martedì 24 giugno 2003 / cultura - ed. Napoli e Campania
"Diario della paura" di Silvia Tessitore
Quell'oscuro
intreccio tra stragi e inchieste
di Eleonora Puntillo
Quando vengono radunati in
ragionato elenco eventi terribili gocciolati lungo gli anni, essi cambiano
aspetto in quanto si legano, si raccordano, si radunano e tutto ciò ha
l'effetto di far emergere un barlume di vero, un senso. E quegli eventi
diventano ancor più duri e terribili di quanto non furono nel loro momento.
Oggi alle 18, alla Libreria Guida di via Merliani si parlerà di un libro che
ha proprio queste caratteristiche: sarà l'avvocato Elena Coccia a discuterne
con l'autrice, la giornalista casertana Silvia Tessitore, che ha voluto
intitolarlo "Diario della paura - da via dei Georgofili la storia di un
biennio di sangue", editrice Zona.
"Diario" per l'autrice
(ma potrebbe anche essere il nostro), che intreccia alla cronaca, al ricordo,
all'indagine, le sue personali vicende che partono dall'amore per Firenze,
nato dai viaggi d'infanzia con il nonno gioielliere-orologiaio, alla fortuita
coincidenza del suo passaggio per la città toscana qualche ora prima che 250
chilogrammi di esplosivo sconquassassero 12 ettari di città distruggendo la
Torre del Pulci in via dei Georgofili, nei pressi degli Uffizi, assassinando
un'intera famiglia - padre madre e due figliolette - e uno studente
universitario ventenne. Era il 27 maggio del '93; tredici giorni prima c'era
stato l'attentato - fallito - a Maurizio Costanzo, con la bomba che aveva
devastato decine di abitazioni in via Fauro a Roma; nella notte tra il 27 e il
28 luglio successivo, esplodono altri chili di tritolo a Milano in via
Palestro al Padiglione d'Arte Contemporanea uccidendo altre cinque persone, e
a Roma, devastando la chiesa di San Giorgio al Velabro.
Chiedendosi perché nella testa dei mafiosi fosse nato un piano di assassinio
dei monumenti, oltre che di persone (Costanzo aveva avuto parole di fuoco nei
confronti della mafia durante il suo show), Silvia s'imbatte nella lunga serie
di eventi di quegli anni '92-'93, e ci ricorda che don Pino Puglisi fu ucciso
nella sua chiesa il 15 settembre '93 da uno della squadretta che portò il
furgone col tritolo in via dei Georgofili. Ci ricorda che il 23 maggio '92 era
stato assassinato il giudice Falcone con l'intera scorta, e la stessa sorte
era toccata al suo collega Borsellino il 19 luglio successivo; ci ricorda che
nel febbraio precedente Antonio Di Pietro aveva fatto arrestare Mario Chiesa e
dato inizio alla stagione di indagini e processi che in tutta Italia
produrranno 25mila avvisi di reato, 3.175 rinvii a giudizio, 1.233
patteggiamenti, 429 assolti per sentenza e 481 per prescrizione, dieci
suicidi.
"Obiettivo suggerito", dichiara qualcuno; "disegno
internazionale", dicono altri, a proposito delle stragi dei monumenti;
l'appena arrestato (15 gennaio del '93) Totò Riina dichiara governo e
magistrati "tutta una combriccola di comunisti" (e qualche tempo
dopo verrà autorevolmente imitato). Il "Diario" di Silvia ci
ricorda tra l'altro quella domenica 22 dicembre 2002 quando sugli spalti dello
stadio di Palermo apparve uno striscione che fu visto in tv da tutta l'Italia:
"uniti contro il 41 bis - Berlusconi dimentica la Sicilia".
