FISICA/MENTE

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

69a SEDUTA

MERCOLEDI 23 MAGGIO 2000

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Indice degli interventi

Audizione col. Bonaventura

Audizione dr. Lupacchini

PRESIDENTE PRESIDENTE
BONAVENTURA LUPACCHINI
BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato
DE LUCA Athos (Verdi-l'Ulivo), senatore DE LUCA Athos (Verdi-l'Ulivo), senatore
FRAGALA' (AN), deputato FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2
MANCA (Forza Italia), senatore MANCA (Forza Italia), senatore
MAROTTA (Forza Italia), deputato SARACENI (Misto-Verdi), deputato

 

La seduta ha inizio alle ore 20,15.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito l’onorevole Bielli, segretario f.f., a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

BIELLI, segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta del 18 maggio 2000.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

 

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l’ultima seduta, sono pervenuti alcuni documenti il cui elenco è in distribuzione e che la Commissione acquisisce formalmente agli atti dell’inchiesta.

Rendo noto che è pervenuta alla Commissione una missiva del dottor Gabriele Chelazzi, attualmente sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, il quale, con riferimento alle indagini sul ritrovamento del borsello in Firenze di Lauro Azzolini, avanza la propria richiesta di essere audito, avendo quelle vicende interessato anche la sua attività di sostituto procuratore della Repubblica svolta in quella città a partire dal febbraio 1978. La decisione di audire il dottor Chelazzi potrà essere assunta dall'Ufficio di Presidenza allargato, che sarà prossimamente convocato.

Do il benvenuto ad un nuovo collega, l’onorevole Attili, che spero avremo modo di incontrare spesso nei lavori di questa Commissione che, come si renderà conto personalmente, a volte non sono troppo frequentati.

Dico subito che di fronte ad una richiesta di audizione, che ha gli agganci che ha, penso che la Commissione debba provvedere nel senso di accoglierle.

 

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DEL COLONNELLO UMBERTO BONAVENTURA.

Viene introdotto il colonnello Umberto Bonaventura.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del colonnello Umberto Bonaventura, che ringrazio per essere qui presente. Il colonnello Bonaventura era già venuto altre volte in questa sede, sia pure accompagnando prima il generale Siracusa e poi l'ammiraglio Battelli; quindi conosce il modus operandi della Commissione in sede di audizione. Introduco brevemente l'audizione del colonnello Bonaventura, al quale personalmente formulerò pochissime domande, lasciando poi ai colleghi della Commissione lo spazio per porre le loro, anche utilizzando il capitolato predisposto come sempre dai nostri consulenti.

Il colonnello Bonaventura sa, perché la questione è diventata di dominio pubblico, che la Commissione, negli approfondimenti cui è tenuta per legge sugli sviluppi dell'inchiesta del caso Moro, ha recentemente appuntato la sua attenzione sulla modalità con cui il covo di via Monte Nevoso fu scoperto e sul modo con cui all'interno dello stesso venne poi ritrovata la documentazione Moro. L'attività della Commissione ha fatto emergere una verità, e cioè che il covo di via Monte Nevoso non fu scoperto esattamente nei termini con cui le modalità della scoperta venivano esposte nel rapporto di polizia giudiziaria dell'epoca. E' una verità che si è fatta strada per gradi successivi, prima attraverso l'audizione del generale Dalla Chiesa alla Commissione Moro, poi attraverso l'audizione da parte di questa Commissione del generale Bozzo, poi da emersioni in un processo per calunnia o diffamazione che si svolgeva a carico di un carabiniere, e poi molto per effetto del lavoro di questa Commissione, che ha consentito che venisse definitivamente - per ora - accertato che in realtà il covo di via Monte Nevoso viene scoperto perché in Firenze il brigatista Lauro Azzolini smarrisce un borsello, perché nel borsello c'erano una serie di fonti indiziarie (libretto di circolazione di un motorino; tessera sanitaria di uno studio dentistico di Milano), perché queste fonti indiziarie vengono con grande rapidità, e direi con grande acume, sviluppate al massimo. Questo ha consentito, attraverso la scoperta del meccanico che aveva aggiustato il motorino, dei dipendenti dello studio dentistico che avevano curato i denti del brigatista Azzolini, di identificare in Azzolini colui che aveva perduto il borsello, quindi il brigatista ricercato attraverso attività di pedinamento che si svolgono durante il mese di agosto e settembre del 1978 e che portano all'individuazione del covo.

Direi, con mia sorpresa, che di fronte all'evidenza di una non corrispondenza al reale di ciò che risultava dal rapporto di polizia giudiziaria, il fatto che avessimo avanzato l'ipotesi che probabilmente questa non piena corrispondenza coprisse l'identità di un informatore, o forse addirittura di un infiltrato, ha causato scandalo, doglianze, lamentele, richieste di audizioni e polemiche varie. In realtà quello che abbiamo accertato è che questa non corrispondenza del rapporto di polizia giudiziaria alle modalità con cui il covo era stato scoperto tendeva a coprire non un informatore o addirittura un infiltrato, ma l'identità di alcuni testimoni che vengono utilizzati come se si trattasse di fonti informative; quindi non compaiono nel rapporto di polizia giudiziaria perché, data l'epoca in cui tutta questa vicenda si svolge, si nutrivano preoccupazioni sulla loro incolumità. Mi sembra anche che da tutto questo risulti che l'unico prezzo che si è pagato - di non poco rilievo, ma dal mio punto di vista probabilmente accettabile - è stato un mancato approfondimento indagativo sull'arma che era stata ritrovata nel borsello smarrito a Firenze. Infatti su quell'arma non si sono fatti accertamenti approfonditi, ci sono stati anche atti di sindacato parlamentare che hanno individuato una direzione verso cui forse sarebbe stato opportuno fare quegli approfondimenti; l'arma non è stata utilizzata in quella direzione, fu oggetto di una perizia da cui risultò che non era stata utilizzata da Azzolini in un omicidio da lui commesso, e poi alla fine è stata rottamata, quindi ha perduto qualsiasi possibilità, anche attuale, di costituire il punto di partenza di indagini ulteriori. Però tutto questo, nella verità che noi abbiamo ricostruito, costituisce un prezzo che si è pagato per poter proteggere l'identità di alcuni testimoni.

Il fatto però che l'aver sospettato che alla scoperta del covo di via Monte Nevoso si sia potuti giungere in virtù di informazioni diciamo riservate, o addirittura per opera di infiltrazioni, a mio avviso non autorizza, o non legittima, lo scandalo che si è suscitato o le polemiche che sono sorte. Perché a mio avviso è perfettamente normale che gli uomini del generale Dalla Chiesa abbiano in quell'epoca utilizzato sia fonti informative, sia tecniche di infiltrazione. Direi che questo non solo rientra ampiamente nei compiti istituzionali di cui il generale Dalla Chiesa era munito. Io ho rintracciato fra gli atti della Commissione Moro il decreto, che effettivamente forniva a Dalla Chiesa dei poteri eccezionali, perché erano poteri che costituivano un mix di attività di pubblica sicurezza, di attività di polizia giudiziaria e di attività di intelligence in senso proprio. Che gli uomini di Dalla Chiesa si siano avvalsi sia di informatori, sia di tecniche di infiltrazione è un dato pacifico perché attestato già dalla Commissione Moro nella sua relazione ufficiale sulla base di due rapporti che sulla propria attività il generale Dalla Chiesa inviò al Ministero dell'interno (uno in data 13 marzo 1979, uno in data 14 ottobre 1979) in cui si dimostra di quale spessore fu il complesso dell'attività che i gruppi operativi di Dalla Chiesa svolsero in quella vicenda. Quella è un’attività di notevolissimo spessore, anzitutto riguardo l’analisi del fenomeno e l’individuazione degli ambiti. Io, che ho riletto quei rapporti, trovo di particolare interesse tutto ciò che riguarda gli ambiti di contiguità delle Brigate rosse.

Colonnello, in quest’ultimo scorcio di legislatura noi abbiamo ascoltato il brigatista Maccari, che ci ha detto che ci saremmo meravigliati se avessimo conosciuto i nomi dei personaggi alto-borghesi, che oggi potrebbero anche ricoprire ruoli importanti nella nostra società, che allora facevano a gara per avere a cena un "guerrigliero". Così il professor Piperno ci ha detto di aver incontrato, dopo l’uccisione di Moro, Moretti a Roma in una casa alto borghese in Prati, e la personalità dell’ospite attivo, che non ci ha voluto rivelare, gli diede l’idea di quanto fosse esteso quest’ambito di contiguità di cui le Brigate rosse potevano avvalersi.

Leggo dalla relazione Moro: "Per la neutralizzazione delle colonne operative via via individuate, il nucleo si è attenuto al criterio di non disarticolare totalmente le reti scoperte al fine di garantire la possibilità di ulteriori inserimenti operativi e l’individuazione di altri anelli". Evidentemente, qualche brigatista è stato individuato e non è stato immediatamente catturato, ma lo si è seguito, lo si è lasciato in libertà per poterlo monitorare – secondo me con una tecnica investigativa efficace – e poter quindi raggiungere, dopo, risultati investigativi migliori. "Il reparto ha sviluppato, anche se con difficoltà, data la rigida compartimentazione delle BR, un’azione di proficua penetrazione nell’organizzazione eversiva".

Detto tutto questo, che dimostra come l’aver sospettato che tecniche di questo genere abbiano potuto portare all’individuazione del covo di via Monte Nevoso, anche se poi abbiamo accertato che così non è stato nel caso specifico di via Monte Nevoso, ciò non giustifica clamore, scandalo e soprattutto non dimostra affatto che la Commissione voglia addirittura mettere in dubbio la personalità del generale Dalla Chiesa e degli uomini dello Stato che efficacemente operarono all’epoca con il generale.

Rivolgo al colonnello la seguente domanda. Capisco le ragioni che, all’epoca dei rapporti del generale Dalla Chiesa al Ministro dell’interno, spingevano il generale ad essere discreto, a non fare nomi, a non specificare episodi, però adesso sono passati più di vent’anni: potremmo sapere di più, potrebbe oggi la Commissione essere meglio e più analiticamente informata in cosa sono consistite queste tecniche? Trovo che queste furono estremamente efficaci anche per i risultati che conseguirono e, semmai, oggi potrebbero essere di ammaestramento e di esempio nel contrasto, sia pure da parte di apparati non dotati dei poteri eccezionali attribuiti al generale Dalla Chiesa, alla nuova emergenza brigatista. Quale brigatista fu individuato e non immediatamente arrestato, lasciandogli spazio? Soprattutto quale attività di penetrazione il nucleo riuscì a compiere in questi ambiti di contiguità, che io trovo estremamente interessanti?

Secondo me, l’aspetto non ricostruito delle Brigate rosse è proprio chi erano gli intellettuali, gli alto-borghesi che fornivano alle Brigate rosse appoggio non soltanto morale, ma anche logistico? Dai rapporti del generale Dalla Chiesa si capisce che soprattutto in quegli ambienti si svolse un’attività di penetrazione, furono assunte informazioni. Personalmente ritengo che probabilmente in quegli ambienti, durante i cinquantacinque giorni del sequestro, si svolsero una serie di trattative, o di conati o di tentativi di trattative, che finirono per intrecciarsi e a bypassarsi a vicenda e probabilmente riuscirono a produrre soltanto confusione e non un utile risultato.

BONAVENTURA. Signor Presidente, la ringrazio. Per quanto concerne la vicenda Moro e quanto è stato fatto a Milano, il ritrovamento di via Monte Nevoso e altre attività, posso dirle con estrema chiarezza che non ci sono stati infiltrati.

In quegli anni e anche in epoca successiva, fu usato il sistema di individuare o avere notizie su un sospettato brigatista o quanto meno – come è successo in questa e in altre circostanze – individuare un latitante e, dopo, con grande responsabilità e rischio, stargli dietro. Noi seguivamo il sistema e il criterio che tutto ciò che tocca un latitante o uno che ci è stato indicato come contiguo è "oro". Quindi, si allarga un po’ il concetto di risalire nei rapporti, per quanto è possibile. Le posso dire che spesso e volentieri si è interrotto, nostro malgrado, un pedinamento perché non si riusciva a garantire una situazione di sicurezza.

Per quanto riguarda il covo di via Monte Nevoso, quel che ha indotto il generale Dalla Chiesa ad intervenire è molto semplice. Il 24 settembre è una giornata fortunata, perché da una parte il personale che gravitava nelle zone interessate vede Azzolini mangiare in compagnia di tre individui in una trattoria nella zona di Parco Lambro. Seguendo questi compagni di pranzo, individuiamo poi il covo di via Pallanza e - attraverso questo - quello di via Olivari.

Quel giorno era già in funzione quello che noi chiamavamo il "bugigattolo"; era domenica (non ricordo tutto esattamente, in questi giorni ho dovuto fare una ricostruzione, ma questo lo ricordo bene) e il personale che era di servizio al "bugigattolo" mi telefona e mi dice di aver fatto delle fotografie splendide, di essere sicuri che è uscita una donna - che al momento non riconoscono -, di averla fotografata e che mi avrebbero mandato subito i rullini. Una volta sviluppati questi, individuiamo Nadia Mantovani, che era la compagnia di Curcio, che era stata messa agli arresti domiciliari, mi pare dalla Corte di Assise, dai quali si era allontanata e si era resa latitante creando grande scalpore sui giornali.

Debbo fare un passo indietro, se il Presidente lo consente, anche per chiarire la storia di via Monte Nevoso e del borsello ritrovato a Firenze. Le cose stanno in questo modo: la sezione di Firenze ci informa che è stato rinvenuto un borsello al cui interno ci sono documenti che appartengono chiaramente all’area eversiva brigatista. Il fatto ci interessa perché c’è anche una tessera dei carabinieri in congedo e una ricevuta della Medicaldent di Milano. Il giorno 30 con questa ricevuta ci rechiamo presso questo studio, ma il personale non c’è; ritorniamo il 31 e chiediamo all’addetto alle schede di accedervi: emerge una scheda intestata ad un certo Gatelli di Brescia.

PRESIDENTE. Questo lo abbiamo accertato, per cui può essere più sintetico.

BONAVENTURA. Volevo rendere l’idea del modo e dei motivi per cui determinate cose sono state dette in un modo e in un altro. E’ chiaro che, oltre al personale della Medicaldent e alle dichiarazioni che ci vengono rilasciate dal titolare dell’officina e in particolare dal ragazzo che vi lavorava (il quale aveva visto la persona che aveva comprato il motorino, e una volta aveva visto questa persona scendere dal marciapiede di via Monte Nevoso all’altezza del civico 9 e così via), c’è il grosso problema delle chiavi trovate nel borsello: prima vengono provate negli stabili della strada con i numeri dispari e poi in quelli pari e, alla fine, una notte una chiave apre. A quel punto cerchiamo di capire chi vive in quello stabile: ci sono sessanta appartamenti, facciamo accertamenti catastali e l’attenzione si appunta su un appartamento al primo piano. Vi prego di tener sempre presente il fatto che non volevamo esporre il personale dell’officina e della Medicaldent. Ci rechiamo presso un inquilino di questo stabile il quale riferisce che al primo piano c’è un giovane che usa un motorino rosso, che si assenta spesso, esce la mattina presto e così via. Da qui prende le mosse un accertamento che svolgiamo all’inizio con i mezzi appostati sulla strada, ma nell’appartamento in quel periodo non c’è nessuno per il solito discorso delle ferie (poi invece scopriremo che all’interno c’era la Mantovani), finché il 27 agosto si ha notizia che l’inquilino è rientrato, per cui cominciamo a stargli dietro, a far fotografie. Vediamo che non ce la facciamo con i furgoni a nostra disposizione per cui cerchiamo di affittare un appartamento che ci possa permettere di vedere se c’è qualcuno senza esporci in mezzo alla strada. A questo punto c’è la storia riportata nella relazione e cioè i ragazzi diranno che c’è un fantasma, perché quando Azzolini esce si intravede un braccio e così via. Quando il famoso giorno 24 uscirà la Mantovani, il personale dirà di aver visto un braccio, la camicetta e così via. Esposta la questione al generale Dalla Chiesa, che aveva assunto dal mese di settembre il coordinamento di tutte le sezioni anticrimine (va tenuto presente che le indagini erano iniziate prima), di fronte alla questione della Mantovani, che aveva suscitato tutto quel clamore, decide che bisogna intervenire. Si decide la data del primo ottobre alle ore 8,30 di mattina, ora in cui solitamente Azzolini usciva di casa, anche se non calcolammo che quel giorno era entrata in vigore l’ora legale per cui egli uscì alle ore 9,15 e noi eravamo già in fibrillazione.

Per quanto riguarda il rapporto con i magistrati il generale Dalla Chiesa mi pregò di invitare il procuratore della Repubblica Gresti per dirgli che stavamo per intervenire su diversi obiettivi, che la questione era da tenere molto riservata e che, se fosse successo qualcosa, ci fosse il magistrato pronto ad intervenire. Mi recai in via Olivari, l’equipe che aveva individuato il covo di via Monte Nevoso volle recarsi lì, un altro collega andò in via Pallanza in quanto la tipografia, essendo domenica era chiusa, e il tizio non si era rintracciato. E’ chiaro che è stata una pecca nostra: non abbiamo riconosciuto Savino. Egli uscì dal portone la mattina e avvenne il conflitto a fuoco. Rendetevi conto che io ero in via Olivari, saputo della sparatoria è stato chiamato il magistrato e debbo dirvi che questo, alla luce delle notizie che giungevano di conflitto a fuoco e così via, appariva piuttosto irritato. Il collega, che era andato in quel posto, il dottor Pomarici lo ha "pestato" abbastanza. Io chiaramente sono intervenuto e abbiamo spiegato ai magistrati come erano andate le cose e così via. Non faccio il discorso dei testi perché se si trova un teste in grado di riconoscere qualche cosa occorre proteggerlo altrimenti le persone si sentono abbandonate, ma vi confesso che quel rapporto non è falso nel senso che abbiamo accusato qualcuno o altro, abbiamo omesso di dire qualche cosa.

PRESIDENTE. La Commissione lo ha capito.

BONAVENTURA. In quella circostanza e per quanto mi riguarda per tutto ciò che è relativo alle indagini durante il sequestro Moro non sono stati usati infiltrati.

PRESIDENTE. E nel periodo immediatamente successivo?

BONAVENTURA. Il periodo immediatamente successivo non riguardava il caso Moro. Possiamo chiamarle fonti…

PRESIDENTE. Le leggo una frase che scrive il generale Dalla Chiesa nel rapporto del 14 ottobre ‘79 al Ministro dell’interno: "L’opera di infiltrazione e di penetrazione nella struttura organizzativa delle principali organizzazioni eversive, già avviata proficuamente nel precedente periodo, si è rivelata, specie negli ultimi tempi, più aderente ed efficace. La struttura monolitica e impenetrabile delle organizzazioni eversive non costituisce, ormai, motivo di accentuata preoccupazione e significativi sono, a tal fine, anche i crescenti atteggiamenti di collaborazione con gli inquirenti assunti da elementi arrestati gravitanti nell’area dell’Autonomia organizzata… Anche l’impenetrabilità delle BR appare scalfita e compromessa, specie a livello verticistico». Che vuol dire? Escludo che il generale fosse un millantatore per cui ci deve essere una realtà che forse allora non poteva esporsi pienamente. La mia domanda è: esistono tuttora ragioni di riservatezza?

BONAVENTURA. E’ una relazione del 1979?

PRESIDENTE. Del 14 ottobre 1979.

