FISICA/MENTE

Il  clamoroso falso dei  quattro saggi di Lorenzago.  Ovvero: come una bufala , se 'bipartisan', diventa verità

di Marco Ottanelli

http://www.democrazialegalita.it/marco_rifcostituzione=03genn06.htm  

Tutti, ma proprio tutti coloro che si sono opposti - almeno a parole - alla pericolosa e pesantissima riforma della Costituzione del Polo, hanno gridato la loro indignazione per il fatto che la riforma stessa sarebbe stata stesa ed elaborata da soli quattro “saggi” in una baita di Lorenzago, ridente località del Cadore. Un peccato di eccesso di stima, visto che si sono ritenute le alte menti di Andrea Pastore (Fi), Francesco D'Onofrio (Udc), Roberto Calderoli (Lega), Domenico Nania (An) capaci di elaborare un testo complesso, assemblando in soli tre giorni (dal 20 al 23 agosto 2003) tutte le proposte, i progetti e le idee della Casa delle Libertà, testo che il 16 settembre dello stesso anno approda in Consiglio dei Ministri e viene approvato, per poi passare immediatamente alle Camere. Insomma, decine e decine di articoli riscritti, un impianto costituzionale nuovo, uno Stato diverso, un diverso rapporto di cittadinanza… il tutto sfornato dai quattro espertissimi e accettato dal Parlamento in poche settimane. Un record assoluto di velocità. O un’altra immane truffa bipartisan che parte da lontano?

Comunicava l’agenzia Ansa il 23 agosto 2003: “Lorenzago (BL): si conclude il lavoro dei 'saggi'. Il testo elaborato  prevede un Senato federale e una Camera dei deputati con  funzioni diverse, soluzioni ''anti-ribaltone'' per assicurare la  stabilita' del risultato elettorale, distingue in modo piu'  accentuato le funzioni di governo del Primo ministro e di  garanzia del Presidente della Repubblica.”

Mamma mia, quante novità. Quanti equilibri spostati, quanti poteri accresciuti e quanti annichiliti. Quanta parte della Costituzione cambiata, manomessa, rivoltata come un calzino… e quanta originalità, e pericolosità, in un sistema siffatto. Peccato che il buon Calderoli e compagnia, oltre ad aver pasteggiato a polenta e formaggi, nella baita non abbiano fatto niente, nulla, zero, se non una parata per le Tv, così, tanto per far felice il popolo padano, mentre la riforma, le riforme, altro non erano che il succo di anni e anni di progetti e accordi a largo raggio.

 

Infatti, è perlomeno dal 1996 che attorno alla Carta fondamentale si affollano boriosi e arroganti riformatori, autoproclamatisi Padri costituenti, piccole e autoreferenziali folle di individui che non rappresentano nessuno se non sé stessi, e che, senza averne mai avuto delega o incarico dagli italiani, hanno giocato all’ingegnere genetico con i nostri diritti e la nostra democrazia. L’Assemblea del 1946 annichilita da una manica di superuomini alla ricerca di un posto nella storia. Ma soprattutto di un posto inamovibile al potere. Ecco la cronologia dell’attacco alla Costituzione.

 

La Cultura della Riforma: una illusoria panacea per tutti i mali. 

Cominciò Craxi, nei favolosi anni ’80. La sua ricetta per salvare l’Italia da inflazione, disoccupazione, mafia, camorra, ‘ndrangheta, inquinamento, speculazione, terrorismo e terremoti era : presidenzialismo. Diceva Bettino: “vogliamo un Presidente della Repubblica forte, con grandi poteri, eletto direttamente dai cittadini. Vogliamo un uomo libero da lacci e laccioli per governare senza intoppi e senza la possibilità di essere sfiduciato”. Parlava ovviamente di sé stesso. E ne parlava confusamente, visto che mai fu presentata ufficialmente una proposta di revisione costituzionale  in tal senso. Ma, sul testo fumoso e vago scritto con eleganza da Giuliano Amato, all’epoca vice di Craxi nel PSI, si scatenò ugualmente un infinito dibattito culturale. Presidenzialismo sì, presidenzialismo no, all’americana, alla francese, alla messicana…la Sinistra, dal rifiuto assoluto, passò gradualmente al “si forse ma però”, convertendosi, nel tempo, al semipresidenzialismo, ibrido gollista, da condire con altri stranierismi più o meno accentuati. La provocazione craxiana aprì la breccia a due concetti che ritorneranno ciclicamente: la intangibilità del potente di turno (divieto di ribaltone) e la investitura popolare che crea e legittima il potente stesso.