Un paese che non
ricorda,
dove i media non parlano di mafia
né di lotta alla mafia
n° 26 del 4-10 luglio 2003
LE
STRAGI DELLA MEMORIA
di Fulvio Abbate (scrittore, editorialista de l'Unità)
Un diario sui Georgofili, la ricostruzione diventa un fatto privato
L'altra sera, in televisione, a ridosso di una giornata d'afa soffocante, quasi biblica, è andata in onda una trasmissione dedicata alla storia delle stragi di mafia, un programma che mostrava numerosi filmati con le immagini dei morti, con i molti nomi di quella vicenda. Ora nomi di criminali ora di persone perbene. Sullo sfondo, c'era poi Palermo, così come la mostravano esattamente i tg nei (lunghissimi) mesi della guerra di mafia. Mi è così tornata in mente - era l'82 - la prima pagina che L'Ora, un quotidiano ormai scomparso, dedicò a un numero tondo e insanguinato: "La morte ha fatto 100". Cento morti, nonostante fosse soltanto il mese di giugno. Ultimamente, caso strano, non capita quasi mai di ritrovare il racconto di quella storia tragica, sembra quasi che i media abbiano altri pensieri. E anche in libreria, le cose, le pagine, le storie che parlano di mafia sembrano essere finite negli scaffali secondari, i più periferici. Che sia colpa delle nuove emergenze? Dipenderà dalla guerra? Oppure da una pace che è poi solo apparente?
Le immagini di quei primi anni Ottanta, a rivederle adesso, sembrano già vecchie, forse addirittura remote: cineteca, archivio, purgatorio. Quanto al resto, anzi, alla volontà di ritrovare i dettagli e i verbali, perfino la memoria fatica a ricostruire i fatti, più o meno in successione cronologica: il maxiprocesso, le interviste a Falcone, Paolo Borsellino con la sigaretta sempre fra le labbra, i primi rilievi lì sull'autostrada che conduce all'aeroporto, lo svincolo per Capaci, poi Salvo Lima, Vito Ciancimino, i giorni di Tangentopoli.
Chissà cosa penseranno gli abitanti di quella cittadina del fatto di essere associati a una strage, a una delle stragi peggiori del dopoguerra, dell'ultimo scorcio del secolo trascorso, è vero, dimenticavo, era il secolo scorso; proprio la foto di quella strage l'ho vista riprodotta sulla copertina della Storia dell'Italia contemporanea di Paul Ginsborg, pubblicata da Einaudi: l'asfalto ridotto in poltiglia, le auto sventrate, l'insegna verde della società autostrade. Personalmente, Capaci l'associo a un concerto di De Gregori, era il 1974, era la festa locale de l'Unità. Dopo Capaci - intesa come strage - lo sappiamo, lo ricordiamo ancora adesso, venne tutto il resto: via D'Amelio, le bombe alla chiesa romana del Velabro, via dei Georgofili a Firenze. Ora che ci penso, mi torna anche in mente il giudice Antonino Caponnetto, lo rivedo dopo la morte del collega Paolo Borsellino, ne risento le parole: "E' finito tutto, è finito tutto". Di lui, era il 1993, scrissi che mi ricordava Papa Giovanni, la stessa grazia inerme, lo rivedo infatti ancora mentre racconta ai ragazzi delle scuole cos'è mai stata la mafia, e il racket, lo rivedo mentre spiega anche cos'è mai il "senso dello stato".
Ultimamente, sui giornali e in televisione, salvo rare eccezioni, non si parla quasi più di mafia, figuriamoci di lotta alla mafia. Il concetto, forse, viene dato per scontato: ordinaria, normale amministrazione, discorsi già pronti, come quello del presidente della regione berlusconiano che utilizzò in Sardegna un testo, mi pare, preparato per il suo omologo della Lombardia. Ora che ci penso, tornando ai giorni delle stragi, alla rivolta palermitana dei lenzuoli, ritrovo perfino il ricordo di un presidio della società civile a Piazza Politeama, sempre lì, a Palermo. Era uno sciopero della fame: una tenda, qualche brandina e poi, come simbolo, i piatti di plastica. La lotta alla mafia, così pensavo, ha bisogno di tempi lunghi, i mafiosi non hanno fretta, sapranno, anzi, potranno gli altri, gli onesti, le persone civili, la società civile appunto, trovare tutto il tempo che occorre ad affermare le ragioni della democrazia, dei diritti di cittadinanza?