BONAVENTURA. Si parla di diverse organizzazioni eversive. Teniamo presente che all’epoca non c’erano semplicemente le Brigate rosse, c’era Prima linea, c’erano le FCC, c’erano i reparti di attacco. Se lei si riferisce specificamente alle Brigate rosse, in quel periodo non c’erano questioni che le riguardavano. Posso affermarlo con estrema sincerità e schiettezza: per quanto riguarda la questione Moro e quella di via Monte Nevoso, che è di mia conoscenza (ero comandante della sezione anticrimine di Milano e lavoravo durante il periodo del coordinamento a Roma per quanto concerne l’esame dei documenti e così via), non ci sono stati infiltrati, non è a mia conoscenza l’esistenza di infiltrati nel periodo del sequestro Moro o per quanto riguarda le indagini dirette al sequestro Moro o nel periodo del 1978. Posso affermarlo in piena coscienza: mi dispiace che il generale Dalla Chiesa non sia più in vita…

PRESIDENTE. Purtroppo, perché afferma "anche l’impenetrabilità delle BR appare scalfita e compromessa, specie a livello verticistico". Sembra quasi che si sia incrinato il vertice delle Brigate rosse.

BONAVENTURA. Ci sono state diverse operazioni anche nei periodi successivi.

PRESIDENTE. Tutto questo significa secondo me soltanto attestare l’efficacia dell’azione di contrasto che svolgeva il generale Dalla Chiesa, non certo metterne in dubbio la correttezza.

BONAVENTURA. Signor Presidente, per quanto riguarda Milano - ma credo che il discorso valga anche per gli altri posti, - non ci sono stati infiltrati. Ho letto e ho sentito che un infiltrato poteva essere Azzolini, poteva essere Moretti, ma il discorso è ben diverso. Se avessimo avuto infiltrati come Azzolini o Moretti il discorso sarebbe stato ben diverso, non è assolutamente rispondente alla realtà dei fatti.

PRESIDENTE. Non penso affatto che Azzolini fosse un infiltrato.

BONAVENTURA. Non vengo a fare discussioni sul fatto che Azzolini è in galera da tanto tempo e così via. Certo, tra le altre cose all’epoca noi ci preoccupammo di non far capire alla controparte il modo in cui si era arrivati a loro. Poi, nella frase che lei ha letto, signor Presidente, quando Dalla Chiesa dice che non si interveniva definitivamente, questa era la teoria del "lasciare i rami verdi": quando si doveva intervenire lo si faceva più o meno ampiamente, però si lasciava sempre un ramo che sul momento poteva non essere importante, ma tuttavia poteva continuare a farci lavorare. Tenga presente che all’epoca si intrecciavano diverse cose: gli omicidi di Prima linea, le FCC e così via, era una situazione complessa. In tutta onestà ripeto che per quanto riguarda via Monte Nevoso e la vicenda Moro, che mi risulti non c’erano assolutamente infiltrati né del tipo Azzolini e Moretti, né di altro tipo. Forse deluderò la Commissione, ma questa è la realtà dei fatti.

Certo, capisco il modo con il quale poi gli atti sono stati trovati, il discorso del reparto operativo di Firenze, della sezione anticrimine di Firenze può destare domande. Io mi ero ripromesso di spiegare alla Commissione la questione della copertura, ma non so se il Presidente la ritiene utile o meno.

PRESIDENTE. Penso che ci saranno altre domande e ci sarà l’occasione di spiegarla. Un’ultima domanda: in via Monte Nevoso, durante il blitz ritrovate dattiloscritti delle carte Moro.

BONAVENTURA. Dattiloscritti in fotocopia, in due copie, parte sul tavolo, parte sulla libreria.

PRESIDENTE. Come il generale Dalla Chiesa sottolinea alla Commissione Moro, non si trattava però di una prima battitura.

BONAVENTURA. Mi sembra che fosse in fotocopia.

PRESIDENTE. La domanda è un’altra: in altri covi brigatisti si è mai trovata una sola fotocopia del dattiloscritto o degli originali delle carte Moro?

BONAVENTURA. A mia conoscenza, non mi risulta.

PRESIDENTE. Che spiegazione ne dà?

BONAVENTURA. E’ una domanda che ci siamo posti, era un po’ un cruccio. So che il generale Dalla Chiesa disse che si dovevano trovare, non si potevano non trovare, ma debbo dire che a quanto mi risulta non sono stati trovati da nessun’altra parte.

PRESIDENTE. Il generale Dalla Chiesa pone alla Commissione Moro il problema di chi li avesse recepiti. Una giornalista che abbiamo sentito ci ha ricordato che, secondo il generale Bozzo, c’era il sospetto che fossero state altre cordate istituzionali a recepire questa documentazione.

BONAVENTURA. Tralasciando via Monte Nevoso, devo dire che conosco molto bene il generale Bozzo: è stato mio coordinatore negli anni 1976, 1977, 1978, e così via. Egli ha fatto delle affermazioni che io mi permetto di non condividere. Però l’affermazione che altre cordate avessero recepito non è esatta, perché per quanto riguarda i documenti di cui si parla che non sono stati ritrovati da altre parti, non ho perplessità a dire che erano quelli e solamente quelli. Poi, se la Commissione vuol sapere in dettaglio lo può sapere. E’ vero, abbiamo una grossa pecca, il grosso neo del pannello, ma anche per quello ci può essere una spiegazione. Nel 1990, poi, non ho avuto il piacere di vedere se questi documenti erano diversi e in che cosa da quelli già ritrovati. Quando li lessi allora, mi sembrava che quei documenti fossero già abbastanza pesanti dal punto di vista generale.

PRESIDENTE. Questa è una valutazione che io condivido. Però il mio problema è un altro: Morucci ci ha detto di farci dire da Moretti il nome dell’irregolare che a Firenze batteva a macchina le carte Moro. Questo ci dà una prima traccia: le carte Moro arrivano a Firenze dove un irregolare le batte a macchina. Il dottor Pomarici e il dottor Spataro ci hanno detto che loro poi avevano accertato che in realtà questa documentazione era stata diffusa tra le "colonne", poi è arrivata in via Monte Nevoso dove, parte a terra e parte sul tavolo ci sono le copie dattiloscritte. Poi, dopo dodici anni, dietro un pannello si trovano le fotocopie degli originali: in parte coincidono con la parte dattiloscritta, in parte consentono una versione più integrata, più ampia del "memoriale Moro".

La mia domanda è la seguente: come mai da nessun’altra parte si trova una sola fotocopia di una sola pagina di questi dattiloscritti? Come mai nessun altro brigatista li aveva? Dove sono andati a finire? Tutto questo attira l’attenzione, pone un problema e degli interrogativi. Senza bisogno di essere dietrologi, poi, tutto questo si unisce a ciò che ci dice Franceschini, e cioè che in qualche modo, secondo lui, Moretti aveva utilizzato le carte di Moro per procurarsi un salvacondotto. Ecco un punto interrogativo che noi non riusciamo a risolvere, se non ponendo per la prima volta un problema che non era stato mai posto: non solo non si sono trovati gli originali, ma non si sono trovate neanche altre copie se non in via Monte Nevoso.

BONAVENTURA. Non si sono trovate neanche quelle che, secondo me, sono le registrazioni delle trascrizioni, perché neanche quelle sono state trovate. Mi creda, questo è un discorso che ci siamo posti anche noi in maniera netta. Ricordo che il generale Dalla Chiesa ci pensava, ci rifletteva e così via.

PRESIDENTE. Se ci pensiamo noi sembra che siamo dietrologi.

BONAVENTURA. Volevo solo dire che anche noi ci siamo posti il problema che in nessun’altra base abbiamo trovato delle copie. Tenga presente che negli anni successivi abbiamo dato in testa alla "colonna Walter Alasia", abbiamo arrestato diverse persone delle quali alcune hanno collaborato in maniera ampia, cioè in maniera veramente concreta e sentita. Posso dire, per esempio, che un brigatista, ideologo della "Walter Alasia" nel 1982, tale Pasinelli, ci disse che secondo lui c’erano altre cose oltre a soldi nel covo di via Monte Nevoso. Debbo dire che noi, in pieno dibattimento, siamo stati accusati di esserci appropriati di 40 milioni di lire perché loro chiaramente parlavano di soldi. Siamo stati veramente messi sotto. Pertanto, potrebbe sembrare assurdo, quando dopo dodici anni, essendo io in tutt’altra parte, vengo a sapere che, rimettendo a posto quella casa, viene trovato un pannello sotto la finestra dove dentro vi sono documenti e vengono trovati quei 40 milioni di lire fuori corso legale, da una parte sono stato contento che quei soldi sono stati ritrovati perché altrimenti sarebbe rimasto sempre il problema. Io so che qualcuno ha parlato di un calorifero. Questo lo ricordo esattamente, e posso anche spiegare il discorso del perché, ma purtroppo è stato un errore, ne abbiamo fatti tanti di errori. Sotto la finestra c’era una piccola libreria di 10-15 centimetri dove c’erano dei libri. Quando è stata fatta l’opera di smantellamento e di perforazione dei muri, stavano insonorizzando la cucina e quindi attirarono la nostra attenzione, non hanno perforato – io poi chiaramente ne ho parlato – in quel punto perché lo spessore era talmente limitato che si temeva di bucare il muro dall’altra parte. Noi con questa questione di via Monte Nevoso…

PRESIDENTE. Ce lo ha detto anche il dottor Pomarici; personalmente non riesco a dare una eccessiva importanza a questo aspetto: mi sembrano più importanti le altre cose di cui parlavamo, innanzi tutto il fatto che lei non conosce o non ci vuole dire chi erano questi altri infiltrati di cui parla Dalla Chiesa in maniera inequivoca. Negli archivi della sua divisione c’è niente che potrebbe interessare la Commissione?

BONAVENTURA. No, che io sappia.

PRESIDENTE. Mi rendo conto che i nomi delle fonti sono quel segreto di Stato che non è vincibile dalla magistratura e secondo me nemmeno da una Commissione d’inchiesta; però io preferirei che mi si dicesse che tuttora per motivi di sicurezza non si può dire chi era l’infiltrato, piuttosto che dire che non c’era, una volta che Dalla Chiesa ha scritto che c’era.

BONAVENTURA. Come fa Dalla Chiesa a scrivere… non lo so, io le posso dire con estrema lealtà che per via Monte Nevoso e sequestro Moro durante… non mi risulta...

PRESIDENTE. Che a via Monte Nevoso siete arrivati in quel modo lo do per accertato, cioè, senza informatori, né infiltrati. Nel sequestro Moro abbiamo visto che gli uomini di Dalla Chiesa erano addirittura in uno stato di inutilizzazione. Il colonnello Bozzo ci ha detto che addirittura, chiamato qui a Roma un gruppo… a proposito, lei ne faceva parte?

BONAVENTURA. Sì, io fui chiamato il giorno dopo e venni a Roma.

PRESIDENTE. E andò anche lei al cinema?

BONAVENTURA. No, non andammo al cinema.

PRESIDENTE. Perché Bozzo ci ha detto che siccome non sapevano che fare se ne andavano al cinema.

BONAVENTURA. Io non so se c’era il generale Bozzo e non mi permetto di fare commenti su di lui. So semplicemente che io venni chiamato, però, se mi permette di dirlo, la confusione regnava sovrana. Si pensava di tutto; mi ricordo che si fece, non da parte nostra, il famoso manifesto dei latitanti più famosi. C’era anche Giustino De Vuono e c’era anche uno che era stato arrestato, forse per truffa, ed era detenuto a Sciacca. Posso dire che dopo tre giorni me ne sono tornato. Ma potrei dire anche un’altra cosa, Presidente. Il problema delle Brigate rosse a Roma non era tanto presente. Mi ricordo la battuta che si faceva e cioè che il problema delle Brigate rosse era un problema nostro, del triangolo industriale: Milano, Genova e Torino.

PRESIDENTE. Quello che lei ci sta dicendo si gemella con quanto ci ha detto Bozzo, cioè che soffriste durante i cinquantacinque giorni una situazione di inutilizzazione, tant’è vero che come poi rientrate in campo siete di straordinaria efficacia. Una delle cose che secondo me non torna in tutta questa vicenda è che ci sono momenti di estrema efficacia nella risposta e poi, invece, momenti di collasso istituzionale.

BONAVENTURA. Io non conosco le questioni a Roma e così via. A me sembra che la questione di via Monte Nevoso sia abbastanza chiara. Cioè, noi abbiamo cercato di fare - e di errori ne abbiamo fatti, non è che non ne abbiamo fatti - quello che si riusciva a tirare fuori.

PRESIDENTE. Penso però che lei complessivamente riconosca quello che a me sembra evidente, cioè che era difficile utilizzare quel borsello meglio di come è stato utilizzato; viene utilizzato al massimo livello possibile: da indizi abbastanza labili in pochissimi giorni si arriva a via Monte Nevoso.

BONAVENTURA. Non in pochi giorni.

PRESIDENTE. Meno di un mese.

BONAVENTURA. Capitassero sempre…

PRESIDENTE. Voglio dire che se la risposta alle BR fosse stata costantemente di quel livello durante i 55 giorni, probabilmente via Montalcini sarebbe stata individuata.

BONAVENTURA. Sulla questione di via Montalcini è stato scritto ed è stato detto tanto però io sono abituato a parlare delle cose che vivo e che faccio; potrei farmi tante idee di cose che hanno fatto altri. Anzi, sui giornali in passato, spesso e volentieri, vedevo scritte cose fatte da me e dicevo: "mah!". Certo, posso benissimo dire che il discorso di via Montalcini è stato poco lineare, poco chiaro e superficiale. Però, più di questo… non ho fatto le indagini.

PRESIDENTE. Vuole sapere quali sono le cose che non tornano?

BONAVENTURA. Prego.

PRESIDENTE. Quanto a lungo pedinaste Azzolini nella vicenda di via Monte Nevoso?

BONAVENTURA. Dunque, Azzolini ci viene segnalato che è rientrato il 27 sera. Noi da quel momento ci mettiamo tutti attorno attrezzati con un furgone; però non si poteva stare. Cominciamo a fotografare tutte le persone che entrano ed escono e nel frattempo identifichiamo il proprietario, tale Gioia, e cominciamo a pedinarlo.

PRESIDENTE. Azzolini fu pedinato?

BONAVENTURA. Certo che è stato pedinato.

PRESIDENTE. Perché il dottor Pace nella sua audizione ci ha detto che le Brigate rosse non erano pedinabili.

BONAVENTURA. Chi è il dottor Pace?

PRESIDENTE. Uno che gestisce la trattativa PSI-BR per la liberazione di Moro.

BONAVENTURA. Pace-Piperno; nella mia testa è Pace-Piperno.

PRESIDENTE. Lui ci ha detto, come se giurasse una verità al di là di ogni dubbio, che i brigatisti non erano pedinabili; invece, un mese dopo, diventano pedinabilissimi. Le aggiungo che Azzolini è uno che perde il borsello a Firenze, e in esso la pistola e le chiavi del covo, e non riesce nemmeno a percepire che il covo cominciava a "bruciare".

BONAVENTURA. Io ho letto l’intervista ed anche su questo devo contrastare Azzolini. Sull’intervista ho letto che Azzolini afferma di aver cambiato la chiave dell’ingresso di casa…

BIELLI. Dice che voi provaste…

BONAVENTURA. Sì, ma le chiavi di casa erano due; la porta aveva due chiavi e quando i miei hanno fatto la prova, facendomi diventare "una bestia" – mi si perdoni il termine -, perché io non c’ero, loro dicono che una chiave girava – ci sono le relazioni – e l’altra no. Si pensò allora che dietro c’era la sbarra; con il senno del poi io ipotizzai che dentro ci poteva essere la Mantovani. La Mantovani, evidentemente, era dentro: Azzolini non c’era. Poi sapemmo da un altro che la Mantovani era stata prelevata e portata via e doveva andare da un’altra parte. Questo mi è stato ricordato di recente dai ragazzi, alcuni dei quali sono anche in congedo. Le chiavi furono adoperate anche dopo l’intervento quanto volevamo aprire. Poi una chiave fu da noi adoperata nei giorni in cui facevamo la perquisizione. Quindi, Azzolini dice di aver cambiato la serratura della porta, ma intanto nella porta c’erano due serrature. Quando i ragazzi hanno provato, una di queste serrature apriva, l’altra no e loro pensarono che dietro ci fosse… Quindi, sebbene non abbia importanza, anche questa affermazione di Azzolini il quale dice di aver cambiato la chiave, non mi risulta. Certo, da una parte siamo stati molto bravi, dall’altra no. Però è chiaro che forse Azzolini non pensava che attraverso la Medicaldent si arrivasse lì.

PRESIDENTE. Quindi, da un lato, un’efficacissima azione investigativa, dall’altro, perlomeno un brigatista che si lascia pedinare, che non è così bravo da impedire il pedinamento, con buona pace del dottor Pace.

BONAVENTURA. Il dottor Pace può dire quel che vuole, ma il caso Azzolini si è risolto in breve tempo. In altri casi abbiamo pedinato gente anche per un anno e mezzo.

MANCA. Vorrei riprendere il discorso sugli infiltrati e sulle dichiarazioni del generale Dalla Chiesa. Può escludere tassativamente che ci fossero degli infiltrati a sua insaputa? Questa possibilità potrebbe conciliare le due versioni: lei non sapeva nulla di infiltrati perché non era stato messo al corrente.

BONAVENTURA. E’ difficile in un contesto generale che non lo sapessi, però tutto è possibile. Il generale Dalla Chiesa non c’è più e mi riesce difficile smentire.

MANCA. Non lo sta smentendo, perché lei ha detto che non le risultava che vi fossero. Che grado aveva allora?

BONAVENTURA. Ero capitano.

MANCA. Vorrei ricordare che una delle ragioni fondamentali dell’esistenza di questa Commissione, che giustifica la nostra attività, è quella di riferire in Parlamento sulle ragioni per cui non sono stati scoperti gli autori delle stragi affinché il Parlamento possa individuare le misure necessarie per evitare che accadano ancora. Le mie domande sono fatte alla luce di questo chiarimento. Poi le spiegherò perché le ho chiesto il grado che aveva allora. Dunque, perché è stato scelto? Perché si è trovato in questo settore, in prima linea, così specializzato, così di punta?

BONAVENTURA. Sono arrivato in servizio provvisorio, chiamato a Milano nel 1972, dopo la questione Feltrinelli, perché c’era molto lavoro. Ero scapolo, lo sono tuttora, mi hanno mandato a Milano dal Nucleo investigativo di Venezia. Lì ho cominciato a lavorare. Posso dire che cominciammo a usare un metodo prima non praticato, non per colpa di altri. Cominciammo a non cercare più armi e soldi, ma a perdere tempo a leggere le carte. Ho fatto la mia prima esperienza sui reperti dei covi di via Boiardo e sui reperti di Feltrinelli. Ho cominciato a lavorare con De Vincenzo, Lombardi e altri. Io e gli altri lavoravamo sui reati contro la personalità dello Stato e in tutto eravamo sei. Facemmo una esperienza che ci portò ad essere chiamati a Torino dopo il sequestro Sossi, quando venne costituito il Nucleo speciale di polizia giudiziaria. Ora può far ridere, ma vi erano questioni che per noi erano normali. Mi riferisco, ad esempio, al fatto che i brigatisti usavano le targhe dei mezzi pubblici in quanto, se scoperti, non poteva risultare che erano rubate. Questo per noi era un patrimonio acquisito. Non vorrei dire qualcosa di troppo, ma quando vi fu il sequestro Sossi e fummo inviati a Genova, c’era la segnalazione di un guardiacaccia che aveva visto delle auto di cui aveva preso il numero di targa nei giorni precedenti. Fu fatto un accertamento e risultò che le targhe erano di mezzi pubblici di Milano. Per noi quell’elemento significava moltissimo. Questo episodio avvenne dalle parti di Torriglia.

Dopo questa esperienza e dopo la vicenda di Curcio e Franceschini, sono rientrato a Milano. Devo dire che ebbi subito diversi contrasti. Ora mi sembra poco simpatico dirlo perché il generale Dalla Chiesa non c’è più, ma lui stesso dopo molti anni riconobbe il mio disaccordo all’arresto di Curcio e Franceschini. Alla ripresa dei lavori dopo le ferie rientrai a Milano, ma andai a comandare una compagnia a Monza perché ero stufo.

