FISICA/MENTE

 

 

Il sito http://www.apolis.com/moro è sparito e con esso tutti i documenti cui facevo riferimento solo due mesi fa (giugno 2006). Tenterò una ricerca di quanto è andato perso, anche per colpa mia per non aver copiato quelle pagine.


 

 

PROCESSO "MORO"
CORTE D'ASSISE

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http://www.apolis.com/moro/

INDICE



PARTE PRIMA : I fatti e lo svolgimento della istruzione

- L'eccidio di via Fani
- Il sequestro e l'omicidio dell'on. Aldo Moro
- Le indagini
- La tipografia di Via Foa
- L'episodio Di Bella
- La base di Via Monte Nevoso
- L'imputazione di Antonio Negri
- L'arresto di Morucci e Faranda
- Il coinvolgimento di Pace e Piperno
- L'appartamento di V.le G. Cesare


PARTE TERZA: Il dibattimento

- Premessa
- Le deposizioni:
   Antonio Savasta
   Emilia Libera
   Massimo Cianfanelli
   Carlo Brogi
   Norma Adriani
   Teodoro Spadaccini
   Arnaldo May
   Innocenzi, Cavani, Stroppolatini, Capitelli e altri
   Moretti, Gallinari, Braghetti, Arreni e altri


I MOTIVI DELLA DECISIONE

- Origine ed evoluzione del disegno eversivo
- Le prime azioni, diffusione, organizzazione, elaborazione teorica
- L'innalzamento del livello dello scontro
- La colonna romana
- Le BR e l'area del movimento
- La Risoluzione Strategica del feb. '78 e l'obiettivo Moro
- L'organizzazione del sequestro
- L'azione di V. Fani
- La fuga
- L'inchiesta e le attività delle forze di polizia
- La base di Via Gradoli
- I rapporti tra le BR e Prima Linea
- La "prigione del popolo"
- Il "processo" ad Aldo Moro
- I rapporti tra Pace e Piperno e il PSI
- I contatti tra Pifano e Vitalone
- La decisione di uccidere Aldo Moro
- L'esecuzione
- La polemica sull'auto blindata
- Le minacce ricevute da Aldo Moro prima del sequestro
- L'impreparazione della scorta
- Sulla partecipazioni di stranieri all'agguato di V. Fani
- La trasmissione di Radio Città Futura
- I contrasti all'interno delle BR
- Le azioni delle BR successive all'assassinio di Aldo Moro
- I collegamenti internazionali delle BR
- La configurazione del reato di Banda armata


Di tutto quanto precede sono riuscito a recuperare le pagine che seguono. Continuerò a cercare ed a integrare. Chiunque disponesse delle pagine mancanti è pregato di farmelo sapere.


PROCESSO "MORO" UNO
CORTE D'ASSISE

 

Nota introduttiva

La fase dibattimentale del primo processo viene preparata da due distinti procedimenti istruttori, "Moro 1" e "Moro bis". La prima istruttoria viene affidata dalla Procura di Roma, dopo numerose polemiche sulla conduzione iniziale e tentativi di 'avocazione', ai giudici Cudillo, Gallucci, Amato, Priore e Imposimato. Quest'ultimo sara' responsabile anche della seconda, che si rende necessaria per gli elementi di prova acquisiti dopo l'inizio di "Moro 1", in particolare per le informazioni che vengono date dai 'pentiti'.
La "Moro 1" e' composta di trentadue volumi, divisi in centinaia di fascicoli, per decine di migliaia di pagine che riguardano dettagliatamente gli eventi relativi al sequestro dell'onorevole Moro e alla sua uccisione. Vi sono gli "Atti generici" con centinaia di testimonianze, referti di autopsie, tra cui quella di Moro, i "Documenti tecnici" con perizie balistiche e analisi di esperti, "Trascrizioni di nastri", "Trascrizioni di conversazioni telefoniche", "I testimoni", tant'altro fino alla "Requisitoria" e alla "Sentenza". Il 13 dicembre 1979, il procuratore Guasco riassunse in circa 200 pagine le risultanze dell'istruttoria.
La "Moro bis" e' composta di soli due volumi e 672 pagine: le ricostruzioni, che riguardano molte azioni della colonna romana oltre il sequestro Moro, si arricchiscono adesso delle voci dei brigatisti 'pentiti', ma si tratta di vagliare la loro attendibilita', a cui comunque Imposimato sembra credere in buona misura.
Il caso fu portato in aula, a istruttorie concluse, il 14 aprile 1982, nella palestra del Foro Italico a Roma, presidente Severino Santiapichi, giudice a latere Antonio Abbate, pubblico ministero Niccolo' Amato. Sfilarono alcuni 'pentiti' come Savasta, Peci, Brogi e alcuni 'dissociati' come Maj, Andriani, Spadaccini. Ma nessuno di loro, benche' qualcuno avesse svolto dei ruoli di secondaria importanza prima e durante i cinquantacinque gioni, fu in grado di fare luce sugli accadimenti. Poi fu la volta, il 19 luglio, di Eleonora Moro. La sua testimonianza, asciutta e forte, convinse la Corte della necessita' di ascoltare la classe politica che aveva gestito la risposta dello Stato al rapimento di Moro. La Corte, dopo una breve sospensione, si sposto' cosi' a palazzo San Macuto, il 20 settembre 1982, dove intanto si stava svolgendo l'inchiesta parlamentare sul caso Moro. Vennero sentiti Andreotti, Craxi, Signorile. Poi, sul banco dei testimoni sfilarono nuovamente brigatisti che avevano rotto con la loro organizzazione, Buonavita, Fenzi, e altri politici.
Il 20 dicembre il pubblico ministero Amato lesse la sua requisitoria. Amato chiese trentaquattro ergastoli e piu' di 1000 anni di carcere per i 58 imputati. Il 24 gennaio 1983 il presidente Santiapichi lesse la sentenza, in cui venivano comminati trenta ergastoli e 316 anni di reclusione. Oltre a varie considerazioni, sulla natura rivoluzionaria delle Brigate Rosse e della contiguita' di cui avevano goduto, sull'inesistenza di un 'complotto', sul fallimento delle indagini, i giudici pensano di avere comunque ricostruito la 'dinamica' reale del rapimento di via Fani.


DA INTEGRARE ..............

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Il 13 maggio il P.G. trasmetteva gli atti all'Ufficio Istruzione perché l'inchiesta fosse condotta con il rito formale e in questa fase i giudici davano incarico ai periti di procedere ad una serie di accertamenti specifici, descritti poi in relazioni ampie ed approfondite. Così, l'autopsia, conclamava che la morte di Zizzi Francesco, Iozzino Raffaele, Rivera

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Giulio, Leonardi Oreste e Ricci Domenico era stata cagionata da lesioni imponenti provocate da molti colpi di arma che avevano avuto per il primo decorso postero-anteriore ed obliquo dal basso in alto", per il secondo "un andamento da sinistra verso destra seppure con differenti obliquità; per il terzo differenti direzioni intrasomatiche, 5 con netto orientamento da destra verso sinistra"; per il Leonardi "differenti direzioni intrasomatiche, 6 con netto orientamento da destra verso sinistra, 1 al capo con obliquità più accentuata da destra verso sinistra, 2 orientate lungo l'asse perpendicolare del corpo" e per il Ricci una "direzione da sinistra verso destra seppure con lievi diverse variazioni di obliquità in dipendenza delle modificazioni di atteggiamento della vittima nel corso del ferimento" Invece la perizia medico-legale sulla salma dell'on. Aldo Moro concludeva che: l) i dati tanatologici rilevati sul cadavere di Aldo MORO alle ore 16,45 del 9.5.1978 consentono di far risalire l'obitus a 78 ore prima di detta osservazione, pertanto il momento

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della morte può essere collegato tra le ore 9 e le ore 10 del 9 maggio 1978. 2) La causa della morte del soggetto va identificata in una insufficienza acuta di circolo quale epifenomeno del grave quadro lesivo obiettivato. 3) I mezzi produttori dell'evento mortale vanno identificati in undici proiettili facenti parte di undici cartucce a carica unica esplosi con arma da fuoco; detti proiettili hanno raggiunto la vittima sulla faccia anteriore dell'emitorace sinistro in uno spazio delimitato superiormente da una linea passante per la regione sottoclaverare, inferiormente da una linea passante per l'apofisi ensiforme, medialmente dalla parasternale e lateralmente dalla emiclaverare per una estensione di cm. 18 in senso verticale e 13 in senso trasversale; degli undici proiettili in questione otto sono stati ritenuti e 3 sono fuoriusciti; di questi ultimi, due sono stati rinvenuti nel corso della svestizione del cadavere tra la maglia a carne e la camicia, mentre il terzo è stato rinvenuto sul pianale posteriore dell'autovettura. Tutti i proiettili in questione hanno avuto

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un percorso intrasomatico sostanzialmente unidirezionale dall'avanti all'indietro con lieve obliquità prevalente medio laterale; 4) la posizione della vittima al momento del ferimento e nel corso di esso è stata quella nella quale si è rinvenuto il di lui cadavere; 5) nessun dato obiettivo consente di stabilire quale sia stata la successione cronologica con cui sono stati esplosi i colpi i cui proiettili hanno attinto la vittima, potendosi solo prospettare che colpi siano stati sparati in più o meno rapida iterazione; 6) la mancanza di residui alimentari nello stomaco consente di escludere che nei momenti immediatamente precedenti il fatto il soggetto abbia assunto cibi liquidi e/o solidi, sino a un minimo rispettivamente di circa mezz'ora e un paio d'ore. 7) Certamente la morte non è stata istantanea, ma si è verificata in un intervallo cronologico presumibilmente non superiore a 15 minuti. 8) La vittima è stata attinta da proiettili esplosi con arma da fuoco nell'interno dell'autovettura Renault R4, stando adagiata sul

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pianale posteriore, nella posizione così come è stato rinvenuto il cadavere. 9) Nell'interno della predetta autovettura sono state rinvenute tracce di origine ematica con localizzazione sul tetto dell'abitacolo nella parte posteriore, sulla faccia interna del vetro del finestrino posteriore di sinistra nonché sul rivestimento in gomma del pianale portabagagli; detto materiale è risultato appartenere alla specie umana con assetto gruppo specifico Al <>MN e quindi compatibile con l'assetto gruppo specifico della vittima". E le perizie balistiche, nel sottolineare che in via Fani erano state utilizzate armi di grosso calibro automatiche, senza comunque poterne indicare con esattezza la classe, in merito all'omicidio di Aldo Moro precisavano che: 1) nel fatto vennero impiegate sicuramente due armi. L'una una "Skorpion Vz" 61 (Samopai 61 Ceska Zbrojovi-CZ- Narodini l'odnik, Czechoslovakia) in calibro 7,65 Browning 32 AUTO, che sparò almeno 10 colpi (cartucce di fabbricazione Western-Winchester con marchio sul fondello "W-W 32 AUTO, proiettili di tipo interamente mantellato in giding) di cui si rinvennero 8

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bossoli, ma 10 proiettili indovati nel corpo della vittima o in diretto contatto di essa (tra maglia e carne e camicia). L'altra, non ben definibile per mancanza di riscontro di elementi identificativi di classe d'arma a carico dei solchi conduttori sul corpo di forzamento dei proiettili, comunque in calibro 9 mm corto Browning (380 Auto o 9 x 17), probabilmente una Astra spagnola, che sparò almeno un colpo (cartuccia G.F.L. 9m 34,75, ossia di fabbricazione per le forze armate 1975) e fece repertare un bossolo ed un proiettile; 2) dai rilievi tecnici e dalle sperimentazioni e da tutti gli accertamenti si hanno fondati motivi per ritenere che tutti i colpi vennero esplosi a brevissima distanza, alcuni sicuramente a contatto. L'arma calibro 7,65 Browing 32 AUTO era sicuramente munita di apparato di silenziamento per almeno otto dei dieci colpi esplosi; la pistola semiautomatica calibro nove mm. corto Browning che esplose un solo colpo, a stare ai reperti, era anch'essa munita di silenziatore;

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3) si hanno fondati motivi di certezza per poter affermare che l'arma calibro 7,65 Browning 32 AUTO, ossia la Skorpion Vz 61, usata nel fatto, sia la stessa già impiegata nei fatti che videro il ferimento di Cacciafesta, di Rossi e con molta probabilità (dalle fotografie della perizia) il ferimento mortale di Palma; 4) si hanno validi motivi per ritenere che almeno 9 degli undici colpi sparati contro la vittima siano stati sparati dentro l'auto ove venne rinvenuto il cadavere; esiste perfetta compatibilità tra direzione e distanza di sparo con la posizione finale assunta dal corpo, e nella quale è stato ritrovato, per almeno i due colpi (1 cal. 7,65 Browning 32 AUTO ed uno corto Browning) che hanno provocato una impronta di deformazione sulla lamiera del pianale; 6) per almeno due colpi esiste la corrispondenza tra i fori di uscita nella schiena e le soluzioni di continuo nel di dietro della giacca indossata dalla vittima al momento dei ritrovamento, e le impronte sul pianale posteriore della "Renault".

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Non meno rilevanti si dimostravano gli ulteriori esperimenti disposti dagli inquirenti. Così una perizia chimica testualmente affermava: "si esclude che al soggetto siano state somministrate nell'immediatezza della morte sostanze psicoattive in genere, stupefacenti ipnotici e anestetici; in particolare non si può nè affermare, nè escludere, tuttavia, che in epoca più remote ciò possa essere avvenuto; gli indumenti indossati al momento della morte (cappotto, pantaloni e giacca) non appaiono lavati a breve distanza dal nostro esame. Per quanto attiene la camicia, la maglia e le mutande appaiono essere stati usati per un periodo di tempo molto limitato". Una particolare indagine geologica-botanica e merceologica contribuiva a far luce su talune circostanze evidenziate dai tecnici intervenuti in Via Caetani: A) Materiale sabbioso ed elementi vegetali: 1) la sabbia nel risvolto del pantaloni sinistro dell'on. Moro e quella rinvenuta sul lenzuolo incerato sul quale poggiava il cadavere hanno mostrato caratteri di completa sovrappo-

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nibilità; 2) la sabbia è riferibile come provenienza ad un area di spiaggia del litorale tirrenico compresa tra il settore nord di Focene e Marina di Palidoro (provincia di Roma). Lo denunciano i caratteri di composizione, granulometria, morfoscopia dei granuli e la natura degli organismi identificati nella sabbia in esame e paragonati con una serie di campioni prelevati tra Terracina e Marina di Tarquinia nei giorni immediatamente successivi al ritrovamento dell'auto Renault R4; 3) materiale del tipo di quello esaminato si rinviene, per i luoghi sopra menzionati, ad una distanza del bagnasciuga molto ridotta, variabile da pochi metri ad un massimo, solo per limitatissimi settori del litorale indicato, di più di un centinaio di metri. Ciò sì può dedurre dagli aspetti composizionali granulometrici e morfoscopici di dettaglio della sabbia; 4) la presenza di bitume fresco sotto la suola delle scarpe e tracce analoghe rinvenute nel materiale repertato all'interno della vettura confortano quanto affermato al punto tre;

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inoltre alcune peculiarità lasciano presumere che, entro due, tre settimane prima del ritrovamento dell'auto la vittima abbia camminato in una zona molto prossima al bagnasciuga, ove massima è la presenza di bitume; 5) anche gli elementi vegetali rinvenuti sugli indumenti del de cuius sono specifici dell'ambiente del litorale tirrenico e indicano che essi sono stati raccolti in una epoca compresa tra la fine di aprile e il maggio 1978; 6) una parte del materiale rinvenuto sotto la suola delle scarpe indica che la vittima, in epoca anteriore a quella in cui è transitata sulla sabbia del litorale ha camminato su un terreno vulcanico tipico delle zone interne e peritirreniche del Lazio; detto, per alcuni caratteri, è simile a quello osservato nelle incrostazioni dei parafanghi della Renault 4. Infatti granuli e frammenti di rocce che per caratteri granulometrici e morfoscopici mostrano non aver subito che minime azioni di trasporto, onde la adesione alle suole deve aver avuto luogo nella stessa sede di provenienza, peraltro diversa da quella elettiva della sabbia.

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B) Materiale rinvenuto all'interno della vettura Renault 4: 1) è costituito dall'associazione di componenti di varia provenienza; non vi sono sostanziali differenze tra quanto rinvenuto sui tappetini, sul pianale e sul pianale del portabagagli; 2) nei reperti è contenuta una frazione che costituiva parte di materiale sabbioso-ghiaioso che, date le dimensioni dei suoi componenti, è presumibilmente pervenuta sull'auto non semplicemente solo per adesione a scarpe di occupanti. I caratteri granulometrici e morfologici di una serie di granuli hanno aspetti simili a quelli propri di ghiaia fluviale, in particolare nelle frazioni più grossolane; 3) un'altra frazione di reperti può essere rappresentata da sabbia analoga a quella rinvenuta nei risvolti del pantalone del de cuius. Sono stati infatti identificati componenti ad aspetti di dettaglio molto simili, ma il loro stato di frammistione con altro materiale non consente conclusioni definitive; 4) nell'auto sono stati rinvenuti materiali utilizzabili per opere artigianali edilizie di

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vario tipo in periodo verosimilmente antecedente al trasporto del cadavere del de cuius. Difatti sono presenti frammenti di vernici, laterizi, cemento, cavetti elettrici, vetro e plastica, di cui alcuni con chiare macchie di bitume fresco, analoghe a quelle rinvenute sotto le scarpe della vittima; gli occupanti della vettura sono transitati, entro due- tre settimane dal momento del ritrovamento della autovettura, in una zona ove era abbondante bitume analogo a quello presente in alcuni nostri litorali inquinati. Oltre che come patine su vari elementi rinvenuti all'interno della vettura, bitume in piccoli noduli è presente nei terricci all'interno della vettura, sotto i parafanghi (raro), sotto i pneumatici e sulla suola delle scarpe del de cuius; 5) alcune delle specie vegetali identificate, forniscono elementi indicativi sulla provenienza e sul momento del prelievo che sono in accordo con un'origine del materiale di aree del Lazio non montano bensì litorali con zone e giardini e coltivazioni. Per parte del materiale vegetale il ciclo biologico denuncia uno stadio evolutivo tipico di aprile e maggio;

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7) le strutture filamentose riferibili a fibre tessili di varia natura non danno, a questo livello delle indagini, elementi circa la loro provenienza 8) la presenza di formazioni pilifere umane e di peli bianchi di animale potrebbero costituire interesse nel proseguo delle indagini qualora venissero analizzati con tecniche appropriate. C) Incrostazioni sui parafanghi della vettura Renault 4: 1) nelle incrostazioni della parte interna dei parafanghi della vettura Renault R4 in cui si è rinvenuto il cadavere sono stati identificati granuli di minerali, frammenti di rocce vulcaniche e sedimentari, strutture filamentose con elementi eterogenei; 2) l'area di provenienza di parte del materiale componente queste incrostazioni è la regione occupata dai prodotti dei vulcani Sabatini, compresa fra Roma e l'area a nord del lago di Bracciano o, in via subordinata, il territorio dei Colli Albani; 3) il materiale vulcanico non ha subito trasporto e quindi deve aver aderito ai pararafan-

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ghi direttamente dalla sua originaria area di provenienza; 4) sulla base dei risultati delle analisi dei pollini contenuti nelle incrostazioni dei parafanghi sembra potersi dedurre che queste ultime hanno aderito alla vettura in periodo invernale. Le analisi polliniche hanno infatti mostrato la presenza solo di rare forme invernali, non compatibili con quanto si ritrova nell'ambiente del Lazio in primavera; 5) una parte del materiale ha provenienza diversa, ma, data la sua eterogeneità , non consente una localizzazione precisa; 6) la vettura ha transitato anche in un'area ove è presente bitume in forme analoghe a quelle che sono frequenti lungo le nostre spiagge e a quelle rinvenute sotto le scarpe del de cuius, all'interno dell'auto e sui pneumatici; 7) la vettura ha transitato anche in un'area ove di recente, sono stati effettuati lavori di pavimentazione stradale. Sono stati infatti rinvenuti frammenti di agglomerato bitumoso; 8) sono presenti occasionali frammenti di sostanza polimerica termoindurente analoghi

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a quelli molto più abbondanti rinvenuti in quantità notevole nei pneumatici. Ciò sembra dimostrare che detti frammenti sono stati raccolti in un momento successivo a quello in cui il materiale vulcanico ha aderito ai parafanghi stessi; 9) frammenti di plastica, vetro, laterizi ruggine, vernice, ceramica, mostrano che la vettura ha transitato in luoghi inurbati ove anche, é presumibile, si stavano eseguendo lavori edilizi o di carattere artigianale. D) Incrostazioni sui pneumatici della vettura Renault R4: 1) non vi sono sostanziali differenze tra i reperti prelevati dai pneumatici anteriori e posteriori, ma solo variazioni nei rapporti reciproci tra i diversi componenti; 2) granuli di minerali e frammenti di rocce sono in massima parte provenienti da aree vulcaniche alcalino- potassiche (gruppi vulcanici dei Vulsini, Vico, Sabatini e Colli Albani) del Lazio peritirrenico centro settentrionale. Non vi sono comunque elementi sufficienti a discriminare meglio una possibile area di provenienza; 3) prima di aderire ai pneumatici il materia-

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le vulcanico non sembra aver subito azioni di trasporto e quindi deve essere stato prelevato direttamente dalla sua area originaria 4) una parte dei granuli di minerali e frammenti di rocce ha provenienza diversa, ma data la eterogeneità non consente una localizzazione precisa; 5) rimane confermato quanto dedotto dalla analisi delle incrostazioni dei parafanghi e cioè che la vettura ha transitato in un'area ove è presente bitume e in luoghi inurbati ove anche si stavano svolgendo lavori edilizi o a carattere artigianale; 6) la vettura ha transitato in un'area ove era grande diffusione di sostanze polimeriche termoindurenti quali usate anche per la fabbricazione di barche, come ben risulta dalla frequenza e abbondanza di frammenti in tutti i reperti e in tutte le granulometrie". Una ulteriore perizia chimico- botanica aveva la finalità di individuare, attraverso l'esame degli indumenti indossati dell'on. Moro al momento del ritrovamento del cadavere, la presenza di micro tracce utili ad indicare la località di permanenza a far tempo dal 16 mar-


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zo 1978. Al termine degli esami i periti rassegnavano le seguenti considerazioni l) sugli abiti dell'on. Moro sono state individuate 13 formazioni pilifere bianche con i caratteri dei capelli umani; è possibile, anzi verosimile, trattasi di capelli dello stesso on. Aldo Moro; 2) sugli abiti sono state individuate tre formazioni pilifere rosse, della lunghezza di 14-18 centimetri, con i caratteri dei capelli umani. La mancanza del bulbo non consente di precisarne il sesso biologico; 3) sugli abiti è stata individuata un formazione pilifera rossa della lunghezza di cm. 14, con traccia di lacca, tintura o colore; 4) sugli abiti sono state individuate due formazioni pilifere animali, che non corrispondono alla pelliccia ne alle coperte di vello da noi esaminate, verosimilmente riferibili ad un canide; 5) sul cappotto è stato reperito materiale granulare (sabbioso) corrispondente a quello già identificato dai proff. Valerio Giacomini e Gianni Lombardi;

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6) sugli abiti sono stati individuati 221 pollini, 112 sul cappotto, 48 sulla giacca e 61 sui pantaloni. E' possibile che almeno in parte tali pollini siano stati assunti dalla coperta nella quale era avvolto il cadavere, fibre della quale sono state individuate sul cappotto, sulla giacca, e sui pantaloni; 7) per quanto concerne la sola analisi pollinica, anche tenendo conto di tale possibile contaminazione, sugli abiti dell'on. Moro non sono stati individuali pollini che non siano reperibili nell'area di diffusione eolica della regione di Monte Mario in Roma".

DA INTEGRARE ..............

 

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Mentre si battevano tutte le piste, al fine di scoprire gli autori dell'attacco efferato contro le stesse istituzioni, non si trascurava di esaminare con estrema cura eventi oggettivamente equivoci, ricollegabili ai fatti di

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causa.
Così la DIGOS denunciava il 27 luglio (52) che di "un poco chiaro episodio" era stato protagonista, verso le ore 12,30 del 23 novembre 1977, il direttore del "Corriere della Sera" Franco Di Bella.
Da una relazione redatta dalle guardie di P.S. Cipollone Marcello e Nieddu Giovanni - in servizio di scorta del giornalista - e dalle delucidazioni che il dott. Domenico Spinella - dirigente della DIGOS - aveva assunto dall'interessato nel pomeriggio si era appreso che il Di Bella, che aveva un appuntamento prefissato con l'on. Aldo Moro, era arrivato in Via Savoia a bordo della propria vettura, guidata da un autista e seguita da altro veicolo su cui erano due agenti.
Costoro avevano notato un giovane che in sella ad una "Kawasaki" percorreva lentamente la strada e "invitava un'altra persona a raggiungerlo". In mano aveva un borsello di media grandezza.
Il Cipollone ed il Nieddu, sull'istante, non avevano dato peso a tale condotta, sennonché, non appena arrestata l'auto, avevano udito
 

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che uno degli uomini di vigilanza al portone dello studio del parlamentare aveva invitato il motociclista a fermarsi.
Avendo, invece, questi accelerato, "allontanandosi velocemente in direzione di Via Salaria", erano risaliti in macchina ed avevano tentato di rincorrere e bloccare il fuggitivo, senza riuscirvi "anche perché aveva imboccato Via Brescia in senso vietato".
In ogni caso avevano rilevato i primi numeri di targa della moto - Roma 35.. - e da alcuni meccanici avevano saputo che lo sconosciuto era comparso in zona da diversi giorni.
Franco Di Bella aveva accennato al dott. Spinella che il proprio autista aveva visto "luccicare qualcosa" in pugno al motociclista, tanto da avere sospettato che si trattasse di un'arma.
In merito erano stati operati dei controlli e si era potuto costatare che solo la targa Roma 350510 era stata in effetti attribuita ad una "Kawasaki" di proprietà di Liberati Umberto, il quale, interpellato "in maniera informale", aveva però negato di esser transitato nell'occasione in Via Savoia.
 

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E, in base alle successive spiegazioni della segreteria dello statista, si era giunti alla conclusione che "l'episodio non avesse origine politica".
Orbene, il G .I. convocava tutti coloro che avevano assistito alla scena e cercava di mettere in luce qualche particolare che autorizzasse eventuali ipotesi di connessioni con la strage di Via Fani e l'omicidio dell'on. Aldo Moro.
L'inconsistenza delle prove induceva, tuttavia, ad abbandonare ben presto la pista.
Così, il 26 settembre sempre la DIGOS riferiva (53) che il precedente 8 maggio l'on. Cazora Benito aveva comunicato al Questore di Roma "di avere indicazioni da fornire - in relazione al sequestro dell'on. Moro".
Il mattino seguente il dott. Nicola Simone ed il dott. Gennaro Monaco si erano incontrati con il deputato della D.C., il quale aveva narrato di contatti avuti con individui appartenenti alla malavita che gli avevano segnalato "luoghi dove verosimilmente potevano
 

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essere nascosti" ostaggi.
"Tali luoghi erano stati ispezionati, senza esito, il 10 e l'11 maggio".
Interrogato dal giudice, l'on. Cazora sosteneva (54) che alcuni giorni dopo l'eccidio aveva ricevuto una telefonata "da parte di ignoto" che gli aveva "espresso il desiderio" di vederlo, in quanto era in grado di "dare notizie utili alle indagini".
Egli aveva accettato l'invito e, secondo gli accordi, si era recato in Via Dell'Olmo accompagnato dal dott. Normanno Messina.
Qui era stato avvicinato da un uomo di circa 45 anni, il quale si era dichiarato disposto, per motivi "umanitari", a presentargli subito "un calabrese", contravventore all'obbligo del confino e "persona d'onore", che "aveva la possibilità di collaborare concretamente per salvare la vita di Moro".
Avendo il Cazora manifestato "disponibilità", l'interlocutore si era allontanato.
Trascorsi 20 minuti, era arrivato in macchina "il calabrese", che si chiamava in realtà "Rocco", il quale aveva promesso un suo inter-

 
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vento presso esponenti della criminalità comune milanese per raccogliere informazioni "ove era segregato l'on. Moro".
In cambio aveva "chiesto un aiuto tendente a regolarizzare la sua posizione con la giustizia, perché riteneva di essere ingiustamente perseguitato dalla legge".
Fissato un secondo appuntamento, l'on. Cazora aveva precisato a "Rocco" che "non c'era alcuna possibilità giuridica di consentirgli di circolare liberamente sul territorio nazionale" e quello, comunque, non si era tirato indietro, indirizzandolo ad "un detenuto che si trovava a Rebibbia proveniente dalle Carceri di Nuoro ove era stato insieme a Notarnicola".
L'on. Cazora aveva avuto un colloquio nella Casa di pena romana con detto soggetto, ma nel frangente aveva recepito esclusivamente generici suggerimenti che lo avevano, anzi, indotto ad interrompere la trattativa.
Però, domenica 7 maggio, essendo stato sollecitato da "Rocco" ad un nuovo urgente approccio, si era portato in Via della Camilluccia ed aveva trovato, contrariamente ai patti, "uno sconosciuto" che, richiamando il volantino
 

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delle Brigate Rosse che annunciava l'esecuzione della condanna a morte di Moro, si era "rammaricato" per "non avere potuto fare niente assieme ai suoi amici per salvare" lo statista e gli aveva confidato quelle "indicazioni" che poi erano state consegnate ai funzionari della Questura.
Questa "strana vicenda", malgrado gli sforzi degli inquirenti, non era suscettibile di sviluppi nel corso della istruzione.

DA INTEGRARE ..............

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Ma per registrare ulteriori progressi nelle indagini, bisognava purtroppo attendere che si verificasse un altro cruente episodio.
Il 3 maggio un commando delle Brigate Rosse attaccava la sede del Comitato Romano della Democrazia Cristiana in Piazza Nicosia e cagionava la morte del brigadiere di P.S. Mea Antonio, della guardia Ollanu Piero, nonché il ferimento di Ammirata Vincenzo, i quali erano sopraggiunti a bordo di una macchina - la "Delta 19" - adibita a compiti di pattugliamento del centro urbano.
Con rapporto del 30 maggio la DIGOS riferiva (71) "che immediatamente dopo l'irruzione" si era maturata definitivamente la "convinzione", appena adombrata fin dall'epoca dell'eccidio di Via Fani, secondo cui "nel quartiere Prati e, più precisamente, nelle adiacenze di Piazza G. Mazzini, vi fosse un covo delle Brigate Rosse o, quanto meno, una loro base di appoggio".
Poiché ben quattro vetture impiegate nell'assalto di Piazza Nicosia erano state rubate o abbandonate in quella area, erano state "at-
 

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tivate le fonti informative" perché raccogliessero tutte le indicazioni del caso e, "contestualmente", si era proceduto "ad un accurato vaglio delle persone, abitanti nella zona, che, per essere note come appartenenti a formazioni dell'ultrasinistra, potevano fornire appoggio ed ospitalità a brigatisti rossi".
E così, sulla scorta di adeguate segnalazioni, l'attenzione degli investigatori si era concentrata su un appartamento al IV piano dello stabile di Viale Giulio Cesare n. 47, occupato da Conforto Giuliana - "militante in passato nelle file del disciolto Potere Operaio" - la quale, da "notizie riservatissime", sembrava avesse messo l'alloggio a disposizione di una coppia di presumibili clandestini.
Servizi di appostamento avevano consentito di individuare l'uomo e la giovane, le cui caratteristiche fisiche corrispondevano a quelle dei latitanti Morucci Valerio e Faranda Adriana.
Il 29 maggio, tra le ore 23 e le ore 24, funzionari della DIGOS, in collaborazione con la Squadra Mobile, erano penetrati, non senza avere prima circondato "l'edificio per evitare ogni possibilità di fuga", nell'abitazione della
 

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Conforto che non aveva avuto modo di rendersi conto di ciò che stava accadendo.
Dietro una porta a vetro di una camera gli agenti avevano subito distinto "un agitarsi di ombre": precipitatisi nella stanza vi avevano sorpreso proprio i due ricercati, "i quali, accortisi solo all'ultimo istante dell'intervento della Polizia, si erano lanciati verso una grossa borsa aperta, piena di pistole, evidentemente allo scopo di tentare una estrema difesa".
Però, "l'azione" era stata condotta in maniera tanto rapida che, "dopo una colluttazione, i due erano stati immobilizzati" ed identificati, nonostante la ragazza avesse esibito una falsa patente intestata a Lombardo Maria Rosaria e il compagno si fosse rifiutato di declinare le proprie generalità, per Adriana Faranda e Valerio Morucci.
La casa si era rivelata essere un autentico deposito dell'organizzazione armata.
Infatti nella borsa-valigia citata, erano state rinvenute armi e munizioni, tra cui:
1) una pistola semiautomatica Smith-Wesson,
 

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modello 59, con il numero di matricola limata dopo la sigla A1;
2) una pistola semiautomatica Beretta cal. 9 parabellum mod. 92/S, con matricola totalmente punzonata, con caricatore completo di n. 15 pallottole;
3) una pistola semiautomatica cal. 7,65/32 Erma Werke mod. KGP 68, con caricatore sprovvisto di cartucce e silenziatore di probabile fattura artigianale;
4) una pistola semiautomatica mod.950/b cal. 6,35, recante sulla canna la sigla PB e il numero 17, munita di caricatore con n. 8 cartucce;
5) una pistola semiautomatica mod. 39-2 Smith-Wesson con matricola punzonata dopo la sigla A1, munita di due caricatori con 7 cartucce ciascuno;
6) un fucile semiautomatico Winchester matricola n.1260818, con calciolo in metallo;
7) n. 2 caricatori bifilari per fucile Winchester completi di cartucce;
8) n. 3 caricatori per pistola Smith-Wesson completi di n. 15 cartucce cal. 9 cadauno;
9) un caricatore per fucile Winchester contenente n. 3 cartucce;
10) una busta di plastica bianca contenente n. 23 cartucce calibro 9 lungo;
11) una scatola della "Fiocchi" contenente n. 19 cartucce cal. 7,65.
 