Siccome la storia delle stragi, anzi, "il romanzo delle stragi", così come lo chiamava Pier Paolo Pasolini, nel 1974, scrivendone sul Corriere della Sera, è cosa antica mi ritrovo a fare ritorno ai giorni di Portella della Ginestra: quando è accaduto, in quale era?
Tutto vero, lo confesso, ho un timore. E' il timore della dimenticanza. Timore giustificato, mi dico, in un Paese ("orribilmente sporco", dice ancora Pier Paolo Pasolini, chiedendo ogni verità possibile e perfino impossibile sulle stragi, nessuna esclusa) che non ha memoria, forse neppure del proprio cammino familiare, interiore, nessuna memoria delle mani rotte dei propri antenati in viaggio verso la salvezza. Del proprio viaggio, delle epopee degli umili e degli oppressi dalla quali, la più parte di noi, giunge a piedi. Ho ancora un'inquietudine, da siciliano ormai pure trasferito altrove, meglio, la quasi certezza, sempre tutta siciliana, che laggiù, come altri hanno detto, si butta ogni cosa, nulla viene messo via, nessuna creatura ama fare provviste per l'inverno della storia, fosse anche un minuscolo foglio di carta, una fotografia ancora incorniciata in finta madreperla. E ancora temo (pur mettendomi qui, su questo foglio di carta, a sperare in una smentita) per il sentimento della storia cui ho scelto necessariamente d'appartenere, di fare parte, forse, dell'ultima generazione di siciliani alla quale il nome di Portella della Ginestra ancora adesso racconta l'esistenza e le ferite e le bandiere di un mondo con le sue persone seppure remote nel loro paesaggio.
Esistono città che amano nominare sempre se stesse: per abitudine, per vizio, o magari per semplici necessità storiche. Palermo, come ormai sanno tutti, è una di queste. Magari per statuto. Così, periodicamente, c'è sempre qualcuno, un volenteroso, un sognatore, pronto a sostenere la prova dello scavo, della lettura, della decifrazione. Si tratta, insomma, di un bisogno insopprimibile. Un bisogno che porta in cima a ogni progetto di scandaglio del luogo le parole di Goethe, il viaggiatore per antonomasia che, giunto proprio a Palermo, dichiarò che lì "c'è la chiave di tutto".
Cosa abbia portato Silvia Tessitore a compilare il suo Diario della paura. Da via dei Georgofili la storia di un biennio di sangue, editrice Zona, è un'altra storia ancora. Il suo libro esce infatti proprio adesso, negli anni del silenzio, e, quasi non bastasse, sceglie di raccontare un segmento del nostro tempo storico che, l'ho detto prima, in molti desiderano cancellare; d'altronde, in nome del buon senso piccolo-borghese che nell'Italia di Berlusconi viene elevato, in questo caso sì, a senso dello stato, perché mai insistere sulle pagine buie, sui complotti, sui volti dei golpisti, perché mai portare nuova pubblicità ai magistrati? Silvia Tessitore in ogni caso ha buttato giù il suo diario, magari a futura memoria, convinta innanzitutto di rispondere alla propria necessità testimoniale. Si comprende quindi la traccia diaristica cui è affidata la narrazione, ma si comprende anche il bisogno di trasformare in autobiografia un materiale che altrimenti non troverebbe altra destinazione se non in un'ideale lista degli orrori. Forse, il potere sta lavorando a una strategia che vuol farci credere che la memoria delle stragi sia soltanto un fatto privato. Tutto è possibile in un paese in cui le istituzioni amano ignorare la cultura del bene comune. E i suoi stessi servitori disinteressati.