PRESIDENTE. Anche a noi è stato detto che l’operazione era prematura.

BONAVENTURA. Potrei dare una spiegazione, ma il generale Dalla Chiesa non c’è più. La spiegazione è banale: era stato costituito il Nucleo speciale, ma non era ancora consistente. Nella mia documentazione è scritto che io non ero d’accordo. Dopo l’arresto sono stato fuori sei mesi, poi il Comandante di divisione, generale Palombi, mi richiamò. Non bisogna confondere il generale Palombi con il generale Palumbo che comandava nel 1972-1973.

PRESIDENTE. Quindi Palombi non è la "Pastrengo"?

BONAVENTURA. Sì, è la "Pastrengo". Palumbo la comandava prima. C’è tutto il discorso di Bozzo, della P2 e così via.

Poi venne Palombi che mi richiamò, mi disse di rientrare. Era stato sciolto il Nucleo speciale di Torino, il personale era stato mandato nei luoghi principali. Io dissi al Comando generale che, anche in maniera incolpevole, molti colleghi si erano esposti. Pignero e altri, che avevano firmato atti, ce li siamo trovati tutti, si scoprivano le agende e così via. Allora proposi di fare l’attività anticrimine con personale che doveva lavorare non sotto copertura, ma senza esporsi, senza pubblico, senza conferenze stampa e gli atti dovevano essere firmati dai Nuclei operativi delle rispettive sedi. Lo dico anche per spiegare la questione Negroni: per inciso, Negroni, non solo ha lavorato dieci giorni dentro la base, ma era parente di uno dei miei uomini, quindi non c’era contrasto.

Nell’agosto del 1978 Dalla Chiesa ebbe il decreto e tutte le sezioni anticrimine che dipendevano dalle rispettive divisioni sono passate sotto di lui. So che il generale Bozzo ha riferito alcune cose. Ci sono stati contrasti, questioni, qualcuno ha anche scritto un libro, ma non ne vorrei parlare.

MANCA. Volevo soltanto mettere un tassello per vedere il quadro della preparazione. Infatti la mia domanda specifica è questa: qual era, a suo giudizio, il livello di preparazione e di operatività di carabinieri e polizia in quel periodo? In particolare, poteva essere di gran lunga differente da quello che aveva caratterizzato l’opera di intelligence dello Stato cinque mesi prima a Roma, al tempo del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro?

BONAVENTURA. A quale periodo si riferisce?

MANCA. All’epoca del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, quindi al 1978. La rapidità e l’efficacia – nove brigatisti arrestati, armi e documenti sequestrati – dell’operazione di via Monte Nevoso sembrano in contrasto con lo stato di apparente inefficienza e di impotenza delle forze investigative, che è stato più volte rappresentato in questa Commissione, da ultimo dal professor Cappelletti il quale, dicendo che c’era il vuoto nell’ambito politico, ha detto che c’era il vuoto dappertutto, argomento che gli ho contestato. Vorrei conoscere la sua opinione circa la preparazione dei carabinieri e della polizia ed eventualmente anche sulla magistratura, quindi su tutte le forze e le istituzioni che in quel momento erano interessate alla vicenda.

BONAVENTURA. Pochi minuti fa ho fatto una battuta di cui forse mi sono pentito. Ho lavorato al nord a Milano, a Torino ed altrove. A Roma si diceva che il problema delle Brigate rosse riguardava il triangolo industriale, quindi Torino, Milano, Genova, che a Roma c’erano gli "indiani metropolitani". Ho poi accennato all’essere più portati a leggere che non a cercare armi e soldi, ma non desidero fare torto a nessuno. Forse indirettamente ho risposto alla sua domanda ma onestamente non posso esprimere un giudizio su colleghi e su altre forze di polizia in altre parti d’Italia. Posso parlare di Milano. Non ero a Milano ma nel 1976 in quella città è stato arrestato Curcio e sono state fatte altre attività e operazioni. Alla fine del 1978 e nel 1979 mi sono comunque trovato ugualmente con un morto la mattina e con un altro morto la sera.

MANCA. Lei parla di "ragazzi", espressione a me cara in quanto, avendo fatto parte delle forze armate, so che lei si riferisce ai suoi collaboratori. Vorrei conoscere il profilo e il grado dei suoi "ragazzi".

BONAVENTURA. La sezione anticrimine era composta da circa quaranta persone, con tre ufficiali alle mie dipendenze. C’erano anche capitani alle mie dipendenze, più giovani di me; c’erano poi sottufficiali e carabinieri. Alla sezione anticrimine si andava solo se si dimostrava di essere in grado, non si era semplicemente trasferiti. Poteva capitare che molti "ragazzi", che in divisa erano efficienti, non lo erano altrettanto in borghese. Infatti, imparare a pedinare è altra cosa. Mi sono tirato dietro questo personale fino al 1986-‘87.

MANCA. Lei ha indirettamente risposto alla mia domanda. Ho elementi per dedurre, cosa che ho sempre pensato, che l’impreparazione in questi casi riguardava altre istituzioni dello Stato. Vorrei sapere quali erano i rapporti fra i carabinieri e la procura di Milano.

BONAVENTURA. Erano abbastanza buoni, anzi ottimi. Mi riferisco agli anni caldi, dal 1977 al 1982. Non abbiamo detto nulla prima ai magistrati su via Monte Nevoso. In quel caso, indirettamente sono stato responsabile del messaggio citato da quell’esponente della questura di Milano. Vi renderete conto che, dopo quello che è successo quella domenica, il giorno di via Monte Nevoso, in quattro parti diverse, la questura di via Fatebenefratelli e la DIGOS con cui lavoravamo sono venute a chiederci. Sono stato messo sull’attenti dal generale Dalla Chiesa per mantenere il massimo riserbo, tanto è vero che andai all’ingresso e feci lo gnorri, feci solo capire loro che avevamo avuto qualche notizia. In seguito, la questura di Milano ha fatto il messaggio. Mi ricordo che ai tempi di Meterangelis e di Plantone c’era la massima collaborazione, abbiamo avuto alcuni morti, episodi come Padovani/Alasia, che ci hanno cementato. Specialmente nel 1979-‘80 abbiamo lavorato molto insieme ed eravamo molto affiatati. I ragazzi si conoscevano fra loro e le posso dire che quando i miei facevano servizio alle metropolitane, nella zona di Lambrate, qualche volta hanno incontrato i colleghi della DIGOS – la vecchia S.D.S. – che gli hanno chiesto cosa stessero facendo. Hanno risposto che stavano lavorando.

BIELLI. Nelle sue considerazioni, c’è una questione su cui vorrei concentrare l’attenzione e su cui vorrei ricevere una risposta. C’è stato detto che esisteva una convergenza fra le procure di Milano e di Firenze ed anche fra i servizi di sicurezza, non mi pare si siano evidenziati grandi contrasti. Lei ha detto che, per quanto riguardava via Monte Nevoso, il cosiddetto rapporto che non dice cose false ma le omette è stato redatto per ragioni di sicurezza. E’ una questione legittima ma è contraddetta dal fatto che, appena un mese dopo, da Firenze parte una nota in cui - non può essere che in un mese la sicurezza si possa essere vanificata – di quelle persone, delle quali voi avevate omesso le generalità, vengono diffusi i nomi, i numeri di telefono, il luogo dove abitano.

BONAVENTURA. Non ho presente questo.

BIELLI. Le farò avere la documentazione. Si fa il nome del dottor Mario Bottazzi, residente a Milano in via Chopin n. 70, la dottoressa Montebello residente a Milano in via Bucozzo n. 5, telefono 2154818, Oppici Marisa, Crea Antonio, nato a Melito di Porto Salvo, provincia di Reggio Calabria. Questa è la nota dei carabinieri del 29 novembre 1978. Sono convinto che lei abbia detto cose sagge quando ha affermato che esisteva un problema di sicurezza ma, se c’era un buon rapporto, il problema della sicurezza riguardava solamente lei? Il coordinamento, di cui si è detto che era positivo, in un mese non esisteva più? Allora dove stava il coordinamento e dove stava questa esigenza di sicurezza? Lei capirà che queste mie considerazioni si basano su un dato; poi io capisco - e lo dico per esperienza diretta - che chi lavora sbaglia. Si può anche sbagliare, solamente chi non fa niente non corre questo rischio e quindi da questo punto di vista io posso capire l'errore. Però questo non è più un errore, nel senso che c'era un'esigenza così forte da una parte, e perché non doveva essere tale dall'altra?

BONAVENTURA. Io l'ho notata questa storia, anche se poi non ho seguito molto bene chi ha risposto. Però a me sembra che poi sia arrivata la richiesta del fascicolo ed è stato risposto che nessuno era in grado di riconoscere, se non vado errato…

PRESIDENTE. Alla fine arriva addirittura una nota in cui si dice che è addirittura incerto che il borsello l'avesse perduto Azzolini!

BONAVENTURA. Questo veramente non saprei…

PRESIDENTE. Il dottor Baglione archivia il fascicolo che aveva aperto sul ritrovamento del borsello sulla base di una informativa dei carabinieri che gli dicono che non era certo che il borsello fosse stato perduto dal brigatista Azzolini. Questo non a Milano, a Firenze.

BONAVENTURA. Voglio rispondere che a me sembra che poi viene mandato il fascicolo processuale ai carabinieri e non alla magistratura. Cioè, mi sembra che la procura di Firenze mandi il fascicolo processuale attraverso i carabinieri di Firenze a noi, se non vado errato. Questo mi sembra di ricordare. La risposta è che non si è in grado, però io capisco che questo ora desti molte perplessità, non lo metto in dubbio. Però, mi creda, quando succedevano questi fatti, cioè in epoca successiva, noi a tutto pensavamo tranne che a questa questione. Se Firenze fece quella prima informativa dicendo i nomi, però poi il discorso è che tutto è stato archiviato. Nel dettaglio non me lo ricordo, mi perdoni; molto probabilmente la questione venne blindata sempre per il concetto di tutelare le persone. Lei si immagini: fu mostrato l'album delle fotografie alla dottoressa dello studio Medicaldent ed ella riconobbe con buona certezza Azzolini, anche se era una fotografia di quando Azzolini era ricercato per aver ammazzato il questore Cusano. Senz'altro potrà essere una manchevolezza, ma - mi creda - dopo due o tre mesi, assodato il fatto che bisognava tutelare, non ci siamo più preoccupati di questo, quindi qualche discrepanza ci deve essere stata. Però mi sembra che alla fine la questione sia stata chiusa.

BIELLI. Colonnello, in Commissione stragi le cose su cui noi concentriamo l'attenzione sono soprattutto le discrepanze, nel senso che sono più le discrepanze che alcuni dati obiettivi su cui si può lavorare. Questa è una discrepanza e lei la giustifica. Io provo ad aggiungere altre discrepanze che si sono verificate. Ad esempio, il famoso motorino che avrebbe permesso poi di individuare meglio Azzolini. Cosa dice Azzolini intervistato dalla giornalista Calabrò del "Corriere della Sera"? Dice: io non ero assolutamente preoccupato perché quel motorino mi era stato rubato. Quindi, prima ci viene detto che era davanti alla casa, e dal fatto che fosse davanti alla casa si individuava più o meno il numero civico … provi a riflettere su chi si trova da questa parte e di fronte a certi dati ad un certo punto si compone un quadro che non è più un mosaico, ma un qualcosa in cui i vari pezzetti non stanno più insieme. Noi stiamo cercando di ricomporre questo mosaico e, le assicuro, non c'è da parte mia l'intenzione di voler individuare qualche colpevole. Noi stiamo cercando di fare una cosa diversa, cioè di poter ricostruire pezzi della storia di questo Paese che io credo siano importanti per il Paese stesso. Quindi, c'è questa discrepanza.

BONAVENTURA. Posso chiarirla questa discrepanza. Noi abbiamo avuto due indicazioni, a parte quella del motorino venduto ad un giovane alto così, eccetera; abbiamo poi avuto un'altra indicazione sul motorino dal ragazzo dell’officina, che una volta lo aveva visto scendere dal motorino sul marciapiede di via Monte Nevoso, mi sembra di averlo detto prima, tant'è vero che abbiamo perso parecchie notti sui numeri dispari. Ma c'è una questione: quando noi individuiamo Azzolini che va alla tipografia di via Buschi, e si identifica il titolare della tipografia e così via, i "ragazzi" vedranno dentro la tipografia il motorino. E lo scrivono nella relazione, per cui mi sembra che poi il motorino venga sequestrato. Ora, io non voglio mettere in dubbio quello che dice Azzolini, però qui c'è la realtà dei fatti. Il motorino era dentro la tipografia di chi stampava le carte di identità false, di chi stampava i volantini della colonna e così via. Sarà un falso ricordo, io mi sono permesso anche di dire il discorso della chiave, però sono dei dati di fatto su cui posso a ragione parlare.

BIELLI. Rispetto a quelle che lei dice incongruenze, poi dà una sua giustificazione sulla base dell'esperienza e dei ricordi. Noi ci siamo trovati di fronte a dei magistrati che hanno detto che in verità tutti coloro che ponevano dei dubbi volevano quasi mettere in discussione il lavoro di altri. Sto pensando a Pomarici e Spataro, con atteggiamento che è stato in questa sede, per quanto mi riguarda, estremamente negativo, quasi che noi volessimo colpevolizzare qualcuno. Noi non abbiamo questo compito, stiamo cercando di fare altre cose. Poi ci troviamo di fronte, anche nell'audizione con lei, ad altre due questioni, in cui le cose che dice lei sono diverse rispetto ad affermazioni fatte da altri che sono stati seduti su quella stessa sedia. Gliene ricordo due. La prima riguarda Pace. Credo che seguire Pace avrebbe potuto portare molto in alto fra i brigatisti, visto che lui ha affermato che incontri con brigatisti ne ha avuti continuamente.

BONAVENTURA. Noi ne abbiamo seguito un altro di Potere Operaio, che ci ha portato molto avanti qui a Roma.

BIELLI. Piperno ci dice che due mesi dopo l'uccisione di Moro si è trovato in una casa vicino a Piazza Cavour a Roma e ha incontrato Moretti: pensi, se Piperno fosse stato seguito, Moretti sarebbe stato trovato in tempi brevi! Pace ci dice: ma vi rendete conto che il pedinamento era impossibile? Lei ci dice: se un investigatore non è capace di pedinare non è più un investigatore. Voi avevate trovato l'appartamento per fotografare di fronte a via Monte Nevoso, o avete sempre fatto il lavoro dai furgoni…

BONAVENTURA. No, avevamo un appartamento; dal giorno 19, quando la situazione era insostenibile proprio per i motivi che si sanno. Noi abbiamo impiegato più furgoni, ci siamo fatti prestare furgoni, il personale ha impiegato le sue macchine; si è posto quindi il problema di trovare la base, quello che i "ragazzi" chiamavano il "bugigattolo". Potrei anche dire che è stata impiegata anche la famiglia di un mio dipendente che abitava da quelle parti e ci faceva da ponte. Comunque, sono ora pronto a rispondere alle altre domande.

BIELLI. Su "La Repubblica" del 6 ottobre 1978 Giorgio Bocca scrive, in relazione al covo di via Monte Nevoso, che le carte di Moro furono esaminate da personalità politiche e militari prima dei magistrati. Cosa ne pensa di questa affermazione? Quali furono le disposizioni adottate subito dopo l’irruzione? Queste erano tali da impedire una tale evenienza?

BONAVENTURA. Il 1° ottobre mi trovavo in via Olivari, avviene il conflitto a fuoco e quello che ho già spiegato; dopodiché mi reco in via Monte Nevoso, dove comincia la perquisizione. Mi reco in sede e, mentre sono lì, mi chiama l’ufficiale del gruppo responsabile della perquisizione. Ricordo che furono istituiti dei gruppi misti, composti da personale dell’anticrimine e personale del nucleo operativo; il concetto fondamentale era che non si usciva se non si finiva di verbalizzare, anche se certo non pensavamo che ci fosse tanto materiale a via Monte Nevoso. Il collega mi informa che sono state ritrovate delle carte di Moro. Ne parlo e me le faccio mandare. E’ chiaro che il generale Dalla Chiesa le ha viste e le avrà portate senz’altro a Roma; però escludo nel modo più assoluto e tassativo che qualcosa sia stato sottratto, come mi sembra si voglia sottintendere.

PRESIDENTE. Il dettaglio mi sembra importante. Voi esaminate queste carte.

BONAVENTURA. Il collega Arlati mi dice di aver trovato diverso materiale su Moro; lo riferisco e me lo faccio mandare. Facciamo delle fotocopie.

BIELLI. Come è possibile che su alcuni quotidiani due giorni dopo avviene già una fuga di notizie?

PRESIDENTE. Il colonnello ci sta dicendo una cosa che finora non era mai emersa. Una parte della materialità dei ritrovamenti esce da Via Monte Nevoso e poi ci ritorna.

BONAVENTURA. Sì. Facciamo delle fotocopie, le diamo al generale Dalla Chiesa, e poi questo materiale ritorna nel covo per fare la verbalizzazione. Lo dico tranquillamente, senza alcun problema.

PRESIDENTE. Se fossi stato il magistrato inquirente, mi sarei molto "incavolato". Si entra in un covo, deve arrivare l’autorità giudiziaria e si spostano le cose che stanno nel covo stesso prima dell’arrivo del giudice e che possa operare il sequestro?

BONAVENTURA. Il verbale di sequestro lo facciamo noi, ne rispondiamo noi, non lo fa il magistrato. Forse sembrerà strano l’episodio, ma è sempre nell’ambito della responsabilità di chi opera. Se poi qualcuno pensa o suppone che delle carte siano uscite e non siano state verbalizzate, sbaglia nel modo più assoluto.

PRESIDENTE. Non penso niente, abbiamo il dovere di non pensare.

BONAVENTURA. Se ci fosse stato qualcosa che non andava, non avrei raccontato l’episodio con la massima tranquillità. Oltretutto, mi dispiace, perché il generale Dalla Chiesa non c’è più.

BIELLI. Da quel che ci ha detto emerge comunque che le carte hanno subito un passaggio che noi non conoscevamo. Lei fa le sue considerazioni, ma questo è un episodio che fino a questo momento – almeno per l’esperienza di questa Commissione – non avevamo mai conosciuto. Ma quanti sono gli episodi che sentiamo per la prima volta e che non trovano riscontro? Poco fa il Presidente le ha chiesto se per caso fosse a conoscenza che in altri covi erano state trovate lettere di Moro. Lei ha risposto di non esserne a conoscenza.

BONAVENTURA. Non ne sono a conoscenza e non ritengo che siano state trovate.

BIELLI. Pomarici e Spataro lasciano intendere che siano state trovate lettere in altri covi.

BONAVENTURA. E’ una novità anche per me.

BIELLI. A questo punto, posso pensare che in altri covi potrebbero essere state ritrovate e aver subìto la stessa operazione.

BONAVENTURA. Quale operazione? Non vorrei che questo discorso che ho riferito, che mi telefonano, mi dicono che ci sono dei documenti, che dico di portarmeli per vederli, che li fotocopiamo e li riportiamo a via Monte Nevoso, fosse equivocato. Onestamente non vedo la illiceità della questione. Io sono il verbalizzante, faccio il verbale e ne rispondo.

BIELLI. Quindi voi avete verbalizzato tutto. Esiste un documento in cui voi dite di aver trovato quelle carte e di quanti fogli si trattavano?

BONAVENTURA. Certo, c’è un verbale di duecento pagine.

BIELLI. Lei ha parlato del ritrovamento e di essersi fatto mandare le carte, di averle esaminate e fotocopiate. Quando avete compiuto questo lavoro ci sarà un verbale in cui scrivete di quante carte si trattava e con quali caratteristiche. Altrimenti, chi può sapere cosa è accaduto dal momento in cui le avete prese a quando sono state recapitate.