Insieme a tali mezzi, erano custoditi "un ingente quantitativo di materiale ideologico, di moduli di patenti e di carte d'identità in bianco, documenti di provenienza illecita, già falsificati o da falsificare, timbri ed altri strumenti di contraffazione, giubbetti antiproiettili, alcuni dei quali abilmente cuciti sotto normali capi di abbigliamento, contrassegni assicurativi
 

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per autoveicoli, del tipo già utilizzato in occasione di gravi attentati, diversi milioni di lire in contanti, un discreto quantitativo di cocaina e moltissime altre cose di importanza estrema per le indagini sulle Brigate Rosse".
In altro vano, poi, cioè nella camera da letto di una delle bambine della Conforto - la piccola Valeria di 4 anni - era stata recuperata una borsa di tela plastificata "contenente una pistola automatica VZ 61 "Skorpion" calibro 7,65 di fabbricazione cecoslovacca, con matricola abrasa, tristemente famosa, con relativi caricatori e munizioni e con silenziatore applicabile, una bomba a mano di notevole potenza", "detonatori, bombolette spray e una paletta segnaletica in uso alle forze di Polizia".
Nella circostanza la Conforto aveva dichiarato "di ospitare la coppia, da lei occasionalmente conosciuta al Pincio, dalla precedente Pasqua e di non aver mai nutrito sospetti sia sulla vera identità dell'uomo e della donna, presentatisi come Enrico e Gabriella, sia su quanto da loro posseduto".
Arrestata, la Conforto era deferita alla A.G. anche in ordine al delitto partecipa-
 

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zione a banda armata.
In merito, si accertava che costei, docente di meccanica razionale all'Università di Cosenza, era coniugata con Corbò Massimo, ex aderente di "Potere Operaio", che si era trasferito da tempo in Mozambico - ove ricopriva cariche ufficiali nel settore della stampa presso il governo di quel Paese - e frequentava Tutino Saverio, caporedattore della rubrica esteri del quotidiano "La Repubblica", il quale aveva conversato durante incontri serali con "Enrico" e "Gabriella" ed, anzi li aveva accompagnati qualche volta in giro per la città.
Inoltre, una sua zia - Conforto Anna Maria - era la proprietaria di una mansarda, interno 20, di Via di Porta Tiburtina n. 36, che era sullo stesso piano del locale in cui il 28 aprile 1977 era stato scoperto un covo eversivo: nell'occasione erano stati sequestrati un mitragliatore "SECO" calibro 9, 3 fucili, 9 pistole, numerosissime cartucce, opuscoli dei N.A.P., delle Brigate Rosse, delle Unità Comuniste Combattenti e targhe di auto, tra le quali quelle Roma N 96749 che erano state assegnate in origine alla Fiat 128 sottratta il 5 febbraio 1977 alla So-
 

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cietà "Italimpex" ed usata, quindi, il 13 febbraio 1977 per l'attentato in danno dell'Ispettore Superiore degli Istituti di Pena dott. Traversi Valerio.
Della base si era servito Rosati Luigi, marito della Faranda, denunciato in stato di detenzione.
Non privo di significato era il particolare, rimarcato dalla DIGOS (72), secondo cui Bozzi Luciana in Ferrero, contitolare dell'appartamento di Via Gradoli affittato a Mario Moretti, era in rapporti di amicizia con la Conforto: entrambe, in effetti, "tra gli anni 1969-1972 avevano lavorato presso il laboratorio di fisica e calcolo reattori della Casaccia" ed avevano, successivamente, "mantenuto frequenti contatti con il latitante Piperno Francesco".
Orbene, Giuliana Conforto non aveva remore a confessare, sin dall'interrogatorio dinanzi al P.M., che i due giovani le erano stati "raccomandati" proprio dal Piperno - suo collega nell'ateneo calabrese - e descritti come "persone oneste e corrette" che prestavano la loro opera "nella rivista Metropoli o nella rivista
 

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Pre-print", collaborando con lo stesso Piperno "alla sua attività politica e a quella del suo gruppo e cioè Oreste Scalzone, Lanfranco Pace ed altri" (73).
Contro i protagonisti di un caso così ambiguo si procedeva con rito direttissimo per i reati concernenti le armi e con sentenza del 4 luglio il Tribunale di Roma condannava il Morucci e la Faranda alla pena complessiva di anni 7 di reclusione e L. 2.000.000 di multa, mentre assolveva la Conforto per insufficienza di prove. Il provvedimento era impugnato sia dal Pubblico Ministero, sia dai giudicati.
Per le altre imputazioni, invece, l'organo competente chiedeva istruzione formale.
In tale sede, Morucci Valerio e Adriana Faranda si avvalevano, dichiarandosi prigionieri politici, della facoltà di non rispondere e solo spiegavano che la Conforto non era a conoscenza della loro condizione né della natura degli oggetti, che essi avevano portato in casa.
Al contrario, la Conforto ribadiva le sue affermazioni e insisteva sulle responsabilità
 

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di Francesco Piperno, pure di fronte alla diversa versione dei fatti che questi avrebbe prospettato in prosieguo.
Il quadro si completava allorché si riusciva a stabilire, dalle ammissioni degli interessati, che in pratica alla vicenda non era estraneo Lanfranco Pace, il quale aveva avuto con la donna il primo approccio onde trovare ricetto ai due latitanti.
Il Pace, che del resto si era preoccupato dall'inizio del 1979 di sistemare il Morucci e la Faranda nell'abitazione di Candido Aurelio, giornalista del "Messaggero", e in altri appartamenti di "amici" fidati, si era recato dalla Conforto e, parlando anche a nome del Piperno, l'aveva sollecitata ad accogliere "per un breve periodo una coppia di compagni" che "avrebbero potuto avere noie con la giustizia".
Fissato un appuntamento con il Piperno presso l'Università aquilana, Giuliana Conforto si era lasciata convincere dalle "garanzie" fornitele, "in relazione al compito comportamento dei due", ed aveva dato il suo consenso al "trasferimento" di "Enrico" e "Ga-
 

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briella" in Viale Giulio Cesare.

DA INTEGRARE ..............

p. 273

Ma proprio esaminando numerosi reperti di Viale Giulio Cesare, gli inquirenti avevano l'opportunità di evidenziare una serie di circostanze di notevole interesse che contribuivano a far luce sul "funzionamento dell'organizzazione" e sui contenuti del dibattito ideologico-strategico-operativo instauratosi all'interno della stessa.
Oltre al solito manuale con le "Norme di sicurezza e stato di lavoro per le forze irregolari" - rinvenuto pure in Via di Porta Tiburtina 36, in Via Gradoli o negli altri covi scoperti nel nord-Italia - e a molti opuscoli di natura eversiva, da talune fonti documentali inedite si traeva la certezza della esistenza di dispute accese che stavano incrinando una struttura "rigida", per definizione "compartimentata" ad ogni livello:
Così, un dattiloscritto (rep. 182), del quale era stata recuperata una incompleta minuta di pugno del Morucci e della Faranda (rep. 255), accennava alla "necessità di dare una più completa informazione sulle vicende che hanno portato all'uscita dall'O. di sette compagni", dopo "una discussione partita dalla prima ste-
 

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sura di un documento sulla situazione romana che doveva esser redatto" dalla direzione di colonna.
"Attorno ai problemi derivanti dalla specificità del referente romano, la discussione si era successivamente allargata, anche se in maniera disorganica e frammentaria, fino a tentare un approfondimento di alcuni temi generali" proposti "dalla risoluzione n. 3 della Direzione Strategica - "e in realtà dimostratisi indiscutibili" - "nonché un approfondimento complessivo sull'analisi della composizione e sui comportamenti di classe".
La "posizione" degli inquilini di Viale Giulio Cesare, in realtà, era stata ampiamente sintetizzata nell'elaborato "Fase, passato, presente e futuro, un contributo critico" (rep. 2129) e, sostanzialmente, si era incentrata sulla percezione che "tali comportamenti, soprattutto se radicati e massificati. dovessero essere analizzati politicamente in basse ai contenuti che esprimevano e alla loro potenzialità eversiva".
"Purtroppo i contenuti e i comportamenti di classe già espressi in anni di lotte venivano "individualizzati"
 

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(analizzati cioè non più come fenomeni di massa, ma atteggiamenti di "singoli soggetti") e venivano "interpretati" dall'O. secondo classificazioni 'morali' e non politiche, riducendo il nostro referente politico ad una fascia ben povera e ristretta di proletariato, completamente "invertita" rispetto alla tendenza storica di sviluppo delle forze produttive, indotto dallo stesso conflitto di classe. Quanto ai nuovi contenuti che si sono da poco inseriti nei comportamenti di classe, viene già esemplificato nel documento politico come siano considerati dall'O.!".
Ebbene, "questa esigenza di lettura e comprensione . delle lotte operaie e proletarie", che si era inteso "sviluppare internamente e con il metodo corretto della discussione e della elaborazione collettiva" in direzione di colonna, era stato, "invece, arbitrariamente interpretato come linea politica contrapposta all'O.".
Da qui "la condanna" della "critica di rinnegati" all'isolamento, al conflitto, all'annientamento, alla criminalizzazione e la denuncia dei loro "comportamenti deviazionistici piccolo-borghesi", della "manovra" che "da lungo tempo era in atto" e del "gioco diretto da Scalzone o da chissachi", che avrebbe anche scritto "il documento" che aveva dato origine alla diaspora.
 

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"L'attuazione di questa macabra strumentazione è una conseguenza della costituzione di uno stato "dentro" lo Stato, costruito in modo tanto accuratamente "speculare" da farlo crescere altrettanto stupido.
La malafede dell'O., quando afferma che avremmo "colpito" in modo del tutto inaspettato, è dimostrata dal fatto che il giorno dopo che avevamo esposto compiutamente la nostra posizione (su espressa richiesta della direzione dell'O.), posizione che il compagno dell'esecutivo, incaricato della "indagine conoscitiva", aveva subito definito fuori dalla linea e dalla storia dell'O., due compagni della direzione di colonna si sono precipitati a casa nostra, dicendo che per "garanzia" e mancanza di fiducia dovevamo fare inventario immediato del materiale in nostro possesso e trasferirci subito dopo nel luogo di "confino".
Ma lo "spazio politico" di un "carcere del popolo" riservato questa volta a dei compagni ritenuti "non in linea", non ci è sembrato francamente sufficiente per condurre la nostra battaglia.
Preferiamo lasciare il provvedimento di "confino politico" alla magistratura, alla Legge Reale, alla Polizia che ne esegue le direttive.
Per quanto ci riguarda, abbiamo assunto nei confronti della "nuovissima" polizia del proletariato il medesimo atteggiamento che tutti i compagni che combattono, in nome e per la conquista della libertà e del comunismo, hanno da sempre riservato a tutte le polizie.
E il nostro diritto di continuare a combattere non ci sarà certo negato da una burocrazia neo-stalinista che si fregia arbitrariamente del titolo di "partito del proletariato" e prefigura un regime a fronte del quale il Capitalismo o la sua "falsa" democrazia rappresentano certo un paradiso terrestre.
Altro fatto rivelatore di questa malafede è che ancora prima di quell'esposizione, compagni della D.d.C. avevano già affermato all'interno delle strutture di lavoro che saremmo usciti in tre o quattro".
 
 

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Comunque, nel diffidare coloro che avevano lanciato simili "calunnie" dal proseguire in inaccettabili atteggiamenti - "quali la folle scompartimentazione di tutti i compagni usciti", le "visite domiciliari fatte. da ricercati o da altri che potrebbero esserlo presto", il sollecitare "l'appoggio del movimento (peraltro fermamente negato)", il parlare "con compagni non dell'O." della "fuga, con furto, di due banditi" - gli autori dell'analisi precisavano che, sebbene in "posizione politica alternativa a quella dell'O.", non se ne proponevano però "la distruzione", perché "si porterebbe dietro la perdita di un riferimento essenziale per la costruzione di un processo unitario di partito, fatto che darebbe la stura a comportamenti anarchici e dispersivi sulla diffusione endemica e disgregata della guerriglia".
In tale ottica, dunque, assumeva un peculiare significato la "Bozza di discussione per la costruzione dei N.T. del M.C.C.", e cioè dei Nuclei Territoriali del Movimento Comunista Combattente (rep. 183).
Dopo aver premesso che la "questione nuova,
 

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più avanzata, più importante è la possibilità di determinare dal basso una forma di organizzazione che alluda al partito e che si fondi sulla radicalità dei bisogni antagonisti espressi dal proletariato", il documento affermava che "i colpi inferti dal terrorismo al sistema politico sono stati in alcuni casi mortali, e comunque hanno accelerato il processo di disgregazione di un ceto di direzione del paese formale che aveva fondato la propria legittimità sulla normalizzazione.
Non solo, il terrorismo è entrato di diritto come terza forza nella dialettica istituzionale nel senso che le crisi politiche, le relazioni dei congressi dei partiti, la stragrande maggioranza degli atti inerenti al politico sono funzionali non più ad esorcizzare il problema, ma in qualche modo ad assumerlo come variabile del gioco".
Tuttavia, "essere riconosciuti come referente delle istituzioni non vuol dire automaticamente dirigere il movimento proletario. La direzione generalmente non coincide mai con la delega".
 

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Ormai, "sono maturate le condizioni per la rottura del meccanismo", superando i vecchi schematismi degli "sportaneisti" autonomi e delle Organizzazioni Combattenti Comuniste: "i primi identificano valorizzazione e transizione e quindi negano la funzione partito, i secondi ripropongono una visione piatta e tardolenista del partito e della dittatura del proletariato".
"Noi, al contrario degli uni e degli altri pensiamo che questo Stato trovi legittimazione (valorizzazione) sulla capacità di produrre ricchezza e di distribuirla (consenso). Questo consenso si fonda sulla assunzione da parte capitalistica dei comportamenti antagonisti (usando l'alto livello dei mezzi di produzione) nelle leggi del mercato. Siffatta operazione determina nel proletariato una spaccatura orizzontale tra chi accetta il terreno della mediazione (lavoro, denaro, istituzioni) e chi invece afferma, per ora solo a livello di comportamenti e di sperimentazione un modello sociale differente.
Esaltare, grigliare, organizzare questi comportamenti e contrapporli sul terreno della guerra all'organizzazione sociale dominante è il compito nuovo del partito.
Vogliamo affermare nella pratica la possibilità da parte proletaria di organizzarsi per vincere. Organizzarsi sui propri bisogni, sul proprio "quotidiano", dove si vive, dove si lavora, dove si "non lavora" per ottenere dei risultati, delle migliori
 

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condizioni di vita e di potere, attraverso il formidabile strumento della l.a<> E non si tratta soltanto di rivendicazioni risolte con le armi, ma di porre il problema del partito riportandolo sulle gambe, togliendo il dibattito dai C.C. delle frazioni organizzate più o meno forti, riportandolo in mezzo alle migliaia di avanguardie espresse dal proletariato metropolitano".
Espressioni chiarissime che trovavano indiretta conferma in altro documento (rep. 185) - "Contributo al dibattito" - di sicuro redatto qualche giorno prima dell'arresto del Morucci e della Faranda, giacché in esso v'era già menzione "dell'operazione 7 aprile" che aveva "portato alla cattura di alcuni compagni tra i più impiegati nel movimento rivoluzionario".
In verità, il nodo di fondo affrontato nel dattiloscritto, attribuibile per il suo tenore ad un detenuto non identificato, "è quello relativo ai campi" carcerari e alla condizione dei "compagni imprigionati", i quali, "non solo non sono persi, non solo possono svolgere il proprio ruolo di avanguardie interne. ma fanno parte di un settore del proletariato sempre più cosciente e combattivo, dove le carceri - lungi dal divenire isole pacificate - traducono
 

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sempre più forme irriducibili di antagonismo proletario, oltre ad una urgente esigenza di organizzazione".
Occorreva, però, che ciò avvenisse, non per via spontanea, nell'illusione di ripetere in una situazione totalmente diversa le rivolte dei primi anni 70, ma stabilendo un giusto rapporto con la lotta di massa, innervando quella qualità di organizzazione che sola può consentire il potere rosso.
Al di là di sterili "manifestazioni di solidarietà o di semplici misure garantiste", che nulla potevano aggiungere ai risultati ottenuti dalla "guerriglia" con le operazioni Tartaglione e Paolella", era indispensabile, attraverso il coordinamento di "iniziative simultanee sul carcerario e all'esterno", seguire "l'aspro tracciato su cui, materialmente, l'ingovernabilità delle carceri si lega a quella del territorio".
"La parola d'ordine" doveva essere, dunque, "Vietnamizzazione", che significava "rendere ingovernabili le carceri", "portare la conflittualità all'interno di tutto il sistema carcerario", "far fallire il progetto di differenziazione multipla attuato nelle carceri normali con
 

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annesse sezioni speciali".
La conclusione era trionfalistica: "e il nemico che ci ha accerchiato si troverà a sua volta accerchiato. Non sarà facile, ci vorrà del tempo, ma possiamo dire sin d'ora che il vento che soffia sulla torre preannuncia la tempesta che s'addensa sulle montagne".
Diversi reperti ancora - 212, 221, 224, 241, 252, 255, 267 - insistevano su concetti oggettivamente in contrasto con la linea articolata dal gruppo di vertice delle Brigate Rosse e sul fatto che comunque "il passaggio alla guerra civile non è quindi doveroso perché il nemico sta applicando una strategia di annientamento, ma possibile, perché il proletariato ha spinto la propria autonomia e la propria indipendenza, ed il programma concreto, che ne consegue, di rifiuto, di riappropriazione e di distruzione, fino alla scelta della lotta armata".
"La scelta della guerra è basata su una possibilità offensiva, non su una costrizione difensiva".
Non era difficile comprendere l'assoluta preferenza per i principi che avevano determi-
 

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nato la costituzione del M.P.R.O. - Movimento Proletario di Resistenza Offensivo - e per il momento "movimentista" rispetto a quello "organizzazionista".
Mentre si accentuavano i toni di una polemica sempre più dura, con accuse contro "l'O. che si barrica dietro una quanto meno discutibile teoria dell'avanguardia, rifiutandosi costantemente di sviluppare tutte le implicazioni che il ruolo di avanguardia comporta", mostrandosi "ridicola", "gretta", "ingenua", tanto da obbligare suoi adepti ad una "autocensura" e, in pratica, ad una istanza di dimissioni dalla direzione di colonna pur con la riaffermazione della totale disponibilità ad esser "diretti" da altri "compagni" della struttura.
Si era, dunque, arrivati a quella "spaccatura" che avrebbe indotto l'Esecutivo a prendere decisioni drastiche, onde tentare di risolvere definitivamente, e nel migliore dei modi, il contenzioso aperto con militanti della prim'ora che avevano la capacità e gli appoggi per recitare un ruolo non secondario nell'ambito della strategia eversiva.
 

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Ma non erano esclusivamente queste "novità" - per quanto in grado di condizionare tutte le riflessioni sulle caratteristiche del fenomeno terroristico, sulle responsabilità delle opzioni generali o particolari, sui rapporti con altre formazioni "combattenti" e non - a richiedere un' attenta disamina da parte degli inquirenti.
In effetti, insieme alla lunga, meticolosa, quasi maniacale elencazione di armi, munizioni, esplosivi e di altro materiale da utilizzare in imprese cruente, come manette, giubbotti antiproiettili, timers, timbri di Enti pubblici e di notai, ecc., vi era una ingente raccolta di documenti riguardanti il c.d. "settore logistico" e di oggetti che collegavano la base di Viale Giulio Cesare con vari covi delle Brigate Rosse, tra cui quello di Via Gradoli, e con singoli episodi rivendicati dalla banda.
Di eccezionale valore probatorio si rivelavano:
1) un timbro con la scritta "E c/c postali 4 Roma Prati - 800 - 21 ottobre 1976", identico ad altri di Via Gradoli (rep. 107-132);
 

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2) un timbro con la scritta "E c/c postali 4 Roma Prati - 416 - 5 settembre 1977" identico ad altro trovato in Via Gradoli (rep. 98);
3) un timbro con la scritta "E c/c postali 3 - Roma Succ. 36 - 470 - 19 gennaio 1978", identico ad altro sequestrato in Via Gradoli. Un timbro del genere era stato usato per la falsificazione dei bolli di circolazione delle autovetture impiegate nell'azione di Via Fani (rep. 205);
4) 14 certificati di assicurazione in bianco intestati a "Les Assurances Nationales I.A.R.D." dello stesso tipo di quelli reperiti in Via Gradoli ed esposti su alcune macchine di Via Fani e sulla Renault di Via Caetani. Tali moduli facevano parte di uno stesso stock rubato(rep. 205);
5) l'originale di una autorizzazione alla conduzione di automezzi della "Coca Cola Italiana" in favore di Coroneos Dimitri, autenticata dal notaio Ferrario di Milano. La fotocopia dell'atto era tra i reperti di Via Gradoli (rep. 261);
6) la polizza di assicurazione stipulata da Cosumano Giovanni, proprietario della A 112 re-
 

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cuperata in Via Stresa con la targa non propria P 55430 subito dopo l'eccidio della scorta dell'on. Moro (rep. 205);
7) una fotocopia del foglio complementare dell'A.C.I. concernente la Fiat 128 blue targata Roma N 96749, di proprietà della società "Italimpex", adoperata per portare a termine l'attentato contro Valerio Traversi dopo che al veicolo erano state apposte le targhe false Roma N65635 (rep. 261). Le targhe originali erano state scovate in Via di Porta Tiburtina n. 36;
8) il certificato di assicurazione e talune pagine della carta di circolazione della Fiat 128 gialla targata Roma R 92751 sottratta a Salvatori Alberto il 21 ottobre 1977 sul Lungotevere, all'altezza del Porto di Ripetta (rep. 211).
Nella stessa circostanza gli ignoti si erano impossessati della Fiat 126 targata Roma R 73245 di Funaro Gabriella.
L'auto del Salvatori era stata impiegata nell'agguato in danno di Publio Fiori;
9) il foglio complementare e parte della carta di circolazione della predetta Fiat 126 della
 

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Funaro Gabriella (rep. 211);
10) un tesserino del C.O.N.I. completo di fotografia, assegnato a Sforza Donato, ed una tessera di riduzione ferroviaria del Ministero degli Interni, rilasciata allo stesso il 14 luglio 1970 (rep. 48 e 51).
In merito si accertava che lo Sforza, dipendente del Comitato Olimpico, era stato aggredito il 20 luglio 1975 in Piazza De Bosis da due individui, uno dei quali armato di pistola, che si erano impadroniti di uno zainetto contenente i documenti indicati ed un'altra tessera dell'ente presso cui prestava servizio, poi rinvenuta, nel giugno del 1976, da impiegati delle PP.TT. in una cassetta di impostazione. Al momento della restituzione, negli uffici del 2° Distretto di Polizia, Sforza Donato aveva aggiunto che la persona effigiata nella foto applicatavi somigliava ad uno degli autori della rapina.
Successivamente le indagini avevano consentito di identificare il soggetto in questione in Davoli Giancarlo, ex componente di "Potere Operaio" e amico di Valerio Morucci, che si
 

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era reso latitante, abbandonando precipitosamente il territorio italiano, perché sospettato di militare nelle Brigate Rosse;
11) il mandato di pagamento dell'una tantum per la Fiat 128 targata Roma M 86693 della Compagnia Internazionale Carrozze Letto e Turismo, rubata a Milano in Via Bottelli il 14 novembre 1976 e, quindi, trovata il 26 novembre munita di targa falsa MI V 16434: secondo la DIGOS la vettura era servita per un assalto, in cui era coinvolto Alasia Walter (rep. 242);
12) i contrassegni per tassa automobilistica e per assicurazione, nonché la carta di circolazione e due moduli di versamento relativi alla Fiat 128 targata Roma R 21557 intestata al Banco di Napoli e utilizzata dalla direzione romana.
I documenti originali di questa macchina non erano stati mai trafugati né smarriti (rep. 211).
Si stabiliva soltanto che la medesima era di solito custodita nel garage Eada di Via Pallacorda n. 4, ove pure l'istituto di credito faceva ricoverare la Fiat 132 targata Roma P 79560
 

289

messa a disposizione del direttore.
Ebbene, targhe con tali dati erano state applicate proprio all'auto sulla quale i brigatisti avevano caricato l'on. Moro;
13) un contrassegno di assicurazione, un bollo e una carta di circolazione falsificati, con l'indicazione del numero di telaio 1432422 di una Fiat 128 sottratta il 14 novembre 1978 a Medei Giorgio in Via Albertario;
14) la patente esibita agli agenti da Faranda Adriana, con il nome di Lombardo Maria Rosaria: costei, in realtà, non aveva subito alcun furto, ma aveva insegnato presso la scuola "Bruno Buozzi" in località La Storta, dove avevano lavorato Baiocchi Giulia, Bertoli Susanna, Lozzi Claudio e Coviello Angela, le cui generalità erano state registrate sui manoscritti sequestrati in Via Gradoli;
15) fotocopie di patenti e documenti di Ciuchi Maurizio, Cecoli Matilde, Chessa Pietro, Cuzzuppoli Marco, Capponi Massimo, De Luca Ivo, Fanali Franco, Lattanzi Giampiero, Nucci Vittorio, Saracino Cosimo, identiche a quelle di Via Monte Nevoso;
 

290 - 291*

 16) schede alfabetiche con indirizzi, sottratte dall'archivio del "Centro di formazione professionale" di Genova nel corso dell'attentato in cui era stato ferito il prof. Filippo Peschiera (rep. 167): altre schede erano state recuperate a Milano in Via Monte Nevoso (rep. 167);
17) appunti attinenti a ufficiali dei Carabinieri, funzionari di P.S. e delle carceri, magistrati, esponenti politici e del mondo economico;
18) annotazioni sulla Fiat 128 Sport targata Roma R 08583 di proprietà di una società controllata dal consigliere democristiano avv. Italo Schettini, il cui autista Lanfranchi Sergio, aveva abitato in effetti in Via Vacuna.
Un ulteriore riferimento riguardava la Fiat 500 targata Roma E 52264 di Bellini Leda che aveva collaborato per anni con lo stesso Schettini nell'amministrazione di aziende immobiliari ed aveva il domicilio proprio in Via Irpino 41 (rep. 247).
L'auto era stata usata qualche volta dal professionista e veniva parcheggiata sempre nei

* errore del documento originale
 

292

paraggi del suo studio di Via Ticino n. 6;
19) un apparecchio radio-ricevente marca "Amtocraft", capace di captare tutti i canali usati dalle forze dell'ordine;
20) schizzi planimetrici che rappresentavano vari piani dell'edificio di Piazza Nicosia, sede del Comitato Romano della D.C. (rep. 198).
In proposito la DIGOS con rapporto del 31 maggio precisava che, a seguito "di un nuovo attento sopralluogo", si era avuta "conferma che gli schizzi planimetrici sequestrati nella stanza occupata dalla Faranda e dal Morucci riproducevano perfettamente la dislocazione" degli uffici, addirittura con una minuziosa ed esatta raffigurazione dei mobili e degli oggetti di arredamento, nonché "gli ingressi dello stabile".
Da ciò doveva desumersi che i disegni erano stati predisposti nell'ambito del "progetto preparatorio dell'azione criminosa".
Del pari, gli investigatori segnalavano
 

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che "il Morucci, spacciandosi per tale signor Marchetti, era cliente abituale e stimato dall'armeria Bonvicini, sita in Via Oslavia n. 44-46, presso la quale aveva acquistato in diverse riprese, fondine e parti di pistole, nonché, soprattutto, corpetti antiproiettile".
Sia la signora Ciani Bonvicini Milva, sia il figlio Massimiliano, sia taluni commessi del negozio non avevano avuto difficoltà a riconoscere in Morucci Valerio "l'affezionato, simpatico e distinto" personaggio a cui, nel febbraio o marzo 1979, si era arrivati ad offrire "una non trascurabile percentuale di guadagno per ogni articolo" della "Body Protector" che fosse riuscito a "piazzare".
Nella occasione, per di più, al Morucci era stata consegnata quella copia fotostatica della lettera del "Banco Nazionale di prova delle Armi da fuoco" - nella quale si illustravano i risultati degli esperimenti compiuti sui giubbotti citati - che era stata, poi, reperita in casa di Giuliana Conforto (rep. 238).
Nel rimarcare "l'intollerabile leggerezza" dei titolari dell'esercizio, l'estensore della
 

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denuncia si chiedeva se non era "forse il caso di ipotizzare fattispecie di reato", considerato "che l'armeria Bonvicini era stata più volte sensibilizzata "ad una maggiore severità", in quanto già meta di accertamenti relativamente ad acquisti di armi e munizioni fatti dal sedicente, ben noto, Rossi Augusto".
Ancora, la DIGOS comunicava che dal B.K.A. tedesco si era ufficialmente appreso che il 9 giugno, verso le ore 8,15, il terrorista della "Baader Meinhof" Heiszler Rolf, da tempo ricercato, era stato arrestato a Francoforte, dopo un conflitto con la Polizia.
Costui era in possesso di una carta d'identità rilasciata dal Comune di Roma a Katte Klitsche Theodoro, nato e residente nella capitale.
Dalle indagini era emerso che in Roma "esisteva veramente" un avvocato civilista con un simile nome, i cui dati anagrafici non corrispondevano in pieno con quelli trascritti sul documento in questione.
E però, il legale aveva dichiarato di avere
 

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smarrito la propria carta d'identità da circa dieci anni e di non averne comunque richiesto duplicato.
In ogni caso il modulo utilizzato da Heiszler Rolf "faceva parte dello stock rubato nel Comune di Sala Comacina il 19 febbraio 1972", come, del resto, quelli repertati nei covi di Via Gradoli e Viale Giulio Cesare.
Infine, il Ministero degli Interni informava che la bomba a mano "di notevole potenza" custodita nella base del Morucci e della Faranda era, in pratica, una delle granate a strappo di fabbricazione svizzera "HG 43" rubate nel deposito militare elvetico di Ponte Brolla.
Ordigni dello stesso tipo, oltre che in Via Gradoli e nelle località in precedenza indicate, erano stati ritrovati a Barcellona, su un treno, il 7 aprile 1974 e in appartamenti clandestini della banda "Baader Meinhof" ad Amburgo e Francoforte.
 

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Avendo con provvedimento dell'8 giugno 1979 riunito, per ragioni ovvie di connessione, ai procedimenti già trattati in un unico contesto anche le altre inchieste pendenti a carico di imputati identificati e ignoti relative ai tanti attentati compiuti dalle Brigate Rosse, tra i quali il ferimento di Rossi Emilio, Cacciafesta Remo e Publio Fiori, il G.I. era, dunque, in grado di avere un quadro completo dell'attività dispiegata sino ad allora dall'organizzazione eversiva.
Ed alla luce delle molteplici acquisizioni probatorie, poteva realisticamente ricostruire gli eventi con validi supporti testimoniali e tecnici.


DA INTEGRARE ..............

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Non meno importante si rivelava l'interrogatorio di Emilia Libera che, avendo condiviso con Savasta "la scelta esistenziale definitiva", poteva avallare le ammissioni del "Diego" e arricchire il quadro probatorio con ulteriori, utilissimi elementi di fatto.
Così, la "Nadia" asseriva di essere impegnata negli anni 1975-1976 nel "Comitato Comunista Centocelle" in "un'attività politica di quartiere, nelle scuole del quartiere, per autoriduzioni ed occupazione di case"; ribadiva che nel Co.Co.Ce. "c'era una struttura di servizio d'ordine che aveva una funzione di braccio armato"; confermava di essere entrata nelle Brigate Rosse dopo la riunione, convocata da Bruno Seghetti nell'abitazione della zia di Anna Laura Braghetti, a cui erano intervenuti anche Arreni, Savasta e Morucci.
Inserita nella brigata "Centocelle", con Savasta e Arreni, aveva cominciato il suo lavoro occupandosi "all'interno del territorio di competenza dei personaggi che si facevano carico di portare avanti quella che a livello centrale avevamo individuato come linea dello Stato. In quel
 

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periodo si prestava soprattutto attenzione al discorso di rinnovamento della Democrazia Cristiana, al discorso della ricerca da parte di questo partito di costruirsi un volto popolare".
Sul piano concreto, era stata "bruciata, con una tanica di benzina, la macchina di Sodano Ugo, un consigliere circoscrizionale della D.C." e, su segnalazione del Seghetti, quella di Filippo Mario, segretario di una sezione del Tiburtino.
Finché, "verso la fine del 1977", la Libera era stata, insieme a Savasta, "spostata alla brigata universitaria" ed aveva "incontrato per la prima volta Spadaccini e Piunti".
"Ancora in presenza di quello che era stato il cosiddetto movimento del 77, l'università era un grosso punto di aggregazione; c'erano continuamente assemblee, si erano costituiti diversi collettivi e diverse strutture", per cui i membri della brigata si erano posti principalmente il compito di "propagandare" con volantinaggi e contatti individuali la necessità della lotta armata.
Ma oltre a ciò, costoro avevano danneggiato le auto di due professori notoriamente democristiani ed avevano condotto a termine al-
 

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cune "verifiche" su docenti rei soltanto "di accreditare questa immagine di rinnovamento della Democrazia Cristiana".
Una indagine "autonoma" aveva riguardato anche il prof. Franco Tritto, assistente dell'on. Moro, al quale si intendeva incendiare la vettura.
Sennonché, "all'incirca un mese prima" del 16 marzo 1978, ci si era resi conto che pure Bruno Seghetti stava "svolgendo per conto suo un'inchiesta sulla stessa persona seguendone i movimenti" e l'iniziativa originaria era stata abbandonata.
"Al momento la cosa era sembrata strana", ma poi, "quando era uscito fuori che erano state fatte delle telefonate al prof. Tritto" durante "la prigionia di Moro", la circostanza aveva acquisito un chiaro significato.
Nel medesimo periodo, peraltro, i brigatisti erano stati tutti mobilitati "perché c'era in preparazione una azione grossa" ed era stata approntata una lista "molto lunga" di veicoli da rubare.
Emilia Libera ammetteva di avere "gestito" con i suoi compagni la Renault rossa consegna-
 

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ta, proprio da lei e "da Spadaccini che la guidava", a Bruno Seghetti in Piazza Albania e di avere "distribuito volantini e comunicati nell'Ateneo", ma escludeva categoricamente di avere avuto un ruolo più determinante negli eventi in questione.
Però da Bruno Seghetti aveva appreso che "lui aveva condotto la macchina con cui era stato portato via Moro", mentre, più tardi, allorché era stata catturata la Braghetti, Maurizio Iannelli le aveva confidato che "non si erano accorti che la casa di "Camilla" era stata la prigione di Moro".
E sempre Seghetti aveva sostenuto che ad uccidere il parlamentare "era stato Gallinari", che appunto abitava nell'appartamento della Braghetti.
Ancora, Barbara Balzerani, in una diversa occasione, aveva aggiunto "che erano stati necessari diversi colpi "giacché" quando si spara ad una persona al cuore questa non cessa subito di vivere".
La giovane asseriva, tuttavia, di esser intervenuta nel dibattito che si era aperto sulla conclusione della "campagna" e di avere manifestato l'opinione che l'ostaggio non
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In realtà, Morucci e Faranda "pensavano che fosse meglio liberare Moro" secondo "una linea che privilegiava le contraddizioni all'interno della classe e non quelle all'interno dello stato", prendendo atto "del fatto che era un livello di scontro troppo alto a cui il movimento in quel momento non era assolutamente preparato".
Era, invece, prevalsa la tesi opposta nel convincimento che " l'organizzazione, rispetto al tipo di richieste avanzate e alla mancata accettazione, avrebbe saputo scaricare la morte di Moro come una contraddizione sulla classe politica che non aveva voluto prestarsi alla trattativa".
La Libera non aveva difficoltà a confessare le proprie responsabilità, specie in ordine all'assalto della sede del Comitato Romano della Democrazia Cristiana, compiuto da un commando formato da 15 unità - oltre ai brigatisti citati da Savasta, menzionava tra i partecipanti anche "Carlo" - e precisava di esser divenuta "regolare" in coincidenza "con la partenza per la Sardegna nel novembre 1979".
 

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Con estrema lucidità la "Nadia", rispondendo a specifiche domande dei giudici e delle parti, era in grado di ricostruire momenti salienti di un'attività criminale che dal 1976 al maggio 1980 aveva insanguinato le vie della capitale.
E giustificava il suo mutato atteggiamento con una serie di argomentazioni che partivano dalle considerazioni della sconfitta politica delle Brigate Rosse.
"Il problema è che ho maturato una crisi rispetto alla mia appartenenza alle Brigate Rosse, nel senso che mi sono resa conto di tutta una serie di problemi: le spaccature che ci sono state, l'uscita di molti compagni dall'organizzazione, l'incapacità dell'organizzazione di costruire una linea politica che si collegasse realmente con i problemi della classe. Mi sono resa conto che non soltanto non eravamo riusciti a fare questa cosa, cioè a dare quella che pensavamo essere una soluzione politica più alta in termini di potere e di cambiamenti alla classe, ma avevamo contribuito a chiudere tutta una serie di spazi che il movimento si era conquistato e a distruggere anche la ricchezza delle lotte che si erano prodotte. Il problema era stato costituito dal fatto che abbiamo fatto un'analisi un po' superficiale: siamo partiti dalla crisi - una crisi inevitabile, sempre più acuta - e da questo ci siamo allacciati all'antagonismo che la classe esprimeva ai livelli di ristrutturazione; il problema è stato che questa cosa, invece di leggerla come semplice antagonismo, come semplice contrapposizione di interessi, nella nostra mente, nel nostro
 

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progetto, l'abbiamo letta come tendenza alla guerra civile, come possibilità di costruire una guerra di lunga durata che sostituisse lo Stato con il potere del proletariato... Oggi c'è una grossa scollatura con la classe e il livello scelto conduce le Brigate Rosse a uno scontro sempre più e soltanto militare".

Le conseguenze negative di una simile impostazione la spingevano, dunque, ad assumersi "la responsabilità di dire tutto quel che sapeva e contribuire a sconfiggerle politicamente, oltre che dagli altri punti di vista".
Antonio Savasta ed Emilia Libera indicavano, per quanto a loro conoscenza, gli autori materiali di ulteriori gravi episodi rivendicati dal sodalizio terroristico, consentendo in tal modo alla Corte di apprendere che:
- all'attentato incendiario in danno di Ferrari Vittorio aveva partecipato anche Barbara Balzerani;
- all'attentato contro Perlini Mario avevano partecipato "Camillo" e "Marzia";
- all'attentato contro Cacciafesta Remo avevano partecipato Balzerani, Faranda e Brioschi;
 

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- all'attentato contro Fiori Publio avevano partecipato anche Seghetti, Balzerani e Gallinari;
- all'omicidio di Riccardo Palma aveva preso parte un nucleo guidato da Prospero Gallinari, il quale aveva dovuto personalmente far fuoco sul magistrato, poiché "la persona che doveva sparargli all'ultimo momento non se l'era sentita";
- all'assalto della Caserma "Talamo" avevano partecipato anche Arreni, Piccioni e Seghetti;
- all'omicidio di Tartaglione Girolamo avevano preso parte Cianfanelli, "Camillo", "Marzia" ed altri;
- all'agguato nei confronti degli agenti della "Volante IV" avevano preso parte Piccioni, Morucci, Cacciotti, May e Cianfanelli;
- alla rapina in danno di Ferretti Riziero con lo stesso Savasta erano presenti Seghetti, Petrella Stefano e "Silvia";
- all'attentato contro gli agenti della scorta dell'on. Galloni avevano partecipato Gallinari, Loiacono e Faranda che aveva nell'occasione usato la pistola in seguito passata al Savasta;
 

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- alla rapina compiuta nel garage di Via Salaria avevano partecipato Morucci, Piccioni, Cianfanelli, May e Cacciotti;
- all'omicidio di Schettini Italo avevano partecipato anche Seghetti e "Marzia", mentre "l'inchiesta era stata effettuata da Pancelli e Padula";
- all'attentato contro Pecora Gaetano avevano partecipato Iannelli, "Marco" e Ricciardi che, anzi, aveva redatto il volantino di rivendicazione;
- alle rapine nelle autorimesse di Via Magnaghi e Via Chisimaio avevano partecipato Seghetti, Piccioni e Vanzi;
- all'attentato in danno di Tedesco Michele aveva partecipato Arreni;
- all'omicidio di Granato Michele avevano partecipato Ricciardi, Di Rocco, "Silvia" e "Nanà";
- all'omicidio di Taverna Domenico avevano partecipato anche la Braghetti e Iannelli;
- all'omicidio di Romiti Mariano avevano partecipato Arreni, Iannelli, Cacciotti e "Livio", mentre l'inchiesta era stata portata a termine proprio da Savasta;
 

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- all'omicidio di Vittorio Bachelet avevano partecipato Seghetti e Braghetti, che aveva sparato contro la vittima;
- alla rapina in danno della Banca Nazionale delle Comunicazioni aveva partecipato un gruppo formato da Seghetti, Arreni, Vanzi, Piccioni, Pancelli, "Silvia" ed altri;
- all'omicidio di Minervini Girolamo avevano partecipato anche Piccioni e Padula;
- all'attentato in danno di Digiacomoantonio Savino avevano partecipato Iannelli e "Silvia";
- all'attentato contro Pirri Pericle avevano partecipato Iannelli, Vanzi e Padula;
- all'attentato in danno di Gallucci Domenico avevano partecipato Arreni, Di Rocco e "Silvia".

