Addio, caro amico di sempre







Questa è la guerra che ci piace:


27.04.2003
L’erbicida usato durante la guerra del
Vietnam
La contaminazione causata da Agent Orange sarebbe stata fino a quattro volte più
grave di quanto ritenuto
Un nuovo studio sulle missioni dei velivoli militari americani durante la guerra
in Vietnam, incaricati di spruzzare erbicida per deforestare la giungla e
distruggere i raccolti dei nemici, ha raddoppiato le stime sulle quantità di
Agent Orange e di altre sostanze tossiche utilizzate. La ricerca, effettuata da
Jeanne Mager Stellman e colleghi della Columbia University di New York e
pubblicata sulla rivista “Nature”, indica che venne diffusa una quantità di
erbicida liquido molto superiore a quella suggerita da studi precedenti, e che
la tossicità di questa e di altre sostanze usate in precedenza - come Agent
Purple e Agent Pink - ha causato una contaminazione da diossine fino a quattro
volte superiore a quanto si credeva finora.
Si tratta di una delle pagine più oscure del conflitto. L’Istituto di
Medicina degli Stati Uniti ha dichiarato che la ricerca di Stellman potrà
indurre a effettuare studi epidemiologici a larga scala sui legami fra la
diffusione di erbicida e la salute della popolazione vietnamita e dei veterani
di guerra americani. L’istituto chiede al governo degli Stati Uniti di
finanziare questo tipo di ricerche.
Stellman e colleghi hanno realizzato al computer le mappe più dettagliate e
sofisticate mai prodotte a proposito della diffusione di erbicida in Vietnam.
Per la prima volta, sostengono gli autori, è possibile calcolare un indice di
esposizione per singoli individui o popolazioni abbastanza accurato da
permettere alla ricerca epidemiologica di collegare l’evento alle condizioni
di salute.
Il gruppo di scienziati ha usato un database nel quale era stata inserita una
grande quantità di dati sotto forma di coordinate geografiche, dalle
informazioni sui percorsi di volo alla quantità e al tipo di agenti chimici
utilizzati, dal dislocamento e dal movimento delle truppe alla densità della
popolazione vietnamita. E’ inoltre stato usato HERBS, una registrazione
elettronica compilata dall’esercito degli Stati Uniti con informazioni su più
di 10.000 missioni di volo, già usata in modo parziale in uno studio su Agent
Orange effettuato nel 1974.
Stellman, J. M., Stellman, S. D., Christian, R., Weber, T. & Tomasallo, C.
The extent and patterns of usage of Agent Orange and other herbicides in
Vietnam. Nature, 422, 681 - 687, (2003).
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.

LA LIBERAZIONE DI TRIESTE
Testimonianza di Milka Cok (Ljuba) di Longera
«Il primo bunker venne costruito nell'estate del '44 sotto casa
nostra, che si trovava proprio dietro quello che adesso è l'asilo di Longera,
una vecchia osteria dove allora si erano insediati i tedeschi. La gente entrava
davanti ed usciva dietro, sulla campagna, era in una posizione ideale per quel
tipo di movimenti. Poi ci accorgemmo di essere spiati, ed un altro bunker venne
costruito più su, dove ora c'è il monumento. Consisteva in una piccolissima
stanza, dove potevano stare da 4 a 6 persone, ed un piccolissimo cunicolo che
portava sul monte. Il bunker serviva come base per partigiani che stavano lì
nascosti di giorno e che uscivano la notte per compiere le loro missioni.
Allora avevo sedici anni, facevo parte dello S.K.O.J. [1]; noi ragazzi avevamo
ognuno una zona della città dove andavamo di notte a scrivere con vernice e
pennello; la mattina, invece di andare a scuola, nascondevamo tra i libri, nelle
borse, i volantini che venivano da Gropada [2] e li portavamo in città. Poi
accompagnavamo in Carso i giovani che volevano unirsi ai partigiani: davamo loro
degli attrezzi agricoli e li portavamo attraverso Monte Spaccato, dove
lavoravano quelli della Todt [il servizio obbligatorio istituito dai nazisti,
n.d.a.] a fare fortificazioni, dicendo a questi che i ragazzi andavano a
lavorare in campagna. Passavamo oltre, dopo un poco abbandonavamo gli arnesi ed
i giovani andavano fino a Gropada, da dove poi si sarebbero uniti ai partigiani.
Il giorno del rastrellamento e del massacro (21.3.1945, n.d.a.) venne su a
Longera la "banda Collotti" con Collotti in persona. La gente sospetta
e schedata venne prelevata e condotta al centro del dopolavoro che si trovava in
fondo al paese. C'ero anch'io con la mia famiglia, avevo due fratelli
partigiani, eravamo "sospetti". Verso le 11 sentimmo i primi spari,
mitraglie, bombe a mano. Capii subito che si trattava del bunker: qualcuno aveva
fatto la spia. Mi disse poi proprio uno della "banda Collotti" che
c'era in paese uno spione che andava di notte ad origliare sotto le finestre dei
compaesani.
Quelli della "banda Collotti" portarono tre compagni incatenati, tra
cui anche il padre di Danilo, che aveva il figlio nel bunker. Volevano che lo
aprisse, ma lui si rifiutò e lo uccisero. Danilo mi raccontò poi che loro, nel
bunker, avevano deciso, se fossero stati attaccati, di attaccare a loro volta e
di non lasciarsi prendere vivi dai fascisti. Durante l'attacco al bunker
morirono Pavel, che era il comandante, Stojan e Radivoj [3]. Gli altri tre si
salvarono
nascondendosi dietro la nostra casa e si rifugiarono a Gropada.
Al dopolavoro chiamarono fuori la mia famiglia e ci portarono tutti fino al
bunker, dov'erano stati messi in fila i quattro morti, anche il papà di Danilo.
Volevano che dicessi i nomi dei morti, ma mi rifiutai, allora mi fecero andare
tra i corpi e mi minacciarono di uccidermi. Credetti davvero che sarei morta, ma
spararono solo una raffica che non mi colpì e svenni. Mi riportarono poi a casa
e di nuovo al bunker e poi ancora di nuovo al dopolavoro. Lì vidi anche i loro
feriti (della P.S., n.d.a.), che vennero portati via subito.
Al pomeriggio mi chiamò Collotti in persona; io non volevo andare perché avevo
visto Slavko (uno dei costruttori del bunker) che era stato torturato ed era
ancora fuori di sé, diceva che non aveva potuto sopportare le torture, era
irriconoscibile.
Collotti mi disse che sapeva tutto di me, di quello che avevo fatto, del cibo
che portavo nel bunker, di ciò che facevo a Borst e a Gropada. Io negai di
essere la figlia di Rodolfo Cok, lui fece per picchiarmi ma si fece male da
solo... allora mi fecero ruzzolare giù per un piano di scale. La sera poi ci
portarono in via Cologna.
Fu proprio il giorno delle Palme che mi portarono nella stanza della tortura: mi
legarono ad una sedia, mi torturarono con l'elettricità, mi bruciarono con le
sigarette, mi picchiarono, mi tirarono su con una corda legata alle spalle
torcendomi le braccia... una ragazza ebbe le braccia spezzate, un compagno morì
poco dopo. Nonostante tutto non parlai e dopo dieci giorni ci portarono al
Coroneo dove ci passarono alle S.S.; là vennero anche mia madre ed altri di
Longera. Sentivamo di notte i camion che venivano a prendere la gente per
portarla in Risiera, ma anche al Coroneo riuscivano a girare i fogli partigiani
e questo ci dava coraggio.
Erano gli ultimi giorni di guerra e ci dissero che ci avrebbero portato in
Germania. Ci condussero a piedi fino a Roiano: lì gli uomini vennero caricati
su un camion mentre noi aspettammo tutto il giorno che venissero altri camion
per portarci via, ma non venne nessuno, perché a nord le strade erano già
bloccate. Così ci riportarono al Coroneo e dopo ci rimandarono a casa.
A Longera la nostra casa era distrutta: una notte che pioveva e non potevamo
dormire ci eravamo messi di guardia contro i tedeschi: ma ad un certo punto
vedemmo arrivare i partigiani, da tutte le parti venivano fuori i partigiani e
questa è stata una gioia così grande che non la posso descrivere».
[1] Savez Komunisticne Omladine Jugoslavije (Lega della Gioventù Comunista
Jugoslava).
[2] Piccolo paese carsico tra Bazovica-Basovizza e Padrice-Padriciano.
[3] I caduti del bunker, i cui nomi sono ricordati nel cippo di Longera, sono:
Andrej Pertot, Pavel Petvar, Angel Masten ed Evald Antoncic.
(Tratto da: Claudia Cernigoi, "Operazione foibe
a Trieste. Come si crea una mistificazione storica: dalla propaganda
nazifascista attraverso la guerra fredda fino al neoirredentismo".
Edizioni Kappa Vu, Udine 1997.)
Il
COMUNISMO E LE FOIBE
Vi sono degli "storici" che ogni tanto compaiono nel forum di Repubblica.it e spiegano i livelli della loro ignoranza. Vediamo: un certo giorno gli sloveni ed i croati (tutti comunisti) sono entrati in Italia ed hanno iniziato a gettare dentro delle fosse carsiche migliaia di innocenti. È cosi no? Ora, ad evitare l'irruzione di un conoscente che è capace di dire che sono il responsabile, dichiaro subito a posteriori che tutto ciò è orrendo, come è orrenda qualunque strage perpetrata soprattutto contro cittadini incolpevoli ed inermi. Ma ora vediamo un poco meglio.
