FISICA/MENTE

SENATO DELLA REPUBBLICA  CAMERA DEI DEPUTATI

IX  LEGISLATURA

COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SULLA LOGGIA MASSONICA P2
 (Legge 23 settembre 1981, n. 527)

RELAZIONE DI MINORANZA

http://www.apolis.com/moro/


dell'onorevole MASSIMO TEODORI
 

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CASO MORO: TRA P2 E P38
 
 

Perché non fu ritrovato Moro? L'assoluta Inefficienza del servizi segreti. Al loro vertice tutti P2: Santovito, Grassini, Pelosi; ed ancora altri piduisti ai posti giusti: Giudice, Ferracuti, Siracusano, Cornacchia.
 

7.1. Quel che interessa nell'inchiesta P2 del " caso Moro " non è la ricostruzione della vicenda, materia a cui è stata dedicata un'apposita Commissione parlamentare, e neppure l'individuazione delle responsabilità esecutive per le quali ci sono stati vari procedimenti giudiziari conclusisi in questi anni. In questa sede lo specifico interesse riguarda la presenza, l'influenza, le attività e gli effetti che la P2 come organizzazione e centro di potere occulto, ed i piduisti come singoli attori, hanno avuto nel caso.
Non può essere tuttavia taciuta in questa sede la strumentalità delle dichiarazioni che a più riprese la Presidente della Commissione Tina Anselmi ha rilasciato sulle responsabilità della P2 nel caso Moro; dichiarazioni che non hanno trovato doveroso seguito nell'attività d'inchiesta della Commissione che, per volere della maggioranza, non ha ritenuto necessario ed opportuno approfondire quegli aspetti della vicenda in cui pur apparivano delle implicazioni di uomini appartenenti alla Loggia.
La domanda di fondo a cui si deve rispondere è: perché non fu fatto tutto il possibile per giungere al ritrovamento dell'On. Moro e quindi alla sua salvezza? Non interessa l'analisi dei motivi che portarono al rapimento di Moro ma solo la seconda fase della vicenda: il suo mancato ritrovamento e la sua mancata salvezza. Questo solo interrogativo pone anche Leonardo Sciascia, Commissario radicale colla commissione "Moro", nella sua relazione- conclusiva: "Perché Moro non è stato salvato nei 55 giorni della sua pri-
 

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gionia, da quelle forze che lo Stato prepone alla salvaguardia, alla sicurezza, all'incolumità dei singoli cittadini, della collettività, delle istituzioni ? ". Il discorso, quindi, da generale e politico si sposta sul comportamento dei servizi di sicurezza e delle altre forze e strutture a cui lo Stato in quel momento affidò la responsabilità delle indagini, quindi del ritrovamento dell'On. Moro.
Per ciò che riguarda i servizi segreti è ormai accertato che nulla fecero durante i 55 giorni per giungere all'identificazione della prigione dell'On. Moro e per individuare quelle piste che avrebbero in qualche modo potuto dare esito positivo. Il settore civile, invece, il SISDE, affrontò il caso Moro in condizione di assoluta inadeguatezza e smobilitazione in seguito alla disgregazione del Servizio di Sicurezza (SDS), già Ispettorato antiterrorismo, per quanto riguarda gli uomini, le strutture e gli archivi. Ma nonostante la diversità di condizioni operative né il SISDE né il SISMI portarono alcun contributo alle indagini ed alle operazioni per Moro.
A capo delle due branche dei servizi segreti erano stati posti i generali Giuseppe Santovito (SISMI) e Giulio Grassini (SISDE) che risultano entrambi appartenenti alla Loggia P2. A capo poi dell'organismo di coordinamento CESIS di nuova istituzione e dipendente direttamente dalla Presidenza del Consiglio, era stato posto il prefetto Gaetano Napolitano con il compito di rendere più funzionale e più coordinata l'intera attività dei servizi. Ma proprio durante i 55 giorni, il 5 maggio 1978, il prefetto Napolitano fu costretto a dare le dimissioni in seguito all'impossibilità di svolgere il suo lavoro, ostacolato dai vertici del SISMI e del SISDE e per nulla ascoltato dal Governo a cui aveva esposto le difficoltà incontrate. Dimessosi Napolitano, al suo posto subentrò Walter Pelosi anch'egli, come Santovito e Grassini, iscritto alla P2.
Durante quelle settimane operarono anche altri organismi di carattere politico e tecnico-operativo. Il Governo, dopo che il Parlamento era stato esautorato dal direttorio dei partiti, affrontò la crisi attraverso il Comitato Interministeriale per la Sicurezza (CIS) che si riunì una prima volta il giorno stesso della strage di via Fani sotto la Presidenza del Ministro degli Interni Cossiga con la partecipazione del Ministro della Difesa Attilio Ruffini, del capo della polizia Parlato, del comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Pietro Corsù, dei direttori del SISMI, del SISDE, dell'UCIGOS e del Questore di Roma: Santovito, Grassini, Fariello e De Francesco. Al CIS parteciparono dal 17 marzo anche il comandante della Guardia di Finanza generale Raffaele Giudice (P2) ed il capo di Gabinetto di Andreotti, dott. Milazzo. Il Ministero degli Interni, a sua volta, aveva costituito un gruppo politico tecnico operativo mentre il Ministro degli Interni si avvalse di alcuni "consulenti personali" tra cui il prof. Franco Ferracuti (P2). In conclusione non può sfuggire che nella proliferazione di organizzazioni nelle varie istanze il tasso di piduisti presenti è notevole: Santovito, Grassini, Pelosi, Giudice, Ferracuti.
Passando poi dalle strutture di coordinamento al livello operativo si trova come responsabili dei posti di blocco di Roma il gen.
 