DA INTEGRARE ..............

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Anche May Arnaldo si presentava dinanzi ai giudici affermando di avvertire la esigenza di ricostruire il suo "percorso all'interno delle lotte e delle tensioni sociali" e di mantenere una condotta di "pura e semplice dissociazione": "mi assumo le mie responsabilità; non ho nessuna intenzione di fare nomi di altre persone o riferire cose su di esse".
E sempre coerente con questa linea, pur rifiutandosi di rispondere alle domande con cui la Corte tentava di far luce su taluni episodi e di stabilire i contorni di specifici addebiti contestati a singoli, l'imputato ricordava le sue esperienze nel "microcosmo"
della scuola, nel "collettivo di statistica", la facoltà a cui si era iscritto nel 1973-1974, nel movimento del 1977.
Adempiuti gli obblighi di leva, "proprio sull'onda emotiva della questione del rapimento Moro", aveva avuto, tramite "una persona conosciu-
 

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ta nel 1977", "un contatto esplorativo con le Brigate Rosse in un periodo che va dal 14 luglio al 31 luglio 1978".
In "una riunione dalle parti della Piramide Cestia, in un bar, con questa persona e un militante delle Brigate Rosse", gli era stato chiesto se aveva "interesse" ad aderire al sodalizio armato: "io dissi di si, però proposi di rivederci dopo l'estate, in quanto, avendo finito appena allora il servizio militare, avevo intenzione di fare un mese di ferie in Jugoslavia. Per cui venne fissato un nuovo incontro per lunedì 4 settembre 1978".
In sostanza da questa data, al termine di un colloquio con "il militante" citato, che era nel frangente accompagnato da un secondo brigatista, ero stato cooptato nell'organizzazione e "assegnato ad una struttura, la brigata logistica romana, nella quale erano anche due irregolari e due regolari".
Il suo compito era stato "quello di deposito delle armi degli irregolari", nascoste nel garage di casa "dentro una cassetta di legno".
 

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Poi, "con il ruolo di autista, aveva partecipato all'attentato in danno della Volante IV".
Si era trattato di un agguato diretto "a distruggere la macchina di pattuglia, senza colpire le persone a bordo".
Gli esiti di questo attacco avevano cominciato ad incrinare la sua fiducia nella giustezza "degli obiettivi, degli scopi" della lotta intrapresa e in dicembre aveva addirittura pensato di rassegnare formalmente, con una lettera, le sue dimissioni.
Tuttavia, "il dirigente della brigata" lo aveva sconsigliato "a presentarla in quel momento", dicendogli "di attendere, in quanto c'era un dibattito politico all'interno dell'organizzazione e uno scontro tra varie posizioni".
"In questo clima di reazione", comunque, aveva trovato il tempo di intervenire il 14 febbraio 1979, nella "rapina delle macchine fatta vicino a Piazza Fiume in Via Salaria".
Circa dieci giorni dopo l'azione", la situazione era "precipitata" e "un quadro della brigata" gli aveva comunicato "che doveva andarsene
 

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dalle Brigate Rosse per una serie di problemi".
A quel punto egli era "uscito, sostanzialmente a livello individuale" dal gruppo, anche "per far numero intorno" ai dissidenti e "garantirgli la possibilità forse fisica di sopravvivenza".
Escludendo di aver avuto un ruolo nella ideazione, nella preparazione o nella esecuzione delle altre imprese ascrittegli a titolo di concorso; attento ad evitare ulteriori coinvolgimenti e a sminuire le ammissioni di testimoni, come ad esempio Ginestra Antonio, che gli avevano attribuito iniziative che rendevano ancora più pesante la sua condizione; richiamandosi continuamente alla "rigida compartimentazione" che regolava la vita degli associati e non gli aveva consentito di raccogliere notizie interessanti sotto un profilo probatorio, "Nicola" insisteva sugli aspetti "morali" della sua scelta processuale e si appellava ripetutamente alla "necessità di salvare la sua dignità" onde potersi "al mattino guardare allo specchio".
E finiva con una critica serrata della legge sui pentiti varata dal parlamento che, a suo giudizio, aveva optato per una "soluzione del
 

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problema non certo politica", in una ottica che "va perfettamente bene alle Brigate Rosse, che è poi quella dello scontro militare".

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L'esame di Innocenzi Giovanni, Cavani Augusto, Stroppolatini Edmondo e Capitelli Marco, non aggiungeva novità di rilievo a quanto già in precedenza acquisito.
Costoro, in verità, sostenevano di essere completamente estranei ai fatti in ordine ai quali erano stati rinviati a giudizio; ribadivano di essere stati sempre contrari a qualsiasi ipotesi di lotta armata, essendosi solo preoccupati di approfondire, nel corso di varie discussioni di carattere politico, le tematiche generali all'epoca predominanti nell'ambito del movimento; spiegavano che i rispettivi reiterati incontri con Bruno Seghetti e Renato Arreni, da essi peraltro conosciuti come "compagni di area" e non come esponenti delle Brigate Rosse, avevano avuto finalità ben più modeste di quelle che gli inquirenti avevano delineato; negavano con for-
 

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za di essersi qualificati all'interno e all'esterno con nomi di battaglia e di essersi occupati di armamento; respingevano, con giustificazioni confuse, le accuse circostanziate che emergevano dagli interrogatori resi in fase istruttoria da coimputati o da giudicati in procedimenti connessi.
Addirittura, Cavani Augusto non trovava di meglio che sconfessare, in maniera spesso puerile, i punti "salienti" delle sue pregresse affermazioni, lamentando erronee trasposizioni di contenuti nei verbali, e insinuando che i magistrati avevano inteso precostituire elementi di prova a fondamento di una tesi articolata secondo schemi eminentemente repressivi.
 

Da ultimo, Patrizio Peci, toccato dalla barbara vendetta perpetrata nei confronti del fratello Roberto, metteva maggiormente "a fuoco" i momenti della folle avventura terroristica e inchiodava gli autori di delitti ed attentati alle loro responsabilità.
 

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Mentre taluni imputati detenuti rifiutavano di rispondere alle domande della Corte, gli altri, dopo aver proclamato con enfasi di essere gli unici depositari di grandi, esplosivi "verità" e di voler recitare un ruolo di primo piano durante il dibattimento, conservano, invece, un contegno estremamente incoerente, solo adeguandosi alla solita, ormai superata, strategia "di contestazione" del processo, culminata in minacce ai giudici, ai difensori di ufficio e delle parti civili, alle forze dell'ordine, ai funzionari dell'amministrazione penitenziaria, ai giornalisti, a uomini politici e a rappresentanti del mondo economico ed industriale.
Si riascoltavano le vecchie critiche ostili contro lo Stato, "la borghesia imperialista", "l'immonda D.C.", "il partito di Berlinguer", che aveva rinunciato "a qualunque prospettiva rivoluzionaria", "la consorteria di Craxi, Lagorio e Benvenuto", i tribunali "speciali", "l'apparato antiguerriglia", "le carceri come strumento di tortura psico-fisica dei prigionieri, di ricatto".

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Inoltre, i brigatisti evidenziavano che al loro interno si era prodotta una ulteriore lacerazione, non formale ma sostanziale, che, in nome della salvaguardia della propria "identità politica e personale", doveva persino importare una differente collocazione nelle gabbie approntate nell'aula di udienza.
Così, Arreni, Renato, Bella Enzo, Braghetti, Anna Laura, Cacciotti Giulio, Iannelli Maurizio, Moretti Mario, Novelli Luigi, Padula Alessandro, Pancelli Remo, Petrella Marina, Piccioni Francesco, Ponti Nadia, Ricciardi Salvatore e Seghetti Bruno continuavano a qualificarsi come "militanti" di un'organizzazione che operava "per la ricostruzione del partito comunista combattente".
Rivendicato "non solo ogni azione combattente" ad essi attribuita, "ma anche la giustezza dell'intera linea politica fin qui praticata" dal sodalizio, costoro ripercorrevano la "storia di questi ultimi anni di lotta proletaria nel nostro paese" secondo "un proget-
 

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to politico-militare complessivo per la conquista del potere" che aveva avuto una "tappa fondamentale" nella "campagna di primavera del 1978" e lanciavano - non senza un durissimo attacco "contro tutte le manovre di dissociazione e di resa" - i loro slogans di guerra per il futuro , "sicuri di poter risolvere i compiti che ci stanno di fronte".
Al contrario, Azzolini Lauro, Bonisoli Franco, Brioschi Carla, Fiore Raffaele, Ligas Natalia, Mariani Gabriella, Marini Antonio, Micaletto Rocco, Nanni Mara, Nicolotti Luca, Piancone Cristoforo, Petrella Stefano, Piunti Caterina e Zanetti Giannantoni o mettevano in rilievo "il salto di qualità che la guerriglia aveva compiuto" e dichiaravano che "nel 1981 si era chiuso un ciclo del processo rivoluzionario, con una rottura col passato: le B.R. hanno dimostrato nella loro pratica sociale la capacità di essere partito, ponendosi come direzione del movimento rivoluzionario e individuando le direttrici portanti del programma politico generale di congiuntura".
E annunciavano la costituzione del Partito


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Guerriglia del Proletariato Metropolitano, il quale, anzi, aveva "cominciato a percorrere la strada per organizzare la transizione al comunismo e costruire il sistema del Potere Rosso".
Ponendosi come "punto di riferimento chiaro per la classe, sviluppando una pratica sociale di guerra anche dentro quest'aula, all'interno dei più generali rapporti di forza tra borghesia e proletariato", concordavano sulla esigenza di riprendere "l'offensiva contro l'effimera controffensiva nemica".
"I risultati politici ottenuti dalla campagna di primavera e sviluppati negli anni successivi" non potevano esser cancellati e l'iniziativa di "programma i comportamenti proletari con l'obiettivo preciso di compatibilizzare le tensioni di classe, cozzava inesorabilmente contro l'irriducibilità dell'antagonismo proletario, frutto dell'irrisolvibilità della crisi".
Una posizione autonoma assumevano Valerio Morucci e Adriana Faranda, i quali, peraltro, si astenevano dal "ribattere alla specificità delle accuse", sia perché "comunque responsabili di aver praticato la lotta armata nella convin-
 

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zione, poi rivelatasi errata, che fosse strumento adeguato di trasformazione rivoluzionaria della società", sia perché "sembravano tanto superficiali quanto meschini i tentativi di ridurre a quelle dei singoli le responsabilità collettive della scelta di lotta armata di una generazione di militanti".
Entrambi cercavano di spiegare che la loro "battaglia contro l'uccisione dell'on. Moro" era stata dettata da "motivi di fondo" e non "contingenti", in quanto avevano ritenuto "inaccettabile che dei comunisti, che ponevano tra le proprie prime finalità la salvaguardia e la liberazione dei prigionieri, uccidessero un loro prigioniero". "Più in generale ritenevano il complesso dell'operazione Moro contraddittorio con l'obiettivo di rafforzare l'antagonismo proletario".
Dopo quell'epilogo "insensato" - che aveva "portato, come purtroppo previsto, al soffocamento del dissenso sociale e ad una contrapposizione senza sbocco tra terrorismo e Stato" - e "l'abbandono della organizzazione", avevano
 

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maturato "una netta critica dell'omicidio politico, della sua logica di soluzione finale", e della lotta armata, "soprattutto del suo retroterra politico, ideologico, culturale".
"Il punto non è mondarsi la coscienza prendendo le distanze dal terrorismo, ma, fuori da ogni vuota liturgia, portare fino in fondo collettivamente una critica che rinnova la possibilità di mandare completamente sprecate le energie di trasformazione espresse dai nuovi protagonisti sociali dal 68 in poi".
Essi, tuttavia, non mancavano di aggiungere che era "irresponsabile faciloneria da discorso elettorale identificare violenza e terrorismo".

"Noi possiamo analizzare e criticare l'ideologia militarista che si è intrecciata e sovrapposta alla violenza della società, ma non è stato certo il terrorismo a introdurre la violenza nel conflitto sociale. Esso l'ha solo tradotta in un progetto di distruzione del potere dello Stato. Le cause della violenza permangono, ed oggi più di ieri sono interne allo sviluppo sociale del paese, giacché affondano le radici nella negazione, ad interi strati sociali, di canali di rappresentanza indipenden-
 

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ti, di partecipazione, di decisione, nonché nella totale sordità e rigidità del sistema politico.
È sotto gli occhi di tutti, anche degli ipocriti imbonitori dello "Stato forte", che è dalla "grande politica" - nazionale ed internazionale - che promana l'ideologia della guerra quale mezzo ovvio e legittimo di imposizione dei propri interessi. Bastano le locuzioni magiche "ragione di Stato", "salvaguardia delle fonti energetiche", "difesa della rivoluzione socialista", "sicurezza nazionale" per giustificare l'omicidio, la tortura, lo sterminio degli inermi".

Donde la necessità di impegnare una "durissima battaglia contro la cultura della morte, dell'annientamento, della crudeltà", per far "avanzare una cultura che contrasti la logica dell'emergenza permanente, l'insipienza politica che riproduce il blocco contro blocco, il circolo vizioso della vendetta che risponde alla vendetta".
La Corte sentiva le parti lese e numerosissimi testimoni in grado di riferire particolari utili per la decisione; escuteva l'on. Giulio Andreotti e l'on. Francesco Cossiga - i quali all'epoca
 

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dei fatti di Via Fani avevano ricoperto rispettivamente la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri e di Ministro degli Interni - nonché l'on. Bettino Craxi, l'on. Claudio Signorile ed il sen. Antonio Landolfi; interrogava, a norma dell'art. 348 bis c.p.p., molti esponenti di gruppi terroristici che si erano dissociati dalla lotta armata; procedeva all'audizione delle bobine contenenti le registrazioni delle conversazioni effettuate su diverse utenze telefoniche; acquisiva documenti pertinenti e specifici episodi; disponeva immediati accertamenti in ordine a circostanze emerse nel dibattimento, in ogni caso meritevoli di attenta valutazione; dava lettura degli atti consentiti.

Terminata l'assunzione delle prove, le parti civili hanno svolto le proprie conclusioni, il pubblico ministero ha pronunciato la sua requisitoria e successivamente i difensori degli imputati hanno esposto le loro difese.

 

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PARTE QUARTA

I MOTIVI DELLA DECISIONE

 

La cruda elencazione degli attentati, degli omicidi, dei ferimenti, "delle azioni di guerra" rivendicati dalle Brigate Rosse in un lungo arco di tempo e la semplice lettura delle motivazioni elaborate per spiegare scelte irreversibili rendono evidente la matrice terroristica di un fenomeno che ha innescato una spirale di violenza senza precedenti e che, sebbene sconfitto sul piano politico, non è ancora oggi definitivamente debellato.
Certo, non spetta alla Corte di formulare giudizi esaurienti sulle origini, sulle vere finalità di iniziative illegali estremamente pericolose o di trarre conclusioni che possono pur sempre essere smentite da nuovi avvenimenti o da specifiche acquisizioni.
E tuttavia, nel rigoroso rispetto di autonome competenze che, del resto, sono state salvaguardate anche quando, nel corso del dibattimento, si è trattato di sciogliere nodi controversi del processo, si impongono alcune immediate considerazioni, ancorate a risultanze probatorie incontestabili.
 

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Se l'insieme dei delitti testimonia che si è al cospetto non di fatti casuali e scollegati, ma di un lucido "progetto complessivo" che ha perseguito precisi obiettivi "di potere", bisogna dir subito che i suoi autori, invocando come "punti di riferimento il marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale cinese e l'esperienza dei movimenti guerriglieri metropolitani, in una parola la tradizione scientifica del movimento operaio e rivoluzionario internazionale", hanno in concreto affidato le loro speranze a rozzi schemi di "contrapposizione frontale" ed hanno cagionato esclusivamente efferate conseguenze che hanno ostacolato l'opera di trasformazione intrapresa dal Paese a prezzo di tanti sacrifici.
Convinti che fosse in atto "uno scontro decisivo" nel quale si giocavano "da una parte, cioè dalla parte della borghesia, la possibilità di un nuovo equilibrio politico ed economico, dall'altra, cioè da parte dei lavoratori, la prospettiva di un capovolgimento dei rapporti di produzione"; che "la crisi di regime", accentuatasi dal 1968, non si fosse "affatto risolta in
 

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senso riformista" e non ci fossero, quindi, "prospettive di soluzioni in tempi apprezzabili", questi "messi di sventura e di morte", incapaci di valutare realisticamente le istanze della società, si sono determinati a propugnare "la necessità" di compiere "un salto qualitativo non mediabile" e di creare "lo strumento di classe per affrontare allo stesso livello" la battaglia.
In una visione strategica della "lotta armata per il comunismo", le Brigate Rosse, autoproclamatesi "i primi sedimenti del processo di trasformazione delle avanguardie politiche di classe in avanguardie politiche armate", i "primi nuclei di guerriglia nella direzione di questa costruzione", hanno preteso di difendere le esigenze dei "non garantiti", "degli sfruttati in lotta per la loro emancipazione" e di instaurare un sistema diverso in grado di assicurare giustizia ed equità, abbandonandosi a spietate, aberranti manifestazioni di fanatismo e diffondendo nelle città, nei quartieri, nelle fabbriche, nelle carceri un clima di allarme e di inquietudine.
 

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Gridando la loro rabbia cieca "contro il capitalismo dei padroni, contro lo Stato ed il suo governo"; esprimendo disprezzo per la storia popolare, presentata come una "ininterrotta catena di sconfitte e di fallimenti"; cercando di legare operai, studenti, disoccupati, soggetti emarginati e insoddisfatti in una identica condizione di conflittualità, senza altro "messaggio" che la denuncia generalizzata e la distruzione di qualunque valore ideale, esse hanno provato ad allargare la base dei consensi e ad "ampliare le proprie capacità di egemonia e di organizzazione" per arrivare, con "una guerra di lunga durata", alla "imposizione violenza della dittatura del proletariato".
E per questo "programma" le scuole, l'università, i luoghi di lavoro, gli ambienti più disparati sono stati usati come "cassa di risonanza", gangli indeboliti da una congerie di strumentalizzazioni.
Ma, nel momento in cui gli strateghi della banda hanno creduto di poter impunemente assaltare gli apparati produttivi o statuali, sicuri di accelerarne la fase di decadenza, non si sono resi conto di lanciarsi in "una avventura" senza sbocchi che, invece, conduceva a spezzare e disperdere
 

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il patrimonio di esperienze conquistato in tanti anni di impegno politico civile, con il rischio di offrire spazi notevoli ad interventi di natura repressiva.
La caratteristica fondamentale di un simile disegno è da ravvisare in una "pratica" che si colloca al di fuori delle tradizioni della democrazia italiana; che è contraria agli interessi della intera collettività; che, in particolare, assegnando ad una minoranza "elitaria" il compito di "agire da partito" e di guidare "il proletariato nell'assalto al cielo", finisce per ridimensionare proprio il ruolo delle masse, per isolarle e condannarle ad una passività paralizzante.
"Osservato" attraverso gli eventi verificatisi nel Paese, il fenomeno terroristico - che molti purtroppo hanno all'inizio sottovalutato, magari accontentandosi di un pietismo falsamente consolatorio o accodandosi ad appelli di vuota neutralità - rivela appieno i suoi connotati deteriori e scopre il volto autentico di protagonisti invasati che si sono assunti la responsabilità di alterare le regole della pacifica convivenza e di conculcare, insieme al pluralismo e al
 

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libero esercizio di diritti basilari, le ipotesi di rinnovamento affermatesi a fatica.
Ma le Brigate Rosse non sono comparse in campo all'improvviso e non hanno esteso la loro influenza in maniera disordinata, senza preoccuparsi di individuare "referenti" adeguati.
Intanto, a differenza di quello "nero", il "terrorismo rosso" per "radicarsi" ha avuto bisogno di un periodo di "gestazione" relativamente lungo e controverso.
In sintesi, v'è da dire che già nel movimento del "68", dopo una fase apparentemente unitaria, il dibattito attorno al problema centrale della "gestione politica" della realtà emergenti nel tessuto sociale ha registrato voci divaricanti, incapaci, in ogni caso, di accostarsi al confronto con argomentazioni nette, inequivoche.
Se da una parte si è riconosciuto che, in una "strategia rivoluzionaria", fosse indispensabile portare forze consistenti dei partiti di sinistra e del sindacato ad una battaglia di opposizione più dura, altri hanno dato per scontato la "non recuperabilità" di tali componenti "alla costruzione di un futuro migliore" ed hanno privilegiato una linea di rigido "antagonismo", cercando in
 

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concreto di creare strutture "alternative", esaltandone gli aspetti "spontanei" e dirompenti nei confronti di qualsiasi pur necessaria mediazione.
La disputa, sebbene limitata ad una ristretta cerchia di proseliti, si è trascinata con toni aspri all'interno dei singoli "gruppi estremistici", i quali, però, a poco a poco hanno incominciato ad accusare una crisi "esistenziale" senza rimedi e non sono stati in grado di "appropriarsi" dei valori positivi che si andavano manifestando: ciò che ha favorito la nascita di un preteso "autonomismo" ed un lento ma significativo passaggio a forme di "rivolta" atipiche e deplorevoli.
L'inasprimento delle lotte, il tentativo di "radicalizzare lo scontro" per "porre il problema dei bisogni reali fuori dagli schemi imposti dalle organizzazioni tradizionali del movimento operaio", le frequenti "azioni di guerriglia" nei centri o nelle periferie delle grosse città, il fiorire di una "cultura della violenza" sempre più "aggressiva" hanno agevolato l'incontro tra le frange di facinorosi e i primi fautori dell'attacco "al cuore dello Stato", in un rapporto di completarietà, diventato sempre più articolato.
 

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Proprio le Brigate Rosse, in nome della tesi che alle "armi della critica" e della chiarificazione dovesse sostituirsi "la critica delle armi", hanno operato in modo da raccogliere subito adesioni robuste e, in presenza di un processo di sfaldamento dei nuclei della sinistra extra-parlamentare, si sono mosse per giungere ad una "saldatura" con interi settori di questa area.
Il messaggio lanciato dal "Collettivo Politico Metropolitano", fondato a Milano da Renato Curcio, Corrado Simioni e Franco Troiano nel settembre del 1969, e ripreso da "Sinistra Proletaria", non è di certo caduto nel vuoto: le Brigate Rosse, che a partire dall'autunno del 1970 si sono distinte in incursioni "dimostrative" presso i maggiori complessi industriali di Milano quali la Sit-Siemens, la Pirelli e l'Alfa Romeo hanno avuto buon gioco a sviluppare e propagandare "le idee-forza" dell'organizzazione "strategica del proletariato", dell'aggregazione "per la formazione del Partito Armato" ed hanno potuto in seguito "alzare il tiro" contro i presunti "nemici" borghesi.
 

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Giovandosi del sostegno attivo di una fascia di operai, di studenti, di intellettuali emarginati, già psicologicamente inclini a compiere il salto nel buio; approfittando di un malinteso "spirito di classe" di quanti per anni hanno ritenuto i militanti della banda "compagni che sbagliano" e hanno eretto un muro di omertà dietro cui si sono nascoste anche tragiche verità; trovando solidarietà e compiacenti "protezioni" in diversi ambienti che non hanno fatto mistero della loro scandalosa "contiguità" o del loro disimpegno civile; sfruttando l'impreparazione, le carenze e, in taluni casi, le negligenze dei pubblici poteri, che non hanno saputo comprendere a tempo la pericolosità della trama e predisporre mezzi idonei per combatterla e debellarla, questi "profeti" del terrore, allo scopo dichiarato di introdurre un regime "di potere rosso" dai profili evanescenti, hanno scatenato estenuanti "campagne" di brutalità e hanno riempito le cronache di episodi criminosi inqualificabili.
E con l'eccidio di Via Mario Fani e l'omicidio di Aldo Moro hanno segnato "il punto più alto" di un progetto politico che, però, dinanzi alla
 

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reazione della gente comune, delle forze e delle associazioni democratiche, di differenziate componenti istituzionali, si è rivelato povero di contenuti e di prospettive.

DA INTEGRARE ..............

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...Una impresa del genere richiese, ovviamente, una meticolosa preparazione.
 

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Subito il Comitato Esecutivo, a cui competeva di "gestire" tutte "le azioni di carattere generale" particolarmente "importanti", si preoccupò di studiare uno schema adeguato alla serietà dell'impegno e di apprestare gli strumenti per assicurare il pieno successo di un "attacco al cuore dello Stato" senza precedenti.
Convinti assertori della tesi che "i problemi militari e tecnici trovano sempre una efficace soluzione solo all'interno di una concezione politica corretta della costruzione dell'organizzazione rivoluzionaria", i brigatisti cercarono di sfruttare al massimo la "capacità collettiva" della banda, "l'alto grado di precisione" raggiunto "dai singoli compagni" e la validità di "un modulo" di intervento che poteva in ogni caso contare sull'arma della sorpresa.
Come, del resto, si era verificato in altri frangenti, Mario Moretti, Rocco Micaletto, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli si riservarono i compiti delicati del "coordinamento", della supervisione delle varie attività e non mancarono di far sentire il peso della loro "esperienza" per sciogliere nodi materiali che avreb-
 

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bero, se non affrontati con tempestività, rischiato di condizionare lo sviluppo dei piani fissati.
In primo luogo, affidarono ai "militanti" che agivano nel "polo" di Roma l'incarico di "tradurre in azione concreta la proposta complessiva" approvata dagli organismi di vertice.
Dirà Carlo Bozzo, dissociatosi dalla lotta armata, che "da vari clandestini genovesi, tra cui Dura, Lo Bianco e Guagliardo", seppe "in più riprese che l'azione di Via Fani, benché fosse stata organizzata a livello nazionale, era stata effettuata e gestita prevalentemente dai componenti della colonna romana".
Proprio Riccardo Dura asserì "che almeno l'80% dei partecipanti all'impresa nel suo insieme appartenevano alla colonna romana. Specificò che “la presenza di elementi esterni alla colonna si limitò solo all'agguato di Via Fani, mentre quelli della colonna romana provvidero a tutte le altre incombenze, tra le quali i cambi delle autovetture, la gestione delle basi operative e

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la gestione della prigionia di Moro". Anche "tutta la fase del rapimento successiva all'eccidio di Via Fani, fu gestita dalla colonna romana".
Coincidenti al riguardo sono le testimonianze sia di Patrizio Peci, sia di Massimo Cianfanelli, Antonio Savasta ed Emilia Libera, i quali, anzi, essendo all'epoca inseriti nella brigata "universitaria", sono stati in grado di indicare circostanze inedite di notevole interesse.
Intanto, i brigatisti capitolini "furono mobilitati al massimo" in quanto "c'era in programma un'azione grossa" e, cioè, "un attacco contro la Democrazia Cristiana".
Sotto la guida dei membri della direzione locale, si mise in moto "un'attenta inchiesta sulle abitudini dell'on. Aldo Moro", a cominciare "da un esame di tutti i percorsi abitudinari del parlamentare, al fine di scegliere quello ritenuto più idoneo dal punto di vista militare".
Patrizio Peci apprese da Fiore Raffaele "che Moro venne osservato anche mentre si trovava nella Chiesa nella quale andava la mattina quan-
 

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do usciva di casa. Mentre Moro era in Chiesa un compagno dell'organizzazione riuscì a controllare la macchina con la quale viaggiava, rilevando che il vetro non era antiproiettili".
Antonio Savasta, a sua volta, ha riferito "che il presidente della D.C. fu pedinato scrupolosamente": Bruno Seghetti e Barbara Balzerani "ne avevano controllato i movimenti nella Chiesa" ove di solito si recava a pregare.
Del pari importante è la deposizione di Tomei Mauro (238) che, "tra il 26 dicembre 1977 e il 5 gennaio del 1978" nella Chiesa di Santa Chiara in Piazza dei Giochi Delfici notò due persone, un uomo ed una donna, che guardavano insistentemente l'on. Moro il quale era seduto con alcuni familiari su un banco del tempio.
Il teste ha aggiunto, ancora, che una domenica compresa tra il gennaio e il febbraio del 1978, dopo aver assistito alla messa celebrata nella stessa chiesa, vide "un giovane" fotografare l'edicola presso la quale abitualmente sostava la vettura della Polizia che accompagnava l'on. Moro.
 

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Dopo aver scattato alcune istantanee, lo sconosciuto salì su una Mini Morris color nocciola, a bordo della quale era una ragazza, e si allontanò.
"Circa un mese prima del sequestro di Aldo Moro", Bruno Seghetti incaricò Antonio Savasta "di guardare un po' come l'onorevole si presentava all'Università. Si trattava di una inchiesta di tipo militare", di cui furono avvertiti pure "i compagni della brigata", sollecitati a verificare "come l'onorevole si muoveva".
"Andammo a vedere a Scienze Politiche quante lezioni teneva, in che giorno e in che ora faceva lezione e alcune volte ci appostammo dentro l'Università per vedere come arrivava, come scendeva, la sua scorta, il comportamento della scorta stessa e l'ambiente che gli era intorno".
I risultati della indagine non furono giudicati positivamente, tanto che il Seghetti venne informato "che lì era impensabile qualsiasi tipo di azione", sia perché "c'erano moltissimi studenti" e, per la obiettiva situazione dei luoghi, "ogni via di fuga, ogni modello operativo avreb-
 

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be trovato ostacoli", sia perché "la scorta era abbastanza numerosa e attenta", per cui un eventuale conflitto "avrebbe impedito il defilarsi del nucleo" destinato a condurre l'attacco.

Nello stesso periodo i componenti del gruppo operante nell'Ateneo, che già erano impegnati autonomamente a "controllare" il prof. Francesco Tritto, si accorsero che Bruno Seghetti stava "svolgendo per conto suo" degli accertamenti sull'assistente dell'on. Moro.
Emilia Libera, Teodoro Spadaccini e Massimo Cianfanelli hanno asserito che "al momento la cosa era sembrata strana", ma poi, "quando era uscito fuori che erano state fatte delle telefonate al prof. Tritto" durante "la prigionia di Moro", l'episodio acquistò un chiaro significato.
Nel contempo "in tutta la brigata fu portata dai "regolari" una lista di macchine da rubare", tra le quali "una macchina grande, tipo 13, un furgone, una macchina familiare, cinque macchine a quattro sportelli".
Tale lista fu mostrata da Bruno Seghetti anche ad Emilia Libera, che all'udienza del 12 maggio 1982 ha svelato il particolare con estrema naturalezza.
Comunque in gran segreto le Brigate Rosse continuarono i loro preparativi.
Dopo che il Comitato Esecutivo ebbe "selezionato", come ha precisato Antonio Savasta, gli uomini che dovevano intervenire in Via Fani per "annientare" gli agenti in servizio di scorta e rapire l'on. Aldo Moro, scegliendoli tra i militanti più esperti e affidabili delle singole colonne, si accelerarono le fasi della messa a punto della iniziativa criminosa.
Addirittura Fiore Raffaele e altri elementi inseriti nel comando di assalto parteciparono ad esercitazioni a fuoco su una spiaggia "nell'area di Ostia".
Secondo quanto accennato a Patrizio Peci dal Fiore, prima di quel 16 marzo fatidico, "ci siamo addestrati sulla sabbia e mi sono reso conto, effettivamente, che non è così facile mirare giusto con il mitra, perché sulla sabbia c'è un vantaggio, cioè rimangono dei buchi, per cui si vede proprio dove va a finire la scarica".
 

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Una nuova prova la effettuarono il Fiore e Bonisoli in una grotta nei pressi di Saluzzo: nella occasione Raffaele Fiore sparò "con la sua arma", la Beretta M 12 recuperata il 28 marzo 1980 presso l'abitazione di Falcone Pietro in Occhieppo Inferiore; il Bonisoli usò "uno Zerbino, un mitra molto particolare" che non era agevole "trovare in giro".
Invece, Lauro Azzolini, che pure aveva assicurato la sua presenza, disertò l'appuntamento "per suoi problemi" personali.
Ovviamente - lo ha ricordato lo stesso Peci - un'impresa così complessa impose una serie di minuziosi adempimenti di carattere logistico e, soprattutto, una oculata ricognizione dei luoghi che sarebbero diventati teatro dell'eccidio, delle zone adiacenti e delle vie di fuga.
Già il 22 e il 23 febbraio, verso le ore 9,15-9,30, Fortuni Candido, mentre in compagnia della moglie Bentivoglio Giuseppa stava percorrendo con il proprio mezzo Via Mario Fani, in prossimità di Via Sangemini, si imbattè in una Fiat 128 bianca, di tipo identico all'altra utilizzata la mattina dell'agguato, che aveva la targa
 

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CD 19… con un "una scrostatura della vernice" sulla sinistra, all'altezza dell'ovale del numero 9, che consentiva "di vedere la parte metallica sottostante" (239).
Che si trattasse della targa applicata il 16 marzo alla vettura rubata a Miconi Nando emerge da un semplice esame visivo del reperto in sequestro.
All'improvviso l'auto "partiva provocando lo stridio delle gomme", gli "tagliava la strada, immettendosi in Via Fani", ove, "all'incrocio con Via Stresa, in un primo momento accennava a rallentare e subito dopo si bloccava completamente, tanto da porsi trasversalmente con la parte anteriore rivolta verso Via della Camilluccia".
La manovra, non dettata da alcuna necessità, costrinse il Fortuni "a frenare bruscamente e a sterzare a destra" per evitare una collisione.
"I due occupanti della 128 familiare, un uomo e una donna - che era al volante - si girarono indietro e ripartirono subito a forte velocità, imboccando Via Stresa".
 

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Risentito, il teste li inseguì e li raggiunse in Via della Camilluccia nei pressi del distributore di benzina di Largo Ottorino Respighi.
E nel sorpassare la vettura guardò "attentamente" i protagonisti della "bravata": l'uomo "era molto robusto, aveva baffi scuri e folti, piuttosto lunghi, capelli scuri non lunghi, viso pieno"; la donna "aveva capelli neri, ben curati, a forma di caschetto, viso triangolare".
Negli uffici del Nucleo Investigativo dei Carabinieri riconoscerà il giovane in Prospero Gallinari, dopo aver visionato molte segnaletiche di presunti militanti delle Brigate Rosse, e ribadirà sempre il suo convincimento.
La Bentivoglio Giuseppa ha conferma sostanzialmente la versione dei fatti resa dal marito, anche se non è stata in grado di procedere ad alcuna identificazione (240).
V'è da rimarcare che questo episodio dimostra con chiarezza che i brigatisti non lasciarono niente al caso e addirittura sperimentarono in concreto le modalità esecutive dell'azione.
 

