FISICA/MENTE

 

 

 

UDC E MAFIA

 

 

Da La Repubblica del 25/11/2005

Nella regione "granaio" dei voti centristi 10 consiglieri su 17 sono accusati di gravi reati

Udc e mafia, relazioni pericolose in Sicilia mezzo partito indagato

Voti scambiati con assunzioni, estorsioni, corruzione: oltre che su Cuffaro, l'ombra di Cosa Nostra si allunga su molti altri politici

 

di Attilio Bolzoni

PALERMO - Il più pittoresco tra quegli imputati eccellenti si è sempre vantato di una trionfale campagna elettorale. Andava in giro per la Sicilia con una lussuosa automobile, sulla capote aveva piazzato un altoparlante che diffondeva le note de "Il Padrino". Fino al giorno prima del suo arresto, salutava con un ghigno quelli che lo rimproveravano per i suoi comizi con la musica del film di Coppola. E poi si presentava così: «Piacere, sono don Vito Corleone». Il suo vero nome è Vincenzo Lo Giudice, è di Canicattì, è stato assessore regionale ai Lavori pubblici prima nella giunta di centrosinistra e poi in quella di centrodestra.

Il suo partito è l'Udc.

Al governatore Totò Cuffaro la mafia farà anche «schifo» come gridano quei manifesti che lui ha fatto affiggere sui muri di tutte le città siciliane, ma quella caricatura strapaesana del Padrino non è stato il primo e non è stato l'ultimo dei suoi amici onorevoli finiti in carcere. E quasi sempre per quel reato lì, quel concorso esterno in associazione mafiosa che in Sicilia fa dannare molti. Di voti ne ha tanti il suo partito, nell'isola: il 15 per cento, quasi quattro volte in più che nel resto d'Italia. E tanti ne ha anche di inquisiti, troppi: dieci deputati della Regione su diciassette. E' una grande forza politica "sotto inchiesta" l'Udc nella terra "granaio" di elettori dove spadroneggia Totò Cuffaro. Se il generale Carlo Alberto dalla Chiesa fosse ancora tra noi, probabilmente riscriverebbe sul suo diario quelle stesse parole che aveva appuntato nell'estate dell'82 sugli andreottiani di Sicilia prima di scendere a Palermo: «E' la famiglia politica più inquinata del luogo». E' proprio così anche per l'Udc di Vincenzo Lo Giudice e di David Costa, di Onofrio Fratello e di Salvatore Cintola, di Mimmo Miceli e di Antonio Borzacchelli, tutti gli uomini del Presidente catturati o indagati per cose di mafia? Sarà sempre un caso ma - in tutta la Sicilia occidentale - non c'è indagine su quelle contiguità dove non venga investito o sfiorato un consigliere comunale o di quartiere dell'Udc, un assessore o un deputato del partito di Cuffaro. L'elenco degli "avvisati" è lunghissimo, lungo quello dei rinviati a giudizio o già sotto processo.

Qualche settimana prima della cattura per i legami con i boss Vincenzo Lo Giudice (suo figlio Calogero, presidente del consiglio comunale di Canicattì, fu pure lui inquisito in quell'occasione) si aggirava nelle sfarzose sale di Palazzo dei Normanni commentando le disavventure giudiziarie dei suoi compagni di cordata. L'inchiesta su Cuffaro e su quelle "talpe" che l'avevano avvertito di un'investigazione che lo riguardava era già avviata, il governatore era stato incriminato e un consigliere regionale era già in galera. Il don Vito Corleone di Canicattì fu profetico: «Totò lo vedo malmesso in questa storia, proprio male povero Totò». Il governatore allora non l'avevano ancora rinviato a giudizio - oggi è a dibattimento per favoreggiamento di Cosa Nostra - ma Vincenzo Lo Giudice presagì la tempesta che lo stava travolgendo. Fu meno indovino per quell'altro deputato dell'Udc arrestato per corruzione, l'ex maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, uno che secondo l'accusa riusciva ad estorcere denaro perfino agli amici di Bernardo Provenzano. Disse di lui Lo Giudice: «E' napoletano, prima o poi si farà una bella cantata».

Dopo più di un anno l'ex maresciallo diventato onorevole è rimasto muto come un pesce.

C'è un groviglio di inchieste sugli uomini dell'Udc, una sopra l'altra, una dentro l'altra. Quella che ha inghiottito Totò Cuffaro ha aperto le porte del carcere anche a Domenico Miceli, l'assessore comunale alla Salute di Palermo. E' un medico che era spesso ospite nel salotto di Giuseppe Guttadauro, un altro medico che però era anche il capo della "famiglia" di Brancaccio. Lì dentro decidevano i primari degli ospedali.

E' un'odissea per quelli che all'Assemblea regionale avevano il sogno di rifondare la vecchia Dc. Perseguitati dai procuratori? Vittime di complotti? O c'è qualcosa d'altro in quell'Udc siciliana che ha un gran pezzo della sua classe dirigente inquisita per mafia? «C'è una questione morale nel nostro partito ma la maggioranza del partito non vuole vederla», ha dichiarato a sorpresa ai primi di novembre il deputato nazionale dell'Udc Massimo Grillo, figlio di quel Salvatore - parlamentare anche lui - che fu l'unico tra tanti uomini politici beneficiati dai Salvo di Salemi ad avere il coraggio di partecipare ai funerali di uno dei due cugini. La denuncia di Massimo Grillo è arrivata dopo un altro "incidente" giudiziario: l'inchiesta sulle assunzioni in cambio di voti contro il deputato Onofrio Fratello. Anche lui dell'Udc. E anche lui indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Mesi prima, di quell'onorevole avevano parlato alcuni pentiti dalle parti di Marsala. Come altri mafiosi dalle parti di Partinico avevano sussurrato ai magistrati il nome di Salvatore Cintola, assessore regionale al Bilancio. Quando qualcuno ha chiesto a Cintola se stava pensando di dimettersi dall'incarico, lui ha ribattuto: «Non ci penso neanche: io adesso mi sento rafforzato».

L'ultimo eccellente siciliano della lista nera dell'Udc si chiama David Costa. Per l'accusa avrebbe chiesto un "aiuto" alla mafia trapanese per l'elezione al parlamento siciliano. Un anno fa gli notificarono un avviso di garanzia, lasciò la poltrona di assessore regionale alla Presidenza in attesa di tempi migliori.

La settimana scorsa l'hanno arrestato. E' stato proprio quel giorno che il governatore ha dato ordine di far stampare migliaia di manifesti. Molto ardita come trovata: il logo della Regione Siciliana con scritto sopra che la mafia fa schifo.


http://www.girodivite.it/La-mafia-e-bianca-a-deputati-e.html

La mafia è bianca: a deputati e senatori dell’UDC


 
mercoledì 31 maggio 2006, di Ettore Lomaglio Silvestri

 

Si comunica che con la seguente lettera ho provveduto ad inviare una copia del libro+dvd La mafia è bianca al Gruppo parlamentare UDC dell’Assemblea Regionale Siciliana. Ettore Lomaglio Silvestri

AL GRUPPO PARLAMENTARE DEI CRISTIANI DEMOCRATICI DELL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA Piazza del Parlamento 1 90134 PALERMO PA

Oggi con L’Unità, giornale a cui non avete certo sottoscritto un abbonamento, viene distribuito anche un libro con dvd dal titolo "La mafia è bianca".

Saprete certamente di cosa parla, e saprete certamente che tale documentario è un documento molto pesante contro diversi dei personaggi che sono tra voi e che siedono oggi fra gli scranni di Montecitorio o di Palazzo Madama. Si parla di un vostro senatore, Salvatore Cuffaro, che domenica prossima potrebbe essere sconfitto da una certa Rita Borsellino alle elezioni per presidente della Regione Siciliana. Si parla di un certo Francesco Saverio Romano, già sottosegretario al lavoro. Si parla di un certo Antonino Dina, di un certo Domenico Miceli, di un certo Salvatore Cintola, autorevoli esponenti del parlamento siciliano di Palazzo dei NOrmanni. Si parla di Antonino Guttadauro, boss del quartiere Brancaccio (quindi successore di un certo Vittorio Mangano), già medico di una certa esperienza.

Si parla di Antonio Ajello, che costruiva le strade interpoderali, e il cui nome è stato trovato in un pizzino di Salvatore Riina. E queste persone parlano fra loro, in una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche, pubblicate perché ormai note agli intercettati. Non parlano del tempo o della medicina, parlano di posti di direttore nelle ASL, parlano di persone da candidare, parlano di politica pratica e di organizzazione di dirigenze.

Si parla di Villa Santa Teresa, il privato di lusso, un ex albergo diventato clinica privata. Si parla dell’ospedale Fatebenefratelli di Palermo, un ospedale pubblico dove vi sono sale di pronto soccorso chiuse perché non c’è personale ed allo stesso tempo di malati che "pazientano" in corridoi, o di sale travaglio adibite a sale di attesa anche per le interruzioni di gravidanza volontarie o spontanee...

Si parla di un medico legale, ucciso perché non ha voluto cambiare il suo parere su una perizia che avrebbe incolpato un mafioso. Si parla di mafia, di mafia bianca, bianca perché i camici dei medici sono bianchi, perché i colletti sono bianchi, quella mafia difficile da distinguere dagli onesti, perché ha saputo prendere lo stesso colore... Si parla dei poveri siciliani costretti ad accettare la presenza della mafia in Sicilia, costretti perché devono vivere e devono lavorare, senza capire che è proprio questa mafia che, da centocinquant’anni, ha reso schiava la Sicilia. Bernardo Provenzano è stato arrestato...ma non basta catturare il boss per sconfiggere la mafia.

Ora io vi chiedo, voi che vi dite cristiani perché andate a Messa, o perché dite di amare la famiglia composta secondo quello che dice il Vaticano, ma che non ascoltate ancora l’urlo di disperazione del Santo Padre Giovanni Paolo II gridato nella Valle dei Templi "VERRA’ UN GIORNO IL GIUDIZIO DI DIO, CONVERTITEVI!!!", io vi chiedo "Siete voi veramente cristiani?" che non disdegnate di avere al vostro fianco o di conoscere o di accettare che ci siano nel vostro partito, gente di questa risma? Il presidente Pierferdinando Casini non può parlare di strumentalizzazioni, vi sono delle prove e vi sono dei procedimenti in corso, il giudizio morale ormai è scritto, speriamo si sbagli, ma se non sbagliavamo cosa sarà della vostra morale? Acquistate quindi anche voi il libro La mafia è bianca, vedetelo con attenzione, ragionateci sopra, sarà un esame di coscienza o una presa visione di un mondo su cui non non taciamo proprio perché lo stesso vive di omertà e uno dei modi per combatterlo è parlarne.

Se non volete acquistarlo, non preoccupatevi ve lo regalo io, per me è la tredicesima copia che acquisto, ve la regalo con piacere. Grazie, Ettore Lomaglio Silvestri Curno (BG) presidente Associazione culturale Sconfiggiamo la mafia e-mail sconfiggiamolamafia@comune.re.it

Nel comunicato stampa inviato ieri pomeriggio ho compiuto due errori di nome. Infatti ho scritto Antonio Ajello, invece il nome è Michele Aiello. Ho inoltre scritto Antonino Guttadauro invece il nome è Giuseppe Guttadauro.

Volevo inoltre far leggere, tanto per facilitare ancora la comprensione del problema, un estratto dal capitolo "Il boss in camice", sempre tratto dal film, comunicando che ieri, in un’edicola nei pressi della stazione di Bergamo, su otto copie pervenute del dvd ne sono state vendute in pochissime ore ben sette...credo che gli amici dell’Unità dovranno ristamparne molte...

Inoltre volevo fare un appello al ministro della Giustizia Mario Clemente Mastella, affinché si impegni a migliorare lo strumento delle intercettazioni, aumentandone la utilizzabilità nell’ambito sempre del rispetto della privacy, credo che alcuni passi del libro sono veramente indicativi.

"Ci sono mafiosi con il diploma di perito agrario, come Manuzza (Antonino Giuffré). E ci sono mafiosi con la laurea, come Giuseppe Guttadauro. L’intercettazione è uno strumento fondamentale dell’azione investigativa. E’ così in tutto il mondo. E’ così in Italia. Dove infuriano le polemiche per limitarle.

Ci sono inchieste che non sarebbero mai esistite senza le intercettazioni, come l’Operazione Ghiaccio; il sostituto procuratore Gaetano Paci non sarebbe arrivato da nessuna parte se alla fine degli anni Novanta non avesse deciso di far imbottire di cimici un appartamento di via Giovanni Agostino De Cosmi, una strada residenziale dei quartieri "alti" di Palermo, a due passi da via della Libertà. Al civico numero 15, in un grande appartamento al settimo piano di un palazzo con portineria, abita Giuseppe Guttadauro con la moglie Gisella e i due figli. Già arrestato e condannato definitivamente per mafia, Guttadauro, quando torna libero - e torna nel mirino dei magistrati - è il capomandamento di Brancaccio, quartiere simbolo della mafia palermitana, quartiere di frontiera di fatto extraterritoriale dove lo Stato non è mai riuscito ad insediarsi.

L’elegante dimora di Guttadauro e il cemento di Brancaccio sono due mondi distanti, due anime opposte della stessa città, a una manciata di chilometri l’una dall’altra. Da un aparte, le strade popolate dagli studi legali più prestigiosi, dai negozi e dai ristoranti costosi, dove vive la buona borghesia fatta di professionisti, politici e giudici. Dall’altra i vicoli soffocati dall’edilizia a buon mercato dei predatori dell’abusivismo e delle speculazioni, dove campa il proletariato della mafia, fatto di disoccupati, piccoli commmercianti e manovali del crimine.

Il caso di Guttadauro è particolarmente interessante perché il mafioso, alla pur gravosa attività di capomandamento, affianca la rispettabile professione di medico. Il boss è infatti chirurgo, un chirurgo piuttosto conosciuto in città, che ha prestato servizio nei reparti degli ospedali più importanti di Palermo. Si dice non sia un caso che a comandare quelle borgate della prima periferia Provenzano abbia voluto proprio lui, l’uomo d’onore armato di bisturi. Questo perché la primula rossa di Cosa Nostra ha sempre avuto il pallino della sanità, intesa come sistema di soldi, potere e di controllo sul territorio. Quando il mandamento di Brancaccio era rimasto scoperto per l’arresto dei fratelli Graviano, poi condannati per una lunga serie di crimini - tra cui le bombe del 1993 e l’omicidio di padre Puglisi, il piccolo prete coraggioso del quartiere - Provenzano avrebbe dunque pensato alla famiglia Guttadauro. Tre fratelli: Carlo, quello più giovane, imprenditore nel settore della trasformazione del pesce, già arrestato e condannato; Filippo, quello di mezzo, anche lui con un curriculum da mafioso di tutto rispetto; Giuseppe, il più grande, detto "il Dottore", già nei guai ai tempi del maxiprocesso, rinviato a giudizio dall’allora giudice istruttore Falcone e poi condannato. I magistrati infilano una miriade di cimici nel salotto di casa Guttadauro perché vogliono ricostruire l’organigramma del mandamento di Brancaccio. Sperano di riuscire a capire quali sono i nuovi uomini e i nuovi equilibri di Cosa Nostra a Palermo, ascoltando la voce da baritono di Guttadauro e quelle dei suoi frequenti ospiti. E’ la classica operazione di indagine sull’apparato militare della mafia. I magistrati non potevano sapere che quelle intercettazioni ambientali avrebbero gettato una luce forte e inattesa sui nuovi, oscuri rapporti tra la Cupola e la politica.