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dei Carabinieri Giuseppe Siracusano (P2) noto per essere un fedelissimo di Gelli da antica data. Per ricordare soltanto un episodio basta riflettere sul fatto che i brigatisti, in presenza di spettacolari operazioni disposte dal Siracusano, poterono indisturbati riportare le automobili che avevano usato per la strage nei pressi di Via Fani alcuni giorni dopo la strage. Ha lucidamente osservato nella sua relazione alla Commissione Moro Sciascia: "Sforzo imponente ma per nulla da elogiare (i posti di blocco, i controlli delle auto, gli arresti ed i fermi). Prevalentemente condotte a tappeto e però con inconsulte eccezioni, le operazioni di quei giorni erano o inutili o sbagliate. Si ebbe allora l'impressione - e se ne trova ora conferma - che si volesse impressionare l'opinione pubblica con la quantità e la vistosità delle operazioni, non curanti affatto della qualità... Piano zero ... Mancanza di uomini per il pedinamento ... La nostra opinione sulla vacuità delle operazioni di polizia è condivisa e trova autorevole conferma in questa dichiarazione del dott. Pascalino, allora Procuratore Generale a Roma: in quei giorni si fecero operazioni di parata più che ricerche. Ed incontrovertibile che chi volle, chi assentì, chi nulla fece per meglio indirizzare il corso delle cose, va considerato - nel grado di responsabilità che gli competeva - pienamente responsabile ".

Cioppa e Via Gradoli: il commissario entra nella P2 ed è nominato al vertici dei SISDE. Gelli ritenuto una "importante fonte confidenziale". Andreotti e le carte di Via Motenevoso.

7.2 Al comando del nucleo investigativo dei carabinieri di Roma si trovava il col. Antonio Cornacchia, P2, mentre alcune operazioni decisive del non ritrovamento furono effettuate dal vice capo della Mobile romana dott. Elio Cioppa, entrato significativamente nel "gruppo centrale" della P2 il 10/10/1978. Questo funzionario fu il protagonista del più misterioso - al momento di svolgimento ed ancora oggi rimasto tale - dei pur tanti episodi oscuri di tutta la vicenda. Avvertito da una telefonata di movimenti sospetti in un appartamento di Via Gradoli, il Cioppa condusse una operazione di perquisizione dell'edificio fermandosi davanti alla porta chiusa nonostante l'ordine di sfondamento delle porte nel caso di impossibilità di accesso. Solo un mese dopo, il 18 aprile, fu accertato che l'appartamento era un covo delle Brigate Rosse mentre in precedenza la Questura di Roma aveva fatto credere di non essere stata messa sulla giusta pista a causa di uno scambio di località e della presunta non esistenza della via nello stradario romano.
Sul ruolo del commissario Cioppa occorre soffermarsi perché non è solo il protagonista del misterioso episodio - di Via Gradoli. Proprio all'indomani del tragico esito del "caso Moro"; viene chiamato alla vicedirezione del SISDE guidato dal P2 generale Grassini; e contemporaneamente entra nella P2, quasi che fra le due cose ci fosse un legame necessario. In questa sua nuova funzione il Cioppa fu chiamato ancora ad indagare sul caso Moro per se-