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Nella prima decade di marzo anche il commerciante Taraddei Alvelini scorse "una Fiata 128 bianca familiare", su cui viaggiavano "un uomo di statura superiore alla media" senza baffi, con grossi occhiali scuri, con capelli lunghi, scuri, leggermente brizzolati alle tempie" e "una donna di bassa statura, dai bei lineamenti, con capelli castano-scuro" (242).
Due giorni dopo il D'Achille rivide lo stesso veicolo mentre "si fermava davanti al cancello di un edificio". Ne discese una giovane che si avviò, con passo spedito, all'interno dello stabile distante appena cinquanta metri dall'abitazione dell'on. Aldo Moro.
Il conducente, invece, "ripartì subito, cercando di fare inversione di marcia" e per poco
 

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non causò un incidente: "in questo frangente ho notato che l'auto era targata "CD" e che alla guida si trovava la stessa persona che avevo visto qualche giorno prima".
Si accerterà in istruzione che l'immobile era in realtà sede della clinica "Villa Maria Pia", dal cui parco, non intercluso ad estranei, era possibile, inoltre, osservare tranquillamente l'ingresso della casa dello statista.
Alle ore 17 del 13 marzo Botticelli Luigi (243) e Ferragamo Lorenzo (244), giunti a bordo di una utilitaria all'incrocio di Via Fani con Via Stresa si accodarono ad "una Fiat 128 bianca modello familiare con targa CD…" sulla quale erano due passeggeri.
L'auto procedeva lentamente, con circospezione, come se il pilota "avesse avuto difficoltà ad orientarsi".
Durante il sorpasso entrambi si accorsero che "il giovane seduto sul lato destro della guida", "dal viso ovale", con folta barba, "calzava un
 

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berretto di colore azzurro intenso con visiera e con fregi dorati formati da due semicerchi in alloro".
L'attendibilità dei testi che, non va dimenticato, si sono spontaneamente presentati alle autorità inquirenti nella immediatezza degli eventi, è, del resto, confortata da ulteriori fonti, le quali hanno avuto l'opportunità di sorprendere in circolazione, in momenti e luoghi diversi, un mezzo avente la peculiarità caratteristica di essere munito di targa simile a quella poi recuperata.
Così, Tersigni Roberto, medico presso il Policlinico, in una mattina imprecisata, all'inizio di marzo, "all'altezza di Porta Pia, nel tratto scoperto del sottopassaggio di Corso Italia", superò "un'autovettura che poteva essere una Fiat 128 di colore chiaro, la cui targa era CD. In detta autovettura vi erano quattro-cinque persone". Alcune di esse "erano vestite in bleu come piloti dell'Aeronautica civile" (245).
In particolare il professionista fece "caso ad
 

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un giovane sui 25-30 anni, vestito con l'abito di pilota civile, il quale sedeva sul sedile posteriore di sinistra. I capelli di tale individuo erano biondi e curati, non lunghi.
A bordo della macchina era anche una donna".
L'avvocato Pasquale Cippone, verso le ore 12 di un giorno dei primi di marzo vide uscire dalla sede dell'Ambasciata dell'Iraq due uomini di circa 30 anni, "che salirono su una Fiat 128 bianca targata CD 1…" e si allontanarono dalla zona (246).
Uno di costoro indossava una "uniforme di addetto al servizio di compagnie aeree", era "un tipo abbastanza robusto e dai capelli rossi" con i baffi: dinanzi al G.I. il teste riterrà di riconoscerlo in Prospero Gallinari.
Alle ore 11 del 15 marzo il reverendo Perlini Celeste notò parcheggiare in Piazza del Popolo "la Fiat 128 familiare di colore bianco che recava posteriormente una targa di vecchio tipo con la sigla CD" (246 bis).
Sull'auto erano "un uomo di statura media, corporatura robusta, capelli scuri e lunghi zigo-
 

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mi sporgenti" e una giovane "di statura media, corporatura esile, viso magro, capelli biondi tinti e lunghi".
Quasi contemporaneamente sopraggiunse "una Renault di colore amaranto" che si arrestò "nei pressi dell'altra macchina" e che era identica a quella in cui venne posto il cadavere dell'on. Moro".
Il sacerdote, esaminando fotografie mostrategli dal magistrato, ravviserà, "per quanto riguarda l'uomo, una vaga rassomiglianza con Prospero Gallinari e, per quanto concerne la donna, una vaga somiglianza con Barbara Balzerani".
Più tardi, alle ore 18, Albuzzi Antonio, carabiniere in servizio presso la stazione dell'Aeroporto di Ciampino, sul Lungotevere delle Navi si imbattè nella "Fiat 128 bianca targata CD1…" (247).
Il guidatore, di "25-27 anni", aveva "viso ovale leggermente sfilato, baffi scuri, folti e regolari, capelli lunghi".
Il compagno, dell'apparente età di circa 45 anni, "aveva una corporatura robusta, inforcava occhiali con montatura scura e portava un copricapo a coppola".
Ma i terroristi si preoccuparono di controllare i movimenti della vittima designata anche in Via Savoia.
Se, come si è accennato nella parte generale, gli elementi acquisiti non consentono di mettere in collegamento i fatti giudicati dalla Corte con l'episodio di cui fu protagonista il 23 novembre 1977 il direttore del "Corriere della Sera", Franco Di Bella, tuttavia, attraverso le deposizioni di Claudio Leone e Mario Lillo, può serenamente affermarsi che figuri "interessati" si aggirarono sotto lo studio del parlamentare della Democrazia Cristiana allo scopo di raccogliere dati necessari per articolare nel migliore dei modi un progetto di morte.
Ha riferito, in proposito, il Leone, che dirigeva il giornale giovanile "Tutti" con sede proprio in Via Savoia n. 51, che "il 10 o 11 marzo", "sia entrando verso le ore 14,30, sia uscendo verso le ore 15", ebbe occasione di scorgere "una persona di sesso maschile alta circa m. 1,75, corporatura robusta, capelli biondo-rosicci, li-
 

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sci, non lunghi, baffi alquanto folti". Questi, "con a tracolla una borsa di colore marrone tipo cuoio", era fermo in istrada e "osservava con fare guardingo l'ingresso dell'ufficio dell'onorevole", che, presumibilmente, era presente in quanto la scorta era ad attenderlo" (248).
"Lunedì 13 o martedì 14", recatosi ancora in Via Savoia, Leone Claudio "rivide la stessa persona" in atteggiamento equivoco.
Più dettagliato è stato il racconto di Mario Lillo (249), il quale, per un certo lasso di tempo e sino ad un paio di giorni prima del 16 marzo, notò più volte in Via Savoia, ad una distanza di 30-40 metri dallo studio dell'on. Moro, "un furgone di colore chiaro".
A circa 10 metri dall'automezzo era, di solito, parcheggiata una moto di grossa cilindrata, probabilmente marca Honda.
Però, "sei o sette giorni prima dei fatti di Via Fani", il Lillo si rese conto che, al posto di detta motocicletta, sostava "una vettura co-
 

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lor aragosta a coda mozza, di media cilindrata", che non ha escluso potesse essere la Renault rossa ritrovata in Via Caetani.
Sul veicolo erano seduti due uomini che egli guardò insistentemente, tanto che il conducente avviò il motore e si affrettò ad allontanarsi "sgommando".
Ebbene, esibitegli numerose foto segnaletiche, il teste ha indicato in Prospero Gallinari colui che era accanto al guidatore.
La ricostruzione degli avvenimenti, pur con i limiti che sono insiti in una attività di sintesi di risultanze probatorie per molte ragioni approssimative o lacunose, offre comunque la certezza che per lunghi mesi attorno ad Aldo Moro continuarono a volteggiare avvoltoi pronti a gettarsi sulla preda inconsapevole.

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Per conclamare la notevole "efficienza" della organizzazione e per ricordare la loro minacciosa "presenza" nella vita del Paese, travagliato da una crisi politica che si stava evolvendo verso originali assetti politici, le Brigate Rosse lan-
 

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ciarono una nuova sfida alle istituzioni.
Il 14 febbraio 1978 alle ore 9, Riccardo Palma, magistrato di Cassazione applicato al Ministero di Grazia e Giustizia, venne assassinato in Via Forlì nel momento in cui si accingeva a salire sulla sua auto.
La colonna romana affidò a Prospero Gallinari il compito di guidare un nucleo di fuoco nell'attentato contro un integerrimo servitore dello Stato e di ribadire con "la prassi" che, "nell'attuale fase dello scontro di classe", non esistevano più "mediazioni adottabili", se non "in rapporto dialettico con la necessità di incidere militarmente per poter incidere politicamente".
E allorché l'8 marzo si riaprì a Torino il processo a carico dei vari Curcio, Franceschini, Semeria, Ognibene, ecc…, il clima di tensione contribuì ad accentuare le preoccupazioni per ulteriori clamorose iniziative.
Ma il 16 marzo 1978 un commando "operativo" scese in campo - "per la prima volta" dirà Antonio Savasta - determinato ad "attaccare il nemico di una battaglia" che "fornisse alle masse
 

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proletarie il margine reale della crescita della forza guerrigliera" e, sorprendendo tutti, portò a termine una impresa destinata a produrre conseguenze ancora oggi incalcolabili.
In verità, già nei giorni precedenti Via Mario Fani fu oggetto di attenta "osservazione" da parte di "strani" personaggi che non è difficile ritenere collegati alla operazione.
Cannizzo Giacoma, "in una mattina della prima decade di marzo", passando con la sua macchina fu colpita da un giovane "in tenuta da netturbino", alto m. 1,75, di corporatura magra, capelli neri, lisci, tagliati corti, viso allungato leggermente incavato, occhi neri, con un paio di baffetti pure neri (250).
La Cannizzo si meravigliò per l'aspetto "molto curato" del soggetto che era "intento al suo lavoro" e che di sicuro non aveva mai visto nel quartiere.
Sentita in istruttoria, nel reiterare tale convincimento, costei ha accennato ad "una certa somiglianza" dell'individuo con Lauro Azzolini.
 

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Dello stesso tenore la deposizione di Cordella Annunziata (251) che, "non più di tre o quattro giorni prima" dell'agguato, "verso le 10-10,30, accanto al marciapiede del bar Olivetti" incrociò un uomo "in divisa da spazzino": "aveva il viso pulito senza barba né baffi, con i capelli un po' lunghi, alto, con un giaccone fino alla coscia molto ordinato, con il berretto da netturbino".
Anche la Cordella, che pure abitava in Via Stresa e che era "solita" parlare con "gli addetti alla nettezza urbana della zona", rimase perplessa di fronte allo sconosciuto.
Ebbene, nella notte tra il 15 e il 16 marzo in Via Brunetti i brigatisti squarciarono i copertoni delle ruote del furgone con il quale Spiriticchio Antonio si recava ogni mattina a vendere fiori proprio all'angolo di Via Fani e Via Stresa.
La circostanza subito svelata dall'interessato (252), è stata poi commentata da Patrizio Peci
 

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e Antonio Savasta, i quali hanno sottolineato che effettivamente si volle in tal maniera impedire allo Spiriticchio di trovarsi sul luogo abituale di lavoro al momento dell'assalto.
Alle ore 6,25 del 16 marzo, la guardia giurata Iorio Riccardo, transitando per Via del Forte Trionfale, vide "una Fiat 128 bianca familiare, targata CD" che aveva "una lieve strisciatura sullo sportello anteriore sinistro", in seguito rilevata pure sull'auto di Miconi Nando (253).
A bordo della macchina, in sosta a circa duecento metri dall'alloggio dell'on. Aldo Moro, erano quattro persone: "l'uomo seduto al volante vestiva una giacca di panno, del tipo militare, di colore verde".
Più tardi, verso le ore 7,30, Strambone Giovanni, portiere di uno stabile di Via Salsomaggiore, "durante il giro mattutino per andare a comperare i giornali", notò nei pressi dell'incrocio di Via Stresa un uomo e una donna che egli aveva scorto il 14 e il 15 marzo, pressappoco alla stessa ora e nello stesso luogo, "in atteggiamento af-

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fettuoso" (254).
Il teste fu attratto dalla "notevole somiglianza del giovane "con il calciatore Martini della Lazio, squadra della quale egli era tifoso, e non ha avuto, quindi, dubbi nell'identificarlo per Lauro Azzolini.
Alle ore 8,30, il netturbino Proietti Ernesto, nel percorrere a piedi Via Stresa, vide "un'autovettura di colore scuro, presumibilmente una 132 o un'Alfetta, con quattro persone a bordo" (255).
Dal veicolo, arrestatosi all'altezza di un negozio di macelleria, discesero "tre individui" che indossavano una divisa che gli parve identica a quella dei funzionari dell'Alitalia, "anche perché uno di questi portava in mano una borsa con la scritta e lo stemma" della compagnia di bandiera.
"L'autovettura con a bordo solo l'autista si è diretta verso Via Mario Fani, mentre delle tre persone due sono risalite verso Via Trionfale e l'altra è scesa verso Via Mario Fani, dove si era
 

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diretta l'auto. La persona che aveva la borsa in mano è una di quelle che è risalita verso Via Trionfale. Due delle tre persone che sono scese dalla macchina calzavano il berretto ed erano alte un metro e settantacinque circa, di corporatura snella, con capelli scuri, mentre quello senza berretto era alto un metro e sessantacinque circa, con capelli castano chiari ondulati".
"Dopo circa quindici minuti le due persone che si erano portate sulla Via Trionfale sono tornate in Via Stresa con altre due persone sempre in uniforme e insieme sono scese verso Via Fani".
Alle 8,50, in prossimità di Largo Sangemini, i coniugi Destito Carmelo e Valentini Lia, che provenivano da Via Molveno e si stavano recando con due auto diverse al Policlinico Gemelli, ove esplicavano la loro professione, ebbero modo di imbattersi negli stessi terroristi che, secondo il Proietti, si erano avviati lungo Via Trionfale.
Il primo, in sostanza, ha dichiarato (256) che, non appena uscito dal suo garage, "all'incrocio
 

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di Via Molveno con Via Sangemini", alla sua sinistra notò "due individui in uniforme, con un soprabito scuro, che portavano un berretto tipo militare. I due si dirigevano a piedi verso Via Stresa e si accingevano ad attraversare l'incrocio".
Continuando lentamente la marcia per attendere la moglie, in Piazza Monte Gaudio - nello spiazzo costituito dalla intersezione di Via Stresa con Via Trionfale - il Destito si accorse della presenza "di altri due uomini vestiti con uniformi analoghe a quelle indicate. Anche questi due individui camminavano verso Via Stresa".
Valentini Lia, a sua volta, ha precisato (257) che, "giunta all'incrocio con Via Sangemini", osservò attentamente "due individui vestiti con un soprabito bleu scuro", i quali "avevano quasi ultimato l'attraversamento": "uno era alto 1,80 circa, di statura atletica con capelli corti, senza basette, l'altro era più basso e di corporatura esile".
"L'individuo atletico, sulla trentina, aveva di fianco, alla sua sinistra, l'altro uomo. Entrambi
 

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camminavano a passo spedito. L'individuo di taglia atletica teneva in mano una borsa con la scritta "Alitalia" e portava un berretto con visiera".
La donna non fece "caso se l'altro fosse munito di borsa e portasse un berretto".
"I due, comunque, si dirigevano verso Via Stresa".
Più avanti, tuttavia, "all'incrocio con Via Stresa", l'attenzione della Valentini fu attratta da "un furgone proveniente da Via Stresa dalla parte di Via Trionfale", alla cui guida era "un giovane con la barba rada e le guance scavate".
Il mezzo, di colore chiaro, "rallentò all'incrocio" e, quindi, "deviò a destra per Via Sangemini".
Anche Basilischi Erminia, alla stessa ora, vide "all'angolo di Via Stresa con Piazza Monte Gaudio i due giovani in divisa Alitalia" già descritti da Destito Carmelo (258).
La teste, anzi, si avvicinò a costoro per chie-
 

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dere notizie "sull'orario di un volo proveniente dal Sud-America".
Le risposte furono evasive e gli interpellati si mostrarono "molto nervosi e agitati".
Al riguardo v'è da sottolineare che la Basilischi, avendo successivamente riconosciuto uno di essi in Franco Bonisoli dalle fotografie diffuse dal Ministero degli Interni, ne accennò in privato a Di Santo Quirino, parroco della Chiesa di S. Francesco di Monte Mario, il quale informò immediatamente i Carabinieri del Nucleo Investigativo (259).
Nel frattempo, De Andreis Lina Cinzia - la cui deposizione si rivelerà di enorme importanza per la ricostruzione degli eventi (260) - mentre "all'altezza di Via Fani" cercava le sigarette nella sua borsa, costatò che "all'angolo di Via Stresa era ferma un autovettura Fiat 128 di colore bianco targata CD…. All'interno vi erano tre persone: due uomini sul sedile anteriore e una donna sul sedile posteriore".
 

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"Quello seduto al posto di guida aveva i baffi alla mongola, aveva una divisa con cappello dal quale fuoriuscivano capelli biondi pettinati con la riga al centro. L'uomo seduto accanto al posto di guida indossava anch'egli una divisa con cappello dal quale fuoriuscivano capelli scuri". Si trattava, in ogni caso, "di divise scure del tipo in uso al personale di volo delle società di navigazione aeree civili".
La donna "aveva un paio di occhiali tipicamente femminili del tipo lungo ad ali di farfalla".
Accedendo la sigaretta, la De Andreis intravide sul lato opposto della strada "un uomo dell'apparente età di 30-35 anni, di corporatura massiccia, con occhi molto grandi a mandorla, labbra grosse, viso grasso. Questi indossava un berretto tipo coppola, un giubbotto nero di pelle e pantaloni stesso colore e, sentendosi osservato", la fissò "in modo torvo".
Dopo aver proseguito "sempre per Via Stresa per circa 20-30 metri" De Andreis Lina Cinzia decise di "tornare indietro" e in quel momento si rese conto che sul posto erano in sosta altre due mac-
 

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chine: "una Fiat 131 bleu con due persone a bordo, due giovani con occhiali Ray-ban scuri, che vestivano maglioni alla dolce vita scuri e giubbotti anch'essi scuri, e una Fiat 128 color bleu, su cui era un giovane, con occhiali ed abiti simili a quelli degli occupanti della 131".
Un'altra Fiat 128 chiara venne parcheggiata in Via Mario Fani, "di fronte all'incrocio con Via Madesimo, sul lato destro ove sono ubicate delle scalette".
Ad accorgersene fu Alberucci Edoardo (261) che si era recato all'edicola dei giornali di Via Fani: sul veicolo erano "due giovani dell'apparente età di 20-25 anni, senza barba e baffi, con capelli scuri folti, con maglioni".
"Ad una quindicina di metri dall'incrocio di Via Medesimo camminava una persona di circa 30-35 anni, stempiato, coi capelli corti, color rossiccio, che lentamente si spostava nel tratto di marciapiede andando verso Via Trionfale" e "si guardava intorno verso Via Trionfale".
Intanto, gli altri terroristi si accingevano ad
 

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occupare le posizioni prestabilite e si preparavano all'attacco.
Spiegherà Bosco Carmela (262) che "alle 8,50 apparvero in Via Stresa, venendo da Via Trionfale, quattro persone" che transitarono sul marciapiede di fronte alla sua lavanderia sita in Via Stresa n. 113 e si avviarono "verso Via Fani".
Questi individui procedevano a coppie, "distanziate di 5-6 metri".
La donna notò "della prima coppia un giovanotto alto, biondo, che indossava una divisa dell'aeronautica del colore "Avion" e un berretto sempre del tipo da aviatore con visiera, gli altri tre erano tutti con soprabito molto scuro si trattava più di un impermeabile che di un soprabito tanto che svolazzava. Anche queste tre persone avevano un berretto con visiera identico a quello del primo senza impermeabile.
Della prima coppia, il secondo era più basso dell'altro descritto e di corporatura normale.
Quanto alla seconda coppia, i due avevano altez-
 

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za uguale, uno era più grassoccio e l'altro era piuttosto magrolino.
L'individuo senza impermeabile non aveva borse, mentre il suo vicino aveva una borsa piuttosto grande che recava la scritta "Alitalia" lungo il lato poco sotto i manici.
Anche dei due che seguivano i primi, uno, e precisamente quello verso il muro e più grosso di corporatura, aveva in mano una borsa identica a quella indicata".
Qualche minuto dopo, alle 8,55, Giacovazzo Anna, che aveva accompagnato i figli a scuola e stava ritornando in Via Stresa per alcuni acquisti, appena superato l'incrocio di Via Fani, vide "il quartetto" che avanzava "in quel momento in direzione di Via Fani" sul marciapiede alla sua sinistra (263).
"Erano tutti e quattro all'altezza della rampa che immette nell'autorimessa a ridosso del bar Olivetti. Camminavano in questo modo: due avanti in riga, un terzo dietro a ridosso ed il quarto ad un metro circa da quest'ultimo.
I primi tre indossavano una divisa da pilota civile dell'aviazione; il quarto era in camicia
 

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bianca.
I primi due calzavano il berretto unitamente al quarto in camicia; il terzo era senza berretto.
I primi tre portavano delle grosse valigie; il quarto teneva la giacca avvoltolata sul braccio sinistro.
Tutto il quartetto era di statura alta, ma il terzo, che era rosso di capelli, di carnagione rossiccia, li sovrastava per altezza e per complessione fisica. Inoltre, era provvisto di baffi rossi cespugliosi".
La Giacovazzo continuò la marcia, si fermò in un negozio di generi alimentari e, quindi, ridiscese "nuovamente verso Via Fani".
Qui, una donna al volante "di una A 112 di colore beige stava altercando con il conducente di un furgone" Ford Transit bianco, "poiché il mezzo - a dire della stessa - avrebbe ostacolato la sua immissione in Via Stresa con una manovra assai ardita.
Il conducente del furgone ha mantenuto una calma tipo inglese; non ha affatto considerato le recriminazioni della donna, ma, dopo aver rallentato un attimo, per permettere a questa di
 

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imboccare Via Stresa, ha girato per Via Fani, parcheggiando immediatamente a ridosso della curva a destra.
Il conducente del furgone era un giovane sui 26-27 anni, con viso pulito, capelli castani corti ordinati, viso scarno, che indossava una camicia bianca. Non aveva né barba, né baffi, né occhiali".
E più tardi, "intorno alle ore 9", Moschini Luca, arrivato con la sua Fiat 500 "allo stop tra Via Stresa e via Mario Fani", notò "di fronte al bar Olivetti, all'angolo di Via Stresa, due avieri con il cappotto ed il berretto in capo che erano fermi sul marciapiede con accanto una moto giapponese di colore metallizzato", verosimilmente una Honda (264).
Anche Alliney Maria Luisa, alla stessa ora, "osservò" due personaggi "che ridevano e scherzavano" dinanzi all'esercizio pubblico (265).
"Ambedue indossavano una divisa color bleu con berretto. Uno di loro portava a tracolla una borsa tipo tascapane appoggiata alla vita".
 

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L'avvocato Serrao Feliciano, affacciatosi alla finestra del suo appartamento di Via Fani 106, fu "colpito da quattro persone vestite in divisa di colore bleu con pastrano, che sostavano sul marciapiede antistante il bar Olivetti" (266).
"Le quattro persone erano disposte a coppie distanti l'una dall'altra 5-6 metri. Tre di esse avevano il cappello dello stesso colore e con galloni dorati; il quarto era senza berretto ed aveva i capelli un po' rossicci.
Due di essi avevano una borsa di media dimensione ed una valigia tipo 24 ore".
Infine, altri terroristi giunsero in zona con la A 112 rubata a Cusumano Giovanni, i cui documenti di circolazione saranno recuperati sia in Via Giulio Cesare, nell'appartamento di Giuliana Conforto occupato da Valerio Morucci ed Adriana Faranda, sia nel covo di Via Antonio Silvani.
Nel frattempo, proveniente da Via del Forte Trionfale n. 79, la Fiat 130 bleu targata Roma L 59812, condotta dall'appuntato Ricci Domenico,
 

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che aveva al fianco il maresciallo Leonardi Oreste, e con a bordo, sul sedile posteriore sinistro, l'on. Aldo Moro, percorreva Via Mario Fani diretta a Piazza dei Giochi Delfici, ove il parlamentare si sarebbe fermato, come quasi tutte le mattine, per ascoltare la Messa nella Chiesa di Santa Chiara.
L'auto del presidente della Democrazia Cristiana era scortata dall'Alfetta targata Roma S 93393, guidata dalla guardia di P.S. Rivera Giulio, sulla quale erano il brigadiere di P.S. Zizzi Francesco e l'agente di P.S. Iozzino Raffaele.

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Proprio all'incrocio tra Via Fani e Via Stresa scattò l'agguato mortale.
All'improvviso, davanti alla macchina dell'on. Moro si parò la Fiat 128 familiare targata CD 19707, che, dopo aver effettuato una brusca manovra di retromarcia da Via Stresa, si arrestò all'altezza del segnale di "Stop".
Domenico Ricci, con una pronta sterzata", tentò di evitare la collisione e di passare sulla sinistra, essendo alla destra la strada occupata da un'auto in sosta.
 

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Tutto fu inutile ed, anzi, anche l'Alfetta dell'Ispettorato Generale di P.S. presso il Viminale rimase coinvolta nell'incidente, in quanto Rivera Giulio non ebbe il tempo di accorgersi della presenza dell'ostacolo e non riuscì ad impedire che avvenisse il tamponamento.
A questo punto, secondo le testimonianze raccolte, i dati tecnici rilevati in sede di sopralluogo e gli esiti delle perizie, due brigatisti - "l'autista e la persona che gli sedeva accanto" - a viso scoperto, scesero dalla Fiat 128 e si avvicinarono ad entrambi i lati della vettura dello statista.
Costoro infransero i vetri degli sportelli anteriori e "scaricarono le loro pistole lunghe" nell'abitacolo, uccidendo Ricci Domenico e Leonardi Oreste, mentre quattro complici, che indossavano divise di compagnia area, sbucarono dalle aiuole antistanti il bar Olivetti e cominciarono a far fuoco, "quasi simultaneamente", con mitra verso i militari della scorta, i quali, sorpresi, non furono in grado di mettere in atto una valida reazione.
In pratica, solo Iozzino Raffaele, che era sul sedile posteriore, si gettò fuori dall'Alfetta, impugnando il revolver d'ordinanza con cui sparò
 

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due colpi, ma fu subito "freddato" da una serie di proiettili esplosi dalle armi imbracciate da due altri assalitori "in borghese" che avevano velocemente "aggirato" il mezzo.
Al centro della intersezione con Via Stresa, si piazzarono una donna "con una paletta in mano" e due individui che erano a cavalcioni di una moto Honda: proprio uno di questi ultimi lasciò partire una raffica di mitra ad altezza d'uomo contro Marini Alessandro, che non venne attinto per puro caso.
Al di là dell'incrocio, una seconda ragazza con mitra M 12 ed "un uomo senza berretto", ma in uniforme, provvidero a bloccare tutti coloro che provenivano dalla parte bassa di Via Fani.
Neutralizzati gli agenti, i malviventi aprirono la portiera posteriore sinistra della Fiat 130, prelevarono il parlamentare e lo trascinarono sul sedile posteriore destro di una Fiat 132 bleu con la targa Roma P 79560 che, con due persone a bordo, si era affiancata al veicolo bloccato in precedenza, dal quale, inoltre, fu-
 

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rono sottratte due borse contenenti medicinali, documenti e appunti del sequestrato.
Prima di allontanarsi per Via Stresa, in direzione di Via Trionfale, i terroristi si impossessarono della machine-pistole Beretta M12, con caricatore da 20 colpi, affidata a Zizzi Domenico e abbandonarono in terra un serbatoio con 25 colpi calibro 9 lungo, poi rinvenuto dalla Polizia su indicazione dello stesso Marini.
In particolare, dirà De Andreis Lina Cinzia, già citata, che, accingendosi a ritornare in Via della Camilluccia, vide "le tre macchine descritte", cioè la "Fiat 128 color bleu su cui era un giovane" e la "Fiat 128 targata CD" partire "improvvisamente con un forte sdridio di gomme".
Quest'ultima "si faceva tamponare da un'altra auto proveniente da Via Fani. Le altre due auto si fermavano vicino e in quel preciso momento" la teste ebbe "modo di udire distintamente che le persone scese dalle auto gridavano in una lingua sconosciuta che non era né francese, né tedesca, né inglese. Con rapida successione dopo le grida" sentì "dei colpi da sparo".
 

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"A sparare complessivamente sono state non meno di cinque persone" tra cui "gli occupanti della Fiat 128 con targa CD".
"L'uomo seduto accanto al posto di guida dell'auto che aveva tamponato il 128 CD" scese dalla vettura e fu "colpito dai colpi che nel frattempo erano stati sparati. Costui fu sollevato, una volta caduto a terra, da uno degli assalitori e respinto al posto da cui era sceso".
Ancora, "una persona, che non si reggeva in piedi, fu prelevata dall'auto che aveva tamponato il 128 bianco e spinta a bordo di una delle due macchine bleu, proprio la 131".
È evidente l'errore materiale della teste che nella sua deposizione ha, dunque, sempre indicato un modello Fiat diverso da quello reale poi impiegato per il trasporto dell'on. Aldo Moro.
Anche Pistolesi Paolo, che dalla sua edicola, qualche istante prima, aveva "visto transitare, come tutte le mattine, ad elevata velocità l'autovettura dell'on. Moro seguita da quella della scorta", ad un tratto "udì un colpo e poi, a breve intervallo, altri due colpi di pistola" (267).
 

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Subito, però, "echeggiarono, chiarissime, una o due raffiche di mitra".
Precipitatosi in istrada, notò "lo sportello destro posteriore dell'Alfetta della scorta aperto e il corpo di uno degli agenti disteso a terra. Dietro l'Alfetta vi era una Fiat 128 di colore bianco messa in senso diagonale e in modo tale da non consentire alcuna manovra al mezzo della scorta".
Mentre si dirigeva, "urlando, verso la macchina nell'intento di prestare soccorso, dalla parte laterale della 128 sbucò fuori un uomo con un mitra in mano" che gli fece cenno di allontanarsi.
Il Pistolesi restò "per un attimo indeciso", ma quando il malvivente gli puntò di nuovo l'arma contro, si nascose a riparo di una vettura: l'uomo, "alto metri 1,70, di corporatura normale e vestito con abiti scuri, portava un sottocasco di colore nero con una striscia rossa in mezzo".
"All'incrocio di Via Fani con Via Stresa", vicino al bar Olivetti, "era un altro uomo, che indossava una divisa con berretto di colore bleu
 

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alto metri 1,75-1,80 circa con capelli di colore chiaro".
Dopo alcuni attimi "la 128 bianca ripartì a tutta velocità verso Via Stresa e la zona Trionfale".
Procopio Lina, a sua volta, uscendo dal garage condominiale, percepì "alcuni colpi singoli non in rapida successione" (268).
Al termine della rampa, alla sua sinistra, scorse "quattro o cinque uomini indossanti una divisa di colore belu scuro con berretti a visiera, i quali sparavano con dei mitra, mentre un altro individuo travisato con passamontagna, isolato dal gruppo, sempre impugnando un mitra, impediva ai passanti di avvicinarsi".
La donna, che aveva con sè la figlia di tre anni, "si appiattì" sul pavimento della sua macchina e venne più tardi soccorsa dal portiere dello stabile.
Pure Damiani Cristina, che stava percorrendo Via Fani, avvertì "distintamente" alle sua spalle "una leggera frenata seguita da un rumore"
 

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come di tamponamento" e, quindi, "un colpo isolato di arma da fuoco" (269).
"Istintivamente" si girò abbassandosi e in quel momento intese "una raffica di colpi di tonalità diversa a cui si sovrapposero altre raffiche ripetute".
La ragazza si "accovacciò" vicino ad un'auto e da qui fu in grado di distinguere le "tre macchine in fila" coinvolte nell'incidente e "una canna di arma da fuoco lunga circa 30 centimetri spuntare da dietro una vettura parcheggiata davanti al bar Olivetti".
"Successivamente una persona che presumibilmente era scesa da una delle vetture che si erano tamponate cadde in terra verso il marciapiede" "in posizione supina".
Intorno ai veicoli predetti "si muovevano in maniera frenetica" "sei persone" che non erano tutte "in divisa ".
Cessati gli spari, "una 128 berlina scura" risalì "per Via Stresa".
E Evadini Eufemia, che si stava recando al lavoro e percorreva Via Fani, aggiungerà (270):
 

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"ho controllato il mio orologio, ritenendo di es-
sere in ritardo ed ho costatato che erano le 9,02. E' stato allora che ho sentito che due macchine, che mi avevano superato, andando giù hanno frenato bruscamente e si sono tamponate. Poi, ho sentito, nitidamente, due spari e, subito dopo, delle raffiche.
Ho guardato davanti ed ho visto tre macchine in fila una dietro l'altra. Sul marciapiede destro della strada non c'era nessuno.
Sul lato sinistro della strada, ho notato un gruppo di uomini in divisa, che al momento mi sono apparsi non meno di 7 o 8, che impugnavano delle armi, dei fucili corti, e sparavano contro le macchine ferme.
Finiti gli spari ho visto che l'on. Moro veniva trascinato dalla macchina da due o tre persone. Lo hanno spinto verso un'autovettura che, dopo che l'on. Moro è stato fatto salire a bordo, è partita dirigendosi in Via Stresa in direzione della Trionfale".
Caliò Marincola Antonio, invece, accorso al balcone della sua casa "richiamato da una sequenza di colpi", costatò che "alla sinistra" della Fiat 130 "erano fermi due individui che indossavano una divisa. Entrambi impugnavano
 

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armi da fuoco", con quasi certezza "dei mitra corti".
"Uno dei due, con il calcio del suo mitra, ha sfondato il vetro del finestrino anteriore sinistro della Fiat 130 e ha sparato una lunga raffica contro il conducente dell'autovettura.
L'altro individuo ha aperto la portiera posteriore sinistra della stessa auto ed ha fatto scendere l'on. Moro, accompagnandolo, sostenendolo per un braccio, verso il lato di Via Stresa.
In questo frangente il primo individuo ha esploso una nuova raffica all'interno della Fiat 130.
Qualche istante dopo, per Via Stresa sfrecciò una vettura di colore chiaro, cioè una Fiat 128".
Ancora, Conti Giovanna "ad un tratto sentì due colpi e, subito dopo, una serie di colpi in rapida successione".
Dalla finestra del salone che affacciava su Via Stresa, notò "tre autovetture ferme. Vicino
 

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al lato sinistro dell'auto di centro si trovava un individuo che indossava una divisa bleu scuro, come quella dell'Alitalia. Costui impugnava un mitra, con il calcio del quale ha infranto il vetro anteriore sinistro della autovettura. Ciò fatto, egli ha sparato ripetute raffiche contro l'uomo che era alla guida".
Al centro dell'incrocio "si trovava anche una ragazza, con le spalle rivolte alle macchine descritte, che impugnava un mitra corto con entrambe le mani".
Costei "era piuttosto giovane, di statura media, indossava un giaccone ed aveva capelli castano-chiari".
"Quasi contestualmente, nelle adiacenze della vettura di centro, due individui, che avevano la stessa divisa, sorreggevano l'on. Aldo Moro. Qualche istante dopo l'on. Moro salì, con i suoi accompagnatori, su un'auto Fiat che era ferma proprio al centro dell'incrocio in questione" e che subito "partì su Via Stresa in direzione di Via Trionfale".
Pellegrini Giorgio, avendo udito "dei colpi di arma da fuoco", corse sul terrazzo della sua

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abitazione sita al quarto piano di un edificio di Via Molveno n. 87.
Dall'alto vide "all'incrocio le autovetture bloccate e due persone: uno impugnava un'arma, un mitra, e sparava ripetutamente in direzione del gruppo delle auto. Questo era vestito con una divisa". "Il secondo individuo indossava una divisa identica all'altro".
"Dopo qualche attimo" nella visuale del teste comparvero altre "due persone indossanti una divisa", le quali "sorreggevano un uomo" che "portarono presso un'autovettura scura di grosse dimensioni ferma all'inizio di Via Stresa".
"Nella macchina hanno preso posto la persona che era sorretta e i due in divisa. La macchina è partita ad andatura normale, percorrendo Via Stresa, in salita, in direzione di Via Trionfale".
Del pari, Samperi Giuseppe, gestore di un distributore di benzina in Via Fani n. 170, mentre era intento a servire un cliente, percepì "degli spari" e si lanciò "verso il posto da cui provenivano.
 

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Nel frangente la sua attenzione fu attratta da "un'auto di colore bleu" contro cui "sparavano due persone di sesso maschile, le quali indossavano una uniforme di colore bleu con strisce dorate sulle maniche. I due individui avevano il berretto".
Costoro, quindi, "trassero con forza un uomo dalla macchina con due borse".
Senonché, proprio allora, "due persone, tra cui una donna che aveva in mano un mitra a canne corte", si rivolsero al Samperi e gridarono:"se ne vada via, se ne vada via".
"L'uomo senza berretto, pur indossando un'uniforme, era di corporatura normale, alto un metro e settantacinque; la donna era alta un metro e sessantacinque circa e poteva avere 23-25 anni. Vestiva una giacca e una gonna bleu, aveva capelli corti".
Poi, entrambi "montarono a bordo di un'autovettura e fuggirono".
Lalli Pietro, che lavorava con il Samperi, ed era "un buon conoscitore di armi", avvertì immediatamente "4 o 5 colpi di pistola secchi,
 

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molto secchi e ravvicinati tra loro".
Precipitatosi "al centro della strada e guardando in alto verso il luogo di provenienza", distinse "un giovane che all'incrocio di Via Fani con Via Stresa, con le spalle rivolte al bar Olivetti, impugnava un mitra e sparava in direzione di un'autovettura di colore bleu Fiat 130".
Furono "esplose due raffiche: la prima, un pò più corta, a distanza ravvicinata rispetto al bersaglio; la seconda, più lunga, fu estesa a un'Alfetta chiara che seguiva la 130 e fu consentita da un balzo indietro dello sparatore che in tal modo allargò il raggio di azione e del tiro. Lo sparatore mostrava estrema padronanza dell'arma. Sparava avendo la mano sinistra poggiata sulla canna dell'arma e con la destra, imbracciato il mitra, tirava con calma e determinazione convinto di quello che faceva.
Indossava un cappotto-soprabito di colore chiaro.
Nell'attimo in cui spiccò il salto indietro per effettuare la seconda raffica, gli cascò dal capo un cappello con visiera di colore bleu".
 

