere la verità, ma
di non poterla dire. «Io so», scriveva Pasolini. In questo paradosso,
mentre la forza vinceva spietatamente sulla ragione, al tempo sembrava
consegnato il compito di stemperare il ricordo dell’offesa, di spegnere il
vigore della rabbia, di anestetizzare la voglia di verità. E, dunque, «per
non dimenticare» diventava programma minimo di resistenza umana e politica,
di sopravvivenza della ragione e delle buone ragioni, perfino contro il buon
senso del tempo che passa e – per fortuna – lenisce il dolore dei
famigliari e degli amici e addolcisce la rabbia dei compagni. Gli
anniversari delle stragi italiane si trasformano così nell’occasione,
oggettivata dal calendario, per celebrare i riti collettivi della memoria.
Le lapidi diventano frammento di una storia ancora contesa (come dimostrano
le battaglie per esporle: mitica quella di piazza Fontana, ora raccontata in
un saggio da uno storico inglese, John Foot). E i famigliari delle vittime
si trovano a dover essere – unico Paese al mondo dove questo succede –
una sorta di informale partito che chiede verità e giustizia, dialoga e si
scontra con la politica e con la magistratura.
Strana categoria, quella dei «famigliari delle vittime»: loro – i
feriti, i parenti dei morti – non dimenticano: portano scritto per sempre
nella carne o nell’anima un dolore imposto dal caso e da una politica
forse impazzita, certo incomprensibile. Sono costretti a un ruolo politico
di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Eppure sono periodicamente
esibiti, o insultati, o sospettati (come poi i famigliari delle vittime di
mafia): di esibito protagonismo, di essere venali per le pretese di
risarcimento, di aver fatto carriera in quanto figli o mariti o fratelli di
morti incolpevoli. Inchiodati, anche in questo, in un ruolo che certamente
avrebbero preferito non giocare (ne ha scritto pagine drammatiche Nando
dalla Chiesa, che racconta come i famigliari delle vittime si trovino
addirittura costretti a doversi talvolta scusare per la loro ingombrante
presenza, per il peso che senza volere impongono alla memoria collettiva; e
Claudio Fava è giunto fino a gridare la sua ribellione «contro il destino
precipitato sulle spalle di chi è rimasto, di un figlio che è stato
costretto ad assumere su di sé la morte del padre», «condannato a essere
per sempre testimone della vita e della violenza che l’ha spezzata»).
«Per non dimenticare», allora, a dispetto dei depistaggi degli apparati,
del tempo e dell’anima.
Sono trascorsi ormai più di trent’anni dal giorno in cui l’innocenza è
andata perduta in Piazza Fontana, incipit della guerra invisibile chiamata
strategia della tensione. Più di ventisei sono passati dalla strage di
piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), cruenta conclusione della
prima fase di quella stagione di bombe e movimenti eversivi. Ma in 15 anni,
tra il 1969 e il 1984, dalla strage della Banca dell’Agricoltura a quella
del treno 904, vi sono stati 150 morti e oltre 600 feriti. Le cifre
diventano imponenti, fino a superare le 400 vittime, se si contabilizzano
anche altri episodi, da Portella delle Ginestre alla strage di Ustica.
Gli ultimi processi, le ultime indagini per quei fatti sono ancora in corso.
La gran mole di conoscenze comunque fin qui accumulate e il tanto tempo
trascorso sembrerebbero però rendere finalmente possibile, oggi, raccontare
serenamente che cosa è accaduto nel nostro Paese nella stagione delle
stragi e dell’eversione. Per acquietare la memoria. E per realizzare una
prima messa a punto storica di quelle vicende: in fondo, sono passati ben
dieci anni dal crollo del blocco sovietico e quindi dalla fine della guerra
invisibile combattuta (anche) nel nostro Paese tra Occidente e fronte
comunista; uno dei due antagonisti non esiste più, e il mondo è
radicalmente cambiato. Invece, mai come in questo momento la polemica su
questi temi si è fatta furibonda e i toni esasperati. Dire che cosa è
successo sotto i nostri occhi è diventato più difficile – eppure
qualcosa è successo: una guerra, con centinaia di morti e feriti. Accanto
al revisionismo storico grande, sul passato remoto del fascismo, del
nazismo, della Shoah, si è insediato nel nostro Paese un revisionismo
piccolo, sul passato prossimo della vicenda italiana, l’eversione, le
stragi. Un revisionismo preventivo: che precede, invece di seguire e
«rivedere» una messa a punto della storia degli ultimi decenni.