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condo la sua stessa testimonianza, del generale Grassini che gli diede un appunto che proveniva da Gelli o da una riunione alla quale Gelli aveva partecipato, appunto nel quale si parlava tra l'altro dei motivi per cui Moro era stato sequestrato e di ambienti delle BR che dovevano essere implicati. Qualche anno dopo, all'indomani della strage della stazione di Bologna, Cioppa, continuando una frequentazione abituale, contattò nuovamente Gelli ritenuto "importante fonte confidenziale" per lui stesso e per il SISDE (*).
Un ulteriore indizio - della presenza della P2 durante il caso Moro è riferita dall'ex Questore di Arezzo, Antonio Amato (P2), circa un vasto rastrellamento nella zona dell'aretino promossa dall'allora vice direttore della polizia, Santillo, il quale durante quei giorni gli chiese di approfondire la personalità del Gelli con ciò lasciando intendere che la pista di Gelli andasse battuta in relazione allo stesso sequestro Moro. Interessante anche la deposizione in Commissione Moro del maggiore Umberto Nobili, il quale riferisce che, durante un incontro con Gelli, questi gli disse che vi era un infiltrato dei carabinieri in un gruppo delle BR e che tramite l'infiltrato si sarebbe venuti a sapere che il materiale scoperto dal generale Alberto Dalla Chiesa nel covo milanese di Via Montenevoso riguardante l'uccisione ed il sequestro di Moro, era stato asportato e coperto col segreto di Stato in quanto contenente cose assai imbarazzanti per uomini di partito e di governo. Questa circostanza relativa alla sparizione di materiale di Moro riguardante in particolare Andreotti, sequestrato il primo ottobre 1978, viene confermata anche dalla deposizione all'autorità giudiziaria della brigatista Anna Carla Brioschi resa il 5 luglio 1982. Che Gelli in qualche maniera abbia a che fare non tanto con il sequestro Moro, quanto con il suo non ritrovamento ed in particolare con l'uso dei documenti che in quei 55 giorni furono emessi, trova conferma in atri elementi. Marcello Coppetti, un teste non del tutto

(*) Alcuni stralci della deposizione Cioppa ai magistrati Cudillo e Sica del 13 ottobre 1981- "Verso la seconda metà del settembre 1978, quando già ero stato assegnato, dal 11 settembre, al SISDE, ebbi a conoscere Licio Gelli... Preciso che già da tempo conoscevo Gelli perché da me visto nei pressi del servizio di Via Lanza nei primissimi del settembre 1978 e perché nel 1976, in occasione delle indagini a carico di Bergamelli, avendo questi affermato che era protetto da una "Grande Famiglia" si ebbe a parlare anche della Massoneria e dello stesso Gelli. Non ricordo se io ho incontrato il Gelli nello studio del compianto Occorsio che allora si interessava di estremismo ed in particolare di eventuali rapporti fra estremismo di destra e sequestri. ... Gli feci presente che avevamo bisogno di fonti in materia di terrorismo ed il Gelli mi rispose genericamente ... Successivamente mi chiamò ... Di solito Gelli presentandosi con lo pseudonimo di Luciani, lasciava detto di richiamarlo all'Excelsior ... Gli telefonai dopo la strage di Bologna per conoscere eventualmente notizie in merito (agosto e poi settembre 1980) ... Il Gelli mi disse che avevamo sbagliato tutto e che gli autori dell'attentato dovevano essere ricercati in campo internazionale ... Preciso che quando sono arrivato al Servizio fui informato che il Gelli era una fonte del SISDE ... Di solito il generale Grassini, quando si trattava di Gelli mi consegnava i biglietti, scritti a mano a matita, ed io poi sviluppavo le indagini. Ricordo che il Gelli diede informazioni sull'avv. Spazzali, sull'avv. Guiso, su "Critica Sociale" e sull'affare Moro ed anche altre cose. In particolare nell'affare Moro era un discorso politico riguardo la strategia dell'attentato... ".
 