La sera del primo febbraio 2001, nel suo salotto, Giuseppe Guttadauro conversa con l’ospite di turno, un giovane medico di nome Mimmo. Il tono è quello amabile delle rimpatriate e degli incontri piacevoli. E il boss ha voglia di parlare di politica:

- A vucca un l’avi pi parlari? Politicamente come siamo messi?
- Buoni! Vediamo che succede - risponde Mimmo - Sono stato ieri sera da Totò, potrebbe essere che a Totò gli chiederanno di fare ’u candidato ’a presidenza della Regione.
- Iddu è ’u candidatu. Amunì, è inutile che mi vieni a dire che ti pare. Io ’u saccio che sarà lui: all’ultimo Miccichè si tirerà fuori e iddu...
- Molto dipenderà dalla data delle elezioni.
- Miccichè perde con Orlando. L’unico che può fottere Orlando alla presidenza della regione è Totò Cuffaro. - ribadisce il boss, aggiungendo:
- Non è che c’è bisogno di avere l’arte della penna, giusto? Cu chistu comu semu cumminati?
- Con Totò?
- Io lo conosco bene, eh! non è che non lo conosco.
- Lo so, appunto.

La famiglia Guttadauro, in passato vicina ai clan dei Marchese e dei Bagarella, è stata sempre nel cuore dei Corleonesi. E dopo la scalata di Riina e soci, le nomine dei reggenti non sono più frutto di elezioni. Come in una dittatura decide il capo, da solo: il mandamento più importante di Palermo deve andare ai Guttadauro, e non ha alcuna importanza il fatto che le loro origini non risiedano a Brancaccio, bensì a Bagheria. Già, Bagheria, l’enclave di Provenzano e di Michele Aiello. Le coincidenze. Parlando con il suo misterioso ma ben informato ospite, Guttadauro già pensa al doppio appuntamento elettorale di giugno. E il boss punta su Totò Cuffaro; l’unica cosa da capire è la sua disponibilità:

- A me occorrerebbe che iddu si facesse carico di mettere in lista un avvocato alle Nazionali. Onorevole o senatore non importa. Tu sei in condizione di chiederglielo questo discorso?
- Ma il gioco è già fatto su Bagheria.
- E a chi ci deve mettere?
- A Saverio Romano. Purtroppo Totò subisce da Saverio, anche da altri, un’influenza particolare.
- E al Senato?
- Non ha collegi qua in provincia di Palermo.
- Dico non riesce a prendersi quello nostro di Brancaccio?
- No, già divisi sunnu, sunnu già spartuti, c’è una geografia perfetta. Il discorso alle Regionali invece è un discorso diverso. Lui mi invitò a candidarmi e io ci dissi: ’Senti, Totò, sti cose non è che si possono fare così. Quando tu avrai la serenità per potere decidere, n’assittamu e discurremu seri. Non è che io ho l’obbligo di fare una cosa. Io la posso fare se c’è un ragionamento. A venticinque anni puoi avere la voglia di dimostrare che la fai comunque..."

Dal capitolo "Il pupillo di Totò"

Il "picciotto serio" che la sera del primo febbraio 2001 va a trovare a casa il bossi Guttadauro si chiama Domenico Miceli, per gli amici Mimmo. E’ medico, è giovane, ha la passione per la politica ed è piuttosto ambizioso. Nel 2001 Miceli è un uomo sposato, ha un figlio e lavora al Policlinico di Palermo. Sembra il ritratto di un professionista perbene, di un buon padre di famiglia. Eppure, quel giovane medico con la faccia da bravo ragazzo, ha qualcosa in più. Qualcosa di cui lui stesso è orgoglioso e che interessa parecchio al boss: un’amicizia profonda con l’uomo che è destinato a diventare il numero uno della politica siciliana, Salvatore Cuffaro, detto Totò."

Termino qui l’estratto, spero che a qualcuno sia venuta voglia di leggere il libro o quantomeno di vedere il dvd. Spero che ai deputati e senatori dell’UDC sopratutto sia venuta questa voglia. L’on. Emerenzio Barbieri una sera mi ha telefonato, con lui siamo rimasti d’accordo che attendiamo la sentenza del processo a cui è sottoposto proprio Salvatore Cuffaro oggi senatore. Ribadisco però che il giudizio politico è molto meno paziente ed esigente di quello della magistratura. E da semplice cittadino esprimo un giudizio politico e personale nel dire che le persone citate in questo libro dovrebbero quanto meno astenersi dal fare attività politica e sopratutto dall’attaccare chi, come Rita Borsellino, cerca di contrastare il loro predominio da una posizione di sicura ed indiscutibile prevalenza morale.

Grazie,

Ettore Lomaglio Silvestri


http://www.isolapossibile.it/article.php3?id_article=1281

Mafia, 8 anni all’ex assessore Udc a Palermo da "l’Unità"

 

7 dicembre 2006
 

Condannato a otto anni per concorso esterno in associazione mafiosa, per finanziamento illecito ai partiti e interdetto a vita dai pubblici uffici: Domenico Miceli - medico, ex assessore alla sanità del comune di Palermo che aveva mancato per un soffio la sua elezione al parlamento regionale - è un altro di quei dirigenti siciliani Udc che in questi anni avevano stabilito un rapporto ferreo con mafiosi ottenendo, in cambio di favori, pieno sostegno elettorale. A dirlo la terza sentenza dei giudici della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presieduta da Raimodo Loforti, che dopo un gionro di camera di consiglio ha pronunciato la sentenza a 8 anni di carcere per quello che i pm avevano definito «l’uomo dei boss in politica» perché venne candidato alle regionali nel giugno 2001 «su iniziativa del capofamiglia di Brancaccio».

Il processo è durato due anni e si conclude, con una curiosa coincidenza, nel giorno in cui si insedia la nuova Commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione (Prc). «Le mafie hanno cambiato natura: siamo di fronte a vere holding economiche e finanziarie del crimine e, senza muoversi con criteri di emergenza, bisogna colpire la loro "normalità", il sistema di relazioni con la politica e la pubblica amministrazione, con settori degli apparati dello Stato» ha detto il presidente dando il via a i lavori della Commissione.

Nella prima riunione Forgione ha inevitabilmente affrontato il tema del rapporto tra mafia e politica, «che ha a che fare con la trasparenza della politica e delle istituzioni, con la fiducia nella democrazia, con l’ esigenza di ricostruzione di un’ etica pubblica nel paese». Senza riferimento esplicito alla nomina nella stessa Commissione antimafia di Paolo Cirino Pomicino e Alfredo Vito, contestati per le loro vicende giudiziarie, Forgione ha fatto notare che «non è un caso che sia esplosa su questo la polemica all’ atto di nascita della Commissione. Ho difeso in modo convinto le prerogative costituzionali del Parlamento e dei Parlamentari. Ma il tema è reale e sarebbe sciocco rimuoverlo».

Infine l’esponente del Prc ha sottolineato la necessità di ripartire dalla Sicilia e dal «mutismo di Cosa Nostra» dopo l’ arresto di Provenzano («che nasconde il lavoro di riorganizzazione delle gerarchie mafiose») ma ha anche sottolineato la necessità di un’attenzione particolare alla Calabria e la ’ndrangheta «l’ organizzazione mafiosa meno studiata e meno conosciuta perché più impenetrabile e ramificata in Italia e all’ estero». «Con questa stessa impostazione - fa notare Forgione - dobbiamo guardare a Napoli e alla Campania». In questo quadro, la «nuova frontiera criminale» è rappresentata dalla sanità, principale voce di spesa delle regioni, e lo sfruttamento dei migranti e dei minori.


http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsID=57913

 

Mafia. Arrestato il deputato regionale dell'UDC Davide Costa

 


Costa è stato arrestato nella sua abitazione a Marsala

Trapani, 15 novembre 2005
 

Il deputato regionale siciliano dell'UDC Davide Costa è stato oggi arrestato nella sua abitazione a Marsala. Le accuse contestategli dai PM di Palermo sono quelle di concorso esterno in associazione mafiosa. Il politico sarebbe infatti entrato in contatto con esponenti mafiosi di Marsala, ed in particolare con il boss Natale Bonafede. Il provvedimento cuatelare gli è stato notificato nella mattinata dagli agenti della Squadra mobile e della Guardia di Finanza di Trapani. 

Davide Costa, 39 anni, si era dimesso il 30 aprile scorso dalla carica di assessore alla Presidenza della Regione, dopo essere stato raggiunto da un avviso di garanzia. Gli illeciti riguarderebbero il pagamento di somme di denaro ad esponenti delle cosche, in cambio dell'appoggio mafioso nella campagna elettorale del 2001 (in cui Costa fu eletto come candidato nella lista del CCD).   

Ad incastrare Davide Costa sono state le intercettazioni ambientali tra due esponenti mafiosi, ma anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. In un'intercettazione ambientale della primavera del 2001, gli esponenti di Cosa nostra Vincenzo Giglio e Vito Vincenzo Rallo, entrambi condannati con sentenze gia' irrevocabili per mafia, hanno fatto riferimento proprio a Davide Costa, e a un altro politico, Pietro Pizzo, l'ex senatore arrestato lo scorso aprile per associazione mafiosa. I due, secondo quanto ascoltato nell'intercettazione, erano interessati alla campagna elettorale per il rinnovo dell'Assemblea Regionale Siciliana.

Il giovane politico avrebbe inoltre interferito "nella gestione dell'amministrazione del Comune di Marsala, anche nell'interesse dell'organizzazione mafiosa, ponendo in essere comunque, reiterate, concrete e specifiche condotte, finalizzate a fornire un contributo consapevole e volontario alla conservazione e/o al rafforzamento dell'associazione e, in ogni caso, dirette alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso della stessa associazione mafiosa". Queste le accuse contestate a Costa dal gip del tribunale di Palermo, Giacomo Montalbano, che ha accolto la richiesta dei pm della Dda Massimo Russo, Roberto Piscitello e Gaetano Paci.


 

Mafia, Talpe Dda: Cuffaro rinviato a giudizio

 
Il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, è stato rinviato a giudizio dal Giudice dell'udienza preliminare Bruno Fasciana. Nell'inchiesta sulle 'Talpe alla Dda', è accusato di aver favorito

Cosa nostra. La prima udienza del processo è stata fissata per il primo febbraio 2005.
Il gup ha rinviato a giudizio anche tutte le altre 12 persone coinvolte a vario titolo nell'inchiesta.

Affari e politica che si intrecciano nei dialoghi dei mafiosi intercettati nell'inchiesta, insieme alle minacce: «Se lui  sale  e poi non si mette sugli attenti - dicono i mafiosi - per ogni 'carcagnata 'nto mussu  che si devono prendere, tu neanche hai idea!».

Il governatore di Sicilia Totò Cuffaro alla sbarra per mafia
 

02.11.2004 di Marzio Tristano

 PALERMO. Ad un anno dall'avvio della maxi-inchiesta su mafia e politica il gup di Palermo Bruno Fasciana spedisce sul banco degli imputati il Presidente della regione siciliana, Salvatore Cuffaro, con l'accusa di avere favorito Cosa Nostra. In che modo? Rivelando notizie riservatissime su indagini in corso che Cuffaro ha appreso da non identificati ambienti istituzionali. Per il governatore cade il reato di rivelazione di segreto d'ufficio, per il quale il gup ha disposto il non luogo a procedere, ma appare solo un fatto tecnico. Due le ipotesi: il magistrato lo ha ritenuto assorbito dal favoreggiamento, oppure, in quanto destinatario delle confidenze poi «girate», secondo l'accusa, ai mafiosi, non ritiene Cuffaro direttamente responsabile della violazione. Si saprà tra una ventina di giorni con il deposito delle motivazioni. Poi la prima udienza, il 1° febbraio.

Con il presidente della Regione il gup ha rinviato a giudizio altre 12 persone (medici, investigatori antimafia, un gioielliere, un vigile urbano, un consigliere comunale dell'Udc, un investigatore privato, funzionari dell'Ausl e un imprenditore ritenuto prestanome del boss Provenzano), tutti anelli di una efficiente catena informativa, protagonisti di un'«attività di infiltrazioni di Cosa Nostra nei settori più diversi delle società e delle Istituzioni», scrivono i pm di Palermo, finalizzata anche alla «sistematica rivelazione agli uomini dell'organizzazione mafiosa delle attività di indagine dei carabinieri del Ros, a cominciare da quelle mirate alla cattura di Bernardo Provenzano». La questione morale Può un governatore rappresentare la Sicilia sul banco degli imputati di un processo di mafia? Nell'isola la questione morale torna improvvisamente al centro dell'agenda politica, la notizia accende il dibattito, che si annuncia rovente, sulle dimissioni. Lui, il presidente, ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di mollare il suo incarico. Ma la bufera è già cominciata: «Il rinvio a giudizio per reati gravissimi e infamanti richiede come doveroso atto di igiene istituzionale le immediate dimissioni del Presidente della Regione Sicilia - esordisce Niki Vendola, deputato di Rifondazione Comunista - vale la pena di ricordare a coloro che si fingono smemorati che l'inchiesta non è fondata sulle dichiarazioni dei cosiddetti “pentiti”, ma su una mole enorme di intercettazioni telefoniche e ambientali». Francesco Forgione, responsabile antimafia del Prc e parlamentare regionale, non ha dubbi: «Domani, in conferenza dei capigruppo - annuncia - proporrò la presentazione formale di una mozione di sfiducia: la permanenza di Cuffaro è immorale, sarebbe la prima volta in 50 anni di autonomia regionale». Ma non solo: il Prc ha avviato la raccolta di 50mila firme sotto una petizione popolare da inviare a Ciampi per rimuovere il presidente-imputato.

Un paese normale Nel centro-sinistra, a parole, sono tutti d'accordo: «Ragioni di opportunità e di serietà politica, in un paese normale, imporrebbero a Salvatore Cuffaro di dimettersi adesso che è stato rinviato a giudizio e che l'aspetta un processo delicato, in cui le Istituzioni devono essere tenute al di fuori delle proprie vicende personali», dice Antonio Di Pietro, presidente di Italia dei Valori. «Cuffaro ammetta il fallimento del suo esecutivo - gli fanno eco il segretario regionale dei Ds, Antonello Cracolici, e il capogruppo della Quercia all'Ars, Lillo Speziale - si faccia da parte, permetta alla Sicilia di evitare una lenta agonia e di andare al voto nel 2005 insieme con le altre Regioni d'Italia».