L'Italia era fascista e manteneva in libertà vigilata, insieme alla Germania, Croazia e Slovenia (appartenenti alla Yugoslavia). Agli inizi del 1939 l'Italia, non ancora entrata in guerra, si prepara ad attaccare l'Albania e la Grecia. Puntando sul fascista croato Ante Pavelic, che momentaneamente aveva avuto asilo politico a Siena, Mussolini forza la politica di destabilizzazione della Yugoslavia. Pavelic e gli ustascia vengono addestrati in Italia e possono contare sul sostegno di elementi antisemiti che fanno capo alla Curia arcivescovile di Zagabria. Mussolini pensa di utilizzare Pavelic per staccare la Croazia dalla Yugoslavia. Arriva il veto tedesco.(*) L'Italia attacca la Grecia il 28 ottobre 1940 (la dichiarazione di guerra di quel buffone fu fatta simultaneamente a più di 140 Paesi!) pensando di spezzarle le reni ma pigliandosi una storica batosta. Comunque con questa azione si è ai confini con la Yugoslavia. Hitler , per parte sua, preparandosi all'attacco all'URSS, vuole una zona di tranquillità nel settore balcanico e intima al reggente yugoslavo, principe Paolo, di firmare un trattato di adesione all'Asse. In Yugoslavia la cosa non è gradita e Paolo viene deposto da Dusan Simovic (con l'appoggio dei servizi segreti britannici, da settori serbi, dal clero ortodosso). Nonostante le rassicurazioni di Simovic a Roma e a Berlino sulla non inimicizia del nuovo governo con l'Asse, Hitler inizia a pensare ad un intervento militare che , tra l'altro, dovrebbe togliere la Croazia dall'influenza italiana. Si arriva al compromesso di uno stato indipendente croato con a capo il criminale Pavelic (Hitler avrebbe preferito il moderato Macek). Il 3/4/41 un colonnello croato dell'esercito serbo (Kren) fornisce ai nazisti tutte le informazioni sulle forze e la dislocazione dell'esercito Yugoslavo. Il 6/4 le forze nazifasciste attaccano senza preavviso la Yugoslavia (24 divisioni tedesche, 23 italiane + vari ungheresi e 2200 aerei da bombardamento che distruggono preventivamente l'aviazione yugoslava e bombardano Belgrado) procurando in 2 giorni 17.000 morti yugoslavi (le perdite dell'Asse sono: 558 tedeschi e 3.334 italiani). La Yugoslavia viene cancellata e le sue spoglie vengono divise tra gli eserciti occupanti. All'Italia spetta il controllo della parte meridionale della Slovenia (con Lubiana), lo sbocco al mare a sud di Fiume, alcune isole, il controllo della costa dalmata da Zara a Spalato, un pezzetto di Bosnia, il Montenegro, un poco di Kossovo. Dopo trattative serrate, Pavelic viene portato a Zagabria (15/4) con i suoi ustascia per gestire il potere. Alcune frange dell'esercito yugoslavo iniziano ad organizzarsi in formazioni partigiane alla guida del generale Mihailovic. Contemporaneamente sulle montagne iniziano ad infoltirsi le brigate partigiane guidate dal segretario del Partito Comunista Yugoslavo, Tito. Il 16 aprile vengono sciolti tutti i partiti politici ed i loro capi arrestati, viene soppressa la libertà di stampa (solo ustascia e cattolici mantengono i loro organi informativi), vengono distrutti tutti i luoghi di culto non cattolici. Arriva la benedizione di Pio XII. Il 18 aprile vengono sequestrati tutti i beni dei serbi - un terzo della popolazione - , dei comunisti, degli ebrei (i comunisti e gli ebrei su semplice delazione vengono arrestati; la metà degli ebrei croati, 50.000, sarà macellata) ed iniziano i massacri dei rom (28.000). Il 25/4 Leggi razziali con identificazione di ebrei e serbi mediante fasce colorate al braccio. I1 30 aprile si definisce la nazionalità croata per soli ariani e tutti i locali pubblici debbono avere cartelli che dicono :"vietato ai serbi, ebrei, zingari e cani". Il problema principale sono i serbi che in parte sono costretti ad andarsene, in massima parte massacrati anche in campi di sterminio e, in minima parte, convertiti forzatamente al cattolicesimo. Centinaia di migliaia di serbi verranno trucidati, interi villaggi distrutti ed incendiati. Ogni documento parla delle atrocità ustascia come peggiori di quelle degli stessi nazifascisti. e di questi
Eravamo rimasti ai campi di concentramento ed alle stragi. I primi campi vengono allestiti nel 1941 e vi si è mandati non da tribunali ma dal "Servizio Ustascia di Controllo" In territorio croato se ne aprono 22 che funzioneranno per portare a termine lo sterminio. Solo 2 resteranno aperti fino al 45 (non esistono documenti su quanti siano stati gli sterminati, documenti distrutti dagli Ustascia in fuga) . Il capo di uno dei campi (Luburic) nel 1942 dichiarerà di aver sterminato più persone lui di quanto ha fatto l'impero Ottomano nei suoi secoli di dominazione. Nel campo di Jadovno vengono sterminate circa 400 persone al giorno. Vengono portati alla Fossa di Saranova dove vengono sgozzati e colpiti con mazze di ferro sulla testa e di questi fatti ve ne sono documentati a centinaia. Il campo di Jasenovac è quello con la fama peggiore. Lì furono uccise 700.000 persone. Su questo non vado oltre. Si leggano le varie testimonianze nella bibliografia che fornirò. Nel 1943 le attenzioni vengono rivolte ai partigiani. Nel 1941 le truppe italiane vengono accolte con favore per qualche motivo di speranza che aprono. Ma l'annessione mussoliniana della Dalmazia fa cambiare tutto. Le truppe italiane devono sostenere la nascita dello stato croato. Qualche soldato scrive lettere inorridite ai comandi superiori (ma non accade nulla) e tenta una qualche opposizione. Pavelic scrive a Ribbentrop ed ottiene dall'Italia l'estradizione degli ebrei residenti in zone controllate dall'Italia stessa (con molte eccezioni di ingegnosi modi di salvare qualche vita). Di tutt'altro tipo è l'azione dell'esercito italiano in Dalmazia, Croazia e Slovenia, verso i partigiani che vengono perseguiti con accanimento. Tutti i reparti diventano assassini e primeggiano gli Alpini e la Milizia fascista. Quindi da parte dell'Italia guerra partigiana e non coinvolgimento completo nelle stragi etnico-religiose. Sorvolo anche sul capitolo delle conversioni forzate dei serbo ortodossi. Tutte queste atrocità proseguiranno fino al 1945. Intanto nell'agosto del '43 lo sbarco alleato in Sicilia inizia a far traballare il regime fascista. L'Italia inizia una parziale ritirata dai Balcani e Pavelic si riannette la Dalmazia. Anche il Reich inizia a passarsela male contro l'Armata Rossa contro la quale ha impegnate 244 delle sue complessive 300 divisioni (da quella parte l'URSS pagherà con 21 milioni di morti). Nell'autunno i partigiani di Tito hanno già occupato tutti i territori montagnosi di Croazia, Dalmazia, Bosnia e Montenegro. Costituiscono un Comitato riconosciuto dagli alleati. Nei primi mesi del 1944, con i tedeschi che devono ripiegare verso la Germania i partigiani occupano nuovi territori. Pavelic vede crollare il suo regime e tenta un avvicinamento agli alleati che viene respinto. Si tenteranno varie strade (Pavelic esule in Svizzera ed il governo ad un moderato in modo che il tutto sembri un rovesciamento filoalleato). Niente, e non solo: l'ambasciatore croato che si reca a Bari con questa proposta viene arrestato dagli alleati. Il bombardamento anglo americano di Dresda dei febbraio1945 segna la fine del Terzo Reich. Pavelic è convinto che la guerra proseguirà tra Usa ed Urss. Ma a Yalta si era già deciso di fermare tutte le armi dopo la sconfitta del nazifascismo. L'ala partigiana di Mihailovic sì schiera con Pavelic al fine di costruire una Croazia indipendente, cattolica ed anticomunista. Il tentativo abortisce subito perché gli alleati non riconoscono un tale governo. Tito resta l'unico capo di un esercito partigiano che è diventato possente e sta occupando tutto (si tenga conto che la Yugoslavia è l'unico Paese che si è liberato da solo). Pavelic tenta la fuga (con 36 casse d'oro e gioielli), prima in Germania poi nell'Arcivescovado di Zagabria, quindi in Austria dove (seguito da un migliaio di ustascia e 500 tra suore e preti) viene accolto da un convento francescano. Lì viene arrestato dagli inglesi. Tito ne chiede l'estradizione che non viene concessa. In compenso un emissario vaticano riesce ad ottenere la sua liberazione. Dopo essere passato per Roma sotto falso nome, con un passaporto internazionale della Croce Rossa, fornito da Mons. Montini (futuro Paolo VI), da Genova si reca a Buenos Aires. Da lì peregrina un poco fino ad arrivare nella Madrid di Franco dove morirà nel 1959 (nel suo letto). Ma cosa accadeva in Yugoslavia? L'8 maggio 1945 le truppe di Tito entrano a Zagabria completando la liberazione dell'intero territorio yugslavo. Alle elezioni dell'11 novembre la Lega dei comunisti di Tito prende il 90% dei suffragi (guadagnati sul campo). Ma 1'esercito di Tito dilaga dopo quell'8 maggio ed entra in Italia, occupando zone dell'Istria, di Trieste, del Carso. Qui cominciano le stragi orrende di innocenti: le foibe. La furia di chi ha subito violenze senza fine senza aver provocato niente, diventa incontrollabile. Gli italiani sono la seconda forza che ha mantenuto al potere il fantoccio Pavelic. Ed hanno operato in prima persona contro i partigiani stessi torturando e massacrando. La cosa si può capire (capire ho detto e non giustificare: queste tragedie accompagnano ogni guerra, ogni rivoluzione ed anche momenti di rivalsa di chi è stato aggredito oppresso e trucidato). L'esercito yugoslavo sarebbe potuto entrare ancora di più in territorio italiano ma vari armistizi fermarono il tutto. Resta solo da ricordare che il confine provvisorio divideva Trieste (fino al 1954, con una retorica fascista orripilante che continua: Trieste è italiana, i comunisti sono oppressori, ecc.). Trieste è tornata all'Italia. I trattati di Osimo hanno fatto nuovo ordine ai confini. Ma occorre sapere un'altra cosa. Dal 1946 iniziò in Italia una campagna rivolta agli italiani rimasti in territorio yugoslavo. Iniziarono a venire a migliaia profughi istriano dalmati. Con questa operazione si indebolirono le comunità italiane ivi residenti perdendo un peso che avrebbe potuto far ottenere importanti riconoscimenti come minoranza linguistica. Queste sono le foibe. Io ho dovuto tagliare. Leggete l'autore che volete. Le testimonianze nei vari processi che si sono susseguiti.