BONAVENTURA. Mi perdoni, sono qua io che glielo dico. Se non si fida di quel che dico, il discorso è chiaro.

BIELLI. Mi insegna lei che non bisogna fidarsi, nel senso che il suo lavoro, proprio in ragione del fatto di fidarsi e del suo ruolo, esige che lei queste cose deve documentarle. Altrimenti, potrebbero attaccare proprio lei.

BONAVENTURA. Cosa debbo documentare? Io faccio un verbale e do atto che in quel posto ho ritrovato determinati oggetti. Se sottraggo delle cose è un conto, ma se momentaneamente le sposto è un altro. Questo è importante, tanto è vero che poi siamo stati subissati dalla questione delle carte di Moro. Non vedo irregolarità o illiceità. Faccio un verbale di sequestro in cui dico che nel tale giorno ho trovato questo. Successivamente, abbiamo fatto fotocopie a non finire, anche dei soldi, per fortuna. Lei forse dà un taglio diverso a quello che dico io.

BIELLI. Esiste un verbale in cui lei scrive che le carte di Moro sono queste, che sono state recapitate a lei per poi essere restituite dopo aver fatto le opportune fotocopie?

BONAVENTURA. Non esiste tale verbale. Stanno facendo una perquisizione. Del sequestro rispondo io e sono sempre io che debbo documentare le cose rinvenute in quella sede. Non ritengo assolutamente che qualcuno possa aver sottratto delle cose e non averle consegnate.

BIELLI. Colonnello, lei è un uomo che ha lavorato contro il terrorismo e credo che si evidenzi il lavoro che lei ha svolto. Per quanto mi riguarda, credo alle cose che lei dice; però le dico che quando si rivestono posti di responsabilità come i suoi, se fossi al suo posto non vorrei dire che è la mia parola che testimonia che mi sono comportato bene. Intendo dire che, rispetto ad una situazione di questo tipo, proprio in ragione del fatto che io mi fido di lei, le dico che il metodo con cui viene portata avanti può lasciare adito a dubbi, proprio in ragione del fatto che c’è la sua parola rispetto a tutti gli altri. Le ripeto, posso crederle nel senso che non ho nulla per poter pensare cose diverse, ma in una situazione di questo tipo si renda conto che siamo di fronte al fatto che le dobbiamo credere sulla parola e so che, nel vostro ambiente e anche nel nostro, questa non è sempre la cosa migliore.

BONAVENTURA. L’ho affermato con la massima tranquillità perché non ritengo di aver fatto nulla di particolare. Sono il verbalizzante, ne rispondo, se al mio superiore dico di aver trovato una cosa importante e gliela faccio vedere non penso che comporti…, anche perché ne rispondo, non sottraggo, debbo fare il verbale. Mi dispiace se forse il modo con cui mi sono espresso ha potuto causare un equivoco e la ringrazio di aver creduto alla mia parola.

MAROTTA. Ma cosa doveva fare di diverso?

BIELLI. Non doveva far prendere quelle carte.

PRESIDENTE. Si trattava di un verbale di sequestro. Le cose sequestrate vengono rimosse dal luogo dove sono state ritrovate, poi vengono riportate e poi verbalizzate. Le sembra normale? Al colonnello Bonaventura abbiamo già detto che crediamo, ma se i fogli trovati erano trecento, poi sono stati portati via e ne sono rientrati duecentonovantacinque, alla fine sul verbale risulta questa cifra.

BONAVENTURA. Mi perdoni, signor Presidente. L’ufficiale che mi ha mandato… sa quanti erano i fogli.

PRESIDENTE. Quello che possiamo sapere è quanti fogli sono ritornati e quanti verbalizzati e c’è la sua parola che corrispondono a quanti ne erano usciti, ma c’è solo la sua parola.

BONAVENTURA. Onorevole Bielli, la ringrazio di avermi creduto, ma potevamo allora fare qualsiasi cosa, potevamo distruggere e così via. Ripeto, la ringrazio di credere alla mia parola ma se trovavamo qualche cosa che non andava potevamo farlo sparire. Purtroppo, facciamo un verbale di cui rispondiamo. Mi perdoni, ho detto che il gruppo era misto, cioè c’era personale dell’anticrimine e del nucleo operativo. Il discorso era: si entra dentro e si esce semplicemente quando si finiscono di stendere i verbali, per cui non potevano sparire.

PRESIDENTE. Che sicurezza c’è se le persone che entrano non escono, ma escono le cose oggetto della verbalizzazione!

BONAVENTURA. A parte il fatto che questo avveniva verso le 11,00 di mattina per cui ancora si dovevano rendere conto di tutto quello che c’era, faccio presente la questione, il generale mi dice di fargli vedere quel materiale ed io così faccio: ed è quello che mi ha mandato il capitano Arlati, che corrisponde a quello che è ritornato. Forse sono stato un po’ ingenuo a dire una cosa del genere, ma è la realtà.

FRAGALA’. Ringrazio il colonnello Bonaventura per la sua disponibilità. Al contrario di quanto è stato detto fino ad ora, mi pare che l’operazione di via Monte Nevoso sia un’operazione di indagine classica, che oggi ci può anche stupire perché siamo abituati solo alle indagini sulle indicazioni dei cosiddetti pentiti mentre quella è stata un’operazione di polizia giudiziaria in cui gli investigatori sono riusciti, attraverso la composizione di un mosaico fatto da diversi tasselli, a fare un quadro che ha portato all’individuazione…

PRESIDENTE. Perché sarebbe il contrario di quello che abbiamo detto fino adesso? Io avevo detto le stesse cose proprio nel momento in cui lei si è allontanato.

FRAGALA’. Perché mi pare si voglia insistere, non solo nel caso del colonnello Bonaventura ma anche in altre audizioni, nel sostenere per forza che in questa vicenda vi possa essere stato un infiltrato e che il ritrovamento del borsello sia soltanto una messa in scena per coprire l’identità di un informatore o di un infiltrato. Prendo atto che il colonnello Bonaventura, come i pubblici ministeri Spataro e Pomarici, ha ribadito che si è trattato di un’investigazione di tipo classico senza alcun apporto di informatori o di infiltrati.

Desidero rivolgerle alcune domande che riguardano la sua attività di investigatore all’epoca, in particolare relativamente a quella zona grigia dei fiancheggiatori delle BR che erano annidati negli apparati burocratici dello Stato, nella magistratura, tra gli intellettuali, addirittura in alcune stanze del potere. Nel 1972, quale comandante della terza sezione del nucleo investigativo di Milano, condusse approfondite indagini sulle rivelazioni di Marco Pisetta, poi condensate nel famoso memoriale.

BONAVENTURA. Mi perdoni, il memoriale non ha niente a che vedere con il verbale di Pisetta. Il memoriale è uno scritto suo, indipendente dal rapporto con l’autorità giudiziaria.

FRAGALA’. Sto dicendo questo. In quel memoriale Pisetta tracciò una sorta di mappa trasversale del partito armato che comprendeva i GAP di Feltrinelli, le Brigate rosse, Potere operaio, il braccio occulto di Lotta continua fino a lambire alcune frange della sinistra tradizionale. Nelle sue investigazioni trovò riscontri alle dichiarazioni di Pisetta e perché secondo lei l’indagine della magistratura non fu incisiva?

BONAVENTURA. Potere operaio ha dato molti elementi alle formazioni armate, altre organizzazioni avevano – è stato provato dalle indagini – anche il piano illegale, il piano di autofinanziamento, il piano di attività a similitudine di quelle che erano le azioni rivendicate dalle Brigate rosse, ma effettivamente, intorno all’anno 1974, non si aveva molta certezza perché c’era sempre il discorso: sono compagni che sbagliano, sono fascisti, sedicenti Brigate rosse. Questa era l’offesa maggiore che si faceva alle stesse: ho parlato con molti di loro che hanno collaborato e posso dire che per alcuni il termine "pentito" era appropriato, mentre ora è abusato in altri campi come quelli della criminalità; loro ci credevano veramente per cui chiamarli "sedicenti" era pesante. Nel 1977 ci siamo trovati di fronte al grosso problema del movimento, parliamo di Negri, del movimento che predicava il disordine di massa. Da questo movimento sono nate tutta una serie di organizzazioni, tipo le FCC e Prima linea che, dopo il sequestro e l’omicidio di Moro, sono corse ad emulare quella vicenda. Per esempio, la "Brigata XXVIII marzo" che ha ammazzato Tobagi e altri, quasi una emulazione. Io ho sentito il discorso che ha fatto Pace, ma perché non lo ha detto in altri tempi? Io accoppiavo insieme i nomi Pace e Piperno, cioè Potere operaio e così via, ma se la gente ritiene sbagliate determinate cose perché non lo dice prima? Lo stesso Toni Negri frequentava certi ambienti, aveva un ascendente fortissimo: gli ambienti radical-chic erano piuttosto affascinati.

PRESIDENTE. Lei prima diceva, quasi per inciso: ne pedinammo uno di Potere operaio che ci portò molto in alto. Chi pedinaste qui a Roma?

BONAVENTURA. In questo momento non ricordo il nome.

PRESIDENTE. Dove vi portò?

BONAVENTURA. Ci portò a tutto un giro, all’operazione in cui è stata arrestata, mi sembra qui a Roma, la Braghetti, gli altri, eccetera. Se non sbaglio era Piccioni.

PRESIDENTE. Ma vi portò per mano o perché lo pedinavate?

BONAVENTURA. Perché lo pedinavamo.

PRESIDENTE. Dico questo perché leggo sempre quanto scritto dal generale Dalla Chiesa (come giustamente ha detto lei, metodologicamente, è bene sempre leggere le carte): "anche i crescenti atteggiamenti di collaborazione con gli inquirenti assunti da elementi arrestati gravitanti nell’area dell’Autonomia organizzata".

BONAVENTURA. Abbiamo avuto diverse collaborazioni di persone dopo che venivano arrestate, ma non può fare assolutamente nessun riferimento al discorso di Piccioni. Mi creda sulla parola, Presidente.

FRAGALA’. Lei ha accertato dei rapporti tra Feltrinelli e l’editore veneto Ventura?

BONAVENTURA. Qui stiamo parlando del 1972. No, non mi sembra.

FRAGALA’. Lei nel 1971-‘72, come nucleo investigativo, acquisì informazioni sulla militanza di Moretti nel "Superclan"?

BONAVENTURA. Nel 1971 io ero a Venezia. Nel 1972 c’è la storia del "Superclan", della suddivisione tra "Superclan", poi si arriva all’Hyperion e così via. Lì vennero fatti degli accertamenti che poi non ebbero grande soddisfazione.

PRESIDENTE. Sulla domanda precedente, può dirci se c’erano rapporti tra Feltrinelli e l’editore veneto Ventura?

BONAVENTURA. No, assolutamente.

PRESIDENTE. Noi abbiamo sentito il dottor Arcai di Brescia, che ci ha dato una serie di indicazioni che vanno proprio nel senso della domanda posta dall’onorevole Fragalà, cioè sulla possibilità che ci potessero essere anelli di congiunzione tra eversione di destra ed eversione di sinistra. Il dottor Arcai ci ha spinti a riflettere sul fatto che il traliccio di Segrate su cui salta in aria Feltrinelli si trovava a non grande distanza dall’officina di Segrate di Fumagalli. Poi, il colonnello Bozzo, suo ex collega, ci ha parlato addirittura di un sospetto del generale Dalla Chiesa che andava in questo senso. Lei con la sua esperienza può dirci qualche cosa?

BONAVENTURA. Posso dire che non ho mai riscontrato cose di questo genere. Si possono fare discorsi sul cui prodest, su questo siamo d’accordo.

PRESIDENTE. Volevo sapere se c’erano almeno indizi di possibili collegamenti.

BONAVENTURA. No, non mi risulta.

FRAGALA’. Colonnello Bonaventura, due dipendenti del COIN che, nel dicembre del 1971, erano ritenuti basisti della prima rapina compiuta dalle Brigate rosse, furono arrestati soltanto nel 1974. Le chiedo se a lei risulta che a queste due persone nel frattempo fu rivolta la proposta di collaborare con il SID.

BONAVENTURA. Mi può dire i nomi?

FRAGALA’. I nomi sono riportati nelle dichiarazioni di Pisetta. Egli parla di questi due impiegati del supermercato COIN di Milano, che erano ritenuti basisti della prima rapina fatta dalle Brigate rosse nel dicembre del 1971. Questi qui furono individuati nel 1971 ma furono arrestati soltanto nel 1974. Le chiedo se nel frattempo ci fu il tentativo di arruolarli come informatori del SID. Ha mai saputo niente di questo?

BONAVENTURA. Nel 1971 non ero a Milano, ma quando Pisetta venne rintracciato andai con il giudice istruttore ad interrogarlo e a prendere la deposizione. Guardi, potrei dire una bugia, non mi ricordo assolutamente. Lei parla di COIN e questo mi dice qualcosa, ma non mi ricordo assolutamente la circostanza di questi due e del tentativo di essere arruolati dal SID.

FRAGALA’. In pratica questi furono individuati subito dopo la rapina del 1971 e furono arrestati soltanto nel 1974.

BONAVENTURA. Tenga presente che Pisetta era stato arrestato dalla polizia, non dai carabinieri. Questo passaggio onestamente non me lo ricordo. Ha destato la mia curiosità, non so come farò a soddisfarla.

FRAGALA’. Lei nel 1972 come comandante della terza sezione nucleo investigativo fece delle indagini sulle dichiarazioni di Pisetta?

BONAVENTURA. Certamente.

FRAGALA’. Nelle dichiarazioni di Pisetta si faceva riferimento a questi due che avevano fatto da basisti per la rapina delle Brigate rosse nel dicembre 1971 e che invece furono arrestati nel 1974. So bene che Pisetta fu arrestato dalla polizia però le indagini le condusse lei.

BONAVENTURA. Dopo che venne rintracciato dal gruppo di Trento.

FRAGALA’. Non ricorda questo particolare?

BONAVENTURA. Onestamente non me lo ricordo.

FRAGALA’. Lei ricorda l’attività del sostituto procuratore Guido Viola a Milano? Ci sono state polemiche anche abbastanza recenti, quando Viola ha rivelato di essere stato sottoposto dai suoi colleghi di Magistratura democratica ad una specie di processo del popolo. Era presente anche Elena Paciotti. Quindi Viola, se lei ricorda, si occupò delle indagini sull’omicidio Calabresi che si indirizzarono subito verso alcune persone ritenute possibili basiste di quell’omicidio, ma le indagini furono improvvisamente sottratte a Viola e affidate ad un altro magistrato.

BONAVENTURA. Esattamente a Riccardelli, lo ricordo perché ero lì. La causa per cui sono rimasto a Milano purtroppo è stata quella.

FRAGALA’. Può dire alla Commissione se la pista che era stata individuata dal procuratore Viola sull’omicidio Calabresi fu poi approfondita?

BONAVENTURA. Anche su questa storia ci sono state diversissime polemiche circa i riconoscimenti, eccetera, se ne è parlato. Però che ci fosse una pista particolare non lo ricordo. Le indagini furono poi tolte a Viola e date a Riccardelli. Cioè, io mi ricordo che Riccardelli era il pubblico ministero, tant’è vero che furono arrestate delle persone che poi vennero rimesse in libertà, perché non erano… e così via, ma il motivo per cui da Viola passarono a Riccardelli in questo momento non lo ricordo. Mi ricordo che il dottor Viola era stato accusato in quanto era stato fotografato proprio di fronte ad uno dei covi, con la polizia, il magistrato con la pistola, e così via. Quindi, c’era un po’ una questione… però il caso specifico onestamente debbo dire che non me lo ricordo.

FRAGALA’. Quindi, su quella prima pista Calabresi lei non ricorda niente.

BONAVENTURA. No, perché lì si seguirono molte cose.

PRESIDENTE. Se non sbaglio, lei è stato uno dei protagonisti del pentimento di Marino.

BONAVENTURA. Io non sono stato il protagonista di tale pentimento.

PRESIDENTE. Dalla stampa le viene attribuito…

BONAVENTURA. Presidente, ne possiamo parlare, non ho alcun problema a farlo, oltretutto ero ufficiale di polizia giudiziaria. Io sono stato chiamato da un collega che mi sembra stava a Sarzana il quale mi disse che c’era un soggetto che poteva parlare o non parlare. Mi ricordo che erano i primi giorni di caldo. Siccome in questi giorni avviene sempre che la gente "dà i numeri" e telefona alle centrali operative, io feci questa battuta, che vi dico con molta tranquillità: quando mi dissero che veniva la sera, verso le undici e trenta-mezzanotte pensai che questa persona facesse la maschera in un cinema. Il nome lo seppi molto tempo dopo. Mi ricordo che le prime sere, quando parlavo con lui, questa persona, che mi guardava, si fregava le mani, dicendo di "avere un peso" e "di essere stato", mi sembrava la classica figura del Cipputi. È andata avanti così e poi alla fine molte cose che ha detto sono state riscontrate. Stiamo però andando su un argomento diverso.

FRAGALA’. A proposito di questa zona grigia dei personaggi che colludevano con le Brigate rosse, lei conosce i motivi delle accuse che il generale Dalla Chiesa dopo l’arresto di Curcio e Franceschini e dopo la scoperta del covo di Robbiano di Mediglia rivolse al giudice istruttore di Milano Ciro di Vincenzo. Lei conosce i motivi delle accuse?

BONAVENTURA. C’era il sospetto di una certa benevolenza verso una determinata area e non si capiva se era benevolenza oppure un non voler credere a delle cose. Questo è stato un po’ un discorso abbastanza increscioso.

FRAGALA’. Io le faccio una domanda specifica la cui risposta può interessare la Commissione. Vorrei sapere se oltre le accuse di collusione con le Brigate rosse rivolte da Dalla Chiesa…

BONAVENTURA. Non credo che Dalla Chiesa accusò De Vincenzo di collusione con le Brigate rosse.

FRAGALA’. Questo si sosteneva allora.

BONAVENTURA. Non la ricordo in questo senso: Dalla Chiesa disse che magari il magistrato non era stato abbastanza profondo ed incisivo nelle questioni, ma di collusione con le BR…

FRAGALA’. Di Vincenzo non era un pubblico ministero, era un giudice istruttore che, per la forma ibrida che esisteva nel vecchio codice, rimaneva tale; non era un investigatore, un pubblico ministero. Quindi, Dalla Chiesa non si poteva lamentare di atteggiamenti poco incisivi. Lui si lamentava di altro.Le faccio una domanda specifica. È vero che vi fu uno scontro tra Dalla Chiesa e Di Vincenzo riguardo il mancato arresto di Mario Moretti negli incontri con "frate Mitra"?

BONAVENTURA. Assolutamente. Io non seguivo la questione di "frate Mitra", ma non mi ricordo assolutamente che quest’ultimo avesse detto che c’era Moretti. Magari deve chiederlo a chi ha sollevato la questione; io non mi ricordo che c’era Moretti negli incontri con "frate Mitra".

PRESIDENTE. Era Di Vincenzo che contestava a Dalla Chiesa questo fatto?

FRAGALA’. No, era Dalla Chiesa a farlo.

PRESIDENTE. Dove era giudice istruttore Di Vincenzo?

FRAGALA’. A Milano.

PRESIDENTE. Quindi, che rapporto potevano avere gli incontri fra Moretti e "frate Mitra"?

FRAGALA’. Dalla Chiesa sosteneva che Di Vincenzo era quasi una antenna della Brigate rosse all’interno degli apparati giudiziari. Questo era il problema.

PRESIDENTE. E che c’entrava Di Vincenzo con Moretti e "frate Mitra"?

FRAGALA’. Questo sto chiedendo, cioè se è vero che c’è stato uno scontro che ha riguardato il mancato arresto di Moretti.

BONAVENTURA. Non lo so, ma tendo ad escluderlo.

PRESIDENTE. Secondo Dalla Chiesa la soffiata a Moretti del blitz che si stava facendo, in cui cadono Curcio e Franceschini, poteva avvenire da Di Vincenzo.