Dimissioni: chi, io? «Accolgo con moderata soddisfazione il fatto incontrovertibile che le accuse a mio carico siano state dimezzate dal gup - detta alle agenzie il presidente - il processo sarà la sede naturale per dimostrare la mia completa estraneità agli addebiti rimasti ancora in piedi». Anzi, il rinvio a giudizio sarà l'occasione per distinguersi da altri imputati «eccellenti» della sua stessa coalizione nazionale: «Affronterò il processo con animo assolutamente sereno e con grande determinazione - dice - . In questo senso ho sempre avuto chiaro che occorre difendersi nel processo e non dal processo». Anche perchè una parte del suo partito, l'Udc, lo ha già assolto: «Desidero confermare ancora una volta all'amico presidente Salvatore Cuffaro la convinzione mia e di tutti i Senatori dell'Udc che più si procede nell'accertamento della verità dei fatti e più risalta la sua complessiva innocenza», ha dichiarato il Presidente dei Senatori Udc D'Onofrio. Chiosa invece Leoluca Orlando: «Ho detto da tempo e ribadisco oggi che Cuffaro è culturalmente e politicamente inadeguato a governare la Sicilia, che grazie al suo governo e alla sua maggioranza è tornata ad essere identificata nel mondo con l'affarismo e la politica più sporchi». Affari e politica che si intrecciano nei dialoghi dei mafiosi intercettati nell'inchiesta, insieme alle minacce: «Se lui (Cuffaro, ndr) sale (viene eletto, ndr) e poi non si mette sugli attenti - dicono i mafiosi - per ogni 'carcagnata 'nto mussu (calcio in bocca, ndr) che si devono prendere, tu neanche hai idea!».

http://sicilia.blogosfere.it/2006/03/udc.html

Secondo Totò Cuffaro l’UDC in Sicilia prenderà gli stessi voti di Forza Italia. Secondo molti, invece, le liste dell’UDC sono molto più deboli di cinque anni fa. In effetti, il partito di Casini ha perduto Raffaele Lombardo che in Provincia di Catania e di Messina conquisterà molti voti. In provincia di Trapani, ha subito l’arresto di due deputati e la polemica aperta da Massimo Grillo sulla questione morale. In provincia di Palermo, dove anche qui il movimento di Lombardo può contare su un certo seguito ci sono diversi casi di deputati regionali indagati per mafia, a partire da Cuffaro che è sotto processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
 I capilista di entrambe le circoscrizioni sono Ferdinando Casini, che ha aggiunto il suo nome al simbolo, ed il segretario nazionale Lorenzo Cesa.
In Sicilia Occidentale gli eletti dovrebbero essere il sottosegretario al Lavoro Saverio Romano, anche lui tirato in ballo dal pentito Campanella. Francesco Paolo Lucchese, il senatore uscente Giuseppe Ruvolo, il fedelissimo di Cuffaro Totò Cordaro ed un altro fedelissimo Carmelo Castiglione, che però non ha gradito questa collocazione che non assicura la sua elezione. In lista anche i deputati regionali Maria Grazia Brandara, sindaco di Naro, Girolamo Turano. Ultimo posto in lista per un democristiano di altri tempi: Rudy Maira.
La lista completa.
In Sicilia Orientale il primo siciliano è Peppe Drago, condannato a 3 anni e 3 mesi per peculato e abuso per aver svuotato nel '98 la cassa dei fondi riservati della Presidenza della Regione Siciliana. Candidati che possono sperare nell’elezione anche: Giampiero D’Alia di Messina e Pippo Gianni.
La lista completa
Al Senato la lista è incredibile. In barba a tutti i richiami venuti da più parti di non candidare inquisiti. L’Udc ha davvero esagerato. Non solo il capolista al Senato è Totò Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento aggravato alla Mafia. Ma il numero due è nientemeno che Calogero Mannino, che per concorso esterno alla Mafia è stato già condannato: il suo processo è tuttora in corso. In lista al quarto posto Francesco Pionati giornalista del Tg1.
La lista completa
Nella lista del Senato però la vera notizia sono gli esclusi: Calogero Sodano, ex sindaco di Agrigento, e Melchiorre Cirami, salito agli onori della cronaca per la legge sul legittimo sospetto che porta il suo nome.
Come hanno denunciato in tanti, le liste hanno premiato i fedelissimi di Cuffaro e Casini, anche se il super fedele Totò Cianciolo è soltanto nono. Ma le regionali sono vicine e Cuffaro saprà risarcire tutti.


http://www.isolapossibile.it/article.php3?id_article=236

Indagati, imputati, arrestati: l’Udc c’entra (quasi) sempre

In 5 anni di legislatura è lungo l’elenco di esponenti del partito coinvolti in inchieste
di Red online 5 marzo 2006
 

di Alfredo Pecoraro

PALERMO.E’ il 15 febbraio 2006. Gigi Tomasino ascolta la sentenza dei giudici della terza sezione del Tribunale di Palermo: «Condannato a due anni e 6 mesi di reclusione per turbativa d’asta e falso, con l’aggravante di avere avvantaggiato Cosa nostra». Per l’ex capogruppo dell’Udc alla Provincia di Palermo, dunque, si aprono le porte del carcere. Ma il nome di Tomasino è solo l’ultimo di un lungo elenco di esponenti Udc arrestati, imputati in processi di mafia, indagati o tirati in ballo dai pentiti in questi cinque anni di legislatura del centrodestra in Sicilia.

Dal 2001 ad oggi il simbolo del partito di Salvatore Cuffaro, numero 2 a livello nazionale ma deus ex machina degli eredi della Democrazia cristiana, è salito diverse volte alla ribalta della cronaca giudiziaria. Amministratori, deputati e perfino un sottosegretario di Stato sono coinvolti, a vario titolo, in inchieste aperte nei Palazzi di giustizia di mezza Sicilia: da Palermo a Catania, da Trapani a Caltanissetta.

I guai giudiziari di Cuffaro, imputato per favoreggiamento nel processo per le talpe alla Dda di Palermo e che vede al centro dell’inchiesta il “re” della sanità privata Michele Aiello (considerato prestanome del padrino Bernardo Provenzano), sono solo la punta di un iceberg.

Vincenzo Lo Giudice, mister 21 mila voti ad Agrigento, è alla sbarra per associazione mafiosa. All’ex assessore regionale Udc sono appena stati sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro; sotto il mattone della sua camera, gli investigatori hanno trovato 250 mila euro ritenuti frutto di tangenti. Lo Giudice fu arrestato il 29 marzo 2004 nell’ambito dell’operazione “Alta mafia”, assieme ad altre 42 persone, tra cui altri due colleghi di partito: Salvatore Iacono e Gaetano Scifo, consigliere ed ex consigliere ad Agrigento; Rino Lo Giudice (Udc), figlio del deputato, finì nel registro degli indagati e si dimise da presidente del consiglio provinciale di Agrigento.

Giuseppe Salvatore Gambino, sindaco di Roccamena ed eletto in una lista civica vicina all’Udc, sotto il mattone non teneva nulla, in compenso conservava una pistola nel cassetto del suo ufficio in municipio. Arrestato lo scorso 7 febbraio per concorso in associazione mafiosa, Gambino è ritenuto dagli inquirenti il factotum del boss Bartolomeo Cascio.

Così come “organico a Cosa nostra” è considerato Vincenzo Giannone, in quota Udc e presidente del Consiglio comunale di Riesi (Caltanissetta), arrestato nel corso dell’operazione “Odessa”. Di maggiore peso, nell’Udc, era David Costa, deputato regionale ed assessore alla presidenza nella giunta Cuffaro, finito in manette nel novembre del 2005, per concorso in associazione mafiosa. Secondo l’accusa Costa «era interessato a ricevere il sostegno della famiglia mafiosa di Marsala (Trapani)» durante la campagna elettorale del 2001 per le regionali, «a fronte di erogazione di somme di denaro». E promesse di denaro oltre che di posti di lavoro per ottenere i voti della mafia del trapanese, avrebbe fatto Onofrio Fratello, altro deputato regionale Udc ed ex vice sindaco a Erice, accusato di concorso in associazione mafiosa.

Altro big finito nelle maglie della giustizia è Salvatore Cintola, attuale assessore regionale al Bilancio, indagato per concorso in associazione mafiosa. Per due volte le indagini su Cintola erano state archiviate, ma dopo le dichiarazioni del donna-boss pentita Giusy Vitale, il fascicolo è stato riaperto. L’assessore è indicato come «amico personale» del capomafia Giovanni Brusca (ora pentito) e fra gli uomini politici coinvolti nel progetto di Leoluca Bagarella che voleva realizzare il partito di Cosa nostra “Sicilia Libera”. Di Cintola parlano i pentiti Antonino Calvaruso, Balduccio Di Maggio, Mario Santo Di Matteo e Tullio Cannella.

Più critiche le posizioni di Antonio Borzacchelli, ex maresciallo dei carabinieri, eletto deputato regionale nell’Udc e arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulle talpe alla Dda, che coinvolge anche il governatore Cuffaro; e quella di Domenico Miceli, ex assessore Udc nella giunta Cammarata a Palermo, arrestato per associazione mafiosa e accusato di essere il referente del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e la cerniera tra il clan e la politica.

L’inchiesta su Miceli coinvolge altri esponenti dell’Udc: Roberto Carcione, consigliere comunale a Bagheria, e Leonardo D’Arrigo, consigliere comunale a Palermo, inscritto nel registro degli indagati per rivelazione di segreto d’ufficio e abuso d’ufficio, aggravato dal fatto che avrebbe avvantaggiato Cosa nostra.

Tra i due spicca, però, il nome di Saverio Romano, sottosegretario al Lavoro nel governo Berlusconi, anche lui indagato per concorso in associazione mafiosa, e tirato in ballo dal neo pentito Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, in quota Udc e gola profonda della Procura di Palermo. Campanella, che ha svelato agli inquirenti particolari sulla latitanza di Provenzano, accusa Romano di essere stato eletto grazie ai voti della cosca mafiosa di Bagheria.

Chi non è stato sfiorato da indagini è Massimo Grillo, capogruppo Udc in Commissiona nazionale Antimafia e acerrimo oppositore di Totò Cuffaro. Con le sue denunce, Grillo ha contribuito a svelare gli intrecci tra mafia e politica nel trapanese, mettendo nei guai suoi colleghi di partito. Ecco perché il suo nome è l’unico, al momento, fuori dalle liste per le politiche.

liberazione.it


http://www.censurati.it/?q=node/3124

 

L'UDC, i buoni del polo.

 

26 Gennaio 1994: Berlusconi scende in campo perché "L'Italia è il Paese che amo". Traduzione: per non finire in galera. Come ha ammesso Confalonieri. Senza dimenticare che prima della discesa in campo, il gruppo Berlusconi aveva debiti per seimila miliardi di lire.

Per non finire in galera. Lo ha ammesso anche Dell'Utri, fondatore di Forza Italia, già presidente di Publitalia.
Aprile 2004: Dell'Utri viene condannato(Primo grado) insieme con il boss mafioso Vincenzo Virga a due anni di reclusione per tentata estorsione aggravata. Già condannato nel '96 a tre anni e due mesi per false fatture di Publitalia e frode fiscale, a novembre Dell'Utri è stato condannato a Palermo (Primo grado) a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo i pm, Dell'Utri faceva da cerniera fra la mafia e il gruppo Berlusconi. Commento dell'opposizione: - Non commentiamo le sentenze. - Ma se non sai commentare certe sentenze vai a casa, che votiamo gente che certe sentenze le sa commentare.

Come se non bastasse i giudici si ritirano in camera di consiglio e due giorni prima della sentenza il presidente della Camera Casini sente il bisogno di telefonare a Dell'Utri per esternargli la propria stima. Non pago avverte i giornalisti - Ho telefonato a Dell'Utri per dirgli che lo stimo. - E loro: - Ma bravo! -

Così la notizia viene pubblicata (Corriere della Sera). Una cosa talmente aberrante che se n'è accorto perfino Francesco Cossiga: - Ma come è venuto in mente alla terza carica dello Stato di telefonare a uno che, lo si voglia o no, è imputato di gravi reati in attesa di sentenza e domani potrà essere un pregiudicato? - Casini ha evitato di rispondere.

La reazione di Casini non mi ha stupito più di tanto. ricordo come si comportò all'epoca della sentenza Andreotti.
Maggio 2004: Andreotti assolto in appello. I tg unificato mostrano la sua avvocatessa che urla felice al cellulare: - Assolto! Assolto! Assolto! - ma le sentenze vanno lette.
L'assoluzione in realtà conferma per il sette volte presidente del Consiglio e quaranta volte ministro il reato di partecipazione all'associazione a delinquere Cosa Nostra, comesso fino all'80 e adesso prescritto. Casini si rallegra per la "sentenza liberatoria per le istituzioni". Non vedo cosa ci sia da rallegrarsi, dato che, secondo la sentenza, è stato infatti provato che Andreotti incontrò i capi dell'ala moderata della mafia, Bontate e Provenzano, tramite Salvo Lima, che era capo della sua corrente in Sicilia. Andreotti "dialogava con i mafiosi", "chiedeva loro qualche favore", "inducendoli a fidarsi di lui e a parlargli di fatti gravissimi come l'assassinio di Mattarella enla sicura consapevolezza di non essere denunciati". Fino all'80, quando la mafia nessuno sapeva nulla, dato che Buscetta cominciò a parlare con Falcone a partire dall'85

I processo non era quindi basato su teoremi, come la tv e la stampa di regime hanno sostenuto. Solo che il reato commesso è caduto in prescrizione. Il giudice Caselli, che istruì il processo, sui giornali ricorda la sentenza a chi fa il finto tonto. Casini interviene e chi attacca? Caselli.

Oh, certo: Andreotti frequentava l'ala moderata della mafia. L'ala moderata: sono quelli che sciolgono le vittime nel chinotto.

Andreotti va in tv e parla di manipolazione dei pentiti (falso: nessun pentito che lo accusa è stato denunciato per calunnia); e dice che la Cassazione non poteva annullare la prescrizione (falso: poteva annullarla, come fece nel caso Pecorelli. Invece ha confermato).

Infine Casini è dell'UDC.

- Salvatore Cuffaro, presidente della regione Sicilia, indagato per rivelazione di segreti d'ufficio con favoreggiamento alla mafia.
- Antonio Vorzacchelli, ex deputato regionale, arrestato per concussione nell'ambito di un'indagine su mafia e politica.
- David Costa, deputato regionale, indaato per concorso esterno in associazione mafiosa.
- Nino D'amico, ex consigliere comunale a Palermo, indagato per turbativa d'asta a favore di un'imprea vicina a Provenzano.
- Leonardo D'Arrigo, consigliere comunale di Palermo, indagato per favoreggiamento alla mafia.
- Salvo Iacono, consigliere provinciale ad Agrigento, arrestato nell'inchiesta su mafia e appalti.
- Rosario Incadorna, consigliere comunale di Palma di Montichiaro, arrestato ad aprile per associazione a delinquere finalizzata all'estorsione.
- Vincenzo LoGiudice, ex deputato regionale, arrestato per mafia a marzo.
- Carmelo lo Monte, assessore regionale, indagato a Messina per associazione a delinquere e truffa.
- Domenico Miceli, ex assessore a Palermo, arrestato a marzo per concorso in associazione mafiosa

SONO TUTTI POLITICI DELL'UDC

Io propongo una MIA RIFORMA ELETTORALE: l'obbligo di indicare sui manifesti elettorali, accanto al nome del candidato, eventuali condanne. Esempio: Vito Bonsignore, Udc, due anni, corruzione. Gli elettori devono saperlo, a chi va il loro voto; e perché certa gente si candida (per evitare la galera), Io non voglio mandare in galera nessuno, ma almeno devono vergognarsi di quello che fanno. Siamo arrivati al punto che parlamentari condannati per reati gravissimi fanno leggi per evitare i processi. Non fate troppo rumore, ho l'emicrania

(Daniele Luttazzi)


Mafia, candiati imposti alle elezioni del 2001: 7 arresti a Palermo

unita.it
 

I carabinieri hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal Gip di Palermo nei confronti di presunti appartenenti alle famiglie mafiose di Villabate e Acquasanta. Gli indagati, accusati di associazione mafiosa ed estorsioni, avrebbero inoltre imposto ai partiti politici alcuni candidati da inserire nelle liste per le elezioni regionali in Sicilia del 2001.