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"Più in basso rispetto allo sparatore", una donna che aveva "in mano una paletta di quelle in dotazione alle forze dell'ordine, o comunque simile, fece un gesto con le braccia, portando le mani ravvicinate l'una all'altra e poi allargandole, gesto chiaramente indicante che tutto era stato fatto".
La donna era alta circa un metro e sessantacinque, aveva "capelli non biondi, viso ovale e indossava un cappotto scuro, forse un loden, e pantaloni".
"Subito dopo un gruppo di 4 o 5 persone attraversarono Via Fani e si diressero verso la loro sinistra su Via Stresa con direzione Via Trionfale".
Intrevado Giovanni, all'epoca agente di P.S. presso il I Reparto Celere di Roma, ha precisato talune circostanze di enorme interesse probatorio, confermando implicitamente le dichiarazioni di onti Giovanna e Samperi Giuseppe.
Giunto all'angolo di Via Stresa, l'Intrevado costatò che "avevano già finito di sparare", ma
 

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riuscì ugualmente a vedere "due uomini in divisa trascinare l'on. Moro da una macchina bleu a una 132", che si era "affiancata".
"I terroristi fecero salire lo stesso on. Moro dalla parte posteriore destra. Sulla macchina salirono almeno tre terroristi in divisa".
"Al centro dell'incrocio vi era una ragazza dall'apparente età di anni 22 circa, di altezza 1,65-1,70, snella, capelli castani fino al collo, con un visino pulito, indossante dei jeans blu. Con la destra impugnava un mitra M 12".
Costei gli si "voltò puntando il mitra e urlando: fermo là non si muova, vada indietro". "Ciò fece anche nei confronti di un'altra macchina che scendeva da Via Stresa. In tal modo l'incrocio rimase parzialmente libero e la 132 in cui avevano caricato l'on. Moro poté scappare per Via Stresa in direzione di Via Trionfale".
"Subito dopo", due uomini in divisa montarono sui sedili anteriori di una 128 bleu vuota "che era parcheggiata" di fronte al luogo ove era avvenuto l'eccidio; la ragazza, invece, "salì sul sedile posteriore" dello stesso veicolo.
Il poliziotto, "scioccato e stravolto", non fu in grado di intervenire efficacemente, "per-
 

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ché la sua pistola si era inceppata" e, "mentre scendeva dalla sua Fiat 500 per correre verso le tre macchine ferme", gli "sfrecciò vicino una moto di grossa cilindrata con due persone a bordo".
Da ultimo, quasi a sintetizzare tutte queste "ricostruzioni", Marini Alessandro, che arrivò a bordo del suo ciclomotore dinanzi all'incrocio, dalla parte bassa di Via Fani, proprio negli attimi precedenti la tragedia, ha consegnato agli inquirenti e alla Corte una versione lucida degli eventi, che vale la pena di trascrivere fedelmente.
"Al di là dell'incrocio, fermi sull'angolo di Via Fani, c'erano quattro individui indossanti una divisa bicolore, ed esattamente giacca bleu e pantaloni grigi, con berretto. Per terra, a fianco di costoro, una grossa borsa nera. Dall'altro lato della strada si trovavano tre autovetture".

"Dalla Fiat 128 targata CD uscirono l'autista e la persona che gli sedeva accanto e, avvicinatosi alla macchina dell'on. Moro, scaricarono le loro pistole lunghe sull'autista e sul carabiniere accanto. Contem-
 

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poraneamente i quattro vestiti da aviatori aprirono il fuoco violentemente.
Dall'Alfa Romeo di scorta uscì fuori un uomo con la pistola in mano: contro quest'ultimo continuarono a sparare due individui che, oltre a quelli vestiti da aviatori, erano in borghese ed avevano quasi contemporaneamente già aperto il fuoco.
In conclusione sino ad ora operarono otto persone, tutti maschi.
Poi arrivò, quasi comparendo dal nulla, una Fiat 132 bleu, seguita da una Fiat 128 chiara: dalla Fiat 132 scura uscirono due uomini che, calmissimi, si avvicinarono alla macchina di Moro e lo tirarono fuori dalla portiera posteriore sinistra.
L'onorevole era in uno stato di abulia, inerme e non mi pare che fosse in alcun modo ferito. Lo caricarono sul sedile posteriore e si allontanarono per Via Stresa andando a sinistra.
Nella 128 bianca che tallonava la 132 vi erano altri due individui.
Fino ad ora di tutte le dodici persone nessuna era mascherata.
In quel frangente mi accorsi di una moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino. Il mitra si inceppò, cadde un caricatore che finì a terra quasi all'angolo tra Via Fani e Via Stresa davanti al bar Olivetti.
Mi colpì il fatto che l'uomo che teneva il mitra sulla moto, pur essendo giovane, somigliava in maniera
 

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impressionante a Eduardo De Filippo".
Ancora, il Marini spiegherà che "i vetri dell'auto di Moro furono rotti dalle due persone che erano sulla macchina targata CD" e riconoscerà in Prospero Gallinari "una delle persone che parteciparono all'azione terroristica", esaminando "le fotografie pubblicate sui giornali".
Ebbene, la semplice lettura delle deposizioni acquisite già nella prima fase delle indagini è di per sé sufficiente per dimostrare la determinazione e la ferocia degli autori dell'agguato, tanto da non richiedere un commento più approfondito.
Certo, "la grande confusione" di quegli istanti, la drammaticità della scena, l'emozione, la paura, la varietà dei punti di osservazione possono aver influito sulla capacità di percezione dei singoli testi, provocando in qualche caso impressioni imperfette od erronee ed inducendoli a polarizzare la loro attenzione esclusivamente su alcuni aspetti degli avvenimenti e su specifici connotati personali, a scapito di altri.
Tuttavia è evidente che tali affermazioni, ine-
 

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renti oltretutto a momenti temporalmente differenziati, integrandosi e completandosi tra loro, delineano nella sostanza un identico schema di azioni, di comportamenti e convalidano pienamente la dinamica dell'episodio ritenuta dalla Corte rispondente alla realtà.
Del resto, attraverso le confessioni dei "pentiti", proprio "dall'interno delle Brigate Rosse sono venuti riscontri oggettivi, che assumono, dunque, un peculiare significato.
Così, Patrizio Peci, non soltanto ha asserito che furono Mario Moretti - il quale aveva con sé il MAB ritrovato in possesso di Mattioli Giuseppe - Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Raffaele Fiore a prender parte - insieme ad altri terroristi - all'assalto, guidato dal Moretti "urlando" parole di incitamento "incomprensibili", che hanno dato adito a "sospetti" non giustificati.
Ma ha ribadito che, bloccata la Fiat 130 su cui viaggiava il parlamentare, Gallinari e Morucci scesero prontamente dalla Fiat 128 con targa diplomatica e uccisero i due "Carabinieri
 

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della scorta": anzi Raffaele Fiore "elogiò per la sua precisione" la pistola a tamburo del Gallinari.
Nello stesso tempo dalla siepe antistante il bar Olivetti sbucarono gli altri componenti del "commando", tra i quali il Fiore che imbracciava il "solito" M 12 - poi recuperato in Occhieppo Inferiore nella casa di Falcone Pietro - e rovesciarono una valanga di fuoco sugli agenti di P.S. che erano sull'Alfetta.
Quindi, il Fiore "afferrò" l'on. Moro e lo "trascinò" sulla Fiat 132 bleu, mentre "qualcuno si impadronì del mitra di uno della scorta", rivelatosi "un'arma arrugginita, quasi inutilizzabile".
"Alla partenza da Via Fani, Fiore e Moretti sedevano sul sedile posteriore della 132; il Moretti aveva invitato Fiore a tenere basso l'on. Moro che era disteso sul poggiapiedi posteriore".
Così, Massimo Cianfanelli ha sostenuto di aver appreso da Valerio Morucci taluni dettagli della vicenda e, in particolare, che il Gallinari e Adriana Faranda - costei era a bordo della Fiat 128 bianca con targa diplomatica - furono,
 

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con lui, tra i protagonisti della operazione.
E Antonio Savasta ed Emilia Libera non hanno manifestato esitazione ad ammettere le responsabilità dei terroristi citati dal Peci e a chiamare in causa anche Barbara Balzerani e Bruno Seghetti, il quale, nella occasione, esplicò un compito delicatissimo, quello di autista della Fiat 132 che trasportò l'on. Aldo Moro verso la "prigione".
Dopo che Carlo Brogi ha accennato ad una confidenza di Arnaldo May, secondo cui il mitra "Zerbino" impiegato in Via Fani sarebbe stato, poi, sottratto alle Brigate Rosse da Valerio Morucci allorché si allontanò dalla organizzazione. Enrico Fenzi, da ultimo, ha ampliato il quadro dei riferimenti, aggiungendo, in base alle sue cognizioni, che "dirigenti" della colonna genovese come Luca Nicoletti e Riccardo Dura, comunque, il 16 marzo 1978 in Via Fani dettero un apporto materiale consistente al buon esito della impresa.
Per di più, gli elementi tecnici evidenziati dalla Polizia Giudiziaria e i risultati dei numerosi accertamenti ordinati dal Giudice Istrut-
 

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tore offrono una ulteriore conferma dell'attendibilità di una tesi, che non può, ovviamente, esser contestata con prospettazioni fumose, problematiche, prive di agganci con la verità processuale.
Intanto, è da considerare che sulla Fiat 130 dello statista gli esperti rilevarono tracce di effrazione sia "del deflettore e del cristallo della portiera anteriore destra", sia "del deflettore e del cristallo della portiera anteriore sinistra"a riprova che il primo "attacco" venne condotto simultaneamente da entrambi i lati della vettura, come rivelato dalle fonti citate.
D'altro canto è pacifico che il decesso di Ricci Domenico fu cagionato da "lesioni multiple cranio-facciali e del collo" provocate da "otto proiettili esplosivi ad una distanza entro la quale si produce sul bersaglio il tatuaggio e che comunque suole definirsi breve"; che "tutti i proiettili che hanno attinto il soggetto hanno avuto una direzione da sinistra verso destra, seppure con lievi diverse variazioni di obliquità in dipendenza delle modificazioni di atteggiamento della vittima nel corso del ferimento".
 

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Invece, Leonardi Oreste fu colpito "da nove proiettili" i quali "hanno percorso differenti direzioni intrasomatiche, 6 con netto orientamento da destra verso sinistra, 1 al capo con obliquità più accentuata da destra verso sinistra, 2 orientati lungo l'asse perpendicolare del corpo".
In mancanza "di dati obiettivi dal punto di vista medico-legali", i periti non sono stati in grado di stabilire con sicurezza "che i colpi medesimi siano stati esplosi nell'ambito delle brevi distanze", e però hanno concluso "che appare verosimile che i colpi che hanno seguito una traiettoria intrasomatica pressoché perpendicolare al corpo siano stati esplosi da distanza più ravvicinata".
Da ciò si è tratto il convincimento che "lo studio topografico e balistico delle traiettorie da parte degli esecutori è stato perfetto e per lasciare integro l'on. Moro e per impedire l'eventuale ferimento dei complici, secondo una regola di economia da manuale".
Ancora, gli esiti degli esami sui cadaveri di Rivera Giulio, Zizzi Francesco e Iozzino Raffaele, mortalmente raggiunti da una gragnola di colpi di armi micidiali, concorrono ad eli-
 

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minare eventuali dubbi residui sulle modalità dell'azione e sulle posizioni assunte dai killers durante le varie fasi della stessa.
Infine, basta ricordare che le indagini balistiche effettuate da Baima Bollone, Pietro Benedetti, Luigi Nebbia, Domenico Salza e Antonio Ugolini - descritte nella relazione depositata il 19 ottobre 1981 - hanno chiarito, "sulla scorta degli elementi acquisiti attraverso l'analisi dei componenti di colpo repertati", che in Via Fani, oltre alla Beretta mod. 92 S calibro 9 parabellum appartenente a Iozzino Raffaele "con cui vennero sparati 2 colpi", furono adoperate anche tre armi automatiche - a raffica - e tre pistole semiautomatiche.
E precisamente la pistola Smith-Wessor mod. 39-2 calibro 9 parabellum, poi sequestrata al Gallinari, "con la quale furono esplosi 8 colpi"; una pistola semiautomatica, presumibilmente una Beretta mod. 52, calibro 7,65 parabellum, "con la quale furono esplosi 4 colpi"; una pistola-mitra calibro 9 parabellum, presumibilmente del mod. FNA 1943, "con la quale furono esplosi 22 colpi"; una pistola-mitra calibro 9 parabellum, presumibilmente del mod. FNA 1943, oppure STEN, "con la quale furono esplosi 49
 

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colpi"; una pistola-mitra calibro 9 parabellum, presumibilmente del mod. TZ45, "con la quale furono esplosi 5 colpi"; la pistola-mitra Beretta M 12 di Fiore Raffaele, arma che dalla fabbrica era stata fornita all'Arabia Saudita nel 1975, "con la quale furono esplosi 3 colpi".
Implicitamente tali emergenze servono a convalidare le affermazioni di Patrizio Peci e Carlo Brogi che hanno appunto riferito dell'uso, nella preparazione e nella esecuzione dell'attentato, di un mitra "Zerbino", che deve esser identificato in una di quelle armi del modello FNA 1943 sopra citate.
Né va dimenticato che sul campo dell'agguato gli inquirenti recuperarono un berretto da ufficiale pilota dell'Alitalia, una borsa "made in Germany", recante all'esterno la dicitura "Alitalia" e un paio di baffi posticci.
E appurarono subito che in realtà proprio quel cappello era stato acquistato, con altri due, la sera del 10 marzo nel negozio della ditta "S. Cardia" di Via Firenze n. 57 da una donna che aveva pagato il prezzo complessivo di L. 42.000, consegnando una banconota da L. 50.000.
 

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Interpellate in merito, Cardia Carla e Simonetti Maria Antonietta non hanno avuto perplessità a riconoscere la cliente in questione in Adriana Faranda.

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Si è già visto, analizzando le testimonianze di De Andreis Cinzia Lina, Pistolesi Paolo, Damiani Cristina, Caliò Marincola Antonio, Samperi Giuseppe, Intrevado Giovanni e Marini Alessandro, che la Fiat 132 condotta, secondo il Savasta e la Libera, da Bruno Seghetti, si allontanò da Via Fani, preceduta da una Fiat 128 chiara e seguita da una Fiat 128 bleu, su cui avevano preso posto taluni degli autori dell'eccidio.
Dello stesso tenore, in ogni caso, sono state le dichiarazioni di Ferrini Renata, di Skerl Eleonora e di Holsson Brigitte, che notarono le due vetture di media cilindrata
 

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partire "in modo spericolato" e "ad alta velocità" "verso Via Stresa in direzione di Via Trionfale".
Anzi, Holsson Brigitte, dalla finestra della sua abitazione, dopo aver udito "le raffiche di mitra", oltre alla "Fiat 128 bleu scura", vide che su di essa saltarono precipitosamente "due persone che indossavano una divisa bleu" e che avevano in mano "un mitra e una borsa tipo soffietto".
Il veicolo, vicino a cui era in attesa un giovane che aveva "un viso viscido" e portava "un impermeabile di color lavagna", si avviò immediatamente lungo Via Stresa.
Vincenzi Sergio, a sua volta, sorpreso nei pressi dell'edicola del Pistolesi, avendo percepito delle esplosioni ed essendosi reso conto che "all'altezza del bar Olivetti tre o quattro individui in divisa con berretto di foggia militare sparavano contro delle macchine ferme sul lato destro di Via Fani", si gettò per terra dietro un'auto, "nel timore di essere colpito da qualche pallottola" e non ebbe, quindi, la possibilità di osservare ulteriori particola-
 

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ri.
Ma, "quando la sparatoria finì" ed egli si alzò, scorse "due individui in divisa, uno con cappello tipo militare e l'altro senza, dirigersi verso Via Stresa. Quello con il cappello reggeva in mano un'arma automatica corta e seguiva a circa due metri il compagno che aveva in mano una borsa tipo valigia".
"A circa 20 metri dai due e oltre l'incrocio di Via Fani", distinse "una vettura di media cilindrata di colore bleu con le portiere aperte, sulla quale salirono quattro individui".
"Detta macchina imboccò velocemente sulla destra Via Stresa in direzione di Via Trionfale".
Orbene, il tragitto iniziale dei rapitori dell'on. Aldo Moro sarà descritto da Buttazzo Antonio, appuntato di Polizia passato alle dipendenze della "Italstat", il quale si era recato in Via Molveno per prelevare Pellegrini Giorgio, condirettore della società.
Mentre era in attesa con una Alfetta 1800 sotto la casa del pellegrini, il teste avvertì "due
 

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colpi di pistola e, a distanza di pochi secondi, delle raffiche di mitra provenire dall'incrocio di Via Fani con Via Stresa".
Per accertarsi di ciò che accadeva, attraversò un giardinetto e notò, "ferma, una macchina di grossa cilindrata di colore bleu, con lo sportello sinistro spalancato ed un uomo, nell'interno della stessa, riverso sul sedile, poggiato sul lato destro".
Quasi al centro dell'intersezione, era "una Fiat 132, con la parte anteriore rivolta verso Via Trionfale", sulla quale "stava salendo una persona dal lato anteriore destro".
"Avendo immaginato che fosse un sequestro e ritenendo che la 132 sarebbe passata per Via Stresa", per cui avrebbe avuto l'opportunità "di inseguirla e, se le circostanze lo avessero permesso, di speronarla", si precipitò al volante dell'Alfetta e rimase in attesa.
In effetti, trascorsi pochi attimi, la Fiat 132 gli transitò davanti ad andatura moderata.
Postosi nella sua scia, il Buttazzo non solo rilevò che "sul sedile posteriore dell'auto vi era un uomo, tra altri due, che si dimenava.
 

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Uno di questi poggiò sul viso della persona che si dimenava qualcosa di bianco".
Accanto all'autista, "età apparente 20-25 anni, corporatura normale, colorito chiaro, viso leggermente tondo" - proprio come Bruno Seghetti - "che calzava un copricapo di panno con visiera di colore bleu ed aveva guanti a maglia da automobilista", era seduta "una persona di età giovanile, forse 25-26 anni, con baffi accentuati fino agli angoli della bocca, che aveva in testa un cappello simile a quello già descritto, dello stesso colore e forma e indossava un giubbotto o un cappotto di colore bleu".
In prossimità di Piazza Monte Gaudio, alle sue spalle, una Fiat 128 di colore bleu azionò il segnale acustico "per chiedere strada".
Egli accostò a destra per facilitare il sorpasso e, allora, costatò che "a bordo c'erano tre persone, due nella parte anteriore, una sul lato posteriore destro" e che si trattava dello stesso veicolo che aveva "visto, verso le 8,10-8,15 in Via Stresa davanti al bar Olivetti".
 

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Improvvisamente "l'uomo che era al fianco del conducente fece un cenno d'intesa con la mano alle persone della 132 e subito dopo la 128 si immise sulla Via Trionfale in direzione di Largo Cervinia".
La Fiat 128, targata Roma L..850, "aumentò l'andatura e sparì, mentre la 132 continuò alla stessa velocità e, cioè, a circa 30-40 km. all'ora", a causa del traffico intenso.
Superato Largo Cervinia, anche la vettura che trasportava l'on. Aldo Moro "proseguì per Via Trionfale verso Via della Camilluccia".
A questo punto il Buttazzo si arrestò "ad un distributore di benzina per telefonare al 113". Senonché in quel momento sopraggiunse, a bordo di una "Volante", una pattuglia della Polizia, a cui segnalò i fatto e il senso di marcia della Fiat 132.
Gli agenti si lanciarono alla caccia dei brigatisti, ma non riuscirono mai ad agganciarli, perché costoro, abbandonata l'arteria principale, imboccarono, invece, Via Carlo Belli, una stradina di modesta carreggiata, nascosta, oltretutto, da una fitta vegetazione.
 

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Così, alle ore 9,15 circa, Dordoni Iole che si trovava in Via Belli con il proprio cane, "per la solita passeggiata mattutina", vide "arrivare dall'incrocio con Via Trionfale tre autovetture, di cui la prima era di grossa cilindrata e di colore scuro. Tutte e tre viaggiavano a forte velocità.
"A bordo della macchina scura vi erano il conducente ed un altro uomo con il busto ruotato verso i sedile posteriore. Costui, con la mano sinistra teneva fermo sul sedile posteriore qualcuno o qualcosa che doveva stare giù. A bordo delle altre due macchine che seguivano erano delle persone in divisa, completa di berretto. Le tre vetture proseguirono fino al punto ove la strada era sbarrata da una catena sorretta da paletti di ferro. Qualcuno delle autovetture doveva aver rimosso l'ostacolo, perché le tre auto proseguirono sino a Via Massimi".
Anche De Luca Anna, che era affacciata alla finestra della cucina della sua abitazione di
 

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Via Luigi Gherzi, all'angolo di Via Casale De Bustis, osservò le tre macchine che procedevano "a fortissima velocità, provenienti da Via Beli".
La prima era "grande e bleu", la seconda un pò più piccola, "forse sul verde" e l'altra "di colore bianco".
"Pensando che fosse successo qualcosa", la De Luca si spostò sul balcone che dava direttamente su Via Casale De Bustis e da qui ebbe modo di scorgere che "una donna manovrava vicino alla catena e al lucchetto di chiusura della catena" che ostruiva il passaggio.
Liberato il varco e transitate le tre auto, "la donna", che indossava un abito bleu, con "una giacca tipo vigilessa", saltò sull'ultima di esse, "dopo aver chiuso la catena".
I mezzi si allontanarono verso Via Alfredo Serranti, passando alla destra di un albero piantato al centro di Via Casale De Bustis in prossimità di Via Massimi.
 

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V'è da dire che quella mattina in Via De Bustis Focà Ernesto notò pure "un autofurgone bianco seguito da un'auto bianca, forse una Fiat 128, provenienti da Via Belli", che "imboccarono Via Massimi dalla sinistra della rotonda posta all'incrocio con Via Gherzi".
Trascorsi alcuni minuti, il teste sentì "rumori di elicotteri che sorvolavano la zona".
Ancora, intorno alle ore 9,25, Stocco Elsa, che stava rientrando nella sua casa di Via Carlo Bitossi, rivolse "l'attenzione verso una macchina di grossa cilindrata", "di tipo ministeriale", che sopraggiunse da Via Massimi e si fermò "proprio di fronte al suo stabile".
"Da detta autovettura scese un uomo con barba corta e baffi, i capelli neri, tarchiato, vestito da pilota civile, senza berretto, con impermeabile di colore bleu, e, dopo aver preso una valigetta "24 ore", si avvicinò ad un furgone chiaro", al quale si era affiancato, "qua-

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si in senso trasversale" sulla destra, "aprì lo sportello e vi buttò dentro la valigia".
"Poi, afferrò un borsone scuro e lo trasferì sul furgone", senza che "vi fosse un colloquio o, comunque, uno scambio di parole tra il conducente dell'autovettura e i giovane che era alla guida del furgoncino" e che aveva "un abito scuro".
"Compiuto tali operazioni con assoluta fulmineità, l'individuo "descritto" si rimise alla guida della vettura e, effettuata una rapida manovra di retromarcia, "ripartì in direzione di Via Pietro Bernardini", mentre l'altro veicolo si avviò "con maggior calma" lungo la stessa via.
Da ultimo, Schiavone Giuseppe, dall'interno del suo negozio di calzolaio sito in Via Rodriguez Pereira, a circa dieci metri dall'incrocio con Via Damiano Chiesa, udì un singolare "suono di sirena molto acuto".
"Per curiosità", si affacciò alla porta del locale e vide, appunto, un "furgone bianco Fiat 850", cabinato, "che si dirigeva verso la Pi-
 

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neta Sacchetti": "lo stesso non era munito delle segnalazioni luminose delle autoambulanze e non aveva alcuna scritta".
Per di più, il teste, ascoltando la sirena sistemata sull'auto Fiat targata Roma M 53955, ritrovata dalla Polizia in Via Licinio Calvo, dichiarerà trattarsi "di un suono del tutto simile" a quello prodotto dal congegno acustico installato sul furgone in questione.
Orbene, anche se frammentarie e imprecise su alcuni particolari, le deposizioni esaminate fanno, intanto, affermare con assoluta certezza che gli artefici del rapimento dell'on. Aldo Moro, abbandonata Via Fani, percorsero un itinerario, di sicuro controllato nei giorni precedenti, che da Via Stresa, Piazza Monte Gaudio, Largo Cervinia, Via Trionfale, attraverso strade periferiche non frequentate, come Via Carlo Belli, Via Casale De Bustis e Via Massimi, consentì loro di allontanarsi dalla zona dell'agguato e di condurre a termine, con tranquillità, il trasferimento del parlamentare nel luogo destinato a "prigione".
 

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Circa la prosecuzione del tragitto, deve tenersi presente che già alle ore 10 del 16 marzo gli agenti della DIGOS e del Commissariato di Monte Mario recuperarono la Fiat 132 segnalata da Buttazzo Antonio e, in tempi diversi, le due macchine di media cilindrata, munite di targhe false, con le quali si erano dileguati taluni componenti del nucleo di assalto.
Ha asserito in proposito Antonio Savasta che "le macchine erano state sempre lì, non erano state mai spostate e il fatto che ci fosse stato quel ritrovamento a catena era perché probabilmente erano ben occultate".
E Patrizio Peci, a sua volta, nel ribadire tale circostanza, ha accennato che "l'on. Moro fu infilato in un baule o cassa tipo imballo e caricato su un furgone che lo trasportò" in un "negozio" attrezzato per "gestire" nel migliore dei modi un "sequestro di persona" fuori dal comune.
In realtà, Il Giudice Istruttore ha fermato l'ipotesi che, "non molto lontano da
 

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Via Licinio Calvo, gli autori dei delitti avevano predisposto una o più basi di appoggio-garage o altri locali idonei - per provvedere, al riparo da sguardi di estranei, al trasbordo dell'on. Moro su altro mezzo, probabilmente quello visto da Schiavone Giuseppe con una sirena in funzione".
La tesi è indubbiamente "suggestiva", anche se sono "riuscite inutili tutte le indagini della Polizia e quelle compiute nel corso della istruzione, con l'esame di molte persone abitanti nella zona, per la maggior parte amministratori di condomini".
Se, prima facile, appare meno verosimile che i brigatisti si determinarono ad eseguire una "manovra" così rischiosa lungo arterie cittadine aperte al traffico, che non offrivano ovviamente garanzie adeguate di fronte a possibili "interferenze" occasionali, non va, però, dimenticato che gli autocarri descritti da Valentini Lia e da Giacovazzo Anna, scomparvero, letteralmente, da Via Fani non appena conclusa la fase "militare" dell'operazione e che veicoli dalle identiche caratteristiche furono notati da Focà Ernesto e da Stocco Elsa o in transito in Via Casale De Bustis o parcheggiati in Via Bitossi.
 

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Anzi, la Stocco ebbe modo di vedere la "grossa" vettura " di tipo ministeriale", guidata da un giovane "vestito da pilota civile", sulla quale non erano altre persone.
Proprio queste evenienze possono far pensare che nel breve tratto tra Via Massimi e Via Bitossi si ritrovarono ad un appuntamento prestabilito sia la Fiat 132, sia coloro a cui era stato affidato l'incarico di prendere in consegna l'ostaggio e costui, con le precauzioni del caso, venne traslato all'interno di un furgone, quello segnalato dal Focà e, quindi, da Schiavone Giuseppe, poi dileguatosi nel flusso della circolazione.
Soltanto allora la Fiat 128 bianca e la Fiat 128 bleu, avendo completato la "missione", abbandonarono il campo e si diressero in Via Licinio Calvo, precedute o raggiunte dalla Fiat 132.
Infine, merita di essere ricordato che Onofri Angelo, alle ore 9,40, imboccato dalla Via Cassia il Raccordo Anulare, "a 800 metri" dal-
 

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lo svincolo per la Via Aurelia, fu colpito da "una vettura di media cilindrata, di colore bianco, ferma sul ciglio della carreggiata, con lo sportello anteriore sinistro e lo sportellone posteriore aperti".
" A terra vi erano due persone che, molto rapidamente, si stavano rivestendo. Degli indumenti erano appoggiati sullo sportellone posteriore e nel vano portabagagli; altri indumenti erano appesi anche sulla poltrona anteriore sinistra.
Questi indumenti erano di colore bleu, di tonalità azzurro aeronautica".
Recatisi con il teste "nel punto indicato", agenti della DIGOS reperirono "un talloncino di colore verde dell'Alitalia contrassegnato dal n.18/5843 e due foglietti con annotazioni di utenze ed altro", che, prontamente verificate, non portarono ad alcun esito.

DA INTEGRARE ..............

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...Eppure, già il 18 marzo, ad appena due giorni dall'eccidio, agli investigatori si offrì "l'occasione" per scompaginare il piano dei criminali.
In effetti, nella mattinata, gli agenti del Commissariato Flaminio Nuovo Di Spirito Ferdinando, Colucci Vincenzo, Firmani Domenico e Di
 
 

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Muccio Michele, al comando del brig. Merola Domenico, furono inviati "ad effettuare controlli in Via Sinisi e Via Gradoli", ove erano "ubicati residences e mini-appartamenti".
In quest'ultima strada, i funzionari della P.S. sottoposero a perquisizione la palazzina distinta con il numero civico 96, identificando 18 persone.
E proprio l'appartamento sito all'interno 11 della Scala A non fu ispezionato in quanto, essendo stato trovato chiuso, non si ritenne, in assenza degli inquilini, di aprirlo "con la forza".
Nella circostanza Mokbel Lucia e Diana Gianni, che all'epoca abitavano nell'alloggio sito sullo stesso piano dell'immobile in seguito risultato affittato dal sedicente Borghi Mario, riferirono gli ufficiali di P.G. che durante la notte precedente avevano percepito rumori simi-
 

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li a segnali "Morse" - "un ticchettio imprecisato", dirà il Diana - provenienti, comunque, da una "direzione opposta" a quella dell'abitazione-covo smantellata il 18 aprile.
La Mokbel, anzi, mise per iscritto tale notizia, pregando il verbalizzante di informarne un suo amico, il V. Questore Elio Cioppa.
In verità, il dibattimento, nel corso di un confronto molto teso, i poliziotti hanno escluso in maniera categorica di avere avuto una indicazione del genere. Ma, a prescindere dalla importanza della evenienza, di per sé vaga e, per esplicita ammissione degli interessati, non ricollegabile alla base terroristica, resta il rammarico di avere perso un'opportunità unica, a dimostrazione della improvvisazione con cui si espletarono in taluni casi le indagini.
Al nome "Gradoli", invece, gli inquirenti furono sollecitati a prestare attenzione più tardi, allorché pervenne loro una segnalazione originata da una seduta parapsicologica tenutasi il 2 aprile nella casa di campagna del prof. Alberto Clò, in Zappolino di Bologna, alla presenza di un gruppo di ospiti del docente universitario, tra cui il prof. Romano Prodi.
 

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Servendosi di un "piattino", manovrato dapprima su un foglio di carta contenente "in ordine sparso le lettere alfabetiche e i numeri da 0 a9", i partecipanti alla riunione, mossi dal desiderio di "individuare la prigione di Moro", avevano enucleato "un insieme di lettere interpretato come Gradoli".
Ripetuto l'esperimento su una cartina geografica, "il piattino si era fermato sull'area ove era ricompresa la località di Gradoli in provincia di Viterbo".
Tra l'altro era saltato "fuori l'accenno ad una casa isolata con cantina".
Proprio Romano Prodi avvertì dell'episodio Umberto Cavina, addetto stampa dell'on. Zaccagnini, il quale contattò subito il Ministro degli Interni on. Francesco Cossiga, Luigi Zanda.
Costui trasmise il 5 aprile al Capo della Polizia Giuseppe Parlato un biglietto autografo con il relativo passo: "lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di
 

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Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina".
E il 6 aprile, dalle ore 11,30, fu effettuato nel territorio del paesino "un accurato rastrellamento, ispezionando varie case coloniche in stato di apparente abbandono con le dipendenze, nonché grotte e ripari naturali".
Nella battuta, che dette esito negativo, furono impiegati "n. 22 militari tra Guardie di P.S. e Carabinieri comandante la Tenenza di Tuscania”.
Al riguardo, Eleonora Moro ha asserito di avere fatto presente a funzionari di P.S. - che non ha saputo identificare - e allo stesso on. Cossiga - che ha contestato recisamente l'assunto della vedova - che a Roma esisteva in realtà anche Via Gradoli, ricevendo assicurazione che la strada non era nemmeno riportata nelle "pagine gialle" dell'elenco telefonico.
E soltanto il 18 aprile, dopo la diffusione del
 
 

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comunicato n. 6, che pubblicizzava "la condanna a morte dell'on. Moro", si arrivò a scoprire il covo che consentirà di svelare tanti "segreti" della banda, di dare un volto ai protagonisti di una serie incredibile di violenze.
In pratica, "per una casuale perdita d'acqua" del docciatore del bagno, infiltratasi nella sottostante abitazione di Damiano Nunzia, i Vigili del Fuoco e gli uomini della DIGOS riuscirono a mettere le mani su armi, munizioni e esplosivo, nonché su una documentazione di notevole interesse concernente sia le giustificazioni teoriche, la struttura, i programmi delle Brigate Rosse, sia le rivendicazioni di numerosi delitti.
Tra l'altro, furono recuperati appunti manoscritti che le perizie disposte in fase istruttoria hanno attribuito, come si è visto, a diversi imputati giudicati e materiale utile per la esecuzione di imprese criminose, tra cui la
 

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targa Roma R 71888 assegnata alla Fiat 128, rubata a Miconi Nando e impiegata in Via Fani per bloccare l'auto su cui viaggiava l'on. Aldo Moro.
Sono note le polemiche che si sono scatenate circa le modalità della operazione, che molti hanno voluto circondata da "misteri".
La Corte, proprio per esigenza di chiarezza, ha dedicato spazio e tempo ad autonomi accertamenti e a qualsiasi istanza pertinente ed influente.
Ma gli ulteriori elementi acquisiti non sono obiettivamente in grado di modificare il precedente quadro probatorio, convalidato, del resto, dalle confessioni dei "pentiti" interrogati in dibattimento.
Se Patrizio Peci ha ribadito che "la scoperta della base era avvenuta per pura accidentalità", Antonio Savasta ha aggiunto, per suo conto, di aver appreso nell'immediatezza da Bruno Seghetti
 

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che l'appartamento, occupato da Mario Moretti e Barbara Balzerani, "era caduto per un'infiltrazione d'acqua".
Addirittura Moretti, "che era di ritorno da una riunione", avendo notato "sotto casa la folla e i pompieri", domandò "cosa stesse succedendo e solo allora scappò".
Pure Massimo Cianfanelli ha saputo da Valerio Morucci che "la individuazione della base" si verificò per "un guasto" fortuito, che per poco "non aveva fatto incappare Moretti nella rete".
Il capo brigatista "si era accorto dell'animazione che c'era intorno e quindi se n'era andato".
Da ultimo, Enrico Fenzi ha affermato che lo stesso Mario Moretti gli confidò che la Polizia era arrivata al covo per "una tubatura che non funzionava ed una serie di circostanze" che non avevano nulla a che vedere con le svariate illazioni prospettate da più parti.
 

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Nonostante le critiche, i "sospetti" agganciati a fonti che, alla verifica del giudizio, hanno palesato una totale inconsistenza, v'è da sottolineare che da quel momento gli inquirenti iniziarono pazientemente a ricostruire la storia della colonna romana e del fenomeno terroristico a livello nazionale.
Tuttavia nella stessa mattinata un nuovo evento richiamò l'attenzione delle forze dell'ordine.
In Piazza G. Belli, dietro il monumento del poeta, anticipato dalla solita telefonata ad un quotidiano, agenti rinvennero un comunicato n. 7 con cui le Brigate Rosse annunciavano "l'avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante suicidio. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l'esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi del lago “Duchessa" in provincia di Rieti.
 

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La Divisione Scientifica, esaminato il volantino, costatò subito che il testo grafico evidenziava requisiti del tutto analoghi a quelli riscontrati negli altri messaggi, anche se "l'intestazione a mano Brigate Rosse", mostrava in maniera lampante "disomogeneità nella spaziatura tra le lettere, tenuta del rigo e irregolarità nei tratti".
La perplessità degli investigatori sull'autenticità del proclama, accentuatasi dopo le infruttuose ricerche effettuate nella zona, furono definitivamente fugate il 20 aprile, quando un nuovo comunicato n. 7, al quale era allegata la seconda fotografia di Aldo Moro con una copia della "Repubblica", denunciava che quello del 18 aprile era un "falso", una "lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica".
In proposito, Patrizio Peci ha asserito che tra "i compagni" si parlò di "una provocazione del potere", o "tutt'al più di un fatto collegabile all'iniziativa di qualche persona del movimento".
 