BONAVENTURA. Mi perdoni, ma a me riesce molto difficile pensare che Di Vincenzo sapesse dell’attività che si faceva a Torino e che un collega portava avanti con "frate Mitra". Lui infatti era giudice istruttore a Milano. E sa bene poi come Dalla Chiesa fosse abbastanza… Non lo ritengo, nel modo più assoluto. Non mi risulta e non lo ritengo. Non mi risulta, perché non lo ricordo; non lo ritengo, per questi motivi.

FRAGALA’. Lei è al corrente dei motivi per cui nel 1974, nel pieno delle indagini sul GAP e le Brigate rosse, il colonnello Pietro Rossi, allora comandante del nucleo operativo di Milano dispose nuove ricerche di Natale Burato, latitante da venticinque anni, condannato per alcuni omicidi della volante rossa e riparato in Cecoslovacchia. Cioè, si pensò che in quel momento Natale Burato fosse tornato in Italia e avesse riorganizzato il GAP di Feltrinelli e fosse dietro alcune operazioni delle Brigate rosse. Le chiedo se lei è a conoscenza di questa iniziativa di Pietro Rossi su questo soggetto.

BONAVENTURA. Il colonnello, che forse all’epoca era maggiore, era il mio comandante del nucleo investigativo nel 1974.

FRAGALA’. Che si chiamava allora nucleo operativo?

BONAVENTURA. No, nucleo investigativo, fino al 1978.

FRAGALA’. Lei di queste nuove ricerche su Natale Burato non sa nulla?

BONAVENTURA. Non mi risulta. Mi sembra abbastanza strano, perché io avevo, sì e no, dieci persone che mi interessavano ma disponevo di tre nuclei e, come ho detto prima, mi interessavo dei reati contro la personalità dello Stato quando è sorta la questione. Non mi ricordo assolutamente.

FRAGALA’. Lei sa se le aziende proprietarie degli appartamenti di via Monte Nevoso, ove si appostarono i suoi carabinieri per sorvegliare il covo delle Brigate rosse nelle settimane precedenti il blitz del 1978, avevano rapporti commerciali con enti militari?

BONAVENTURA. Mi ricordo semplicemente che dovemmo interessare Roma perché la società era di Roma, mi sembra, e c’erano difficoltà in quanto non ci volevano dare l’appartamento. Facemmo quindi intervenire i colleghi di Roma. Ma che questa società avesse rapporti con enti militari…

FRAGALA’. Sì, la società aveva sede a Pomezia.

BIELLI. A che numero civico era l’appartamento?

BONAVENTURA. Onestamente non me lo ricordo.

FRAGALA’. È giustificato.

BONAVENTURA. Non ricordo il discorso. Ricordo che era insostenibile la situazione, perché si rischiavano i mezzi, non c’era la possibilità di stare: il nostro problema era di trovare un posto dove stare e guardare tranquillamente. Fu individuato questo appartamento vuoto e si incaricò Roma perché dipendeva da Roma. Che vi fossero rapporti con enti militari non lo ricordo.

DE LUCA Athos. Vorrei che lei raccontasse puntualmente la dinamica del ritrovamento delle carte in via Monte Nevoso.

PRESIDENTE. Ne abbiamo parlato tutta la sera, lei non c’era, ma non abbiamo parlato d’altro.

DE LUCA Athos. Chi le consegnò quelle carte?

BONAVENTURA. L’ho già spiegato prima. C’era stato un conflitto a fuoco ed ero preoccupato. Nel corso della mattina l’ufficiale responsabile mi disse che erano state trovate delle carte che riguardavano Moro, che potevano essere dichiarazioni di Moro. Ne parlai con Dalla Chiesa, chiedemmo che venissero inviate le carte, chi me le portò tornò lì. Non so quale concetto vuole inserire.

PRESIDENTE. Ne abbiamo parlato per venti minuti.

DE LUCA Athos. Lei ha detto che fu contrario all’arresto di Curcio e Franceschini: perché manifestò questa contrarietà?

BONAVENTURA. L’ho già spiegato prima. Non si può perseguire una cosa per poi chiuderla quando qualcosa è bello. Faccio un esempio: se si fa un investimento per costruire un grattacielo, se poi il primo piano è bello non ci si ferma, ma si va avanti. Ma il mio era solo un parere. Tenga conto che nel 1974 non seguivo io la questione di "frate mitra". Ho visto le foto e quando si riconobbe che uno era Curcio, siccome l’appuntamento tra "frate mitra" e Curcio era per dopo l’estate e siccome sembrava che "frate mitra" dovesse partecipare ad alcune azioni, Dalla Chiesa decise che al rientro, quando si dovevano incontrare, sarebbero stati arrestati. Ho anche detto che mi sono portato dietro questa opinione e che Dalla Chiesa nel 1982, negli ultimi tempi passati a Milano, discutendo di varie cose, riconobbe che forse fu un errore arrestare Curcio e Franceschini.

PRESIDENTE. E non arrestare Moretti.

BONAVENTURA. Che Moretti all’epoca fosse lì non lo so, l’ho sentito ora.

PRESIDENTE. Girotto ci ha detto di aver incontrato Moretti e il fatto è vero perché Moretti nel libro – intervista a Rossanda e Mosca – racconta di aver incontrato Girotto. E’ certo che nel secondo incontro Girotto contatta Curcio che gli sembra l’intellettuale del gruppo e contatta un altro che gli sembra il capo militare, più soldato e meno ideologo. Perché questo incontro non viene fotografato dai carabinieri? Gli altri vennero fotografati. Di questo incontro non c’è alcuna documentazione?

BONAVENTURA. Per me è un discorso nuovo.

PRESIDENTE. Le basta leggere il libro di Moretti e confrontarlo con quello che ha detto Girotto.

BONAVENTURA. All’epoca Moretti non era molto conosciuto. Oggi è diverso. I miei colleghi erano in difficoltà a riconoscere in fotografia Curcio. Successivamente si dice che c’era Moretti. Ho una curiosità che cercherò di approfondire.

PRESIDENTE. Dalla Chiesa spiegò alla Commissione Moro che secondo lui le BR erano una cosa mentre le BR più Moretti cominciavano ad essere qualcosa di diverso, cioè gli riconobbe una capacità di eccezionale livello. C’è una intera pagina di verbale in cui Dalla Chiesa parla di Moretti e anche molte persone che abbiamo sentito, vertici politici ed altri, ci hanno detto che Dalla Chiesa, se non aveva una idea chiara di cosa fossero le BR, aveva comunque sempre sottolineato l’importanza di Moretti. Lei può dirci qualcosa?

BONAVENTURA. Quando si seppe che Moretti aveva gestito il sequestro e aveva interrogato Moro, dal punto di vista investigativo acquistò un peso notevolissimo. Quella di Dalla Chiesa forse era una deduzione, ma non mi risulta che questa realtà uscisse dall’esame del materiale a disposizione.

PRESIDENTE. Sono d’accordo con lei che sarebbe stato opportuno leggere con attenzione le carte delle BR.

BONAVENTURA. Era l’unico metodo per capire.

PRESIDENTE. Nel comunicato n. 4 Moretti scrive che le BR rifiutavano "trattative segrete e misteriosi intermediari". Secondo la sua esperienza, è una frase scritta a caso o vuol significare qualcosa?

BONAVENTURA. Durante il sequestro vi furono tentativi da parte nostra, da parte dei Servizi, si cercò di mettere in mezzo qualunque cosa per salvare la vita di Moro. Il riferimento può essere a questo.

PRESIDENTE. Però l’espressione è etimologicamente molto intrigante, quasi riferita a qualcuno che non ci si aspetta che assuma questa veste.

BONAVENTURA. Questa gente doveva dirlo a noi.

PRESIDENTE. A me basta che lei consideri metodologicamente corretto interrogarsi sul perché di queste parole.

BONAVENTURA. Ci furono tentativi di ogni tipo.

PRESIDENTE. Penso la stessa cosa. Penso che addirittura si intrecciarono fra loro, come ho detto all’inizio della seduta, e portarono al fallimento delle varie trattative. Si bypassavano a vicenda. Moretti si rese conto che non c’era una trattativa seria e che quindi era meglio chiudere.

BONAVENTURA. E’ notorio che esisteva il partito della fermezza.

PRESIDENTE. Ringrazio il colonnello Bonaventura e dichiaro conclusa l’audizione.

BONAVENTURA. Mi dispiace se non sono stato esauriente su alcuni argomenti.

PRESIDENTE. Mi aspettavo qualcosa di più sugli infiltrati, glielo dico francamente. Prendo atto che si tratta di un segreto che continua a permanere e ne comprendo le ragioni. Chi si è prestato ad un compito così difficile merita ancora oggi l’anonimato, ma almeno si potrebbe ammettere la sua esistenza. Non è possibile che una tecnica che aveva dato risultati così efficaci con Girotto e Pisetta, sia abbandonata al momento del colpo decisivo. Dalla Chiesa ha dichiarato che non era stata abbandonata, lei ha detto che non c’erano infiltrati: non posso che restare perplesso, proprio per la mia attitudine a leggere le carte.

Dichiaro conclusa l’audizione.

La seduta, sospesa alle ore 22,25, è ripresa alle ore 22,30

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO E SULLO STATO DELLE INDAGINI SULL’OMICIDIO DEL PROFESSOR D’ANTONA: AUDIZIONE DEL GIUDICE OTELLO LUPACCHINI

Viene introdotto il dottor Otello Lupacchini.

PRESIDENTE. Nell’ambito dell’inchiesta sulle nuove emergenze del terrorismo e delle Brigate rosse e l’omicidio del professor D’Antona, ascolteremo adesso il dottor Lupacchini, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma che, come è noto, ha emanato l’ordinanza con la quale è stata applicata la misura della custodia cautelare in carcere ad Alessandro Geri.

Desidero fare un’avvertenza preliminare ai membri della Commissione. Non ammetterò alcuna domanda sul merito dell’indagine. Non possiamo chiedere al giudice Lupacchini spiegazioni sulle ragioni per cui ha ritenuto di emettere l’ordine di custodia cautelare, sulla valutazione degli indizi, sull’ulteriore svolgimento dell’indagine e degli interrogatori; secondo me, tutto ciò meriterebbe maggior riserbo di quello che ha avuto in questi giorni.

Ascolteremo il giudice Lupacchini su un aspetto collaterale della vicenda, estraneo al merito delle indagini. Mi riferisco al problema relativo alla fuga di notizie. La gravità dell’episodio è sotto gli occhi di tutti e sia io sia gli altri membri della Commissione la abbiamo immediatamente stigmatizzata. Non c’è dubbio che, in un’indagine delicata e difficile, la fuga di notizie produca un danno notevolissimo.

Ci siamo decisi ad ascoltarla, giudice Lupacchini, per alcune espressioni contenute nell’ordine di custodia cautelare. Lei ha ritenuto che si sia trattato di una responsabilità istituzionale, non dovuta a leggerezza. Lei utilizza l’espressione – la cito a memoria – "fini esecrabili". Vorremo sapere qualcosa di più su quest’argomento, che non incide sull’inchiesta in corso nei confronti di Alessandro Geri. Il quotidiano "La Repubblica" ha diffuso nella cronaca romana di domenica 14 maggio l’informazione, che poi è stata ripresa ampiamente il giorno dopo da tutta la stampa nazionale. Quali motivi l’hanno portata a ritenere che l’informazione sia partita da sedi istituzionali? Perché lei è certo che non si sia trattato di una colpevole leggerezza, di una confidenza ad un giornalista, che forse aveva promesso una riservatezza che non ha poi mantenuto? Perché ha parlato di fini esecrabili?

Questi argomenti rientrano negli interessi della Commissione anche perché, con riferimento a esperienze del passato, sono già avvenuti episodi simili e di tale gravità da fondare il sospetto (non uso l’espressione doppio Stato per non attirarmi critiche) di una doppiezza istituzionale, di un complesso in cui settori interi della maggior parte delle istituzioni rischiano la vita, spesso pagando con la vita il loro impegno istituzionale, per contrastare l’azione dei terroristi, mentre altri settori istituzionali lavorano per il "re di Prussia", passando agli organi di informazione notizie che diventano di pubblica opinione, intercettando e rendendo più difficile l’azione di contrasto. Ci sono episodi noti, come, ad esempio, la rivelazione della collaborazione di Peci; la rivelazione delle indagini del dottor Calogero sull’Hyperion di Parigi; la rivelazione giornalistica sulla collaborazione di Mortati nella vicenda Moro. Sono tutti fatti classici di deviazione che la Commissione ha rilevato e che autorizzano, se non la certezza, almeno il forte e serio sospetto che all’epoca, all’interno delle istituzioni, qualcuno remava contro.

Questo però avveniva nell'Italia degli anni '70, con una situazione interna e situazioni internazionali completamente diverse da quelle di oggi in cui noi, per la verità, come Commissione avevamo notato non solo una estrema concordanza, direi, di valutazioni politiche intorno alla natura del fenomeno, alla necessità di contrastarlo (questa è una Commissione che non riesce a produrre documenti unitari sulla valutazione del passato, e invece rispetto alla nuova emergenza dell'omicidio D'Antona è riuscita a produrre molto rapidamente una relazione al Parlamento), ma anche una forte convergenza tra i vari apparati istituzionali che avevano analizzato il fenomeno: relazioni e rapporti dell'UCIGOS, relazioni e rapporti dei ROS, relazioni dei Servizi ci sembrava che dessero l'idea di uno Stato che coerentemente si muoveva innanzitutto nel cercare di capire abbastanza presto il fenomeno, conoscerlo, analizzarlo, e poi che ci fosse una forte unilaterità di intenti nella risposta istituzionale. Di quelle frasi che abbiamo letto nella sua ordinanza, che si aggiungono ad un fenomeno che comunque, anche se fosse effetto di leggerezza, resterebbe gravissimo, però lei ce ne offre una chiave di lettura ancora più grave rispetto alla mera superficialità, leggerezza, incapacità di tenere il segreto. Ecco, su questo io vorrei che lei alla Commissione dicesse qualcosa di più.

LUPACCHINI. Se possibile chiedo la secretazione di quanto dichiarerò.

PRESIDENTE. Devo comunque dirle, per esperienza del passato, che non riesco a garantire il segreto.

FRAGALA'. Le notizie hanno le gambe!

PRESIDENTE. Purtroppo, perché questa è una debolezza della Commissione che non ci consente di fare bene il lavoro che dovremmo fare.

LUPACCHINI. Allora chiedo la riservatezza da parte di chi ascolta.

PRESIDENTE. La prego quindi di dirci quello che lei ritiene di poterci dire, non potendole io garantire il mantenimento della riservatezza.

LUPACCHINI. Io ho usato le espressioni "irresponsabile condotta", "venire meno all'obbligo penalmente sanzionato del segreto", "scopi tutti da decifrare, ma in ogni caso esecrabili"; quindi non ho espresso certezze sotto questo profilo, ma in ogni caso sono cose esecrabili per me in una indagine di questa delicatezza, di questa complessità, che tra l'altro è determinata non già da una operazione di prevenzione generale, ma da un gravissimo delitto che accade e viene rivendicato, a distanza di quasi dieci o quindici anni rispetto ai casi più eclatanti di terrorismo, da una sigla che non si era più abituati a vedere con tanto clamore e con tanto fragore riesplodere dopo anni di apparente silenzio. Vi erano stati dei segnali nel tempo, ma non di questa importanza e di questa gravità. In questo quadro, anche una semplice leggerezza, se di leggerezza si è trattato, è un fatto esecrabile, estremamente grave e comunque da condannare. Non serve per violare il segreto che si riferisca a 1.000 persone o a 10.000, basta riferire anche al giornalista amico, non avendo alcuna possibilità di controllare poi quale uso della notizia il giornalista amico finisca per fare.

Sono un cultore, se mi è consentito, dell'analisi del linguaggio, per cui quando uso la parola "istituzionale", anzi per la precisione "fuga istituzionale" delle notizie in riferimento al concreto pericolo di fuga dell'indagato, la uso ovviamente tenendo conto di quella che è l'accezione giuridica, tecnica, del termine "istituzionale" ed "istituzioni", che probabilmente è un po’ diversa da come casualmente mi è capitato di sentirla usare da parte di chi, in un talk show qualche giorno fa, pensava di recuperare uomini della polizia di Stato e dei carabinieri, comunque delle forze dell'ordine, al lavoro di istituto sottraendoli alla scorta addirittura dei magistrati, e non soltanto dei personaggi istituzionali. Ovviamente, se intendiamo "istituzionali" in questo senso, finiremmo per circoscrivere in maniera incongrua, quanto meno rispetto a quello che era il mio pensiero, il termine "istituzionale" così come è stato usato.

PRESIDENTE. Per entrare anch'io nell'analisi del linguaggio, lei pensa che il rivelatore del segreto sia comunque una persona investita di pubbliche funzioni?

LUPACCHINI. Non c'è dubbio, e questo per una ragione semplicissima: non vi era nessuno in quel momento, né indagati, né imputati, né testimoni, ai quali ci si possa riferire come alibi rispetto alla fuga, che pervenga da chi in qualche maniera era implicato nello svolgimento dell'attività di indagine, e sia che si trattasse di polizia giudiziaria, sia che si trattasse di magistrati del pubblico ministero, sia che si trattasse del giudice per le indagini preliminari investito di atti nel corso dell'indagine, sia che si trattasse di persone che per qualsiasi ragione, pur non svolgendo le funzioni predette, finiscono per essere referenti dei soggetti indicati, naturalmente referenti istituzionali, evidentemente in questo senso…

PRESIDENTE. Quindi funzioni pubbliche a matrice rappresentativa, a investitura politica…

LUPACCHINI. Non è da escludere questo; ovviamente, però, per poter affermare che sia quella la fonte bisogna averne le prove. Ovviamente c'era una serie di persone a conoscenza di queste notizie, che ne era a conoscenza per ragione del proprio ufficio, che era un ufficio pubblico e non un'attività privata, né un'attività riconducibile al servizio di pubblica utilità. Di conseguenza, il termine "istituzionale" viene usato in questo senso e non in altro; tanto meno viene usato, comunque, per indicare qualcuno in particolare in questo novero di persone che ovviamente è piuttosto articolato sia dal punto di vista oggettivo, sia dal punto di vista delle istituzioni che volta a volta quelle persone, a conoscenza degli sviluppi investigativi, rappresentavano.

PRESIDENTE. Quindi l'esecrazione insita nell'utilizzo del termine "esecrabile" sarebbe anche sulla leggerezza? Lei non è che ha voluto dire che aveva la certezza che era stato fatto con un fine doloso.

LUPACCHINI. Io ho parlato di "scopi tutti da decifrare" partendo, evidentemente, dal presupposto che non conosco questi scopi e non ritengo che sarà agevole scoprirli nel tempo. Ma anche la leggerezza…

PRESIDENTE. Che però escluderebbe il dolo: è un fatto colposo.

LUPACCHINI. Non necessariamente, perché se la leggerezza la valutiamo anche come semplice vanità, comunque c'è un moto che spinge qualcuno a rivelare qualcosa che sa; non c'è semplice leggerezza in un organo pubblico, la leggerezza di un organo pubblico è pur sempre dolosa rivelazione di un segreto.

PRESIDENTE. Ma a livello di apparato giudiziario, in quel momento il suo ufficio non era ancora informato di niente?

LUPACCHINI. Il mio ufficio era a conoscenza dell'esistenza di determinate indagini per ragioni che attengono alla gestione e al controllo di legalità dell'attività del pubblico ministero che abbia una rilevanza verso l'esterno, e comunque incida sui diritti soggettivi delle persone che in qualche modo possano essere coinvolte nelle indagini. Parliamo, ad esempio, di intercettazioni telefoniche, o proroghe di indagini, o comunque di attività che indubbiamente implicano la conoscenza delle attività investigative in corso. Quindi, anche una possibilità di valutare quale tipo di danno possa derivare all’attività in corso anche dalla semplice leggerezza, che però è sempre da parte di un organo investito di pubblica funzione.