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attendibile, fornisce tuttavia la conferma delle circostanze testimoniate dal maggiore Nobile e, di fronte alla Commissione d'inchiesta, riferisce che Gelli per quanto a sua diretta conoscenza, sapeva molte cose del sequestro Moro aggiungendo testualmente: "Moro è stato un affare di Stato e Gelli lo sa".

Lo smantellamento dell'Ispettorato anti-terrorismo di Santillo, presupposto necessario di Via Fani e di Via Caetani. Reticenze, ambiguità e mistero nelle risposte di Cossiga.

7.3. Tentando dunque di rispondere al quesito posto del perché Moro non sia stato ritrovato e salvato, si giunge ad una prima conclusione che riguarda il non funzionamento dei servizi segreti e degli altri apparati dell'ordine pubblico e la presenza in essi di una larga rete di elementi della P2. Si pone allora la questione se le inefficienze del SISMI, l'inerzia del SISDE, la inconcludenza dei vari comitati e l'ingannevole carattere di tante operazioni a cui partecipano uomini della P2 sia un puro fatto casuale oppure se vi sia una deliberata convergenza di volontà per non ottenere risultati positivi.
A suffragare la fondatezza della seconda ipotesi vi è la vicenda dello smantellamento dell'ispettorato anti-terrorismo (poi Servizio di Sicurezza) diretto dal Questore Emilio Santillo. Quest'organismo nel 1977 era l'unica struttura dei servizi che, ufficialmente a conoscenza della P2, della sua natura e dell'attività del suo capo, ne aveva dato ufficiale notizia alle autorità politiche con tre successive note del 1974, del 1975 e del 1976; e al tempo stesso rappresentava l'unico organismo che era sulla buona pista del terrorismo di ogni colore comprese le BR.
Invece del 22 maggio (alla scadenza cioè dei sei mesi dall'entrata in vigore della legge di riforma dei servizi) l'Ispettorato di Santillo venne improvvisamente ed inspiegabilmente smantellato nel giro di 24 ore il 30 gennaio 1978, con la costituzione formale del SISDE di Grassini; i suoi uomini dispersi e le sue strutture rese inservibili con il relativo patrimonio di informazione e di capacità operativa messi insieme in tre anni. La relazione di maggioranza della commissione Moro afferma: "L'Ispettorato anti-terrorismo aveva cominciato a costruire una mappa dei movimenti eversivi e a raccogliere informazioni sui singoli presunti terroristi in una visione unitaria del fenomeno, la sola capace di consentire un corretto apprezzamento e una lotta efficace".
Il nodo della messa fuori gioco di Santillo e della sua struttura è essenziale per comprendere come sia potuto avvenire il sequestro di via Fani ed il mancato successivo ritrovamento. Probabilmente con l'Ispettorato funzionante il corso della vicenda Moro avrebbe potuto essere diverso. Non ci sono state fino ad ora in nessuna sede convincenti risposte sulle ragioni che portarono a quello smantellamento, sui tempi dell'operazione, sul suo carattere improvviso, sulla mancanza di adeguate strutture sostitutive, insomma su chi lo volle e perché.
 

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Le dichiarazioni dell'allora Ministro dell'Interno alla Commissione Moro, sono state ambigue e reticenti ed alla domanda di fondo del perché tutto ciò avvenne Cossiga non ha saputo rispondere: "Lo scioglimento fu una conseguenza della legge - ha affermato l'ex Ministro - e ad un certo momento si ebbe la sensazione che vi potessero essere delle resistenze nell'attuazione della riforma, ed allora si decise di procedere e vennero emanate le disposizioni per cui il SID fu cambiato in SISMI, ed a capo del nuovo organismo fu chiamato il generale Santovito (anche se non si trattava del vecchio organismo con un nome diverso): per cui in attesa che si costituissero gli organismi del SISDE, si passò al Servizio di sicurezza (SDS), fino alla piena applicazione della riforma alle dipendenze del SISDE.
Per quanto riguarda l'arruolamento, richiamo l'attenzione sul fatto che in base alla legge non vi è nessun potere di trasferire d'autorità il personale al SISDE ed al SISMI, in quanto nessuno può comandare, in base alla legge, a prestare servizio in questi organismi. L'arruolamento è fatto su base volontaria: passò al SISDE chi volle farlo di quelli del Servizio di sicurezza". In realtà, l'onorevole Cossiga non dice la verità perché la maggior parte degli alti funzionari dell'ispettorato antiterrorismo (poi SDS) che chiese di andare al SISDE fu da questo rifiutato perché tale servizio non doveva funzionare. Tant'è vero che durante i 55 giorni della vicenda Moro il SISDE non funzionò: aveva meno di dieci uomini mentre gli altri erano stati dispersi. Dice ancora Cossiga: "Ricordo che al momento dello scioglimento del SDS è sorto, per quelli che non vollero o non chiesero di andare al SISDE, un problema. Gli uffici politici, infatti, dovevano essere la destinazione naturale di costoro, ma vi era il fatto che c'era il capo dell'ufficio politico che era più anziano, per cui (queste sono le realtà delle pubbliche amministrazioni) alcuni di questi chiesero di non andare agli uffici politici proprio per motivi. di collocazione".
 