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Ed Enrico Fenzi a Genova venne informato da Luca Nicolotti che il volantino era "un falso del Governo, della Polizia ed era il segnale, chiaro e inequivocabile, che lo Stato non avrebbe mai trattato per Moro".
Invece, Massimo Cianfanelli ha dichiarato che Valerio Morucci gli rivelò che "il comunicato era stato divulgato" ad arte "per depistare le indagini" e "allentare la pressione sulla colonna romana".
Né Antonio Savasta ha fornito una versione dissimile, lasciando intendere che la manovra era da attribuire, se non all'organizzazione, a militanti della stessa e, in particolare, al Morucci che nei giorni del sequestro dello statista insistette con i membri del nucleo di Roma affinché "facessero telefonate per depistare, tipo l'episodio del lago della Duchessa".
 

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Se questa appare l'ipotesi più credibile, c'è però, da rilevare che con il documento del 20 aprile, le Brigate Rosse cominciarono ad avanzare precise condizioni: "il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della liberazione di prigionieri comunisti.
La D.C. dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve esser chiaro che non ce ne sono altre possibili".
Ma l'organizzazione non trascurò di "impegnare il nemico" anche su altri fronti e, "soprattutto nei quattro maggiori centri urbani del centro-nord", portò a termine "numerosi attacchi armati contro gli uomini degli apparati militari e politici dello stato imperialista", nonché "una iniziativa capillare e sistematica di propaganda ed agitazioni combattive in tutte le maggiori fabbriche e nei quartieri proletari delle aree metropolitane".
 

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Così, a Torino il 24 marzo 1978 fu ferito con colpi di arma da fuoco Giovanni Picco, consigliere regionale della D.C.; il 31 marzo furono incendiate le auto di Biagio Modugno e Cataldo Azzarini, entrambi segretari sezionali della D.C.; l'11 aprile fu ucciso l'agente di custodia Lorenzo Cutugno, caduto nell'agguato tesogli da un nucleo composto anche da Cristoforo Piancone che nella circostanza rimase ferito e venne catturato; il 27 aprile fu ferito Sergio Palmieri, addetto alle relazioni sindacali presso lo stabilimento Fiat Mirafiori.
A Genova il 7 aprile fu ferito Felice Schiavetti, presidente dell'Associazione Industriali; il 15 aprile furono incendiate le auto di Maria Bozzo, Emanuele Remondini e Alfonzo Bellini, consiglieri comunali della D.C.; il 4 maggio fu ferito Alfonzo Lamberti, funzionario dell'Italsider.
 

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A Milano il 20 aprile fu ucciso il maresciallo degli agenti di custodia Francesco di Cataldo; il 4 maggio fu ferito Umberto degli Innocenti, dipendente della Sit-Siemens, mentre ad Arese, lo stesso giorno, venne incendiata l'auto di Gianfranco Bucciarelli, dirigente dello stabilimento "Alfa Romeo".
E a Roma, "ove tutte le brigate della colonna produssero un grosso lavoro di propaganda" nell'università e nei quartieri, dopo l'incendio del veicolo di Salvatore Tinu, l'assalto alla Caserma "Talamo", il 26 aprile un commando formato da Barbara Balzerani, Marcello Capuano, Salvatore Ricciardi e Antonio Savasta eseguì l'attentato in danno di Girolamo Mechelli.
Dirà, in proposito, il Savasta che questa impresa fu decisa con l'accordo di Seghetti e Morucci con cui nel periodo, insieme agli altri militanti della brigata "universitaria", ebbe "degli incontri" frequenti per "fare il punto politico dell'operazione Moro; cosa se ne voleva tirar fuori, i fini".

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Nel contesto, gli "fu chiesto di partecipare ad un'azione dentro la campagna che si stava svolgendo: attacco ad un esponente della Democrazia Cristiana, Girolamo Mechelli".
Si discusse "del significato di tale azione: approfondire, cioè, le contraddizioni all'interno della D.C., portando avanti un attacco al suo personale proprio nel momento in cui si stava svolgendo il dibattito tra le forze politiche sulla trattativa o non trattativa".
"L'azione", anzi, "era stata bloccata per alcuni giorni proprio perché vi era il problema della trattativa; si pensava, cioè, di dare ancora tempo alla Democrazia Cristiana e vedere se la trattativa si apriva o no".
La dichiarazione, di per sé esplicita, non merita di certo un commento più approfondito.

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...Le Brigate Rosse, inoltre, si preoccuparono di mantenere i collegamenti con altri gruppi terroristici, in particolare con Prima Linea, con la quale, come noto, erano da mesi in corso con-
 

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tatti sistematici.
E' stato Roberto Sandalo a precisare che nell'ultima ll'ultima fase del sequestro dell'on. Moro "vi furono almeno due riunioni a Milano tra esponenti delle Brigate Rosse ed esponenti di Prima Linea".
Secondo quanto riferitogli da Marco Donat-Cattin, "per le Brigate Rosse si presentarono Lauro Azzolini, e, pare, Franco Bonisoli; per Prima Linea parteciparono lo stesso Donat-Cattin e Nicola Solimano. Oltre a discutere in generale, le Brigate Rosse chiesero un aiuto squisitamente militare all'organizzazione Prima Linea per rompere l'accerchiamento: cioè si sentivano un pò il fiato sul collo. Portare avanti quell'operazione nella capitale e avere gli occhi puntati di tutte le forze dell'ordine comportava grossi problemi logistici e di spostamento. Pertanto, dato che Prima Linea era abbastanza radica-
 

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ta nel Nord-Italia, fu chiesto che l'organizzazione facesse una serie di operazioni a Milano, a Torino, in altri luoghi ove era presente, per distogliere l'attenzione dalla capitale, proprio in supporto militare alla campagna che le Brigate Rosse stavano conducendo".
Marco Donat-Cattin e Nicola Solimano, però, "rifiutarono la proposta, affermando che la loro organizzazione non condivideva l'attacco alla Democrazia Cristiana e di conseguenza il sequestro di Aldo Moro".
Ed espressero nettamente, nonostante le sollecitazioni, "una valutazione di contrarietà per un attacco così alto, non solo perché Moro aveva una personalità politica di rilievo, ma proprio perché, come fase politica, non giudicavano opportuno alzare il livello di scontro, tanto meno contro la Democrazia Cristiana".
Ciò non impedì, comunque, a Prima Linea di realizzare "nel periodo delle azioni assolutamente
 

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autonome, che rientravano nel suo programma strategico".
A sua volta Marco Donat-Cattin non ha negato che tra i militanti di Prima Linea - meglio, "del commando unificato di P.L. e delle F.C.C. " - e delle Brigate Rosse "ci furono due riunioni formali" a cui intervennero Azzolini, Bonisoli, Solimano e Corrado Alunni, ma si è esclusivamente dato cura di rimarcare che personalmente non prese parte a quegli incontri.
E nel confermare i contenuti, ha soggiunto che nello stesso arco di tempo Prima Linea "fece qualche azione nell'ambito del progetto politico" che i suoi adepti "avevano in mente, non certo per appoggiare questa operazione Moro che era stata criticata abbastanza pesantemente".
Ancora, Patrizio Peci e Antonio Savasta hanno spiegato che "durante il sequestro Moro fu chie-
 

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sto a Prima Linea un contributo non soltanto in termini di alleggerimento militare, ma fu chiesta la partecipazione alla campagna politica che si stava portando avanti".
"Questo rapporto politico con Prima Linea non portò ad una unità all'interno della campagna di primavera", giacché "Prima Linea non era assolutamente d'accordo con l'attacco al cuore dello stato e con le analisi delle Brigate Rosse e, di conseguenza, non era d'accordo neanche con l'operazione Moro".
Sia Marco Donat-Cattin, sia Antonio Savasta hanno rammentato i "contatti" susseguenti tra i due sodalizi a cui si è già accennato.
Nonostante le argomentazioni degli interessati, gli episodi citati, connessi a tante iniziative assunte da singoli o gruppi che non facevano mistero della loro propensione eversiva, testimoniano, comunque, che nella circostanza il "partito armato" e le sue appendici si mobilitarono in ogni sede per tentare di aprire più spazi "alla guerriglia", allo "scopo, non soltanto di nuocere, disarticolare il nemico, ma anche di procurare vantaggi politici al movi-
 

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mento rivoluzionario, di influire sull'elevamento della coscienza politica delle masse, rafforzarne lo spirito combattivo".

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...Mentre all'esterno le Brigate Rosse sviluppavano "un'offensiva" mirata di ampio "respiro", Aldo Moro, nel chiuso di "una prigione", veniva "sottoposto, come presidente della D.C.", ad "un processo opportunamente graduato" dinanzi a un tenebroso "tribunale del popolo".
Sia durante la istruzione, sia in dibattimento, pur con i limiti propri della fase, si è tentato di individuare il luogo in cui Prospero Gallinari, Savasta e Libera, "detenne" il parlamentare "considerato un prigioniero politico".
Escluso che quest'ultimo, dopo il rapimento, sia stato trasportato in Via Gradoli - come appunto asserito dai vari "pentiti" - in un primo momento è stato Patrizio Peci a dichiarare che, secondo Fiore Raffaele, "Moro stava nel retrobottega di un negozio vicino Roma", di proprietà di una coppia di coniugi "puliti": all'inter-
 

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no del locale era stata predisposta "una parete mobile" che serviva a deviare l'attenzione di chiunque avesse pensato di ispezionare, "solo visivamente", gli ambienti.
Antonio Savasta ha comprovato che effettivamente le Brigate Rosse gestivano a Roma, con la copertura "di due compagni", un negozio "che aveva le caratteristiche indicate dal Peci" e che "era sull'Olimpica, tra il S. Camillo e Piazza S. Giovanni di Dio".
Tuttavia, sulla base di un ragionamento logico, egli è stato in grado di "ricostruire" la vicenda in termini più realistici e di prospettare una diversa soluzione.
In sostanza, Prospero Gallinari - il "carceriere" - "era sempre stato a casa insieme ad Anna Laura Braghetti", all'epoca "l'unica prestanome a Roma".
Nel settembre del 1978, a livello di direzione di colonna, si decise di "far passare clandestina la Camilla" perché "lei era in allarme, si era sentita pedinata" ed era "amica di Seghetti, di Rosati Luigi e Giancarlo Davoli", tutti personaggi su cui "era possibile" che si
 

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concentrasse l'attenzione della Polizia e che, quindi, rischiavano di coinvolgere la giovane.
Siccome "la compagna non poteva cadere, essendo legata ad una grossa azione fatta dall'organizzazione", non le restava che tagliare i ponti con il passato ed accettare una drastica scelta.
Così, "la Braghetti svuotò completamente la casa" e cominciò a cercare un acquirente.
Dunque, queste circostanze spinsero nell'immediatezza il Savasta a dedurre che "la prigione di Moro era stata preparata nell'abitazione occupata dalla stessa Braghetti".
E in seguito "l'opinione" si è consolidata, alla luce di una migliore conoscenza dei metodi, delle capacità strutturali e delle determinazioni di fondo della compagine armata.
Invitato a indicare in quale dei due alloggi della donna, siti rispettivamente in Via Laurentina n. 501 e in Via Montalcini n. 8, potesse "trovarsi l'ostaggio", "Diego" non ha saputo fornire maggiori lumi, spiegando: "so soltanto che quando andavo, prima del sequestro, a casa della Braghetti in Via Laurentina erano dei lavori in corso" "per la divisione dell'immobile"
 

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in due appartamenti distinti, "con ingresso indipendente".
Emilia Libera, a sua volta, si è limitata a riferire che Maurizio Iannelli le confidò, dopo la cattura di Anna Laura Braghetti, che gli inquirenti "non si erano accorti che la casa di Camilla era stata la prigione di Moro".
 E da Bruno Seghetti apprese, invece, che Prospero Gallinari "risiedeva in quel periodo nell'appartamento della Braghetti".
Simili elementi, collegati ad altri dati recepiti aliunde, consentono di enucleare una ipotesi che va accolta, però, con beneficio d'inventario, tanto più che in merito sono ancora in corso indagini dell'autorità giudiziaria.
Come noto, Anna Laura Braghetti convisse anche in Via Laurentina con Bruno Seghetti sino a quando arrivò a Roma - nell'aprile del 1977 - il Gallinari, che "per le esigenze della organizzazione", prese subito il posto del commilitone.
Nel giugno del 1977 la donna acquistò da
 

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Giorgio Raggi l'appartamento di Via Montalcini, ove si trasferì in compagnia del sedicente Luigi Altobelli, il quale, anzi, provvide a "stipulare i contratti della luce e del gas".
Qui i due giovani dimorarono fino al mese di giugno del 1978: successivamente l'Altobelli "si sarebbe allontanato per motivi di lavoro" per la Turchia.
 "Dopo la partenza dell'Altobelli", Anna Laura Braghetti si recò "solo saltuariamente in Via Montalcini" e il 4 ottobre dello stesso mese lasciò "definitivamente" l'abitazione "traslocando i mobili parte in Via Laurentina n. 501, ove abitava il fratello Alessandro e parte in Via Rosa Raimondi Garibaldi n. 119 in casa della zia materna Cambi Gabriella".
Nonostante che i coinquilini dello stabile non abbiano saputo ricordare particolari idonei a rafforzare gli indizi raccolti dalla magistratura e a identificare il "misterioso" Luigi Altobelli, proprio attraverso una disamina obiettiva dei tempi e delle condotte dei singoli inquisiti, può derivarsi, se non a livello di cer-
 

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tezza quanto meno di probabilità, la convinzione che in Via Montalcini Aldo Moro fu costretto a passare terribili giorni "sotto un dominio pieno e incontrollato".

DA INTEGRARE ..............

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La Corte è ben consapevole che con la legge 23 novembre 1979 n. 597 è stata istituita una speciale commissione d'inchiesta che ha tra i suoi compiti anche quello di accettare "quali iniziative od atti siano stati posti in essere da pubbliche autorità, da esponenti politici e da privati cittadini per stabilire contatti diretti e indiretti con i rapitori e con rappresentanti di movimenti terroristici o presunti tali, durante il sequestro di Aldo Moro, al fine di ottenerne la liberazione o dopo l'assassinio. Quali risultati abbiano dato tali contatti, se ne siano state informate le autorità competenti e quale sia stato l'atteggiamento assunto al riguardo".
Tuttavia, non si può qui non accennare ad episodi che hanno un peculiare significato e, per di più, riverberano effetti determinanti sulle posizioni processuali di singoli imputati.
Già in coincidenza con il congresso nazionale del P.S.I. tenutosi a Torino dal 29 marzo al 3 aprile 1978, l'avvocato Giannino Guiso, difensore di alcuni brigatisti giudicati dalla Corte di Assise del capoluogo piemontese, affermò di es-

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ser disponibile a verificare, tramite i suoi assistiti, se vi fossero "condizioni" praticabili per ottenere la liberazione dell'on. Moro.
Ha ricordato l'on. Bettino Craxi che, avendo ricevuto "un messaggio della signora Moro che si riferiva alla dichiarazione del legale apparsa sulla stampa", si sentì "in qualche modo in dovere di prendere l'iniziativa di cercare un contatto con l'avvocato Guiso".
A costui, fissato un incontro a Roma, presenti anche l'on. Magnani Noya e l'on. Di Vagno, fu dato l'incarico di esplorare la sussistenza "di elementi che potessero orientare ai fini di una soluzione positiva del caso".
L'avv. Guiso nei giorni immediatamente successivi ebbe modo di parlare più volte con i suoi clienti, con Renato Curcio e fu in grado di comunicare che "i brigatisti detenuti erano pronti ad affrontare le conseguenze di una eventuale uccisione di Moro ed avevano ben presente quello che era successo in Germania nel carcere
 

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di Stammheim. Tuttavia ritenevano, e Curcio personalmente riteneva, che si dovesse evitare una conclusione cruenta della vicenda".
"Il caso Moro non si sarebbe però risolto come il caso Sossi", che aveva scatenato "all'interno dell'organizzazione e del movimento" gravi contrasti e "molte critiche": senza "una contropartita la sorte di Moro era segnata".
"Una trattativa era perciò possibile, anzi indispensabile.
L'oggetto della trattativa doveva riguardare la liberazione di detenuti politici. Il livello della trattativa si sarebbe certamente definito nel corso della trattativa stessa".
"L'interlocutore principale sarebbe stato proprio Moro. Bisognava parlare con Moro. La esatta espressione riportata fu: Dialettizatevi con Moro".
L'esito del "sondaggio" fu riferito al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Interni, nonché all'on. Giovanni Galloni, vice-segretario della D.C.
Il tentativo non registrò ulteriori "dati di fatto determinanti".
 

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In seguito, comunque, i dirigenti socialisti "svilupparono una linea politica tendente ad ottenere la salvezza del sequestrato attraverso una atto autonomo dello Stato, che consentisse uno scambio con la persona dell'on. Moro".
E nel contesto, come spiegato dallo stesso on. Craxi, dall'on. Claudio Signorile e dal sen. Antonio Landolfi, riuscirono a stabilire dei contatti con Francesco Piperno e Lanfranco Pace, all'epoca noti quali esponenti dell'Autonomia romana.
Senza ripetere circostanze già ampiamente descritte nella parte generale - confermate ancora nel dibattimento - occorre soltanto puntualizzare che Piperno e Pace, nei cui confronti la magistratura romana ha avviato una nuova inchiesta, non si posero dinanzi agli interlocutori in qualità di "esperti", di semplici interpreti del "codice di valore", dei documenti e delle mosse delle Brigate Rosse.
Una quantità di prove materiali, di testimonianze, di riscontri, conclama che in effetti costoro agirono per raggiungere ben altri scopi,
 

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secondo una strategia di origine "movimentista" che nel seno della compagine terroristica si avvaleva della preziosa opera di Valerio Morucci e Adriana Faranda.
Non è questa la sede per approfondire una tematica del genere, per intendere il senso reale della asserita necessità di "un radicamento" del terrorismo "dentro la nuova spontaneità" e di affidare "alla complicità sociale più che all'autosufficienza dell'organizzazione militare" la capacità offensiva della lotta armata, per cui "coniugare insieme la terribile bellezza di quel 12 marzo del 77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in Via Fani, diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo di sovversione in Italia".
E' assodato ormai pacificamente che in quei 55 giorni "Matteo" e "Alessandra" mantennero costanti collegamenti con "i grandi capi", passando, anzi, ad essi tutta una congerie di notizie "segrete" che in parte vennero pubblicate, tramite Mario Scialoja, sui numeri del settimanale "L'Espresso" del 26 marzo, del 2 aprile, del 9
 

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aprile, del 23 aprile.
Al riguardo, basta la lettura degli articoli in questione per rendersi conto della assoluta corrispondenza delle affermazioni ivi contenute con emergenze acquisite nel processo esclusivamente attraverso confessioni di uomini che hanno vissuto "dall'interno" simili avvenimenti.
Dirà Patrizio Peci che tali "informazioni", così analitiche, così inequivocabili, "non potevano essere frutto della interpretazione dei comunicati diffusi durante il sequestro Moro né di voci del "movimento", ma dovevano necessariamente provenire da elementi appartenenti all'organizzazione".
E i "compagni" - come ribadito da Massimo Cianfanelli e Antonio Savasta - "si formarono il convincimento che le fonti si identificassero in Morucci e Faranda, con la intromissione di Piperno".
"Si era sempre ritenuto che Morucci e Faranda non avessero la capacità politica e la forza di elaborare e gestire una linea politica che si poneva progressivamente in sempre maggiore
 

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contrasto con la linea ufficiale delle B.R.".
"Questa considerazione rafforzò, dunque, la convinzione che il Morucci e la Faranda fossero in realtà ispirati e diretti" da altre menti.
Gli eventi successivi - di cui si parlerà - finirono per comprovare l'esattezza delle prime congetture e la entità degli intrecci tra personaggi uniti da una identica aspirazione "rivoluzionaria" e dall'adesione ad un comune disegno destabilizzante.
Orbene, non per caso all'on. Claudio Signorile si presentarono Francesco Piperno e Lanfranco Pace a sostenere giudizi e tesi che appaiono in sintonia con la esigenza, mai rinnegata dai terroristi, di arrivare "con una trattativa di fatto" al "riconoscimento" dell'esistenza e del ruolo dell'associazione.
Parimenti, è inverosimile che un innocente incontro fortuito con Antonio Landolfi consentì a Lanfranco Pace di continuare il dialogo con una "forza istituzionale per ottenere delle offerte e delle proposte" da trasmettere poi, secondo Cianfanelli, ai "vecchi amici che erano
 

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a tempo pieno, regolarmente, nella banda".
Molte ragioni, peculiari, pregressi rapporti, il fatto che il Pace fosse convivente di Stefania Rossini, la quale aveva funzioni di presidente di quel C.E.R.P.E.T. costituito per interessamento e volontà del senatore socialista, inducono a credere che "l'occasione" venne ricercata e sfruttata nel migliore dei modi.
A prescindere dall'accoglienza riservata dai parlamentari del P.S.I. ai due presunti autonomi e dagli esiti della loro "mediazione", non v'è dubbio che l'insistenza sulla opportunità di "un intervento" che accreditasse "politicamente" il partito armato, di "una urgente iniziativa della D.C. o di un suo autorevole esponente per salvare la vita dell'on. Moro od almeno per ritardare i programmi eventuali delle B.R., per interrompere i termini", aveva una specifica valenza e perseguiva una duplice finalità.
Mirava, cioè, da un lato, a legittimare "la forza contrattuale e la credibilità dell'organizzazione brigatista" e, dall'altro, a sostenere l'impegno di quanti, come Valerio Morucci
 

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e Adriana Faranda, si stavano battendo per "una gestione" del rapimento non "sprovveduta", per evitare di spingere alle estreme conseguenze "l'uso del sequestro, del ricatto", di "consegnare un'azione di siffatta potenza ad un obiettivo minimale, quasi privato, ed insieme tutt'altro che realistico: la scarcerazione di alcuni detenuti politici" e per impedire che "l'uccisione Aldo Moro" diventasse "un'altra mossa obbligata", come "la neutralizzazione fulminea della scorta armata" nello scontro svoltosi "sulla linea di fuoco".
Con naturalezza Massimo Cianfanelli ha precisato che Morucci "intendeva, con l'aiuto di Piperno e Pace, porre le Brigate Rosse di fronte al fatto compiuto": visto che le B.R. non accettavano la trattativa, pensava di ottenere in maniera unilaterale da parte di qualche forza istituzionale delle proposte che potessero modificare le decisioni degli organi dirigenti delle Brigate Rosse. Cioè in quel momento la maggioranza propendeva per l'uccisione del prigioniero e Morucci pensava che creare una situazione di fatto, di fatto realizzato, come poteva essere la liberazione di qualche detenuto, potesse modi-
 

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ficare tale atteggiamento".
Ma, ha replicato Savasta, "l'organizzazione non era interessata a quel tipo di trattative mediate".
"Puntando alla liberazione dei prigionieri politici e a nient'altro", "le Brigate Rosse volevano che uscisse fuori allo scoperto la Democrazia Cristiana", e "che fosse lampante a tutti che i rapporti di forza ottenuti avessero imposto la trattativa con la guerriglia stessa".
"Perciò l'altro tipo di trattativa non interessava, primo perché le Brigate Rosse non demandavano a nessuno la loro rappresentazione politica nei confronti di partiti come il Partito Socialista Italiano; secondo, perché proprio quel tipo di trattativa non otteneva i risultati e gli obiettivi indicati".
A trarre le conclusioni debbono provvedere quelle forze politiche che sulla vicenda hanno assunto allora posizioni divergenti ed ancora oggi non riescono a dare al Paese risposte serene.

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Nel contesto, comunque, si inserì una nuova iniziativa in ordine alla quale non sono mancate in sedi diverse polemiche e critiche.
Il 6 maggio 1978, dopo la divulgazione del comunicato n.9 con cui le Brigate Rosse annunciavano: "concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato", Daniele Pifano, esponente del "Collettivo di Via dei Volsci", incontrò il sostituto procuratore della Repubblica di Roma Claudio Vitalone.
Costui, in una relazione inviata il 7 maggio al Procuratore Generale, riferì che il Pifano, intravisto casualmente il giorno precedente nei corridoi del palazzo di giustizia, si presentò nel suo ufficio verso le ore 10,30 e, nel parlare di varie questioni, accennò "che non condivideva la linea rigida adottata dal governo, mentre una maggiore flessibilità (quale ad esempio la liberazione di almeno uno dei 13 detenuti indicati dalle B.R.) avrebbe potuto consentire la migliore soluzione del caso".
Se si fosse stati in grado "di perorare" la tesi dello scambio "Moro contro uno", egli "avreb-
 

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be cercato di verificarne l'accettabilità da parte dei brigatisti".
Più tardi, alle 18, Daniele Pifano informò il magistrato che, attraverso "l'interposizione di varie persone era riuscito a sapere che la soluzione da lui immaginata era stata ritenuta praticabile".
Il dr. Vitalone si mise in contatto con il sen. Paolo Bonifacio, Ministro di Grazia e Giustizia, il quale, però, ribadì l'opposizione a "qualunque decisione che suonasse cedimento dinanzi ad un criminale ricatto".
Il Pifano, avvertito che "la via suggerita" non poteva esser seguita, si rifece vivo il 7 maggio e manifestò all'interlocutore "il convincimento che vi fosse, tra i sequestratori, una fascia minoritaria che dissente dall'uccisione dell'ostaggio. Un qualunque gesto politico, che significasse volontà di accedere alla trattativa potrebbe far prevalere la tesi della fascia predetta".
A tal fine, a titolo di esempio, segnalò "la soppressione delle disposizioni che disciplinano, negli stabilimenti penitenziari ad alta vigilanza, i colloqui tra detenuti e familiari".
 

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Inoltre, aggiunse che si sarebbe adoperato per ottenere una lettera dell'on. Moro e che, "secondo quanto aveva avuto modo di apprendere, ogni decisione sulla sorte dell'ostaggio era stata rimandata a mercoledì" 10 maggio.
Daniele Pifano ha precisato che a sollecitare un suo "intervento" fu, invece, il dr. Vitalone che si mostrò interessato a "portare avanti una iniziativa umanitaria per salvare la vita dell'on. Moro".
Nel merito ha testimoniato che le sue argomentazioni, come del resto quelle dei militanti del "collettivo", erano all'epoca pubblicizzate "liberamente con tutti quanti, senza alcun segreto" ed era, quindi, nota la contrarietà "del movimento all'uccisione di Moro" e "la volontà di chiedere alle Brigate Rosse di accettare uno scambio".
Protestando per la strumentalizzazione in danno dell'area dell'Autonomia e rifiutandosi di rispondere alle domande dirette a dipanare i nodi controversi dell'episodio, il Pifano non ha agevolato il compito della Corte.
Tuttavia è pacifico, per esplicita ammissione
 

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degli interessati e di Massimo Cianfanelli che Daniele Pifano si rivolse a Teodoro Spadaccini a cui prospettò la "necessità di rilasciare l'on. Moro" e chiese "quali erano le intenzioni delle Brigate Rosse".
"Andrea" riportò "la cosa" sia "a persone della organizzazione che stavano a livello superiore", cioè, a detta del Cianfanelli, a Gabriella Mariani e Antonio Marini, sia ad Antonio Savasta: questi la riferì a Bruno Seghetti "che ribadì, appunto, che non interessava assolutamente questo tipo di trattativa", in quanto non determinava "una presa di posizione politica e pubblica della Democrazia Cristiana".
Il problema, in sostanza, rimaneva "quello della disarticolazione: attraverso il rapporto di forza costruito dall'azione di Via Fani, imporre la trattativa sugli ostaggi, cioè sulla liberazione dei prigionieri comunisti carcerati".
Tanto che proprio l'attentato in danno di Girolamo Mechelli venne appositamente "ritardato" per "dare tempo alla Democrazia Cristiana per una presa di posizione non ambigua sulla questione".


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E il fatto, appreso dagli organi di stampa, "che vi fosse, come contromossa dello Stato", la possibilità di uno scambio non con prigionieri dichiaratisi delle Brigate Rosse, ma con alcuni compagni del movimento incarcerati o malati, in gravi condizioni di salute, era una proposta all'interno del nostro dibattito che avrebbe messo in discussione, in difficoltà l'operazione stessa, ma non ne avrebbe però assolutamente cambiato i termini politici".
"I poli di riferimento" erano evidenti: "l'operazione era tesa alla destabilizzazione del progetto politico delle multinazionali, della costruzione di tale progetto, e alla liberazione dei prigionieri elencati nella lista".
Ma, quando "arrivò sempre più chiaro il messaggio della non trattativa ", si passò a colpire di nuovo un dirigente del partito di maggioranza e, subito dopo, cominciò "il dibattito politico sulla chiusura della campagna di primavera".
In proposito, oltre Antonio Savasta, Patrizio Peci, Emilia Libera, Massimo Cianfanelli, Teodoro Spadaccini e Alfredo Buonavita hanno of-
 

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ferto alla Corte una molteplicità di elementi di notevole importanza.
Patrizio Peci ha dichiarato che furono "interpellati i vari capi delle diverse colonne" perché esprimessero "il loro parere circa il destino da riservare all'ostaggio".
"Nell'esecutivo e nei Fronti" si aprì "un dibattito abbastanza approfondito" che vide emergere opzioni articolate: ad esempio, la colonna torinese e quella di Genova - che era guidata da Rocco Micaletto, fautore "della linea più intransigente" - si pronunciarono "per l'esecuzione di Moro". Al contrario, a Roma "qualche compagno", cioè Valerio Morucci e Adriana Faranda, si oppose a simile soluzione.
 In ogni caso, prevalse l'orientamento di "uccidere Moro", pur se si rimarcò "la necessità di prolungarne al massimo la carcerazione, al fine di accrescere la tensione del potere, acuire le divergenze e in definitiva costringere alle trattative lo Stato".
Antonio Savasta ha confermato questa versione, ed ha citato particolari che hanno posto i giudici in condizione di capire meglio l'evolversi
 

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degli eventi.
Ha spiegato "Diego" che all'interno del nucleo romano la discussione non fu limitata ai componenti degli organismi di vertice, giacché tutte le brigate vennero "consultate" ed invitate ad esporre la loro opinione.
Anche nella struttura che operava nell'Università "ci fu un dibattito politico" serrato.
"Seghetti ci disse che erano state prospettate due possibili conclusioni dell'operazione: da una parte, l'uccisione dell'ostaggio; dall'altra la sua liberazione. La prima analizzava la completa incapacità del ceto politico di prendere in seria considerazione la realtà della guerriglia, cosa rappresentava, i rapporti di forza che aveva sviluppato, la risoluzione dei problemi che essa poneva e non semplicemente il problema della liberazione o meno degli ostaggi".
"Questa incapacità o era ottusità politica o derivava dal fatto che il progetto politico che avevamo individuato" - e scompaginato con l'attacco all'on. Moro - era stato ormai "smascherato".
"La netta chiusura alla trattativa su qual-
 

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siasi terreno significava che quel progetto aveva delle scadenze politiche non dilazionabili ed, inoltre, che aveva conquistato la maggioranza delle forze politiche".
Ed allora l'organizzazione, indipendentemente da ragioni umanitarie che, del resto, non avevano mai condizionato i comportamenti dei brigatisti, non aveva altra scelta che quella di "decidere la fine del prigioniero", di assestare un colpo di maglio alle ipotesi programmate dalla "cosca" delle multinazionali, "cosa questa che avrebbe influito positivamente sulla organizzazione stessa, sull'approfondimento delle contraddizioni all'interno dello Stato, sulle possibilità delle Brigate Rosse di dirigere dei movimenti di massa".
La seconda posizione, invece, si preoccupava di ciò che "l'uccisione dell'ostaggio avrebbe provocato all'interno di un movimento che era sì in dialettica politica con le Brigate Rosse, ma era ancora incapace di sostenere un così alto livello di scontro e impossibilitato a portare avanti quello che sarà il programma dell'organizzazione".
 

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In breve, "eseguendo la sentenza", si sarebbe "determinato un innalzamento del livello di scontro con cui il movimento non avrebbe in alcun modo potuto misurarsi perché completamente disarmato e disorganizzato".
Antonio Savasta non ha avuto difficoltà a confessare di essersi schierato con coloro che approvarono la soluzione più cruenta, mentre ha riconosciuto che, nel contesto generale, Morucci e Faranda si batterono per ottenere un diverso risultato.
Persuasi che "la vittoria politica era già stata raggiunta, in termini però di propaganda, di propaganda armata", essi "condussero una durissima battaglia politica per affermare" il principio "della necessità della liberazione di Moro", denunciando, anzi, "che l'organizzazione si era ormai fossilizzata e non capiva lo sviluppo che in quel momento aveva avuto la lotta di classe".
Nonostante tutto, "il dibattito politico all'interno di quasi tutte le brigate dell'organizzazione portò alla conclusione che non si dovesse rilasciare l'ostaggio".
 

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Anche Emilia Libera ha ammesso di essere stata interpellata da Bruno Seghetti e di avere "manifestato l'opinione", condivisa dal Savasta e da Renato Arreni, "che sarebbe stato meglio uccidere Moro perché non erano state accettate le richieste" delle Brigate Rosse.
In realtà, Morucci e Faranda "pensavano che fosse meglio liberarlo", secondo "una linea che privilegiava le contraddizioni all'interno della classe e non quelle all'interno dello Stato", prendendo atto "del fatto che era un livello di scontro troppo alto a cui il movimento in quel momento non era preparato".
Però, prevalse la tesi della maggioranza, nel convincimento che "l'organizzazione, rispetto al tipo di richieste avanzate e alla mancata accettazione avrebbe saputo scaricare la morte di Moro come una contraddizione sulla classe politica italiana".
Massimo Cianfanelli e Teodoro Spadaccini hanno contribuito all'acquisizione di ulteriori elementi probatori, ricordando le modalità
 

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della discussione inventata "sul dilemma di salvare la vita di Aldo Moro o di ucciderlo".
Il primo ha asserito: "sia io che lo Spadaccini eravamo contrari all'uccisione di Moro, sia per ragioni politiche che per ragioni umanitarie e ci chiedevamo come era possibile sparare a una persona non solo inerme ma in stato di prigionia".
Spadaccini, a sua volta, chiarirà che, durante alcune "riunioni al'interno dell'Università", espose, senza successo, "i suoi punti di vista, che erano di carattere umanitario" e "si rifacevano alle posizioni del movimento che volevano Aldo Moro libero".
A riprova dell'attendibilità e della puntualità dei riferimenti, è sufficiente rinviare alla lettura dei documenti elaborati da Valerio Morucci e Adriana Faranda per dar risalto ai motivi di fondo che li spinsero a disertate dalla banda e a porsi in atteggiamento di dura critica nei confronti dei vecchi commilitoni, accusati di esser rimasti impigliati in "una deformazione strategica" e di non essersi resi conto "dell'abisso che li separava dal resto del movimento rivoluzionario".
Da ultimo, le emergenze del processo consentono
 

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di escludere che nel momento della "scelta finale" i brigatisti appartenenti al "nucleo storico" giocarono un ruolo in qualche misura incidente sui meccanismi decisionali del sodalizio.
Al riguardo, Alfredo Buonavita ha spiegato che, malgrado le apparenze e le distorte argomentazioni di commentatori disinformati, i detenuti non ebbero "la possibilità" di influire "sulle iniziative dei compagni che operavano all'esterno".
Già la notizia della strage di Via Fani, appresa per radio nel carcere di Torino ove erano reclusi per il dibattimento dinanzi a quella Corte di Assise, provocò "reazioni stupite", incredule, tanto che "nei primi giorni predominò l'incapacità di porsi in modo razionale, freddo, politico, di fronte a questo evento".
A detta del Buonavita, anche se da tempo si parlava di "un'azione molto eclatante per porre il problema della liberazione dei prigionieri", nessuna "indicazione" specifica concernente attentati in danno dell'on. Aldo Moro venne mai "filtrata", attraverso i vari "canali di comunicazione" esistenti, per essere destinata ad una concreta realizzazione.
 