http://digilander.libero.it/infoprc/stragi93.html
“Il
nostro,come disse Sciascia,è un paese senza memoria e verità,ed io per
questo cerco di non dimenticare”
"Nel
tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”
Via
dei georgofili a Firenze
dove morirono 5 persone 4 delle quali tutti della stessa famiglia, i
Nencioni:
Dario
Capolicchio, 22 anni
Angela
Fiume in Nencioni, 36 anni
Fabrizio
Nencioni, 39 anni
Milano,
Via Palestro - 27 luglio 1993 - 5
morti e 12 feriti
Alessandro
Ferrari, 30 anni Carlo
Locatena, 26 anni Sergio
Pasatto, 34 anni Stefano
Picerno, 37 anni Driss
Moussafir, 44 anni Bombe
del '93, 14 ergastoli
Confermati
gli ergastoli per le bombe del 1993
Il
dialogo a colpi di bombe tra Stato e mafia
Il
18 Febbraio è iniziato il processo per
la mancata strage allo stadio Olimpico
http://www.ilbarbieredellasera.com/print.php?sid=11649
Beati
i perseguitati www.societacivile.it
Le
informative segrete del Sisde (il servizio segreto civile) del luglio 2002
su Cesare Previti e Marcello Dell'Utri
Per leggere le
motivazioni dell'archiviazione del procedimento contro Berlusconi e Dell'Utri,
leggere qui.
Per
leggere il dossier di presentazione di Berlusconi quando assumeva la
Presidenza di turno della UE, leggere qui.
Data: 12.07.2004
Argomento: Diritto di replica
Secondo il Cavaliere le inchieste sulla Fininvest sono
iniziate dopo il suo ingresso in politica. Vero o falso?
Alviero, sulla scia di tutta la stampa di regime, sostiene che il
Cavaliere ha cominciato ad essere indagato dai Tribunali solo dopo la sua
discesa in campo, avvenuta nel 1994. Vediamo se è vero.
1) La prima volta che Silvio Berlusconi incontra, suo malgrado, la Legge
è il 24 ottobre 1979. La Finanza visita gli uffici della sua azienda, la
Edilnord Centri Residenziali.
Lui, sbigottito, si fa trovare in un sottoscala con una squadretta in mano
e si spaccia per «un semplice consulente esterno». In realtà è il
proprietario unico della società, intestata al suo prestanome prediletto
Umberto Previti (padre di Cesare). Ma i militari abboccano e chiudono in
tutta fretta l'ispezione. Come vedremo più avanti, faranno una discreta
carriera.
2) Ma nel 1983 eccone altri, di finanzieri. Nell'ambito di un'inchiesta su
un traffico di droga, controllano i telefoni del palazzinaro brianzolo
alla ricerca di notizie utili. «E' stato segnalato -si legge nel loro
rapporto del del 30 maggio 1983- che il noto Silvio Berlusconi
finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in
Francia che in altre regioni italiane. Ecc. ecc.».
Ma l'indagine, seguita inizialmente dal pmGiorgio Della Lucia (tutt'oggi
indagato per corruzione in atti giudiziari insieme al finanziere Rapisarda,
ex datore di lavoro e poi socio di Marcello Dell'Utri) viene dimenticata e
poi, nel '91, archiviata definitivamente.
3) Terzo incontro fra B. e la Legge risale al 1984. Tre pretori, di
Torino, Roma e Pescara, sequestrano le attrezzature che consentono a B. di
trasmettere su scala nazionale in dispregio delle norme che regolano l'emittenza
televisiva.
Sappiamo come andò a finire. Bettino Craxi risolse tutto con due decreti
poi convertiti nella famosa legge Mammì.
4) Nel 1988 B. finisce per la prima volta in Tribunale. Ma nella veste di
testimone, anzi di presunta parte lesa. E' uscita infatti la sua prima
biografia non autorizzata, Inchiesta sul Signor Tv di Ruggeri e Guarino,
dove si racconta tra l'altro del suo tormentato rapporto con la Legge. Il
Cavaliere querela gli autori. Ne nasce una causa davanti al Tribunale di
Verona.
Ma qui B., sotto giuramento, racconta un sacco di frottole a proposito
della sua iscrizione alla alla loggia P2. Così, da parte offesa, il Cav.
si tramuta in imputato per falsa testimonianza, davanti alla Corte
d'Appello di Venezia. La quale, nel maggio '90, sentenzia:
«(...). Ne consegue quindi che il Berlusconi ha dichiarato il falso»,
rilasciato «dichiarazioni menzognere» e «compiutamente realizzato gli
estremi obiettivi e subiettivi del delitto di FALSA TESTIMONIANZA».