Che cosa dunque è successo?
1. Dopo la guerra mondiale il fronte dei vincitori si è scomposto, una
parte (l’Occidente) ha attinto forze e uomini anche dal fronte degli
sconfitti per combattere il nuovo nemico, il blocco comunista. La nuova
guerra, non dichiarata e invisibile, si è combattuta in modo particolare in
Italia, marca di confine tra Occidente e campo comunista.
2. Questa guerra è stata, tecnicamente, una «low intensity war», un
conflitto a bassa intensità, teorizzato in un certo momento come «guerra
non ortodossa»; una guerra non dichiarata, sotterranea, combattuta con
mezzi non convenzionali.
3. L’Italia ha sempre fatto parte del campo occidentale, e quel campo ha
dispiegato per decenni una forte attività, ha messo in moto finanziamenti
politici e dispositivi militari, anche «riservati», ha promosso e lasciato
agire gruppi segreti.
4. Il campo avverso ha avuto, almeno per un periodo di tempo, piani d’attacco,
progetti d’invasione militare; e ha contato, all’interno, sul più
grande partito comunista dell’Occidente.
Fin qui, la memoria è comune, l’accordo è, probabilmente, generale. Ma
quale è stata la natura dell’intervento dell’Occidente in Italia? Quale
il peso dell’intervento sovietico e che gioco ha giocato il partito
comunista italiano? Su questo, la memoria è divisa, lo scontro è in corso.
Il 12 marzo 1947 il presidente degli Stati Uniti Harry Truman pronunciò di
fronte al Congresso Usa il celebre discorso sulla disponibilità degli Stati
Uniti a intervenire in qualsiasi zona del mondo minacciata dai sovietici e
intossicata dal comunismo. La «dottrina Truman» per l’Italia venne
declinata nei successivi documenti del National Security Council (Nsc). Il
documento Nsc numero 1/3 dell’8 marzo 1948, alla vigilia delle cruciali
elezioni italiane del 18 aprile, pone direttamente il problema della
possibile conquista del potere dei comunisti «attraverso sistemi legali»,
a cui gli Stati Uniti devono reagire immediatamente, anche fornendo
«assistenza militare e finanziaria alla base anticomunista italiana».
Nella direttiva Nsc 10/2 del 18 giugno 1948 (a pericolo scampato: la Dc ha
appena battuto il Fronte popolare) si afferma che comunque le attività
ufficiali all’estero saranno affiancate da «covert operations»,
operazioni coperte di cui non deve essere possibile risalire alla
responsabilità del governo degli Stati Uniti. Un delicato documento Nsc del
1951 (il numero 67/3 del 5 gennaio), disponibile ancor oggi soltanto in una
redazione pesantemente mutilata dalla censura, prevede iniziative degli
Stati Uniti «mirate a impedire la presa del potere da parte dei
comunisti».
Vista dall’Italia, la guerra invisibile diventa più concreta. Francesco
Cossiga ha parlato apertamente di armi in circolazione, nel 1948, anche
nella disponibilità di civili anticomunisti. Vi erano piani segreti pronti
a scattare nel caso il Fronte popolare avesse vinto legittimamente le
elezioni. Vincenzo Vinciguerra (l’autore dell’attentato di Peteano e
oggi, dall’ergastolo volontariamente accettato, «storico della guerra
politica» italiana) ha raccontato che il 18 aprile 1948 «nella sede
centrale del Msi campeggiava una mitragliatrice Breda 37, dotata di adeguato
munizionamento»; questa non proveniva da segreti arsenali fascisti, ma era
«fornita dall’esercito italiano sulla base dei piani di difesa (e di
offesa) previsti per quel giorno». Il blocco sovietico, d’altra parte,
fino agli anni Cinquanta aveva piani d’attacco e d’invasione dell’Italia,
affidati all’Ungheria.