Fra le 7 persone arrestate vi è anche Nicola Notaro, l'ex responsabile dell'Udc di Villabate, accusato di far parte della cosca mafiosa del grosso centro alle porte di Palermo e ritenuto in affari con la famiglia Mandalà, ritenuta reggente del mandamento di Villabate. Notaro. Secondo gli inquirenti, avrebbe fatto da «trait d'union» con politici di spicco dell'Udc, tra cui l'ex sottosegretario Saverio Romano, per trattare candidature e affari.

Questi i nomi degli altri 6 arrestati: Mario Pisa, 43 anni, Gaetano Galatolo, 68 anni; Giovanni Galatolo, 40 anni, Francesco Colletti, 38 anni, Michele Mazza, 43 anni, e Antonino Mandalà, 68 anni, ritenuto capomandamento di Villabate, già in carcere dal marzo del 2006.

 


Pubblicato il: 22.02.07


http://www.onemoreblog.it/archives/008544.html

Fedeli al motto "io c'entro"

Sezione “società

«Il mensile Antimafia2000 pubblica un inserto su tutti i politici che la magistratura ha accertato aver intrattenuto rapporti con mafiosi (a prescindere dal fatto che quei rapporti siano reato o no). L'Udc, fedele al motto «Io c'entro», primeggia addirittura su Forza Italia. Il suo «padre nobile» è Calogero Mannino, imputato per mafia davanti alla Corte d'appello di Palermo. Poi c'è Cuffaro, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla mafia, salvato da un regalo della Procura dall'accusa di concorso esterno, e dunque promosso presidente dell'ultimo congresso Udc. Poi il sottosegretario al Welfare Saverio Romano,indagato e archiviato per i rapporti col boss Guttadauro. Poi la delegazione dei deputati regionali:...» Storie di ordinario marcio democristiano oggi da Marco Travaglio. Sconsigliato ai deboli di stomaco.


da l'Unità del 17 novembre 2005

L'Isola dei Mafiosi
di Marco Travaglio



Mentre la maggioranza è intenta a realizzare in tempo per le elezioni un altro punto qualificante del «papello» di Totò Riina, cioè la modifica della legge Rognoni-La Torre sul sequestro dei beni ai mafiosi, finisce in galera uno degli ultimi leader dell'Udc siciliana a piede libero: il deputato regionale David Costa, considerato il pupillo del boss Bonafede e che in una commossa telefonata al padre si definisce «pupillo di Casini». Il quale Casini, inteso come il presidente della Camera, la terza carica dello Stato, quello che telefonò a Dell'Utri poco prima della condanna per mafia, gli aveva garantito la ricandidatura. Ora le cose si complicano appena: candidare un detenuto potrebbe rivelarsi impresa ardua persino per l'Udc. Ma soprattutto per il detenuto, che sarebbe costretto a tenere i comizi nell'ora d'aria o a chiedere qualche permesso premio per arringare le folle. Nel qual caso, come insegna Cetto La Qualunque, l'eroe di Antonio Albanese, si può tranquillamente comiziare con le manette ai polsi. Anzi, in certe zone si risulta persino più persuasivi.
Chi vede la tv di regime non può capire cos'è l'Udc. Per capirlo bisogna andare in libreria e acquistare un dvd che andrebbe in tv in qualunque democrazia. Infatti in Italia è proibito. S'intitola «La mafia è bianca» e racconta le gesta di Cuffaro e dei suoi boys. Gli autori, Bianchi e Nerazzini, lavoravano a Sciuscià, opportunamente chiuso come «criminoso» proprio perché mostrava i fatti.
Chi vede «La mafia è bianca» capisce bene cos'è l'Udc, ma anche perché Sciuscià è stato chiuso. Basta immaginare che accadrebbe se entrasse nelle nostre case al posto delle solite porcherie sul delitto di Cogne e sulla Lecciso. Cuffaro, immortalato da telecamere e microspie mentre chiacchiera al telefono e in albergo con gli amici degli amici, dovrebbe dimettersi o verrebbe cacciato a pedate a furor di popolo. Invece viene cacciato Santoro con la sua squadra e rimpiazzato da insetti, garofane e vespini «de sinistra» che di mafia e politica non parlano, o fingono di parlare senza far nomi nè entrare nel merito.
A un certo punto Cuffaro ammette candidamente di aver chiesto voti ad Angelo Siino, mafioso noto a tutti fuorchè a lui: «Lo credevo un pilota di rally», dice il governatore Vasa Vasa. Lui è fatto così: i voti li va a chiedere ai piloti. Per le prossime elezioni ha già chiesto un appuntamento a Michael Schumacker.
La questione penale non c'entra: il reportage mostra i fatti. Se poi quei fatti siano anche reati, lo stabiliranno i giudici. Ma che questi fatti siano un'indecenza, lo stabilisce chiunque li conosca. Ecco perché quel reportage è proibito in tv e bisogna guardarselo clandestinamente a casa: chi lo vede capisce.
Il mensile Antimafia2000 pubblica un inserto su tutti i politici che la magistratura ha accertato aver intrattenuto rapporti con mafiosi (a prescindere dal fatto che quei rapporti siano reato o no). L'Udc, fedele al motto «Io c'entro», primeggia addirittura su Forza Italia. Il suo «padre nobile» è Calogero Mannino, imputato per mafia davanti alla Corte d'appello di Palermo. Poi c'è Cuffaro, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla mafia, salvato da un regalo della Procura dall'accusa di concorso esterno, e dunque promosso presidente dell'ultimo congresso Udc. Poi il sottosegretario al Welfare Saverio Romano,indagato e archiviato per i rapporti col boss Guttadauro. Poi la delegazione dei deputati regionali: oltre a Costa, c'è Antonio Borzacchelli, arrestato e rinviato a giudizio; c'è l'assessore cuffariano al Bilancio Salvatore Cintola, indagato per i suoi rapporti con Giovanni Brusca; e c'è Vincenzo Lo Giudice, il leggendario «Mangialasagne», arrestato ad Agrigento in base a ore e ore di intercettazioni a base di cosche, voti e appalti. Nei suoi allegri conversari con i mafiosi, chiamava i carabinieri «cani».
Invece un altro deputato regionale, Bartolo Pellegrino di «Nuova Sicilia» (indagato per false dichiarazioni al pm), li definiva «sbirri»: «ma in senso positivo, a indicare la mia devozione per come onorano la divisa». Completano il quadro Mimmo Miceli, consigliere comunale a Palermo, arrestato e rinviato a giudizio con Cuffaro & C.; e Nino Nicotra, ex sindaco di Acireale, arrestato. Se valessero per i partiti le regole vigenti per gli enti pubblici, l'Udc siciliana sarebbe già sciolta per mafia. Invece, per i partiti, valgono le regole dei reality show. Nell'Isola dei Mafiosi si attende la prossima nomination. Solo che qui il nominato non va fuori. Finisce dentro.


http://www2.unicatt.it/pls/unicatt/mag_gestion_cattnews.vedi_notizia?id_cattnewsT=5970

Intervista a Gian Antonio Stella, inviato del Corriere [18 nov 2005]

E l'Udc allevò corvi dentro casa


«Il partito attraversa una crisi morale e Casini tace»

«Se per anni allevi corvi dentro casa, non devi poi stupirti se un bel giorno ti cavano gli occhi». A Gian Antonio Stella, inviato di punta del Corriere della Sera, basta un proverbio spagnolo per spiegare l’attuale momento dell’Udc, afflitto da un numero ormai imbarazzante di indagati in Sicilia per tangenti, favoreggiamenti vari e rapporti con cosche mafiose locali. I corvi che l’Udc nazionale ha cresciuto in Sicilia in questi ultimi anni hanno i nomi, per citare solo i più recenti, di Vincenzo Lo Giudice – accusato di essere stato appoggiato da clan mafiosi nelle elezioni nazionali del 2001 -; Leonardo D’Arrigo - consigliere comunale indagato per abuso d’ufficio – e Carmelo Lo Monte – deputato regionale sotto inchiesta a Messina per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta -. Nel mezzo si trovano anche sindaci, (quello di Acireale Nino Nicotra è stato arrestato per essersi servito di affiliati di Santapaola per risolvere una controversia finanziaria), professori universitari e medici.

«L’Udc sta raccogliendo quello che seminato in passato – dice Stella -. Quando passi anni a rastrellare voti in un determinato modo, ad affidarti ad uomini che intendono la politica come scambio di clientele e poco più, il risultato non può che essere quello di questi giorni». Per Stella la situazione dell’Udc siciliano lascia pochi dubbi. L’elenco di indagati è un dato oggettivo e come tale va preso: «In Sicilia ormai la maggior parte degli Udc è indagata. Se per anni si vanno a rastrellare i voti in modi poco chiari, la cosa adesso non deve meravigliare». E non deve meravigliare nemmeno l’elevato numero di medici presenti - e spesso indagati – tra le fila dell’Udc siciliano: «Per una certa mentalità - continua Stella - è normale pure questo: i medici, statali o privati che siano, attraverso la loro clientela possono portare un cospicuo numero di voti: dire di no a un consiglio del proprio medico non è poi così facile».

Nel campo della sanità ci sono poi casi come Michele Aiello. Imprenditore e titolare di un importante centro oncologico palermitano, è stato arrestato per i rapporti con il deputato regionale Udc ed ex maresciallo dei carabinieri Antonio Borzachelli; quest’ultimo, arrestato per concussione, avrebbe incassato alte somme di denaro da Michele Aiello in cambio di informazioni riservate su indagini a suo carico. In caso di mancato pagamento, lo avrebbe minacciato di non fargli concedere il rinnovo delle autorizzazioni sanitarie per la sua clinica. La storia è andata avanti fino a pochi giorni fa, quando Davide Costa, deputato regionale Udc ed ex assessore alla presidenza della Regione, è stato incastrato da alcune intercettazioni telefoniche. Su di lui pende un'accusa che la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ha riassunto nella formula “elevato grado di compromissione con l’associazione mafiosa”. Aveva ottenuto voti dalle cosche trapanesi in cambio di favori a loro parenti e amici con la promessa di favoreggiamenti bancari ad imprese controllate da Cosa nostra.

Con il caso Costa il discorso di Gian Antonio Stella si sposta su Pierferdinando Casini e sulla politica nazionale del partito. «Davide Costa è il coccolo di Casini, la cosa è nota da tempo. A confermarlo sono poi arrivate le recenti intercettazioni telefoniche. La cosa mi colpisce ancora di più se ripenso ad un precedente. Lo scorso agosto, infatti, in un articolo al Corriere, Casini parlò di codice etico, di problema morale della sinistra italiana. Lo fece inzuppando il biscotto nei fatti degli altri: adesso mi sembra evidente che dovrebbe occuparsi del codice etico del suo partito». E il silenzio della sfere alte dell’Udc in merito alle vicende siciliane non meraviglia Stella: «Non stupisce, non avrebbero niente da dire». Per giudicare le prediche di Casini Stella fa sua una battuta di Cirino Pomicino: «Casini, disse l’ex-ministro, “fa come il gallo sull’immondizia». Più chiaro di così.
 

Francesco Garozzo


 

L'elenco dei centristi indagati o sotto processo fa impressione. La Confindustria chiederà lunedì un patto per la legalità


Udc, troppi «casi isolati» hanno problemi con la giustizia
di Federica Fantozzi
 

da L'Unità del 26.09.2005  

Lunedì prossimo non saranno soltanto i risultati delle elezioni messinesi ad accendere i riflettori sulla Sicilia. Quel giorno la vicina Taormina ospiterà i vertici del sistema politico, istituzionale e imprenditoriale per la presentazione del programma "L'Isola del Tesoro", elaborato dalla Confindustria locale per ripristinare legalità e moralità nell'azione di governo.
Alla presenza del presidente di Viale Astronomia Luca di Montezemolo e del suo vice Ettore Artioli, gli industriali chiederanno ai due schieramenti ormai prossimi alla campagna elettorale un patto vincolante che ponga fine a clientelismi, sprechi, collusioni e ambiguità. Ad ascoltare ci saranno il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e il segretario Ds Piero Fassino, il ministro Gianfranco Micciché e il presidente dell'Antimafia Roberto Centaro. Ma interlocutore principale sarà il «governatore» della Regione Totò Cuffaro. Il quale, come noto, è stato rinviato a giudizio per favoreggiamento aggravato all'azione di Cosa Nostra (l'accusa iniziale di concorso esterno in associazione mafiosa è stata derubricata) e sulle cronache di questi giorni compare per l'uso passato di un centinaio di cellulari, qualche utenza fantasma e una ventina di schede diverse: serviti per una valanga di telefonate ad assessori, politici nazionali, pentiti di mafia, servizi segreti. Accanto al potente «governatore» ci sarà il sottosegretario al Welfare Saverio Romano, indagato e poi archiviato per i rapporti con boss mafiosi.
Entrambi appartengono all'Udc dove la corrente siciliana è fortissima con i suoi 50 delegati nel consiglio nazionale, il 20% del totale, e gli uomini chiave nei posti giusti. Cuffaro è vicesegretario e grande elettore del successore di Follini, quel Lorenzo Cesa che dovrà traghettare il partito nelle mani di Casini quando le Camere verranno sciolte. Romano, avvocato penalista palermitano, eletto deputato a Bagheria, è membro della direzione nazionale.
E con l'Udc militano anche i protagonisti dell'ultimo caso di connection mafia-politica nel trapanese: il giovane deputato regionale marsalese David Costa, che nelle intercettazioni si autodefinisce «pupillo di Casini» e da lui sponsorizzato nella candidatura, arrestato a casa con le valigie pronte; e il suo amico e collega Onofrio Fratello, raggiunto pochi giorni prima da avviso di garanzia da parte della Dda di Palermo. Per entrambi l'accusa è aver cercato l'appoggio elettorale delle cosche. Il primo effetto dei provvedimenti è stato lauto-scioglimento del consiglio comunale di Marsala per attirare l'attenzione sulla «questione morale».
Sulla vicenda il segretario dell'Udc isolana Domenico Sudano, previe debite dichiarazioni di solidarietà, annuncia che il partito «ha fatto di serietà e trasparenza una bandiera e non può rischiare di essere messo in crisi da casi isolati» e in vista delle elezioni «analizzerà caso per caso tutte le ipotesi di candidatura». A partire, si capisce, dal «governatore» in corsa per il bis. Il quale, nel frattempo, si è occupato di un altro caso isolato ma increscioso: la retata antimafia nel Nisseno che ha portato i carabinieri a 42 arresti, tra cui il presidente del consiglio comunale di Rieso, tal Vincenzo Giannone, infermiere eletto nella lista Udc. Cuffaro l'ha scaricato: «Non è un nostro dirigente, non fa parte di organismi, è stato eletto autonomamente e senza accordo».
Dell,Udc siciliana si è occupata l'anno scorso l'inchiesta del Diario firmata da Alberico Giostra (titolo: Io Dentro, liberamente ispirato allo slogan elettorale centrista Io c'entro) contando 16 «casi isolati» di sindaci, deputati regionali, consiglieri comunali e assessori che hanno o hanno avuto guai con la giustizia. Incluso il catanese Sudano che - scrive il Diario - nel 1995 veniva condannato con rito abbreviato per abuso d'ufficio, e due anni prima veniva «indicato pubblicamente come sospetto di mafia» dagli attuali alleati aennini Fini e Matteoli. I cronisti dell'Espresso Francesco Bonazzi e Marco Lillo hanno aggiornato l'elenco a novembre 2004 contando 15 «casi isolati».
Al momento l'Ars, il parlamentino siciliano, consta di 4 deputati centristi sotto indagine. Insieme a Cuffaro, Costa e Fratello appare Salvatore Cintola, assessore al Bilancio e uomo forte del «governatore» in giunta, proprietario del frequentatissimo ristorante Il Trittico, già indagato e archiviato per l'amicizia con Giovanni Brusca e di nuovo sospettato di contatti con gruppi mafiosi. Mentre Angelo Paffumi, deputato del Movimento Autonomista di Raffaele Lombardo, è stato coinvolto dieci anni fa in una vicenda di presunte tangenti su appalti.
In quota Udc ma decaduti dalla carica di deputati sono il maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, arrestato nel 2004 e sotto processo per concussione, e l'agrigentino Vincenzo Lo Giudice, anche lui arrestato nel 2004 nel corso dell'operazione Alta Mafia e scarcerato dopo 4 mesi per ragioni di salute. Nel rapporto dell'Associazione Antimafia 2000 compaiono anche Mimmo Miceli, ex assessore palermitano della giunta Cammarata rinviato a giudizio per l'inchiesta Guttadauro e per finanziamento illecito ai partiti, e l'ex sindaco di Acireale Nino Nicotra, rinviato a giudizio per corruzione elettorale.
Ferma restando la presunzione di innocenza, il proliferare di «casi isolati» impone una riflessione sui criteri di selezione della classe dirigente e politica. Il Movimento per i Diritti Civili chiede lo scioglimento dell'Ars. Rita Borsellino, che se vincerà le primarie sfiderà Cuffaro a primavera prossima, propone un «decalogo antimafia»: «Ogni giorno vicende giudiziarie fanno emergere collusioni tra mafia e politica. I partiti di centrodestra e centrosinistra firmino un decalogo del candidato che ne assicuri la trasparenza. Se fosse stato fatto nella scorsa legislatura, non ci troveremmo in questa situazione». Tra pochi giorni Sicilindustria giocherà la carta del progetto "Isola del Tesoro". Nome suggestivo che evoca storie stevensoniane di pirati, ruberie e taglieggiamenti, ma a lieto fine.