P2 e "Caso Moro": la consegna di un cadavere alla politica Italiana.

7.4. La messa fuori gioco dell'ispettorato rimane quindi un mistero: uno dei tanti del "caso Moro". Ma è forse quello che in termini di responsabilità è il più grave perché quella operazione misteriosa fu funzionale all'accadimento ed al suo tragico esito.
Con le conoscenze acquisite nella Commissione P2 si possono, a questo punto, avanzare delle ipotesi fondate. L'antiterrorismo di Santillo fu fatto fuori perché, unico tra le molte sezioni dei servizi segreti italiani, era a conoscenza dell'attività della P2 e di Licio Gelli e non recedeva da questa pista, contrariamente a tutti gli altri servizi segreti come risulta nella nostra inchiesta secondo cui dagli anni sessanta fino al 1981 le indagini su Gelli erano assolutamente tabù.
L'inspiegabilità della messa fuori uso dell'antiterrorismo di Santillo, probabile conseguenza della sua efficienza e del suo comporta-
 

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mento eterodosso nei confronti della P2, si aggiunge alla inspiegabilità dell'assoluta e parallela inefficienza di tutti i corpi dello Stato. Non abbiamo prove certe che ci sia stato un deliberato disegno per non salvare l'onorevole Moro e per restituirlo morto invece che vivo alla scena politica italiana dopo una drammatica esperienza della quale facevano parte i messaggi e le riflessioni contenute nelle lettere e nei documenti redatti durante i 55 giorni.
Certo è che il comportamento di tutti quegli organismi politici, tecnici ed operativi che dovevano, ognuno secondo le proprie responsabilità, adoperarsi per il ritrovamento, è singolarmente convergente verso l'obiettivo opposto a quello che istituzionalmente avrebbero dovuto assolvere. Certo è anche che in tutti questi organismi, da quello al più alto livello, il Comitato Interministeriale per la Sicurezza, a quello più operativo, la Questura di Roma, operarono uomini della P2, forse singolarmente, forse in una qualche sorta di collegamento fra di loro, forse ognuno con contatti con Gelli il quale, a sua volta, non era certo privo di rapporti anche con alte sfere politiche.
Sappiamo anche che la politica dell'allarme sociale (quell'allarme, per esempio, che faceva fare le operazioni clamorose dei posti di blocco a puro fine spettacolare), del favoreggiamento del terrorismo, quindi delle morti e delle stragi, ha rappresentato una linea di fondo per tutti coloro che hanno perseguito l'emergenza come presupposto di leggi eccezionali, di sospensioni costituzionali, dello stravolgimento delle libertà e dei diritti dei cittadini. L'assassinio di Moro si inserisce in questo quadro. Non vogliamo qui riprendere la polemica sul "partito della fermezza" ma ci interessa solo la funzionalità a questo "partito" degli obiettivi e delle operazioni di cui i piduisti furono responsabili.
In mancanza di una verità provata circa il complotto contro Moro, in particolare per quel che riguarda il suo mancato ritrovamento, in questa sede dobbiamo concludere che le molte tracce della presenza P2 in tutto il caso devono esser lette nel senso di un contributo necessario all'esito della vicenda: la consegna della morte di Moro alla politica italiana come momento cruciale per gli assetti della Repubblica.



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