Fortuna, per lui, che nel 1990 il Parlamento approva l'amnistia, con la
scusa di festeggiare l'entrata in vigore del nuovo Codice di procedura
penale. Grazie a tale amnistia, il Cavaliere riesce a farla franca. Non
certo perchè innocente.
Tempi non sospetti, quelli del '90. A meno di pensare che che i giudici
veneziani prevedessero la discesa in campo del Cavaliere con quattro anni
di anticipo, e si portassero avanti col complotto delle toghe rosse. Oggi
quella sentenza è sepolta e dimenticata. Eppure, per molto meno,
all'estero si esce dalla vita pubblica. Negli Stati Uniti, ad esempio, la
falsa testimonianza comporta l'immediato impeachment: chi mente ai giudici
esce dalla Casa Bianca. In Italia, entra a Palazzo Chigi.
5) Anche se è stato riconosciuto colpevole, ancorchè non punibile per
sopraggiunta prescrizione, di altri tre reati: corruzione della Guardia di
finanza (condanna in primo grado, prescrizione in appello), 6)
finanziamenti illegali per 21 miliardi a Bettino Craxi (condanna in primo
grado, prescrizione in appello e in Cassazione), 7) irregolarità fiscali
nell'acquisto dei terreni di Macherio (assoluzione da una serie di accuse,
ma soltanto prescrizione per altre, sia in primo che in secondo grado).
8) Anche se in primo grado è stato condannato per altri fondi neri
nell'acquisto della Medusa Cinema (fondi neri accollati dalla Corte
d'appello soltanto a un suo manager, con assoluzione del Cavaliere).
9) Anche se è sospettato di concorso nelle stragi del 1992 e del 1993 (la
Procura di Caltanissetta ha chiesto l'archiviazione per quelle di Capaci e
via D'Amelio, ma sulle altre la Procura di Firenze indaga ancora, dopo che
il gup ha definito addirittura «plausibile» il coinvolgimento di
Berlusconi e Dell'Utri negli attentati mafiosi in via dei Georgofili a
Firenze, in via Palestro a Milano e alle basiliche romane di San Giovanni
in Laterano e San Giorgio al Velabro).
10) Anche se è stato indagato per riciclaggio di denaro della mafia
(inchiesta archiviata a Palermo).
11) Anche se è sotto processo per corruzione in atti giudiziari (caso
Sme.Ariosto) ed è indagato per lo stesso reato a proposito del caso
Mondadori (proscioglimento del gup, ricorso della Procura in appello).
12) Anche se la Procura di MIlano ha chiesto il suo rinvio a giudizio pure
per i falsi in bilancio del gruppo Fininvest (quasi 2000 miliardi di fondi
neri all'estero contestati), 13) e se il Tribunale lo sta processando per
quelli della All Iberian (la società offshore, protagonista di operazioni
per decine di miliardi eppure totalmente sconosciuta ai bilanci Fininvest)
14) e del Milan Calcio (6 miliardi di fondi neri nell'acquisto del
calciatore Lentini).
15) Anche se è imputato in Spagna per una serie digravi accuse sulla
gestione di Telecinco.
Per renderlo incompatibile con la politica - dicono all'unisono politici
«garantisti» e commentatori «illuminati» - ci vuole una condanna
definitiva in Cassazione. Come per Carra, Bossi, La Malfa, De Michelis,
Martelli...
(Peter Gomez e Marco Travaglio, La repubblica delle banane, Editori
Riuniti, giugno 2001).
Attenti
a quei due
RISERVATO
APPUNTO
OGGETTO: Intervento di Leoluca Bagarella al processo di Trapani.
1. Il 12 luglio scorso, durante un’udienza di un processo a
Trapani, Leoluca Bagarella, intervenuto in video-conferenza, ha fatto un
intervento – a nome di tutti i detenuti del carcere dell’Aquila
sottoposti a regime carcerario “duro” – contro l’articolo 41 bis.