http://www.disonorevoli.it/derattizziamo.html
 

Vincenzo Lo GiudiceVincenzo Lo Giudice Udc 

Ex deputato regionale, ex Assessore Regionale al Territorio nel governo Cuffaro.
Arrestato a marzo 2004 per associazione mafiosa. L'accusa gli contesta di aver affidato  terreni confiscati alla mafia ad una cooperativa che faceva riferimento alla stessa famiglia a cui era stato confiscato il bene.
Gli sono stati sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro.

Antonio BorzacchelliAntonio Borzacchelli Udc

Ex maresciallo dei carabinieri, eletto nel 2001 deputato regionale nell'Udc e arrestato nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda, che coinvolge anche il governatore Cuffaro, Domenico Miceli, ex assessore Udc nella giunta Cammarata a Palermo, arrestato per associazione mafiosa (accusato di essere il referente del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e la cerniera tra il clan e la politica).

Antonio Borzacchelli, "pupillo" di Cuffaro, ora è fuori ma non può dimorare a Palermo.

Secondo l'accusa passava informazioni in cambio di ingenti somme di denaro e favori a Michele Aiello (ricco imprenditore siciliano, proprietario della clinica Bagheria di Santa Teresa, amico di Cuffaro, arrestato anch'egli il 5 novembre 2003 con l'accusa di partecipazione a Cosa Nostra).

Borzacchelli, secondo i magistrati, ha agito indisturbato per 10 anni (lo testimoniano le numerose operazioni sui suoi conti correnti).

Viene descritto come un ricattatore senza scrupoli pronto ad utilizzare la ex divisa per ottenere ville e denaro.

Raffaele Lombardo, al momento del suo arresto parlerà di una sorpresa per un uomo fedele e legato alle istituzioni.
 

David Costa David Costa Udc
Assessore alla Presidenza nella giunta Cuffaro.

Finito in manette nel novembre del 2005, per concorso in associazione mafiosa. 

Secondo laccusa Costa era interessato a ricevere il sostegno della famiglia mafiosa di Marsala (Trapani) durante la campagna elettorale del 2001 per le regionali, a fronte di erogazione di somme di denaro.

Davide Costa  39 anni, l'anno precedente aveva già ricevuto un avviso di garanzia con la stessa accusa e si era dimesso. Il suo nome compare in alcune intercettazioni ambientali tra due mafiosi, lo accusano anche due collaboratori di giustizia, Vincenzo Giglio e Vito Vincenzo Rallo. 

Al telefono si lascia scappare il nome di Casini. Insomma, una persona responsabile.

Salvatore Cuffaro

 

Salvatore Cuffaro Udc

Presidente della regione Sicilia

Rinviato a giudizio  per presunte rivelazione di segreti d'ufficio con favoreggiamento alla mafia.
Dopo svariate intercettazioni e incontri con mafiosi, il pool di Palermo arriva a "Totò vasa vasa" e lo iscrive nel registro degli indagati per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. 

Dagli interrogatori emerge che:


1) Cuffaro conosce Ciuro e Riolo, due marescialli arrestati per concorso esterno e rivelazione di segreto d'ufficio.


2) È amico di Aiello (limprenditore ricattato da Borzacchelli)


3) È amico intimo di Borzacchelli e di Mimmo Miceli


4) Conosce Aragona (il medico che favoreggia Brusca e condannato e arrestato per mafia) e Guttadauro (duei volte arrestato per mafia).

 

Oltre a queste opinabili conoscenze e amicizie, gli inquirenti  che:


5) Totò, attraverso Miceli e Aragona, ha informato il boss di Brancaccio Guttadauro che aveva le microspie in casa.
6) Su richiesta dello stesso Guttadauro Cuffaro ha candidato Mimmo Miceli, uomo di fiducia del boss
7) Totò ha avvisato l'imprenditore Aiello che era intercettato e sotto indagine

Per tutte queste azioni si configurerebbe il concorso esterno in associazione mafiosa, anche perchè basta un solo contributo oggettivamente rilevante in favore della mafia per integrare il concorso esterno. Ma il pool è diviso: c'è chi, come Grasso, vuole una linea più morbida e contestargli solo un favoreggiamento aggravato e chi, come Paci, vuole integrargli il concorso esterno perchè il favoreggiamento è più difficile da dimostrare e prevede dei tempi di prescrizione più brevi. Con una serie di mosse discutibili, passa la linea Grasso. Alla fine i reati per cui è rinviato a giudizio sono: rivelazione di notizie segrete, favoreggiamento semplice, favoreggiamento aggravato di stampo mafioso.

"La sera stessa in cui passa la linea morbida Cuffaro si dà al pubblico gaudio: mi sento con dieci anni di meno, mi scoppia il cuore, la mia fiducia nella magistratura e nella Madonna mi permettono di andare avanti."

Cuffaro esulta. ..E la mafia, pure.

Infatti, se qualcuno non avesse rivelato a Guttadauro che era intercettato, si sarebbero potuti ricostruire l'organigramma di Cosa Nostra e le sue attività criminose, si sarebbe potuti arrivare alla cattura di qualche latitante storico.

Stando alle dichiarazioni di Grasso è accertato che Cuffaro abbia avvertito Guttadauro e dunque abbia favorito la mafia. 

Grasso il 20 aprile 2003 dichiara: <<esiste una base probatoria fortissima per ritenere Cuffaro una talpa>>.

I colleghi di partito così commentarono..

Lorenzo Cesa, novembre 2005: Caro Totò, sei grande e ti vogliamo bene. Sei una persona perbene che ha detto parole chiare contro la mafia.

Casini, febbraio 2006: Posso sbagliare, ma nella mia responsabilità politica ritengo che Cuffaro sia una persona perbene.

Francesco D'Onofrio, Desidero confermare ancora una volta all'amico presidente Totò la convinzione mia e di tutti i senatori dell'Udc che più si procede nell'accertamento della verità e più si risalta la sua complessiva innocenza.

Follini, dicembre 2005: Cuffaro  persona perbene.
 

Guido Lo PortoGuido Lo Porto AN

Attuale Presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana. Ruolo equivalente, in scala regionale, a quello del presidente della camera dei deputati Casini. Anni fa, ottobre 1969, fu fermato vicino a Palermo dai carabinieri insieme a quattro camerati (tra cui Pierluigi Concutelli, capo militare dell'organizzazione neofascista Ordine Nuovo). Nella sua automobile fu trovata una quantità considerevole di armi da guerra avvolte in carta da giornale. Concutelli fu condannato a 2 anni, Lo Porto a 16 mesi.
 

Nino Dina Nino Dina Udc



E il presidente dei parlamentari Udc all'Ars.
Nino Giuffrè, il pentito che accusa anche Dell'Utri, lo indica come il mediatore (insieme a Guttadauro) dei rapporti tra Provenzano e la politica regionale. Di lui rimane una frase degna di essere ricordata:
"La mafia non si sconfigge privando una popolazione della
sua amministrazione  eletta democraticamente.

È indagato per mafia.
 

Vladimiro Crisafulli Vladimiro Crisafulli DS

 


Vice presidente dell'assemblea regionale siciliana.
Sotto inchiesta per associazione mafiosa.
Secondo i magistrati era in contatto col boss mafioso della provincia di Enna, Raffaele Bevilacqua.i
Rapporti non occasionali- precisano gli inquirenti 
-Abbiamo intercettato telefonate in cui concordavano gli appalti.
Dalla procura di Caltanissetta parte un avviso di garanzia diretto al vicepresidente dell'assemblea regionale Vladimiro Crisafulli, dei Ds.
Soltanto ipotesi, per il momento, anche se il provvedimento notificato a Crisafulli (contestuale all'iscrizione nel registro degli indagati), parla non di concorso esterno, come nel caso di Cuffaro e Miceli, ma di associazione mafiosa, reato ben più grave che farebbe pensare ad una partecipazione diretta del parlamentare agli affari di mafia.

Dalle intercettazioni emergerebbe il "rapporto di complicità" fra i due indagati. In particolare, Bevilacqua avrebbe chiesto al politico favori per conto di "amici" su appalti e contributi regionali. 
Tra i retroscena dell'inchiesta risalterebbe anche l'attività di una talpa, pronta a informare gli indagati sulle mosse dei magistrati e sulla presenza di microspie, e il progetto di un attentato contro una casa di Barrafranca utilizzata dalla Dia per controllare i movimenti a Barrafranca di Bevilacqua.
Idea accantonata perchè, confida l'avvocato al suo autista, "l'appartamento è protetto da un sistema d'allarme".

Nel febbraio 2004 Viene Richiesta dalla Procura di Palermo l’archiviazione, perché non ci sono prove sufficienti per un processo, per il deputato regionale dei Ds Vladimiro Crisafulli, che si era autosospeso dalla carica di vicepresidente dell’Assemblea regionale siciliana quando, nel luglio dell’anno scorso, aveva ricevuto un avviso di garanzia per associazione mafiosa.

Onofrio FratelloOnofrio Fratello UDC

 

Deputato regionale Udc. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe promesso alle cosche mafiose di Trapani denaro e posti di lavoro in cambio della sua elezione. 

Ha ricevuto la solidarietà dei colleghi responsabili dell'Udc.


 

Salvatore CintolaSalvatore Cintola UDC

 

Assessore regionale al Bilancio, nell'ultimo governo Cuffaro.

Indagato per concorso in associazione mafiosa.

Per due volte le indagini su Cintola erano state archiviate, ma dopo le dichiarazioni della donna-boss pentita Giusy Vitale, il fascicolo è stato riaperto.
L' assessore sarebbe indicato come amico personale del capomafia Giovanni Brusca (ora pentito) e fra gli uomini politici coinvolti nel progetto di Leoluca Bagarella che voleva realizzare il partito di Cosa nostra Sicilia Libera
. Di lui hanno parlato oltre a Calvaruso, anche i pentiti Balduccio Di Maggio, Mario Santo Di Matteo e Tullio Cannella. La procura di Palermo si era occupata di Cintola già nel 1993, in occasione dell'arresto di Totò Riina e Salvatore Biondino. Quest'ultimo venne trovato in possesso di diversi appunti, uno dei quali consisteva in un bigliettino da visita del ristorante "Il trittico", che risultava di proprietà di Cintola. Secondo i pentiti il ristorante era il punto di ritrovo di importanti uomini d'onore come Giovanni Brusca, Antonino Gioè (boss coinvolto nella strage di Capaci e morto suicida nel carcere di Rebibbia) e Mario Santo Di Matteo

Carmelo Lo MonteCarmelo Lo Monte UDC/MPA

 

Assessore Regionale alla Cooperazione dell'ultimo governo  Cuffaro.

Lo Monte,  sarebbe sotto inchiesta a Messina per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta e truffa, in relazione alla costruzione di un parco nel comune di Graniti, di cui Lo Monte è stato sindaco.
 

Giuseppe Drago Giuseppe Drago Udc



Deputato della Repubblica eletto in Sicilia, a Modica.
Notabile ed ex vicepresidente nazionale del Ccd, 45 anni, ex presidente della Regione siciliana (tra il 1998 e il 1999).
E' stato  indagato per una vicenda che riguarda proprio il periodo in cui era alla guida del governo regionale: avrebbe omesso di presentare il rendiconto dei "fondi riservati al presidente" da lui spesi (200 milioni l'anno). 

Si è difeso dicendo che il rendiconto per le spese del capo del governo siciliano non era necessario, trattandosi di "fondi riservati". E in realtà, nessuna norma regionale prevede questa prassi di spesa, seguita anche dal predecessore di Drago, Giuseppe Provenzano, di Forza Italia, anch'egli inquisito per gli stessi motivi. Quindi assolto.


 

Pippo GianniPippo Gianni Udc

 


Deputato alla Camera. Eletto in Sicilia, nel collegio di Augusta.
53 anni, medico di Solarino ed ex sindaco di Priolo. Deputato regionale dal 1991 al 1996 per la Dc, poi transitato nell'Udeur di Clemente Mastella ed è stato anche componente della commissione Sanità.
Nel 1998 risulta sia stato arrestato e poi condannato a tre anni (tribunale di Siracusa, ma in primo grado) per una mazzetta di 25 milioni di lire, per l'appalto di lavori nella pineta cittadina.
Il leader del Cdu, Buttiglione lo aveva definito un prezioso capitale per la sua città, per la regione e per l'intero partito. Dopo la condanna lo ha nominato coordinatore regionale del Cdu siciliano.


 

Saverio RomanoSaverio Romano Udc




Avvocato, sottosegretario al Welfare nel governo Berlusconi e componente della direzione nazionale del partito di Casini.
Anche lui risulta indagato per concorso in associazione mafiosa, dopo esser stato tirato in ballo dal neo pentito Francesco Campanella, (ex presidente del Consiglio comunale di Villabate in quota Udc e gola profonda della Procura di Palermo). 