Ma è a metà degli anni Sessanta che avviene una svolta. Inizia la fase del
«disgelo», del «dialogo». I due blocchi cominciano a parlarsi. È allora
che il fronte anticomunista si divide: una parte si impegna nel confronto,
punta sulla progressiva democratizzazione del fronte avversario; un’altra
invece si radicalizza, teorizzando che le dottrine del «dialogo» e della
«coesistenza» tra i blocchi segnino non già una minore pericolosità del
comunismo, bensì una nuova, più insidiosa offensiva. La terza guerra
mondiale, sostiene questa parte, è già iniziata, seppure non nelle forme
tradizionali del conflitto dichiarato: il fronte comunista è all’opera
con mezzi politici e psicologici. A questi bisogna contrapporsi, subito, a
ogni costo, con durezza e mezzi adeguati, sullo stesso terreno. È una
visione paranoica del nemico (che oltretutto ha finito per spingere verso il
comunismo, in tutto il mondo, milioni di giovani che chiedevano
semplicemente più democrazia, più libertà). Ma è diventata la teoria
della «guerra rivoluzionaria» o «non ortodossa», per l’Italia messa a
punto nel maggio 1965 nel celebre convegno del Parco dei Principi,
organizzato da un istituto di studi strategici finanziato dagli ambienti
militari e dai servizi segreti italiani, presenti molti appartenenti alle
gerarchie militari, accanto ad alcuni dei protagonisti, a vario titolo,
della successiva stagione di bombe e depistaggi: Guido Giannettini, Pino
Rauti, Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino.
La dottrina della «guerra non ortodossa» è subito messa in pratica.
Inizia la stagione dell’infiltrazione a sinistra, delle «bombe
anarchiche», delle stragi da attribuire ai «rossi», a cui doveva seguire
la restaurazione dell’ordine da parte dei militari sostenuti da gruppi di
civili in armi. Stragi e progetti golpisti sono due momenti della stessa
strategia: creare disordine, per far ristabilire l’ordine. A fornire il
personale per realizzare queste operazioni sono i gruppi neonazisti
(principalmente Ordine nuovo di Pino Rauti e Avanguardia nazionale di
Stefano Delle Chiaie), o gli oltranzisti anticomunisti di Edgardo Sogno. Ma
la strategia era fornita da piani militari, ben presenti agli alti gradi
dell’Esercito italiano e ai vertici dei servizi di sicurezza militare (Sifar,
poi Sid) e civile (Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno),
oltre che agli apparati Usa presenti in Italia. È il «doppio Stato» al
lavoro: i membri del grande, invisibile, trasversale «partito atlantico»
sono soggetti a una doppia obbedienza, a una doppia fedeltà: l’obbedienza
formale e ufficiale alla Costituzione e alle istituzioni dello Stato, e
quella sotterranea e segreta alle esigenze e agli ordini (anche extralegali)
dell’Occidente, in nome dell’anticomunismo.
Vi è un luogo in cui il meccanismo del doppio Stato si mostra, si rende
visibile, in un’anomalia strutturale delle catene di comando
politico-militari italiane: il direttore dei servizi di sicurezza militari,
da cui dipendeva la pianificazione Stay-behind (Gladio), dal punto di vista
istituzionale rispondeva al presidente del Consiglio, oltre che al ministro
della Difesa; dal punto di vista effettivo, però, in quando capo di
Stay-behind era legato a una catena di comando esterna, in ambito Nato, e
rispondeva ai capi dei servizi di sicurezza Usa; aveva il potere di decidere
se comunicare o no l’esistenza della pianificazione al suo presidente del
Consiglio e addirittura di concedergli, oppure no, il nulla osta sicurezza:
e senza quel nulla osta non era possibile diventare capo del governo in
Italia. In questa bizzarria delle catene di comando politiche-militari vi è
la ferita alla Costituzione che fonda la sovranità limitata dell’Italia e
vi è la radice del doppio Stato.
I piani golpisti non arrivarono fino al compimento. Perché non passò nel
Paese la convinzione che le stragi fossero «rosse» (il «per non
dimenticare», dunque, funzionò). E perché l’ala oltranzista del fronte
anticomunista evidentemente non riuscì a prevalere nel suo campo; per
ragioni internazionali (fine dell’amministrazione repubblicana negli Usa
nel 1974), ma anche interne: l’ala moderata dell’anticomunismo, che
aveva assistito alla strategia della tensione e che poi la coprì, si
accontentò del risultato comunque raggiunto («destabilizzare per
stabilizzare»).