Si è trattato di un’iniziativa senza precedenti nella storia di Cosa
Nostra, un’iniziativa che si iscrive in una campagna di pressione
condotta dai mafiosi con strumenti non brutali ma piuttosto sofisticati,
che mira ad una revisione del regime carcerario cui sono sottoposti.
Il 41 bis non soltanto rende più “dura” la vita quotidiana all’interno
del carcere ma soprattutto – e questo per Cosa Nostra è intollerabile
– rende molto difficili i collegamenti con l’esterno.
I capi di Cosa Nostra detenuti se non riescono a far recapitare i loro
ordini all’esterno perdono il controllo delle famiglie e con l’andare
del tempo, vengono di fatto delegittimati.
Bagarella, nel suo inedito comunicato, ha parlato di “promesse non
mantenute” e di strumentalizzazioni “politiche”.
La protesta di Bagarella segue di qualche mese un’altra inconsueta
iniziativa mafiosa: nel marzo scorso Pietro Aglieri ha scritto una lettera
al Procuratore Nazionale Antimafia, Vigna, e al Procuratore Capo di
Palermo, grasso, nella quale viene rivolto un appello alle istituzioni che
con “lungimiranza” dovrebbero garantire anche ai mafiosi “processi
equi”.
Tra marzo e luglio, e cioè tra la lettera di Aglieri e quella di
Bagarella, la risposta del ceto politico alle istanze di Cosa Nostra è
stata totalmente negativa: il progetto di legge Pepe-Saponaro, che prevede
effetti retroattivi della riforma del giusto processo (con evidenti
ricadute positive anche sulla posizione di mafiosi condannati) non
procede, mentre sul 41 bis, tutte le forze politiche, pressoché all’unanimità,
si sono espresse contro l’abolizione e a favore di eventuali ulteriori
inasprimenti. La situazione vede dunque i capi di Cosa Nostra di fronte ad
una vanificazione delle speranze, alla quale è verosimile intendano
reagire.
2. In questo momento, secondo attendibili fonti d‘ambiente, Cosa
Nostra, superata la crisi degli anni ’90 è tornata ad essere
decisamente forte in termini economici, di controllo del territorio e di
infiltrazione nei settori più sensibili della società siciliana.
Questo stato di cose rende ancora più impellente l’esigenza, per la
mafia, di mantenere aperti quei collegamenti tra latitanti e capi
detenuti, che il 41 bis rende molto precari. A ciò si aggiunga lo stato
di disagio dei quadri medio-bassi dell’organizzazione: infatti mentre i
capi riescono comunque a garantire un elevato livello di vita ai propri
familiari, per i gregari, tagliati fuori dagli affari, e per le loro
famiglie la situazione è più difficile. Per questo, come dimostrano le
iniziative di Aglieri e di Bagarella e le informazioni d’ambiente, i
boss hanno deciso di “non accettare” comunque il protrarsi di questo
status.
Le stesse fonti indicano che, vista l’inefficacia delle proposte di “pacificazione”,
i capi di Cosa Nostra in carcere potrebbero aver deciso di reagire con gli
strumenti criminali tradizionali colpendo obiettivi ritenuti paganti.
Secondo le stesse fonti avrebbero però affermato l’intenzione “stavolta…”
di “non fare eroi”.
3. Queste informazioni analizzate alla luce:
- delle intercettazione di telefonate pubblicate anche dalla stampa, tra
Bernardo Provenzano e Pino Lipari, dalle quali si evince che le stragi del
‘92 (Falcone-Borsellino) e del ’93 (attentati di Roma-Firenze-Milano)
sono state un errore (“con lo Stato non si fa la guerra, ma si deve
convivere”);
- degli effetti indubbiamente controproducenti per tutta l’organizzazione
mafiosa di una strategia di contrapposizione frontale con le istituzioni;
- dell’inefficacia delle “proposte” di Aglieri e della protesta di
Bagarella,
inducono a ritenere altamente probabile che, a breve o medio termine, Cosa
Nostra torni a colpire selettivamente e simbolicamente, evitando, però,
le ricadute negative di una eventuale eliminazione di personalità
assimilabili a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e agli altri esponenti
delle istituzioni assassinati in passato (“non faremo eroi”).