Campanella, che ha svelato agli inquirenti particolari sulla latitanza di Provenzano, accusa Romano di essere stato eletto grazie ai voti della cosca mafiosa di Bagheria. 
                                

 

Gaspare GiudiceGaspare Giudice FI



Deputato della Repubblica.

Eletto in Sicilia. Forzista doc. Nel 1998, quando era vice-coordinatore per la Sicilia di Forza Italia, la procura di Palermo chiese il suo arresto per complicità con la mafia.
Secondo l'accusa, Giudice era al diretto servizio della cosca mafiosa di Caccamo, i cui uomini si vantavano di averlo fatto eleggere e gli telefonavano fin dentro il palazzo di Montecitorio per ricordargli la sua dipendenza e per ordinargli che cosa doveva fare: "Gasparino, guarda che siamo stati noialtri a metterti lì" gli ripetevano.
Gli elementi raccolti dall'accusa erano tali da far escludere alla giunta parlamentare per le autorizzazioni a procedere che ci fosse fumus persecutionis nei confronti del parlamentare. Perfino il "supergarantista" Filippo Mancuso, in giunta, non ebbe nulla da eccepire contro la richiesta dei magistrati. 
Eppure la Camera dei deputati il 16 luglio 1998 bocciò (303 voti a 210, con 13 astenuti) la richiesta d'arresto.
Non solo, i deputati sottrassero al giudice elementi di prova: impedirono (287 voti a 239, con 3 astenuti) l'utilizzo processuale dei tabulati Telecom, quelli da cui erano documentati i rapporti e la dipendenza di Giudice dagli uomini delle cosche.

 

Antonio PapaniaAntonio Papania



Senatore siciliano della Margherita condannato per abuso d'ufficio, ha patteggiato la pena di 2 mesi e 20 giorni (sentenza del 24 gennaio 2002).
Il senatore Papania quando era assessore al Lavoro della Regione Sicilia si à reso colpevole di abuso d'ufficio per aver scambiato regali ed assunzioni.


 

Nicolò NicolosiNicolò Nicolosi CdL

 

Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, a Termini Imerese, per la Cdl.
Ha 59 anni e una lunga esperienza all'Assemblea Regionale Siciliana.
Ex democristiano, lascia alle spalle una contrastata esperienza di assessore regionale alle Finanze, nella quale tentò di coprire parte del buco di bilancio con una tassa sul metano Snam che attraversa il territorio siciliano.
Fu coinvolto nel processo per le assunzioni pilotate alla Forestale di Palermo, assieme ad altri 35 imputati.
Fu anche inquisito e arrestato per voto di scambio. Assolto dal tribunale di Termini Imerese, gli è stato riconosciuto un risarcimento di 250 milioni per ingiusta detenzione.

 

Carmelo BriguglioCarmelo Briguglio AN

 

Deputato della Repubblica.

Eletto in Sicilia, nella quota proporzionale, sotto il simbolo di An.
È indagato per il business della formazione professionale: gli inquirenti sospettano che durante il suo incarico di assessore regionale al Lavoro abbia favorito enti di formazione della sua provincia.

 

Calogero SodanoCalogero Sodano CCD

 

Senatore della Repubblica. Eletto ad Agrigento.
Membro del Ccd, è stato sindaco di Agrigento.

Nell'aprile 2001 ha subito una condanna in primo grado a 1 anno e mezzo di reclusione per avere permesso l'abusivismo edilizio in cambio di vantaggi elettorali.
Con Sodano sono stati condannati a un anno di reclusione anche alcuni suoi ex assessori.
Gli imputati, secondo l’accusa, non avrebbero posto in essere né provvedimenti né iniziative per bloccare l’abusivismo edilizio tra il 1991 e il 1998, nella città di Agrigento e persino nella Valle dei Templi.  Una di queste case abusive tra i templi è sua.

Mauro GiovanniMauro Giovanni FI

 

Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, a Ragusa.
Esponente di Forza Italia. Quando era presidente della Provincia di Ragusa, nell’agosto 1998, fu arrestato con alcuni suoi collaboratori con l’accusa di corruzione:avrebbe ricevuto denaro da sei professionisti che volevano ottenere incarichi per lo studio e lo sviluppo di progetti ambientali (come la bonifica delle discariche e il piano territoriale provinciale) finanziati dall’Unione europea.
Il capo d’imputazione era pesante: "associazione per delinquere finalizzata ad atti di corruzione".
In attesa che si concludesse il processo a suo carico, entrò al Parlamento. 

Subito dopo, nel giugno 2001, venne condannato in primo grado a 1 anno e 2 mesi.
 

Mimmo MiceliDomenico (Mimmo) Miceli



Ex assessore del comune di Palermo alla Sanità, viene arrestato nel giugno 2003 con l'accusa di partecipazione ad associazione mafiosa.
Salvatore Aragona quando svela a Giuseppe Guttadauro (medico e capomandamento mafioso di Brancaccio, già condannato per mafia e riaccusato di associazione mafiosa, attualmente detenuto) di essere intercettato, dice di averlo saputo durante una cena per festeggiare l'amico Totò (Cuffaro) da Miceli che lo aveva saputo da Borzacchelli e da Cuffaro stesso.
I magistrati vedono in Miceli un'intermediario tra il Guttadauro e Cuffaro al fine del soddisfacimento di interessi e richieste, comprese quelle volte ad influenzare concorsi pubblici per l'assegnazione di incarichi nella Sanità.
Avrebbe inoltre contribuito alla realizzazione del programma criminoso di Cosa Nostra.




Salvatore Gambino Udc



Sindaco di Roccamena.
Gli inquirenti lo qualificano come esponente dell'Udc in quanto eletto in una lista collegata al partito democristiano, 
mentre l'Udc prende le distanze.
Arrestato per associazione mafiosa.
Tra le accuse mossegli quella di aver preso parte ad una spedizione punitiva contro l'avversario diessino Salvatore Ciaccio: nel marzo 2003 avrebbe, insieme ad alcuni mafiosi, raso al suolo con una ruspa una sua casa in campagna.
Durante l'arresto nel cassetto della scrivania del Gambino è stata trovata una pistola rubata a Trapani.
denunciato anche per detenzione d'arma.



Gigi Tomasino Udc



Il 15 marzo 06 la sentenza dei giudici della terza sezione del Tribunale di Palermo: "Condanna a due anni e 6 mesi di reclusione per turbativa dasta e falso, con l'aggravante di avere avvantaggiato Cosa Nostra".
Per l'ex capogruppo dell'Udc alla Provincia di Palermo, dunque, si aprono le porte del carcere. Ma il nome di Tomasino è solo l'ultimo di un lungo elenco di esponenti Udc arrestati, imputati in processi di mafia, indagati o tirati in ballo dai pentiti in questi cinque anni di legislatura del centrodestra in Sicilia.


Leonardo D'Arrigo

 

Leonardo D'Arrigo

 

Consigliere comunale a Palermo, indagato per favoreggiamento alla mafia.

 



Salvo Iacono

 

Consigliere provinciale ad Agrigento, arrestato nell'inchiesta su mafia e appalti.


Rosario Incardone Udc



Consigliere comunale di Palma di Montechiaro, arrestato ad aprile per associazione a delinquere finalizzata all'estorsione ai danni di una impresa di Catania che si era aggiudicata un appalto per il depuratore comunale.

 

 

http://vistidalontano.blogosfere.it/2006/03/the_economist_a.html  

Il settimanale The Economist, da oggi in edicola, analizza i possibili risultati delle elezioni italiane, conclude, giustamente, che il voto della Sicilia sarà chiave per il risultato finale e tra la conseguenza che la Mafia sarà uno degli elementi principali che determineranno i risultati del 9 aprile.

L'articolo "I Vespri Siciliani - Le elezioni possono essere decise dall'isola più grande del Mediterraneo"  ha un attacco duro, al limite della crudezza: "Molti italiani, particolarmente gli anziani, voteranno alle elezioni del prossimo mese con la deprimente sensazione che i politici del giorno d'oggi non sono all'altezza dei loro predecessori. Bernardo Provenzano, 73 anni, di Corleone in Sicilia non fa eccezione". Il testo riprende le rivelazioni fatte un anno orsono dal pentito di mafia Nino Giuffrè che svelava i dubbi del boss sulla "inaffidabilità e l'inesperienza dei politici attuali che non sono in grado di favorire la nostra gente" approvando la figura di Salvatore Cuffaro come "un politico vecchio stampo".

Detto dell'attuale posizione di Cuffaro come governatore della Sicilia e della sua candidatura come capolista dell'UDC per il Senato, il settimanale punta il dito proprio verso l'UDC, "il terzo partito della coalizione di governo di Silvio Berlusconi".

Il giudizio è molto pesante : "L'UDC in Sicilia è avvolta da quello che gli Italiani definiscono 'odore di mafia'. Al meno nove dei suoi eletti, incluso un sottosegretario del governo, sono sotto indagine, o sotto processo o in appello contro accuse in casi di favoreggiamento e collaborazione con Cosa Nostra". L'articolo non si sofferma sul fatto che anche le liste per le prossime elezioni politiche contengono molti nomi noti di inquisiti, ma questo è fatto conosciuto e ampiamente dibattuto che viene seguito quotidianamente da media e blog, come l'ottimo Sicilia che proprio mercoledì aveva dedicato ampio spazio alle liste dell'UDC.

Il ruolo della UDC dipende per The Economist dalla sua "abilità nel procurare finanziamenti e distribuire lavoro che è stata una delle ragioni alla base del pieno appoggio siciliano a Silvio Berlusconi nel 2001, quando tutti i 61 seggi andarono al centro destra. Ma questo non accadrà nuovamente" per il passaggio ad un sistema proporzionale.

La morale tratta dal settimanale è che "La Sicilia pesa, e questa è una delle ragioni del peso della Mafia sulla politica italiana. Un italiano su dieci è siciliano e l'isola sceglierà 60 dei 630 seggi della Camera. Pochi credono che la destra sia battibile; ma la sinistra potrebbe portarne via 20 o 25. Che potrebbero essere sufficienti per decidere il risultato finale".


http://clarence.dada.net/news/regione/sicilia/archivio/20051028/20051028.093938adn.html

 

 28/OTT/05 - 09:39


MAFIA: SICILIA, AVVISO DI GARANZIA A DEPUTATO REGIONALE UDC

 

Palermo, 28 ott. (Adnkronos) - Avviso di garanzia per associazione mafiosa al deputato regionale siciliano dell'Udc Onofrio Fratello. Il politico e' accusato di avere ''chiesto e ottenuto appoggi elettorali dalla famiglia mafiosa di Marsala'' alle elezioni regionali del 2001 ''mantenendo rapporti diretti -spiegano dalla Dda di Palermo- con il capo mafia della zona Natale Bonafede''. Ad accusare Fratello ci sono anche intercettazioni telefoniche e ambientali, oltre alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e di politici locali di Marsala.


http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/art/2006/01/07/5397579

 

MAFIA  

In manette il sindaco di Roccamena

L'esponente dell'Udc è stato arrestato nel palermitano, con il capo della cosca e due imprenditori. Una pistola non denunciata nella scrivania del primo cittadino
  Corleone (Palermo), 7 Gennaio 2006 - Il sindaco del comune di Roccamena, Salvatore Gambino (Udc) eletto nel 2003, e' stato arrestato con l'accusa di associazione mafiosa dai carabinieri di Corleone.

In manette sono finiti anche Bartolomeo Cascio, ritenuto capo della cosca corleonese gia' condannato per associazione mafiosa, e due imprenditori, Leonardo Diesi ed il figlio Franco Salvatore.

Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai sostituti Maurizio De Lucia e Francesco Del Bene.

Nel corso delle perquisizioni eseguite dai militari dell'Arma, in un cassetto della scrivania dell'ufficio del sindaco di Roccamena e' stata trovata una pistola. L'arma non sarebbe stata regolarmente denunciata. I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip di Palermo Gioacchino Scaduto.


 



 
http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=15843

Una seria questione politica grava sull’Udc siciliana Presidente, assessori, notabili democristiani finiscono in cella le loro strane carriere trasversali

Li chiamano “fratuzzi”, ma sono parlamentari tutti legati al capo del governo nell’isola

 

Palermo. Nella Palermo dei quartieri alti li chiamano i “’ngrasciati”. Sporchi cioè di quel grasso che cola abbondante dalla politica, destra o sinistra poco importa, e che si sparge – untuoso - su tutta la famiglia. Nella Palermo infelice e picaresca dei quartieri popolari, li chiamano invece i “fratuzzi”, paragonandoli così a quei monaci che, nella Sicilia selvaggia del feudo, saltavano da un convento all’altro, davano riparo ai briganti e spesso si arricchivano assieme a loro. ‘Ngrasciati o fratuzzi, sono gli uomini dell’Udc, dell’Unione democratica di centro, il partito per il quale il segretario Marco Follini ha appena coniato lo slogan “Io c’entro”, e che in Sicilia, per un capriccio beffardo della cronaca giudiziaria, viene ormai comunemente tradotto in “Io d’entro”. E sì. Perché non si contano più gli esponenti dell’Udc finiti in carcere per questione di mafia; e non si contano più nemmeno quelli che, impigliati nelle inchieste, continuano ad aggirarsi nei palazzi della politica con l’imbarazzo di chi sa di avere la propria immagine mascariata da accuse e dicerie. E’ il caso del presidente della Regione, Totò Cuffaro, indagato per concorso esterno nell’inchiesta sulla nuova cosca di Brancaccio, quella che faceva capo al medico Pippo Guttadauro, e implicato in maniera ancora più appiccicosa nella maxinchiesta sulle talpe di palazzo di giustizia e sugli affari del suo amico Michele Aiello, il boss della Sanità sospettato addirittura di essere il prestanome del padrino di tutti i padrini: Bernardo Provenzano.