 

Se non panacee, perlomeno cure da cavallo: Continuò Segni, nei favolosi anni ’90. La sua ricetta per salvare l’Italia da inflazione, disoccupazione, mafia, camorra, ‘ndrangheta, inquinamento, speculazione, terrorismo e terremoti era: maggioritario. E maggioritario, plebiscitariamente, fu. Sparirono le preferenze, e si dettero immani premi di maggioranza al vincitore (questo vuol dire “maggioritario”). Ma la pulce della riforma dello Stato era entrata nell’orecchio dei politici nostrani. Mentre Gianfranco Miglio e la neonata Lega Lombarda di Bossi scatenano il pandemonio federalista,  ritorna il diffuso bisogno di semipresidenzialismo. Di uomo forte. Nel 1993 il Parlamento istituisce una Commissione Bicamerale per le Riforme, presieduta dapprima da Ciriaco De Mita (DC) ed in seguito da Nilde Iotti (PDS). La commissione Iotti affronta per la prima volta in sede ufficiale il tema della forma di Governo, e apre quindi un’altra breccia. Forza Italia ne approfitta, e, nel suo programma elettorale del 1994 ripropone il “modello francese”; il primo governo Berlusconi vara un Comitato di studio per le riforme, i cui lavori si concludono con un progetto che prevede, per la forma di governo, due alternative: il modello semi-presidenziale e il modello del governo di legislatura con premier elettivo. La sinistra si lascia trascinare in un simile dibattito, e fioccano come neve le variegate e diverse posizioni, tutte presidenzialiste, ma alla francese, alla polacca, alla tedesca, alla portoghese, alla finlandese. D’Alema opta per il presidenzialismo alla austriaca, come la sachertorte. Ma arriva lo scossone: cade il governo Berlusconi I, (il cosiddetto “ribaltone”: una tanto semplice quanto costituzionalissima sfiducia), e si va avanti con il tecnico Dini, ex ministro del governo appena caduto, passato al centrosinistra.

 

Eppoi l'inciucio

 Nel 1996, avviene qualcosa che anticipa tutto quello che oggi i Bravi Difensori della Costituzione annunciano di voler combattere: uno spaventoso inciucio che ha, al suo primo punto, proprio quello delle riforme in chiave semi – autoritaria. La scansione dei tempi è più efficace di qualsiasi doviziosa narrazione.

 

11 gennaio 1996: Dini si reca al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Il Presidente Scalfaro si riserva di decidere e invita il Governo a restare in carica per il “disbrigo degli affari correnti.”

 

15 gennaio 1996: Il Presidente della Repubblica inizia le consultazioni

 

24 gennaio 1996: Il Giornale (il quotidiano di proprietà di Berlusconi) rende nota la cosiddetta "Bozza Fisichella", ovvero una bozza di riforma istituzionale predisposta dai parlamentari Bassanini (DS), Salvi (DS) Urbani (F.I) e, appunto Fisichella (AN), che vuole intervenire su: federalismo, presidenzialismo, poteri del parlamento, giustizia. Dunque, un quartetto di “neocostituenti” si arroga il diritto di cambiare la Costituzione, e in ogni sua parte,  secondo uno schema del tutto simile a quello della attuale “riforma Berlusconi-Calderoli”. (Ma chi li aveva delegati, scelti, incaricati? C’era  qualcuno che poteva non sapere, nelle segreteria di partito?)

 

25 gennaio 1996: il primo contratto con gli italiani: Berlusconi e D’Alema duettano a Porta a Porta, un luogo evidentemente preposto ai Grandi Annunci,  in un commovente scambio di attestati di amicizia, annunciando ai telespettatori l’accordo in atto tra i loro partiti. I “comitati Prodi” entrano in crisi, Prodi stesso rilascia dichiarazioni sconcertate. DS e Forza Italia adesso devono  scegliere l’uomo giusto per fare le riforme. E l’uomo giusto c’è.

1 febbraio 1996: dopo aver effettuato le consultazioni, Scalfaro conferisce l'incarico per la formazione del nuovo governo al prof. Antonio Maccanico.

 

2 febbraio 1996: Berlusconi annuncia ai suoi l’accordo con Massimo D’Alema: “di lui mi fido”. In una circolare ai club di Forza Italia vieta l’uso della parola “inciucio”, e suggerisce la formula “governo dei migliori”. Ripetiamo per chi non avesse compreso bene: governo- dei- migliori.