[bibl. M.A. Rivelli - "L'Arcivescovo del genocidio" - Ed. Kaos, 1999].
(*) I motivi del veto tedesco sono in una pagina (17/02/45) dei diari di Hitler che riporto di seguito. La pagina seguente di tali diari (18/02/45) la inserisco solo perché di attualità, rispetto all'abilità USA di farsi attaccare.
DAI (FALSI) DIARI DI HITLER
10
Il mio atteggiamento nei con fronti dell'Italia f u un errore - L'alleanza con l'Italia un impedimento quasi ovunque - Perdiamo l'autobus politico per quanto concerne l'Islam - Vergognosi rovesci degli italiani - L'Italia avrà contribuito alla perdita della guerra - La vita non perdona le debolezze
17 febbraio 1945
Quando io esprimo un giudizio sugli avvenimenti, obiettivamente e senza passioni, devo riconoscere che la mia incrollabile amicizia per l'Italia e per il Duce può senz'altro essere considerata un errore da parte mia. Risulta infatti del tutto ovvio che la nostra alleanza con l'Italia è stata più utile ai nostri nemici che a noi stessi. L'intervento italiano ci ha apportato vantaggi modesti all'estremo in confronto alle numerose difficoltà da esso determinate. Se, nonostante tutti i nostri sforzi, non dovessimo riuscire a vincere questa guerra, l'alleanza con l'Italia avrà contribuito alla nostra sconfitta!
Il piú grande servigio che l'Italia avrebbe potuto renderci sarebbe consistito nel rimanere estranea a questo conflitto. Per assicurarci la sua astensione nessun sacrificio, nessun dono da parte nostra sarebbero stati troppo grandi. Se essa avesse mantenuto costantemente il suo compito di neutrale,. l'avremmo colmata dei nostri favori. In caso di vittoria avremmo condiviso con essa tutti i frutti e tutta la gloria. Con tutto il cuore avremmo collaborato alla creazione del mito storico della supremazia del popolo italiano, discendente legittimo degli antichi romani. Invero, qualunque cosa sarebbe stata preferibile all'avere gli italiani come compagni d'armi sul campo di battaglia!
L'intervento dell'Italia nel giugno del 1940, con l'unico scopo di sferrare il calcio dell'asino ad un esercito francese che già si stava disintegrando, ebbe soltanto l'effetto di offuscare una vittoria che gli sconfitti erano in quel momento disposti ad accettare con spirito sportivo. La Francia riconobbe di essere stata lealmente sconfitta dagli eserciti del Reich, ma non fu disposta ad accettare la sconfitta ad opera dell'Asse.
La nostra alleata italiana è stata una causa di imbarazzo per noi, ovunque. Fu questa alleanza, ad esempio, a impedirci di perseguire una politica rivoluzionaria nell'Africa settentrionale. Per la natura stessa delle cose, tale territorio stava divenendo una riserva italiana e come tale il Duce lo rivendicava. Se fossimo stati soli, noi avremmo potuto emancipare i paesi musulmani dominati dalla Francia e ciò avrebbe avuto ripercussioni enormi nel Vicina Oriente, dominato dall'Inghilterra, e in Egitto. Ma essendo le nostre sorti legate a quelle degli italiani, il perseguimento d'una simile politica non era possibile. Tutto l'Islam fremeva alle notizie delle nostre vittorie. Gli egiziani, gli iracheni e l'intero Vicino Oriente, tutti erano pronti a sollevarsi in rivolta. Si pensi semplicemente a quel che avremmo potuto fare per aiutarli, anche soltanto per incitarli, come sarebbe stato al contempo il nostro dovere e nel nostro interesse! Ma la presenza degli italiani al nostro fianco ci paralizzò, creò una sensazione di malaise tra i nostri amici dell'Islam, i quali,. inevitabilmente , videro in noi dei complici, volenti o nolenti, dei loro aggressori. Poiché gli italiani, in queste parti del mondo, sono ancor più odiati, naturalmente, degli inglesi e dei francesi. Il ricordo delle barbare rappresaglie adottate contro i senussi é tuttora vivo. E inoltre, la ridicola pretesa del Duce di essere considerato la Spada dell'Islam desta ora, come prima della guerra, le stesse sghignazzate di scherno. Questo titolo, che si addice a Maometto e a un grande conquistatore come Omar, Mussolini se lo fece conferire da pochi miserabili bruti ch'egli aveva indotto a ciò o con la corruzione o con il terrore. Ci si presentò una grande opportunità di perseguire una splendida politica nei riguardi dell'Islam. Ma perdemmo l'autobus, come lo abbiamo perduto in parecchie altre occasioni, grazie alla nostra fedeltà all'alleanza con l'Italia!
In questo teatro di operazioni,. dunque, gli italiani ci impedirono di giocare la nostra carta migliore, la emancipazione dei sudditi francesi e l'incitamento alla rivolta nei paesi oppressi dagli inglesi. Tale politica avrebbe destato l'entusiasmo di tutto l'Islam. È tipico del mondo musulmano, dalle sponde dell'Atlantico a quelle del Pacifico, che quanto influisce su un paese, per il bene o per il male, influisce su tutti.
Sul piano morale, le conseguenze della nostra politica furono doppiamente disastrose. Da un lato avevamo ferito, senza alcun vantaggio per noi, la fiducia in se stessi dei francesi. Dall'altro, ciò, di per sé, ci costrinse a mantenere il dominio esercitato dai francesi sul loro impero, per il timore che il contagio potesse diffondersi nell'Africa settentrionale italiana e che anche quest'ultima potesse rivendicare l'indipendenza. E poiché tutti questi territori sono attualmente occupati dagli anglo-americani, io mi sento ancor più giustificato nell'affermare ché tale nostra politica fu disastrosa. Per di piú, una così futile politica ha consentito a quegli ipocriti, gli inglesi, di atteggiarsi nientemeno che a liberatori in Siria, in Cirenaica e in Tripolitania!
Dal punto di vista puramente militare, le cose non sono andate molto meglio! L'entrata in guerra dell'Italia offrì subito il destro ai nostri nemici di cogliere le prime vittorie, il che consentì a Churchill di far rivivere il coraggio dei suoi compatrioti e ridiede speranza a tutti gli anglofili in tutto il mondo. Persino nel momento stesso in cui si stavano dimostrando incapaci di mantenere le loro posizioni in Abissinia e in Cirenaica, gli italiani ebbero la faccia tosta di lanciarsi, senza chiedere il nostro parere e senza neppure avvertirci in precedenza delle loro intenzioni, in una inutile campagna in Grecia. Le vergognose sconfitte da essi subite fecero sí che certi Stati balcanici guardassero a noi con scherno e disprezzo. In ciò, e non in altre ragioni, vanno individuate le cause dell'irrigidimento della Jugoslavia e del suo volte-face nella primavera del 1941. Questo ci costrinse, contrariamente a tutti i nostri piani, a intervenire nei Balcani, e portò a sua volta a un ritardo catastrofico nell'inizio dell'attacco alla Russia. Fummo costretti a impiegare nei Balcani alcune delle nostre migliori divisioni. E come risultato netto fummo poi costretti a occupare vasti territori nei quali, senza questa stupida ostentazione, la presenza di un qualsiasi reparto delle nostre truppe sarebbe stata del tutto inutile. Gli Stati balcanici sarebbero stati lietissimi, se le circostanze lo avessero consentito, di conservare un atteggiamento di benevola neutralità nei nostri riguardi. In quanto ai nostri paracadutisti, avrei preferito lanciarli su Gibilterra anziché su Corinto o Creta.