Accuse da dimostrare
Accuse tutte da dimostrare, ci mancherebbe. Ma dall’alba di lunedì, quando i carabinieri di Agrigento hanno bussato alla porta di Vincenzo Lo Giudice, altro deputato regionale dell’Udc, per arrestarlo e trasferirlo al cercere di Pagliarelli, la politica si trova a dovere fare i conti non solo con la vecchia, tormentata e irrisolta questione mafiosa; ma anche con una questione nuova, tutta da leggere e da interpretare: la “questione Udc”. E sì. Perché l’arresto di Vincenzo Lo Giudice, 56 anni, detto Nenè “Mangialasagne” per via di quella sua particolare sensibilità per le pietanze alla bolognese, segue di poche settimane l’arresto di Antonio Borzacchelli, un ex maresciallo dei carabinieri che utilizzava le inchieste antimafia per attirare, come mosche sul miele, le paure di quegli esponenti politici che pur di allontanare da sé ogni calice amaro, erano disposti a pagare prezzi inimmaginabili. A Borzacchelli – che per anni aveva indagato su alcuni carrozzoni economici della Regione esposti alle più spavalde scorrerie - andò bene, benissimo. Con Cuffaro. Il futuro governatore, nel giugno del 2002, riuscì a candidarlo in una lista fiancheggiatrice dell’Udc, a convogliare su di lui un bel pacchetto di voti e ad assicurargli un seggio nel Parlamento siciliano. Un abito di tutto rispetto, per Borzacchelli. Il quale però si è ben guardato dal perdere il vizio. “Era una sanguisuga”, ha confessato pochi giorni fa Michele Aiello ai giudici che sono andati a trovarlo in carcere per capire quale ruolo aveva avuto Borzacchelli nella trama intessuta dalle talpe della procura. “Mi spaventava con nuove inchieste, che a suo dire, si erano aperte all’improvviso e che solo lui avrebbe potuto neutralizzare. E in cambio mi chiedeva soldi, appartamenti, automobili, ville a mare”.
Vincenzo Lo Giudice apparteneva – come dire? – alla stessa scuola. Dal libro - il grande libro - delle intercettazioni con le quali il procuratore antimafia Pietro Grasso lo ha incastrato viene fuori intanto un altissimo senso delle istituzioni. Quando si accorge che attorno alla sua segreteria di Canicattì cominciano a gironzolare poliziotti di ogni ordine e grado, in borghese e in divisa, si abbandona a uno sfogo: “Sbirri e figli di cani, li dovrebbero raccogliere pezzi a pezzi”. Mostra pure un alto senso della politica e del dialogo tra i partiti. Se un rappresentante dell’opposizione, nella sua tanto amata commissione Sanità della quale è presidente, esce allo scoperto e lo contesta, lui sfodera la ricetta più delicata: “Non ci sputo per non dargli confidenza”. Ma riesce soprattutto a fare sfoggio di una sua personalissima teoria sui rapporti tra mafia e politica, tra mafia e antimafia. Durante le feste di Natale si trova a parlare della sua riserva di voti, “almeno ventimila“, e commenta: “Fermo restando che io non faccio parte della chiesa però conosco i parrini”. Dove la chiesa è Cosa nostra e i parrini, cioè i preti, sono i mafiosi. Non ci vuole molto a capirlo. E se qualcuno non lo avesse capito, bastano queste altre parole per scoprire a quali chiodi fossero appese, in Sicilia, le giacche di “Mangialasagne”. “I parrini io li rispetto e a me mi hanno rispettato. Quelli giusti però, i mafiosi con le palle”, dice. E, a dimostrazione della propria serenità, aggiunge: “Mi hanno preannunziato almeno una ventina di volte un mandato di cattura… ma io non sono cornuto né finocchio né usuraio… hanno cercato di vedere collusioni, ma io…”. E giù risate, grasse risate. Come si confà a un “mangialasagne” attovagliato sempre e comunque al gusto della commensalità. Un gusto davanti al quale Nenè Lo Giudice non ha mai conosciuto pausa. Militava nella Democrazia cristiana e nel momento in cui la Dc non gli ha più servito la pietanza richiesta, è passato armi e bagagli al Psdi. E quando la prima Repubblica ha mostrato i primi segni di cedimento lui era già sull’altra zattera. Ha attraversato il ponte del Cdu, poi quello dell’Udeur di Mastella. E quando il suo amico Cuffaro, che era stato assessore all’Agricoltura nella giunta di centrosinistra, è passato in un sol colpo al centrodestra, lui ha rifatto in fretta e furia la valigia e si è guadagnato un posto nella barca a vela di Pier Ferdinando Casini, con Marco Follini e Rocco Buttiglione. “Io c’entro”. E lui c’è entrato.
Si dirà: ma non tutti, nell’Udc, hanno la disinvoltura di Nenè Lo Giudice; non tutti hanno la spregiudicatezza di Antonio Borzacchelli; non tutti hanno l’ambiguità di Domenico Miceli, di giorno inappuntabile assessore comunale di Palermo e di notte consigliori del boss Guttadauro; non tutti hanno la svelta agilità di Totò Cuffaro, detto “vasa vasa”, personaggio inimitabile, soprattutto quando si tratta di procurare voti, alleanze e sostegni per sé e per i propri amici. E’ vero: in un teatro come quello siciliano dove si è appena chiusa la stagione dell’antimafia militante - quella che con i processi politici, voleva riscrivere la storia d’Italia - è bene tenere sempre alta la guardia del dubbio e non sparare mai nel mucchio. Ma la “questione Udc” si presta anche a qualche altra considerazione. Ogni qualvolta le procure (di Palermo, Agrigento, Caltanissetta, Agrigento, Trapani, Catania) hanno messo nei guai ras e militanti, il segretario regionale del partito, Raffaele Lombardo, ha protestato parlando ora di complotto, ora di congiura, ora di persecuzione. Ha supplito così al silenzio dei vertici nazionali, caricandosi una croce che forse avrebbe dovuto essere anche di Marco Follini. Ma, come il cireneo della Passione, crede ben poco nel miracolo della parola. Anche perché le inchieste che con maggiore veemenza hanno colpito gli esponenti dell’Udc provengono da una magistratura difficilmente riconducibile a un uso politico della giustizia. Pietro Grasso, il capo della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, viene anzi contestato senza tregua proprio da quei pm che hanno tentato il volo dei grandi processi (da Andreotti a Carnevale, da Musotto a Mannino) e si sono poi sfracellati al suolo delle sentenze assolutorie. Contestato. Come il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, che negli anni chiodati di Gian Carlo Caselli era stato non a caso “agnuniàto”, stretto cioè in un angolo e costretto all’inattività. Grasso e Pignatone – Lombardo, pur da cireneo, lo ha riconosciuto pubblicamente – hanno mostrato nei confronti di Cuffaro, Miceli, Borzacchelli, fino a Nenè Lo Giudice, la massima cautela. E lo dimostra il fatto che le accuse non sono mai arrivate da quella zona grigia – giudiziariamente parlando – dove tanti pentiti si guadagnano abitualmente il pane; ma da indagini centrate su intercettazioni, pedinamenti, documenti bancari.

 

(31/03/2004)


 

Totò Cuffaro
http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/Cuffaro.html
Totò, Peppino e la Malapolitica

L'incredibile storia del presidente della Regione Sicilia. E della nuova «borghesia mafiosa» di Cosa nostra a Palermo

di Gianni Barbacetto e Alessio Gervasi


Totò Cuffaro e Bernardo Provenzano

C’è, nel Paese chiamato Italia, un’incredibile vicenda di politica e di mafia che molti conoscono, ma di cui nessuno parla. Una storia i cui singoli elementi sono noti, ma il risultato finale è invisibile. Una vicenda inesistente. La tv non ne parla. I giornali raccontano, in breve, di tanto in tanto, qualche passaggio, ma la trama complessiva resta sconosciuta.
E allora bisogna raccontarla, questa storia. Accade in Sicilia, nei palazzi del potere, della politica, dell’imprenditoria. E ha per protagonisti il politico più amato e votato dell’isola, Totò Cuffaro da Raffadali, e l’imprenditore più ricco e influente di Sicilia, Michele Aiello da Bagheria. Comprimari, in questa storia dove un ruolo centrale è giocato da Cosa nostra, non sono picciotti, pecorari, killer, ma stimati medici, irreprensibili professionisti: borghesia mafiosa, mai come oggi visibile nella trama sociale e criminale della Sicilia.
Questa, è chiaro, è una storia siciliana. Ma pone, come vedremo, un grosso problema anche alla politica nazionale: perché Totò Cuffaro, presidente della Regione e numero uno dell’Udc nell’isola, è l’azionista di maggioranza del partito di Casini, Follini e Buttiglione, che senza i voti raccolti in Sicilia da Cuffaro non potrebbero, a Roma, stare seduti dove sono. D’altra parte, qui è in corso una competizione durissima, come vedremo, tra Udc e Forza Italia, in lotta tra loro per conquistare il centro – in tutti i sensi – della scena politica.
Ma procediamo con ordine: questa storia, come tutte le storie siciliane, è complicata, dunque per non perdersi è necessario innanzitutto conoscerne personaggi e interpreti. Cuffaro e Aiello, protagonisti assoluti, li abbiamo già introdotti sulla scena. Il primo è un medico radiologo diventato politico straripante e infine presidente della Regione, dopo aver dimostrato sul campo di essere una macchina acchiappavoti, abilissimo a costruire consenso, tanto da aver saputo creare dal nulla, appunto, l’Udc, che qui è forte come in nessun’altra parte d’Italia (ha un quarto delle tessere e otto deputati su quaranta nazionali).
Al Nord è arrivata solo la leggenda di Totò Vasa-Vasa (Bacia-Bacia), per via dell’incredibile numero di mani che riesce a stringere e di baci che riesce a regalare nei suoi viaggi in giro per la Sicilia. Meno noto è un altro dei suoi soprannomi, “cioccolatino” (così veniva chiamato in vecchie intercettazioni telefoniche). E ancor meno conosciuta è la leggendaria dote delle sue agende, in cui sono memorizzati migliaia di nomi, e la sua mostruosa capacità di conoscere persone, incontrare gente, ricordare volti e nomi: per tutti ha la parola giusta, per ciascuno il saluto personalizzato, il ricordo preciso, la promessa da mantenere. Migliaia di richieste, grandi o minute, gli arrivano, personalmente o attraverso la sua segreteria. A tutte risponde, esaudendo le preghiere e dispensando miracoli.

Puffaro il kamikaze. L’ultimo miracolo l’ha fatto al Vinitaly di Verona, poche settimane fa: ha presentato due vini, “Euno” e “Pluzia”. Il primo è un nero d’Avola, il secondo un blend di grillo e chardonnay. Per la cronaca, Euno è un siciliano che nel secondo secolo avanti Cristo difese gli schiavi, per questo finì processato, ma fu infine dagli schiavi stessi proclamato re.
Il pubblico della tv lo vide per la prima volta nel 1993, durante una tesissima puntata di Samarcanda in cui Michele Santoro aveva voluto raccontare, in diretta da un teatro palermitano, le vicende di Calogero Mannino, boss democristiano accusato di essere sceso a patti con Cosa nostra. D’improvviso, irruppe sulla scena un ometto rotondo che, contro tutto e tutti, difese strillando il leader dc. Quell’ometto era Totò Cuffaro, allora sconosciuto collaboratore di Mannino. Dopo quell’azione kamikaze, l’ometto fu irriso e per lungo tempo chiamato Puffaro. Ma è stato sufficiente aspettare qualche anno e la ruota della storia lo ha riportato alla ribalta. E in posizione di primo piano, questa volta: era lui, ormai, il leader dell’eterna Dc targata Udc.
Sempre al governo: Totò Vasa-Vasa, diventato assessore regionale all’Agricoltura, era come la Terra nel sistema tolemaico, le maggioranze cambiavano, al centrodestra seguiva il centrosinistra e poi ancora il centrodestra, ma lui era sempre al suo posto, eterno assessore con ogni maggioranza. Fino al 2001, quando il voto popolare con un milione e mezzo di suffragi lo incorona “governatore” della Sicilia.
Cuffaro continua a controllare l’azienda di famiglia, una delle più grandi imprese siciliane di autolinee. Con ciò dà origine, in verità, a un piccolo conflitto d’interessi: con una mano elargisce, come presidente della Regione, finanziamenti ai trasportatori privati (una lobby potente che intasca denaro pubblico per 300 miliardi di lire l’anno); con l’altra incassa quei finanziamenti e li mette nella sua tasca d’imprenditore. Ma chi sta a guardare un conflitto d’interessi per qualche rete d’autobus, nell’Italia delle reti televisive?   
Totò, comunque, è soprattutto medico. Questo gli è stato utilissimo anche in politica: quante persone, da medico, ha incontrato, assistito, consolato, indirizzato, aiutato... Per tutti una ricetta, un consiglio, una raccomandazione. Quanti amici si è fatto, Totò, grazie al camice bianco, quanti voti si è conquistato. Ma il settore della sanità si presta a interventi anche più remunerativi. Un vecchio amico di partito, Salvatore Lanzalaco, con lui nella segreteria politica dell’onorevole Mannino, ha raccontato che già dalla fine degli anni Ottanta il giovane Cuffaro era, per conto di Mannino, il grande manovratore dei concorsi ospedalieri, lo specialista nella distribuzione di incarichi a medici e primari e di posti di lavoro in ospedali e Asl. Era lui – sempre secondo Lanzalaco – che determinava i membri delle commissioni di concorso, riuscendo così a “sistemare” da 2.000 a 2.500 tra medici e paramedici.
Lui nega, smussa, minimizza. Ammette, è vero, di aver ricevuto almeno 200 medici, nel 2001, accorsi a farsi segnalare per un concorso con in palio sei posti di assistente medico. Ma giura di avere sempre ascoltato tutti, senza aver mai fatto niente per nessuno (e come mai allora in tanti continuavano ad andare da lui?).

Aiello ne ha fatte di strade. Ha a che fare con la sanità anche il secondo protagonista di questa storia, Michele Aiello. Re delle cliniche siciliane, scrivono i giornali, proprietario di strutture mediche d’eccellenza, nel 2000 risulta essere il maggior contribuente della Sicilia: vuol dire che, se non è effettivamente il più ricco, è almeno quello che nell’isola deve dichiarare il reddito più alto (2.8 1997, infatti, Aiello entra nella società e sottoscrive l’aumento di capitale. I vecchi soci, tra cui Giacoma Vasa-Vasa, non seguono l’esempio e se ne vanno. Il Laboratorio diventa così di Aiello.
I guai per l’impresario di strade diventato re della sanità arrivano nel 2003. Di un certo Aiello in rapporti con Cosa nostra si era già sentito parlare a metà degli anni Novanta. Su un “pizzino”, un biglietto proveniente da Provenzano e caduto nelle mani degli sbirri nel 1994, era scritto: “Ditta Aiello: deve fare lavoro strada interpoderale a Bubudello. Lago di Pergusa Enna. Di Aiello deve fare lavoro strada interpoderale al Bivio Catena Piazza Armerina”. Ma è Nino Giuffré, l’ultimo dei “pentiti”, a far chiudere il cerchio: l’Aiello vicino a Bernardo Provenzano, con il suo assenso costruttore di strade prima e re della sanità poi, è proprio l’ingegnere di Bagheria. Arrestato il 5 novembre 2003, con l’accusa di essere un imprenditore a disposizione di Cosa nostra.

Il tariffario segreto. Destino comune, quello di Aiello e quello di Cuffaro: sono due uomini di successo del settore sanitario. Potevano non incontrarsi? Si conoscono, si parlano, si consultano, si vedono. Ma dalla primavera 2003, quando decollano le indagini su di loro, smettono di comunicare. Evidentemente sanno dell’inchiesta. Hanno un incontro diretto, ma con accorgimenti tali che sembra uscito da un film di spie. Avviene alle 18 del 31 ottobre 2003, cinque giorni prima dell’arresto di Aiello. Niente contatti diretti tra i due. Nessuna telefonata. Intermediari per fissare l’appuntamento. Luogo scelto: una boutique di Bagheria, Bertini Uomo. Cuffaro, per non avere testimoni, addirittura semina la scorta. E infine, eccolo di fronte ad Aiello. Di che cosa parlano? L’ingegnere, dopo l’arresto, lo confessa: “Quel giorno parlammo del tariffario regionale della sanità che a me interessava per i rimborsi delle prestazioni delle mie strutture, ma discutemmo anche delle indagini in corso”.
Sì, perché entrambi sanno che i carabinieri sono sulle loro tracce: hanno notizie di prima mano e una squadretta di spioni che li tiene ben informati. Cuffaro, nel suo interrogatorio del 9 febbraio 2004, non può non ammettere l’incontro, ma cerca di limitare i danni: “Non abbiamo parlato di indagini, ma solo del tariffario”. Quella del tariffario della sanità è una bella grana, in Sicilia. Mettete due cordate imprenditoriali in competizione tra loro: Aiello da una parte, Guido Filosto dall’altra. Mettete, alle loro spalle, due diversi sostegni politici: l’Udc di Cuffaro dietro Aiello, Forza Italia e l’assessore Ettore Cittadini dietro Filosto. Mettete che, comunque, è la Regione che paga sempre. Otterrete uno scontro epico, in cui diventa determinante il tariffario dei rimborsi regionali: se si pagano meglio gli interventi sofisticati, incassano di più le strutture d’eccellenza di Aiello; se si privilegiano le prestazioni medie, cresce il guadagno di Filosto. In casa di Aiello è stata sequestrata una bozza del tariffario regionale, ancora segreto, con sottolineate in blu le parti più “delicate”. Ma mentre lo scontro era ancora in corso, sono arrivati i carabinieri.
Ora la contesa continua sul piano politico: Forza Italia ha fatto il pieno di voti in Sicilia, ma l’Udc di Cuffaro continua a erodere consensi, e proprio nel bacino da cui attinge anche Forza Italia. La vocazione dell’Udc, in fondo, è quella di rendere inutile il partito di Berlusconi, di sostituirsi a Forza Italia, di conquistarne gli interlocutori (di ogni tipo), di riconquistare infine il ruolo che fu della Dc. Come finirà? A chi gioveranno le indagini in corso? Lo sapremo il 13 giugno.   