 

 9 febbraio 1996: D’Alema si reca a cena con Berlusconi a casa di Letta per mettere a punto il programma comune di governo. E’ la prima di una lunga serie di cenette intime tra il Cavaliere, il suo uomo di fiducia ed esponenti DS. (le successive più famose: patto della crostata,1997- accordo societario con De Benedetti, 2005)


10 febbraio 1996: Il Presidente del Consiglio incaricato Maccanico si reca al Quirinale per illustrare un preambolo programmatico, nel quale si afferma tra l'altro:  "Ho constatato, durante le consultazioni per la costituzione del Governo, che esiste in questo Parlamento una larghissima maggioranza disposta ad impegnarsi in un'opera immediata di revisione dell'ordinamento della Repubblica secondo un preciso modello istituzionale... E' emersa la determinazione largamente maggioritaria a perseguire una riforma organica e coerente che partendo da una profonda revisione della forma di Stato attraverso la costruzione di un ordinamento di federalismo cooperativo e solidale, investa anche la revisione della forma di Governo e giunga alla fine alla riconsiderazione della riforma delle leggi elettorali politiche... E' indispensabile un'opera di revisione che porti ad un deciso rafforzamento delle istituzioni unitarie di vertice e di governo della nostra Repubblica, anche col "conferimento di una posizione di netta preminenza al Presidente del Consiglio in seno al Governo" e l'"investitura popolare diretta del Capo dello Stato" e con "l'innesto, sugli attuali poteri del Presidente della Repubblica, di poteri di governo...Riguardo alla procedura, la maggioranza è favorevole alla costituzione di una Commissione bicamerale, formata su base proporzionale, con poteri referenti." Maccanico annuncia inoltre che Berlusconi e D’Alema saranno i suoi due Vicepresidenti del Consiglio.

 

10-14 febbraio 1996: I “giustizialisti” di AN si mettono di traverso. Una parte di F.I. rifiuta l’alleanza con i DS. (Nessuno nei Ds rifiuta l’alleanza con F.I., ndr). Berlusconi pone il veto a Caianiello come guardasigilli: vuole al suo posto Baldassarre. Scalfaro pone il vero a Baldassarre. Prodi cerca spazi e alleanze.

 

14 febbraio 1996: Maccanico rinuncia all’incarico.

 

Nell’aprile del 1996, l’Ulivo vince le elezioni. Prodi forma il governo. Ma il segno che la  bozza Salvi-Bassanini-Fisichella-Urbani-Maccanico ha lasciato è molto profondo. Innanzi tutto, il programma dell’Ulivo prevedeva il “governo del primo ministro”. Ma guarda tu: la stessa cosa che oggi Berlusconi chiama premierato. In secondo luogo, Antonio Maccanico viene nominato ministro delle Poste e Telecomunicazioni. Dopo il continuo reiterare di Decreti Legge che prorogavano la legge Mammì (legge che aveva salvato Fininvest e Berlusconi dalla palese illegalità delle loro posizioni), dichiarata incostituzionale nel 1994, Maccanico scrive una altra legge salva-Berlusconi che, tra le altre cose,  proroga sine die le frequenze a Rete4. Tale legge sarà dichiarata anch’essa incostituzionale nel 2002.

La Bicamerale

Caduto nel 1998 il governo Prodi, il nuovo Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, nomina Maccanico ministro delle Riforme Istituzionali, carica che manterrà anche nel governo Amato. Rifondazione Comunista esce dalla maggioranza, mentre entrano l’Udeur di Cossiga Scognamiglio e Mastella ed altri gruppi minori

Massimo D’Alema viene eletto presidente della “Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali” istituita il 24 gennaio 1997, come da accordi presi ai tempi della bozza Fisichella. Ne è vicepresidente Silvio Berlusconi. Si sfornano leggi sulla giustizia come piovesse. Si cominciano a elaborare le cosiddette bozze Boato, dal nome del Verde che ne imbastisce ben sette. Si progetta di rivedere decine e decine di articoli della Costituzione. Mentre la Lega Nord non si degna di presentare proposte (Bossi preannunciava la secessione), la maggioranza di governo di centrosinistra si divide fra semi-presidenzialisti, fautori del governo del primo ministro e fautori del parlamentarismo razionalizzato alla tedesca; il maggior partito di opposizione, Forza Italia, presentava sia un progetto semi-presidenziale secondo il prototipo francese sia un modello fondato sull’elezione diretta del primo ministro. Ma guarda tu.

 Licio Gelli, in aprile, afferma: «Il mio Piano di rinascita? Vedo che vent’anni dopo questa Bicamerale lo sta copiando pezzo per pezzo, con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Mi dovrebbero almeno dare il copyright…».