Ah, se gli italiani fossero rimasti fuori di questa guerra! Se solo avessero mantenuto il loro stato di non belligeranza! Tenuto conto della nostra amicizia e degli interessi comuni che ci legano, quale valore inestimabile avrebbe avuto per noi tale atteggiamento! Gli alleati stessi ne sarebbero stati felici poiché, anche se non avevano mai tenuto in gran conto le qualità militari dell'Italia, anch'essi non avevano mai sognato che potesse risultare debole come fu. Si sarebbero ritenuti fortunati nel veder rimanere neutrale un potenziale bellico come quello che attribuivano agli italiani. Ciononostante, non avrebbero potuto permettersi di correre rischi e sarebbero stati costretti a immobilizzare forze considerevoli per affrontare il pericolo di un intervento, che sempre li avrebbe minacciati e che sempre sarebbe stato possibile, se non probabile. Dal nostro punto di vista ciò significa che si sarebbe avuto un numero considerevole di truppe britanniche immobilizzate e nell'impossibilità di acquisire sia l'esperienza della battaglia, sia l'incitamento tratto dalle vittorie; in breve, si sarebbe trattato di una « falsa guerra », e quanto più a lungo essa fosse continuata, tanto più grande sarebbe stato il vantaggio che noi ne avremmo tratto.
Una guerra che va per le lunghe giova al belligerante nel senso che gli offre innumerevoli occasioni di imparare a combattere. Avevo sperato di poter condurre questa guerra senza concedere al nemico la possibilità di imparare alcunché di nuovo nell'arte della battaglia. In Polonia e in Scandinavia, in Olanda, in Belgio e in Francia, vi riuscii. Le nostre vittorie furono fulminee e conseguite con un minimo di perdite da entrambe le parti; ciononostante furono così nette e decisive da portare alla disfatta completa del nemico.
Se la guerra fosse rimasta una guerra condotta dalla Germania e non dall'Asse, saremmo stati in grado di attaccare la Russia entro il 15 maggio del 1941. Doppiamente rafforzati dal fatto che le nostre forze avevano riportato soltanto vittorie decisive e inconfutabili, avremmo potuto concludere la campagna prima dell'inizio dell'inverno. Come tutto si è svolto diversamente!
Per gratitudine (poiché non dimenticherò mai l'atteggiamento adottato dal Duce al tempo dell'Anschluss) mi, sono sempre astenuto dal criticare o dal giudicare l'Italia. All'opposto, ho sempre fatto quanto stava in me per trattarla come una nostra pari: Sfortunatamente, le leggi della natura. hanno dimostrato che è un errore trattare come uguali coloro che uguali non sono. Il Duce, personalmente; mi uguaglia. Può darsi anche che sia superiore a me dal punto di vista delle sue ambizioni per quanto concerne il popolo italiano. Ma contano solo i fatti, e non le ambizioni.
Noi tedeschi faremo bene a ricordare che in circostanze come quelle considerate è preferibile per noi condurre da soli la partita. Abbiamo tutto da perdere e nulla da guadagnare legandoci strettamente a elementi più deboli e associandoci a compagni che hanno dato prove troppo frequenti della loro incostanza. Ho detto più volte che ovunque si trova l'Italia là si troverà la vittoria. Avrei dovuto dire, invece, che ovunque si trova la vittoria là, si può esserne certi, si troverà l'Italia!
Né il mio affetto personale per il Duce, né i miei istintivi sentimenti di amicizia per il popolo italiano sono mutati. Ma io attribuisco a me stesso la colpa di non avere ascoltato la voce della ragione, che mi imponeva di essere spietato pur nella mia amicizia per l'Italia. E avrei potuto far questo con personale vantaggio del Duce stesso e con vantaggio del suo popolo. Mi rendo conto, naturalmente, che un simile atteggiamento da parte mia lo avrebbe offeso e che egli non mi avrebbe mai perdonato. Ma in seguito alla mia indulgenza, sono accadute cose che non sarebbero dovute accadere e che possono senz'altro dimostrarsi fatali. La vita non perdona la debolezza.
11
Un valido pretesto per Roosevelt - Nulla avrebbe potuto impedire l'entrata in guerra degli Stati Uniti - L'ossessione del pericolo giallo - Solidarietà con i giapponesi
18 febbraio 1945
L'entrata in guerra del Giappone non fu per noi causa di dubbi anche se appariva ovvio che i giapponesi avevano offerto a Roosevelt un valido pretesto per schierare contro di noi gli Stati Uniti. Ma Roosevelt, incitato dall'ebraismo, era già decisissimo ad entrare in guerra e ad annientare il Nazionalsocialismo, e non gli occorrevano pretesti di sorta. Quei pretesti che si rendevano necessari per sormontare le resistenze degli isolazionisti, era perfettamente in grado di fabbricarseli da sé. Un piccolo raggiro in piú non aveva per lui la minima importanza.
L'enorme portata del disastro di Pearl Harbor fu, ne sono certo, un balsamo per il suo spirito. Era esattamente quel che gli occorreva per poter trascinare i suoi compatrioti in una guerra totale e per distruggere gli ultimi resti dell'opposizione nel suo paese. Aveva fatto tutto ciò ch'era in suo potere per provocare i giapponesi. Si trattava semplicemente d'una replica, su scala più vasta, delle tattiche impiegate con tanto successo da Wilson ai tempi della prima guerra-mondiale: il siluramento del Lusitania, provocato con scaltrezza diabolica, preparò psicologicamente gli americani all'entrata in guerra del loro paese contro la Germania. Poiché non era stato possibile impedire l'intervento degli Stati Uniti nel 1917, è ovvio che il loro intervento in questo conflitto, venticinque anni dopo, era una premessa logica e al contempo inevitabile.
Solo nel 1915 l'ebraismo mondiale decise di porre tutte le sue risorse a disposizione degli Alleati. Ma nel nostro caso, l'ebraismo decise sin dal 1933, agli inizi stessi del Terzo Reich, di dichiararci tacitamente la guerra. Per di più, l'influenza esercitata dagli ebrei. negli Stati Uniti si è tenacemente e costantemente accresciuta nel corso dell'ultimo quarto di secolo. E poiché l'entrata in guerra degli Stati Uniti era assolutamente inevitabile, fu per noi una grande fortuna avere al nostro fianco un alleato valoroso come il Giappone. Fu però una grande fortuna anche per gli ebrei. Offrì loro l'occasione da tempo cercata di coinvolgere direttamente gli Stati Uniti nel conflitto e fu un colpo magistrale da parte loro l'essere riusciti a trascinare gli americani unanimi ed entusiasti nella loro guerra. Gli americani, memori del loro disinganno del 1919, non erano affatto desiderosi di intervenire ancora una volta in una guerra europea. D'altra parte, li ossessionava più che mai l'idea del pericolo giallo. Tentare di insegnare agli ebrei uno o due raggiri è come portare carbone a Newcastle, e si può essere certissimi che tutti i loro piani vengono concepiti con astuzia machiavellica. Io personalmente sono del tutto persuaso che nella situazione in esame essi adottarono un punto di vista assai lungimirante, il quale prevedeva la sconfitta, da parte di una Potenza bianca, dell'Impero del Sol Levante, ch'era salito al rango di Potenza mondiale e che aveva sempre opposto una ferma resistenza alla contaminazione da parte della razza ebraica.
Per noi, il Giappone rimarrà sempre un alleato e un amico. Questa guerra ci insegnerà ad apprezzarlo e a rispettarlo piú che mai. Ci incoraggerà a rinsaldare più che mai i legami che uniscono i nostri due paesi. 1; deprecabile, inutile dirlo, che il Giappone non sia entrato in guerra contro la Russia contemporaneamente a noi. Se si fosse regolato in tal senso, gli eserciti di Stalin non assedierebbero ora Breslavia, né si accamperebbero a Budapest. Avremmo liquidato il bolscevismo prima dell'inizio dell'inverno, e Roosevelt avrebbe esitato ad affrontare avversari potenti come le nostre due nazioni. Sono ugualmente spiacente che il Giappone non abbia conquistato Singapore sin dal 1940, immediatamente dopo la sconfitta della Francia. Gli Stati Uniti erano allora alla vigilia di una elezione presidenziale e l'intervento sarebbe stato per essi impossibile. Questa, dunque, fu una delle svolte determinanti della guerra.
Nonostante tutto, noi e i giapponesi rimarremo fedelmente fianco a fianco. Conquisteremo o moriremo insieme. Qualora noi dovessimo essere i primi a soccombere, io non vedo come i russi possano continuare a mantenere il mito della « solidarietà asiatica » nell'interesse del Giappone!

Da "l'Unità":
«Sinistra,
non in mio nome»
Alberto Asor Rosa
L'astensione dei Ds sulla mozione della maggioranza riguardante
l'invio di un contingente militare italiano in Iraq o, per meglio
dire, il reciproco favore delle doppie astensioni incrociate di
maggioranza e minoranza ripropongono con forza il tema della «separazione».
C'è un limite, infatti, oltre il quale la normale dialettica tra
maggioranza e minoranza all'interno dello stesso partito supera la
soglia della decenza e diventa vergognosa sia per gli uni sia per
gli altri.
Per gli uni, veramente non so, per gli altri di sicuro, se così
si può definire una minoranza che soggiaccia ai voleri della
maggioranza, senza più né margini né capacità di distinzione.