Ma l’effetto più dirompente di questa guerra invisibile è, in Italia, la
germinazione di sistemi illegali. La necessità di vincere lo scontro con i
comunisti ha abbassato a tal punto la soglia di legalità (e forse di
coscienza dell’illegalità) da permettere che una élite politica
inamovibile per ragioni internazionali distillasse un sistema di corruzione
politica, di finanziamento illegale dei partiti, di metodica compravendita
degli appalti, di spoliazione del settore delle aziende di Stato e di
taglieggiamento di quelle private. Di più: ha reso possibili alleanze
impensabili in altri contesti, quali quelle con le organizzazioni criminali.
Particolarmente documentati i rapporti di una parte delle istituzioni con
Cosa nostra siciliana. Particolarmente agghiaccianti i contatti avuti da
alcuni politici e uomini dei servizi di sicurezza con un’agenzia criminale
quale la Banda della Magliana.
Oggi, mentre anche i protagonisti, i funzionari del doppio Stato (come
Edgardo Sogno) confessano, i teorici del revisionismo piccolo
sostengono che la guerra al comunismo era legittima, anzi meritoria, e
dunque se anche qualche errore o eccesso è stato compiuto, il saldo è
comunque positivo: la democrazia ha vinto e il benessere è stato garantito.
Ma questa affermazione può essere fatta soltanto a costo di una grande
rimozione: delle vittime incolpevoli, della legalità stracciata, del virus
che è entrato in circolo e ha fatto ammalare la politica. Questo rimosso è
invece ciò che oggi è «da non dimenticare». Anche in Francia si è
combattuta la guerra invisibile, anche la Germania era terra di confine tra
i blocchi. Eppure ciò che è successo in Italia, altrove non è accaduto:
morti e feriti, depistaggi e coperture istituzionali. L’eversione non fa
bene alla democrazia, neppure se fatta in nome della democrazia: introduce
nel corpo del Paese tossine poi difficili da smaltire. È quanto dimostra la
storia attuale del nostro Paese, su cui continuano a pesare l’eredità e i
ricatti di un passato nel quale ha finito per prevalere una originale
commistione di atlantismo e corruzione, affarismo e gangsterismo.
«Per non dimenticare»: bisognerà pure fare i conti con il nostro passato
recente. Se non per giudicare, almeno per sapere che cosa è successo.
Altrimenti la rimozione vincerà e i fantasmi del passato torneranno a farci
visita, nelle notti future.
Diario, 23 gennaio 2001
di Gianni Barbacetto
Per Roberto Franceschi
23 gennaio 1973-2003

Roberto
Franceschi (con il montgomery chiaro) a una manifestazione a Parigi
A Roma in piazza San Giovanni, coi girotondi, c’era
il brodo di coltura della nuova strategia della tensione».
(Alessandra Mussolini, 15 settembre 2002)
Intanto la storia italiana stava raggiungendo il suo momento più nero, più
torbido. Da qualche anno si era messo in moto un apparato eversivo che aveva
nei gruppi neofascisti (Ordine nuovo, Avanguardia nazionale) i suoi “soldati”,
ma con una strategia pianificata altrove, con apparati militari attivi e
silenziosi, servizi segreti impegnati a intorbidare le acque, contatti
internazionali ben impiantati, politici di governo consenzienti. Già a
metà degli anni Sessanta la partita era iniziata. Gruppi di civili e di
militari, un esercito segreto ed invisibile, avevano cominciato la loro
guerra, teorizzata dagli alti comandi alleati e dagli apparati d’intelligence
occidentali come “low intensity war”, conflitto a bassa intensità, “guerra
non ortodossa”. Le bombe avevano cominciato a esplodere, a decine, nel
1969, sui treni, all’università di Padova, alla Fiera di Milano, nei
palazzi di giustizia di Torino, di Milano, di Roma. Colpevoli designati, gli
anarchici, i “rossi”. Gruppi operativi, in verità, erano i manovali di
Ordine nero e di Avanguardia nazionale. Sul finire di quell’anno, il botto
finale, come in una crudele festa di fuochi d’artificio: cinque ordigni
esplodono a Milano e a Roma il 12 dicembre; uno di essi provoca, alla Banca
nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, 16 morti e una novantina di
feriti.