PRESIDENTE. Siccome il cronista che fornisce la notizia si occupa di cronaca giudiziaria, si può escludere che la falla sia avvenuta in ambito giudiziario, anche se non a livello di magistrato?

LUPACCHINI. Non escludo assolutamente questo, tutto è possibile. Ma anche il funzionario è investito di pubbliche funzioni. Se non si hanno le prove, tutti coloro che disponevano della notizia possono esserne stati propalatori.

PRESIDENTE. Penso quindi di poter così sintetizzare quel che ci ha detto il dottor Lupacchini: egli non ha un’idea precisa su quale sia stato l’ambito in cui si è determinata la falla, che può essere avvenuta a livello di vertici politici delle istituzioni, a livello di amministrazione, in ambito giudiziario, e che in ogni caso di tratta di un fatto grave, perché anche ove fosse stata leggerezza e vanità gli scopi resterebbero comunque esecrabili.

MANCA. In pratica quel che stavo per chiedere lo ha riassunto il Presidente. Chi non conosce coloro che sono chiamati ad interessarsi di una vicenda – per esempio chi non conosce bene l’ambiente giudiziario – potrebbe non aver capito.

LUPACCHINI. Dicevo, chiunque disponga della notizia a livello giudiziario: quindi coloro che svolgono le indagini, coloro che delle indagini sono i terminali o gli ispiratori, coloro che per qualsiasi ragione lavorano a fianco di chi svolge le indagini o le diriga, coloro che sono referenti a diversi livelli e in diversi ambiti – sia amministrativo sia politico-amministrativo sia giudiziario – di coloro che svolgono le indagini e quindi dispongono di determinate notizie.

MANCA. Lei non ci può venire incontro ipotizzando che chi l’ascolta potrebbe non conoscere questa vasta gamma di funzioni che potrebbero venire a conoscenza del fatto? Quali potrebbero essere? Naturalmente colpevole sarà una soltanto di queste istituzioni o ambito di competenza.

LUPACCHINI. Il colpevole è sicuramente una persona e non una istituzione nella sua globalità, per cui tutto potrebbe essersi svolto nell’ambito o di una singola istituzione o potrebbero esserci state fughe nell’ambito di apparati diversi, ma sempre determinate da responsabilità individuali.

MANCA. Siamo sempre nel generico. Chi, per le ragioni del suo ufficio, poteva conoscere l’andamento delle indagini? Ci deve venire incontro.

LUPACCHINI. Gliel’ho detto. Le indagini le conoscevano gli uffici del pubblico ministero, quelli del giudice per le indagini preliminari per la parte che ricadeva sotto il controllo di legalità da parte del giudice, i funzionari che lavoravano negli uffici del pubblico ministero e del giudice per le indagini preliminari, gli investigatori in generale direttamente o indirettamente, dopodiché i referenti a livello gerarchico, dipende a quale livello. In via esemplificativa, se prendiamo una qualsiasi unità territoriale, sarà il comando di zona o la questura; se poi vogliamo salire, saranno gli uffici che coordinano l’attività delle singole unità territoriali; al di sopra, c’è chi ha la responsabilità amministrativa o politica di questi uffici per arrivare…

MANCA. Ci aiuti, dottore.

LUPACCHINI. …ai vertici: al Ministro della difesa e a quello dell’interno. Questo non significa, però, che siano stati i vertici.

MANCA. Noi siamo anche intermediari con la pubblica opinione e dobbiamo tradurre in linguaggio comprensibile, almeno finché non siamo in seduta segreta. Io sono stato qui inviato dagli elettori per fare da tramite rispetto alla pubblica opinione; quindi, se non siamo in seduta segreta dobbiamo usare linguaggi tali da essere capiti dalla gente comune sia attraverso le nostre audizioni, sia attraverso i verbali. Ho voluto operare in questo senso e peraltro non nascondo che potrei anche non sapere quale sia la catena delle persone che, nell’ambito delle istituzioni, possono essere state a conoscenza di queste notizie.

LUPACCHINI. Questo ovviamente presupporrebbe che uno conosca di contatti a vari livelli. Il discorso è puramente teorico.

PRESIDENTE. Erano almeno una cinquantina le persone che conoscevano.

LUPACCHINI. Possono essere cinquanta, cento o centocinquanta; non so come siano organizzati i vari livelli e quale diffusione abbiano le notizie nell’ambito dei singoli apparati.

MANCA. Sarò elementare, comunque ripeto a me stesso e anche ai nostri interlocutori quali sono i compiti di questa Commissione; altrimenti non si spiegherebbero le domande che pone prima il Presidente e poi noi. Noi dobbiamo accertare, riferendo al Parlamento, i risultati conseguiti e lo stato attuale del terrorismo in Italia. In base a questo compito, noi abbiamo preso in considerazione lo scorso anno l’omicidio D’Antona e – come ha citato il Presidente – abbiamo predisposto una relazione, che è stata molto apprezzata, soprattutto perché è stata condivisa da tutte le forze politiche. Lei conosce questa relazione?

LUPACCHINI. No.

MANCA. Questa, a pagina 19, recita: "Da parte di alcuni commissari perviene il rilievo che l’informazione, di cui il prefetto Ferrigno" – che è stato nostro interlocutore – "dimostrò di essere in possesso già nel 1996, avrebbero potuto avere negli anni successivi uno sviluppo ulteriore, che sarebbe mancato anche in conseguenza delle modifiche apportate dal Governo a strutture centrali di investigazione, quali lo SCICO".

PRESIDENTE. Ho detto che sul fatto specifico di Geri non ammetto domande, ma in diverse parti della sua ordinanza di custodia cautelare e anche in alcune lunghe note effettivamente lei dottor Lupacchini compie una ricostruzione di questa galassia eversiva, che è venuta a ricostituirsi nei primi anni ‘90, che coincide abbastanza con il contenuto della nostra relazione.

MANCA. Vorrei avere un suo parere, anzitutto, su quello che fa parte del patrimonio di alcuni commissari. Infatti noi dobbiamo riferire al Parlamento se ci sono dei rimedi, se qualche iniziativa è controproducente o negativa agli effetti delle indagini sul terrorismo. Vorrei quindi che lei si esprimesse, in base alla sua esperienza e a prescindere dal caso che sta seguendo, su questa annotazione di alcuni esponenti della Commissione che fa parte della relazione pubblica.

PRESIDENTE. E cioè che ci sia stata una sottovalutazione del fenomeno.

MANCA. E anche se il fatto di aver sciolto le strutture centrali di investigazione, quali lo SCICO, abbia prodotto conseguenze negative nel raggiungere risultati concreti auspicabili nella lotta al terrorismo.

LUPACCHINI. Per quanto concerne questa domanda il problema è tutto da definire e ovviamente in gran parte la mia risposta è pregiudicata dal segreto cui sono tenuto. Evidentemente il delitto D’Antona, se si tratta di delitto di stampo terroristico per come è stato rivendicato, segnala una valutazione del fenomeno che non era arrivata a prevedere né obiettivi possibili né tutela possibile rispetto a questi obiettivi. D’altra parte, questo in chiave assolutamente generale e del tutto generica, per quanto riguarda le strutture centralizzate si entra nella prospettiva di diverse filosofie di contrasto alla criminalità, non è soltanto a quella terroristica. Se partiamo dalla premessa che la criminalità possa essere controllata attraverso un controllo capillare del territorio svolto da unità territoriale non coordinate o non rigidamente coordinate tra loro, non dovrebbe esserci alcun problema conseguente allo scioglimento di organi centralizzati di coordinamento; se invece l’attività degli organi di coordinamento è operata in funzione dell’estensione dei fenomeni criminali, che normalmente interagiscono tra loro non solo a livello interno, ma anche internazionale e non in ambiti territoriali ristretti, se queste strutture di coordinamento non vengono adeguatamente sostituite da altri organi che possano svolgere quella funzione di coordinamento e di visione globale delle questioni non circoscritte e atomizzanti i singoli fatti, qualche problema potrebbe anche riscontrarsi dal punto di vista dell’efficacia del contrasto.

MANCA. Mi riferisco ancora alla relazione perché, a mio avviso, c’è una logica tra ciò che scrive un organo come il nostro e quello che poi avviene per vedere dove abbiamo dato indicazioni utili, dove hanno avuto dei risvolti e così via. Per quanto riguarda l’azione del singolo ufficio giudiziario sempre nella relazione si afferma che: "Per quanto riferito alla Commissione dal sottosegretario Sinisi l’attività di monitoraggio e di analisi è peraltro sfociata, tutte le volte che ha determinato una individuazione di datti costituenti reato, in puntuali informative alle autorità giudiziarie competenti per territorio …

PRESIDENTE. Per chiarire, questo a monte dell’omicidio D’Antona. La domanda è questa: prima dell’omicidio D’Antona a lei risulta che effettivamente ci siano stati una serie di rapporti rispetto ai microepisodi che l’avevano preceduto che abbiano poi avuto una risposta in sede giudiziaria?

LUPACCHINI. Tra l’ottobre 1992 e il gennaio 1994 erano stati registrati episodi qualificati come attentati alla Confindustria e al "Nato Defense College" rivendicati attraverso documenti il cui contenuto rimandava al modo d’esprimersi e ai contenuti ideologici e operativi dei Nuclei comunisti combattenti. Tutto questo era stato oggetto di puntuali informative da parte degli organi di polizia all’autorità giudiziaria. Quali esiti abbiano avuto gli accertamenti processuali non sono in grado di dirlo in quanto non me ne sono occupato.

MANCA. Proseguendo su questo argomento, alla fine, la nostra relazione esprime l’auspicio che "nella nuova situazione d’allarme determinata dall’omicidio D’Antona le possibilità di scambio informativo, di coordinamento e di collegamento ora previste dall’ordinamento siano utilizzate nel grado massimo di operatività per consentire che risultati apprezzabili si raggiungano a legislazione processuale invariata". Nel caso specifico - ci può rispondere con un sì o con un no - l’auspicio della nostra Commissione ha trovato concretezza o no?

LUPACCHINI. Le indagini sono state condotte in modo che interagissero tutte quante le conoscenze da dovunque fossero state desunte, dai vari organi di polizia interessati all’indagine stessa, quindi intendo carabinieri, polizia, e quanti altri avessero notizie utili allo sviluppo delle indagini. Non ritengo ci siano state reticenze, almeno non sono in grado di valutarle.

MANCA. Quindi quelle lacune che avevamo individuato nello scambio di informazioni tra i vari uffici giudiziari, che avevamo auspicato ci fosse, perché singolarmente ogni informazione può non avere una ragione per poter avere ulteriori sviluppi ma, dopo la relazione della Commissione, non avrebbe senso tenersi per se le notizie senza inserirle in un mosaico in modo che assumano il loro valore.

LUPACCHINI. E’ un metodo piuttosto condivisibile, quello cioè della circolarità delle notizie tra gli organi investiti perché il processo deve essere preparato attraverso una fase, quella dell’indagine preliminare in cui si raccolgono i materiali attraverso i quali quel processo dovrà essere svolto.

MANCA. Non stiamo facendo dottrina, il problema è che non esca fuori domani che, nel caso specifico, come è avvenuto in precedenza, non si sono riuniti i vari uffici giudiziari!

LUPACCHINI. E’ un problema al quale può rispondere soltanto la procura della Repubblica che si è occupata del problema. Posso soltanto dire che il metodo suggerito dalla Commissione nella relazione è condivisibile.

PRESIDENTE. Aggiungo che storicamente a Roma il primo summit tra le procure si è avuto giusto il giorno in cui votammo quella relazione. Non sappiamo quanti altri summit ci sono stati dopo.

MANCA. Questo è il problema. Non possiamo scrivere soltanto per scrivere. Ne prendiamo atto.

PRESIDENTE. Non possiamo escludere che ce ne siano stati altri per l’oggettività e la serenità del nostro dibattito.

MANCA. Noi vogliamo che la macchina dello Stato, per quanto riguarda il dipartimento giudiziario, funzioni. Vorrei intervenire anche su questioni precedenti l’omicidio D’Antona. Approfitto della presenza del dottor Lupacchini per formulare questa domanda: nel marzo del 1990 lei decretò il rinvio a giudizio di sei persone facenti parte delle Br-PCC. Ci può ricordare i nomi di questi imputati?

LUPACCHINI. Non ricordo.

MANCA. Si tratta di Franco La Maestra, Antonio De Luca, Giuseppe Armante, Riccardo Maria Antonini, Caterina Calia e Armando Marino.

LUPACCHINI. Ricordo di essermi sicuramente occupato della vicenda, non ricordavo di essere stato io a rinviarli a giudizio.

MANCA. Lei ricorda se alcuni di questi indagati non solo ebbero un ruolo negli attentati all’economista Ezio Tarantelli e al senatore Ruffilli, ma addirittura avrebbero avuto contatti con esponenti palestinesi del gruppo Abu Nidal?

LUPACCHINI. Sicuramente avevano rapporti, almeno processualmente a quel momento …

MANCA. Ricorda il nome degli esponenti palestinesi?

LUPACCHINI. Di un palestinese ricordo il nome: Birawi El Thamer.

MANCA. Ritiene che alcuni degli indagati possano avere avuto un ruolo nell’omicidio D’Antona o che quanto meno i loro nomi siano entrati nelle recenti indagini?

PRESIDENTE. E’ una domanda che non ammetto.

MANCA. O che i loro nomi siano entrati quanto meno nelle recenti indagini?

PRESIDENTE. Anche questa domanda non la ammetto.

LUPACCHINI. Comunque non posso rispondere.

PRESIDENTE. Quello che possiamo dire è che nell’ordinanza del giudice Lupacchini, che io ho letto con attenzione anche nelle note, c’è l’ipotesi che noi avanzammo, che alcuni protagonisti della fase finale del brigatismo, in particolare in ambito toscano e romano, possano essere stati alla base della riorganizzazione di alcuni di questi nuclei di questa nuova galassia eversiva. Questo è scritto nella sua ordinanza.

LUPACCHINI. Nella mia ordinanza è riportata l’analisi del volantino di rivendicazione che venne svolta dalla polizia di prevenzione.

PRESIDENTE. Che è uno dei documenti che noi abbiamo acquisito successivamente alla relazione.

MANCA. Quindi adesso, per quanto uno possa avere fantasia, con i limiti e i vincoli postici dalla Presidenza, è difficile trovare delle domande che non sfocino direttamente o indirettamente nel caso D’Antona.

PRESIDENTE. Queste indagini sono già state pregiudicate dal clamore, perché dobbiamo aggiungere danno a danno?

MANCA. Se si continua così non si riesce a spiegare la richiesta, che personalmente ho fatto, di riprendere in mano il caso D’Antona. Noi dobbiamo vedere se le istituzioni dello Stato funzionano per poterlo riferire al Parlamento. Altrimenti è inutile: possiamo allora aspettare la fine del processo. Ecco perché comincio a chiedermi il motivo per cui abbiamo deciso di iniziare queste audizioni. Infatti tutto, indirettamente o direttamente, può essere collegato a quel caso.

PRESIDENTE. Nella logica di quello che lei suggerì nel fare la proposta, di non creare però problemi di interferenza con l’indagine giudiziaria in corso per non pregiudicarne gli sviluppi.

MANCA. Certamente. Credo che non ci siano interferenze, ma mi si può anche non rispondere.

PRESIDENTE. Ha già fatto delle domande, continui a porle.

MANCA. Lei ci può confermare che uno degli ultimi, se non proprio l’ultimo interrogatorio del minore…

PRESIDENTE. Questa domanda non l’ammetto. Senatore Manca, si tratta di interrogatori di cui il dottor Lupacchini non può riferirci. C’è un tribunale del riesame che si dovrà pronunciare.

MANCA. A me non interessava il fatto in se stesso, ma sapere se si stanno verificando delle interferenze e delle situazioni anacronistiche tra varie forze interessate al problema. A me interessa sapere se le istituzioni stanno funzionando o no. Mettiamola così: il fatto specifico non mi interessa, è un loro lavoro, devono farlo loro perché ne hanno la competenza e la responsabilità; a me interessa come commissario, come vicepresidente di questa Commissione, sapere se in questa vicenda tutte le istituzioni dello Stato si stanno comportando nella giusta maniera. Solo questo, perché noi abbiamo il compito non di fare un’analisi storica del fenomeno. Fino a una certa data in questa Commissione si era interpretato così il fenomeno del terrorismo. Ma, leggendo bene i nostri compiti, noi abbiamo il dovere di seguire l’attualità del terrorismo. Pertanto, se non sono messo in condizione di avere risposte da parte di coloro che operano in questo settore in maniera congruente sull’attualità, ho l’impressione che qui non si possa andare più avanti. Tra le istituzioni che si interessano del problema si stanno verificando delle interferenze o delle incomprensioni, oppure altri atteggiamenti che potrebbero portare alla conclusione che tuttora il coordinamento, l’operato delle varie istituzioni viene meno per situazioni o personali o comunque per mancanza di direttive idonee, o, ancor peggio, di leggi idonee?

PRESIDENTE. La domanda è se nello svolgimento delle indagini si è verificato un deficit di coordinamento o si sono verificate disfunzioni in generale.

LUPACCHINI. Nel rispondere vorrei distinguere i due profili. Per quanto concerne l’apporto istituzionale alle indagini, non ritengo ci siano dei deficit, almeno dal mio punto di vista e dal punto di vista delle conoscenze che io posso avere come giudice per le indagini preliminari. Questo non toglie che ci siano state delle fughe di notizie che possono aver creato dei problemi. Sono due profili diversi. Sotto un profilo ho ritenuto di doverlo stigmatizzare nell’ordinanza di applicazione della custodia cautelare non fine a se stesso, ma in funzione della valutazione delle esigenze cautelari; per quanto invece concerne l’attività che viene svolta dalle forze di polizia in sede investigativa non ritengo ci siano deficit di coordinamento o di impegno.

MANCA. In sintesi: al di là di quello che lei ha denunciato per quanto attiene la fuga di notizie (è stato esauriente su questo aspetto), non ritiene ci siano delle sottolineature particolari da fare per quanto riguarda il funzionamento di tutte le istituzioni interessate, che tutto procede e quindi ci tranquillizza.

LUPACCHINI. Certamente, non c’è nessun motivo che faccia ritenere che ci siano delle disfunzioni sotto il profilo sia del coordinamento dell’attività, sia sotto il profilo dell’impegno che viene messo nello svolgimento dell’attività. Se poi ci sono situazioni che determinano l’annullamento di risultati, pregiudicano o potrebbero pregiudicare i risultati queste non possono essere a mio avviso rapportate a conflitti o cose di questo genere tra le varie istituzioni che si stanno occupando della questione.

FRAGALA'. Giudice Lupacchini, la ringrazio per la sua disponibilità ad essere questa sera qui. Come ci dicono le cronache giudiziarie nel nostro Paese la fuga di notizie processuali o notizie coperte dal segreto investigativo non è una novità; di solito i rapporti di polizia vengono depositati prima in edicola e poi in cancelleria e tante volte le ordinanze cautelari vengono riportate dagli avvocati attraverso i giornali prima che vengano notificate agli stessi indagati.