Questa soglia è stata abbondantemente superata con il voto di
martedì, e ciò per tre motivi, uno soprattutto politico, l'altro
soprattutto morale e il terzo soprattutto istituzionale. 1) Dal
punto di vista politico nulla è cambiato dal giudizio sulla
guerra, una volta che la guerra è finita con l'esito che nessuno,
ragionevolmente, poteva pensare che fosse diverso. Anzi. Se è
vero, come tutti abbiamo detto più volte, che la guerra
rappresentava il frutto perverso e terribile dell'unilateralismo
americano, è evidente che l'esito vittorioso della guerra non ha
potuto che confermarlo e irrobustirlo. La lotta contro l'unilateralismo
americano è dunque più attuale che mai. E se era stato detto
onestamente - come ormai più non credo - che bisognava ripassare
la palla all'Onu, e più in generale agli organismi
internazionali, non c'è traccia, a motivare quel voto, che questo
sia, non dico avvenuto, ma neanche per avvenire nei prossimi mesi
o anni in base ad una ragionevole previsione. In questa condizione
l'Iraq è un paese militarmente occupato, dove si può e si deve
sperare (lo dico sul serio) che nasca un qualche governo di
Quisling per evitare nuove sofferenze a quella popolazione, ma
certo nulla più di questo. Nel frattempo gli Usa hanno ripreso la
loro arrogante ginnastica bellicistico-oratoria con la Siria, e
poi lo rifaranno con altri, secondo le regole lucidamente
teorizzate nel manifesto della «guerra infinita», la cui
percezione sembra sparita dalla testa dei nostri politici nel
momento stesso, paradossalmente, in cui se ne vedevano di più gli
effetti. 2) In queste condizioni noi mandiamo un contingente
militare in Iraq, camuffandolo di motivazioni umanitarie, «sì, sì,
tre volte sì, purché svolga soltanto compiti umanitari»! Nel
frattempo i marines sparano sulla folla musulmana che a Mosul
protesta contro l'occupazione. E' l'ipocrisia peggiore, è
un'intollerabile presa in giro. All'assistenza umanitaria,
doverosa e imprescindibile, si sarebbe potuto provvedere in cento
altri modi: per esempio, finanziando lautamente Emergency per
consentirle di operare al meglio in questa terribile situazione.
L'invio del contingente militare, necessariamente esposto a
qualsiasi compito armato, anche di carattere repressivo, oltre che
difensivo, significa che l'Italia s'inquadra - sia pure a
posteriori, e quindi anche vigliaccamente - nel sistema militare
per il controllo di quella parte del Medio Oriente, all'interno
della più generale strategia in precedenza richiamata. Quel che
era implicito, diventa dichiarato (sia pure nella forma pudica
propria di tutte le scelte militari italiane dell'ultimo
decennio). E la sinistra, dunque, si dichiara a favore della
guerra anch'essa retrospettivamente, a guerra conclusa. Un
modello, al tempo stesso, d'imbecillità e di mala fede. 3)
Naturalmente non è trascurabile il favore fatto al governo del
Cavalier Banana, il quale peraltro ce ne ripaga con un sonoro
schiaffone (assolutamente meritato: quando è giusto è giusto).
Si può capire che la maggior parte degli uomini che compongono
questo governo sia interessata a mandare il maggior numero
possibile di carabinieri fuori dei confini onde averne il meno
possibile in casa. Ma noi che c'entriamo? Proprio in questi giorni
si era scatenato il nostro lancinante problema istituzionale,
riguardante davvero, nel senso proprio del termine, la dignità
autentica, sostanziale del paese, e cioè le recenti dichiarazioni
del Cavalier Banana in merito al carattere «sovietico» di certe
parti della nostra Costituzione. E, come tutta risposta, invece di
sollevare il caso a tutti i livelli della legge, consentiamo che
si possa parlare di un sostanziale unanimismo «patriottico»
della sinistra con questo presidente del Consiglio, con questa
maggioranza, con questo sistema politico-militar-affaristico di
portata mondiale. In questo caso, davvero, una vera morale ci
spinge a difendere, contro tutte le disattenzioni istituzionali,
una più autentica e sostanziosa idea di patria. La nostra Italia
non è questa, lo sosterremo contro tutti gli opportunismi e
trasformismi intollerabili degli uomini del Palazzo. Voglio dire
insomma, nella maniera più tranquilla, che siamo di fronte a una
divaricazione delle opinioni, delle mentalità, delle culture
politiche, delle morali personali e collettive, che non può più
esser contenuta nel medesimo contenitore. Non accenno neanche alla
figura che facciamo di fronte alle centinaia di migliaia (milioni,
forse) di cittadini che per mesi si sono testardamente e
lucidamente battuti per la pace, credendoci, e continuando a
crederci ancora (com'è giusto). Non parlo perciò di quelli che,
a qualsiasi titolo, stanno fuori, abituati ormai dall'esperienza,
credo, che ci si comporti nei loro confronti come se non ci
fossero mai stati, come se non ci fossero e come, sperabilmente,
siano destinati a non esserci mai (ma questi non votano? I
politici sono così tenaci nelle loro convinzioni che fanno
persino a meno di questo, che dovrebbe essere il loro pane - e per
questo i «berluscones» vincono -. Parlo di quelli che, a
qualsiasi titolo, stanno dentro, e avrebbero il diritto di esser
considerati. Se non c'è un minimo comun denominatore - e la
questione della pace e della guerra pertiene ovviamente alle
radici più profonde del comune sentire - che cosa ci facciamo
ancora insieme? Giro questa domanda ai nostri politici, anche a
quelli che apparentemente (la prudenza non è mai troppa)
dovrebbero pensarla più o meno come me, e anche a quei Segretari
del Mugello e della Val di Sieve, pronti a indignarsi se in
famiglia si litiga ma forse più indulgenti e comprensivi se
cooperiamo a mandare soldati italiani in Iraq. Insomma: fate quel
che volete; ma non fatelo a nome mio.

Palermo, 12:31
Mafia, picciotti Usa a
lezione di cosa nostra in Sicilia
I 'picciotti' americani vanno a lezione di mafia in Sicilia per diventare uomini
d'onore. Lo ha accertato un'indagine del Fbi: gli agenti federali hanno scoperto
che affiliati al clan dei Bonanno sono arrivati in provincia di Trapani negli
ultimi anni per seguire le 'lezioni' dei capimafia siciliani. E l'episodio è
confermato, in parte, anche dal pentito Antonino Giuffrè in un verbale
depositato negli Usa.
"Li mandano qui - ha detto Giuffrè, descrivendo quella che sembra una
scena del 'Padrino - per farli diventare uomini d'onore, per fargli fare
pratica, perché in America non c'è quell'attaccamento ai valori, non c'è più
rispetto. E allora li mandano in Sicilia per formarli e per fargli capire cosa
vuol dire diventare uomo d'onore, perché la mafia americana è diversa e ha
bisogno delle nostre qualita". (Red)
da Repubblica.it

Roma, 13 marzo 2003, 20:01
Lumia (Ds): Berlusconi
chiarisca rapporti con Cosa nostra
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si presenti alla commissione
antimafia per diradare i dubbi sui suoi rapporti con esponenti di Cosa Nostra.
Lo ha detto il capogruppo dei Ds in commissione antimafia, Giuseppe Lumia,
nel corso della sua relazione al convegno dei Democratici di sinistra. "Se
si può capire - ha detto l'ex presidente dell'antimafia - che il cittadino
Berlusconi si avvalga della facoltà di non rispondere di fronte ad un
magistrato, legittimo strumento di difesa, è meno comprensibile come il
presidente del Consiglio si possa rifiutare di chiarire in sede politica ed
istituzionale i suoi rapporti con esponenti di Cosa Nostra. Dubbi che sarebbe
bene diradare di fronte alla commissione parlamentare antimafia che è
l'organismo istituzionalmente preposto".(red)

18.02.2003
Smaltimento scorie e
rischio terrorismo
Continua
in America l’allarme e il timore di nuovi attentati
Negli Stati Uniti ci si è resi conto che l’attuale metodo di
stoccaggio del combustibile nucleare esausto è suscettibile di attacchi
terroristici che causerebbero danni peggiori di quelli di Cernobyl. Lo
afferma un recente studio che ha osservato come l’accumulo ad alta
densità delle scorie provenienti dalle 103 centrali in attività nel
paese non fa altro che aumentare il rischio di un catastrofico rilascio
di radiazioni in caso di un attentato.
Gli autori dello studio, un gruppo di ricercatori di diverse istituzioni
guidati da Frank von Hippel dell’Università
di Princeton, hanno chiesto al congresso degli Stati Uniti di
intraprendere la costruzione di nuove strutture meno rischiose per
ospitare il combustibile esausto. Il costo dell’operazione è stato
stimato fra i 3,5 e i 7 miliardi di dollari, parte dei quali già
stanziati per la costruzione del sito di stoccaggio di Yucca Mountain
nel Nevada.
La ricerca verrà resa pubblica in primavera sulla rivista “Science
and Global Security” e si basa in parte sulle analisi già
effettuate dalla Nuclear Regulatory Commission (NRC), l’ente americano
di controllo sul nucleare.
Attualmente le barre di combustibile esausto vengono custodite in fusti
che ne contengono quattro o cinque volte di più di quelle per cui erano
stati progettati. Questa configurazione ad alta densità è sicura finchè
i fusti sono raffreddati con acqua, ma basterebbe una falla nelle
tubature, causata da un attentato o da sabotaggio, per provocare una
catastrofe.
Fra le conseguenze di un simile atto terroristico ci sarebbe il rilascio
di radiazioni che contaminerebbero una regione da otto a settanta volte
più grande di quella colpita dell’incidente di Cernobyl nel 1986.