Ma la festa cinica prosegue. Sette morti e 50 feriti, il 22 luglio 1970,
sulla Freccia del Sud, deragliata alla stazione di Gioia Tauro a causa di
una bomba sui binari, in un attentato che si tenta di far passare come un
incidente ferroviario. Tre carabinieri morti e uno gravemente ferito, il 31
maggio 1972, a Peteano, dove un’auto imbottita di esplosivo diventa una
trappola fatale. Poi arriva il terribile ’73. Nessuna vittima sul treno
Torino-Genova-Roma, il 7 aprile, solo perché l’attentatore, il
neofascista Nico Azzi, si fa scoppiare tra le gambe, per errore, il
detonatore dell’ordigno che stava per piazzare. Un poliziotto è dilaniato
da una bomba a mano pochi giorni dopo, il 12 aprile, durante una
manifestazione di piazza di neofascisti a Milano. Quattro morti e 46 feriti
un mese dopo, il 17 maggio, uccisi dalla bomba lanciata da Gianfranco
Bertoli davanti alla Questura di Milano. Poi sono quattro le stragi
pianificate da addebitare ai “rossi” per gettare l’Italia nel panico,
terrorizzare l’opinione pubblica, far scattare la richiesta di un governo
forte e duramente anticomunista («Destabilizzare per stabilizzare»). Ma
nel 1974 succede qualcosa, in Italia e nel mondo, che blocca (per il
momento) la strategia delle stragi, allenta (ma non recide) i legami tra
apparati di Stato e gruppi eversivi: delle quattro stragi pianificate, solo
un paio vanno in porto, a Brescia il 28 maggio, in piazza della Loggia (otto
morti, 94 feriti) e il 4 agosto sul treno Italicus (12 morti, 48 feriti).
Tutte queste “azioni di guerra non ortodossa” erano, negli intenti degli
occulti pianificatori, il primo atto a cui doveva seguirne un secondo: l’intervento
dei militari e dei politici, per ristabilire l’ordine ferito. Aria di
golpe spira dopo piazza Fontana, soffia forte nella “notte della Madonna”,
l’8 dicembre 1970, quando scendono in campo gli uomini del principe Junio
Valerio Borghese, infine torna impetuosa tra il 1973 e il 1974, quando al
partito del golpe si unisce il partigiano bianco Edgardo Sogno.
Che cosa sapevamo, noi allora ventenni, di questi piani sotterranei, di
questa guerra segreta che nel 1973 giunge al suo culmine? Avevamo scoperto
la politica come passione, come generosità. E cominciavamo a intuire che,
mentre sulla scena si svolgeva il balletto dei partiti, dei governi,
delle dichiarazioni, delle promesse, sotto traccia, fuori scena, la
politica dispiegava la sua faccia segreta, sotterranea, invisibile: ob-scena
(come scrive Roberto Scarpinato). I dettagli non li conoscevamo, ma l’essenza
cominciava ad esserci chiara: era in corso un lotta, una lotta mortale. Si
chiamava Guerra fredda, alcuni la chiamavano scontro tra Occidente e
Comunismo, noi la chiamavamo lotta di classe. Ma era, a ben guardare, uno
scontro asimmetrico: da una parte la geometrica potenza degli apparati,
delle loro strategie segrete, delle loro pianificazioni; dall’altro,
cittadini inermi e inconsapevoli, colpevoli soltanto di essersi trovati nel
momento sbagliato nel salone di una banca, nello scompartimento di un treno,
in una piazza, in una stazione... Per questo non c’è, per l’Italia,
pacificazione possibile: perché gli uomini, le donne, i ragazzi uccisi in
quella guerra non avevano dichiarato alcuna guerra.
Noi lo sentivamo, seppur confusamente, e volevamo dare voce a quelle offese
senza voce. “Io so”, scriveva Pasolini. Noi sapevamo, ma non avevamo le
parole per dirlo. Noi, i ventenni di quegli anni complicati, ci davamo da
fare con passione travolgente perché non ci piaceva un mondo in cui le
stragi erano possibili, gli inermi cinicamente uccisi, le “belve umane”
indicate subito come colpevoli, al tg della sera, da un giovane Bruno Vespa
destinato a fare carriera. Non ci piaceva un sistema in cui le ingiustizie
erano pianificate, le ineguaglianze strutturali. Ma, senza parole per dirlo,
non potevamo che affidarci, allora, alle parole delle grandi narrazioni di
un’epoca che aveva visto, per la prima volta nella storia, le grandi masse
farsi storia e tentare la via dell’affrancamento: grande, esaltante epopea
di liberazione ma, al capolinea, terribile esperienza di potere.