Una parte (piccola) della sinistra parlamentare, i magistrati capitanati da Borrelli e Caponnetto, giornali e riviste progressiste e una crescente massa di elettori e cittadini di sinistra hanno nel frattempo cominciato a criticare, avversare, a opporsi a questo intreccio inverecondo. Travolto dalle proteste, il presidente D’Alema compie un atto che ha dell’ incredibile: il 13 aprile 1997 segreta i lavori della commissione. Le riforme della Costituzione sono sottratte così al pubblico dibattito e al controllo democratico. Una decisione senza precedenti a livello mondiale.

Via della Camilluccia.

 

In via della Camilluccia, a Roma, abita Gianni Letta, l’uomo che regge le chiavi del cor di Berlusconi. In quella terrazza romana, si celebra una famosa cena, e si stringe un famoso patto;  il 18 giugno 1997, che la crostata ci fosse o no, (alcuni protagonisti affermano serissimi che si trattava di una cassata siciliana),  altri autoproclamati «padri costituenti» (D’Alema, Ds;  Berlusconi, FI; Fini, AN;  Marini, PPI;  Tatarella, AN; Nania, AN;  Mattarella, PPI,  Salvi, DS, e lo stesso Letta, all’epoca privato cittadino) giocano agli apprendisti stregoni con la nostra democrazia, e in una improvvisata costituente attorno al tavolo, tra una portata e l’altra, si stabiliscono i poteri del capo dello stato e i relativi poteri del Primo Ministro. La Nuova Costituzione comincia a prendere forma: stop ai giudici, federalismo, poteri forti al vertice, inamovibilità della maggioranza di governo… tutto torna, tutto si compie. Tutto ritornerà nella riforma del Polo.

Nel 1999 D’Alema si dimette. L’ultima parte della legislatura è impegnata nella riforma del titolo V della Costituzione. Viene introdotto di fatto il federalismo regionalista. La riforma, approvata a poche settimane dal voto per il nuovo Parlamento, passa con soli 4 voti di maggioranza, creando un pesantissimo precedente. Che verrà ampiamente sfruttato dal Polo nella attuale legislatura.

Pensieri e parole.

Cominciamo a riassumere: dagli anni ’80, chiunque fosse al potere, ha pensato che la ricetta per salvare l’Italia da inflazione, disoccupazione, mafia, camorra, ‘ndrangheta, inquinamento, speculazione, terrorismo e terremoti fosse: riformiamo la Costituzione. Ovviamente in senso autoritario, introducendo dapprima la figura del Presidente eletto, poi quella del Primo Ministro (il Premier, anzi, che un po’ di esterofilia in più non guasta), dai poteri sempre più forti, contestualmente a due misure parlamentari: la creazione di una camera espressione del federalismo (devolution) e il divieto di ribaltone, ovvero una antidemocratica norma che congela un qualsivoglia governo e impedisce al Parlamento, espressione della sovranità popolare, di sfiduciarlo pena il suo immediato scioglimento. La riforma approvata nei mesi scorsi, in poche parole, è questa, ma essa è appunto il frutto di un lungo processo, di una filosofia falso-modernista di riforma, una vera e propria cultura della  riforma che deve, necessariamente, sostituire e cancellare un altro concetto: quello della applicazione, chè sarebbe bastato applicarla del tutto, la nostra Costituzione, per avere un Paese migliore. In ogni caso, il processo culturale che ha portato ai risultati attuali,  ha avuto il suo completamento nel periodo 2001-2005. Ed è stato un processo al quale hanno partecipato tutti, compresi coloro che oggi si ergono a Difensori della Patria con la stessa prosopopea con la quale si ergevano a Padri Costituenti qualche annetto fa.

Pubblichiamo qua sotto un significativo specchietto comparativo tra il programma elettorale dell’Ulivo del 2001 (il programma del “candidato premier” Rutelli), la bozza di Giuliano Amato del 2003 (ovvero quel documento firmato dai segretari del centrosinistra con la supervisione di Prodi)  e la riforma Berlusconi del 2005. Preghiamo i nostri lettori di porre estrema attenzione al linguaggio e ai termini usati, spesso simili, troppo spesso identici, che indicano evidentemente progetti, piani,  pensieri simili, troppo spesso identici. Preghiamo i nostri elettori di riflettere sulla sincerità  e la coerenza di coloro che  hanno votato in passato, su quella di chi voteranno in futuro, e su cosa pensano che tali persone intendano fare di noi, della Costituzione, e della nostra democrazia, costata centinaia di migliaia di morti e sacrifici, e frutto della intelligenza di persone nobili e illustri come Parri, Calamandredi, Mortati, Ruini, e di tutti gli altri costituzionalisti. Quelli veri. Un solo richiamo al titolo di questo (lungo) pezzo: ma seriamente avete potuto credere che Calderoli e D’Onofrio fossero in grado di riscrivere la struttura di un Paese in soli tre giorni? L’inganno è svelato: in realtà, i saggi di Lorenzago hanno fatto una commedia, che ha esplicitato una volontà comune e ipocrita di gran parte del mondo politico italiano. Una commedia rivolta al solito pubblico pagante. Noi.