©
1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.



Via libera del Consiglio dei ministri alla riforma degli
enti
I ricercatori avevano ribadito la loro opposizione all'accorpamento
Commissariato il Cnr
Scienziati in rivolta
Rita Levi Montalcini: "Una decisione deplorevole e illegittima"
Nel provvedimento anche l'Agenzia spaziale e l'Istituto di astrofisica
ROMA - La protesta non è servita. Nonostante le accuse, rivolte all'esecutivo dagli scienziati, che pochi giorni fa hanno parlato di "espropriazione dell'autonomia scientifica", il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla riforma del Consiglio nazionale delle ricerche, dell'Istituto nazionale di astrofisica e dell'Agenzia spaziale italiana. Una prima conseguenza indiretta dei decreti legislativi, che ora dovranno passare al vaglio parlamentare, è il commissariamento del Cnr. La riforma cambierà, infatti, la composizione del consiglio di amministrazione, prossimo alla scadenza, per cui sarebbe rimasto in carica il solo presidente. Le reazioni non si sono fatte attendere: il presidente del Cnr, Lucio Bianco, ha definito il provvedimento "un atto del tutto illegittimo", mentre, appresa la notizia, il presidente dell'Istituto nazionale di Fisica della Materia, Flavio Toigo, ha annunciato le proprie dimissioni.
Proprio oggi i ricercatori hanno ribadito il loro no ad ogni accorpamento degli
enti, ma per il ministro per le Politiche agricole, Gianni Alemanno, con la
riforma "la struttura degli enti resta sostanzialmente immutata, mentre
viene snellita la strutura amministrativa: ci sono solo meno posti da
occupare". Commissario straordinario è stato nominato Adriano De Maio,
rettore della Luiss.
Puntuale la reazione del presidente del Cnr Lucio Bianco: il commissariamento è
"un atto del tutto illegittimo, formalmente viziato poiché non tiene in
alcun conto le procedure". Ma "è anche un atto di tracotanza sotto il
profilo politico, perché nessuno ha avuto la gentilezza né ha sentito
l'obbligo istituzionale di avvertirmi. Ritengo che non essendoci gli estremi
giuridici per il commissariamento, sia un atto dovuto da parte mia fare ricorso.
Una volta avuta soddisfazione sotto il profilo formale - ha concluso Bianco -
sarò io stesso a presentare immediatamente le dimissioni".
Dimissioni annunciate anche dal presidente dell'Infim, l'Istituto nazionale di
Fisica della materia, Flavio Toigo: "L'accorpamento al Cnr è un fatto
negativo, ho l'impressione che pregiudichi la possibilità, per l'Infim, di
operare con quell'autonomia ed efficienza gestionale che gli avevano permesso di
raggiungere i risultati ottenuti, e giudicati positivamente dallo stesso
ministro Moratti". "Posso dire una sola cosa - ha concluso -, mi
dimetto".
"Ferma disapprovazione" è stata espressa dal premio Nobel Rita Levi
Montalcini, che ha segnalato il forte rischio di un'ennesima fuga di cervelli
all'estero, "una decisione deplorevole che non farà che scoraggiare anche
i più giovani impegnati nel mondo della ricerca". Secondo il fisico Carlo
Bernardini si tratta di "un colpo di mano, con il quale personaggi
assolutamente indegni stanno mettendo le mani sui gioielli di famiglia",
mentre l'astronomo Franco Pacini ha parlato di "una sfida che il mondo
politico lancia a quello scientifico; a questi signori - ha detto - non importa
nulla dela scienza italiana".
(31 gennaio 2003)

Roma, protestano con un minuto di silenzio, anche grandi
nomi
"Vogliono mettere la ricerca pubblica al servizio delle imprese"
"Questa è una dittatura"
gli scienziati contro la Moratti
L'assemblea degli "autoconvocati respinge la riforma
di CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - Secondo Letizia Moratti è una "rivisitazione del sistema". Ma secondo gli scienziati che si sono autoconvocati ieri mattina a Roma nella sede del Cnr, il progetto di riforma degli enti pubblici di ricerca, di cui nelle stesse ore iniziava l'esame in Consiglio dei ministri, è un'occupazione in piena regola, un'espropriazione dell'autonomia scientifica da parte del governo, il cui è obiettivo è acquisire il totale controllo della ricerca pubblica, riducendola ad un mero strumento di servizio per le imprese. "Ho la stessa sensazione che si prova quando torni a casa e scopri che ci sono stati i ladri, hanno aperto i cassetti e buttato per terra le fotografie degli antenati", ha detto sconsolato il fisico Carlo Bernardini, mentre Giorgio Salvini, presidente onorario dell'Accademia dei Lincei, ha parlato di "segnali che si sta andando verso una dittatura", affermando che "la questione va al di là del problema della ricerca".
La scelta del governo di escludere la comunità scientifica dal dibattito sulla
riforma è stata sottolineata dall'assemblea degli scienziati con un minuto di
silenzio. "Un minuto di silenzio con il quale ci opponiamo al silenzio che
ci hanno imposto come comunità scientifica," hanno spiegato gli
organizzatori dell'affollatissimo incontro. Il ministero ha infatti elaborato il
suo progetto senza mai raccogliere i pareri dei ricercatori, preferendo
affidarsi alle competenze di una società di consulenza aziendale. Il risultato
è quella che gli scienziati hanno definito "una soluzione di autorità nei
modi e nella sostanza" che rivela il "disinteresse di questo governo
verso il ruolo della ricerca nelle forze economiche".
Lo dimostrerebbe, ad esempio, la decisione di sciogliere l'Istituto nazionale di
fisica della materia, considerato un modello di efficienza organizzativa, che la
Moratti vuole accorpare al Cnr. O la scelta di inserire nella struttura del Cnr,
tra il consiglio d'amministrazione ed i 108 istituti dell'ente, l'ulteriore
livello gerarchico (e burocratico) dei dipartimenti. "Con la scusa di
snellire il Cnr si introduce un modello verticistico," ha commentato il
presidente del Cnr Lucio Bianco. Secondo Bianco, i tre decreti in cui il
governo intende articolare la riforma vanno addirittura contro la Costituzione,
che nell'articolo 33 garantisce l'autonomia scientifica ed organizzativa di
università ed enti di ricerca. A minacciarla sono, tra l'altro, i nuovi
meccanismi di nomina previsti dal governo, che si sostituisce alla comunità dei
ricercatori anche nelle strutture di valutazione e consulenza scientifica.
Numerose le forme di lotta allo studio. Se ne occuperà, in collegamento con le
varie componenti della comunità scientifica, il gruppo di coordinamento votato
dai rappresentanti dei comitati di istituto del Cnr presenti all'assemblea di
ieri, che hanno deciso anche di sospendere ogni attività istituzionale e
seguire passo dopo passo l'iter del processo di riforma.
(25 gennaio 2003)

Appello
Le dichiarazioni del pentito Giuffrè riguardanti i rapporti tra Berlusconi e Bontade sono di una gravità inaudita. Emanuele Macaluso, garantista e profondo conoscitore della mafia, all’Unità ha detto:” Quell’udienza di Palermo è una delle cose più gravi che siano accadute in questo paese. Perché ritengo che ipotizzare un rapporto di un governante, tanto più e tanto peggio se si tratta di un Presidente del consiglio, con la mafia è cosa terribile. Se fossi un giurista direi che si configura un reato di alto tradimento”. Siamo d’accordo. Per questa ragione sollecitiamo una iniziativa dell’opposizione nelle sedi istituzionali: Parlamento e Commissione antimafia, al fine di conoscere la verità. Non è nostro compito accusare né fare processi. Ma sapere come sono andate le cose e chiedere al Presidente del consiglio di fare luce sui tanti episodi oscuri che circondano la sua attività pregressa è un nostro dovere oltre che un nostro diritto. Anche perché le stesse cose che ha detto Giuffrè sono contenute in sentenze di giudici. Chiediamo ospitalità a Repubblica, all’Unità e ai siti dei giornali locali del gruppo Finelgil per pubblicare questo appello e ai cittadini di sottoscriverlo.
Elio Veltri- Paolo Sylos Labini- Enzo Marzo per Opposizione Civile
lunedi' 18 novembre 2002
Commento di Paolo Flores d'Arcais diffuso nella mattinata di sabato 16 novembre 2002
L’arresto
dei 20 militanti no-global e' un’ingiustizia e una
vergogna. Solidarieta' piena e senza riserve.
E’ solo
tempo di inequivocabili “si' si', no no”.
L’arresto
di Francesco Caruso e di altri 19 militanti no-global
e' un’ingiustizia e una vergogna.
La solidarieta' verso gli arrestati e' percio' piena e
senza riserve. E tale deve essere – piena, senza
riserve, senza nessun ipocrita “distinguo” – da
parte di tutti i democratici di questo paese.
L’ingiustizia di questi arresti e' gia' scritta
nella enormita' e nell’inverosimiglianza delle
accuse (giudicate in precedenza inconsistenti, sulla
base dello stesso dossier di carabinieri e polizia,
dalle procure di Genova, Torino, Napoli) :
“cospirazione politica al fine di turbare
l’esercizio del governo e sovvertire violentemente
l’ordinamento economico costituito nello Stato”.