Quanti fraintendimenti, in quello scontro terribile che chiamavamo lotta di
classe. I nostri avversari dicevano di voler difendere la democrazia – a
ogni costo – dal Moloch comunista. Dicevano di combattere contro il Mostro
sovietico. Ma invece umiliavano i cittadini, i giovani, i lavoratori che
pretendevano non i soviet, ma semplicemente migliori condizioni di lavoro e
di studio, che chiedevano non la dittatura del proletariato, ma un
ampliamento della democrazia. Dicevano, i nostri avversari, di combattere
per nobili ideali e oggi rivendicano con orgoglio il loro passato nero. Ma
difendevano i privilegi di pochi, si scatenavano fino al “rumor di
sciabole” per impedire – a ogni costo – la riforma del regime dei
suoli e altre moderatissime modernizzazioni, che scambiavano per il
Comunismo. Così hanno trasformato la guerra per la democrazia in una ferita
alla democrazia: la Costituzione e le istituzioni tradite, in nome di doppi
giuramenti, logge segrete, sovranità limitate. Gli esiti sono stati
devastanti: per tenere le posizioni – a ogni costo – hanno umiliato quel
libero mercato che dicevano di voler difendere, hanno depredato il
patrimonio dello Stato, hanno varato un sistema di corruzione unico al
mondo, hanno stretto patti inconfessabili con eversori di professione,
mafie, bande criminali. L’anomalia italiana che oggi vediamo dispiegata ha
le sue radici in questa storia nera.
Certo l’ideologia annebbiava anche noi. Chiamavamo Comunismo la voglia di
un mondo più pulito, più giusto, o almeno un po’ meno ingiusto e feroce.
Volevamo più democrazia, anche se poi finivamo per considerare (anche noi,
come i nostri avversari) la democrazia solo un mezzo, uno strumento. Avevamo
vent’anni, e i nostri avversari ne avevano tanti, tanti di più. Ci
sentivamo dalla “parte giusta” anche con i nostri errori e in fondo
continuiamo a pensare che una appassionata e generosa parzialità sia meglio
di una olimpica assenza dai movimenti della storia.
Oggi, trent’anni dopo, in un Paese normale si potrebbe pensare con
serenità a Roberto e a noi e alla storia terribile e bellissima che abbiamo
attraversato. Finito il mondo diviso in due (l’Occidente, il Comunismo) in
un Paese normale si potrebbe ragionevolmente discutere di ciò che è
successo, del perché è accaduto, per tirare una riga e cominciare una fase
nuova. Impossibile, invece, da noi.
Dobbiamo continuare a chiedere verità e giustizia. Dobbiamo continuare a
fare i conti con sentenze che ingarbugliano il passato, con protagonisti che
continuano a mentire per coprire responsabilità e patti inconfessabili.
Dobbiamo continuare a conservare la memoria (“per non dimenticare”:
programma minimo di resistenza umana e politica, di sopravvivenza della
ragione e delle buone ragioni, perfino contro il buon senso del tempo che
passa e – per fortuna – lenisce almeno un poco il dolore dei famigliari
e degli amici e addolcisce la rabbia dei compagni).
Che strano Paese, il nostro. Le lapidi, i monumenti diventano frammenti di
una storia ancora contesa. E i famigliari delle vittime si trovano a dover
essere – unico Paese al mondo dove questo succede – una sorta di
informale partito che chiede verità e giustizia, dialoga e si scontra con
la politica e con la magistratura. Strana categoria, quella dei “famigliari
delle vittime”: loro – i feriti, i parenti dei morti – non
dimenticano: portano scritto per sempre nella carne o nell’anima un dolore
imposto dal caso e da una politica forse impazzita, certo incomprensibile.
Sono costretti a un ruolo politico di cui avrebbero fatto volentieri a meno.
Eppure sono dimenticati, o periodicamente insultati, o sospettati (come poi
i famigliari delle vittime di mafia): di esibito protagonismo, di essere
venali per le pretese di risarcimento, di aver fatto carriera in quanto
figli o mariti o fratelli di morti incolpevoli. Inchiodati, anche in questo,
in un ruolo che certamente avrebbero preferito non giocare (ne ha scritto
pagine drammatiche Nando dalla Chiesa, che racconta come i famigliari delle
vittime si trovino addirittura costretti a doversi talvolta scusare per la
loro ingombrante presenza, per il peso che senza volere impongono alla
memoria collettiva; e Claudio Fava è giunto fino a gridare la sua
ribellione «contro il destino precipitato sulle spalle di chi è rimasto,
di un figlio che è stato costretto ad assumere su di sé la morte del
padre», «condannato a essere per sempre testimone della vita e della
violenza che l’ha spezzata»).