Il messaggio criminale che una simile iniziativa dovrebbe veicolare al
mondo della politica ed alla pubblica opinione dovrebbe quindi essere tale
da suscitare attenzione, con poche o nulle reazioni dello Stato e,
possibilmente – per essere realmente efficace – provocare effetti
istituzionali destabilizzanti.
L’obiettivo potrebbe quindi essere una personalità della politica che
indipendentemente dal suo effettivo coinvolgimento in affari di mafia,
venga comunque percepito come “mascariato”, come compromesso con la
mafia e quindi non difendibile a livello di opinione pubblica.
Questa linea di ragionamento induce a ritenere che l’onorevole Marcello
Dell’Utri possa essere percepito da Cosa Nostra come un bersaglio
ideale “(insieme ad altri esponenti siciliani della Casa delle
Libertà).
L’esponente palermitano di Forza Italia è sotto processo per
associazione esterna di stampo mafioso, viene sistematicamente definito su
vari organi di stampa (ed anche in recenti trasmissioni televisive) come
comunque compromesso con amicizie mafiose.
Nel gennaio scorso venne pubblicato con grande risalto il testo di
intercettazioni telefoniche in cui esponenti di mafia parlavano della
necessità di sostenerlo alle elezioni, mentre è di questi giorni il
grande clamore con il quale i media riportano le “rivelazioni” del
colonnello Riccio circa i presunti incontri tra l’esponente di Forza
Italia e il boss Madonia e nella stampa quotidiana è stata proposta l’equazione
“Lima-Dell’Utri”.
La sua esposizione mediatica dai contorni negativi e la sua vicinanza al
Presidente del consiglio potrebbero essere ritenute dalla mafia utili per
mandare un messaggio di forte impatto criminale e destabilizzante.
Analogamente destabilizzante, in questa ottica, potrebbe ritenersi
un attentato ai danni dell’On.le Previti il
cui profilo pubblico è molto simile a quello dell’On.le Dell’Utri,
anche il relazione ai rapporti con il Presidente del Consiglio.
Se la mafia, come sostengono le fonti, vuole tornare a colpire è
verosimile che scelga un’operazione di forte impatto, con ricadute
destabilizzanti sul piano politico ed idonea – comunque a far capire
allo Stato (come non sono stati in grado di fare Aglieri e Bagarella) che
i capi di Cosa Nostra non intendono accettare lo status-quo.
Roma, 17 luglio 2002
APPUNTO
OGGETTO: Lettera aperta inviata al Segretario dei Radicali Italiani
firmata da 31 detenuti mafiosi sottoposti all’art. 41 bis nel carcere di
Novara.
Nei giorni scorsi, 31 detenuti sottoposti al regime carcerario
differenziato previsto dall’art. 41 bis, attualmente ristretti nel
carcere di Novara, hanno fatto pervenire al Segretario dei Radicali
Italiani, CAPEZZONE Daniele, una lettera aperta, con la quale hanno inteso
protestare vivamente contro il comportamento degli avvocati penalisti,
già loro difensori, ed ora membri del Parlamento della Repubblica.
I firmatari della missiva, tra cui figurano elementi di vertice della
mafia siciliano, quali GRAVIANO Giuseppe e MADONIA Salvatore, rimproverano
ai destinatari delle doglianze il cambiamento di atteggiamento in ordine
all’opportunità di mantenere in vigore le misure previste dall’art.
41 bis: in sostanza, i promotori dell’iniziativa in argomento hanno
rimarcato come detti parlamentari, allorché svolgevano la professione
forense, deprecassero l’applicazione del 41 bis, per poi diventare
strenuamente favorevoli ad un’ulteriore, lunga proroga della misura
stessa.
L’”avvertimento” indirizzato ai penalisti palermitani divenuti
parlamentari, accusati di trascurare le aspettative di tanti imputati già
difesi in sede giudiziaria, viene interpretato in ambienti d’interesse
come indicativo dell’intenzione dei detenuti per fatti di mafia di
pianificare azioni delittuose in loro danno.
Roma, 19 luglio 2002