Tali accuse o vengono interpretate in senso
berlusconiano, dove ogni critica e perfino ogni
ossequio che non sia pero' “pronto, cieco,
assoluto” vengono considerati un intralcio
(“turbamento”) all’esercizio del governo, ma in
questo caso e' evidente che cio' non ha nulla a che
fare con il codice penale (e semmai qualcosa contro il
codice lo compie chi voglia trasformare in reato delle
opinioni, visto che la liberta' d’opinione e' un
valore intangibile costituzionalmente garantito).
Oppure la “associazione sovversiva contro
l’ordinamento, ecc.” significa, ne' piu' ne' meno,
il tentativo in atto della presa del potere vuoi
tramite una violenta rivoluzione, vuoi con la violenza
di un “golpe”. Questo secondo caso e' tipico della
destre, e dunque e' qui fuori luogo.
Quali sarebbero le prove, allora, che e' in fattiva
preparazione la prima ipotesi (che implica armi, radio
clandestine, nuclei segreti capillarmente diffusi sul
territorio, eccetera)? Che un sito si chiamava www.radiogap.net.
“Gap”, cioe' lotta armata, capite?!
(In realta' e' l’acronimo di Global Radio
Project.
Da qui un inevitabile inciso: perche' in tutti questi
anni non e' stato ancora arrestato il gruppo rock
“Dirotta su Cuba” le cui intenzioni di terrorismo
internazionale sono smaccatamente evidenti?). Che
un’imputata, analizzando come difendersi dalla
repressione della polizia nel corso di un corteo,
aveva scritto: “solo in gruppo e' possibile liberare
qualcuno dalle grinfie dei poliziotti” e aveva
ribadito il concetto in quello strumento di
comunicazione cospirativa che e' l’agenzia Adn
Kronos. Prove schiaccianti, come si vede.
Ma i magistrati di Cosenza non si sarebbero
accontentati di esse se non avessero trovato la prova
regina dell’insurrezione in atto: il lancio di
ortaggi contro le forze dell’ordine. Di fronte a
tanto evidente pericolo per l’ordinamento
repubblicano, come si poteva non procedere alla retata
e agli arresti?
Non c’e' nulla su cui sorridere, pero'.
Non solo perche' ci sono venti persone ingiustamente
in galera, ma perche' siamo a un atto che minaccia di
aprire una nuova stagione di “strategia della
tensione”. Questa, si', capace di alimentare - anche
al di la' delle intenzioni - tentazioni eversive: la
messa in mora del diritto di manifestare, per
cominciare. Un diritto talmente consustanziale alle
democrazie liberali che, storicamente, ha preceduto la
conquista del suffragio universale.
La gravita' dell’iniziativa e' moltiplicata, se
possibile, dalla notizia - riportata da “La
Repubblica” con inequivoca precisione di dettagli
– secondo cui gli arresti erano stato programmati
per i giorni precedenti la manifestazione di Firenze,
e che solo un “consiglio” ministeriale li ha fatti
posporre.
Superfluo ogni commento sia sulle soggezione a una
interferenza del potere politico, sia sulla azione
devastante di interferenza che, invece, gli arresti
– del tutto ingiustificati, e che dunque verranno
presto abrogati dai magistrati di controllo –
avrebbero avuto rispetto al milione di persone
intenzionate a sfilare pacificamente, come si e'
visto, malgrado tutte le provocazioni della destra
politica e massmediatica nei giorni precedenti.
E per favore, non si sbrodoli una volta di piu' la
farsesca accusa di “usare due pesi e due misure”
contro chi, come noi, stigmatizza l’ingiustizia
compiuta oggi, mentre ha sostenuto (e continua a
sostenere) il doveroso operato del pool Mani Pulite.
Obiezione da “cavoli a merenda”, di fronte ad una
posizione di assoluta coerenza. E anzi di coerenza
assolutamente garantista.
Abbiamo sostenuto e continueremo a sostenere, infatti,
l’autonomia della magistratura di fronte ad ogni
interferenza del potere politico. Perche'
nell’orizzonte di questa autonomia si puo' sperare
che vengano corrette le troppe iniquita' che ogni
giorno accompagnano l’amministrazione della
giustizia, mentre l’interferenza del potere politico
garantisce solo che tali iniquita' si moltiplichino a
dismisura: impunita' per gli “eccellenti” di ogni
potere, tolleranza zero per chi non ha santi in
paradiso o e' inviso agli “eccellenti” medesimi.
Proprio per questo, pero', non abbiamo mai dimenticato
di criticare le ingiustizie o gli errori commessi dai
magistrati, senza trincerarci dietro la formula
pilatesca delle sentenze che si devono rispettare. Si
rispettano, ovviamente, nel senso che non si
organizzano assalti ai carceri per far evadere chi
giudichiamo ingiustamente detenuto, ma si commentano,
portando tutte le argomentazioni di cui si e' capaci.
Proprio per questo abbiamo condannato le ingiustizie
commesse – una vita fa -contro Valpreda, o l’altro
ieri contro il predecessore di Ciampi alla Banca
d’Italia, l’indimenticabile governatore Baffi (e
il suo piu' stretto collaboratore Sarcinelli) o ieri
contro Enzo Tortora. Del nostro impegno contro
altrettanti episodi di malagiustizia potremmo fare una
lista assai lunga. I finti garantisti di oggi, invece,
nulla videro e nulla vedono, se non quando si tratti
dei loro amici, o degli amici degli amici, benche'
tutte le garanzie processuali siano state piu' che
rispettate e le prove di colpevolezza abbiano nome
“Legione”.
Ecco perche' abbiamo invece sempre portato ad esempio
di garantismo i magistrati del pool milanese di Mani
Pulite e quelli dei pool antimafia che si sono
succeduti a Palermo: magistrati esemplari, imparziali,
che non hanno mai guardato in faccia a nessuno, tanto
che hanno agito sempre in sintonia tra loro malgrado
le opinioni politiche diversissime e perfino
antitetiche. Perche', come magistrati, le mettevano da
parte e obbedivano “soggetti soltanto alla legge”.
Nell’esercizio delle loro funzioni, percio',
apolitici o impolitici.
Difendere senza incertezze l’autonomia della
magistratura (fin all’autogoverno della medesima) e
criticare senza incertezze ogni singola decisione
giudiziaria che si ritenga iniqua (portando argomenti)
sono due facce indivisibili di uno stesso
atteggiamento di cittadinanza attiva in difesa della
legalita'.
Abbiamo gia' detto di come l’enormita' e
l’inverosimiglianza delle accuse fara' sgonfiare
l’inchiesta in corso contro Francesco Caruso e gli
altri 19 no-global, ed evidenzi l’ingiustizia della
loro detenzione.
Ma quando perfino mass-media (ed esponenti politici)
“perinde ac cadaver” berlusconiani arrivano
a stigmatizzare la decisione come un “azzardo
giuridico” (Giuliano Ferrara, non Vittorio Agnoletto!)
vuol dire che nessun democratico puo' tacere, o
assumere posizioni anche minimamente ambigue. Quando
perfino Francesco Cossiga denuncia la
“sciocchezza” commessa dai due magistrati, e Marco
Follini ravvisa “piu' di una forzatura”, per ogni
democratico (e tanto piu' per chi in parlamento si
dichiara all’opposizione) non puo' essere tempo da
farisei o da sepolcri imbiancati. E’ solo tempo di
inequivocabili “si' si', no no”.
Paolo Flores d'Arcais

Il discorso che i deputati
dell'opposizione hanno pronunciato a turno durante il dibattito sulla Cirami
Deputati della maggioranza, avete promesso agli italiani
il paese del Bengodi. Avete promesso più libertà. Gli state dando la Cirami.
Può un Parlamento libero approvare una legge così vergognosa? Solo per
proteggere Cesare Previti.
Può un Parlamento libero scrivere un capitolo senza
precedenti nella storia repubblicana? Solo per proteggere Cesare Previti.
Può un Parlamento libero autorizzare un'ingiustizia così
grave? Solo per proteggere Cesare Previti.
Può un Parlamento libero fare carta straccia dei principi
della nostra Costituzione? Solo per proteggere Cesare Previti.
A questo nostro Paese che attraversa un momento così
difficile, che ha bisogno di riforme coraggiose voi dite che la cosa più
importante oggi è proteggere Cesare Previti.
Voi state dicendo agli italiani che la giustizia non è
uguale per tutti. Solo per proteggere Cesare Previti.
Può un Parlamento libero consegnare ai nostri figli una
pagina così buia? Fermatevi, fermiamoci.
(10 ottobre 2002)


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Verso
un'Assemblea generale della ricerca
Nelle ultime settimane gli enti pubblici di ricerca del nostro Paese si
sono trovati al centro di una incredibile e preoccupante situazione.
Dopo varie voci sull'imminenza di una riforma ministeriale di cui
nessuno poteva produrre una prova documentata ma i cui contenuti
trapelavano da più parti e convergevano su più punti, molta parte dei
media nazionali, anche a seguito di alcune interrogazioni parlamentari,
ha dedicato a questa riforma "fantasma" vari approfondimenti.
Ne è seguita una smentita del Ministero ("voci totalmente prive di
fondamento", Adnkronos del 29 luglio) che nei contenuti confermava
tuttavia l'intenzione di rimettere mano all'intero sistema della ricerca
("sono stati avviati studi preliminari per continuare nella riforma
già avviata degli enti di ricerca" stessa nota di agenzia) anche
se, rispetto alle critiche di lasciar fuori da queste elaborazioni la
comunità scientifica, precisava: "prima di arrivare a qualsiasi
decisione, sarà data ampia informazione alla comunità scientifica,
alle parti sociali e alle forze politiche, in modo da arrivare ad un
provvedimento condiviso".