Sì, strano Paese il nostro. Vi è un luogo – fuori scena – in cui il
meccanismo del doppio Stato si mostra, si rende visibile, in un’anomalia
strutturale delle catene di comando politico-militari italiane: il direttore
dei servizi di sicurezza militari, da cui dipendeva la pianificazione
Stay-behind (Gladio), dal punto di vista istituzionale rispondeva al
presidente del Consiglio, oltre che al ministro della Difesa; dal punto di
vista effettivo, però, in quando capo di Stay-behind era legato a una
catena di comando esterna, in ambito Nato, e rispondeva ai capi dei servizi
di sicurezza Usa; aveva il potere di decidere se comunicare o no l’esistenza
della pianificazione Stay-behind al suo presidente del Consiglio e
addirittura di concedergli, oppure no, il nulla osta sicurezza: e senza quel
nulla osta non era possibile diventare capo del governo in Italia. Dunque un
funzionario, un “dipendente” del presidente del Consiglio era in realtà
il suo “dominus”, colui da cui dipendeva la possibilità di diventare
presidente del Consiglio. In questa bizzarria delle catene di comando
politiche-militari vi è la ferita alla Costituzione che fondava la
sovranità limitata dell’Italia, vi è la radice del doppio Stato.
Noi, ventenni, ci siamo ribellati come abbiamo potuto al dominio della
politica fuori scena, intuendo che le pianificazioni segrete possono
essere spezzate dai cittadini che si mettono in movimento, che irrompono sulla
scena. La storia non ha preso la piega che noi allora volevamo, ma
neppure quella pianificata dai nostri avversari. La destabilizzazione
eversiva non ha funzionato. È scattata però la stabilizzazione del
sistema, voluta dalla parte più longimirante dei nostri avversari. E mentre
l’attenzione di tutti, da una parte e dall’altra, era appuntata sullo
scontro visibile e sulla guerra invisibile, in Italia, fuori scena, avveniva
dell’altro. Germinavano sistemi illegali. Si abbassavano le soglie di
legalità. Un virus potente infettava la democrazia. Una élite politica
inamovibile per ragioni internazionali distillava un sistema di corruzione
politica, di finanziamento illegale dei partiti, di metodica compravendita
degli appalti, di spoliazione del settore delle aziende di Stato e di
taglieggiamento di quelle private. Di più: stringeva alleanze con le
organizzazioni criminali.
Oggi, accanto al revisionismo storico sulla Shoah e sulle grandi vicende del
passato, in Italia prospera anche un revisionismo piccolo, sui fatti
del nostro dopoguerra, sui rapporti tra politica e corruzione, tra politica
e criminalità. Il passato è conteso, il discernimento è difficile.
Qualche funzionario del doppio Stato ha confessato (come ha fatto Edgardo
Sogno in punto di morte), qualche barlume di verità è emerso. Ma i teorici
del revisionismo piccolo sostengono che la guerra al comunismo era
legittima, anzi meritoria, e dunque se anche qualche errore o eccesso è
stato compiuto, il saldo è comunque positivo: la democrazia ha vinto e il
benessere è stato garantito. Eppure questa affermazione può essere fatta
soltanto a costo di una grande rimozione: delle vittime incolpevoli, della
legalità stracciata, del virus che è entrato in circolo, ha fatto ammalare
la politica e ha infettato la democrazia. In Italia, anomalia nell’Occidente,
ha finito per prevalere una originale commistione di atlantismo e
corruzione, affarismo e gangsterismo. Questo rimosso è ciò che oggi è
«da non dimenticare». Se la rimozione vincerà, i fantasmi del passato
torneranno a farci visita, nelle notti future. Ma bisognerà pure fare i
conti con il nostro passato recente. Lo dobbiamo anche a chi non c’è
più, a chi è rimasto a terra, a vent’anni – e potevamo essere noi al
suo posto.
(gennaio 2003)