Ora, rispetto a questo andazzo, lei ha ritenuto – a mio avviso con senso di opportunità e senso delle istituzioni – di denunciare nel corpo della sua ordinanza una fuga di notizie particolarmente grave. Abbiamo ascoltato come è stata aggettivata questa fuga di notizie che è stata ritenuta volta a scopi esecrabili. Quindi le chiedo subito, per avere lei non in Inghilterra ma nell’Italia dell’inizio di questo secolo, ritenuto così grave questa fuga di notizie, è evidente che lei, al di là di quello che ha scritto, ha un’idea ben precisa per quanto riguarda le stanze da cui la notizia è fuggita non con le sue gambe, perché il custode che la custodiva l’ha immediatamente riversata al suo amico giornalista che stava davanti a quella stanza. Il Presidente ha indicato nel veicolo di questa fuga di notizie un cronista giudiziario; mi sembra che sia stata l’ANSA a riportare per prima la notizia o il quotidiano "La Repubblica", cioè un giornale che mi sembra abbia un presidio fisso rispetto ad alcuni uffici giudiziari. Lei ha ritenuto di denunciare in maniera così forte e precisa una fuga di notizie, che altrimenti in Italia è quasi una consuetudine di tutte le indagini giudiziarie; perché lo ha fatto? Perché ha ritenuto soltanto che la pubblicazione di questa notizie depotenziasse i risultati delle indagini ed avvertisse gli indagati, oppure perché in effetti la responsabilità era ancora più grave in quanto significava che all’interno delle istituzioni vi era qualcuno che evidentemente rappresentava una specie di antenna nei confronti di chi doveva essere avvertito e quindi avesse la possibilità di inquinare le prove o addirittura di sottrarsi a qualunque tipo di confronto giudiziario? Le dico questo perché nell’omicidio D’Antona la fuga delle notizie si dipana dal momento stesso in cui il povero professor D’Antona viene barbaramente assassinato. Da quel momento alcuni degli esponenti della sinistra antagonista si sono immediatamente messi in clandestinità proprio a seguito della prima fuga di notizie.

LUPACCHINI. Ho ritenuto grave e tale da dover essere stigmatizzato, non tanto o soltanto in sé e per sé, quanto nell’ambito delle valutazioni che il giudice delle indagini preliminari è tenuto a fare in ordine alle esigenze cautelari e al tipo di risposta a queste esigenze.

Ora, sul quotidiano "La Repubblica", di domenica 14 maggio, compariva in cronaca locale un articolo dal titolo estremamente significativo e, per chi era a conoscenza delle indagini in corso, estremamente allarmante: "Un bimbo superteste per D’Antona: a dieci anni ha visto in faccia il terrorista delle Brigate rosse". Ora, ritengo che una notizia di questo genere, che implica una conoscenza delle attività di indagine in corso e il cui significato può essere apprezzato da chiunque con queste indagini abbia una certa dimestichezza o da chiunque abbia una certa dimestichezza con le indagini, segnali una leggerezza estremamente grave e, soprattutto, una sottovalutazione sia dei rischi che possono derivarne alle indagini sia dei rischi ai quali viene esposto questo superteste per l’omicidio D’Antona, il bimbo di dieci anni che ha visto in faccia il terrorista. Dopodiché, nei giorni immediatamente successivi, il lunedì, la notizia viene ripresa con ricchezza di particolari dal "Corriere della Sera": "D’Antona, identificato il telefonista", e, ancora: "Ha un nome il telefonista delle Brigate rosse", da "La Repubblica": "Svolta nel caso D’Antona, si chiude il cerchio sui basisti" e ancora dal "Corriere della Sera" del 16 maggio: "D’Antona, ore contate per il telefonista". Oggi compare un articolo del "Corriere della Sera" dal significativo titolo: "Totò e Peppino e i nuovi brigatisti"; la preoccupazione del cronista è che forse valeva la pena, piuttosto che firmare l’ordinanza di custodia cautelare, apporre la firma sotto l’articolo come motivazione della custodia stessa. Ecco perché ho ritenuto estremamente grave questa fuga di notizie che parte da un articolo in cronaca locale.

FRAGALA’. La ringrazio della risposta e desidero aggiungere un’osservazione. Rispetto alla fuga di notizie, per quanto riguarda il contenuto, adesso lei lo ha specificamente chiarito, il tenore delle indagini e addirittura i loro protagonisti i giornali hanno dato notizia, specialmente il "Corriere della Sera", di una fuga di notizie a scopo propagandistico e di strumentalizzazione politica delle indagini sul caso D’Antona ed hanno in pratica accusato l’attuale ministro dell’interno Bianco di aver preannunziato alla vedova D’Antona che vi sarebbe stata una risolutiva svolta delle indagini alla vigilia della festa della polizia o alla vigilia dell’anniversario della morte di suo marito; hanno anche accusato il ministro Bianco di aver altresì imposto una chiusura delle indagini per ottenere un risultato clamoroso proprio in concomitanza di queste date, che dovevano, per motivi propagandistici, fornire all’opinione pubblica risultati eclatanti sulle indagini sull’omicidio D’Antona. Per quanto riguarda questa ulteriore fuga di notizie che doveva fornire uno spot propagandistico ad un membro del Governo, lei, nella sua giusta denuncia rispetto a tutto questo, faceva riferimento anche al fatto che gli investigatori avevano ricevuto degli input o erano stati costretti, a causa di questa fuga di notizie di tipo istituzionale-politico, a chiudere anzitempo le indagini per evitare che il castello accusatorio franasse, proprio a causa di questa strumentalizzazione e utilizzazione politica delle indagini.

LUPACCHINI. Non ho avuto informazioni di questo tipo, né direttamente, né indirettamente. Mi sono limitato, come tutti, a leggere i giornali, riscontrando, per quanto concerne i particolari delle indagini, un progressivo affinamento delle conoscenze da parte dei giornalisti tra la domenica e il martedì’, quando sempre maggiori particolari sono stati riversati sulla vicenda.

FRAGALA’. Può essere così cortese da dire alla Commissione perché i giorni tra domenica e martedì sono date così significative rispetto all’attività giudiziaria che stava svolgendo l’ufficio della procura della repubblica di Roma?

LUPACCHINI. Sono le date immediatamente successive alla prima notizia pubblicata dal quotidiano "La Repubblica", che colpiva molto per il titolo ma che non era altrettanto ricca di particolari quanto gli articoli dei giorni successivi.

PRESIDENTE. Ma la richiesta dei pubblici ministeri di emanare l’ordinanza di custodia cautelare era già intervenuta domenica o lunedì mattina?

LUPACCHINI. La richiesta di custodia cautelare, come risulta dall’ordinanza, è intervenuta lunedì pomeriggio, corredata dai relativi atti.

FRAGALA’. Mentre la domenica già il giornale "La Repubblica" pubblicava la notizia. Quindi, si restringe l’ambito istituzionale-giudiziario da cui può essere fuoriuscita la notizia, perché fino al lunedì il suo ufficio sicuramente non aveva preso conoscenza del contenuto delle indagini.

LUPACCHINI. Sicuramente non aveva presso conoscenza della richiesta di custodia cautelare e soprattutto della documentazione allegata alla stessa.

FRAGALA’. Quindi, fino al lunedì pomeriggio, cioè fino al sabato sera, giorno in cui si è chiusa la pagina di "La Repubblica" che domenica 14 maggio ha pubblicato la notizia sul testimone chiave dell’indagine, gli unici depositari della notizia erano i magistrati dell’ufficio della procura di Roma.

LUPACCHINI. Se restringiamo il cerchio all’ambito giudiziario, può anche essere così. Ovviamente i magistrati della procura erano il terminale di una attività di indagine svolta ai vari livelli e non sono gli unici terminali, finché la polizia giudiziaria avrà una doppia dipendenza.

PRESIDENTE. Quindi l’ordinanza la spedite lunedì notte?

LUPACCHINI. Esattamente.

FRAGALA’. Non c’è dubbio che la valutazione sullo spessore gravemente indiziario della prospettazione accusatoria che traspare e poi viene tradotto nell’articolo del giorno 14 su "La Repubblica" non la fa la polizia o i carabinieri, ma l’ufficio della procura di Roma. Mi riferisco allo spessore delle indicazioni investigative a corredo dell’indagine sul delitto. Questa valutazione, che farà poi definire gravemente indiziario per l’indagato il quadro prospettato dalla polizia giudiziaria, la farà la procura di Roma il sabato o il venerdì, prima del giorno 14. Il giornalista non poteva mai apprendere la notizia dagli organi di polizia giudiziaria perché la notizia arriva sul tavolo del giornalista dopo che la procura filtra il rapporto di polizia giudiziaria e valuta gravemente indiziario il quadro offerto, tanto da operare una richiesta di applicazione di misura cautelare rivolta a lei.

LUPACCHINI. La richiesta è successiva alla pubblicazione degli articoli di domenica e lunedì.

FRAGALA’. E la valutazione?

LUPACCHINI. Non so quando è avvenuta la valutazione.

FRAGALA’. Prima di domenica.

LUPACCHINI. Non posso dirlo.

PRESIDENTE. La notizia di domenica riguarda l’esistenza di un testimone che aveva fotograficamente riconosciuto il telefonista nella cabina.

FRAGALA’. La notizia di domenica viene secondo me dalla valutazione operata da un organo giudiziario sulla consistenza dell’accusa portata dalla presenza di un testimone oculare riguardo al telefonista.

LUPACCHINI. Su questo punto vorrei dire poche parole per spiegare. Ritornando all’articolo pubblicato sul "Corriere della sera" di oggi, si ironizza sul fatto che vi siano due date errate, due interrogatori eseguiti nel 2000, indicati come avvenuti nella corrispondente data del 1999. Sicuramente questi interrogatori non sono stati esperiti prima ma successivamente all’omicidio D’Antona. Fare dello spirito su queste cose mi sembra piuttosto di cattivo gusto.

A prescindere da questo, nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare – nell’ordinanza se ne dà atto – risulta che i pubblici ministeri prima di procedere alla richiesta di custodia e di effettuare la valutazione del peso indiziario dei vari elementi raccolti, hanno continuato gli interrogatori durante tutta la giornata di domenica, data nella quale si è avuto anche il confronto tra due persone informate sui fatti, alla cui testimonianza si riconnetteva una importanza fondamentale. Quindi il discorso sul fatto che solo la procura possa esprimere ufficialmente tale determinata valutazione, prova troppo rispetto a chi possa avere espresso la valutazione riportata dal giornale.

PRESIDENTE. In realtà l’articolo di "La Repubblica" dà soltanto notizia dell’identificazione del telefonista da parte del ragazzo e gli articoli del lunedì spiegano come è stata identificata la cabina. Però, l’articolo di domenica non sembra preannunciare una iniziativa della procura, che poi si è avuta probabilmente perché forzata dalla notizia, perché conclude: "…a pochi giorni dall’anniversario dell’agguato la svolta spesso annunciata… è ancora lontana. Il supertestimone che oggi ha undici anni è tornato ai giochi e alle lezioni e non è, tra l’altro, il solo bambino coinvolto nell’indagine: pochi giorni dopo l’assassinio fu ascoltato anche un ragazzino che stava andando a scuola a piedi e passava per via Salaria poco prima degli spari". Quindi non sembra annunciare una iniziativa della procura, anzi sembra prevederne una lontana. La procura avrà lavorato domenica notte e lunedì mattina e avrà predisposto la richiesta di custodia cautelare.

FRAGALA’. La fuga di notizie di domenica e di lunedì realizza effettivamente una accelerazione dell’attività giudiziaria e dell’emissione dei provvedimenti, cioè sia della richiesta che dell’ordinanza? E’ questo il tema che si pone la Commissione.

LUPACCHINI. Leggendo l’ordinanza indubbiamente questo si coglie, perché il giudizio espresso sulla fuga di notizie, come ho sempre detto non è fine a se stesso ma è inserito nell’ambito di valutazione delle esigenze cautelari. Evidentemente tali esigenze diventano più penetranti nel momento in cui vengono pubblicate determinate notizie sempre più ricche di particolari tra domenica e lunedì. Questo è il senso del discorso.

SARACENI. Sono perfettamente d’accordo con il Presidente, il nostro non è un organo di revisione degli atti giudiziari. Cercherò di attenermi a questo principio. Credo che dobbiamo individuare con precisione l’oggetto legittimo di una valutazione del genere, cioè qual è il compito che la Commissione ha rispetto a questa vicenda. Ovviamente mi riferisco alla fuga di notizie.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, come giustamente e ripetutamente ha ricordato il consigliere Lupacchini, la fuga di notizie è riportata, ed anche stigmatizzata, solo in funzione della motivazione dell’esigenza cautelare. E’ il compito del giudice. Ovviamente, non siamo giudici della congruità di questa motivazione ma siamo interessati a capire la fuga di notizie sotto il profilo delle responsabilità politico-istituzionali. E’ questo il nostro compito. Come motivazione dell’esigenza cautelare, è indifferente che la fuga di notizie sia dolosa o colposa, che sia attribuibile a Tizio o a Caio. E’ il dato oggettivo quello che motiva l’esigenza cautelare. Ma dal punto di vista politico non è così poichè cambia molto se la fuga di notizie è dolosa o colposa, se è avvenuta per la mera finalità di far fare uno scoop all’amico giornalista o per mandare un messaggio.

LUPACCHINI. Questo anche dal punto di vista penalistico. Riguarda il pubblico ministero che deve esercitare l’azione penale.

SARACENI. Capisco il senso della risposta, che non è stata individuata una responsabilità penale, altrimenti ci sarebbe a latere un rapporto al pubblico ministero.

LUPACCHINI. Diciamo che questa è un’indicazione al pubblico ministero perché anche lui è destinatario ed apprende l’esistenza di notizie.

SARACENI. Il pubblico ministero dovrebbe saperne anche più del GIP. Per noi è molto importante stabilire l’ambito istituzionale dal quale esce. E’ diversa la responsabilità politico-istituzionale a seconda se l’ambito da cui si verifica la fuga di notizie sia quello giudiziario o quello politico, così come è diversa a seconda se sia colposa o dolosa. I fini sono esecrabili comunque, anche se il mero e banale fine è solo quello di far fare uno scoop all’amico giornalista. Quella formula, che copre tante ipotesi, dovrebbe essere maggiormente specificata, quanto meno chiarendo il livello di responsabilità, nei limiti in cui ciò sia a conoscenza del consigliere Lupacchini, sempre che egli ritenga che non sia pregiudizievole e sempre rispettando le regole che ci siamo dati.

Vorrei approfondire questo punto. L’espressione "fuga istituzionale" copre varie ipotesi. Si riferisce soltanto ad un’istituzione o a più istituzioni? In quest’ultimo caso, sono alternative o cumulative? Tra l’altro, tra i nostri compiti c’è anche quello di accertare la causa delle deviazioni istituzionali che non consentono di arrivare alle responsabilità. E’ stata solo una banale ragione, quella di informare l’amico giornalista che ha fatto lo scoop, tra l’altro nella cronaca di Roma, il che non mi pare una gran cosa, o è stato un messaggio? Se così fosse, sarebbe ben più grave.

Il collega Fragalà ha accennato ad un altro argomento, di cui abbiamo letto nelle cronache relative alla vicenda in oggetto, vale a dire allo scontro fra polizia e carabinieri. E’ stata avanzata l’ipotesi che l’arresto dello zingaro, che avrebbe avuto in mano la famosa tessera telefonica, sia stato artatamente fatto dai carabinieri in dispetto delle indagini di polizia. Dovremmo occuparci di questo argomento.

La fuga di notizie ha impresso un’accelerazione e questo è ribadito anche nell’ordinanza. E’ stata pregiudizievole per lo sviluppo delle indagini? Forse il consigliere Lupacchini può rispondere a questa domanda senza pregiudizio delle regole che ci siamo imposti. Senza la fuga di notizie, si sarebbe ulteriormente investigato con gli strumenti del pedinamento, delle intercettazioni, delle fotografie, nel contesto dal quale sembrava provenisse? L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa il 16 maggio perché c’è stata tale accelerazione? Sarebbe stato utile un ulteriore approfondimento delle indagini? Dico utile da tutti i punti di vista, perché siamo di fronte ad un giudice che è consapevole che l’utilità dell’indagine va vista anche dal punto di vista dell’indagato, nel senso che può servire anche a scagionarlo. Dal punto di vista politico, ci troviamo davanti a questo groviglio.

LUPACCHINI. Le domande sono molteplici. Partiamo dall’ultimo problema, ribadendo ancora una volta che nella motivazione si accenna alla fuga di notizie in relazione alle esigenze cautelari. Questo significa che le esigenze cautelari, che potevano sussistere prima della fuga di notizie, sicuramente sono state accentuate in un momento successivo per effetto della stessa fuga di notizie. E’ evidente che il prezzo della libertà personale è talmente alto che l’esecrabilità della fuga di notizie - che ha come conseguenza la privazione della libertà personale di una persona che altrimenti potrebbe essere controllata, verificata e, comunque, cautelarmente controllata sotto il profilo processuale senza il bisogno di privarla della libertà personale - rappresenta un fatto estremamente grave già solo per questo.

Sotto il profilo della privazione della libertà personale dell’indagato in un momento anziché in un altro, prima che siano effettuate tutte le possibili verifiche di pericolosità sotto il profilo processuale, ma addirittura quando la pericolosità è indotta dall’esterno, perché il pericolo di fuga nasce dal fatto che si dica: sappiamo chi sei, ti stiamo cercando, prima o poi arriveremo a te, in linea teorica, il discorso è questo; in termini pratici, il susseguirsi della fuga di notizie, la pubblicazione delle stesse, la richiesta di misure da parte della procura della Repubblica, implicano che la fuga di notizie abbia conseguito un effetto.

Per quanto concerne l’insorgenza di voci sulla fuga di notizie, sulle possibili fonti da cui la notizia è colata, sulle possibili ragioni che possono aver spinto qualcuno (e bisognerebbe vedere chi si sia giovato di tale notizia) a propalarla, sulle modalità di propalazione, addirittura alla cronaca locale di un quotidiano nazionale di una notizia rilevante e importante (e non so come si sarà trovato chi l’ha pubblicata in cronaca locale rispetto al direttore che magari avrebbe gradito vederla nella cronaca nazionale, ma sono logiche interne di un giornale), tutto si può prestare a valutazioni, infiorettamenti e illazioni. D’altra parte, per affermare quali siano l’ambito da cui esce, la persona da cui esce, lo scopo per cui esce, le finalità che si vogliono perseguire facendola uscire, le modalità adottate per farla uscire in un certo modo per un certo scopo, bisognerebbe avere le prove per dimostrare quello che si dice. Per cui la correttezza impone che ci si limiti semplicemente a prendere atto che una notizia è stata data e che l'effetto di questa notizia è stato il precipitare di un'attività di indagine che si poteva svolgere secondo altre cadenze, secondo altre modalità.

SARACENI. Quindi, se capisco bene, tutto quello che il GIP sa sulla fuga di notizie è quello che è scritto nell'ordinanza? Non sono ragioni di riservatezza che la spingono a dire: non vado oltre, ma proprio il fatto che non sa di più.

LUPACCHINI. Non so di più, altrimenti sarei una persona informata dei fatti e non sarei il giudice che emette l'ordinanza.

SARACENI. Potrebbe essere opportuno non scrivere oggi in una ordinanza ciò che va tenuto riservato.

LUPACCHINI. Allora, escludo di essere persona informata sui fatti, se non sul fatto…

PRESIDENTE. La prima risposta del dottor Lupacchini mi è sembrata abbastanza chiara.

LUPACCHINI. Volevo anche chiarire un altro punto perché mi sembra che ci sia stata un'altra domanda che nasce lo stesso da quelle che io posso definire allo stato, mancando di elementi di valutazione e giudizio in proposito, illazioni giornalistiche. Ribadisco che non ho notato personalmente, sulla base degli atti di cui ho potuto avere conoscenza (che sono abbastanza) che ci sia stato uno scollamento o un conflitto tra le forze di polizia in campo sotto il profilo investigativo.

SARACENI. E tutta la storia dell'arresto dello zingaro è una coincidenza?