Tale balletto di voci e di contraddittorie smentite, subisce un'evidente
evoluzione quando il quotidiano "La Repubblica" (2 agosto,
"La ricerca commissariata") indica l'esistenza di un documento
"ufficiale" in una versione ormai definitiva (anche l'assetto
grafico del documento, riprodotto nella stessa pagina, evidenzia
l'avanzamento del progetto) e ne descrive il contenuto.
In questo documento di riforma è prevista la SOPPRESSIONE di diversi
Enti Pubblici di Ricerca (Istituto nazionale di diritto agrario,
Istituto nazionale di alta matematica, Istituto nazionale di ottica
applicata, Istituto nazionale di ricerca sulla montagna, Istituto
papirologico "G. Vitelli", Istituto elettrotecnico
"Galileo Ferraris", Stazione di zoologia "A. Dohrn",
Istituto nazionale di oceanografia e geofisica) e la SOSTANZIALE
TRASFORMAZIONE di altri (Consiglio nazionale delle ricerche, Agenzia
spaziale italiana, Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia,
Istituto nazionale di astrofisica).
Come si vede è un profondo e stravolgente progetto che ridisegna
completamente la mappa della ricerca pubblica nel nostro Paese.
Non si tratta soltanto di accorpare e smembrare istituzioni e indirizzi
scientifici seguendo la composizione di un "puzzle" non si sa
quanto approssimativo. La cosa che più preoccupa è l'introduzione di
regole di accentramento e gerarchizzazione dell'autorità e delle
decisioni (tutte affidate ai politici di governo e ai loro diretti
fiduciari); regole assolutamente inapplicabili al mondo della ricerca. E
di fatto mai applicate in alcun paese sviluppato dell'occidente.
Scompaiono del tutto i principi di competenza e di merito per
l'assunzione degli incarichi di direzione negli indirizzi scientifici;
principi sostituiti con quelli della fedeltà politica e della diretta
controllabilità da parte del governo. Chiunque abbia un minimo di
esperienza nel campo della ricerca sa benissimo che questo tipo di
regole, adatte ad un'impresa economica o al commissariamento di un ente
in crisi, sono totalmente inadatte al mondo della ricerca.
Che fossimo in presenza di un attacco all'autorevolezza e alla
competenza della comunità scientifica lo si era già intuito dallo
smantellamento o dalla mancata realizzazione (pure pianificata) di
quegli organismi di consulenza che avrebbero dovuto svolgere il ruolo di
alta guida scientifica per le scelte di governo (CEPR e Assemblea della
Scienza; le voci sul CIVR indicano il rischio di una sorte analoga).
Quello che si delinea è un disegno che introduce pericolosissimi
elementi di autoritarismo e di totale dipendenza dal potere
politico/ministeriale. Un disegno che tende innanzitutto ad azzerare
l'autonomia della ricerca e delle sue massime istituzioni -
quell'autonomia (ribadita anche nella nostra carta costituzionale) che
del lavoro di ricerca è uno dei fattori fondativi tanto che non a caso
figura tra i principi fondamentali delle civiltà evolute e libere. Un
disegno che, inserendo a cascata molti livelli di gestione selezionati
non in base alla specifiche competenze ma solo in base all'appartenenza
politica, farebbe lievitare la burocratizzazione e di conseguenza la
farraginosità nell'organizzazione dell'intero sistema ricerca.
Una perdita netta di efficienza e una compromissione gravissima
dell'attività scientifica!
Non basta a rassicurare la comunità degli studiosi la considerazione
che un sistema di forte centralizzazione potrebbe facilitare
l'orientamento delle istituzioni di ricerca verso specifici settori. Il
metodo dell'autorità dall'alto può mostrare gravi manchevolezze nella
programmazione scientifica perfino quando la direzione è in mano a
competenti e riconosciute autorità scientifiche, ma nel caso di una
direzione non selezionata sulla base del merito i rischi diventano
davvero gravissimi.
Non si vuole qui mettere in discussione il diritto (e anzi il dovere!)
della società - e della politica che ne rappresenta e organizza le
profonde aspirazioni - d'individuare e suggerire settori e aree di
intervento per la ricerca in cui operare con priorità; si contesta
piuttosto l'idea che tutta la ricerca debba seguire le strade tracciate
in sedi esterne ad essa (prescindendo da un rapporto dialettico e di
confronto tra le varie esigenze); e più ancora si contestano le modalità
di un rapporto inteso a defraudare tutti gli spazi di autonomia
attraverso una sorta di commissariamento della scienza che va fatalmente
ad intaccare alla base la natura e la qualità della ricerca stessa.
Va ribadito che il metodo dell'autonomia, della capacità di iniziativa
e auto-indirizzamento nella ricerca è parte integrante e forza della
stessa attività: non è pensabile altro modo di fare scienza senza
l'attuazione di questo metodo.
E' evidente che questo disegno poteva originarsi solo fuori dalla
capacità progettuale e dal "sentire" della comunità
scientifica nazionale. Non era mai successo, da quando esistono
istituzioni democratiche in questo Paese, che si pensasse di trasformare
l'impianto complessivo del sistema ricerca senza avvertire il bisogno di
coinvolgere la comunità scientifica, avviando un percorso di confronto,
di discussione e di analisi.
Per quanto è dato sapere, l'incombente riforma sarebbe il risultato del
compito affidato ad una società privata di consulenza, esperta nella
ristrutturazione di aziende in crisi, forse integrato dal lavoro di una
qualche équipe ministeriale. Così si è inteso procedere per metter
mano ad uno dei più delicati settori del Paese.
Paradossalmente questo progetto va nella direzione opposta a quanto si
sta facendo in Europa e nel mondo, umiliando e non incoraggiando
l'"imprenditorialità" scientifica dei ricercatori, togliendo
e non aumentando competitività al sistema, introducendo dei meccanismi
burocratici e di controllo che possono solo frenare e non stimolare la
produttivita? del sistema ricerca. Questo modello di organizzazione potrà
solo fare aumentare il divario di sviluppo in campo scientifico, e
quindi economico, tra l'Italia ed i partner europei.
Siamo di fronte a un'azione gravissima, a un'aggressione senza
precedenti. Il mondo della scienza e della ricerca deve reagire.
Il sistema della ricerca che si poggia su università, ricerca pubblica
extra-universitaria e ricerca privata, non può - dato che la ricerca
privata in questo paese non è mai decollata - vedere smantellata anche
la componente degli enti pubblici di ricerca; ne conseguirebbe un danno
irrimediabile non solo per l'intero sistema ricerca, ma per la capacità
del nostro Paese di mantenersi sulla frontiera dell'innovazione, della
competitività economica, di accrescere il proprio potenziale di
sviluppo sociale e di civiltà.
Non possiamo sottrarre un così rilevante patrimonio alle nuove
generazioni di ricercatori, ai nuovi laureati e dottorati che intendono
mettere il loro capitale di formazione e le loro intelligenze al
servizio del Paese.
Non si vuole certo sostenere che il sistema esistente sia esente da
critiche, ne' che questa comunità non sia disponibile a discutere nuove
soluzioni e prospettive. Si vuole piuttosto tracciare un confine oltre
il quale la Ricerca di questo paese verrebbe gravemente menomata.
Riteniamo quindi urgente che si apra una riflessione collettiva, una
grande "Assemblea generale della Ricerca" aperta a tutte le
forze della società civile che abbiano a cuore il destino della ricerca
nel nostro paese; c'è bisogno che la nostra comunità si esprima
pubblicamente, prenda posizione e si assuma la responsabilità di
definire fino in fondo il suo compito nella società. È necessario
riaffermare ruolo e prerogative della comunità scientifica,
nell'interesse non di questa comunità ma del bene collettivo. C'è
bisogno di un pubblico riconoscimento di questo ruolo, che può passare
solo attraverso una consolidata auto-consapevolezza dello stesso.
C'è bisogno di chiamare a raccolta gli scienziati tutti: i giovani
dottorandi, i ricercatori giovani e anziani, i prestigiosi scienziati di
questo Paese.
Comitato Promotore (in via di composizione):
- Roberto Battiston (Università di Perugia)
- Carlo Bernardini (Università Roma "La Sapienza")
- Marcello Buiatti (Università di Firenze)
- Cristiano Castelfranchi (ISTC-CNR)
- Gianna Cioni (IASI-CNR)
- Rosaria Conte (ISTC-CNR)
- Rino Falcone (ISTC-CNR)
- Marco Gori (Univ. Siena e Presidente Associazione Italiana
Intelligenza Artificiale - a titolo personale)
- Patrizia Grifoni (IRPPS-CNR)
- Margherita Hack (Università di Trieste)
- Francesco Lenci (IBF-CNR)
- Marina Montacutelli (ISSM-CNR)
- Giorgio Parisi (Università Roma "La Sapienza")
- Giulio Peruzzi (Università Padova)
- Francesco Polcaro (IASF-CNR)
- Lino Polito (IGB-CNR)
- Tullio Regge (Politecnico di Torino)
- Flaminia Saccà (Università Roma "La Sapienza")
- Giuliano Toraldo di Francia (Università di Firenze)
- Carlo Umiltà (Univ. Padova - Presidente Associazione Italiana di
Psicologia - a titolo personale)
- Cristiano Violani (Università Roma "La Sapienza")
© 1999 - 2002 Le Scienze S.p.A.
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