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Certo, in seguito i riflettori si accesero sulle gabbie dei giudicati, i quali, per evitare probabili strumentalizzazioni, rifiutarono addirittura "i colloqui con i famigliari".
Ma, pur rivendicando "politicamente", mediante proclami letti in aula, le "diverse azioni che quella campagna contemplava", Curcio, Franceschini, Ognibene, Bertolazzi, e tutti gli altri si astennero da "qualsiasi rapporto" con il mondo esterno, vissero "di fatto isolati", temendo, persino, "di far la fine di quelli tedeschi che si erano ammazzati nelle celle".
E accettarono soltanto di incontrare l'avv. Giannino Guiso, incaricato, come noto, di saggiare il terreno per una eventuale soluzione incruenta del caso.
Il "pentito" ha, quindi, con puntiglio negato che "il nucleo storico" fu consultato sulla sorte del parlamentare.
In effetti, "in previsione di una richiesta di libertà per i prigionieri, che era abbastanza prevedibile, abbiamo cominciato a discutere in merito a questo problema, perché era questo il problema centrale che toccava noi come pri-
 

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gionieri, in termini proprio fisici. La nostra opinione era che si dovesse porre il problema in termini generali e anche generici, nel senso: in cambio di Moro, chiediamo la liberazione dei prigionieri politici in Italia. Questo era il nostro suggerimento".
"Il criterio era di porre il problema nelle sue caratteristiche politiche, senza fare nomi e cognomi, liste, richieste di scambio" analitiche.
Il "messaggio", "passato ai compagni di fuori", non registrò, tuttavia, echi favorevoli.
E in tale situazione i brigatisti detenuti non furono in grado di determinare o di "condizionare" le opzioni di coloro che stavano conducendo il sequestro verso il suo tragico epilogo.
Comunque, il dibattito, a cui parteciparono tutte le colonne della organizzazione, si concluse, secondo Antonio Savasta, "quattro o cinque giorni prima dell'ultimo comunicato", diffuso in pratica il 5 maggio.
Con il solito "linguaggio" le Brigate Rosse

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annunciarono la mossa successiva.
Nel frattempo - sempre "una decina di giorni prima della morte dell'ostaggio" - i militanti della brigata "universitaria" furono incaricati da Bruno Seghetti di occuparsi della Renault 4 rossa, targata in origine MC 95937, rubata il 1 marzo 1978 in Via F. Cesi a Bartoli Filippo.
Consegnando le chiavi - ha dichiarato il Savasta - "Seghetti disse semplicemente che doveva gestirla, e, cioè, cambiare le targhe, lavarla, togliere qualsiasi tipo di contrassegno che la potesse far individuare alle forze di Polizia".
L'auto fu parcheggiata "dalle parti di Via Lega Lombarda. La portammo a lavare in un'officina vicino al Verano. La gestimmo per alcuni giorni, spostandola in alcune strade per non permetterne l'individuazione".
Le targhe false, "fornite dalla colonna", vennero apposte da Antonio Savasta.
"Tre-quattro giorni prima della morte dell'on. Moro" la macchina fu riaffidata a Bruno Seghetti.
Aggiungerà Emilia Libera, che già "un'altra volta" aveva rimosso la vettura: "Seghetti venne da me e disse che dovevo portargli la Renault
 

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a Piazza Albania. Io andai in brigata. Dissi a Spadaccini che dovevamo spostare questa macchina. Questa macchina stava nei pressi della Tiburtina e la portammo a Piazza Albania, dove la prese Seghetti. Spadaccini la guidò, perché io non so guidare".
Teodoro Spadaccini ha sostanzialmente confermato la circostanza e Massimo Cianfanelli ha sostenuto di essersi trovato presente allorché "la Libera disse allo Spadaccini che serviva la macchina di cui esso Spadaccini aveva le chiavi. Non ricordo chi dei due, probabilmente lo Spadaccini, disse che la macchina era una Renault. Lo Spadaccini rispose che era tutto a posto e la Libera da parte sua concluse il discorso dicendo: poi ne riparliamo".
In proposito, inoltre, il Cianfanelli ha ricordato che "qualche tempo dopo, nel settembre 1978, parlando con Piccioni, costui ebbe a dire che la Renault era stata usata in precedenza per un attacco ad una Caserma dei CC che si trovava sulla Salaria", la "Talamo".
Orbene, v'è da sottolineare che tutti gli interessati, pur confessando di avere, durante il
 

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periodo del sequestro, "sviluppato un grosso lavoro di propaganda all'interno dell'Università", distribuendo nelle facoltà e nei luoghi di riunione o di passaggio centinaia di comunicati delle Brigate Rosse, hanno cercato di minimizzare il loro compito specifico e di circoscrivere in un ambito meramente "manuale", avulso dal contesto generale.
La realtà è diversa e i fatti dimostrano che ai membri della struttura vennero assegnate in ogni frangente mansioni di estrema delicatezza, essenziali per condurre con successo a termine il piano criminoso.
Mentre si tentava di capire cosa stesse accadendo in seno alla "nebulosa" terroristica e, in un clima di angoscia e di speranza, si mettevano a punto, a livello politico e a livello giudiziario, talune ipotesi di intervento, il 9 maggio le Brigate Rosse, "eseguendo la sentenza di condanna", assassinarono l'on. Aldo Moro.

DA INTEGRARE ..............

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...Escluse, dunque, ipotesi che non hanno riscontri nelle risultanze del processo, v'è da dire che in Via Fani operarono brigatisti che già in passato si erano cimentati in azioni criminose di notevole impegno e che avevano accuratamente preparato e provato il piano dell'impresa.
Affermeranno le Brigate Rosse nell'opuscolo del marzo 1979 che "la forza impiegata dall'organizzazione, sia per il numero dei compagni e la loro capacità tecnica, che per le armi usate è stata certamente rilevante ed adeguata alla complessità dell'obiettivo, ma l'attacco nella sua meccanica militare non aveva niente, assolutamente niente, che non rientrasse nelle normali naturali possibilità del proletariato del nostro paese".
"In Via Fani, il 16 marzo, ad affrontare la battaglia, non c'erano misteriosi 007 venuti da chissà dove, ma compagni, avanguardie politiche, tempratesi nelle lotte della classe ope-
 

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raia e del proletariato del nostro paese. C'erano comunisti combattenti che si sono addestrati nel cortile di casa".
Gli stessi "pentiti", del resto, da Patrizio Peci a Massimo Cianfanelli, ad Antonio Savasta hanno categoricamente negato che nell'occasione le Brigate Rosse si avvalessero dell'aiuto di terroristi stranieri e le indagini in merito non hanno portato ad acquisire elementi divergenti.
Sin dall'inizio si è, ad esempio, attribuito rilevanza alla notizia concernente la presenza in prossimità di Viterbo, nel periodo del sequestro del parlamentare, di un autofurgone targato PAN-Y-521 con due individui a bordo, seguito da una Mercedes con altre cinque persone - tra le quali una donna - al cui interno vennero visti dei mitra.
Gli accertamenti, espletati in collaborazione con la Polizia tedesca, hanno stabilito che le targhe in questione erano state assegnate ad una vettura Volvo 122 - poi distrutta - di pro-
 

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prietà di Ehehall Norman sospettato di essere in contatto con associazioni illegali.
Costui, dopo che nella sua tipografia, durante una perquisizione, furono scovate "tali targhe leggermente bruciate, piegate e mancanti del timbro dell'ufficio emittente", si rifiutò, comunque, di rispondere ai quesiti posti per rogatoria dalla magistratura di Roma.
Più tardi, lo stesso Ehehalt confessò spontaneamente di appartenere ad una "comunità per sostenere circoli terroristici" ed, anzi, si costatò che egli era intestatario di una Opel Kadett targata VE-KY 87, notata in precedenza a Stoccarda allorché i suoi occupanti si erano incontrati con Christian Wackerangel e Willie Peter Stoll, ucciso poi in un conflitto a fuoco in un ristorante cinese di Dusseldorf.
Malgrado gli sforzi degli inquirenti, però, null'altro è emerso che possa legittimare in questa sede la supposizione di una diretta partecipazione di militanti di sodalizi eversivi esteri ad un agguato che, in ogni caso, fruttò alle Brigate Rosse - come si dirà - enorme con-
 

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siderazione in campo internazionale tra "gli altri movimenti rivoluzionari che nel Mediterraneo portavano avanti una lotta contro l'imperialismo".

DA INTEGRARE ..............

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...La conclusione "della campagna di primavera" lasciò all'interno delle Brigate Rosse ancora insolute alcune questioni "vitali" poste sul tappeto da protagonisti di spicco della lotta armata.
In pratica, secondo le voci "dissenzienti" di Valerio Morucci e Adriana Faranda, se "l'operazione Moro" aveva rappresentato "l'esemplificazione massima di quali livelli di potenza, di sfida allo Stato, di ipoteca di potere" era in grado di "raggiungere il Proletariato utilizzando lo strumento principe della sua lotta: l'organizzazione", tuttavia in seguito "bisognava volgere lo sguardo indietro e far si che questo "concentrato" e questa "scuola" di
 

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potenza-potere fosse fatto proprio da tutto il movimento proletario".
"Perché un conto è che un gruppo mostri fino a qual punto può giungere il contropotere proletario, altro è credere che quell'esempio sia realmente il contropotere del Proletariato".
"L'enorme potenza dispiegata in Via Fani e nella battaglia conseguente andava immediatamente, appena mostrata, messa da parte o convertita in azioni che, a prescindere dal numero dei morti, riportasse questa potenza dentro la lotta quotidiana del proletariato".
"Questo punto massimo andava tenuto ed usato come riferimento per rafforzare tutto ciò che c'era dentro, e non come trampolino di lancio per un salto avventurista sul terreno della guerra".
Al contrario, le Brigate Rosse rimanevano "sorde a questi richiami" e sempre più si accentuava "l'abisso" che separava il "gruppo di sperimentatori", cioè i membri più influenti del sodalizio, "dal resto del movimento rivoluzionario".
Prigionieri "di una deformazione strategica", Mario Moretti e compagni non si rendevano conto della necessità di un cambiamento e continuava-
 

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no a "privilegiare l'analisi dell'attacco degli apparati centrali del nemico e, come mera articolazione da questo discendente, una linea di combattimento elementare e molto problematica a livello orizzontale".
La "disputa", come è apparso chiaro sia dalla prima lettura dei documenti ritrovati nel covo di Viale Giulio Cesare, trascritti nella parte generale, assunse toni sempre più accesi, non soltanto in termini teorici, con una serie di accuse e controaccuse che, inevitabilmente, finirono per avere esiti dirompenti.
Ad esser messa in discussione, in sostanza, non era la linea "strategica" originaria della banda, la scelta della lotta armata che restava "un problema da assumere in quanto tale, con tutte le implicazioni politiche e organizzative che comportava", per cui era "l'autonomia della classe che può e deve organizzarsi attorno alla L.A. e non viceversa".
Ciò che veniva "aspramente" criticato era il comportamento del nucleo "dirigente" che non
 

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sapeva adeguare questa opzione e "la pratica" quotidiana alle modificazioni della "composizione di classe", delle novità emergenti, della situazione complessiva.
Le Brigate Rosse, per i fautori della tematica "movimentista", oltre a perdere di vista i contenuti del "programma" enunciato per arrivare "al potere", si basavano su un'analisi di classe arcaica; erano totalmente slegate "dai movimenti reali" delle masse; applicavano un metodo di "guida" verticistico e militarista con una concezione del "Partito" non in grado di svolgere un ruolo d'avanguardia; tendevano ad accellerare i tempi della guerra e della repressione per convincere i destinatari del messaggio a prendere le armi; sviluppavano una iniziativa "speculare" a quella dello Stato, senza accorgersi che "il potere proletario si costruisce su sé stesso"; rischiavano, da ultimo, "di diventare un corpo estraneo al proletariato, inutile e improduttivo, quando non dannoso, e produttivo in futuro solo di incomprensione e insofferenza".
 

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Di fronte ad una sortita così drastica, il Comitato Esecutivo cercò di "superare la contraddizione che non era considerata in termini irreparabili" e incaricò espressamente Mario Moretti "di chiarire la faccenda".
Costui, sceso a Roma, prospettò a "Matteo" ed "Alessandra" di "elaborare un documento nel quale fossero esposte le loro tesi. Il documento doveva esser fatto girare all'interno come contributo al dibattito".
"Loro però rifiutarono e nello stesso tempo Moretti lasciò Roma".
Le testimonianze concordi di Antonio Savasta, Emilia Libera, Patrizio Peci, Massimo Cianfanelli, Carlo Brogi, Norma Andriani e Arnaldo May, confortate dai dati oggettivi dei molteplici reperti acquisiti al processo, consentono alla Corte di ricostruire gli eventi con assoluta fedeltà.
"Due compagni della direzione di colonna" - cioè Bruno Seghetti e Prospero Gallinari, il quale, "avendo letto l'articolo di Franco Piperno sulla "geometrica potenza" aveva accusato Morucci e Faranda di essere latori della stessa
 

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linea all'interno dell'organizzazione, di essere niente altro che la quinta colonna" di esponenti dell'Autonomia - invitarono i dissidenti a trasferirsi subito a Moiano, ove di solito si tenevano le riunioni della direzione, per preparare "il documento", aggiungendo che "per garanzia e mancanza di fiducia" dovevano redigere "un inventario del materiale" che essi avevano in dotazione.
"Senonché Morucci e Faranda" nel febbraio del 1979 "sparirono lasciando nella loro casa la scritta: No, al fermo di Polizia", nonché un appunto con cui spiegavano le ragioni di tale decisione e portarono via armi, strumenti per la falsificazione, tessere di riconoscimento, timbri, certificati di circolazione e "circa 30 milioni".
Contemporaneamente uscirono dalle Brigate Rosse Massimo Cianfanelli, Norma Andriani, Carlo Brogi, Arnaldo May e "Lina".
La reazione degli ex compagni fu immediata.
Vennero "contattati" tutti i gruppi estremisti contigui per informarli dell'accaduto e delle ripercussioni negative che sarebbero deriva-

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te in caso di aiuto ai transfughi e, "per chiudere la questione", furono avvicinati anche "i grandi capi" autonomi romani.
A condurre "la trattativa", che registrò momenti di notevole tensione, con scambi di minacce e di "avvertimenti", provvidero sia i membri della struttura di vertice del "polo" romano, sia lo stesso Mario Moretti che non mancò di far valere nell'occasione il peso della sua esperienza e la sua "capacità politica".
I risultati non furono, comunque, positivi e le polemiche non si placarono nemmeno dopo l'arresto di Valerio Morucci e Adriana Faranda, sorpresi dai funzionari della DIGOS nell'appartamento di Giuliana Conforto.
In realtà, con l'opuscolo intitolato "Brigate Rosse n. 7 luglio 1979: dal campo dell'Asinara", allegato al volantino di esaltazione dell'omicidio del mar.llo Domenico Taverna, nella vicenda si vollero inserire pure "i militanti prigionieri", i quali si scagliarono contro Morucci e Faranda, qualificandoli "neofiti del-
 

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la controguerriglia psicologica, poveri mentecatti utilizzati dalla controrivoluzione", contro il "barone Piperno" e tutti "i sedicenti autonomi" che "dalla tranquillità delle loro cattedre e delle loro riviste incitavano i proletari detenuti alle lotte più truculente e oggi, timidi agnellini, affidano allo sciopero della fame la loro rivendicazione di innocenza".
Gli "ortodossi" delle Brigate Rosse replicarono duramente alla "summa dei signorini" e ribadirono quei principi di fondo a cui avevano sempre ispirato le loro scelte ideologiche e strategiche.
"Non dobbiamo dimenticare che, se fin qui siamo sempre stati in grado di superare tutti gli ostacoli che la controrivoluzione imperialista ci ha parato davanti, è perché non abbiamo mai perso le nostre radici organiche nella classe operaia ed anzi le abbiamo irrobustite.
E' la classe operaia che deve dirigere con il suo programma politico generale l'intero movimento proletario di resistenza offensivo e
 

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chiunque lo voglia negare verrà sbaragliato".
Quanto al "Partito", lo stesso "è la componente d'avanguardia del movimento di massa rivoluzionario e perciò è, allo stesso tempo, parte di questo movimento e distinto da esso".
In sostanza, "i suoi militanti - qualunque forma organizzativa assumano, clandestini, legali - costituiscono la spina dorsale di questo movimento, il suo lievito rivoluzionario, la sua avanguardia politico-militare".
Tuttavia "il partito mantiene una propria autonomia politica, militare, organizzativa, e cioè, pur operando all'interno del Movimento di Massa Rivoluzionario, non si discioglie in esso, né con esso si identifica, poiché la sua funzione rivoluzionaria non si esaurisce nella specificità delle singole situazioni e delle distinte componenti del proletariato metropolitano".
Di qui la esigenza "di condensare gli interessi particolari di questo movimento in un programma politico immediato", che "non è, come ritengono gli spontaneisti, l'immediata rappre-

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sentazione dei più urgenti tra gli interessi che ciascun settore proletario ha la necessità di risolvere", ma "esprime piuttosto quegli interessi reali, strategici, che i rapporti di potere conquistati consentono di porre all'ordine del giorno".
In altri termini tale programma doveva essere "inteso come programma di potere, che esprime un rapporto di potere, che ha come obiettivo il potere statale".
La conclusione era ovvia: se, dunque, "cogliendo i tratti specifici degli interessi essenziali di ciascun settore proletario" bisognava "riconnetterli, per iniziativa del partito, in un disegno strategico unitario, in un comune progetto di costruzione del potere rosso", non poteva dimenticarsi che il "potere della classe è l'insieme delle pratiche organizzate che essa sa sviluppare nel rapporto con le altre classi per affermare ed imporre i suoi interessi.
In ciò consiste l'essenza della guerra di classe e per questo essa definisce come suoi soggetti, da un lato, lo Stato, centro di esercizio del potere politico, militare, e sempre più an-
 

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che ideologicho ed economico, della borghesia imperialista, dall'altro, il sistema del potere proletario.
Costruire il sistema di potere proletario vuol dire lottare contro il potere della classe avversa".
Ed appunto, "è nell'attacco al cuore dello Stato che il proletariato amplia l'orizzonte dei suoi interessi di classe, fonda sempre più compiutamente il suo programma politico generale, rafforza ed estende la sua autonomia".
Ma "la spaccatura" era ormai insanabile e anche nel prosieguo, come del resto conclamano fatti concreti e addirittura i documenti prodotti dagli interessati nel dibattimento, non si riuscì più a "ricomporre" una linea ideologicamente unitaria e una comune "pratica di lotta".
Nel periodo successivo, comunque, le Brigate Rosse furono costrette a prendere atto che le divergenze interne non erano limitate a singoli casi.
Altri "contrasti" piuttosto "duri" si evidenziarono tra "militanti detenuti e quelli che erano fuori".
 

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"La regola era che uno che andava in galera perdeva tutto come rappresentanza dell'organizzazione e possibilità di prendere decisioni. Di fatto questo non si era verificato, perché quando i compagni che erano in carcere scrivevano, dando delle indicazioni di lavoro, fuori si prendeva ciò come oro colato e lo si faceva. Ma loro, vedendo le cose dal carcere, sbagliavano le valutazioni creando difficoltà per l'organizzazione", spinta in questo modo a "decisioni errate".
Ebbene, i brigatisti del "gruppo storico", secondo le dichiarazioni di Patrizio Peci, Alfredo Buonavita, Antonio Savasta ed Enrico Fenzi, assunsero "una posizione estremamente critica rispetto alla gestione della organizzazione, nella quale prevaleva la linea militarista, che veniva identificata nel Moretti".
"La critica" - già espressa all'epoca "del sequestro Moro e della gestione politica susseguente" - "divenne sempre più aspra". Dirà Buonavita che "la linea politica antimilitarista del gruppo storico è tutta contenuta nei comunicati n. 19 e 21 del processo di Torino della primavera del 1978.
 

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In questi comunicati veniva esaltata la necessità della ripresa di un lavoro di massa e della propaganda contro le tendenze della linea della disarticolazione, che significava ridurre tutto ad uno scontro tra apparati, quello delle B.R. e l'apparato dello Stato.
Alle critiche provenienti dall'interno i compagni reagirono cercando di organizzare l'evasione dall'Asinara che doveva avvenire prima dell'inverno del 1979".
Per l'operazione "Isotta", come ha precisato Antonio Savasta, si "coagulò intorno ai compagni militanti delle Brigate Rosse numeroso personale politico, non costituito soltanto da appartenenti all'organizzazione, ma da proletari prigionieri. Come discussione ed elaborazione l'operazione fu affidata all'Esecutivo e in particolare a Gallinari come membro dell'Esecutivo e della colonna romana".
"La cosa venne curata dai compagni di detta colonna con l'invio di alcuni di essi in Sardegna" per "l'inchiesta" e "con la preparazione in termini logistici a Roma. Si rapinarono ot-
 

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to macchine in due garages romani", mentre sul posto si puntò "sull'appoggio di elementi locali".
Tuttavia il progetto venne poi accantonato "perché i tempi non erano maturi" e perché si verificarono inconvenienti non imputabili alla volontà delle Brigate Rosse.
Nonostante le "buone intenzioni", però, le acque non si calmarono, tanto che continuò "un acceso dibattito tra i compagni più periferici, che condividevano la linea di massa affermata dal gruppo storico, e le strutture di direzione della organizzazione che sostenevano una linea più militarista".
"La contraddizione più grossa" - ha asserito sempre il Buonavita - "esplose a Milano", ove i componenti della "Walter Alasia" indussero "alle dimissioni altri compagni della direzione di colonna, Moretti e Balzerani: li accusavano di aver falsificato la posizione dei compagni prigionieri riferendo, in contrasto con la verità, che la contraddizione era sul problema della liberazione dei detenuti".
Inoltre, "lamentarono che nella organizzazione
 

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c'era una gestione verticistica, nel senso che alcune persone avevano un potere enorme e lo gestivano senza democrazia".
La situazione andò via via peggiorando e nell'ottobre del 1979, "in occasione del processo di Firenze", ancora il nucleo storico promosse "una iniziativa che concerneva le dimissioni dell'Esecutivo".
"A seguito di questa mozione di sfiducia, l'Esecutivo decise di convocare una Direzione Strategica nella quale dibattere la questione, dimostrando di non attenersi alle regole di democrazia che vigevano nell'organizzazione".
La riunione si tenne, in effetti, a Genova, in Via Fracchia nel dicembre del 1979, con la partecipazione di brigatisti citati sia dal Peci sia dal Savasta e nella discussione si registrò "una divisione tra i presenti".
Bruno Seghetti e "la maggioranza", prospettarono "la necessità di un chiarimento politico con i detenuti a partire dalle diverse posizioni politiche che essi sostenevano".
Al contrario, "la minoranza" affermò "che i detenuti dovevano adeguarsi alle decisioni della direzione dell'organizzazione".
 

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Al termine della seduta, "la maggioranza fu incaricata di stendere la Risoluzione Strategica", ma "dopo tre giorni" di inutili tentativi, non fu in grado, "per incapacità", di redigere un documento accettabile.
"A quel punto Moretti e gli altri della minoranza si assunsero l'incarico di scriverlo e naturalmente lo fecero sostenendo le loro tesi. Tale documento accusava i compagni detenuti di voler dirigere dall'interno l'organizzazione e rivolgeva attacchi anche personali ai compagni più rappresentativi".
"Questa Risoluzione conteneva affermazioni false e rifiutava di prendere in esame le posizioni politiche a favore di tesi precostituite su poteri interni dell'organizzazione".
Le "menzogne" spinsero "i brigatisti detenuti" a chiarire termini della vicenda dapprima con "un documento molto sintetico nel quale furono espresse ancora una volta le critiche alla impostazione militarista prevalente nella direzione facente capo a Moretti" e, successivamente, con un secondo elaborato - intitolato "Soggettivismo e militarismo" - compilato "nel
 

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carcere di Palmi da Curcio, Franceschini, Fenzi e qualche altro", con cui "si affrontavano dal punto di vista teorico i problemi" sul tappeto, "che riguardavano non solo le B.R. ma anche le impostazioni di fondo di tutti i gruppi armati operanti in Italia".
"Nel documento si sosteneva la necessità di chiudere con le esperienze che sfociavano già da allora in atti di puro e semplice terrorismo, che venivano definiti come "il vecchio destinato a morire", per far posto ad organizzazioni di massa che affrontassero i problemi a partire dalla realtà delle lotte di classe così come si presentavano".
Il messaggio non cadde nel vuoto, giacché proprio i militanti della "Walter Alasia", "coerentemente con la loro posizione politica", tentarono "in tutti i modi di collegarsi con altre realtà di base della organizzazione per diffondere le loro tesi sulla necessità della politica di massa e trovare alleati contro la linea militarista in quel momento dominante".
Nella primavera del 1980 "i compagni dell'Alasia, e precisamente la brigata "Alfa Romeo",
 

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stilarono il documento n. 8 nel quale affrontarono il tema della organizzazione operaia nelle fabbriche", ribadendo "la necessità di rimettere al centro delle iniziative delle B.R. i problemi della classe operaia".
"La direzione delle B.R., che faceva capo a Moretti e Balzerani", in verità, non rimase inerte dinanzi alla "contestazione" ed "elaborò da parte sua il c.d. documento n. 9, nel quale si cercava di recepire alcuni dei contenuti del libretto della "Walter Alasia", per realizzare un'unità politica con questa colonna".
Tuttavia "i milanesi" interpretarono lo scritto "come un tentativo macchiavellico di ricondurli alla linea militarista, mascherata con un'apparente accettazione della linea operaia".
E, addirittura, si rifiutarono "di distribuire nella loro zona il suddetto documento e "il giornale" stampato dalle Brigate Rosse, contenente vari articoli e corrispondenze di brigatisti esterni".
Per dirimere i contrasti, diventati ormai "anche di natura organizzativa", fu convocata
 

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per il 20 luglio un'apposita Direzione Strategica.
La riunione si svolse nel villino di Tor San Lorenzo, in Via Lungomare dei Traiani, affittato da Petricola Ave Maria e, secondo Enrico Fenzi ed Antonio Savasta, si trasformò, praticamente, "in una rissa, dopo due giorni di lite furibonda tra i rappresentanti della "Walter Alasia" e Moretti e gli altri dell'Esecutivo".
Vi parteciparono, oltre gli stessi Fenzi, Savasta e Moretti, Lo Bianco, Cocconi e Scozzafava per la Liguria, Guagliardo, Ponti e Di Leonardo per il Veneto, Iannelli per Roma, Chiocchi e Bolognesi per Napoli, Balzerani, Betti, De Maria e Alfieri per Milano.
Questi ultimi, in particolare, accusarono apertamente Moretti e l'Esecutivo, giudicando "insufficiente la loro direzione" e chiedendone "le dimissioni".
Facendo "propri gli argomenti del nucleo storico", la "Walter Alasia sosteneva di essere l'unica colonna che aveva un rapporto con la classe operaia e una base non di massa, che,
 

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quanto meno, aveva un radicamento nella realtà produttiva del paese e delle fabbriche; era contraria ai reclutamenti romani, alle inconsistenze dell'organizzazione; si proponeva come l'unica colonna in grado di prendere la direzione delle Brigate Rosse".
"La riunione si concluse con un nulla di fatto" e determinò soltanto una accentuazione delle "contraddizioni" interne, tanto che si arrivò ad adottare "provvedimenti di carattere disciplinare" nei confronti dei dissenzienti, con la nomina di un "commissario" nella persona di Vincenzo Guagliardo e con il conseguente "blocco completo di tutta l'attività operativa" della "Walter Alasia".
Nel settembre del 1980 i membri della Direzione Strategica si incontrarono di nuovo a Santa Marinella.
Presenti Guagliardo, Ponti, Di Leonardo , Savasta, Iannelli, Moretti, Balzerani, Chiocchi, Bolognesi, Lo Bianco, Alfieri, Fenzi, nonché Novelli per Roma e Giovanni Senzani per il Fronte carceri, venne messo a punto il testo definitivo della Risoluzione del 1980, attraverso "un'opera
 

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di cucitura e rielaborazione" dei contributi dei singoli nuclei locali o di militanti come Enrico Fenzi.
Comunque, le polemiche non si placarono, in quanto la "Walter Alasia" non accettò "assolutamente il commissariamento" e continuò, anzi, a muoversi in maniera autonoma, giungendo, persino, a commettere attentati per cui l'Esecutivo "aveva posto il veto", dato che "erano fuori della linea della Direzione Strategica, portavano avanti semplicemente la propaganda armata, senza legarsi a problemi politici specifici e, se anche facevano riferimento ai bisogni immediati, questi ultimi non trovavano poi la loro costituzione in un vero e proprio programma politico da lanciare.
Si disse che, se queste azioni fossero state compiute, la colonna "Walter Alasia" sarebbe stata espulsa dall'organizzazione e così infatti era successo".
Per conto loro, "i compagni detenuti ritennero di non intervenire nel dibattito, sia per non acuire i motivi di contrasto con la direzione delle B.R., sia perché le conoscenze dei temi del dissidio erano generiche ed insufficienti".
 

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Ha dichiarato Alfredo Buonavita che nessuno informò i vari Curcio, Franceschini ecc... "della espulsione dei compagni di Milano": al contrario, "questi sapevano che le due parti si sarebbero riviste dopo l'estate per tentare una ricomposizione delle diverse posizioni".
"Soltanto nell'ottobre-novembre 1980 ci fu la possibilità di conoscere i fatti nuovi e di discutere sulle varie iniziative da prendere".
Dalla lettura della "bozza" della Risoluzione redatta a Santa Marinella i brigatisti reclusi rilevarono "una parziale revisione della linea politica seguita a partire dalla operazione Moro in poi con la possibilità di sviluppo della linea di massa.
Si capiva chiaramente che le azioni che sarebbero state compiute avrebbero riguardato i settori del carcere e delle grandi fabbriche".
Nello stesso tempo, si evidenziarono meglio le ragioni di fondo del "contrasto" esistente all'interno del sodalizio.
"Le Brigate Rosse nella loro linea politica" sostenevano "la elaborazione di elementi di carattere generale" che si legavano anche "ad esigenze specifiche nei vari settori di classe".
 

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Era un percorso, dunque, che partiva "dal generale per ritornare al particolare": in questa ottica si collocavano "il sequestro D'Urso - per la chiusura dell'Asinara - il sequestro Cirillo - per affrontare il problema dei disoccupati e dei senza tetto - e il sequestro del direttore della Montedison di Mestre - connesso alla questione dei licenziamenti e dell'ambiente di lavoro".
Invece, "i compagni di Milano proponevano una linea storicamente qualificata come anarco-sindacalista", la quale concepiva "l'intervento dell'organizzazione a partire dalle esigenze immediate degli strati in cui l'organizzazione stessa era presente, tentando di risolverle localmente".
Questa impostazione implicava "la costruzione di una organizzazione centralizzata, espressione di tutte le situazioni di base costituite in una sorta di federazione".
Sul piano pratico la "rottura" provocò una serie di effetti negativi, che specialmente nel capoluogo lombardo costrinsero i membri del vertice associativo a vivere "in una condizione di vuoto, di completo isolamento", senza
 

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alcun collegamento "con la realtà del polo", senza "possibilità di appoggi, di rapporti, di inserirsi nella situazione milanese, di lavorare e discutere".
Dinanzi "al muro" eretto dai "rappresentanti ufficiali" della "Walter Alasia", invano Mario Moretti, Barbara Balzerani, Vincenzo Guagliardo, Nadia Ponti ed Enrico Fenzi provarono a "incrinare la loro compattezza, prendendo contatti diversi" con elementi disponibili a recepire il messaggio delle Brigate Rosse.
Concluderà Enrico Fenzi che in un simile stato di abbandono e di insicurezza "si spiegavano benissimo anche le circostanze dell'arresto" suo e di Mario Moretti.
Infine, Antonio Savasta e "l'ideologo" genovese hanno accennato alla "spaccatura" con gli episodi della colonna di Napoli - altrettanto critici "nei confronti della gestione passata" - e con il Fronte "carceri" guidato da Giovanni Senzani, la quale venne materialmente "formalizzata" nella seduta della Direzione Strategica di Perugia, convocata "a sequestro Cirillo già avvenuto e a sequestro Taliercio ancora da com-
 

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piere, cioè una settimana - dieci giorni prima del sequestro Taliercio".
"Stava in prospettiva nascendo il Partito Guerriglia", a cui il "nucleo storico guardava con attenzione", nella speranza che riuscisse ad ottenere risultati migliori della "Walter Alasia", "a rompere" l'omogeneità dell'ala militarista e "a liquidare il vecchio gruppo" dirigente.
Dirà Enrico Fenzi con molta lucidità: "il nucleo storico ha cambiato cavallo nel corso degli anni; ha puntato in modo molto prudente sulla Walter Alasia; ha invece puntato decisamente su Senzani e sul Fronte carceri, proprio per spaccare nei confronti di Moretti e degli altri e questa volta la cosa è riuscita. Io sostengo che il Partito Guerriglia è una creazione del nucleo storico e ritengo una mossa da politicanti astuti le recenti prese di posizione di Curcio e Franceschini che, visti gli esiti disastrosi del Partito Guerriglia, hanno fatto un passo indietro. Il Partito Guerriglia è una creazione essenzialmente loro. Questo ne spiega anche i limiti, le deformazioni, l'in-
 

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sufficienza, perché si è rivelato fino in fondo che un'organizzazione di questo tipo non può essere guidata dall'interno del carcere".
Proprio il documento del giugno 1982, a firma "Alberto e Renato" - nel quale si enunciava "un progetto diverso" definito "della complessificazione" - rappresentava "un tentativo abbastanza astuto" di Curcio e Franceschini, "consapevoli di avere distrutto le Brigate Rosse", "di scaricarsi delle loro dirette e precise responsabilità".
Comunque, le divergenze erano radicali.
"Il gruppo Moretti e gli altri - quelli che oggi teorizzano la ritirata strategica e, quindi, in proiezione, un lavoro sotterraneo di ricostruzione che può essere efficace - si muovevano in una maniera estremamente prudente".
La scelta era, però, inaccettabile per i commilitoni rinchiusi "nelle carceri speciali".
Nell'ottica di costoro, tale atteggiamento poteva essere interpretato soltanto "come sfiducia nelle masse; sfiducia nella capacità delle masse di fare subito la rivoluzione; non capire che il proletariato non desidera altro che fare la guerra, che bisogna bruciare i tempi; essere
 

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troppo organizzativi e burocratici, cioè tenere in pugno ben salda una organizzazione che si muove con molta cautela e non assume iniziative arrischiate".
"Il sogno della rivoluzione immediata", in sostanza, si scontrava con la visione di coloro che, operando all'esterno, anche se in clandestinità, erano impegnati a rinsaldare una struttura disgregata dagli interventi delle forze dell'ordine, rispettando "un ciclo storico" appropriato.
Ebbene, "la posizione di Senzani rispecchiava in fondo questa distorsione e questa esigenza, di chi è dentro, di essere liberato in tempi brevi e di vedere le colonne del proletariato marciare sulle carceri, sfondare i muri e portarlo fuori": era "una sopravvalutazione, una enfatizzazione delle tensioni sociali del paese, in direzione rivoluzionaria, in direzione della guerra", che serviva a "dare una prospettiva di libertà".
Gli eventi tragici successivi dimostreranno che il disegno di Giovanni Senzani e dei suoi accoliti non era in grado di offrire garanzie adeguate e, semai, finiva per rendere, con una
 

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serie di lugubri delitti, un pessimo servigio alle attese, alle "illusioni" degli stessi estimatori.
Ma la deposizione di Enrico Fenzi ha consentito alla Corte di conoscere una nuova realtà.
Parlando dei "rapporti" nell'ambito delle strutture penitenziarie tra brigatisti ed esponenti della delinquenza comune e organizzata, l'ex professore universitario ha riferito che, anche sullo specifico tema, si registrarono divaricazioni non di poco conto.
"Il gruppo storico, ma soprattutto qualche persona - Franceschini e Ognibene - ha sempre avuto rapporti molto stretti con alcuni delinquenti comuni ed ha sempre puntato ad un'alleanza di fatto e a costituire un grosso gruppo di potere all'interno del carcere, giustificando l'alleanza con la teoria secondo la quale è indispensabile il collegamento con il cosiddetto proletariato prigioniero".
Invece, "i militaristi, cioè Guagliardo, Seghetti, Piccioni, Gallinari" - ritenendosi "soldati prigionieri" - "sono assolutamente contrari ad ogni alleanza con queste persone che considerano rappresentanti di grosse organizzazioni
 

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criminali e, in quanto tali, nemiche".
In ogni caso, proprio "Franceschini ha instaurato i rapporti migliori con personaggi come Chiti, Dongo ecc. che godono di grandissima autorità".
In un clima più oppressivo, persino "gli omicidi in carcere sono sempre decisi molto tempo prima e quando avvengono hanno già avuto l'approvazione di tutta una serie di personaggi, perché, altrimenti, sarebbero atti in grado di scatenare conseguenze incredibili e guerre tremende".
Nessuno "può rischiare che un equilibrio così delicato salti per un'azione improvvisa".
Pertanto, "questo tipo di rapporti si è sviluppato principalmente in carcere e si è incrementato con la teoria e la pratica del Partito Guerriglia e con la formazione, pure all'interno del carcere, di brigate e di gruppi misti di politici e comuni che si richiamavano al Partito Guerriglia".
Nel contesto, si accentueranno i legami tra i brigatisti reclusi e "i carcerati della camorra", i quali "godono di un'assistenza completa:
 

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hanno molti soldi, un sistema di rapporti fra di loro di grande solidarietà, appoggi, ecc. C'è un sistema assai sviluppato che configura quasi una specie di fronte carceri e dà a questi detenuti l'idea che la camorra si qualifichi come la rappresentante legittima di uno stato sociale".