LUPACCHINI. Lo zingaro, per quel che io so, è stato arrestato, ma non da coloro che svolgevano le indagini e per un furto commesso in una zona che non era assolutamente interessata dalle indagini, in un ambito assolutamente estraneo alle indagini. E' stato un fatto casuale; che poi si possano mettere insieme diversi spezzoni di storia e trarne un bel romanzo, questo resta un bel romanzo. Se poi ci fossero le prove che cosi sono andate le cose…

PRESIDENTE. Non per rubare il mestiere ai pubblici ministeri, che sicuramente staranno indagando su queste fughe di notizie, ma lì c'è un dato che fa riflettere, proprio il fatto che appaia una notizia di questo calibro sulla cronaca locale di un grande giornale nazionale. Questo potrebbe far pensare che in realtà la notizia era già nota in ambito giornalistico, che c'era un'intesa, data la delicatezza del tema, di non far trapelare niente e che, più che dare la notizia a quel giornalista, ci sia stata un'istigazione a rompere questo patto di silenzio. Ci sono varie cose strane: c'è questo problema che appare sulla cronaca locale del giornale, c'è che il giorno dopo i giornali concorrenti sembrano in possesso di un corredo di notizie ancora più spesso, tanto è vero che io martedì mattina conoscevo i contenuti della sua ordinanza quasi completamente, benchè poi l'abbia letta soltanto nella giornata di mercoledì.

LUPACCHINI. E' per questo che ho detto che bastava a quel punto sottoscrivere uno qualsiasi degli articoli…

PRESIDENTE. Ma io ragiono su un altro fatto, cioè sul fatto che appaia su "La Repubblica" in cronaca locale una notizia di rilievo nazionale e che il giorno dopo una serie di altri giornali si dimostrino altrettanto informati, come il giornalista che per primo ha dato la notizia sulla cronaca locale. Tutto questo fa pensare che probabilmente era trapelata in diversi ambiti, però c'era un patto di silenzio che ad un certo punto il giornalista di "la Repubblica" rompe. Il problema allora è perché lo ha fatto: è stato istigato, non è stato istigato?

LUPACCHINI. Su questo bisognerà indagare per capire cosa sia effettivamente successo; potremmo aggiungere ulteriori ipotesi.

DE LUCA Athos. In effetti, i colleghi hanno esaurito la sostanza. Vorrei ribadirle una domanda che è stata ventilata, in modo più preciso: il danno che lei può valutare allo stato dell'arte di questa fuga di notizie è un danno irreparabile?

LUPACCHINI. Non sono in grado di dirlo. Sicuramente posso dire, come tecnico che conosce la metodica di indagine, che si elaborano delle strategie le quali normalmente non prevedono una fuga di notizie tra le possibili variabili, o perlomeno non prevedono fughe di notizie di questo tipo, in un momento in cui si stanno raccogliendo gli elementi di prova su un determinato soggetto, tanto da farne precipitare la necessità di cautela processuale sotto il profilo sia della tutela della prova, sia del pericolo di fuga del soggetto stesso. Indubbiamente il dato obiettivo è che l'indagine non riguardava esclusivamente il telefonista, come viene definito giornalisticamente; l'indagine riguardava tutta una più variegata serie di reati tra cui anche un reato associativo, oltre che un attentato che non può essere stato commesso da una sola persona. Evidentemente un qualcosa nella strategia complessiva di indagine le notizie hanno rotto; di conseguenza bisognerà vedere fino a che punto le indagini in corso saranno in grado di riparare a questo guasto, o se il guasto è irreparabile. Questo non lo si può prevedere fin da adesso.

PRESIDENTE. Capisco che questo è un problema che semmai ci dovrebbe spingere a dialettizzarci più con i pubblici ministeri che con lei, ma c'è un punto al proposito nodale e complicato, cioè se in vicende di questo genere sia una linea di politica indagativa più produttiva quella di indagare sul delitto-fine per poi inquadrarlo nel delitto-mezzo, o se invece non valesse più la pena indagare sul delitto-mezzo tout court in sé considerato, sperando che in quel modo potessero venire fuori nuove tracce indagative che consentissero di individuare gli autori dell'omicidio D'Antona.

LUPACCHINI. Appunto, è questo che rientra nella strategia complessiva di indagine e non si può valutare fino a che punto sia stata eventualmente compromessa questa strategia, se sia ancora perseguibile o no.

BIELLI. In una audizione del prefetto Andreassi si parlò del terrorismo, e quindi anche dell'uccisione del dottor D'Antona. Andreassi ha affermato che le indagini erano a buon punto e che il fatto che non si fosse pervenuti all'individuazione e anche all'arresto dei colpevoli stava a significare che non si voleva pregiudicare un lavoro così importante con arresti poco importanti, perché in qualche modo si stava arrivando ad un livello alto. Ora, mi chiedo se c'è un rapporto tra le considerazioni fatte dal prefetto Andreassi e alcune considerazioni che ha sviluppato lei questa sera, secondo cui si deduce che è vero che le indagini erano a buon punto e che in qualche modo stavate restringendo le indagini attorno ad una cerchia ristretta su cui poter intervenire con la speranza poi di colpire anche più in alto. Quando si parla di fuga di notizie con questo carattere istituzionale ne capiamo tutti la gravità; e allora io le chiedo se non le pare che qui ci sia un qualcosa di molto preoccupante anche in relazione alla ricostruzione che sia il Presidente che lei avete fatto degli accadimenti. Esce sulla cronaca locale di "La Repubblica" questa notizia; il giorno dopo tutti i giornali sono informati di quello che stava accadendo; il martedì è soprattutto il "Corriere della Sera" ad essere più avanti rispetto anche a "La Repubblica". Il "Corriere della Sera" scrive una cosa in più, che si sta indagando su venti persone, indica di fatto il telefonista e quindi afferma che ci si trova di fronte ad una svolta delle indagini. Aggiungo che in questi tre giorni chi vorrebbe indagare si rende conto che la prima fuga di notizie sembra non abbia fatto altro che far scoprire l’autorità giudiziaria, costringendola a venire fuori non secondo i tempi preventivati dalla stessa. Se le cose stanno così, siamo forse di fronte ancora ad una attività di depistaggio?

LUPACCHINI. I suoi argomenti sono idonei a sostenere la tesi di un depistaggio. Bisogna poi vedere in concreto quali fossero le indagini in corso e quale rispondenza trovasse nelle attività di indagine quanto a suo tempo dichiarato dal dottor Andreassi. Sono tutte valutazioni che non sono in grado di fare, perché lo spettro della mia conoscenza è molto più limitato di quanto non possa essere stato quello del dottor Andreassi o dei pubblici ministeri. Ovviamente, una valutazione di questo genere la possono compiere loro e non io.

Indubbiamente è un argomento di una certa singolarità il fatto che "La Repubblica" funzioni da innesco di una successiva conflagrazione che si sviluppa sostanzialmente sul "Corriere della Sera"; lo stesso giornale che oggi torna con l’irrisione di Totò, Peppino e le diete alimentari dell’Italia del secondo dopoguerra.

BIELLI. Dottor Lupacchini, mi rendo conto che forse tratto questioni che esulano da quelle che stasera dovremmo affrontare, ma quando ho letto la risoluzione delle BR sull’omicidio D’Antona sono rimasto molto impressionato dal linguaggio. Non solo era corretto, ma era in perfetta sintonia con il tipo di trattativa che si stava svolgendo tra sindacato, Confindustria e Governo sul tema delicatissimo delle nuove relazioni sindacali in questo paese: la così detta concertazione. Alcuni passaggi erano frutto di un lavoro svolto nelle "segrete stanze", nel senso che era avvenuto tra personaggi che in prima persona agivano su una questione delicatissima. Questo sta a significare che in qualche modo l’omicidio D’Antona trova una spiegazione in ragione del fatto che c’era qualcuno che conosceva bene meccanismi di così alto livello e quindi con l’uccisione di D’Antona si è bloccato un processo politico, che io definisco di rapporti diversi tra Confindustria, mondo del lavoro, sindacati e Governo. Ciò entra in relazione con quanto ho detto poc’anzi sul rischio di un depistaggio, proprio perché ci rendiamo conto che l’operazione D’Antona non è stata compiuta da qualche irresponsabile che compie un omicidio per il gusto di uccidere, ma siamo di fronte a qualcosa di molto pesante. Allora, se nelle cose che ho affermato (l’omicidio D’Antona con le caratteristiche cui ho fatto riferimento, la situazione di questi giorni) c’è una logica, a suo parere qual è il ruolo che in questa fase tutte le istituzioni possono giocare?

Lei ha detto che non le sembra ci sia stata una sovrapposizione o un’interferenza tra le forze dell’ordine. Ne prendo atto con soddisfazione, ma se non c’è stata interferenza e lo zingarello di dieci anni è stato preso quasi in maniera accidentale, se c’è stato un coordinamento, perché è avvenuto quando si sapeva che si stava indagando sullo stesso zingarello? Se ci fosse stato un coordinamento e le indagini erano al livello a cui faceva riferimento, perché arrestarlo per un piccolo furto? Siamo di fronte a qualcosa di molto pesante. Ho apprezzato la sua ordinanza di applicazione della custodia cautelare, perché credo si evinca come sia preoccupato del fenomeno del terrorismo, anche per ricavarne indicazioni e svolgere la propria parte. Chiedo la sua opinione riguardo una preoccupazione che appartiene a tutti noi.

LUPACCHINI. Come dicevo prima, tornando magari ad un argomento più semplice e banale, Hamidovich è stato arrestato dai carabinieri di Roma Eur in flagranza di un furto, da una pattuglia composta anche da un carabiniere ausiliario; quindi non c’era alcuna grande macchinazione dietro quest’arresto. D’altra parte, per impedire all’Hamidovich di seguire i suoi istinti e di svolgere la sua attività non vedo cosa si potesse fare. Certo, non lo si poteva mandare in giro con il segno di Caino: nessuno lo tocchi! Purtroppo era libero di girare ed è incappato in una pattuglia dei carabinieri. Questo può innescare una serie di retro-pensieri su possibili interferenze, che sia stato arrestato per impedire qualcosa, ma d’altra parte, nessuno può chiudere la bocca a chi vuole esprimere il proprio pensiero come meglio crede. Però ritengo che a livello istituzionale – e qui lo siamo – non ci si debba far condizionare da valutazione sensazionalistiche o di altro tipo che vengono fatte da chi ha la possibilità di esporre pubblicamente il proprio pensiero.

PRESIDENTE. Si tratta di accidenti ineludibili. Come se fosse finito sotto un’automobile.

LUPACCHINI. Se così fosse avvenuto si poteva pensare che il depistaggio fosse arrivato al punto di sopprimerlo.

BIELLI. Un’ultima domanda che risponde ad una mia curiosità, ma anche a qualcosa di più. Lei ha indagato anche sulla banda della Magliana. Ho in mente un episodio, e spero che la memoria non mi tradisca. Nel corso dell’autopsia effettuata sul cadavere di Mino Pecorelli venne rinvenuto un filamento di tessuto di moquette. Quando si è arrivati al covo della banda della Magliana si è trovato molto di questo tessuto e si è scoperto che nella moquette erano stati effettuati dei tagli per costruire dei dispositivi che impedivano alle pistole di fare troppo rumore, quasi dei silenziatori, molto artigianali ma che avevano una certa efficacia. Quindi si scopre questo filamento tessuto sul cadavere di Pecorelli. Abbiamo la banda della Magliana, il cadavere di Pecorelli: un elemento come questo è stato indagato, si è riflettuto se c’era una casualità tra le due cose? Infatti, ciò non è privo di significato rispetto alle indagini che ci sono state su questo delitto. Le chiedo cosa ne pensa, se avete indagato, se è stato un elemento tenuto in considerazione.

LUPACCHINI. Nell’ambito del processo alla banda della Magliana si ricostruirono le modalità attraverso le quali venivano confezionati questi silenziatori, venivano usati dei barattoli con dentro del feltro che, inseriti sulla canna delle armi, determinavano l’affievolimento del rumore, che veniva attutito, e lo sparo si confondeva con altri rumori perdendo le sue caratteristiche. Quali sviluppi abbia avuto nell’indagine sull’omicidio di Pecorelli è un problema che non riguardava la mia attività specifica di indagine. Una questione più singolare, rimanendo nell’ambito dei rapporti tra il terrorismo e il famoso deposito di armi presso il Ministero della sanità, è stato il rinvenimento presso quel deposito di candelotti fumogeni dello stesso tipo di quelli utilizzati in un delitto terroristico, l’omicidio Varisco. Questo poteva essere un profilo più interessante di sviluppo, ma non tanto legato alla banda della Magliana quanto ad individuare il significato vero, sotto tutti i vari profili strutturali, soggettivi e così via, di questo deposito, a cominciare da come venne ritrovato, perché le ricostruzioni che siamo riusciti a fare sono piuttosto lacunose e inverosimili. Non abbiamo mai avuto chiarezza infatti di come si fosse arrivati all’individuazione del deposito del Ministero della sanità.

FRAGALA’. A proposito del problema polizia-carabinieri la ringrazio per aver fugato ogni dubbio sulla pretesa mancanza di coordinamento. Le chiedo perché, negli ultimi interrogatori del minore nomade condotto nel locale della procura della Repubblica di Roma, è stato estromesso il personale della Digos, dell’Ucigos che aveva avviato quella pista investigativa e, invece, gli ultimi due interrogatori sono stati condotti alla presenza di un ufficiale dei carabinieri.

LUPACCHINI. Ignoro totalmente l’atto.

FRAGALA’. La ringrazio. Non so se lei ha saputo della dichiarazione di Valerio Morucci del 19 maggio scorso che ha detto, a proposito delle nuove Brigate rosse, "Qualcuno ha raccolto il testimone lasciato per terra anni fa per cui le nuove Brigate rosse sono nuove solo perché sono passati quindici anni. In realtà l’omicidio D’Antona è tutt’uno con gli omicidi Tarantelli e Ruffilli. Non dico che ci sono legami con i vecchi brigatisti ma che ci sono legami politici con le vecchie Brigate rosse". Questa valutazione di Morucci, che lei ha peraltro confermato nella domanda rivoltale dal senatore Manca a proposito degli attentati a Tarantelli e a Ruffilli, è significativa per dire che vi è uno stesso brodo di coltura tra le vecchie e le nuove Brigate rosse che è da individuare nella cosiddetta sinistra antagonista, nei centri sociali, nei CARC e così via?

LUPACCHINI. Non mi avventurerei in questo tipo di analisi. Mi limito a richiamare l’analisi del documento fatta a livello di intelligence tra le forze di polizia nell’immediatezza del rinvenimento. Indubbiamente sono stati trovati punti di analogia con vecchie rivendicazioni di altri attentati, appunto quelli a Ruffilli e Tarantelli, sia nel contenuto del documento sia soprattutto avuto riguardo al profilo soggettivo delle vittime che, nei tre casi, rappresentano personaggi che non avevano un immediato rilievo istituzionale ma si ponevano in un rapporto di suggerimento, almeno secondo la tesi di rivendicazione, di determinate linee politiche che, di volta in volta, si volevano abbattere attraverso l’attentato terroristico. Andare al di là di questo a verificare se i centri sociali abbiano una rilevanza o meno causale o siano il brodo di coltura delle Brigate rosse mi sembra un passo, allo stato, azzardato.

PRESIDENTE. Nella nostra relazione sull’omicidio D’Antona, che prima citava il collega Manca, a proposito di una continuità "ideale" tra gli omicidi Tarantelli, Ruffilli e D’Antona parlavamo di un tragico heri dicebamus, un discorso che sembra riprendere dal punto in cui si era interrotto.

LUPACCHINI. Prendo atto di quello che aveva dichiarato il dottor Andreassi, che è stato riportato nella vostra relazione, ed è sostanzialmente un’analisi del documento passata negli atti del processo.

FRAGALA’. Ricorda dell’indagine che lei ereditò nel 1990 dal giudice istruttore bolognese Adriana Scaramuzzino sul gruppo di guerriglia metropolitana per il comunismo?

LUPACCHINI. C’è stato il rinvio a giudizio.

FRAGALA’. Chi erano gli ideologi, gli ispiratori, i capi di quel gruppo terroristico?

LUPACCHINI. I capi di quel gruppo terroristico erano individuati nell’ala senzaniana delle Brigate rosse, in particolare il processo subì una serie di riunioni e smembramenti, riunioni nuovamente e, alla fine, si è costruito un processo nei confronti delle BR-PCC e, precisamente, del gruppo dei soggetti attualmente latitanti quali Giunti, Giorgeri, Venditti e così via.

FRAGALA’. A questo proposito ci potrebbe parlare del ruolo avuto dal cittadino giordano Khaled Thamer Birawi, arrestato nel 1985 all’aeroporto di Francoforte con un notevole quantitativo di plastico, nell’ambito dell’organizzazione guerriglia metropolitana per il comunismo?

LUPACCHINI. Il ruolo è quello di partecipe dell’associazione ovviamente, in quella serie di rapporti di internazionalizzazione delle strutture terroristiche, secondo la concezione delle BR-PCC, che era di apertura ai vari movimenti terroristici rivoluzionari sia europei che mediorientale.

FRAGALA’. Questa organizzazione aveva contatti come risultò dalle vostre indagini con la RAF e Action directe?

LUPACCHINI. Avvenne nel 1991, mi sembra nell’estate, se non vado errato, vi fu l’arresto di tal (Bircic) a Bolzano, in un valico della provincia di Bolzano, con una cospicua documentazione che stava introducendo in Italia. Doveva recarsi a Milano, almeno secondo quella che fu la ricostruzione all’epoca dei magistrati bolzanini, per effettuare la consegna a soggetti milanesi.

FRAGALA’. E Alessandro Lomazzi e Carla Biano appartengono a questo quadro eversivo?

LUPACCHINI. Appartenevano a questo quadro, sempre dell’ala senzaniana. Soprattutto la Biano era stata arrestata e le fu trovata la pianta del supercarcere di Ancona, dove in quel periodo si stava processando il Senzani per l’omicidio Peci. Poi venne arrestata a Firenze in possesso, anche in questo caso, di documentazione relativa ad un supercarcere o comunque ad una struttura protetta.

FRAGALA'. Il Consolato americano.

LUPACCHINI. Il Consolato americano, ma non ricordo con precisione. Dopodiché aveva anche della documentazione cifrata con un particolare codice rappresentato da puntini che dovevano essere sovrapposti a delle pagine di un libro per essere letti.

FRAGALA'. Dottor Lupacchini, lei nel dicembre del 1991 ordinò alcuni arresti nel campo delle indagini sulle Brigate rosse e il Partito Comunista Combattente: furono arrestati Aldo Romaro, Maddalena Conti, Alessandro Lomazzi, Gabriele Vecchiattini, Rocco Bucarello. Le chiedo qual è il ruolo di costoro all’epoca e quale ruolo potrebbero avere oggi.

LUPACCHINI. Oggi non sono in grado di dire quale ruolo potrebbero avere. All’epoca erano particolarmente vicini alla Carla Biano.

FRAGALA'. Quindi al gruppo eversivo.

LUPACCHINI. La costruzione che venne fatta, come dicevo, tra i vari smembramenti, perché era questo il processo che arrivava dal giudice istruttore Adriana Scaramuzzino di Bologna, a cui poi venne riunito il processo contro Giorgieri.

FRAGALA'. Lei un anno fa o giù di lì è stato oggetto di un attentato dinamitardo: una bomba venne ritrovata a pochi metri dal suo ufficio. In quel momento che tipo di indagine stava svolgendo? Si tratta della famosa bomba che fu rivendicata da Di Pietro e D’Alema che si trovavano a due chilometri di distanza, al teatro Adriano.

LUPACCHINI. Venne trovata una bomba. In quel momento c’erano diversi processi: un processo in Cassazione contro gli anarchici, di cui non mi occupavo; c’era il processo della Magliana in Cassazione; c’erano altri processi ancora.

FRAGALA'. Lei non stava svolgendo indagini su gruppi terroristici?

LUPACCHINI. In quel momento c’era il processo in Cassazione per i gruppi anarchici, ma non mi riguardava.

PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Lupacchini per questa lunga audizione. Ci scusiamo per l’orario, ma purtroppo non solo gli uffici giudiziari lavorano di notte per riparare alle fughe di notizie. Dichiaro pertanto conclusa l’audizione.

La seduta termina alle ore 00,15 di mercoledì 24 maggio.

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