La squadretta di spioni. Per difendersi da eventuali indagini, Aiello aveva a disposizione una squadretta di spioni che lo informavano in tempo reale sulle inchieste, sulle intercettazioni, sulle microspie. Ne facevano parte il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, l’ex carabiniere passato alla politica (nell’Udc, naturalmente) Antonio Borzacchelli. Aiello per mesi non parla mai ai telefoni della sua clinica di Bagheria (sa che sono intercettati). A chi lo chiama fa dire che non c’è. Poi, appena viene sospeso il servizio d’intercettazione, si attacca al telefono e parla, parla, parla. Che qualcosa non quadri appare chiaro anche al tenente colonnello dei carabinieri che sta conducendo le indagini, Giammarco Sottili, che poi, con vezzo classico, titolerà il suo rapporto “Timeo Danaos”: “Temo i Greci, anche quando portano doni”, scriveva Virgilio. Il dono in questione era un grande cavallo di legno; e cavalli di Troia erano le talpe che scavavano tra investigatori e magistrati del palazzo di giustizia di Palermo per poi riferire ad Aiello. Avevano organizzato una rete telefonica parallela e segreta, per evitare le intercettazioni. Ma Sottili la scopre e scopre così il gioco delle talpe. Ciuro e Riolo vengono arrestati insieme ad Aiello.
Le notizie più delicate, però, arrivano al re delle cliniche da una fonte diversa, più informata: una supertalpa. Chi è? Secondo i magistrati è Totò Cuffaro in persona. È lui ad avvertire Aiello e i suoi coimputati degli snodi più delicati, dei passaggi più critici dell’indagine: “Cuffaro mi disse”, “L’ho saputo da Totò”, ripetono i protagonisti di questa storia. E le fonti del “governatore” non sono le talpine palermitane, ma semmai una qualche talpona romana. Finora senza volto.

Borghesia mafiosa. I guai di Cuffaro precedono quelli di Aiello. Cominciano nel 2001, quando due magistrati di Palermo determinati e intelligenti, Nino Di Matteo e Gaetano Paci, mettono sotto indagine un gruppo di professionisti palermitani. La loro attenzione è catturata dapprima da un medico quarantenne: Mimmo Miceli, ex assessore alla Sanità a Palermo, uomo di fiducia di Cuffaro, da questi posto al vertice della Multiservizi, la società che svolge le manutenzioni per il Comune di Palermo ed è uno dei serbatoi di consenso dell’Udc.
Miceli, secondo i magistrati, era in stretti rapporti con Giuseppe Guttadauro detto Peppino, ex primario dell’ospedale civico di Palermo. Oggi Guttadauro, come medico, è in pensione, ma resta in attività – sempre secondo i magistrati – come mafioso: boss di Brancaccio, già condannato in passato per la sua affiliazione a Cosa nostra, è lo sponsor di Miceli alle elezioni regionali del 2001. Miceli non riesce a essere eletto, ma diventa il braccio operativo di Guttadauro dentro l’amministrazione comunale e la politica. “Berlusconi, se vuole risolvere i suoi problemi, ci deve risolvere pure quelli nostri”, dice Guttadauro, intercettato dai carabinieri.
Nel mirino di Di Matteo e Paci entra anche un mafioso di Altofonte residente a Milano e a Milano in contatto con Marcello Dell’Utri: Salvatore Aragona, anch’egli medico, grande amico di Guttadauro, già condannato a nove anni per favoreggiamento di Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando contro Giovanni Falcone.
Borghesia mafiosa, gente colta, rispettati professionisti. Ben inseriti in quell’area grigia che collega Cosa nostra con la società, gli affari, la politica. Guttadauro, Aragona e Miceli vengono arrestati il 26 giugno 2003. Hanno tutti una cosa in comune: stretti rapporti con Totò Cuffaro. E Miceli, il pupillo di Guttadauro, che lo aveva sostenuto in campagna elettorale, era il tramite tra i mafiosi e Vasa-Vasa. Scatta così il primo avviso di garanzia inviato al presidente della Regione: per concorso esterno in associazione mafiosa. Totò era stato eletto “governatore” da meno di tre settimane e già andava a incontrare all’hotel Excelsior di Palermo, il 30 luglio 2001, Miceli e il cognato di Peppino Guttadauro, Vincenzo Greco, anch’egli medico, già condannato nel 1996 per avere curato il killer di padre Pino Puglisi. Peccato che le telecamere dei carabinieri abbiano ripreso tutto. Le microspie, poi, registrano Peppino che spiega alla moglie Gisella: “Ogni volta che ci andiamo ci devono mettere il tappeto, devono stare affacciati al finestrone e dire: stanno venendo. Perché quando tu fai a uno una campagna elettorale, e gliela fai per davvero, non è che poi si babbulia”. Non si scherza con il boss che ti ha fatto eleggere.   
Dopo aver individuato i rapporti tra Totò, Mimmo e Peppino, i magistrati si dedicano alle indagini su Aiello, sul suo collaboratore Aldo Carcione, sulle talpine e sulle talpone. Altri uomini dell’Udc finiscono sotto inchiesta: accanto a Miceli e Borzacchelli, capita al deputato nazionale Francesco Saverio Romano, uomo di collegamento tra Cuffaro e Roma; all’ex consigliere provinciale Antonino Cosimo D’Amico, candidato di Provenzano alle regionali del 2001 (“I picciotti di Bagheria hanno u piaciri di portare questo signore”, aveva detto Binnu a Giuffré, consegnandogli i “santini” elettorali da diffondere); a Bartolo Pellegrino, assessore di Cuffaro, che a pranzo con un boss malediva – intercettato – gli “sbirri e infami”; e a Nenè Lo Giudice, detto Mangialasagne, assessore regionale che aveva fatto la campagna elettorale con la musica del Padrino e diceva: “Io sono amico di quelli giusti, i mafiosi con le palle”.

Problema Udc. Ma gli occhi sono puntati su di lui, su Totò. Nessuno oggi ricorda più la vecchia inchiesta per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio aperta dalla procura di Agrigento su Cuffaro in quanto socio della H&C and Sons, proprietaria dell’albergo di Capo Rossello a Realmonte. Poca attenzione hanno avuto anche le rivelazioni di Gioacchino Genchi, superconsulente della procura di Palermo, che nel corso di un processo ha raccontato che il funzionario regionale Natale Tubiolo, escluso dal gabinetto del presidente Cuffaro dopo che erano state scoperte le sue pendenze giudiziarie, era in contatto con molti mafiosi e, contemporaneamente, con Cuffaro. Dimostrato dai tabulati telefonici del 1992-93, che evidenziano rapporti tra Tubiolo e Totò, allora deputato regionale. “Niente di scandaloso”, replica Cuffaro, “Tubiolo allora era un dirigente della Dc”.
Più clamore hanno fatto le indagini in corso a Palermo, in cui Cuffaro deve rispondere dei reati di concorso esterno in associazione mafiosa e rivelazione di segreto d’ufficio. A queste ora si è aggiunta l’indagine di Messina sullo smaltimento rifiuti: è accusato, anche qui, di aver divulgato notizie riservate sugli appalti. Del resto, Cuffaro è anche commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Sicilia. Da uomo trasversale qual è, Totò a Messina non si è smentito: è indagato insieme a uomini della sinistra, gli “imprenditori rossi” Gulino e il boss Ds Mirello Crisafulli.
Ma pochi hanno ritenuto scandaloso che il presidente della Regione sia indagato per mafia. Pochissimi hanno rilevato che già le ammissioni fatte (“Con Aiello abbiamo parlato solo del tariffario”) siano gravissime. La vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Angela Napoli di An, ha chiesto le dimissioni di Totò, ma è stata subito smentita anche dai leader del suo stesso partito.
Dell’affaire Cuffaro la politica non si cura. Non se ne cura il suo partito, solitamente così giudizioso a Roma. Non se ne curano i più alti esponenti dell’Udc, il presidente della Camera Pierferdinando Casini, il segretario Marco Follini, il ministro Rocco Buttiglione. Ormai la mafia non indigna, l’antimafia non appassiona. Un investigatore di Palermo dice, con un sorriso amaro: “La situazione è migliorata. Ieri si diceva: “La mafia non c’è”. Oggi si dice: “La mafia c’è stata””. Quanto a lui, Totò Cuffaro, dopo avere a suo tempo difeso dalle “mascariate” il suo amico e maestro Calogero Mannino, ora difende se stesso. Anche candidandosi alle elezioni europee: un seggio a Strasburgo vuol dire immunità.

(Diario, 30 aprile 2004)

http://www.megachip.info/modules.php?name=News&file=article&sid=1786

 

Mafia, la zona grigia 

di Claudio Fava


Martedì, 25 ottobre 2005

 

Nella lotta alle mafie, come nella vita, non è mai saggio procedere per categorie assolute: buoni e cattivi, vittime e carnefici, santi e peccatori... Lo ricordava bene, ieri sul Corriere, Sergio Romano. In alcune regioni italiane, e certamente in Sicilia e in Calabria, esiste una terra di mezzo in cui, spesso, la nettezza dei contorni sfugge: non tutti santi, non tutti peccatori, insomma. È quella vischiosità sociale, politica ed economica che stava già dentro le prime analisi giudiziarie del pool antimafia nella Palermo degli anni ottanta.

Gli imprenditori non collusi ma compiacenti, gli uomini politici disponibili all'ascolto, i professionisti comprensivi: todos caballeros, tutti uomini di mondo, un mondo di mezzo che doveva dimostrare di saper stare a tavola, quando occorreva, con giudici e capimafia.

Ed è vero che per anni, ignorando le dimensioni di questa vischiosità culturale, abbiamo continuano a celebrare l'azione purificatrice della magistratura come l'unica via per liberarci dalla mafia: i criminali in galera, i galantuomini al loro posto, punto e basta.

Non era e non è così. La terra di mezzo, la cosiddetta zona grigia, non è mai stata così affollata come in questi anni: quanti commercianti palermitani hanno scelto di pagare il pizzo sapendo che in fondo è il male minore (si ottiene protezione, si evitano le rapine, si campa tranquilli)?

Quanti piccoli imprenditori hanno accettato come intermediazione naturale quella offerta dalle cosche per partecipare al mercato dei subappalti pubblici? Quanti amministratori locali preferiscono chiudere gli occhi sul mercato del precariato controllato direttamente dalla mafia?

Quanti eletti (perfino al Parlamento), in Sicilia e altrove, hanno deciso che i voti non puzzano, nemmeno quelli che vengono garantiti dalle cosche locali?

Sono fatti. E rivelano un quadro molto più compromesso di qualche anno fa: una sorta di egemonia territoriale, economica e culturale che la mafia ha silenziosamente, efficacemente imposto su alcune regioni del Mezzogiorno. Ma è pur vero che in questi anni è cresciuta una consapevolezza non residuale, non messianica, che ha opposto alla mafia una nuova idea di cittadinanza.

Se la legge La Torre ha cominciato a produrre i suoi frutti, se i beni confiscati ai mafiosi sono diventati risorse sociali in grado perfino di creare reddito e occupazione lo dobbiamo ad una capacità di organizzazione civile che in Calabria e in Sicilia decine di associazioni e di cooperative giovanili hanno costruito sul territorio (valga per tutte l'esempio di Corleone, pasta, vino e olio prodotti sulle terre confiscate a Riina).

Se le associazioni antiracket hanno saputo reagire, un po’ dappertutto, all'utile arrendevolezza mostrata da centinaia di commercianti lo dobbiamo proprio alle esperienze associative maturate in questi anni, ad un ceto medio che ha saputo accettare la sfida per affrancarsi dalle vischiosità della terra di mezzo.

Insomma, cedere al ricatto non è mai un destino, una tara genetica, una necessità: è sempre una scelta. Alla quale ci si può sottrarre. In questo rivendico - per la mia esperienza, non per gusto ideologico - una differenza profonda, nei comportamenti e nello stile processi di mafia (con un rapporto di uno a venti tra amministrazioni del Polo e del centrosinistra), ai casi di immoralità politica acclarata e subìta senza batter ciglio dai partiti del centrodestra.

Milita nell'Udc, l'unico presidente di regione che, nella storia d'Italia, sia stato rinviato a giudizio per favoreggiamento mafioso.

Ed è il centrodestra che adesso lo ricandida alla presidenza della Sicilia. Per imporgli un passo indietro non occorreva una sentenza della magistratura: bastava semplicemente rileggersi le intercettazioni telefoniche, l'agenda delle sue frequentazioni personali, le fideiussioni politiche prestate agli uomini di Provenzano (vedi Aiello , il proprietario delle cliniche siciliane che riciclavano i soldi della mafia).

Eppure su questo (ed altro ancora) il centrodestra glissa. Come se in Sicilia questione morale e questione di governo fossero sempre reciprocamente autonome.

Laggiù destra e sinistra non sono, come scrive Romano, etichette di comodo: sono scelte di militanza e di campo politico.

Anche rispetto alla mafia. Paragonare il plebiscito a Salvo Lima nel '92 e a Luca Orlando eletto sindaco di Palermo nel '93 è una semplificazione. Tra l'elezione di Lima e quella di Orlando ci furono la strage di Capaci e quella di via D'Amelio. Orlando stravinse a Palermo come vinsero a Catania Enzo Bianco e a Messina il giudice Provvidenti: tre fortini della vecchia diccì limiana furono espugnati con estrema facilità.

Era un tempo in cui i siciliani credettero di saper costruire una forte alternativa politica, un'autentica primavera, la liberazione definitiva dai comitati d'affare...

Durò poco: un anno dopo in quelle stesse città Berlusconi stravinse con la sua tribù di sconosciuti, a Palermo fu seccamente sconfitto il giudice Caponnetto e trionfarono gli avvocati dei mafiosi. La volubilità dei siciliani, certo: la loro incostanza, la loro arrendevolezza... Ma per favore, non mettiamo sullo stesso piano Lima e Orlando. Nemmeno al bar dello sport.

da www.unita.it 


Torna alla pagina principale