Abbandonata "la distinzione" - in origine nettissima - tra "politici ed altri", mentre "molti brigatisti completamente isolati sono tagliati fuori, per mentalità, abitudine, cultura, visione politica, da una simile realtà", tanti, come Franceschini, "hanno formato un blocco con il grosso camorrista, con il grosso accoltellatore", lasciando "con le braghe in mano" i vecchi militanti "che non stanno da nessuna parte, non contano nulla e non sanno che pesci pigliare".
"Da un certo punto di vista, paradossalmente, quelle Brigate Rosse che si sono identificate nello schema e che hanno avuto rapporti di questo genere si sono camorrizzate".
E gli effetti di tali iniziative si sono manifestati all'esterno, attraverso una congerie di fatti delinquenziali che non spetta alla Corte
 

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di valutare analiticamente.

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...Nonostante le "contraddizioni" interne, il sodalizio non mancò di riaffermare, perpetrando delitti, la sua coerenza ad una scelta "programmatica" distruttiva.
L'attacco contro "le istituzioni giudiziarie, carcerarie, militari" raggiunse ben presto livelli di guardia.
Dopo il vile attentato a Riccardo Palma, caduto sotto i colpi di Prospero Gallinari, e al termine della vicenda legata al sequestro di Aldo Moro, proprio a Roma le Brigate Rosse produssero il massimo sforzo per potenziare i quadri e per innescare una nuova brutale spirale di violenza.
Operati alcuni mutamenti al vertice della colonna; reclutati altri giovani, come ad esempio Norma Adriani, Carlo Brogi e Arnaldo May; ristrutturati o costituiti interi settori e diverse brigate; rinsaldati i collegamenti con gruppi del Movimento Proletario di Resistenza Offensivo, il nucleo che agiva "nel polo" della capitale non si cullò sugli allori e, passata l'estate, riprese a sparare in ogni direzione.
 

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Il 10 ottobre 1978, un commando "portato sulla linea del fuoco" da Adriana Faranda, "giustiziò" Girolamo Tartaglione, reo di essersi "impegnato negli studi scientifici sulla devianza e sulla criminologia con il preciso scopo e compito di applicare questa scienza contro i proletari nei tribunali e nelle carceri".
Accusato di essere "l'esperto tra gli esperti" e "uno dei padri di quella strategia criminale che va sotto il nome di STRATEGIA DIFFERENZIATA", il magistrato, che in realtà dedicò tutta la sua vita a studiare e ricercare soluzioni più avanzate per garantire a qualsiasi cittadino fondamentali diritti nell'ambito dei principi dell'ordinamento, entrò nel mirino dei terroristi in base a valutazioni peculiari suggerite da una distorta visione dei problemi del mondo giudiziario e penitenziario.
La morte di "un uomo buono, alieno dalla pubblicità e consapevole delle gravi responsabilità connesse all'esercizio della sua funzione", non placò la furia dei criminali.
Questi, anzi, sotto la guida sperimentata di militanti "veterani" quali Prospero Gallinari,
 

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Valerio Morucci, Barbara Balzerani, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti e di "capi" dell'ultima leva, comunque distintisi in "azioni di guerriglia" non meno eclatanti, continuarono, imperterriti, a seminare terrore, compiendo attentati incendiari, rapine, ferimenti, omicidi.
L'obiettivo privilegiato fu indicato con chiarezza: "spaccare, neutralizzare, destabilizzare psicologicamente e politicamente il personale militare che la borghesia imperialista assolda per difendere i suoi esclusivi interessi, i suoi uomini e i suoi centri".
E puntando a "demoralizzare il nemico" per impedire che si consolidasse "il suo spirito di corpo"; a "dividere la truppa dai graduati e dagli ufficiali"; a "esortare i servi armati dello stato a cambiare mestiere, abbandonare la divisa, congedarsi, prima che diventi troppo tardi", i brigatisti cominciarono a rivolgere la loro attenzione nei riguardi di "poliziotti adibiti a compiti antiguerriglia", dei "vari gorilla di scorta agli esponenti del potere", dei "carabinieri di sorveglianza ai campi di concentramento", di "quelli che vengono impiegati nella caccia ai

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comunisti combattenti", degli "sbirri che si infiltrano nelle fabbriche e nei quartieri con compiti di schedatura, di spionaggio, di controllo".
Gli episodi esaminati in questa sede sono logica conseguenza di una impostazione settaria e brutale.
Dopo "l'annientamento delle scorte di Coco e di Moro", gli attacchi "contro le pattuglie di guardia alle carceri Nuove e alla tana di Galloni, il disarmo di unità militari, la distruzione di strutture ed automezzi, sono esempi del programma offensivo contro le forze militari del nemico".
Nel contesto, tuttavia, quando già Valerio Morucci e Adriana Faranda si erano allontanati dalla banda, fu seguito l'assassinio di Italo Schettini, a cui nel volantino di rivendicazione si imputarono una serie di "iniziative antiproletarie" e la sua attività pluriennale "di gestore di una grossa fetta di potere democristiano all'interno dei quartieri attraverso l'amministrazione e la proprietà di grandi società immobiliari".

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Con l'assalto alla sede del Comitato Romano della D.C. di Piazza Nicosia la colonna romana dimostrò ancora una volta tutta la sua pericolosità e la enorme capacità di manovra acquisita in termini "militari": mettendo in campo un vero e proprio reparto di "combattenti", dotati di armi moderne e sofisticate, nel pieno centro di Roma i terroristi occuparono un intero stabile, privarono della libertà personale molti cittadini intenti al lavoro, colpirono a morte in modo proditorio Antonio Mea e Piero Ollanu, ferirono Vincenzo Ammirata e sconvolsero la pacifica convivenza della comunità capitolina.
Preceduto dall'attentato a Gaetano Pecora, costretto a subire un incivile rituale sotto la minaccia di una pistola con il silenziatore, il 13 luglio 1979 venne realizzato l'attentato in danno di Antonio Varisco, esemplare figura di ufficiale dell'Arma, colpevole soltanto, per i suoi sicari, di avere efficacemente e fedelmente contribuito a ristabilire, in momenti di violenza e di intollerabile prevaricazione, il primato della legge ed il rispetto della giustizia.
 

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La descrizione agghiacciante dell'agguato, registrata nei verbali di interrogatorio di Antonio Savasta, testimonia con quanta incoscienza e con quale carica di fanatismo tanti giovani hanno potuto abbracciare "una pratica" distruttiva, che si è avvalsa di metodi al di fuori della democrazia.
Alla lunga catena di vittime si aggiunsero nell'autunno del 1979 altri anelli.
Dall'aggressione nei confronti dell'appuntato di P.S. Michele Tedesco agli omicidi di Michele Granato, di Domenico Taverna e di Mariano Romiti, funzionari di Polizia impegnati nelle rispettive zone di competenza a condurre una campagna di prevenzione secondo criteri adeguati alle realtà sociali locali, vecchi e nuovi killers, rimasti per molto tempo senza nome, provvidero a tradurre in atto quel messaggio che indicava "cani da guardia della borghesia" i nemici da eliminare.
Ma il 12 febbraio 1980 un gruppo guidato da Bruno Seghetti e Anna Laura Braghetti portò a compimento nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma un'operazione che, nel-
 

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le intenzioni dei suoi autori, doveva servire a "destabilizzare" ulteriormente il sistema "colpendo al centro, logorandolo e disarticolandolo alla periferia".
A cadere sotto i colpi dei brigatisti fu Vittorio Bachelet, Vice-Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, a cui si attribuiva un ruolo determinante nella "trasformazione del CSM da organo formale a mente politica che ha permesso l'eliminazione delle contraddizioni interne, diventando la sede privilegiata d'incontro delle correnti funzionalizzate ad un programma omogeneo".
L'impresa era, dunque, diretta anche contro un organismo costituzionale che aveva "garantito il governo della magistratura, elaborando ed imponendo le linee operative a tutti i livelli", "promuovendo inoltre convegni di studio e di riforma", assumendo "il controllo delle attività giuridiche dei singoli magistrati".
E Vittorio Bachelet, "esperto di organizzazione statale, massimo artefice della riconversione della Magistratura a puro strumento anticomunista sotto il diretto controllo dell'Esecutivo" ne era "di fatto il dirigente effettivo".
 

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Non occorre spendere molte parole per ricordare gli esiti di un evento del genere.
Ma non può in questa sede non ricordarsi che proprio nella occasione il Consiglio Superiore e i giudici seppero dare una risposta responsabile e dignitosa: senza abbandonarsi a gesti plateali, ragionando freddamente sulla vicenda, e ricavandone preziosi insegnamenti, in ogni sede si manifestò, compatto, l'impegno a proseguire sulla strada della difesa della legalità repubblicana e a combattere energicamente un fenomeno sempre più arrogante.
Né dissimile fu la reazione allorché nel marzo successivo a Salerno, a Roma e a Milano organizzazioni terroristiche diverse - con incredibile "sintonia" - scatenarono un attacco a fondo contro l'ordine giudiziario uccidendo Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini e Guido Galli, uomini di grande probità e professionalità, condannati per il "riformismo" delle scelte suggerite e per le doti evidenziate nel loro complesso lavoro.
Non a caso nel volantino diffuso per rivendicare la paternità dell'omicidio di Girolamo Minervini, perpetrato il 18 marzo da un nucleo armato comandato da Francesco Piccioni e Alessan-
 

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dro Padula, le Brigate Rosse, oltre a ricostruire le tappe della carriera della vittima con una quantità di riferimenti puntuali, denunciarono i pericoli derivanti da quei compiti "di elaborazione, gestione, organizzazione, ristrutturazione di tutto il sistema carcerario", che nella realtà tendevano a modificare situazioni ormai intollerabili e a creare spazi di novità all'interno degli stabilimenti di pena.
E con lo stesso documento venne lanciata la parola d'ordine "accerchiare gli accerchiatori" che si traduceva, in sostanza, "da una parte, in uno stato di assedio stabile rispetto alle carceri, dall'altra, in un rafforzamento del potere proletario armato nelle carceri".
Lo slogan "attaccare al centro i gangli vitali del Ministero di Grazia e Giustizia, attaccare la periferia, quindi il sistema di gestione e organizzazione dei carceri metropolitani e periferici, aprendo un nuovo fronte di combattimento contro le strutture civili e militari che garantiscono il funzionamento del carcerario a livello locale" anticipò, così, una "strategia" che provocherà altri drammi e altri lutti.
E, per concludere, i tentati omicidi in danno di Savino Digiacomantonio, di Pirri Pericle, di Dome-
 

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nico Gallucci allungarono una stagione di brutalità che gli arresti del maggio del 1980 e la identificazione di tanti militanti - taluni sino a quel momento ignoti alle cronache e agli inquirenti - non riusciranno, comunque, a far cessare.
La colonna romana sarà, in effetti, in grado di "ricompattare" le file e nel periodo successivo si distinguerà ancora per una serie di delitti eclatanti.

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...Le vicende esaminate consentono di mettere a nudo altri aspetti preoccupanti della "strategia insurrezionale" elaborata dalle Brigate Rosse, che non trascurarono, ovviamente, di muoversi per instaurare una serie di collegamenti, a livello internazionale, con organizzazioni terroristiche parimenti interessate a creare in Italia e in Europa condizioni di destabilizzazione.
Già nella prima fase delle indagini, in verità, gli elementi obiettivi acquisiti potevano legittimare talune caute deduzioni.
Il sequestro in Via Gradoli e in Viale Giulio Cesare di granate HG 43 sottratte il 16 novembre
 

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1972 dal deposito militare svizzero di Ponte Brolla e dello stesso tipo di quelle trovate anche a Francoforte, Amburgo e sul treno Barcellona-Madrid; di moduli di carte d'identità che facevano parte dello stock rubato il 19 febbraio 1972 al Comune di Sala Comacina, da cui, inoltre, proveniva sia il documento in possesso di Elizabeth Von Dick, implicata nel rapimento dell'industriale Martin Schleier e uccisa a Norimberga il 14 maggio 1979 dopo un conflitto a fuoco con la Polizia, sia quello utilizzato da Rolf Heiszler, arrestato il 6 giugno 1979 a Francoforte; della pistola automatica Smith-Wesson, mod. 39-2, calibro 9 parabellum e della pistola automatica Erma Werke, mod. KGP 68, calibro 7,65 Browning, entrambe fabbricate in Germania e collaudate, rispettivamente, presso i banchi di prova di Ulm e Monaco; del famigerato VZ 61 "Skorpion" costruito e collaudato in Cecoslovacchia, ponevano gli inquirenti in grado di formarsi un convincimento preciso in merito ad un fenomeno che, a seguito di minuziosi accertamenti e delle "confessioni" dei tanti "pentiti", si mani-
 

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festerà tutta la sua pericolosità.
Ha cominciato Patrizio Peci ad affermare che le Brigate Rosse ebbero "relazioni" con la R.A.F., il gruppo "2 Giugno", l'E.T.A., l'I.R.A. e il N.A.P.A.P., schieramenti armati resisi tristemente noti per le loro imprese efferate.
In particolare, i rapporti con "i tedeschi" furono tenuti dapprima da Lauro Azzolini - coadiuvato da Ingeborg Kitzler, convivente di Coi Andrea, che fungeva da interprete - e successivamente da Mario Moretti, il quale, anzi, per rinsaldare i legami con gli interlocutori, non soltanto si incontrò "periodicamente" a Milano con il terrorista Willie Peter Stoll, ma si recò spesso in Francia usando il passaporto di Maurizio Iannelli, all'epoca insospettato, su cui era stata sostituita la fotografia.
I "contatti" con le organizzazioni che agivano in Germania, molto intensi fino alla scoperta del covo di Via Monte Nevoso, andarono, però, "ridimensionandosi" da quando apparve evidente che le stesse erano "prive di inserimenti di base" e non rappresentavano, dunque,
 

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"referenti" diffusi per sperare in un "radicamento" effettivo di istanze peculiari destinate ad innescare un processo "rivoluzionario" di più ampie proporzioni.
Ciò, tuttavia, non impedì che tra i sodalizi vi fosse uno scambio reiterato di armi, di collaborazione materiale e di consigli "sul piano operativo".
Irrilevanti, "non costruttivi", si rivelarono, invece, i tentativi di dar vita ad una rete di collusioni con l'E.T.A. e l'I.R.A., essendo essi "movimenti a livello di autonomia nazionale e non di liberazione, per cui non fu possibile trovare spazi politici" sufficienti "per portare avanti un discorso comune".
Né fruttuosa fu la "trattativa" con il N.A.P.A.P. - "un'area frammentata", non omogenea - con il quale non si riuscì a sviluppare un "dibattito" positivo "in termini generali" e tutto si limitò ad alcune forniture di armi, in primo luogo "le 38 che a loro piacevano molto", senza ulteriori iniziative.
 

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Al contrario, a ben altri risultati approdarono gli approcci, propiziati da esponenti della R.A.F., con "elementi dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina".
"Con l'O.L.P. il discorso politico" si protrasse a lungo e venne improntato alla massima concisione di analisi: "i palestinesi, che hanno sempre aiutato tutti i movimenti rivoluzionari in vista di eventuali alleanze", erano interessati "alla destabilizzazione in Italia"; le Brigate Rosse spiegarono che il loro obiettivo fondamentale era "la guerra di classe" e non "la guerra agli israeliani", per cui non avevano intenzione "di funzionare come braccio armato dell'O.L.P. in Italia".
"Alla fine il rapporto fu sufficientemente chiarito in questi termini e la disponibilità a dare armi che essi avevano manifestato sin dall'inizio si tradusse in concreto".
Una importante fornitura, consegnata nel luglio-agosto del 1979, comprendeva esplosivo al plastico, bombe "ananas", mitragliatrici pesanti, mitra Sterling e fucili d'assalto Kalashnikov AK 47 di fabbricazione sovietica, che furo-
 

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no trasportati in Italia, da una località che il Peci ha collocato in Libano, con una barca a vela su cui era Mario Moretti.
Dopo un viaggio di 33 giorni, "il carico" fu sbarcato a Mestre e distribuito per tre quarti tra le varie colonne.
Il resto fu occultato "in un deposito strategico" a disposizione dei palestinesi per un'eventuale futura utilizzazione.
Proprio le armi e le munizioni recuperate a Biella e le "Energa" esplose contro un furgone blindato dei Carabinieri in servizio presso la Caserma "La Marmora" di Torino facevano parte della dotazione assegnata nell'occasione ai militanti del nucleo piemontese.
Più tardi, Carlo Bozzo ha confermato sostanzialmente le dichiarazioni di Patrizio Peci, asserendo che i genovesi possedevano cinque mitra "Sterling", tre MAB, un mitra Zerbino, due FALL, un Sig svizzero, un fucile a pompa, una quindicina di bombe a mano, 50 kg. di plastico, detonatori di origine iugoslava.
Roberto Dura, nel giustificarne la provenienza, gli riferì che "Al Fatah aveva stretti contatti con le Brigate Rosse": "il collegamento
 

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con Al Fatah voleva dire un grosso risultato politico per noi e per loro".
"Il pentito" ha soggiunto che personalmente nel settembre 1979 andò a Mestre tre volte, insieme ad altri commilitoni, per prelevare "esplosivi", bombe a mano e mitra Sterling".
Ma riscontri ancora più convincenti gli inquirenti li acquisiranno nel corso della lunga istruttoria attraverso il ritrovamento in Via Silvani, in Via Cornelia, in altri covi a Torino e Venezia, oppure in possesso di Bruno Seghetti e di Maurizio Iannelli, di alcuni esemplari di mitra Sterling che, dalle indagini espletate dai periti d'ufficio, risultavano essere stati venduti in lotti successivi, tra gli anni 1958-1960, dalla ditta produttrice inglese, con sede a Dagenham-Essex, al Ministero della Difesa della Tunisia.
In dibattimento, il quadro probatorio si è arricchito di nuovi particolari.
È stato Antonio Savasta a sostenere che il vertice del sodalizio estremista si preoccupò di intensificare i "contatti con vari movimenti di liberazione e con gruppi come E.T.A., I.R.A. e R.A.F.".
Servendosi di "una rete di compagni", un gruppo rappresentato da "persone che tenevano colle-
 

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gamenti con queste frazioni" in Francia, a Parigi, "per sviluppare una solidarietà internazionale, facilitando le possibilità di comunicazione", si stabilirono "rapporti politici" con esponenti delle dette formazioni e, in specie, con l'O.L.P.
"A seguito della vicenda Moro, in cui avevano dimostrato una capacità politica, una capacità organizzativa non indifferente", le Brigate Rosse si erano "imposte all'attenzione anche di altri movimenti rivoluzionari che nel Mediterraneo portavano avanti una lotta contro l'imperialismo".
Ebbene, con i palestinesi "che facevano riferimento alla linea di Arafat", Mario Moretti intavolò dal 1978 "lunghe discussioni" per cercare di "costruire un canale diretto" e "rapporti da pari a pari".
Moretti, in realtà, si recò a Parigi, accompagnato da Anna Laura Braghetti - usando "per passare la frontiera rispettivamente i documenti di Maurizio Iannelli e di Roberta Cappelli", altra terrorista allora non identificata - e riuscì a definire una comune linea di "intervento", aprendo prospettive positive sia "sul
 

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piano politico generale", sia in termini "di collaborazione e di aiuti concreti".
"All'O.L.P. interessavano, nonostante la politica seguita da Arafat, intesa ad ottenere il riconoscimento dai singoli Stati; attacchi a livello militare in Europa" nei confronti "di ambasciate israeliane", meglio "di personale sionista".
"Questo, naturalmente, partiva dal presupposto, dall'analisi complessiva che Israele era il gendarme degli interessi americani nel Mediterraneo e perciò coinvolgeva direttamente anche l'Italia". Di conseguenza, "un'organizzazione come le Brigate Rosse che portava avanti l'attacco allo Stato imperialista delle multinazionali" aveva l'opportunità di svolgere un ruolo "non marginale" per contrastare una simile strategia.
In Italia gli obiettivi potevano essere individuati nell'addetto militare o tra i funzionari della stessa carriera impiegati presso la sede diplomatica della capitale.
Nel contesto, "per cementare i rapporti tra Brigate Rosse ed O.L.P.", fu "iniziata una in-
 

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chiesta sull'addetto militare dell'ambasciata israeliana a Roma" tra la fine del 1979 e i primi mesi del 1980.
Ad occuparsene per ordine di Mario Moretti, fu, in pratica, Bruno Seghetti, in possesso del quale, anzi, al momento dell'arresto dopo l'attentato in danno di Giuseppe Amato, gli inquirenti rinverranno un appunto in lingua inglese con gli indirizzi e i numeri telefonici di Moshe Alon e del colonnello Joseph Zeira, cioè proprio dell'ambasciatore e dell'attacco militare a Roma.
Comunque, "in cambio" di promesse di azioni "di appoggio alla lotta del popolo palestinese", l'O.L.P. assicurò due - fornimenti di armi, munizioni ed esplosivi.
Un primo stock di Kalashnikov, pistola Browning calibro 9 lungo, fucili lancia-granate di fabbricazione russa e munizionamento venne trasportato "a piedi, passando un valico tra la Francia e la Liguria", da Moretti, Dura, Lo Bianco e Fulvia Miglietti.
Più tardi, nell'agosto del 1979, un secondo quantitativo di armi fu consegnato da emissari
 

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dell'O.L.P. al largo della costa di Cipro - e non in Libano, come erroneamente asserito dal Peci - e caricato su una barca a vela sulla quale erano Moretti, Dura, Sandro Galletta e lo "skipper", un medico psichiatra di Ancona, identificato in Massimo Gidoni.
Si trattava di mitra Sterling, bombe a mano MK2, Fall di tipo belga, razzi contro-carro americani, razzi aria-terra francesi, bombe Energa, bombe antiuomo, plastico e detonatori.
Lo scafo approdò a Venezia e le armi furono dapprima nascoste a Mestre e poi distribuite a tutte le colonne, compresa quella di Roma, come conclamato dai quaderni, diligentemente compilati da Nadia Ponti, recuperati in Via Pindemonte a Padova.
Inoltre, poiché, in base agli accordi, una parte della fornitura doveva essere custodita "in caso di necessità dell'O.L.P. di avere armi a disposizione in Italia", furono allestiti a Montello, nelle vicinanze di Treviso, e in Sardegna "due depositi strategici", proprio quelli, cioè, smantellati dalla Polizia su indicazione dello stesso Savasta subito dopo la liberazione del generale James Lee Dozier.
 

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I contatti proseguirono nel periodo successivo tramite la Braghetti e Vincenzo Guagliardo, il quale si servì di "quella rete di compagni" che si occupava, per di più "di dare ospitalità in Francia a latitanti sfuggiti agli arresti" e di trovare loro una "idonea sistemazione".
Del pari, Carlo Brogi, dissociandosi dalla lotta armata, ha accennato ad episodi di estrema importanza.
"Giuliano" raggiunse a Parigi nel novembre del 1978 Mario Moretti e Anna Laura Braghetti, portando loro tre passaporti contraffatti affidatigli da Valerio Morucci.
Nella capitale francese in quel periodo erano in corso incontri tra i brigatisti ed elementi della R.A.F.: "le Brigate Rosse intendevano aiutare questa organizzazione, distrutta dai colpi della polizia tedesca".
Moretti interpellò gli interlocutori sulla possibilità di procurarsi pistole-mitragliatrici ed accompagnò la richiesta versando una somma di vari milioni. "Quel minimo contributo era il segno della disponibilità che le Brigate Rosse dimostravano nei confronti della Frazione Ar-
 

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mata Rossa".
Tale "disponibilità riguardava finanziamenti, appoggi logistici e tutto ciò che poteva garantire la sopravvivenza di un'organizzazione combattente".
Anche i tre passaporti "furono consegnati alla R.A.F.".
Moretti ripartì, quindi, per l'Italia, mentre Brogi e la Braghetti affittarono in Rue des Dames, per le necessità immediate della banda, uno studio alla francese.
E il 6 dicembre 1978, al rientro a Roma, presso l'ufficio di Montesacro presero "una cassetta postale che sarebbe dovuta servire per i contatti con la R.A.F.": nella circostanza i due brigatisti si qualificarono, esibendo falsi documenti, con i nominativi di comodo Ugo Pecchioli e Graziella Kodarin.
Come emerso da accertamenti ordinati dalla Corte, l'uso della cassetta "fu loro inibito in data 1.2.1980 per morosità del pagamento del canone relativo al mese di gennaio 1980".
Nel luglio del 1978 il Brogi seppe da Anna Laura Braghetti che "si erano incontrati anche
 

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con i palestinesi; che era stato un incontro molto importante per l'organizzazione; che avevano potuto conoscere la resistenza palestinese e che avrebbero consolidato i rapporti".
Da ultimo, Enrico Fenzi non ha avuto difficoltà ad ammettere che le Brigate Rosse curarono una serie di collegamenti con altre compagini eversive estere, tra cui, appunto, la R.A.F. la quale, addirittura, era rappresentata a Milano "da due terroriste, che per un tempo abbastanza lungo erano state ospitate in un covo brigatista ed avevano avuto rapporti direttamente con Moretti".
E non ha mancato di rimarcare che in Francia "esisteva una struttura" - coordinata da Fulvia Miglietta, che era "in contatto con la Balzerani" - che costituiva "la base di appoggio" di un "alto numero di rifugiati".
Per di più, è da considerare che molti "pentiti" hanno alluso ad ulteriori forniture di armi e munizioni in favore di nuclei armati, tutte effettuate da "organizzazioni palestinesi" con la intermediazione di personaggi non giudi-
 

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cati in questa sede, nei cui confronti, però, sono state iniziate autonome inchieste.
Pendendo, dunque, in fase istruttoria procedimenti di estrema delicatezza, la Corte deve limitarsi a sottolineare che le testimonianze di Roberto Sandalo, Marco Donat-Cattin, Marcello Squadrani, Fabrizio Giai, Michele Viscardi, Marco Barbone - riportate nella sentenza - ordinanza del G.I. dr. Ferdinando Imposimato - hanno concordemente fatto riferimento ad un "traffico di armi" di notevoli proporzioni che interessò, non soltanto le Brigate Rosse, ma Prima Linea, i Proletari Armati per il Comunismo - PAC - nonché formazioni terroristiche minori operanti a Roma, a Milano e nel Veneto.
In particolare i testi hanno ricostruito un viaggio compiuto in Libano da Maurizio Folini - n.d.b. "Armando" o "Corto Maltese" - nell'agosto del 1978 con una barca a vela partita da Fiumicino, che attraccò allo stesso porto con un prezioso carico di "15 fucili d'assalto Kalashnikov con relativa dotazione di 500 proiettili, 5 Fal belgi lanciagranate, 2 Bazooka fi-
 

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locomandati e numerose bombe a mano americane, sovietiche, cinesi, pistole HP, migliaia di munizioni 7,62 russe, 9 parabellum con sui fondelli una sigla araba".
Ed hanno ricordato successivi tentativi di introdurre nel territorio dello Stato micidiali strumenti di morte, attraverso canali di "copertura" insospettabili, offrendo, così, agli inquirenti la opportunità di aprire ampie brecce nel muro che per anni ha "nascosto" le attività illegali di "avventurieri" di professione.
Basta semplicemente leggere le pagine dei tanti processi istruiti o celebrati presso vari uffici giudiziari per capire l'entità della trama: gli esiti delle perquisizioni eseguite da Carabinieri e Polizia in differenti località, i riscontri obiettivi evidenziati dalle perizie balistiche espletate da tecnici di consumata esperienza e gli innegabili collegamenti emergenti tra singoli individui dediti alla lotta armata, tra gruppi e gruppi, consentono di dire che verità incontestabili si vanno ormai precisando e che talune argomentazioni difensive, vecchie "collusioni" non trovano più spazi "praticabili".
 

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Le precedenti considerazioni servono per introdurre un tema di notevole attualità, dinanzi al quale, in passato, non sono mancate reazioni emotive, inutili strumentalizzazioni.
L'esplosione della violenza eversiva ha proposto inquietanti interrogativi sia sulla reale "essenza" dei gruppi che hanno irreversibilmente abbracciato la lotta armata, sia sulla presenza di eventuali (manovratori occulti" e, in particolare, sul ruolo che hanno esercitato servizi segreti o governi stranieri interessati a sfruttare, per finalità sin troppo ovvie, le condizioni determinatesi in una zona "nevralgica" dalle strutture istituzionali così fragili.
Occorre qui dare atto che, nonostante i gravi indizi rilevabili da avvenimenti che mostravano connotati insoliti e preoccupanti, soltanto l'intervento puntuale e appassionato dal Presidente della Repubblica on. Sandro Pertini ha costretto le varie forze politiche ad affrontare con maggior zelo lo specifico problema e a prendere posizione, in un primo serio
 

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tentativo di analisi, peraltro richiesto a gran voce da una pubblica opinione desiderosa di certezze definitive.
La Corte, per suo conto, deve per onestà affermare che gli sforzi compiuti in questi anni da magistrati ed inquirenti, pur con i limiti insiti in una attività obbligata a salvaguardare esigenze procedurali e sostanziali, hanno portato ad acquisire tutta una serie di elementi che rivelano, da un lato, le peculiarità del fenomeno e, dall'altro, un quadro allarmante di complicità "esterne" e di interferenze che vanno denunciate e stroncate con la massima decisione.
Si è visto che la marcia delle Brigate Rosse verso "la dittatura del proletariato", con una diffusa "pratica" di illegalità, ha seguito itinerari non sempre "lineari" ed ha approfittato di momenti delicati della storia nazionale "per incidere" nel dibattito politico in atto.
Ebbene, dalle molteplici fonti esaminate in questa sede; dalle dichiarazioni di Patrizio Peci, Ave Maria Petricola, Massimo Cianfanelli, Antonio Savasta, Emilia Libera, Carlo Brogi,

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Alfredo Buonavita, Enrico Fenzi, di tanti "pentiti"; dalla lettura dei documenti sequestrati in centinaia di covi; dai riscontri oggettivi pazientemente raccolti da Carabinieri e Polizia emergono dati sufficienti, allo stato, per escludere che la nascita del terrorismo sia da imputare ad iniziative deliberate e "pianificate" al di fuori dei confini del Paese.
In verità, il fenomeno italiano, che non presenta caratteri "nazionalistici", "razziali" o "confessionali", ha una matrice chiara ed è ricollegabile a "fattori endogeni" germinati, oltre che da contorte motivazione di ordine ideologico e da interpretazioni errate della realtà sociale, da un processo di "radicalizzazione" della violenza che ha assunto aspetti atipici e "dirompenti".
La perdita della prospettiva "di un capovolgimento dei rapporti tra le classi"; la convinzione che "la crisi di regime" accentuatasi dal 1968 "non si fosse affatto risolta in senso riformista"; la totale sfiducia nello Stato quale garante di giustizia ed equità; la disgregazione dei valori, hanno spinto parti minoritarie a compiere un "salto qualitativo
 

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non recuperabile" e a cercare in una soluzione subalterna modelli di vita e di reazione ai disagi della esperienza quotidiana.
E le conseguenze che ne sono derivate per la intera collettività, segnandola dolorosamente per un lungo periodo, non richiedono una trattazione ulteriore.
Peraltro, non può negarsi, sulla base delle risultanze, che i crescenti successi registrati dalle formazioni armate, proliferate principalmente nelle grandi aree industriali del Nord, hanno finito per attirare l'attenzione di "osservatori interessati", di strateghi di "guerre surrogate" ed hanno lasciato intendere che, sfruttando l'occasione propizia, si desse la possibilità di "manovrare" il corso degli eventi o, quanto meno, di aggravare le difficoltà, già consistenti, provocate nel contesto generale.
I contorni di un simile disegno - che i servizi di sicurezza, smembrati, psicologicamente "bloccati", disorganizzati, impegnati, magari, in "affari" estranei ai loro compiti istituzionali, non sono riusciti a comprendere tempestivamente e a contrastare con efficaci interven-
 

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ti preventivi - si manifestano di ampie proporzioni ed inducono la Corte ad amare riflessioni.
Non è questa la sede per emettere giudizi conclusivi, anche perché sono in corso numerose inchieste giudiziarie dirette a ricostruire un mosaico delle diverse iniziative intraprese per determinare momenti "destabilizzanti" del governo del Paese.
Però, gli elementi acquisiti fanno ritenere che sin dagli inizi degli anni 70 "centrali" straniere hanno cercato di "agganciare" componenti del "partito armato" per intavolare negoziati dal contenuto in equivocabile.
Dirà Patrizia Peci che sono stati, ad esempio, "i servizi segreti israeliani" per primi "a mostrarsi interessati a destabilizzare l'area in cui si trova l'Italia" e a "contattare le Brigate Rosse": "per garantire che non volevano infiltrarsi e strumentalizzarci, ci rivelarono i nomi di due persone che si stavano avvicinando a noi ma che avevano un passato poco pulito".
Nonostante che "quanto rivelato dai servizi segreti israeliani fu verificato come vero e
 

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quei due furono allontanati", il "discorso venne interrotto" e non si registrarono più novità.
In proposito Alfredo Buonavita ha asserito che "tra il 1971 e il 1973" alcuni emissari "dei servizi segreti israeliani riuscirono a mettersi in contatto con elementi non clandestini delle Brigate Rosse di Milano, ove operavano Moretti e Franceschini. Essi proposero alle Brigate Rosse armi, finanziamenti e coperture di vario genere anche all'interno di alcuni settori degli apparati statali, nonché opportunità di addestramenti militari, richiedendo in cambio un più accentuato impegno diretto alla destabilizzazione della situazione politica italiana".
La proposta aveva come obiettivo di "ribaltare" una situazione non più accettabile: per convincere gli Stati Uniti, che in quel momento sembravano "privilegiare" sul piano "politico-militare" l'Italia "per il mantenimento delle proprie posizioni nel Mediterraneo", a modificare "questo stato di cose in favore di Israele" e a considerarlo, quindi, "come pilastro e alleato fedele insostituibile" nella
 

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zona, occorreva "creare condizioni di insubordinazione armata in Italia".
"Di fronte al rifiuto delle Brigate Rosse", gli intermediari non proseguirono la "discussione" promettendo di "rifarsi vivi".
In realtà, più tardi, tentarono un nuovo approccio e, per rendersi credibili, "fecero conoscere alle Brigate Rosse il rifugio in Germania di Marco Pisetta, che aveva collaborato con le forze di Polizia ed era ricercato dall'organizzazione che voleva sopprimerlo".
Proprio su incarico di Renato Curcio, il Buonavita, accompagnato da Roberto Ognibene, si recò a Friburgo per eliminare il Pisetta, ma per una serie di fortunate circostante costui riuscì ad evitare "l'impatto" con i suoi killers.
In seguito dei servizi israeliani non se ne seppe più nulla.
Al contrario, in specie dopo l'attentato di Via Fani, rapporti più intensi si sono instaurati con altre strutture straniere le quali non hanno fatto mancare appoggi materiali e "politici" alla bande operanti secondo una "linea strategica" ben nota.
 

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Senza qui ripetere episodi descritti, non v'è dubbio che sia le Brigate Rosse, sia Prima Linea, sia compagini armate minori si sono giovate di una congerie di connessioni a livello internazionale, che hanno, non solo assicurato una preziosa rete di copertura e di assistenza, ma consentito di accrescere il loro "potenziale offensivo" e di inserirsi "da pari a pari" in un gioco disarticolante molto vasto.
I costanti richiami all'azione sviluppata dall'O.L.P. nei "traffici" denunciati dalle testimonianze; ai collegamenti, attraverso canali parigini, tra i vari sodalizi eversivi esistenti in Europa; ai continui "passaggi" da una mano all'altra di ingenti quantitativi di micidiali strumenti di morte, conclamano una realtà che si va di giorno in giorno arricchendo di particolari inquietanti.
In sintesi, dalle dichiarazioni dei tanti "pentiti" e di personaggi come Renzo Rossellini emergono riferimenti ad attività oggettivamente imputabili a "servizi segreti" o a paesi del pari interessati a fomentare e mantenere nella regione un clima di precarietà, ideale per insinuare poi messaggi di "cambiamento" degli equilibri

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Inoltre, da Marco Donat-Cattin a Fabrizio Giai, a Roberto Sandalo, ad Anna Maria Granata, a Enrico Pasini Gatti, a Massimo Cianfanelli, a Rossana Mangiameli, a Paghera Enrico, un coro di voci ha posto in risalto il ruolo svolto nelle varie circostanze da oscuri personaggi come Maurizio Folini, definito da tutti non semplice corriere di morte ma elemento di spicco del terrorismo internazionale, collegato ad "uomini del K.G.B.", ad esponenti del movimento di liberazione palestinese e a funzionari libici, mediante i quali era in grado "di procurarsi partite di armi anche pesanti", "lasciapassare per la Palestina e il Medio-Oriente", possibilità di "muoversi tranquillamente" in località della Siria e della Bulgaria.
A tali risultanze, a cui lo stesso G.I. ha dedicato una trattazione ampia e puntuale, si aggiungono le nuove ammissioni di Antonio Savasta che ha in dibattimento ribadito che in effetti "contatti concreti", tendenti al "rafforzamento del fronte antimperialista", sono stati intavolati dalle Brigate Rosse con organismi di paesi stranieri anche in periodi recenti, du-
 

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rante il sequestro del generale Dozier.
La vicenda, che è attualmente al vaglio della magistratura, va ricordata semplicemente per dire che la sovranità dello Stato deve esser difesa con l'adozione di rapide e drastiche misure.




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