 

Ulivo Rutelli 2001

Bozza Amato  2003

Riforma del Polo 2005

il presidente del Consiglio diventa responsabile del programma, colui che ne interpreta le idee guida e le grandi sfide, facendosi garante presso gli elettori, assicurando la direzione e l’unità dell’azione di governo.

solo sul Presidente del Consiglio proprio perché responsabile dell'intera compagine di governo - si deve esprimere il voto di fiducia iniziale;

 

Il primo ministro determina la politica generale del Governo e ne è responsabile.

Garantisce l’unità di indirizzo politico e amministrativo, dirigendo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri.

Intendiamo garantire la trasformazione del Senato in una Camera federale coerente con la legge sul federalismo numericamente ridotto nel numero (non deve superare i 100 componenti)

Per quanto riguarda il Senato della Repubblica, la riforma del Titolo V impone l'uscita dal bicameralismo perfetto. L'occasione può essere colta per valorizzare il Senato come camera di  rappresentanza delle autonomie territoriali.

Il Senato federale della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto su base regionale, è composto da 200 senatori ; un bicameralismo, non più perfetto ma asimmetrico, in linea con gli ordinamenti caratterizzati da un forte potere delle autonomie territoriali;

Il presidente del Consiglio deve poter proporre al Capo dello Stato il decreto per lo scioglimento anticipato del parlamento, qualora non abbia più la fiducia

della sua maggioranza – a meno che sia stata avanzata una mozione di sfiducia costruttiva, coerente col mandato elettorale

In caso di sfiducia al Primo Ministro, e su sua proposta, vi sarà lo scioglimento a meno che una mozione di sfiducia costruttiva votata dalla maggioranza iniziale, comunque autosufficiente anche se integrata o eventualmente ridotta, non proponga un diverso candidato

In qualsiasi momento la Camera dei deputati può obbligare il primo ministro alle dimissioni, con l’approvazione di una mozione di sfiducia.

In tal caso il primo ministro si dimette e il Presidente della Repubblica decreta lo

scioglimento della Camera dei deputati ed indice le elezioni.

Il presidente del Consiglio deve poter proporre al Capo dello Stato la nomina e la revoca dei ministri

si ritiene che il Premier stesso debba avere il potere di nominare e revocare i ministri

I ministri sono nominati e revocati dal primo ministro

Il presidente del Consiglio deve poter proporre al Capo dello Stato il decreto per lo scioglimento anticipato del parlamento

 

Il Presidente della Repubblica, su richiesta del primo ministro, che ne assume la esclusiva responsabilità, ovvero nei casi di cui agli articoli 92, quarto comma, e 94, decreta lo scioglimento della Camera dei deputati

 

Occorre dare stabilità ai governi, legando i destini dell’esecutivo a quelli della legislatura. Con una legge elettorale che affidi al voto la scelta della maggioranza governativa e del presidente del Consiglio.

 è giusto che non siano legittimati i c.d. ribaltoni. In questo senso, si conviene sul fatto che debba rendersi noto, contestualmente alla pubblicazione del programma elettorale, il nome del candidato alla guida del Governo

La legge disciplina l’elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza, collegata al candidato alla carica di primo ministro.

Articoli correlati:

 http://www.democrazialegalita.it/bozzaAmato1.htm

 

http://www.democrazialegalita.it/marco_riformecost=17nov05.htm

 

per commenti osservazioni, critiche e altro scrivi a Marco@

 5/1/2006


Sulla pretesa riforma della Costituzione è utile avere dei materiali di approfondimento. Propongo i seguenti tre:

Vecchia e "nuova" Costituzione: un confronto dettagliato tra la Costituzione e le bestialità riformatrici.

"Riforma" della Costituzione, schede di lettura di Magistratura Democratica.

Salviamo la Costituzione: dell'omonimo Comitato milanese.


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